I demagoghi

By Cesare Monteverde

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Title: I demagoghi
       I misteri di Livorno

Author: Cesare Monteverde

Release Date: July 9, 2007 [EBook #22026]

Language: Italian


*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK I DEMAGOGHI ***




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       _Egli guardava sul mare che, in quella sera quietissimo,
              rifletteva i raggi della luna._

                                            _Vol. I, pag. 20._



     I DEMAGOGHI
          O
  I MISTERI DI LIVORNO

        Romanzo

     DELL'AVVOCATO
   CESARE MONTEVERDE

   AUTORE DEI ROMANZI
    ASTORRE MANFREDI
           e
    IL DUCA DI ATENE


        VOL. I.



        MILANO
  PRESSO LUIGI CIOFFI EDITORE-LIBRAIO
  Via di Chiaravalle, N. 11 rosso.

         1862



  Proprietà letteraria dell'editore, che intende far
  valere i propri diritti a norma di legge.

Milano--Ditta Wilmant.




A MIA MOGLIE

QUESTO ROMANZO

.....: D. D. D.




PROLOGO


Circa le ore 4 pomeridiane del 31 marzo 18.... nella sala di aspetto
della ferrovia di.... si trovavano quattro persone i cui abiti non
meno che l'atteggiamento dimostravano appartenere essi ad un ceto
piuttosto elevato della odierna società. Uno di loro stavasi seduto
sovra un sofà della sala, tenendosi sulle ginocchia un quaderno
manoscritto, sul quale tranquillamente e qual se fosse stato solo
solissimo faceva delle aggiunte o delle correzioni col lapis. Costui,
semplicemente abbigliato ed anche con qualche trascuratezza, era un
uomo pressochè di ordinaria statura, di carnagione bronzina, con barba
corta castagna, coi mustacchi, con occhi scuri e vivaci; potea dirsi
uomo di fisionomia schietta ed aperta, se un certo, come suol dirsi,
cipiglio, o increspatura della fronte laddove si accoppiano le ciglia
non gli avesse data la gravità d'uomo di toga o di studi severi. Gli
altri tre che stavano in gruppo erano una signora di circa venticinque
anni elegantissimamente vestita da viaggio e due signori del paro in
elegante abbigliamento che le facevano, come suol dirsi, la corte.

--Ah! non mi sarei mai creduto di aver la fortuna di combinare la
signora marchesa di ***, disse uno dei due (se non sbaglio) damerini
moderni.

--Vi dirò, conte, rispose la signora, dopo il primo anno di vedovanza
sfuggo la noia dei miei casini, dei miei palazzi, dei miei giardini di
campagna e della capitale per girmene sola e nel più stretto
incognito, viaggiando all'uopo di studiare il mondo.--

A questa frase, pronunziata ad alta voce, l'uomo del manoscritto alzò
la testa e fece un involontario movimento indicante compassione,
quindi eseguì una grande cancellatura sull'opera e si mise a meditare.

--Benissimo, soggiunse l'altro damerino replicando alla dichiarazione
della signora, benissimo: così è che dovrebbero fare tutte le
gentildonne.

--Sono del vostro parere, caro cavalier segretario, disse il primo; ma
il male sta che non tutte le signore del nostro secolo hanno
l'acutezza d'ingegno ed i gusti della marchesa.

--Obbligata del complimento! fu sollecita a riprendere la elogiata;
sempre cortese e gentilissimo!--Indi, accostandosi al naso una
boccetta d'oro contenente essenza odorosa, ne aspirò buona dose.--Io
peraltro non lo merito, soggiunse: faccio il mio piacere e nulla più.

--In grazia, che avete raccolto dai vostri studi mondiali? interrogò
il conte.

--Ditecelo, proruppe il cavalier segretario.

--Che bisognerà educare il popolo.

--Non v'ha dubbio esser questa una delle più grandi necessità
dell'epoca.

--Ah! saltò su a dire l'uomo del manoscritto (chiudendo il quaderno ed
avanzandosi a prender parte alla conversazione con quella libertà di
modi che si pratica fra le persone con cui si è per viaggiare); ma il
mezzo sapreste voi additarlo, o madama?

--Fa duopo discutere molto.

--Discuterò volentieri, replicò il cavalier segretario.

--Ed io pure, continuò il signor conte,

--Ed ella? dimandò la signora all'incognito

--Volentieri cedo al vostro desiderio. Educare il popolo non è molto
difficile, ma fa duopo prepararlo ai suoi grandiosi destini: fa duopo
sovvenirlo, reggerlo, dargli pane e lavoro.

--Son cose vecchie, interruppe la saputella damina.

--Son cose giovani, severamente rispose il brusco letterato, e che non
invecchieranno mai; ma non bisogna inebriarlo di folli utopie: allora
solo potrà esser libero e virtuoso.--

La damina fu assai piccata dello sguardo di quell'incognito, che
pareva una specie di Diogene e le facea gli occhiacci; e mentre i due
damerini si guardavano fra loro con certo modo di maraviglia,

--Ditemi, signor filosofo, dimandò, quel libro che avete nelle mani è
forse uno dei trattati della vostra rigida filosofia popolare?

--Gentile signora, replicò l'interrogato con un sorriso di
compiacenza, il libro che tengo nelle mani è il manoscritto di un mio
romanzo.

--Un romanzo! sclamò la marchesa dando un passo indietro.

--Un romanzo! disse il segretario facendo il viso serio.

--Un romanzo! gridò il conte facendo un par di occhioni dalla
sorpresa.

--Sì, miei signori, qual maraviglia? proseguì placidamente l'autore.
Forse perchè mi avete sentito batter sodo sulla filosofia, vi fa
specie di sapermi autore d'un romanzo? Non si può forse, scrivendone,
dilettare ammaestrando? E non crediate (e qui lo scrittore prese un
po' di fuoco e se gli accesero le guance) e non crediate che tutto
quello che chiamasi romanzo sia un impasto di fole, di storie
bizzarre. Ditemi un poco: quante volte la favola non ha ella insegnato
delle apprezzabili verità?

--Voi ci avete posto nella massima curiosità, prese a dir la marchesa;
favoriteci il titolo.

--_I misteri di Livorno o i Demagoghi._

--Il titolo non mi dispiace, continuò la dama. Ma, quanto all'opera,
la credete voi buona?

--Non sta a me a dirlo.

--La credete bella?

--Nessuno loda le proprie opere.

--La credete poi utile al popolo?--

Il _treno_ che arrivò in quel momento non gli permise di replicare, ed
entrò in vagone insieme agli altri.




CAPITOLO PRIMO

Il Caprone.


--Non è possibile.

--Ma quando te lo dico io, ci puoi credere, caro Marco. Orsù, prendi
il tuo fucile in ispalla e buona guardia.--

Questo breve dialogo aveva luogo la sera del 15 febbraio dell'anno
1821, alle ore undici, fra due soldati di linea che si cambiavano di
fazione sulla piattaforma della fortezza vecchia in Livorno.

Questa fortezza dà, colle sue mura costrutte nel secolo decimosesto,
sul mare dalla parte di ponente. Quelle mura, corrose dal tempo e dai
venti marini, presentavano all'epoca di questo racconto alcune fessure
del diametro di un sesto di braccio; ed essendo formate a scarpa, non
sarebbe stato difficile lo scalarle, quando non custodite da vigili
scolte. A destra del posto ove passeggiava la sentinella si vedeva,
alta dal livello del mare poco più di due braccia, un'opera di
fortificazione che, mezzo diruta, tuffava i suoi fondamenti nell'acqua
marina dalla parte di ponente e nel fosso della così detta Venezia
nuova, canale che serve di veicolo alla introduzione delle merci in
quel quartiere della città. Il bisogno di provvedere alle esigenze
sanitarie e d'impedire più specialmente il contrabbando del tabacco
faceva sì che nella consegna del posto armato di sopra menzionato vi
fosse l'obbligo di sorvegliare sul bastione sottoposto e
particolarmente sull'opera semidiruta, la quale, separando con
semplice e basso muro il mare dal fosso dello scalo di Santa Trinità,
rendeva assai facile l'introdursi di contrabbando nella città stessa.

Livorno all'epoca da noi accennata non aveva risentito nulla dì quello
sviluppo che sì maravigliosamente nel suo materiale ha conseguito di
poi. Essa serbava ancora le sue medicee mura, di là delle quali erano
vasti e popolosi sobborghi. Le sue strade anguste e tortuose (tranne
due o tre principali), il lurido casone, l'annesso quartiere degli
Ebrei col suo nome di ghetto, sporco nelle vie, nei muri, nelle case,
nell'interno di esse, buio anzichè no, abitato da ciurmaglia povera e
schifosa. Aveva il quartiere detto la Venezia nuova, ove vegeta
piuttostochè vivere una popolazione diremmo quasi staccata dal
rimanente pei suoi gusti, per le sue costumanze, per i suoi vizi, per
l'accento non toscano; popolazione la quale, come vediamo, pel suo
continuo contatto con la gente di mare si è improntata di un carattere
tutto speciale e bizzarro; popolazione infine ignorantissima, di cuor
fiero, di volontà decisa, di un coraggio e di un'audacia senza pari,
facile per altro alla credulità ed a cedere a qualsivoglia cosa che
abbia dello straordinario e del portentoso. Livorno adunque nel 1821
non poteva differire gran che da quella di un secolo addietro. Chi
cercasse peraltro di ritrarne un'idea dalla ispezione che fosse per
farne attualmente, invano spenderebbe il suo tempo. Cotesta marittima
città ha fatto come la crisalide: essa è uscita dal suo lurido
involucro per mostrarsi di straordinaria beltà, la quale però non
permette di riconoscerla dall'epoca della sua metamorfosi.

Ma, del paro che colle fabbriche, ha ella cangiato nel suo morale, nei
suoi costumi? Io sento che sì; fuorchè rispetto agli abitatori della
Venezia. Il cangiamento sarà poi stato giovevole al suo commercio,
alla sua industria, al suo bene essere, in una parola? Questo potrà
dirlo altri; io per me scrivo un romanzo e mi astengo dal pronunziare.
L'esito lo mostrerà.

Il militare che abbiamo sentito nominare per Marco era un giovane di
bassa statura, piuttosto pingue, la cui fisionomia, ilare per
abitudine, lo dichiarava per uno dei buoni villici delle nostre
colline. Marco, in forza della sorte cruda che gli aveva fatto
estrarre il numero sei dall'urna dei coscritti, aveva dovuto lasciare
da un anno il poderetto della Sambuca, le care veglie dell'inverno,
nelle quali, seduto su d'una ruvida panca accanto al domestico
focolare, si occupava colle mani a lavorare panieri di giunchi e colle
orecchie a sentire le gravi e spaventose storie cavate dalla non mai
abbastanza lodata opera del 1300--_Lo specchio della vera
penitenza_--, ove i morti fanno cose da strabiliare, i diavoli ne
fanno da rabbrividire; i buoni cristiani hanno una paura che non può
descriversi, paura salutare che giova moltissimo all'anima loro, mercè
la quale, invece di rubare il terzo del raccolto al padrone, si
contentano di pigliarne un sesto, un ottavo, un dodicesimo puranco, a
seconda dell'impressione di quella paura, eccellente antidoto che
l'ottimo paroco di quelle colline è in dovere di eccitare negli animi
dei suoi popolani, che hanno le mani ben provviste di unghie e le
gambe assai sottili. Don Antonio (il buon pastore di Sambuca), a forza
di raccontare per quarant'anni di parochiale esercizio terribili
apparizioni di dannati, aveva finito per crederci anche lui. E quasi
che la fortuna lo avesse favorito in proposito, nello stesso
circondario della sua parochia, infra le selve e i dirupi
fiancheggianti il torrente Ugione, esistevano due profonde cavità,
appellate l'Inferno e l'Infernino, dai contorni delle quali (per usare
il termine del paese) fuggivano bestie e cristiani, e qualche
temerario che aveva voluto sincerarsi da spirito forte aveva pagato
ben cara la sua audacia. E fra le altre verità ad un Tonio Baggiani un
asino era scappato; Tonio voleva acchiapparlo, ma l'animale non si era
lasciato pigliare; e finalmente caduto nella voragine, da quella era
uscito un suono terribile come di mille trombe e una fiamma che aveva
abbruciate le vesti, cosicchè il povero Baggiani era morto dopo
un'umile confessione de' suoi peccati.

Altra volta, una chioccia coi pulcini d'oro si era avanzata in quelle
sponde, e i tre contadini che ebbero la disgrazia di vederla
acciecarono e morirono fra gli spasimi. In altra epoca due Inglesi
(gente luterana, ci s'intende) avevano voluto misurare gli abissi e,
dopo avervi calato ben due mila braccia di fune, non avevano potuto
toccare il fondo, e ritornati ai loro paesi, si erano convertiti e
morirono da buoni cristiani.

Il giovane Marco aveva portato alla milizia i ricordi di tante verità;
se le teneva presenti nel far gli esercizi, se le sognava e le
raccontava ai camerati nello spazzare la caserma, e gli giovavano
nell'adempimento de' suoi militari doveri.

Giudicherà ognuno della sua sorpresa e del suo timore quando, poche
ore prima di entrare in fazione sulla piattaforma della fortezza
vecchia, uno de' suoi compagni gli aveva detto:

--Marco, stasera si monta la guardia in luogo assai pericoloso.

--Come? aveva risposto Marco, e che cosa vi è?

--Oh! l'altro aveva soggiunto, si dice che dal mare, ove il fondo è
molto basso, il quale lambe le mura del forte, qualche volta si veda
uscire un enorme caprone.

--Un caprone?

--Precisamente un caprone, che, invece di due, ha quattro corna.--

--Non ne ho mai veduti caproni a quattro corna, e sì che ho fatto
anche il pastore, aveva replicato Marco.

--Eh! lo credo disse l'altro, ma il caprone di cui ti parlo dev'essere
il diavolo in persona.

--Il diavolo? rispose Marco; che viene a fare il diavolo nelle
vicinanze della fortezza vecchia?

--Caro Marco, che cosa venga a fare il diavolo in questi luoghi non te
lo so dire, perchè, come ben puoi credere, il diavolo non rende conto
ad alcuno dei suoi passi e delle sue volontà; ma non importa, io
suppongo che egli ci abbia degl'interessi: per esempio, al tempo dei
Francesi, sulla piattaforma vennero fucilati dei disertori; e poi non
siamo vicini alla Venezia nuova? Non sai che gentaccia vi sta?
Gentaccia senz'anima, che bestemmia, giuoca, ruba e fa delle infamità
di ogni genere: il diavolo ci fa bene i fatti suoi.

--Ma tu lo hai veduto mai questo caprone?

--Io no...., ma l'hanno veduto tanti che non si può mettere in dubbio.

--E non son morti quelli che l'hanno veduto?

--No...., ma allo spedale ci sono stati lungo tempo.

--Poveretti! aveva esclamato Marco. Io però non mi scordo del mio
rosarino e mi propongo di consumare la mia ora di sentinella con dire
tanti _De profundis_.

--Farai bene, rispose l'altro; questo è il miglior modo di liberarsi
dall'orribile apparizione.--

Intanto venne per Marco l'ora di entrare in fazione; uscito dal
guardiolo e preso il fucile e le cartucce, era salito (figuratevi con
che cuore) sulla piattaforma.

Il soldato da cui fu preceduto nella guardia era quello stesso che
aveva fatto il racconto a Marco: onde questi, nel ricevere la parola
d'ordine, gli aveva susurrato all'orecchio:--

--Ma il caprone ci è proprio?... non ci credo.--

Noi abbiamo sentito l'assicurazione che gli fece l'altro.

--Ah! mormorò Marco quando fu solo (e si mise a passeggiare sulla
piattaforma), brutto mestiere è quello del soldato: quel numero sei mi
ha proprio rovinato. Quattro quattrini di paga al giorno (non servono
per il vino), le guardie, le ronde, gli esercizi e per giunta quel
maledetto caprone....--

Marco passeggiava da più di mezz'ora sulla piattaforma del forte: dopo
d'essersi assicurato di avere al collo il suo rosarino, se ne stava un
poco più tranquillo: egli guardava sul mare, che in quella sera
quietissimo rifletteva i raggi della luna; più lungi sulla dorata
superficie delle acque le nere moli dei navigli ancorati alla rada con
le loro antenne disegnanti altrettante linee scure nel cielo sereno,
da un lato gli scogli pur essi neri cui il barlume del cielo dava
mille forme bizzarre; quindi il molo, le circostanti fortezze e parte
della città, sepolta nel silenzio e nella quiete. Se il nostro Marco
fosse stato un poeta, chi sa quali versi gli avrebbe ispirato la
magnifica scena di cui era spettatore? ma egli era contadino e
recluta, e trovava più poesia nel ricordo delle serate in cui faceva i
panieri al podere di Montemassi che in quel panorama il quale gli si
parava dinanzi. Sulla punta delle dita ei contava i minuti che gli
restavano a passare in fazione, e già si rallegrava al pensiero di
ritornare al guardiolo e scaldarsi al braciere stendendosi sul
pancaccio, quando.... (mirate un poco se aveva disgrazia sì o no):
quando in un naviglio ad alberatura latina ancorato ad un quarto di
miglio dal forte parvegli di scorgere un lume il cui raggio
strisciando sul livello delle acque era venuto a riverberargli sulla
lucida canna del fucile che aveva in braccio. Marco seguì coll'occhio
quel lume, che si mosse e si calò al fianco del naviglio: la mercè di
questo lume, il nostro milite riuscì a vedere un corpo di non gran
volume il quale dal naviglio passò in una barca assai sottile che
stavagli a tribordo; questa barca, leggiera leggiera, scivolando sulle
onde, staccossi dal bastimento e si diresse in una linea retta verso
il forte. Il nostro Marco non vide più il lume, ma i suoi sguardi non
potevano staccarsi dalla barchetta, la quale pareva contenere un solo
remigante, di cui per altro non bene distinguevasi la figura. Giunta
che fu a circa cento braccia dal lido, la barca si fermò come arenata
sulla sabbia.

Questo è un contrabbando, pensò Marco, e alzò il cane del suo
archibuso gridando: _Chi vive?_ Nessuno rispose.

L'ho detto io, ripetè fra sè, è un contrabbandiere; ma per mia fè gli
voglio fare scontar la paura di quest'ora di fazione.

--_Chi vive?_ ripetè; e levatosi il fucile dal braccio, se lo pose
alla spalla.

--_Chi vive?_ finalmente urlò e prese di mira l'individuo, che,
abbandonati i remi della barchetta, sembrava disposto a saltare in
mare profittando del basso fondo. Non avendo Marco udito risposta, si
accinse al suo dovere e già toccava lo scatto del fucile: un solo
minuto secondo, ed era bella e finita pel misterioso guidatore della
barchetta, poichè Marco era buon tiratore; ma ahimè! la luna, uscendo
limpidissima dalle nuvole, aveva permesso all'occhio di Marco di
discernere colui sul quale stava per esplodere.... e chi era desso? Un
caprone; sì, un caprone più alto di tutti i caproni del Tibet, con
ramose corna, con barbigi e quant'altro forma la razza lanuta dei
capri. Marco di uomo divenne una statua, l'occhio suo rimase come
petrificato nell'orbita; egli stesso in tutta la persona sentì gelarsi
il sangue; il dito s'inchiodò sullo scatto, non gli fu possibile alcun
movimento, e solo di vita gli restò la facoltà di vedere, e troppo ei
vide. Il capro, senza darsi il menomo pensiero della canna del fucile
diretta in linea del suo capo, tranquillamente balzò nelle acque, si
accostò al basso muro, lo scalò come cosa a lui facilissima, rasentò
il margine del fosso di Santa Trinità e quindi fu perduto di vista
allo sbocco dello scalo del ponte della Crocetta, Poco dopo suonò
mezzanotte; il soldato che venne a dare la muta al povero Marco lo
trovò tuttavia immobile, coll'archibuso in atto di far fuoco; e quando
lo trassero di là, egli parlava come un demente, non avendo per altro
schiuso la bocca se non se dopo molte ore, allorchè in grave pericolo
di vita riprese i sensi allo spedale di Sant'Antonio.

Durante le ore in cui e Marco e i militi di guardia alla fortezza
vecchia alternavano la scolta e la stanzetta del guardiolo, una scena
ben diversa accadeva nel quartiere della Venezia nuova da noi
accennato e precisamente all'osteria dei Tre Mori, posta nel vicolo
che dalla Crocetta mette alla via di Sant'Anna, via remota, solinga,
del peggio quartiere di Livorno, dove un galantuomo non può passare
pei fatti suoi nella notte senza pericolo di essere gratuitamente
sventrato, e di giorno senza che gli sia rubata la pezzuola, l'oriuolo
o la borsa.

L'osteria dei Tre Mori non aveva insegna e nè anche la frasca
indispensabile ai templi di Bacco. La porta di essa, lungi dall'essere
verticale, era orizzontale alla via, cioè consisteva in una apertura
quadra della dimensione di due braccia di larghezza e altrettante di
lunghezza, la quale aveva un coperchio che, dalla parte superiore
alzandosi a guisa di una grande scatola, lasciava vedere gli scalini
di una scala tortuosa e scura, in fondo alla quale stava la prima sala
dell'osteria. Questa sala, o piuttosto cantina, non aveva palco, era a
volta, nera ed umida: accanto ad essa erano altre tre stanze, una ad
uso di cucina, l'altra ad uso di salotto, la terza ad uso di camera;
in quest'ultima si vedevano tre botole le quali mettevano in
altrettanti anditi sotterranei, destinati a ricevere l'onesto prodotto
della così detta _busca_ dei veneziani livornesi, nome con cui da
costoro viene appellato quel giornaliero lor modo d'impadronirsi della
roba altrui. La polizia, non che visitare quell'antro, prendeva ogni
cura di allontanarsene quando era in ufficio di vigilanza, mentre
peraltro non era raro al taverniere dei Tre Mori l'avere ad annoverare
fra i suoi clienti qualche onesto famiglio del bargello.

Sonavano le dieci. Nella caldaia sul fuoco del camino bolliva un brodo
di dentice, condito con peperoni rossi e cannella; pronta a friggere i
totani era la padella, e la cuoca già ne infarinava alcuni ed altri ne
asciugava ad un lino.

La cuoca era una giovane tra i quindici e i sedici anni, bruna di
capelli come una Rebecca, grassoccia e di forme ben complesse: nella
treccia accuratamente pettinata stavale confitto uno spillo con manico
di rame dorato, spillo per altro che per le sue dimensioni e per la
sua lama poteva piuttosto convenientemente appellarsi un pugnale; il
collo e le braccia, nudi, avevano collane e braccialetti di grosso
corallo rosso. La fanciulla copriva le spalle con una pezzuola di seta
gialla a fiori, di quelle allora dette dell'Indie; aveva un busto
ricamato a rabeschi, la gonnella corta, il grembiule di seta rosso,
due scarpette che facevano un piedino d'incanto: essa aveva nome
Concetta. Accanto al camino si vedeva un giovane di bassa statura, di
faccia bronzina, con capelli crespi come quelli dei Mori, con largo
petto e di atletica forma; costui aveva una di quelle facce che ti
atterriscono al primo guardarle; al suo abbigliamento totalmente
marinaresco si ravvisava, senza domandargliene, la sua professione. Ei
sedeva su di una rozza panca di legno, aveva le mani incrocicchiate
sul petto, stendeva sbadatamente le gambe in avanti e teneva una pipa
in bocca dalla quale partivano grosse nuvole di fumo di un tabacco
così acuto e forte da far venire (specialmente in quel luogo, che non
aveva altro sbocco di aria tranne i camini e la porta) a chi men
robusto dei clienti dell'oste dei Tre Mori una congestione cerebrale.
Il nostro giovinotto sembrava dover essere in molta buona grazia della
giovane cuciniera, giacchè per vezzo talvolta procurava di porre un
piede fra mezzo a quelli di lei, come per farla cadere a terra quando
si moveva dal camino; e talvolta la immergeva in una nube di fumo che
le scaricava sul viso: e la fanciulla corrispondeva a tali amorosi
scherzi col toccare il marinaro con le molle uscite dal fuoco o con
gettargli nella pipa gli spruzzi del brodo del dentice. Onesti
passatempi, che l'oste, padre della fanciulla, non vedeva, che la
madre di lei approvava, e di cui il resto degli ospiti rideva. Nella
serata di cui narriamo, la taverna conteneva proprio persone direi
quasi di famiglia, cioè intimi di essa. Vi era cena e cena frugale;
volevasi da costoro festeggiare il carnevale, ma non festeggiarlo in
maschera; festeggiarlo col rhum, col ginepro di Olanda, col vino e con
una buona mangiata. Gli ospiti che attendevano fosse preparata la
mensa erano cinque, senza il giovane che accennammo, senza l'oste, sua
moglie, e la figlia; e quei cinque colà conosciuti sotto nomi che al
di fuori non avevano, per essere l'osteria dei Tre Mori un mondo
particolare. Costoro, dei quali andiamo a dare una brevissima
biografia, li chiameremo come li chiamavano laggiù.

Il _Topo_. Costui è un uomo di cinquant'anni, piccolo di statura con
mento e naso aguzzo, senza barba, perchè solito a farsela radere tutti
i giorni; il suo mestiere è quello dell'imballatore, e perciò la sua
scarsella provvista sempre di una guaina ove, come nel suo fodero, sta
un enorme coltellaccio affilato più che rasoio, ed è accompagnato da
aghi lunghi un sesto di braccio, larghi mezzo quattrino, taglienti ed
acuti, che ponno all'occorrenza servire di arme micidialissima. Il
Topo è stato dieci anni in galera per omicidio, trenta mesi in
Barberia sulle coralline per furto; la sua memoria non sa contare i
giorni di carcere e le bastonate collo staffile che ha sostenuto per
contravenzione ai precetti di polizia. D'altronde è un uomo
religiosissimo che, piuttosto che non levarsi il cappello passando
avanti una sacra imagine, si farebbe ammazzare.

Il secondo è un uomo di oltre quarant'anni conosciuto sotto il nome di
_Cacanastri_. Costui al mondo passa per un linaiolo, ma il separare le
lische della stoppa non piacendogli troppo, si occupò di frugare con
ispeditezza nelle scarselle altrui; sono vent'anni che fa il mestiero,
ed è sfuggito alle pene dei ladri attesa la sua pazienza di ricevere i
colpi dei derubati che lo hanno còlto in fallo. D'altronde esso pure è
pio quanto l'altro.

Il terzo dei commensali è un giovane imberbe che si diletta spacciare
sfrontatamente anella ed orologi falsi per buoni, truffando in
pubblico ed in pieno giorno, senza che i reclami della gente gabbata
producano la menoma alterazione nelle sue abitudini. Pugilatore
intrepido, famoso giuocatore di carte con sicura vittoria,
introduttore in case di dubbia fama e per ultimo spia: costui si
distingueva dagli altri per la facondia, per le maniere affettate che
ha preso ad imprestito dai più famosi damerini, non che per l'eleganza
e per la ricercatezza del suo vestiario. Esso è laggiù soprachiamato
_Narciso_.

Gli ultimi due offerivano anche maggiori contrasti dei tre da noi
delineati. L'uno in quell'antro era chiamato _Bruto_, l'altro
_Catone_; ambedue dell'età di circa vent'anni, avevano tali maniere,
tale fisionomia che gl'indicava appartenenti alla classe più elevata
dei cittadini. Il loro contegno era freddo e severo, e dominavano
senza pur volerlo sugli altri convitati. Bruto alla sua gravità
abituale mesceva un egualmente abituale riso beffardo; Catone faceva
pompa di un pretto cinismo: ambedue ritenevano per certo di essere
qualche gran che nel mondo, e i loro discorsi concentrati facevano
spicco di fronte alle sguaiate balordaggini dei loro compagni di
taverna e di tavola. I primi tre, durante i preparativi della cena,
giuocavano al giuoco clamoroso della briscola e bevevano e
bestemmiavano copiosamente e per burla; il che non impediva ai signori
Catone e Bruto di continuare nella seria discussione di un grave
argomento tutto di pubblico interesse.

--Ma verrà? dimandò Bruto al compagno.

--Verrà sicuro, replicava Catone, colui non può mentire alle sue
promesse. È uomo su cui riposa la felicità di tanti milioni d'uomini.

--Ma su cosa spera egli?

--Sul diritto, sulla bontà della causa.

--Armi?

--Ci saranno, ma vuolsi prima porre in bilancia la volontà suprema,
invariabile, eterna.

--Carico a briscola.

--Ti pigli un dolore! urlavano i giuocatori mentre l'uno di essi
rovesciava il mazzo delle carte sul viso dell'altro, e l'offeso
rispondeva vibrandogli contro il boccale del vermutte, che inondò la
tavola e spruzzò i due filosofi; i quali continuando pacificamente,

--La nostra missione durerà un pezzo, ma ci vuole costanza, disse uno
dei sapienti asciugandosi il corpetto e il viso umettati dal caduto
liquore.

--Giuro a D....

--Ti ho un paolo.

--Maladetto Narciso! ubriaco porco, mi hai rubato dieci lire.

--Zitto là, borsaiolo d'inferno; a me dai del ladro? a me? tu, avanzo
di galera? To' questo.--E così dicendo cacciò il Cacanastri sotto la
tavola.

--Ahi! ahi! mi hai rotto una costola.

--Una di più, una di meno, sclamò ridendo Topo, poco monta: non è mica
un occhio.

--Cane, interruppe la cuciniera, che tirava il fuoco sotto la padella,
cane! mi fai le corna con Sandrina.

--Dio m'acciechi se è vero, le rispose il ganzo, bella mi.... (E qui
non è lecito ripetere il gentile epiteto dell'amante....) Dio mi
acciechi! Sandrina ha tanti anni quanti il brodetto.

--Ma ha dei quaini*.

      * Denari nel vernacolo livornese.

--E che m'importa a me? ho bisogno dei suoi? e che? raccolgo io forse
nespole?---E cavò fuori una manciata di zecchini d'oro.

--Uh belli! da' qua, facciamo la pace.

--Non minchioni? mezzi.

--Li vo' tutti.

--Mezzi to', Concetta.

--Li vo' tutti.

--Pigliali, ruffianella.--

E così dicendo se li rimesse in tasca. La bella, istizzita, lasciò il
manico della padella, la quale sdrucciolando si empì di cenere.

--Accidenti! gridò la vecchia, mi tocca tutto fare da me.--

E rialzando l'utensile, vi ricacciò il fritto ceneroso.

--Qual deliziosa innocenza di costumi! mormorò Bruto conservando tutta
la gravità dottorale.

--Sicuramente, replicò Catone, ed è perciò che la plebe dee trionfare
nella grande lotta.

--Oh bei tempi di Cincinnato!--E guardò non volendo Topo.

--Cincinnato? parla meglio, Bruto, prese a dire Topo. Io non voglio
altri soprannomi, o ti taglio la gola.--E levò fuori il formidabil
coltello.

--Animo, ragazzi, gridò infuriato il padrone dell'osteria, destandosi
dal grave sonno ed alzandosi di sopra d'un canile che era nella
stanza. Non fate chiasso, lasciate riposare i galantuomini: voi,
sapienti, continuò, avete la ruzza; eh! lo credo; a te, Bruto, non
mancano persone da imbrogliare, carta da insudiciare, matasse da
arruffare; e tu, Catone, hai buon babbo che ti fa le spese: di
voialtri canaglia è inutile discorrere, chè il denaro non sapete cosa
vi costa ed avete la zizzola allegra; ma io pover uomo ho bisogno di
quiete, sono tre notti che non dormo per fare i sigari di
contrabbando; almeno questo si chiama essere onesto. Ohè! Orsola,
quanto si sta ad andare a cena?--

L'ostessa non rispose, era troppo occupata della pentola e della
padella. Bruto e Catone continuarono a ragionare seriamente, come se
nessun trambusto avesse luogo, ed i quattro, compreso Cacanastri
intento ad asciuttarsi il sangue che dal naso gli grondava fin sulle
carte, proseguirono a giuocare a briscola, come se nulla fosse
successo.

--Cospettone! urlò il vecchio oste dando un'occhiata dalla parte del
camino, che si fa colà in quel mucchio? Cospettone! che? vi picchiate
voialtri che siete innamorati? Oh! questa è nuova di zecca.--

Infatti la giovinetta, ingarzullita dei bei zecchini del marinaro, gli
si era gettata addosso con impeto; e questi, abbottonatosi la sarga
per meglio assicurare il suo tesoretto dalle rapaci mani della sua
fidanzata, si era sciolta la larga fascia rossa che gli cingeva i
lombi e, postala al collo dell'amante, glielo stringeva fino quasi a
soffocarla, mentre questa colle mani lo frugava per trovar l'oro.
Nella rapidità dei movimenti erano caduti uno sopra l'altro; fortuna
che i giuocatori ed i filosofi stavano troppo occupati, in caso
diverso chi sa se qualche motteggio non avesse fatto andare in collera
la bella Concetta? Questa per altro, scomposta nelle vesti e nella
chioma, urlava, si dibatteva, voleva il denaro ad ogni costo: l'altro
non curava i graffi ed i calci, e con la destra di quando in quando
minacciava strozzare la bella, mentre colla sinistra teneva stretti i
bottoni della sarga. Intanto che ciò accadeva, la mamma continuava a
friggere; il babbo, non sentendosi rispondere, si era rivoltato sulla
panca dall'altra parte ritornando a dormire profondamente; i quattro
giuocavano, ridevano e fumavano; Bruto guardava con impazienza
l'orologio e sospirava; e Catone, preso di tasca un taccuino, vi
disegnava col lapis la pianta d'una fortezza e di un campo
d'osservazione. Gli amanti, rotolandosi per terra, si erano ridotti in
uno dei più oscuri cantucci della stanza, e da un pezzo parevano
rimpaciati: finalmente si alzarono; la fanciulla si mise di nuovo lo
stile dorato che servivale di spillo nei capelli, ed alla meglio si
acconciò, si riassettò le vesti e, raccolta di terra la pipa rotta del
suo amante, dicevagli all'orecchio:

--Birbone!

--Sta zitta, mia cara, le aveva risposto il marinaro, è tanto che ti
voglio bene e ti sposerò; e poi non ti è riuscito di averli tutti i
quaini?

--Sì, sì, ma li serbo per te, riprese allegra la bamboccia; con questi
vo' comprarmi le gioie per le nozze, e a te l'oriolo. Quel che è stato
è stato; ma quando mi sposi?

--Fra un anno, al ritorno delle coralline: to' un bacio in caparra.--

E pigliando un carbone dal focolare, riaccese la pipa.

--Mamma, mamma, disse la fanciulla, datemi la padella, tocca a me.

--Mi parrebbe tempo, brontolò la vecchia; è un'ora che mi arrostisco a
friggere. Ma tu dove eri andata?

--Io? rispose la figlia arrossendo, non mi sono partita dalla stanza.

--Umh!--

E voltasi verso il marito:--Dormiglione! su, su; è l'ora di andare a
cena; aiutami ad apparecchiare.

--Eccomi, disse il vecchio, e si alzò. I giuocatori gli fecero posto.
Bruto con riso sardonico, disse enfaticamente:

--Oh verginali costumi di plebe che un giorno dee dominare!--

Intanto suonò mezza notte, e si udirono tre colpi all'uscio.

--Chi sarà mai? dissero i giuocatori.

--Gente che aspetto io, replicò Bruto.--

E si avviò di sopra ad aprire. Quando discese, un nuovo commensale era
con lui: _Il caprone_.




CAPITOLO II.

Rosina.


Il caprone entrò con Bruto. La sua venuta produsse un effetto magico
su i nostri personaggi. L'oste si drizzò come un soldato in parata, si
levò il berretto di testa e non ardiva parlare. L'ostessa si chinò per
baciargli la mano; dico mano e non zampa, poichè fino dall'entrare
nell'osteria il caprone aveva lasciato cadere a terra la veste lanuta,
la testa e le corna fittizie, ed era apparso un bellissimo giovane, di
maestoso portamento, di occhi cerulei, di capelli biondi.

Concetta aveva raccolto le spoglie dell'animale cornuto e le aveva
poste su di una tavola in altra stanza perchè umide dal bagno fatto
nel mare e nel fosso.

I quattro giuocatori si erano fatti attorno al nuovo commensale e,
perduta ogni idea di rozzezza, esternarono segni di alto rispetto.

Catone lo aveva preso per la mano, ed anche il marinaro si era alzato
dalla panca e, dismettendo il fumare, erasi posta la pipa in tasca. In
un attimo tutti si affacendarono per porre in pochi minuti in sesto la
mensa. Il Caprone (ci sia permesso chiamarlo così fino a che non verrà
tempo di dargli altro nome) aveva una di quelle fisionomie dolci che
incantano ovunque. Le sue maniere erano così affabili che attraevano
la maggior simpatia, e soprattutto la sua voce aveva alcun chè di
straordinario e d'insinuante, difficile ad esprimersi. Sì, egli era
uno di quegli esseri nati proprio per comandare senza che paresse
dolore il servirli; ma tante prerogative torneranno poi a vantaggio
dell'umanità?... Chi lo sa? ed il mio racconto lo mostrerà in
appresso. Quantunque in cuore ei credesse di giovare agli uomini, non
sempre giova per far bene la volontà... Ma troppo non vo' dirvi, tanto
più che il racconto è appena cominciato.

I nostri lettori per altro sospendano la loro curiosità intorno al
signor Caprone e suoi amici e commensali; poichè dobbiamo condurli in
altro luogo ben diverso dalla temibile osteria dei Tre Mori: ove
lasceremo che Concetta, assisa al fianco del marinaro, faccia
comodamente all'amore, Bruto studii le grandi teorie del Caprone, e
gli altri servano ad ambedue pei loro misteriosi fini.

Luogo grazioso è quello ove ora vogliamo introdurre il lettore; è una
palazzetta di due piani situata circa la metà della via Ferdinanda. Il
primo e secondo piano sono abitati dalla signora Maria Guglielmi
vedova con due figli: Alfredo, giovane militare al servizio di
Sardegna, da qualche giorno rimpatriato, per ottenuto provvisorio
congedo; la figlia, una giovinetta di sedici anni. Il suo portamento
svelto e nobile la farebbe giudicare una di quelle vergini dipinte da
Rafaello: tutto in lei era grazia e candore; nata per amare, fuoco
d'innocente amore le brillava dai begli occhi cilestri, parole di
amore spiravano i suoi labbri, e melanconico amore le stava sul viso
pallidissimo, che rendevano più alabastrino i biondissimi capelli i
quali le cadevano a ciocche sul collo tornito. Essa era pettinata alla
vergine, avea cioè la divisione dei capelli perfettamente a mezzo del
capo, senza ricci sulla fronte, ritondati all'indietro, ricinti da un
nastro di seta celeste; le pendeva dal collo un monile di semplice
avorio lavorato alla China e d'inestimabile prezzo, e della stessa
materia avea gli orecchini, i quali contrastavano col niveo colore del
bel volto. L'abito della fanciulla, tutto di raso celeste a fiori
bianchi della più leggiadra forma del tempo, quasi sto per dire
secondava le leggiadre forme della giovinetta. Aveva essa appunto
terminato la sua toeletta, e già le cameriere stavano per licenziarsi,
quando macchinalmente posò lo sguardo su d'un bellissimo oriuolo a
pendolo che stava sul caminetto della camera.

--Ah! disse, sono le sette e mezza, manca un'ora all'apertura della
festa; mi avete abbigliata troppo presto: mi noiano tanto queste
feste, queste ricercatezze!

--Io credo che V. S. sia la sola fanciulla che a sedici anni parla in
questa guisa. La festa che avrà luogo giù nell'appartamento del primo
piano sarà una delle più splendide di Livorno, soggiunse la cameriera
più avanzata in età, mentre che l'altra, rispettosamente inchinandosi,
si era allontanata.

--Mary, per essere inglese, tu non sei punto inclinata alla
misantropia; ti piacciono tanto le feste!

--Mi piacciono sicuramente, e come non avrebbero a piacermi? Mance di
qua, mance di là.... Oh! la vita di noi cameriere ha bisogno di
respirare in un'atmosfera di mance: e per questo viva la vostra
patria! che cuore! Oh i Livornesi! per cuore e per generosità sono gli
unici del mondo.

--Ti ringrazio per i miei concittadini, replicò la signora e si adagiò
sul sofà di velluto che era da uno dei lati della camera. Orsù, Mary,
resta a farmi compagnia mentre attenderò l'ora della festa; mi
dispiace dovere scendere così per tempo. La mamma vuol così, bisogna
obbedirla. Io non ho padre.--E qui un grosso sospiro partì dal cuore
della bella.

--Il signor generale morì molto giovane, disse Mary.

--Ah! io era peranco bambina. Egli fu dei più intrepidi della guerra
di Russia; fu fatto generale sul campo.

--E fece la carriera di soldato?

--Sì, mia cara, di semplice soldato; il suo valore passerà nei volumi
della storia. Ah! perchè non posso io stringerlo al seno questo caro
padre? Perchè non posso dirgli: deh! guida la tua figlia nel
periglioso cammino della vita.

--Bando, bando alle idee malinconiche, signorina; si direbbe che foste
impastata di lacrime e di sospiri.

--La memoria del padre.... oh! credimi, Mary, è il più dolce de' miei
pensieri; eccolo là (e additava un ritratto di un guerriero), eccolo
là; qual nobile fisionomia! qual coraggio spira dai fulminanti occhi!
O padre mio, io vado superba di esserti figlia.

--Ma, signora Rosina, si affrettò a dire la cameriera, perchè tanto
darsi in preda alla sensibilità? lo vedete? una grossa lacrima vi è
caduta sul fisciù; voi scomponete il vostro assetto. Orsù date retta
alla vecchia Mary, passate nel vostro gabinetto, ponetevi al piano
forte, fatemi udire quella vostra vocina a cui vo' tanto bene. Ciò vi
salverà dalla malinconia.

--Voglio compiacerti, Mary; sei troppo buona, mi ami qual madre.

--Certamente: vi ho quasi veduta nascere, vi ho tenuta sulle ginocchia
intere giornate quando.... Ah! io pure cadeva a parlare della guerra
moscovita.

--Cosa vuoi ch'io canti? soggiunse Rosina con un sorriso di
compiacenza infantile.

--Oh! su questo poi... fate voi, padroncina: tutto mi piace da quel
bel bocchino di corallo.

--Ho capito; canterò a capriccio, disse risoluta la fanciulla,
improvviserò: andiamo nel mio gabinetto al piano-forte.

E, spiccato un salto, penetrò nella stanza favorita e, assisasi
innanzi all'istrumento, preludiò una musica fantastica, tutta di sua
idea, oltremodo appassionata, a cui unì con voce angelica le appresso
parole.

    O amor, possente spiro,
      Dolce alimento al cor,
      Recasti dell'empiro
      Sovra la terra i fior.

    Per te del padre mio
      Sacro è il ricordo ognor;
      Ben può sfidar l'oblío
      Di figlia il casto amor.

    Nel virginal mio petto
      Non vo' diverso amor:
      Mi basta il puro affetto,
      Quello del genitor.

    Ma se d'un altro fuoco
      Arder potesse il cor,
      Può sol trovarvi loco
      Di patria il santo amor.

Rosina cantava queste strofe, le quali con tutto il fuoco dell'animo
virginale accompagnava con soave melodia sugli armoniosi tasti,
quando, posato l'occhio sopra un mobile di mogano sul quale vedevasi
un magnifico specchio, vi scôrse un oggetto che attrasse tutta la di
lei attenzione deviandola dall'argomento del canto.

--Mary, disse con accento alquanto iroso, Mary, non custodite voi
questo segreto mio appartamento?

--Sì, amabile padroncina, rispose l'ancella alquanto arrossendo nel
vedere che Rosina guardava sempre sul mobile ed aveva ritirate le mani
dalla tastiera del piano-forte: se ho errato in qualche cosa, vi
scongiuro a dirmelo.

--Errato, può darsi, riprese Rosina con accento un poco più dolce; o,
almeno, azzardato di troppo.

--Ed in che mai?

--In che? non vedi tu quella camelia rossa che spicca sul marmo dello
stipo?

--La vedo: vi sta ella forse male?

--Non dico ciò, riprese Rosina, ma nessuno dee azzardarsi di adornare
il mio segreto gabinetto senza mio permesso. Lo sai, su ciò sono
severa severissima; con te non vorrei esserlo, o Mary, ma lo sarò, oh!
lo sarò certo (nel tono della voce della fanciulla si scorgeva un
misto di sdegno e di amorevolezza). Orsù chi ti ha dato quel fiore?

--Signora, replicò l'ancella, nessuno.

--Come nessuno? È forse caduto dal cielo, oppure il marmo fa
germogliare le camelie? Mary, Mary, aggiunse quindi un poco più
dolcemente, da qui in avanti chiuderò il mio gabinetto a chiave. Fiori
non ce ne voglio, ed in specie fiori rossi.

--Ah! ah! prese a dire Mary cercando di ricomporsi, vengo allo
scoprimento del mistero: parmi stamane aver veduto quel fiore in petto
della mia compagna Teresina; essa è venuta su per assettare i mobili
mentre voi, signorina, eravate scesa per la colazione: ve lo avrà
posato, o forse anche il signore Alfredo....

--E che? mio fratello viene egli nelle mie stanze? Te l'ho pur detto,
il mio gabinetto dev'essere eguale a quelli delle donne turche; non ci
voglio profani. Quel fiore, ah! quel fiore.... invano tu speri
guarirmi della mia tristezza; se tu sapessi....

--O mia padroncina, perdonatemi, esclamò ad un tratto Mary, tante
bugie non le posso dire; e poi dirle a voi mi parrebbe doppio peccato
mortale.

--Dunque?

--Dunque quel fiore mi è stato dato.

--Dato? e da chi? riprese Rosina sentendosi un fuoco inusitato alle
guance.

--Dato..... cioè fatto avere misteriosamente, ma non mi sgridate; voi
sapete quanto io vi ami.

--Prosegui....

--Ebbene, questa mattina è venuto all'uscio un povero a me ignoto.
Costui, dopo le solite nenie, «Dio la rimeriti, Dio la rimeriti», mi
si è accostato, ed avendo levato una scatoletta di sotto il giubbone,
me l'ha mostrata dicendo: _È per la signorina_, e quindi me l'ha
gettata ai piedi.

--Ah Mary!...

--Io non volea prenderla: ma colui facendo un ceffo terribile mi ha
troncata la volontà di rifiutarmi. «Mary, mi ha detto con una
vociaccia, se vi è cara la vita, date ciò che contiene la scatola alla
signorina, datela, non temete; si tratta del volere di chi comanda a
me e a voi.» A me? ho risposto, oh!... Ma l'incognito si allontanò
fuggendo; allora io per curiosità ho aperta la scatola e, vedendo che
conteneva un fiore, mi sono, confesso il vero, tranquillizzata. Ah!
ah! ho detto fra me, sarà qualche zerbinotto pretendente a fare il
grazioso con la signorina, e non ho avuta più paura delle minacce del
messaggero; ma siccome ho pensato certo non essere ben fatto
disgustare il poveruomo (tanto più che chi ha una bella padroncina dee
trovarsi spesso a simili faccende), ho fatto la cosa a metà, togliendo
cioè il fiore dall'elegante scatola, che ho ritenuta per me, e
mettendolo su quel mobile.

--Incauta!

--Perdonatemi, ma giacchè nell'inverno tali fiori sono rarissimi, non
sarebbe bene approfittarsene? Se non lo sdegnate, vel porrò io con uno
spillo sul camicino.

--Mary....--

Ma la cameriera, senza frapporre indugio, corse a prendere il fiore e
presentollo alla signorina, la quale facendo atto come di ricusarlo,
percosso con la mano il calice di quello, ne uscì e cadde in terra una
piccola carta ripiegata.

--È destino! è destino! esclamò la fanciulla, anche un anno fa....
anche un anno fa!!!--

E dalla ritrosìa passando a senso diverso, prese il fiore dalla
cameriera, adornossene il seno, mentre, leggermente curvandosi,
raccolto il caduto involto, vi lesse vergato da mano a lei ignota:

    Nel virginal tuo petto
      Serba il filiale amor,
      Ma non spregiar l'affetto
      Di lui che per te muor.

    La patria adoro anch'io,
      La coprirò di allôr:
      Chi sa che all'amor mio
      Non pieghisi il tuo cor?

--Ahimè! riprese Rosina, ecco il metro della mia favorita romanza.
Destino! destino! tu mi perseguiti.

--Incominciano a circolare le carrozze, si popola già la casa, volete
discendere, padroncina? o desiderate che io mi ritiri? disse Mary.

Ma Rosina, collo sguardo fisso sui versi testè ricevuti, non dava
segno di udirla; ella era immersa in una folla di riflessioni e di
reminiscenze. Onde Mary mormorò fra sè: Eh! feci pur bene a non
rimandare il povero. Caspita! dieci zecchini di mancia! L'innamorato
dev'essere un gran signore.

--Mary, Mary, proruppe Rosina uscendo da un'estasi, io l'ho veduta;
era l'ombra del padre mio, sì, l'ombra del padre mio.... e questo
fiore? qual coincidenza! Ah! esso deciderà della mia vita.--

Ed appoggiatasi al braccio dell'ancella, discese nell'appartamento
delle danze.

Mary era cameriera intelligente; in materia di cognizioni sulla
toeletta, sulla moda, sui teatri, sulle feste da ballo,
sugl'innamorati che davano generose mance, non aveva l'eguale. È
peraltro vero che ella amava di cuore la padroncina; ma bisognerebbe
che le mamme a cui interessano le figlie, ed in specie le mamme
signore, fossero un poco più caute nel mettere intorno alle figlie una
cameriera. La cameriera è per le donzelle di alto ceto quel che
sarebbe per il sultano un favorito. Spesse volte avviene che questi
nei dispotici regni orientali comandi più del padrone e regni in
effetto sui popoli soggetti. Quanti errori dei sultani del Mogol non
furono loro ma dei loro favoriti! Quanti e quanti malanni non hanno
elleno commessi agiate donzelle di cui tutta la colpa sta nelle loro
cameriere! Ma ahimè! i favoriti e le cameriere sono esseri
indispensabili. Ed in fatti un poveruomo che vuol chiedere una grazia,
come è possibile che la ottenga senza cattivarsi la benevolenza del
favorito? Un giovanotto che vuol far intendere i caldi sentimenti di
eterno affetto alla nobile ed agiata sua Dulcinea come sperare di
giungervi senza il benefico influsso della donzella di camera? Vivano
dunque i signori favoriti e le signore cameriere, ed in ispecie le
belle, le quali sono il perno su cui ruota la macchina amorosa della
scelta società. Io consacro ai loro meriti questa mezza pagina senza
pretendere nè ringraziamenti nè regali.

La signora Maria Guglielmi, madre di Rosina, aveva una fiducia
grandissima nella cameriera Mary. Madama Guglielmi era di una cospicua
famiglia francese del tempo di Luigi XVI. Restituita da Napoleone al
suo primo splendore, se non alle prime fortune, ne erano rimasti due
rampolli nel fratello di madama ed in essa, la quale, invaghitasi
dell'amabile e prode colonnello Guglielmi non ancor generale, avevalo
sposato con poca sodisfazione del giovane conte Brienne, il quale,
tuttora tenace dell'antica aristocrazia, sentiva qualche ribrezzo a
vedere il sangue degli antichi feudatari mischiarsi a quello di un
soldato, foss'egli pure il primo guerriero del mondo. Ma siccome il
bellicoso imperatore prediligeva il merito militare, il signor contino
dette l'assenso e ne raddolcì l'amarezza al rilevare che il generoso
monarca aveva egli stesso elargito nella dote della contessina, senza
che i feudi assai debilitati dal lusso del fu vecchio conte ne
risentissero detrimento. Caduto il dominio napoleonico, cadde il
benessere di coloro che avevano brillato durante quel regime, ed a
fatica la Guglielmi potè, mercè l'influenza del fratello, ottenere dal
nuovo governo la pensione come vedova del fu generale. L'ebbe per
altro, e col prodotto di quella e di alcuni considerevoli beni di sua
dote riuscì, se non ricca, almeno assai agiata. Il caldo amore di
patria le avrebbe fatto preferire la dimora di Francia, ma d'altronde
come sodisfare alla brama di primeggiare? L'adito della corte era
chiuso ermeticamente ai partigiani napoleonici. Che fare dunque?
Piuttosto che vivere negletta in Francia, pensò esser meglio viver
considerata in Toscana, ed a Livorno patria di suo marito, che non
avea lasciato parenti, fissò il proprio domicilio. Le sue grazie,
poichè tuttor giovane e bella, il suo lusso, le crescenti attrattive
della figlia, i divertimenti che dava aveano attirato in sua casa la
miglior società livornese, ed in specie la frequentavano coloro che
puzzavano un po' di liberali. I personaggi stranieri non mancavano
d'intervenirvi nel loro passaggio per la città marittima, ed i suoi
connazionali vi si trattenevano piacevolmente, senza punto curarsi
delle antiche o moderne idee politiche della signora. La casa era
tenuta splendidamente e potea dirsi l'unica montata su quel treno in
quella città, non essendo allora colà nessuna di quelle numerose
famiglie che adesso danno principeschi trattamenti e festini. L'ottimo
abate Grand, uno dei più scelti ingegni del clero francese, vi aveva
introdotto gli ecclesiastici più distinti della città, e presso madama
Guglielmi si vedevano alla conversazione negozianti, uffiziali,
scienziati, giudici, avvocati, medici e notai. Nulla mancava in quel
delizioso recinto. La Guglielmi avea affidata l'educazione letteraria
di Rosina al brillante Grand, la donnesca a certa madama Germil.

Nella sera del 16 febbraio cadeva un anniversario di famiglia, e
questo era celebrato con molta solennità: nel giorno vi era stato
pranzo, a cui avean preso parte le più scelte persone della città e i
più distinti stranieri. Nella sera doveva aver luogo l'accennata festa
di ballo, nella quale, perchè maggiore fosse il brio, era stato
permesso l'accesso delle maschere. Fin dal mattino erano stati
accaparrati quei mezzi di trasporto detti _timonelle_, specie di
vetture modestissime e che davansi a nolo, composte di una
cattivissima cassa di legno con peggiori molle, tirate da un solo
cavallo; poichè all'epoca in cui comincia il nostro racconto non si
vedevano formicolare nella città di Livorno quelle superbe ed eleganti
carrozze di svariatissima forma, con cocchiere e servitore in livrea,
le quali in oggi talmente sono frequenti per le pubbliche vie da
essere stato necessario il fabbricare i marciapiedi alle strade onde
tutelare la sicurezza dei cittadini. In allora Livorno, che aveva
molta ricchezza senza punto nobiltà, era proprio meschina città di
provincia con tutti i costumi provinciali, in cui mercanti
ricchissimi, nella loro opulenza, non si vergognavano di andare a
piedi portandosi nella domenica dal pizzicagnolo a provvedere per il
modesto _dessert_ del pranzo le sottili fette di presciutto, di
mortadella, di lingua salata, le quali riponevano involte in carta
sottile in quelle medesime tasche nelle quali stavano di frequente
splendide doppie di Spagna e lucidissimi rusponi gigliati: mercanti
che nei dì destinati agli affari sedevano ai loro banchi a guisa dei
moderni commessi, non sognando i fallimenti e gemendo nel vedere la
tendenza del movimento progressista che avrebbe, come pur troppo è
avvenuto, fatte passare le ricchezze in mano dei forastieri e degli
ebrei, e terminato col creare una città nuova e di lusso sulle
reliquie della vecchia, e fatto sostituire agli opachi lampioni da
olio i moltiplici beccucci del gaz, pullulare i teatri, i luoghi di
ameno passeggio, i casini, i ridotti, ecc., piangendo quei buoni tempi
di vera dovizia e commerciale onestà che andavano a senso loro a
spirare esclamando: «Oh poveri Livornesi! vanità! tutto vanità! Debiti
sopra debiti; lusso sopra lusso; negozianti diventati garzoni di
bottega, boria molta e quattrini niente!»

Come io diceva di sopra, in occasione della splendida festa di madama
Guglielmi, le timonelle erano state fissate fin dal mattino: ed
avvegnachè il loro numero fosse ristretto, ogni vetturino si era
assunto l'onore di trasportare al festino più d'una famiglia.

Le modiste da oltre una settimana lavoravano a furia, i sarti si
affaticavano volentieri inquantochè a quell'epoca erano sicuri di
esser pagati dagli avventori non con parole, come sento dire che
avvenga oggi, ma con buoni francesconi.

I caffè ed in specie quello _Del Greco_ preparavano i sorbetti, le
limonate, i _punch_, l'acque d'anici, di finocchio e di cedro. Il
famoso _Bocca di gloria_ nella sua botteguccia posta ai quattro canti
allestiva i cialdoni. Le fanciulle si abbigliavano, le mamme
strepitavano nel mettersi le scarpe piuttosto strette ai piedi
sessagenari e gonfi per i geloni. I giovinotti si risciacquavano la
bocca per togliere l'odore del sigaro, si profumavano i capelli e si
radevano la barba laddove oggi son cresciuti gli eleganti baffi. Chi
non avea servitore, nè poteva averlo, non si restava da farla da
cameriere a sè stesso, preparandosi per la danza, tranquillamente
lustrandosi gli scarpini, spazzolandosi i calzoni e la giubba con
quella stessa mano che, calzato il guanto color canario di pelle
venuto da Napoli, avrebbe poche ore dopo guidato qualche scelta
damigella alla contradanza francese.

E qui sappiate, lettori carissimi, che ho detto _scelta_, e non
_nobile_ damigella, inquantochè, siccome vi avvertiva, a quell'epoca
non vi era nobiltà livornese, non essendosi voluto per anco cambiare i
sacchetti di zecchini d'oro coi segni blasonici.

Il più alto ceto era quello dei ricchi e dei mercanti, i quali nella
loro semplicità stavano almeno tranquilli che il sonno che avrebbero
preso nel giorno dopo d'una festa da ballo non sarebbe stato
interrotto dall'arrivo nelle loro case di quell'uomo poco simpatico
chiamato il _Cursore_, latore di quei fogliettini altrettanto
antipatici chiamati volgarmente _Precetti_, coserelle non fuori d'uso
oggidì.

Ma intanto l'ora del festino è sonata, i suonatori si trovano al loro
posto. Le carrozze ruotano per la via Ferdinanda. Si sentono lo
scoppiettío delle fruste e le bestemmie dei vetturini impazienti ed il
fruscío delle scarpe di coloro che, non avendo vettura, si recano alla
danza a piedi. Gl'istrumenti dell'orchestra si accordano, e la bella
Rosina insieme colla madre trovasi a far gli onori del convito,
ricevendo le invitate e gl'invitati.




CAPITOLO III.

Festa da ballo in maschera.


Gli appartamenti della signora Guglielmi sfolgoravano per cento accesi
doppieri. Le sale erano magnificamente addobbate; tappeti di soprafino
lavoro inglese screziati a mille colori cuoprivano morbidissimi il
pavimento; le suppellettili di squisito gusto dimostravano tutto il
lusso e la galanteria di una dama francese. Numerosi tavolini da
giuoco erano apparecchiati per i militari invalidi, per coloro che
amavano più la fortuna che il ballo; in una parola, vi era laggiù
tutto il comodo di rovinarsi nella salute e nella borsa. Così vanno le
cose quaggiù e così sono andate di secolo in secolo e così andranno
fino alla fine del mondo.

Le danze erano cominciate da qualche tempo, e noi, sorpassando alcuni
salotti di danzanti, ci arresteremo un momento in una stanza parata di
damasco celeste, dove, vicino ad un caminetto sul quale ardono legna
odorose, sta un tavolino attorno a cui giuocano la signora Guglielmi,
un uffiziale, un finanziere ed una mascherina elegante in dominò
bianco sul cui cappuccio vedesi accuratamente cucita una camelia rossa
uguale a quella che mirammo nel gabinetto privato di Rosina. Si giuoca
di grosso, poichè è carnevale; lasciamoli fare.

--Ventuno a quadri, disse con garbatezza madama Guglielmi guardando
senza tirarli a sè i sedici zecchini della partita; sarebbe forse la
mia posta?

--Con perdono, madama, esclamò il finanziere; mi duole veramente, ma
avendo or or succhiellato l'ultima carta, metto in tavola trentuno a
picche.

--Mi rallegro con voi, replicò madama Guglielmi deponendo le sue carte
sul tavolo; ho troppa fretta e spesso mi trovo delusa nelle mie
speranze: ma adagio, signor finanziere, vi esorto a non cantar
vittoria; imperocchè vedo quella mascherina la quale sotto la visiera
forse forse riderà di noi, e sta per succhiellare la quarta carta.
Aspettiamo la di lei decisione.

--È giusto, disse il signor uffiziale; io non ho punti da mostrare.--

E tutti e tre stavano a guardare il quarto giuocatore, che con tutto
il sangue freddo possibile succhiellava la sua ultima carta. Estratta
che l'ebbe, senza dir parola schierò sul tappeto le sue carte,
mostrando col dito che davano per punto quarantanove a fiori.

--Ah! disse l'uffiziale, il 21 è stato eclissato dal 31, e questo dal
49.--

La mascherina non potè trattenere uno scroscio di risa mentre ritirò
il denaro.

Il signor uffiziale prese ciò in mala parte e, dopo alcune partite,
essendosi sciolto il giuoco, mentre stavasi per passare alla sala da
ballo, fattosi presso a colei dal dominò bianco, gli susurrò
all'orecchio:

--Mascherina, ho bisogno di dirvi una parola in quattr'occhi.

--Dove e quando volete, riprese il dominò bianco senza esitazione.

--Subito e nella sala del _buffet_, se vi piace.

--Volentierissimo.--

Ed entrambi si avviarono al luogo indicato. Giunti peraltro che furono
in fondo ad un corridoio solitario, ove appena arrivavano i suoni
dell'orchestra, la maschera riprese la parola e, soffermatasi,

--Signor Alfredo, disse, ciò che volete dirmi, potete dirmelo qui.--

Nella voce della mascherina vi era un certo non so che di alterato e
di sardonico che non sfuggì al giovine, il quale sollecitamente:

--Alfredo diceste; mi conoscete voi?

--Temete forse di esser conosciuto? rispose la maschera ridendo.

--Io temere? Deggio forse arrossir del mio nome?

--Non credo, ma di qualche fatterello potrebbe pur darsi.

--È questo il secondo insulto che ricevo da voi; il primo per aver
riso alle mie parole nel giuoco, l'altro investe la mia condotta e....

--Ci s'intende, avete diritto ad una sodisfazione; or bene, ed io son
pronto a darvela: mi spetta la scelta delle armi.

--Sono indifferente.

--Prima per altro conviene che mi domandiate conto dell'esser mio; non
potrei essere un plebeo indegno di misurarsi con un nobile paladino?

--Il vostro linguaggio, sebbene ironico, nol dimostra; ma in questo
caso potrei far adoprare il bastone da' miei servitori.

--Semprechè io, con vostra buona grazia, avessi la volontà di farmi
accarezzare le spalle da gente che puzza di cucina.

--Termine agli scherzi. Ditemi qual è l'arma che sceglierete e prima
di tutto l'esser vostro.

--Adagio, adagio, signor mio: quanto all'arma, io sono nemico del
sangue; compatitemi, non sono ufficiale: quanto all'arma, siccome è
una cosa tutta mia, scelgo i dadi.

--Come i dadi?

--I dadi ed un bicchier di veleno; la cosa è comodissima. Voi vedete,
signor uffiziale, che non vi è bisogno di padrini, non si fa chiasso:
questa sera stessa, in mezzo ad una festa, ritirati in un salotto
appartato, noi ci mettiamo tranquillamente a sedere su di un sofà; si
ordina un _punch_ e da me o da voi vi si versa una dose di veleno;
nessuno se ne avvede, oh! al certo nessuno bada ai segreti che possono
avere un uffiziale e una mascherina. Da uno dei tavolini prendiamo i
dadi, ne gittiamo la sorte, chi perde ingola il _punch_, si asside sul
sofà ed attende tranquillo, come fece Socrate, di passare all'altro
mondo. Chi vince si allontana cantarellando un'arietta di Rossini e si
reca alla sala delle danze.--

Il militare guardava stupefatto la mascherina; e con voce di
meraviglia:

--Voi scherzate.

--Non scherzo mai, replicò questa ed alla voce soave che aveva usata
fino a quel momento fe' succedere un accento grave e severo. Non
scherzo, no, mai non ho scherzato al mondo, e molto meno lo farei con
voi; ma se mai credeste in me viltà, mirate (e in così dire trasse dal
dominò due pistole). Voi vedete, aggiunse riprendendo la solita vocina
flebile, che io potrei fare uso delle armi da fuoco, potrei,
rimettendo l'affar del duello a domani, eludere la vostra vigilanza, i
vostri desiderii; ma no, le cose vanno fatte subito, o non mai.--

Alfredo non sapeva che dire, tanto il linguaggio della maschera lo
sorprendeva altamente.

--Giovane capitano, la maschera continuò, ora che conoscete con
qual'arme io intenda di battermi, sul che non mi potete contradire, è
giusto che io vi dica il mio nome.--

Qualunque idea di straordinaria visione cessò in Alfredo alla
curiosità di conoscere finalmente il suo bizzarro antagonista.

--Ebbene? proseguì.

--Ebbene, disse la maschera, sono pronto a sodisfarvi; ma prima
permettetemi ancora due parole. Giovine ardente, continuò, ed è così
che tu vai violando i giuramenti più sacri? Quella vita che tu hai
consecrato al più santo scopo tu la cimenti per una risata da
tutt'altro prodotta che dalla volontà di offenderti? cimenti la tua
vita per voler sodisfazione da un incognito il quale ti parla di
alcune tue debolezze forse chimeriche? È così che....

--Mascherina, interruppe il giovane impaziente e tutto caldo di
sdegno, tu perdi un tempo prezioso.

--No, signor maestro, questo tempo non è prezioso perchè è tempo di
danza; e tanto val consumarlo facendo sgambetti, quanto ciarlando,
siccome facciamo noi; altra volta l'ho perduto con te un tempo
prezioso.

--Con me?

--Sì, con te. Dimmi: se il veleno tocca a te?... Perchè, vedi, non ho
bisogno di ricorrere allo speziale; questa è una boccetta (e trasse un
astuccetto dalle vesti), questa è una boccetta che ne contiene tal
dose da avvelenare non solo te ma quanti sono alla danza.--

Alfredo retrocedè come atterrito; fino a quel momento egli aveva
creduto che il suo antagonista fosse uno di quei belli spiriti che
s'introducono nelle danze e nelle società per motteggiare, e sperava
che avrebbe terminato per chiedergli scusa e nulla più; ma il contegno
della maschera diveniva sempre più freddamente minaccioso.

--Gran Dio! esclamò il giovine, chi siete voi che tranquillamente
intervenite ad un festino, danzate e vi assidete al tavolino da giuoco
con armi da fuoco ed il veleno in tasca?

--Io? lo saprai, proruppe in tono di confidenza e di sdegno il dominò
bianco; lo saprai quando avrai risposto ad una sola interrogazione che
sono per farti. Alfredo, la mezzanotte di domani radunerà tutti gli
amici nelle catacombe di San Iacopo.... Tu sai di quali argomenti sarà
trattato, e quanto interessi nei supremi momenti che ogni generoso
amante della patria si trovi al notturno convegno.

--Che ascolto! E come sai tu tal segreto?

--Per me non vi hanno segreti ove il bene della patria lo richieda. Tu
vedi in me un nemico generoso il quale non avrebbe duopo del duello
per perderti, denunziando i tuoi obblighi, i tuoi progetti, le tue
trame, i tuoi abboccamenti; ma no, la sfida è corsa, uno solo di noi
andrà alla misteriosa adunanza.

--Ah! no, o maschera, o nume, o demonio, cessa deh! cessa, disse
Alfredo; io rinunzio alla sfida, ad ogni progetto di vendetta, di
particolare sodisfazione; sacro è il dovere di figlio della patria.
Ben tu dicevi, la mia vita è venduta. Essa la comprò, ceda il mio
orgoglio di fronte a tanto dovere: ti prego a scusarmi, o mascherina.

--Scusarti? Ci sarebbe forse un poco di viltà?--

A tali parole Alfredo sentì montarsi il sangue al viso per eccesso di
collera e,

--Viltà? replicò, mal ti apponi; lo saprai, o ardito incognito, quando
la sorte della patria sarà decisa. Io ho un conto di morte da saldar
teco: se hai onore, palésati onde io possa sodisfarlo.--

La mascherina, cacciandosi addietro il cappuccio del dominò, lasciò
cadersi sulle spalle la più bella treccia bionda.

L'uffiziale trasalì; ma più crebbe la sua maraviglia quando il
personaggio incognito, toltasi la visiera, lasciò contemplare uno dei
più angelici volti dell'universo.

--Esmeralda! gridò Alfredo, mia Esmeralda!

--Taci, taci, amabile pazzarello, riprese la maschera rannodandosi la
treccia e riponendosi in fretta la visiera; vien gente, non voglio
esser conosciuta. Conducimi alla sala del ballo.--

E gli porse la mano.

Alfredo, coprendola di mille baci, si accompagnò coll'adorato
avversario avviandosi alla sala delle danze.

In cima al corridoio incontrarono una folla di maschere tutte in
dominò bianco sul quale era trapunta una camelia rossa; costoro si
misero in cerchio intorno alla coppia canterellando un'aria plateale
in guisa da impedirle di dirigersi verso il ballo, e dopo due o tre
giri si misero a gridare:

--Sei de' nostri? sei dei nostri? su su, un balletto.--

Ed a vicenda afferrata Esmeralda, la fecero danzare.

Alfredo, impaziente, attendeva che lasciassero libera la giovinetta, e
fissamente teneva dietro ad ogni suo movimento, temendo di confonderla
colle mascherine sopraggiunte, ma erano esse tanto simili fra loro che
nell'intreccio non gli fu più possibile di ravvisare quale di esse
fosse la sua Esmeralda. Questa però, che avrebbe potuto staccarsi
dalle compagne e ritornare al braccio dell'amante, bizzarra e
capricciosa, volle aumentarne il malumore e, spiccando un salto in
mezzo al gruppo coi dominò compagni, precipitò nella sala da ballo,
ove a forza di strepiti carnevaleschi produssero uno di quei piacevoli
disordini che sogliono animare il brio in tali circostanze.

Ma, durante la festa che già incominciava a declinare, noi abbiamo
perduto da qualche tempo Rosina; non ci dispiaccia perciò di farci
innanzi tra la folla a ritrovarla. Prima per altro non sarà male
passare in rivista alcune signore e signori che incontreremo nelle
sale che andiamo a percorrere prima d'imbatterci nella vezzosa
fanciulla.

Nella sala del _thè_ una fila di sedie coperte di damasco a spalliera
dorata accoglie una dozzina di vecchie mamme e zie, le quali stanno a
mirare i danzatori e le ballerine, cianciando fra loro di cuffie e di
mode, di pettegolezzi amorosi e di piccoli scandali; ma coteste
quinquagenarie declamatrici contro un lusso che non potevano più fare,
contro l'amore cui avevano dovuto dire addio, contro la bellezza per
esse passata, lasceremo in cura ai servitori in livrea che, di quando
in quando passando innanzi al venerabil consesso coi vassoi pieni di
biscottini e confetti, sapranno empire quelle bocche d'inferno, le
quali almeno per qualche tempo cesseranno di qualificare le amabili
zitelle per pettegole e scimunite, ed i bei giovani per sguaiati e
monelli.

Nella sala da bigliardo e della bambara noi osserveremo quei visi di
signori nei quali, invece dell'allegria, vediamo dipinti il burbero ed
il cagnesco. Costoro, ognun se l'imagina, sono giuocatori sfortunati,
mariti gelosi, amanti non corrisposti.

Prima peraltro di passare oltre fa duopo arrestarci una diecina di
minuti in un salotto di transito e precisamente presso una portiera
che copre colle cortine il vano di una finestra entro il quale due
persone stanno chiacchierando; sicchè potrem sentire quanto appresso.

--Oh quanto è amabile quella fanciulla! si dice anche sia molta ricca.

--Ne so più di te; si chiama Rosina.

--Ma che? sarebbe ella forse della nostra congiura?

--Sì certo: Oh! non lo sai, disse Topo, cosa ci ha detto il nostro
capitano ieri notte all'osteria dei Tre Mori?

--Come posso saperlo? all'osteria non ci venni, lo sai bene; ero di
guardia in fortezza vecchia, smontai alle undici di fazione per dormir
sul pancaccio.

--E per conseguenza disponesti alla paura il militare che doveva
succederti in sentinella, onde esplodesse sul caprone maraviglioso.

--Certo che sì; e conoscendo quanto fosse babbeo il mio camerata, gli
feci una paura tale che, veduto il supposto mostro, rimase come di
pietra, e adesso è allo spedale di Sant'Antonio.

--Ottimo luogo per gli scimuniti suoi pari.

--Eppure Marco non è un giovine da disprezzarsi; io spero che un
giorno sarà della nostra.

--Belzebù ti liberi dal farne nemmeno la proposta; caro amico, i
contadini per le faccende della nostra congrega vanno tenuti alla
larga, ci vuol il coraggio che abbiamo noi.

--Ma.... non mi dicevi che la signorina è dei nostri? più debole di
una fanciulla nobile, educata, di sedici anni non saprei.

--Tu nei sai poco; costei è nostra, nostra affatto.... figúrati è la
sposa del nostro capo.

--Del Caprone?

--Del Caprone appunto; come la sorella del Caprone, la cara Esmeralda,
sarà, cioè lo è di già, la innamorata del capitano Alfredo fratello di
Rosina.

--Topo mio, tu mi fai stupire!

--Sei un balordo; ed io voglio istruirti. Nella nostra setta hanno da
entrare tutti coloro che o direttamente o indirettamente possono
giovare allo scopo. Quindi il nostro degno capo, il quale si rende
visibile ed invisibile, che con maravigliosa celerità si trasferisce
da un luogo ad un altro, raccoglie tutto il migliore; cosicchè dai
poveri facchini quali siam noi, dai ladri, dalle donne di mondo, dai
marinari, dai barcaiuoli si sale ai soldati, agli ufficiali, alle
damine, agli ottimati e....

--Ma dimmi un poco, proseguì il compagno, perchè il Caprone ci volle
tutti quanti alla festa?

--L'avrà fatto per darci un'idea di questo mondo di signoria che prima
non conoscevamo; per la bizzarra sodisfazione di vedere col benefizio
della maschera mescolati insieme i ladri ed i galantuomini, i poveri e
i ricchi, le dame e le pedine: e poi.... a lui sta a comandare, a noi
spetta l'obbedire; nè ci è lecito dimandare la ragione degli ordini.
D'altronde il nostro intervento qua è puramente pacifico: noi siamo
disarmati.

--È vero, disse l'altro, io non ho che un coltellaccio a cricco.

--Ed io un corto stile a triangolo.

--Ma il Caprone è venuto alla festa?

--Non l'ho veduto: ma vi sarà di certo. Indovinala tu qual razza
d'abito si sarà messo.

--Sicuro non avrà lasciato che la sua bella danzi con altri; avrai
pure osservato che la Rosina tiene in petto la camelia rossa. Sì, te
lo ripeto, essa è nostra, proprio nostra in anima e in corpo. Non vedi
tu che quanti siamo in maschera abbiamo tutti lo stesso segnale? Il
solo capo è forse quello che ne manca.--

Una delle maschere che così discorreva dietro la portiera l'aperse
leggermente e, sporto fuori il capo, fece cenno all'altra che pur si
affacciasse fra le tendine, dicendole all'orecchio:

--Che ardire! che bravura! che uomo maraviglioso! Vedi tu quel
gentiluomo con due decorazioni sull'abito e cotanto splendidamente
abbigliato, il quale ha sì bei mustacchi neri sotto il naso e quei bei
capelli di colore morato, che è tutto grazie ed incanto?

--Lo vedo, rispose l'altro; dà il braccio alla amabile Rosina.

--Or bene: non hai tu riconosciuto il Caprone?

--Bah! il Caprone lui? il Caprone è biondo, costui è nero; il Caprone
è senza barba, e costui l'ha folta.

--Stolto! riprese Topo, ti assicuro che colui è il Caprone come tu sei
l'Arciero ed io son Topo; ma compatisco la tua incredulità. Egli ha
cento mezzi di travisarsi, e gli riesce così bene che lo credo qualche
volta lo stesso diavolo in persona. Anche esso ha la camelia; ecco il
fiore della setta: viva essa in eterno!

--Che la duri così, mio caro Topo.

--Ti compiango se dubiti; sei troppo ragazzo: ma sappi che la nostra
congrega abbraccia mezzo mondo, e tu vedrai che al fin dei conti il
mondo muterà faccia per opera nostra. Intanto godiamo il buon tempo e
i bei zecchini; e se non fossimo intimamente legati a colui, all'uomo
misterioso, tu saresti a far la guardia, ed io a cucire le balle e
rubare i baccalari. Ma andiamo a bere un paio di _punch_, chè il
discorrere mette sete.--

Ed ambedue, usciti di sotto la portiera, si diressero alla stanza del
_buffet_ inseguiti da Alfredo, il quale ogni volta che s'imbatteva in
un dominò bianco, credeva di rinvenire la sua cara Esmeralda.

Esmeralda per altro, dopo il rabbuffo fatto all'amante, del quale era
gelosissima e tenera, aveva abbandonato le sale per rientrarvi in
altre vesti, onde, per giovanil capriccio del suo sesso, stare
sconosciuta ai fianchi di Alfredo, di cui temeva qualche imprudenza o
leggiera infedeltà fra tante donzelle e donne amabilissime. Esmeralda,
in nuova foggia abbigliata, stavasi travestita da maga egiziana; ed
imbattutasi in Alfredo, con voce alterata e gutturale,

--Giovinotto, gli disse, vengo dal paese delle cabale, delle piramidi,
ed ho buoni numeri da dare agli amatori del giuoco del lotto: 21. 31.
49.--

A Livorno il parlare di numeri e di cabale è tema favorito; sono sì
buoni i Livornesi che credono ai sogni: perciò la finta maga si attirò
la simpatia dei circostanti; e più di un giovane elegante, tirato
fuori il taccuino, vi segnò col lapis i tre numeri bizzarramente dati,
con animo di giuocarli davvero e ristorare le abbattute fortune.

Alfredo si morse le labbra per dispetto sentendo ripetute da quella
maschera le parole da lui poco innanzi proferite al giuoco della
primiera e per le quali aveva altercato con Esmeralda. La maga per
altro seguitò a rallegrare la comitiva e, preso un piccolo portavoce
d'argento,

--Io leggo nel destino, gridò ridendo di sè stessa nel farla da
sibilla: questi tre numeri additano tre grandi epoche nelle quali si
tenteranno grandi cose e si rinnoverà la faccia della terra:
_Renovabitur facies terræ_.

--Sa anche di latino la maga, urlarono i circostanti.

--Anche d'ebraico, d'arabo, di turco, d'indiano e di cinese, se così
vi piace. Ma lasciatemi; devo predire la sorte ad una vaga fanciulla.
Indietro adunque, o profani, o che io con questa bacchetta vi cangio
tutti in vipere, rospi, cani, gatti e in qualche cosa di peggio.--

La folla rise, e alcune altre maschere si misero a noiarla. Ella però
le respinse facendo uso di una verghetta di ferro, la quale se non
aveva il potere di cangiare gli uomini in bestie, aveva quella di far
loro delle lividure ed era capacissima di tenere indietro
gl'indiscreti.

Il brio cresceva, sebbene la festa volgesse al suo fine. Lungi dal
romore delle ultime danze più fragorose e vivaci, lungi dalla folla
delle maschere che dai salotti del ballo passavano a quelli dei
giuochi e del _buffet_, in un salotto rischiarato da una pallida
lampada con opaco cristallo, guarnito di damasco celeste e che aveva
all'intorno un divano color di rosa pallido, e sulle cui _consoles_
ardevano in candelabri d'argento candele aromatiche spandenti una luce
gradita, una fanciulla stava in atto mesto assisa sul molle sofà; ed
un giovine nel vigor dell'età elegantissimamente abbigliato, sul cui
petto brillavano due decorazioni e si vedeva una camelia rossa,
piegato un ginocchio innanzi alla fanciulla,

--O mia adorata fanciulla, le diceva, dovrò io dunque invano sperare
da voi uno sguardo di compassione?

--Signore, parlatene a mia madre.

--Non posso, Rosina, non posso; un terribile arcano m'impedisce ora di
palesarmi a lei ed a voi; il mio nome è un mistero: io ne ho tanti, ma
non ne ho un solo da darmi di fronte a voi ed alla madre vostra. Ma io
vi amo, è un anno che vi amo, e voi lo sapete; non sono indegno di
voi: non vi basta?

--Signore!!

--Avrei io osato invocare l'ombra del padre vostro per farmi strada al
vostro cuore e non avrei temuto che l'ira del cielo su me piombasse a
punirmi ove osassi mentire?

--Il mio cuore non può sentire altro affetto che per l'ombra del
genitore, per l'eroe della sua patria.

--Ah! Rosina....., interruppe l'amante, io vi giuro che più di lui
l'amo e farò tutto per lei.

--Dimostratelo ed alzatevi; potrò allora amarvi, gli disse la
fanciulla.

--Ho vinto, esclamò il giovane entusiasta, ho vinto. Ciò sarà; giurate
di essermi fedele e di unirvi a me quando questa vostra patria sarà
felice o che avrò esaurito tutti i mezzi per farla tale.

--Giovane che io non posso definire, il vostro ascendente mi opprime
l'anima. Lasciatemi; la ragione mi dice di fuggirvi, il cuore non lo
può: giurate voi di mantenere le vostre promesse. Dio, patria, padre e
voi amerò in eterno.

--Lo giuro, o Rosina, lo giuro. Oh! se sapeste a qual altare più
terribile l'ho io giurato oltre a quello del vostro amore, forse
inorridireste.

--Gran Dio!

--Sì, Rosina, io l'ho giurato sull'altare della morte.--

La fanciulla, lasciate le mani dell'amante, si pose le sue alla
fronte.

--Rosina, riprese l'incognito, Rosina, il vostro giuro mi sta
sull'anima; io lo accetto, voi accettate il mio. Io mi allontano, ma
voi mi rivedrete e ben presto.

--Signore!... replicò vivamente l'altra.

--Quando la vegnente notte sarà al suo colmo, soggiunse il giovine, se
amate la patria, uscite dalle verginali vostre stanze e penetrate in
quelle del fratel vostro.

--E perchè mai?

--Perchè sarà sonata l'ora in cui apprenderete il mio nome e tutto il
nostro avvenire. Nella camera di vostro fratello troverete abito
virile e di foggia militare; voi lo indosserete e seguiterete lui
ciecamente fino alle catacombe.

--Ma egli?... gran Dio!

--Lo sa!

--Dimani? Per l'alta notte? alle catacombe? che mi chiedete mai?

--Io ve lo chieggo in nome di questo, ripetè il cavaliere,
presentandole un medaglione che trasse dal petto. Era il ritratto del
generale Guglielmi. Rosina la baciò fervidamente, ed il cavaliere si
allontanò.




CAPITOLO IV.

Fratello e sorella.


La dimane della festa la maggior parte di coloro che vi figurarono
dormiva tranquillamente; e poichè aveva fatto di notte giorno, era
naturale che facesse di giorno notte. Fra i dormienti era la signora
Guglielmi; ma non così riposavano i due figli di lei.

Rosina, dopo le parole ricevute dall'amante, che, misteriosamente
continuando nell'incognito, voleva non solo amore ma obbedienza dalla
fanciulla, si era ritirata dalla sala della festa con dichiarare un
incomodo prima che quella fosse giunta al suo termine.

Rientrata nelle sue stanze e rinchiusasi nel suo segreto gabinetto,
posò sul tavolino la camelia rossa; ed abbandonatasi sopra una larga
sedia a bracciuoli, incominciò a riandare con somma cura tutte le
frasi, le parole, i gesti pur anco del colloquio avuto col suo
amatore, colloquio di cui noi intendemmo una parte nel passato
capitolo. Ella capiva benissimo dover argomentare che il giovane
appassionato altro esser non doveva che un fanatico avventuriero, ma
non capiva il perchè una forza prepotente legasse ai costui voleri
lei, donzella tutta calma, tutta dolcezza! Dagli ultimi discorsi
dell'incognito non poteva porsi in dubbio avere egli in mira un
qualche passo audace, fatale e tremendo. Ora egli, non contento
dell'amore di una fanciulla da lui adorata, voleva farla partecipe de'
suoi fini: ma questo non era un chiamarla complice dell'atto
pericoloso e forse temerario? Un convegno di notte in luogo remoto cui
ella era invitata a comparire in abito mentito e guerresco ben le
diceva di qual genere di abboccamento si trattasse; e, certo,
abboccamento di amore esser non poteva quello, imperocchè il fratello
di lei doveva pur prendervi parte. Ma i legami misteriosi che
chiaramente appariva avere l'incognito col fratello di lei come s'eran
formati? di quale specie erano essi? Dunque anche Alfredo dipendeva
ciecamente dal volere di quell'uomo straordinario? fratello e sorella
si trovavano come incatenati alla ferrea di lui volontà: e fratello e
sorella fra loro non si erano detta una sola parola in proposito!

Rosina mesceva a queste riflessioni qualche lacrima che involontaria
le cadeva dal ciglio: le parea di essere assolutamente come rinchiusa
in un cerchio incantato di un negromante dal quale non poteva uscire.
Ripensò al primo momento in cui nel più remoto del passeggio, sulla
riva del mare, in compagnia della fida Mary, ella (terminava appunto
l'anno) aveva per la prima volta veduto quell'uomo straordinario
lanciarsi arditamente nei flutti in burrasca e salvare una misera
fanciulla cadutavi: onde ella pure, accorsa sul luogo, aveva prestato
qualche soccorso alla giovane uscita miracolosamente dalle acque, e
così si era formato un gruppo fra lei, la cameriera, la fanciulletta e
quell'uomo misterioso. Ricordava quali affettuose parole quell'uomo le
avesse rispettosamente dette, e quali fatidiche e strane espressioni
avesse usato nel pregarla di accettare un fiore (cioè una camelia
rossa), dicendole che, come essa fosse appassita, ne avrebbe rinnovato
il dono. Al che la stessa Rosina avendo replicato non potere
accettare, egli risposto avevale: «Signorina, io non vi sono straniero
quanto forse credete; il mio dono è innocente e l'offro all'innocenza;
esso sarà non una memoria di me, ma una memoria del salvamento di
questa ragazzetta, la quale affido alla vostra protezione.» Che ella
allora aveva preso il fiore e, veduto partire lo straniero (che
nell'allontanarsi le disse: «Signora Rosina, ci sono degli esseri che,
una volta incontratisi in questo mondo, non possono più vivere
estranei fra loro», si era sentita come scorrere un gelo nelle vene e
penetrare di un sentimento fin a quel tempo non mai sentito.

Ricordava come spesso la fanciulletta salvata, che, essendo della
plebe, veniva da lei a ricevere qualche beneficenza, le parlava del
suo salvatore con tenero sentimento di gratitudine, e che a tali elogi
essa, Rosina, provava una sodisfazione interna come se riguardanti una
persona a lei cara ed appartenente, mentre peraltro trattava sè stessa
da bambina nel dar peso ad un incontro galante e nulla più ed alle
bizzarre parole di uno sconosciuto, il quale probabilmente non pensava
più a lei. È vero che la camelia prima era appassita da gran tempo, ed
il giovane straniero non aveva rinnovato il dono o il ricordo; ma essa
aveva poi veduto avverarsi le fatte promesse, poichè, la sera in cui
cadeva l'anniversario del loro primo colloquio, appunto un'altra
camelia rossa era stata posta nell'appartamento, e in quella sera
aveva riveduto colui il quale si era, dirò, con magico portento
impadronito del suo cuore e della sua volontà. Tali erano le
ricordanze di Rosina: ed ella vi pensava e ripensava da un pezzo, non
potendo peraltro spiegare fra gli altri misteri il come ei possedesse
una miniatura del padre.

Rosina, meditando, non sapeva a quale partito appigliarsi: aveva ella
accettato l'invito misterioso per la vegnente notte? No; poichè non
aveva risposto, ed il suo stesso amante si era allontanato. Doveva
ella mancarvi? questo era uno spinoso quesito da sciogliersi. Se essa
andava, avrebbe finalmente saputo almeno il nome, la condizione, i
disegni di quell'ente portentoso e stravagante, e forse appreso il
mistero della sua gita, degli stessi suoi travestimenti, poichè
certamente la prima volta in cui lo aveva veduto non aveva che biondi
capelli e viso pallido ed imberbe, la seconda aveva la chioma e la
barba nera. Non andando ella al convegno, ci sarebbe andato certamente
il fratello; ed essa, tenera sorella, come avrebbe potuto starsene
quieta sull'esito di quel misterioso e strano abboccamento?

Rosina non ignorava che a quell'epoca la penisola aveva molte sette di
giovani arditi che intenti a cospirare passavano i giorni; la sua
saviezza ed una perspicacia eccellente le dicevano pur troppo doversi
trattare di cosa simile, ragione di più per temere. In tali pensieri
ella aveva trascorso buon tempo e non sapeva a qual partito
appigliarsi. Parlarne alla madre? Buon Dio! è vero che le figlie tutto
dovrebbero dire alle madri, alle madri però affettuose, alle vere
madri di famiglia; ma a quelle madri che stanno in sussiego, che di
tutto si occupano fuori che della vigilanza sulle figlie, le madri
galanti in età matura, se le figlie non si azzardano, non saprei del
tutto condannarle. Dirlo alla cameriera? A qual pro? la cameriera,
secondo il solito, non ha altra volontà che quella della padroncina; e
se mai differisce dall'opinione, dove sono le cameriere tanto
coraggiose da dire la verità? Dunque era certa che la Mary non le
avrebbe dato consiglio, o forse glielo avrebbe dato più pericoloso di
quello che potesse prendere da sè stessa. Dirlo al fratello? Eh!
sicuro che della faccenda della gita notturna e del travestimento
avrebbe pur dovuto parlargliene; ma certo però, era da imaginarselo,
avrebbe anzi costretto la sorella ad andarsene all'appuntamento.

In una parola, la giovinetta si trovava in una situazione la più
imbarazzante, la più critica. Povera Rosina! tanto bella, tanto buona,
tanto virtuosa, e già sotto l'influenza di un malefico genio, già
immersa nei dispiaceri! Eppure quante e quante fanciulle che
leggeranno questo volume avranno a trovarsi o trovate si saranno in
eguale imbarazzo, quello cioè di essere innamorate e non poterlo dire
ai genitori! Noi poi coll'autorità di scrittore le consigliamo a
vincere questa renitenza, poichè migliori amici non possono trovarsi
di essi.

Il cielo peraltro (cui nelle sue angosce si raccomandava) non tardò ad
inviarle un soccorso: questo fu altrettanto inaspettato quanto caro.
Giaceva travagliata la giovane, quando ecco verso le undici del
mattino udì bussare leggermente all'uscio del gabinetto. Ella aprì.

--Oh Gesù mio! signorina, esclamò Mary, ma che? non siete anche andata
a letto? Siete tuttavia abbigliata da festa?

--Non ne sentiva il bisogno, rispose Rosina, mi sono leggermente
addormentata sulla poltrona; ma hai fatto bene, a venire a trovarmi:
aiutami a spogliarmi, prenderò qualche ora di sonno fino al pranzo.
--E volete stare digiuna fino alle quattro? riprese Mary, lo stomaco
ci patisce, signorina; ma a proposito, vi è una ragione per far
colazione: a momenti verranno a farla in vostra compagnia.

--Non voglio alcuno nel mio appartamento, soggiunse Rosina; dite a
chiunque sia che io dormo.

--Farò come vi aggrada; ma il vecchio padre abate Gonsalvo....

--Il padre abate? sclamò Rosina con vivacità come se un lampo di
speranza venisse a consolarla.

--Sì, signora, il savio dei vallombrosani del monastero, che vi ha
tenuta a battesimo e, come sapete, vi ama qual figliuola.

--Fallo passare, rispose Rosina; ma poi, risovvenendole
dell'abbigliamento da festa di ballo, continuò: No, fallo trattenere
un momento nel salotto, ripetigli le mie scuse; in cinque minuti
metterò giù queste vesti capricciose per indossare quelle più semplici
e a me solite.

--Volete ch'io v'aiuti? disse Mary.

--No, no, replicò Rosina: tieni un momento compagnia al buon monaco e,
quando senti sonare il campanello, lo farai entrare.--

Mary si allontanò assentendo col capo, e Rosina si accinse a ricevere
il vecchio religioso.

Non molto diversa dalla situazione di Rosina era quella di Alfredo suo
fratello. L'ufficiale, terminata la festa, lungi dall'entrare nella
propria camera, aveva incessantemente tenuto d'occhio le maschere col
domino bianco e la camelia rossa, nella speranza d'imbattersi
nuovamente nella capricciosa Esmeralda; ma alfine, avendo veduto
allontanarsi a gruppi le maschere stesse ed uscire dalla festa,
deposto il pensiero di vedere l'amante prima di sera, si era deciso di
uscire piuttosto che serrarsi in camera, nella quale era certo che, a
malgrado della veglia della notte, non avrebbe potuto prendere sonno.
Avvezzo ai militari disagi, non temeva al certo la rigida stagione di
mattina, ed anzi era certo che un bicchiere di rhum ed un eccellente
sigaro di Avana gli avrebbero fatto obliare il sonno che andava a
perdere.

Preso adunque il mantello, acceso un sigaro, uscì prendendo la via
lungo il mare allora detta dei Mulinacci; pensieroso costeggiava i
flutti, e l'imagine di Esmeralda incalzavalo incessantemente.
Possibile, dicea fra sè, possibile ch'io, giovane e di cuor
generoso..., mi sia lasciato sedurre da colei? sì, colei... questo è
il miglior modo d'indicare l'incomprensibile persona. La mia amante!..
ma, gran Dio, posso io qualificarla come amante? non mi vergogno io?
sì, l'amo e appassionatamente l'amo, ma i suoi costumi.... Ahimè! essa
di donna non ha che la bellezza, bellezza angelica ed unica al mondo.
Ma poi con chi vive?... ciò mi fa orrore... eppure non posso staccarmi
da lei; pure ha una bontà, una virtù... qual può mai essere la virtù
della orgogliosa Esmeralda? L'amor patrio, tenace, vero; ma ma
quest'amor patrio sarà egli sincero? Non è possibile che miri al
secondo fine d'inalzarsi? Ah! no, essa non lo desidera, no; e se il
volesse, non starebbe che in lei a divenire la donna più famosa del
mondo. La sua voce non è ella tale da formare l'ammirazione
dell'Europa? Le sue cognizioni letterarie, quelle di musica, di belle
arti non la renderebbero l'idolo dell'universo? Non potrebbe ella
circondarsi dei più brillanti corteggi? erigersi un trono su tutti i
cuori? Ma no; libera di costumi, ella sdegna il cuore d'un mondo
intiero, perchè si contenta del mio, anzi facciamo, da ragazzi, a chi
è più geloso. Ma ahimè a qual duro prezzo posseggo io quell'angelica
persona! a qual prezzo! Ne abbrividisco: doverla vedere quasi tuttodì
nella più abbietta dimora del popolaccio, circondata da femmine
perdute, in mezzo alle orgie dei marinai e degli artieri, nelle bische
di giuoco, nelle osterie, vestita ora da uomo ora da donna del volgo,
sentirla ridere alle sfacciate e stolte parole di coloro presso cui
frequenta e applaudire alle loro bestemmie! Ella così perfetta, così
amabile giovane! eppure, ecco le sue continue parole. «Alfredo, io non
sono di sangue nobile: lasciami coi pari miei; un giorno o l'altro io
dovrò dirti: Va, va, Alfredo, con le sentimentali tue damigelle; io
posso avere quanti amanti voglio, e vattene con Dio.» Ed io? figlio di
un prode guerriero, non posso distaccarmi dal cerchio magico di questa
amabile fata!

Ma che? tutto questo è poco. Quel suo incomprensibile fratello cui ho
dovuto giurare obbedienza! io soldato giurare obbedienza e cieca
obbedienza a colui? Ahimè! l'ho giurato e bisognava giurarlo. Ho
ancora presente quella terribil notte in cui, ammaliato dal fascino
delle potenti attrattive di Esmeralda, io la seguitai per tutti i più
luridi vicoli della Venezia nuova; or compie l'anno da quella notte
tremenda. Ella parea prendersi giuoco di me: finalmente ecco che bussa
ad una porta orizzontale alla via, urtandovi replicatamente col piede;
io mi arresto, ella mi guarda.

«Hai tu paura di me, giovinotto?» mi disse. Io sorrisi e non risposi;
la botola si aperse, ma ella trattenendosi anco un istante pria di
scendere: «Addio, dunque, addio: non valeva la pena di seguitarmi per
lasciarmi così.»

Non permisi che proseguisse, ma con uno slancio di che conservo
memoria fui accanto a lei nella tenebrosa scala della botola:
scendemmo alla vista di coloro che stavano dirò ammonticchiati nella
fetida stanza, dove non si vedeva che a pena a causa del fumo dei
sigari e del camino, ove non si respirava perchè niuna finestra
metteva in quell'antro. Mio primo pensiero fu di retrocedere; ma ella
mi prese pel braccio e «Ho fatto preda», esclamò con gioia infantile,
gettando su d'una sedia lo scialletto che le copriva il seno.

«Brava! urlarono insieme coloro che abitavano quella spelonca; uccelli
con queste penne mai non vedemmo entrare nella gabbia dei Tre Mori.»

E così dicendo mi si affollarono attorno per toccarmi con villana
curiosità l'uniforme. Io fui per snudare la spada, tanto l'ira mi
accese.

«Zitti là, temerari, esclamò la fanciulla, il cui viso era raggiante
di beltà. Zitti, questo signore è mio sposo.

«Tuo sposo?... Oh graziosa! e da quando in qua ti sei fatta sposa, o
Esmeralda?

«Da un anno, da un secolo, da quando mi pare. Giovane, amante della
libertà, io ne seguo le leggi: ho scelto e basta.

«Ha ragione la piccina», urlarono quasi tutti e dall'ammirazione si
fecero ad accarezzarmi con le mani ruvide, callose e sporche.

Non potei trattenere lo sdegno: snudai la spada sino alla fine del
fodero, ma in quell'istante dieci pugnali scintillarono ai miei occhi;
io mi giudicai perduto. Esmeralda trasse il suo, e fu per vibrarlo nel
petto di quello dei bevitori che mi stava più vicino.

«Ah! esclamò costui, quando minacci è un'altra cosa. Orsù statti in
pace col tuo ganzo; ma lévati di qui, perchè tenerume non ne
vogliamo.»

Anche gli altri riposero i loro pugnali nel fodero, ed io mi sentii
dolcemente tirare per la veste ed introdurre in una camera; era quella
di Esmeralda. Là io doveva divenir preda del fratello e della sorella.

Questo monologo, che noi per intiero abbiamo riferito, venne fatto da
Alfredo in lungo spazio di tempo ed interrottamente, ora nel fermarsi
lungo la solitaria via per accendere o spuntare i sigari, ora dopo
essersi qualche tempo riposato sugli scogli che fiancheggiano il mare.

La mattina, per esser d'inverno, era bellissima; un venticello
leggiero leggiero increspava le onde dalla parte di tramontana, il
qual vento non toglie loro quella graziosa tinta cerulea nel mare
Tirreno. Si vedevano i flutti spumare su piccoli scogli e quella
bianca spuma adagio adagio venire a perdersi alla riva. Il cielo era
sereno ed il sole già sorto dalle colline della Valle benedetta, posta
ad oriente dal luogo ove il nostro Alfredo si sfogava fra sè stesso.
Alfine, uscendo dalla dolorosa meditazione, tratto l'orologio,

--Le otto? sclamò. È duopo che io mi decida; questa volta colui che
impera a me non otterrà che per metà il suo intento. Sì, io avrò forza
di resistere a tutti i suoi argomenti, a tutte le sue minacce. E
proferì queste parole con tono piuttosto alto.

--E che farai tu? riprese una voce a lui ben cognita, mentre ei sentì
persona che leggiermente lo percosse colla mano sugli omeri, e che
farai? ripetè quella voce.

--Voi siete dappertutto, non fa meraviglia, rispose Alfredo
rivolgendosi a colui che era sopravenuto; un démone vi guida.

--No, Alfredo..., riprese dolcemente quegli, no, Alfredo; dite
piuttosto che mi guida il desiderio di compiere una grande impresa.

--Voi sempre dite così, e l'ora non vien mai.

--Ah! verrà, verrà.

--Lasciatemi, gridò Alfredo, invano mi avete seguito o incontrato; io
ho bisogno di essere solo.

--E solo vi lascerò. Prima però desidero conoscere perchè volete
negarmi di annuire alle mie giuste dimande.

--Ebbene... tanto varrà che io qui vel dica in faccia del mare e del
cielo, soli testimoni i quali ci guardano e ci odono, o che io vel
dica nell'orrenda tana della locanda infernale dei Tre Mori.

--Parlate.

--Io verrò alle catacombe, ma verrò solo.

--Solo? urlò il sopraggiunto, solo? e perchè?

--Mia sorella..., ripetè con dignità l'uffiziale, è pura, essa non...
può, non deve essere contaminata dalla sozzura di coloro che
interverranno a San Iacopo.

--Alfredo!!! La vostra mentre vaneggia, il vostro orgoglio rinasce:
tutti gli uomini, tutte le donne sono e saranno eguali; dal primo
Adamo e dalla prima Eva tutti siam figli dei medesimi genitori. Voi
obliate i vostri giuramenti. Ma no... il fratello di Rosina non può
essere un traditore; il vostro contegno, se non credessi al sangue che
vi circola nelle vene, potrebbe darmi sospetto. Oh guai per voi se il
sospetto allignasse nell'anima mia!

--Già avrete ascoltato che non sono disposto a cedere alle vostre
minacce; mia sorella non interverrà.

--Ella interverrà; e quando voi ricusaste il vostro braccio, io ho
mezzi infallibili senza di voi.

--E che? Osereste un oltraggio, una violenza?

--Io un oltraggio? io una violenza a Rosina? Mal mi conoscete. Voi sì,
signor uffiziale, voi sì che siete e potete esser capace di ciò; non
già io povero marinaro, povero cospiratore, ma onesto, ma grande nella
sventura. Voi sì che io ritrovava in luogo appartato e già trionfante
dell'onore e della debolezza di mia sorella.

--Gran Dio! Che dite mai?

--Sì..., proseguì con accento di amara ironia, i miei amori non sono
coronati dal successo dei vostri; io scelgo le taverne per cospirare,
voi le scegliete per tradire vergini.

--Ah! quale linguaggio? E non fu la vostra Esmeralda che con modi, non
saprei come qualificarli, mi attrasse nelle sue braccia?

--Sciagurato!! tacete: non siete degno di lei; nobile superbo, voi
ignorate i costumi della plebe e li qualificate per turpi.
Disingannatevi. Esmeralda, giovane ingenua, sventurata, senza
direzione, senza scuola di mondo, ama ed amò come una selvaggia nel
mezzo ai deserti. Il canto, la musica, il disegno, le scienze che
possiede gliele appresi io; io le feci da padre, madre, fratello e
maestro: ma io, continuò più vivamente, non volli toglierla alla
semplicità de' suoi costumi che a voi sembrano rei; no, io non volli
che apprendesse dalla mia bocca come l'amore in società ha la sua
grammatica, i suoi modi, la sua logica, la sua finzione, il suo
orpello. Ella ne sarebbe stata scandalizzata. No; io quanto a quella
passione lasciai che crescesse, divampasse a mo' dei selvaggi. Ella vi
vide, vi amò, ve lo espresse; questo è il più grande argomento di suo
virginale candore. Voi la chiamate colpa? E non difese colla sua la
vostra vita? Ma ahimè! che pur troppo ella ama ed amò un ingrato,
allevossi la serpe nel seno. La sua innocenza or vi pare sfrenatezza,
il suo costume vergogna; ma intanto ogni delizia è fuggita da quel
tenero cuore. Andate: vi ho compreso abbastanza; voi non la rivedrete
mai più.

--Dio! quale orrenda minaccia!

--Quando la sorpresi nelle vostre braccia questo pugnale scintillò
sulla vostra testa: l'infelice ne deviò il colpo; ad un solo patto io
sospesi la ben meritata vostra punizione. Vel rammentate voi?

--Ah! pur troppo: vi promisi cieca obbedienza.

--Io però vi rendo la vostra parola, vi sciolgo dai vostri giuramenti;
non temo per me, ma per la infelice. Prima di questa sera Esmeralda e
la creatura che porta nel seno avranno cessato di esistere.

--Gran Dio! Ah no! per l'amore di Esmeralda e del suo bambino. Io sarò
padre? Oh gioia! esclamò Alfredo gettandosi in ginocchio ai piè del
marinaro, non proferite più minaccia sì orribile. Deh! guidatemi a
lei, fate che io apprenda il dolce annunzio dalle adorate labbra di
Esmeralda.

--Giovane soldato, continuò il marinaro, le tue lacrime promuovono le
mie; il volgere in mente impresa lunga e marziale non mi tolse, no, la
sensibilità. Accetto il tuo pentimento; vedrai Esmeralda: deh! ch'ella
non sappia quali ingiuriosi sospetti osasti formare contro di lei:
ella ne morrebbe d'affanno; ella, sì, che avria diritto di maledirti
nel momento in cui sarà madre....

--No, giammai; v'intendo: un altare accoglierà....

--Cessa, non è tempo di nozze; questo verrà, ed allora....

--Allora Esmeralda (e Dio acceleri il desiato momento) farà passaggio
dall'umiltà dei natali al talamo dell'uomo che fortuna pose in grado
elevato.

--Umiltà di natali! riprese il marinaro con sguardo severo. Ah! se pur
di nobiltà vuoi parlare, sappi che essa scenderà dal grado ove nacque
per passare al tuo talamo.

--Giovanni, qual mistero?

--Quando saprai chi io mi sia... quando saprai chi sia Esmeralda, o
giovane superbo, non potrai, no, temprare lo stupore ed il pianto:
lunga ed acerba storia di dolore e di grandi esempi sarà questa;
grande lezione sulla fallacia, sulla ingiustizia delle umane
apparenze. Dopo la rivelazione che udrai, misurerai te stesso ed
Esmeralda: sentimi (aggiunse poi dolcemente), un solo essere sublime
brillar veggo nel mio avvenire; questo....

--Ah! il comprendo, esclamò Alfredo.

--È Rosina! sì, Rosina; essa mi ama, ma io non sarò come Alfredo; io
l'adoro, ed udrà la mia storia e quella dell'amante tua.

--Quando?

--Questa notte medesima.

--Dove?

--Alle catacombe.--

I due strinsersi la destra e si separarono avviandosi per opposto
sentiero.




CAPITOLO V.

Vicende.


La nostra storia fa un passo retrogrado; ci è duopo ritornare indietro
varii anni. In un piccolo villaggio sulla Dora una giovine abbigliata
alla campagnola si affatica a trarre sulle deboli spalle un grave
fascio di legna; la sua fisionomia è dolcissima, i suoi capelli sono
biondi, il suo aspetto non par nulla quello di persona nata in un
villaggio; le maniere poi contrastano coll'abito, siccome colle
laboriose operazioni contrasta la gentile morbidezza e bianchezza
delle sue mani. La giovinetta non solo è abbigliata da villica, ma le
sue vesti di mezzalana sono assai logore, la rigida stagione di
decembre aveva arrossato le sue guance, ed il freddo e qualche
doloroso pensiero le aveva richiamato alcune stille di pianto sul
viso.

--Ahimè! tu piangi sempre, mia buona mamma, aveva detto un fanciullino
di circa sei anni che ella si teneva al fianco su per l'erta, il quale
stavale appigliato al lembo della rustica sottana.

--Giannino mio, ho assai faticato quest'oggi, e queste sono stille di
sudore: tu piuttosto sta' buono e non piangere; fra poco arriveremo
alla capanna.

--Dio mio, quanto è lontana! sclamava il fanciullo mentre saliva
appresso alla madre la scoscesa collina.

Ma la stanchezza della misera madre e del fanciullo sarà presto ben
ristorata. Il loro dolore si muterà in allegrezza insperata, al loro
giungere a quella capanna, da cui erano distanti un solo quarto di
miglio: dalla parte opposta del villaggio era alfine ritornato colui
che per essi era tutto. I due derelitti e tapini dovevano esser
consolati dopo tanti anni di lacrime e di preghiere.

Non ebber tempo di vedere la cima del colle sul quale era posta la
capanna, che un giovane uomo abbigliato signorilmente, decorato della
insegna della Legione d'onore, si era precipitato verso i due che
salivano contemporaneamente, abbracciando insieme e la donna e il
fanciullo: avrebbe voluto recarsi in braccio l'uno e l'altra, Preso il
ragazzo colla sinistra, e colla destra sorreggendo la cara metà del
suo cuore,

--Ah! vi ho pur trovato, diceva stemprandosi in dolci lagrime di
gioia.

--Sei tornato, sei tornato! siamo tanto poveri! sclamarono ambedue
penetrati da un'indicibile commozione.

--Or siete ricchi: per noi è alfine ritornata la felicità; venite,
deh! venite, teneri oggetti dell'amor mio.--

Il padre, la madre ed il figlio in breve ora furono alla capanna,
nella quale non dimorarono che la sola notte: ma certo e madre e
figlio più agiatamente delle precedenti, poichè il nuovo arrivato vi
aveva fatto recare materassi e tappeti e le indispensabili
suppellettili. All'indomane una comoda vettura trasportò i tre alla
vicina città di Nizza, da dove ascesero in un naviglio che dovea
trasportarli al luogo di loro nuova dimora.

Il signor Artini da giovanetto aveva militato in Francia e, ottenuto
il suo congedo per le premure del signor di Brienne, di cui era
parente la madre sua, era passato in Piemonte; colà si era invaghito
di una giovane orfana, bella, virtuosa, ma priva di fortune e alle cui
attrattive non aveva potuto resistere l'ex-uffiziale, che avevala
condotta all'altare. La loro unione avvenne col massimo segreto; il
giovane Artini doveva rispettare il contrario volere di uno zio, il
quale, borioso di ricchezze e di tìtoli, avrebbe fulminato dell'ira
sua lo sventurato nipote privo di beni dì fortuna, se questi avesse
osato parlargli dell'affetto inspiratogli dalla leggiadra giovinetta.

L'uffiziale, che d'altronde non aveva potuto difendere il petto dallo
strale del dio d'amore, il quale non rispetta nessuno e molto meno i
giovani sensibili e militari, intesasela con un buon ecclesiastico, si
sposò segretamente la fanciulla e con lei godette vari anni di
completa felicità. Frutto di tale unione era stato il fanciullo che
sentimmo nominare Giannino. Cresceva egli in bellezza e bontà nel più
stretto ritiro di una villa posta non molto lungi dalla città, ove
incognita stavasi la giovine coppia; quando, per una di quelle
fatalità che spesso colpiscono le persone dabbene, venne a scoprirsi
il nascondiglio del giovine Artini ed ii suo segreto matrimonio.

Artini, un tal dì uscito alla caccia, inseguendo un cinghiale, per
disavventura in un momento di fretta, esplosa l'arme, ferì sebben
leggermente un suo compagno di caccia. In quel subito, credutasi
gravissima la ferita, fu quegli trasportato privo di sensi al
domestico asilo dell'Artini; ed ognuno può imaginarsi lo spavento di
lui, della sposa e del piccolo Giannino. In breve per altro
dileguaronsi i loro timori, poichè sopravenuto il chirurgo, esaminando
la ferita, la giudicò semplicissima, ed in quello stesso giorno
feritore e ferito si assisero gaiamente alla medesima mensa.
Quest'ultimo, giovane parigino, venne pregato di trattenersi colà fino
a che non si fosse pienamente ristabilito in salute. Durante alcuni
giorni l'ingenua madre di Giannino apprestógli tutte quelle cortesi e
minute cure che vengono imposte dai sacri doveri dell'ospitalità.
Costui, non potendo credere a tanta semplicità, osò pensare di aver
suscitato un tenero sentimento nella giovane sposa, che, avvedutasi
del troppo franco contegno di quell'ospite, non volle celarne gli
arditi disegni al marito, il quale in un primo impeto dì sdegno si
scagliò contro l'audace ed iniquo amico e lo costrinse a domandargli
scusa e partire.

Non era anche scorso un mese da quell'accaduto che i due coniugi non
vi pensavano più, quando una notte il buon Iago, servidore negro del
signor Artini, penetrando improvvisamente nella camera degli sposi,

--Salvatevi, aveva loro gridato, salvatevi per la scala segreta; io
condurrò vostra moglie ed il bimbo nel granaio, e voi, signor padrone,
pigliate la via del giardino.

--E perchè mai? avevano chiesto i coniugi esterrefatti.

--Gente armata si avvicina al castello: un contadino che l'aveva
scoperta al chiaro di luna è corso a gambe levate a porgermene avviso.
Si dice che lo zio vostro, scoperto il segreto maritaggio, abbia
ottenuto dai tribunali un ordine di cattura per voi e di reclusione in
un monastero per la vostra consorte; si dice che sarà annullato il
matrimonio.

--Ah giammai, giammai! esclamò il giovane Artini; venderò cara la mia
vita; il principe mi ascolterà.--

Dare un balzo dal letto e vestirsi fu tutt'uno.

La giovane Amalia svenne.

Il buon Iago col soccorso della cameriera la fece avvolgere in un
lenzuolo insieme col bambino che dormiva, traducendola nel granaio, in
cui si penetrava per una botola.

Il signor Artini, che dapprima voleva far uso dell'armi, fu poscia
persuaso esser migliore espediente fuggirsene alla capitale ed
implorarvi l'aiuto delle leggi a suo vantaggio, onde far vano il
progetto dell'iniquo suo zio.

Quando gli armati si presentarono, la casa fu trovata deserta.

Iago, dopo che nei dintorni cessò la mania di ciarlare in mille guise
sull'avvenimento, per erti colli e cupe foreste condusse la padroncina
ed il figlio su quella collina ove li abbiamo veduti, ed un tugurio
servì loro di ricovero. Gli armati, nel desiderio d'impedire ai
fuggitivi di valersi, quandochè ritornati, degli ori, degli argenti e
delle gioie della villa, se ne impossessarono a nome del brutale zio.
Ed Iago solo col ritratto dei suoi guadagni, per cui aveva un
peculietto, provvide al sostentamento proprio e delle care creature,
sperando di giorno in giorno che il padrone, ottenuta giustizia,
sarebbe ritornato alla casetta di campagna, dove aveva lasciato il
fedel contadino depositario del segreto nascondiglio di Amalia e di
Giovanni. Ma passarono giorni, passarono anni, e il signor Artini non
si vide; e d'altronde Iago credeva pericoloso il farne ricerca a
motivo della potenza dello zio del padrone che poteva riuscir fatale
ai suoi cari protetti.

La giovine Amalia si era abituata, dirò, alla vita rozza della povera
campagnuola; faceva da gran tempo le faccenduole di casa, andava a
provvedere il vitto traendosi dietro Giannino al vicino villaggio,
poichè un giorno anche Iago, partito per la capitale, non era più
ritornato. Dall'epoca in cui Amalia rimase sola col suo bambino, a lei
toccava girsene al vicino bosco per le legna, a lei a coltivare un
meschino orticello, a filare e vendere la filatura al mercato: e
siccome la piccola somma portata dalla casa cominciava ad essere sugli
ultimi, ella si vedeva sull'orlo dell'abisso e della miseria.
L'infelice non tanto piangeva per sè, quanto per il marito e pel
figlio: pel marito, di cui ormai non credeva ricevere altre novelle
che della morte; pel figlio, che, pieno d'intelligenza e di amore,
andava ad entrare nel più doloroso avvenire, ed i primi atti della sua
tenera mano avrebbero dovuto esser quelli dello stenderla accattando
limosina. Tale era la trista ed orribile posizione di Amalia quando
noi la vedemmo insieme col bambino salire l'erta della capanna al
principio di questo capitolo e quando miracolosamente e ormai contro
ogni speranza ella aveva veduto arrivare l'adorato consorte.

Non dobbiamo nè possiamo tacere che, durante la separazione del marito
dalla moglie, del padre dal figlio, il piccolo Giovanni, di focoso
temperamento, di precoce intelletto aveva voluto apprendere la storia
della propria sventura. Sensibilissimo e fiero, egli si era formata
un'idea sinistra di tutti quegli uomini che la fortuna pone in una
classe elevata. Abituato a conversare coi miseri fanciulli del
villaggio subalpino, si era già affezionato ai costumi popolari, alle
persone che soffrono, costrette a guadagnarsi la vita col sudore della
fronte. Il rapido mutamento di sorte lo imbarazzava, e, toltone il
dolore che avrebbe avuto di tornare ad essere privo del padre, il suo
cuoricino batteva sempre di affetto per le rupi selvagge testè
abbandonate. Ma intanto la nave, solcato il Mediterraneo, si
avvicinava per l'oceano alle ospitali rive dell'America, facendo vela
per le Antille, ove il nostro giovane erede del defunto zio era
divenuto uno dei più ricchi possessori e coloni. Colà egli aveva
divisato condurre la sua tenera Amalia ed il caro Giannino; l'Europa
eragli divenuta un tristo soggiorno, tanto erano state le sventure che
vi aveva provate; ei credeva che il nuovo mondo potesse aprirgli una
carriera di novelle felicità. Sentiva il bisogno di respirare aura più
libera, di svincolarsi da quei sociali impacci del costume europeo.

Il clima tropicale della Guadalupa sarebbe stato eziandio giovevole
alla defatigata salute di Amalia. Il suo fanciullo colà avrebbe potuto
maggiormente sviluppare le sue belle e robuste forme, inspirarsi a
quelle vergini contrade, vivere la vita libera in mezzo ai semplici
costumi di quei fortunati isolani. Non s'ingannava il signor Artini;
giunta che fu la nave nella baia della tenuta di sua spettanza, un
buon numero di negri, di cui era proprietario, lo attendeva alla riva
per festeggiare l'arrivo di quell'amabil padrone che li volea far
liberi. Il piccolo Giovanni, al vedere tanti uomini neri, aveva
esclamato:--Oh quanti Iaghi! ma il mio Iago dov'è?--Nè aveva potuto
ripetere la frase, che si trovò nelle braccia del vecchio negro, il
quale, stemperandosi in lacrime di tenerezza, nel linguaggio natìo
additava ai compagni la cara persona del loro padroncino. Non sì tosto
i coniugi si trovarono fermi nel loro nuovo soggiorno, il signor
Artini dichiarò liberi tutti i suoi schiavi.

--Lungi, lungi da me, aveva esclamato in uno de' suoi più bei giorni,
lungi da me anco l'ombra del servaggio. La vecchia Europa serbi tal
nome; io voglio bandirla anche dal mio frasario.--

Invano potrebbe esprimersi la gioia di quei miseri, i quali idearono
una festa di cui mai non aveva veduta l'eguale quella estrema regione
del mondo.

La sera medesima di quella festa, la giovane Amalia nel colmo
dell'allegrezza riceveva le congratulazioni delle sue conoscenti;
sentiva dal suo letto gli evviva replicati degli Indiani quasi pazzi
dall'allegrezza: ella aveva dato alla luce Esmeralda.

Esmeralda fu levata al sacro fonte dal governatore della Guadalupa;
tutti i navigli francesi ed esteri ancorati nel porto fecero intendere
una salva delle loro artiglierie; il tamburo prolungò il suo rullo, e
militari sinfonie alternarono per tutta la notte le più soavi melodie;
la notte stessa era stata una delle più belle sotto l'infuocato cielo
dei tropici. Nella cerimonia del battesimo il signor Artini, a
riguardo della neonata, avea voluto che si ripetessero ad alta voce i
suoi titoli di nobiltà statigli testè conferiti dalla Francia e di cui
già era stata fatta menzione nell'atto civile della nascita della
bambina, «Esmeralda, Clementina, Zaira, Sofia, aveva scritto il buon
paroco, figlia del nobile signor cavaliere conte Adolfo Artini e della
signora Amalia De-Chouet sua legittima consorte, è nata il 21 marzo
l'anno 1805, alle due pomeridiane; tennela al sacro fonte il signor
barone De-Guiche governatore della Guadalupa.»

--Ah! ah! aveva esclamato Giovanni all'età di due lustri, assai
motteggiatore e molto più avverso al fasto, voglio domandare al buon
Iago se, al mio nascere, baroni mi tennero al fonte, e se mio padre
era un'eccellenza; in questo caso mi faccio registrare di nuovo, non
essendovi cosa che maggiormente mi disgusti quanto i titoli e la
nobiltà: non per questo amerò meno questa bimba, che anzi sarà la mia
prediletta.--

Passavano intanto gli anni. Il vago appartamento dei signori Artini; che
si estendeva in riva al mare, era circondato di giardini e boschi dove a
migliaia si vedevano uccelli variopinti e dorati, e quadrupedi di mille
specie. Il placido mare si ripiegava in seno a piccolo golfo che faceva
l'isola proprio dirimpetto al palazzo; quel sito era stato fatto
lastricare di marmo e presentava ai nostri avventurosi abitatori tutto
il comodo di sollazzarsi alla pesca. Il nostro Giovanni, mentre per le
cure del paroco diveniva scienziato ed uomo di liberi sentimenti, per le
cure del padre era divenuto un instancabile pescatore, un robusto
nuotatore, un cacciatore famoso. Ancora imberbe, armato or del fucile
degli Europei, or dell'arco degl'Indiani, aveva atterrate delle bestie
feroci e l'avvoltoio delle montagne. Munito a guerra un piccolo
naviglio, si fece a percorrere i mari delle Antille ed a sedici anni era
divenuto un esperto navigatore in quell'arcipelago. Una volta fu veduto
ritornare dopo un'assenza di quindici giorni menando seco due poveri
negri di sesso diverso.

--Gli hai tu acquistati? domandò il padre a Giovanni.

--Non compro i miei simili, aveva replicato il giovanetto; li ho
salvati dall'ira del loro padrone che voleva disgiungerli a forza, ed
essi si amano appassionatamente; è questo forse un delitto da meritar
loro la pena delle verghe? Sono belli e buoni.--

Ciò dicendo presentolli a sua madre.

I due negri si sposarono e, dichiarati liberi come gli altri, andarono
a lavorare nella vasta tenuta dei signori Artini.

--Ma se il padrone tornasse a riprenderli? avevasi fatto osservare a
Giovanni.

--Oh! non vi è pericolo, aveva questi replicato; colui ha ben altro da
pensare.

--E come il sai tu?

--Nel mondo dove ei si trova dee pensar a scontare i propri peccati.

--Sciagurato! riprese con sdegno il padre, osasti violare l'altrui
proprietà e commettere un omicidio?

--Mi credereste voi capace di disonorare il vostro nome? rispose
sorridendo il giovinetto; quindi aggiunse: l'uomo generoso e libero è
fatto per difendere i suoi simili, gli oppressi contro gli oppressori;
l'uccidere per difendersi è dovere. Lo sfacciato mercante di carne
umana ardì mirarmi col suo fucile; uno strale che li cacciai nel petto
impedì la mia morte. Ecco il fatto.--

Così la pensava e così agiva il giovinetto all'età di sedici anni. La
tenera madre palpitava sempre per lui. Il padre invece inorgogliva
alle ardite prodezze del figlio.

I negri dell'isola lo benedicevano e lo adoravano siccome un nume
protettore.

Una sera in cui, placidamente seduta sotto un pergolato di ribes, la
famiglia aveva frugalmente cenato con la cacciagione del giorno e coi
frutti saporitissimi del giardino, cadde discorso sull'Europa.

--Io mi son sempre trattenuto, disse Giovanni, dal parlarvi di cotesta
Europa, di cui serbo dolorose rimembranze; imperocchè quel guasto
mondo mi è sempre parso coperto dalla nera caligine che esalano i suoi
vizi.

--Ah! figlio, io non nego che gli uomini di cotesto luogo sieno
peggiori di quelli d'America, ma iniqui ve ne sono dappertutto.

--Isolatamente ne convengo, ma qui la perfidia è un'eccezione, colà è
una regola; il cuore mel dice, la naturale antipatia me ne accerta, i
libri della vostra biblioteca me ne ammaestrano infallibilmente.

--E che ne concludi? riprese il padre facendogli una carezza.

--Ne concludo che, se potrò, non ritornerò colà; ma se il destino
della mia vita mi obbligasse a calcare nuovamente la terra che mi vide
nascere, giuro di apparirvi come un angiolo vendicatore, come un genio
benefico che la libererà dalle sue sventure.--

La mente fervida e precoce del giovanetto sviluppavasi a meraviglia,
ed il corpo ne seguiva gli impulsi.

Il bravo governatore lo educava ai militari esercizi, il sole ardente
delle Antille gli abbruciava il cuore; ei si sentiva come padrone di
un'epoca.

--Ma, soggiunse un bel dì alla madre, i vostri patimenti, o madre,
formano la più mesta reminiscenza dei miei primi anni; io ne serberò
incancellabile la memoria. Io sento, sì, sento in me la pietà, la
compassione propria dei nostri Indiani, ma sento altresì la ferocia di
essi; quella compassione la serberò per i poveri, come eravamo io e
voi quando il babbo ci raggiunse allora che io nel fitto inverno mi
reggeva alla vostra lacera gonna per salire alla capanna e soffriva
nel vedervi piangere e sudare sotto il peso delle legna che portavate
per scaldarci. Ma la ferocia io la serberò contro quelle classi
privilegiate che si pascono del sangue e del sudore dei poveri e a cui
apparteneva quell'uomo che ci cagionò tanti affanni. Esso è morto;
però ne esistono tanti eguali, madre mia. Ma... a proposito, continuò,
mio padre debbe avervi narrata la storia delle sue sventure durante la
sua assenza: e che? io dunque non debbo saperne nulla?

--A che vantaggio rinnovare la memoria di un fatto che è già
registrato nel passato?

--A che pro, madre mia? Perchè sappia in qual modo coloro che
avrebbero dovuto giovare ai miseri ardissero calpestare i più sacri
doveri.

--No, figlio mio, le aveva detto l'Amalia; i mali che gli altri ci
hanno fatto soffrire bisogna dimenticarli e lasciarne la vendetta a
Dio.

--Egli si serve spesso del braccio degli uomini per compierla; chi sa
che non voglia servirsi del mio?--

La tenera madre sforzossi di calmar l'ardore del figlio, ed egli non
fece più parola intorno a tale materia; ma scelta l'occasione in cui i
suoi genitori eransi recati per diporto all'isola di San Domingo,
avuto a sè il vecchio Iago,

--Dimmi: che cosa successe a mio padre quando io bambino rimasi colla
mamma alla capanna delle Alpi?

--La storia è breve ma dolorosa, riprese il negro: fuggito che fu
vostro padre dalla parte del giardino della sua villa, già si
appressava travestito alla capitale per far valere i suoi diritti,
quando, incontratosi sventuratamente nel perfido amico cagione di
tutti i suoi mali, non fu più padrone di sè stesso, e dopo aspre
parole, snudate le spade, si batterono in quel luogo medesimo, e
l'amico traditore espiò colla vita il nero suo tradimento. Il padre
vostro, gravemente ferito e privo di sensi, venne da persone che il
conoscevano e che ignoravano le discordie fra esso e lo zio
trasportato al palazzo dello zio medesimo, il quale, nascondendo la
gioia di quell'avvenimento, sembrò preoccupato da incidibil dolore, ed
accarezzando il quasi esanime nipote, dette palesi ordini acciò fosse
curato in un dei più sontuosi appartamenti del palazzo.

--E che avvenne poi? aggiunse il giovanetto impaziente.

--Il vostro misero genitore, appena ricuperati i sensi, si trovò in
uno dei sotterranei dei palazzo destinatogli per carcere; ivi languì
vari anni, e poichè ben poche persone avevano veduto il giovane
uffiziale esser trasportato presso lo zio, fu a costui facile sparger
voce che egli si era allontanato per correr dietro alla sua amante.
Quel vecchio tiranno, irato del non poter discoprire il rifugio di voi
e di vostra madre, inveiva sempre più nei mali trattamenti verso il
padre vostro, e per colmo di barbarie avevagli dato a intendere essere
ambedue voi periti nella fuga.

--Infame!

--Sei mesi prima che il mio adorato padrone giungesse a ricuperare la
libertà io arrivai a scoprire ch'egli gemeva prigione del barbaro zio.
Giurai di salvarlo o di morire e, sotto le mentite spoglie di povero,
mi riuscì di penetrare nel palazzo del vostro indegno parente. Ma
ahimè! il colore del mio volto mi tradì, per modo che venni rinchiuso
nel medesimo sotterraneo.

--Gran Dio!

--Fu certamente gran conforto al vostro misero genitore la mia
presenza: e rapprendere che voi e l'Amalia eravate in vita e al sicuro
dalle trame dell'iniquo. I giorni passavano in mesti ragionari ed in
copiose lacrime, pensando a voi misero fanciullino ed alla madre
vostra. Inutilmente desiderammo di farvi pervenire nostre nuove. Di
chi mai avremmo potuto fidarci? Avrebbe forse il barbaro oppressore
risparmiata la vostra tenera età? Si sarebbe egli lasciato piegare dal
sesso e dalla beltà dell'infelice madre vostra, o non piuttosto
avrebbe ad altre due infelici creature fatti provare i più rigorosi
tormenti? Invano tentammo di fuggire; troppe erano le guardie ed i
satelliti di quel vile per eludere la loro vigilanza.

--Dio però....

--Si, Dio venne in aiuto degli oppressi. Un mattino nella cui
precedente notte avevamo sentito forti strepiti e confusione nelle
stanze superiori del palazzo come se una quantità straordinaria di
persone andassero e venissero, vedemmo discendere nella nostra carcere
un venerabile ecclesiastico. Costui, nel vedere il nostro squallore e
la nostra miseria, colpito da grande e dolorosa meraviglia, ci fece
soccorrere: morbido letto fu a noi apprestato, cibi delicati che ci
rimettessero in forze; ma più di tutto riuscì a renderci gagliardi la
nuova che l'iniquo persecutore era in quella notte morto di apoplessia
e il desiderio vivissimo di partire per la capanna ove eravate
rifugiati. Il resto voi lo sapete.--

Durante il racconto del negro, il giovanetto portò più volte la mano
al cuore ed all'elsa di un pugnale elegantemente lavorato che, secondo
il costume degl'Indiani, teneva al fianco. Alfine, dopo lungo represso
sfogo, gli caddero abbondanti lacrime, e,

--Se tali avvenimenti fossero accaduti fra voi selvaggi?... dimandò.

--Ah! rispose Iago, fra i selvaggi tali mostri non hanno esistito
giammai.

--Ma colui lasciò parenti? esclamò il giovane con ira feroce.

--Non altri che il padre vostro. Egli peraltro, non potendolo in tutto
privare delle avite sostanze, s'ingegnò di toglierne gran parte, che
fe' passare ai ricchi suoi amici.--

Il giovanetto meditò alquanto, quindi, snudando il pugnale,

--Vendetta, gridò, vendetta contro tutti i ricchi, contro tutti gli
oppressori! Giuro di mantener la promessa.--




CAPITOLO VI.

Esmeralda.


Il vecchio negro si era ingannato. Viveva un parente dell'antico
signor Artini a cui erano devoluti molti averi di lui. Cinque anni
dopo il racconto del povero Iago, Giovanni ed Esmeralda non avevano
più genitori.

Caduto il dominio napoleonico, scritta nella nota de' di lui
partigiani, la famiglia Artini, spogliata dei beni tutti che possedeva
in Francia ed alla Guadalupa, era per cadere nell'indigenza. Amalia ed
il marito, non potendo resistere a colpo così impreveduto, l'un dopo
l'altro si spensero a guisa di teneri fiori colti dall'oragano. I loro
figli e Iago ne accompagnarono i corpi alla tomba, e quel giorno fu
giorno di lutto per tutta l'isola.

--Ed ora? disse il negro al giovane Artini non imberbe, ed ora?

--Ora, riprese l'intrepido giovane baciando la terra che copriva i
suoi cari; ora non ho più nulla che mi obblighi a rispettare i
desiderii di coloro che la morte spense. Ora io sono figlio dei miei
pensieri.

--Quanto siam poveri! esclamò la bella ed interessante Esmeralda.

--Taci, le rispose l'animoso Giovanni; ch'io non oda mai più siffatta
parola. Poveri sono coloro che giacciono schiavi del capriccio, del
lusso, dell'orgoglio; te l'ho già detto.

--Buon Dio! riprese con malinconico sorriso la fanciulla; non abbiamo
più case, più campi: ahimè!

--Mira, esclamò Giovanni bollente di entusiasmo, mira questo mare
immenso che ci si para dinanzi: e dove più spazioso campo di questo?
Mira (e mostrógli il piccolo naviglio di sua proprietà ancorato nel
golfo), sapresti tu ideare un più vago palazzo?

--E come vivremo noi?

--Non ti affliggere, disse il giovane teneramente guardandola, non ti
affliggere. Deh! ch'io non veda mai più lacrime sul tuo ciglio, se non
vuoi che io mi perda. Ben misero è colui che ha bisogno di case, di
campi, di vigne per campare la vita! L'uomo grande basta a sè stesso,
ed io mi glorio di sentirmi tale. Vieni, porgiamo un ultimo addio a
questa tua patria, un estremo addio ai nostri antichi domestici, un
bacio ad Iago, e partiamo.

--Ah! no, rispose il vecchio stemperandosi in lacrime, fino a che una
goccia di sangue animerà il mio braccio, un'aura di vita sosterrà
questo frale, non fia ch'io vi lasci giammai.

--Ebbene verrai con noi; questa sera lasceremo quest'isoletta
ridente.--

E la sera infatti, radunati in un cofano i pochi loro arredi preziosi,
i gioielli della madre, il poco oro, unica eredità dei defunti,
salirono a bordo del piccolo naviglio di Giovanni, spiegando le vele,
secondati da tepida brezza, lungo il continente americano. Un mese
bastò loro per trasportarsi sulle rive dell'Ohio, dove in una
selvaggia tribù educata da un buon missionario al cristianesimo era
nato il fedele ed amato loro Iago.

In questo pacifico ed ameno soggiorno Esmeralda, divenuta col
progresso del tempo bellissima, aveva appreso tutte le cognizioni di
cui già la sappiamo adorna. Pittrice dell'amena natura, la sua musica
era la vergine e selvaggia espressione di tuttociò che la circondava;
avresti detto ch'ella armonizzava lo strepito dei fiumi, la romba dei
venti, la bellica tromba del vittorioso selvaggio; i suoi trapunti
esprimevano la sapienza di una Indiana educata alla libertà. Ella era
l'idolo della tribù; il negro e le vecchie l'appellavano figlia del
gran Genio.

Il coraggioso Giovanni si era compiaciuto di ammaestrarla ai costumi
delle nazioni civili, lasciandole la virginale purezza della figlia
del deserto.

Nei precedenti capitoli noi abbiamo veduto l'effetto di tal bizzarra
educazione. Venne finalmente giorno in cui Giovanni, il vecchio Iago
ed i suoi amici ritornarono dopo lunga assenza non più abbigliati da
selvaggi, ma seco traendo numerosa compagnia di Europei. Giovanni di
pirata si era fatto capo di una delle più potenti sette che ardissero
imaginare il rinnovellamento del sistema politico europeo; Giovanni in
quell'assenza aveva riveduto il suolo natìo e si lusingava
d'effettuare quel pensiero che fin dai primi anni gli si era fitto nel
cuore. Esmeralda lasciò piangendo l'amata tribù, e dal nuovo mondo
passò per la prima volta nel vecchio continente.

Ma ci è d'uopo ripigliare il filo del nostro racconto e ritornare a
Rosina.

Il gabinetto della giovane si era aperto al cenno da essa dato col
campanello, ed il buon padre abate entrando benediva la fanciulla e si
assideva al fianco di lei. Rosina era ricaduta nel più fiero accesso
di sua malinconia.

--Molto strano il vedervi afflitta così, mia buona figlia, riprendendo
il discorso aveale detto il padre abate: spero però che il vostro
stato sia effetto della stanchezza della passata notte.

--Tutto il contrario, mio buon padre; io non ho ballato che due sole
volte.

--Che è mai dunque?

--Un peso orribile, mio buon padre, un peso proprio qui in fondo al
cuore mi debilita, mi annienta.

--Volete voi ch'io vi aiuti a sollevarlo? Ebbene, figlia mia, non sarà
questa la prima volta che mi avete aperto il segreto dell'anima
vostra. Io non dirò che dobbiate considerarmi come al tribunale di
penitenza, dove io sono severo giudice in nome di Colui che regna nei
cieli; ma consideratemi sempre pronto a spargere olio e vino sulle
acerbe ferite dei miseri abitatori di questa valle di lacrime.

--No, non posso acconsentire ad affliggervi col racconto dei miei
mali; voi siete venuto a me ad oggetto di trattenervi in amichevole
conversare, anzi a far meco colezione. Permettete adunque che ordini
il caffè o la cioccolata, come più vi aggrada.--Ed in questo dire fu
per chiamare col campanello la cameriera

--Oh! no certo, figlia mia, riprese il monaco trattenendo la bianca di
lei mano onde impedirle sonasse il campanello, oh! no certo; e come
volete ch'io possa pensare a prender cibo, vedendovi così cupamente
concentrata in voi stessa? Certo che io nol farò, a meno che prima non
mi sveliate quei pensieri che l'animo vi tormentano; e qualora
vogliate dinegarmelo, non torrò questo ad ingiuria, non volendo
obbligarvi a parlare, ma mi ritirerò per lasciarvi in libertà e
tornerò in altro momento più opportuno.--

La fanciulla, immersa nel più cupo dolore, non pensò a rispondergli;
laonde il monaco si era alzato e già si avviava alla porta: il suo
moversi scosse la giovane dalla dolorosa apatia, tal che, alzatasi,
preselo per un lembo della veste e lo costrinse a seder nuovamente
presso di sè.

Fu qualche tempo silenzio; finalmente in mezzo a mille strazianti
dubbi la giovane svelò gli arcani del suo cuore all'ottimo religioso.

Durante il lungo racconto l'abate avea più volte afferrato un pensiero
ed interrotta la narratrice esclamando:--Possibile? possibile?--

Quando la Rosina ebbe ultimato il suo ragguaglio, il monaco stette
lunga pezza irresoluto; volgeva in mente un progetto, non sicuro sul
modo di eseguirlo.

--Ebbene, qual consiglio mi date voi? esclamò Rosina, tenendosi fra le
mani il volto; deh! non mi negate il soccorso della vostra sapienza.

--Figlia, riprese il frate dopo lunga pausa, i miei timori sono pur
troppo fondati. Il vostro amante misterioso deve esser un settario.
Guai a lui! Non è questa la via che dee battere un uomo il quale
d'altronde vanta quei sentimenti d'onestà che voi mi dite; egli è uno
sciagurato, pur forse traviato e che prevedo cadrà nell'abisso da sè
stesso scavatosi.

--Ma il convegno di questa notte?

--Bisogna evitarlo.

--E mio fratello?

--Ei pure dee fuggire la tenebrosa congrega. Sì, mia figlia, sedicenti
amatori della quiete, dell'ordine, del diritto, della patria,
prendendo abbaglio sulla vera indole della passione che loro bolle nel
cuore, traviano e son traviati; lungi dal fare il bene dei loro
simili, li trascinano insieme con loro a perdita certa; simili al
turbo impetuoso di estate, essi vorrebbero abbattere nella speranza di
costruire, ma il turbine non fa rinascere la querce che schianta.
Infelici! continuò, essi hanno speranze nelle tenebre, ma le tenebre
non fia che partoriscano la luce. Pur troppo vanno incontro a morte
sicura e calcan già la via del patibolo!

--Gran Dio! esclamò la misera fanciulla esterrefatta, che sarà mai di
mio fratello e di lui..., sì, è pur forza che io il dica, di lui che
amo?

--Infelice fanciulla! mormorò il monaco macchinalmente scorrendo col
dito gli acini del rosario che gli pendeva dalla cintura. È un fatto,
indi proseguì, che anche nella pacifica città di Livorno pullula una
setta di cospiratori, ed io ben me ne avveggo alla comparsa e
apparizione misteriosa e strana del vostro amatore; esso ha le mani in
una grande matassa di cui molte sono le fila. Sia pure che tutti
s'infrangano, egli non perderà il coraggio e l'ardire per porle su
tela novella. Guai per lui! Io potrei.... ma no, voi mi avete palesato
un segreto, io non posso svelarlo.... Conviene per altro che almeno le
due fila, che siete voi ed Alfredo, che debolissime scorgo, io liberi
dal pericolo di essere spezzate; io lo farò a rischio della mia vita
stessa. Chi sa che non mi riesca di salvare.... di salvare anco la
persona a voi cara? Ma or non è tempo di ulteriori ragionamenti; voi
dovete ristorarvi con un poco di cibo, e quindi v'ingiungo di prendere
un poco di riposo.--

Così dicendo suonò per la colazione, che venne portata. Rosina,
cotanta agitata come vedemmo, appena gustò qualche goccia di caffè: il
buon padre peraltro fece pacificamente la sua colazione; non già che
fosse insensibile, ma, abituato a tanti e tanti travagli nella lunga
sua vita, era assuefatto a mirare le cose più gravi con un animo
veramente imperturbabile. Terminata la colazione, rinnovò a Rosina il
positivo ordine di non muoversi dalla sua stanza: la consigliò di
discendere sotto qualche pretesto nella camera della madre, quindi si
allontanò.

Noi, mentre lasceremo il monaco studiare il miglior modo possibile con
che i suoi protetti venissero allontanati dal luogo periglioso della
notturna assemblea, terremo d'occhio i preparatori della stessa
riunione. Fino dal mattino, al comparire del sole, nella osteria dei
Tre Mori era stato concertato che Bruto, Cacanastri, Narciso e quanti
erano là piccoli capi tenessero pronti i loro affigliati, i quali, per
tempo uscendo fuori delle mura, dovevano trovarsi dopo la mezzanotte
nel sotterraneo di San Iacopo lungo il mare. Gli ordini erano corsi
con molta celerità, e certamente non avrebbero mancato di trovarsi
colà tutti coloro di cui un giuramento tremendo legava il volere a
quello del Caprone.

Ma qual era lo scopo di tal ragunata notturna? Noi andiamo a dirlo ai
lettori nostri onde non tenerli in tanta curiosità.

Il Caprone era uno dei più accaniti carbonari che la setta di allora
contasse nella penisola; teneva sotto il suo regime la congrega di
Toscana, combinando coi capi della setta esistente in altre provincie
un decisivo movimento di sommossa. Così avevano prestabilito quegli
sciagurati, ideando di far nascere un qualche disordine, cosicchè
fosse impossibile alla forza regolare ed ai buoni cittadini il porre
un rimedio ed estinguere un incendio su tanti punti scoppiato. In
quella sera adunque doveva stabilirsi il giorno e l'ora.

Il cielo però non permetteva tanta sventura: un accidente impensato
doveva impedire che l'adunanza avesse luogo a risparmiare alla città
le orribili conseguenze dei furori dell'anarchia. Sul far del mezzodì
era insorta lite, a causa di una pezzuola rubata, fra Topo e
Cacanastri; Topo aveva sul ponte di Venezia dato una stilettata al
compagno, il quale, moribondo, veniva dalla compagnia della
Misericordia trasportato allo spedale. Topo, sebbene espertissimo in
fuggire fino allora dai birri, questa volta non aveva potuto
riuscirvi; imperocchè, datosi a gambe per la via dei bottini
dell'olio, nel voltare dalle Fontine per la via delle Carceri, si era
imbattuto in una squadra che per caso passava da quella parte; sicchè
piombò proprio negli artigli del falco.

Tradotto al cospetto del giudice, Topo, seguendo l'esempio dei vili,
pensò di salvare sè stesso ruinando i compagni; onde interrogato dal
magistrato sulla cagione dell'omicidio:

--Se vosustrissima mi fa aver l'impunità, le dirò tutto senza
preamboli.--

E qui sfilò, come suol dirsi, la lunga corona, dicendo essersi finto
settario e, venuto in sospetto del congiurato Cacanastri, aver pensato
bene con una pugnalata spicciarsi di lui. E quindi narrò ciò che
sapeva intorno alla congiura ed alla adunanza della prossima notte.
Fortunatamente per i congiurati, il magistrato non lo interrogò sui
nomi di quelli, riserbando ad altro momento un nuovo e più solenne
interrogatorio, per prendere intanto consiglio da più alto personaggio
e giudice intorno alla investigazione e i passi da farsi per tutti in
un colpo avere in mano i settari. Topo, che si credeva potersene ir
libero a casa sua, venne invece fatto tradurre in una delle più
strette prigioni.

Gli altri congiurati intanto nulla sapevano del progetto loro per metà
scoperto da Topo; stavano in breve per esser côlti al laccio. I nostri
lettori sentimentali proveranno un certo ribrezzo nel vedere sull'orlo
del precipizio l'entusiasta Giovanni, l'appassionata Rosina, il focoso
Alfredo e la fantastica Esmeralda. Ma chi sa poi.... tiriamo innanzi
il racconto.

Il ferito Cacanastri stava sul punto di esalare l'anima impura sopra
un letticciuolo dello spedale di Sant'Antonio. Un confessore ascoltava
la lunga storia de' suoi delitti e peccati, e questo ministro di Dio
era quell'istesso padre abate che noi vedemmo poco fa presso Rosina. E
come ciò? Ecco come.

Il padre abate traversava la strada quando il ladro era caduto immerso
nel proprio sangue. Trattandosi di un moribondo, il buon sacerdote si
curvò sovra di lui e non volle abbandonarlo nè mentre fu posto in
lettiga nè per la via nè allo spedale, avendo già incominciato a
confessarlo. Iddio aveva preparato l'incontro. Il buon padre colla
confessione del ladro rannodando i fatti del racconto di Rosina,
fortunatamente giunse a scoprire il ricovero di Esmeralda: ed appena
spirato quel ladro, non frappose indugio a muovere verso l'osteria dei
Tre Mori. I Veneziani di Livorno, se avessero veduto tutt'altri
avvicinarsi alla caverna dei contrabbandi, lo avrebbero fatto a pezzi:
ma trattandosi di un religioso, in ispecie di un padre abate di
Montenero, padre mitrato e che ha il pastorale come i vescovi, eglino
che, mentre non hanno scrupolo di rubare ed ammazzare, sono peraltro
ciecamente, superstiziosamente ed anco bizzarramente devoti, si fecero
a chiedere al padre la benedizione; le donne affollate a baciargli la
tonaca, gli uomini a dimandargli la presa di tabacco: ed egli,
profittando di quella cortese accoglienza, potè farsi additare la
tana, alla quale avendo picchiato, poco dopo entrò.

Ah di qual patetica scena doveva esser egli testimone! Su di un
piccolo letto di quelle luride stanze stava la bella, la già
orgogliosa Esmeralda. Ai suoi piedi travisato da marinaro il giovane
ufficiale Alfredo. Impossibile sarebbe dare una precisa idea del loro
colloquio.

--Io ho giurato di venire al convegno ed ho giurato di recarvi una
sorella; io vi andrò, sì, ma nè mia sorella nè tu vi verrete.

--O mio Alfredo, diceva la sventurata, che mai pensi? deh! non opporti
a Giovanni; egli ti crederà un traditore, ti ucciderà.

--Sia pure! esclamava Alfredo, ma voi due mie care donne non mai vi
troverete ad un tanto periglio, a quello di perder la testa su d'un
patibolo.

--E che? diceva Esmeralda, e che? siam forse colpevoli noi?

--Cara, innocente e appassionata creatura, la tua semplicità ti vieta
conoscere il vero.--

Esmeralda sorrideva come quando era fra le tribù dell'Ohio.

--Deh! non sorridere...., sclamava Alfredo, deh! non sorridere; il tuo
sorriso mi fa l'orror della morte.--

Esmeralda dal sorriso era passata al riso sprezzante.

--Hai paura? gli diceva, hai paura? ebbene andrò sola: io ho il mio
pugnale.--

Alfredo ignorava chi veramente fosse Esmeralda, ma però sentiva
crescersi l'amore nelle vene. L'amore ch'ei le portava era, per così
dire, raddoppiato. E l'amava come donna e come madre del figlio suo.

--Ascolta, Esmeralda, soggiungeva: sia pure che tu e io non curiamo la
vita; ma puoi tu compromettere l'esistenza di quella creatura che
porti nel seno?--

Era la prima volta che Esmeralda sentiva pronunziare simile parola. Il
sentimento di madre parve la colpisse. Stette silenziosa alquanto.
Alfredo a mani giunte aspettava una parola confortante; ei
l'implorava, ma la giovane, dopo di essersi terso con la mano
l'affannoso sudore della fronte,

--Ah, dovere di madre! sì, dovere di madre! io lo conosco, ma, prima
che nascere schiava, la mia creatura morirà nel seno materno.--

Questa ultima decisione aveva agghiacciato le speranze e l'ardire
d'Alfredo; una idea disperata gli si affacciò alla mente.

--Senti, gridò all'amante; il cuore mel dice, pur troppo mel dice, la
via che calchiamo conduce al patibolo. Almen sia salva la sorella:
morte per morte, val meglio trucidarsi che morire infamati.--

Proferiva questi dolorosi accenti fuor di sè stesso, alto levando uno
sguainato pugnale; già stava per immergerlo nel seno dell'amante, che
lo guardava impassibile, per poscia cacciarselo in cuore, quando il
monaco, entrando in quell'istante, di sulla porta gridò:

--Infelici! io vengo a salvarvi.--




CAPITOLO VII.

Le catacombe.


Lungo la scogliera delle spiagge di San Iacopo esisteva una
sotterranea galleria scavata nel tufo. Forse le onde del mare
coll'andare dei secoli addentrandosi nella terra aveano formato quella
volta naturale; e l'acqua col volger del tempo ritirandosi aveva
lasciato asciutto quel sotterraneo. La sua apertura, nascosta fra gli
scogli coperti di alghe e piante marine e quasi turata dalla arena
trasportatavi dai flutti, a pochissimi era nota. Attualmente essa è
rimasta così ingombra che non può discernersi se non se da colui che
abbiala veduta assai anni addietro. Il sotterraneo, che si estendeva
molte e molte braccia, penetrava al di sotto della chiesa attuale: e
nei primi secoli del cristianesimo, quando nei luoghi dell'attuale
chiesa vi era un convento, probabilmente quella galleria, comunicando
colle tombe della chiesa del cenobio, aveva servito di ritiro alle
meditazioni di quei religiosi e forse di nascondiglio a non pochi dei
primitivi cristiani, furiosamente perseguitati dai pagani, signori del
mondo. Comunque la cosa sia, è un fatto che là dentro eransi rinvenute
non poche ossa, mentre gran quantità di teschi ed umane reliquie si
erano scoperte non lungi da quel cenobio verso la riva del mare, dove
era ed è il superbo passeggio dell'Ardenza.

Gli archeologi e gli storici avrebbero potuto dirci con precisione a
che cosa avesse servito in origine quel sotterraneo: i secondi se pure
lo avessero creduto oggetto degno di occupare le gravi pagine dei loro
scritti, ed i primi qualora non avessero preso qualche lucciola per
lanterna. E qui (sia detto con buona pace) un romanziere, ricordando
_L'antiquario_ commedia dell'immortale Goldoni, e _L'antiquario_
romanzo del celebre Walter Scott, non può trattenersi dal ridere sulle
dotte asserzioni di coloro che, al lume dell'intelletto, hanno creduto
penetrare con passo sicuro nel buio di centinaia di secoli. Concludo
adunque che nulla mi cale di sapere quando il mio sotterraneo sia
stato abitato e da chi; come anche nulla mi cale se certi zerbinotti
increduli mi forzassero a dimostrar loro il suo sito, ed io non
potessi additarlo. Se coloro che son vivi non lo hanno veduto, lo
vedranno nel mio romanzo, giacchè per il buon andamento del racconto
basta che ci sia stato: e quelli che lo hanno veduto e che non son
più, non sanno nulla del mio scritto, il che mi risparmierà degli
interrogatori noiosi. E poi in ultima analisi il mio sotterraneo è
quello che era il luogo delle _Acque di San Ronano_ del gran
romanziere inglese: ci era, adesso non c'è più; ed è meglio, perchè
infatti chi sa che paura ne avrebbero le modestissime damine e pedine
cui piace il passeggiare cogli amanti nel bel sito che ora è lungo la
via di San Iacopo, se sapessero che a pochi passi da dove fanno
tranquillamente sospiri amorosi e si ricambiano dolci parolette esiste
un sotterraneo di catacombe? Ma ritorniamo a a noi: come io dunque
diceva, il sotterraneo aveva la sua entrata fra gli scogli e dopo un
cento passi la volta si faceva stretta, ed il terreno si approfondava
con sensibile declivio; talchè, camminando fra quelle tenebre, avresti
creduto di essere entrato in quello da cui il vecchio Enea passo passo
se ne andò alle porte dell'Averno. Il mio sotterraneo peraltro non era
tanto lungo; poichè dopo circa quattrocento passi si arrivava ad un
ripiano che formava un quadrilatero non disdicevole ad una grandiosa
sala da ballo; le muraglie erano tutte di tufo e di conchiglie. Questa
sala, tutta a volta spaziosa, comunicava con due lunghe gallerie; da
queste metteva in altri due salotti più lontani e più grandi del
primo; sicchè, come ognun vede, quella gran sala potea dirsi
l'anticamera, e le altre potevano essere usate per luogo di numerosa
riunione. È facile l'imaginare come quel luogo offrisse tutto il
comodo di parlare ad alta voce, poichè quelle pareti non avevano
orecchie, ed il suono non avrebbe giammai oltrepassato il palco della
spessezza di un terzo di miglio di terreno. Egualmente impossibile
sarebbe stato a qualunque curioso il sentire il cicaleccio di coloro
che erano dentro stando all'estremità della grotta, sì perchè lo
avrebbe impedito la lontananza, sì perchè il fiotto marino che
incessante sbatteva gli scogli avrebbe spento anche la voce del basso
Lablache nella cavatina del _Figaro_ e i trilli della Malibran nelle
cadenze finali della _Sonnambula_.

Ecco dunque che la nostra caverna era più che idonea al misterioso
ritrovo di quei fanatici, i quali si eran posti in idea di
rinnovellare il mondo sociale, tanto per tutelare la loro personal
sicurezza quanto per la libertà di parlare a voce alta; il che suole
accadere bene spesso in quel genere di assemblee. Al capo di quella
segreta società non era sfuggito un luogo così magnifico, del quale
era stato da lui scoperto l'ingresso in uno di quei momenti
melanconici in cui passeggiava lungo la riva del Tirreno, e, per
quanto crediamo potere asserire, quel luogo stesso in tempo di vacanza
di congiure erasi più volte adoperato per dar ricetto ad ogni sorta di
contrabbandi. Ma adagio, qualche lettore perito di cose marittime mi
dirà: e come mai le guardie delle torricelle del vicino lazzaretto non
vedevano andare e venire i frequentatori del sotterraneo? ed in tal
caso come mai non far loro fuoco addosso? Sì, certamente, rispondiamo
all'obiezione, che le guardie avrebbero ciò fatto; tutto sta che
avessero veduto: ma la situazione dell'ingresso fra i due scogli era
tale che prometteva ogni sicurezza di stare al coperto dagli sguardi
altrui: e poi ognun sa che i ladri, i congiurati e gli amanti hanno
amica la notte ed il passo così leggiero quasichè sempre portassero
scarpe colla suola di velluto o di feltro; ed in ultima analisi
_guardia_ vien da _guardare_, ed ognun sa che molte volte si _guarda_
e non si _vede_.

La prima sala delle catacombe aveva per pavimento il nudo suolo;
quella a cui metteva l'ala destra del sotterraneo quando dalla sala si
partiva in due era tutta sul pavimento coperta di un largo tavolato di
grosso legno, il che dimostra che coloro i quali ne facevano uso
avevano cura di tenere i piedi all'asciutto, o per qualche altra
ragione adesso a noi sconosciuta avranno creduto bene che quel
pavimento dovesse essere di grosse tavole di abete. La sala che noi
abbiam descritto non aveva che un rozzo e gigantesco tavolo tondo con
intorno una quantità di sedili dell'istessa forma e rozzezza. Alle
pareti erano attaccati grossi anelli di ferro i quali sorreggevano dei
candelabri tutti rugginosi dalla salsa umidità, sovrapposte ai quali
grosse padelle di metallo con entro strutto o sevo e bitume, che una
volta accese tramandavano tal rossa e funebre luce da far abbrividire
qualunque buon cristiano; e siccome il fumo avrebbe certamente
soffocati coloro che si fossero radunati in quella profonda caverna,
al di sopra di quelle bizzarre e quasi infernali lucerne esisteva
scavata nel tufo una specie di cappa non dissimile da quella dei
nostri camini, la qual cappa metteva nel corridore primo del
sotterraneo, da dove il fumo usciva per la imboccatura della grotta.
La sala da noi descritta conteneva appesi al muro grossi triangoli di
ferro, simili assai alle nostre graticole su cui poniamo le casserole
e le pignatte, i quali triangoli, per quanto assicurano
gl'intelligenti in materia di sette, erano altrettanti oggetti
indispensabili a quei fanatici. Oltre i triangoli, vi avevano in quel
luogo varie forchette a tre denti, dei dadi a tre facce, in somma il
numero tre era molto ripetuto in quel luogo; ed in un quadro di
grossolana pittura si mirava finalmente entro un triangolo dipinto uno
sterminato occhio di bove. Quella sala era chiamata sala del comando o
del gran maestro, poichè era in quella che gl'iniziati alla setta
dovevano subire le strane prove per la definitiva ammissione e
proferire il più terribile giuramento. La seconda sala, quella in cui
metteva la galleria a sinistra, era chiamata sala d'aspetto, e là
avevano luogo le abluzioni dei candidati, ed ivi si vedeva una gran
vasca ad uso di bagno, un gran camino per scaldare le acque, caldaie,
paioli, ecc., in somma vi erano tutti gli oggetti indispensabili alla
cerimonia: quella sala era detta ancora la sala della purgazione.

Ahimè! lettori carissimi, questa sala a causa della arena che la
ingombrò e delle alghe marine spintevi dai venti di libeccio è andata
con le altre del tutto perduta, come un tempo si perderono le grandi
città di Ercolano e di Pompeia! Ah! il tempo guasta gran cose, ma
egualmente di grandi ne accomoda; e d'altronde è possibilissimo che
fra diciasette o diciotto secoli qualche colono nel solcare la terra
scopra le sale che vi ho descritte, ed i sapienti di quel tempo ne
facciano una dottissima illustrazione degna di esser premiata dalle
accademie che allora saranno nel mondo, a cui auguriamo ogni sorta di
prosperità letteraria e scientifica.

Terminata che abbiamo appunto la descrizione delle catacombe, noi
saremmo per introdurvi i lettori onde vedessero da per sè le cose
descritte; ma riflettendo che essi ameranno più assai il vederle
coll'occhio della mente quando il Caprone vi avrà introdotti i suoi
aderenti, riteniamo dare nel genio dei lettori stessi riconducendoli
nell'osteria dei Tre Mori allorquando il colloquio di Esmeralda e di
Alfredo venne interrotto dall'improvvisa comparsa del monaco
vallombrosano. I due amanti rimasero così colpiti a quella subita
apparizione che non seppero proferire un accento.

I lineamenti del monaco erano ad essi affatto sconosciuti. Non così al
monaco la fisionomia di Esmeralda, sebbene fosse la prima volta che si
trovava al cospetto di questa fanciulla.

--Amalia! sclamò; gran Dio!

--Amalia.... Amalia...! gridò alla sua volta la fanciulla.

Alfredo non sapea come spiegare la venuta del nuovo personaggio e le
parole di lui non meno che quelle dell'amata giovane. Dal mattino in
poi egli era passato di emozione in emozione, di orgasmo in orgasmo;
quanti affetti! quanti dolori!

Il monaco era rimasto in silenzio dopo la fatta esclamazione; egli
stava concentrato nella più strana rimembranza; più guardava
Esmeralda, e più sembravagli sognare.

Il giovane uffiziale voleva rompere il silenzio. Chi dava diritto ad
un estraneo d'introdursi in quella camera? qual'era la sua missione?
Ma la fanciulla ruppe il ghiaccio da cui sembravano tutti sorpresi
all'improvviso e, con quella semplicità che distingue gli Indiani,

--Buon padre, prese a dire, se voi cercate di mia madre, ahimè! la
cercate invano: ella riposa sotto la terra odorifera della Guadalupa.

--Dunque, lode a Dio! non mi ero ingannato. Oh previdenza celeste!--

E congiunte le mani, levolle al cielo in atto di fervorosa preghiera;
quindi rivolto alla giovine, come se già ogni arcano fossesi svelato
intorno alle condizioni della misera coppia,

--Non cerco la madre, cerco la figlia, la figlia di Amalia, prese a
dire come ispirato.

--Son io, sì, son io; ebbene che volete da me?--

Il giovane militare, fattosi avanti e preso un poco di coraggio dopo
sì strana apparizione,

--Signore! disse al monaco, io non vi domanderò con qual diritto siete
qui penetrato; rispetto il sacro vostro carattere, e, non v'ha dubbio,
voi qua moveste con ottimo fine; pure io ritengo che ad altre persone
sieno dirette le cure vostre e che voi abbiate errato nel dirigervi a
questa camera. Qui, signore, non vi sono persone da salvare come voi
dite; ciò dimostra chiaro il vostro abbaglio. Io non vi licenzio, ma
vi faccio osservare che la vostra presenza agita molto i sensi della
mia compagna.--

Infatti Esmeralda nel guardare il frate pareva venir meno.

Il monaco non rispose alle osservazioni ed all'invito del giovane; era
disposto a tutt'altro che ad allontanarsi.

--Fanciulla infelice! continuò dirigendo sempre le parole ad
Esmeralda, fanciulla infelice! di voi cercava, voi voleva.... (e qui
gli brillò in fronte un rassicurante pensiero): fanciulla, continuò,
vostra madre qui mi manda e vi aspetta.--

Gli occhi di Esmeralda scintillarono di luce insolita; essa parea
risorta dallo stato di debolezza in cui l'aveva prostrata il colloquio
coll'amante suo. Con quella vivacità che forma il leggiero carattere
delle Americane, essa non pensò che la madre era stata da lei stessa
accompagnata alla tomba. L'eccesso della gioia nel sentire che la
madre la chiamava le fece momentaneamente smarrire la ragione; e
coll'imaginazione infiammata di cui noi l'abbiamo veduta dotata, colla
educazione ricevuta in una tribù di selvaggi, col passionato ardente
suo carattere, in lei l'esaltazione era al colmo. Imbevuta dei
principii del fratello senza averne approfondito il valore, credendosi
una creatura privilegiata, non dissimile dalle fatidiche donne
d'Israello che infiammavano e guidavano alla pugna intere falangi,
posta nella situazione di madre, di amante, di settaria...., ora
qualunque altra specie di affetto se non potea giungere a spezzarle il
cuore, era certo però che la ragione doveva almeno rimanerne
sconcertata e sconvolta: talchè, preso di sopra il letticciuolo uno
scialle ed avvoltavi la elegante persona,--Andiamo, disse, o buon
religioso, andiamo: la nave sarà all'áncora, non facciamo più oltre
attendere la madre che tanto mi aspetta.--

Il monaco, nel vedere Esmeralda, era stato colpito dalla
rassomiglianza fra lei e la estinta Amalia. Un ritratto effigiato in
un medaglione pendente dal collo della giovanetta aveva persuaso padre
Gonsalvo che egli non s'ingannava nel ritenere la infelice fanciulla
come figlia di quella stessa Amalia che egli molti anni prima aveva
unita in matrimonio segreto col giovane Artini. Tal riconoscimento
bastò per fargli desiderare di salvare anco questa dall'imminente
pericolo della notturna assemblea, sebbene il primo pensamento del
frate fosse quello di porre in salvo Alfredo e Rosina, e di servirsi
della mutua passione di Esmeralda e di Alfredo onde impedire che il
giovine uffiziale andasse alle fatali catacombe. Il morente sgherro
gli aveva svelato il luogo del convegno, gli amori dei due giovani e
l'osteria ove avrebbe potuto ritrovare costoro. Padre Gonsalvo, che da
prima voleva fare di Esmeralda un semplice mezzo di salvezza, non sì
tosto si avvide che quella sventurata creatura era figlia di altra non
meno infelice ed amabile donna, fermò in pensiero di liberare essa
pure; ed il cielo lo aiutò col prodigioso ed istantaneo smarrimento
della ragione della giovinetta americana.

Alfredo, ripresa la padronanza di sè medesimo, dopo lo stupore in cui
avevalo gettato questo nuovo avvenimento e l'improvvisa esaltazione di
spirito di Esmeralda, la quale erasi messa d'accordo con quel bizzarro
frate, fattosi alla porta della stanza, come per impedire che i due
uscissero, sospinse indietro il buon vecchio, il quale aveva presa
sotto il braccio la fanciulla.

--E che? gli gridò questi con dignitoso rimprovero, e che? osereste
voi forse impedirmi di salvare la creatura che amate?

--Debbo io affidarla ad un incognito? qual diritto ne avete voi?

--Il diritto che dà l'Onnipotente di togliere dall'abisso le creature
innocenti.--

Tanta era la maestà di padre Gonsalvo negli atti e nelle parole che il
giovane Alfredo provava, suo malgrado, un'impotenza ad opporglisi;
pareva inchiodato in ogni suo movimento, e la parola istessa gli
moriva sul labbro. Pur nullameno balbettò:

--Ma di grazia, padre, chi siete voi? chi vi manda? ma voi....--

Il buon frate, senza dargli agio ad ultimare la frase, sollevata la
fanciulla, che tutta ilare e fuor di sè lo seguiva, stupida a segno da
non volgere nè anche uno sguardo all'amante diletto, si avviò per il
tenebroso corridoio.

Alfredo voleva seguirlo: ma un gelo lo sorprese in mezzo al cuore, le
membra ricusavano prestarsi al più piccolo movimento; invano tentò
chiamare aiuto, poichè il labbro era incapace di proferire un accento.
Era la mano di Dio che lo voleva liberare dall'abisso; egli cadde
spossato a piè della scala che metteva all'appartamento superiore.

L'oste, l'ostessa, Concetta e tre o quattro beoni i quali stavansi
nella cucina non si fecero veruna meraviglia mirando passare il frate
colla fanciulla sotto il braccio. Costoro ne vedevano tante delle cose
straordinarie in quella taverna che nulla vi era che potesse farli
stupire. Padre Gonsalvo, giunto che fu sulla via, si fece più
celeremente che potè al ponte della Crocetta, sempre traendo seco la
vaga giovane; e veduta là una vettura, fatto cenno al cocchiere di
fermarsi, fe' in quella salir la fanciulla ordinando, salitovi egli
stesso, al cocchiere di partir di galoppo per Pisa. Il vetturino non
fiatava ed obbediva all'istante, conoscendo il ricco padre abate: e
chiunque abbia idea di Livorno sa qual rispetto porti la plebe per
l'abito e pei rusponi dei ricchi monaci di Montenero. Ei non fece
motto nè interrogazione: e poi quando mai i vetturini interrogano sul
contegno, sia pure misterioso, dei loro avventori se questi hanno
pingue la borsa?

Durante il viaggio, la povera Esmeralda, sempre fuor di sè stessa, non
parlò di altro che della madre. Il monaco non le rispose mai,
lasciandola in quello stato di aberrazione mentale che dava una tinta
indefinibile al viso angelico dell'adorabile creatura. Conservando il
silenzio, ripensava in sè stesso alle inesplicabili vie della
provvidenza. Quanti casi erano succeduti in poche ore! quanti altri
avevano a succederne, e come s'incalzavano gli avvenimenti con
incessante celerità! Faceva duopo di togliere ad Esmeralda la facoltà
d'indurre il giovane amante a recarsi all'assemblea, e ciò era
riuscito quanto al salvare ella stessa; ma, per essere sicuro che il
giovane non precipitasse in quel periglio, era duopo di tutta
l'energia di Gonsalvo, il quale, tratto disotto la tonaca un ricco
oriuolo, vedendo essere le sei pomeridiane ed avanzare sei ore alla
mezzanotte, mise un sospiro doloroso, pensando a quanto ancora
rimanevagli a fare.

Era evidente il pericolo che presentava per i congiurati la riunione
alle catacombe; dappoichè, come il frate ben pensava, tal ritrovo doveva
essere ormai scoperto ai magistrati dopo la morte dello sgherro e la
cattura dell'altro birbante. Era duopo non solo liberare Alfredo e
Rosina, ma sì pure quel misterioso individuo amatore di quest'ultima,
che, in conseguenza delle scoperte fatte, il buon frate tenea per certo
esser fratello di Esmeralda, e quell'istesso Giovanni da esso tenuto
bambino sulle ginocchia, quel Giovanni così sensibile ed intelligente! E
come salvare anche lui? Dove trovarlo? Come sperare di ridurlo, avendo
inteso da Rosina esser egli un uomo straordinariamente tenace in ogni
sua volontà? Ciò superava di troppo le forze del buon monaco: il tempo
stringeva; bisognava trasportare Esmeralda al luogo di sicurezza da lui
ideato; bisognava pensare ad Alfredo e Rosina, tornare a Livorno e pur
anco al convento: sebbene quanto al convento gli desse ciò meno
inquietudine, avendo egli, come superiore, la facoltà di rientrarvi a
qualunque ora di notte; ma pure avrebbe amato tornarvi, onde non dar
sospetto ai monaci, che son piuttosto curiosi. Il buon frate in tanta
ambascia era pur sempre frate, e perciò con religiosa rassegnazione
esclamò fra sè stesso: Io farò tutto quello che uomo al mondo può fare;
il resto si abbandoni alla volontà di Dio. Padre Gonsalvo per certo non
andava errato, misurando tutto il pericolo a cui giovani sconsigliati
andavano incontro se fosse stato scoperto il luogo del loro clandestino
ritrovamento e vi fossero stati côlti sul fatto.

Le leggi erano le più severe e rigorosamente osservate in tal maniera;
troppo premeva alla pubblica quiete l'estinguere le cospirazioni col
sangue dei cospiratori; e mentre il vigile magistrato dopo la
rivelazione di Topo aveva saputo doversi nella notte congregare i
congiurati tutti nella sala delle catacombe, pensò essere inutile pel
momento il farsi dal masnadiero palesare i nomi dei congiurati stessi,
ma meglio essere colpirli sul fatto nel luogo medesimo del loro
delitto, ed a ciò fare avea drizzato tutte le sue mire. Intanto era
giunta a Livorno notizia che altre congiure erano state sventate in
diverse provincie e puniti di morte alcuni dei cospiratori ed altri
tratti in catene. Il carbonarismo ognun sa come in quell'epoca avesse
l'ultimo crollo: ed il magistrato già si rallegrava del bel colpo che
era per fare. Ma lasciamo che costui si adopri in proposito e torniamo
a padre Gonsalvo.

Sonavano le otto all'orologio della torre pretoriale di Pisa che già
le reverende madri di Santa Chiara avevano tra le loro sante mura la
infelice ed appassionata Esmeralda. Le melodie dell'organo, i sacri
cantici, le tenere cure di quelle ancelle di Dio se calmata avevano
l'effervescenza della giovane Americana, non le avevano restituito la
ragione, che Dio le avea tolta onde liberarla da più tremenda
sciagura.

Padre Gonsalvo, ritornato a Livorno intorno alle dieci ore,
assicuratosi che Rosina era nelle mura della casa materna, che Alfredo
vi era ritornato dopo la burrascosa scena dell'osteria dei Tre Mori,
dette opera ad alacremente provvedere che il suo favorito Giovanni
sfuggir potesse all'estremo periglio; ma vi riuscirà egli? Lo vedremo
a momenti.

Si avvicina mezzanotte. Giovanni, ignaro di quanto era successo alla
sorella e ad Alfredo, ai due subalterni Cacanastri e Topo, fino dal
mezzodì se ne stava intanato nella sala delle catacombe ricevendo ad
uno ad uno i più diligenti fra i congiurati: aveva con loro svolto
varie carte, ammonendoli a star saldi nella decisione che erano per
prendere nella futura notte. Giovanni fidava nel grande ascendente che
aveva su Rosina, sopra Alfredo, sulla entusiasta Esmeralda, per esser
sicuro che eglino non avrebbero mancato di intervenire alla notturna
assemblea; e già aveva segnati i capitoli delle operazioni imminenti,
da cui presagiva un esito felicissimo.

Ma a qual pro, diranno i lettori, volea Giovanni fare intervenire alla
tenebrosa assemblea una timida e dilicata fanciulla qual'era Rosina?
Giovanni in ciò aveva le sue buone o cattive ragioni: ei voleva sempre
più impressionare i settari che nulla a lui era impossibile; e
d'altronde era vago di brillare in faccia all'amata fanciulla
nell'apogeo della sua gloria. Le catacombe eran per lui il suo mondo,
il suo seggio; era là che poteva comandare ed essere obbedito, di là
dettar leggi all'universo; giovane di ventisei anni, bisogna
compatirlo se ei bramava dare ampia idea della propria potenza alla
donna del suo cuore: e questa è la ragione per cui bramava che Rosina
venisse al convegno.

La sala del gran mastro è già ripiena della folla de' congiurati.

È mezzanotte: la squilla lugubre di un oriolo a pendolo l'annunzia con
dodici tocchi; i quali simultaneamente vengono ripetuti dall'orologio
della piazza d'arme e del lazzaretto, dalle campanelle delle
sentinelle che vanno mutando di fazione. La notte è cupa, nessun lume
si vede nei dintorni di San Iacopo, la spiaggia è deserta.

Ma già l'ora fatale è nuovamente rimbombata per l'aere nei suoi dodici
tocchi. Il sotterraneo è già pieno dei più fedeli al giovane
entusiasta. Egli è al primo posto della tavola rotonda ed ha innanzi a
sè alcune carte importanti; le pareti sono illuminate dalle faci che
noi abbiamo già descritte. Giovanni batte tre colpi su uno scudo di
bronzo che ha sopra la gran tavola. Il più cupo silenzio regna fra i
radunati. Giovanni spia per quella folla onde vedere la testa
dell'amata, di Esmeralda e di Alfredo; le sue indagini sono vane: egli
batte tre tocchi nuovamente sul grave scudo, e l'eco li ripete per
quei vasti sotterranei; tutti i radunati s'inginocchiano.

--Esmeralda? grida il giovane capo.

Nessuno risponde.

--Alfredo? esclama allora impaziente.

Nessuno risponde.

--Rosina? grida più vivamente ed appassionatamente il capo.--

Nessuno risponde.

Un personaggio però inaspettato, che produsse un misterioso terrore su
quella fanatica assemblea, si presentò sulla porta.


FINE DEL VOLUME PRIMO


INDICE

  Prologo                                      Pag      7

  CAP.      I --Il Caprone                      »      12
   »       II --Rosina                          »      36
   »      III --Festa da ballo in maschera      »      55
   »       IV --Fratello e sorella              »      76
   »        V --Vicende                         »      96
   »       VI --Esmeralda                       »     117
   »      VII --Le catacombe                    »     133




        _Allora lo spettro si avventò sopra l'empio che fuggiva._

                                            _Vol. II, pag. 133_





     I DEMAGOGHI
          O
  I MISTERI DI LIVORNO

        Romanzo

     DELL'AVVOCATO
   CESARE MONTEVERDE

   AUTORE DEI ROMANZI
    ASTORRE MANFREDI
           e
    IL DUCA DI ATENE


        VOL. II.



        MILANO
  PRESSO LUIGI CIOFFI EDITORE-LIBRAIO
  Via di Chiaravalle, N. 11 rosso.

         1862



  Proprietà letteraria dell'editore, che intende far
  valere i propri diritti a norma di legge.

Milano--Ditta Wilmant.




CAPITOLO VIII.

Sorpresa.


--Iago! esclamò con la maggior sorpresa il Caprone.

Il negro, sebbene cadente per la grave sua età, senza rispondere, si
fece largo tra la folla dei congiurati e si avvicinò al tavolo. Ivi
giunto, incrociate le mani al petto in segno di riverenza verso il
gran capo, pronunziò alcune parole in un linguaggio ignoto a tutti
quelli adunati. Il Caprone gli rispose nello stesso linguaggio, e i
congiurati stupefatti si guardarono l'un l'altro. In quell'istante si
udirono accelerati passi di molte persone dentro il corridoio; si
sentivano voci di sdegno e rumor d'armi che già rimbombava verso la
sala del gran maestro. Non poteva dubitarsi sulla qualità di coloro
che s'inoltravano; poichè, oltre il romore delle armi che accennammo,
si vedeva un insolito chiarore avanzarsi dalla parte del cortile
sotterraneo. Infatti due uffiziali e molti soldati che portavano corti
fucili e fiaccole eran giunti allo sbocco della sala del gran maestro
e già stavano per irrompere sull'assemblea. Non furono però in tempo.

--Hourrah! esclamò il Caprone percuotendo con forza il pavimento di
legno col piede destro; ed il pavimento, sebbene grave di tutte quelle
persone, girò allo scattar d'una molla sui cardini che stavangli ai
lati, e rovesciatosi impetuosamente toccò con un'estremità la volta,
precipitando nel sottoposto abisso il Caprone, il negro e tutti i
congiurati, e restando verticalmente, come una barriera
insormontabile, sull'imboccatura della sala, in guisa da impedire agli
armati di penetrare in quella. Il fragore fu orribile: invano i
soldati tentarono di rompere quella parete di legno; quell'intavolato
era grosso oltre un sesto di braccio e, munito di grossi chiodi,
sfidava i colpi dei calci di fucile e delle scuri dei sopraggiunti, i
quali, confusamente urlando ed imprecando per la fallita impresa,
furono costretti a ritirarsi.

Ma i congiurati usciranno poi dal baratro ove li ha fatti piombare
insieme con lui il loro misterioso capitano? oppure avranno eglino
preferito una morte volontaria al portare la testa sul patibolo? Il
resto della storia ce ne farà consapevoli. Ma intanto ci convien tener
dietro ad un nuovo personaggio, fino ad ora sconosciuto nel nostro
racconto; questo personaggio interessante non è altri che il signor
Basilio.

Il signor Basilio è un uomo di mezza età: la sua professione è quella
di onesto mercante; e se la sua qualità di mercante non può
impugnarsi... forse la qualifica di onesto potrebbe incontrare degli
ostacoli: ma tiriamo innanzi. Il signor Basilio ha un bellissimo modo
di farsi strada nella pubblica estimazione: cortese con tutti,
puntualissimo nel pagare chi avanza, puntuale nel riscuotere i suoi
crediti, sapeva condire con molta affabilità anche qualche parola da
per sé stessa un po' aspra; aveva sempre un risolino sulle labbra,
teneva abitualmente gli occhi bassi; le paroline sue eran sempre
melate, aveva una flemma inalterabile; il suo vestiario era pulito e
quasi elegante, ma però sempre di un taglio antico; declamava ognora
sulle bricconate del mondo; nemico giurato del progresso, aveva la
precauzione di non urtar peraltro i progressisti, praticava con loro
un contegno urbanissimo; rispondeva con monosillabi inchinando il
capo, tossendo spesso e mostrando un aspetto arrendevole ed
ossequioso; teneva o per vezzo o per abitudine il capo un poco
pendente sulla spalla destra; sempre sbarbato, il suo viso di
trentacinque anni pareva che ne dimostrasse venticinque; la cravatta
bianca colla quale fasciavasi il collo faceva spiccare il rubicondo
delle sue gote infiorate di un'eterna primavera. Il degno signor
Basilio era insomma uno di quegli uomini che sanno stare al mondo. Non
avendo prossimi parenti, se ne stava in un quartiere a pigione in una
delle strade meno di grido, poiché amava la quiete: e siccome il mondo
è inclinato a pensar male anche delle cose più oneste, il signor
Basilio non aveva voluto né serva né servitore, e si era acconciato
con una vecchia vedova, come suol dirsi, a dozzina o a retta: aveva
nel suo quartiere una cameretta tutta decente e pulita, adorna di
quadri di sacro tema; poi uno spogliatoio per le vesti, un salottino
per mangiare, un'altra stanzetta per i bagagli. Le tende delle
finestre della di lui camera e quartiere stavano chiuse, egualmente
che i cristalli di esse, tanto di estate che d'inverno: e, tranne il
caso che una decrepita serva entrasse a spazzare le stanze ed aprisse
un pocolino l'invetriata alzando la portiera, nessun occhio curioso si
era potuto ficcare nell'abitazione del signor Basilio.

Chi poi dei suoi vicini non avesse avuto orologio poteva servirsi del
signor Basilio; poichè egli era periodicamente preciso nel suo uscire
e nel suo entrare in casa la mattina, all'ora di pranzo e nel riporsi
la sera, a seconda del crescere o del calare delle giornate. Ed
infatti nell'estate e nell'autunno, quando usciva al mattino, erano le
sei; quando tornava a pranzo, le due pomeridiane; quando di nuovo
sortiva, le quattro; quando rientrava, le otto; e nell'inverno e
primavera egli usciva alle sette, ritornava alla una, ed uscendo fino
alle sei, a quest'ora si rintanava.

Pe' suoi negozi aveva una bottega cui assisteva solo, facendo da
commesso e da principale insieme; e solo una volta la settimana si
serviva del facchino di un vicino banco perchè spazzasse il suo e gli
accendesse ogni sabato il lume all'imagine di sant'Omobono protettore
dei mercanti, e mutasse la padelletta al gatto che periodicamente
stava in bottega ed al quale il degno signor Basilio portava ogni dì
il vitto dentro una pezzuola da naso turchina.

Pel signor Basilio non ci erano conversazioni, non c'erano teatri nè
spettacoli; e tutto il tempo che si permetteva di sollazzo era quello
impiegato dal _Credo_ all'_Angelus_ nella bottega del tabaccaio vicino
e dall'_Angelus_ al _De profundis_ alla Coroncina e pia meditazione
alla Cappellina dei catecumeni, della cui compagnia era stato più
volte governatore. Come ognun pensa, il signor Basilio non avea per
certo avuto in capo la minima idea per le donne. Oibò! Eppure, è
venuto il tempo di dirlo ai lettori, ed essi faranno, udendolo, un
tanto di _Oh!_ eppure il signor Basilio era molto addentro nelle buone
grazie della signora Guglielmi, e, vedete bene, faceva i fatti suoi
molto riservatamente, perchè in realtà non lo abbiamo mai veduto nè a
prendere il thè nè a fare la partita ai quadrigliati presso la signora
e molto meno all'ultima festa di ballo in maschera. Dio guardi! Le
maschere erano di orrore al degno signor Basilio, il quale nei giorni
del carnevale teneva il suo negozio chiuso, non usciva quasi mai di
casa e qualche volta passava quei giorni di tripudio o di pazza gioia
e di peccati i più grossi presso i suoi buoni amici i religiosi
conventuali, in devoti esercizi. Pure il signor Basilio era, se non in
tutto, almeno due terzi padrone a casa della Guglielmi; e, quello che
è maraviglioso, non ne sapevano nulla nè Rosina nè Alfredo; e, cosa
ancor più straordinaria, non ne sapeva nulla la gente di servizio ed
in ispecie la oculatissima Mary.

La mattina stessa in cui abbiamo veduto tanto in angosce Rosina ed
Alfredo, in dolori Esmeralda, in trame più cupe il Caprone, cioè il
cospiratore Giovanni, molto sul tardi fu sentito dare un buffetto
all'uscio dell'appartamento segreto di madama Guglielmi: e sembra che
quel modo di picchiare fosse conosciuto dalla signora, la quale fece un
atto d'impazienza nel sentirlo; poichè quella visita non era aspettata e
nemmeno gradita, distraendo la signora da una interessante lettura.
Ripose ella il libro; ed appena proferita la parola--Entrate--compariva
sull'uscio della camera il signor Basilio, che fece due profondi
inchini, col secondo dei quali si avvicinò a madama, che, giusta il
costume del secolo decorso, porse la bianca mano al degno cavaliere, il
quale la baciò con trasporto, soggiungendo con voce dolcissima, pure
alquanto stridula:

--Vi chieggo scusa, o madama, del disturbo che io per certo vi
arreco..., ma non ho potuto resistere al piacere di augurarvi il buon
giorno e dimandarvi notizie della preziosa vostra salute, che io
voglio sperare non sconcertata dalle fatiche della danza.

--Mille grazie, ottimo signor Basilio! replicò la dama, graziosamente
ritirando la mano sulla quale egli aveva deposto il bacio
aristocratico.

--La vostra cortesia mi onora infinitamente nè so come potermene
mostrar degno; io, davvero, povero mercantuzzo, voi dama
pregiatissima, rampollo della più scelta nobiltà....

--Da banda le cerimonie, sempre complimentoso e compito al solito
signor Basilio carissimo: ma voi sapete in quanto pregio vi tenga;
onde fra noi non han luogo davvero i complimenti.

--Tutto effetto della incomparabile vostra cortesia; della quale tolga
il cielo che io voglia abusare: permettetemi di conservare il più
profondo ossequio verso una dama di tanto merito. Vi domandava adunque
della vostra preziosa salute.

--Sono un poco stanca, signor Basilio, e nulla più.

--Oh! lode al cielo. Queste feste sono cose indispensabili: come si
fa? quando si è nel grado in cui la provvidenza pose voi e la vostra
famiglia, oh! davvero sono cose indispensabili.

--E le approvate voi? voi sì rigido, sì ritirato?

--Oh! madama, altro sono io, altra voi. Non può esistere idea di
paragone: io sono un nulla, un nulla affatto; ignorato dal mondo, è
giusto che io ignori il mondo; così ci trattiamo alla pari.

--Eh! caro Basilio, voi invano pretendete di celare la vostra immensa
virtù; le beneficenze che spargete....

--Per pietà, madama, cessate di umiliare, elogiandomi, la nullità di
un vostro servo devoto, e favelliamo d'altro. La signorina che fa? Si
sarà stancata al festino. Degna giovane...., vero ritratto della
madre!--

Madama sorrise di compiacenza.

--E quel degno signor Alfredo? qual ottimo giovane! oh! si conosce
bene la discendenza del puro sangue degli eroi. Non mente, no, quel
bollore guerresco che gli trapela dal viso; l'una è la casta Diana,
l'altro il bellicoso Marte.--

E così dicendo si fregò le mani contento di avere sfoggiato questo
gran pezzo di erudizione mitologica.

--Sono creature che prometton bene, replicò la dama.

--Gli amo tanto quei due cari giovani, continuò il signor Basilio;
quanto sarà brillante il loro avvenire! Oh il loro avvenire! Ed
avranno formato il brio della festa. Erano molti gl'intervenuti?

--Non vi era penuria di fanatici, caro signor Basilio, e poi oltre
gl'invitati grande fu l'affluenza delle maschere.

--Non seguì nessuno inconveniente peraltro? richiese con affettata
premura il signor Basilio.

--No, per grazia del cielo; ma quali inconvenienti potevano
succedervi?

--Eh! signora mia, dico per causa delle maschere; chi sa mai quali
facce si nascondono sotto la visiera?

--La vostra riflessione mi convince: buon Dio! sono tre giorni che non
vi fate vivo; se foste venuto, io avrei profittato del vostro
consiglio, e il mio quartiere sarebbe stato chiuso alle genti
immascherate.

--Oh! se avessi potuto solamente sognare di esservi utile, potete ben
credere, madama, che sarei volato qui al certo; ma in questi giorni di
clamore, siccome il commercio non va, ed io non mi curo di tenere
aperta la bottega e mostrare le mie merci alla folla dei matti, così
mi ritiro a fare delle divote meditazioni sulla debolezza umana.

--Buon per voi! Io vorrei poter fare altrettanto.

--Madre giovane di figli giovani, sul fior dell'età, in un ritiro. Oh!
non è questo il tempo. Ma a proposito, più che ci penso e più mi trovo
io dalla parte dei torto: toccava a me a venire a suggerirvi.... (e
così dicendo con atto di rammarico si percosse la fronte), toccava a
me a venire a trovarvi, ad avvisarvi d'un pericolo; ma....

--Di qual pericolo, in grazia? prese a dire madama Guglielmi scorgendo
un certo non so che di mistero nelle maniere e nelle reticenze del
signor Basilio.

--Eh! vi dirò.... ma già lo saprete; una certa voce....

--Non so nulla; spiegatevi.

--Si dice.... ve', forse saranno chiacchiere; si dice che anche a
Livorno possa esservi una setta demagogica.

--Misericordia! sclamò spaurita la signora, che dite mai? E guardò il
signor Basilio, il quale dal canto suo fissava la vedova con sguardo
significante.

--Credeva che ne aveste sentito, così come io, vociferare.

--Vi ripeto che non so nulla, anzi sarei ansiosa....

--Vi soddisfaccio subito; ma, guardate, non intendo di accertare la
cosa e desidero anzi che siano fandonie, cara madama: voi avreste
orrore; si tratterebbe di voler far man bassa sui nobili, sui ricchi,
sulle persone e, piango in dirlo, fino sui ministri di Dio; anzi da
questi vorrebbero incominciare quei manigoldi e quei demonii.

--Ah! caro signor Basilio, una specie di 93 dunque?

--Altro che 93! quei diavoli si appellano carbonari ed hanno le
carbonaie dappertutto, veri tizzi d'inferno; pur troppo le avranno
anche qui! anzi da certi discorsetti che ho sentito in un luogo.... (e
nel dire queste parole guardò maliziosamente madama).

--Buon Dio! voi mi atterrite.

--Siccome costoro ad altro evidentemente non mirano che a fare
scoppiare il disordine, chi sa che anco una festa di ballo non potesse
essere stata acconcia ai loro tristi divisamenti? Ma basta; ora il
pericolo è passato, e può essere anche non esistito: sia lodato il
cielo!--

La signora trasse un cocente sospiro.

--E...., guardate la combinazione, senza un certo discorso sentito
bisbigliare nella bottega del tabaccaio che sta sui quattro canti, io
forse non sarei venuto così presto ad incomodarvi: non vi terrò in
pena nel dirvi tutto; prima peraltro fa duopo che mi diciate se è vera
una cosa.

--E quale?

--Che alla vostra festa un numero considerevole di maschere che mai
non si levarono la visiera avesse sull'abito appuntata una camelia
rossa.

--Verissimo, e che perciò?

--Oh! non vi faccia specie: le buone persone stanno attente a tutto,
anche i più piccoli segnali non isfuggono alla vigilanza dei
magistrati; e tante volte da insignificante indizio sonosi scoperte le
trame dei malvagi. Quel segnale così ripetuto sappiate, signora, che
dette nell'occhio; e siccome il mondo è dedito a mormorare, nè mai si
fa tanto che basti per evitare lo scoglio della maldicenza, il mondo
questa volta ha trovato un ninnolo, vedete, un'inezia, ma pure qualche
cosa contro di voi, ottima e rispettabile madama Guglielmi.

--Contro di me? esclamò la signora tirandosi addietro sulla poltrona
ove stava mollemente adagiata, di me? E che vi è da ripetere sul mio
conto?

--Oh! duolmi di avervi dato un dispiacere; nel caso perdonatelo al mio
zelo, alla mia inalterabile affezione per voi: non parlo più.

--No, no, anzi dovete parlare; vedete, sono già tranquilla, ma non ho
potuto reprimere un momento istantaneo di collera nel sentirmi
ingiustamente censurata.

--Ingiustamente sicuro! coloro che parlavano nella bottega del
tabaccaio le tengo per le peggiori linguacce della città.

--Su via dunque...

--Il discorso è andato così: «Bella festa!» diceva uno degli avventori
spuntando un sigaro. «Bella davvero!» diceva un altro, è stato anche
chiuso il teatro.» «Bellissima!» prendendo parte al colloquio entrò a
dire per terzo il padrone di bottega. Ed il primo interlocutore, il
quale ha una chiacchiera da sfidarne qualsivoglia ciarlatano, «Eh! eh!
soggiunse, ma sarà poi liscia la cosa?» «Che? c'è forse del mistero?
rispose l'altro, dicci un po' qualche cosa; tu che sei un birro
riposato devi saperne delle belle, ai tuoi occhi non può sfuggir
nulla.» «Sono riposato, riprese l'ex-famiglio, ma non sono stracco; il
male è che non conto più nulla, ma giocherei che quella vedovina ha
dato il festino per un pretesto.»

--Per un pretesto! esclamò la signora Guglielmi alzandosi dal
seggiolone e ricadendo sul medesimo.

--Lasciatemi continuare, replicò con calma il signor Basilio. «Dunque
dovete sapere, amici cari, seguì a dire l'ex-birro, dovete sapere che
i belli spiriti moderni, questi innovatori del diavolo, le vanno
cercando tutte; dunque dovete sapere che al festino della suddetta
signora vi era una quantità di gentaccia immascherata, e questa
gentaccia non era là senza qualche segreto fine: ma scoprirò io la
faccenda, e se ci riesco....» Il tabaccaio, che è un galantuomo di
quelli proprio della stampa antica, prese a difendervi con calore.

--Graziosa! prese a dire madama Guglielmi mordendosi le labbra con un
certo dispetto: dopo le accuse gradirò conoscere cosa disse il mio
difensor tabaccaio.

--Disse essere impossibile che una nobile signora del vostro
carattere, dei vostri sentimenti aristocratici, tollerasse nè anche il
puzzo della demagogia in casa propria.

--Fortuna, replicò con vivacità madama, fortuna che il sinistro
sospetto passò per la testa di una persona volgare! per il che sarebbe
pazzia l'adontarsene. Ah! ma tutto questo segue perchè son vedova; se
io avessi un uomo cui appartenere, le cose non passerebbero così.--

E lanciò una tenera occhiatina al signor Basilio.

--Verissimo, rispose costei umilmente inchinandosi col capo,
verissimo: la lingua sfrenata del maldicente percuote più facilmente
le vedove isolate e leggiadre, alle quali si fanno i conti addosso con
molta malignità. Quel temerario di birro riposato parlava delle spese
vistose in cui vi siete messa, concludendo che avesser bisogno di
qualche segreto aiuto; e siccome le sêtte si vuole possedano molti
tesori, ei diceva che coll'oro....

--Non terminate l'iniqua frase, esclamò accesa di sdegno madama
Guglielmi; temerario! dubitare della discendente dei conti di Brienne!
E voi, signor Basilio, amico qual mi siete, non avete preso quel
furfante pel collo e messolo fuori di bottega, oppure non lo avete
minacciato in nome mio di farlo disdire avanti i tribunali e ricevere
il meritato castigo?

--Mia buona signora, tutto riverenze, replicò il signor Basilio,
sebbene io sia uomo di abituale calma, effetto del mio carattere, vi
confesso che nell'udire l'empia bestemmia mi sono sentito venire il
sangue al viso; ma in quanto allo schiaffeggiare, voi conoscete bene
il mio cuore di pulcino: non mi vergogno; è effetto del mio timido
naturale; nessuno si fa da sè.

--Ebbene ricorrerò io; la mia fama dev'essere rispettata....

--Su questo, colla mia solita prudenza, vi dirò che sono di opinione
diversa; sono certi argomenti delicati che non conviene stuzzicare.

--Dunque sarà permesso alla plebe di denigrarmi? ed io me le sentirò
dire senza prendere un'esemplare vendetta?

--Non dico questo, ma vi è il suo rimedio; in avvenire, madama, sempre
riservandomi, vorrei essere un poco più oculato.

--Per esempio?...

--Per esempio: in molte coserelle.... ma badate, non vi offendete; è
per carità fraterna che io mi azzardo a porger consigli.

--Dite, dite.

--Ecco: non vorrei introdurre in casa tanta gente forestiera.

--Come si fa? le convenienze....

--Sta benissimo, concordo: le convenienze sono tutto al mondo, è il
perno su cui si aggira la gran macchina della civiltà; ma vi sono
tante e tante cose che appunto sono convenienze, e convenienze da cui
si può trar profitto per il proprio vantaggio.

--Caro signor Basilio, voi sapete che da due anni io mi lascio
regolare da voi, e certamente ho ben ragione di ringraziarvi; voi
siete il segreto mio Mentore, il mio vero amico, voi mi avete favorito
dei vostri consigli e del vostro scrigno.

--Oh! quanto a quest'ultimo non merita il conto di parlarne.... sempre
a vostra disposizione.

--Dunque, ritornando laddove mi avete interrotto il discorso, vi dirò
che, essendo voi il mio Mentore, mi uniformerò a voi pienamente, e
solo mi duole che persistiate a tenervi celato agli occhi del mondo,
che bramerei conoscesse in voi il mio unico amico.

--Oh! madama, voi mi onorate di soverchio: io nulla sono, ve l'ho
detto le mille volte e ve lo ripeto adesso; ma io so dare il vero peso
alla parola _convenienza_, ed in fatti tutta la convenienza possibile
vuole che la nostra amicizia appunto resti segreta. Cosa mai avrebbe
detto il mondo se avesse conosciuto e conoscesse la bontà che avete
per me? Chi sa quante chiacchiere, quanti castelli in aria? di voi si
sarebbe detto che nuovo amore vi avrebbe fatto scordare l'antico; e
poi chi sa quante annotazioni...? Di me, che un onesto negoziante,
quando avvicina una nobile vedova e bella in specie, deve avere dei
secondi fini; si sarebbe supposto che io abbia tesori a profondere,
fatto il computo ai miei capitali, tirate malignamente delle
conseguenze sinistre al mio buon nome infine ed al mio commercio.

--Voi siete la saggezza in persona.

--Troppo, troppo, madama!

--È però un fatto che io, carissimo signor Basilio, m'avveggo di non
potere andare avanti su questo piede.

--E perchè mai? non sono io sempre ai vostri cenni? non già per farmi
avanti, ma se vi accomodano altri due o tremila scudi, questi sono
fino d'ora a vostra disposizione: anzi mi obblighereste infinitamente
permettendomi di recarveli questa sera; ho più piacere che siano nelle
vostre mani che nel mio scrigno.

--Grazie! per adesso non ho bisogno di prender somme ad imprestito.
Riprendendo il filo del mio discorso, quando io poc'anzi vi diceva non
poter durare su questo piede, intendeva parlare dello stato di
vedovanza, parendomi conveniente il dare ai miei figli un consigliere
col grado di secondo padre, essendo eglino ormai giunti ad un'età in
cui l'autorità della madre non può produrre su loro che assai debole
effetto.--

La vedova in dire queste parole lanciò un tenero sguardo al signor
Basilio, il quale sentì montarsi al viso tutto quel verginale rossore
di cui era capace ed abbassò lo sguardo. La signora continuò essa pure
tenendo gli occhi bassi:

--Sì, carissimo amico, la bizzarra circostanza della festa mi ha fatto
comprendere essere impossibile ad una vedova il salvarsi dalle censure
del mondo; ho veduto che anche nella circostanza di dare una festa da
ballo non son capace di regolarmi. Ciò accelera una spiegazione che io
volea farvi da qualche tempo.--

Il signor Basilio, al momento di questa mezza dichiarazione, di cui
prevedeva la conclusione, fece un viso serio e compunto, non dissimile
da quello d'uno scolaro al momento di subire l'esame. Non interruppe
con un sol motto la vedova, cosicchè ella continuò:

--Voi vedete, signor Basilio, in questa mia spiegazione l'effetto di
quella prudenza che mi avete suggerita coi vostri consigli; ho
consultata la mia ragione e vi paleso chiaramente trovarsi essa in
pieno accordo col cuore.

--Oh! ne godo davvero, riprese il signor Basilio con una straordinaria
affabilità Vostra Signoria pensa dunque a seconde nozze; io non saprei
oppormici, anzi ne lodo il pensiero e gradirò conoscere la scelta,
tenendomi lieto di essere sgravato della carica di consigliere.

--Tutto al contrario, caro Basilio, anzi mi sarete più efficace che
mai.

--Ma se sono obbligato dall'amicizia e dalla carità a darvi quei pochi
consigli di cui nella mia insufficienza mi credo capace, non saprei
come darli ad una signora maritata. Orsù ditemi piuttosto dove cade la
vostra scelta, chè la mia approvazione non mancherà di certo. Conosco
la vostra prudenza.

--Possibile che non m'intendiate?

--Non v'intendo davvero, signora; nelle cose di amore sono veramente
un bambino.

--Voglio crederlo, ma dite piuttosto che la vostra eccessiva
modestia.... Ma orsù voglio dirla io questa magna parola; la mia età
mi dà il diritto di dispensarmi dai pregiudizi in siffatta materia.
Carissimo signor Basilio, ho pensato come un nodo consigliato dalla
ragione non potrebbe da me meglio formarsi che unendo la mia destra
alla vostra.--

Il signor Basilio non si scosse a questa dichiarazione d'amore di una
donna quadragenaria; onde colla massima freddezza e come se si
trattasse di negozio mercantile rispose:

--Ora ho compreso benissimo, madama, e come ben potete credere, ben
volentieri aderirei alla vostra proposizione, anzi mi confonde l'onore
che mi fate; ma la vostra scelta non poteva esser peggiore, provando
io una decisa repugnanza pel santo vincolo del matrimonio.--

La vedova si morse le labbra dal dispetto: una donna, avesse anche 80
anni, non potrebbe conservare il suo sangue freddo sentendosi intonare
una repulsa in chiare note di fronte ad una dichiarazione amorosa.
Ambedue stettero qualche tempo in silenzio, e la signora Guglielmi si
pose a sfogliare alcune carte per nascondere la sua confusione e far
passare dalla sua fronte quel rossore che la rabbia e il dispetto vi
avevano fatto salire. Il signor Basilio occupò questo tempo, con viso
sereno e tranquillo e come se nulla fosse accaduto, nel tirare cinque
o sei prese di tabacco dalla sua tabacchiera d'oro contornata di
brillanti:

--Ebbene non se ne parli più, disse rompendo il silenzio la vedova e
soffocando un sospiro di rabbia.

Il signor Basilio parve pensoso e finalmente, dopo la sua parte di
silenzio, riprese:

--Signora, la manifestazione della vostra volontà e le ragioni che la
animarono mi han posto, lo confesso, in un bivio: io veggo tutta la
convenienza che un uomo di riflessione e di età possa entrare nella
vostra famiglia, e dirò francamente che quest'uomo si rende quasi
indispensabile; ed infatti, lasciando le piccolezze e considerando le
cose gravi, io m'avveggo e convengo che i vostri due figli sono in
quella età in cui naturalmente le passioni agitano e dominano il cuore
umano, e ben difficilmente l'autorità d'una madre può giungere a
liberare i suoi nati da quei pericoli che sono la conseguenza del
bollor giovanile, specialmente in questi tempi, in cui la malizia
arriva prima degli anni e che sono terribili per le idee progressive a
cui volge il secolo. Una vedova può paragonarsi giustamente ad una
vite a cui la tempesta abbia atterrato l'olmo che la sorreggeva.--

Madama Guglielmi a tal discorso sentì riaprirsi il cuore alla
speranza.

--Ma, continuò il signor Basilio, io non sono inclinato al matrimonio.

--Ebbene proponete voi l'uomo che mi conviene, soggiunse la signora
Guglielmi, nascondendo il dispetto.

--Dio mi guardi! riprese ipocritamente il nostro Basilio; suggerire la
scelta! Il cuore è libero; e poi qui a Livorno, ve lo dico
schiettamente, sarebbe peggio il rimedio del male e....

--Ma dunque? interruppe madama Guglielmi impaziente, sacrificatevi al
bene di un'amica.

--Madama, quando io pure potessi vincere l'antipatia per lo stato
coniugale, la mia unione con voi sarebbe contro tutte le convenienze.

--E quali sarebbero di grazia le sconvenienze nel mio maritaggio con
voi, signor Basilio?

--Moltissime, signora Guglielmi, e posso enumerarvele: primieramente
voi mi siete debitrice di quarantamila scudi.

--Possibile? gridò la signora Guglielmi atterrita.

--I miei libri parlano, riprese tranquillamente l'ipocrita. Signora
mia, il debitore si scorda facilmente la cifra de' suoi debiti, ma al
creditore la cifra resta sempre impressa nella memoria.

--Ma, perdonate, non mi prestaste voi diecimila scudi?

--Non lo contrasto: per altro voi sapete che io feci un sacrifizio
alloraquando per pura amicizia ebbe luogo lo sborso; voi non sapete
che nelle mani di un commerciante è incalcolabile il frutto che può
dare il denaro; voi ignorate gli scapiti per le speculazioni fallitemi
per non aver la detta somma all'epoca della scadenza; sicchè
calcolando i danni, gl'interessi, i frutti dei frutti, insomma tutto
bilanciato, posso dirvi che se la somma che attualmente mi dovete è di
quarantamila, è per effetto di longanimità.

--Gran Dio! proruppe madama Guglielmi, ma siete voi il solo che
calcola in questa guisa; la mia adesione....

--La vostra adesione vi è benissimo: e non vi ricordate la cambiale
che firmaste tre sere prima del festino?

--La cambiale? esclamò madama percuotendosi la fronte: come? io ho
firmata una cambiale per quarantamila scudi? E non mi diceste che era
il semplice rinnovo dell'antico mio debito?

--E credevate voi che io volessi danneggiare il mio commercio? Il
foglio parla chiaro e non occorrono schiarimenti.--

Madama Guglielmi, vedendo il riso sardonico dell'iniquo amico, si
sentì côlta da brivido febbrile: s'avvide di esser perduta ed
indegnamente tradita; ella avea firmato il foglio senza pur leggerlo;
riandò nella mente colla maggior celerità se vi fosse modo di
sodisfare quel mostro, ma dolorosamente dovette convincersi che le sue
dissestate finanze non potevano fornirgliene il mezzo. Si avvide di
essere in balía della volontà di quell'uomo terribile e, mentre
sentiva bagnarsi la fronte del sudore dell'angoscia, non fu capace di
proferire parola.

--Secondariamente, proseguì il signor Basilio con quel suo infernale
sogghigno, si oppone al nostro maritaggio l'opinione del mondo, il
quale, conoscendo me per vostro creditore, potrebbe credere lo fossi
divenuto per giungere al possesso della vostra mano, che io
nell'amichevole imprestito fossi stato animato da secondo fine
d'impalmare la vedova di un generale distinto....

--Ma, interruppe madama severamente, il mondo conosce quali interessi
passino fra voi e me? I vostri registri son eglino cosa del pubblico?

--Non dico nè sì nè no; cioè distinguo: se voi per pubblico intendete
gli sfaccendati e gli oziosi, oh! certo, no che io non mostro i miei
registri a costoro. Ma se per pubblico intendiamo quegli uffizi ove
esistono impiegati che devono conoscere indispensabilmente gli affari
dei galantuomini, certamente il pubblico conosce la somma che io
avanzo da voi.--

Madama era annichilata sotto lo sguardo del signor Basilio, il quale,
senza mostrare di conoscere l'orgasmo della vedova, continuò:

--È vero ch'io professo la maggiore stima verso i signori impiegati
nell'uffizio delle ipoteche e son certo del loro silenzio fino a che
non sentissero parlare di noi; ma non potrei ripromettermi
d'altrettanto alla notizia del nostro matrimonio. In generale le
seconde nozze fanno sempre ciarlare; molto più lo farebbero le vostre,
chè siete persona di alto rango. Vi è ben noto quanto io sia nemico
del sentir parlare di mia persona; pure, se vi fosse un qualche mezzo
termine....--

La vedova, fra la vita e la morte, ricovrata la parola, proferì:

--Su via, non mi tenete in tanta angoscia, parlate.--

Il signor Basilio si concentrò in sè stesso facendo una cera da ebreo
convertito e traendo un lungo sospiro:

--Faccio uno sforzo nel proporlo, uno sforzo terribile.--

Madama era stupefatta.

--Ah! non sia mai detto che abbia abbandonata la causa dell'amicizia.

--Per carità, non mi tenete angustiata!

--Mentre tutte le convenienze si oppongono a che io divenga vostro
sposo, potrebbe tollerarsi ch'io divenissi vostro genero, quando pur
me ne crediate degno.--

La gran parola era finalmente scagliata; il signor Basilio avea, come
dice il proverbio, presa la lepre col carro.

La signora Guglielmi fece il volto più livido di un cadavere: il suo
amor proprio, già sacrilegamente oltraggiato nella ripulsa a sposare
lei stessa, lo diveniva doppiamente nell'attuale proposta, per lei
tinta del più amaro scherno. Ma si può egli transigere con un
creditore di quella tempra che in tre anni aveva quadruplicato il
capitale? Madama non ebbe forza di rispondere; chi sa che cosa avrebbe
detto in quell'istante, se dalle di lei gelide e convulse labbra
avesse potuto uscir la parola?

Il furbo per altro non interpretò favorevolmente il silenzio della
signora, dai cui occhi partivano lampi di sdegno. Laonde con una
vocina dolcissima ed in basso profondo:

--Mi pento, signora, d'aver parlato: la nostra conversazione è
arrivata a un punto ben lontano da quello del suo principio; veggo
bene che vi dispiaccio, sono mortificatissimo...., ma rasserenatevi, o
signora; spariranno fra poco i vostri debiti, e fra noi resterà pura e
limpida la nostra amicizia.

Che mai dirà ora? pensò fra sè la Guglielmi.

--Madama, il cielo mi manda un raggio di sua divina misericordia:
perduta la vostra stima, nulla mi resta al mondo fuorchè un ritiro ove
espiare i miei troppi falli.--

Dove tende quest'uomo straordinario? avrebbe detto chiunque altro
fosse stato meno di buona fede della signora Guglielmi nel sentir quel
discorso da volpe umana; ma la donna non poteva uscire dal suo
stupore.

--Sì, aggiunse con un sospiro lunghissimo il signor Basilio, fra otto
giorni al più tardi, il procuratore del convento a cui farò dono di
quel poco che posseggo verrà a ritirare la piccola cambiale che mi
avete fatto. Oh! non voglio più interessi col mondo; ne ho avuti
assai: però dal quieto asilo non cesserò di assistervi coi miei
consigli, implorando su voi e sui figli vostri la celeste
benedizione.--

Il gran dado era gettato: la stupidezza momentanea della signora
Guglielmi cessò; ella vide in un limpido quadro qual tristo
sconvolgimento avrebbe prodotta l'ultima determinazione del signor
Basilio, la cui inflessibilità le era nota, ed il cui bigottismo non
ammetteva dubbio: tardi, ma pur si pentì della illimitata fiducia in
lui avuta tanto tempo, e per l'onore della medesima vogliamo credere
non vi fosse anche qualche altro motivo di segreta deferenza verso
l'uomo terribile. Ella misurò l'abisso nel quale sarebbe caduta, se in
breve termine avesse dovuto restituire l'immensa somma; vide la sua
casa e i suoi arredi venduti, sè decaduta nell'opinion pubblica,
l'avvenire dei figli compromesso e rovinato: pensò quindi, risolse, ed
invano potrebbe descriversi il suono della sua voce nel pronunziare
queste parole:

--Signore, non permetterò mai che rinunciate al mondo, in cui sapete
sì bene condurvi e a cui potete esser di tanta utilità da non
misurarsi. Acconsento a darvi mia figlia e già vi considero qual mio
genero; voglio sperare che Rosina, la quale è ignara d'ogn'altro
affetto fuorchè di quello filiale, sarà lieta di unirsi ad uomo di
merito sì raro qual siete voi.

--Troppa bontà, signora, rispose seccamente quell'uomo impassibile,
avvezzo a padroneggiare i suoi sensi in guisa che non si scôrse sul di
lui viso la gioia che provò nel cuore udendo la promessa della
Guglielmi; promessa che coronava tutti i suoi voti ed alla quale
mirava da lungo tempo.

--Ahimè! continuò, madama, io mi assumo una grande responsabilità in
faccia al cielo ed agli uomini.

--Oh! voi saprete ben sostenere il vostro incarico, riprese la
Guglielmi, che avea penetrato nel fondo dell'anima del signor Basilio.
Quindi, risoluta di trarre il miglior partito possibile dall'immenso
sacrifizio che faceva e nel quale trascinava la innocente sua figlia,
usando ella pure della doppiezza del futuro suo genero,

--Non credo ingannarmi, proseguì, nel ritenere che il disinteresse, il
quale vi piegava alla donazione dei vostri averi al convento, vi
spingerà a ricevere e considerare come sopraddote della figlia la
somma ch'io vi devo allorquando le mie finanze mi permettano
estinguere la mia cambiale.--

Il signor Basilio comprese bene che alla fin dei conti la faccenda era
la stessa, poichè come marito avrebbe amministrato i beni della sposa.

--Madama, esclamò, son ben lieto di fare alla mia fidanzata un così
insignificante regalo.--

Quando il turpe mercato fu concluso, il signor Basilio pregò madama di
presentarlo alla figlia nella sua qualità di futuro sposo. La signora
voleva far discernere Rosina, ma egli vi si oppose costantemente. Era
troppo l'interesse che aveva di penetrare nelle verginali soglie della
vaga fanciulla: onde entrò nel privato gabinetto di Rosina. La prima
cosa che lo colpì fu sullo stipo, entro un bicchiere, la camelia
rossa.




CAPITOLO IX.

Il nuovo Giuda.


Nel precedente capitolo abbiamo veduto come il vecchio negro giungesse
in tempo per avvertire nel linguaggio dei naturali delle sponde
dell'Ohio il cospiratore Giovanni dell'imminente pericolo di essere
scoperto insieme con gli altri congiurati: fa duopo adesso svelare
come il negro apparisse così improvviso mentre anche noi lo credevamo
o morto o tuttavia in America. La cosa è semplicissima. Iago, vecchio
ed incapace di seguitare nei viaggi il suo prediletto Giovanni e la
Esmeralda, tostochè costoro si stabilirono in Europa, il primo dandosi
alla vita dell'avventuriere e del cospiratore alimentato dai denari
della compagnia dei settari, l'altra vivendo della beneficenza del
fratello, Iago, mesto e sconsolato di non potere a causa del suo
colore entrare nel santuario di un chiostro per terminarvi i giorni,
erasi (spinto dalla curiosità) azzardato ad appressarsi al convento di
Montenero, chiedendo umilmente di passare qualche ora nel santo
ritiro. Vennegli accordata la domanda, e, per fortuna dell'ottimo
negro, il padre abate in persona passò per la chiesa mentre costui
divotamente pregava. Entrambi si riconobbero, si abbracciarono, ed è
superfluo il dire che padre Gonsalvo, appena udita la volontà di Iago
di ritirarsi dal mondo, lo acconciò come supplente ortolano del
convento, non già con l'idea di permettere che il negro logorasse gli
ultimi giorni della sua vita a lavorare l'orto, ma per dargli un
titolo a stare nel cenobio. La cosa fu accomodata, e già da qualche
anno Iago riposava le stanche membra selvagge in quel santo soggiorno,
ed era l'intimo, il confidente di padre Gonsalvo.

Avendo nel giorno il buon padre avute tante faccende, arrivata la sera
senza che fosse presente al _Benedicite_ nel refettorio, Iago, temendo
di qualche sventura, si era condotto a Livorno ed aveva incontrato il
buon religioso nelle vicinanze dell'abitazione di Rosina, presso cui
vigilava al ben essere dei suoi protetti.

Il negro in poche parole fu incaricato dal religioso di muovere
direttamente al luogo del convegno di Giovanni e di profittare di
tutto l'ascendente che aveva sul giovane per persuaderlo della
ragionevolezza che i suoi capricci non fossero secondati circa al
pretendere che Rosina, Alfredo ed Esmeralda si recassero alle
catacombe, ove non avrebbero fatto altro che la parte di ascoltatori.
Di più il negro dovea dissuadere Giovanni da pratiche così perigliose,
prive di vantaggio per la causa di felicità imaginaria che si era
fitta in testa; e quando esso Giovanni avesse fatto pompa di una
ostinazione solita in lui, Iago dovea palesargli la cattura di Topo,
dalla quale certo aveano a sorgere funeste conseguenze; finalmente
forzare il giovane entusiasta a differire almeno la pericolosa
riunione.

Iago assunse con gioia l'incarico, e padre Gonsalvo rese nuove grazie
all'Altissimo del sempre crescente favore con cui compiacevasi di
assisterlo nella sua impresa. Il negro obbedì e, giunto nelle
vicinanze delle catacombe, avendo veduto lucicare in distanza delle
armi, giudicò che l'affare del suo antico padrone fosse scoperto;
talchè, sempre più desideroso d'impedire una sorpresa, cautamente si
celò fra gli scogli dell'imboccatura della caverna, fermo di restarvi
per spiare i movimenti di quella truppa che se ne stava appiattata in
vari punti della scogliera. E noi vedemmo con qual felice esito il
povero negro giungesse a prevenire Giovanni del pericolo che gli
sovrastava.

Ma e Giovanni ed il rimanente de' suoi, profondati nell'abisso
sottoposto al mobile pavimento della sala, si salvarono eglino?
domanderanno i lettori.

Essi il sapranno, rispondesi; ma siccome gli autori fra i molti loro
privilegi hanno quello di narrare i fatti come più torna loro a
capriccio, io invece, passando dal descrittivo al dramatico stile,
vado ad appagare la loro curiosità sovra altro punto, ponendoli in
grado di conoscere in qual maniera Rosina ed Alfredo non andassero
alla notturna assemblea.

Le scene hanno luogo nel palazzo Guglielmi.


SCENA PRIMA

_Salotto illuminato da lampada all'inglese pendente dal soffitto e con
cristallo fiorito e diafano. Il salotto non contiene che una graziosa
tavola di noce a pulimento; alcune sedie di mogano vi sono attorno, due
canapè imbottiti ai lati: è salotto di passaggio che mette negli
appartamenti di ROSINA a sinistra e di ALFREDO a destra, ai quali si va
dalle relative porte d'ingresso a destra ed a sinistra della scena. In
fondo è la porta comune che dà adito al rimanente del quartiere. Un
orologio a pendolo suona le undici._

ROSINA, _entrando nel salotto con passo assai leggiero_.

Ah! è pur forza cedere al destino! Se lo stesso padre Gonsalvo qui si
trovasse cambierebbe il datomi consiglio. (_Si sofferma come per
aspettare se alcuno si avanzi._) Fra poco io mi troverò sotto abito
mentito; fra poco assisterò a terribile scena, il cuore me lo dice. Ma
che? sia pur crudele la sorte che mi sovrasta, nol mai sarà quanto
quella che la troppo condiscendente mia madre mi prepara. Io sposa di
quell'ipocrita? io unir la mia mano a quella dello sdolcinato signor
Basilio?... prima la morte. Sì! mi getterò nelle braccia dell'uomo
misterioso, ma pur da me amato, sì!... Ma che dico? Non ho io un
fratello, un fratello che mi ama? Oh! mio Alfredo, tu solo sarai il
mio sostegno, tu solo la mia speranza! (_Dopo avere lentamente
traversato il salotto, si avvicina alla porta del quartiere di
Alfredo._)

_Ros._ (_sottovoce_). Alfredo.

_Alf._ (_aprendo la porta_). Ah! mia Rosina, già ti aspettava.

_Ros._ Lo so.... I miei abiti alla militare sono essi preparati?

_Alf._ Ah! mia adorata, mia unica sorella, e che? tu dunque vuoi
venire alla perigliosa riunione?

_Ros._ Sì, Alfredo.

_Alf._ Non mai! io non posso condurti.

_Ros._ Che dici? Oseremo noi disobbedire a colui oggimai arbitro dei
nostri destini?

_Alf._ Cálmati, Rosina, dissuaditi; io solo andrò, io solo nel luogo
ove ci appella il comando dell'uomo fatale. Si giuoca a giuoco
terribile, capisci, Rosina? si giuoca la testa.

_Ros._ Alfredo!

_Alf._ Sì, Rosina, sì, mia adorata sorella. Ah qual trista sorte è la
nostra! io non posso dirti di più; tempo verrà che mi sarà dato
aprirti il mio cuore, sul quale posano tanti affanni.

_Ros._ Ah fratello! lasciami dividere il tuo periglio, sarà di noi
quel che Dio vorrà.

_Alf._ Anche un'altra, un'angelica creatura come te, era ostinata,
insistente; un nume benefico l'ha salvata; un monaco che palesandosi
mi svela esser direttore della tua coscienza.

_Ros._ Il buon Gonsalvo! fidati, fidati in lui; ma se egli ha salvata
la tua amante, tu salverai me.

_Alf._ Che mai dici? Nelle tue parole è contradizione manifesta.

_Ros._ No, Alfredo; a te sembra.... a te. Ahimè! sappi che in verun
luogo io corro tanto pericolo quanto in questa casa.

_Alf._ Che favelli? qual mistero è questo?

_Ros._ Il tempo stringe: domani sarò sposa.

_Alf._ Tu? tu sposa? vaneggi!

_Ros._ Compiangimi: il mio carnefice.... colui cui sono promessa è....

_Alf._ Chi mai?

_Ros._ L'esecrabile signor Basilio.... sì, quella tigre ricoperta del
manto di agnello.

_Alf._ Che ascolto? (_resta pensoso_).

_Ros._ Dunque non vorrai soccorrermi? (_con ansietà_).

_Alf._ (_dopo qualche pausa_). Ritirati.... mi viene un pensiero...
Padre Gonsalvo... (_L'orologio batte undici ore e un quarto_)

_Ros._ Ah! come il tempo vola! Rosina, seguimi, indossa le vesti e le
armi; ti condurrò in salvo, comprendo il tuo pericolo. Oh troppo
debole madre!


SCENA SECONDA

_Dalla porta di mezzo apparisce un servo con due lumi, ed entrano
precipitosamente la signora GUGLIELMI ed il signor BASILIO._

_Madama Guglielmi_ (_con qualche sdegno_). Voi qui a quest'ora?

_Alf. e Ros._ (_insieme placidamente_). Cara madre....

_Mad._ (_interrompendoli con asprezza_). I vostri progetti sono
scoperti; questo degno amico invigilava su voi.

_Basilio_ (_interrompendo a sua posta la Guglielmi_). Signora, i miei
sospetti, voi il vedete, si convertono in certezza. L'occhio di un
amico non s'inganna; la mia sposina è pregata a ricomporsi, il signor
uffiziale tornerà al suo reggimento; per adesso entrambi ascoltino i
miei precetti.

_Alf._ Signore, la presenza di mia madre può solo reprimere quel
risentimento che d'altronde scoppierebbe repentino; a suo tempo e
luogo mi renderete ragione del procedere vostro nel farla qui da
consigliere.

_Bas._ (_senza curarlo e rivolgendosi alla Guglielmi_). Signora, come
fidanzato della Rosina; io ho diritto su lei; ella si ritiri nelle
stanze dell'appartamento materno. (_L'orologio della sala batte undici
ore e mezza._)

_Alf._ (_con nobile risentimento_). Un affare di molta importanza mi
obbliga di uscire all'istante: dimani non è lontano, ci rivedremo (_va
per partire_).

_Mad._ Fermatevi: senza spiegarmi la ragione per cui avete fretta di
uscire ad ora sì inoltrata, voi non partirete.

_Alf._ (_con accento di premura_). Signora madre, la prego, non mi
domandi spiegazioni in pubblico; dico pubblico perchè il signore è per
me un estraneo: il mio onore mi obbliga ad uscire senza dilazione;
dimani non avrò segreti per la più tenera delle madri.

_Mad._ (_con fermezza_). Voi non partirete: ve lo impongo; mi
risparmio la fatica e forse il dolore di spiegarmi: figuratevi ch'io
sappia ciò che volete celarmi; vi comando di restare.

_Alf._ (_guardando minaccioso il signor Basilio_). È duro il ricorrere
ad un passo estremo.... ma la urgenza giustifica ogni mio procedere.
Signora madre, voi siete ingannata, di più non dico; dimani, dimani
sarà grande giornata. Olà, signore, (_rivolgendosi al signor Basilio
che erasi messo sulla porta_) olà! sgombrate il passo, non mi
obbligate ad usare la forza (_trae la spada_).

_Rosina si getta come spossata dal dolore nelle braccia della madre,
ed il signor Basilio cede il passo esclamando:_ Temerario! fra poco
vedrai.


SCENA TERZA

MARY, _con le trecce scomposte, entra nel massimo disordine
in sala esclamando_:

_Mar._ Ah! signori, qual disavventura! (_A tal parola tutti sono nel
massimo stupore, fuori che il signor Basilio, il quale tranquillamente
levando la tabacchiera d'oro contornata di brillanti, trae alcune
prese per il naso._)

_Mar._ Signori, la casa è circondata da gente della polizia; alcuni
soldati salgono le scale accompagnati da un commissario.

_Tutti, eccetto Mary ed il signor Basilio, esclamano:_ Gran Dio!


SCENA QUARTA

_Un_ COMMISSARIO _e_ DETTI.

_Il commissario entra e fa collocare alcuni soldati sulla porta.
Quadro di doloroso stupore per parte di tutti i componenti la
famiglia._

_Com._ Madama Guglielmi, non è senza il massimo dolore ch'io vengo a
disturbarvi ad ora sì avanzata, ma il mio dovere mi vi obbliga nè
posso dispensarmene.

_Mad._ (_nobilmente_). Signore, qualunque possa essere il motivo della
vostra presenza in queste mie soglie, il rispetto verso la divisa che
voi rivestite non verrà meno; ma di grazia qual motivo vi guida?

_Com._ Nelle apparenze gravissimo, argomentandolo dagli ordini che ho
ricevuti. Nondimeno, considerando la qualità delle persone che formano
l'oggetto della mia missione, io nutro speranza che le conseguenze non
saranno sgradevoli (_quindi rivolgendosi ad Alfredo_). Signor
capitano, in nome della legge vi prego consegnarmi la vostra spada ed
a passare agli arresti.

_Mad._ Signore! mio figlio....

_Ros._ Il mio fratello....

_Alf._ (_sciogliendosi la spada dal fianco, la consegna al
magistrato_). Conosco la disciplina e mi uniformo alla legge; protesto
però la mia qualità d'uffiziale al servizio straniero, della quale
intendo valermi per essere in breve restituito alla libertà
(_rivolgendosi alla madre_). Madre mia, persuadetevi che nessun
documento può dare argomenti di reità a mio carico: fra poco ritornerò
nelle vostre braccia.

(_Il signor Basilio ed il commissario si danno segni di mutua
intelligenza._)

_Mad._ Mio figlio agli arresti?

_Com._ Madama, ciò è forse la sua fortuna, a quel che dice egli
stesso, non teme il rigor della legge, e certamente il suo grado in
armata straniera renderà precaria la di lui detenzione.

_Alf._ (_con nobil fierezza, nel guardare l'oriuolo a pendolo, fra
sè_). Giovanni! non è mia colpa, io cedo ad una forza maggiore.

(_Durante questa scena, Rosina, staccatasi dalla madre, si è gettata
sovra una sedia a bracciuoli._)

_Com._ Sei un gran furbo, qualcuno ti ricompenserà (_piano a
Basilio_).

_Bas._ Zitto zitto, che ci guardano! ho capito (_piano al
commissario_).

_Bas._ (_rivolgendosi a madama, vedendo che lo guardava_). Signora, io
tentava....

_Alf._ (_con aria di dileggio marcatissima, interrompendolo_). Vi
dispenso da ogni premura a mio riguardo (_quindi rivolgendosi al
commissario_). Signore! (_con dignità_) se vi piace io vi seguo: l'ora
è tarda, mia madre e mia sorella han bisogno di riposo.

_Com._ Un momento, signor capitano. Altro più doloroso dovere mi resta
a compiere prima di allontanarmi di qua.

_Alf. e Mad._ Gran Dio! qual altra nuova sciagura?

_Com._ (_a Rosina_). Madamigella, voi pure siete agli arresti.

(_Rosina non dà segno di avere inteso, tanto la rende stupida il
dolore._)

_Mad._ Ah! (_Sviene ed è trasportata sopra una sedia: Alfredo si
scuote, fa un movimento d'ira, si tocca il fianco, che trova privo
della spada, e sospira incrociando le braccia al petto._)

_Bas._ (_con estrema vivacità_). Perdonate, signor commissario; voi
forse avrete degli ordini verso madamigella Guglielmi; ma, perdonate,
io dubito che possano eseguirsi sopra la mia futura sposa.

_Com._ (_fingendo meraviglia_), Oh! degnissimo signor Basilio, la cosa
cangia aspetto sicuramente; la vostra futura consorte è dunque la
signorina?

_Ros._ (_scuotendosi_). Ah! no: non è vero, prima la morte!

_Alf._ (_con nobile sdegno_). Pietà di una madre e di una donzella
infelice! Ah! vieni, deh! vieni giustizia divina!

_Com._ (_freddamente e senza curarlo_). Gli schiarimenti datimi
dall'ottimo signor Basilio tranquillizzano la mia coscienza. Mi
rallegro con voi.

_Alf._ Ah! madre mia, scuotetevi, deh! non sacrificate la misera
vostra figlia.

_Ros._ Ah la più tenera delle madri! (_Ambedue i figli si accostano a
mani giunte verso la donna svenuta colmandola di carezze._)

_Mad._ (_rinvenendo dal deliquio_). Dove sono io?...

_Com._ Godo di vedervi risorgere dal vostro abbattimento: la signora
Rosina resterà nell'abitazione materna, sotto la malleveria del signor
Basilio di lei fidanzato; il signor Alfredo avrà la bontà di seguirmi.

_Mad._ Signore, sono talmente confusa che mal comprendo me stessa: pur
vi ringrazio per la urbanità con cui adempite agli uffici del vostro
ministero; d'altronde voglio persuadermi che un disgraziato equivoco
abbia prodotto questa disgustosa scena; ho troppa fiducia nell'onor
dei miei figli, cui seppi inculcare i sentimenti migliori, per non
temere sinistre conseguenze.

_Com._ Signor Basilio, ella è pregata a far le mie veci; dico cioè ad
invigilare alla condotta della sua signora fidanzata.

_Bas._ Carissimo signore, rispondo di lei qual di me stesso.

_Com._ Signor ufficiale.

_Alf._ Ho inteso: addio, mia madre, addio, mia sorella; voi mi
rivedrete fra poco: l'innocenza non teme il rigor della legge. (_Nel
proferire queste parole dà un'occhiata terribile al signor Basilio, il
quale volge da altra parte la testa._)

_Mad. e Ros._ (_con accento doloroso stendendo le braccia verso
Alfredo_). Addio. Voglia il cielo restituirti in breve all'amor
nostro.

_Il commissario, Alfredo ed i soldati escono._


SCENA QUINTA

MADAMA, BASILIO _e_ ROSINA.

_Mad._ (_con accento doloroso_). Quale scena terribile! qual cordoglio
per una madre! ma voi, signor Basilio, che oggi fate quasi parte di
mia famiglia, voi che ne pensate di ciò?

_Bas._ (_con aria cortesissima e con la solita flemma_). Signora, vi
consiglio a non temere di nulla; ecco l'effetto dell'imprudenza,
l'effetto delle feste di ballo, delle maschere, e per sospetto....

_Mad._ Per sospetto si deviene all'arresto di un ufficiale d'onore? e
lo s'intima ad una damigella?

_Bas._ Sicurissimo, in certi casi, in certe faccende.... Oh! ma
tranquillizzatevi; io salverò tutti, io, vedete... Ah! se avessi
potuto prevederlo; ma....

_Mad._ Ah! se non fosse per troppo disturbarvi, compatite un desiderio
di una madre, non la lasciate una notte in preda al suo dolore.

_Bas._ Comandate.

_Mad._ (_con qualche esitazione_). Se non vi rincresce tener dietro al
commissario, informarvi, parlare... su via, mio buon amico.

_Bas._ (_con ipocrita affettazione_). Dio guardi! Madama,
un'insistenza per parte mia sarebbe peggio; a voi piuttosto...

_Mad._ Ma io!.. Rosina...

_Bas._ Tranquillatevi, penserò io a tutto, lasciatela pure in mia
custodia, conoscete la mia onestà: vi è pur la sua gente di servizio.

_Mad._ Qual bivio terribile!

(_L'orologio a pendolo suona mezzanotte. Il signor Basilio con somma
gioia, fra sè._)

_Bas._ Ah! sei pur battuta, ora desiderata; io t'attendeva. (_Durante
il colloquio della signora Guglielmi col signor Basilio, Rosina, che
dopo la partenza di Alfredo si è gettata sopra una poltrona verso la
finestra, è adagio adagio passata sotto la portiera di damasco; nè
Madama nè il signor Basilio han veduto quel movimento. Squillata
l'ora, un prolungato colpo di cannone si ode romoreggiare per
l'aere._)

_Bas._ (_con gioia_) Son presi!

_Mad._ Che dite mai? che è ciò?

_Bas._ (_avviandosi verso la finestra_). Or or lo saprete. (_Penetrato
sotto la portiera, retrocede coi capelli irti; quindi esclama_). Gran
Dio! Rosina!...

_Mad._ (_accorgendosi della mancanza della figlia con affannosa
ansietà_). Ros...

_Bas._ (_gridando verso la porta comune_). Ahimè! presto accorrete, la
finestra è aperta.

_Mad._ (_con crescente agitazione_). Me misera! Rosina? (_inoltrandosi
verso la finestra_).

_Bas._ (_nel massimo furore_). Si è gettata dalla finestra!

_Mad._ Ah! (_cade svenuta al suolo_).

_Bas._ (_scagliandosi fuor della porta comune, seguito da alcuni servi
entrati nella sala con lumi_). O viva, o morta.

(_Le cameriere trasportano madama Guglielmi priva di sensi nella sua
camera._)




CAPITOLO X.

Otto giorni dopo.


Otto giorni dopo queste dolorose scene cui il lettore si è compiaciuto
di assistere, Alfredo Guglielmi, liberato dalla fortezza, la mercè
delle premure dei suoi superiori, mestamente congedandosi dalla madre,
ripartiva pel suo reggimento stanziato sulla Dora.

Padre Gonsalvo recitava col suo breviario l'uffizio, il negro Iago
rispondeva agli _Oremus_ del monaco, madama Guglielmi giacendo in
letto ancora convalescente riceveva le visite di condoglianza dei suoi
amici e di altri suoi conoscenti, ed appena aveva forza di sorreggere
la testa sopra i cuscini. Ma Esmeralda, ma Rosina, ed il misterioso
Giovanni che facevan eglino? Della sorte di Rosina circolarono varie
voci, nessuna però si addiceva al vero. La fanciulla era scomparsa in
modo maraviglioso e incomprensibile; appena il signor Basilio si
avvide essersi ella gettata per la finestra, discese in un attimo le
scale accompagnato dai servi con lumi, credendo di trovarla esanime e
ferita al suolo, avvegnachè la finestra da cui erasi precipitata fosse
alta una diecina di braccia dal livello della strada. Ma sulla strada
non vi era orma di persona caduta, non una macchia di sangue, non un
oggetto che le avesse appartenuto. Alcuni vicini discesi al trambusto
che faceva il signor Basilio, interrogati, risposero non avere inteso
il menomo rumore tranne quello che faceva lui stesso: ed egli
furibondo si era dato a frugare per ogni dove nel palazzo coll'idea
fossesi nascosta la fanciulla, ma la di lui ricerca era tornata
inutile. Spumante di rabbia in vedersi deluso nella aspettativa di
sicura felicità, mordendosi i labbri si era rivolto alla direzione di
polizia, la quale, udito il caso straordinario, aveva immediatamente
praticate le più scrupolose ricerche, ma invano. La stessa osteria dei
Tre Mori, siccome conosciuta oramai per un nascondiglio di gente
sospetta, era stata perlustrata da cima a fondo senza verun resultato.
Si era dubitato che la fanciulla leggermente ferita ovvero
miracolosamente sana fossesi diretta per qualche porta fuori della
città, ma i portieri assicurarono come dalle undici della sera al
vegnente mattino veruna donna era uscita dalle mura. È cosa
impossibile l'esprimere la rabbia del degnissimo signor Basilio, a cui
la preda era uscita proprio di fra gli ugnoli; e siccome l'arresto di
Alfredo imputato di sospetta associazione ai settari era stato opera
de' suoi maneggi per tor di mezzo un ostacolo alle mire che aveva sul
possesso della Rosina, venuto per la di lei misteriosa scomparsa a
mancare lo scopo, non aveva voluto più oltre insistere, ed il giovane
fu rilasciato per mancanza di prove. E qui mi è duopo narrare come il
signor Basilio era informato da certo suo confidente segreto che un
malandrino nella persona di Topo, arrestato per omicida, aveva
rivelato l'esistenza di una setta, di cui aveva dato alcuni riscontri
circa il convegno, senza per altro al momento spiegarsi di più, mentre
il magistrato sorvegliatore credette dispensarsi da ulteriori
spiegazioni del detenuto, attenendosi piuttosto al partito di cogliere
i settari sul fatto alla mezzanotte nelle catacombe. Esso signor
Basilio, sopra l'unico riscontro dell'esistenza della camelia rossa,
segnale sospetto nelle stanze di Rosina, piccato dal di lei costante
rifiuto di sue nozze, aveva concepito il pensiero che fra Rosina ed
alcuni dei congiurati dovesse esistere un qualche segreto legame, ed
argomentò che certamente la fanciulla non poteva esser sola nella
faccenda e che Alfredo, giovane riputato entusiasta, andasse con lei
d'accordo. Su tal sospetto, insinuando analoghi dubbi alla signora
Guglielmi, la quale insieme con lui sorprese i giovani, siccome
vedemmo nel precedente capitolo, alle ore undici e un quarto di sera
nel salotto in procinto di fuggire dalla casa materna, aveva
preventivamente fatti nascere nel commissario suo amico sospetti utili
al suo fine, instigandolo a procedere all'arresto del giovane,
riservandosi di farla da protettore e padrone di Rosina, che divisava
di trasportare presso di sè al più piccolo pretesto che gli fosse
riuscito di cogliere. Ma il cielo si compiacque schernire questo
briccone. Il salto di Giovanni co' suoi nella cloaca del sotterraneo
aveva resa inutile la sorpresa tanto desiderata dal magistrato di
cogliere in flagranti i congiurati. Il salto della Rosina dalla
finestra aveva reso inutile l'arresto di Alfredo; il quale, ben
sapendo come nessun documento potea comprometterlo, in specie non
essendosi trovato alla riunione nel sotterraneo, era riuscito, come
sappiamo, ad ottenere di essere restituito in libertà. Il signor
Basilio, affettando una calma stoica, era tornato ad assidersi al suo
banco di pannine, senza osare di presentarsi alla signora Guglielmi,
temendo di esser corso troppo e di non avere colori bastanti onde
ulteriormente contrafarsi ed ingannare quella donna. In mezzo a tante
ambagi lo crucciava il pensiero della perdita di colei per il cui
possesso avea sparso assidue cure durante un biennio; lo crucciava
l'idea di non potere, senza pubblicamente tôrsi quella maschera di
galantuomo a lui sì favorevole, ottenere il pagamento del suo credito
verso madama Guglielmi; e lo angustiava infine il sentire che, contro
sua voglia, qualche poco si ciarlava di lui. Talchè, simile alla volpe
che dopo essere entrata nel pollaio non trova la via di uscirne dal
solito buco per aver mangiato troppo, si trovava in preda ad
un'agitazione da lui non mai provata tutto il tempo della ipocrita sua
vita; pure, nella speranza di rimediare o almeno di non far peggio,
seguitò ad uscire alle ore solite di casa, ad assidersi al banco ed in
tutte le periodiche occupazioni in cui noi lo vedemmo esattissimo.
Nella sua doppiezza non avea mancato di recarsi al tribunale ed
esternare gravissimo cordoglio per la fallita impresa delle catacombe
e per la mancanza di prove onde si prolungasse la detenzione di
Alfredo.

--Ma...., aveva esclamato sul termine di un colloquio con un
funzionario di polizia, _quod differtur non aufertur_; ne vada la mia
pelle, sarò sempre buon servitore della giustizia.--

Tornato al suo banco, egli invano procurava d'imaginarsi un plausibil
modo intorno alla sparizione della fanciulla; infatti chi poteva
averla aiutata, sola, senza mezzi, senza esperienza, a sottrarsi non
tanto alle ricerche di lui, quanto a quelle diligentissime della
polizia? Forse il suo incognito amante? Ma se colui era, qual ei
supponeva, uno dei settari, come trovarsi sotto la finestra per
ricever nelle braccia la cara fanciulla e al tempo stesso essere alle
catacombe? Alfredo, ito agli arresti col commissario, non era
suscettibile di porgerle aiuto. Dunque? Il diavolo in persona doveva
aver preso parte a vantaggio della giovane: ma nè anche quest'idea
persuadevalo, sapendo come la purezza dei costumi di Rosina non poteva
procacciarle le simpatie del formidabile ausiliario infernale.
Lambiccatosi il cervello per mille differenti congetture, il degno
signor Basilio aveva concluso di lasciare al tempo la cura di svelare
l'impenetrabile arcano e dover lui deporne il pensiero, onde non
rischiare di divenir pazzo a forza di meditare; ed infatti si era
avveduto che la strana sua situazione avevalo alquanto dissestato
nella direzione dei propri affari. Si era dimenticato di cancellare
una partita di un suo debitore che lo aveva pagato; ma giacchè la cosa
era passata, pensò esser meglio lasciare aperto il credito che
scarabocchiare la carta. Si era scordato di accendere l'ultimo sabato
la lampada alla imagine di sant'Omobono, ma pensò rimediare alla
trascuranza col comprare il sabato venturo, invece di una crazia, due
soldi d'olio. Il tremito dei suoi nervi rendendogli paralitiche le
mani, queste tenevano il passetto in modo che nel misurare il panno a'
suoi compratori le bracciature riuscivano piuttosto scarse, ma, per
tranquillizzare la propria coscienza, diceva a sè stesso: Che colpa ho
io se i dispiaceri che ho provati agitano i miei nervi? tutti coloro
che son causa delle mie afflizioni sconteranno nel mondo di là il
piccol danno che in questi giorni di confusione possono aver risentito
i miei avventori. Troppo lungo sarebbe l'enumerare le sbadataggini di
cui fu suscettibile il nostro mercante nel periodo transitorio che
abbiamo accennato; una sola, come d'indole assai bizzarra e comica,
non vogliamo passar sotto silenzio i nostri lettori. Si scordò di
portare le solite teste di pesce fritto nel fazzoletto turchino al
gatto che teneva in bottega, il quale essendo stato 48 ore in forzato
digiuno, si mostrò piuttosto in broncio col padrone. Quando questi un
bel dì aperse la bottega, in un momento di riflessione, appoggiati i
gomiti sul banco, il micio, credendo che il padrone ingrato dormisse,
imaginò di rifarsi del lungo digiuno a spese di uno dei di lui orecchi
il quale per la portata del sangue pareva rosso come un salsicciotto.
Onde, spiccato un salto sulla tavola del banco, glielo addentò così
fieramente che, senza l'aiuto di benevole persone accorse alle grida
del mercante, l'orecchio del signor Basilio sarebbe passato nelle
interiora del famoso Buricchio. Da queste dimenticanze trasse frutto
il signor Basilio; cessò dal meditare sulla sparizione di Rosina,
restringendo i suoi studi mentali sul modo di ottenere dalla signora
Guglielmi il pagamento del vistoso suo credito. Lasciamo intanto
questo degno personaggio e ritorniamo ad Esmeralda. Esmeralda? Oh! qui
sì che vi è del mistero; oh quanti misteri! dirà qualcheduno.
Carissimi, rispondo io, non so che dirvi. Dunque zitti, e tiriamo
innanzi.

Esmeralda dopo alquanti giorni di dimora al convento pareva più
tranquilla, sebbene non avesse riacquistata la ragione. Le suore, a
causa della sua beltà, quasi l'amavano. Essa aveva un certo che da
farla considerare come superiore al resto delle femmine. La priora
aveva per mezzo dell'ortolano mandata lettera confidenziale al padre
Gonsalvo, onde questi le indicasse qualche cosa intorno alla frenetica
fanciulla in modo brusco da lui introdotta come pensionaria in quel
luogo, non avendo la buona madre potuto sfogare il femminil talento di
curiosità colla fanciulla, imperocchè essa faceva dei discorsi fuori
di senso: parlava di navigli, di catacombe, della Guadalupa, di un
caprone, della tribù dell'Ohio e d'altre simili cose, alla madre
priora inintelligibili ed a cui rispondeva con esorcismi onde fugare
il demonio, da cui credeva ossessa la giovane. E noi certamente le
daremo ragione del suo procedere; inoltre quel benedetto padre
Gonsalvo aveva avuto tanta fretta nel partire dai monastero che non
era stato possibile interrogarlo, e poi era tanto laconico quel buon
padre!

Il giorno dopo l'improvvisa recezione di Esmeralda, madre Domitilla,
parlando confidenzialmente a suor Dorotea in un'ora dopo il
refettorio, le aveva detto:

--Ma che ne dite, suor Dorotea, della apparizione di quella specie di
energumena?

--Oh! rispose la camarlinga, io non ne so nulla; tocca a voi, siete
priora e basta, io non posso aprir bocca su certi argomenti.

--Ma pure....

--Pure, riprese suor Dorotea, dico che quel benedetto padre abate si
prende certe facoltà un poco troppo spinte: capita qua ad ora quasi
notturna, picchia, gli viene aperto, introduce una straniera che fa
certi occhiacci di spiritata, parla di bastimenti, prende la soglia
del convento per la bocca di una darsena, la fune del campanello per
una corda d'una vela, voi per il grand'ammiraglio e me per il capitano
dei cannonieri; e il reverendo, senza dirci chi è o chi non è costei,
ci lascia colle laconiche espressioni: _Suore mie, in nome del cielo
custodite questa infelice fino al mio ritorno_; ed aggiungendo:
_Benedicat vos, etc._, se ne va, e non ne abbiamo saputo più nulla.

--Sì, cara camarlinga, io pure sono del vostro avviso; il buon abate
non ci ha fatto il miglior regalo del mondo: ma su questo, _transeat_;
peraltro non è scusabile quel non farci sapere, almeno in due parole,
chi è la giovane, cosa voglia, se sia turca, ebrea, scismatica; se
dobbiamo convertirla, riconciliarla, ecc., ecc. Quanto è strano quel
reverendo!

--Eh! eh! madre priora, sento dire che quel religioso in sua gioventù
fosse un po' cervellino strambo, ben s'intende avanti di vestir
l'abito.

--_Delicta juventutis meae ne reminiscaris, Domine_, prese a dire la
priora: in gioventù tutti più o meno avemmo i nostri falli; speriamo
che il Signore voglia dimenticarli. Ma, tornando alla fanciulla, ella
non può essere nè turca nè ebrea nè pagana nè protestante: perocchè
sappiate, carissima suor Dorotea, come io, sebbene mi fidassi del
degno padre abate, abbia voluto togliermi ogni dubbio di ricevere fra
le pecorelle del Signore una qualche volpe pericolosa; e fino dal
momento in cui l'incognita ci venne presentata dal padre abate, io
colla scusa di accomodarle il fazzoletto da collo procurai di
rintracciare se da quello pendesse qualche segno di buon cristiano.
Indovinate un poco cosa vidi?

--Che? Dite, dite.--

--Una bella reliquia del santo Velo incastrata in una teca di oro a
filograna.

--Cospetto! esclamò la camarlinga; deve essere non solo buona
cattolica, ma anche ricca.

--Ed anche nobile, continuò la priora; dietro alla teca vi è una
bellissima incisione della corona di conte e sotto le iniziali E. C.
Z. S. A. 21 marzo 1805.

--Bagattelle! disse sorpresa la camarlinga. Oh! è da figurarselo.
Colei è nobil contessa. E non importa che sia forastiera; padre
Gonsalvo ha relazione con tutti i popoli del mondo. Sarà qualche
giovane scappata ai suoi parenti.

--O qualche innamorata di giovane pagano o liberale, il che è
tutt'uno.

--Che bell'acquisto per il convento se si facesse monaca!

--Sicuro, e, a dirvela, io ci ho pensato subito subito: speriamo che
riprenda la sua ragione.

--Ed io, vedete, madre priora, confesso il mio peccato: non sapendo
tutta questa faccenda, sono stata non poco inquieta in questi giorni,
poichè credeva che il convento ci rimettesse di suo, dando da mangiare
ad un'incognita la quale....

--Zitta! zitta! riprese la priora: non vi fate sentire da nessuno. Non
sapete cosa mi consegnò il frate al momento di lasciar la ragazza?...
cinquanta luigi d'oro!

--Eh!

--Sicuro; il buon padre Gonsalvo disse poche parole, è vero, ma fece
de' fatti e mi pose in mano un involtino con cinquanta bei luigioni
lampanti.

_Benedicamus Domino_, disse la camarlinga, che aveva tutta la sfiducia
propria dei cassieri; sicchè adesso non rimane che ad appagar la
curiosità.

--Questa sera sapremo qualche cosa; ho inviato l'ortolano a Montenero,

--Ma intanto non potrei vedere il reliquiario? soggiunse la camarlinga
sentendosi morire dalla curiosità.

--Non vi è difficoltà, riprese la superiora; andiamo nella cella N.
12; la fanciulla è tanto buona che è certo ci dirà «_Mamma, mamma_» e
ci mostrerà ciò che volete.--

Entrambe si avviarono alla cella N. 12, bussarono. Nessun rispose;
entrarono, non ci era alcuno. Il convento fu tutto frugato. La
Esmeralda non ci era più, nessuno l'aveva veduta uscire. Considerate
ciò che pensarono, ciò che dissero le suore. La priora spedì un altro
espresso al padre Gonsalvo, e questi fu il garzon del vinaio,
ritenendo peraltro i cinquanta luigi lampanti.

Esmeralda era sparita la sera dopo la sparizione di Rosina.

Quanto al Caprone ed Iago sappiate.... ma no, per adesso non avete a
saper nulla. Bisogna ch'io ritorni nella carcere ov'è rinchiuso Topo.
Ma non si potrebbe prima parlare di Giovanni, ossia del Caprone e di
Iago? No, signore, non si può; perchè se si tardasse ad andare nella
carcere di Topo, si correrebbe rischio di non trovar più nè anco lui.
Caspita! ci sono scappati due dei nostri personaggi; non voglio che ci
fugga anche il terzo.

Topo è in carcere. Passato il primo bollore della paura, costui si è
pentito della rivelazione fatta così su quel subito dell'arresto;
sapeva il birbante che, una volta sfuggito dalle unghie della
giustizia, poteva cadere in quelle dei settari, i quali certamente a
seconda dei loro terribili statuti l'avrebbero spedito all'altro mondo
senza processo. Dunque si era pentito e, per riparare alla imprudenza,
faceva giuro a modo suo di non dir altro. Caspita! diceva fra sè nella
prigione: la tortura e quelle macchinucce con cui strappavano ai tempi
antichi la verità dalla bocca dei rei non ci son più; sicchè non ho
paura di corda, di argani, di caprette, di quegli ordigni che ho
sentito tante volte nominare in un libro che il signor Bruto leggeva
all'osteria dei Tre Mori. Dunque non ci son più, ed io?... resta
sempre da imparare. Dopo che in carcere ci sono stato tante volte,
questa volta l'ho fatta proprio da somaro e non da topo, e sì che i
topi son furbi; sono stato tante volte fra le unghie del gatto e ne
sono bravamente scappato senza lasciargli in bocca del mio pelo. E
adesso?... Ah! proprio l'ora del minchione viene ai più furbi, e
d'altronde ero tanto acciecato dalla rabbia.... quel birbante di
Cacanastri voler per sè la roba rubata da me. Caspita! gli uccelli
sono di chi li chiappa. Io con lui non ho agito così quando l'altra
settimana rubò quella collana di perle all'erbaiola di piazza e la
portò a vendere al signor Basilio, cioè al signor Giuda: cospetto! io
non dissi mica: gliela voglio portar io. Ognuno che va da quel
galantuomo ci deve portar ciò che busca. Birbante di Cacanastri! ma
almeno dal signor Giuda ci andrò io solo. Gran galantuomo che è
quello! paga a contanti, e si sapesse mai nulla! è più segreto del
muro. Ma, soggiunse, se ho fatto male, farò emenda da me, il signor
giudice non saprà più nulla: se ha voglia di gridare, di urlare, di
minacciare, di spezzare il campanello, per me saranno le sei*.

      * Espressione volgare di quell'epoca, che equivarrebbe:
        a non so nulla.

Mentre Topo faceva questi discorsi fra sè udì in uno degli anditi
delle carceri dei domenicani* una voce che accompagnandosi col
tintinnio del mazzo delle chiavi cantava l'appresso stornello.

      * Luogo detto così volgarmente.

    Che mangerà la sposa la prima sera?
    Un mezzo piccioncin*.

      * Canzonaccia popolare di quei giorni.

--Veh! veh! questa voce non m'inganna; è Caicchia il fruttaiolo di via
San Francesco; no, è del suo figliuolo, quel monello che non ha mai
fatto nulla di bene.

--Oh! oh! Caicchia.

--Chi mi chiama? rispose la voce.

--Son io, è Topo che hanno fatto cascare nella trappola: ma tu sei
dentro?

--Son fuori; non son gonzo.

--E che ci fai?

--Faccio il gatto.

--Gnau, buon pro ti faccia; almeno avvicinati alla mia stamberga,
briccone!--

Un giovanotto dai venti ai ventidue anni, che ben si scorgeva per un
secondino di quello stabilimento, si avvicinò alla cella di Topo, ed
aperto il piccolo finestrino dell'uscio a doppio sportello, si fece
vedere al detenuto.

--Figliol d'un tette* di Caicchia, to', chi ti faceva qua dentro. Come
se' grosso e grasso; lo dicevo io tu' pa' che non avevi voglia di far
nulla al mondo.... Eccoti diventato un signore.

      * Espressione del volgo.

--Tutti i mestieri danno pane, ma tu, pezzaccio di galera, che hai
fatto?

--Ho sbertito Cacanastri*.

      * Nel gergo: ucciso.

--Ci ho gusto davvero; ma dimmi ho sentito di' che sei anche della
congiura della fusciacca rossa* eh!

      * Il volgo chiamava così, quasi appartenenti ad una specie di
        setta, tutti coloro che a quell'epoca erano compromessi colla
        giustizia: e riteneva che i congiurati, per commettere insieme
        dei misfatti, portassero una fusciacca o cintura rossa con cui
        legassero i calzoni alle reni.

--Chene?...: chene? non me ne vendi: co' tu' pari acqua in bocca

_Secondino._ Ti compatisco: per chi m'hai preso?

_Topo._ Per un ferro di bottega*. Se non hai altri moccoli, va' a
letto al buio, Da questo sportello tira troppo vento.

      * Nel gergo: impiegato di polizia.

_Sec._ Bene: serrerò.

_Topo._ Noe, l'ho fatto per celia; anzi ho piacere di vedetti quìe;
semo camberati.

_Sec._ Della Bulca....

_Topo._ Della Bulca.... ma mene mi hanno ilscaraventato ai malmetti*.

      * Messo in luogo di prigione.

_Sec._ Ma tu hai ilbotrato* tutto.

      * Palesato.

_Topo._ Noe.... noe ho ilbotrato nulla due hosine al pittore* pel
conia.

      * Cancelliere criminale, in gergo.

_Sec._ Ma e del Caprone e di Concetta e di Bruto....

_Topo._ (_confuso_). Futtulsco Caicchia! anche te della fusciacca
rossa.

_Sec._ Sie sie,,, non ti arioldi barabba.

_Topo._ Barabba! sì me ne arioldo, sei tene, che volevi bulscherar la
Honcetta.

_Sec._ E te ne mi arreggevi lume.

_Topo._ E hai poltato la balchetta in questo molo*?

      * Venuto in questi luoghi.

_Sec._ È stato mi pae* pttosto il sniffo** che ha holoniali.

      * Padre.      ** Birro.

_Topo._ Magari!

_Sec._ Ora se tu vuo' fa bene, va' a ilbotrare anche di mene.

_Topo._ De' camberati! accidenti! ma giacchè sei della corda*, non mi
potlelti aprimmi un poino.

      * Della lega.

_Sec._ Gnau... gnau...

_Topo._ Ohè, se torni a ilmiaulare, ritorno Topo, abbasso i camberati
e ilbotro anche di tene al pittore.

_Sec._ Hoe; ho fatto conia, e poi la chiave della bujosa* l'ha il
soprastante.

      * Prigione.

_Topo._ Accidenti a lui e alla sua famiglia!

_Sec._ Non beltemmiare.... vuoi una mezzetta? pago io.

_Topo._ Bravo, camberata!

_Dopo qualche spazio di tempo Caicchia torna con mezzo boccale in mano
e, riaprendo lo sportello, porge da bere a Topo._

_Topo_ (_prendendo il boccale ed accostandoselo alla bocca_). E tu non
bei?

_Sec._ Ho beuto.

_Topo_ (_rendendo il boccale_). Buh! che roba! a che osteria l'hai
preso? come è amaro! Buh!

_Sec._ (_chiudendo lo sportello e rompendo il boccale sgangheratamente
ridendo_). È roba da Tobi, birbante!

_Topo_ (_con urlo soffocato di dentro_). Caicchia! ahimè! brucio,
brucio, brucio, muoio, muoio.

_Sec._ (_ridendo_). O vai ora a ilbotrare di Caicchia*!

      * A palesarmi.

_Topo_ (_Con voce appena intelligibile_). Ah!... t'aspetto
all'inferno! ah!

_Sec._ (_allontanandosi_). Clepa pure ed avviati o ilbotra di
Caicchia*!

      * A palesarmi adesso.

Prima di notte Topo era morto: credettero fossesi avvelenato da sè
stesso; la sua morte e la fallita impresa delle catacombe aveano
salvato i congiurati. In quella notte medesima da incogniti ladri
venne derubata madama Guglielmi degli ori, degli argenti e delle
gioie. Il furto ascendeva a 10,000 scudi. La polizia non scoperse mai
nulla.

  _N.B._ Nel dialogo fra Topo e Caicchia si è adoprata _l_ per _r_ e
  si son soppresse alcune lettere dell'alfabeto per dare un'idea della
  pronunzia dei Veneziani di Livorno ed in genere del basso popolo.




CAPITOLO XI.

Salvezza.


Persuasi che il cuore delle gentili nostre leggitrici batterà di
palpito straordinario per l'impazienza di conoscere la sorte della
sfortunata Rosina, non vogliamo tenerle oltre nella trepidazione.
Prima però due parole intorno a Giovanni. Esse ricorderanno che, dopo
pochi istanti dall'improvvisa comparsa del negro, quel cospiratore
aveva, con un calcio dato in una molla, fatto alzare il pavimento di
tavola della sala del maestro delle catacombe e ciascuno con lui
precipitare nel sottoposto baratro. Ognuno crederà che, nel
precipitare dall'alto al basso in modo brusco ed improvviso, qualcuno
dei caduti si fosse fracassato un braccio, una gamba, lussata una
spalla, rotto il cranio, e che so io? Ma no: nulla affatto di questo:
nella sottostanza della sala del maestro era stata da gran tempo
appositamente ammassata una quantità considerabile di lana da
materassi, la quale, nel caso in cui ai congiurati facesse bisogno di
precipitare nel baratro, potesse addolcire la caduta per modo che le
loro membra non ne soffrissero alcun nocumento; ed infatti tutti gli
adunati laggiù si trovarono in un monte; ma, passato il primo momento
di sorpresa, si alzarono, si assettarono alla meglio nelle vesti e nei
capelli e si avviarono per lunghissimo ed umido andito ad altra uscita
del sotterraneo che metteva in luogo affatto opposto alla riva del
mare, sulla quale sarebbero stati sorpresi dalla forza, se per là si
fossero procurati una sortita. È superfluo il raccontare che di essi
chi mosse di qua e chi di là, e se ne andarono raminghi tutta la notte
per la campagna, e chi prese la via di Montenero e chi di Salviano,
chi della Valle Benedetta, rientrando nella città per porte diverse,
ad ore e giorni diversissimi e colla maggior cautela del mondo. Ognuno
di essi si era creduto proprio, come suol dirsi, in bocca al lupo e ne
era scampato per miracolo, e certamente a molti passò la volontà di
cospirare. Quando tornarono in città avevano i volti molto smagrati,
perchè, avendo dovuto all'impensata trattenersi fuori mezzo nascosti
fra i boschi ed i cespugli, non avevano potuto sodisfare all'appetito
naturale dopo lungo digiuno, ed appena appena avevan trovata un poco
d'acqua per dissetarsi.

E qui giova osservare come veramente e propriamente appartenenti ad
una setta non potevano dirsi che pochi di costoro; mentre i più erano
persone date al malfare, soci di bricconata e conosciutisi fra loro
per appartenenti ad una compagnia di persone rotte al delitto, cui il
volgo dava nome della compagnia della Fusciacca, forse dal modo col
quale ognuno di essi si soleva legare alla vita i calzoni con una
ciarpa del colore suddetto.

L'entusiasta Giovanni, dalla inclinazione e per la ricevuta educazione
trasportato a macchinare trame a danno del ceto dei nobili e de'
ricchi da lui odiato, aveva innestato quest'odio all'idea di un
miglioramento di sorte nei poveri; e concluso ciò non potersi sperare
che al sorger di un popolare regime, erasi veramente associato ai
carbonari d'allora e aveva fatto dei proseliti anche fra persone al
mal far dedicate, pur di accrescere il numero dei soci e fra'
giovinastri suoi conoscenti di mezzi disgraziati, a cui ferveva in
petto ambizione estrema, da essi scambiata col creduto amore della
patria e degli uomini. Fra questi eran coloro che abbiamo nominati
Bruto e Catone ed alcuni altri di quella tempra. Tranne peraltro
costoro, che almeno avevano una idea di politica, gli altri non erano
se non se adoperati come stromento materiale di trambusto e scene
violenti, nelle quali la setta molto sperava per dar opera a quanto
meditava. L'infausto esito per essi della notturna congrega tolse ai
capi, come suol dirsi, le mani, perchè i malandrini di cui si
componeva quella riunione si erano sbandati per non si riunire almeno
per qualche tempo, tenendosi fermi nel proposito di commettere dei
proditorii ferimenti, dei furti e altre iniquità con animo di lucro
infame e di sete di sangue. I nostri lettori faranno certamente le
meraviglie nel vedere come un uomo del pensare, dirò anche del cuore,
di Giovanni potesse associarsi con siffatta gente. Ahimè! nessuna cosa
è più al caso di accecare il buon senso di quello che lo sia il
demonio demagogico che attacchi il cuore e la mente di un povero uomo;
e così avvenne di Giovanni.

Non sì tosto ei si vide fuor del nascondiglio nel quale aveva corso
rischio di essere preso, appena respirò le aure del cielo sereno, un
grosso sospiro ed una lacrima gli uscirono ad un tempo.

--Ahimè! tutto è perduto,--esclamò, e lungamente stette colla testa
fra le mani. Il solo Iago lo seguiva a capo basso senza proferir
parola, lasciandolo sfogare. Quando i primi scoppi di dolore per la
fallita impresa cominciarono a calmarsi, allora un tetro pensiero gli
si affacciò alla mente. E che? Alfredo, Esmeralda l'avrebber forse
tradito? Perchè non comparsi presso di lui? perchè?... E furioso per
tal pensiero, lungi dal tenersi discosto dalla città, andava a gran
passi verso la medesima. Quando peraltro Iago lo vide deciso di
entrare in quella, d'improvviso afferrandolo per la destra,

--Padrone! esclamò nel linguaggio natio tanto da Giovanni ben inteso,
padrone! non contento di far piangere Rosina, Alfredo, Esmeralda sulla
certa e vituperosa vostra morte, volete anche che nel mondo migliore
ne piangano gli ottimi vostri genitori estinti?--

Il dolore ed il tono patetico di queste parole fece soprassedere il
turbato Giovanni, il quale, è pur forza dirlo, credendosi tradito,
meditava di rientrare in città, vendicarsi ed uccidersi. I nomi
proferiti dal negro avevano per il cuore del giovane una infinita
potenza; inoltre nella notizia del servo vi era quasi implicitamente
la notizia dell'innocenza dei tre individui da lui nominati.

Giovanni si fermò e, postosi a sedere su d'un arginello di un campo
poco lungi dalle mura, riprese il suo pianto e i suoi sospiri, e
quindi vivacemente:

--Ebbene! perchè mia sorella, il mio amico, colei che amo non son
eglino qui? almeno piangerebbero meco e ci daremmo un estremo addio.--

Il negro narrò di loro ciò che allora sapeva per averglielo detto il
frate, cioè che esso aveva e con persuasioni e con stratagemmi
allontanati i tre giovani del convegno e condotta la Esmeralda in
luogo sacro e sicuro. Di più a quell'ora non sapeva il servo.

Giovanni, al racconto di lui, teneva il volto accigliato e severo in
modo che, battendogli il raggio della luna in fronte, fealo
assomigliare a quelle facce di bronzo delle statue di qualche antico
guerriero. Fiero e nemico a chiunque si mostrasse avverso alle cose
sue e vi s'immischiasse dentro per dar loro un altro corso, gridò:

--E qual diritto aveva colui di quasi rapirmi la sorella, di obbligare
a disobbedirmi la donna che dev'essere mia per sempre?

--Il diritto dell'amore, replicò il negro; il vecchio frate vi ha dato
la più gran prova di affetto che mai potesse darvi; e se io non
veniva, e se invece coloro che amate fossero stati con voi, che
sarebbe e di voi e di loro?--

Il fiero Giovanni tacque, esso era calmato; alla sua calma contribuì
più certamente l'assicurazione che i suoi diletti non si erano
macchiati di tradimento di quello che l'idea di esser salvo ed eglino
ed esso. Continuò:

--E chi mai, dimmi, rivelò il segreto delle catacombe?

--Per quanto credo, uno dei vostri complici.

--Sia in eterno maledetto! (indi traendo un pugnale) chiunque sia,
morirà.--

I nostri lettori avranno veduto che non era destino di Giovanni il
macchiarsi di sangue. Topo doveva morire per altre mani.

Il colloquio del negro col suo padrone non durò oltre, perchè
quest'ultimo, bruscamente alzandosi, gli aveva detto:

--Questo padre Gonsalvo, quest'uomo singolare che, dopo avermi tenuto
bambino, come mi narri, sulle ginocchia, viene dopo venti anni a
occuparsi nuovamente delle cose mie, dove trovasi egli?

--Non lo so, riprese il negro; e dentro la città sarebbe malagevole il
ritrovarlo quando che vi sia: meglio andarne al convento; in questo
sacro luogo voi potrete trovarlo od aspettarlo, e ciò sarà acconcio a
nascondervi fino a che abbiate dato una nuova direzione al vostro
avvenire.--

Il consiglio del negro piacque al fervido Giovanni, il quale, cambiata
direzione ai passi, li volse verso la chiesa del convento di
Montenero, da cui erano distanti quattro miglia, ma che esso si
proponeva di abbreviare tracciando la linea più retta che gli fosse
possibile per quei campi e prati che gli si paravano davanti. Iago lo
seguiva in silenzio, come se, invece di un uomo, fosse stato un cane
da caccia.

Non faccia specie se quei due procederono così, invece di prendere la
via: assuefatti a percorrere le inospite lande dell'America, per loro
il saltar fossi, andar per i solchi, rompere filari di viti o di altre
piccole piante che si opponessero al loro passaggio era cosa assai
ordinaria; di più, tanta erane l'agitazione che il cercare la strada
maestra ritengo non passasse lor per la mente. Ma, mentre costoro
vanno di un passo rapido verso il monte della Vergine, io ritorno alla
passionata Rosina. Rosina dall'immenso dolore in cui avevala gettata
l'improvvisa proposta della madre di accordarla in sposa all'odiato
signor Basilio da lei poche volte e sempre con indicibil ribrezzo
veduto, era passata allo stato di delirio, allorchè dopo l'arresto di
Alfredo si era veduta in balía di quell'uomo infernale. Dopo la scena
terribile del salotto ella, fuor di mente, in una indicibile
spossatezza, si era senza volerlo insinuata sotto la portiera di
damasco, cogli occhi macchinalmente fissi sulla finestra; un pensiero
nuovo, tremendo le balenò nella mente, quello cioè della possibilità
di evadere precipitandosi dal verone, unico mezzo di sottrarsi alla
sua situazione infelice. Fuggire, sì, fuggire fu l'unica idea di cui
fu capace in quel doloroso frangente. La morte, nello stato di
esaltazione in cui si trovava, le apparve ben mille volte più soave
della vita di sposa dell'uomo abborrito; si persuase la madre non
esser più padrona di sè stessa per sottrarla al sacrifizio più
terribile; guardò anco una volta fremendo il suo persecutore, richiuse
gli occhi mentre un brivido le corse per le ossa: riaperti gli occhi,
affissando una stella del cielo, le parve che il raggio che da quella
partiva le insinuasse nell'animo una insperata dolcezza; e,
vaneggiando, credè che da quella lo spirito beato del padre suo la
invitasse ad approfittare di quel rimedio estremo, le promettesse
sovrumana assistenza. Risoluta, non più vide il suicidio, ma nel
periglioso passo un invito della provvidenza a non dubitare delle
tante e miracolose vie che ella ha per salvare i miseri mortali dal
colmo della sventura. Trattasi dal petto una portentosa imagine della
Vergine, se l'accostò ai labbri con indicibil fiducia e, leggermente
aprendo il verone, spiccato un lancio da quello, fu nella via. Al
cielo si era affidata, il cielo accolse l'intemerata sua fede e
preghiera; trovossi ella in piede, qual se un angiolo l'avesse portata
sulle ali sue; piegato il ginocchio, orò brevissimamente e quindi si
pose a fuggire nella prima direzione che le si parò dinanzi. Ma il
cielo vegliava su lei. Una vettura munita di due lampioni accesi stava
fissa sulla parte opposta a quella della finestra di madamigella
Guglielmi, vettura che dalle ore sette o le otto stava là ferma. Il
vetturino non si vedeva sul davanti, cioè a cassetta, ma ciò non aveva
dato nessun sospetto a coloro che transitavano la via grande; spesso
si vedevano vetture ferme accanto ai portoni delle case, entro le
quali il vetturino addormentato attendeva qualche signore o signora
che uscisse dalla conversazione.

Non appena la fanciulla saltò e si mosse veloce verso la via de'
Materassai, la misteriosa carrozza si mosse e le tenne dietro, ed in
un momento un incognito, uscendo dallo sportello, precipitosamente
afferrata la fanciulla e messale una mano alla bocca perchè non
gridasse, la trasse in vettura, che partì di là con straordinaria
celerità. Tutto questo fu opera di pochissimi istanti. Rosina era
stata messa nella misteriosa vettura allo svoltare di via dei
Materassai a cento passi di distanza dalla sua abitazione e senza che
le persone guidate dal signor Basilio e fornite di lumi fossero state
in tempo di veder nulla.

La misteriosa vettura coll'incognito che vi era dentro, il quale
teneva dolcemente fra le braccia il capo di Rosina svenuta per
l'emozione e per lo spavento, non aveva preso nessuna direzione verso
le porte della città, ma, dopo aver girato varie strade, si era
fermata sulla piazza dell'erbe e davanti una casa di poverissimo
aspetto, donde una donna era uscita a prendere la misera fanciulla: e
sebbene il personale di quella donna non fosse molto felice perchè
pingue, il di lei vigore era tanto che in un baleno, tratta a sè la
giovane, chiuse la porta. L'incognito partì colla vettura senza che si
sapesse dove andassero e come così prodigiosamente avesse giovato alla
salvezza della fanciulla. La casa della donna era una di quelle che,
mediocremente mobiliata, spiccava per la nettezza. Costei, trasportata
la fanciulla tuttora svenuta in una politissima camera, avevala
collocata sopra un morbido letto prodigandole tenere cure. Quando
Rosina aprì gli occhi, credè di sognare. Tuttociò che vedeva talmente
le pareva straordinario che suppose essere passata in un mondo
migliore. Mezz'ora prima in casa propria! ora viva dopo il periglioso
passo e senza saper come, quasi rapita di mezzo alla via, trasportata
in un incognita magione! Dove mai era stata condotta? Chi era quella
donna che salmeggiava accanto al suo letto? E quella bella biondina in
abito bruno che mormorava divote litanie? Rosina non azzardavasi a
parlare mentre le due donne pregavano. Finita la prece, la donna prese
una porzione di cordiale e la fece sorbire alla fanciulla, che ne fu
riconfortata ed in grado di parlare.

--Dove son io? richiese timidamente.

Tanto la vecchia che la giovane, senza replicare parola, diressero gli
occhi verso una pia imagine pendente dal muro e quindi al cielo.

--Non m'intendete voi forse, o pie donne? proseguì la fanciulla, a cui
il trovarsi fra due persone del suo sesso aveva dato coraggio. Ma le
due donne non risposero nè manco a questa domanda.

Rosina incominciava a dubitare della buona maniera delle due
ascoltanti; quel silenzio la sconfortava, mentre le loro fisionomie e
gli atti di tanta religiosità stavano da un lato a dirle che si
trovava fra persone oneste. Essa era per nuovamente volgere
l'interrogatorio, quando una porta si aperse e quattro giovanette
portando una piccola bara con entro una giovinetta estinta
traversarono la sua camera e discesero seguite da un sacerdote e
mormorando alcuni salmi. La donna e l'assistente s'inginocchiarono al
loro passaggio. Rosina chiuse gli occhi al primo apparire del funebre
spettacolo.




CAPITOLO XII.

Sul mare.


Due mesi dopo la perigliosa risoluzione della Rosina, una nave veliera
e di bandiera inglese solcava l'oceano. Marinari e soldati
l'occupavano; imperocchè fosse armata da guerra ed appartenesse ad una
squadra di crociera. La nave per bizzarra combinazione chiamavasi
_Rosina_. Era una fregata che, per la struttura della sua chiglia, la
leggerezza delle sue vele, la squisitezza del suo armamento, incantava
a vederla. Essa procedeva maestosa sulle onde come un padrone
pettoruto sul suo podere. Nessun passeggero si trovava posto in quel
legno, imperocchè mercantile non fosse; eppure su quella fregata
_Rosina_ si trovava Rosina nostra insieme con colui dal quale ella
ormai più esser non poteva disgiunta.

Rosina e Giovanni si erano ritrovati e ritrovati per non più
lasciarsi; ritrovati per amarsi, per dirselo, per soccorrersi. Sono
eglino sposi? Lo sapremo, ma fino a che venga il tempo di saperlo non
giudichiamo male dell'eroina del nostro romanzo; la sua purezza le dee
servire di scudo contro qualunque sinistro pensare. Chi può dire a
qual punto non possano elleno far giungere impreviste circostanze?
D'altronde il mio racconto non è finito, ed io non voglio
precipitarlo. Se il modo di narrare così bizzarro, così a salti, che
tiene del misterioso, non piace al lettore, chiuda il libro, che è
padrone; se poi vuol continuare, noi ne saremo contenti, perchè alla
fin fine terminerà, e saremo sodisfatti maggiormente, io d'avere
scritto, egli d'aver letto.

La nave solca l'oceano. È una sera dolcissima; un lieve venticello
increspa le onde e tiene la fregata come in panna. L'equipaggio (meno
coloro che erano di guardia, militari e marinai) è al riposo. Nella
camera del capitano si mirava una lampada sospesa al soffitto di legno
di abete, ondeggiante in una custodia di cristallo, la quale
rischiarava la stanza che eleganti mobili guarnivano. Presso un letto
incavato nel vano dell'intavolato delle pareti stava collocato un
canapè ricoperto di velluto, sul quale una leggiadra damina vestita di
amaranto, i cui piedini parevano appena toccare il tappeto del
pavimento, i cui capelli negligentemente annodati cadevanle sulle
spalle alabastrine, il cui volto era di una espressione angelica,
stavasene assisa mollemente. Sebbene una specie di mestizia si vedesse
su quel volto, d'altronde un fino conoscitore del cuore di una donna
avrebbe scorto sui tratti di quel bel viso che se esso non era quello
di una persona tranquilla, era almeno quello di persona che dopo lungo
volger di procellosi affetti aveva ricovrato la calma.

Dirimpetto alla damina, sopra di un carro di cannone, il quale con una
parte del fusto di lucido bronzo faceva un bizzarro contrasto
coll'assetto gentile di quella stanza, sedeva un giovane la cui faccia
esprimeva l'uomo che in mezzo al contento ha un qualche segreto
affanno che lo divora. Ben si scorgea sui lineamenti di quel volto
caratteristico che un'anima bollente si celava in quel frate. Chi è
mai costui che vestito alla marinaresca tiene alla cintura due pistole
ed un pugnale? Costui è il capitano della fregata o, se non vi basta,
è il già chiamato Caprone, il cospiratore Giovanni.

I lettori crederanno che la donzella testè accennata sia Rosina, ma io
debbo trarle d'inganno, rispondendo essere invece Angiolina.

Angiolina! sento dirmi, chi è costei? come entra adesso nel romanzo?
costei, replico io, è la figlia del popolo, bella, interessante,
sventurata; poteva io negarle il posto in queste pagine? Vi
ricorderete che io poco fa vi narrava come Rosina, tratta
misteriosamente dall'incognito della carrozza in quella casa anco più
misteriosa, aveva veduto una specie di processione passare presso il
suo letto, accompagnante una fanciulla estinta in un feretro. Or bene
quella fanciulla è precisamente Angiolina, la quale stassi nel salotto
del capitano in molta intrinsichezza con lui. Ma guardate di non far
giudizi temerari; il cuore di Giovanni appartiene a Rosina, nè fia che
il perda. Angiolina è però l'amica di ambedue ed insieme con essi
viaggiava verso il nuovo continente. Vi ho detto esser Angiolina la
figlia del popolo, esser bella e quasi quasi una morta risuscitata.
Tali notizie hanno certo provocato la vostra curiosità, ed io sono a
sodisfarla; tanto più che mi occorre svelarvi chi fosse l'incognito
della carrozza e qualche altra cosa di più.

Il misterioso incognito della vettura altri non era se non se il buon
padre Gonsalvo, il quale, reduce da Pisa, dopo avere, come sappiamo,
inviato il negro alle catacombe, aveva divisato passare la notte come
in sentinella dirimpetto all'abitazione de' suoi protetti e
sorvegliare ai loro andamenti; ma, pensando come il cacciarsi ritto
come un palo laggiù avrebbe destato dei sospetti, pensò provvedersi di
una vettura, sempre utile in qualsivoglia emergente; ed infatti
acconciatosi col vettore Nardellino*, gli aveva ingiunto di piantarsi
là nella via grande col suo legno, di non muoversi senza suo cenno, ed
egli stesso il buon frate si era appiattato in fondo alla carrozza,
ansioso di veder terminare quella notte senza alcuno di quegli
avvenimenti sinistri che ahi! pur troppo il cuore predicevagli. Di
fondo al mobile suo nascondiglio aveva veduto uscire dalla casa
Guglielmi il signor Basilio fino dalle prime ore della sera e di poi
ritornarvi, aveva veduto i soldati ed il commissario introdursi in
quella casa ed uscirne avanti la mezzanotte recando agli arresti il
giovane Alfredo; del che il buon monaco aveva provato indicibile
cordoglio, persuadendosi sempre più che quel biasciapaternostri del
signor Basilio, Giuda novello, era il tarlo micidiale che rodeva la
famiglia Guglielmi. In mezzo al suo dolore peraltro pensò come
Alfredo, non anche compromesso, minor danno avria risentito da
quell'arresto che dal girne alle catacombe, e si proponeva il dimani
di adoprarsi a pro del giovane con ogni mezzo migliore. Tutte le sue
premure si volsero allora a Rosina. Il monaco era vecchio e furbo, nè
stentò a credere come, rimaste le due donne in casa in balía di quel
mostro, certamente avrebbero corso il maggior dei perigli: pensò
allora di non frammettere indugio nell'introdursi egli stesso in casa
della vedova, starvi ostinatamente fino a che vi avesse dimorato
colui, sperando che il dimani gli permettesse far qualche cosa di più.
Stava già per eseguire tal divisamento quando, veduta aprire pian
piano la finestra del salotto della casa dei suoi protetti, vide
qualche cosa di bianco agitarsi per l'aere e cadere al basso. Gli
occhi del frate si velarono per il dolore. Temette il suicidio di
Rosina, ma scôrto essersi ella prodigiosamente salvata dalla rischiosa
caduta, e vedutala fuggire, pensò volesse irne alle catacombe; onde,
fatta muovere sulle tracce di lei la vettura, in un attimo
raggiuntala, la tolse seco e posesi a far correre la vettura stessa
per la città sepolta nelle tenebre, senza decidersi a nulla, purchè
potesse evitare le ricerche e per aver modo durante quel tragitto di
pensare al luogo ove condur la fanciulla, onde poi rimanere libero di
sventare le trame dell'impostore Basilio. Pensò che non senza grave
motivo la fanciulla sarebbesi esposta al periglioso passo: e tanto
bastò per fargli respingere la prima idea che gli era venuta in mente,
quella cioè di ricondurre la Rosina alla casa materna. Mentre mulinava
cento pensieri nella sua testa, si ricordò come nella piazza dell'erbe
abitasse una donna sua penitente, la quale avrebbe potuto assumere la
custodia della giovane senza obbligarlo a palesare il segreto. Certo
di riuscire, fece trottare la vettura in quel luogo verso la casipola
della donna. Giunto alla porta di quella, fatto bussare, scese infatti
una persona che raccolse e seco trasse la giovane. Ciò eseguito, il
buon Gonsalvo si sentì come sgravato d'un gran pensiero, applaudendosi
d'aver fatto bene; ma sventuratamente questa volta il religioso avea
sbagliato. La donna che aveva ricevuto la Rosina non era l'erbaiola,
ma tutt'altra. Costei aveva segretamente aperta quella casa ad
equivoche conversazioni. L'avvicinarsi di notte di una vettura la
quale contenesse una fanciulla, o rapita o consenziente, per riceverla
in quelle mura non le era cosa nuova; cosicchè, senza far motto, prese
la misera Rosina svenuta, la quale credette ricevere dalle mani di un
amante, non avendo nel buio e nella fretta osservato all'abito ed alla
fisionomia del frate. Collocata in letto la giovane, le apprestò dei
soccorsi, siccome noi vedemmo, onde rinvenisse, attendendo poi che il
conduttore di lei tornasse a trovarla dando a lei buona mancia per il
favore ricevuto. Nè faccia specie il silenzio di quella megera e della
giovane sua compagna se non risposero alle dimande della Rosina;
questo era il loro costume colle persone arrivate di fresco, fino a
che non sapessero con chi avevano a trattare; non faccia meraviglia se
esse stavano in orazione, perchè quelle anime turpi non rispettavano
neppur la Divinità e, per avvolgere agli occhi delle infelici che
capitavano in quelle nefande mura una benda che celasse la turpitudine
della casa, erano solite far pratiche esterne di religione, e così
appunto facevano mentre Rosina stavasi languente in quel letto. Povera
Rosina! Oh come avrebbe palpitato di orrore se avesse saputo in qual
nefando luogo si ritrovava! Nè avrebbe, crediamo, esitato un momento a
cacciarsi dal balcone con certezza di perdere la vita, anzichè restare
un istante di più in quell'orribile albergo.

      * Padrone di vetture a quell'epoca.

Dal dialogo che andiamo a riferire, il quale ebbe luogo in un momento
in cui la sventurata Rosina era immersa in profondo letargo,
apprenderanno i lettori di che tempra fossero le anime nere delle due
donne che circondavano il letto della sventurata. Una di esse, cioè la
padrona di casa, che era quella la quale aveva ricevuta nelle braccia
Rosina, si dicea per sopranome Vascello; l'altra era una fanciulla
bellissima immersa nel vizio, sopranominata Catraia.

_Catraia._ Mamma Vascello, ecco una buona triglia per la tua rete.

_Vascello._ Bellina davvero! le metteremo il sopranome di _triglia_,
essendo d'un biondo assai chiaro il colore de' suoi capelli.

_Cat._ E chi sarà il pesce cane che se la papperà quella creaturina?
Ma tu l'hai sborniato il delfino che l'ha portata nella tonnara?

_Vas._ Non m'è riuscito: peraltro al lume del lampione di pescheria e'
mi è parso un bel tôcco di calafato*; tornerà, e lo vedremo meglio.

      * Un bell'uomo.

_Cat._ Lugagni* ne hai avuti?

      * Danari.

_Vas._ Noe, ma questa mercanzia la piglio _gratis_; e se colui che
l'ha condotta non torna, mi venga il canchero, se non mi rifaccio a
mio modo. Ma guarda un po' che tôcco d'orecchini si _rimpasta_ alle
orecchie; diventi una balena se non valgono cento scudi!

_Cat._ Mamma Vascello, non sarebbe bene levarle quel peso?

_Vas._ Dannata di Catraia! sei un gran diavolo; e quando torna il suo
ganzo, che gli dirò?

_Cat._ Corna* allo stoino**. Le ha fatto forse l'inventario? Se
brontola, gli metteremo giudizio; e quando avrà visto il salotto da
basso, gli passerà la voglia di cantare.

      * Espressione ingiuriosa volgarissima.    ** Damerino.

_Dicendo queste parole la Catraia in punta di piedi si fa presso a
Rosina immersa nel sopore e le stacca dall'orecchio sinistro
l'orecchino di brillanti; Vascello fa altrettanto dalla parte destra._

_Cat._ Quanto dev'esser ricca! (_si mette l'orecchino in tasca_).

_Ros._ (_sempre immersa nel sopore_). Giovanni....

_Cat._ e _Vas._ _Oremus_.... (_quindi avvedendosi che Rosina dorme_).

_Vas._ (_a Catraia_). Si chiama Gianni il suo ganzo, è un bel nomino;
ma orsù dammi l'orecchino, che lo riponga con quest'altro.

_Cat._ Che orecchino? Sei briaca? E non l'hai tu tutti e due?

_Vas._ Animo, qua l'orecchino: non facciamo celie, o ti spacco la
testa con questo caldano (_in atto di avventarle uno scaldino_).

_Cat._ Zitta, sta buona: se desti la bimba, sarà peggio per te. Se fai
chiasso, verranno i birri.

_Vas._ I birri qua non ci vengono.

_Cat._ Li chiamerò io: dimani faremo i conti; non ne vo' più. Io
lavoro, e tu ti mangi i miei guadagni; io lavoro, e tu t'intaschi i
quattrini che ti danno i miei avventori.

_Vas._ Spilorcia! e hai il coraggio di rinfacciarmi? Chi ti raccolse
di sulla paglia? chi ti pulì dal fastidio se non io? Tu fai una vita
da signora, io ti do da mangiare, da bere, da fumare, ti pago il
mercante, la modista; e tu ti lamenti! qua, meno smorfie, dammi
l'orecchino e finiscila.

_Cat._ Animo via, non vi corrucciate, eccolo qua (_leva l'orecchino di
tasca e guardandolo esclama_). Caspita! non mi par compagno, la
piccina gli aveva accompagnati.--

Vascello trasse dalla tasca l'altro orecchino, come per confrontarlo,
ma la furba Catraia, dato uno slancio, addentò il braccio di Vascello
su cui impresse un terribile morso; il dolore fece sì che le cadesse
il gioiello, il quale la donzella destramente raccolse involandosi e,
recatasi alla propria camera, li ripose ambedue in un cassetto, che
serrò, ponendosi la chiave in tasca.

Vascello era per correrle dietro, ma se ne astenne, pensando che,
attesa la sua pinguedine, invano avrebbe potuto raggiungere quella
specie di folletto. D'altronde stimò opportuno non lasciare la camera
di Rosina e borbottò fra sè: Maledetta Catraia, ti colga il fulmine;
ma te la farò scontare: da qui avanti se Bruto o Catone vuol vederla
questa briccona, mi rifarò: civetta monella! ti sequestrerò le mance
degli ospiti a nolo che ti porta Narciso; è un gran diavolo.

La Catraia ritornata, aveva un riso beffardo da disgradarne Lucifero.

_Cat._ Orsù non farmi la conia, o Vascello.

_Vas._ Ti leverò di torno.

_Cat._ Pagami e poi me ne anderò; o che credi di essere sola al mondo?
Pel diavolo! le tue pari non mancano (_susurrò un cognome_).

Vascello, al sentire nominare la rivale nella trista professione, si
morse le labbra e si tacque: il perdere la Catraia sarebbe stato un
danno; onde rasserenandosi fintamente,

--Almeno, le disse, fammi bere alla tua salute di quel cognac che ti
regalò l'altra sera quel marinaro inghilese.

_Cat._ Mamma Vascello, quella non è roba per voi; diventereste cionca,
siete vecchia.--

Vascello, che aveva già le gote tinte di rosso artificiale, sentì
infiammarsele per rabbia.

--E anco mi minchioni? disse.

_Cat._ No.... vo a prenderlo, non sono avara, (_per discendere_).

_Vas._ Ferma, ferma, lo berremo dimani.--

Ma la Catraia fu nell'altra stanza in un salto e tornò con la
bottiglia del rhum.

Vascello ne guardò il turacciolo se fosse smosso, e veduto che era
intatto e che poteva trincare senza sospetto di veleno o di qualche
altro brutto scherzo, si mise a tracannare il liquore come se fosse
stato acqua della cisterna: vero è però che chi l'avesse guardata
negli occhi avrebbe veduto che eran pregni di lacrime, lacrime
peraltro di tutt'altra specie che di pianto; infatti il rhum
dell'Inglese era a trentasei gradi.

Fatto che ebbe una buona trincata, porse la boccia alla Catraia, la
quale a sua posta, accostatasela alla bocca, ne tirò giù di un fiato
il rimanente, ed esclamò:

--Viva l'Inghilterra! E con pazza gioia scagliata la boccia nel muro,
la fece in tritoli; poi guardando Rosina che non dava segni di vita:

Ma che sia morta? (ed accostatasi al letto dell'inferma, sollevò le
coltri). Ci è anche il vezzo, esclamò; e scioltolo dal collo
dell'infelice, se lo pose in tasca colla velocità propria di un gatto
nell'afferrare un salsicciuolo. Avrà anche la borsa dei quattrini,
disse poi; una volta che si tocca questo luogo, bisogna abbandonare
ogni cosa che venga di fuori.--

Ciò dicendo si accostò a una sedia ove stavano le vesti della Rosina.

--Oh! questa volta puoi stringere il vento, esclamò Vascello ridendo.

--Brava mamma, soggiunse Catraia, me l'hai fatta, non sono più a
tempo: ma pazienza! si ha da campar tutti.--

Rosina, scossasi dal suo letargo, pronunziò quelle parole: _Ove
son'io?_ da noi riferite nel precedente capitolo, a cui poco dopo le
donne che or conosciamo risposero salmeggiando il latino che non
intendevano, e non andò guari che entrò nella stanza il funebre
corteggio da noi accennato e di cui tanto si spaventò la misera
fanciulla. Ma come mai, mi direte, un sacerdote cogli abiti di
funzione a quell'ora, in quel luogo infame?

Eh! miei cari, sappiate che quell'uomo, sotto le vesti più venerande,
altro non era che quel Catone, giovane scapigliato, che voi vedeste
nel primo capitolo di quest'istoria nell'osteria dei Tre Mori.

Costui era un ateo, uno di quei giovani sconsigliati che, per aver
letto nei frontespizi di molti libri, credono di saper tutto, di poter
censurar tutto; ed era ateo perchè l'ateismo era di moda e si faceva
consistere la sapienza nell'incredulità, mentre che l'incredulità è
anzi indizio d'ignoranza. Egli si piccava di essere incredulo,
irreligioso, gozzovigliatore, libertino, appunto perchè volea passare
per elegante; ed appunto onde dar pascolo alle sue frenetiche
tendenze, si era associato ai cospiratori nella speranza che un
rovescio di ordine sociale potesse affrancarlo dai ceppi da cui gli
parea d'essere stretto in forza delle leggi religiose e civili. Figlio
di un onesto negoziante, disertava il banco per frequentare i bagordi,
amava le sgualdrine più che le merci, il danaro dei settari anzichè il
peculio paterno; e la vita di ozio che teneva si persuadeva esser
quella degna del suo grado, credendo coprire le proprie nefandità
colla divisa dell'amor patrio. Così pur troppo hanno sempre pensato i
facinorosi sovvertitori dell'ordine pubblico da Catilina fino ai
moderni Bruti e Catoni. Intanto il nostro personaggio non era andato
alle catacombe, sebbene vi fosse, come sappiamo, invitato; il perchè è
facile imaginarlo. Egli era un di coloro che ostentano gran coraggio
ed hanno in cuore una gran paura. All'avvicinarsi dell'ora fatale,
Catone, seguendo l'antico dettato «_rumores fuge_», se l'era battuta,
sperando di trovare una scusa ai compagni di congiura, e per tempo
introdottosi nella casa di Vascello, aveva incominciato a bere ed era
già ubriaco in una delle stanze recondite di quella casa infame.
Sedutosi a tavola insieme con altri degni di tal compagnia, con la
Catraia, la Cleofe, la Pisellina ed alcune altre di quel convitto, era
giunto a quello stato di ebrietà che, lungi dall'indebolire, rende
diabolicamente energici e pronti al mal fare. Il perverso giovane, sul
finire del pasto, aveva scommesso di levare la ganza ad un garzone di
caffettiere per nome Roberto, e questi dal canto suo giurando rifarsi
a spese di Catone, erano venuti alle mani, e già da qualche tempo
aspramente percuotevansi fra le risate e lo schiamazzio di quelle
perdute creature, le quali gl'incitavano a proseguire ed a tirarsi
bicchieri, bottiglie ed altri utensili. Sporchi di vino e sangue, alla
fine si erano alzati per invocare l'aiuto delle amanti e dei
commensali; cosicchè era per divenir generale la pugna. Invano mamma
Vascello era accorsa a sedare la lite, chè aveva dovuto ritirarsi al
primo urlaccio e alla minaccia di romperle il capo a furia di
bicchieri.

La scena avea luogo in una stanza a vôlta ad uso di cantina e
profondissima, per modo che al di fuori appena poteva sentirsi quello
strepito, e se pure intronava qualche orecchia, non era nuovo che
simil frastuono si partisse da quel lupanare.

Siccome io vi diceva, la rissa di Roberto e di Catone incominciava a
farsi seria quando questa cessò a causa dell'arrivo di un nostro
personaggio. Entrò Narciso tutto attillato, profumato e lindo, sebbene
il suo abito ed il suo cappello avessero per il lungo esercizio della
spazzola perduta ogni ombra di pelo; costui aveva al solito le mani
piene di anelli, un gran spillo falso appuntato al cravattone di raso,
con una gran catena d'oro falso al collo ed orologio dell'istesso
metallo, con guanti di pelle gialla alle mani; ei s'era fatto in mezzo
ai combattenti cavallerescamente esclamando:

--Alto là, camerata, che diavol fate? qua, qua a sedere qua, presto
bottiglie, sigari; abbasso le mani.--

E tutte le convittrici ad una voce:--Viva il damerino, viva il
piacere! a tavola, a tavola!--

L'invito della donna era stato secondato dalle mani di Narciso, il
quale, afferrato colla destra per il corpetto Catone, lo forzò a
sedere alla tavola, facendo altrettanto di Roberto. Costoro non fecero
resistenza, ma misersi a ridere di quel riso scipito che è proprio
degli ubriachi. Composta la lite, Narciso esclamò:

--Ma diavolo! Volevate far come Topo, il quale ha ammazzato Cacanastri
e andrà in galera?--

A tale notizia una delle giovani che sedevano a quella esecrabil
mensa, ma che non aveva ganzo ed era stata sempre malinconica, gridò:

--Mio padre in galera? Gran Dio!--E cadde.

Le compagne la presero e la portarono sul letto della sua camera;
arrivata che fu la sera, quei malandrini, volendo sollazzarsi con una
sacrilega mascherata, col mezzo di alcuni abiti sacri derubati e colà
in serbo idearono una funebre processione; e passando per la camera
occupata da Rosina trasportarono entro un feretro in una stanza remota
la sventurata Angiolina.




CAPITOLO XIII.

Angiolina.


Angiolina è la figlia del popolo, Rosina quella della nobiltà. Ambedue
belle, ambedue sensibili, ma quale immensa differenza fra loro! eppure
dovevano trovarsi, unirsi ed amarsi. Vedi bizzarria del destino!

Alla età di sette anni, Angiolina coi piè nudi, colle vesti lacere,
coperta di luridume, coi capelli sparsi sugli omeri, senza asilo,
senza pane, appena sapendo comprendere che fosse sua vita, era stata
cacciata sulla pubblica via, abbandonata a sè stessa, una fanciulla a
quell'età! Sì: e questo barbaro padre era quel medesimo brigante
sopranomato Topo, di cui sentimmo la misera fine in uno de' precedenti
capitoli. Parrà impossibile che, se i leoni, le tigri amano i figli
sino al punto di non sembrar più feroci, quando vanno lambendoli
dolcemente, quando per difenderli non curano le mortali ferite del
cacciatore, l'uomo, dotato di tanta intelligenza, possa aver cuore di
lasciare una figlia di sette anni seminuda, senza pane sulla pubblica
via. Ahimè! è così, e le grandi città dal lezzo del delitto vedono
uscire simili mostri. Topo peraltro, cui gli stessi compagni di
ladroneccio avevano fatto un rimprovero per tanta barbarie, si era
loro spiegato e scusato dicendo:--Non la riconosco per figlia.

--Ma dunque? avevano risposto gli amici.

--Eh! cari miei, vi basti che non vo' riconoscerla; la buon'anima di
mia moglie ve lo potrebbe dir lei il perchè. Era sì buona donna la mia
beona che de' ganzi se ne ricordava a punti di luna, ne aveva tanti!
va compatita, non sapea l'aritmetica.

--E tu tolleravi?...

--Ah ah! ridendo aveva risposto Topo con un poetico frizzo «quando il
conto torna».... il resto della rima voi lo sapete; io ho avuto sempre
gusto a lavorar poco, mangiar bene e ber meglio; e siccome non si
trovan sempre oriuoli e pezzuole da rubare, baccalari e aringhe da
buscare, così una bella e buona moglie è ottima bottega.

--Come? è così?

--È così sicuro, camberati, ma veh! dicevo alla buon'anima, non mi far
figliuoli, che se no, te gli affogo come i gattini della vecchia
micia; non vo' sgnauli per casa. E la buona donna la intese, cioè per
un pezzo; quando un bel giorno torno a casa, che c'è, che non c'è, mi
aveva figliato.

--E tu? avevan detto i beoni scherzando durante quel dialogo bizzarro
e turpe qual si addiceva al vergognoso personaggio.

--Ed io (aveva risposto) voleva buttar giù nel fosso la mamma e la
figliuola; ma per fortuna, siccome ero un po' briaco, presi la bimba e
mi affacciai alla finestra, e già le faceva fare il volo fra i
navicelli, quando la mamma, levatasi da letto e venutami dietro,
m'infilzò un coltello nel lombo; io cascai, essa riprese la bimba.

--Fortuna che non moristi!

--Ci mancò poco; quella buon'anima sapeva tirar di coltello più che
d'ago: e mi trovai l'arme fissa nelle lonze, quando mi destai, perchè,
a dirla, nel momento in cui caddi, mi parve d'avere un sonno, oh che
sonno! bisognò chiuder gli occhi: quando mi alzai mi trassi il
coltello dalle costole; ero tutto sangue, nei calzoni, nella camicia,
nelle scarpe; parevo un migliaccio.

--Dovevi esser bello, Topo!

--Son cose strane, o camberati; ma già toccò a me: dunque mi rizzai e,
siccome era di notte, mi gettai dalla finestra nel fosso per lavarmi
tutto per bene; e siccome nel navicello di Cacco vi era un bel paio di
pantaloni di pilord, una giacchetta di satiné e una camicia colla
trina, insomma vi era a poppa tutto il bisogno per rivestirsi da
festa, mi messi i panni del camberata e me ne andai dal cerusico a
farmi medicare: lo cognoscete il signor cerusico dello spedale?

--Sì che lo cognosciamo.

--Quando mi visitò, «Oh che hai fatto, Topo? mi disse, è un
affaraccio.» È una graffiatura, gli risposi, son cascato sopra
l'uncino della stanga (capite, i fatti miei non li volli dire a quel
cerusico). E dopo che m'ebbe medicato, «Bada di non ber vino, mi
disse.» Diavolo! risposi, poco no certo, e me ne andai all'osteria dei
Tre Mori a bere un par di fiaschi di verdèa, che è vino da donne.
Grazie a Dio, la mattina non mi ricordavo più di niente e andai a
portare le balle di baccalà a Ilsmit.

--E la moglie?

--La furia m'era passata, ma alla bimba ci pensava sempre; tant'è, le
voleva far fare il tuffo.

--E poi?

--E poi tornai a casa: avevo dell'ideacce; sgnauli non ne volevo; ma
lì nella mia camera c'era un signorone col soprabito nero, con una
bella catena da oriuolo al collo, che solamente a veder quella grazia
di Dio mi venne l'acquolina in bocca; e lo sapete chi era quel
signore?

--Chi era?

--Il signor Basilio, quello che sta in via del Teatro vecchio da'
Lavatoi; quello che ci aiuta nelle nostre speculazioni mercantili e
compra la roba buscata.

--Bau!

--Sentite, costui mi fece mille smorfie. «Topo, Topino, mi diceva, hai
a voler bene a questa creatura; vi somigliate come due gocciole
d'acqua.» E non minchiono, gli risposi, e' mi pare che assomigli a
V.S. «Sarà, disse il signor Basilio, ma la bimba l'hai a tener per
te.»

--Per mene? Che mi caschi la testa! e dove l'ho i quaini? «A questo ci
penso io»; e senza far altri discorsi, mi pianta lì sul tavolino la
borsa zeppa di francesconi. Maramau! dissi allora fra me, ho capito,
ho inteso; e presi la bimba fra le braccia. Oh che bella creatura! mi
messi a di'; è proprio un gioiello; tienne di conto, moglie mia, sarà
la nostra fortuna. Quel signore se ne andò, e ogni mese mi portava la
solita borsa di francesconi. Ma una cosa mi scordava di dirvi, cari
amici; quel signore prima di levarsi di torno mi fece un par
d'occhiacci e mi disse: «Senti, Topo, con me guadagnerai dimolto, ma
bada, potresti perder tutto.» In che maniera? ripresi io meravigliato.
«Se mai t'azzardassi di parlare o riconoscermi in pubblico, bada bene;
non ci siamo visti.» Ho capito, gli risposi, basta che vengano i
quaini, quando vi vedo, farò conto di vedè _Pitena_*. «Benissimo: così
mi piace, non voglio ringraziamenti del bene che faccio, non deve
saperlo nessuno.» Che birbone! esclamai quando se ne fu ito, e pare un
Agnus Dei. E allora aveva venti anni, figuratevi quando sarà vecchio;
da quel giorno in poi siamo sempre stati amici.

      * Frase sconcia per denotare persona di nessun conto.

--Ma, dissero i camerati, e perchè mettesti poi fuori la bambina?

--Gua', dopochè morì la moglie, lui non volle pensare a niente, anzi
era un anno che la mi' donna campava la bimba del suo, e sapete? colle
limosine.

--Colle limosine?

--Sì: era diventata vecchia, vecchia in gioventù, e non aveva più di
ventisette anni. Gran brutta cosa che sono i peccati!

--Ma il signor Basilio?...

--Quel furbone, l'ultima volta che lo vidi, mi dette una doppia di
Spagna e mi disse: «Topo, questa faccenda non la vo' più; questa
carità la tua moglie non se la merita, è troppo peccatrice.» Come?
dissi io ridendo, e ve ne avvedete ora? Ma lui mi fece zittare, non
voleva repliche; solamente gli dissi: E la bimba? «Della bimba fanne
ciò che vuoi.» Io allora andai a casa e bastonai la moglie e la bimba:
e sapete, la mi' moglie in pochi mesi andò _al campetto_*; e così mi
vendicai della coltellata che m'avea data sette anni prima. La bimba
con una pedata la messi fuor dell'uscio; in sostanza son ritornato
giovinotto, e non mi par vero.--

      * Morì.

Dal riferito dialogo giudicherassi il perfido carattere di Topo. Pur
troppo questo carattere non è una romanzesca finzione; la povera
Angiolina in quella sera stessa sarebbe morta di freddo o di fame, e
meglio per lei se la sua disgrazia non avesse fatto passare Vascello
di là dallo scalo di Porta Trinità, ove a poca distanza dal fosso
giaceva quasi esanime la infelice creatura. Nessuno l'aveva assistita
durante la giornata, perchè, conoscendola i vicini appartenere a Topo,
credevano fosse laggiù per trastullarsi fanciullescamente fino a che
la venisse a prendere il padre. Ahimè! la misera era stata cacciata
fuor di casa a pugni e a calci, dopo che il cadavere della madre era
stato trasportato al camposanto. Vascello passò vicino a lei. Vascello
allora viveva facendo da serva ambulante; e siccome nella stanzuccia
ove abitava aveva paura nella notte, era molto tempo che cercava una
bambinella che le tenesse compagnia. Ma nessun padre nè madre, benchè
poveri, aveva acconsentito a dare a donna di tal mestiere tenera
prole. Vascello, veduta la fanciullina, che giudicò abbandonata, contò
di poterla far sua, e perciò:

--Chi sei? le disse.

--Non ho babbo nè mamma, rispose singhiozzando Angiolina; mamma è
morta, e babbo mi ha mandato via.

--E chi è il tuo babbo?

--Si chiama Topo.

Vascello sorrise; conosceva per fama costui e si persuase di aver
fatta omai sua la fanciullina.

--Vuoi venire con me? le disse.

--Magari! replicò la piccina alzandosi a stento, ho tanta fame e tanto
freddo!

--Vieni con me, poverina, soggiunse Vascello; ti rivestirò, ti darò da
mangiare e dei bocconi buoni, sai? E così dicendo le faceva delle
carezze.

La bambina teneva le mani giunte per ringraziarla. Oh infelice! ella
sorrideva al futuro suo danno. Sventuratamente la fame e il freddo la
consigliarono ad accettare; la infantile di lei innocenza non le
permetteva scorgere il periglio tremendo. Vascello, presa la bambina,
la trasse nella sua spelonca.

Noi tireremo un velo sugli avvenimenti che toccarono ad Angiolina da
quel fatale momento. Il nostro cuore si strazierebbe se non fosse
concesso alla penna di fermarsi.

Durante il periodo di dieci anni ella aveva veduto due o tre volte
Topo, al quale credeva dover la vita. Ma ahimè! in quali circostanze!
Una volta, quando, dopo di aver ferito un suo compagno, si era per più
giorni trattenuto nel segreto delle stanze della turpe donna. Altra
volta quando vi era venuto di notte a recar degli oggetti furtivi o di
contrabbando. Topo fin dal primo giorno in cui Vascello si era presa
la bambina per farsene una servetta lo aveva saputo; il suo perfido
cuore aveva gioito per doppia ragione: l'una, perchè, una volta che la
fanciulletta era stata raccolta, cessava in lui il pericolo che la
autorità, sapendolo padre, almeno putativo, l'obbligassero a
riprenderla o a passarle gli alimenti, e l'altra (e ci convien dirlo
con orrore) perchè, vedendo come dalla tenera età si sviluppassero in
Angiolina forme leggiadrissime, sperava di trarne partito. Ah! ah!
diceva fra sè, tal madre, tal figlia; avrò un nuovo podere per la mia
tasca. E proprio in lui l'infamia era il teatro della sua vita.
Allorchè seppe come l'Angiolina era giunta all'età di piacere altrui,
non esitò l'infame ad affacciare le pretensioni di paternità su colei
che aveva respinto di casa bambina, all'oggetto che la Vascello gli
sborsasse una somma per la cessione di quella misera creatura.

Fra Topo e la Vascello aveva avuto luogo una di quelle scene esecrande
degna di loro. Si separarono peraltro buoni amici: all'uno rendevasi
necessaria l'altra per ricettare i suoi ladroneggi; all'altra era
necessario l'uno per non perdere sul più bello il frutto che sperava
ritrarre dall'Angiolina.

Questa misera creatura, perduta senza pur saper di esserlo, ignara
delle cose tutte di religione, ignorava (fa ribrezzo a dirlo) non solo
i più conosciuti santi dogmi di essa, ma ignorava l'esistenza stessa
di un Dio! All'età di quindici anni credeva che al piacere fossero
consacrate tutte le azioni dei viventi, e fosse l'unico bene, e non
esservi delitto nel cercare, nel volere per forza questo piacere. I
sensi essere tutto, tutto doversi alle passioni, colla morte cessare
ogni bene; e della vita futura e dell'anima non ne aveva giammai
sentito parlare. Venutale la malizia, l'esecranda sua maestra avevale
date il mi-rallegro, dicendole essere giunto il tempo della felicità
per lei; che dunque ne profittasse e senza indugio e senza riguardo e
senza tema, perchè il tempo passa e presto, e questo essere il nemico
dell'uman genere. Angiolina, nel vigor della sua gioventù, con questa
educazione, come ognun pensa, si slanciò nella carriera voluttuosa, di
cui tanti esempi aveva avuto sotto gli occhi. Assuefatta dirò
dall'infanzia (perchè la condotta della moglie di Topo non poteva gran
che differire da quella della Vascello) a stare con turpi persone,
ella non conosceva altro frasario che quello del libertinaggio; e non
avendo giammai praticato altro che rei, credeva tutte le persone
dovessero esser simili alle sue conoscenze. Priva d'ogni idea di
rispetto alle proprietà, ella aveva (così consigliandola la sua
institutrice) posto le mani sulla roba altrui quando la maestra glielo
aveva comandato; e così, sua mercè, le cassette della Vascello erano
ripieni di orologi, di fazzoletti, di tabacchiere, di gioielli degli
avventori della medesima. Una volta, e fu quella la prima luce per
lei, una volta, côlta in fallo dagli agenti della polizia per un
fazzoletto rubato, fu condotta in prigione; ella aveva undici anni!
Colà trovò gente non dissimile da quella con cui era solita
conversare; ma quando poi (dopo un esame del giudice, nel quale non
capì nulla) venne tradotta nel cortile del tribunale e ivi frustata,
sentì il pudore, o almeno l'ombra del pudore, e da quel dì in poi, per
le minacce o le lusinghe della Vascello, non volle più rubare, dicendo
che non voleva essere esposta a mostrare le nude sue membra al boia.

In mezzo alle orgie nefande, Angiolina peraltro sentiva un interno
senso di ribrezzo che non capiva ed a cui non dava retta, e continuava
quella vita, soffocando negl'incessanti piaceri la smania che le dava
il rimorso senza che ella sapesse che cosa fosse il rimorso.

Ma si avvicinava il giorno di sua redenzione. Ella da un anno stava
nella casa di Vascello più come serva che come convittrice, e ciò
perchè da un anno, schivando qualunque contatto di persone di sesso
diverso, schivando le stesse sue amiche di pensione, sentiva un
improvviso odio per quei piaceri che poc'anzi le eran sembrati tanto
lusinghieri. Ah! sì, infelice! era Iddio che volea toglierla
all'ulteriore sua perdizione. Nel convitto essa divenne odiosa alla
Vascello, odiosa perchè il suo improvviso ritegno le aveva tolto il
lucro; ma per altro, siccome costei di una serva aveva duopo,--Ebbene,
le aveva detto, fino a che non cangerai costume farai la guattera.--E
la povera fanciulla si era adattata ai bassi e dolorosi servigi. Le
compagne di una volta l'odiavano perchè ricusava di stare con loro in
quelle orribili confabulazioni e preferiva la cucina presso il fuoco
ai salotti coi canapè e coi sofà a molla coperti di _moire_ o raso
amaranto e celeste. La chiamavano la pinzochera e la sbeffavano di
giorno in giorno. E per ultimo abbiamo veduto qual sacrilega burla si
permettessero sulla di lei persona i frequentatori del luogo nefando.

Angiolina da un anno vestiva modestamente; stava ritirata perchè
pativa, e solo si assideva a mensa con le compagne quando non poteva
schivarne l'impuro contatto. Per lei non più grazie, non più bellezza,
non più piaceri; spesso lacrime e lacrime cocenti le cadevano sul
volto; ella sentiva un'afflizione invincibile e non sapeva il perchè;
quell'aura stessa della casa di Vascello erale divenuta a un tratto
irrespirabile, sentiva il bisogno di uscirne e di uscirne per sempre.
Ma dove andare? Una volta che capitato era colà Topo, si azzardò a
parlargliene, ma egli bruscamente, dandole una ceffata, le aveva
detto:--Non ho casa.... sto all'osteria,--e se n'era andato. Ma qual
causa aveva operato un tanto cangiamento nella fanciulla?

Ve lo dirò.

Una sera (era il carnevale precedente a quello in cui ha principio la
nostra storia) una sera pioveva orribilmente ed era la mezzanotte; il
Narciso bussò alla porta e gli fu aperto.

--L'Angiolina dov'è? disse colui

--Nella sua camera, rispose la Vascello.

--Che salga subito; voglio vederla.--E continuando (mentre questo
discorso lo aveva fatto sul pianerottolo della porta d'ingresso),
Venga, venga, mascherina, aveva detto ad alcuno che stava per le
scale; salga, salga.--

Dopo tali parole una persona mascherata si era introdotta in casa
della Vascello.

Completa visiera coprivale il viso, l'abbigliamento era un _bornous_
stretto al collo con vasto cappuccio che l'immascherato teneva in
capo; discoperti vedevansi l'estremità dei pantaloni di finissimo
panno ed un paio di attillati stivali. Esso doveva essere un
personaggio di qualità. Fu fatto passare e sedere in un salotto
elegantissimo, ove appesi al muro stavano quadri rappresentanti
imagini che solo si confacevano a quel luogo di lascivia.

--È un buon merlo, disse Narciso all'orecchio di Vascello.

--Hai avuta mancia?

--Tre zecchini.

--Capperi!

--L'ho adocchiato nel sortire del veglione e mi preme, m'intendete...

--Ho capito.

La persona immascherata pareva ossessa; non aveva membro che le stesse
fermo, dalla visiera le partivano lampi dagli occhi, un'impazienza
diabolica lo agitava.

La povera Angiolina, sentendosi destare a quell'ora dopo i
proponimenti fatti, si mise a piangere; eppure, e pur troppo per sua
disgrazia, doveva obbedire.

--Angiolina, Angiolina! urlò con voce diabolica Vascello; Angiolina,
perd.... sali su; vi è un signore che vuol parlarti.--

La fanciulla, assuefatta a tremare alla voce della padrona, cintasi
alla meglio una gonnella e gettatasi sulle spalle una sciarpa che le
lasciava seminude, entrò nella stanza. Nella negligenza
dell'abbigliamento spiccavano più perfette quelle angeliche forme.
L'uomo immascherato la fissò con visibil piacere.

Angiolina mirò, con ribrezzo impossibile a descriversi, colui che
sapeva averla ricercata; ad un cenno della padrona, essa fu accanto
all'uomo immascherato, che pose una mano ardente come fuoco in una
delle sue come gelo.

--Signore, non volete levarvi la visiera? dissegli Vascello.

--È certo un Inglese, riprese Narciso, non lo interrogate; è avaro
della parola, o forse non intende la lingua nostra, ma noi intendiamo
i suoi zecchini, due per voi e uno per me.

--_Will you drink?_ disse la Vascello in cattivo inglese.

La maschera non rispose, ma rizzatisi si accostò ad un caminetto, ove
ardevano buone legna e seco trasse la infelice Angiolina.

--_Beautifiul girl, Milord, sexteen years old, she is a country lass._

La maschera non rispose, però strinse la mano violentemente ad
Angiolina, che mostrò visibil pena.

--Sarà un Francese, disse a Vascello Narciso.

--_Eh bien, Monsieur, cette fille là est tout à fait angelique, par ma
foi, elle est proprement un enfant._--

La maschera serbò il silenzio e volse bruscamente le spalle alla
molesta interrogatrice, fissando in Angiolina quelle pupille infernali
che brillavano di sotto la visiera come due carbonchi.

Vo' provare se è Spagnuolo questo diavolo, disse fra sè la Vascello, o
se è sordo: parliamogli spagnuolo.

--_Par nuestra Señora de la ciudad, esta muchacha es toda corazon._--

La maschera, infastidita, senza fiatare, prese di tasca la borsa zeppa
d'oro, la gettò sul pavimento a Vascello, che l'afferrò colla lestezza
del folgore, e, facendo cenno di volere andare coll'Angiolina in luogo
ove non fosser testimoni, si mosse.

Vascello, lasciato Narciso, si fece ad accompagnare la coppia e
prestamente ritornò nella sala.

--Ah! ah! o Inglese, o Spagnolo, o Turco, o il diavolo in persona, è
una buona bestia. In questa borsa vi sono altri zecchini.

--Zitta un po': il diavolo non convien nominarlo, proruppe Narciso
scherzando, è dopo mezzanotte, e più che si nomina e più s'avvicina.

--Ah! ah, prese a dire Vascello, tirando giù un'orribile bestemmia:
esso sta qui dalla mattina alla sera, e non l'ho visto mai.

--Avrà paura delle vostre bellezze.

--Vezzoso mercante, replicò la donna facendo risuonare gli zecchini
della borsa, quanto sei amabile con le tue lepidezze! ma orsù dammi da
bere.--

Narciso andò all'armario vicino, ne tolse un grosso fiasco di
acquavite, che i due personaggi quasi vuotarono, ora ridendo, ora
dicendo cose che la penna non può riferire.

--Eppure, saltò su la Vascello, l'uomo che è di là con l'Angiolina mi
sorprende; a che tenersi fitta al viso la maschera? qui se la leva
ognuno.

--Cara Vascello, a volte vi son certi personaggi che, avvezzi a
mostrar la faccia in luoghi ben diversi da questo vostro grazioso
albergo, qui non osano scoprirla.

--Sciocchi! o che? forse è vergogna passar due ore in buona compagnia?

--Oh! che volete? saranno pregiudizi del mondo. Ci ha chi vuole
apparire una cosa mentre in cuore sarà un'altra, ed ecco la ragione
per cui nel tempo del carnevale il vostro albergo dolcissimo è
frequentato da maggior numero di avventori. Il bello sarebbe che
costui non si fosse levata la visiera nemmeno a quattrocchi con
l'Angiolina. La ragazza è tanto stupida da non averci pensato; ed io
muoio dalla curiosità di sapere chi sia questo notturno galante.
Tornando all'Angiolina, non so comprendere come da qualche tempo sia
immersa nella più cupa malinconia.

--Sarà innamorata.

--Eh! non ci vorrebb'altro; non vo' amori. Ma sono stanca, vo' irmene
a letto; buona notte, Narciso.

--Un altro bicchier d'acquavite, alla tua salute, amabile fregata; ma
no, ho sbagliato, vi rendo il vostro titolo, Vascello _a tre ponti_.

--Sguaiato! sempre colle giullerie. Orsù bevi e vattene.--

Narciso si fece a bere un altro bicchiere d'acquavite e poi, prendendo
pel mento la donna:

--Mamma Vascello, non senti tu che scroscio? uh!...--

In questo tempo si udì il cupo rimbombo di un folgore, che fece tremar
l'invetriata e col lampo ceruleo abbarbagliò la vista.

--Misericordia! urlò Vascello. È inverno, pare impossibile: quale
oragano!

--Non mi muovo di qui, disse Narciso: dormirò su questo sofà; a
quest'ora affogherei per la via.--

Ed in fatti la piccola pioggia si era convertita in un gran temporale:
tremavano il pavimento e le finestre, il vento mugghiava, l'acqua
cadeva a torrenti, e la gragnuola parea volesse spezzare i tetti.

--Perd...!--

Un altro scoppio di folgore coprì la parola a Vascello, che mitigò lo
spavento con una tirata d'acquavite.

--Penso alla piccina, disse Narciso.

--Mi fai paura, riprese Vascello; dal momento in cui è venuta quella
maschera, il temporale è rinforzato: sarà il diavolo, continuò.

Un urlo prolungato cupo e straziante mugolò per tutte le stanze. I due
intrepidi schernitori della Divinità e della tempesta si guardarono
muti, sentendo irti i capelli per lo spavento.

Fu un silenzio per qualche momento.

Una voce infantile si sentì esclamare «Ahimè, ahimè! muoio!».

--Ammazzano Angiolina, replicò Narciso; quella maschera....--E si
precipitò verso la stanza da cui partivano i singulti, impugnando una
pistola.

--Qui non si distrugge la nostra mercanzia, gridò Vascello, e brandito
uno stiletto, mosse ella pure verso la stanza di Angiolina.

Non affezione, ma interesse muoveva quei due a soccorrere la infelice.

Appena ebbero fatti due passi, l'uomo immascherato, sempre coperto nel
volto, col cappuccio del bornous sulle spalle, lasciava vedere sul
capo irti i capelli, bagnati di sudore. Nel bornous erano due grossi
strappi. Sempre colla visiera calata, esso lanciava dagli occhi lampi
più terribili di quelli della tempesta. Dalla bocca di lui usciva la
più nera spuma, ed egli, fattosi largo spingendo quei due che erano
accorsi come se fosse inseguito da una potenza terribile, aperto
l'uscio, si precipitò per le scale.

Vascello e Narciso erano muti per lo stupore. Giunsero anelanti alla
camera di Angiolina, che credevano ferita od estinta; ma invece la
trovarono tranquillamente genuflessa innanzi ad una sacra imagine.
Cosa le era successo? Chi mai era quella maschera?




CAPITOLO XIV.

Il ratto.


L'uomo mascherato si era ritirato, come vedemmo, nelle stanze di
Angiolina. Nessuna parola avea proferito la sua bocca; i suoi occhi
scintillavano sempre più infernalmente.

Angiolina aveva paura e tremava. La maschera intanto aveva cessato da
quello stato di fremito convulso da cui la vedemmo assalita. Costante
nel tenersi celata nel volto e nello stare avviluppata nel suo
bornous, si era dato a far mute carezze verso la giovane; la giovane
lo respinse con dignità fino a che potè, ma accintasi la maschera a
pretendere reciprocità di carezze,

--Signore, le disse decisa, la mia triste, la mia tristissima
posizione non mi consente di rifiutare visite di persone incognite; ma
non ho mai conversato con persone il cui volto sia pertinacemente
coperto da quella eterna visiera che cuopre il vostro. Orsù levatevela
e ch'io vegga i vostri lineamenti.

--Giammai, urlò l'immascherato, giammai il mio volto si scoprirà nel
luogo ove noi siamo; ne avvamperei di vergogna.

--Signore, non è il luogo che fa vergogna, sono le azioni che si
commettono, sono le azioni, sì; e se voi non vi vergognate di
commettere queste azioni, io ritengo superfluo che vi nascondiate.

--L'uomo sconosciuto può tutto fare, perchè come uomo ha passioni e
dee e può soddisfarle, ma l'uomo qui dee essere puramente uomo; il suo
nome e la sua reputazione debbon premergli quanto i piaceri.

--Scusa inutile allorchè questi piaceri sono illeciti: voi vorreste
commettere un'azione colpevole, poichè ve ne vergognate, e al di fuori
serbare quel pudore di che non vi sentite capace al di dentro.

--Meno ciarle, gridò l'immascherato, qui non venni, ragazza, nè a
discutere di morale nè a contendere; voi dovete tacere.

--Giammai, giammai! se qui mi ha gettato la barbarie di un padre, io
non ho perduto.... tutto.

--Tutto, sì, tutto.... anche la volontà; essa non è più vostra,
essa....

--Scostatavi, gli gridò la fanciulla, scostatevi, non vi appressate a
me con quella visiera.

--Capricci da bambina, riprese l'incognito, da bambina! me l'hanno
detto che voi eravate bambina; non hanno avuto torto. Ma.... la mia
pazienza si stanca.

--E la mia è stancata; fuori la maschera, o che io mi ritiro e vi
lascio qui solo.

--Insolente! mi burleresti tu? ma io ho mezzo di farmi obbedire.--

E frugossi nelle tasche dell'abito, come per trarne un'arme.

--Alle minacce rispondo con le minacce: non sono nuova nel tristo
cammino come voi pensate; guardate.--

E in così dire si trasse dal seno un lucidissimo stile brunito.
L'incognito a tal vista indietreggiò.

--Ah! bella bambina, siete anco armata? soggiunse, quindi, come
deridendola: e credete voi ch'io abbia paura di quel ferro nelle
vostre piccole mani? riponetelo, imparate ad esser più gentile; questo
è un tratto da novizia.

--Novizia? ah lo fossi! lo volesse il mio destino! Ma no, sappiatelo,
uomo ostinato, sappiatelo, io non son novizia; ho passato la lunga
trafila de' guai e dell'abiezione, tardi ho conosciuto l'abisso in cui
son precipitata, tardi l'onor mio.... Ma, nello stato passivo in cui
sono piombata, posso anche volere e voglio; questa volta me ne dà la
spinta la vostra maschera.

--Io perdo la pazienza; ripetè l'immascherato fremendo.

--Ed io l'ho perduta.--E così dicendo, avventatasi all'uomo, gli
strappò la maschera dal volto e la gettò sul pavimento.

--Sciagurata!--urlò l'incognito.

--Che vedo mai! gridò Angiolina, signor Basilio!

--Mi conoscete voi? Oh rabbia! a bassa voce mormorò l'incognito
scoperto: che dirà il mondo?

--Dirà che siete quell'ipocrita che in realtà voi siete,
quell'ipocrita che....

--M'insulti?...

--Sì, v'insulto e lo deggio; voi siete la causa delle mie sciagure.

--Io?... proruppe turbato il signor Basilio, fole, baie....

--No: verità, verità, verità. Voi appariste al mio nascere come
infausto pianeta; mio padre mi odiò per voi e, morta la madre, mi
respinse per voi. Il mistero non lo so; ma legami passano fra voi e
lui, di qual tempra voi lo sapete.--

Il signor Basilio pareva colpito da fulmine, e la sua mente riandava
cose orribili.

--Ah! voi siete...

--La figlia di Marianna dello scalo di porta Trinità, la figlia di
_Topo_.--

Il signor Basilio di rosso acceso nel volto diventò pallido come un
lenzuolo funebre, il cuore gli dava pulsazioni febrili.

Riflettè un momento: ei ben sapeva chi gli stava davanti, qual
creatura aveva per sempre lanciata in un abisso di miseria, e quella
creatura era di aspetto angelico! Involontariamente si ritrasse.
Desisteva adunque dall'ulteriore conversazione con lei, con lei
che.... ma no: il demonio, più furente assalse quell'anima nera;
nessuna idea lo trattenne; veramente ossesso, spumante di rabbia, si
fe' d'un lancio a raccorre la visiera, se la ripose con mani convulse
al viso, aveva pur troppo bisogno di tornare a nascondere quell'empia
sua faccia; e ciò fatto, decise di usare violenza verso l'infelice
Angiolina, su cui slanciatosi come una tigre sulla preda, dappoi che
le tolse lo stile, l'empio si apprestava...., ma non fu a tempo.

Dalle cortine del letto parato di damasco celeste uscì improvvisa la
figura di una donna velata di bianco; il volto di lei era quello di un
cadavere, le mani scarne, levatesi al cielo, parea supplicassero; una
voce sepolcrale le uscì dal labbro.

--Empio che fai?... ed osi sfidare quel Dio che punisce?--

Il signor Basilio ed Angiolina videro l'apparizione.

--Sciagurato! proseguì lo spettro gettandosi su di quel mostro, verso
cui lanciò più crude parole, le quali rimasero soffocate da un
orribile scoppio di folgore.

La fanciulla cadde in ginocchio, e l'empio coi capelli irti sulla
fronte, inseguito dalla celeste maledizione, precipitoso fuggì dalla
camera e dall'abitazione infame.

Una sacra imagine che pendeva dappresso il letto della giovane apparve
così raggiante che l'Angiolina ne stupì; un interno sentimento di
riconoscenza, un amore fin a quell'ora non provato per la Divinità,
toccò il cuore della fanciulla e la costrinse ad inginocchiarsi verso
l'imagine della sua divina benefattrice. Ma la misteriosa apparizione
fu ella realtà?

Chi può dirlo? Nessuno fuorchè i due che la videro; arcane sono le vie
della provvidenza.

Da quella sera in poi Angiolina non fu più quella di prima; noi già lo
abbiamo avvertito. E il mutamento della sua vita e dei suoi sentimenti
cominciò da quella sera tremenda.

L'anniversario dell'apparizione del signor Basilio e dello spettro in
casa di Vascello cadeva appunto in quella sera nella quale ella era
stata scherno delle convittrici di quell'albergo e dei loro amanti.
Costoro, invece di soccorrerla, avevanla gettata in una bara coperta
di fiori e fatta soggetto della sacrilega mascherata che noi
descrivemmo.

Quei figli di Satanno, non rispettando nè religione nè pietà, avevano,
onde spingere più a lungo la burla, parata di nero la stanza, ove
deposero priva di sensi l'infelice fanciulla, la quale al destarsi
dopo qualche ora di deliquio credè di esser vittima di un orribile
sogno; ma poi, non comprendendo peraltro in qual maniera trovavasi
colaggiù, suo primo pensiero era stato quello di raccomandarsi alla
provvidenza per un qualche aiuto, inquantochè nell'anno del suo
pentimento, di quando in quando furtivamente uscendo, era stata alla
chiesa, aveva appreso le sante verità della religione ed ansiosamente
bramava la favorevole circostanza di fuggir per sempre da quella
abominevole abitazione.

Un benefico nume accoglieva tanti sinceri desiderii, ed appressavasi
il momento di vederli sodisfatti.

Rosina ed Angiolina dovevano vicendevolmente salvarsi.

Rosina, nella mattina dopo la trista notte in cui venne per fatale
errore trasportata nell'empia casa di Vascello, aveva ripreso l'uso
dei sensi e completamente schiarita la ragione. Con decise parole
impose alla donna che l'assisteva di aiutarla a vestirsi: s'accorse
della mancanza degli orecchini, del vezzo e della borsa dei denari,
sicchè comprese pur troppo con quale specie di persone avesse a farla,
ma usò tutta la simulazione di cui è capace il sesso feminile.
Stimando inutile di domandare schiarimenti a persone di quella sorta,
lasciò che Iddio le facesse conoscere per qual causa era stata da un
incognito trasferita in vettura, dopo lo slanciarsi dal verone e per
qual trista fatalità fosse stata rinchiusa in quella casa di pessimo
aspetto.

Instruita dai libri, dotata di energica tempra, ella non si sgomentò,
fidando in un avvenire più lieto, e risolse di profittare di
qualsivoglia piccola circostanza per fuggire di là e direttamente
muovere verso Montenero a gettarsi nelle braccia del buon Gonsalvo e
chiedere a lui assistenza. La sua prudenza, calmata alquanto
l'agitazione dei sensi, la consigliò a non dare ombra di sospetto
intorno la casa e non lasciar trapelare la più piccola idea delle sue
determinazioni. Era giovane, ma era dotta, avea letto nei romanzi
bizzarre avventure di eroine e non le aveva credute; allora però ci
credeva.

Il suo stato tosto la persuase darsi nella vita tali e tante
circostanze che lette in un libro crederebbersi invenzioni poetiche.
Avvezza a comandare, seppe imporre alla Vascello ed all'assistente
Catraia, che fra loro più volte si eran detto:

--È una principessa.

--Vedremo l'esito; verrà l'incognito che la condusse.

Ahimè! l'incognito pur troppo non ci pensava; il buon padre Gonsalvo,
credendo di aver messa in luogo sicuro la giovane, giunto al convento
e ritrovati colà Iago e Giovanni, aveva avuto da pensare ad essi e per
maggior sventura era stato colpito per cagion dei disagi di quel
tristo giorno del 27 febbraio da repentina febbre che, cagionandogli
spossatezza e delirio, lo aveva inchiodato per alquanti giorni nel
letto. Non sì tosto potè far uso della ragione e delle forze, volò a
Livorno per riprendere la Rosina, cui già preparava un asilo nel
convento ove aveva condotto Esmeralda. Ma ahimè! due dolori doveva
provare in un tempo quel venerabile ecclesiastico, cioè apprendere la
improvvisa sparizione di Esmeralda dal convento e, giunto a Livorno,
conoscere che la Rosina era stata da lui sventuratamente addotta in
luogo infame e, quel che è peggio, non più trovarsi in quel luogo.

Ma non era il solo che muovesse sulle tracce della fanciulla, che
bramasse averla a qualunque costo nelle mani: vi era un altro
personaggio che la voleva e che la voleva con fini ben diversi; e
questi, non v'ha dubbio, era il signor Basilio. Costui, dopo la fuga
della giovane dal balcone, vantandosi compromesso nella custodia
affidatale, aveva, come vedemmo, messa sottosopra tutta la città. Del
mistero della sua sparizione era al buio, come sentimmo in addietro, e
molto più del luogo ove l'aveva tradotta lo sbaglio del padre
Gonsalvo. Oh! se il signor Basilio l'avesse solamente imaginato! Noi
conosciamo che la Vascello non gli era ignota; e, come ognun pensa,
sarebbe volato colà, ma, come dico, non ne sapeva nulla. Ciò peraltro
nei primi otto giorni della sparizione, ma dopo.... non affrettiamo lo
svolgimento.

Padre Gonsalvo, appena riposto piede in Livorno, accostatosi con
orrore alla dimora di Vascello, salite le orribili scale, si appalesò
qual conduttore della fanciulla, e ne fece reclamo non simulando lo
sbaglio; ma Vascello, sebbene empia e dissoluta, non aveva mentito nel
dirgli che non vi era più, assicurandolo che durante il di lei
soggiorno era stata trattata come si conveniva ad educata e ricca
giovane e col più gran rispetto. A quel breve racconto le gote del
frate erano infiammate dal dolore, dalla collera, e bagnate di mal
rattenuto pianto.

--Guai a voi se mentite! aveva detto a Vascello. I fulmini di un Dio
vendicatore e che il suo ministro invoca su voi vi giungeranno, e
quelli dell'umana giustizia non mancheranno, vel giuro, per il
carattere di sacerdote.--

Il buon padre nel parlare dell'umana giustizia aveva fatto per
ispaurire la donna; egli ormai non confidava che in quella del cielo,
poichè aveva veduto affisso un bando in cui la povera Rosina era stata
messa a taglia, cioè premiato sarebbe colui che rimettessela come
contumace nelle mani del tribunal criminale.

Umana giustizia! aveva esclamato fra sè il buon frate, umana
giustizia! fallace come tutto ciò ch'è terreno.

Nel dolore della perdita di Esmeralda e di Rosina, il buon padre
appena potea sentir la gioia di veder in salvo Alfredo. Quel degno
uomo si rimproverava di esser causa della sventura delle due giovani
che col miglior animo del mondo aveva creduto porre in salvo.

La Vascello, perchè il frate prestasse maggior fede alla sua
asserzione, aveva voluto che da capo a fondo girasse la casa.

--Sì, molto reverendo _Bonsignore_: sono un'indegna peccatrice e, quel
che è peggio, non sono per convertirmi.

--Dio ne faccia arrivare il momento! disse il padre con apostolica
gravità.

--Sia pure, diceva come compunta la Vascello. Ma comunque la cosa sia
di me, fra tutti i miei peccati non vi è quello di burlare un padre
santo di Montenero.--

Noi sappiamo fin dal principio di questo racconto, ed è istorica
verità, come il volgo livornese veneri i monaci di quell'abbazia. Il
frate, veduta la casa, si rassegnò, pur non mancando di prendere
qualche lume sulla sparizione della fanciulla; ma la Vascello
protestava continuamente non avere la più piccola idea del come fosse
avvenuto quel caso. Padre Gonsalvo si ritirò coll'amarezza nel cuore,
recossi alla casa Guglielmi, sperando che la fanciulla si fosse colà
diretta e dicendo fra sè:

Rosina avrà preferito tornare nelle perigliose mura della casa
materna, anzichè trattenersi nell'orribile dimora della Vascello.
Commosso e dolente accedeva alla casa della vedova, ed ahimè! scena
terribile gli si appresentava agli occhi. I ministri del tribunale
eseguivano un sequestro sui mobili e su tutti gli oggetti di valore
che potessero esser soggetto di oppignoramento. Il satanico signor
Basilio era l'autore segreto di cotesta esecuzione, avendo ceduto
fittiziamente il suo credito verso la signora; nè contento di ciò,
avendo insinuato il sospetto che quella donna potesse favorire persone
nemiche al governo, avea fatto sì che le fosse lanciato contro un
ordine di tornare in Francia dentro tre giorni. L'infame _collotorto_
aveva però avuto il coraggio di scrivere un biglietto a madama, nel
quale ipocritamente dolendosi delle disgrazie a cui la detta signora
era soggetta, le faceva una lunga predica sul modo di educare i figli
e terminava con offrirle la sua debole servitù.

--Empio fariseo! aveva esclamato il padre Gonsalvo, nel leggere quel
biglietto aperto su d'un tavolino, e sentendo dalla signora il
racconto di tutte le sventure dalla sera del 17 febbraio in poi. Empio
fariseo! e la misera Rosina doveva esser tua sposa? Ah! meglio mille
volte che ella vada raminga pel mondo. Iddio l'assisterà; la mia
benedizione e le mie preghiere l'accompagneranno ovunque.--

Quel buon religioso vedendo per il momento non poter far nulla in
vantaggio della figlia assente, pensò giovare alla madre presente, ed
avvegnachè copiose somme esistessero nella cassa del cenobio per
erogarsi in pie azioni, pensò che certamente fosse opera meritoria far
parte di alcune di esse a quella signora, la quale per la nequizia
umana trovavasi allora in estrema penuria e nella più critica
situazione. La difficoltà era di trovare il modo onde madama le
accettasse senza offendersene. Gonsalvo riuscì con tale ammirabile
delicatezza che la signora non potè ricusare.

--Madama, conviene rassegnarsi ai voleri di Dio ed obbedire alle
leggi; partite adunque al più presto: intanto vado a porre a vostra
disposizione un 3000 franchi, che non saprei come meglio impiegare;
questa non è una limosina, non è un dono, è un puro imprestito
fiduciario, che voi salderete a tutto vostro comodo.

--E non vedete l'abisso in cui mi ha piombato la fortuna da otto
giorni a questa parte? Come sperare di rimettervi....

--Non è tempo adesso di occuparsi di restituzione, gli eventi stanno
in mano di Dio: non disperiamo, ma adoriamo. Esso è il padre delle
misericordie: partite; qui resterò io e mi occuperò nelle indagini
intorno all'autore del furto che soffriste non ha molto e dell'indole
di questa esecuzione: spero rinvenir qualche cosa e che possiate
essere reintegrata nei vostri beni. Quel fariseo....

--E che sospettereste?

--I sospetti non sono peccaminosi allorquando si aggirano su un
briccone d'ipocrita; questi non sono cattivi giudizi del prossimo; di
tutto sospetto, e, se non altro, lo credo conscio o forse complice del
furto.

--Che dite mai? allora, se fosse vero, qual mondo sarebbe mai questo?

--Valle di lagrime, madama, e basta; luogo di calamità e di miseria:
noi siamo qua per patire, e appunto per il soffrire dei buoni Dio
permette la esistenza ed il trionfo dei malvagi.

--E della mia povera figlia?

--Calmatevi, si troverà; io non me ne stancherò: meglio profuga che in
prigione.

--Questo è vero, disse madama con mesta consolazione. Ahimè! saperla
imputata sotto la censura di un grave delitto!

--Eh! madama, non è la incolpazione, è il delitto che aggrava la fama
dell'uomo; l'innocenza non si macchia, e viene il dì in cui si scopre
e brilla di eterna luce.--

Consolata dal buon padre e sovvenuta dalla cassa del convento, la
Guglielmi partì in breve per raggiungere il figlio a Genova. Il frate
era divenuto proprio il padre di quella scomposta famiglia, ma la sua
forza morale non poteva soccombere a verun peso. La sera stessa,
riconducendosi mesto e solo al convento, aveva salmeggiato per tutta
la via e svelato il tutto a Giovanni; permise quindi a questi che con
uno di quei tanti travestimenti di cui quell'ardente giovane era
capace osasse tornare in città per vedere se più felici potessero
essere le sue ricerche. Giovanni con immensa gioia accettò il
consiglio; in ogni modo ei sarebbe andato anco senza di quello. Vide
un lampo di speranza per rannodare i suoi aderenti, e gli parve di
sentirsi certo di trovare la misera Rosina. Sarà egli felice nei suoi
desiderii? Ne dubito, ma torniamo a Rosina.

Rosina si era tenuta nella sua camera, erasi fatta dare del lavoro e
stava intenta ad occupazioni donnesche; ed a tutt'altro pensando che
il buon frate potesse averla condotta in quella casa o tratta in
vettura, opinò di essere stata presa per altra persona e che un
equivoco terribile la facesse dimorare in quelle sospette mura suo
malgrado. Il vedersi così miracolosamente salvata, dopo essersi in un
momento terribile precipitata dal balcone, attribuiva giustamente alla
bontà della provvidenza, e da questa sperava il termine di sue angosce
rassegnata e fidente. D'altronde, ci è permesso il dirlo, ella non
aveva quell'idea che altre ne avrebbero avuta della casa di Vascello.
Chi poteva aver dato ad una fanciulla sua pari la più piccola idea di
tanta turpitudine? Nessuno. Era dunque come una bambina di due anni su
di un precipizio nel quale volge gli occhi indifferente e sorride, ma
da cui per istinto si allontana. Il ceffo peraltro di Vascello, il
contegno di costei, quello di Catraia qualche cosa le dicevano ch'ella
appieno non comprendeva, ma che tuttavia le facea desiderar di
fuggire, siccome dicemmo. In ogni modo colui che in quel luogo avevala
condotta doveva naturalmente venire a prenderla, ed ella sperava che
colui (chiunque fosse), conosciuto l'inganno, avrebbe ceduto alle sue
preghiere per esserle d'aiuto e di direzione. Questi presso a poco
erano i pensieri, le congetture, i proponimenti di Rosina, che in
fondo del cuore sentiva come il suo stato non era mai tanto terribile
quanto se fosse stata nelle braccia del signor Basilio.

Vascello, nella speranza di lucro vistoso, teneva un contegno
rispettoso ed obbediente verso la persona a lei incognita, ma che
argomentava ricca. Non si presentava nella sua camera che quando era
chiamata, e le aveva lasciata libera altra stanza ad uso di salotto.
In quegli appartamenti non si offendeva la decenza.

Nessuna ricerca di mera curiosità per parte di Rosina, e veruna per
parte della Vascello. Così passarono qualche giorni.

Alla fine del terzo, Rosina incominciò a divenire inquieta, ed
approfittandosi del non sentire verun rumore di passi, si mise a
guardare minutamente per la camera e, con sua somma sorpresa, vide che
dietro ad un gran quadro di tela posto a livello del terreno era
praticata un'apertura ad uso di bodola. Questa veduta la fece
trasalire di spavento in modo che sulle prime fu quasi per cadere
priva di sensi. Fattasi peraltro coraggio, s'inoltrò in essa e,
discesi pochi gradini di legno, si trovò in una specie di pianerottolo
che metteva nella già da noi accennata sala parata di nero. Angiolina
non vi era più; perocchè dopo un giorno la Vascello, fatta una
sgridata da maestra alle convittrici, aveva usato alla giovinetta
moltissime e straordinarie attenzioni, in specie poi dacchè seppe che
il presunto padre di lei era morto in carcere, e fu (cosa strana in
una donna) capace di tenere per qualche tempo il segreto. Angiolina
era tornata alla cucina ed alle solite basse funzioni di servizio. Ma
la faccenda della stanza nera e della comunicazione con quella della
sua camera fe' risolver Rosina a volere e pretendere una compagnia;
onde, appena veduta la Vascello,

--Sappiate, le disse con tono imperioso, che se io vi palesassi chi
sono, voi non sapreste che avvolgervi nella polvere; se taccio, ho le
mie gravi ragioni, ed ho le mie ragioni anco per restar qui.

--Signora, comandate, le rispose con ossequio la donna.

--Sappiate, continuò che se colui (e qui diresse lo strale
all'azzardo) se colui che qui mi addusse per i suoi fini sapesse
che....

--Signora, comandate, ripetè interrompendola la Vascello, io son
vostra umilissima serva (la donna si era riservata in petto la
riflessione che le persone le quali ruban di notte donzelle di quella
specie devono essere ricchissime).

--Ebbene, riprese la Rosina, io voglio una compagna perfino a che mi
piacerà restar qui: intendetemi, la voglio buona; potete voi
averne?---E qui guardò maliziosamente Vascello.

--Sì, madamigella, ho una fanciulla affatto degna di farvi la
cameriera; ah! sono la gran scapata a non averci pensato prima. Ma
tant'è: Vostra Signoria è stata così taciturna; anzi se volesse....,
se per distrarsi....--Ma gli occhi nobilmente severi di Rosina le
impedirono di continuare.

--Mandatemi questa fanciulla; credo che ne abbiate, almeno mi sembra
dal cicaleggio che ho inteso. La giovane sarà da me rimunerata e come
merita, poichè dovrà tenermi compagnia di giorno e di notte.

--Come, vi piace, signora.--

Vascello non capiva come altri potesse comandare così imperiosamente
in casa sua; ma questo è il privilegio della virtù sul vizio.

In pochi momenti la Vascello tornò con Angiolina, dicendo:

--Ecco, madamigella, la servetta che voi mi avete chiesto; spero che
essa incontrerà nel vostro genio.--

Quindi si allontanò, lasciandole sole.

La figlia del popolo e la figlia della nobiltà si videro, si unirono e
si amarono. In un sol giorno dal primo vedersi si eran palesate a
vicenda le loro pene. Oh santa forza della simpatia in due anime
benfatte! Piansero, si consolarono, sperarono insieme. A vicenda si
giurarono soccorso, e quel giuro salì al cielo.

Povera creatura! tanto bella! tanto sventurata!

Rosina dovea ancora subire altre prove di crudo fato.

Il signor Basilio aveva avuto più fortuna del frate e di Giovanni, in
quantochè giunse con sicurezza a sapere che Rosina era ricovrata
presso la Vascello.

E come mai?

I lettori ricorderanno la collana dalla Catraia rubata a Rosina; or
bene la Catraia, Volendo farne denaro, l'aveva data a Narciso
dicendogli d'averla rubata ad una fanciulla misteriosamente comparsa
nella casa della Vascello.

Narciso vendè, al solito, la roba rubata a quel galantuomo del signor
Basilio.

Il signor Basilio non lasciò trapelare la gioia di simile scoperta,
pagò la collana della futura sua sposa un prezzo minore della metà del
valore. Narciso si contentò, e la Catraia egualmente.

--Ah! ah! sclamò quando fu solo, aprendo uno scrigno, qua le gioie
della madre e in questo canto quelle della figlia.--E così dicendo
sorrise di un sorriso infernale.--Mia sposa! poi disse, e perchè no?
Dovrò io consegnare questo bocconcino di fanciulla alla giustizia? Eh!
non son sì gonzo: per essa è fuggita ed ella non l'ha ritrovata; io
l'ho trovata ma per me. Ma sposarmi! E il consenso della madre e del
fratello? Ah! ah! ne faremo a meno. Nella mia abitazione ho appunto
bisogno di una vezzosa angioletta. Poi, proseguì il monologo, sarà mia
amica....--

Sei ore dopo questa scena, otto uomini mascherati, furtivamente
entrati nella casa della Vascello, rapivano dal letto la sventurata
Rosina.


FINE DEL VOLUME SECONDO


INDICE

  CAP.   VIII.--Sorpresa                     Pag.      5
   »       IX.--Il nuovo Giuda                 »      37
   »        X.--Otto giorni dopo               »      55
   »       XI.--Salvezza                       »      75
   »      XII.--Sul mare                       »      88
   »     XIII.--Angiolina                      »     107
   »      XIV.--Il ratto                       »     128




            _Gridò la vecchierella, altro che ingombro,
                   è una donna affogata._

                                       _Vol. III, pag. 92._




     I DEMAGOGHI
          O
  I MISTERI DI LIVORNO

        Romanzo

     DELL'AVVOCATO
   CESARE MONTEVERDE

   AUTORE DEI ROMANZI
    ASTORRE MANFREDI
           e
    IL DUCA DI ATENE


       VOL. III.



        MILANO
  PRESSO LUIGI CIOFFI EDITORE-LIBRAIO
  Via di Chiaravalle, N. 11 rosso.

         1862



  Proprietà letteraria dell'editore, che intende far
  valere i propri diritti a norma di legge.

Milano--Ditta Wilmant.




CAPITOLO XV.

La camera del signor Basilio.


Giovanni, staccatosi da Montenero, pensò di visitare le catacombe.
Travestito da ortolano del convento e seguito dal negro, che volle
accompagnarlo nella pericolosa impresa, si affacciò da prima
all'ingresso dalla parte del mare; ma questo, ahimè! era stato ad arte
reso inaccessibile all'oggetto di racchiudere colà dentro per sempre i
congiurati, ignorandosi dalla giustizia la seconda uscita del
sotterraneo. Si era fatto ammassare una grande quantità di rena, di
macerie e di calce all'imboccatura che bagnavano i flutti. Giovanni
adunque e il negro ritornarono indietro, divisando di penetrare
nell'interno dalla parte della campagna. Sebbene, come già vedemmo,
quel sentiero fosse malagevole, pure lo seguirono e si trovarono in
brev'ora in quella cantina a volta ove erano precipitati la sera del
17 febbraio, al rintocco della mezzanotte: colà giunti, fra le tavole
scomposte, fra i rottami e le schegge dell'assito, Giovanni si diè
premura di raccogliere le ammassate carte, delle quali gran parte
abbruciò al lume della torcia che rischiarava quell'antro. Dipoi,
salito arrampicandosi su pel muro superiore, potè col premere altra
molla riporre il tavolato al suo posto, e dalla stanza, di cui aveva
fatto tornare a sesto il pavimento, passò in quella contigua, nel muro
della quale v'era un armario da lui solo conosciuto e che s'internava
nella parete senza dare al di fuori idea che vi fosse tale
ripostiglio. Aperto l'armario, ne trasse due eccellenti pistole e due
passaporti, uno inglese ed uno francese. Nel primo era qualificato
come cavaliere Hautbuisson membro della Legion d'Onore e dell'ordine
di San Luigi, ed in questo aspetto era stato invitato alla festa di
madama Guglielmi, in quel ballo la sera antecedente alla catastrofe;
col secondo egli appariva sir Edmond Rokeby capitano in riposo e ricco
viaggiatore sul continente. Giovanni divisò di servirsi di questo nome
per rientrare in Livorno, ed avendo raso la barba e i mostacci,
apparve uno dei più bei giovani d'Inghilterra. Ed infatti la sua
bianca e rubiconda carnagione, i suoi capelli biondi, i suoi occhi
cerulei molto si confacevano al personaggio ch'ei voleva
rappresentare. Nell'armario segreto egli avea molti abiti adatti a
vari travestimenti. Abbigliato ch'ei fu nella nuova maniera, si avviò
con passo franco verso Livorno come se di poco ne fosse uscito, ed
Iago, che lo precedè, s'incaricò del trasporto di un baule di
biancheria ad una delle prime locande. Per qualche giorno le più
brillanti conversazioni della città si stimarono liete di possedere
l'amabile e dotto capitano di marina inglese, ed egli appunto si era
dato a frequentare tali società onde meglio nascondere il vero esser
suo ed apprendere, nel sentirne parlare, la sorte dell'adorata Rosina.

Ed infatti spesso ne udì tener proposito; ma ahimè! le più strane
congetture si facevano intorno alla di lei sparizione. Si diceva che
ella fosse perita affogata in uno dei canali della città; si diceva
fuggita con qualcheduno dei settari; insomma si diceva una quantità di
bugie le quali lacerarono il cuore del povero Giovanni, mentre
affettava una stoica indifferenza, onde meglio conservare
l'impassibile aspetto d'inglese. Facendola da forastiero, volle anche
visitar Pisa, come ognun s'imagina, per attinger novelle della
infelice Esmeralda, anch'essa misteriosamente sparita.

Tornate invano le sue lunghe indagini su ciò, soprafatto da intenso
affanno, alla perfine si era ricondotto a Livorno, ove non si ristette
dal tener pratiche con alcuni dei dispersi congiurati; avvedendosi
peraltro come lo spirito di quella gioventù si fosse cambiato per
l'abbattimento in cui erano caduti alla notizia del come lor cose
peggiorassero in tutta la penisola, Giovanni pure decise di attendere
tempo ed occasion migliore e, trasandando la pubblica cosa, sue cure
tutte volse agli affari privati, riservandosi di ascriversi alla
milizia in qualche stato straniero quando che tutte le più minute
ricerche intorno alle donne del suo cuore fossero pienamente esaurite.
Un altro pensiero stava pur fitto nella mente di Giovanni, ed era
quello di nobilmente vendicarsi del satanico Basilio, le cui iniquità
erangli state narrate da padre Gonsalvo. E guai all'ipocrita se
Giovanni fosse stato uomo di ricorrere a tradimento! per l'ipocrita
sarebbe stata finita. Ma no: il nostro eroe, che sappiamo essere un
singolare entusiasta, abborriva da ogni opera che agli occhi suoi
fosse paruta infame. Desiderava la morte di Basilio, ma avrebbe
desiderato dargliela in un duello all'ultimo sangue. Ah povero
Giovanni! piuttosto sarebbe possibile all'acqua di un fiume il
muoversi verso la sorgente, di quello che il signor Basilio avesse
voluto cimentarsi con la spada o colla pistola alla mano; fermo
peraltro nel suo pensiero di provocare il codardo impostore, Giovanni,
che teneva vita d'uomo dedito al lusso, in uno dei migliori alberghi
della città, contornato da amici novelli, fece un giorno dopo lauto
pranzo cadere il discorso sulle mode e sopra i migliori mercanti. Non
mancò di esser nominato fra questi il signor Basilio, e pregò gli
amici di condurlo alla bottega di costui onde provvedere elegante
vestiario per una prossima festa da ballo. In breve l'ufficiale e gli
amici furono in bottega del mercante, ed il signor Basilio, facendo il
collo più torto del solito, non mancò di complimenti e cortesie,
mostrò le stoffe da cima a fondo e si augurò gran guadagno. Il sangue
bolliva nelle vene a Giovanni, ripensando alle infamie di costui, e fu
mille volte tentato di fracassargli il cranio con una pistola.
Volendolo peraltro in qualunque modo provocare, domandógli il prezzo
d'un abito. Quantunque il bottegaio gli richiedesse il giusto (e qui
conviene avvertire che sebbene il signor Basilio comprasse roba rubata
a mezzo prezzo, la vendeva a prezzo corrente),

--Voi siete un infame ladro, gli disse Giovanni affettando accento
forastiero, un infame ladro, aggiunse guardandolo con occhio di
disprezzo.

--Sarà come piace a vostra Eccellenza.--

Ah cane! disse fra sè Giovanni, manco all'ingiurie ti scuoti? or
vedremo. E guardandolo con più fiero cipiglio, alzata la mano destra,
lanciò sulla guancia del mercante un potentissimo schiaffo.

Il signor Basilio, che sentì crollarsi i denti dalla parte percossa,
rispose con un sorriso e con un gentilissimo inchino. E quindi
volgendosi agli amici del finto Inglese prese a dire:

--Ah! ah! Milord è in collera: voglio placarlo; il mio facchino
porterà al suo albergo le stoffe più belle ed al miglior prezzo.

--Non voglio niente da voi, urlò Giovanni irato per la fallita
impresa: mi sono divertito. Tenete per il vostro incomodo, brutto e
vile scimmiotto!--

E gli lanciò sul banco un pugno di monete, quindi si allontanò.

Bizzarri questi inglesi! disse fra sè Basilio curvandosi fino a terra
per fare un profondissimo inchino; hanno sempre le mani avanti:
fortuna che io per sì piccole cose non mi scaldo. E raccogliendo il
denaro, se lo pose in tasca.

La sera mentre trovossi nella solita bottega del tabaccaio, gli disse
il padrone di quella:

--Di grazia, signor Basilio, ma è vero che V. S. ha quest'oggi buscato
il titolo di ladro e più uno schiaffo da un milord inglese?

--Verissimo, Sua Eccellenza si è degnata di applicare una delle sue
mani alla mia guancia.

--Delicata quell'applicazione! riprese il tabaccaio, io per me non mi
curerei di simili onorificenze.

--E che fareste? sentiamo.

--Ricorrerei.

--Per queste bagattelle uh!

--Eh! chiamate bagattelle il titolo di ladro e uno schiaffo?

--Parlando sul serio, vi dirò che l'uomo deve essere umile; e poi non
lo dice la santa Scrittura che se vien dato uno schiaffo, bisogna
voltarsi dall'altra parte per averne un secondo? Non lo sapete che gli
umili vanno alla celeste beatitudine?

--Buon pro vi faccia, signor Basilio! avete una gran pazienza; vi
ammiro, ma non saprei imitarvi.--

Se fossi gonzo, disse fra sè l'ipocrita quando fu per la via, a
pigliarla con i milord che nuotano nell'oro. Ricorrere? Ricorrere a
chi? alla giustizia? coi pezzi grossi ci si perde sempre, ed io
degnissimo signor Basilio me ne tornerei colle trombe nel sacco. Sì,
sì!... vorrebbero dar ragione ad un Basilio e torto ad un milord!
queste son cose che usavano ai tempi del re Pipino. D'altronde ho
mezzi di risarcirmi nel segreto pacifico mio albergo coi più squisiti
piaceri di quei pochi disturbi del mondo sociale. L'uomo regna a casa
sua. Ed in così dire, guardando l'orologio, fece un moto di sorpresa;
eran passati due minuti dopo l'ora del periodico ritiro. E' s'avviò a
casa.

--Ah! di quei perni di galantuomo se ne trovan pochi al mondo, aveva
esclamato il tabaccaio, quando se ne fu andato; e gli altri della
bottega risposero io coro:

--È proprio vero; colui è un Giobbe novello, è un gran santo.--

Nella camera del signor Basilio, che abbiamo saputo esser chiusa a
tutti, meno che alla vecchia serva una volta alla settimana, esisteva
nel pavimento a fianco del letto una botola, la quale però non era di
legno, ma bensì di mattoni, sicchè quando era chiusa non poteva
scorgersi, tanto era simile al resto del mattonato, e così pesante che
una persona la quale fosse stata sotto di quella invano avrebbe
tentato di alzarla. Il signor Basilio peraltro aveva il modo di
aprirla colla maggior facilità del mondo, mediante una buona molla che
terminava in un bottone di ferro; e siccome questo bottone avrebbe
potuto essere scôrto, esso vi teneva sopra una delle gambe del suo
letto. Tal botola l'aveva fatta da sè, poichè il signor Basilio era,
oltre che ladro, adultero, ecc., ecc., anche fabbricatore di false
chiavi, e conosceva così bene la meccanica che ne avrebbe potuto tener
scuola. Fino da qualche anno in una circostanza di pessima invernata
non uscì mai; e siccome si serrava sempre in camera, ognuno ignorò
cosa facesse: quanto ai mattoni ed alla calcina n'erano occorsi ben
pochi ed aveva portato colà il tutto, celandolo sotto il pastrano ed
involtando il gesso in un fazzoletto da naso. Il signor Basilio aveva
scoperto che sotto il pavimento della sua camera era una stanza, forse
in antico servita per qualche uso domestico, di cui era stato
coll'andar dei secoli turato affatto l'ingresso, forse nel tempo in
cui la strada era più bassa, e chi sa quante centinaia d'anni prima?
Sceso in questa stanza sotterranea, aveva veduto che essa metteva in
un corridoio lungo, umido e stretto, il quale in fondo gradatamente
discendeva ed entrava in un canale asciutto, che nei secoli andati
probabilmente esser poteva stato uno dei canali di sfogo a qualche
fogna. Da questo canale si passava in un recinto affatto scavato nel
terreno arenoso, in mezzo a cui stava un pozzo per la vetustà asciutto
ed ingombro di materiali.

Il signor Basilio aveva scoperto con gioia questo laberinto
sotterraneo incognito a tutti fuori che a lui e che si sprofondava
moltissime braccia sotterra. Gli venne subito il pensiero di metterlo
a profitto per le sue illecite speculazioni: onde, con indefessa
fatica sgombrato il pozzo, in cui discendeva con una piccola scala a
piuoli, si accinse a render quel recipiente atto a nascondere i suoi
tesori, persuaso che in quel luogo non sarebbero stati nè scoperti nè
derubati. Lo scaltro briccone dopo lunghissima fatica era giunto a
fare dentro il pozzo degli scavi laterali a guisa di armari, entro cui
ripose una quantità di oggetti di ogni genere che esso comprava dai
ladri e dagli assassini di Livorno; talchè in quegli armari si
vedevano vesti, collane, ori, coralli seterie e altre robe preziose,
poichè robe di poco valore e di molto ingombro non ne acquistava
giammai. In fondo al pozzo aveva lasciato nudo il terreno onde non
avere impedimento di sorta nel calarvi la scala a piuoli che teneva
celata nel corridoio. Quella cloaca ove regnava una perpetua notte
abbondava d'indicibili ricchezze. E qui giova accennare che il signor
Basilio nell'acquistare la roba dei ladri si valeva del giorno di
sabbato, in cui aveva permesso a tutti i poveri di accedere alla sua
abitazione per avere la settimanale limosina; e così agli occhi del
mondo la carità era una delle più grandi sue virtù. E sotto la specie
di accattoni, ladri di ogni sorta andavano a lui: ed egli ad uno per
volta li faceva entrare nella sua camera e comprava gli oggetti, che
poi calava nel rammentato pozzo.

All'epoca della schiaffo datogli da Giovanni era qualche giorno che
gli armari del pozzo erano chiusi dai loro sportelli, e ciò non senza
ragione.

In fondo al pozzo sull'umidissimo terreno giaceva consunta dalla fame
e dal freddo su poca paglia una creatura angelica a cui continue
tenebre velavano gli occhi. Questa fanciulla era l'infelice Rosina.

Quattro dei più destri ladri usi a frequentare ogni sabbato la casa
del signor Basilio vi avevano per larga mancia e nel più fitto di una
notte invernale recata la sventurata giovinetta, che avevano rubata
alla turpe magione di Vascello.

La fanciulla non aveva potuto gridare, poichè, immersa in un sonno
letargico procuratole ad arte, era stata per mezzo dei ladri
trasportata infra le tenebre dell'orribile pozzo; ed onde non potesse
esser soccorsa dalla tenera Angiolina, la diabolica Catraia aveva
anche a questa somministrata l'infernale pozione; talchè quando si
destò trovossi priva dell'amabil compagna e padrona. Ma lasciamola
nelle smanie per l'infausto avvenimento e passiamo a dare ai nostri
lettori un'idea degli orribili tormenti che Rosina provava in fondo al
suo carcere e che rileveremo dagli appresso monologhi.

«O madre mia! o mio fratello! voi non mi vedrete mai più; sono sepolta
viva.

»Tenebre! eterne tenebre! Un poco di pane, quanto appena può starne in
bocca, ogni due dì! acqua impura mi disseta.

»Povera Angiolina! È vero che eri sventurata più di me, si, più di
me.... ma ora lo sono più di te. Ah! vacillo, mi sento morire!

»Un animale schifoso mi è passato sul viso; un rettile, un rettile! io
sento il puzzo di muschio!... ah! mio Dio, toglimi alla vita, io te lo
chiedo per pietà.

»Oh! Dio, eccolo.... eccolo.... veggo il lume: ecco il mio tiranno....
scende le scale, viene a tormentarmi.... Ma vieni, vieni pure....
Prima morta che tua.... sì.... ah! respiro.... non è lui; nessun lume
viene a rischiarare questo abisso.

»Dove sono?... quante braccia sotterra?... sepolta viva! uomo empio...
e tu ora alla faccia della terra sorriderai, ti beerai del mio
martirio!... o illusi, fuggitelo, fuggitelo questo demonio incarnato!»

Con voci interrotte da' singulti la misera sfogava il suo intenso
dolore; già da tre dì agonizzava nel fondo dell'orribile pozzo
profondo trenta braccia sotterra: il barbaro signor Basilio ogni due
giorni le portava due once di pane ed un boccale di acqua putrida.

--Questo è il tuo posto, superba, le aveva detto ogni volta che era
sceso a portarle lo scarsissimo alimento. Questo è il tuo posto; tu
non morrai, ma nè anco viverai: io mi vendico così; questo è il tuo
luogo, il tuo nutrimento, questo il tuo letto nuziale, fino a che tu
non ceda alla passione che mi divora per te.--

La misera invano colle più calde preghiere lo supplicava di darle la
morte anzichè prolungarle la vita ormai insopportabile.

Quell'empio scherniva la moribonda.

--Fuggi fuggi adesso se ti riuscirà; nessuno, nessuno si curverà su te
nell'ultimo tuo momento; i rettili immondi divoreranno il cadavere
della superba.

--Demone in forma d'uomo! nel mezzo dei suoi strazi aveva urlato la
giovine.

--Demone? aveva risposto con schernevole riso il traditore. Demone
sarò qui sotterra, ma alla faccia del sole io sono l'ottimo signor
Basilio, il ricco ed il benefico; e tu? sai chi sei tu? la condannata,
la fuggitiva, l'amica di un congiurato. A me fama e vita, a te infamia
e morte. Ma io voglio salvarti.... di' una parola, e ricchezze ed agi
e fortuna ti darà Basilio se sarai la sua consorte.

--Ah giammai!

--Sarai la mia amica.

--No, demone d'inferno.

--Sarai la mia vittima.

--Ah!... il sono.

--Muori adunque!--

E l'orribile coperchio della botola, riserrandosi con fragore, lasciò
l'infelice priva della presenza dell'infernale Basilio.

Costui periodicamente scendeva a tormentarla; ed ella ormai sentiva
sempre più avvicinarsi l'ora estrema.

Ella morrà, diceva fra sè il signor Basilio udendo i di lei gemiti
mentre stava sulla comoda sua poltrona nella camera. Ella morrà, ne
sono certo; otto giorni di questa vita bastano ad uccidere un gigante:
ella morrà; ebbene che m'importa? muoia pure. E vuotò un colmo
bicchiere di vino del Reno che aveva sulla tavola.

Si avvicinava il termine della vita di Rosina; i rettili più schifosi,
le tarantole, i sorci le passavano sul volto, sulle braccia, su tutte
le membra; l'aria mofetica, pesante e diacciata, il lungo digiuno
avevanla estenuata; ella già era fatta scheletro.

Il signor Basilio gioiva della sua preda e della sua vendetta. Il
giorno che toccò lo schiaffo da Giovanni, schiaffo che tollerò con
tanta rassegnazione, il che gli meritò gli elogi del tabaccaio, decise
di tormentare più orribilmente Rosina e di sfogare su quel misero
corpo tutta la sua sfrenata passione. Presa una lanterna ed armatosi
di un pugnale, discese per la scala di legno a piuoli nel pozzo dopo
la mezzanotte: incominciò le solite frasi, ma niuna risposta.

--È morta.... sclamò, è morta.

Ed infatti, toccata la giovinetta nel volto, sentì che era gelida come
un cadavere. Curvatosi sulla misera, raccolse che non respirava. È
morta, ripetè fra sè allontanando con un piede quel corpo bellissimo.
Così muoiano i traditori e le superbe. Miratala poi nuovamente,--Ah!
disse con sorriso beffardo, non fa bisogno di sepoltura; ma no... alle
volte le combinazioni... Farò io da beccamorti. Non voglio che si
scuoprano ossa quaggiù; le combinazioni son tante!--

E con una freddezza abominevole si mise a raccorre con una mano dei
pezzi di masso staccati dalle umide pareti del pozzo per gettarli
addosso al bel corpo di Rosina e così, diceva fra sè, seppellirla.
Aveva in mano la prima pietra, quando una branca della scala si
scosse. Il signor Basilio trasalì; che mai poteva averla fatta
muovere? Per la prima volta quell'empio rabbrividì per la paura, non
osando alzar il capo verso la imboccatura del pozzo che dava nel
corridoio sotterraneo.

Il movimento della scala si ripetè.

Al signor Basilio caddero le pietre di mano. Postosi in ascolto,
parvegli udire dei passi nel corridoio.

--Chi è là? sclamò, chi è là? Me misero! che mi sieno entrati in
camera! eppure la casa è serrata! Ma no.... sarà un'illusione.... sarà
il vento: questa è corrente d'aria.--

E così dicendo batteva i denti per il freddo e per la paura. Ma lo
spavento di essere derubato la vinse su tutto; in un attimo salì la
scala a piuoli e trovossi nel sotterraneo corridoio: ma qual vista!

Due figure venivano verso di lui aventi due fiaccole; una di esse era
una donzella vestita di bianco, l'altra un uomo con uniforme da
militare inglese.

Il signor Basilio si vide perduto; sentì vacillarsi la terra sotto i
piedi.

--Infame! gli gridò la donzella, ricevi il premio delle tue
scelleraggini!--E così dicendo gli piantò uno stile nel petto. Il
signor Basilio cadde immerso nel suo sangue, ma nel cadere, ravvisata
la fanciulla, ebbe forza di esclamare:

--Sciagurata! hai ucciso tuo padre.--

La fanciulla omicida svenne.

Di lì a pochi momenti l'ufficiale inglese entrò nella camera del
signor Basilio, seco portando con immensa fatica, quasi corpi esanimi,
Rosina e Angiolina.




CAPITOLO XVI.

Per viaggio.


Due mesi erano trascorsi dagli accennati avvenimenti, e sul naviglio
da guerra, siccome dicemmo, veleggiavano verso l'ospitale America
Giovanni, Rosina e Angiolina ancora. Sì, dopo che l'amica avevala
salvata dal disonore, dalla morte, esse erano divenute ognor più
inseparabili.

Secondo quanto accennammo sul principio del capitolo duodecimo, nella
sala del naviglio s'intratteneva la vezzosa Angiolina, la cui mestizia
si appalesava sempre più viva dal principio del viaggio. Troppe erano
le dolorose sue reminiscenze; e sebbene purificata dopo i suoi
involontari trascorsi, da cui se il suo bel corpo fu macchiato, ne
rimase l'anima intatta, pure ella non si persuadeva, a malgrado delle
tante assicurazioni degli amici suoi, di esser degna di entrare nel
consorzio delle persone dabbene.

--Ah! Invano tentate di consolarmi su tal proposito, prendeva a dire
appunto, seduta sul canapè di rimpetto a Giovanni assiso sul cannone.
Invano credete, signore, che abbia a cancellarsi la macchia che mi
rese immonda; sia pure che la vita di aberrazione e di licenza da me
passata fosse l'effetto di forza superiore, ch'io calcassi nel colmo
della più buia ignoranza del bene e del male le empie vie della
turpitudine; ditemi, non è forse più turpe il nascer mio? Pur troppo
io passo per figlia legittima di un uomo infame per delitti di furto e
di sangue, morto avvelenato in una prigione; e sono figlia adulterina
d'un uomo forse anco più infame, del signor Basilio.

--Zitta là, aveva ripreso Rosina, che da una delle contigue stanze era
passata in quella ove stava Giovanni e l'amica, zitta un po': chi mai
è responsabile della nascita? siam forse arbitri di scegliere pria di
venire al mondo? Se così fosse, tutti vorrebbero esser figli di
persone elevate, ricche e felici. Tali idee, non cesserò mai dal
ripeterlo, ti fanno torto; tu devi considerarti come l'oro, che nasce
ingombro di terra e di altri metalli impuri, ma che si purifica al
fuoco; tu sei purificata nel crogiuolo della sventura. Il tuo
spontaneo fuggire l'abisso in cui ti avvolse dal nascere il più tristo
dei destini, e il sortirne senza aiuto, colle forze tue proprie, forze
di misera ed abbandonata fanciulla, bastano a renderti grande,
magnanima, degna d'invidia.--

Giovanni assentì col capo, e le due amiche si dettero un lungo
abbraccio e molti baci.

--Ma orsù, per distrarsi prese a dimandare Rosina, dimmi un po', come
facesti a scoprire il mio nascondiglio?

--Oh! s'altro non vuoi, tel dico subito. La mattina nella quale mi
avvidi della tua sparizione, io mi feci a sospettare qualche
tradimento, e la confusione in cui era la Vascello mi confermò
nell'idea. Tutto quel giorno peraltro stetti cheta, poichè il mistero
per il quale tu eri entrata colà mi era ignoto. Fortunatamente giunse
in quei dì il buon padre Gonsalvo, e non cadde dubbio in me dolente
delle tue sventure che questa fosse opera di colui.... (e qui si terse
una lacrima) di colui che attese che la figlia gli vibrasse un pugnale
nel petto per chiamarsi padre adultero, di colui che godo sia sfuggito
alla morte, che gli avrebbe cacciata l'anima all'inferno e che mai non
riconoscerò per padre (pregando peraltro ogni giorno per lui). Chi
altri mai poteva aver comandato quel ratto? tu vedi che non ci voleva
molta scaltrezza dopo l'orribile scena che ebbi a patire per causa di
esso. Secondo che ti narrai quando eravamo dalla Vascello, io non
ignorava come il signor Basilio avesse aderenti nei frequentatori di
quel luogo. Tacqui covando il pensiero di salvarti dall'uomo
terribile, e poco stante, fuggita dall'abitazione infame, mi ricovrai
dalla donna dell'osteria dei Tre Mori. Voi sapete come Concetta fu mia
compagna d'infanzia. Perciò colà venni in chiaro di tutto; il ganzo di
Concetta fu uno dei rapitori, il quale non resse alle dimande della
bella, che poi ne fece a me il racconto.

--Povera Angiolina! quante premure! Iddio te ne rimeriterà. Ti farà
felice,

--Ah!... esclamò con un sospiro la fanciulla. Dunque, tornando al
nostro discorso, io conosceva il luogo del tuo supplizio; ma come
liberarti? io, inerme, povera, fuggiasca, che altro asilo non aveva
per me che una misera osteria di cattiva fama, altro sostentamento che
quello della carità dei padroni dell'osteria stessa? senza amici a cui
fidarmi, io quasi disperava, e calcolava che ogni istante nelle mani
di quell'uomo essere doveva insoffribile per te. Stolta! e non sapeva
che alle buone azioni ci aiuta sempre un Dio? sì, venne il soccorso.
Una sera capitò nell'osteria il tuo Giovanni; la sua figura
vantaggiosa, il suo bell'aspetto mi fece subito tale impressione che
non me ne scorderò mai.--

E qui bisogna pur dirlo, vi era nell'espressione della voce
dell'Angiolina tale una dolcezza inesprimibile, tal mestizia nei suoi
sguardi che le davano un celeste incanto.

--Veduto il tuo Giovanni e saputo dalla Concetta esser egli appunto
quell'amante di cui mi avevi favellato. Ah! dissi, ecco il soccorso di
Dio! e colle mani giunte, col cuore immerso nel giubilo ringraziai il
Dator d'ogni bene. A Giovanni io spiegai il tutto. Lui solo può dirlo
di qual gioia si sentisse compreso nel saperti ritrovata, ma ahimè!
nelle mani però dell'empio tuo persecutore. Poche ore bastarono per
porre in pronto il mezzo di salvarti, se pure ne fossimo stati in
tempo. Il cielo secondò le nostre brame, una scala di corda e due
rampini servirono per far giungere alla finestra l'Arciero, uno dei
più famosi ladri della città. Ah! non ti stupire dei mezzi che
adoprammo per salvarti. Costui, giunto alla finestra, reciso il
cristallo con un brillante che aveva in dito, aperse la finestra della
camera, disceso, spalancò l'uscio di strada, e noi ci introducemmo
nell'abitazione seguendo l'amante di Concetta, fummo nel sotterraneo
del pozzo. Il tuo Giovanni aveva vestito l'uniforme per maggior
sicurezza nel caso che fossero accorsi dei curiosi; ei sapeva qual
divisa rispettata vestisse, divisa che allora portava indebitamente,
ma che adesso veste in ragione del suo ufficio. Il di più
dell'avventura notturna non posso dirtelo; tu sai ch'io colpissi, che
versai il sangue d'un uomo infame, ma che, ahimè! si vanta mio
genitore.--

Il racconto terminò con lacrime di tenerezza. Le due amiche salirono
sul ponte a passeggiare per respirare le placidissime aure marine. Il
nostro Giovanni si rimase nella camera solo. Colla donna del cuor suo
era egli felice? ah! pur troppo due cose lo tormentavano nell'anima:
l'amore fervente di patria e le nessune nuove della sventurata
sorella. Rosina peraltro, tutta in preda alla gioia di esser per
sempre sfuggita all'empio signor Basilio, sapeva salvi la madre ed il
fratello, e sperava di veder ricomposti gli sbilanciati interessi
della madre stessa, mercè le assidue cure del padre Gonsalvo. E nei
primi momenti di un appagato amore ella non aveva altre afflizioni che
l'afflizione dell'uomo adorato. Ma egli era allora suo sposo? quali
erano state le vicende sue nei due mesi dell'avvenuto ratto e
liberazione? Noi potremo saperlo leggendo le seguenti lettere dirette
alla madre ed al fratello.


LETTERA I.

      Mia cara madre,
                                    _Malta, li 27 marzo 1821._

  Non prima d'ora ho potuto scrivervi, durante il mio viaggio; il medico
  mi aveva proibito d'occuparmi. Sì, madre mia, io sono stata sull'orlo
  del sepolcro: un Dio mi ha conservata all'affetto vostro e di colui che
  mi ha salvata ed al quale col più sacro titolo appartengo. Il venerando
  padre Gonsalvo, il mio tenero Giovanni so avervi scritto la istoria
  delle mie sventure fino alla notte in cui venni esanime e puro scheletro
  involata a morte certa, poichè il barbaro mio rapitore era già sul
  procinto di seppellirmi: inorridisco al solo pensarvi. Iddio mi usò
  misericordia di avermi tolti i sensi in quell'estremo momento: almeno io
  non vidi l'ultima volta colui che ha rovinata e dispersa completamente
  la nostra famiglia, ne ha involate le sostanze, disonorato il nome. Ma
  il tempo della giustizia divina verrà e verrà tremenda: colui non è
  morto, Iddio non senza ragione serba quella vita abominevole; chi sa
  qual morte gli prepara la vendetta dell'Onnipossente? Nel momento della
  mia liberazione io nol vidi, come anche non vidi le creature che mi
  liberarono, cioè Giovanni ed Angiolina. (Di costei, mia tenera amica, so
  avervi scritto a lungo il buon padre Gonsalvo.) Quando ripresi i sensi
  mi avvidi di essere in una stanza mobile; infatti io mi trovava in un
  naviglio: come mi vi conducessero, eccovelo.

  Giovanni aveva condotti nella camera del signor Basilio uomini
  arrischiati e pronti ad ogni suo cenno: a costoro affidò l'Angiolina
  svenuta, e quanto a me volle egli stesso darsi cura di questo,
  com'egli lo chiamò, carissimo peso. Ei temea sempre di perdermi
  nuovamente. In breve fummo condotte in una barchetta che ci attendeva
  nel fosso vicino e di là fummo trasportati da quell'agile schifo oltre
  il Calambrone. Come ei facesse ad oltrepassare la dogana senza che
  fosse veduto quel che stava in fondo al battello, nol so; ma mi do a
  credere che quei remiganti, espertissimi contrabbandieri, non nuovi a
  passare alla insaputa delle guardie doganali, manco pensassero a
  quella difficoltà; forse le guardie furono innocenti, forse comprate,
  ma ciò non interessa al mio racconto. Quando mi destai dal mio lungo
  sopore, io, come vi diceva, era in una comodissima camera di un
  naviglio, la bandiera del quale così è temuta che, sebbene a poche
  miglia di distanza dal signor Basilio, non sarebbero bastati cento
  suoi pari a levarmi di colà. E poi il degno signor galantuomo aveva
  altro da pensare in quel momento. Noi anzi per molti giorni il tenemmo
  siccome morto; e se nol fu, convien dire che il demonio avesse
  prodigiosamente salvato quel suo favorito. Al primo ritornare in vita
  io non riconobbi nè Giovanni nè Angiolina, che continuamente al mio
  fianco stettero ad assistermi, nè da me furono riconosciuti se non
  dopo qualche giorno e quando mille cure vi vollero per farmi
  riprendere le forze smarrite a causa degli orribili patimenti da me
  sofferti in quel pozzo del signor Basilio. Come fui in grado di poter
  resistere alla consolazione, Giovanni mi si palesò qual era: ciò
  basta; di più non posso dirvi, sebbene siate mia madre; è un segreto
  che egli confidò a me sola e che niuno oltre di me può conoscere. Vi
  basti che esso è degno di me, di voi, di Alfredo, di tutta la
  famiglia. Io credo che il mio Giovanni sia uno di quegli esseri
  straordinari che appariscono a quando a quando nel mondo per far
  prendere al secolo in cui nacquero tutta l'impronta delle loro
  passioni: giovane ancora, egli non è conosciuto, ma tempo verrà che si
  farà conoscere ed il mondo lungamente parlerà di lui, quando solo uno
  di quegli alti meriti che lo adornano egli si avesse. Io gli debbo
  l'onore e la vita, che senza di lui avrei perduta nelle mani del
  signor Basilio. Datosi egli a conoscere, senza quel misterioso
  linguaggio che è solito usare quando in specie lavora ad un gran piano
  che va maturando, egli mi si appalesò, ed io non resistetti ai di lui
  desiderii di farmi sua sposa; quando pur l'amore non mi avesse
  consigliato di fare tal passo, mi vi spingevano la mia ragione, la mia
  critica situazione. Che aveva a fare io isolata al mondo? Che avrebbe
  detto il mondo se avessi dimorato sciolta dai vincoli del sacro legame
  coll'uomo cui sono debitrice della vita? Sì, mia cara madre, padre
  Gonsalvo ci dette la benedizione nuziale poco prima che il naviglio
  mettesse alla vela. Il giorno di tale avvenimento fu giorno festivo
  per tutto l'equipaggio; il legno fu tutto bandiere, ed in mezzo agli
  evviva di quella buona gente fui salutata sposa, La mia debolezza era
  estrema; appena potei uscire dal letto della mia lunga infermità per
  trasportarmi all'altare, ma di più non poteva indugiarsi. Ah! madre
  mia, io fui felice, felice però quanto poteva esserlo una figlia che
  non vide la madre assistere ai suoi sponsali, che vede l'uomo che ama
  non lieto ma cogitabondo. Ahimè! sempre più mi persuado non esservi in
  terra completa felicità.

  Noi siamo a Malta; il mio avventuriero (che così soglio per vezzo
  chiamare il mio sposo) trova oro ed amici in tutte le parti del mondo.
  Al vedere come è ossequiato, come è compiaciuto, come ricercato da
  tutte le persone, voi lo credereste un gran principe: io però non me
  ne meraviglio; le più scelte dame di qui si compiacciono chiamarmi
  sorella, mi scelgono per compagna e per intima amica. Ah! son pur
  lieta in questa isola amena, e spero farvi un progetto al quale
  m'auguro vedervi sorridere. Ma.... qui chiudo la lettera: pochissimo
  vi ho scritto come figlia, troppo come convalescente; se lo sapesse il
  medico! mi sgriderebbe, ma gli farò il piccolo torto di non dirgli
  nulla.

  Vi bacio la mano.

                                  La vostra obbed. ed amorosa

                                                   ROSINA


LETTERA II.

      Cara mamma,
                                         _Malta, li 30 marzo 1821._

  Attendeva vostre lettere per continuare la mia corrispondenza.

  Sono lietissima di sentire che voi avete approvato il mio matrimonio e
  che le speranze di riacquistare le facoltà vostre a Livorno sono vive
  mercè le premure dell'ottimo padre Gonsalvo. Ma di più avrei goduto se
  avessi saputo che la nostra buona fama fosse ristabilita. Quanto a voi
  è sperabile, ma quanto a me ho il dolore di essere sempre calunniata
  senza poter giustificarmi nella mia buona patria. Ciò lo apprendo da
  un articolo della gazzetta in data di Livorno; quella lettura mi fece
  molto piangere e mi fruttò una lunga sgridata per parte di Giovanni,
  il quale con serietà mi disse:

  --Non sono i giornali che coi loro comprati articoli danno o tolgono
  la fama agli uomini; sono le loro azioni, è il mondo che ne giudica,
  gli eventi che li coronano di alloro.--E qui prese un'espressione di
  profeta. Pure voglio trascrivervi l'articolo tal quale, nel dubbio che
  voi non lo abbiate letto.

  «Nello scorso mese la nostra città di Livorno fu teatro di un
  avvenimento che farebbe anco più orrore, se non si sapesse essere
  opera di gente perduta e dedita a trame contro i buoni per
  sovvertimento della macchina sociale. Questo avvenimento è un
  assassinio commesso sopra uno dei più onesti mercanti di questa città,
  il signor Basilio Semplici. Costui, che, come ognun sa, vive
  ritiratissimo, dedito ai suoi affari e all'opere di vera e rara pietà
  religiosa, ha un quartiere situato in via del teatro degli Avvalorati.
  In questo quartiere è posta una stanza nella quale l'insigne
  capitalista ha con molta prudenza celati quei tesori, frutto dei suoi
  risparmi e lucri commerciali che, proprio convien dire, benedetti dal
  cielo, cotanto si sono prodigiosamente aumentati, poichè, a quanto
  dicesi pubblicamente, non vi ha uomo più denaroso di lui nella nostra
  città. L'avvenimento dell'assassinio non sarebbe tanto straordinario,
  se non vi fossero pur troppo dei particolari che meritano di esser
  pubblicati nel nostro giornale. Convien sapere che sino dalla sera del
  17 febbraio decorso era misteriosamente scomparsa la fanciulla Rosina
  figlia di quella vedova Guglielmi adesso sfrattata dalla città per non
  pochi sospetti di liberalismo. La figlia di lei, la quale era fuggita
  per darsi impunemente in preda ad una tresca scandalosa con uno dei
  capi di quei settari dai quali è avvelenata la città nostra, stata era
  dal medesimo abbandonata in una casa di empietà, in quella cioè della
  famigerata Vascello (ecco cosa guadagnano le imprudenti giovani a
  calcare le vie del vizio). Di colà, priva di mezzi e nella vergogna,
  la giovane non aveva osato di ritornare nella famiglia materna, tanto
  più sapendo esistere contro di lei un ordine di cattura. Nel colmo
  della miseria pensò ricorrere al degno signor Basilio, il quale per
  carità aveva prestato delle rilevanti somme alla madre di lei
  (truffategli di poi). Il buon uomo, veduto il pericolo della fanciulla
  e la di lei perdizione, sperando ricondurla al buon sentiero ed al
  pentimento con farla rinchiudere in appresso in una pia casa di
  penitenza, si degnò di accordare alla sconsigliata giovane la sua
  protezione, e di notte tempo le permise di nascondersi nella sua
  abitazione, ove per alquanti giorni la tenne celata, colmandola di
  mille attenzioni e facendola servire da una cameriera per nome
  Angiolina, che ei credeva dabbene. Questo tempo fu impiegato dal
  caritatevole signor Basilio nel curare alla traviata fanciulla un
  collocamento in un reclusorio di monache che va fondandosi; nella qual
  cosa ebbe molto a penare, stante la pessima fama che già correva di
  quella giovane: pure, a forza di amicizie e di danaro, era quasi
  riuscito nel benevolo intento e ne rendeva grazie al cielo, quando
  quelle donne infernali tramarono a lui la ruina e la morte. Scoperto
  ai loro drudi il tesoro del negoziante, in una notte, mentre costui
  riposava lieto di esser al punto di compire l'incominciata opera di
  misericordia di cui non aveva ad alcuno svelato il segreto, le due
  donne apersero l'uscio ai ladri, i quali pugnalarono il signor
  Basilio, che per un vero miracolo scampò la vita. Pare che la paura
  atterrisse i masnadieri, i quali s'involarono senza commettere il
  furto. La mattina di quella notte terribile, la donna di servizio e la
  padrona del quartiere, meravigliate in vedere la porta della camera
  del signor Basilio aperta, il che non era mai accaduto, temerono di
  qualche sventura e s'innoltrarono in quella, che trovarono vuota.
  Penetrarono allora nell'andito sotterraneo, da esse veduto per la
  prima volta, e trovarono nel fondo quel galantuomo immerso nel suo
  sangue con uno stile nel petto e quasi privo di vita. E qui giova
  avvertire che il degno uomo, per meglio prodigare attenzioni alle
  ospiti traditrici nel tempo di loro dimora con lui, aveva loro ceduto
  la sua camera ed il suo letto, e si era ritirato in fondo ad un pozzo
  situato all'estremità di quel corridoio su poca ed umida paglia,
  passando la notte in continue preghiere e digiuni onde implorare che
  il cielo perdonasse alla sconsigliata giovane, che egli amava qual
  figlia, i suoi lunghi trascorsi. Siamo lieti di tessere nel nostro
  giornale i meritati elogi di questo moderno eroe della carità, che
  senza questo avvenimento avrebbe nella tenebre della modestia sepolto
  questo nuovo tratto di esemplare virtù. Gli assassini sono scomparsi o
  forse si nascondono ancora nella tenebrosità di cui non è scevra
  questa città nostra. Quanto alle due fanciulle, si sa essersi vendute
  ad un signore forestiere, ufficiale di marina, il quale è scomparso
  nella mattina susseguente al tragico avvenimento e partito per le
  Indie orientali. Quelle due sciagurate espieranno probabilmente colà
  il fio delle loro colpe, passando al servizio di qualche capo
  d'Indiani, che, come ognun sa, tengono le donne in concetto poco men
  che di bestie.

  »Il signor Basilio, maravigliosamente restituito alla vita, agli
  amici, ai poveri, agli orfani, corre voce che voglia consacrare il
  resto dei suoi giorni alla quiete del chiostro, lasciando gli immensi
  suoi averi ai miserabili.»

  Il bugiardo articolo, cara mamma, contiene altre frasi intorno alla
  mia persona, che io amo di non trascrivere; oggi mi sento le vampe al
  viso, sebbene innocente. Sapeva già che nulla vi è di più menzognero
  di certi giornali che passano per le mani di tutti, ma non credeva
  possibile tanta sfrontatezza nella stampa. Quantunque io pensi che
  nessuna sensata persona, se si eccettuano i partigiani della
  ipocrisia, potrà credere a simili menzogne, pure mi angustia il dubbio
  che un tale articolo possa nuocere agli interessi vostri e di mio
  fratello Alfredo, il quale occupa un grado rispettabile nell'armata.
  Non vorrei che aprisse una strada ai nemici suoi onde togliergli un
  meritato avanzamento; vero è che si può ribattere l'empio articolo con
  una minuta descrizione dei casi i quali percossero me, grazie al
  cielo, innocente, sebbene infelice. Voleva insistere presso il mio
  sposo affinchè, nel Malta-Mail, reputato giornale che qui si pubblica,
  si rispondesse alle sfrontate menzogne della Gazzetta Livornese, ma
  egli mi ha replicato con aria di nobile sicurezza:--Mia cara Rosina,
  tempo verrà che io darò replica alle parole coi fatti e non colle
  ciarle.--Non oso inquietare su tal proposito ulteriormente lo sposo
  mio. Intanto la provvidenza si è compiaciuta di temperare con un
  favore insperato il dolore prodottomi dalla iniqua e falsa narrazione
  del citato articolo, pubblicato certamente sotto l'influenza e coi
  denari del signor Basilio. Mio marito, il quale nel tempo passato
  prestò dei servigi alla Gran Bretagna, è stato ricevuto al soldo di
  quella formidabile potenza. Nel momento in cui vi scrivo gli viene
  consegnato il brevetto di luogotenente di fregata. E per quanto ci
  assicura il lord governatore di Malta, egli prenderà il comando di una
  corvetta chiamata per bizzarra combinazione _The Rosina_, la quale
  giunger dee da Alessandria in questo porto. Se potrà ottener quel
  comando, lo scriverò con altra mia diretta a voi o a mio fratello, a
  cui voglio far giungere i miei caratteri per avere il piacere di
  ricevere i suoi.

    Di cuore mi dico

                                       Vostra affez. figlia

                                               ROSINA.


LETTERA III.

  _Al sig. comandante dei bersaglieri di Genova._


      Caro Alfredo, fratello diletto,

                                          _A bordo della corvetta_ Rosina,
                                                _il 28 aprile 1821_.

  Comincio la mia lettera con dirti prima di tutto avere in questa notte
  avuto un sogno molto lieto. Non increspare le ciglia sentendo come io
  mi rallegri di un sogno, caro fratello: spesse volte le notturne
  visioni sono state annunzio di future disgrazie; or perchè mai ci sarà
  vietato credere che alcune possano presagirci felicità avvenire? Mi
  sono sognata di essere in un bosco ove alcuni amici avevano a noi
  apprestata una lauta refezione; e, nota bene, era un bosco di palmizi
  della specie di quelli che insieme cogli arboscelli di aranci e di
  limoni danno un fresco refrigerante ed imbalsamano l'aria di soavi
  profumi nei climi meridionali. Già la mensa frugale, cui avevamo preso
  parte seduti sull'erba fiorita vicini ad una fontana di acqua
  zampillante e limpidissima, era al suo termine; quando sentimmo da
  vicino il preludio di un'arpa e quindi una dolce canzone patetica che
  ci ha scosso le fibre. Fra non molto vedemmo avanzarsi verso di noi
  una donna assai bella seco traentesi un grazioso fanciullino di sette
  in otto anni il quale aveva una piccola arpa al collo; e tosto abbiamo
  indovinato esser ella la cantatrice, ed il fanciullino l'amabile
  suonatore. La dolce fisionomia della donna e del fanciullo ed il loro
  meschino abbigliamento ci hanno commosso: e subito abbiamo pensato di
  far ristorare e la cantante ed il suonatore col resto del nostro pasto
  campereccio, mettendo inoltre mano alla borsa per trarne qualche
  moneta d'oro da darsi ai virtuosi di musica, il cui aspetto ci diceva
  chiaramente essere acceduti fino a noi coll'animo di ricreare la
  brigata e di ottenere dalla nostra liberalità alcun che onde andare
  avanti nella misera vita. Ci proponevamo di domandare alla signora
  (poichè, malgrado il di lei abito e lo squallor del suo volto,
  appariva essa fornita di modi eleganti e civili) la di lei istoria,
  che ci auguravamo interessante, quando tu, che eri alla refezione, ma
  ti trovavi distante per esplodere il tuo archibuso contro di una
  quaglia, ritornato in quel momento, hai gettato un grido e,
  abbandonato il fucile, ti sei precipitato al collo della signora
  gridando: Esmeralda! e dopo molte carezze ella ti disse con tenera
  voce: Alfredo, benedici tuo figlio.

  In mezzo all'effusione dei trasporti della tua amante e del tenerello
  suonatore di arpa, mi sono svegliata. Ti confesso che mi è dispiaciuto
  di destarmi così presto. Ebbene, mi dirai tu, amata sorella, a che
  riaprire le più funeste piaghe del mio cuore? Pur troppo ho perduto il
  mio idolo, pur troppo a quest'ora Esmeralda non respira più le aure
  vitali! No, mio caro fratello, il mio sogno non dee dolerti; esso è un
  avviso del cielo. La misera tua amica, in preda all'aberrazione sua
  mentale, scomparsa dal convento di Santa Chiara, quando pur fosse
  caduta vittima della sua frenesia, non si riunirà ella forse con noi
  dopo questa misera vita nel prato delle celesti beatitudini? Sì, mio
  Alfredo: il mio sogno è lieto, possa stillare nel tuo cuore quella
  dolcezza che stillò nel mio e renderti paziente nelle avversità, più
  gagliardo nel nobil mestiere delle armi.

  Passando dalla visione alla realtà, pregoti dire, alla nostra tenera
  madre che la corvetta _La Rosina_ è giunta di Alessandria, ed è di su
  questa che io ti scrivo, mentre spieghiamo le vele per la Barbada, una
  delle Antille inglesi, vicina alla seconda patria del mio Giovanni.
  Esso è il comandante in capo del naviglio, ed anzi, giunti che saremo
  colà, egli, come praticissimo di quei luoghi, viene interinalmente
  nominato governatore dell'isola. Noi crediamo che, vicini alla
  Guadaluppa, ci sarà facile ricuperare i beni di Giovanni, tanto più
  ora che l'Inghilterra, di cui egli è milite, è in buona armonia colla
  Francia. Se però tal cosa non mi riesce, noi abbiamo tanto da star
  bene, anzi benissimo. Già so aver egli scritto a nostra madre che,
  appena stabilito alla Barbada, vuole ch'ella si riunisca a noi e
  desidera che tu pure, ottenuto il congedo, venga nel nuovo mondo, il
  quale è, come dice Giovanni, tanto meglio del vecchio. Vorrei per
  altro che il nuovo mondo gli facesse uscir di mente certe idee che vi
  ha impietrite, ma come sposa non me ne ristarò.

  Una notizia ho saputa la quale in parte mi affligge, in parte mi
  consola. Si dice che il venerabile padre Gonsalvo abbia abbandonata
  l'abbazia di Montenero a malgrado della sua avanzata età, per entrare
  nella carriera dei missionari. Caro Alfredo, sarebbe mai questo un
  effetto delle opere del signor Basilio, cui certamente non poteva
  garbare la vicinanza di padre Gonsalvo? Io molto ne dubito; vero è che
  il venerando; abbate non ci ha scritto nulla. Ah! se la notizia fosse
  vera, addio interessi nostri a Livorno. Ebbene, se Iddio ci provvede
  da altra parte, non possiamo lamentarci: anzi se padre Gonsalvo è
  divenuto un missionario, potrò vederlo in America, mentre se ei
  restasse a Montenero, nol vedrei mai più. A Livorno ho detto addio per
  sempre. Ama la tua sorella.

                                ROSINA.




CAPITOLO XVII.

Alla Barbada.


Il tempo, che passa velocemente più che non può fare un racconto, era
trascorso colle immense sue ali attraverso alcuni anni dall'epoca in
cui ebbero luogo i passati avvenimenti. Già da tre lustri la gentile,
appassionata ed avventurata Rosina trovavasi alla Barbada, ove il suo
Giovanni dopo non molto era stato nominato governatore effettivo. Fin
dal primo anno un vezzoso bambinello aveva rallegrato le speranze dei
teneri sposi, bambino che dal grembo della madre era stato accolto in
quello della nonna, poichè la signora Guglielmi aveva raggiunto la
figlia alle Antille.

Alfredo era in un decennio per ben due volte stato ospite del
governatore e dal servizio del Piemonte era entrato in quello d'una
repubblica dell'America meridionale, nella quale era tenuto in tal
conto che ben presto come generale segnò luminose tracce nella
guerresca sua via. Terrore dei despoti, sostegno delle nazioni
oppresse, Alfredo era un uomo il cui nome si estendeva ai più remoti
luoghi della vecchia Europa. Bandita ogni speranza di felicità
personale, egli godeva di quella di Rosina e della quiete della madre
e del prosperare del nipote Antonio, il quale nel suo anno
quartodecimo di età già addimostrava ciò che sarebbe stato più in là e
come il sangue dell'entusiasta genitore ribollisse in quello del
figlio.

Angiolina, come un fiore appassito da un colpo terribile sul suo
nascere, dirò non viveva, ma stava così come quell'essere che una
lunga valetudine abbatte e percuote. Il verme delle dolorose
rimembranze era quello che la rodeva tuttora. Ma che? Il tempo non
cancella esso o almeno indebolisce le più vive reminiscenze? noi
crediamo che sì. Ma e non potrebbe esservi nel cuore d'Angiolina
qualche altro germe di affanno, qualche piaga insanabile e che il
tempo non potesse mai rimarginare? ahimè! come penetrare potremmo nel
segreto del cuore di quella fanciulla, che appena sul fiore dell'età
matura, non oltrepassando che i trentadue anni, parea ne avesse
cinquanta al volto pallido, alla mestizia degli sguardi e del sorriso,
al tardo muovere delle membra, al quasi disprezzo di ogni esteriore
eleganza, alle devotissime pratiche a cui intendeva? Forse il dolore
per lei era divenuto un'abitudine; così almeno la pensava Rosina.
Tutte le cure di Angiolina, oltre la preghiera, eran volte al giovane
Carlo, terzo figlio degli Artini. Tenutolo lattante sulle ginocchia e
su su vedutolo crescere, era per lei qual proprio figlio; essa ne
temprava gli ardenti desiderii e lo educava alla calma, onde non
imitasse il focoso genitore.

Nel periodo di questi quindici anni, due volte i coniugi Giovanni e
Rosina erano stati alla Guadalupa, ma delle sostanze paterne Giovanni
aveva potuto riavere ben poco, e minor frutto aveva conseguito la
Guglielmi, ormai vecchia, dal suo stabile di Livorno; poichè venuto,
come sentimmo accennare, a partire da quella città per le missioni
delle Indie orientali il buon padre Gonsalvo, mancò il solo
antagonista del signor Basilio, di cui era maneggio la improvvisa
risoluzione del padre. Ed ecco come a quell'epoca andò la cosa.

L'accorto Basilio ben si era addato nello scuoprire in gran parte che
la salvezza di Rosina quasi interamente potevasi attribuire al
religioso; d'altronde con cotesta persona come battagliare? Hanno
tutto in mano, esso aveva detto fra sè passeggiando per la sua camera
in un dì della convalescenza dalla pericolosa ferita cagionatale da
Angiolina; con cotesta gente c'è da rompersi il collo, romperselo
davvero. Perdinci! un padre abbate, un mitrato!!--Eppure, mormorava
(con libertà bestemmiando, giacchè sapea di esser solo), eppure colui
è il mio più terribile nemico! Sì, non m'inganno; è lui che ha
protetto Rosina: mi fanno più paura le sue orazioni dei colpi di
cannone.--Pensa e ripensa, venne in mente a Basilio di far gettare
così alla lontana del sospetto sui sentimenti politici del monaco; e
un buon sacco di zecchini fatto tenere non so a chi, poichè gli
scartafacci da cui pesco questa notizia si guardarono di
registrarla,... ma d'altronde li fece tenere ad una persona, e basta.
Da lì a poco il monaco venne consigliato di non fraudare le speranze
di quanti il conoscevano, che in lui ravvisavano uno di quei caldi
apostoli che ponno a migliaia convertire gl'infedeli. Padre Gonsalvo
capì da dove tirava il vento, e stette forte: ma l'oro del signor
Basilio produceva effetti terribili, pronti e maravigliosi; tali che
dopo la partenza di Rosina per la Barbada i fogli pubblici
annunziarono come monsignor Gonsalvo Rodey, già abbate, incaricato di
mantenere l'ordine vallombrosano, era stato eletto vescovo in
_partibus infidelium_ e della chiesa di Goa nell'Indostan, con la
facoltà di esercitarvi come vicario apostolico le immense fatiche
delle missioni. Il mondo cattolico applaudì l'elevazione del frate, il
quale, come sappiamo, aggiungeva la dottrina alla carità, e questo era
un bell'acquisto per la fede; ma il povero vecchio avrebbe forse
preferito la quiete del chiostro ad un viaggio di ottomila miglia. Il
fatto è che partì e colla sua partenza lasciò in mano del signor
Basilio tutti gli stabili della Guglielmi; il che, unito al furto
delle gioie di cui questo iniquo era stato l'istigatore ed il primo
artefice, poteva ben compensarlo delle spese secrete fatte per
l'allontanamento di quel terribile monaco, mercè la cui sapienza e
scaltrezza egli temeva di essere smascherato.

Il padre Gonsalvo partì e di lui appena qualche volta giunser lettere
dall'Indostan alla Rosina ed a Giovanni. Il caldo clima, l'abbandono
delle antiche abitudini avevano così affievolito quel grand'uomo che i
suoi amici avrebbero penato a riconoscerlo.

Il signor Basilio non erasi altrimenti dato al chiostro; ei si era
fatto pregare, scongiurare di restare al secolo, ed acconsentì alle
generali preghiere. Eh! un tant'uomo non poteva lasciarsi nel segreto
della cella; di lui aveva bisogno il mondo, ed al mondo resti.

All'epoca in cui trovasi il nostro racconto, cioè nel 1836, in Livorno
più non parlavasi della signora Guglielmi e dei già narrati
avvenimenti. Nuovi fatti tocca la nostra istoria, nuovi fatti i quali
non vanno disgiunti dai narrati; e di vero, se non fosse ciò, il libro
sarebbe terminato, ed altro nuovo ne comincerebbe.

Prima peraltro di trasportare il nostro lettore sopra scena europea,
non posso del tutto staccarlo dall'America, ed è qui che con esso mi
soffermo nel palazzo del nostro governatore.

Era un bel giorno di state nel 1836. Sul declinare quel dì era stato
limpidissimo oltre l'usato, ed il clima tutto fuoco veniva rattemprato
da fresco venticello marino; una festicciuola domestica aveva avuto
luogo in quel giorno, ed in essa si erano moltissimo rallegrati
danzando coi negri Antonio, il giovinetto Carlo e la vaghissima
Ofelia, tutti e tre figli di Giovanni e di Rosina. Sotto le benefiche
ombre dei banani e dei cocchi, nel parco del palazzo, aveva avuto
luogo la danza. Quando il sole si avvicinò all'occaso una frugale
refezione era stata imbandita ai danzatori sull'erba fiorita. Mille
augelli di variopinte piume facevano risuonare l'aura di melodiosi
concenti. Sotto un padiglione di verzura stavano assisi il governatore
e Rosina col ciglio umido per pianto di tenerezza nel mirare tanto
allegri i teneri figliuoletti; e la stessa eternamente malinconica
Angiolina si era quasi lasciata abbandonare dalle tetraggini, a quelle
amabili scene. Dalle vicine boscaglie ad un tratto si era udito il
suono flebilissimo di un liuto ed una voce di donna soavissima aveva
intonato la seguente patetica canzone:

    Per il mondo vanno errando
      Madre e figlio abbandonati,
      Nulla, ahi! nulla omai sperando
      Fuorchè sterile pietà.

Nelle membra di Rosina corse un brivido di tenerezza: essa ricordava
il sogno fatto a Malta tanti anni addietro; la canzone era italiana,
italiana la musica. Giovanni pure sembrò altamente commosso. Il canto
proseguiva:

    Madre sono e son fanciulla,
      Ed il figlio, ahimè! non ha
      Genitore: ah! dalla culla
      Chi sia il padre, ah! no non sa.

--Quali parole! senti tu, mio Giovanni?

--Il mondo è pieno di sfortunati, rispose questi, ed alzatosi accennò
verso donde veniva la patetica voce dal bosco.

Non molto lunge dai nostri personaggi discendevano per una china una
donna ed un fanciullo ch'ella tenea per mano; essi avanzavano verso il
padiglione.

--Ah! continuò Giovanni vedendo quella coppia, sì, il mondo è pieno di
sventurati: saranno forse di elevata condizione, costretti a mendicare
per opera degl'iniqui. Anch'io nell'età di quel fanciullino fui un dì
immerso nel pianto e mia madre derelitta: mentre mio padre era
imprigionato, ella affaticavasi in portare alla capanna un pesante
fardello di legna; ma almeno quello fu l'ultimo istante di mia
miseria. Da quel dì rividi il padre e mi lanciai nella turbolenta
carriera dell'avventuriero; oggi son dovizioso e governo.--

Così dicendo fe' cenno a quei due titubanti di avvicinarsi che lo
facessero liberamente. I due stranieri parvero molto confortati da
quel cenno ed affrettarono il passo. La distanza non permetteva ancora
di scorgere perfettamente i loro lineamenti.

--Accoglili tu, disse Giovanni a Rosina, accoglili tu; io verrò in
seguito: probabilmente avranno una lunga storia di dolore a narrare,
ed io, come tu sai, dopo la perdita della mia infelice Esmeralda non
posso più, senza provare un terribile strazio, mirare in volto donne
infelici senza figurarmi che la sorte della mia povera sorella non sia
d'ogn'altra peggiore. Accoglila tu quella coppia di sventurati; chi sa
di dove vengono e qual causa li ha trasportati in quest'isola? falli
ristorare, regalali come conviene; io pavento gli effetti di una
scossa di sensibilità nervosa.--

Rosina, la quale conosceva come pur troppo il passionato e bollente
suo sposo non avesse bisogno di scene sensibili onde non cadere in una
delle sue solite cupe malinconie, fu sollecita a promettergli che
avrebbe sollevato quei miseri: ond'egli, lasciandole la sua borsa,
accesa la pipa, mosse verso il palazzo.

Lo stretto colloquio dei due sposi aveva posto in una certa soggezione
i due poveri virtuosi di canto, i quali si erano arrestati nel loro
cammino ad una conveniente distanza e fino a che Giovanni parlò
all'orecchio della sposa. Tal precauzione di rispetto non passò
inosservata presso Rosina, la quale, dopo che il marito si fu
allontanato, fe' nuovo cenno affinchè i due timidi viandanti si
approssimassero. Essi mostrarono aver inteso, dando evidenti segni di
gioia, ma prima che giungessero al padiglione erano stati raggiunti
dai figli di Rosina, i quali con una tenera pietà si erano dati a
festeggiare il fanciullo di circa quattordici anni che accompagnava la
cantante. Anch'ella, fu costretta a fermarsi; e mentre quei giovanetti
formavano un gruppo pittoresco, e il suonatorello era impedito di
preludiare sull'istrumento, la donna continuò con queste strofe:

    Ah! se un dì sull'ali ai venti
      Fia che giunga il mio martir
      All'autor de' miei tormenti,
      Sarò lieta di morir.

    Il suo pargolo innocente
      Egli al seno stringerà:
      Sulla tomba alla gemente
      Nuzial serto poserà.

--Ahimè! qual malinconica canzone! esclamò la Rosina penetrata fino
nell'interno dell'anima dalla tremula voce e dal patetico suono della
musica di quella straniera. Cara Angiolina, disse quindi rivolgendosi
all'amica, vola tu presso costei; dille che cessi dal canto lugubre,
che troppo mi scuote le fibre, perocchè mi figuro che ella abbia ad un
tempo ad essere e il soggetto del canto e l'autrice della canzone.--

Angiolina, non meno dell'amica penetrata dalla tenerezza, in poco
tempo raggiunse la forestiera, la quale, vedendosela così presso,
cessò dal cantare e si avviò verso il padiglione, mentre il giovanetto
suonatore di liuto e gli altri ragazzi la seguivano. Giunta che fu
presso Rosina, fece atto di piegare un ginocchio a terra in segno di
quel rispetto che gli Indiani sogliono usare verso le persone di alto
affare, ma Rosina, con la inesauribile sua cortesia, le stese una
mano, su cui la donna impresse un rispettoso bacio.

--Mia signora, le disse, vi prego perdonarmi, se io povera straniera
vengo ad importunarvi, ma sappiate che io e mio figlio (che è quel
fanciulletto che voi vedete colà coi vostri, m'imagino, coi vostri
figli, poichè tanto a voi somigliano) non abbiamo alcun mezzo di
sostentarci nella nostra estrema miseria tranne che col canto delle
nostre terribili sventure.

--Gran Dio! che dite mai, amabil donna? riprese la Rosina. E che?
quella lugubre canzone alluderebbe forse ai casi vostri?

--Sì, madama: ma se mi è lecito toccarne di volo poetando e cantando,
non mi permetterei al certo di tediare col racconto di essi una
persona distinta.

--Ah! mal mi conoscete, signora, e voi non partirete di qui se non
dopo aver versato nel mio seno tutte le vostre amarezze. Intanto è
necessario che vi refocilliate voi ed il vostro figlio.--

Angiolina, a questo discorso, aveva presentato alla straniera delle
frutte e degli scelti vini. Ella si assise e ne gustò volentieri. I
suoi modi franchi, malgrado il rispetto e l'estrema miseria,
additavano nella cantante una persona di elevati natali; la sua
fisionomia, delicata nei tratti ma virile nell'espressione energica,
non faceva punto contrasto colla sua naturale dignità. Ella indossava
un abito di seta color turchino piuttosto logoro; anche le scarpe non
erano in molto florido stato, ed uno scialletto che le copriva le
spalle, anch'esso molto usato, terminava la sua toeletta; alle
orecchie aveva due boccole di granato ed al collo un vezzo simile: ciò
che peraltro faceva singolar contrasto era un anello che tenea nel
dito, di oro purissimo con ricco lavoro cesellato in foggia di
piastra, della quale la metà stava nascosta fra l'indice ed il medio
della mano sinistra. In capo ella aveva un largo cappello di paglia,
molto adatto a riparare quel bel volto dai caldi raggi del sole dei
tropici. Il fanciullo era amabilissimo e gaio: suonava a meraviglia il
liuto; era anch'esso miseramente vestito, ma con molta decenza, a
malgrado delle toppe che aveva nella blusa di panno blù e nei calzoni
che indossava. Anche i di lui calceamenti erano logori, il che
dimostrava che era uso a viaggiare a piedi. Il fanciullo, di assai
maggiore statura che nol fossero i figli del governatore, aveva sulle
spalle una piccola valigia di pelle attaccata con cigne che gli
passavano sul petto e sotto le ascelle; e tutto quello, pur troppo,
era il misero bagaglio della madre e del figlio.

La forestiera, dopo aver bevuto un poco e gustato di qualche frutta,
si alzò per ringraziare la governatrice.

--Ah signora! non vi celo che aveva fame; è da questa mane che siamo
sbarcati ed abbiamo fatto a piedi questo tragitto per l'isola
sull'indicazione di un buon negro vecchissimo che è rimasto al porto
sulla nave, il quale ha molta cognizione di questi luoghi.

--Voi non avete fatto questo viaggio invano, le disse Rosina, nè
partirete così presto da noi. Che mai sarebbero le ricchezze, se non
un peso, quando non si spendessero per rendere meno misero il nostro
simile?

--Madama, i vostri sensi mi sono carissimi ed armonizzano colla buona
fama che corre di voi anche nelle altre Antille.

--Troppo lusinghiere espressioni! comunque sia, vi son grata e farò di
tutto per non smentire coi fatti la buona fama che corre di me.
Intanto favorite appagare la mia curiosità; ditemi un poco: perchè mai
voi, che tanto bene mi favellaste in inglese fin dal primo
avvicinarvi, cantate strofe italiane allorchè volete dipingere la
storia di vostre sventure? La ricerca non è senza un'arcana ragione,
che spiegherovvi di poi. Oh se voi sapeste quanto mi avete commossa!

--Signora, fino dal mio giungere in quest'isola conosceva esser voi
italiana, ed ho scelta la lingua vostra nel porre in versi le mie
sventure, mentrechè, sapendo esser voi la moglie del governatore
d'un'isola inglese, ho creduto bene favellarvi in quell'idioma.

--E come, sì istruita, sì amabile, non avete alcuno che....

--Comprendo, signora, ciò che volete dirmi; vorreste esprimermi il
desiderio che io mi valessi di qualche mia cognizione onde lucrarmi il
pane più convenientemente e con maggior decoro.

--Non dico ciò....

--Sì, o signora: se la vostra bontà non vi permette di formarvi un
sinistro concetto di me, non è perciò che tale non debbano formarlo
quasi tutte le persone alle quali debbo avvicinarmi nella mia vita
errante, vita che menerò fino a che....

--Fino a che?... domandò Rosina con molta premura.

--Fino a che, o madama (Dio mel conceda), io non ritrovi il padre di
quella creatura.--

A Rosina scorse un brivido tale per le ossa che le si scolorarono le
labbra.

--Vi sentite male, signora? proruppe la straniera; ah! per mia causa
forse....

--No; no, fu sollecita a dire Rosina; continuate.

--Sì, madama, sono dieci mesi che giro pel mondo in traccia dell'uomo
che adoro.

--È molto tempo che siete separata da lui? prese a dire con molta
premura Rosina.

--Si direbbe, replicò la forestiera, che avreste parte nella mia
storia; tanto è l'interesse che vi degnate prendere ai miei casi.
Quindi con una lacrima sul ciglio: È molto tempo, sì, signora; quel
mio caro angioletto non era nato.

--Così tardi,... riprese Rosina turbata, lo cercate?...

--Ah! avesse voluto Iddio che lo avessi potuto prima, Ma da quel tempo
in poi ho avuto un velo sugli occhi.

--Cielo! spiegatevi.

--Fui pazza....

--Giovanni, Giovanni! sclamò la Rosina. Deh! Angiolina, va da
Giovanni, che presto venga qua, che non tardi un istante.

--Giovanni?... esclamò la straniera con un visibile tremore e si pose
la sinistra alla fronte. Qual nome!--

Nel movimento fatto dalla mano di costei, rimase totalmente visibile
la piastra del ricco anello che essa aveva in dito; vi brillava inciso
lo stemma della famiglia Guglielmi, consistente in un guerriero in
atto d'imbrandire un'asta di ferro, sormontato da una corona di
cavaliere. Quell'anello era d'Alfredo. Rosina ebbe appena la forza di
esclamare:--Ecco il mio sogno! ecco il mio sogno!--e di gettarsi a
braccia aperte al collo della straniera chiamandola Esmeralda.

La giovane, dando in un dirotto pianto per l'eccesso della gioia,
svenne nelle braccia di Rosina.

Il figlio, in vedendo le donne in quello stato, scioltosi dal cerchio
dei festeggianti giovanetti, si slanciò presso la madre e, piegato un
ginocchio, le prese una mano, che scaldò col fiato. Vi fu un quadro
degno del più celebre pennello.

Giovanni, avvisato dall'Angiolina e dalle grida di gioia della moglie,
accorse sul luogo: e per la prima volta da quel ciglio di ferro
uscirono due calde lacrime di commozione. Egli abbracciava la perduta
sorella.

Quali vicende avesse fino a questo punto patite la infelice lo vedremo
nel capitolo seguente.




CAPITOLO XVIII.

Lazzeretto.


La vecchia Europa, già tribolata per torbidi avvenimenti, doveva
divenirlo più ancora per malattia contagiosa e mortale. Grandi
mutamenti politici nella Francia, ove, in mezzo a rivi di sangue
cittadino, Parigi, scacciato il rampollo del buon re Luigi, accoglieva
Filippo per arbitro dei suoi destini nella estate del 1830; e nella
primavera del vegnente si erano rianimate le speranze di quei
carbonari che, a malgrado della contrarietà degli eventi, non
cessarono in seguito anco da lungi di fomentare il fuoco della
ribellione. Dal colmo degli onori e delle agiatezze, Giovanni, cui
stava sempre fisso in cuore il pensiero di novità nel terreno natío,
se non colla persona aveva con scritti ed oro sovvenuto alle imprese
degli antichi compagni, favorito speculazioni rischiose, spedite armi
in segreto. Come poteva egli farlo senza rischio? questo è problema.

Alfredo poi, militante per la repubblica di Colombia, al primo
annunzio di mutamenti europei si era spiccato dal continente americano
onde soccorrere l'impresa col senno e col braccio valoroso.

Ma anche questa volta i disegni di novità andarono falliti. Nuovo
sangue grondò dai patiboli. Vi furono emigrazioni, prigionie ed
esigli, e l'antico _statu quo_ resse intrepido alla procella
progressista. Ma, come sì dura traversia poco fosse alle sciagure dei
popoli, un morbo pestifero movendo gigante pel Tibet dalla China,
passato il Volga e gli Urali, infestata Russia, Polonia, Germania,
Inghilterra e Francia, alla perfine attraversò le Alpi venne a
piombare sul nostro paese. Volgeva l'anno 1835, Livorno non fu
l'ultima ad esserne afflitta; ed avvegnachè lo squallore, il dolore,
la miseria che vi recò un nemico sì distruttore non sia stato estraneo
a sollevare altro lembo del velo che copriva i misteri di quella
popolosa città, è duopo che i nostri lettori dalle amabili e toccanti
scene del ritrovo di Esmeralda, retrocedendo col tempo, ci seguano fra
i malati, i morti, i carrettoni e la compagnia della Misericordia di
quella città, da cui prese le mosse il nostro racconto. Volgevano gli
ultimi di luglio. Ad estate fresca ed umida erano successi giorni di
un'afa terribile ed opprimente. Un languore in tutte le membra
tribolava giovani e vecchi, una malinconia regnava su tutti i volti;
il brio da cui è accompagnato il franco e leale carattere del
Livornese pareva intorpidito o perduto; intanto una insolita mortalità
incominciò a dare nell'occhio ed in specie in certe contrade popolose
e sudicie. Nel quartiere della Venezia nuova, ove noi vedemmo
l'osteria dei Tre Mori, nelle vie di San Giovanni e di Pescheria, di
Sant'Anna, di Crocetta, si videro ad un tempo attaccate varie persone
da certa malattia della quale sul principio o non si sapeva o non si
voleva dire il nome. Questo malore assaliva violento e sprezzante ogni
rimedio; senza dar tempo all'arte di esercitarsi, colpiva di morte: in
pochi dì il mormorio per siffatta sventura era in bocca di tutti; chi
ne diceva una, chi ne diceva un'altra, ma nella sostanza ognuno
temeva. I dotti si perdevano in indagini, il popolaccio attribuiva a
sortilegio ed avvelenamento la moría. Intanto il morbo facea passi da
gigante, nè si sapea come venuto in città: chi dicea comunicato da
persona infetta venuta da Genova, chi da merce introdotta di
contrabbando. Come fosse venuto, poco montava; il terribile chólera
era là come un demone invasore, tenace, mortale. Aperte sull'infierir
del morbo le case ai medici, agli impiegati, alla guardie di sanità,
ai soldati, si svelarono incredibili misteri, e si vide come in
Livorno quella gran parte di popolazione che ne forma il nerbo e che
al di fuori mostrasi in vesta linda e civile non ha in casa pane per
sfamarsi, letto per giacervi, lenzuola per coprirsi, a malgrado
dell'operosità del travaglio. Terribile verità che un chólera può far
conoscere; mistero che un romanzo può liberamente rivelare e darsi il
vanto di storia. Ma come il morbo tanto si diffuse e così rapidamente?
Ah! la ragione è la miseria; quella miseria che se dotto o filantropo
potesse trovare un mezzo da estinguere, io lo saluterei novello
salvatore degli uomini: sì, perchè la miseria è peste, peste sociale,
peste morale, la qual produce il delitto, il disonore, la morte.
Livorno come città popolosa ha due bisogni: che cessi la miseria delle
classi più numerose; che si educhi e si satolli l'artigiano e la
famiglia. E qui nella classe degli artigiani giova porre anco i
facchini, i barcaiuoli; imperocchè in vece di commercio queste sono
arti ed insieme industria. La fame è consigliere di tutti i delitti;
quindi i furti, i lenocinii, tutto deriva da quel mostro, e per ultimo
la ribellione. Quando le masse sono affamate, hanno perduto fra la
ignoranza e i disagi quella poca ragione che loro rimaneva.

Un casamento della via San Giovanni, cui dava accesso un lurido e buio
cortile, a quell'epoca conteneva in sè cento persone, divise in poche
famiglie; e per lo più teneri fanciullini privi di vesti, di scarpe,
con pochi stracci alla vita, fanciulli che per modestia non uscivano
fuori non avendo di che coprirsi. Tutti, maschi, femmine, adulti,
impuberi, tutti, famiglia per famiglia, dormivano in un letto! Ma che?
quel giaciglio di paglia imputridita posto sul nudo ed umido
mattonato, fra nere muraglie coperte di salnitro, in mezzo ad una
stanza buia e senza sfogo d'aria libera, coperto di mille cenci, privo
di lenzuola, a buon dritto appellar si potrebbe canile. Ebbene colà
mesto il livornese artigiano, dopo intere giornate di sudori e
d'immense fatiche, viene a posar le stanche membra martoriato dal
pianto dei figli e della moglie, che spesse volte il vedono riedere
senza pane. Colà in quelle oscure tane la figlia perde l'onore, perchè
l'orribile miseria la getta in braccio della seduzione e dell'infamia.
Colà il giovanetto, senza nozioni di bene, perchè il padre stanco ed
affamato non può dargliele e forse non le possiede, ed egli non può
riceverle, spinto negli orribili stenti, educato alla bestemmia, al
vedere il brutale commercio della sorella che si vende per fame,
impara il furto e l'assassinio. Ah pur troppo! di quei sozzi tugurii
abbonda la città, mentre ben pochi Livornesi abitano i bei palagi
moderni che sono stanza degli scaltri forestieri, i quali venuti in
sul bel suolo hanno saputo arricchirsi col sudore del povero che
lasciò morendo un'eredità di dolore e di maledizione. La casa detta
delle _cento_ anime, a sinistra della vecchia dogana venendo di verso
la Piazzetta dei grani, era situata a metà di via San Giovanni, che a
quell'epoca non avea sfondo; strada pericolosa per le aggressioni, per
i ferimenti, per i furti, per gli stupri, che negli oscuri
pianerottoli delle sue case sporche e povere potevano impunemente
commettersi. La casa delle cento anime doveva in breve rimanere
deserta, sì; poichè il chólera, introdottosi colà, era venuto a
mietere la vita di tutti quei miseri abitanti dal primo fino
all'ultimo. Morti e moribondi, privi di conforto in quel trambusto di
ammalati e di tali che assaliva il morbo, giacevano sull'istessa
paglia. Gemiti, urli, maledizioni rendevano quel luogo un inferno in
terra che dava un'idea di quello dell'altra vita. Molti e molti quadri
simili a quello che ho cercato di descrivere offrirebbero la scena
eguale a quella ch'io debbo narrare, ed il farei, se raddoppiare
potessi le scene di sensibilità e disinteresse, quando nol fossero
d'infamia, di cupidigia ad un tempo. Però da uno dei quadri potremo
averli tutti per dipinti, poichè l'imaginazione, primo dono di Dio,
crea imitando. Nel casone delle cento anime all'ultimo piano, cioè
dopo il sesto, è una soffitta composta di una sola stanza, il cui
focolare strettissimo è al pari del solaio. A metà della cappa del
camino si trova un'apertura, larga un quarto di braccio, lunga
altrettanto, che dà la luce a quell'abituro; il quale è ad un tempo
cucina, camera e salotto, mentre ha appena sei braccia di lunghezza e
quattro di larghezza. Quell'abituro, posto sovra i tetti, non ha
veduta, è privo del palco, che coprono poche tegole sconnesse, e viene
spesso inondato nelle grandi cadute della pioggia. Il mobiliare che
andiamo a descrivere sta pur troppo in armonia colla bruttezza di quel
locale: un saccone ripieno di foglie di granturco giace sull'umido
pavimento nell'angolo opposto al camino. Accanto a quello stanno una
brocca di coccio, una sedia rotta e spagliata, un candeliere di legno
con una candela di sevo, due o tre tondini, una scodella di legno, una
pignatta. Presso al focolare, una tavola fissa nel muro e mezzo
tarlata, ha sopra una saliera, due forchette di ferro, un bicchiere di
vetro ed una piccola boccetta di olio, un fascetto di erbaggi e un
pane nero. Accanto al letto dal lato della porta è un piccolo baule, e
sopra quello un liuto ed alcune carte da musica. Sovra il letto è una
coperta a colori, e ciò che fa contrasto col rimanente è la nitidezza
del lenzuolo. Poche paia di scarpe, un tempo di forma elegante,
veggonsi poste ad asciuttare accanto al fuoco.

Sul pagliariccio giace una giovane donna nel fior dell'età, di vago
aspetto, la quale mezzo sollevata sulla persona tiene coperto da uno
scialle il dorso appoggiato alla nuda parete. Ai suoi piedi su di un
piccolo materassino è il giaciglio di un giovanetto di cui primavera
infiora le gote, biondissimo e bello; il quale fa ad alta voce questa
preghiera diretta alla imagine della Vergine affissa a capo del letto.

--O voi gran madre degli sventurati, che tanto soffriste quaggiù, che
tanto amaste il Figlio vostro, deh! soccorrete mia madre.--

La donna per la cui salvezza pregava il tenero figlio era immersa nel
delirio più atroce; il terribile malore che l'aveva côlta era nel suo
maggior vigore.

--Regina degli angioli, proseguiva il fanciullo, ella muore senza
soccorso! Io non ho nessuno che vada a cercare un aiuto: se esco,
quando ritornerò, la troverò morta.

--Eccolo, eccolo; torna, torna: urlò la donna; è trovato.

--Chi mai? disse il fanciullo.

--Tuo padre.--E cadde supina.

--È morta! gridò il giovanetto gettandosi a corpo perduto su quella
misera, che nell'eccesso dello spasimo era caduta quasi esanime. Ei
l'abbracciava pur pregando con queste parole il divino aiuto:--Madre
santissima, soccorrete la moribonda mia genitrice.--E mescolava i
singhiozzi alla preghiera.--Essa palpita ancora: deh! voi che
portaste nel seno il Creatore del mondo, abbiate pietà.--

La donna si alzò, i suoi occhi brillarono d'insolita luce, il suo
aspetto parve sereno, cessati i suoi spasimi.

--Figlio, figlio! esclamò, e coprì di baci la bionda capellatura del
fanciullo. Sei qui? non mi hai abbandonato?

--No, madre mia: gran Dio! avrei avuto forse la grazia più completa?
cesseremmo noi di ritrarre dalla sua infelicità il misero
sostentamento? Potrò io allora lasciarla senza timore che si anneghi o
si uccida, ed andare a lavorare per lei? O gran Madre di Dio, grazie,
grazie! me l'avete salvata; ella tornerà in vita e sarà ragionevole.--

I cieli si aprirono, sì, certo, si aprirono ad una preghiera sì
fervente, sì pura. La donna, vinta la crisi violenta del malore, ne
risentia tal possente scossa che di un tratto le faceva ricuperare la
ragione per tanti anni smarrita. Il tenero figlio aveva,
nell'accertarsi di tanta verità, veduto come gli occhi della divina
imagine avevano tramandato sì vivi raggi che tutta ne era stata
illuminata la cameretta, la quale parve convertirsi in una parte di
paradiso. Il fanciullo cadde genuflesso, e quando si alzò dall'estasi
beata, la madre, già sana di mente, dal cielo istesso guarita, era in
grado di reggersi sopra di sè, di prodigare tali carezze al suo nato
quali mai non aveva potuto durante i tredici anni della di lui vita,
sebbene nei gravi accessi di follia ella lo avesse accarezzato
sovente.

Queste scene avvennero nella soffitta, mentre là solo aveva fatto
grazia la morte, così volendo Iddio.

Ma il giovanetto e la donna dovevano appena aver tempo di gustare
della dolce soddisfazione di così segnalato prodigio. Un uomo di età
matura, sprezzando la morte e calpestando i cadaveri degli appestati,
si era precipitato nella stanza senza neppure annunziarsi; costui non
credeva nel chólera, cioè riteneva assai potenti gli antidoti di che
si profumava le vesti, per andar sicuro fra i moribondi ed i morti.
Costui era il proprietario di quella casa.

--Ebbene, entrando gridò, maledetta canaglia, non è ancor giunto il
tempo di pagarmi della carità che vi ho usata? fuori, canaglia, fuori
le cinque lire di pigione.

La donna lo guardò stupida e disse:--Ah signore!

--Per pietà, esclamò il giovanetto afferrando quell'uomo per le vesti,
per pietà lasciateci respirare, noi abbiamo ricevuta una grazia dalla
Madonna; ce ne farà un altra, e vi pagheremo.

--Eh! monello, gridò nuovamente quell'uomo, tu mi burli, pezzo di
ladroncello, di vagabondo, di cantastorie; fino a che tua madre
cantava, io ci credevo, ma ora che so esser moribonda, voglio esser
pagato.

--Tigre! gli urlò la donna, abbi pietà di questo ragazzo!

--Ah! ah! sei donna e basta; morrai, sta bene: ed io non voglio conti
coi morti; qua i denari, e si mise per saltare alla vita della donna.
Qua i denari, so che gli avete accattati; malandrini, qua.

--Mio Dio! urlò il giovane, mia madre tornerà pazza.

--Meglio così, riprese l'uomo infamemente ridendo, canterà meglio. Ma
che vedo? un anello? ah! un anello d'oro? l'avrai rubato; qua
quell'anello, e vi ci tengo un mese di più.

--Giammai, giammai! urlò la donna come immersa in un orribile furore.
Giammai, la vita.... ahi! sì prima la vita.--

E tentò di respingere il violento.

Il fanciullo si provò anch'esso a trattenere l'iniquo; ma colui,
cupido di quel pezzo di oro che vedeva brillare in dito a quella
sventurata, nulla curando di lottare contro una specie di cadavere,
raddoppiò la sua lena e violentemente con un piede percosso nel volto
ed atterrato il giovane, era per commettere l'infame furto, e chi sa
se di quel solo delitto sarebbesi appagato un uomo sì brutale? poichè
la donna, come dicemmo, era bellissima. Presso a quello era un altro
casamento pieno di morti e moribondi. Chi lo avrebbe veduto? chi?
Iddio, e Dio lo vide e protesse la donna e l'orfano: in quell'istante
un lugubre passo si udì vicino; entrò nella stanza un medico fiscale e
alcuni della compagnia della Misericordia.

--Al Lazzeretto, al Lazzeretto! gridò il medico vedendo su quel
giaciglio il giovanetto in ginocchio, il fiero uomo ritto e la misera
donna svenuta. Al Lazzeretto! continuò, e gl'incappati si disposero ad
obbedire.

--Ah! no.... salvateci piuttosto da questo mostro! urlò il giovanetto.
Ah! Madonna, ecco un'altra grazia. Che fate voi? mia madre è guarita,
riprese vedendo che i fratelli della Misericordia si facevano a
prendere per le braccia la donna svenuta, è guarita, le ha fatto la
grazia la Madonna, non c'intendete? eccola lì (ed additò la santa
imagine), ed io son sano.

--Buon fanciullo, dissegli il dottore commosso dalla tenera fisionomia
e dall'accento del giovinetto, lascia, lascia che portiamo via la tua
mamma; poveretta! ella sarà guarita, sì, ma qui poi morrebbe di stento
e di miseria, di patimenti, di freddo e di fame.--

Il fanciullo vedendo che già quegli uomini incappati si erano tolti in
braccio la cara sua mamma, fatto un gesto di fiducia nella beata
Vergine,

--Ebbene, disse rassegnato, sia così, ma io non posso lasciarla.

--Figliuol mio, aveva risposto il dottore, e dove possiam noi condurti
se sei sano?

--Ebbene ammalerò qui; sento stringermi il capo come in un cerchio di
ferro rovente; desidero, sì, desidero di esser malato, almeno per
seguire la mamma: la Madonna che mi ha fatto due grazie (e qui il caro
giovanetto alludeva a quella comparsa della compagnia della
Misericordia che aveva salvato la mamma dai rapaci artigli di quel
crudele e disumano creditore che volea derubare l'infelice moribonda)
e mi farà anco la terza.--

Il dottore, commosso fino all'estremo:--E non ti farà paura stare nel
Lazzeretto fra tanti malati, in mezzo a tante morti?

--Buon Dio! e qui non è peggio? sclamò il fanciullo accennando la
miserissima stanza; e poi colla mamma starò bene dappertutto.--

Il dottore, onde compiacere il fanciullo e per dare al pio suo
desiderio una favorevole risoluzione, toccò le tempie ed il polso di
quell'amabile creatura, e quindi, diretta agl'incappati la parola,

--Signori, disse, questo fanciullo ha il polso quasi febbrile; sarà
dunque prudenza condurlo al Lazzeretto con sua madre; d'altronde
lasciarlo qui è per lui morte sicura.

Il fanciullo trasalì dalla gioia: madre e figlio furono messi in una
stessa barella e trasportati al Lazzeretto di San Iacopo: partita che
fu la prima barella, gl'incappati erano per uscire.

Quell'inumano creditore, cui essi avevano impedito la più orribile
violenza, per tutto il tempo di questa lugubre scena si era appoggiato
al muro, dando segno della sua fredda indifferenza col tenere le
braccia incrociate sul petto.

--Signor Basilio! sclamò il dottore; ovunque è miseria la di lei
ottima persona trovasi presente; ah! ella è proprio il genio della
beneficenza!--

L'uomo non rispondeva.

--Signor Basilio degnissimo, continuò il medico, non mi sorprende
trovarlo in luogo ove la sua solida pietà e religione trova pascolo a
confortare gl'infelici; ed il cielo e gli uomini le saranno larghi di
ricompense: ma mi permetta il dirle che ella si azzarda di troppo; la
sua carità le fa trascurare il pericolo maggiore. Ma non sa ella che
questa malattia è terribilmente contagiosa ed in specie nel lezzo di
simili abitazioni? non sente ella che questo tanfo, che questa puzza
insopportabile possono accrescere senza dubbio il pericolo del
contagio?--

Il signor Basilio fece come una specie di sorriso in disprezzo del
male.

--Eh! comprendo, soggiunse il dottore, la sola pietà sfida i
pericoli.... ma buon Dio! signor Basilio, che l'è mai sopraggiunto?
ella trema: che veggio mai? ella vorrebbe rispondermi, ma la
contrazione dei muscoli del mento indicherebbe un accesso di
parossismo febbrile.

--Eh! eh! eh!... non è nulla.... un effetto nervoso.--E nel proferire
queste parole il signor Basilio ansava terribilmente.

--Non si allontanino ancora, o signori, disse il dottore ad alcuni
incappati della Misericordia che erano per andarsene.

Il signor Basilio volea rispondere a questo tristo preludio, come per
confortare il dottore e confortarsi egli stesso; ma appena potè
proferire il monosillabo no.... che il suo volto, di rosso scarlatto,
divenne nero piombo; i suoi occhi s'iniettarono di sangue, la sua
lingua s'ingrossò nella bocca, sentì ardersi la faccia. In sì
terribile posizione, esso provò, non potendo parlare, di allontanarsi
per sfuggire dalle mani del dottore; ma non sì tosto muovevasi dal
muro ove era appoggiato che le gambe ricusarono di servire il suo
corpo; ei fu preso dall'orrendo vomito, uno dei sintomi del fiero
chólera e cadde al suolo privo di sensi.

--Signori, facciano il loro dovere; ecco un altro allo spedale, una
vittima della compassione. E gl'incappati, preso il signor Basilio che
la collera di Dio aveva finalmente colpito, lo recarono al Lazzeretto,
ove lo avevano preceduto le due care creature.

Il Lazzeretto, in cui la polizia sanitaria aveva decretato doversi
trasportare gl'infetti dal chólera, era un fabbricato assai vasto
situato fra il così allora detto Mulinaccio e la chiesa di San Iacopo.
Alcune palizzate o lunghi cancellati di legno tinto di nero lo
accerchiavano, e le vicinanze istesse di quel luogo di pietà e di
dolore ne indicavano con caratteristici segni tutto il tetro. Da lungi
si vedevano alti fumacchi neri e cerulei salir verso il cielo,
prodotti dalla combustione di letti marciti dai malati e di vesti
avanzate ai morti, di masserizie sospette di contagio. Un silenzio
lugubre regnava nell'interno, ed il timido viandante non avrebbe osato
avvicinarsi a quelle temute barriere per tutto l'oro del mondo. Dalle
finestre uscivano vapori di zolfo e d'altre materie adatte a
disinfettare l'aere, vapori che, mescolandosi col fumo delle robe dei
defunti, arse in vari punti del prato da cui era circondato lo
stabilimento ed a quello di veri camini, giunti a certa altezza dal
suolo, si coagulavano in una eterna nuvola che pareva formare un
funebre baldacchino sopra quel luogo di dolore. Accenti di lamento dei
malati, urli strazianti dei moribondi, voci di tanti e tanti guardiani
e medici ed inservienti che qua e là accorrevano, chi per assistere un
moriente, chi per medicare un ammalato, chi per togliere dal letto un
morto, facevano un cupo e confuso mormorio che da lontano assomigliava
al fiotto di un mare in burrasca. Soprintendeva a quel luogo un
ufficial militare, onde stretta e severa ne fosse la disciplina,
inquantochè ogni subalterno dovea rigorosamente obbedire agli ordini
ricevuti senza farvi osservazioni, senza dilazione, senza mormorare,
con fedeltà e con puntualità; ed in fatti, privo di questo severo
disciplinare reggimento, come avrebbe potuto governarsi quel luogo,
ove la confusione era pronta sempre a scaturire da ogni parte? Ed
infatti colà abbisognava porgere agli ammalati a tutte le ore medicine
di ogni sorta ed a seconda del grado del malore; trasportare i
cadaveri e svestirli a tutte le ore; assistere i convalescenti,
rinviare i sanati, il cui numero in specie nei primi tempi era sì raro
che a tutti coloro che si trasportavano in quel locale funesto
dicevasi per sempre addio. Conveniva riparare ai furti che nel
trambusto avrebbero potuto commettersi a danno degli impiegati e degli
ammalati e delle famiglie degli estinti; conveniva impedire scandali e
delitti carnali fra persone di sesso diverso: era questo un caos
novello che bisognava ordinare. La vigile sapienza del governo seppe
por gli occhi sopra un ufficiale militare, il quale intrepidamente
accettò il periglioso incarico: e siagli qui reso eterno e pubblico
tributo di lode e di riconoscenza; imperocchè, oltre le immense
difficoltà dell'ufficio, le fatiche egualmente grandi, più di quello
v'era il pericolo sempre minaccioso di essere colpito dal contagio, e
conveniva trovare un uomo che per virtù e per amor dei suoi simili
mettesse in non cale la propria vita; imperocchè era un rinchiudersi
fra quelle mura con la morte sempre pronta a vibrare la falce
micidiale; faceva duopo di una vera e completa abnegazione di sè
stesso, e bisognava avere un cuore di tempra adamantina per reggere a
tanti colpi sulla sensibilità fisica e morale. Quest'uomo che sul
campo di battaglia aveva mietuto allori e sprezzata la morte erasi
accinto a sfidare la stessa terribile nemica dei viventi in campo
chiuso, cioè nel Lazzeretto.

Erano le ore cinque di sera quando il cancello fu schiuso aggirandosi
sopra i cardini, e il funebre convoglio accompagnava una lettiga su di
un carro a due ruote tutto coperto di drappo nero e di stoffa
incerata; il legno veniva tirato da un solo cavallo. Il vettore era
esso pure vestito di tela nera; perfino i guanti erano dello stesso
drappo; sul sellino del cavallo attaccato alla funebre vettura stava
un campanello e sventolava una bandiera bianca e nera; il suono del
campanello era procurato all'effetto che i sani i quali per la via lo
sentivano si allontanassero il più presto possibile, onde evitare che
i miasmi funesti i quali partivansi dalle vetture ripiene d'infetti
propagassero il morbo. Per maggior precauzione a tutela della sanità,
due o tre soldati scortavano la vettura stessa, allontanando da quella
chi o non avesse inteso il suono della squilla o avesse creduto
sprezzare il pericolo. Due inservienti dello spedale, aventi a
tracollo una specie di stola indicatrice della loro qualità e armati
di bastone a punta, terminavano il corteggio lugubre. Essi erano
coloro che avevano nella vettura rinchiusi gli ammalati, che di quella
li toglievano per affidarli all'altra consimile guardia detta di
sanità, la quale aveva l'altro incarico di trasportare nelle cellette
del Lazzeretto coloro fra i rinchiusi nella vettura che erano malati,
e alla stanza mortuaria coloro che, troppo aggravati dal male, fossero
periti nel fare il tragitto.

Oltre quel Lazzeretto che testè abbiamo descritto, anche altro luogo
era destinato al ricovero degli infetti quando il primo era troppo
ripieno, ed era la moderna chiesa di San Paolo, posta sull'antico
spalto e che allora non era sacrata. Una pietra sulla porta maggiore
ricorda e ricorderà ai fedeli come prima che al sacro uso venuto fosse
quell'edifizio l'aveva già l'umanità consacrato a benefizio della
languente progenie di Adamo.

La città pareva deserta: tutte le botteghe chiuse rendevanla pari ad
una città dissotterrata dopo tanti secoli e restituita alla luce, i
cui fabbricati più non contassero abitatori; ed oltre le botteghe, non
una finestra aperta con qualche viso confortante affacciato. Coloro
cui le convenienze non permisero di emigrare nelle vicine campagne e
città per fuggire il morbo desolatore in traccia di aere salubre e
confortante, si erano rinchiusi rigorosamente nell'interno di loro
abitazione, segregandosi dagli altri viventi e ricevendo da quei di
fuori le vettovaglie per mezzo di corda incatramata, per sospetto
sempre d'infezione: e queste vettovaglie accuratamente purgavano pria
di toccarle, tanto era il riguardo e la paura, servendosi dei cortili
per calar giù dei panieri ed altri recipienti. Ed appena i più divoti
si azzardavano ad uscire per girne ai sacri uffizi; e questi pochi li
avreste veduti tenersi per le vie e nel tempio a grandi distanze fra
loro per non urtare veste con veste, dappoichè il solo tatto poteva
essere veicolo di morte. Anche dalla città si levavano in alto colonne
a spirale di fumo o per masserizie e vesti abbruciate, o per suffumigi
di zolfo e di bitume, i quali poi rannodandosi formavano un nuvolone
nero galleggiante per l'aere ed equilibrato, tenentesi fisso sovra la
città quasi gigantesco ombrello. Il che aumentava la tetraggine di chi
dall'alto dei vicini colli vedeva là quel vapore denso che, unito
all'aere affannoso, dava una tinta lugubre alla città stessa e ne
rivelava le dure calamità; e quei miseri che stavan là dentro
trepidanti per la loro vita e per quella dei cari, volgendo l'occhio
al cielo e vedendolo tinto di funebre velo, più e più si scoravano,
quasi che il cielo coperto di un panno mortuario dicesse a note di
terrore: _Per ora è morte, e tutti morrete, così volendo Iddio
sdegnato._

In quel doloroso periodo di comune dolore, gli uomini sentirono
veramente il palpito di fratello che lor rivela esser tutti nati di un
istesso sangue: e perciò mille e mille grandi esempi di carità, di
amore, di abnegazione di sè stessi offrirono quei giorni di
tribolazione; ricchezze non curate, nobiltà che scese a stender la
superba mano al povero; povero che, obliando gli insulti del ricco,
gli fu largo di aiuti che con l'oro avrebbero potuto pagarsi; là
l'ammirabile e filantropica società della Misericordia, degna
sentendosi della sua generosa divisa, operò tanti e tali eroici tratti
di cittadina virtù che bene avrebbe meritato ad ognuno dei fratelli
quella corona di quercia che gli antichi Romani solevano imporre ai
cittadini che un cittadino salvavano. La compagnia della Misericordia
imitò le altre consorelle d'Italia, in ispecie nelle orribili
pestilenze de' secoli scorsi, tanto fu benemerita della umanità. E se
in mezzo a tanta espansione di affetti generosi qualche indegno del
nome di uomo si macchiò di delitti.... deh! non turbi il bel quadro
delle eroiche di lei azioni tal ricordanza. Noi vedremo che il Nume
seppe coglierlo sul fatto. Ed invero la vettura funebre che, siccome
narrammo, alle ore cinque entrava nel Lazzeretto, vi conduceva
l'infame signor Basilio sul doloroso letto di morte.




CAPITOLO XIX.

La capanna dello zio Neri.


Prima che facciamo ad introdurci nel locale doloroso in cui abbiamo
veduto trasportare la misera cantatrice di storie ed il suo
pargoletto, e rinchiudere il signor Basilio, ne fa duopo ritornare
molti anni addietro, cioè a quel punto del nostro racconto in cui con
tanta sorpresa e rammarico delle reverende madri priora e camarlinga
di Santa Chiara, disparve da quell'asilo di pace la sventurata
Esmeralda.

Quella entusiasta giovane, che improvvisa mania colpiva nella mente,
alla quale peraltro gradatamente avevanla preparata lo strano modo di
sentire e quel darsi alla vita della selvaggia in un mondo
civilizzato, stava, come sappiamo, trattenuta nel convento senza
sapere ove fosse, credendosi in riva ad un porto di mare e pronta a
salire su di un naviglio che recassela in America alla rediviva sua
madre. La fisionomia delle donne velate di nero che circondavanla, la
ristrettezza della cella, il suono dell'organo, le voci femminili ed
acute delle monache producevano nella sua mente una di quelle
confusioni che ella non poteva e non sapeva spiegare, ma che pur
troppo dovevano rendere più intensa quella passeggera aberrazione
mentale che il discorso di padre Gonsalvo nell'osteria dei Tre Mori in
un momento di eccitazione ed il colloquio col suo amante avevano fatta
improvvisamente nascere.

Se il buon religioso avesse creduto che tanto sinistro effetto
avessero a produrre in quella giovane le sue parole, oh! chi sa se le
avrebbe proferite? Ed infatti una delle più crucciose rimembranze che
angosciassero quel venerando, laggiù nel fondo dell'Indostan era
quella del giorno torbido e fatale 17 febbraio 1821, in cui aveva
sottratta la giovane al suo amatore. Ma chi mai può prevedere gli
eventi? una delle cause più energiche che avesse preparato il tristo
effetto della demenza della infelice fu quella di accorgersi di avere
fecondo il seno. Avvezza a disprezzare là nei deserti dell'America un
avvenimento che, a senso di quella selvaggia sua semplice vita, non
aveva in sè vergogna; purchè rilevasse da affetto verso un sol uomo, e
che quest'uomo fosse l'unico amante, ella non pensava che in Europa e
nella moderna civiltà si giudica ben altrimenti. Ma un senso di dolore
nel riflettere che la frenesia da cui sentivasi posseduta verso la
causa di un fallace risorgimento, e da cui pure era invaso il suo
amante Alfredo per la felicità della patria, potevano portare entrambi
i giovani insieme sul patibolo, avevala scossa terribilmente, pensando
di dovere salirvi o incinta o madre di fresco. Il crudele contrasto
fra il dovere di cittadina e l'amore di madre, amore che voleva
soffocare per vincere nella ardua palestra, avevale acceso il sangue.

Trovatasi al convento, ella s'imaginò di esser già stata giustiziata e
di aver perduta la vita sul palco e di trovarsi in luogo di
beatitudine eterna, a ciò suadendola le pie voci delle monache e la
melodia dell'organo. Esmeralda, dai deserti dell'Ohio passata alle
popolose città di Europa, ingolfata fra le turbe cospiratrici, immersa
nei piaceri di una vita turbolenta e variata, internata dei discorsi e
delle aringhe esaltate ed esagerate, non aveva la menoma idea di un
convento, e quella pace di esso e quella maestosità dei sacri riti,
non vi ha dubbio, doveva aver penetrato nell'anima della giovane,
sebbene la sua ragione fosse smarrita.

Credutasi in cielo, la sua anima agitata parea acquietarsi; ma
nell'interno bolliva più fiera la tempesta. In un momento di delirio
più forte le venne in mente il figlio di cui era incinta: credè di
averlo lasciato nel mondo, e sebbene ormai si credesse puro spirito,
l'amor del figlio la riconducea alla terra; e la terra essere le parea
quel giardino fioritissimo sul quale dava la finestra della sua cella,
la quale era ben poco elevata dal suolo, ed ella nell'idea di avere le
ali, giù si cacciò a precipizio. Ma avvegnachè fosse nei decreti della
provvidenza che non dovesse risentirne danno veruno, sotto appunto la
finestrella l'ortolano aveva trasportato per avventura una quantità
considerevole di paglia per foraggio delle giumente e delle capre ad
uso del convento, ed Esmeralda si rialzò subito e messesi a cercare
per tutto il vasto giardino. Delusa nelle sue ricerche, incontrò la
porta, che l'ortolano medesimo per disgrazia aveva lasciata aperta;
uscita senza saper dove andava, errò per l'alta notte illuminata dalla
luna, fino a che trovossi sopra di una sponda dell'Arno; curvatasi per
vedere laggiù, scôrse la propria imagine riflettuta dalle acque
limpide del fiume, e siccome l'onde movendo verso la foce facean
vacillare l'imagine che parea fuggire sull'acqua,--Ah! ah! non mi
fuggire, cattivello, esclamò la misera pazza; e non sai che io son tua
madre e che quando ti avrò acchiappato torneremo insieme al
paradiso?--Disse e di un lancio si gettò nell'acqua profonda. Non più
vedendo l'imagine, ella, vigorosamente nuotando, nel che era
espertissima, e seguendo la corrente, in breve fu verso lo sbocco del
fiume nel mare; ma il lungo digiuno che ella aveva fatto in quel dì,
in cui più che mai aveva farneticato, lo stato morboso in cui erano le
sue fibre, il gelo dell'acque che avevanle inzuppato tutti i panni,
fecero sì che prima di arrivare allo sbocco del mare ella aveva
completamente perduto i sensi e come corpo morto seguitava la
corrente, quando uno dei molti arbusti che scorgonsi sulla destra di
quel fiume essendosi intricato nelle vesti, rattenne quel corpo quasi
esanime. Volle fortuna che presso a quello si trovasse un tal Neri,
vecchio pescatore e cacciatore ad un tempo; il quale da molti e molti
anni passava la vita dentro ad un barchetto a pescare ed a cacciare
gli uccelli acquatici: e sulla prossima riva estrema a confine degli
spessi boschi di San Rossore, luogo tutto selvaggio e tutto pineti ed
arbusti intricati fra loro, stanza favorita di daini, di cinghiali e
di caprioli, il vecchio Neri teneva una capanna di cui la moglie
avanzata in età era l'altra abitatrice. Neri, sentendo l'acqua
rimulinare intorno al barchetto, nel quale quella notte era anche la
moglie che accomodava alcune reti, voltossi a lei:

--Ohe, Teresa, le disse, guarda un po' quaggiù fra i salci; ci ha da
essere qualche ingombro: l'acqua rimulina sotto il barchetto e lo fa
girare intorno al palo (poichè il barchetto di Neri era legato ad un
palo o remo confitto nell'alveo del fiume); se è così, è inutile
gettar la lenza.--

Teresa ubbidì e, tratto fuori del barchetto un lanternino, si mise a
sbilucciare verso i salci indicatile.

--Oh Madonna santa di sotto gli organi! gridò la vecchierella, altro
che ingombro, è una donna affogata.--

Neri a tal voce lasciò andare la lenza nel fiume ed esso pure gridò:

--Perdinci! potrebbe essere non anco affogata; in questo caso è dovere
di cristiano aiutarla; e se mai è morta, sarà quello che Dio vuole.--

Neri accompagnò le parole coi fatti (e sappiate, lettori carissimi,
che Neri era livornese e livornese schietto, un tôcco di cuore, non
potete imaginarvelo, ignorante, ma cristiano, che tutta la vita aveva
passato a bocca d'Arno fino dall'infanzia): fatto girare il battello,
l'accostò alle sponde e, tiratosi i calzoni fino sopra al ginocchio,
cavatesi le scarpe, si calò nell'acqua, che presso la riva aveva basso
fondo; amorosamente raccolta la Esmeralda, la pose nel suo barchetto,
mentre la buona vecchierella gli faceva lume dalla sponda del
medesimo. Siccome uomo di forza erculea, presa nelle braccia la misera
giovane come noi faremmo di un bambino, leggiermente inchinò la testa
di essa verso il suolo onde rigettasse quell'acqua che potesse avere
ingoiata. Ma ben poca ne aveva trangugiata Esmeralda, perchè, sebbene
svenuta, era stata sempre a fior d'acqua; imperocchè le larghe sue
vesti le avevano servito come di sostegno. Fatta questa operazione, la
donna, posta sopra il cuore della giovane una mano e sentito che
batteva, disse:

--Caspita! questo non è luogo per noi, andiamo in capanna, caro Neri;
questa ragazza non è morta, è svenuta, e va subito slacciata e messa a
letto.--

Il pescatore comprese che la moglie aveva ragione; e perciò, saltato
sulla riva, condusse attraverso i salci, i giunchi e la bassa pineta,
la derelitta alla propria capanna, che stava ad un quarto di miglio
dalla riva ed in luogo così inospito che le selve del fiume Ohio non
avevano a perderne. Giunti colà, i coniugi intesero a mille cure verso
la sfortunata, che, rinfrancata da una quantità di rhum che il
pescatore volle cacciarle per la gola, sbrogliata dei panni e
collocata nel letto di quei sessagenari sposi, riprese in breve i
sensi e la vita.

--Ah! te l'ho detto tante volte, ed ora te lo ripeto, esclamò Neri
fregandosi per gran sodisfazione le palme; il mio rhum è un liquore
miracoloso, ha fatto e farà sempre prodigi: viva il contrabbando;
senza di questo il povero pescatore sarebbe costretto a bere
dell'acquerello o del cognac.

--Eh giusto! sempre col tuo rhum di contrabbando; mi hai stonate le
orecchie: è stata prima la Madonna di sotto gli organi e poi questo
letto caldo.

--Ah! in quanto alla Madonna sta benissimo, io non contrasto, poichè
senza il di lei patrocinio nè anche il rhum potrebbe aver fatto bene;
ma quanto al letto, ci vuol altro che pannicelli caldi.--

Il marito e la moglie ebbero un piccolo ed innocente diverbio,
mentrechè Esmeralda aveva preso un placido sonno. Finalmente, dopo
aver egli vantato i pregi infiniti del suo rhum, la donna quei del suo
letto caldo, terminavano per pacificarsi, dicendo Teresa:

--Dimmi un po', Neri, e chi sarà questa giovane?

--Oh bella! rispose il pescatore, sarà chi sarà; sarà una donna e te
lo dirà ella stessa, se le pare dimani; caspita! non son mica l'oste
delle Tre Donzelle che dimanda il passaporto ai forestieri che
arrivano. Ma bando alle inutili chiacchiere: sono contento di aver
fatto un'azione da galantuomo; questa però non deve impedirmi di
badare al mio interesse. È quasi l'alba; io ritorno al barchetto: tu
sai che sul far del dì i germani fanno il ripasso; dammi l'archibuso e
tu resta qui colla padroncina, giacchè di fronte a noi è di certo una
signora.--

Neri, preso da capo del letto un fucile coll'acciarino alla fiorentina
e di canna lunghissima, fece ritorno ai barchetto.

Al mattino la Esmeralda era risorta ed in grado di ricevere le cure
della vecchia, la quale però non potè cavarle una parola di bocca
intorno all'esser suo; la buona donna, sebben curiosa come tutte le
donne, aspettò il miglior tempo e le continuò quelle attenzioni
proprie di una disinteressata persona di quel deserto.

Neri era una specie di uomo che non dipendeva da nessuno. Tanto esso
che la moglie andavano le feste alle funzioni del mattino nella chiesa
di San Piero a grado, posta dall'altra parte dell'Arno, e facevano
ritorno alla capanna ed al barchetto. Non praticavano nessuno, come
nessuno accedeva alla loro dimora, così nascosta nel bosco che anco
passandovi dappresso la non poteva scorgersi. Due volte o tre la
settimana Neri portavasi alle vicine città di Pisa o di Livorno per
vendere la cacciagione ed il pesce; questo era l'ordinario suo tenore
di vita. Quello della Teresa consisteva nel filare, nell'aiutare il
marito alla pesca ed in rassettargli la rete ed in preparargli il
frugalissimo cibo della mattina e della sera; occupazione che qualche
volta Neri, in specie le domeniche ed altre principali feste
dell'anno, faceva da sè. I due consorti vestivano panni grossolani che
da sè stessa cuciva la vecchia, e calzavano scarpe di legno coperte di
poco cuoio, nella cui fabbricazione il buon Neri era espertissimo.
Erano ormai quarant'anni che menavano quella vita patriarcale lieti e
contenti, ed il solo figlio che avevano avuto, andato alla guerra nel
1813, era morto gloriosamente sul campo. Questo era stato l'unico
dolore di Neri e Teresa, i quali, veramente religiosi e filosofi,
avevano offerto a Dio il loro immenso spasimo; dopo di che si erano
già dati pace all'epoca in cui venne da essi salvata la Esmeralda.

Passati i primi tre giorni del ristabilimento della misera, allorchè
ella cominciò a parlare, costoro si avvidero di leggieri che essa era
pazza.

--Caspita! è pazza, disse Neri con una delle sue solite esclamazioni.

--E che perciò? prese a dire Teresa, i pazzi vanno forse abbandonati?

--Non dico questo, riprese il buon uomo: dico che se mai venissero a
cercarla....

--Ah ah! se la cercano, non gliela darò certo quella creaturina; non
vedi che angelica fisionomia? ella è quieta quietissima; non usa alle
faccende, passa tutto il tempo a guardare il cielo; forse è una santa.
In ogni modo, non la renderei al certo, perchè coloro cui apparteneva
dovevano tenerne conto. Oh! oh! certo, sicuro, se non eravamo noi, era
morta; dunque? dunque la roba trovata è di chi la trova.

--Dici bene, ma se fosse fuggita dallo spedale?

--Peggio! disse la vecchia, oh là sì che non ce la rimanderei: e non
sai tu che laggiù per medicina danno le bastonate?

--Bella medicina! riprese Neri.

--Figúrati se è possibile che un cristiano guarisca a dargli le
bastonate....

--Dici bene, moglie mia, la terremo per noi; giacchè la provvidenza ci
levò il figliuolo e non ce ne dette altri, piglieremo questa.

--Bravo Neri! ora sì che ti vo' più bene di prima. Ma dimmi un poco...
mi viene un dubbio.... e se le guardie di San Rossore facessero la
spia?

--Ah! ah! ah!... mi fai crepar dal ridere, moglie cara; le guardie di
San Rossore! ah! ah! ah! e non ti ricordi le grandi lezioni che ho
dato loro io fino dalla mia giovinezza? non ti rammenti, sui primi
tempi che venni a stabilirmi qua, quante bravure volevano fare,
volevano dire, e poi non fecero nulla nè mi dissero nulla? Oh! dimmi
un po', fanno esse la spia che io caccio di contrabbando continuamente
in San Rossore, che vi ammazzo caprioli, cervi e cinghiali e che me li
porto a vendere tranquillamente a Pisa? considera se vorranno
occuparsi di una fanciulla. Non sai che cosa dicono? ed io lo so dal
mio compare oste dei Tre Mori; dicono: Eh! con quel Neri non ci si
piglia; con lui ci si ragiona male, perchè gli si parla colla voce, e
risponde con le schioppettate. Tu vedi bene che io feci ottimamente
sul principio del mio mestiere ad usare, come dicono i maestri, la
grammatica dell'archibuso. Oh! è un gran linguaggio! e come si fa
intendere in tutte le parti del mondo!--

Neri chiuse il discorso che aveva fatto tutto ad un fiato per porre le
labbra sopra un bicchiere ripieno del suo favoritissimo rhum di
contrabbando e si pose a cantarellare la strofa della canzone sua
favorita:

    Sulla poppa del mio brich,
      Buoni sigari fumando,
      Col bicchier facendo trich
      Col mio rhum di contrabbando....

canzone che un poeta gli rubò, la mise in un libretto o melodramma e
che noi poi abbiamo sentita accompagnata da scelta musica in teatro.
Oh! mirate un po' questi poeti dove si attaccano per rubare i versi:
fino quelli del povero Neri non furon salvi. Ma torniamo ad Esmeralda.

Esmeralda, divenuta nel bosco di San Rossore seconda figlia di Neri e
di Teresa, aveva naturalmente e molto presto riprese le sue abitudini
selvagge e, come in riva al gran fiume dell'America settentrionale,
era intenta alla pesca ed alla caccia ed a rassettare le reti; di più
con le fila di certe erbe palustri quasi essiccate cominciò a tessere
delle vesti alla foggia dei selvaggi americani, di cui faceva anco le
stuoie.

--Questa ragazza è un portento, diceva spesso Neri; è nata cacciatrice
e mi sorpassa nell'abilità: il mio traffico di pesca e di caccia è
raddoppiato; io faccio invidia ai miei rivali di mestiere di Stagno e
del Calambrone; e quando mi vedono, mi fanno mille smorfie dicendomi
con un risino mendace: Buon pro ti faccia, Neri; tu fai più da te solo
che noi insieme, e nell'invecchiare ti fai sempre più abile. Ed io:
Eh! che volete.... la provvidenza aiuta i galantuomini.--

Esmeralda, menochè immemore della sua passata vita, come se fosse nata
dopo il terribile giorno dello smarrimento della sua ragione, del
resto non conservava più altra foggia della sua pazzia. Mangiava,
beveva, rideva, tesseva stuoie e vesti, cacciava e pescava, e per
bizzarria, essendo da qualche tempo addivenute logore le sue vesti,
non conservava di prezioso che il medaglione vedutole al collo dalle
monache di Santa Chiara ed un anello con lastra incisa in arme
gentilizia. Ella si era tutta vestita degli abiti tessuti di giunchi
marini alla stessa maniera delle selvagge della sponda dell'Ohio. E di
quella stoffa anco Neri portava, quando era nel barchetto, la
giacchetta, trovandola comodissima.

Nei primi mesi della dimora di Esmeralda presso Neri e Teresa avvenne
ciò che doveva avvenire: ella si sgravò di un vezzoso bambino, che
Teresa raccolse colle sue mani, facendo da levatrice. I coniugi
rimasero un poco stupiti a tal faccenda, ma non ne cercarono il
mistero.

--Sarà sposa di qualcheduno, disse Teresa.

--Eh! sicuro, disse Neri sbavigliando, o vedova.

--O forse qualche briccone, profittando dello stato della sua
mente....

--Può essere, replicò laconicamente Neri, raddoppiando la dose del
rhum, cosa che egli faceva quando avveniva alcun che di straordinario
o nel barchetto o nella capanna.

--Ebbene si terrà mamma e figlio.

--Ebbene si terranno tutti e due.

--Ma.... e per battezzarlo?

--Caspita! manca acqua? riprese Neri; siamo fra l'Arno ed il mare.

--Sguaiato!... senza prete?

--Oh! è bella e trovata. Don Silvestro non vien qui forse una volta
l'anno per l'acqua benedetta? Ci verrà una volta di più in quest'anno,
perchè, caspita! dopo questo la signorina non ne farà più.

--Ma don Silvestro ci verrà?

--Ci verrà sicuro: è tanto ghiotto del cinghiale; glielo farò fra due
fuochi.

--Ma trattandosi di rito....

--Che rito e non rito?... Coi cacciatori non ci si bada; gli dirò che
l'ho trovato in un cespuglio, e che, non avendo figliuoli, adotto
questo: gli dirò... oh! non vo' confondermi; quello che gli dirò gli
dirò: oh! farà a modo mio; basta che ciò che gli chiedo non sia
peccato e sia a fin di bene. Tu quel giorno allontanerai Esmeralda,
cioè tutte e due vi rinchiuderete nel battello, ed io starò in capanna
col bimbo e con don Silvestro, e quando sentirete un archibusata
verrete a casa.--

Così fu detto e così fu fatto. Il fanciullo ebbe nome Selvaggio; certo
che nome più adatto non avrebbe potuto avere.

Il figlio di Esmeralda, sviluppatosi, era il più bel bambino del
mondo: la madre nello stato di pazzia se fu capace a nutrirlo del suo
latte, certamente non gli avrebbe potuto dare quella educazione morale
ch'è indispensabile anco ai fanciulli delle più povere classi. Di ciò
si prese cura la ottima Teresa: essa amava Selvaggio come un vero e
proprio figlio; e siccome nella sua giovinezza era stata cameriera,
sapeva discretamente leggere e scrivere e la dottrina cristiana, cose
tutte che rendevano la sua educazione e coltura molto superiore a
quella di Neri. Il fanciullo in breve apparò tutto quello che gli
insegnò la vecchia, la quale, per non infurbire il giovanetto, gli
apprese a chiamar mamma la madre, zio Neri il pescatore e zia Teresa
lei medesima. Selvaggio in breve aiutò la mamma e lo zio Neri nelle
cacce e nella pesca e nel tessere i panni pescherecci, mentre (e qui
va detto) anco lo zio Neri, avendo voluto fare sfoggio di qualche
coltura, ricordandosi di avere in sua gioventù suonato il liuto (a
quell'epoca fuor di moda), rimestati tutti i rigattieri di Livorno e
di Pisa, riuscì a trovare un tal vecchio istrumento che, alla meglio
raccomodato, pervenne a render suonabile, e ne istruì il giovanotto,
il quale fece notabili progressi. Lieta così la famigliuola giunse
all'anno 1831, epoca in cui pel povero Selvaggio incominciarono le
sventure, e per l'Esmeralda ripresero con maggior violenza.

Esmeralda ed il figlio spesse volte si aggiravano soli pel bosco, fino
al confine di quello sulla riva del mare; colà la donna farneticava
cantando storie malinconiche, ed il figlio, che era un genio per la
musica, l'accompagnava col liuto. Una sera, ahimè! madre e figlio più
non tornarono alla capanna. Il dipingere le smanie della buona Teresa
e dello zio Neri sarebbe cosa impossibile; invano si misero a girare
il bosco per tutta la notte; invano li chiamarono qua e là. L'indomani
pur troppo si apprese cosa fosse divenuto di loro: una banda di
zingari, spinta dal desiderio di fare acqua in quel luogo, vide la
madre ed il figlio che si aggiravano sul lido; il capo di essa nel
mirare le selvagge vesti dei due formò subito l'ardito progetto
d'impossessarsi di quegl'infelici, onde, traendoli seco, farli passare
pel selvaggi tratti dall'Oceania. In un attimo Esmeralda e Selvaggio
vennero circondati e rapiti dagli zingari, che, rientrati nella barca,
presero il largo in mare.

In mezzo a costoro passarono quattro lunghi anni, e spesse volte
Esmeralda, che nella sua pazzia aveva serbato il gusto per il canto,
ed il giovinetto suonatore col lucro da essi guadagnato avevano
servito al sostentamento di tutta quell'orda, colla quale a piè nudo
aveano talvolta percorso gran parte d'Italia e di Europa. Il
giovinetto Selvaggio aveva saputo resistere alle battiture ed agli
strapazzi inumani di quella barbara e mercenaria gente; ma non seppe
frenare il suo impeto giovanile quando un dì vide orribilmente
frustare la madre perchè si era ricusata di cantare e far capriole e
salti su di una pubblica piazza. Favorito dalla notte, venduto quel
gioiello che la madre teneva al collo, ei si era procacciato tanto
denaro quanto fosse occorso per fare il viaggio da Genova a Livorno.
Giunti in questa città, noi accennammo come col mezzo del canto e del
suono andassero campando la vita per effetto della pubblica
commiserazione. Oh! se Selvaggio avesse saputo che lo zio Neri e la
Teresa erano tanto vicini a loro! Ma chi mai avevagli detto che quel
luogo ove nacque fosse il bosco di San Rossore? Ignaro di quel
rifugio, ei campò la madre fino a che, sorpresa questa dal terribile
chólera, venne con esso lui trasportata al da noi mentovato
Lazzeretto.




CAPITOLO XX.

L'agonia di un empio.


La cantatrice di storie ed il figlio, che noi or conosciamo per
Esmeralda e Selvaggio, entrati che furono nel Lazzeretto, vennero
collocati l'uno accanto all'altra: sebbene il sesso fosse diverso,
pure il fanciullo aveva così teneramente scongiurato il severissimo
soprintendente che costui, a malgrado dell'abituale rigore, si era
lasciato vincere e fatto aveva un'eccezione alla regola. Ma il giorno
dopo le cose avevano mutato di aspetto. La donna aveva vinta tutta
l'ira della malattia; e sebbene fosse stata portata colà in stato
grave, e lo stento l'avesse sì terribilmente prostrata da farla parere
moribonda, il male era cessato. Ciò non sfuggì al vigile occhio del
medico di turno: costui dichiarò che la donna avrebbe potuto dopo uno
o due giorni rinviarsi perchè guarita. Ma ben altra era la situazione
del misero fanciullo: egli era soprafatto dal male in modo sì violento
che temeasi della sua vita. La infelice Esmeralda, che nel tempo
stesso di sua pazzia non aveva disconosciuto il figlio, renduta alla
ragione, sentì di amarlo oltre ogni umana idea; ma buon Dio! in qual
mai tristo momento aveva ella ricuperata la mente! in una miserissima
soffitta e nel Lazzeretto del chólera; lassù, per essere soggetta alla
tentata violenza del signor Basilio, quaggiù, per trovarsi nell'asilo
della morte e per conoscere tutta la intensità della dolorosa sua
situazione, senza mezzi, in uno spedale, presso un figlio, il suo
unico figlio, agonizzante.... senza sapere ove rivolgersi per averne
un soccorso. Ahimè! questo non era il solo suo immenso dolore; resa a
sè stessa, ella sentì il terribile vuoto dell'anima sua, sentì più
cocente l'affetto verso Alfredo, verso il padre di quella creatura ora
morente. Oltre ogni dire intollerante e bramosa di sapere le nuove di
quell'uomo che ella aveva adorato e che adorava, non aveva a chi
domandarne a chi ricorrere. Quanto tempo era che ella nol vedea?
domandava a sè stessa: per i pazzi il tempo della demenza non può
calcolarsi, cosicchè ella si trovava come se il corso di quattordici
anni fosse stato quello di un'ora, come se si fosse destata dopo aver
dormito quel lungo periodo; ma che anni ed anni dovevano esser passati
ella il comprendeva pur troppo dall'età in cui vedeva adesso quel
figlio, forse sull'orlo del sepolcro. Gran Dio! qual riflessione! che
sarà divenuto dell'amante dopo sì lungo tempo? che di Giovanni?
saranno essi vivi? e dove, se lo sono, si trovano eglino? Tutte queste
riflessioni l'avrebbero pur troppo gettata di nuovo nel disordine
della mente, se un più grande pensiero, quello del momento attuale,
quello del figlio, non l'avesse distratta dal fermarsi di troppo sugli
altri. E il pensiero del figlio era angoscioso: non solo temea di
perderlo, ma che le fosse pur anco negato di poterlo assistere nelle
ultime ore. Ma la preghiera e la fiducia in Dio la sostenne; ella
chiese di essere ammessa al cospetto dell'ufficiale soprintendente, ed
ebbe luogo tra loro una scena che rivelava i franchi modi di ambedue:
ella donna che si ricordava le selvagge sue primarie abitudini, egli
che credeva sempre dover parlare coi soldati per comandar loro di
attaccare i Cosacchi.

--Chi siete? che volete? sbrigatevi.

--Sono Esmeralda, una madre che ama.

--Il cognome? orsù....

--Artini.

--Artini? non lo conosco tal cognome, ma non importa.

--Voglio stare accanto a mio figlio per assisterlo.

--Voi non l'assisterete, non voglio.

--Ebbene, signore, uccidetemi.

--Non uccido nessuno.... e poi una donna.

--Ebbene io mi ucciderò, ne ho coraggio.

--Così va bene... le donne dovrebber esser tutte così.--

Il modo con cui Esmeralda, tolta una pistola dalla tavola
dell'ufficiale, se l'appressò all'orecchio, sorprese in tal guisa il
soprintendente che, balzato dalla sedia, fu in un attimo al braccio
della donna e distornollo dall'orecchio.

--Per la battaglia di Smolensko! voi dite davvero.

--Non ho mai mentito.

--Lo credo.

--Io al mondo non ho alcuno; lasciate, signore, che finisca i miei
giorni dopo aver chiuso gli occhi a mio figlio.--

Gli occhi di Esmeralda assunsero un'espressione di dolore, talchè
l'uffiziale ne fu penetrato.

Tanto coraggio! tanta beltà infelici! disse fra sè; ma già questo è il
solito delle cose del mondo. Indi in modo burbero ma cortese:--Ebbene
restate.--

Esmeralda trasalì dalla gioia e con calma soggiunse:

--Signore, io resterò, ma credo darovvi poco incomodo; mio figlio
starà forse qualche ora in vita, ed io domani lo seguirò nella
tomba.--Indi si allontanò.

L'uffiziale le tenne dietro lungamente cogli occhi nel corridoio in
fondo al quale era la stanza di Selvaggio ammalato; quindi dopo avere
qualche tempo passeggiato su e giù per la stanza esclamò:--Oh! per la
battaglia di Smolensko, costei ha l'anima di un granatiere della
vecchia guardia.--

Accese la sua pipa ed andò per lo spedale in traccia di coloro che
avevano portata colà la Esmeralda ed il figlio. Voglio conoscere
quest'ottima madre, fra sè borbottava, ed anzi voglio che costei resti
nello spedale a servire i malati. Una donna di quella tempra non si
trova così frequente. Per la battaglia di Smolensko! costei ha l'anima
di un granatiere della vecchia guardia.--

Intanto Esmeralda sta presso al letto del figlio; le sue mani stanno
congiunte a preghiera, e quello sguardo che essa figge al cielo
penetra le volte celesti e arriva al cospetto del Creatore dei mondi.
Il sospiro di una madre che geme sul figlio moribondo è accolto da un
coro di angioli, che lo presentano al trono di Dio. Quel sospiro fu la
vita di Selvaggio. Gli angioli tutti pregavano per Esmeralda. Il
fanciullo, che quasi era divenuto cadavere, andava riprendendo il
calor della vita; nel seno dell'afflitta madre tornava a gradi a gradi
la speranza.--Ah! se egli vive, gran Dio! se voi lo ritornate a me, io
vi offro le mie più calde speranze....--Ed era per dire:--Io
rinunzierò ad Alfredo--, ma la imprudente promessa parve che per
volere di Dio le spirasse sul labbro: poichè ella, credendo di offrire
qualche cosa di più grande ancora, tratto un gran sospiro,
continuò:--Io non apparterrò più alla setta.--Proferito questo voto,
ella diede un tenero, un indefinibile sguardo al figlio come per
volere esprimere: Ah quanto mi costi! Ma il sorriso del pari
indefinibile che il fanciullo fece al tenero sguardo della madre fu di
gran lunga più prezioso del sacrifizio.

Selvaggio migliorava a gran passi, e già nel quarto giorno dall'arrivo
allo spedale ogni pericolo era sparito. Non un giorno, non un'ora, non
un minuto Esmeralda aveva lasciato il giaciglio del dolcissimo suo
figliuolo.

Il soprintendente aveva risoluto. Esmeralda, così operosa, così ferma,
così pia nel ministero di assistere i miseri infermi della corsia ove
stava malato il figlio, veniva nominata ispettrice di quello spedale
ove avevanla portata insieme con la sua creatura. Colà aveva raccolto
abbondante frutto di benedizioni, e colà doveva ricevere la
consolazione di essere informata delle vicende corse dalle persone
tanto care alla misera donna. Nelle ultime corsie dalla parte di
settentrione di quello stabilimento giaceva in un letticciuolo un
povero e vecchio negro, cui, per la differenza del colore e per quella
ripugnanza che le persone del volgo di cui si componevano
gl'inservienti di quel luogo ben minor cura prestavasi che agli altri.
Esmeralda si appressò al letto di lui: quel negro che ella consolava
al letto di morte era quel tenero Iago che avevala veduta nascere,
quell'uomo che dopo la morte de' suoi genitori era stato un secondo
padre a lei ed a Giovanni. Il conoscersi, il rendere vive grazie a Dio
fu un punto solo; e dopochè la malattia del vecchio negro volse a un
più lieto fine, servendosi della lingua dei naturali di America, ei
palesò a colei che amava qual figlia come Giovanni fosse ritornato in
America, come Alfredo pur militasse in quel nuovo continente, ma che
ignorava il preciso luogo di sua dimora. Di più non ne sapeva il
misero vecchio; poichè, dopo la partenza del padre Gonsalvo per la
missione dell'Indie, il resto dei frati non si era gran che curato del
povero negro, e lunghi anni era stato senza pur lasciare il convento.
Ma Esmeralda si contentò di sentire almeno qualche nuova: essa aveva
un punto ove dirigersi in traccia del fratello e del padre di
Selvaggio. Il solo stato di inopia la spaventava, e lo confessò al
negro; ed il negro confortavala a farsi conoscere all'autorità od
almeno al soprintendente. La donna peraltro, che ben sapea quali
accuse pesassero pur sempre sui settari, severamente proibiva al fedel
negro di palesare a chicchessia l'esser suo. Il negro obbediva,
giurando che da quel momento, posto che Dio gli avesse reso la vita
mercè della sua cara padroncina, egli avrebbe seguito la sorte di lei
e del figlio suo. Ad Esmeralda rinacque in cuore la speranza; ella
sentiva di non esser più sola, nè parvele essere tanto lungi da coloro
che amava. Iddio le aveva mandato il povero negro.

--Padrona, le diceva Iago, ecco qui (e levava di sotto al capezzale
del letto un involto) ecco qui; questi sono quaranta scudi in oro,
altri ne ho al convento; perciò torneremo in America.

--Ah! mio Dio... mio Dio, affretta quest'istante. O Iago, io non ho
altri che te al mondo che mi possa assistere.

--Padrona... la mano, la mano.--E su v'impresse un bacio rispettoso.

Quindici giorni dopo questo dialogo, Esmeralda, Selvaggio ed Iago
uscivano dal Lazzeretto; ma, prima di uscire, la tenera giovane era
stata presente alla scena che andiamo a descrivere.

Uno dei giorni più terribili era stato quello del 31 agosto: la morte
aveva mietuto maggiori vittime; nella seconda corsia dello spedale un
uomo agonizzava.

Quest'uomo, orribilmente contratto dagli spasimi della più angosciosa
paralisia, era il signor Basilio. Una donna genuflessa da una parte
del letto ed un fanciullo prostrato dall'altra pregavano. Essi erano
Esmeralda e Selvaggio.... pregavano per il loro persecutore.

--Mamma, mamma (aveva detto Selvaggio già in convalescenza e che
girava per la corsia, aiutando nelle sue incombenze la madre),
accorrete, accorrete quaggiù: al N. 12 vi è un uomo che muore;
quell'uomo che voleva pigliarvi l'anello e cacciarci fuori della
soffitta.

--Eccomi, figliuol mio.

--Sì, mamma; il Salvatore del mondo ci ha insegnato a prestarci per i
nostri nemici. E qual più nemico nostro di questo?--Selvaggio
infelice! non sapeva tutto il male che gli aveva fatto il signor
Basilio. E madre e figlio pregavano il Dio delle misericordie; ma era
Iddio il terribile Dio dell'ira che passeggia sui fulmini e sulle
tempeste, conculca i draghi e i leoni.

Un cappuccino, posata sul letto dell'ammalato in quell'estremo la
stola, recitava le preghiere degli agonizzanti.

Negli occhi del malato stava dipinto l'inferno; esso volgevali come
carboni ardenti sulla donna e sul figlio, e con voce rauca ed
interrotta urlava:--Satanno, Satanno, non vo' morire; non vo' morire;
maledizione!...

--_Exorcizo te, spiritus immunde._

--No, urlava il malato vomitando nera schiuma dalla bocca, no, non
posso morire; il mio oro, i miei brillanti, le mie cambiali!

--_Pax tibi._--

Ma il malato, sollevandosi in furioso modo sul letto, aveva afferrato
la stola e, postasela in bocca, l'aveva messa in pezzi e tinta di
sangue. Tutti gl'inservienti, meno Esmeralda e Selvaggio, erano
fuggiti; anco il frate aveva con orrore abbandonato quel peccatore
moribondo. Il malato nell'eccesso della smania che divoravalo facea
orribili rivelazioni.

Se invece di Esmeralda e di Selvaggio, i quali soli udirono, vi
fossero state altre persone, madama Guglielmi avrebbe ricuperato il
suo palazzo, le sue gioie, Rosina sarebbe stata reintegrata nella sua
fama presso i suoi concittadini, e la infelice e sensibile Angiolina
avrebbe avuto il patrimonio del suo vero padre; ma sventuratamente non
fu così.

--Morire!... urlava diabolicamente il moribondo, morire! dopo avere
accumulate ricchezze immense, morire!... no, non voglio morire. Vieni,
vieni, inferno, tu che ho sempre invocato, tu che mi hai protetto,
opponi la tua potenza; io son tuo in carne e in anima; opponi la tua
potenza a quella celeste... qua quei sacchi d'oro, qua quei diamanti,
qua le mie belle concubine, qua tutto; voglio portare sotterra tutto
all'inferno con me. Rosina.... Rosina.... beltà sprezzante che ho
amata, che ho perduta, no, non ridere della mia morte, no; io
dall'inferno riderò di te e ti sarò spettro persecutore, ti sarò
demonio incarnato! Ma che?... no... non voglio morire.--

Mentre le più orribili imprecazioni e bestemmie venivano a mescolarsi
a tanto tremendo soliloquio, Esmeralda e Selvaggio, innocenti
creature, stavano genuflessi ai piè di quel letto di angoscia
supplicando l'Eterno di dare all'ultima ora di quell'uomo la calma per
prepararsi all'estremo viaggio per l'eternità. Seguendo l'esempio del
divino Redentore, eglino pregavano per il loro acerrimo persecutore.

Il Dio di bontà e di giustizia ascoltava quelle preghiere, e nella sua
immutabile volontà destinava il premio all'anima di quegli ingenui e
la pena pure di quell'uomo delittuoso: ma era scritto nei suoi volumi
eterni che l'uomo colpevole per quel momento dovesse vivere; ei lo
serbava a più terribili tempi.

Se gli ammiratori della condotta sociale o, piuttosto dirò,
dell'apparente condotta sociale del signor Basilio fossero stati
testimoni della sua agonia, oh quanti si sarebbero ricreduti! oh come
avrebbero veduto non doversi gli uomini misurare dalle pratiche
esteriori! e chi sa che, riflettendo come il signor Basilio non fosse
forse che una mostra di tanti suoi simili, non avessero appreso ad
esser più cauti nel dare laudi o biasimi a tanti e tanti esseri di
questo mondo?

Ma...., come io diceva, la scena aveva luogo fra tre persone:
imperocchè le orribili bestemmie del bigotto Basilio avevano fatto
allontanare tutti gl'inservienti dello spedale; e siccome le celle
circostanti erano vuote, così nessuno, oltre i due infelici, sentì
quel monologo infame.

Il signor Basilio molto disse e di troppo avrebbe detto se Esmeralda
avesse potuto penetrare il mistero delle di lui parole: ma, come
sappiamo, Esmeralda era affatto ignara della persecuzione di Rosina e
delle iniquità dal signor Basilio esercitate contro di lei; di più
ignorava anco chi fosse lo stesso signor Basilio. Quando costui cessò
dal bestemmiare ad intervalli e chiuse con maledizioni il suo
monologo, in cui parlò dell'Angiolina, che era sua figlia adulterina,
della Rosina oggetto dei suo amore iniquo e sprezzato, del pozzo del
sotterraneo, della di lei liberazione, dell'ufficiale inglese, del
furto delle gioie, cadde in profondo letargo ed in un mar di sudore.
Allora Esmeralda, dopo aver somministrata al languente una
refrigerante bevanda, fatti tornare sul luogo il frate, gl'inservienti
ed il medico, si dipartì dalla cella di colui col conforto di un'anima
buona che sa di aver compito il sacro dovere della carità.

Due giorni dopo il signor Basilio era dichiarato fuori di pericolo, ed
il contegno da lui tenuto quando assistevalo il frate fu ritenuto come
aberrazione di cervello infermo dalla malattia. Così vanno le cose del
mondo! Egli ricuperò la salute, e la fama sua di uomo pio rimase
intatta; esso fu commiserato e felicitato, ed al suo ritorno al
negozio in Livorno sentì che lo qualificavano per martire
dell'umanità, e tutti il mostravano a dito come un uomo che, per
soccorrere ad un sesto piano una famiglia languente dalla fame e dal
chólera, aveva egli stesso contratto l'orribil malore ed era stato
agli estremi di vita.

Così giudica il mondo; ma, per fortuna e sodisfazione dei buoni, noi
sappiamo che dopo il mondo v'è l'eternità, là dove la verità si scopre
dalle mani di Dio stesso.

La condotta di Esmeralda e del figlio aveva eccitata l'ammirazione di
tutti i buoni, e al partire dallo spedale del Lazzeretto essa aveva
dovuto accettare non poche limosine. Queste, la scienza del canto e
del suono e i pochi denari di Iago (licenziatosi dal convento di
Montenero) aiutarono la misera a lasciare il vecchio continente ed a
vagare per il nuovo in traccia dell'amante suo e padre del proprio
figlio: e noi già vedemmo come miracolosamente capitasse fra le
braccia di Rosina e di Giovanni. Or noi ricondurremo il lettore
all'isola della Barbada, un solo mese dopo quel felice incontro,
dappoichè il nostro cuore sente il bisogno di passare a descrivere
scena più dolce di quella precedente.

Le campane della chiesa maggiore della Barbada suonavano a festa, e le
artiglierie del forte tuonavano in segno di gioia: tutti gli alberi
dei navigli posti in rada erano carichi di cento diverse bandiere; il
tripudio degli abitatori di quell'isola era al colmo. Aveva luogo una
festa nuziale ed il più venerabile ecclesiastico parato di abiti
pontificali aveva data la benedizione agli sposi!

Chi erano essi? il cuore ce lo dice, e quando non cel dicesse, lo
apprenderemmo sentendo questo dialogo che in linguaggio indiano (quale
noi tradurremo) tenevano presso il parco della residenza del
governatore un vecchio negro e due ancelle di servizio di Rosina.

--Gran bella festa! mio buon Iago, diceva la più adulta delle femmine,
cui un vago cappello di paglia di riso nascondeva per metà il volto
abbronzito dal sole dei tropici.

--Bella, sì, rispondeva il vecchio fregandosi le mani in segno di
gioia e secondo il costume dei negri battendo le palme. Per la Dio
grazia, è la seconda volta in cui ad alta voce sento il sacerdote
pronunziare: _Esmeralda Clementina Zaira Sofia figlia del signor
cavaliere Adolfo Artini conte di ****_; se non che la prima volta a
queste parole sentii aggiunger quelle di _Credis in Deum Patrem_? ed
adesso ho sentito aggiungere: Siete contenta di sposare il signor
_Alfredo Guglielmi capitano, ecc._?

--Quanto era bella l'acconciatura della sposa! riprese l'altra
fantesca.

--Quanto erano vaghi, quanto sono belli entrambi!

--E quanto hanno sofferto! ditelo a me, care fanciulle, a me che li ho
veduti nascere e li ho veduti soffrire; ma Dio è giusto, ed il giorno
del premio arriva o presto o tardi, ma arriva sicuramente.

--Ma.... a proposito.... si eran già prima segretamente sposati? prese
a dire una delle giovanette negre rivolgendosi al negro Iago.

E Iago, facendo una specie di smorfia che difficilmente potrebbe
descriversi, rispose:

--Uh uf, quanto son curiose le donne! sicuro sicurissimo, si erano
sposati segretamente; e non avete veduto il figlio loro grande e
grosso? A poco per volta anzi è quasi un mezzo uffiziale.

--Selvaggio! ma converrà dargli un altro nome.

--Oibò! per me Selvaggio è il più bel nome del mondo; è quello che più
si avvicina allo stato naturale, ed io lo cambierei volentieri con
quello d'Iago, che a quanto credo deve avermi messo un qualche
spagnuolo che sarà stato mio compare.--

Il racconto fu interrotto dall'arrivo di un personaggio a noi cognito,
ma che da lungo tempo era obliato nel nostro racconto. Tal personaggio
alla maestà del volto di un venerabil vecchio aggiungeva un'affabilità
che gli acquistava sempre più grazia; aveva affatto bianchi i pochi e
radi capelli che gli restavano; la lunga barba, pur essa bianca, gli
scendeva maestosa sul petto; un paio di occhi scintillanti come di
sacro fuoco gli brillavano sotto la fronte; ed un insieme di gravità e
di dolcezza rendevano angelico quel viso, il cui labbro aveva un
continuo nobile sorriso di benevolenza. Tal personaggio vestiva una
tunica paonazza e portava il cappello a grandi ale e piccola e rotonda
cucuzza; sul petto del vecchio sfolgorava la croce vescovile dei
missionari. Al di lui apparire, i tre interlocutori si tacquero e
trassero in disparte curvandosi per ricevere l'episcopale benedizione,
che il degno prelato non lasciò di compartire con tutta l'effusione
del cuore. Quel prelato sarebbe forse?...

Sì, miei cari lettori, quel prelato, comechè per gli anni e per le
fatiche apostoliche invecchiato, è appunto colui che vi suggerisce il
cuore, l'ottimo padre Gonsalvo, che dovere di missionario per
traslocazione di seggio dall'Indostan fece passare alle americane
isole, e da poco era giunto alla Barbada.

Il cielo aveva riunito alla perfine insieme quegli esseri che tanto si
amavano. Chi sarà che possa dipingere la loro gioia? La mattina delle
nozze, il prelato aveva toccato di volo le loro vicende, e di più egli
avrebbe voluto che nell'anima di Giovanni e di Alfredo fosse omai
spenta quella mania d'innovare. Di Esmeralda ei più non temeva;
restituita alla ragione, ella aveva affatto perduto quel fervido
carattere della sua prima giovinezza; gli altri non già, che, ahimè!
il tempo ancora non giunse di loro ravvedimento.

Il missionario diceva:

--Qui riuniti, io vi benedico, o miei cari, in nome dell'onnipotente
Signore dei cieli e del mondo: forse un sì fausto momento non si
rinnoverà mai più per me, e già sento essere anche troppa la pienezza
della mia gioia. I perversi non sono estinti, no; e sebbene un immenso
mare separi i due emisferi, il veleno dell'uomo è più sottile di
quello del più malefico serpente, esso attossica passando i mari ed i
monti. Forse a voi ch'io tenni sulle mie braccia Iddio prepara nuovi
dolori e nuovi travagli, forse la nebbia e gli oragani della sventura
si addensano sui capi innocenti di questi cari pargoletti che in
questo tempio vi ricingono, o Giovanni, Rosina, Esmeralda ed Alfredo,
simili agli angioletti che implorano su voi la celeste benedizione.
Grandi sono gli arcani del Nume, sempre e sempre adorabili e nella
sventura e nella felicità. Ma se a me ministro di Dio, ma se a me il
più vecchio di quanti oggi vi amano e vi ameranno, è lecito fare degli
augurii, io non saprei fare miglior voto di quello di vedervi per
sempre riuniti in quest'isola lungi dai rumori di un mondo da cui, fra
le innovazioni, fra le inutili cogitazioni, fra le ambagi tumultuose
della guerra e del commercio, disparvero la pace e la virtù. Pensate
troppo difficile impresa essere quella di rinnovare la faccia della
terra. Non è da tanto lo spirito dell'uomo; solo può tal miracolo lo
spirito di Dio, e noi non siamo più che uomini, quando pure la
sapienza fosse il nostro retaggio. Vivete, sì, e vivete per una
generazione di esseri novelli che qui trapianterete; scordate quegli
sfrenati desiderii che vi partoriranno, come vi partorirono, lunga
catena di sciagure. E se mai queste parole del vecchio amico vostro
oltre le orecchie non vi scendano al cuore, voglia il Dio a cui servo
non punire per voi quei pargoli a cui deste la vita. Vi benedico.--

Chiuse il sermone il buon vescovo, e niuno di quei cigli, avvezzi ai
patimenti, alle più dure vicende, ai guerreschi ludi, alle più
pertinaci avversità, sapea frenare le lacrime. Il buon pastore stesso
nel prendere dalle mani di Selvaggio vestito di bianco ed a guisa di
angelo due corone di mirto per porle sul capo di Esmeralda e di
Alfredo, nel congiungerli in matrimonio, aveva lasciato corrersi
abbondante il pianto di tenerezza sulle gote appassite. Rosina, cui
circondavano i figli, singhiozzava di gioia; e Giovanni, a malgrado di
sua abituale fierezza, sentiva in cuore un sentimento non mai provato.
Angiolina, la patetica Angiolina, guardando i nuovi coniugi, aveva
vôlto gli occhi al cielo come per dirgli: O voi Creatore
dell'universo, non avete dunque una simile gioia anco per me? Ma
posando poscia lo sguardo su Rosina, su Giovanni e sui loro figli, e
dipoi su quel vegliardo venerando, di nuovo rivolgendosi al cielo,
aveva esclamato:--Oh! sì, gran Dio! tutte le felicità che può gustare
una misera io le ho gustate in quest'istante; di più non poteva darsi
ad Angiolina.--

Di ritorno dal tempio, le due famiglie riunite si dettero in braccio
alla gioia; e lungamente strette in abbraccio fra loro Esmeralda e
Rosina si dissero, si ripeterono la loro storia, e i baci volarono e
rivolarono fra esse ed i figli che Angiolina teneva fra le braccia.

In una sala a parte peraltro Giovanni ed Alfredo si ricambiarono
queste parole:

--Hai sentito il buon vescovo?

--Sì.

--E che pensi?

--Prima morire che rinunziare al mio progetto.

--Ed io pure.--




CAPITOLO XXI.

Un astro novello.


Pochi giorni dopo Giovanni aveva mantenuta la parola data al
cognato.--Il molle ozio non è per me, più volte avevagli detto, o mio
Alfredo; ed ozio imbelle io chiamo la vita che meno. Io sperai che le
gioie purissime dell'affetto di sposo e di padre mi staccassero dal
cuore quella smania immensa che mi divora, ma no: essa vi è fissa come
uno stile acuto e mi lacera senza uccidermi. Io sento il bisogno di
ripiombarmi nei maneggi che ponno darmi una fatica; io non l'ho, cioè
non l'ho come la vorrei.

--Ma, Giovanni, tu lo sai se io divida il tuo fuoco, il tuo desio; se
al primo volger di una luce fra tante tenebre, or son pochi anni, mi
ricacciai in Europa, rividi gli amici; se tentammo: ci parve avere
ottenuto alcun che; ma ahimè! nobili ed entusiasti giovani caddero sul
patibolo o morirono nelle prigioni o nell'esiglio, ed io
miracolosamente salvato feci ritorno in America. Quanto a me, Dio mi
ha fatto ritrovare la mia Esmeralda, son marito, son padre; ciò versa
un balsamo di calma nel fervido mio cuore. Non me ne starò per altro,
se un'aura benefica disperde e dissipa le tenebre del nostro
orizzonte.

--Ed io voglio pugnare per un suolo non mio, se pel mio nol posso;
almeno snuderò un acciaro per la medesima causa: ovunque vedo
oppressi, io ritrovo fratelli.--

Giovanni lasciava la Barbada; gli subentrava Alfredo nel governo
dell'isola. L'indomito cospiratore adduceva seco il suo primogenito,
ancora imberbe, nei cimenti della gloria. America suonò di eterne
laudi al guerriero intrepido e generoso, cui l'Europa, memore di
essergli madre, decretava una spada di onore. Carico di allori, esso
dopo alcuni anni rientrava nel seno della famiglia.

--Ebbene? dopo gli affettuosi abbracci che si dettero, or ti
riposerai, dissegli Alfredo.

--Chi sa? aveva risposto laconico il cospiratore.--

Ma lasciamo nella vaga isola i nostri più cari personaggi e
riconduciamo in Europa i lettori e precisamente in Livorno; mutata
così nel fabbricato, dirò quasi anche nel costume del ceto più alto,
ma la stessa nei bisogni e nella ignoranza del popolo, il quale fa
come dicesi del mondo, cioè peggiorando invecchia.

«Ma questi salti, dirà qualche leggitore o leggitrice, sono un poco
grossi.» Al che io rispondo: faccio la parte del narratore, e
lasciatemi la facoltà di narrare a mio modo; d'altronde un romanzo non
è un libro di annali, ed anzi dovete consolarvi se mi studio ad esser
meno lungo e se più presto vi levo l'incomodo di starmi ad udire; ed
essendo poi il libro più breve, costerà meno, ed ecco contentati anco
gli avari: gli avari! e voi sapete che questa è una pianta umana che
non cessa di vegetare molto propiziamente in tutte le parti del globo.

D'altronde che avrei a dirvi d'interessante, quando la vita dei nostri
personaggi in questi anni andò là là secondo il solito, secondo il
comune andamento delle cose umane? E meglio al certo, quando sarà suo
tempo, mostrarveli di nuovo sulla scena turbinosa del mondo.

«Or via dunque affrettatevi.»

Calma, calma, lettori carissimi, chè saprete tuttociò che è giusto
sappiate; ma se io ho saltato a piè pari circa un decimo di secolo,
non voglio peraltro abbozzare il mio racconto, poichè alla fine dei
conti ho interesse anch'io che il libro vada meglio che può al suo
termine. Non crediate già per paura delle critiche: perchè sappiate
che ho sempre creduto doversi dire di loro ciò che dice il volgo della
nebbia, cioè che lasciano il tempo che trovano; ma perchè mi è grato
sodisfare alla mia coscienza col fare il libro tal quale mi son
proposto di farlo. Ma andiamo avanti, chè la disgressione è terminata.
Siamo al settembre del 1847.

Noi ricorderemo certamente che fino da ventisei anni prima, in quella
famosa osteria dei Tre Mori, disparsa adesso dal numero delle bettole,
nella serata dell'improvvisa comparsa del Caprone stavano insieme due
giovani, uno dei quali noto per il nome di Bruto, l'altro per quello
di Catone, e che altri individui di animo cogitabondo e di fama dubbia
si assidevano al medesimo desco. Or bene di quei personaggi non erano
morti che il Topo e il Cacanastri, come già vedemmo, ed il Narciso, a
cui il chólera troncò la vita piena d'imbrogli e di lenocinii. Gli
altri restavano e vivevano sani e gagliardi sebbene invecchiati; in
specie il vecchio oste e sua moglie, i quali dal ricettare robe rubate
erano divenuti negozianti, possedevano un bello stabile nella piazza
del luogo pio ed avevano maritato Concetta al giovane marinaro, il
quale aveva avuto anch'esso non poca fortuna e, fatto uomo adulto, era
divenuto proprietario di vari bastimenti che carichi di merci ed in
specie di grano veleggiavano per il Mediterraneo.

Vero è però che i nostri personaggi non avevano sempre goduta la
prosperità: infatti più volte erano stati qualche mese in prigione per
sospetto di furti, avevano avuto delle bastonate per altre
turpitudini; ma ciò non impediva che marciassero adesso in vesti assai
ricche, con catena d'oro agli orologi, avessero carrozza e servitori,
ed anzi servitori in livrea, e già già aspirassero alla nobiltà. Ciò
non faccia meraviglia: sulle mani callose e nere continuamente tenendo
dei soprafini guanti di seta e di pelle canarina, non si vedevano i
calli di esse; il parrucchiere acconciando ai signori capitano di
marina e negoziante le fedine ed i baffi, dando pomate odorose ai
capelli e pettinando elegantemente la signora Concetta e le sue figlie
(nulla importa se nate prima del matrimonio), ne era avvenuto che
sparisse da quei personaggi ogni puzza di catrame e di unto. E poi chi
in quella florida e commerciante città bada all'origine degli abitanti
suoi? se marcia in carrozza il rivenditore di stoccofissi e di
carbone? se i bettolieri hanno palazzi, ville e fattorie ove più loro
piaccia? Se antichi ed onesti commercianti hanno battuta la capata,
peggio per loro, il mondo bada al presente. Il danaro fa tutto, sono i
denari che fanno l'uomo, dice il proverbio: _Chi ha è, chi non ha non
è_, e quel che è più chi ha danari è ancora sapiente; vedi mo' che
razza di prodigi fa l'oro coniato!!! Dunque, come io vi diceva, la
signora Concetta, ora madama Concetta, ed il suo signor consorte (a
cui i commessi della casa di commercio da lui stabilita a Malta si
levano tanto di cappello) danno feste di ballo splendidissime, hanno
lacchè gallonati, nessuno si vergogna a praticarli, sono ammessi nelle
migliori società. Ed in questo la popolazione di Livorno ha progredito
come le nuove case; ciò che prima era una soffitta lurida e cimiciosa
è divenuto un palagio a cinque piani con colonnati, con finestre
gotiche ed altro e che si vede da dieci miglia lontano; ed i cenciosi
di un dì oggi camminano cogli staffieri accanto. In tanto progresso
Bruto e Catone non sono stati indietro; entrambi, per opinioni
sporcate le carceri nei decorsi anni, ne sortirono alla pulita, si
fecero avventori e clienti, e, per bacco! non sono più quei discolacci
di anni ed anni indietro; sanno fare le cose con destrezza; tengono in
mano le fila di una gran tela e, quel che è più, si sono accaparrati
il genio e la volontà della moltitudine, della quale a suo tempo
sapranno giovarsi, e lo vedremo. Ad essi la prosperità si para davanti
come una umilissima serva che spazza ben bene la camera al suo
padrone. Costoro se la ridono di quella dabbenaggine della moltitudine
che gl'incensa e dalla quale, sotto lo specioso titolo di libertà, si
propongono di levare le penne maestre, e già si beano di quell'alto
loco ove la loro ambizione è per guidarli.

In mezzo ai voli della cupida fantasia, essi hanno qualche volta
rammentato con dileggio quel buon baggiano del cospiratore Giovanni,
che faceva per gli altri e non per sè, e sghignazzando gli hanno
accordato titoli i più bizzarri che ei non seppe mai.

Mi scordava di dire che il signor Bruto è il favorito bracciere di
madama Concetta; ed è una gioia il vedere la damina, un dì bettoliera,
oggi in un superbo legno a quattro ruote ed a due bei cavalli inglesi,
con servi e cocchiere in serpa e cacciatore dietro, due o tre pellicce
o cappotte, due o tre canini pomeri seco sdraiati sui cuscini di raso
del _phaeton_, dare le occhiatine al ganzo che galoppa al fianco del
legno su cavallo arabo riccamente bardato.

Il gabinetto di studi di Bruto era affollato di ogni genere di
clienti, ed i commessi avevano un bel fare a tenerli indietro tutti; e
poi tutti volevano vedere l'oracolo del giorno, gran cosa è il tempo!
tutte queste che son cose da fare maraviglia, non lo sono tanto quanto
la meraviglia, delle maraviglie, cioè, non s'indovina alle cento, il
signor Basilio....

«Ebbene su....»

Sì, lettori carissimi, il signor Basilio, quell'uomo tutto collo
torto, era diventato un gran liberale, eh! un liberalone, e di quei
più grossi, amati leggitori! Non più stavasi romito giù nella solita
via: ma, affittata quella casetta dopo averla comperata, aveva
acquistato una vaga palazzetta proprio fuori del Casone, nel luogo il
più di chiasso e di brio, ove, circondato da scelta società, dava
serate di musica e di ballo; insomma era un vecchio alla moda: ma che
vecchio? pareva un giovanetto sui venticinque anni, con capelli
nerissimi, baffi neri.

«Anche i baffi?»

Anche i baffi, e di più aveva cessato di essere avaro, eh! Dio guardi!
il denaro, dalle sue mani usciva a pugni: aveva proprio la palma
traforata, e non figuratevi già che largheggiasse a paoli e testoni,
erano francesconi, erano doppie d'oro di buona zecca. Ora sento che mi
domanderete: «Ma come spender tanto? è vero ch'era ricco, sappiamo
come gli ha fatti, e si saranno moltiplicati e decuplati, un uomo come
lui, ma....» Eh! che volete? rispondo, avrà trovato una qualche cava
d'oro bello e coniato; o che? credete che di queste cave non ve ne
siano? ve ne sono, eh! ve ne sono delle inesauribili.

Ma se lo aveste sentito sputare di politica nel salone del bigliardo
della sua villa! nella platea del teatro Rossini! al casino di San
Marco! eh! avreste strabiliato; e, quel che è meglio, i suoi
sproloqui, per dir come dice il volgo, non li faceva mica nelle
brigate degli amici o in qualche ritirata conversazione. Eh! il signor
Basilio non aveva paura di nessuno: per lui nel caffè, al teatro, al
casino, al veglione, alla bisca, era tutt'uno; parlava alto, sputava
sentenze a bizzeffe, censurava leggi e moveva guerre, e che so io?

--Oh che coraggio! dicevano taluni nel sentirlo toccare certi
argomenti pericolosi; eppure tutti il salutano, va nelle migliori
società!

--Il cielo lo ha sempre protetto, diceva il vecchio tabaccaio che noi
già conoscemmo nei precedenti capitoli; e se egli ora parla in tono
diverso, è segno che sa di poter parlare. I tempi sono cangiati, ed
egli, che conosce come adesso possa mostrarsi, si mostra: quando era
tempo di starsene zitto, pareva un pesce. Il galantuomo fa così.--

Il mio lettore ed io conosciamo perfettamente il galantomismo del
signor Basilio; e siccome ci dispiace staccarci così presto da lui,
vogliamo passare a seguirlo nella sala da giuoco della signora
Concetta, ove è raccolto il fiore e la crema della società livornese:
e perchè qualcheduno potrebbe dubitare che nel dir crema e fiore io
esagerassi, lo prego di ascoltar meco ciò che il vecchio oste dei Tre
Mori, uno dei signori della società, dice ad un giovane francese che
venne come forestiero invitato alla festa, il quale passa in rivista
alcune delle signore ed alcuni dei signori che dalla sala da giuoco
vanno in quella del ballo, del _buffet_ e della musica.

--Ebbene, signore, chi è quella damina coll'abito di raso celeste
guarnito di fiori bianchi, col ventaglio color fuoco?

--Ah! ah! _monsieur_ (il vecchio oste dei Tre Mori divenuto paladino
aveva imparato a memoria qualche parola francese) _cette dame_, cioè
la signora, è consorte del barone Pradky, un signore polacco che hanno
fatto barone da poco in qua, e badate bene polacco proprio di Polonia,
che ha centomila scudi di rendita e riceve tutte le balle del cotone,
di seta, e che so io, le quali si vendono in Europa! Vedete, è quello
appunto che ride colla figlia del signore Armary; e questo Armary è un
sensale che, dopo aver fatto quattrini, ha aggiunto un ipsilon al suo
casato.

--E quell'altra dama grassa e piuttosto bassa che tiene in capo una
specie di turbante di velo ed è a sinistra di quel cavaliere da tre
decorazioni?

--Ah! quella è la baronessa Muleynà; è una signora tartara (per quanto
credo) che spende tesori ed è amica di un giovane maestro di musica,
il quale, di spiantato che era, un giorno sarà cavaliere, se pure non
l'hanno già fatto.

--Cavaliere del merito di qualche...?

--Sicuramente; e vi par poco merito l'aver saputo incantare un pezzo
di donna di quella fatta? Per bacco! altro che scriver note ed
assordare le orecchie dei galantuomini coi crescendo delle sinfonie a
piena orchestra!--

Il giovane francese, dopo qualche tempo e dopo avere passeggiato alcun
poco col signor De-Raudy (cognome novello del già oste dei Tre Mori),
si fermò nella maggior sala tutta contornata di specchi che
riflettevano le cento eleganti persone di ambo i sessi ivi adunate, e
non fu avaro _en passant_ di francesi sdolcinature a madama Concetta,
la quale più non puzzava di brodo di dentice, ma, esalando mille
preziosi profumi, stava ricevendo gli omaggi del forestiere e
rispondendo nel di lui idioma, giacchè in vent'anni era riuscito
passabilmente ad un povero maestro di lingua di cacciarle nella testa
quell'idioma del _bon ton_, in quella guisa con cui un ammaestratore
di pappagalli sa far dotto un perrocchetto di America. La signora
Concetta, che nelle ricchezze e nella vita dell'alta società aveva
sotto le vesti terribili stecche delle moderne fascette, mercè quel
cilizio, invece di una donna di quarantacinque anni aveva l'aria d'una
di trenta tutto al più; ma mentre in fatto di sapienza non aveva, per
dire il vero, fatto grande profitto, aveva però superato molte e molte
dame galantissime in quelle loro indispensabili smorfie; e credo che
ben poche contesse, baronesse, marchesine avrebbero potuto starle a
confronto in quelle scipite leziosaggini e svenevolezze nell'aria di
spensierataggine e di astrazione, ne' gesti così sguaiati da muover la
bile al buon senso, se pure il buon senso frequenta i luoghi ove si
compiacciono trovarsi tali persone.

--_Comment vous amusez-vous?_

--Oh! infinitamente, mia bella dama, riprese il Francese baciandole la
mano coperta dal guanto e rispondendole in pretto italiano. Ma madama
Concetta, che voleva fare spiccare la metamorfosi da cuoca in damina:

--_Parlons français, s'il vous plait. C'est la langue de la mode._

--Parla parla livornese le susurrò passandole vicino l'ex-oste dei Tre
Mori.--

Ma la Concetta s'assise mollemente sopra un sofà chermisi,
sbadatamente sdraiandosi e battendosi il ventaglio sulla mano sinistra
e trascurando l'avvertenza del padre.

--_On m'a dit que vous avez à la corvette bien de jolies dames; et
pourquoi ne les amener avec vous? je serais été bien aise de les
entretenir chez moi._

--_Ah ma belle dame! nous avons à la corvette quelques dames et des
demoiselles, que à la verité ne sont pas sans grâces, mais, bon Dieu!
quelle difference entre elles et vous!_

--_Vous badinez; je ne suis pas charmante et je me persuade bien que
ma soirée serait été bien plus passable si cettes dames eussent voulu
l'honorer._

--_Cela était impossible._

--_Et pourquoi?_

--_Il faut savoir que le deux plus âgés sont les femmes de deux
officiers anglais, et tout a fait inabimées dans (comme on dit) leur_
spleen.

--_N'en parlons plus donc; j'haïs toute sorte de melancolie: mais
pourquoi vous ne dansez pas?_

--_Puis-je avoir l'honneur de vous guider a la galope?_

--_Je ne puis me refuser, quoique assez fatiguée._

--_On joue la polka._

---_Eh bien, tant mieux! la polka est plus charmante; je viens de
danser avec monsieur le baron Jolaky, le marquis Bell'Isle,
lord_....--

Per buona fortuna dei lettori la elegante damina ex-cuoca, avendo
veduto dentro uno specchio la figura terribile di Bruto dare uno
sguardo truce al francesino, non seguitò l'elenco lunghissimo dei
signori che avevanla guidata al ballo, e lasciò di numerare le dame
alle quali avrebbe potuto esso signor francese offrire il braccio per
la danza, poichè altrimenti non basterebbe questo capitolo a
numerarle; ed infatti quella scelta società di musica e ballo detta in
termini di moda _soirée dansante_ (che sarebbe ridicolezza se dovesse
tradursi _serata che balla_) erano quasi tutte le famiglie forestiere
ed indigene comprese quelle degli ex-salumai, ex-carbonai,
ex-muratori, ex-sarti, ex-barcaiuoli, e direi quasi ex-ladri se taluno
degli insignoriti avesse certamente cessato dall'aver le mani
piuttosto lunghe.

Madama Concetta ed il signor francese si erano avviati verso la sala
ove ballavasi la polka; e nel salotto che la precedeva beveva
tranquillamente il thè il signor Bruto, cui facevano cerchio gli
amatori delle novità di ogni genere, fra cui il signor Basilio,
vecchio ganimede coi capelli neri e i baffi morati: ambedue parlavano
di affari molto interessanti. Il signor Basilio affondava molto spesso
il pollice e l'indice ora nella tabacchiera, dorata di Bruto, ora in
quella del padre della padrona di casa ex-oste dei Tre Mori, che era
tutta d'oro tempestata di brillanti e di perle, ed alcune volte nella
propria, la quale era tutta di conchiglie, guarnita di oro e cesellata
di squisito estranio lavoro. Presso Bruto mi scordava dirvi che stava
sempre col suo solito sogghigno beffardo il suo compagno Catone.

--Caro Bruto, disse Basilio, le cose nostre vanno molto bene; ah!
certamente la città nostra....

--Si danno casi.... certi casi in cui.... rispose colui.

--Che casi? che casi?... soggiunse Basilio, già voi mi foste sempre
uno scettico indiavolato; non credete a niente.

--La storia degli uomini mi fa conoscere l'uomo.

--Affè ch'io perdo la pazienza, riprese Basilio; con quella freddezza
che mostrate, avete un bel diritto alle comune ammirazione dei vostri
concittadini! caro mio, le nazioni hanno fatto progressi da gigante;
che giogo, che giogo? il giogo l'hanno a mettere ai bovi, e gli
uomini, affè di Bacco! non son bovi. Ah! ah! il tempo è venuto; per me
lo dico e lo sostengo: via via quelle brutte angherie dei tempi
passati, viva il progresso, per Bacco!--

Catone pareva che prendesse tutta la sodisfazione a ghignare sotto i
baffi con un pro' da far gola, pareva che non avesse mai riso a questo
mondo e che si volesse sfogar tutto allora. Bruto aveva preso un'aria
di noncuranza e di astrazione: per lo che il signor Basilio, che
continuava a discorrere alto di faccende pubbliche, di speranze e di
liberazioni, di franchigie, di popolo, ecc., fu costretto ad
indirizzare il discorso al vecchio della barba bianca, il signor
ex-oste dei Tre Mori, al quale a prima giunta disse:

--Eh! eh! quell'astro novello lassù....

Il vecchio si fece a guardare verso il cielo che scorgeva da una
vicina finestra; e siccome il cielo era nubiloso ed oscuro, soggiunse:

--Ah! per me non ne vedo nè nuovi nè vecchi.

--Ma che dunque? non m'intendete?...

--Io no.

--L'astro rigeneratore.... che adesso è comparso a sicura guida nella
via del progresso e della verità, non lo esaltate voi?

--Ah! ah! ora intendo.... riprese il vecchio che, sebbene rozzo oste,
aveva capito che il signor Basilio aveva toccato qualchecosa di serio.
Ah! ora intendo: cioè non intendo altro se non che voi siete un bravo
_merlo_.--

Il signor Basilio si morse le labbra e mutò discorso; Bruto se le
morse pur lui, per non dare in uno scroscio di risa,

--La polka, la polka! urlavano le coppie del salone da ballo.

--Evviva la polka e la mazurka!--




CAPITOLO XXII

La corvetta.


La corvetta francese la _Vengeance_, di cui abbiamo sentito parlare
nel dialogo fra madama Concetta e il damerino, aveva nel giorno dopo
_la soirée_ salpato improvvisamente per Genova. Facilmente se ne
indovinerà la causa, dicendo che su quel naviglio si trovavano
Giovanni ex-governatore pensionato della Barbada, Alfredo e le
rispettive mogli e famiglie.

L'antico cospiratore Giovanni non aveva potuto resistere alla
tentazione di ritornare a pescare, come suol dirsi, nel torbo: le
grandi mutazioni suscitatesi nella vecchia Europa al comparire di
colui che il signor Basilio e molti chiamavano _astro novello_ avevano
scosso Giovanni. La Guglielmi, il buon Gonsalvo, Iago erano scesi nel
sepolcro. Chi mai poteva trattenere quello spirito bollente? Egli
aveva figli adulti, credeva più che mai possibile conseguire il da lui
vagheggiato momento. Ventisette anni di lunga aspettativa non ne
avevano calmato il desiderio nè dileguate le fallaci speranze. Credeva
(il buon uomo!) nella virtù del popolo. Aveva deciso partire. Prima di
porre il piede sul naviglio che solcar doveva l'Atlantico ebbe luogo
fra lui e la moglie un breve dialogo di tale importanza che non
possiamo tralasciare di trascriverlo.

--Le familiari dolcezze, i miei pianti, le mie preghiere, le carezze
dei nostri figli, quelle di Esmeralda, di Angiolina te dunque non
tratterranno giammai? gli aveva detto Rosina.

--No.

--E non pago di slanciarti a sangue freddo nel pericolo, corri a
precipitarvi te e la innocente famiglia? noi periremo tutti.

--Rosina! questi funesti augurii non fare per pietà.... Ah! se tu
sapessi.... io ho un voto da sciogliere; nulla al mondo saprebbe
arrestarmi: prima d'ogni affetto vi è quello della patria.

--Lo so. Ma che mai speri tu? non vedi come gli anni ci ammaestrano
sulla fallacia delle tue giovanili speranze? omai i tuoi capelli, già
biondi, incanutiscono, la tua fronte s'increspa delle rughe della età
matura; credi tu che questa vedrà coronati i tuoi desiderii?

--Sì, lo credo e fermamente lo credo: oggi una spada dal cielo
benedetta si snudò sulla Dora; io mi beerò a quel lampo e per la prima
volta abbraccerò mio fratello.

--Chi mai? proruppe Rosina: sarebbe forse giunta l'ora in cui mi
svelerai il tuo segreto?

--Rosina, ascoltami: tu ne sei degna, il momento arrivò; giurami però
custodire il grande arcano.

--Lo giuro per la vita dei nostri cari figli e pel nostro amore.

--Ebbene, proseguì Giovanni tergendosi una lacrima, sappilo: io non
sono che figlio per adozione dei coniugi Artini; il loro vero figlio
morì nelle fasce.

--Gran Dio!!!

--Ecco le carte che padre Gonsalvo mi consegnò pochi istanti pria di
morire; leggi e dimmi se io posso trattenermi.--

Così dicendo porse alla moglie un piccolo portafogli di marocchino
nero con fermagli d'argento, sul quale una placca dello stesso metallo
che portava incisa un'arme o stemma di principesca famiglia colla
fascia blasonica indicante rampollo bastardo.

--Cielo! esclamò Rosina coprendosi la faccia con ambe le mani, tu
illegittima prole?

--Io sono il figlio naturale di....--Ma non proseguì, e solo abbracciò
la moglie prossima a svenire e la coprì di baci.

--Dio eterno! tu sì grande? disse Rosina con un misto di gioia ed
affanno leggendo le carte ricevute.

--Grande? riprese Giovanni? non lo sarò che compiuto il mio voto; ora
sdegno ogni altra grandezza.--

I coniugi si presero per mano e s'avviarono alla corvetta pronta a
lasciare le Antille.

I nostri personaggi tragittarono felicemente l'Atlantico ed il
Mediterraneo, giungendo alla rada di Livorno. Alfredo e Giovanni
discesero a terra nel giorno che precedè la sera del festino
dell'ex-cuoca signora Concetta; travisati in abiti marinareschi si
erano recati a terra e, percorrendo le bettole ed osterie più
triviali, raccolsero a larga mano quelle notizie che più desideravano.

In fondo alla via San Giovanni, ridotta in tutt'altro aspetto da
quello che era ventisei anni prima, nell'osteria delle Stelle, alla
bettola della Coroncina, al giardino degli antichi acquedotti, insomma
in tutti quei luoghi in cui più frequentemente solevano radunarsi i
caporioni della plebe, i nostri personaggi sentirono presso a poco gli
appresso discorsi.

--Oh! dev'esser pure la bella cuccagna, compare!

--Affè de mio, lo credo! è tanto tempo che si lavora e non si mangia;
deve venire il tempo in cui si deve mangiare senza lavorare.

--E come fare?

--Caspita! e non l'hai sentito il signor Bruto? per la barba di
Maometto! costui la sa più lunga di quanti sapienti sono al mondo
tanto di legge che di medicina, che di grammatica.

--Ebbene?

--Diceva che, quando nacque il primo uomo, cioè dopochè il primo uomo
fu fatto, e fu il nostro primo padre Adamo, non ci eran _quaini_; e
questi _quaini_* son venuti dopo. Era meglio che non fossero venuti
mai; questi _quaini_ son di tutti, e pelciòe** non ci hanno a essere
più nè poveri nè più ricchi, e si ha da campare proprio in cuccagna, e
tutti si ha da sta' senza fa' niente.

      * Danari, in vernacolo livornese.      ** Per ciò.

--Oh questa è bella! e la roba chi la fa? e il grano chi lo raccoglie?
e il vino chi lo leva dal tino?

--Ah! bel mi' omo, il Bruto ci ha pensato; tutti quelli che devono
travagliare ci hanno da essere, ma la roba dev'esser tutta spartita.

--Dunque tutti lavoreranno?

--Sicuro; ma lavorare così per ispasso, non perchè uno lavori e
l'altro intaschi: ci saranno cioè i vinai, i facchini, gli operai, ci
s'intende; ma di tutto il guadagno si ha a fare un _cacciucco_*, e
ognuno deve avere la sua parte.

      * Miscuglio.

--Eh! mi piace, ma che riesca! qui vuol essere il _busillis_, dice il
latino: per esempio a mo' di di', que' signori che vanno nelle belle
carrozze.... chi ha fatto fortuna vorrà poi piegare il collo al
lavoro?

--Oh! questo è quello appunto che vuol far seguire questo signor
Bruto; vedi, per esempio, quando arriva il punto, tutti gli amici
della _conia_*, cioè no' altri, dovremo star pronti e lasciarci
regola', e quando ci diranno _piglia su_, e no' altri allora _su_ come
i cani da presa.

      * Buon umore.

--Su? e contro chi?

--Contro i ricchi. Intanto ha detto quel galantuomo di Bruto che a far
nascer l'occasione ci pensa lui con quelli che hanno istudiato;
insomma le cose le avremo di _riffa_*.

      * Prepotentemente.

--Ma seguiranno delle guerre da diavoli.

--Gua' e' seguiranno sicuro; ma almeno quelli che camperanno staranno
bene.

--Ci credo poco.

--Senti, diceva quell'omone; è venuto, non mi ricordo di dove, il
perdono per quelli che erano, m'intendi?... capi matti qua e là per il
mondo. E questo perdono si dice che sarà per tutti: dunque presto
verranno quaggiù quelle barbe che erano ite via a _busca'_* per il
mondo; quando saranno venuti, dice Bruto che tutti vorranno delle
franchigie.

      * Far fortuna.

--E che sono le franchigie?

--Non lo so neppur io, ma non m'importa: queste franchigie verranno
concesse perchè sulle prime saranno poche; ma poi dopo la prima
dell'altre, e dell'altre, e se alla fine quelli che comandano non
vorranno dar più: _su piglia, to': to', piglia su_; e il tempo di
comandare per noi sarà venuto.

--Ci ho gusto; ma dimmi: di queste franchigie ne abbiamo avuto altre
volte?

--No; ma presto verranno.

--Corpo di una fregata da cinquanta! ci ho gusto davvero; allora si
potrà rubare senza paura d'andare in prigione.

--Sicuro, perchè a rubare il nostro non è peccato ed è una prepotenza
a gastigarci; di fatti quelle robe che hanno i signori non son nostre?
dunque sono loro che ce l'hanno rubate, e noi ce le ripigliamo, e si
fa _patta_*.

      * Pari.

--Viva la faccia di Bruto, che ci vuol tanto bene!

--Mi era scordato di dirti una cosa: poi tutti no' altri si deve
procurare degli amici della conia e dirlo chi a' parenti, chi a'
figliuoli; sicchè tutti a Livorno quanta vi è gente che s'industria
sia proprio al chiaro dei fatti nostri.

--Non dubitare che quanto a me farò come le trombe della comunità.

--Ih! adagio: queste cose si hanno a di' alle persone di conoscenza e
per bene; perchè se trovassimo delle spie, _addio mi mengoi_*, la
faccenda anderebbe a traverso.

      * I miei quattrini.

--Ho capito; ma dimmi fra le franchigie non si potrebbe domandare:
abbasso le spie?

--Le spie? quelle le butteremo abbasso noi quando sarà tempo, e
averemo a far tanta salsiccia di quella ciccia di porco.

--Bravissimo!--

I due interlocutori si separarono dopo aver bevuto un intero fiasco di
vino di Frontignano.

Giovanni ed Alfredo di ritorno alla corvetta erano mesti e
malinconici. I colloqui che avevano sentito lor laceravano l'anima e
toglievano un gran velo dalla loro mente. Quando furono soli,
Giovanni, tratto un sospiro, sclamò:

--O Alfredo! sarebbe mai possibile che del più santo dei nomi
volessero farsi schermo e tradire migliaia d'uomini, Alfredo....?
questa plebe sarebbe mai indegna di esser salvata? ma no; sebbene
questo giorno noi abbiamo udito dire bestemmie intorno al più santo
dei desiderii, io preferisco star nell'errore anzichè conoscere una
terribile verità.

--Giovanni, riprese Alfredo mestamente, gli scaltri hanno sempre
abusato dei semplici; oggi non vi ha dubbio le masse sono ingannate
più che nol fosser mai, ma che perciò? ti arresteresti forse
dall'oprare ora che tutte le circostanze favoriscono la nostra
impresa? dopochè invano vi abbiamo tenuto dietro tanti e tanti anni,
dopochè abbiamo sfidato i rischi più tremendi? dimmi, ti par egli che
sia stata vita la nostra? Oh! no.... abbiamo bevuto aure di un altro
cielo, brezza di un altro mare, noi abbiamo vegetato in suolo
straniero, vissuto.... E ora che incominceremmo a vivere, d'ora
innanzi che....

--Ma e se, lungi dall'ottenere quel trionfo del bene, noi dovessimo
poi vederlo precipitato in un più terribile abisso, dimmi: che
resterebbe a noi se non un rimorso avvelenativo ed infernale?

--Giovanni, e di che temi? ti scoraggia sentir qua e là quei discorsi
che testè udimmo? dubiti forse che il popolo si arretri?

--Questo non temo; temo di peggio.... l'anarchia!

--Ah! ah! se un momento.... e poi nelle grandi commozioni qualche cosa
bisogna condonare: dopo il disordine vien l'ordine, così è sempre
andato il mondo. Ma che? pretenderesti che così di un salto il popolo
acquistasse saggezza?

--Non sono esigente, ma laggiù nella patria non mia, soldato non per
il mio paese, portando nel cuore un tarlo divoratore, non ho cessato
di pensare (o amici o fratelli) al bene degli uomini. Quest'idea fissa
mi ha portato ad odiare i prepotenti, ed in mezzo agli onori li ho
sprezzati nel fondo dell'anima, li ho anche ambiti, dirò, per farmene
sgabello al mio scopo; ma, abbandonando le utopie di qualunque setta,
ho voluto agir solo per mio impulso, non per obbligo; e così farò: ma
se non m'inganno, è venuto il tempo di molte novità e di grandi
scoperte.... Giovanni vestito da marinaro seguirà a spiare le idee del
popolo qui e altrove.

--E poi?

--E poi io qui morrò sul terreno dei padri miei quando fia duopo e
anche in breve; o per sempre dicendo un addio ad una colpevole
Gerosolima, io mi addentrerò nelle foreste siccome fece il Battista.--

I due amici terminarono questo colloquio che avevan tenuto lunghesso
la via finchè fu scevra di gente; quindi, ripigliando in silenzio la
via del molo, si ricondussero al battello che doveva riportarli a
bordo.

Da Genova i nostri entusiasti toccarono il Piemonte. Giovanni condusse
la moglie, i figli e gli altri parenti alla capanna dove aveva passato
gli anni infantili; indi, essendo scoppiata la guerra lombarda, padre
e figli vestirono la divisa di volontario milite, lasciando le donne a
Torino a pregare e raccorre oblazioni per la guerra sospirata. Se non
ci proponessimo far tema di altro nostro romanzo le gesta di quella
grande campagna, daremmo qui ragguaglio delle prodezze dei nostri
amici; ma avvegnachè troppo angusto loco lor toccherebbe in questo
racconto, esso ripiglia il filo nel marzo del 1849.

La medesima corvetta la _Vengeance_, coi nostri medesimi personaggi,
che in nulla eran mutati, tranne l'aver tutti gli uomini decorazioni
militari e Giovanni una mano di meno, perchè di due una gli era
rimasta sul campo di battaglia, aveva di nuovo dato fondo nel molo di
Livorno. La corvetta era bella e comoda, e per i passeggeri di qualità
aveva splendidi appartamenti. Mentre i figli di Rosina e di Esmeralda
trovavansi sul ponte a prender parte agli esercizi militari che
avevano luogo nell'assenza di Giovanni e di Alfredo discesi travestiti
come due anni prima in città, le due donne unite ad Angiolina ed alla
figlia di Giovanni stavansi sedute in un elegante salotto. Sui volti
delle donne era impressa quella profonda malinconia che aveva in
proposito fatto dire al damerino francese, due anni avanti, alla
signora Concetta che esse erano inabissate nella tristezza; ma più di
tutte Angiolina, che sappiamo essere di abituale mestizia. La
fanciulla figlia di Rosina, intenta a ricamare un fazzoletto di tela
batista, non prendeva parte al colloquio segreto che aveva luogo fra
le donne.

--I nostri mariti sono sempre più acciecati dal loro tenebroso
proposito, prese a dire per la prima Rosina.

--Ah! pur troppo! rispose sospirando Esmeralda; quando un'idea si è
fitta nel capo di un uomo, è difficile rimuoverla.

--Ahimè! soggiunse Rosina, invano ho sperato che i pubblici uffizi in
altra parte di mondo sostenuti dal mio Giovanni, potessero fargli
dimenticare quella bollente idea della sua prima gioventù; ahimè! e
quando mi credeva che l'età, l'avvenire dei cresciuti figli dovesse
dar l'ultimo crollo a quella sua ostinazione, le novità prodigiose che
hanno avuto luogo in Italia da circa tre anni a questa parte hanno
converso in fiamma quelle faville che io credeva spente e che covavano
sotto la cenere.

--Eh! tu, mia cara, avevi sperato nella conversione del tuo sposo, io
poi non ho mai sperato in quella del mio; vi sono certi caratteri che
io chiamerò ferrei, in cui il tempo stesso non produce alterazione
veruna. Ma finalmente non vi è ragione di allarmarsi; essi sono venuti
quaggiù: non come facenti parte di qualche segreta società. Tu sai, ed
in questo la divina provvidenza ci ha esaudite, tu sai che i nostri
sposi sonosi da alcun tempo sciolti da quei pericolosi vincoli, e
questo accennerebbe ad un principio di conversione; ma ritornando al
primo filo del mio discorso, dirò che nulla abbiamo a temere: i nostri
sposi seguiranno la corrente, e parmi, a ciò che sento e leggo sui
giornali, che quella prosperità nazionale cui essi diressero sempre i
voti del loro cuore vada, come suol dirsi, da sè: se mai i nostri
uomini intendono di dar la spinta onde si acceleri, su ciò non vi è
periglio; lasciamoli fare, ottenuto il loro intento, quelle anime
focose si acquieteranno.

--Ma chi sa se tutto anderà bene? Vedi, mia cara Esmeralda, tempi
addietro noi abbiamo temuto per i nostri mariti, ora ci sarebbe da
temere per essi e per i nostri figli; ah! questo è proprio un mondo di
lacrime.

--Lacrime! (quest'ultima parola scosse Angiolina da una specie di
profonda apatìa nella quale era caduta) lacrime! pronunziò, ah! mie
care, il cuore mi dice che queste saranno in breve finite per voi.

--Per noi sole? ripresero insieme le donne. E per te?

--Ah! per me è forse venuto il tempo del loro apogeo.

--Che dici mai?

--O mie care, da lungo tempo questa mia sensibilità che dalla nascita
mi consuma si è resa così intensa che, ruminando la fralezza del
nostro impasto, mi fa quasi essere spirito nudo quaggiù; spirito
veggente, mi sembra che il futuro perda la sua nebbia innanzi allo
sguardo acuto che vi caccia l'imaginazione; sì, mie care, soggiunse
con un sorriso d'indefinibile dolcezza malinconica, sì, io sono una
veggente, io sento una certezza di non ingannarmi. Adagio adagio, il
fuoco animatore di noi miseri mortali divora il suo involucro e si
avvia per l'eternità; ai miei occhi il mondo sparisce a grandi tratti,
e mi par di essere qualche cosa di più che mortale.--

Nelle parole della languente Angiolina vi era tanto sentimento, tanta
nobiltà, tanta sicurezza che le due amiche, sebbene avvezze a vederla
da gran tempo versare in un genere di vita contemplativa, ne furono
scosse ed abbrividirono, pur non osando dimandare che continuasse nel
suo dire e pur desiderando che lo facesse. Angiolina, dopo lunga
pausa, tratto un cocente sospiro dal seno, continuò con tono da
estatica:

--_Il leone furente vuol rompere i suoi lacci e li rompe; eccolo rugge
per le campagne, scuote la rabbuffata criniera; tutto par che pieghi
davanti all'ira sua, ma dall'alto scende un genio terribile che lo
rincalza nel suo serraglio. Che è ciò? Egli aveva preso una storta
via, non quella che doveva renderlo alla libertà delle foreste. È
perchè due maligni genii se li erano cacciati ai fianchi fino dal
momento in cui per bugiarda pietà gli avevano aperto la gabbia
ferrata. Essi non volevano farne il dominatore dei boschi, volevano
farne un cacciatore che arrecasse copiosa preda alle loro dimore.
Genii malefici e mentitori! Genii malefici e mentitori, che si
morderanno le labbra per la fallita impresa, che si copriranno di
vermi della invidia nel precipitare nell'abisso della universale
maledizione; intantochè inutilmente saranno corsi rivi di sangue. Le
sciagure saranno piombate sull'umanità come le nevi sui gioghi
dell'alpi._

_Una spaventosa bufera avrà atterrato i semi delle generazioni, nè i
virgulti nè le vecchie piante avranno potuto resisterle. O genti
traviate, pentitevi! già si avvicina la terribile procella dell'ira di
Dio._

_Essi erano nel peccato e speravano nella salvezza; stolti ed iniqui!
guida forse il peccato alla grazia?_--

Angiolina ristette un poco in silenzio, quando con passione e
completamente inspirata esclamò:

--_Le classi!... le classi!... Oh quanto più sublime sarebbe l'uomo
nella civiltà se non obliasse ciò che fu l'uomo in natura!
L'eguaglianza è impossibile! la fratellanza può solo felicitare
l'umanità; mutuo soccorso, mutua affezione, ma i figli di Sem
comanderanno ai figli di Caino; è la conseguenza del primo anatema;
d'altronde il peccato fu commesso qui in questo mondo e qui deve
espiarsi. Di là, di là.... lo spirito è spirito; i colpevoli sono
rigenerati dal sangue del giusto; la gioia è l'eternità, l'eternità è
la gioia, l'uguaglianza è in cielo._

_È scritto; Beati quelli che piangono; essi saranno consolati; e la
consolazione è lassù oltre l'umana miseria. La lotta tra le creature è
il retaggio delle prime colpe. Il fratello uccise il fratello per
invidia; e sarà così fino alla consumazione dei secoli._

_Caino!! Abele!! sono le due classi, il ricco ed il povero: l'uno
armato di clava, l'altro soccombente. Caino invidioso del profumo che
dall'olocausto d'Abele salì al trono dall'Eterno. E quel profumo è
la pace del cuore che umana perfidia non può togliere a chi ama Iddio,
geme, soffre, non si lamenta e spera._--

Angiolina, perdurante il suo soliloquio, aveva gli occhi fissi al
cielo, immobili e vitrei come quelli del cieco: se non che pareva da
quelli si partisse una fiamma che incontrandosi nei raggi del sole
s'immedesimasse in loro e formasse un raggio di luce continuo che da
quella pupilla salisse all'astro maggiore, col quale andava a
congiungersi; le due donne e la tenera Ofelia parevano penetrarsi del
magico influsso della presenza di quell'infelice e sublime donzella.

Lo straordinario eccitamento aveva, collo sviluppo immenso delle forze
morali, sostenuto le forze fisiche della fanciulla; il suo volto, per
abitudine pallidissimo, si era coperto di un rosso acceso; dalla di
lei fronte gelata cadevano abbondanti gocce di sudore: alla fine ella
cadde in una specie di deliquio, e le amorevoli amiche, toltala di
peso dal pavimento, la collocarono nella sua cameretta.

Lo stato di morte apparente di Angiolina non si protrasse a lungo;
cessato che fu quello, essa si rivolse amorosamente alle due amiche,
le quali stavano come in atto di preghiera presso il suo letto.

--Mie care, prese a dire con modo tutto suo proprio incantevole ed
oltre ogni dire dolcissimo, mie care, non andrà in lungo questo mio
stato che tutti tribola fuorchè me, al quale peraltro la vostra pietà
vi ha abituato da lungo tempo: abbiate dunque un poco di sofferenza.

--Ah! crudele Angiolina! è questo il modo di rimproverarci, se mai....

--Zitto zitto, fu sollecita a dire la fanciulla: non volete ch'io
parli dei vostri sacrifizi per me? ebbene obbedirò, tacerò, ma sapete
voi che dopo questo attacco di nervi che vengo a soffrire io ho fatto
un sogno? ma no.... io non dormiva e perciò non poteva sognare; è
stata una visione, visione beata che mi rivela un dolcissimo avvenire
per voi.

--Dio buono! sclamò Esmeralda singhiozzando, siamo così abituate a
ritenerti per una profetessa che tuttociò che dici ci scuote nel più
intimo dell'animo e ci fa sperare o disperare; ma ti preghiamo di non
parlare così misteriosamente come hai fatto nell'attacco di nervi che
hai sofferto.

--Mie care, io allora non parlava a voi, parlava al mondo intero, alla
mia patria. Verrà un dì che sarò compresa, quando queste ossa
riposeranno nella pace del sepolcro: ma via, non vi contristate, chè
io vi narrerò la visione.

--Cara zia, saltò a dire la fanciulla Ofelia, ch'era solita chiamar
così per vezzo Angiolina, mamma ha bisogno di confortarsi; dicci dicci
della tua visione.

--Ho veduto due giovani combattere sul campo della gloria e tornare ai
focolari paterni coperti di onorate ferite per una causa che brillerà
come fulgida gemma nella pagina della storia; ho veduto che questi
giovani lacrimavano nell'asciugarsi la fronte cospersa di nobile
sudore. Questi due giovani, o mie care, erano i vostri due figli.

--Tu presagisci la guerra, disse con emozione vivacissima Rosina.

--Non è d'ora ch'io vedo il mover d'armi e che odo il nitrito dei
cavalli ed il calpestio dei fanti; guerra onorata e senza frutto,
perchè....

--Perchè? esclamarono tutte le ascoltatrici.

--Perchè le nazioni prima di vincere devono essere purificate al
crogiuolo dell'afflizione e scevre di colpa; guai a quei soldati che
entrano in campo senza la benedizione del Dio degli eserciti! Ma, come
io vi diceva, i vostri figli li ho veduti tornare gloriosi nelle
vostre braccia materne.--

Le donne tacevano di un silenzio religioso.

--Ho veduto due uomini, e non voglio nascondervelo, due uomini cari a
noi tutte ritornare sul sentiero della ragione, dolersi e pentirsi,
non sperare nell'agitazione del mondo, ma sperare nella pace, e da
quella argomentarne ai posteri quella felicità che può dare la
religione e la virtù cittadina, non per essi ma per i figli loro. Non
per loro; perchè è scritto _che i figli sconteranno i peccati dei
padri_, e l'ira del Dio delle vendette arriverà fino alla terza
generazione.

--Ahimè! esclamavano le due madri percuotendosi la fronte, ahimè!
dunque?...

--No, mie care, questa profezia di dolore non è particolare a voi; è
per la nazione che non conosce i suoi delitti e pretende concorrere al
premio, ed io le grido: Tre volte guai a te che pretendi il nome di
_Sionne_ e non sei che un'empia _Babele_!--

Angiolina sospirò; quindi, con ambo le mani fregandosi con violenza la
fronte, ricomposta la chioma:

--Mi scordava di dirvi che voi tutte sarete felici quanto domestica
fortuna permette esserlo.... e in quella domestica pace.... io vi
prego.... non vi scordate di me.

--Gran Dio!...

--Preparatevi a lasciarmi; sebbene non sia, come disse il Salvatore,
venuta anche l'ora mia, pure essa non è lontana: io ho anche una
missione da compiere quaggiù, ed il momento si avvicina; missione di
dolore, ma che? il divino Artefice non patì egli per noi...? felice
chi può imitarlo!--

Angiolina discese nella camera e, lungi dal sembrare spossata, parve
avere acquistato quella energia che possedeva ne' primi suoi anni
giovanili; lasciato il tono misterioso e profetico, ella prese parte
al doloroso donnesco colloquio che succedette alla concitata scena che
abbiamo descritto: nel mezzo alle sue amiche Angiolina era
dall'altezza degli spiriti celesti passata alla semplicità della donna
nel seno della sua famiglia; si era diffusa in tante nuove tenerezze
con Ofelia ed aveva anco baciato in fronte Antonio, Carlo e Selvaggio,
quando eran ritornati sotto coverta dopo avere ultimati gli esercizi.
Rosina ed Esmeralda si erano racconsolate. Elleno amavano assai
starsene con l'Angiolina quando essa era in calma e come ritornata
nella sfera donnesca, anzichè vederla nello stato di estasi in cui da
qualche tempo cadeva. Il rimanente del giorno che era per terminare lo
passarono in reciproche carezze: solo la sera, quando Angiolina fu per
ritirarsi nella sua stanza, avendo pregato Antonio di prepararle un
completo abito da marinaro ed Ofelia di tagliarle i capelli alla
foggia degli uomini, Rosina ed Esmeralda non poterono trattenere una
domanda che espressero insieme.

--Angiolina, e perchè mai?

--Zitte, mie care, rispose loro baciandole in fronte, zitte; non
tutto.... non tutto può dirvi _una veggente_.


FINE DEL VOLUME TERZO


INDICE

  CAP.     XV.--La camera del signor Basilio. Pag.     5
   »      XVI.--Per viaggio                    »      23
   »     XVII.--Alla Barbada                   »      46
   »    XVIII.--Lazzeretto                     »      63
   »      XIX.--La capanna dello zio Neri      »      87
   »       XX.--L'agonia di un empio           »     107
   »      XXI.--Un astro novello               »     128
   »     XXII.--La corvetta                    »     146




               _Le di lui mani stringevano una delle superbe
                         colonne di granito._

                                         _Vol. IV, pag. 244._




     I DEMAGOGHI
          O
  I MISTERI DI LIVORNO

        Romanzo

     DELL'AVVOCATO
   CESARE MONTEVERDE

   AUTORE DEI ROMANZI
    ASTORRE MANFREDI
           e
    IL DUCA DI ATENE


       VOL. IV.



        MILANO
  PRESSO LUIGI CIOFFI EDITORE-LIBRAIO
  Via di Chiaravalle, N. 11 rosso.

         1862



  Proprietà letteraria dell'editore, che intende far
  valere i propri diritti a norma di legge.

Milano--Ditta Wilmant.




CAPITOLO XXIII.

Conferenze.


Tutto il fermento della città di Livorno (che all'epoca in cui arriva
il nostro racconto era incontentabile, nè aveva nè volea conoscere
misura nelle riforme) era nella bocca, nelle braccia di molti, nel
cervello di pochi. Le più famose lancie spezzate del carbonarismo,
trasformatosi in altra setta non meno peggiore che quella e micidiale
al vero ben essere del mondo, profittando della miseria, della
ignoranza di quella popolazione, dirò semplice, senza studi, senza
regola di condotta, tentavano il gran colpo di mano per innalzarsi fin
dove avrebbe potuto arrivare la loro cupidigia, la effrenata loro
voglia di onori, di primeggiare, di dominare. Quella classe che sta
fra il popolo ed i magnati, in specie oggidì, è una classe la quale
tiene dei bisogni, delle innormalità dell'una, degli appetiti
dell'altra. Vorrebbe sfuggire dalle miserie della prima e slanciarsi
nelle beate sedi della seconda. Gli uomini di tal classe, che hanno
troppo orgoglio, troppi fittizi bisogni per essere tolleranti del nome
di plebe e troppa incapacità per giungere a far parte di quell'alta
società che mirano sopra la loro testa, sono quelli che nell'anarchia
han fatto maggiore strepito degli altri, son coloro che gli evocatori
di subbugli vanno trattando e tentando più degli altri.

Questa classe, in forza del commercio, aveva già veduto operarsi
miracoli; ed infatti il denaro da alcuni di queste classi acquistato
in alcuni anni (Dio sa come! ma a noi scrittore di romanzi non importa
sindacare i loro libri di banca) avevali collocati al livello di quel
seggio là dove si assideva la classe elevata, e perciò si sono trovati
senza merito, se non con quello dell'oro, a faccia a faccia con questa
classe invidiata e privilegiata: e quindi ecco nascer la manìa di
fondersi in quella, di prenderne tutte le abitudini, tutti i vizi,
senza poi curare di emularne le virtù; ed ecco come un lusso smodato,
un puzzo di città capitale, e di capitale parigina, entrava nella
modesta Livorno, ed ecco moltiplicato il numero delle scimie che
d'uomo non sanno far altro che imitare, nascondendo ciò che del primo
loro essere sociale avrebbe potuto rivelare l'origine bassa e
vigliacca. Un infinito numero di uomini per tal modo non di altro
curanti che dell'esteriore e della fortuna, non pur pensando ad
emulare qualche cittadina virtù, ha fatto consistere la propria
prosperità nel più basso egoismo, e trovavasi in una posizione non
conforme alla nascita, alla educazione, al modo di sentire; si è
lanciato nella corrente dell'ambizione, sperando sempre di giungere a
quella perfezione a cui non potrà giungere giammai; e di fronte al
mondo si è reso ridicolo e dispregiabile a malgrado le ricche vesti,
la sfolgorante albagia, gli scrigni di oro; la servitù gallonata, ahi!
fa agli occhi degli illuminati la figura del corvo vestito colle penne
di pavone. Parendo a costoro che l'agiatezza del vivere sia poco,
eccoli sognare gradi ed onori, e tutto imprendere per conseguirli. Ed
eccoli slanciarsi nel burrascoso mare delle novità, nella speranza
che, anco facendo naufragio, sia dato loro di afferrare una tavola
salvatrice.

Sull'esempio della classe media, ecco che la classe povera tenta
anch'essa di levare il suo volo, e d'infima diventare media.
Consiglieri di questo volo sono dapprima i bisogni, dipoi
l'intolleranza dei dispregi, la mancanza di lavori che abitua
all'ozio, il quale fa sentire e centuplica gli stessi bisogni. Questa
classe peraltro non può avere speranza di fare un passo nè colla via
ordinaria, nè così _uomo per uomo_, sente la necessità di una
catastrofe nella quale muoversi in massa e cacciarsi in quella
posizione sociale alla quale aspira come ad apice di sua felicità. A
questa i demagoghi non hanno da far altro che parlare e, ben
s'intende, parlare a modo loro proprio, dare ad intendere mari e
monti; colla gente di questa sfera inabile a riflettere tutto si fa
credere.

Bruto era a quell'epoca divenuto l'arbitro della volontà popolare:
tutto doveva piegarsi al suo volere; ed in questo era potentemente
secondato e dagli eventi e dagli accordi con altri suoi simili
agitatori. Quante teste esaltate potevano raccapezzarsi per il mondo,
e che avessero bisogno di far fortuna erano state da lui fatte venire
a Livorno; esso sentiva la necessità di avere dei collaboratori a
tanta impresa, parendogli poco l'avere un potente ausiliare nel da noi
conosciuto Catone. Ciò peraltro che farà specie ai lettori è il sapere
che altro collega si era associato costui, e questo era nientemeno che
il signor Basilio, il quale avendo veduto come il tempo di fare il
delatore era passato e che per ingannare il pubblico conveniva
prendere altro mestiere, appoco a poco si era insinuato nel sinedrio
degli agitatori, i quali, sapendo alla perfine come ad essi non
potesse nuocere, ma anzi giovare verso le masse nel vedere acclamare
le massime dette moderne da un uomo della stampa del pio signor
Basilio, certamente non avrebbero più oltre dubitato della giustizia
dei movimenti che erano per fare essi (lupi vestiti da agnelli).

Così erano preparate le cose; e così quella città commerciale e
pacifica la quale portava in seno i germi della dissoluzione della sua
morale andava a gran passi verso la propria ruina. Così adunque, come
io vi diceva, erano preparate le cose all'epoca dell'arrivo in rada di
Giovanni e di Alfredo, i quali, dopo aver percorsa nuovamente la città
girovagando per le bettole e per altri luoghi impuri, un bel mattino,
discesi a terra e vestito abito borghese e civile, si erano decisi di
recarsi direttamente alla dimora del vecchio amico Bruto, ove si
proponevano tenere lungo colloquio, il quale ebbe luogo ed a cui
invitiamo i nostri lettori di assistere.

L'appartamento del demagogo, che possedeva uno dei più bei palagi, era
magnificamente mobiliato con un lusso quasi orientale. Nel piano
superiore era il quartiere domestico; nell'inferiore, che di molte
sale si componeva, si trovava il suo segreto gabinetto: una quantità
di giovani di più o meno età stava in servizio pel disimpegno di
affari particolari, altra per quelli pubblici; e coloro che
appartenevano a quest'ultima categoria erano tratti dalle infime
classi ed educati a modo suo. Ordinariamente il segretario era quegli
che introduceva i forestieri che venivano per visitare il sapiente. Un
servo accompagnò Alfredo e Giovanni fino alle stanze del segretario
antedetto, e questi con modo cortese, venuto a richiedere i due dei
loro nomi e cognomi, essi risposero in modo piuttosto laconico che non
desideravano di spiegarsi su ciò, ma che bastava avvertire il suo
principale che due dei più vecchi amici desideravano di vederlo. Il
giovinetto segretario, rispettando _l'incognito_ che volevano serbare
i due, non senza averli ben bene squadrati da cima a fondo con uno
sguardo malizioso ed indagatore, fatto loro cenno di sedersi, passò
nella sala del suo principale,

--Annunzio una misteriosa visita, disse allorchè fu entrato.

Il suo padrone con gravità distogliendo gli occhi da un grosso volume
in foglio sul quale studiava:

--Che è ciò, Giorgio? mi sembra che questa mattina siate di miglior
umore del solito; ebbene cosa dicevate?

--Vengo ad annunziarvi che due forestieri i quali desiderano tener
celato il loro nome e cognome bramano di essere introdotti; dicono
peraltro di essere vostri vecchi amici.

--Vecchi amici! vecchi amici! borbottò fra sè colui, e quando mai io
ho avuto amici vecchi o nuovi? Sono uomo da sentir l'amicizia
io?...--Quindi volgendosi al segretario:--Orsù che faccia hanno
costoro? che abiti? parla su; dalla soprascritta ho uso d'indovinare
il contenuto delle lettere.

--Vostra signoria eccellentissima....

--Stolido! da quando in qua ti ribollono per la mente i titoli? Che
eccellenze? che eccellentissimi? che illustrissimi? ad ogni modo non
sai tu che siamo e saremo sempre gli stessi scimiotti vestiti?

--L'ho fatto per dire; non mi avete voi stesso detto, o cittadino,
ch'io era questa mattina di assai buon umore?

--A banda gli scherzi; io sugli affari non scherzo mai: dunque
costoro...?

--Son due uomini di mezza età con facce piuttosto cupe; sembrano di
poche parole, e quanto agli abiti li hanno modestissimi; ed uno è
monco.

--Capisco, saranno due comici che, lasciate le scene, verranno qua
all'opera di cui sono impresario; due disperati: meglio così; il mio
avviso è corso per tutto il mondo, e se non vedo di meglio, fra un
mese avrò radunato tanti avventurieri da far sì che i Livornesi nati
se ne dovranno andare a trovare un altro luogo.... Ma no: caspita! non
si possono pensar tutte insieme le cose di questo caos; li collocherò
fra le spie; questa è la valvola di sicurezza onde non scoppi la gran
caldaia, ove bollono i cervelli degli uomini.--Poneva fine al suo
monologo con secco dire:--Fagli passare.--

Il segretario fece l'ambasciata, e mentre si prepara ad introdurre i
nostri due personaggi, daremo una breve occhiata alla camera, ossia al
gabinetto.

Era questo assai spazioso e prendeva luce da due grandi finestre; i
cristalli delle quali dalla parie del davanzale tutto di marmo bianco
erano diafani, ciò perchè la luce assai più dolce penetrasse sul banco
di mocogon, avanti il quale stava il grand'uomo: alle finestre eranvi
ricche portiere di mussolina d'India a fiori di ricamo e a grandi
festoni di seta verde. Un divano di raso parimente verde occupava con
semicerchi la stanza: e davanti al banco si vedevano alcuni sgabelli
di mocogon imbottiti pure di raso verde. Il pavimento era coperto di
un finissimo tappeto di Persia a vivacissimi disegni, e solo la parete
alla quale il padrone voltava le spalle era coperta da uno scaffale di
mocogon nel quale vedevansi collocati libri di ricche rilegature,
opere tutte che erano il balsamo delle idee correnti, ossia la loro
essenza distillata. Sul banco si miravano un elegante lume a tripode,
due magnifiche pistole ed una quantità di carte di ogni genere, tutte
spiegate, quali a forma di lettere, quali a forma di cartolare. Nel
resto, le pareti erano adorne di quadri, di carte geografiche; e dal
soffitto dipinto a fresco, rappresentante Giove nell'Olimpo attorniato
dai maggiori dei, pendeva una lampada con cristallo diacciato. Il
sapiente vestiva un'ampia zimarra di lana del Tibet a fiori, a larghe
maniche, ed aveva in piede delle pianelle di elegantissimo lavoro e di
stoffa preziosa.

I due entrarono senza far cerimonie, così con i cappelli in capo, e
serrarono la porta dietro di loro. Bruto, come macchinalmente, stese
le mani sulle due pistole.

--Ah! ah! ti facciam paura? gridò Alfredo cacciandosi avanti e dando
in uno scroscio di risa.

La parola: «Chi siete voi», che era venuta sul labbro di Bruto, vi
spirò senza esser proferita, in quantochè non alla cangiata fisionomia
di Alfredo, ma a quella di lui voce sì bene conosciuta ravvisò
l'antico collega: onde in un subito slanciatosi dalla sedia incontro,

--Poffar di Bacco! gridò, chi vedo mai! Alfredo, e certo tu, Giovanni.

--Sì, mio buon amico, presero a dire simultaneamente i due, siamo
noi.--

In questo dire si reciprocarono i più cordiali abbracci.

Nella fisionomia del demagogo, a malgrado del riso sardonico abituale,
si leggeva un evidente dispetto, ed infatti pensava in sè: Che vengono
qui a fare costoro? forse per carpirmi il frutto di mie fatiche? oh!
ma saprò presto sbarazzarmene. Quindi:

--Ah! miei cari, assidetevi qua, qua: rinasco alla vita vedendovi.
Quanto tempo! quanti anni! e sopratutto tu, o Giovanni.... Ma poffare!
tu sei invecchiato di molto; come te la passi? hai moglie, hai figli?
su via, anelo di saper tutto di voi; e di te pure, Alfredo: ma qui
starete male, passeremo nel mio appartamento.

--Amico, rispose pacatamente Giovanni, non occorre che noi replichiamo
alle domande che ci fai intorno alla famiglia nostra; queste son cose
private, nè il tempo soliamo impiegare in inutili ciarle.

--Qualche affare?... interruppe Bruto, ebbene allora sediamoci; son
qua ad ascoltarvi.--E così dicendo fece sedere sul divano i due amici.

Giovanni si assise dimostrando un evidente cattivo umore; e prima che
Alfredo prendesse la parola:

--Oh! qual morbidezza! qual lusso! dimmi ed è così che suoli
accogliere gli amici? ahi! quanto diverso da quei tempi in cui
l'osteria dei Tre Mori....

--Capisco, ma i tempi sono cangiati; allora era una cosa, ora è
un'altra; allora poveri cospiratori, adesso ricchi padroni.

--Padroni di chi?... voleva urlare Giovanni, cui l'accoglimento del
già collega era sembrato derisorio ed insultante, ma facendo cenno ad
Alfredo, il quale era per aprir bocca, che tacesse, prese a dire:

--Basta.... ho troppe cose da dire, sarò laconico: ti ricordi dei
tempi andati?

--Qual dubbio?

--E delle promesse?

--Sì certo.

--Su dunque: sia a te a narrare del come vanno gli affari; che fai,
che pensi? credi tu che siamo venuti a fare da semplici spettatori?
ah! no; il nostro braccio, la nostra mente sono sempre quelli di
prima, il mio cuore non ha mai cessato di palpitare.

--Ed il mio più forte, esclamò Alfredo con nobile entusiasmo.

--Risponderò ad entrambi qual vuolsi a me ed a voi: dappoichè veggo al
vostro fare che non volete preamboli, se voi veniste per avere dei
soccorsi, la cassa del popolo è aperta per i confratelli; ma se
veniste coll'animo di servirlo, io vi ringrazio, non ne ho bisogno.--

Le strane parole resero muti per alcun tempo i due, sicchè Bruto
proseguì con una specie d'ira concitata:

--Sì, io non posso che considerarvi per avventurieri o per avoltoi che
vengon qui attirati dall'odore della preda; voi più (e da molto tempo)
non appartenete alla setta.--

Giovanni non fu più suscettibile di freno, ed afferrato un braccio a
Bruto fu per ispezzarglielo a forza.

--Che osi tu vantare? Che osi tu?... Quello che da qualche dì vado
scoprendo sempre più mi addolora. Di quai sette vai parlando? stolto!
credi che a forza di macchinare in segreto potrai render felice il
suolo natío? passarono quei tenebrosi tempi, ed oggi saria vergogna
l'appartenere a quella misteriosa setta; ciò farebbe altrettanto torto
quanto far parte di una masnada di assassini. Si, e conosciuto ch'io
ebbi le sette, le abborrii come micidiali, le reputai come inutili,
non le stimai più degne di quel nome di liberatrici che si erano date.
Forse a quell'epoca alcuni potevano crederle vantaggiose, ma il tempo
ha svelato la verità. Che adunque? tu, che sai chi sono, vai
rimproverandomi, credi sia qui venuto per mercede o per sussidi;
vergógnati. Io sono e sarò sempre lo stesso, grande, onesto, caldo
amatore del mio paese.--

Giovanni non aveva lasciato la mano di Bruto, e Bruto, vinto dal
fascino terribile che Giovanni aveva per l'addietro esercitato su di
lui, cedette a quell'ira che gli divampava dagli occhi accesi e
furibondi, ed a stento ricovrando la parola:

--Via via, Giovanni, tu sai ch'io sono focoso e suscettibile d'ira; la
tua lontananza e....

--La mia lontananza ha durato fino a che io mi credeva inutile; ella
ha cessato allorchè io credetti la mia presenza necessaria.

--Necessaria!... riprese con calma Bruto, se tu lo credi, sarà: anzi
ho piacere che possa esserlo: divideremo insieme la gloria.

--La gloria! esclamò Giovanni, la gloria, non l'ho cercata; io ho
cercato l'utile del mio simile, e credo che sarò giunto a tempo.

--Deh! pregovi d'intendervi senza irritarvi, disse Alfredo desiderando
di mettere il colloquio in più pacato andamento. Parmi superfluo il
filosofar sulle parole, come tener motto di rimproveri.

--Alfredo ha ragione; entrambi ci siamo lasciati trasportare, rispose
Bruto desideroso di riprendere la calma, di cui sentiva più bisogno
per giunger meglio ai suoi fini. Giovanni, continuò, se ti ho offeso,
perdonami; tu sai quanto bollente io sia nell'ira mia: orsù, io primo
darò l'esempio di moderazione dappoichè m'avveggo che fui il primo a
varcarne i limiti; e poichè sento che entrambi gradite conoscere lo
stato delle cose, io vel dirò schietto, schietto.--

I due amici stettero in silenzio, ed il demagogo, con finta pacatezza,
parlò in questa sentenza:

--Lo spirito di fazione, o miei cari, converrò che non deve animare i
nostri cuori, ma pur troppo fino a che vi saranno uomini vi saranno
fazioni.

--E le cose andranno sempre male e come sono ite fin qui, proruppe
Giovanni.

--Ma lasciami dire, rispose Bruto, non mi interrompere. Quanto a me,
mi spoglio di ogni spirito di partito, e calmo e quieto mi propongo di
secondare lo spirito delle masse, che tende assolutamente ad un nuovo
ordine di cose, ordine il quale evidentemente è quello che è
indispensabile per la comune prosperità. Sappi dunque che io ho
rannodato i legami di amicizia con coloro che egualmente che me amano
il suolo natio, che ho in mano le fila di una gran tela.

--Il vostro piano, o Bruto, non trova censure nella mia mente, disse
Giovanni rimessosi in calma; gradirei peraltro sapere se avete
veramente fatto conoscere al popolo i suoi diritti e i suoi doveri.

--I suoi diritti certamente, o Giovanni; e vi dirò che siamo in certi
tempi in cui non ha bisogno di maestri su ciò: quanto poi ai suoi
doveri, io credo che non debba erigermi in catechista.

--Su ciò non andiamo d'accordo con voi: voi sapete che mal si conosce
il proprio diritto se non si ha cognizione del proprio dovere; nelle
franchigie la misura è il tutto, il traboccare può e deve naturalmente
portare degli sconcerti nel godimento di queste franchigie istesse;
preferirei qualunque stato, fuori che quello di un'anarchia.

--Ed io pure, disse Alfredo, il quale, profittando che Bruto era
rimasto in silenzio, volle esprimere la sua opinione, io pure sono del
parere di Giovanni: non vi hanno eccessi che non si possano commettere
da una sfrenata ed indisciplinata moltitudine, e se non si desse una
misura, una regola, un freno ai movimenti di questa, quando è
eccitata, sarebbe lo stesso che pretendere di procurare la integrità
di un gregge lanciandovi nel bel mezzo un lupo affamato.

--Miei cari, rispose il demagogo, che durante questo colloquio aveva
tirato su grosse prese di tabacco per serbare quella freddezza che
voleva mantenere, miei cari, noi senza volerlo ritorneremmo alla
questione di parole o almeno di mezzi. Io ho su questo punto idee
diverse dalle vostre: voi altri, dimoranti da lungo tempo in altro
emisfero, mi avete preso tutte quelle maniere di sentire dei popoli
stranieri; in voi tutto è calcolo, ed io credo che quando la spinta è
data e data a tempo, il retto debba andare da sè; vi prego lasciarmi
in questa opinione ed anche lasciarvi chi la divide meco: non pregati
e non richiesti siete venuti, ed io alla buon'ora vi accolgo; ma ormai
il mio piano è preso, ed io non posso nè voglio ritornare indietro.

--Questo era quello appunto ch'io voleva sentire da te, quantunque tu
non mi dica cosa ch'io già non sapessi. In mezzo al popolo ho veduto
che tu l'hai ciurmato come farebbe un negromante: ebbene io lascerò
che tu e lui andiate secondo il vostro merito nella bilancia dei
decreti di Dio. Quanto a me, se le mie forze varranno, cercherò di
ricondurre li agnelli al vero pascolo, se no....

--_Di moderati_ non è duopo, carissimo Giovanni: ti lascio colle tue
utopie; tu vorresti fare il possibile nella tua testa con mezzi
impossibili. Educazione, moderazione nel popolo! Ah! filastrocche di
racconti della nonna nel canto del fuoco.--

Alfredo era per parlare ed appoggiar le idee di Giovanni e per
concludere come esso, quando la porta si aperse ed un nuovo
personaggio familiare a Bruto entrò nella stanza. Egli non riconobbe i
due; ben essi lo riconobbero, ed insieme con un accento di sdegno
esclamarono:

--Qui costui?... ora tutto intendiamo. Questo paese non è più per noi,
torniamo in America.--

E così dicendo, senza degnarsi di un saluto, uscirono dalla stanza.




CAPITOLO XXIV.

Colloquio di diverso genere.


La persona entrata era il signor Basilio. La vista di lui produsse su
di Alfredo e Giovanni la sensazione di quella di un aspide. Un sol
momento bastò loro per comprendere i misteriosi legami che attaccavano
costui al demagogo.

--Ora sì che non credo possibile il risorgimento del mio paese, urlò
Giovanni percuotendosi forte colla destra la fronte: con siffatti
uomini alla testa gli abitanti di questa città passeranno al cospetto
degli uomini per masnadieri; e dai due che ne sono capitani supremi
argomento il resto del consiglio dirigente.--

Una cocente lacrima gli bagnò le gote al chiudere di questo discorso.
Alfredo pure era colpito dal più profondo dolore.

--Pur nullameno, soggiunse Giovanni, farò il possibile per loro,
finchè l'onore non sarà da essi fuggito, col braccio e col consiglio.

--Ed io seguirò il tuo nobile esempio, io e mio figlio ti seguiremo:
ma se non salveremo il paese dall'anarchia....

--Tu sai che io son nato in Piemonte, tu sai che laggiù ho amici; noi
torneremo colà, fuggiremo questo luogo ammorbato da pestifere serpi
che spargeranno il loro veleno dappertutto; io non voglio macchiarmi
col loro contatto. Noi partiremo per Nizza, e colà comprerò una
villetta per le donne, mentre che noi uomini, due padri e due figli,
offriremo il nostro braccio ed il nostro cuore alla schiettezza
sabauda.

--Il tuo desiderio, Giovanni, è pure il mio, lasciar che i rei si
perdano; peggio per loro: ma forse vi è speranza che riconoscano il
loro errore.

--Nol spero io; e non ti rammenti che cosa fecero della Francia un
Robespierre e tutti gl'infami membri della Convenzione? quella storia
di cittadini macelli, di turpi condanne, di orribili carnificine, Dio
il voglia che non si rinnovi nella bella Toscana! Tu lo comprendi qual
me; quei capi avidi di prede, di ricchezze, mirano unicamente allo
stabilimento dell'anarchia; ed il popolo ignorante li crede e li
crederà fino a che le sciagure gli faran conoscere, ma tardi, il suo
fallo.--

Giovanni ed Alfredo erano parificabili a colui chi si desta dopo un
lungo letargo: videro pur troppo l'amor patrio falsato; e sebbene
quelle anime ardenti non fossero suscettibili di pentimento, pur
nullameno quanto sentivano e vedevano li persuadeva della inutilità
degli sforzi che avevano fatti pel bene comune; convenivano in loro
stessi che, prima di pensare ed avere una rappresentanza, il popolo
deve giungere al più alto grado di perfezione morale, e che quanti
passi dista da quella, altrettanti sarà lontano dalla sua autonomia.
Fino ad ora i due nostri personaggi si erano illusi inquantochè non si
erano mai dati tanti fatti, tante combinazioni, quanti si erano dirò
accalcati in quel poco spazio di tempo in cui eransi allontanati dal
nuovo mondo. Fino allora non era giunto il tempo dell'azione, la quale
a chiare note di realtà dimostrava il pessimo andamento della plebe,
che, credendo slanciarsi così senza essersi purificata nella via del
progresso civile, si era viepiù cacciata nella perdizione per un
cammino del tutto opposto. Ma fa duopo lasciare i due spiriti bollenti
di sdegno generoso per ritornare al gabinetto di Bruto, ove, come
vedemmo, era entrato il signor Basilio.

Costui, sedutosi familiarmente sul divano di raso, tenendo in segno di
confidenza il cappello in capo, aveva incominciato così la
conversazione.

--Ebbene, caro il mio _luminare del secolo_, come sei tu contento di
me?

--Caro Basilio, se tutti gli uomini giovassero come fai tu alla buona
causa, io credo che in poco tempo si rinnoverebbe completamente la
faccia della terra; ma a proposito, dimmi, hai tu assistito al
panegirico del tuo fanatico missionario?

--L'ho diretto specialmente, ed oh tu avessi sentito come sbuffava e
come faceva venir la mosca al naso al popolo affollato! parlava di
fucili, di guerre, di franchigie con una faccia da energumeno; citava
Catilina, come se fosse stato uno dei più dotti santi padri: è un gran
diavolo costui.

--E di dove l'hai pescato?

--Non so di qual luogo sia scappato questo nuovo Lutero; e ti assicuro
che per le stranezze, per le contorsioni, per le ispirazioni
profetiche, costui non la cede a Maometto, nè a quanti impostori di
quel genere.

--Ma, dimmi un poco, e a denaro come si sta?

--Ah! quanto a ciò non dartene pensiero; le scrivanie ed i forzieri
dei ricchi stanno nelle nostre mani, e noi abbiamo in tasca le chiavi
di tutti quanti gli stipi, cioè è in nostra mano farli forzare a
piacimento.

--Ed il tuo? disse il Bruto in tuono beffardo.

--Oh! quanto a ciò, rispose il signor Basilio collo stesso tono, è
un'altra faccenda; in casa dei ladri non ci si ruba.--

Il signor Bruto dette in uno scoppio di risa così clamoroso che i
giovani dell'anticamera ne furono maravigliati.

--Dimmi e il giornalismo come lavora?

--Oh! caspita! ne stampa ogni giorno più da fare strabiliare; nel
giornalismo livornese abbiamo due periodici che a senso mio potrebbero
ricreare una conversazione di demonii, e tu vedessi che effetto
magico! Si direbbe che la placida popolazione della città ha il
diavolo in corpo; i ricchi tremano di una paura indicibile; i poveri
pendono alle speranze del lucro e già s'ingegnano; il commercio
vacilla; insomma tutto si affretta alla dissoluzione dell'antica
società, sui rottami della quale noi edificatori ne pianteremo una
nuova.

--In questi prodigiosi passi, caro Basilio, vi è del maraviglioso, ma
quello che corona l'opera è la tua conversione, caro Basilio.

--Conversione? con ciò dire mi dimostri ch'io sono stato un uomo mal
conosciuto; ma che credi? che ai tempi in cui biasciava i paternostri
e teneva il collo torto e fuggiva le donne, io lo facessi davvero? eh!
caro amico, stupisco come tu lo abbi creduto, un uomo della tua
fatta.... Era tutta tutta polvere negli occhi, e lo faceva per
ingannare i babbei e, come suol dirsi, tirare l'acqua al mio mulino.
Ma in casa ah! amico, avresti veduto con che dirittura teneva il collo
e che belle fantoline ricreavano le mie veglie notturne.

--Ma e quei certi soffietti in certi luoghi.... che so io.... non li
facevi da vero?

--Sicuro, era il miglior mestiero per giungere alla meta; altri tempi
altre cure. Oh! ma le tue facezie mi hanno fatto dimenticare un caso:
sai tu che possiamo dirci proprio fortunati, fortunatissimi? indovina
un po'? il bravo nostro collega Catone il censore è salito al posto di
proconsole. Il popolo ce l'ha messo, e possiamo dire che siamo al
punto beato di fare quello che ci piace.--

Oh! Catone! mormorò fra sè Bruto, è già salito! e mentre in sè
mulinava un pensiero d'ira, il suo volto non era mutato dal sorriso
abituale, onde freddamente:--Ne ho piacere; dimmi, Basilio, e i
bollettini sulfurei?

--Ah! piglian fuoco da sè.

--E la tassa che divisava porre su tutti i negozianti?

--Ho la minuta del nostro decreto.

--Sei proprio un Perù; ma pria che io nella moltiplicità degli affari
i quali da tutte parti mi attorniano mel dimentichi, che si ha da fare
dei retrogradi? queste bocche inutili e cervelli guasti si hanno a
metter fuori! il mio segretario ha minutato il programma, io lo
firmerò e tu lo farai stampare: ma a proposito; io ho su ciò da
palesarti un arcano.--

Quando si trattava di arcani da conoscere, il signor Basilio era
peggio di una donna per la curiosità; onde con somma fretta esclamò:

--Presto presto, di che si tratta?

--Hai tu veduto bene quei due che con brutto cipiglio si sono
allontanati dalla mia stanza al tuo ingresso?

--Gli ho veduti di volo, ma non ho badato gran fatto alla loro faccia;
avevano l'aria da disperati.

--E forse lo sono; sappi però che costoro li stimo pregiudicevolissimi
al buon andamento delle cose nostre.

--Quand'era così, perchè non mi facevi un cenno? non avevi forse le
pistole sul tavolo? non ho io il mio pugnale? non ci erano i giovani
in anticamera? si saltava loro al collo e con un fazzoletto turando ad
essi la bocca in due minuti erano belli e spacciati; dopo avremmo
gettati i loro cadaveri nel sottoposto canale urlando all'affollata
moltitudine: Così periscano i traditori!

--Lodo il tuo zelo, caro Basilio, ma sappi che quei due furfanti non
erano due oche, e probabilmente prima che tu avessi potuto fare la
festa a loro avrebberla essi fatta a te; ma è inutile perder tempo in
questa digressione. Coloro sono due dei più indiavolati _moderati_ che
io conosca; hanno aderenti e mezzi e son capaci di guastare le cose
sul più bello: conviene sul momento spiccare un ordine del proconsole
che non ardiscano più presentarsi in città sotto le più severe
comminazioni.

--Ebbene si farà; ma, in grazia, dimmi i nomi e i casati, perchè io
possa parlarne al saggio Catone.

--Nel tempo passato credo che tu avrai sentito nominarli, son essi
quel Giovanni ed Alfredo....--

Bruto non ebbe duopo di proferire i cognomi, poichè se una miniera
d'oro fosse stata scoperta sotto il terreno di proprietà del signor
Basilio, avrebbe questi risentito minor gioia; laonde con tanto
d'occhi spalancati e con la bocca aperta:

--Ah!... ah!..., ho capito, ho capito benissimo; questa nuova mi
consola: servirò di tutto cuore il mio paese; con costoro ho qualche
conto da regolare; io volo dal proconsole.--

E fe' per uscire.

--Senti.... senti...

--Non mi trattenere: quanto siano terribili costoro, lo so molto più
di te; altro che esilio! costoro bisogna farli legare, incatenare,
imprigionare, o meglio, fucilare.--

E così dicendo, a malgrado delle premure di Bruto, uscì precipitoso
dalla stanza; se non che, con eguale precipitazione ritornando per un
momento indietro, con voce affannosa:

--Dimmi, dimmi... e.... donne ne hanno con loro?

--Donne? E che importa delle donne?

--Importa benissimo; sono forse peggio degli uomini; ma a me, a me
costoro, tutti tutti fino ad uno, non mi fuggiranno una seconda
volta.--

E terminando queste parole uscì della stanza col volto radiante della
più pazza ed infernale gioia.

Il perfido signor Basilio non aveva perduto un istante di tempo per
sfogare una vendetta da lungo tempo covata: qual gioia per lui, il
percuotere di colpo mortale quel Giovanni che aveva posseduto colei
per cui il vedemmo ardere di amore! qual sodisfazione di potere in un
tempo schiacciare due abominate famiglie! e ben lo sperava, anzi
tenevasi sicuro dell'esito, dal fermento popolare che esso era per
destare contro le due designate vittime; sapeva bene che il popolo non
ragiona, ed aveva presente con qual felice resultato i demagoghi del
1793 all'epoca della terribile anarchia avean fatto cadere le teste
delle da loro odiate persone, gavazzando nel sangue più puro e più
innocente, senza rispetto all'età, al sesso ed al grado. Basilio aveva
in cuore l'anima di Robespierre e di Marat; e se fosse permesso di
credere alla metempsicosi, io vi direi che l'anima infernale di uno di
quei due mostri fosse trasmigrata nel corpo del signor Basilio. Ma
nell'eccesso del suo sfrenato desiderio esso uscì dal gabinetto senza
direzione veruna e come se, appena uscito, avesse potuto raggiungere i
due personaggi, farli arrestare dal popolaccio e tradurli in prigione.
Egli forse sperò incontrarli, riconoscerli alle loro vesti, alle loro
fisionomie quando avesse comodo di fissarli. In questa speranza e per
la fretta di giungere al suo scopo, non pensò a dimandare qualche
schiarimento al demagogo o ai giovani dell'ufficio di lui. Giunto che
fu sulla Piazza d'arme, si avvide del commesso sbaglio e se ne morse
le mani. Dove saranno alloggiati? disse fra sè: in questo stato di
disordine ei sapeva che le denunzie fatte al comitato di sicurezza
circa i forestieri erano molto incomplete. Da una parte si rasserenò
pensando che neppure Bruto avesse saputo dirgli qualche cosa intorno
alla dimora dei due, ed infatti ciò era vero; tanta fu la sorpresa in
cui gettò quell'agitatore la comparsa improvvisa dei due antichi
colleghi che non aveva pensato a dimandar loro dove dimorassero e se
si trovassero in Livorno sotto il loro vero nome; e forse, quando pure
ciò avesse loro dimandato, noi abbiamo ragione di credere che non
sarebbe stato soddisfatto nelle risposte. Il signor Basilio dunque si
dispose almeno per il momento a far da sè ed a fiutare come un bracco
le peste del cervo o della lepre; e pensando che più facile gli
sarebbe stato rinvenire coloro nei luoghi più frequentati, si diresse
quasi trafelante verso la bocca del Porto, urtando senza pur chiedere
scusa or l'uno or l'altro di tanti che si trovavano sulla via, i
quali, non conoscendolo, lo presero per un matto, mercanzia umana in
grande abbondanza in quell'epoca a Livorno. Tali altri, conoscendolo,
si guardavano in viso come per dirsi: Eh! esso oggi è l'uomo del
giorno, l'uomo di affari, bisogna scusarlo; le grandi cure che lo
molestano, non gli permettono di fare cerimonie.

Sul canto di via della Tazza, allora detta Via Marsillana, stava un
banco di arance di Portogallo l'une sopra le altre a piramide; per
sventura del povero rivenditore, un'acuta estremità del banco medesimo
s'internò nella fodera delle falde dell'abito del corrente signor
Basilio, il quale, non arrestandosi per il contrasto, fece sì che
trassesi dietro per un poco la panca, ed ecco rotolare a centinaia le
arance per terra, con gioia immensa degli sfaccendati, dei ragazzi, e
risa anche degli adulti; mentre il signor Basilio, credendosi preso
per le falde dell'abito da qualche persona che volesse alcun che, cui
egli divisava di non dar retta, urlava senza guardare e gridava:

--Fermatevi, fermatevi, non mi trattenete; si tratta della salvezza
della città.

--E si tratta della salvezza delle mie arance, urlava dalla sua parte
il povero rivendugliolo; nessuno vi ferma, è voi che dovete
fermarvi.--

Ma la corsa del signor Basilio doveva inevitabilmente essere
trattenuta, perchè la panca che stava attaccata alle falde di lui,
avendo nello strisciare per terra fatto cadere delle persone che
passavano per direzioni opposte a quella dell'infaticabile
persecutore, si levò un gridìo, una diavoleria, e ben tosto il signor
Basilio si vide circondato da persone e ceffi minacciosi, e davvero
questa volta preso per l'abito e tirato da tutte le parti.

--Perdio! questo è un procedere da bestia, gridava un tale rialzandosi
a stento da terra e zoppicando colla gamba destra; ahi ahi! che
sbucciatura! che frizzore! ma da quando in qua si cammina colle panche
attaccate al vestito?

--Oh il mio occhio! strillava un altro lacrimando e turandosi l'occhio
sinistro; ho avuto un bel fare a metter le mani avanti che un sasso mi
si è cacciato sotto, e sarò per divenir cieco.

--Che impertinenza! che sfacciataggine! gridava come indiavolata una
vecchia signora di circa sessant'anni che era, per causa di quella
maladetta panca, caduta con la gonnella alzata sopra il marciapiede,
ed aveva sopra di sè un ricco Ebreo, la cui grossa pancia non temeva
confronto di quella del basso cantante Lablache, essendo del peso di
cinquecento libbre almeno. Che birbonata è questa, saltare addosso in
questa guisa? aiuto, aiuto!

--Per Mosè, per Aronne, per Baruch, ahi ahi! cara lei affogo! per
Esdra e Neemia, signori, cioè cittadini, chi mi aiuta a sbarazzarmi da
questa vecchiaccia la quale mi ha incatenato un piede con lo strascico
di sua gonnella?--

Ed invano gridavan tutti quei poveri caduti; troppo ci vorrebbe a
numerarli tutti ed a trascrivere gli accenti d'ira, di bestemmie, non
meno che i lazzi curiosi che facevano crepar dal ridere: e, come ben
pensate, lettori carissimi, neppur uno di quelli che erano all'intorno
dei caduti divisava di dare aiuto ai meschini attrappati dalla panca
del signor Basilio; ma invece si divertivano a far calca all'intorno
di quel mucchio di gente, la quale dava uno spettacolo ridicolo. Così
ognuno dei caduti, vedendo che da niuna parte veniva soccorso, pensava
di alzarsi da sè, chi colle mani, chi col bastone, chi col gomito; ed
in fatti si alzarono alla meglio che poterono, gli ultimi la vecchia e
l'Ebreo, i quali, stirando le gambe e spolverandosi la giubba e
tirandosi giù la gonnella, alzati che furono, si guardarono in
cagnesco.

--Buh! buh! urlò la vecchia digrignando i denti.

--Auf! auf! esclamò il grasso Ebreo, per Malachia, l'ho avuta bella la
grazia; credevo di affogare presso quel cadavere.--

Le risa degli astanti furono troncate dall'arrivo di un tamburo e di
una massa d'uomini armati.

Era cosa ben naturale il loro intervento: a quell'epoca tutto destava
allarme; e siccome ogni uomo si credeva in diritto di armarsi, di
pattugliare e di arrestare o almeno di girare in truppa, dalla vicina
pescheria un tal Grongo pescivendolo dei più clamorosi, sentito il
fruscío di via della Tazza e visto il popolo accorrere a quella volta,
si credè in dovere di riunire in un attimo la compagnia delle guardie
di sicurezza e portarsi sul luogo del supposto tumulto.

--Alto alto! affè de mio! urlava il capitano; fate largo alla
giustizia, figli di cani (scuseranno i nostri pudici lettori il poco
purgato linguaggio del capitano di sicurezza), che fate quaggiù birbe
sconsagrate?

Le risa avendo ricominciato, il furibondo capitano ordinò:--Spianate
le baionette!--Ed era la commedia per divenire tragedia, se il signor
Basilio, sempre accerchiato dalla folla, avendo riconosciuto il
pescivendolo, non gli avesse gridato:

--Ferma, Grongo, son io.... non tirare perdinci!

--Ohè! abbasso l'arme, gridò il capitano. Lo dice il signor Basilio.
Ma insomma cosa è stato? aggiunse calmatosi il feroce Grongo a coloro
che più gli stavano vicini.

--Te lo diremo, ma abbassa quella fiocina, che qui non son tonni nè
balene da infilzarsi, disse un dotto parrucchiere. Ma perdinci! non ci
far più di queste paure co' tuoi soldati. Vedi quella cittadina è là
per morire di convulsioni.--Ed accennò quella signora a cui il grasso
Ebreo aveva quasi schiacciata una coscia e che avevano posta su di
quella terribile panca staccata dalle falde del signor Basilio.

--Lasciate che muoia pure, riprese l'Ebreo grasso.

--Zittati, Ebreo cane, gli gridò infastidito Grongo, rispetta la
ciccia nostra; (sì dicendo gli lanciò un solenne pugno nella pancia,
la quale fece crich! come una vescica di aria percossa) lasciami
funzionare, interrogare e far giustizia.--Ed appressandosi al signor
Basilio:--In somma come è ita?--

Il signor Basilio, veduta l'imponente radunata di gente intorno a sè e
quegli armati che sapea dipendere da un menomo suo cenno, non
tralasciò così bella occasione di magnificare il suo amor patrio: per
cui con ampolloso discorso fece sapere alla moltitudine che il
disgraziato accidente era accaduto per la fretta in cui si trovava di
rintracciare per la città due persone pericolose al ben essere di
quella: due.... e per spiegarsi meglio nel linguaggio plateale di
quell'epoca, due più formidabili codini; il che suonava ancora uomini
avversi al buon ordine di cose. Il popolaccio fece plauso alle premure
del signor Basilio: e il capitano giurò su quella coltella colla quale
era solito tagliare in pescheria il pesce tonno e il pesce spada, la
quale portava in mano in modo bellicoso, giurò di cacciarla nel ventre
ai due codini ricercati dal signor Basilio, e si pose immediatamente
insieme colla compagnia dei pescivendoli a disposizione dell'eroe
dell'indipendenza, il degnissimo signor Basilio. Costui, pettoruto e
gonfio di boria, ringraziò la provvidenza (ci s'intende la provvidenza
di cui era degno) dell'aiuto novello; ma non sapendo la dimora di
coloro che ricercava, dubitò di riuscire nell'impresa: pur nullameno,
infaticabile nello zelo, fu per muoversi a nuova ricerca traendosi
dietro que' forsennati, allorchè la sorte lo favorì appunto quando
meno se lo aspettava.

Alfredo e Giovanni si erano determinati di ricondursi a bordo della
corvetta passando per la via San Giovanni ed imboccando nella darsena.
Erano già sullo scalo, allorchè il frastuono che aveva luogo in via
della Tazza penetrò nelle loro orecchie.

--Ah! qualche scenata popolare! urlò Giovanni; andiamo, vediamo se si
può fare intender la ragione a questa belva di popolo aizzato dagli
iniqui.

--Andiamo, rispose Alfredo: in ogni utile e pericolosa impresa mi
avrai sempre compagno.--

Così dicendo, presisi a braccetto, si avviavano per la Pescheria, in
via del Giardino, e di là per via Materassai in via Ferdinanda, detta
comunemente via Grande. Giunti colà, in breve furono laddove stava
predicando il signor Basilio; il quale, all'avvicinarsi dei due, come
colpito da improvvisa reminiscenza, ravvisando gli odiati personaggi,
con voce stentorea urlò:

--Eccoli, eccoli; son quei due: addosso, addosso!--

Ed in un attimo i due vennero accerchiati ed atterrati dal popolo.




CAPITOLO XXV.

Quadri popolari.


Fa duopo lasciare per il momento i due nostri perseguitati in mano del
popolo furibondo; il che certamente starà loro in luogo di terribile
lezione. Lasciamoli dunque, sicchè abbiano tempo di fare amare
riflessioni e pentirsi delle utopie di cui furono vaghi, sto per dire,
tutto il tempo di loro vita. Il periglio in cui si trovano, se non
servirà loro di emenda, servirà, non vi ha dubbio, di esempio a chi,
nutrendo nel cervello le idee più fantastiche, fosse preso dalla
smania di imitarli. Intanto noi anderemo al palazzo del proconsole,
dove già ci ha preceduto il nuovo Bruto.

Costui, tuttora coll'animo inquieto per la comparsa improvvisa degli
antichi compagni di partito, si stava pauroso che essi volessero
rovesciare il piano di cose da lui con fatica di tanti anni edificato,
rapirgli, non dirò la gloria, poichè la gloria era la vernice del
quadro, ma il tesoro ed il potere, preziosi gioielli per quel genio di
cupidigia e di superbia. Cresceva il malumore del nostro personaggio
la nuova che il bravo Catone così di slancio si fosse impadronito del
posto eminente e, come dice il proverbio, gli avesse fatta una
finestra sul tetto. Pieno d'ira avrebbe veduto volentieri fucilare i
vecchi compagni Giovanni ed Alfredo e per giunta anco Catone: se non
che la prudenza e la finzione gli suggerivano di spingere solamente lo
sdegno popolare contro Giovanni ed Alfredo, ch'ei ben sapea poter
avere pochi aderenti in città ed essere venuti alla ventura ed a
pescar nel torbo; mentre era a lui vantaggioso adulare ed avvicinare
Catone, presentarsi col miele sulle labbra ed allargarsi il meglio
possibile, simulando un affetto dei più sviscerati. E perciò, fattosi
annunziare dalle guardie del nuovo reggitore, si fu al di lui cospetto
in una sala delle più leggiadramente adornate dell'appartamento.

--Si può inchinare la novella Eccellenza, prese a dire tenendosi fra
il brioso ed il serio e facendo per altro cenno di rispetto curvando
la schiena.

--Poffare! sei tu che mi vieni con queste nonnate? a banda gli
scherzi; appunto aveva bisogno di te: tu mi lasci negli impicci....

--Per.... sclamò Bruto rassicurato che almeno in apparenza il potente
non voleva omaggi. Per.... sei tu che mi rimproveri? è strano; ed io
invece doveva rimproverar te.

--Mi burli?

--Dico sul serio per.... ti cacci nientemeno nel posto di timoniere di
questa barca e non avvisi il piloto.

--Graziosa questa metafora e non mi dispiace; ma che vuoi ch'io ti
dica? sarà forse due ore ch'io mi trovo qui a _regere et gubernare_, e
tanto è lo sbalordimento del balzo o meglio della salita che non ho
avuto tempo di ripigliar fiato per fare scrivere le officiali di
nomina agli altri poteri della città. Ti prego dunque di disimpegnarmi
dalle formule dell'etichetta diplomatica; d'altronde tu vedi bene che
bisogna in prima che cominci a far conoscenza con queste superbe
suppellettili dalle quali sono circondato, poscia coi miei segretari e
per ultimo col portinaio. La mia elevazione subitanea non mi ha anche
permesso questa indispensabile ricognizione, fra cui vuolsi por per la
prima quella della cassa proconsolare. La mia è stata a un dipresso
come l'elevazione di Vespasiano; le turbe lo acclamarono e sopra uno
scudo lo elevarono al cospetto dei sudditi: io sono stato inalzato
collo stesso entusiasmo sopra un fondo di botte nella piazza
dell'erbe; ma ciò non vieta che sia valida l'elezione per acclamazione
piuttostochè per plebiscito.--

Bruto si mise cordialmente a ridere e porse al caro amico un grosso
abbraccio.

--Mi rallegro teco, riprese il primo con effusione di cuore. Tu stai
bene dove sei, ed io ti ci sosterrò.

--Diamine! vorrei vedere che tu mi abbandonassi, il mio caro piloto.
Sono impaziente di vederti salire sulla mia nave, colla quale
sfideremo le tempeste dei venti retrogradi.

--Son con te in vita e in morte.

--Oh! ma mi scordava il meglio: sai tu ch'io considero questo passo
come un gradino per andare più su, e che voglio trarti meco al tempio
della felicità e della gloria e....?

--E delle ricchezze.... capisco benissimo, mia cara Eccellenza
cittadina; ma ecco qua, incominciamo subito con quell'aria di
protezione.

--Me ne guardi il berretto frigio, alto nume che invoco; io e tu ci
abbracceremo come un ramo di ellera per salire al più alto delle mura
cittadine.

--Poetico ed amichevole concetto! accolgo la tua promessa e lodo la
tua affezione: se non che permettimi di far uso di altra metafora; noi
ci inalzeremo non già come ellera, sebbene possiamo coscienziosamente
ritenerci come pianta parasita, ma come due gatti, reggendoci sugli
ugnoli e graffiando chi c'impedisce di salire.

--Bravo per.... ti cedo in tutto, eziandio nella vivacità, nel fuoco
sublime della tua ferrea imaginazione: ma noi siamo abbastanza
infiammati, per quanto parmi, di alto amor patrio; e siccome potrebbe
operarsi nel nostro interno una spaventosa combustione, mi parrebbe
conveniente di vuotare insieme un paio di rinfrescanti bottiglie di
Sciampagna, del quale ho fatto innaffiare alcuni crostini di
beccaccia. Orsù saliamo alla mia sala del _déjeuner_, e, per non
infrancesarci, diremo colla Crusca dello _asciolvere_.

--Tu sai che feci voto di religione, di mia religione.... non bevo
vini nè liquori spiritosi.

--Ah! sì lo so, ma quei voti si osservano in pubblico e non in
privato; anche il sultano Mahamud non beveva nè spiriti nè vini, e
crepò per eccesso di ubbriachezza.

--Il mio Corano è più severo, ed appunto la sorte di Mahamud mi è di
esempio.

--Orsù non voglio teco contendere: se non bevi tu liquori spiritosi,
li beverò io ed altri nostri compagni e cavalieri che hanno per
impresa sullo scudo quel motto di Orazio:

    _Nunc est bibendum, nunc pede libero
    Pulsanda tellus._

Laonde se tu non vorrai ber vino, berrai acqua e mangerai i crostini
coi tartufi.

--Il tuo nuovo posto ti esalta più del solito; veggo benone che tu
sapresti reggere a fortuna maggiore.

--Lo vedremo; per me sai che, per contentarmi appieno, sarebbe poco
l'impero del Mogol.

--Sì, sì, ne son persuaso: ma quelli che ascoltarono le tue lezioni di
modestia, di moderazione, ecc., ecc.

--_Ait latro ad latronem._ Bruto, quelli che udirono le nostre lezioni
volevi dire; io ritengo che niente vi sia di nuovo sotto il sole, e
che i favori e le fortune siano per i furbi e per gl'impostori.

--Massime da scolpirsi in bronzo, ma in caratteri di geroglifici,
perchè i posteri non apprendano a metter giudizio. Diamine! dobbiamo
noi essere gli ultimi al mondo, e il fatto sta che non sarebbe
prudenza dir _quattro_ finchè non è chiuso nel _sacco_. Che diresti
mai se nel mare che ora navighiamo fossero molto vicini degli scogli?

--Tu burli: non sai tu al par di me come a Livorno abbiamo assestato
le uova nel panierino a mo' di non romperle, e come questa
aristocrazia di pescivendoli, navicellai e borsaioli che marciano in
carrozza ci abbia secondato colle opere, col denaro? Quasi mi faresti
ridere colle tue ubbíe.

--Eppure io sto per dirti che, senza il mio modo laconico di parlare e
di agire e senza il pronto soccorso dell'indefesso atleta del
progresso, il degno signor Basilio....

--Quell'ex-spia.

--Di' pure quella spia; perchè, cangiando di partito, non ha cangiato
nè costumi nè abitudini nè mestiero.

--Ebbene?

--Il signor Basilio sta in traccia di due rompicolli che erano venuti
appunto a guastare quelle uova che tu, prudentissima Eccellenza
novella, credevi di aver collocate così bene.

--Ma per.... spiégati.

--Son qui, cascati come dalle nuvole, quei due malandrini antichi
nostri compagnoni dell'osteria dei Tre Mori.

--Giovanni ed Alfredo?

--Appunto loro.

--Per mia fè! giungono in buon punto quei demagoghi indiavolati, di
quelli abbiamo sempre bisogno.... gente che attizza il fuoco....

--Cara Eccellenza cittadina, sul conto di costoro devi cambiare
opinione e devi sapere come io li abbia in conto di perfetti
rinnegati. Ed infatti tu sai come di loro non si sentisse più parlare
da anni e anni, come si rifuggissero in America con le loro donne e
che mettessero assieme molti figli e molto denaro; il fatto sta che
costoro rinunziarono alla setta nostra.

--Ma pure Alfredo nel trentuno....

--Eh baie! Fece come gli avoltoi; venne all'odore della preda e
disparve allorchè vide che non ci era da buscar nulla. Caro amico,
cotesta gente la temo come la gragnuola; è pur funesta alla messe del
risorgimento!

--Ma dove sono costoro?

--A me lo domandi? Potrei risponderti che a te, oggi padrone della
città, spetterebbe render conto di chi vi si trova: veggo pur troppo
che non si è fatto nulla se non si organizza un drappello di polizia;
signor sì, non inarcare le ciglia, sarà polizia democratica; vi ha da
essere forza, altrimenti le nostre cose faranno fiasco.

--Se costoro sono perniziosi, li farò ricercare e tradurre alle
carceri.

--E se avessero fatto come fecero sempre, cioè apparvero e sparvero a
guisa di comete?

--Pazienza! non avremo a temere di loro.

--Quel che è certo è che le cose sono andate male fin qui, poichè gli
statuti della nostra società non sono stati mai osservati
perfettamente; ed in fatti quanti sarebbero i traditori che avrebbero
dovuto essere stilettati a tenore del codice da cui si regola la
nostra società stessa!

--Tu hai detto benissimo: quel che peraltro è differito non è perduto;
tengo in manica costoro.

--Se mai peraltro si trovassero, io ritengo doversi abbandonare al
popolo; tu sai che difficil sarebbe trovare una bestia più feroce.

--Lo credo.--

I due amici, nelle cui mani stava pur troppo la misera Livorno,
sorridevano di compiacenza e si fregavano le palme delle mani; quando
un romore di popolo che si avanzava con urli e fischi a suono di
acclamazioni e di tamburi troncò i loro ragionamenti. A tal romore la
curiosità spinse quei due ad affacciarsi al verone che dà sulla
piazza, sicchè ebbero agio di vedere, dalla parte di via Grande ossia
dalla tromba, immensa folla di popolo che teneva dietro ad una fila di
militi in mezzo ai quali sembrava fossero delle persone arrestate.

Erano infatti Alfredo e Giovanni, che, a malgrado di una vigorosa
resistenza, a malgrado che facessero conoscersi antichi amici del
popolo, a malgrado i loro generosi sensi di oneste speranze, aveano
dovuto soccombere sotto il peso degli oltraggi dell'armi e dei più
violenti trattamenti. Procedevano essi colle mani legate a tergo e
stretti ai fianchi da quattro manigoldi che loro tenevano a forza le
braccia; imprecazioni orribili echeggiavano per l'aria, e li
accompagnava il suono di scordati tamburi. Il signor Basilio eccitava
sempre più l'ira della sfrenata plebe contro i miseri arrestati, e
brandendo per l'aria la canna d'India a guisa di spada, avendovi posto
il suo fazzoletto di seta rossa a mo' di bandiera, urlava fino a
perdere il fiato:--_Fucilate costoro_, fucilate gli empi che vengono a
spargere la zizzania fra noi! costoro vorrebbero venderci.

--Morte, morte! urlava il popolaccio.

--Ammazziamoli subito! gridarono più voci di forsennati.

--Intanto la piazza sempre più e più si gremiva di gente che sboccava
al trambusto da tutte le vie, e cresceva la folla ed il trambusto
stesso. Le finestre pure delle abitazioni erano gremite di persone
curiose.

--Ammazziamoli subito! seguitavano ad urlare quei demonii.

--Facciamoli prima confessare, gridavano i pacifici.

--Facciamoli palesare i loro compagni, urlavano i prudenti.

--Li faremo fare doppia confessione, dicevano i filosofi.--

L'opinione di straziarli prevaleva sempre: ed il corteggio terribile
si avvicinava al palazzo del proconsole; se non che, entrato diverbio
e susurro sul modo di spacciarli, poco mancò che non succedessero
omicidii nella folla medesima, la quale, dividendosi in più partiti,
fu causa che coloro che menavano i disgraziati dovettero arrestarsi.

Fu tenuto una specie di parlamento generale.

Bruto e Catone sulla terrazza pigliavano tabacco sorridendo.

--Sono essi? disse Catone nel vedere i due legati a non molta
distanza.

--Sì, sono essi: possiamo dirci fortunati; scena così bella chi sa se
vedremo più mai?

--Io credo che Nerone e Caligola dall'alto dell'anfiteatro non abbian
veduto così strano spettacolo.

--Allora erano le tigri che si slanciavano sopra i condannati, adesso
la plebe.

--Evidente segno del progresso! ma zitto, sentiamo la deliberazione
delle bestie ragionevoli.

--Tocca a me a parlare per.... urlò con voce stentorea il capitano
Grongo; e siccome tale esclamazione fu seguita dallo schiamazzo
affermativo di tutti i di lui fautori, l'opposta fazione credè utile
compiacerlo.

--Che li dobbiamo ammazzare questi due rinnegati sta benissimo, e
basta che l'abbia assicurato quel pio signor Basilio; ma di qual morte
debbano poi morire, è questo un caso che tocca a deciderlo a me che li
ho arrestati. Prima di tutto bisogna domandare a questa gente chi sono
e chi non sono, poichè, voi m'intendete, non bisogna ammazzare le
persone senza prima sapere i loro nomi, tanto più che una volta morti
non si può più loro domandar nulla.--

Tutti quei forsennati in mezzo a così luttuosa scena ebbero il cuore
di ridere alla dotta osservazione del capitano. Terminato lo
schiamazzo, il capitano riprese la parola dicendo:

--Dunque appena sapremo chi sono, li potremo per la più lesta spellare
vivi, ossia scorticare.--(Ognun sa che il capitano era uno
scorticatore di pesci.)

Dopo di lui vennero a parlare i beccai, i fabbri, i falegnami, ecc.,
ed ognuno insisteva perchè i due sventurati fossero fatti morire per
mezzo di istrumenti propri del loro mestiere. In tanta lascivia di
sangue, in tanta sfrenatezza di popolare licenza, due soli uomini che
mestamente seguivano i furibondi e, forse con l'animo pio di sottrarre
le vittime a tanti carnefici, fra loro bisbigliavano:--Ah! ci aiuti
Dio: in quali mani siam caduti!

--Eh! ma non sento l'ira per questi di quaggiù, bensì per quelli di
lassù.--Ed indicava Bruto e Catone che dalla loggia del palazzo
proconsolare guardavano con indifferenza e brutto sogghigno la turba
insultante e fremente.

--Mi sdegno con quei due e con quel seguito di congrega; e che sì,
sono pochi ed hanno ammaliato tanti! ma guarda veh! soggiunse in tono
profetico, ha da venire anche per loro il _Dies magna_.

--_Et amara valde._--

Quindi tacquero: e buon per loro che nessuno li intese, altrimenti la
festa che quei manigoldi eran per fare ad Alfredo e Giovanni sarebbe
pur troppo toccata anche ad essi.

Peraltro alla scena di terrore e di pietà doveva succederne altra.

Dalla parte del porticciuolo ecco venirne un drappello di giovanetti
armati di fucile, i quali avevano per capo un elegante giovane di
forme robuste che, sguainata la spada, si cacciò urlando di fronte a
coloro che tenevano i due prigionieri, e in un attimo i suoi compagni
trassero i colpi di fucile; cui fu risposto dai militi che guidava il
capitano pescivendolo.

--Furfanti, gridava il giovane eroe, furfanti! lasciate le vittime,
lasciate le vittime.

--O Selvaggio!--urlò uno degli arrestati, ed Alfredo, che nel
trambusto di quella zuffa si era liberato da coloro che lo tenevano,
si slanciò verso il figlio; ma ahimè! erano pur essi di nuovo per
essere sopraffatti e trucidati spietatamente, se la mano divina non
avesse loro inviato un insperato soccorso.

Alla parola _Selvaggio_ pronunziata in quella zuffa ed in quel tumulto
di grida, di bestemmie, di fucilate, fra il fragore delle baionette ed
il fuggire del popolaccio inerme, un grido che rimbombò per l'aere
ripetè:--_Selvaggio! Selvaggio!_--

Ed un uomo canuto fu visto precipitarsi a braccia aperte sul giovane
che abbracciava il padre. Era un gruppo magnifico.

Al grido di quell'uomo parve che l'ira di quei mostri si fosse spenta
come per prodigio; le armi micidiali si abbassarono al severo sguardo
di lui.

Chi era mai il nuovo venuto?

Era un uomo che poteva avere fra i sessanta e i settant'anni, con una
di quelle fisionomie franche e burbere che a prima vista incantano e
che spesso si trovano fra i buoni popolani. Egli era sboccato dalla
via del Giardino, tranquillamente portando sulle spalle una corba da
pesce vuota, quando, veduta quella folla di popolo, si era accostato
per mera curiosità, ed appunto quasi in quel momento era successa la
scaramuccia fra i giovani marinai condotti da Selvaggio ed il patetico
incontro di costui col padre.

Il tono di protezione del vecchio verso del giovane avrebbe avuto
troppo sterili conseguenze, non sarebbe servito che a sopire per un
momento quell'ira ed effrenatezza popolare, perchè queste
ripigliassero un maggior vigore e più tremende scoppiassero, se in
primo luogo il vecchio stesso non avesse esercitato una specie di
magico potere sul diabolico capitano pescivendolo; in secondo luogo,
se alla di lui aria di protezione non se ne fossero uniti ben cento e
cento, i quali, sollevando per l'aria i berretti e le pezzuole,
urlavano come spiritati:

--Viva lo zio Neri! per...... luogo allo zio Neri!--E questi applausi
erano formidabili e decisivi perchè partivano di mezzo alle stesse
infuocate turbe e dalle gole di qualche centinaio di pescatori e
navicellai del Calambrone e di bocca d'Arno e di Pisa, i quali avevano
il nostro zio Neri in quel conto in cui i nostri vecchi progenitori si
ebbero un tempo i patriarchi ed i profeti.

Gli animosi giovani che Selvaggio aveva seco addotti dalla nave in
traccia del genitore e di Giovanni, la cui assenza aveva posto in
apprensione le donne e della cui pericolosa situazione in Livorno era
giunta notizia sulla corvetta, cessarono dal trarre coll'armi quando
videro che anche le turbe avevano momentaneamente cessato
d'inferocire; si guardavano peraltro i due partiti in cagnesco: ma
quello del buon zio Neri ingrossato di ben trecento o quattrocento
proseliti, le di cui armi in parte altro non erano che buone e callose
mani serrate a pugno e armate di coltello, permisero al vecchio
pescatore di bocca d'Arno di allontanarsi dal luogo della zuffa
insieme al suo caro protetto ed al genitore di lui, i quali da un
gruppo di pescatori erano stati posti in salvo con quella velocità con
cui si sottrarrebbe da uomo nerboruto un fanciullo da un incendio o da
altro periglio. Ma per sventura di Giovanni il partito di Grongo,
vedendo l'altro starsene colle mani a cintola e come non solo uno dei
prigioni fosse salvato restando impunito l'ardire di quel giovane
marinaro piovuto proprio come una saetta su loro, con eguale velocità
tratto di peso Giovanni e circuitolo di folla, lo fecero in un batter
d'occhio sparire dalla scena per cacciarlo in una delle stanze di
forza del palazzo proconsolare.

I due del terrazzo al primo scoppiettar degli archibusi si erano, come
nimici delle palle di piombo, tolti dal verone, ed ormai credendosi
sicuri della preda, avevano fatto ingresso nella sala della colazione,
ove tracannavano e Sciampagna e Bordò ed altri preziosi vini, e
rosicchiavano polpe di selvaggiume e pasticcini alla crema, quando
vennero dalle guardie avvisati che il prigioniero era già nella
cantina ad uso di carcere.

--Come! urlò il proconsole spezzando un bicchiere di Sciampagna nelle
pareti, come! canaglia, e l'altro?

--L'altro, dissero i manigoldi, l'ha voluto per sè lo zio Neri!

--E chi è lo zio Neri?

--Chi è? replicarono i popolani: è uno che conta quanto voi; poichè
voi è poco che contate, ed esso comanda da trent'anni sull'Alghe di
bocca d'Arno.

I due demagoghi si morsero le labbra.

--Uno per uno non fa male a nessuno, ripetevano con ilarità i
popolani; e con una espressione che la decenza non consente
trascrivere suggellando la massima, si ritirarono.

--Non ci frastorniamo di ciò, gridò Catone riprendendo la sua solita
gaiezza; basta che uno sia in gabbia, e penserò io a dargli un
esempio: ormai la congiura è sventata; evviva il trionfo dei
galantuomini, evviva il bene dell'umanità!

--Evviva evviva! urlò ansante il signor Basilio entrando dopo coloro
che avevano fatto l'accompagnatura di Giovanni; evviva, amici! Dei due
colombi potremo mettere nello spiedo il più grosso.--

E si assise nel mezzo dei convitati chiedendo da bere. Largamente fu
provvisto. La gioia gli sfavillava negli occhi. Fu cantato un coro
patriotico.

--Ma chi è un certo zio Neri? disse il Catone all'orecchio del signor
Basilio dopochè il frastuono dei bicchieri ebbe un momento di tregua.
Vorrei far pentire costui, ma non mancherà tempo, sai.

--Caro amico, per conto di costui stimo conveniente far passata;
sarebbe un osso ove rischieremmo di rompere i denti quanti siamo:
costui ha in mano tutto il popolaccio di Pisa e tutto il litorale fino
a Livorno.

--Basta basta; m'inchino e taccio, disse Catone; gireremo di bordo.--

Il canto patriotico avendo ricominciato con più alto tono e con
gorgheggi molto spontanei, coloro che ormai più non parlavano ma
balbettavano essendo accompagnati dalla musica dei bicchieri e dei
piatti percossi fra loro, i due cessarono di favellare per unirsi ai
cantanti. Dopo un'ora non ve n'era un solo che non fosse ubriaco.




CAPITOLO XXVI

Rivelazioni.


Non sì tosto Giovanni ed Alfredo eransi, come vedemmo, recati dal
bordo della corvetta alla città nella quale dovevan subire tante
sventure e perigli, la sentimentale Angiolina, ognor più passionata ed
afflitta, diresse preghiere alle amiche di scendere nella sua camera,
ove, ella disse, farebbe delle rivelazioni che elleno al certo non si
sarebbero aspettate. Ed avvegnachè reputassero inconveniente udissele
la fanciulletta Ofelia, questa per alcun tempo affidata alle cure
della moglie del capitano del naviglio, si condussero alla camera di
Angioina. Ivi giunte, la donzella pregolle ad assidersi, e dopo avere
brevemente orato genuflessa innanzi una sacra imagine, parve
riconfortata dalla preghiera e, sedutasi al fianco delle amiche, così
parlò:

--Tutto, o mie care, tutto mi annunzia una vicina catastrofe, e parmi
che una voce della provvidenza mi avverta esser giunto il momento di
separarmi per sempre da ciò che ho di più caro al mondo.--

Le due amiche sentirono empirsi gli occhi di lacrime a tale annunzio,
ma le trattennero onde non impedire all'amica di continuare.

--Sì, disse ella proseguendo, io non mi inganno; prima peraltro di
eseguire un progetto che ritengo pericoloso voglio dopo tanti e tanti
anni di silenzio rivelarvi un segreto che ho tenuto nel fondo del mio
cuore e che adagio adagio ha infranto questo misero frale. Oh! possa
questo frale consumarsi totalmente e permettere all'anima mia di
volare al più presto purificata dai terreni martirii nel seno del suo
Creatore.--

Le due amiche non poterono trattenere lo sfogo del pianto.

--Calmatevi, disse loro dolcemente Angiolina, serbate a più tardi lo
sfogo della vostra pietà, non mi togliete colle vostre lacrime quel
coraggio che ora sento di avere per fare una confessione tremenda; chi
sa se, perdendolo adesso, potrei mai più ricovrarlo? d'altronde mi è
necessario svelarvi un arcano terribile non per me, ma per chi ha
diritto che sia svelato: questo segreto non può nè dee rimanere
sepolto nella mia tomba.--

Le due amiche, guardandosi in volto, convennero di reprimere
decisamente il dolore che loro arrecava il dire di Angiolina; gliel
promisero, ed ella continuò:

--Voi certamente avrete fin d'ora creduto che non vi potessero essere
per me sciagure più tremende di quelle che conoscete; ma v'ingannate.
Sappiatelo, sì, sappiatelo.... io pure sono madre!...--

Alle due donne sfuggì un'esclamazione di sorpresa.

--Cielo! e la tua creatura?

--Non so se sia morta, o se sia tuttavia in questa valle di
tribolazione.

--Ah!... esclamarono insieme Rosina ed Esmeralda.

--O mie care, il fallo non fu mio; io ne sono la vittima al pari
dell'essere infelice che diedi alla luce.

--Prosegui.... ah! prosegui.

--Nel mezzo della vita che la mia sventura volle che io tenessi,
abbandonata, senza lumi di religione e di fede, finchè non piacque a
Dio di ritrarmivi, l'avvenimento funesto non avrebbe a me stessa fatto
meraviglia. Ma ahimè, ahimè!...--Giunta a tal punto Angiolina non ebbe
più forza di proseguire, chè un dirotto pianto ed opprimente singulto
alquanto le impediva la parola: come fu per le cure dell'amiche un
poco rimessa,--Ahimè! proseguì, era segnato nel libro fatale del
destino ch'io dovessi bere fino all'ultima goccia il calice delle
amaritudini. Nel tempo della mia tribolazione, io desiderava almeno
conoscere chi potesse essere il padre di quell'essere che avrebbe
dovuto pur troppo con orrore risguardare la madre sua; io era
determinata di rinunziare per sempre al conforto di sentirmi chiamar
madre, perchè il figlio non dovesse arrossirne, perchè il mondo non
stampasse su quella fronte innocente il suggello della esecrazione. Oh
quanto era infelice, amiche mie, quanto ora lo sono ancor più! Ma come
scoprire il padre del frutto delle mie viscere?... Cresceva intanto
nel mio seno quell'essere infelice, e le mie compagne di turpitudini e
l'infamissima maestra di esse volgevano in dileggi e le mie lacrime e
la mia affezione. Finalmente il giorno da me desiderato e temuto
giunse, ed io misi alla luce un vezzoso fanciullo. Chi può narrare ciò
che provai in quell'istante? Non osava guardarlo, poichè il primo di
lui sorriso esser doveva l'ultimo per la madre sventurata. Lo strinsi
al mio seno. Dopo pochi momenti le infami braccia della padrona di
quell'orribile albergo me lo strappavano fra le risa e gl'insulti
delle mie compagne di ludibrio. Buon Dio! che può mai impedire ad una
madre, sia pur le mille volte colpevole, di ritrovarsi un dì su questa
terra col parto delle viscere sue? Formai un progetto e tosto
l'eseguii: ah! io ben sapeva come quella infelice creatura andava ad
essere confusa fra le mille e mille sventurate sue pari in un di quei
luoghi ove la pietà degli uomini ha cura degl'innocenti frutti del
disonore. Una vertigine mi colpì: un segno, un segno era
indispensabile onde se un dì sulla faccia di questa terra lo avessi
scontrato, mi desse a riconoscerlo: ma come imprimerglielo? con qual
mezzo, con quale istromento? Avrebbe forse la orribile donna che a me
imperava acconsentito giammai alla mia preghiera? Gli istanti
volavano; il più piccolo indugio rendeva vana l'esecuzione del mio
desio. Senza coraggio di risguardare la mia creatura, senza pure osare
di mirare le fattezze infantili, afferratogli colla ferocia di una
leonessa il padiglione dell'orecchio sinistro, non mi distaccai se non
avendone un brano fra i denti sanguinosi. Il figlio gettò uno strido:
io svenni. Madre e figlio fummo separati per sempre. Ah! ecco il
frutto della povertà! il frutto del disonore! Orrore, sangue,
maledizione: eppure io era nata innocente.--

Lo stupore delle amiche impediva loro di proferire parola, un brivido
di orrore corse per le loro membra, e nel risguardare la pallida
faccia della loro sventurata amica, nata sì casta, sì virtuosa, degna
di tanta pietà, di tanta compassione, simultaneamente abbracciandola,
confusero con le sue le loro cocenti lacrime.

Lungo tempo fu silenzio non interrotto che da lacrime e baci.

--Di noi, chi più chi meno, tutte abbiamo provato l'ira del destino e
possiamo dire pur troppo non esser finite le dure prove per noi,
esclamò con un sospiro Rosina che ruppe il silenzio. Tu vedi,
Angiolina, che nostro malgrado, lasciato il pacifico rifugio
dell'America, ci siamo dovuti condurre qui ove i torbidi nascono di
ora in ora, e dove i nostri più cari vanno rischiando la vita e,
ahimè! io temo l'onore.

--I tuoi disastri sono miei, replicò Angiolina; i miei non sono tuoi,
chè io ho doppio carico di sventura: tu sai quanto amo te ed i tuoi;
sì, non vi offendo, io amo e voi e gli sposi ed i figli vostri di un
amore superiore a quello e di sposa e di madre; il mio amore non ha
nulla di terreno, esso è spirituale come l'anima; io tenterei e
chiunque tenterebbe invano di esprimerlo; ma quanto più sento la
purezza dell'anima mia, tanto più spregio questa carne che l'adombra e
la imprigiona.--

Grosse gocce di sudore gelato stillavano della pallida fronte della
derelitta, la quale a questa interruzione di dire non aveva perduto lo
scopo principale della sua dolorosa narrazione, e perciò fu sollecita
a continuare:

--Voi siete madre, ma non madre a cui il figlio fu divelto dal seno
appena nato e cui ella dette un ricordo acerbo di sangue e di crudeltà
in un delirio di affetto materno onde, rivedendolo, riconoscerlo; non
potete appieno comprendermi: ma quando io vi avrò palesato il più
terribile dubbio, ah! temo che il vostro amore, la vostra pietà dovrà
convertirsi in ribrezzo.

--Gran Dio! che dici mai? sclamarono in una volta Rosina ed Esmeralda.

--Io son.... figlia dell'ipocrita Basilio.... Quella maschera... Oh
Dio! io svenni! Amiche, il mio dubbio mi dilania le viscere! io....
Ah! non fia vero: ditemi che non può essere, ditemelo per pietà....--

E cadde priva dì sensi.

Quando ebbe ricovrato la parola non poterono le due amiche udire che
le interrotte frasi:--Ah, il mio dubbio! dubbio di morte.... Ah Dio!
non sarà.... no.... non sarà.... vero....--E così dicendo, con mano
tremante si trasse un involto di carta dalle vesti, e consegnatolo
alle due amiche, queste vi lessero quanto segue.


LETTERA I.

      Reverendissimo padre,

                                         _Dal Lazzeretto di Livorno,
                                             li 3 settembre 1835._

  Invano tenterei dipingere al vero come io vorrei l'orrore che questo
  luogo inspira. Oh quanto è da compiangersi, padre reverendissimo,
  l'umanità! Terribile malore crucia i corpi degli infelici che vengono
  qui tradotti colpiti già dalle tremende unghie della morte. Oh! ben
  pochi di essi ne ho veduti tornare alle loro desolate famiglie. Padri
  divisi dai figli, consorti dagli sposi, fratelli dai fratelli; e
  tutti, nel più intenso esasperare del morbo conservando la limpidezza
  e sanità della mente, sentono più vivi i loro spasimi fisici, poichè a
  quelli vi si aggiungono i morali. Chi può descrivervi i lai, le
  lacrime, gli urli feroci e dirò, ahimè! le più esecrande bestemmie di
  cui risuonano gli echi di questo albergo lugubre? Pur troppo pochi
  essendo in pace e in grazia di Dio, giungono a vedere con fronte
  serena avvicinarsi il termine di loro mortale carriera, pochissimi
  sono tanto virtuosi da rassegnarsi ai voleri inalterabili della divina
  provvidenza. I più di questi moribondi (inorridisco a riferirlo alla
  paternità di vostra signoria reverendissima) sembra che con
  imprecazioni diaboliche strappar vogliano dal trono di Dio la grazia
  di loro guarigione. Oh insensati e doppiamente infelici! essi non si
  avvedono che fra pochi istanti perderanno una vita di dolori quaggiù
  per incominciarne una che non avrà mai fine nell'eternità
  dell'inferno.

  Siccome vostra paternità reverendissima agevolmente crederà, non
  manco, in unione ai miei venerabili fratelli, di alleviare i patimenti
  fisici e morali di tante centinaia d'infelici, e ogni vittima che noi
  strappiamo al nemico infernale è per noi oggetto di indefinibile gioia
  che ne fa dimenticare gli altri disagi di questo vivere di penitenza,
  che la fiducia in Dio e la carità del prossimo ci dà forza di
  tollerare.

  Conforta in tanta miseria il cuore paterno di noi religiosi e di
  quanti sentono amore di cristiano il vedere a quando a quando fra
  questi orrori brillare la carità e l'annegazione di sè stessi, di
  alcuni degli inservienti di questo luogo e fra gli altri delle donne.
  Ed a questo proposito merita special menzione certa donna infelice,
  qui conosciuta per il nome di Esmeralda, la quale, tradotta dalla
  città quasi moribonda, riprese la vita che tutta volle consacrare alla
  cura di un suo diletto figlio fanciulletto amabile per nome Selvaggio,
  e di poi è rimasta nell'ospedale per assistere altri infelici.

  Per quanto si dice, costei non ha genitori, e vuolsi sia stata per
  alcun tempo vittima di certi zingani. È questa una di quelle poche
  creature che veramente nobilitano il genere umano e sono, come pur
  troppo accade nel mondo, le più infelici tra i figli di Adamo.

  Fino dal suo giunger qui confessolla il degnissimo padre Giuseppe da
  Montepulciano, di cui vostra paternità reverendissima conosce la pietà
  e la dottrina. Or bene il reverendo padre, senza punto violare il
  sacro segreto della confessione, mi accennò ch'ei sapeva tali cose
  intorno a questa donna che eccitavano la più alta compassione verso di
  lei; talchè un giorno, e parmi ieri l'altro, nel vederla passare per
  le corsie del Lazzeretto apportando cordiali per gl'infelici ammalati,
  mi disse: «Oh! padre Roberto, punto non dubito che questo malore sia
  per cessare presto, quando tali creature sono per disarmare la collera
  celeste.»

  Ma ahimè! se abbiamo qui creature angeliche, abbiamo pure, come io vi
  accennava, dei peccatori ostinati, ed il giorno stesso in cui il padre
  Giuseppe mi elogiava le virtù di quella donna che all'aspetto si
  rivelava per donna di alta condizione caduta nel basso, dovemmo
  fuggire dal letto di un moribondo che nella più tremenda agonia parea
  già in possesso di una legione di demonii. La carità cristiana
  m'impedisce di segnar qui il nome di colui; voglia il cielo farlo
  ravvedere e portarlo a sè. Sento un campanello della infermeria che mi
  avvisa; un servente in tutta fretta mi dice che una delle più ostinate
  femmine di mondo mi chiama per la confessione. Chiudo la presente e vi
  raccomando, o padre, e me e quella infelice nelle vostre sante
  orazioni. E con tutto il filiale ossequio

                                Vostro figlio nel Signore
                                  ROBERTO DA SANTA CROCE.


LETTERA II

      Reverendissimo padre,

                                 _Dal Lazzeretto, il 5 settembre 1835._

  Il dovere del sacro mio ministero mi obbliga a scrivervi, e lo faccio
  appunto per obbedire alla volontà di quella disgraziata peccatrice che
  stavasi morendo allorchè io era sull'ultimare della mia precedente.
  Cotesta donna, per nomignolo Vascello*, dopo aver narrato le più
  orribili peccata, mi confessò aver tratto nell'infamia una infelice
  giovanetta per nome Angiolina, figlia di tal signor Basilio negoziante
  di Livorno e della moglie di certo facchino per sopranome Topo, il
  quale dubitando della legittimità della figlia, ebbe cuore di
  abbandonare quella creatura all'età di sette anni sulla pubblica via.
  Quella fanciulletta, che avrebbe avuto miglior sorte a morire la prima
  notte del suo abbandono, fu trascinata nel vizio dalla Vascello, la
  quale per tal peccato era inconsolabile allorchè la confessai. Ma
  ahimè! ciò era nulla rimpetto di più orribili misfatti che io per
  commissione della defunta vado a narrare alla vostra paternità, onde,
  per quanto sia possibile, riparare ai peccati e danni ulteriori.
  L'iniquo padre della misera ed infelice fanciulla avvicinò la
  sventurata in preda del più grave letargo. Forse.... non sarà.... ma
  pur troppo era nei destini che altra vittima dovesse venire al mondo.
  L'Angiolina partorì un maschio che fu gettato nella ruota dei
  trovatelli con entro le fasce il nome di Enrico e del casato
  imaginario di Sprinel. La donna Vascello, per una di quelle bizzarrie
  che veggonsi nei caratteri dei mortali, mentre non si era fatta
  scrupolo di maneggiare la trama, si fece peraltro un dovere di
  sorvegliare alla infelice creatura che ne derivò; per lo che, tenuta
  intelligenza con alcune donne, potè sapere che il giovanetto Sprinel
  dapprima venne collocato presso una famiglia di contadini e dipoi,
  entrato nella militare carriera come tamburo, aveva disertato e si era
  arruolato sotto estera bandiera. Di più non aveva potuto saperne, ed
  in quell'ora terribile, colla morte innanzi, col pentimento nel cuore
  e col desiderio verace di riparare il meglio possibile il male, mi
  supplicò di occuparmi io del rintraccio dell'Angiolina e del di lei
  figlio, a cui intendeva lasciare quelle poche sostanze ammassate coi
  suoi delitti.

        * Storico.

  La donna, padre reverendissimo, a quanto parmi, avrebbe molto
  desiderato prima di morire che l'autore di tanti misfatti potesse
  disporre delle sue immense ricchezze a pro delle infelici sue vittime;
  e nominò questo mostro nella persona del signor Basilio sopraccennato.
  Giudichi vostra paternità reverendissima del mio stupore e di quello
  dell'ottimo padre Giuseppe nell'apprendere che tal insigne peccatore
  giaceva a pochi passi di distanza dalla cella della moribonda ed esso
  pure era agli estremi della sua vita nefanda, e che avanti a lui era
  il suo complice in vari grandi misfatti, certo Narciso, uomo dissoluto
  e mezzano di amori. Ci portammo alla cella del signor Basilio; ma
  ahimè! quel peccatore (che è quello stesso di cui io le parlai non
  nominandolo nella mia precedente lettera e che faceva fuggire i
  sacerdoti per le ereticali sue bestemmie in punto di morte) ricusò
  costantemente di confessarsi. E piacendo a Dio per i suoi
  impenetrabili fini di non toglierlo adesso dal mondo, non abbiamo nè
  io nè padre Giuseppe creduto bene di entrare in terribili dettagli con
  lui, tanto più che l'Angiolina ed il giovane (il quale adesso aver dee
  circa quattordici anni se pur vive) non si sa dove sieno.

  Tanto io quanto padre Giuseppe abbiamo combinato di scrivere la breve
  e lacrimevole storia di questi peccati a vostra paternità
  reverendissima, perchè ella coi suoi superiori lumi ci diriga in
  quello in che la nostra insufficienza mancasse.

  E con la solita affezione filiale e rispettosa

                                  Suo figlio nel Signore
                               PADRE ROBERTO DA SANTA CROCE.

  PS. Mi dimenticava di dirgli che, avendo il moribondo Narciso dopo la
  sua confessione confermato il discorso e la narrazione della Vascello,
  e tanto io quanto il padre Giuseppe avendo domandato ai peccatori se,
  a riparazione delle loro colpe, avesser consentito che la loro
  deposizione in proposito di Angiolina e di Enrico fosse ripetuta alla
  presenza di notaro e di testimoni per maggiore autenticità, essi
  avendo acconsentito volentieri, mostrandosi anzi ansiosi che ciò
  succedesse, è stato in proposito redatto un istromento che accompagno
  a vostra paternità reverendissima per quel migliore uso che crederà
  nell'alta sua saviezza. Preghiamo pace all'anima di quei peccatori,
  che almeno dettero prova di pentimento all'ora estrema. E mi ripeto,
  ecc.


Queste due lettere autografe erano state accompagnate all'Angiolina
col seguente biglietto:


                      Dilettissima nel Signore,

  Avendo sentito da un nostro confratello missionario che in coteste
  remote parti del mondo esistete voi la quale siete certamente quella
  fanciulla sventurata cui può molto interessare il contenuto delle due
  lettere nel nostro venerabil figlio nel Signore padre Roberto da Santa
  Croce, ve le accludiamo e spediamo per persona di nostra fiducia. Non
  v'importi sapere come dall'eremo nostro sì distante dal luogo ove voi
  siete abbiamo scoperto la vostra dimora; grandi sono le vie della
  provvidenza, cui non mancano mezzi di operare ciò che ella vuole per i
  suoi adorabili fini. Così potessimo avere scoperto il soggiorno del
  disgraziato vostro figlio: ma vogliamo sperare nella misericordia
  dell'onnipotente Iddio che un giorno o l'altro lo scopriremo; e se
  potremo ravvicinare la madre al figlio, ciò rallegrerà il nostro
  cuore; e per tale oggetto non mancheremo di pregare notte e dì il
  Creatore d'ogni bene.

  Dai nostri venerabili figliuoli nel Signore abbiamo scoperto molte
  particolarità della vostra storia oltre quelle del documento che vi
  inviamo, onde, se pur vi occorre, possiate adoprarli a vantaggio
  vostro e della vostra infelice creatura.

  Creatura infelice! mi è caro vedere che voi siete innocente, e che le
  pene da voi sofferte e che soffrirete disarmeranno l'ira divina. Non
  disperate del divino aiuto; e se in questa vita dovrete sopportare il
  peso della iniquità del padre, sappiate offrire i vostri travagli a
  quell'Ente puro ed eterno che ve ne farà largo tesoro al regno dei
  cieli.

  Il Signore vi benedica.

              PADRE GEREMIA DA PISA.
        Generale dei Minori di San Francesco.

  _Roma, li 6 maggio 1840._


Unito a queste lettere era un chirografo che conteneva la confessione
più esplicita della Vascello e di Narciso relativa alle vicende
dell'Angiolina, che già i nostri lettori conoscono.

Terminata la lettura dei fogli, Esmeralda e Rosina domandarono
all'Angiolina:

--Ebbene che pensi tu fare adesso?

--Il mio piano è fissato; il segreto che per tanti anni ho tenuto nel
fondo del cuore è svelato. Fra poco noi ci diremo addio, e voglia il
cielo non sia eterno: scenderò a terra travestita da uomo; già,
vedete, ho fatto tagliarmi i capelli, che vi lascio per eredità.--

Sentendosi cadere le lacrime dal ciglio per la commozione, fu pronta a
dire:

--Scenderò a terra; è duopo che mi trovi a faccia col mio.... (e non
ebbe forza di proferire i nomi che al mondo sono i più cari ma che per
quella misera erano un argomento di orrore). Lo vedrò colui, deh!
potessi ritrarlo dal lezzo de' suoi misfatti.... Dio mi aiuterà....
e...., non oso concepire questa speranza, se una sola, una sola
consolazione, la più grande ch'io possa imaginare.... se mio
figlio....--La forza delle lacrime le tolse la parola.

Di lì ad un'ora Angiolina, armata e vestita da marinaro, era a Livorno
nel drappello dei giovani che Selvaggio aveva condotto in città alla
ricerca di Giovanni e di Alfredo.




CAPITOLO XXVII.

Varietà.


Otto giorni dopo i fatti descritti nel capitolo decimoquinto, Bruto e
Catone non si trovavano più a Livorno: la loro ambizione aveva trovato
il modo di collocarli in seggio più alto; il che a noi basta indicare,
non ci volendo spiegare di più, poichè non scriviamo una storia, ma
bensì un romanzo. E non ci faccia specie la celerità con cui
s'incalzavano gli avvenimenti. Succedevano mutamenti di ogni genere a
quei giorni, inquantochè questa sorprendente celerità non è finzione
romantica, ma è una verità che sarà oggetto di maraviglia nei posteri.

Dunque, tornando al filo del discorso, vi dirò che i due caporioni
demagoghi erano iti più su di quello che credevano, e nei loro posti a
Livorno erano subentrati per la parte civile il famoso signor Basilio
e sul militare il capitano Grongo con altri loro pari, e certo non
passeremo sotto silenzio che fra questi vi erano il vecchio oste dei
Tre Mori ed il degno suo genero, il marito della elegante signora
Concetta. Costoro, assunte le redini della città, spalleggiati da un
numero straordinario di seguaci, ordinavano, disordinavano,
abbattevano, creavano, insomma erano gli arbitri di tuttociò che
costituisce il potere. I giornali in tanto trambusto magnificavano la
longanimità di quelle turbe sfrenate che ebbero tanta virtù di non
svaligiare i pacifici cittadini, di non dare il sacco a quella città
ormai in potere dell'anarchia; e se ciò avvenne, parrebbe cosa sensata
attribuirne tutto il merito alla provvidenza, la quale per i suoi
ammirabili fini volle risparmiare ai buoni una nuova e più terribile
sequela di dolori, e non alla mitezza del mostro popolare scatenato; e
se questo rimase innocuo, fu certo per uno di quegli strepitosi
miracoli in forza dei quali furon talvolta veduti girare innocui per
fiorenti città leoni scatenati e fuggiti dal serraglio.

L'inalzamento vicendevole dei capi demagoghi e del signor Basilio e
due sette formatesi nella stessa città, una delle quali avea per capo
il nominato zio Neri, giunte ad azzuffarsi tra loro, ritardarono il
supplizio a cui dal signor Basilio era stato destinato il misero
Giovanni, coperto di ferri e languente nelle segrete più dure della
fortezza vecchia in quel torrione che ha le pareti esterne tuffantisi
nel mare di là dalla darsena. Giovanni in quel profondo dava luogo ad
amare riflessioni e ripensava come circa ventott'anni addietro, tutto
infiammato di amore per quel popolo che adesso lo aveva destinato a
morte, sfidando immensi pericoli, sprezzando disagi, si era fatto a
penetrare in città sotto il travestimento di un caprone, scalando una
muraglia vicino al forte ove si trovava or detenuto. Nel fare quelle
riflessioni, alfine compiangeva il popolo che in pochi giorni fa
passare dall'_Osanna_ al _Crucifige_ i suoi protettori; non
disgiungeva queste riflessioni dal pensiero della propria salvezza,
rimulinando come frangere i suoi ferri, come salire alla prima
ferriata della torre, come da quella precipitarsi nel mare e nuotando
raggiungere la corvetta. In questi pensieri passava notte e dì, non
osando chiedere ai custodi notizie della moglie e dei figli, per non
esporli alla tremenda ira popolare, consolandosi nel supporli tuttora
sul naviglio e credendo di sicuro che Alfredo o Selvaggio li avrebbero
potuti raggiungere colà. Disperando poi della propria salvezza,
misurava con freddo occhio l'avvenire; e quando tutto, ahimè!
dicevagli impossibile la sua fuga, si rassegnava alla morte con quel
ferreo coraggio che non gli era mancato giammai nelle tante vicende
della turbolenta sua vita. Io sono stato infelice, diceva fra sè,
dalla nascita, dovrò esserlo fino alla morte immatura che mi si
prepara: così era scritto nel destino. Ma se non lascerò ai figli in
retaggio la mia vendetta...., io lascerò loro il più eloquente esempio
del come fuggir debbansi i matti delirii di emancipazione sociale la
mercè di sêtte. Deh, diceva l'ex-demagogo, voglia il cielo che lo
spirito bollente e cieco del padre non siasi instillato nei figli e
che essi già non sieno infetti dalla tabe delle rivoluzioni e delle
segrete società! Questi presso a poco erano i soliloqui ed i pensieri
di Giovanni durante la sua detenzione, nel periodo della quale
l'audace signor Basilio aveva osato di fare più visite alla sua
vittima pel piacere di aggravare colla sua odiosa presenza lo stato
del prigioniero. Ma i suoi desiderii erano rimasti frustrati:
imperocchè Giovanni non era una di quelle femminelle a cui gli stenti
della prigionia indebolissero gli spiriti, e la vista del persecutore
facesse paura. Giovanni in ognuna delle insultanti visite del signor
Basilio, per qualunque modo che tenesse quel proteiforme birbante,
aveva opposto un invincibile silenzio. Il più pretto stoicismo stava
impresso sulle labbra dell'ex-capitano dei demagoghi. Perciò
agl'insulti sanguinosi, alle melate parole, alle frasi dolcissime o
minacciose del signor Basilio aveva risposto con uno di quei sogghigni
da far sempre rientrare e rannicchiarsi in sè stesso il corpicciolo
basiliesco. Alla perfine il persecutore aveva risoluto di non più
tornar a visitare il prigioniero, dappoichè ne soffriva più il
visitatore che il visitato, e risoluto altresì di affrettare l'invio
all'altro mondo dell'odiato rivale.

Durante l'esercizio del supremo potere nell'anarchica città, invano
aveva tentato d'impadronirsi di Rosina e di Esmeralda, da lui sapute
sulla corvetta; quell'asilo era inviolabile: invano procurato di avere
fra gli artigli Alfredo e Selvaggio; di costoro ignorava l'asilo, eran
essi scomparsi sotto l'egida formidabile dello zio Neri, il capoccia
dei pescatori di bocca d'Arno e del Calambrone. Tutta l'ira dunque
dell'uomo feroce erasi concentrata sulla persona di Giovanni, e questa
non aveva potuto ancora sfogarsi, dappoichè a guardia del misero si
stavano armati appartenenti a due partiti.

Così volgevano le cose, mentre le calde preghiere di Rosina, di
Esmeralda, di Ofelia e delle altre creature delle infelici famiglie
disarmavano la collera celeste, e la operosità di Alfredo e di
Selvaggio, coadiuvate potentemente dallo zio Neri, andavano pensando
ad un mezzo di salvezza del prigioniero. Noi lasceremo frattanto le
donne ed i fanciulli pregare sulla corvetta; Alfredo, Selvaggio con lo
zio Neri: e lasceremo Giovanni a meditare ed alternativamente a far lo
stoico in prigione, per assistere alle più bizzarre funzioni che un
popolo aberrato potesse inventare. Prima di lasciare Giovanni,
peraltro conviene avvertire che nell'ultima visita il signor Basilio
fu accompagnato da un giovane con capelli rasi, vestito da marinaro,
di svelto portamento e di occhi languidissimi, d'incarnato simile ad
un mulatto. Costui non aveva mai parlato durante il colloquio o
piuttosto monologo del signor Basilio, inquantochè, come già sappiamo,
Giovanni non degnossi rispondergli; ma quando l'occhio del prigioniero
si affissava sul volto del compagno del signor Basilio, cercando di
richiamarsi a memoria i tratti di un volto che credeva per certo aver
veduto altre volte, quel marinaro non si stancava di rispondere a
quelli sguardi scrutatori con altrettanti di significante intelligenza
e di marcatissima pietà. Giovanni questa volta possiamo dire che non
dette neppure materialmente ascolto al velenoso Basilio, tanto era
occupato dalla presenza di quell'incognito misterioso, i cui sguardi
eran così espressivi; s'andava lambiccando il cervello per indovinare
chi mai fosse, e pel raziocinare il più sottile andava lungi mille
miglia. Gli parea aver veduta quella stessa fisionomia e come di volo,
come una visione, fra i componenti il drappello di Selvaggio; ma
d'altronde non avea idea di aver veduto quel mulatto fra l'equipaggio
della corvetta. D'altronde pensava: come mai? se costui fosse stato in
quel drappello di valorosi, sarebbe adesso al servizio, dirò di più,
nella intimità del signor Basilio? Ma il tempo in cui il signor
Basilio tribolava il prigioniero ebbe pur fine, e così il nostro
Giovanni rimase privo della gradita vista dell'incognito; la sua
sorpresa crebbe allora che, nel voltarsi che fece il vile persecutore
verso la porta della carcere, l'incognito popolano, alzati gli occhi
supplichevoli con dolcezza, gettò nella prigione un piccolo foglio
ripiegato che, appena partiti i visitatori, Giovanni raccolse
premurosamente, ed apertolo vi lesse in inglese queste parole:

  _Giovanni, confortatevi, i vostri vivono in libertà, voi la
  riacquisterete: fermezza e coraggio!_

                                  ANGIOLINA


Dopo tal biglietto Giovanni non ebbe più dubbi; tutto gli faceva
ravvisare nell'amabile incognito la virtuosa e sensibile donzella che
al certo era una molla principale della salvezza comune. Giovanni si
sentì come rinascere a nuova esistenza, benedisse il cielo, benedisse
la cara giovane e sperò.

Io qui vi descriverei la più bizzarra delle popolari aberrazioni, una
funzionaccia plateale in cui più d'un facchino sperò diventare un
Ercole novello e più di un ladro d'aringhe oscurar la fama di Bacco,
se avessimo bisogno di tenere dietro agli errori del popolo per
convincerci che questi nella maggior parte hanno origine dalla
miseria, dalla fame, dall'abbrutimento, dall'ignoranza. Lasciamo
adunque la scena e ritorniamo ad Angiolina, che abbiamo già veduta al
fianco del signor Basilio, persuasi che i nostri lettori saranno
desiderosi di conoscere se costui nel gentile domestico mulatto sapea
di aver al fianco la figlia.

Noi ci ricordiamo certamente che il signor Basilio intervenne alla
colazione demagogica nel palazzo di Catone, ove terminarono per essere
tutti ubriachi; anche il nostro eroe bigotto si ritrasse mal
reggendosi sulle vacillanti gambe e si diresse appoggiandosi sulla sua
canna d'India verso la propria abitazione. Angiolina, appena vide in
salvo Alfredo e Selvaggio, risolse di restare in città, di accostarsi
al signor Basilio anche col fine di giovare al povero Giovanni rimasto
in preda dei forsennati. Senza deporre il suo marinaresco abito e
senza punto togliersi dal viso quella vernice applicatasi con unto di
noce di cocco, che le dava una tinta di mulatto; senza in specie
lasciare il pugnale che teneva a cintola e la carabina che avea sulle
spalle nè le cartucce che teneva nella giberna legata ai fianchi da
una striscia di cuoio, si pose sulle tracce dell'uomo da lei cercato e
che ella aveva ravvisato benissimo a quei lineamenti, ahi! troppo
impressi nella sua mente e nel suo cuore fin da quando si era
incontrata nella turba di coloro che menavan legati Giovanni ed
Alfredo, ma che poi aveva veduto sparire dopo la disgrazia del primo e
la salvezza del secondo. Rivoltasi ad un popolano, gli aveva
domandato:

--Di grazia, cittadino, vorresti tu indicarmi l'abitazione del signor
Basilio, di casato....?

--Non occorre il casato, aveva risposto il popolano sogghignando, mio
bel marinaro; il signor Basilio è uno di quegli uomini che per essere
conosciuto universalmente non ha bisogno di un cognome. Esso è così
celebre che anzi lascerà che il suo nome battesimale si trasformi in
casato e che tutti coloro i quali al mondo avranno la felicità di
possedere i suoi requisiti possano chiamarsi la famiglia dei
Basilii.--

Angiolina, che sapeva pur troppo qual fosse la specie delle virtù del
padre suo, si affrettò a soggiungere:

--Non occorre che tu ti diffonda in elogi verso il personaggio di cui
ti addimando l'abitazione, lo conosco quanto te e (trattenendo un
sospiro) forse più di te.

--Ma sì, dico io per mia fè, sì che è necessario l'elogio di quel fior
di galantuomini; sempre onesto, sembra portato per il suo simile tanto
nei tempi andati, quanto nei tempi presenti. Perchè sappi, caro
cittadino marinaro, che quando il popolo doveva rintanarsi e tacere,
il signor Basilio taceva e stava rintanato; ora che è tempo in cui il
popolo grida e si mostra, esso urla ed è tutto dì per le piazze e per
le vie.

--Comprendo benissimo: so tutto, ti dico, ma sembra che tu,
desiderando ragguagliarmi di ciò che so, dimentichi d'indicarmi ciò
che non so, cioè dove esso abita.

--Quel morigerato! quell'esempio di pacatezza, di moderazione! sempre
padron di sè stesso! dimora.... ma caspita! cittadino marinaro, eccolo
appunto che s'avvia alla sua abitazione, tu potrai accostarti e
seguitarlo come ti piace, giacchè, a quanto mi sembra, il peso delle
occupazioni pubbliche deve avergli dato alla testa; potrai anche
sostenerlo, se ti pare:--E si allontanò.

Angiolina, girato il capo, vide anch'essa il signor Basilio, cotto
fradicio dalla ubriachezza, reggersi a stento e camminare lungo le
muraglie. Tal vista mosse a pietà quel cuore sensibile, e due lacrime
irrigarono le belle guance della donna, la quale sospirando seguì da
vicino l'empio suo genitore.




CAPITOLO XXVIII.

Il padre e la figlia.


--Chi siete voi? aveva esclamato il signor Basilio ubriaco nel
sentirsi prendere per un braccio mentre scivolando su di umido terreno
aveva corso rischio di cadere. Chi siete voi? che volete? andate in
pace, non ho che darvi. Ma il braccio che sostenevalo parea robusto
per guisa che l'uomo gridò:--Non stringete tanto. Eccovi un luigi
d'oro.--

--Miserabile! a sua posta disse la persona che lo tenea fermo.
Miserabile! tienti il tuo oro, pensa ai tuoi peccati.--

Il signor Basilio si voltò e, sebbene alterato dal fumo dei liquori,
ravvisando un soldato di marina che aveva la carabina ad armacollo, fu
côlto da improvvisa paura, si provò a chiamare aiuto, ma il
popolaccio, che vedeva dal garbo del marinaro come questi per fini
amorevoli sorreggesse l'altro e come quest'ultimo fosse dal vino
fradicio, rispose agl'inviti di soccorso che gli facevan gli occhi,
non le parole, del signor Basilio con scrosci di risa.

--Che vuoi da me che mi trascini, prode fanciullo? seguitò a dire il
signor Basilio balbettando.

--Condurti in luogo ove non ti accompagni il pubblico dileggio; così
pur troppo potessi salvarti dallo sdegno del cielo!

--Andiamo dunque, camerata, andiamo pure, seguitò Basilio. Andiamo ah!
ah! poffare! sono amico dei militari io perdinci! Ah! ah! ah!--

Il giovane marinaro procedeva mestissimo procurando di divorare la
via.

--Non parli? affè di Nettuno! sei un marinaro molto curioso ed
originale; ma dimmi, non saresti di quelli.... per bacco! ho le idee
chiare io: che dico? non saresti di quelli che un paio d'ore fa ci
hanno tolto uno di quei tordi che eravamo pronti ad infilare nello
spiedo?--

Il giovane marinaro per tutta risposta pose la mano sull'elsa del
pugnale che teneva a cintola.

Il signor Basilio vide il gesto.

--Capperi! fu sollecito a dire, tu sei di poche parole; ma io credo
d'intendere la ragione della tua grammatica: orsù dunque siamo buoni
amici. Ma, di grazia, dimmi: dove vuoi condurmi?

--A casa tua.

--In questo caso possiamo fermarci; eccola qui.--E fece cenno di
sostare: il marinaro gli lasciò il braccio, ed uno dopo l'altro
entrarono nel magnifico palagio, una delle ricchezze dell'impostore.

La porta del palagio si richiuse; da quel giorno in poi il signor
Basilio fu visto uscire quasi sempre in compagnia del misterioso
marinaro.

--Chi sarà mai quella specie di moro? dicevansi i vicini: pare che
abbia incantato quel degno uomo del signor Basilio.

--Sarà il suo nuovo segretario o qualche sua prima ordinanza.

--Sarà qualche gran liberale del mondo di sotto.

--Sarà una spia per sorvegliare al buon ordine.

--Che sia il boia venuto per impiccare quel famoso _codino_ che sta in
segreta nella fortezza?--

Varie erano le opinioni intorno al vero essere del personaggio che
stava attaccato come l'ombra al corpo del signor Basilio.

Povera Angiolina!!!

Ma avrà ella fatto breccia nel cuore di quell'empio? avrà essa
parlato, rivelato il suo essere? Noi lo vedremo nel prossimo capitolo;
perchè adesso fa duopo ritornare ad Alfredo e Selvaggio che abbiamo
lasciati da qualche tempo.

Poche ore dopo la scena di Piazza d'arme e l'incontro dello zio Neri
nel suo giovane protetto, questi riposava nella capanna che avevalo
veduto nascere sulla riva dell'Arno.

Chi può dire la gioia della sua seconda madre? Chi potrebbe numerare
gli abbracci ed i baci che si dettero a vicenda egli giovane dalla
barba e dai baffi cresputi, essa vecchia grinzosa?

Fu presentato Alfredo; vennero refocillati: a tutti stava a cuore il
povero Giovanni, che sapevano in mano di quelle tigri sitibonde di
sangue.

--È affar mio, riprese con sicurezza e gravità il vecchio zio Neri;
per la vita di uno storione e per tutte l'oche selvatiche di San
Rossore, rispondo io della sua persona.

--Voi ci rassicurate, mio buon protettore, sclamò Selvaggio, ma quei
demonii....

--Non hai sentito il discorso da me fatto a compar Biagio del
Calambrone? Eh! San Ranieri mi punisca se costui non la può coi suoi
su tutti quei briachi di Venezia nova e di quant'altri. Ohe! ci siamo
intesi; occhio alla bomba*, gli ho detto: quell'uomo guardalo tu. E
lui mi ha strizzato l'occhio; è affar sicuro. Per mio Bacco! ma
mangiate e bevete.... quando ve lo dico io.--

      * Stiamo attenti.

I due si riconfortarono alquanto; la sicurezza del buon pescatore non
avvezzo a mentire, la facilità con cui aveva liberato loro stessi
dalle mani di un popolaccio insano erano argomenti sufficienti per
credere alle sue parole.

--Oh! ma non intendo già che voi stiate come suol dirsi colle mani a
cintola, prese a dire lo zio Neri tirando in un sorso più rhum che non
ne starebbe in un quartuccio; sì davvero, questa notte concerteremo.
Dite un po', a denaro come si sta?

--Ah! se questo occorre, contate pure, buon zio Neri.

--Caspita! se occorre? vedete, quei bricconi ci hanno proprio levato
il sangue, ma se ci fosse una somma grossa veh!

--Quanto vuoi?

--Oro ne avete? sclamò Neri guardando la scarsella de' suoi protetti.

--Abbiamo gioie, zecchini e cedole di banco alla corvetta.

--Bene benissimo! e tirò giù una delle solite sorsate del da noi
conosciuto rhum di contrabando. Bene benissimo! quattrini, ed al resto
penso io.... Domani all'alba col mio battello alla vela io e voi
andremo alla corvetta e porteremo qui Rosina, Esmeralda, i ragazzi, le
bambine, insomma chi vorrete. Per Sant'Andrea protettore dei
pescatori, che caschi il mio naso nell'Arno se non siamo più sicuri
qui fra queste alghe, fra queste macchie che sotto il cannone della
corvetta. Sì, signori miei: e chi vi dice che ad un rovescio di cose
non potessero ricovrarsi sulla corvetta stessa i vostri nemici? e
allora, oh che brutta mescolanza! non sapete che costoro tengono il
miele sulle labbra e il rasoio a cintola? Su, su dunque: dimani a
bordo; e poi è tempo di finirla con queste faccende; alla demagogia
(come la chiamate voi altri dotti) tien dietro la rovina della
libertà.

--Voi mi fate stupire, disse Alfredo.

--Perchè son un pescatore: ah! ma non sapete che val più l'esperienza
che non i vostri libracci? so che voi siete un famoso capitano, ma
quanto alle furie e alle bravate popolari ne saprò più di voi: fuoco
di paglia fa molto fracasso e più fumo e poco dura; ne ho vedute tante
dal 93 in poi! che so io? le son faccende le quali van sempre a
terminare poco bene.--

L'indomani del colloquio che noi riferiamo l'antica dimora di
Esmeralda e di Selvaggio quella divenne di tutti i nostri personaggi
che sappiamo rimasti sulla corvetta. Il loro arrivo, la loro dimora
fra quei boschi fu cosa tanto celata che non vennero a saperla neanco
i pescatori vicini; d'altronde noi già conosciamo come il vecchio zio
Neri sapesse cacciarsi le mosche dal naso in proposito di curiosi.

S'avvicinava un momento terribile.

A Livorno il signor Basilio aveva avuto qualche sentore di mutamento
di cose; e siccome la vita di libertinaggio che gli permetteva
l'attuale sua posizione demagogica gli andava a genio più d'ogni
altra, egli ch'era stato, diremo, di diversa fazione, quando i
pensatori di quel genere erano in fiore s'era finto liberale per
prudenza. Al primo bucinare di progressismo, era adesso proprio di
cuore e di mente un demagogo indiavolato; e se qualcheduno storcerà i
labbri e tentennerà le spalle in atto dubitativo, noi lo inviamo al
frontespizio del libro, ove, conoscendo che si tratta di un romanzo,
capirà che non siamo obbligati che a star nei limiti del possibile.

Il signor Basilio aveva avuto sentore, io vi diceva, di un certo
movimento di truppe straniere, aveva stretto intorno a sè i più
fedeli, aveva divisato sè resistesse colla forza a qualunque armata
minaccia; e, fatte sul serio cose ridicole, si apprestò a qualunque
evento a vigorosa difesa. Già Livorno, convien dirlo ad elogio di
molti buoni di cotesta città, era divenuta una fogna, ove era
penetrato ogni genere di colaticcio demagogico da tutte le parti del
mondo, ed il signor Basilio poteva disporre di molte migliaia di
disperati i quali senza patria, senza tetto, senza onore, senza un
soldo, senza religione, senza speranze, vivendo alla giornata, erano
riputati talmente capaci di ogni eccesso che i savi ed onesti
Livornesi temevano più di essi che di quanti potessero piovere addosso
di fuori. Taluni dei buoni, per sfuggire il prospetto continuo di
esecrabili intemperanze, erano emigrati dalla città più solleciti, più
premurosi di quello che anni indietro non lo erano stati nel fuggire
dal choleroso contagio. In mezzo al coraggio ed alla paura il signor
Basilio, lasciato il circolo popolare ove discutevasi ed approvavasi
la proposta di difesa all'ultimo sangue in caso di assalto, tenendo
attivi i fili elettrici che non avevano tregua nella trasmissione dei
consigli e dei progetti fra il signor Basilio _et adepti_ ed il
potentissimo Bruto, si condusse nel segreto del suo palagio, ove il
nuovo suo servo indiano Angiolo, a lui versando il caffè in una tazza
di porcellana del Giappone, si decideva al gran passo della
rivelazione.

--Angiolo, disse il signor Basilio mollemente adagiandosi sul cuscino
di raso del suo divano, Angiolo, porgimi quella carta ed incominciamo
da questo giorno a farla da padrone da vero.--E sì dicendo accennò ad
Angiolina un foglio che stava piegato su un vicino mobile. La
fanciulla obbedì, e recatogli il foglio, il signor Basilio lo lesse
per ben due volte, e quindi toltosi dalle tasche dell'abito un piccolo
calamaro di bronzo, v'intinse una penna che aveva dentro lo stesso
calamaio e segnò il proprio nome appiè del foglio, quindi ripose il
tutto nella saccoccia del soprabito.

Angiolina lo guardava con un misto di stupore e di curiosità; il suo
animo era agitato, le parea che quel foglio dovesse portare a qualche
grave conseguenza. Il signor Basilio si avvide della bramosia di
Angiolina, che ei credeva un mulatto fin dal momento in cui,
piacendogli la sua fisionomia, l'aveva presa al suo servizio.

--E che sì che tu saresti curioso di sapere cosa si contiene in questo
foglio? io ci scommetto.

--Padrone, la curiosità è il debole della razza indiana; io non posso
liberarmi da un difetto di famiglia.

--Tu sei così divoto alla sincerità, anco quando sta contro di te, e
d'altronde io ho per te un affetto sì strano, dirò, e straordinario
che non saprei negarti la piccola consolazione di compiacerti; tu
desideri sapere cosa contenga questo foglio?

--Non v'ingannate; voi avete contratto in tal guisa il vostro volto
nel rileggere quel foglio che la curiosità di conoscerne il tenore non
sarebbe venuta solamente ad un Indiano, ma a qualunque siasi persona
che vi amasse.

--Alla buon'ora, sclamò il signor Basilio, almeno mi sento dire una
volta che sono amato.

--Credereste forse di non meritarlo? esclamò Angiolina guardando fisso
con quei suoi occhi il signor Basilio, che dovette abbassare i suoi.

--Questo giovane bizzarro m'intenerisce e mi atterrisce, mormorò il
perfido. D'altronde perchè lo tengo io?

--V'avrebbe offeso il mio detto, padrone? continuò Angiolina cessando
da quello sguardo ammaliatore che ben s'avvedeva avere sconcertato
terribilmente l'uomo fatale. Sebbene i meriti sieno premiati da Dio,
come da lui punite le colpe, sebbene spessissimo e gli uni e le altre
possano celarsi a tutti gli uomini, è nondimeno una terribile verità
che entrambi sono conosciuti da colui che gli ha: in questo caso....

--Tu sei ben dotto in morale, giovanetto, fu sollecito a dire Basilio
premuroso di togliersi a discorsi di quel genere; ma vedi bene, io
uomo di stato non amo i sermoni: potresti piuttosto intertenermi in
questo momento di riposo con qualche canto popolare americano.

--Volentieri, ma vi avverto che non potrebbe tradursi nei vostri
melliflui versi; esso è troppo robusto.

--Puoi dirmelo in prosa: amo più i concetti che i versi; e la poesia
non sta nel ritmo e nella rima.

--Ma.... e di sodisfare la mia curiosità non ci pensate?

--Saremo a tempo.

--No....

--Or via dunque sappilo; quel foglio è il mio testamento.--

Nel proferire queste parole, un riso beffardo spuntò sulle labbra del
vecchio. Angiolina ne fu sconcertata, ebbe quel senso di ribrezzo che
si sente trovandosi vicino ad un rettile velenoso; onde fu sollecita a
dire:

--Padrone, ben m'avveggo che voi scherzate: ma d'altronde non sta bene
scherzare con la provvidenza.

--Saresti forse tu la provvidenza?

--Chi sa? forse sì, disse Angiolina misteriosamente, ripensando alla
dolorosa sua missione, potrebbe darsi di sì; io son certa che quel
foglio non è il vostro testamento, sebbene quel foglio lo creda assai
riferirsi alla morte.

--Angiolo! urlò il signor Basilio, tu hai veduto, hai letto quel
foglio!

--Padrone, vi dimenticate che nel tornar di fuori voi l'avete, minuti
sono, posato su quel tavolo, nè io sono partito dal vostro fianco?

--Saresti forse versato nelle scienze della divinazione? io so che nei
vostri paesi selvaggi....

--Pur troppo, padrone, pur troppo, io leggo nel futuro!

--Nuovo pregio che scuopro nel mio servo. Oh! per la santa guerra, non
mi credeva sì fortunato di possedere un servo astrologo; non ho più
bisogno di canti del tuo paese per sollazzarmi; mi basteranno i
risultati delle tue profezie..., il mio impostorello.

--Voi non mi credete?

--No, mio caro, ho troppo buon senso: ti sei addato intorno al
doloroso argomento del foglio, dappoichè tu sai come, a questi tempi
di periglio, noi capi e tutori del popolo siamo obbligati a
insanguinare le carceri e le piazze; e su ciò ti dirò che quella è una
sentenza di morte che il circolo proferiva e io ho sanzionata.--

Angiolina rimase un poco confusa; il suo cuore glielo diceva, e le
diceva trattarsi pur troppo del misero Giovanni. Sapeva, ahimè! in
qual diffidenza il popolo vivesse da qualche giorno, ed essere tutto
in mani di demagoghi nazionali e stranieri. Come salvare quel misero?
come strappare quel foglio? d'altronde anche distrutto siffatto
documento, avrebbe ella potuto credere dovesse derivarne la salvezza
del prigioniero? avevano forse quei cannibali bisogno di sentenza
regolare o irregolare per disfarsi di chi odiavano? avevano forse
duopo di legittimare per mezzo di giuridiche forme l'assassinio? come
giovare allo sventurato della cui vita vedeva il prossimo termine? La
passionata giovane pensò che il far nascere un contromovimento nel
partito degli onesti avrebbe potuto, se non impedire totalmente
l'esecuzione del supplizio di Giovanni, almeno differirla; ma quel
progetto comprese tosto essere inutile, pericoloso ed impossibile.
Infatti le armi le avevano in mano i più esaltati; al più piccolo
romore di reazione, non solo Giovanni, ma quante altre vittime
stavansi in mano di quei feroci certamente sarebbero state spente.
Pensò allora di gettarsi ai piedi dell'inumano chiedendo pietà; ma
dopo un istante di riflessione cacciò da sè questa tentazione
diabolica: ed infatti non conosceva ella il signor Basilio? ben essa
si avvide esser giunto il tempo di un passo estremo, di un ultimo
tentativo; ed il signor Basilio stesso ne affrettò il compimento.

--Ah! ah! il mio piccolo negromante indiano, la mia franchezza ha
sconcertato tutti i tuoi sortilegi; ah! ah! ma non vi è modo di
cavarsela; io voglio o canzone americana o l'avvenire rivelato.--

Angiolina, da un senso di dolore stretta nel cuore, aveva cominciato a
sentirsi sorprendere da uno di quegli assalti di estasi e di rapimento
cui andava soggetta nelle grandi crisi della sua vita. I suoi occhi
rimasero fissi nell'orbita; e sebbene la sua fronte grondasse sudore,
il suo volto era divenuto più bianco della carta e le sue pupille più
ardenti del fuoco; ritta in piede ed immobile tremava di tale
eccitamento convulso che ne facea risentire il pavimento e le
vetriate. Il signor Basilio la guardava da principio come in dileggio,
credendo quei gesti e quei movimenti effetto della scena che ella
voleva rappresentare; e conveniva in sè stesso che il personaggio
conosceva a perfezione il suo mestiere. Ma ahimè! fu ben diverso il
suo pensare quando la giovane alto levando un pugnale e girandolo
all'intorno, quale inspirata, gridò:

--Basilio! Il tuo passato è scritto a caratteri di sangue nel gran
libro di Dio; la tua morte è vicina; tu non vedrai coricarsi il sole
che domani sorgerà; morrai qual vivesti, come traditore!

--Angiolo! gridò il signor Basilio.--

Ma Angiolo ai suoi sguardi pareva fosse addivenuto un'altra creatura;
la fittizia tinta del suo volto era sparita. Il signor Basilio aveva
pur troppo dinanzi la sventurata orfanella, colei che aveva cacciata
nel vituperio; il tardo rimorso lo lacerava. Volle alzarsi per
afferrare quell'essere che ormai lo spaventava, ma le sue membra
agghiacciate non gli permisero di muoversi.

--Rammenta le ore della tua giovinezza, il talamo di un popolano
violato; rammenta le infamie, i furti, i latrocini; rammenta la ruina
di una rispettabil famiglia; rammenta l'infame pozzo da dove una
fanciulla agonizzante fu tolta per virtù di un miracolo; rammenta le
tue mascherate e quando tradisti la....

--Angiolo, Angiolo, per pietà!... gridava il vecchio; taci, deh! taci
per pietà!

--No. Dio è stanco.... non vuol riparazione, vuol morte.--

In quest'istante Angiolina, sempre nel suo delirio profetico,
avanzandosi verso il signor Basilio ed apertogli l'abito, trattone il
foglio fatale, lo lacerava in mille pezzi. L'uomo non fu suscettibile
di alcun movimento; chiunque avrebbe potuto spegnerlo in quel momento.
Ma un fragore improvviso di molte detonazioni fece tremare la casa;
erano colpi di cannone.

--Giustizia di Dio! esclamò Angiolina con un ineffabile sorriso e
cadde.

--Angiolina figl.... (non ebbe forza di proferire la dolorosa parola)
sì: ah! tardi ti ravviso.--

E curvossi su lei pietoso ma invano. L'inumano stringeva un cadavere;
Angiolina era morta.




CAPITOLO XXIX.

Ultima scena.


Per la prima volta il signor Basilio fu tocco da un sentimento che
molto si avvicinava all'affetto ed alla pietà: il pungolo del rimorso
entrò pure per la prima volta nell'egoista suo cuore; nel contemplare
quelle angeliche sembianze, or fatte cadavere, sentì un brivido
corrergli per tutte le membra. Gran Dio! Egli contemplava il cadavere
della più infelice creatura; un'immensità di avvenimenti gli tornava
al pensiero, e, convien pur dirlo, nel vedere spenta quella soave
fanciulla, il dolore penetrò nelle sue viscere, desiderò la vita di
lei; perchè mai? per far felice quella creatura. Ah! guai a coloro
che, per beneficare, hanno bisogno di vedere innanzi a sè cadavere chi
dovrebbe risentirne il benefizio.

La brutalità dell'empio era cessata. La prima lacrima era spuntata su
quel ciglio che aveva saputo rimanersi asciutto al cospetto delle
umane infelicità e dai tanti misfatti di cui era stato continuo
autore. La benda dell'egoismo, la più fatale perchè l'uomo s'inabissi
nelle colpe, era alfine caduta. Ahimè troppo tardi! La infelice ma
sempre ognor più cara Angiolina lo aveva detto nell'eccesso del suo
delirio, allo scoppio di quelle salve di artiglierie che aveva
intronato le finestre del superbo palagio: _Ecco la giustizia di Dio!_
Il dolore pertanto di vedere che questa era pur per piombare sul capo
del padre suo aveva affrettato il termine di quella vita sempre
dolorosa da lei menata quaggiù; ed era volata al cielo quale anima
purificata dalle sventure, con la speranza di chiedere al Dio delle
misericordie perdono per il padre, protezione per quel figlio che la
misera madre, ahimè! più non doveva rivedere quaggiù.

Ma la giustizia di Dio è inesorabile. Quella detonazione di
artiglieria annunziava che erano giunte pur troppo armi straniere alle
mura della città. Essendo state serrate le porte al primo apparire
delle falangi ostili, queste avevano tosto incominciato il
cannoneggiamento. Al rimbombo di questo il signor Basilio si scosse
dal suo letargo o meglio dal suo stupore: un brivido l'assalse; la
profezia dell'infelice sua figlia gli romoreggiava alle orecchie più
che il suono fragoroso del cannone e della moschetteria. Sollevato il
corpo esanime della giovane, con atto dolce e mesto lo depose su
quello stesso divano su cui un'ora prima aveva seduto con pensieri
tanto diversi. Quasi mentecatto, era per uscire di casa abbigliato
siccome si trovava, quando disperate grida dei suoi proseliti che ad
alta voce il chiamavano lo fecero ritornare in sè stesso.

--Eccomi, eccomi, gridava come forsennato, eccomi, che volete da me?

--Alle mura, alle mura, schiamazzavano centinaia di cittadini armati
chi più chi meno, alle mura: ne abbattono la cinta.

--Eccomi, eccomi! seguitava a dire il signor Basilio mentecatto, senza
pure trovare l'uscita della stanza.

Intanto il suono di tutte le campane a martello, le grida feroci del
popolo eccitato dai facinorosi, gli urli e i gemiti delle donne e dei
fanciulli, lo scoppio dei razzi, delle bombe, delle palle di cannone e
dei moschetti assordavano l'aria.

Era scena d'inferno.

In tanta ambascia, fra i mille tementi l'eccidio, palpitanti per i lor
più cari, per le sostanze, per l'onore, non vi fu alcuno che osasse
dire al popolo: O popolo, tu che hai creduto ai novelli Mosè, chiedi
loro il miracolo di salvarti. Ove si ascondono eglino i tuoi Giosuè, i
tuoi Gedeoni, i tuoi Jefte? ben io glieli avrei mostrati nascosti
sotto le materasse e fra le botti nelle cantine. Il popolaccio gli
andava cercando, e fra questi andava pur cercando il signor Basilio,
il quale ad un tratto si vide piena la casa di persone raccozzate ed
armate, e sebbene uomo di consiglio e non di guerra, dovè prendere
un'arme e lasciarsi guidare.

--Dove mi conducete? sclamò con voce semispenta quando in mezzo a
tanta turba si avvide di essere sulla via.

--Dove ti conduciamo? urlarono minacciosi cento e cento. Saresti
forse, come gli altri che ci hanno spinti a questi estremi, un cane
cioè di fariseo? non sai tu che siamo côlti alla sprovvista e che fa
duopo di un coraggio da leoni per uscirne salvi?

--A noi basta il tempo, un poco di tempo è quello che ci bisogna;
superato questo primo impeto di espugnazione, noi non mancheremo di
aiuti da tutte le città vicine che faranno causa comune con noi.

--Certamente che lo faranno, come il nostro esempio avrà saputo
infiammarli, saprà deciderli il nostro coraggio. Ah! noi ci
acquisteremo una pagina eterna di gloria nel volume della storia.--

Il signor Basilio era come coloro di cui si dice _hanno occhi e non
vedono, hanno orecchi e non sentono, hanno lingua e non parlano_; ciò
che gli succedeva da poche ore a quella parte gli sembrava come
tremenda visione.

Ma visione non sembrava ciò che avveniva a coloro che circondavano
l'uomo di stato spingendolo alle porte.

--Su su, carissimo signor Basilio, nostro Ulisse, dicevagli il
capitano Grongo, che durante i momenti di ozio aveva letto l'Iliade,
che poi riponeva sotto il banco del pesce quando gli avventori
venivano in pescheria a provvederne da lui, il quale era ritenuto il
meno ladro dei pescivendoli, su su, caro Ulisse, vi farebbe paura un
poco di puzzo di zolfo? Eh! non credo; ormai la vostra fama è
assicurata; dopo la partenza del cittadino Bruto, del cittadino Catone
e di tanti altri valenti uomini, voi siete il nostro sostegno: e non
sentite il tamburo che musica dolce va strimpellando alle orecchie dei
valorosi amanti della libertà? eh! se voi morite, convien dire che una
morte sì bella non la credevate per certo, ed io e l'oste dei Tre Mori
di certo ve l'auguriamo di cuore.--

Il signor Basilio, momentaneamente reso a sè stesso, nel fare qualche
passo sorrise di uno di quei sorrisi che usava al tempo del collo
torto, dachè dopo le riforme lo aveva egregiamente raddrizzato.

--Ma che morte? prese a dire il vecchio oste, affè di D... ma che?
abbiamo forse paura di poche palle e di qualche razzo? e non si
attende un rinforzo dalla parte del mare, dalla Corsica, un rinforzo
di trentamila uomini?

--E chi vi ha detto queste fandonie? saltò su bruscamente un uomo di
mezza età infra coloro che erano nella folla.

--Chi ci ha detto queste fandonie? chiami fandonie le verità del
cittadino padre G.....?

--Padre zappata, dice il proverbio, predica bene e razzola male: sì
sì, credete a quel rinnegato!

--Ed a buon conto al primo rumore del cannone costui e la più parte
dei vostri agitatori se la è svignata; anche la corvetta francese alla
rada è piena di gente che scappa.--

Il consiglio dello zio Neri di togliere dalla corvetta Rosina e gli
altri nostri conoscenti vediamo che fu savissimo.

--Ma un'altra città non è ella insorta? non ci prepara prodi e denari?

--Baie, fandonie... eh!...

--Come baie? non giunse notizia per telegrafo, notizia officiale che
ci manderanno 200,000 scudi e soldati e fucili?

--I 200,000 scudi verranno dal mondo della luna quando sarà in
quintadecima, disse il vecchio oste.

--E che? saremmo traditi?...

--Arrendiamoci allora, urlarono i paurosi.

--No.... no, moriamo, gridava un'infinità di feroci (e il loro grido
estinse in molti l'idea della resa). Per D... si arrende chi ha da
perdere, ma noi non abbiamo nulla da perdere per D.... Denari no,
amici no, case no, donne no, onore nemmeno: perderemo la vita; ebbene
questa come la camperemo se ci arrendiamo? morire per morire,
difendiamoci.

--Le muraglie son deboli.

--Ci faremo un baluardo di corpi de' paurosi: tanto per D... per
costoro ha da esser finita in ogni modo; avanti dunque, fratelli,
avanti.--

Il più forte interlocutore era il capitano Grongo, che, non avendo
potuto riparare a bordo di nessun naviglio da guerra ancorato al molo,
aveva fatto di necessità virtù e si accingeva con gli altri alle mura.

Sulla torre del duomo sventolava una bandiera nera, segno di lutto e
che volevano tutti morire anzi che arrendersi.

La notte che successe fu una delle più terribili per i miseri abitanti
pacifici della bella città: ognuno paventava che la cecità e
l'accanimento dei rivoltosi provocasse lo sdegno di coloro che,
sebbene nemici, pur tuttavia venivano ad abbattere quel regime
anarchico, impossibile a durare nella sua efimera esistenza; _si
temeva un saccheggio_ del popolaccio o che questi desse fuoco alla
città come un tempo fecero i Moscoviti quando la grande armata
napoleonica invase Mosca; si temeva che i demagoghi, vedendosi alla
vigilia di desistere dalle bravate, non facessero qualunque eccesso.

Il signor Basilio, forzato dalla turba, si era condotto verso la
barriera di porta San Marco, dove appunto ferveva l'attacco.
Quell'uomo sì crudo, sì falso, nelle poche ore di tregua in cui
avevalo lasciato, dirò, la cortesia degli assalitori (poichè quando
essi non avessero voluto soprassedere nella speranza di risparmiar
sangue attendendo che la città si arrendesse spontanea, avrebbero
potuto dar l'assalto nella notte stessa), raccoltosi nella stanza di
guardia, scrisse le sue ultime volontà; in cui dettagliatamente
svelando tanti misteri che hanno servito di argomento al nostro
racconto, venne a conoscersi che egli ruinò la famiglia Guglielmi, ed
il furto che la dispogliò di ogni avere essere tutta opera di cotesto
uomo, il quale poi nell'istituire suo unico erede il giovine Sprinel,
qualora vivesse, volle largheggiare in beneficenze a riguardo della
famiglia danneggiata, a cui passar doveva tutto l'asse ereditario
sempre che fosse morto il giovane suo figlio, che come tale adottava,
dappoichè, per la memoria dell'infelice Angiolina, quell'uomo che
aveva sprezzato ogni ombra di vera onestà si credè obbligato a celare
il misfatto cui quel giovane doveva la vita.

Gli armati all'intorno della stanza di quell'uomo lo credevano assorto
in pensieri di difesa.

Quando il sole comparve sull'orizzonte e tracciò il primo suo raggio
sul volto del reprobo, ei ne provò un brivido mortale: quell'astro
sorgeva ed ei non doveva vederne il tramonto; la profezia della figlia
gli si era cacciata nel cuore.

L'assalto ricominciò più furioso; a centinaia cadevano quei forsennati
che si appressavano alle debolissime mura della cinta: La città, fatta
più saggia, parlava di capitolare, ma la fatale bandiera nera, funereo
segno di provocazione e di esterminio, tuttora stava sventolando per
l'aere.

Ma chi può dire di qual palpito battesse il cuore di Giovanni? egli
sentiva giunto il momento o della sua liberazione o del suo fine; il
suo cuore, aprendosi all'allegria, quasichè presagisse il termine
delle sue sventure, si spezzava all'idea medesima del trionfo degli
assalitori. Egli non poteva ristarsi dall'amore verso il popolo, ei lo
sentiva davvero, ma, traviato da erronei principii, anche egli, non
volendolo, aveva contribuito a quell'accecamento di cui noi lo vedemmo
sui primordi di questo libro gettare i semi funesti.

Poche braccia lo separavano dai suoi più cari.

Su questo piede andavano le cose, quando i partigiani dello zio Neri,
alcuni dei quali erano a guardia presso Giovanni, udendo come le cose
dell'assedio potessero andare avanti poche ore, avvisaronsi di potere
impunemente sciogliere dai ceppi il misero prigioniero; e gli altri
custodi lasciarono che si aprisse il carcere dando ad esso la libertà.

Il primo movimento di Giovanni fu di cercare una spada, un fucile e di
avviarsi al luogo del combattimento; quell'anima ardente aveva
scordato tutti i torti, gli strazi del popolo ingrato; ripigliando la
sua nobile energia, egli sperò far trionfare i principii che dal
nascere aveva incarnati nel cuore, sperò di redimere il popolo, di
farne un eroe; già si avviava per la via che conduce alla porta, e, al
suo bollor guerriero rinato il coraggio in molti giovani, si vide
quando men lo pensava circondato di una numerosa falange. Osò credersi
fortunato, osò sperare; ma un lugubre spettacolo, in quell'ammasso di
scene dolorose, venne a trattenere la sua marcia guerriera. Incontro a
lui ed al suo drappello, ecco venirne una brigata di donzelle vestite
di bianco con funebri ceri in mano e un velo nero in testa. Costoro
accompagnavano un cadavere situato su di una barella, che era scoperto
e circondato di fiori. Giovanni, diviso in due il drappello, si
ritrasse alquanto.... Ahimè! sul funereo lenzuolo posava estinta la
sventurata, la bella, la sublime Angiolina.

A quella vista il guerriero indietreggiò. Un gelido sudore gli cadde
dalla fronte: era quella l'amica, quella che, dopo Rosina, amava più
di quante al mondo. Stava per domandare spiegazione del tristo
avvenimento alle donzelle, quando il convoglio proseguì silenzioso.
Giovanni fissò la mesta faccia dell'estinta, e nel fondo dell'anima
parvegli udire la sua voce con queste parole:

«Giovanni, Giovanni, che io, posso ora dirlo, ho amato di amore
appassionato, infelice e senza speranza (puro però quanto quello delle
creature celesti), vuoi tu perire come un traditore se côlto colle
armi alla mano in questa sventurata città? Vuoi tu far la fine che
farà lo sciagurato mio padre?»

Giovanni, ristato un breve momento, era per riaversi da quella specie
di visione; quando in realtà sentì afferrarsi per il braccio e
togliersi la spada.

Era Alfredo che aveva fatto quel colpo. Alfredo, che in un attimo con
tutta intiera la sua famiglia circondatolo, lo trasse ad un palagio
che ormai era suo. E qual era questo? e chi poteva guidarveli?

Il signor Basilio.

Già gli armati erano in città, che inondarono in pochi momenti;
cessate l'ostilità, neanche l'ombra di saccheggio, neanche l'idea di
strazi. Fu un miracolo!

Il signor Basilio, nell'entrare delle truppe, aveva riconosciuto
Selvaggio e di leggieri compreso il resto; aveva gettate le armi. Il
seguir quel giovine fu cosa di un momento; ad esso rimise un piego
sigillato di nero, quindi si avviò con lui e con Alfredo e gli altri
nostri personaggi. Non una parola, non una lacrima, non una risposta;
quell'uomo era incomprensibile. Ma poteva egli cangiarsi ad un tratto?
Ah! no: egli agiva sotto l'influsso di un potere non suo: invano
avrebbe potuto rendersi ragione di quello che operava; egli era un
automa guidato da forza sconosciuta; nello spargere quelli che
sarebbero detti beneficii, nel fare azioni che avevano l'aspetto di
giustizia, il suo volto tetro e severo come quello di un tiranno, i
suoi occhi immobili e sanguigni lo addimostravano per un essere invaso
da uno spirito agitatore. Appena ebbe posto sulla soglia del suo
palagio Giovanni e la sua famiglia, dato un balzo all'indietro,
strappato un fucile di mano ad un soldato, corse a furia laddove si
stavano accalcate le truppe e, come uomo che abbia perduto il senno,
si dette con urli feroci a gridare:--_Morte, morte, morte!_--

Migliaia d'uomini gli stavano a fronte: egli era solo; pareva un
démone che sfidasse l'ira di esseri umani; una schiuma bianca gli
partiva dalla bocca, e dagli occhi gli uscivano fiamme cerulee come di
zolfo.

Al forsennato si strinsero attorno alcuni disperati;--_Morte!_
gridavano essi con lui, _morte!_

I soldati riguardavano quel drappello con impassibile curiosità;
avrebbe un sol uomo potuto resistere a tanti?

Ma il destino aveva deciso. Il signor Basilio, tolto di mira uno dei
capi dell'armata, esplosagli contro l'arme, lo gettava a terra
cadavere.

Fu generale tumulto. All'armi, all'armi! cento e cento fucili furono
per ridurre in minuti brani lo scellerato ed i suoi seguaci. Un
giovane ufficiale, visto l'atto,

--Ah! non fia, gridò alle schiere, non fia che vi bruttiate di sangue
innocente coll'esplodere contro migliaia d'inermi; a me costui, a me
l'insano; sia terribile, sia giusto l'esempio.--

All'ordine del giovane capitano, tratto dal drappello il signor
Basilio ormai fuori di sè, venne sull'istante bendato e colle mani a
tergo fatto inginocchiare sul nudo terreno nello stesso luogo ove
aveva esploso.

Un plotone di soldati caricò gli archibusi.

--Ch'ei pera della morte dei malfattori, gridò il giovane ufficiale;
fuoco!--

S'intese una detonazione. Il cadavere del signor Basilio rotolò nella
polvere.

Il capo dell'esercito richiamò plaudendo il giovane che, col punire un
empio, aveva salvato dall'ira della sdegnosa soldatesca un'intera
città. Quel giovane nel togliersi l'elmo aveva mostrato l'orecchio
sinistro mancante di un lembo.

--Viva _Sprinel_!--plaudendo gridarono i soldati.

Giustizia di Dio! il signor Basilio era perito, qual visse, _da
traditore_.




CAPITOLO XXX.

Conclusione.


Un'amena villetta il cui parco si estendeva in riva al mare e situata
a poca distanza da Nizza accoglieva nel 1850 una famiglia di _signori
forestieri_, così appellata comunemente dai buoni villici di quei
pittoreschi dintorni. Questa famiglia si componeva di due signore sul
declinare della età, una delle quali, abitualmente pallida, non avea
mai deposto il lutto dal momento in cui si era fatta abitatrice di
quel luogo. Queste due signore vivevano ritiratissime e dividevano le
ore del giorno fra le occupazioni domestiche e gli esercizi di pietà,
al cui compimento si prestava un elegante oratorio posto sul confine
del parco, e nei quali erano dirette da un venerabile vecchio
cappuccino che lor serviva di cappellano. Il resto della famiglia si
formava, senza parlar di un discreto numero di servi dell'uno e
dell'altro sesso, di due giovani militari ammogliati e di un altro
tuttor celibe e di una sposa e del consorte di lei, che si chiamava
Sprinel. Gli uomini si dilettavano della caccia, della pesca e di
lunghe passeggiate a cavallo nei dintorni, e solo raramente si
conducevano alla vicina città. Nessun estraneo alla famiglia era stato
veduto penetrare nella medesima. Quei signori erano ricchissimi,
diceva il pubblico e lo diremo noi pure: ma se erano doviziosi, non
erano però felici; ed il lettore ne converrà, poichè costoro erano
nientemeno che i componenti la famiglia di Giovanni e di Alfredo.

In una sera di estate, circa il tramonto del sole, le due signore
tornavano a passo lento dall'oratorio in compagnia di padre Roberto,
chè così si appellava il religioso.

--Sediamoci un poco su questo monticello di verzura, disse la signora
non vestita a bruno.

--Con sommo piacere, rispose la compagna abbrunata, io infatti sono
molto debole.

--Ma, signora Rosina, replicò il frate assidendosi presso di lei,
quando sarà che abbia tregua il vostro cordoglio? conviene rassegnarsi
ai supremi voleri della provvidenza; d'altronde non è estinta la
speranza; ecco la signora Esmeralda che può farle fede come Dio non
permette che eterne sieno le sventure. Mi sovviene ancora quando,
sedici anni fa, in una serata di estate come questa, ella venne
condotta, miserabile, moribonda e quasi pazza, al Lazzeretto del
cholera di Livorno. Chi mai avrebbe creduto, vedendola in quel
deplorabile stato, che le sue lunghe sventure fossero appunto allora
per toccare il loro termine? grandi ed incomprensibili, non mi
stancherò mai di ripeterlo, sono le arcane vie della provvidenza.

--È vero, riprese languidamente la signora abbrunata, ed io sarei
indegna di esser cristiana se osassi o lamentarmi o non sperare: adoro
le volontà dell'Essere supremo, ma la fralezza umana mi fa considerare
come irrimediabili i miei mali.

--Ma no.

--Buon padre, come pensare diversamente? tutto il soccorso dell'umana
filosofia vien meno di fronte alla durissima acerbità de' miei casi:
permetta che io torni per la millesima volta a rileggere quel fatale
biglietto lasciato dal mio Giovanni sullo stipo della mia camera in
Livorno la mattina dopo di quel terribile giorno del 1849 in cui
disparve per sempre dal mio seno.

--Per sempre?

--E come dubitarne? a quel biglietto era legato con nastro di seta un
fiore secco, una camelia rossa! primo dono di amore che il mio
infelice Giovanni aveva tenuto ventotto anni sul cuore. Ah! il
restituirmi quel fiore è tacito annunzio che la nostra separazione
deve essere eterna quaggiù: noi non ci vedremo che in cielo.

--Non continuare, ti prego, cognata dolcissima; il tuo Giovanni, il
mio caro fratello è sempre stato un uomo incomprensibile: quel suo
passo, convengo anch'io, ha del misterioso, io ne ho pianto, ne piango
ancora; ma però un segreto intimo senso mi dice che noi lo rivedremo.

--Esmeralda, Giovanni, che, come ti dissi, dopo la tremenda
rivelazione fattami pria di lasciare per sempre l'America, non era tuo
fratello se non per cuore, Giovanni non aveva potuto, non poteva
resistere all'ultimo crollo delle sue giovanili speranze! chi sa in
qual nuovo abisso di avventure si è slanciato? Ma che dico? a
quest'ora la sua bell'anima esser dee volata al cielo; di là prega per
me, io lo sento, chè, senza le sue celesti preghiere, a quest'ora il
dolore mi avrebbe consunta. Ah! se almeno sapessi qual terra accoglie
le fredde sue ceneri, io vi sarei corsa e ci avrei spirati sopra gli
ultimi aneliti di vita.

--Cessa deh! cessa, cognata mia; io non ho più forza di udirti, manco
già.--E sì dicendo proruppe in amari singulti.

Rosina, che pur singhiozzava, tratta dal seno una carta, dopo averla
replicatamente baciata la dispiegò e lesse:


  _Mia sposa adorata, mia cara famiglia: Giovanni, il vostro sventurato
  Giovanni, vi dà l'estremo addio. Io non posso resistere all'aspetto
  della distruzione delle mie più care speranze. Io volo a raggiungere
  il solo essere col quale le ebbi sempre comuni, per piangere e per
  morire al suo fianco. Non ricercate di me, inutili sarebbero le vostre
  ricerche. Io prendo le misure per eluderle. Se io restassi fra voi,
  sarei oggetto di continuo vostro dolore. Io vi lascio: sa Iddio quanto
  pesi il mio affanno; il cuore mi si spezza al doloroso passo, ma io
  non posso resistere al ferreo destino che mi opprime. Tutto è perduto
  fuorchè l'onore. L'unica mia consolazione, se pur posso vergar questa
  parola, è il pensar che il mio fine sarà di esempio ai miei figli, a'
  miei nipoti, onde misurino a che si riduce la vita per un
  cospiratore._

  _La mia perdita vi affliggerà meno che la presenza di un uomo
  disperato. Il tempo calma gli affanni; a lui affido la vostra calma
  futura. D'altronde a te, Rosina, lascio i nostri figli, essi ti
  consoleranno della mia assenza. Noi ci raggiungeremo in cielo.
  Desidero che il giovane Sprinel, lasciate le bandiere nemiche, faccia
  parte della nostra famiglia: esso è lo sventurato figlio di Angiolina
  e terrà luogo di quell'angiolo volato all'empireo presso di voi,
  mentre la di lui madre, addivenuta spirito celeste, non cesserà di
  spargere sulle nostre famiglie la possente sua benedizione.
  D'altronde, le ricchezze dell'esecrabile Basilio (cui possa aver Iddio
  perdonati i molti delitti) appartengono a questo giovane. È vero che
  quell'uomo doveva alla famiglia tua, o Rosina, una riparazione di
  sostanze, ma Iddio ne ha largamente provveduti senza il retaggio del
  reprobo. Ogni obolo che se ne versasse nella nostra cassa mi farebbe
  orrore; esso stilla sangue di sventurati; io l'abborrisco. Non così
  Sprinel: esso è legittimo erede di quell'uomo; ei ne goda i beni. Deh
  possa il tempo unito alle vostre carezze mitigare nel giovane Sprinel
  l'affanno di aver ordinato la morte del barbaro padre; pensi che così
  volle Iddio per punire quel peccatore delle sue moltiplicate
  scelleraggini, e il fine dell'iniquo serva di terribile esempio che
  nissuno sfugge alla meritata pena. Nel luogo che sceglierete a dimora
  vi accompagni la mia benedizione e quella del cielo; non vi scordate
  di far celebrare ogni anno una funzione religiosa per la memoria della
  amica nostra Angiolina. Addio: sento che sono uomo e che, se più oltre
  mi intertenessi a scrivere questa dolorosa mia lettera, il mio
  proponimento causato dall'ultimo rovescio di ogni mia speranza
  correrebbe rischio di vacillare. Diffido del mio coraggio di fronte ai
  cari sensi di padre, di fratello e di sposo. Addio, addio. Riprendi, o
  Rosina, il primo mio dono di amore che per tanti anni ho tenuto sul
  cuore come religioso deposito. Addio, addio: non piangete, addio._

                _Il vostro amoroso_ GIOVANNI.


--Amoroso? gridò Rosina, dopo avere a ciglio asciutto e con ferma voce
letto la lettera sulla quale il sole che si tuffava nel Mediterraneo
gettava un ultimo e patetico raggio. Amoroso? ah no, crudele, crudele!
dovevi tu lasciarmi così? lo aveva io meritato? ahi misera, ahi
misera!--

La forza dell'affanno aveva essiccate le lacrime sue, ma dopo quella
dolorosa e ripetuta esclamazione cadde priva di sensi; la Esmeralda ed
il religioso a fatica la condussero alla villa.

L'indomani cadeva l'anniversario de' funerali di Angiolina. L'oratorio
venne parato di lugubri arazzi; ghirlande di cipresso coronavano la
facciata del piccolo tempio, e la via che menava a quella era pur
tutta sparsa di cipresso e di fiori; tutta la famiglia abbigliata a
gran lutto assistè, secondo il pio costume, alla cerimonia, ed invano
si era pregata Rosina di non intervenirvi.

--E che? aveva ella risposto ai figli ed ai parenti, e che? pensate
voi forse che il doloroso apparato e la pia memoria mi funestino? no,
anzi io non desidero che scene lugubri; sono esse sole che ponno farmi
gustare la mesta voluttà di cui è capace il mio cuore straziato. Nel
celebrare la funerea pompa per la memoria dell'amica, il mio pensiero
vola alla memoria del caro sposo mio, che or certo è lassù fra i cori
degli angioli, collo spirito di colei che lo amò quanto me, e che
quanto me ne fu amata di un amore per cui sarebbe delitto l'aver
provato gelosia.--

In mezzo al tempietto avanti all'ara maggiore avevano collocato il
cenotafio, su cui pendeva un tappeto di velluto nero a frangie di oro
ricamato dalle mani di Rosina e di Esmeralda; ai lati del monumento
leggevansi queste patetiche e brevi iscrizioni:

               AD ANGIOLINA
             BELLA SVENTURATA
     IN TERRA ESEMPIO DI AFFLITTA VIRTU'
              PACE PACE PACE


                NEL  MONDO
             PONNO LE LACRIME
             DURAR COLLA VITA
           PER CAMBIARSI  LASSU'
             IN GAUDIO ETERNO


          SU QUESTO FUNEBRE PANNO
            ALEGGIA LO SPIRITO
          DELLA ELETTA E VI PIOVE
          BENEDIZIONE ALL'INTORNO
              E LUCE PERPETUA


            IMPAREGGIABILE AMICA
           TI SIANO QUESTI INCENSI
          MISTI A LACRIME D'AFFETTO
            TESTIMONIO IMPERITURO
             DI AMORE VIVISSIMO

Terminato il servizio funebre, che riuscì commoventissimo, il giorno
passò in domestici ragionari.

--Ecco, diceva Antonio, noi abbiamo anche oggi commemorata una
creatura nata per soffrire quaggiù. Ah! gran che! la virtù dunque
essere dee sempre sventurata sulla terra?

--No, rispondeva Esmeralda. La virtù ha il suo premio, la sua felicità
in sè stessa; l'ira dei fatti può opprimerla, ma non per questo potrà
dirsi sventurata, come l'oro non potrà mai perdere il suo splendore
per contatto di corpi a lui estranei o contrari. D'altronde sono le
sventure che purificano questo involucro di polve chiamato creatura.

--E la creatura, quasi che pochi fossero i mali che, per volger di
vicende o per ragioni derivanti dalla sua stessa natura, devono
opprimerla, va il più delle volte procacciandoseli maggiori; e su
questo proposito la nostra famiglia ne porge tristo e veritiero
esempio.

--Tu vuoi accennare alle utopie delle rivoluzioni e della manía di
cospirare, non è egli vero, o mio fratello? disse la tenera Ofelia
rivolgendosi ad Antonio.

--Sicuro; tra i mali che noi stessi ci procacciamo vi è pur quello di
darsi in balía di inutili speranze e cercar di ottenere il bene con
mezzi del tutto opposti.

--E lungi dal conseguirsi il bene del popolo, ne viene a lui il
peggior male, la peggior peste morale che affligger possa la società,
riprese Ofelia.

--Ed aggiungi che nasce il peggior fra tutti i mostri che la bizzarra
favola abbia potuto ideare.

--L'_anarchia_! esclamarono insieme Alfredo e Selvaggio prendendo
parte al colloquio.

--L'_anarchia_, proseguì Antonio, che io dipingerei un serpente
gigantesco che avesse tante teste quante sono le scaglie della sua
pelle, e teste sempre rinascenti come quelle dell'idra.

--Ah! voglia il cielo liberarne per sempre il mondo.

--Ciò arriverà, disse Antonio, quando il popolo sarà veramente
religioso e morale; e, sapete voi? ben poco ci vuole perchè lo sia:
dategli lavoro, istruzione, la cosa è fatta.

--Dio benedica al filosofo! esclamarono tutti.--

Antonio sorrise per compiacenza.

Intanto si era fatto notte, ed il silenzio che succedette al breve
colloquio che noi riferimmo venne interrotto da ripetuti colpi che si
udirono alla porta d'ingresso della palazzetta.

--Chi sarà mai? dissero gli uomini levandosi e movendo verso
l'ingresso.

--Chi siete? chi volete? si udì dire dal portinaio.

--Non ho bisogno di farmi annunziare, rispose una voce cupa e che
parve di un forastiero.

--Ma io....--

Il portinaio non potè proseguire, chè l'uomo il quale aveva parlato
con un urto lo aveva costretto a lasciargli libero il varco.

Il misterioso incognito s'avviò su per la scala di marmo che menava
all'appartamento superiore; un solo lume all'inglese racchiuso entro
un cristallo diacciato rischiarava quel luogo.

L'incognito aveva i capelli quasi canuti, la barba lunga e presso che
bianca; l'occhio suo brillava del fuoco della gioventù. Vestiva esso
di antica uniforme verde con spalline d'oro, aveva un braccio
mutilato.

Non sì tosto fu a metà della scala, un grido si udì; lo mandava Rosina
che al primo vedere quell'uomo aveva esclamato:

--Giovanni!

--Rosina!

E caddero l'uno nelle braccia dell'altro.

Fu scena patetica, indescrivibile di purissimo amore.

--O mio adorato Giovanni, o mio sposo, ed è pur vero, o sogno è
questo? tu ritorni a me!

--O amore mio, o mia diletta, Iddio non ha voluto che io bevessi tutto
il calice dell'amarezza... sì... noi non ci separeremo più mai.

--Saremo adunque una volta felici! esclamarono insieme tutti gli
altri.

--Ah! riprese Giovanni tergendosi il sudore che copiosamente
gl'irrigava la fronte. Io sperai che vi avrei riveduti arrecandovi
novella di felicità, ma ahimè! la grande stella di Italia è tramontata
attuffandosi nelle onde dell'oceano, è tramontata pallida e
sanguinosa; vano è lo sperare.

--Ma tu vivi, sclamò Rosina con ineffabile trasporto, tu vivi; che
possiamo desiderare di più?

--Cuore di donna, tu non ti smentisci giammai, interruppe Giovanni;
non a me... che sarei morto lungi da voi, non potendovi arrecare
quella felicità che avrei voluto, ma _a Lui, a quel grande che fu_, è
dovuto il ritorno del vecchio cospiratore. I suoi ordini sono sacri
per me, io l'ho obbedito; ancor mi suonano all'anima le sue ultime
memorande parole: _Verrà verrà il giorno della libertà per questa
Italia che tanto amiamo. Verrà l'unità di essa, quando vinta l'idra
della demagogia, i popoli sapranno essere virtuosi. Allora lo
straniero rientrerà nella sua tana oltre le Alpi._--

Tutti fecero silenzio, colmando di affettuose carezze quel redivivo
padre di famiglia.

--Sostato alquanto nel dire, rivolse gli occhi al cielo come per
invocare un avvenire di felicità, e quindi con fioche parole:
«Giovanni, volgimi il capo verso l'Italia, fa che io spiri volgendole
la fronte, come il divoto pellegrino all'eccelsa Gerusalemme.» Io
obbedii, esso rivolse lo sguardo al cielo, e la sua bell'anima
raggiunse l'eternità. Un coro di angioli le scese incontro, io sentii
la celeste fragranza, vidi la luce divina, mi prostrai e piansi.--

Giovanni fece lunga pausa e stette a ciglia asciutte; i circostanti
dettero in dirotto pianto. Ogni anno ei fe' giuro di visitare una
tomba; e mantenne quel giuramento. Un giorno egli volle anticipare;
montato su di uno dei più veloci cavalli, il resto della famiglia lo
seguì qualche ora dopo.

Giunti che furono al sacro recinto, videro il loro capo genuflesso
appiè del funebre marmo, le mani di lui stringevano delle superbe
colonne di granito del monumento. Nessuno osò disturbarlo in quel pio
atteggiamento, e s'inginocchiarono presso di lui orando. Passato
intanto non poco spazio di tempo senza che Giovanni facesse il più
piccolo movimento, avvisarono fosse caduto in deliquio. Rosina ed
Alfredo se gli accostarono, sel trassero nelle braccia e, miratolo, un
grido affannoso uscì loro dalle labbra.

--Ahimè!--

Giovanni era morto.

Ma chi era quest'uomo indomabile nel suo antico pensiero? Niuno il
seppe, niuno il saprà giammai.


FINE


INDICE

  CAP.  XXIII.--Conferenze                    Pag.     5
   »     XXIV.--Colloquio di diverso genere    »      22
   »      XXV.--Quadri popolari                »      41
   »     XXVI.--Rivelazioni                    »      60
   »    XXVII.--Varietà                        »      78
   »   XXVIII.--Il padre e la figlia           »      89
   »     XXIX.--Ultima scena                   »     105
   »      XXX.--Conclusione                    »     120





NOTA DEL TRASCRITTORE:

I seguenti refusi sono stati corretti; indichiamo l'originale, con
(sostituzioni) ed [omissioni].


  abbiamo perduto da qualche tempo Rosina; non ci dispaccia (dispiaccia)

  dove aveva lasciato li (il) fedel contadino

  intorno alle condizioni della misera copia (coppia),

  sè decaduta nell'opnion (opinion) pubblica,

  e padre Gonsalvo rese nuove grazie all'Altissmo (Altissimo)

  deluso nella espettativa (aspettativa) di sicura felicità,

  Si era dubitato che la fanciullla (fanciulla) leggermente ferita

  il quale essendo stato 48 ore in orzato (forzato) digiuno

  In ofndo (fondo) al pozzo aveva lasciato nudo

  alla passione che mi divora per [per] te.--

  I due interloculori (interlocutori) si separarono

  due più formidabili codidini (codini); il che suonava

  Erano infatti Alfredo e Giovanni, che, a [a] malgrado

  Quindi tacquero: e buon per loro che esnsuno (nessuno)

  --L'altro, dissero i manigoldi, l'ha voluto per sè lo zio Neri? (!)

  --Evviva evviva! urlo (urlò) ansante

  E si assise nel mezzo dei convitati ciehdendo (chiedendo)

  e tutto il litorale fino a iLvorno.(Livorno)

  Oh insensati e doppiamente inlici! (infelici)

  alla cella del signor Basilio; ma ahime (ahimè)

  a questi tempi di periglio, nei (noi) capi e tutori

  Un plutone (plotone) di soldati caricò gli archibusi.





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     does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
     License.  You must require such a user to return or
     destroy all copies of the works possessed in a physical medium
     and discontinue all use of and all access to other copies of
     Project Gutenberg-tm works.

- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of any
     money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
     electronic work is discovered and reported to you within 90 days
     of receipt of the work.

- You comply with all other terms of this agreement for free
     distribution of Project Gutenberg-tm works.

1.E.9.  If you wish to charge a fee or distribute a Project Gutenberg-tm
electronic work or group of works on different terms than are set
forth in this agreement, you must obtain permission in writing from
both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael
Hart, the owner of the Project Gutenberg-tm trademark.  Contact the
Foundation as set forth in Section 3 below.

1.F.

1.F.1.  Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
public domain works in creating the Project Gutenberg-tm
collection.  Despite these efforts, Project Gutenberg-tm electronic
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"Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or
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property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a
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of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
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law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be
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or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.


Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers.  It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come.  In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation web page at https://www.pglaf.org.


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Its 501(c)(3) letter is posted at
https://pglaf.org/fundraising.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at
809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
[email protected].  Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official
page at https://pglaf.org

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     [email protected]


Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States.  Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements.  We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance.  To
SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
particular state visit https://pglaf.org

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States.  U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses.  Donations are accepted in a number of other
ways including including checks, online payments and credit card
donations.  To donate, please visit: https://pglaf.org/donate


Section 5.  General Information About Project Gutenberg-tm electronic
works.

Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg-tm
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone.  For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.


Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
unless a copyright notice is included.  Thus, we do not necessarily
keep eBooks in compliance with any particular paper edition.


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