Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

By Cesare Cantù

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15), by Cesare Cantù

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Title: Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Author: Cesare Cantù

Release Date: July 4, 2023 [eBook #71115]

Language: Italian

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11 (DI 15) ***


                                 STORIA
                             DEGLI ITALIANI


                                  PER
                              CESARE CANTÙ


                           EDIZIONE POPOLARE
         RIVEDUTA DALL’AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI

                                TOMO XI.



                                 TORINO
                      UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
                                  1876




LIBRO DECIMOQUARTO




CAPITOLO CXLIX.

Quadro politico. Sisto V. Sistemazione civile ed ecclesiastica di Roma.


Il travaglioso parto della società moderna era omai compito: i Comuni
si erano associati coi re per congegnare estese monarchie coi rottami
delle giurisdizioni feudali tra cui era frazionata l’autorità sovrana,
e far prevalere una volontà unica, intitolata la legge, che mantenesse
dentro la pace, fuori l’influenza. Ma dopo tanto declamare contro le
repubblichette e la insanabile loro irrequietudine e le guerricciuole
del medioevo, dopo tanto adombrarsi che uno Stato italiano non
prevalesse agli altri, or giacevano tutti allivellati dalla servitù,
impotenti a nuocersi a vicenda, ma anche a resistere altrui:
assodaronsi i principati, ma con essi non venne l’unità, non venne la
quiete colla tirannide. Dacchè, per la Riforma, l’Europa fu scissa in
due campi, il sacerdote non poteva più comandare dappertutto; e se una
provincia protestante si volgesse a’ danni di una cattolica, non si
poteva che reprimerla; donde una nuova necessità del potere monarchico,
che si surrogò all’ecclesiastico con vantaggio forse dell’ordine, non
della libertà. E per la necessità dell’ordine vennero dimentichi o
conculcati i privilegi; raccolti grossi eserciti, dome le aristocrazie,
elise tutte le resistenze particolari; costretta la Chiesa a schermirsi
contro la forza, finchè vi soccombesse. Introdurre l’eguaglianza,
fiaccare le prepotenze feudali, svegliar nei popoli la coscienza
dell’unità mediante una politica nazionale, rendere a tutti accessibile
la coltura, ed anche alle classi infime l’industria, estendere il
concetto della parità di diritto e della cittadinanza, sono gli uffizj
pei quali la monarchia si fa stimare dai popoli: ma quando ai trambusti
succede il riordinamento, qualche genio, come Costantino, Carlo Magno o
Napoleone, di tutte le attività sa giovarsi al suo scopo; altri credono
non poterlo che soppiantando, comprimendo; e così si fece nel secolo
decimosesto in Italia. — O Dante, avresti potuto vedere che la pace del
despotismo trionfante è la pace del sepolcro.

Il commercio, non che fiorisse al chetar de’ tumulti, perì nell’atonia
universale; giorni smunti e afosi sottentravano ai procellosi;
non apparendo nè l’individuale gagliardia del Cinquecento, nè le
complessive aspirazioni del Settecento, interessi immediati e angusti
occupavano la scena, dianzi agitata dalle passioni; mancando la patria,
mancarono fortezza di guerriero, abilità di politico, libertà di
scrittore; al culto del Comune sottentrò l’egoistico punto d’onore,
alle battaglie il duello, alle vive credenze canoni legali ed opinioni,
al diritto pubblico cattolico una politica d’abilità e di tornaconto,
spoglia d’ogni idealità, fondata non sulla ragione ma unicamente sul
fatto, non diretta dal sentimento ma dal calcolo e dalla forza. Eppure
in nome della religione sobbolliva ancora tutta l’Europa, la quale penò
fin a mezzo il secolo decimosettimo per acquistare quell’assetto, in
cui, ben o male, doveva adagiarsi poi fin alla rivoluzione francese.
L’Inghilterra, violentemente spinta ad uno scisma che attribuiva al re
onnipotenza anche nelle cose religiose, lo manteneva con feroci leggi
penali, e con due rivoluzioni che, abbattendo il diritto divino dei re,
doveano cambiar la dinastia, eternare l’oppressione d’un popolo intero
qual è l’irlandese, consolidare e stabilire i privilegi de’ possidenti,
ma eriger la nazione al colmo della grandezza politica e commerciale,
e a quella civile libertà, che al Governo non rassegna se non la minima
parte dell’attività individuale.

I Paesi Bassi, ribellatisi alla Spagna, sostennero lunghissima guerra,
finchè una parte furono ribaditi alla dominazione austriaca, altri si
assicurarono il culto riformato e l’indipendenza, e con questa una
meravigliosa prosperità mercantile. La Germania, sbranata fra due
parzialità religiose divenute parzialità politiche, scadeva dalla
supremazia goduta nel medioevo: a capo de’ Cattolici stava ancora
l’imperatore, ma non che ne assicurasse il trionfo, vide le turbolenze
scoppiare in guerra aperta che fu denominata dai Trent’anni, in cui
quel centro dell’Europa fu corso e guasto da eserciti, peggiori de’
masnadieri.

Anche in Francia i Calvinisti detti Ugonotti si sommossero, fin
a prorompere in guerra aperta; Enrico III, espulso dalla propria
capitale, fu assassinato; Enrico di Navarra, erede delle ragioni
alla corona, per ottenerla abjurò al calvinismo, e con un editto di
tolleranza accanto ai Cattolici collocava i Riformati, con privilegi,
con fortezze, con sospetti, scomponendo l’unità del regno, sinchè
Luigi XIV revocò quell’editto; e la Francia primeggiò in Europa,
professandosi protettrice de’ Cattolici nel tempo stesso che in
Germania sorreggeva i Riformati, per deprimere gl’imperatori.

Questi erano elettivi, e pur intitolandosi imperatori romani, non
curavano nè la consacrazione pontifizia, nè tampoco di esercitar
ingerenza di qua dell’Alpi. Si toglieano sempre dalla Casa d’Austria,
la quale a questo titolo d’onore univa il regno di Boemia, sovvertito
dalla Riforma; il regno d’Ungheria che la costituiva antiguardo della
cristianità contro i Turchi; la Stiria, il Tirolo che la faceano
pericolosa vicina della Venezia; e stando nel cuor dell’Europa
primeggiava, massime dacchè le linee d’Austria e di Tirolo furono
d’accordo: ma la guerra dei Trent’anni dalla posizione offensiva la
ridusse alla difensiva. Combinava essa la sua politica coll’altro ramo,
a cui obbedivano la Spagna e tanta parte dell’America e delle Indie
orientali, vascello immenso, di cui la prora sorgeva alle Filippine, e
la poppa alle Antilie.

Filippo II (1556-98), succeduto a Carlo V nel regno di Spagna, trovava
le idee, gl’interessi, la religione di tutta Europa messi a subuglio
dalla Riforma, e diresse tutte le forze sue a rifondare il passato.
I dobloni che traeva dalle miniere americane, correvano pertutto a
soldare oppositori ai Protestanti; i suoi eserciti li combattevano in
ogni plaga; e poichè dopo un secolo di convulsioni egli rappresentava
la riazione, rimase bersaglio alle armi e alle diatribe di tutti i
novatori del mondo, i quali accordaronsi nel dirne ogni male, e fin
nell’inventarne, come nel tragediato episodio di don Carlos suo figlio,
e lo tramandarono alla posterità come inventore della politica arcana,
come un fantasma assiso sui confini del medioevo, cinto di tenebre
illuminate solo da roghi, per impedire il progresso del pensiero e
della libertà.

Tranquillamente superbo, profondamente religioso, eminentemente
spagnuolo, egli mostrò amore e riverenza esemplare a suo padre,
del quale rispettò fin le debolezze a segno, che cercò e prese in
cura il bastardo di lui, divenuto poi famoso col nome di Giovanni
d’Austria. Instancabile al lavoro, postillava e correggeva le lettere
de’ segretarj, di proprio pugno scriveva, e bene, quantunque lungo;
vide il secolo d’oro della letteratura spagnuola, sebbene non la
favorisse; sebbene non guerresco, sotto di lui si vinsero alcune delle
maggiori battaglie della storia: nè per avversa fortuna fiaccato, nè
per prospera inebbriato, quando l’ammiraglio, a cui aveva affidato
l’armamento, a ragione intitolato _invincibile armata_, venne
annunziargli ch’era stata dispersa dal turbine, gli disse soltanto, —
Duca, io vi avea mandato contro i nemici, non contro gli elementi»; e
ripigliata la penna, continuò a scrivere. Stava leggendo la vita di
suo padre quando gli fu annunziata la vittoria di Lépanto (tom. IX,
pag. 538); e non che prorompere in esultanza, riflettè: — Don Giovanni
ha molto arrischiato; come ha vinto, così poteva perdere». Pur seppe
rendere omaggio al duca di Savoja; e quando, vincitore a San Quintino,
si presentò per baciargli la mano, esso l’abbracciò dicendogli: — Tocca
a me baciar la vostra, che compì opera sì bella».

Volea veder tutto, e perciò esitava a decidersi: deciso una volta, non
recedeva più. Credendosi destinato da Dio a rintegrare la religione
cattolica, le discrepanze considerava non solo come eresie, ma come
lesa maestà divina ed umana, e tenevasi in obbligo di combatterle come
fece dappertutto, senza mai venire a transazione; cercò impadronirsi
fin della Francia e dell’Inghilterra per serbarle cattoliche: ma
intanto si vide dalla Riforma strappati i Paesi Bassi; esaurì le
finanze, scontentò i popoli, distrusse il prestigio della propria
potenza.

Dopo di lui la Corte spagnuola, separata dai popoli, asserragliata
dalle cerimonie, non conobbe l’opinione e gli avvenimenti se non da
relatori, nè gli uomini se non traverso alla diffidenza, cascando così
nell’inoperosità. Filippo II aveva avuto per ministro il Granuela,
uno de’ più abili statisti, che costretto a ritirarsi davanti
all’esecrazione de’ Fiamminghi, venne vicerè di Napoli, poi cardinale
a Roma. Sotto Filippo III maneggiò ogni cosa il duca di Lerma; sotto
Filippo IV il conte duca Olivares, figlio d’un vicerè di Napoli, il più
potente e laborioso, e il meno scrupoloso e fortunato ministro di quel
secolo. Con Carlo II, men che re e men che uomo, terminò la dinastia
austriaca in Ispagna (1700).

Tali furono i regnanti di bellissime parti d’Italia. Mentre le nazioni
d’Europa si costituivano regolarmente, anche mercè de’ penosi ma
fecondi scotimenti dalla riforma religiosa, la nostra era perita; e da
centro che era della politica, del commercio, della cultura, più non fu
che uno zimbello o un premio. Alla sua libertà, viva la quale sentivano
non potrebbero estendere la propria dominazione, aveano attentato gli
stranieri ora cospirando ora osteggiandosi: in quel contatto, nocevole
se amico e se nemico, gl’Italiani sentivano pericolare l’indipendenza,
ma ciascuno pensava alla propria, non a quella dell’intera nazione;
ciascuno Stato credeva bastar da sè a superare in forza gli stranieri,
come li superava in civiltà; e a tal modo caddero tutti.

Per sanare le _piaghe infistolite_, dai politici della risma del
Machiavelli erasi bramato una _mano forte_, un principato che vigore
e astuzia adoprasse a reprimere i signorotti, stabilisse giustizia
eguale, leggi pel bene di tutti, e da tutti osservate: ma la forza
prevalsa tolse la libertà, non indusse l’unità, nè tampoco la quiete;
piantò irremissibilmente governi di puro fatto. L’Italia forse ancora
non avea spento la face del genio, ma erasi levato il sole, davanti a
cui questa impallidiva. Dopo esercitata la triplice supremazia delle
armi, della religione, delle idee, s’accorge che non ha più in se
stessa la ragione de’ proprj movimenti; che di fuori viene l’impulso
de’ suoi atti, il seme de’ suoi pensamenti, che la sua storia ideale è
interrotta dall’interposizione forestiera; sicchè, invece di spingersi
al progresso come un gigante dal suo talamo, bisogna che affatichi
alla conservazione. E neppur a tanto riuscirà. Essa che gli ultimi suoi
istanti avea confortati almeno con begli atti di coraggio e colla nuova
gloria delle arti, più non fece che retrocedere; internamente governi
deboli, e perciò violenti; coi masnadieri, fomentati dalla prossimità
dei confini, erano costretti a patteggiar l’obbedienza, anzichè poterla
imporre; le commozioni, simili a guizzi di cadavere, che a tratto
a tratto la scoteano, non erano dirette alla gloria o alla libertà,
ma a satollar la fame, a respingere esattori ingordi o inesorabili
inquisitori; la letteratura si limitava a imitare, e perduto il senso
delle semplici bellezze, si gonfiava e anfanava; in fastosa miseria
degeneravano le arti belle.

Il nuovo diritto pubblico, che prefiggeva regole alle successioni,
cagionò guerre più lunghe e deplorabili, che non le bizzarrie
repubblicane. Ai principi sottomettevansi i signorotti; e fin nella
Romagna, la battagliera veniva surrogata da una nobiltà di soglio,
derivata da parenti dei papi. Alcuni si rassegnarono alle catene, sino
a farsene belli; altri mestarono ancora in cospirazioni e sommosse;
alcuni, rinvigoriti nelle persecuzioni, nell’esiglio, ne’ patimenti,
portarono di fuori un’attività cui la patria non offriva più campo; o
l’abilità delle armi e de’ maneggi applicarono a servigio de’ tiranni
della patria, per passare dalla classe degli oppressi in quella
degli oppressori; assodando quella ragion di Stato, che riducevasi ad
ottenere obbedienza a qualunque costo, in nome dell’altare e del trono.
Ma tutti gli Stati, guelfi coi Francesi e coi Riformati, o ghibellini
coi papi e colla Spagna (così erano cambiate le veci!) compiono l’opera
dell’accentramento, distinti soltanto dalle diverse gradazioni d’un
debole principato o d’una debole democrazia. L’abolizione del soldato
mercenario per sostituirvi truppe regolari, fa che le moltitudini si
trovino alleate coi despoti nel respinger le tradizioni anarchiche
del medioevo: ma gli svantaggi dell’antico disarmo appajono nella
miserabilità di que’ soldati, ridicoli insieme e molesti, buoni per una
parata, inetti contro i ribaldi risoluti e contro i banditi.

Con eserciti stanziali, colla fedeltà alla bandiera, e l’obbedienza
irragionata sarebbe dovuta venire la quiete dei cittadini anche
nel fervore delle guerre; ma ignorandosi ancora l’amministrazione
militare, e mal provvedendosi agli approvvigionamenti, alle paghe, alla
disciplina, i soldati viveano di ruba, spesso si ammutinavano, sempre
portavano miserie, che fecero detestar del pari e i nemici e gli amici.

Se non che era difficile determinare quai fossero gli amici o i nemici
dell’Italia, dacchè essa figurava soltanto come una preda; i trattati
non si riferivano a lei, ma a’ suoi dominatori; nè degli abitanti
occupavasi la storia, ma del suolo, militarmente occupato.

La Spagna possedeva Milano, lo Stato de’ Presidj, il Senese, il
marchesato del Finale, la signoria di Pontremoli, l’isola di Sardegna
e le Due Sicilie. Poteano fruttare quattro milioni di scudi d’oro, ma
una gran parte delle rendite trovavasi impegnata; il resto si consumava
nelle guarnigioni e nelle truppe di terra e di mare, ove armava
sin cinquanta galee. Ma nè avea modi di rendersi devoti i signori e
premiare i suoi fedeli, nè di far pedoni e cavalli; traeva frutto dai
tribunali, dalle vacanze di feudi e benefizj, dalle largizioni che
doveansi fare alla corte per propiziarsela; dalla Germania, dominata
essa pure da Austriaci, non poteva menar eserciti in Lombardia se non
traversando il territorio veneto o quel de’ Grigioni, ovvero per mare
da Genova. Aspirava dunque a tener amici que’ vicini, e ad estendere il
Milanese fino al mare, ovveramente congiungerlo al Napoletano, se non
altro col predominio sovra i principotti.

La Francia, che avea perduto il Napoletano sotto Luigi XII,
la Lombardia sotto Francesco I, il Piemonte sotto Enrico II,
agl’incrementi della Spagna ostava coll’allearsi ai Veneti e ai
Grigioni. E l’una e l’altra intanto fomentavano i malumori interni,
davano ricovero e soccorso ai profughi o ai cospiratori, brigavano
nell’elezione dei papi, compravano questo o quello de’ principi,
indipendenti di nome, eppur in balìa de’ forestieri per la loro
debolezza.

Il duca di Savoja era anche principe dell’impero germanico, ma non
interveniva alle diete. Poteva contar l’entrata di ottocentomila scudi,
e levar dal Piemonte trentamila pedoni, settemila cavalli dalla Savoja,
se il Botero non esagera; possedeva due galee mal in assetto, spettanti
all’Ordine di San Lazzaro. I Savojardi non sapeano recarsi in pace
che il duca vivesse in Piemonte, dacchè erasi volto del tutto verso
l’Italia, aspirando ad ottenerne qualche brano col mettere all’incanto
la sua alleanza. Se il vicinato e conformità d’indole lo traevano alla
Francia, ricordavasi come questa avesse dominato i suoi predecessori;
fin d’allora riduceva la sua missione ad arrotondar il proprio paese, e
in onta delle tradizioni altrui, ripor in questo fatto la indipendenza
dell’Italia dall’autorità pontifizia e dal patronato austriaco; non
istancarsi di chieder la resurrezione del regno longobardo, per potere
buscarsi almeno qualche porzione di terreno sulla via di Milano o di
Piacenza. Ma sentiva che questo ampliamento non era possibile se non
mediante un’invasione della Francia, e che questa innanzi tutto avrebbe
annichilato il Piemonte medesimo. Perciò, qualvolta patteggiasse con
Francia, contemporaneamente ascoltava a Spagna, che lo accarezzava
acciocchè recidesse il passo a qualche nuovo Carlo VIII.

A Venezia entravano quasi quattro milioni di scudi; ma ingente spesa
le cagionava il difendersi dai Turchi e dagli Uscocchi, e il presidiar
Brescia, Bergamo, Verona contro le ambizioni di Spagna. Da cinquanta
fin a ottanta galee armava essa; conduceva al soldo signori e principi;
e difettando di soldati e di grano, quelli avea licenza di levare dagli
Stati Pontifizj, questo tirava dal Levante, da Urbino, dalla Mirandola.
Attenta all’Oriente come avanguardia della civiltà europea, nella
penisola studiava mantenere l’equilibrio, facendo opposizione alla
Spagna, naturale nemica delle repubbliche e degli indipendenti[1].

Mentre a Venezia la tirannide del Governo avea mantenuto la pace,
a Genova la disunione de’ primati sfaceva il Governo; quella col
professarsi neutrale mostrava debolezza, ma sfuggiva ai pericoli in
cui cadeva Genova, che, come protetta da Spagna, doveva acconciarsi
agli interessi e ai capricci di questa. D’entrambe le repubbliche
la prosperità non poteva venir che dal mare. Ora, non tanto le nuove
vie del commercio ve le indebolirono, quanto le molestie dei signori
d’Italia, obbligandole a mescolarsi delle loro baruffe o a guardarsi
dalle loro insidie. Per le conquiste turche Genova avea perduto i
possessi di Levante; Salonichi e la Macedonia nel 1421; nel 53 Pera,
nel 55 le Focee, nel 65 Metelino, nel 75 Caffa e altre terre di Crimea;
nel 61 Totatis e Samastro in conseguenza della caduta dell’impero di
Trebisonda; sicchè nel commercio d’Oriente non potè sostenersi che
mediante trattati con quei principi, cioè con aggravio di spese e
minoramento di sicurezza. Restava signora della sua riviera e delle
isole di Corsica e Capraja; se le stimavano cinquecentomila scudi
d’entrata, e molto costavano gli stipendj e le sei galee; le gabelle
avea quasi tutte oppignorate al banco di San Giorgio. Per Sarzana, che
un tempo apparteneva alla Toscana, e per la Corsica, già de’ Pisani,
stava sospettosa del granduca; del re di Spagna dopo che questi ebbe
occupato il Finale; ma più dovea temere l’avidità del duca di Savoja.
Vantava poter mettere in piedi fin sessantamila soldati, migliori
in mare che in terra come littorani, eccetto i Corsi. I nobili suoi,
copiosissimi ricchi, aveano possessi nel Napoletano e nel Milanese;
alcuni attendeano al mare, e servivano a Spagna e ad altri principi;
alcuni negoziavano, massime dei tessuti di seta, i meglio stimati di
cristianità[2].

Lucca restringea più sempre la sua aristocrazia: una ruota di cinque
giureconsulti forestieri decideva le controversie fra i cittadini:
entrata di cendiecimila scudi: trentamila gli abitanti, procaccianti
principalmente nel setificio. Dal territorio esteso ma montuoso non
avea grano bastante alla vita; ma buoni soldati dalla Garfagnana.
Per la quale contendeva col duca di Modena; del granduca temea le
ambizioni, ma era sorretta da Genova e dalla Spagna, entrambe attente
che Toscana non ingrandisse.

Ormai però delle antiche repubbliche parlavasi come d’una malattia di
cui si era guariti. Le tre di Pisa, Firenze, Siena costituivano il
granducato di Toscana, cui si aggiudicava l’entrata di un milione e
mezzo di scudi. Il Senese abbondava di prodotti, mentre i Fiorentini
bisognava se li procacciassero col commercio e le manifatture; e di
molte tasse profittava l’erario, come l’otto per cento sulle doti, e
sulle vendite e compre di stabili; la decima delle pigioni, la sportula
delle liti, e molte gabelle; al bisogno obbligavansi i più ricchi a far
prestiti, non superiori a cinquemila ducati, redimibili per mezzo delle
gabelle. Da trentaseimila soldati si arrolavano, esenti i soli preti,
i quali pure poteano portar armi in città, e godevano altri privilegi.
L’isola d’Elba era ben munita, e buon’armeria a Pisa.

Il duca di Mantova avea da trecensessantamila scudi d’entrata: i
ducentomila che venivangli dal Monferrato riunitogli, consumava nel
fortificarlo; levava moltissimi soldati ed eccellenti cavalli, per
militare a soldo altrui.

Casa d’Este da Modena e Ferrara ritraeva poco meglio di centomila
scudi, di cui quattromila tributava all’imperatore, suo signor sovrano;
ma da cinquanta altri mila ne cavava dal vendere i titoli di marchese,
conte, cavaliere; altri dalla cattiva moneta e dal tollerare gli Ebrei,
massimamente a Carpi. — Quel duca (scriveva l’ambasciatore veneto
nel 1575) ha nella città e contado milizie, che passano il numero di
ventisettemila; buona gente; avria comodità di far buona e numerosa
cavalleria di nobili, i quali si dilettano assai dell’armi, come quelli
che in niun’altra cosa si esercitano, ed hanno la maggior parte vissuto
nelle guerre... E quando sua eccellenza andò in Ungheria a servizio
dell’imperatore nel 1566, in tutto quel campo non era nè la più bella
nè la più buona nè la più ordinata gente, sebbene tutti li principi
italiani fecero a gara per mostrare all’imperatore le loro forze e
grandezza».

I Farnesi, duchi di Parma e Piacenza, l’alto dominio della santa
Sede riconosceano con diecimila scudi l’anno; i centomila d’entrata
raddoppiarono col confiscare i feudi ai Pallavicini, Landi, Scotti,
Anguissola, e con nuove imposte che il papa permise. Il duca d’Urbino,
anch’egli vassallo della Chiesa a cui retribuiva ottomila scudi,
ne ricavava trecentomila, principalmente per l’uscita de’ grani
da Sinigaglia: paese pingue, non oppressi i sudditi, e talmente
agguerriti, che avrebbe potuto coscrivere fin ventimila pedoni.

Aveansi dunque undici dominj; a tacer altri signorotti, simili
piuttosto a baroni, benchè godessero pieno impero e zecca, quali il
principe di Guastalla, il marchese di Castiglione ed altri di casa
Gonzaga, gli Appiani di Piombino, i Pico della Mirandola, i principi di
Massa, Carrara, Correggio, e i romani che non battevano moneta[3]. Il
principe di Monaco, occhieggiato dai Genovesi e dal duca di Savoja,
tenea navi di corso per punire chi passasse senza pagare il pedaggio.

Seguivano altri baroni, quali, a dir solo i primarj, i conti Bevilacqua
e i Pico di Ferrara; i Malvezzi, i Riario e i Pepoli di Bologna;
di Roma Orsini, Colonna, Conti, Savelli, Gaetani, Cesi, Cesarini,
vassalli della Chiesa; nella repubblica veneta i Martinengo, i Pesaro,
i Sanbonifazj; sotto Genova gli Spinola e i Doria; sotto Mantova i
Verua, i Guerrieri, i Castiglioni; in Toscana i Salviati, i Corsini;
nel Modenese i Bentivoglio; nel Parmigiano Lupo di Soragna, lo Stato
Pallavicino di cui era capo Busseto, e lo Stato Lando di cui era capo
Borgotaro, i Sanseverino di Sala, i Sanvitali di Colorno; nei paesi di
Spagna i marchesi di Marignano, i Trivulzio, i Borromei, i Caravaggio,
i Visconti, i Serbelloni, gli Afaitati in Lombardia, e nel Napoletano
i Davalos, i Sanseverino, i Caraffa, i Caraccioli, i Piccolomini,
i Gesualdi, i Loffredi, gli Aquaviva, i Lancia, gli Spinelli,
i Castrioti, i Toledo. Principotti, deboli per sè e non sapendo
farsi robusti coll’unione, si reggeano coll’appoggiarsi ai nemici
dell’indipendenza italiana.

Il liberalismo consisteva nel resistere, non dico ai re, ma ai
governatori del Milanese o ai vicerè del Napoletano; lo che otteneasi
coll’aderire ai Francesi non sinceramente, bensì con viluppi e
finzioni e rimutamenti indecorosi. Ai principi d’Italia (chè ai popoli
non si parlava) ripetea la Francia: — Non vedete che l’Austria vi
tiene vassalli? padrona delle due estremità della penisola, detta
superbamente il suo volere; traversa i vostri Stati colle sue truppe,
le stanzia a svernare nei vostri paesi; arroga a’ suoi rappresentanti
i primi onori... Guaj a voi se non vi tutelasse la Francia! Essa, più
affine di costumi, è la naturale avversaria de’ vostri padroni; e come
salva Germania dagli arbitrj dell’imperatore, così voi dalla tracotanza
spagnuola». Massimamente il cardinale Richelieu (-1642), che per
lunghissimo tempo tenne in mano le sorti della Francia qual ministro
di Luigi XIII, si direbbe non operasse che per salvare l’Europa «dalla
oppressura degli Spagnuoli, dalla tirannia di casa d’Austria, la cui
avidità insaziabile la rende nemica del riposo della cristianità»; vuol
farle restituire ciò che ha _usurpato_ in Italia, e questa assicurare
dall’ingiusta oppressione di essa[4]; e da ciò motivava lunghe guerre e
intralciatissimi negoziati.

Libravasi dunque l’Italia fra quattro sistemi politici, di Spagna, di
Savoja, di Venezia, de’ papi; e ne nasceva un giuoco d’altalena, che
portò interminabili raggiri e guerre, tutte per talento de’ forestieri,
non essendo di origine italiana che quella del papa coi Francesi;
e intanto le divisioni si perpetuavano, fino a stabilire nemici un
all’altro que’ popoletti, i quali pure non aveano che un nemico solo.

Roma, cessato d’essere la capitale del mondo, non nutrivasi più coi
tributi di tutta la cristianità, ma soltanto col patrimonio della
Chiesa, che così serviva di rinfianco all’influenza spirituale, e che
le nuove costituzioni vietavano di smembrare, come si soleva a favor
de’ popoli. I papi, scaduti di potenza quanto cresciuti di rispetto,
non che contendere del primato del mondo cogli imperatori, neppur
di maggioreggiare in Italia poteano lusingarsi, dacchè vi si erano
radicati gli stranieri; e sebbene inclini alla Spagna come cattolica e
come vicina, a frequenti cozzi si trovavano con essa per quistioni di
territorio o di giurisdizione.

Lo Stato papale comprendeva l’Umbria o legazione di Perugia, le
legazioni di Romagna, di Bologna, di Spoleto colla marca d’Ancona;
inoltre il ducato di Benevento nel regno di Napoli, e il contado
Venesino nella Provenza; e avea vassalli gran principi, quali il re
di Napoli, il duca di Parma e Piacenza e quel d’Urbino: paesi buoni,
sebbene alcuni infetti da mal’aria, come Ravenna, Bagnacavallo, Lugo,
Bologna, oltre le Pontine. Da questi e dal tributo de’ vassalli traeva
mille ottocento scudi d’oro: ma i più erano assorbiti dall’interesse
de’ Monti: oltre quel che si profondeva pe’ magistrati e pei nipoti, e
il moltissimo in ricomprar feudi da abolire. Alla lista particolare del
papa servivano gli uffizj camerali della Dateria, regali che venivano
ancora lautissimi[5]. Inoltre egli aveva i migliori modi di premiare,
donando senza suo aggravio, e conferendo una dignità pari alla regia.
Tutto ciò rendeva potente il papa, e, soggiunge il Botero, — Nulla
dico dell’autorità che gli arreca la religione; nulla dell’interesse
che gli altri principi d’Italia hanno nella conservazione dello Stato
ecclesiastico, la cui depressione sarebbe rovina loro; nulla della
potenza con la quale i principi stranieri si moverebbero a prendere la
protezione della Chiesa e per vaghezza di gloria e per ragion di Stato.
Nella guerra di Ferrara pose in piedi ventimila soldati in un attimo,
il che non potrebbe niun principe d’Europa».

Quel territorio forniva di grano Venezia, Genova, Napoli, e nel 1589
valutarono se ne asportasse annualmente per cinquecento mila scudi,
oltre lino da Faenza e Lugo, canapa da Cento e da Butrio nel Perugino,
l’uno e l’altro da Viterbo; vino buono dappertutto, ma distinto da
Cesena, Montefiascone, Faenza, Orvieto, Todi, Albano; uva passerina
da Amelia e Narni, olio da Rimini, guado e pastello da Bologna e dal
Forlivese, cavalli da Campania, manna da San Lorenzo e da terra di
Campagna; caccie nel Lazio verso Sermoneta, Terracina, Nettuno, con
grossissimi cinghiali: aggiungansi le pescagioni, le saline d’Ostia,
Comacchio, Cervia, le allumiere della Tolfa, e cave di marmo, e selve
inesauste di ghiande e di legname d’opera, ed altre produzioni vantate.
Ancona rannodava commercio con Greci e Turchi, avendo Paolo III
permesso a qualunque mercante infedele od eretico di venire a trafficar
ne’ suoi Stati, con privilegi, esenzione dal Sant’Uffizio, uso de’
tribunali ordinarj[6]: Giulio III estese quelle concessioni; ma Paolo
IV ne escluse i giudaizzanti, cioè i Marani di Spagna e Portogallo.
Alcune case d’Ancona in un anno faceano affari per cinquecentomila
ducati, e d’ogni paese vi capitavano convogli.

Posto nel mezzo d’Italia, il men esposto a invasioni di stranieri,
quel paese è il più atto a travagliare o a tener in pace l’Italia; i
suoi porti non basterebbero di ricovero a un’armata che assalisse, e
la mal’aria sterminerebbe chi accampasse sulle coste. Il papa armava
dodici galee, e poteva coscrivere cinquantamila pedoni e quattromila
cavalli, oltre i dovutigli da vassalli; ma sistemato il governo, non
soldava che cinquemila uomini, la più parte svizzeri. Di rimpatto
la capitale non sta nel centro del dominio, le fortezze non sono
sufficienti, abbondano i ladri, scarsa la mercatanzia, negletti i
gelsi, poca la popolazione, che esce a servigio altrui. Costituzioni
provinciali non sussistevano più, bensì corpi privilegiati, come
i nobili, i cittadini, le municipalità, principalmente nelle
terre deditizie che faceano valere le stipulate franchigie; molte
amministravano il proprio patrimonio, levavano soldati e tributi,
assegnavano stipendj; e _libertas ecclesiastica_ chiamavasi questa
special relazione di diritto pubblico.

Nelle frequenti e non brevi vacanze le città rizzavano la cresta, e
i prischi signori le pretensioni di dominio; sempre poi stavano in
occhi che qualche parente del papa o cardinale non ottenesse diritti a
scapito loro, e se ne riscattavano a denaro, a rimostranze, talvolta
a viva forza. Faenza festeggiava ogni anno il giorno che, in giusta
battaglia, cacciò gli Svizzeri di Leon X; e Jesi quello in cui si
sottrasse alla tirannide del prolegato; ad Ancona, al contrario, fu
messo il freno con esercito e fortezza; Perugia, che erasi ricusata
all’imposta del sale, fu interdetta e doma coll’armi di Pierluigi
Farnese, abrogandone gli antichi privilegi[7].

I governatori poteano essere laici, ma le città aspiravano all’onore
d’averli ecclesiastici. Al pari dunque dello Stato veneto, l’autorità
sovrana rimaneva in man de’ Comuni, che spesso teneano dipendenti
altri Comuni; a Venezia soprastavano i nobili, a Roma la curia: ma
mentre a Venezia il corpo sovrano considerava come avito retaggio i
diritti governativi, alla curia romana gli elementi si cangiavano ad
ogni conclave, coll’introdursi parenti e compatrioti del nuovo papa;
a Venezia gl’impieghi erano conferiti dal corpo, a Roma dal capo;
colà severe leggi imbrigliavano i governatori, qui non li teneva in
dovere che la speranza di avanzamenti; colà insomma la stabilità,
qui mutazioni continue ad arbitrio. Roma aveva l’aria d’una città di
principi, vere corti tenendovi ciascun cardinale, e i Barberini, i
Farnesi, i Chigi, i Panfili, altre famiglie vecchie e nuove. Cinquanta
ve n’era allora, che contavano più di trecento anni di nobiltà;
trentacinque più di ducento; sedici d’un secolo; antichissimi gli
Orsini, i Conti, i Colonna, i Gaetani, e que’ Savelli che liberavano
uno da morte ogn’anno, e le cui donne non uscivano che in carrozze
chiuse[8]. Dalla campagna ove soleano far la vita feudalmente, vennero
costoro a Roma quando i Monti lautamente fruttavano, poichè ciascuna
casa ne aveva eretti, ai creditori assegnando la rendita de’ proprj
beni: ma scemati il credito e gl’interessi, andarono in dechino.

Dai Romagnuoli eransi sempre cerniti i migliori soldati, ma il Governo
cercava distogliere dalle abitudini guerresche. Il popolo medio e basso
attendeva a tranquille fatiche. I nobili, chiamati all’amministrazione
municipale, senza industria nè arti nè educazione, s’agitavano in
minuziose irrequietudini; i titoli di Guelfi e Ghibellini applicavano a
dissensioni nuove; nè città v’era, nè famiglia che non fosse aggregata
agli uni o agli altri, distinguendosi nell’abito, «nel tagliar del
pane, nel cingersi, in portar il pennacchio, fiocco o fiore al cappello
o all’orecchio»; ed esercitavano gli odj col ricingersi di spadaccini.
I signori campagnuoli sfoggiavano ospitalità e lusso, teneano relazioni
e intelligenze con quei della città, ma più coi proprietarj delle
terre, i quali dipendevano da loro alla maniera patriarcale. Anche
qualche famiglia paesana conservatasi libera dava di spalla a questa o
a quella fazione, sicchè si procurava tenerne amico il capo.

Rivivevano dunque i disordini del medioevo, e vi si applicavano i
rimedj stessi. Talvolta gente quieta stringevasi in alleanze; come
la _Santa Unione_ a Fano, formatasi per reprimere gli assassinj e
latrocinj[9], con giuramento di mantenere la pace anche a prezzo
della vita. S’allargò per tutta Romagna col nome di _Pacifici_, e fu
costituita una specie di magistratura popolare, da cui naturalmente
veniva ingrandito il potere pubblico, non meno che dalle rivalità de’
Comuni; l’indipendenza antica soccombeva all’amministrazione regolare,
ma lo Stato fondavasi, non sull’ordine, sibbene sulle nimicizie e sul
sospetto, e sull’opposizione tra la forza e la legge. Queste gelosie
stornavano l’attenzione delle città dai diritti municipali, giacchè
ciascuna fazione studiava amicarsi il nuovo legato, anzichè frenarlo;
e costringevalo a pronunziarsi per gli uni o per gli altri, anzichè
rendere a tutti egual giustizia.

Anticamente i signorotti doveano affrettarsi a rinnovare i villaggi man
mano che ruinati, se voleano mettere a valore i fondi. Ma dopo che essi
furono spossessati o trasferironsi in città, que’ villaggi restarono
abbandonati, e al luogo loro il deserto. La peste del 1590 e 91, che
uccise settantamila abitanti, spopolò borgate e castelli della Romagna
e dell’Umbria, e le campagne rimaste incolte a vicenda divenivano causa
di spopolamento. Tal condizione favoriva i briganti, al qual mestiero
si buttavano i malcontenti, ostentando come virtù questo abuso della
bravura. Con loro metteasi chiunque volesse scialare furfantando,
e preti e frati sottraentisi al giogo. I signorotti confinanti gli
accoglievano, altri gli adopravano a particolari vendette, o traevano
lucro dal comprarne le spoglie, o dall’immunità che procacciavano ai
minacciati.

V’avea chi mettevasi a vivere ne’ presbiterj alle spalle de’ curati,
altri obbligavano i monaci a profonder loro il pane destinato ai
poverelli; mandavano bandi in nome del popolo romano; nelle strade più
frequentate derubavano i passeggieri, talchè i mercanti non osavano
condursi ai mercati; entravano a spogliare i magazzini nel bel mezzo
di Roma; impedivano i corrieri; più non era sicuro chi in fama di
denaroso; chi avesse un nemico, vedeasi i beni devastati, uccise le
mandre, invase le abitazioni, stuprate le figliuole. Divisi in sêtte,
distinte per segnali, trucidavano mariti perchè le vedove potessero
sposar uno della fazione opposta; costringevano fanciulle ricche
a fidanzarsi ad abjetti e banditi, o le traevano di monastero per
buscare le doti. Raffinavano anche di crudeltà; ne’ boschi piantavano
tribunali, ove prefiggevasi chi svaligiare, chi trucidare e con quali
spasimi, o a quanto prezzarne il riscatto. In Roma stessa i signori
tenevano buon numero «di quei bravacci che son buoni a far tutto
fuorchè bene, anzi che non sanno far altro mestiere che quello o
di minacciare o di eseguire, di bastonar l’uno, uccidere l’altro, e
tagliare l’orecchio o il naso a questo o a quello».

I bandi moltiplicavansi; ma chi avesse adoprato la forza della legge
e la giustizia contro alcuno di que’ bravi, più non isperasse tregua
finchè non avesse scontato acerbamente la pena; i birri cadevano
trucidati nelle pubbliche piazze. Nel 1583 questi colgono un bandito
in casa degli Orsini, ma nel partire sono affrontati da un Orsini,
da un Savelli, da un Rusticucci coi loro staffieri, che intimano di
rilasciarlo, perchè preso in luogo di franchigia. Il bargello ricusa,
questi si ostinano, e l’Orsini dà una vergata al bargello, il quale
ordina di adoprar le armi; il Rusticucci cade ucciso, gli altri due
feriti a morte. I vassalli degli Orsini ne’ giorni seguenti «come in
tempo di sede vacante», ammazzano quanti sgherri colgono, fin dentro
il palazzo del papa, il quale non potè che lasciar sbollire quella
furia; dappoi mandò al supplizio lo stesso bargello, e anche alcuni
de’ tumultuanti[10]; «il qual accidente (dice l’ambasciador veneto)
per un pezzo sarà di non poco impedimento alle esecuzioni future della
giustizia». Dal carteggio di questo ambasciadore abbiamo pure che un
Caffarelli gentiluomo, burlando con altri giovani, rotolò giù dalla
scalea d’Ara Cœli una botte piena di sassi, ammazzando e ferendo molti
popolani che stavanvi a dormire: che un Vincenzo Vitelli, tornando una
sera a casa, fu assalito da sette armati, spalleggiati da forse trenta
ch’eran disposti nel contorno, ed ucciso[11]. Simili scene menziona
ogni tratto.

Alfonso Piccolómini duca di Montemarciano, grosso feudatario, cominciò
da giovane a bottinare sia come soldato o come masnadiere; e postasi
attorno una mano di bravacci, straripò in atroci vendette sopra i
Baglioni di Perugia. Gregorio XIII lo scomunicò e ne confiscò gli
averi, ond’esso non vedendo più nei governi che la prepotenza, ne’
popoli che la codardia, si pose in guerra colla società; quanti erano
ladroni per Toscana e Romagna aggomitolò, e ne somministrava a chi
ne bisognasse. Invaso Montabboddo, fece mettervi al supplizio i suoi
avversarj fra il ballonzare de’ masnadieri; mandò dire a que’ di
Corneto si avacciassero alla mietitura perchè dovea venir a bruciare
quella di Latino Orsino; côlto un corriere, gli tolse le lettere senza
toccar il denaro.

I vicini, che Gregorio avea mal disposti colla sua tenacità ai diritti
papali, lo videro volontieri nelle male peste, ed aprivano ricovero ai
masnadieri quando fossero rincacciati, sicchè nè la forza approdava
nè le scomuniche. Assalito seriamente, il Piccolomini si ritirò sul
Toscano; poi nojato dell’ozio, nel 1581 ricominciò i guasti; e il papa
dovette calar seco a patti, e per intermezzo del granduca gli restituì
i beni, e perdono a lui e a tutti i suoi. Il terribile fece solenne
entrata in Roma, prese alloggio nel palazzo Medici, e presentò per
l’assoluzione tal lista di assassinj, che il papa inorridì e più al
sentirsi intimare che bisognava o assolverli, o vedersi assassinato il
proprio figliuolo.

Altrettanto imperversava nell’Abruzzo Marco Sciarra, che faceasi
chiamare re Marcone, e a capo di seicento banditi, dandosi mano con
quei dello Stato Pontifizio, diffondea largo spavento; saccheggiò
perfino il Vasto e Lucera uccidendo il vescovo, e per sette anni
continuò, ridendosi di quattromila soldati spediti contro lui dal
vicerè conte di Miranda.

L’eccelsa rappresentanza della cristianità sostenevano i papi
coll’opporsi ai Riformati e ai Turchi. Mantenere la lega contro questi
procurò Gregorio XIII; soccorse di denari l’imperatore e i cavalieri
di Malta; si chiarì per l’indipendenza dell’Irlanda; esultò nell’udire
la strage del San Bartolomeo. Per le sue imprese non sovvenivano
più i tributi di tutta cristianità; e non volendo lucrare da nuove
imposte sui sudditi, nè da concessioni spirituali, pensava sopprimere
certi privilegi di stranieri e abusi della nobiltà, revocar alla
Camera molti castelli ricaduti o non paganti, e redimere i venduti
o ipotecati: ma coll’incarire le dogane sviò da Ancona il commercio,
ed eccitò malcontento e resistenza aperta. Gli fu posta una statua,
«per aver tolta la gabella della farina, ornata la città di tempj
ed opere magnificentissime, ottocentomila scudi distribuiti con
singolare beneficenza ai poveri, pei seminarj di estere nazioni nella
città e dappertutto onde diffondere la religione, per la carità sopra
tutte le genti, per la quale fin dalle estreme isole del nuovo mondo
ambasciadori del re del Giappone con triennale navigazione venuti ad
offrire obbedienza alla Sede apostolica primamente in Roma ricevette
come conveniva alla pontificia dignità»[12].

Com’egli morì, i banditi ricomparvero dappertutto con baldanzosissime
iniquità; i frati del convento del Popolo si sguinzagliarono, e ai
birri chiamati dal priore resistettero e ne uccisero, poi raccolto
il buono e il meglio si salvarono. Il padremastro vide rubati i
ricchissimi arredi di cui aveva ornata una cappella della Minerva, e
dal dolore morì. Cinque case di cardinali furono svaligiate, e sin
quella del Farnese, benchè vi avesse sei guardie e più di trenta
cortigiani; alcuni nobili con bande di sessanta, di cento, correano
rubando, violando, rapendo, sicchè Roma pareva una foresta; i
vicelegati, i governatori, gli auditori profittavano della vacanza per
espilar le provincie, scarcerare delinquenti, vendere la giustizia,
concedere indulti.

Reprimer tanti disordini fu il principale intento del nuovo papa Sisto
V (1585). Chiamavasi Felice Peretti, da Montalto presso Ascoli, e dal
custodire i majali levollo un suo zio francescano, l’educò, il pose
frate. Unitosi a quei che zelavano la rintegrazione della Chiesa, salì
di grado in grado fin ai sommi. Rigoroso inquisitore, caldo pei diritti
pontifizj, benchè come cardinale frate vivesse di limosina, soccorreva
ai poveri, sicchè acquistò venerazione. Non che aspirare al papato,
mostrava pensar solo a morire; e le visite consuete prima d’entrare
in conclave fece «sputando ad ogni passo, sospirando di dolori ad ogni
due, e riposandosi ad ogni tre», come dice Gregorio Leti, in una Vita
stolidamente romanzesca (1669). Nel conclave i voti sparpagliavansi,
finchè, quasi a loro malgrado, si riunirono sopra di lui, che, mentre
prima parea tener l’anima coi denti, subito ringiovanì, gettò via
il bastoncello, e a chi gliene faceva l’osservazione disse: — Finora
andavo chino perchè cercavo le chiavi; trovatele, guardo al cielo».

De’ predecessori suoi parlava senza ritegno, citando il male che
aveano fatto, massimamente Gregorio XIII[13]. Non trovandosi parenti
che il raggirassero; ascoltando il popolo che chiedeva abbondanza e
giustizia, il forte ingegno e un carattere imperioso e violento applicò
a restaurare anche esteriormente il papato. Delle truppe e della
sbirraglia licenzia gran parte, ma vuol che «i decreti si adempiano
senza riguardo a chicchessia, e si comprenda che Sisto regna».

Anzitutto bisognava riparare al vuoto dell’erario e ai briganti. Soleva
ogni nuovo papa graziare molti carcerati, talchè durante il conclave i
contumaci si costituivano nelle prigioni, sicuri d’ottenere l’indulto.
Mal per loro, chè questa volta egli volle severa giustizia; e il giorno
della coronazione, la folla andando pel Ponte in Vaticano vedeva
spenzolar dal castello quattro giovani, côlti con armi corte. Nella
cavalcata di possesso a San Giovanni Laterano, minacciò guaj a chi
disturbasse con pretensioni: chi suscitasse scandalo con risse, parole,
ingiurie o qualsiasi insolenza, avrebbe prigionia di tre anni se
nobile, la galera per cinque se persona ordinaria, la frusta se donna.
Il canonico Carelli, al quale egli doveva il suo primo innalzamento,
aveva un nipote inquisito per ratto; e Sisto il fece impiccare
davanti alla casa violata, allo zio dando licenza di sepellirlo in
terra sacra e il vescovado di Amantea. Fatto un catalogo di tutti i
vagabondi, maneschi, spadaccini, scioperati, rinnova le taglie, ma
non si pagherebbero più dalla Camera, bensì dai parenti o dal Comune:
dal Comune o dal signore, sul cui territorio avvenisse un ladroneccio,
doveano rifarsi i danneggiati.

Il Governo napoletano, sulle cui frontiere soleano ricoverare
i briganti, lo seconda; e l’impunità promessa a chi consegna il
camerata vivo o morto atterrisce quelli che dianzi aveano atterrito.
Prete Guercino, che titolavasi re della campagna, scrive a monsignor
Odescalchi gli mandi trecento ducati, se no devasterà le sue terre:
esso ricorre al papa, che fa arrestar il messo e metterlo in galera.
Ma ecco altra lettera del Guercino, che minaccia cento pugnalate
all’Odescalchi e bruciargli e sparpagliargli le possessioni, onde
quello supplica il papa a liberare il carcerato, come si fa; anzi si
pone mediatore di pace presso il pontefice, il quale in fatto assolve
il Guercino di quarantaquattro omicidj commessi; e mentre appunto
ottiene il perdono, va e uccide quattro suoi nemici[14]. Ora però Sisto
n’ebbe la testa, pagata duemila scudi, ed esposta incoronata al ponte
Sant’Angelo. Un Della Fara, chiamate le guardie fuor di porta Salara,
le bastona, e le incarica de’ suoi complimenti al papa; e Sisto intima
ai parenti glielo consegnino o gli impiccherà tutti, e perchè mostrava
far da senno, è obbedito. A trenta ritirati presso Urbino, quel duca
mandò un carico di vittovaglie ma avvelenate: il conte Giovanni Pepoli
di Bologna, per aver lasciato fuggire dal suo castello un bandito, fu
strangolato in prigione: fin madri e mogli di masnadieri pagarono colla
testa l’averli ricoverati. Un Transteverino era troppo giovane per
essere mandato al supplizio, e Sisto disse: — Gli aggiungo alcuno de’
miei anni». Punì di morte l’adulterio e la connivenza de’ mariti; volle
che i nobili soddisfacessero i vecchi debiti verso i mercanti; vietò ai
signori di far raccomandazioni a pro di qualsifosse criminale; pretese
sollecito spaccio e severo rendiconto da tutti i giudici, e gli dessero
anche la lista di quanti sfaccendati, tagliacantoni, discoli sapessero
nella loro giurisdizione; pensava anche cacciar di Roma chiunque non
giustificasse de’ suoi mezzi di vivere. Proibì i soliti viva che suole
schiamazzare la plebe dietro ai papi, ma punì severissimamente le
pasquinate; di una ove Pasquino esclamava di aver la camicia sporca
dacchè la sua lavandaja era divenuta principessa, Sisto volle a ogni
modo saper l’autore, e nol potendo altrimenti, promise salva la vita e
mille doppie se si rivelasse da sè. L’avidità ingannò il poeta, e Sisto
gli fece contare il denaro, ma tagliar le mani e forare la lingua.
Con questa fierezza orientale, che, secondo il detto vulgare «non la
perdonava neppure a Cristo», in men d’un anno ebbe nettato il paese,
e gli furono coniate medaglie col motto _Perfecta securitas, e Vade,
Francisce, repara domum meam quæ labitur_.

Inesorabile agli individui e sulla violazion delle leggi, negli atti
generali mostrossi benevolo, indulgente a chi obbedisse. Non che
soccorrere alle fami allora gettatesi con ducentomila scudi, che
dichiarò suoi meri risparmj, fondò una frumenteria per mantenere
l’abbondanza in Roma: tremila scudi ogni anno destinava a riscattare
Cristiani dai Turchi: fondò l’ospizio presso ponte Sisto, «affinchè
radunati in uno e bene osservati tutti coloro che van mendicando, senza
sapersi se n’abbiano giusto titolo, si esamini in cadauno la sanità
dei corpi e la robustezza degli animi, e collo scoprire i pigri e non
infermi, taglisi la strada alla poltroneria di quelli che, con finte
malattie e affettata povertà, abbandonandosi all’ozio e alla pigrizia,
rubano gli alimenti ai veri bisognosi, e dopo fatto l’infermo in alcune
ore, in altre sani e robusti corrono alle gozzoviglie»[15]. Alla pia
confraternita istituita sotto Gregorio XIII per assistere ai carcerati,
concedette scegliesse un visitatore delle prigioni, il quale ogni
primo lunedì di quaresima potesse liberare un condannato anche di pena
capitale.

De’ cardinali prefinì il numero a settantadue, di cui sette vescovi
suburbicarj, cioè di Velletri, Porto Santa Ruffina, Civitavecchia,
Frascati, Albano, Palestrina, Sabina; cinquanta preti; il resto
diaconi. Si distinguevano i cardinali principi, viventi con isfarzo,
e che riguardavano gli altri come inferiori; i cardinali politici, che
dirigendo gli affari arricchivano; e i cardinali poveri, la più parte
frati, mantenuti dai papi o dai cardinali superiori, e dediti agli
studj e alla pietà. Sisto voleali sottoposti ai decreti come tutti gli
altri, benchè zelasse il loro decoro in faccia ai potentati; fossero
principi altrove, ma sudditi in Roma.

Alle sette loro Congregazioni, dell’indice, dell’inquisizione,
dell’esecuzione e interpretazione del Concilio, de’ vescovi, de’
regolari, della segnatura e della consulta, crebbe importanza, e
ne aggiunse otto altre, una per fondare vescovadi nuovi, una sopra
i riti, le rimanenti per materie temporali, l’annona, le strade,
l’alleggiamento delle imposte, le costruzioni guerresche, la stamperia
vaticana, l’Università di Roma. Quella del buon governo dirigeva
gl’interessi economici delle comunità. La sacra Consulta rivedeva gli
affari criminali, e reprimeva gli eccessi de’ baroni e de’ governanti.
Il tribunale delle due Segnature, cioè di grazia e di giustizia,
provvedeva sui ricorsi presentati al pontefice per semplice grazia o in
materia mista, come la restituzione in intero.

La Chiesa erasi sempre tenuta a ordini collegiali e a deliberazioni
precedute da discussione; talchè queste consulte e la sacra Rota
assistendo al papa, alcune come vescovo nelle cose diocesane, altre per
gli affari dello Stato, le più pel governo della Chiesa universale,
davano un’aria repubblicana, ma non poteano resistere a volontà
assolute come Sisto V. La propria famiglia arricchì egli con proprj
risparmj, e con laute parentele; collocò due nipoti nelle famiglie
Colonna e Orsini, con privilegio ai mariti di star accanto al soglio
quando il papa celebra, e con grado superiore a tutti i signori
romani; sicchè questi o per invidia o per inferiorità si divisero dai
_nobili di soglio_; ed ebber fine le leghe che, sotto quei due nomi,
continuavano a osteggiarsi.

Restava l’altra piaga, delle finanze. All’udire i forestieri così
concordi nel lamentarsi dell’oro che, prima della Riforma, spedivasi
a Roma, si crederebbe che la Camera ne regurgitasse; ma sì poco
n’arrivava sin alle mani dei papi, che Pio II dovè limitarsi a un pasto
il giorno, e tôrre a prestanza ducentomila ducati per l’impresa contro
i Turchi. Nel 1471 si contavano fin seicencinquanta cariche venali,
la cui rendita valutavasi a centomila scudi[16], sicchè i proventi
ne colavano in mano de’ compratori. Ne’ bisogni dunque (oltre il
particolar ripiego delle indulgenze) non si sapeva che crear titoli e
cariche nuove: Sisto IV n’aveva abusato strabocchevolmente; Innocenzo
VIII, costretto perfino a mettere in pegno la tiara, istituì un nuovo
collegio di ventisei segretarj per sessantamila ducati; Alessandro
VI, ottanta scrittori di brevi, ciascuno per settecencinquanta scudi;
Giulio II n’aggiunse cento degli archivj per altrettanto prezzo,
ed ebbe lode di trovar denaro ad ogni occorrenza; lo splendidissimo
Leone X introdusse milleducento cariche, del cui valore i compratori
riceveano gl’interessi vita durante, onde vanno considerati come
prestiti o come rendite vitalizie, che ammontavano fin all’ottavo del
capitale. Questo rifondevasi parte con un lieve aumento delle tasse di
curia, parte coll’eccedente di quanto si ritraeva dai municipj, dalle
cave di allume, dal monopolio del sale, e dalla dogana di Roma.

Oggi che si considera come regola il far debiti, e prospero il paese
che più ne ha, non vorrassi condannare quegli spedienti, pei quali
prosperarono le finanze, in modo da non occorrer più nuovi aggravj allo
Stato che fra tutti era il meno pagante, tanto più che non manteneva
grossi eserciti, spugna degli erarj. Ma tosto che le casse dello Stato
cessarono di dare un avanzo, le finanze crollarono; e tra la Riforma,
tra l’essersi i principi opposti all’esportazione del denaro, Leone
le lasciò talmente esauste, che Adriano VI dovette sovrimporre mezzo
ducato per fuoco; Clemente VII ricorse anche a un prestito semplice di
ducentomila ducati al dieci per cento, _monte non vacabile_, o, come
diciam ora, debito consolidato, trasmissibile agli eredi, assicurato
sopra le dogane. I successivi pontefici ingrossarono quel capitale;
e Paolo III rinunziando a rincarir il sale, stabilì il _sussidio_,
imposta diretta che prometteva abolir poi, e che già si trovava in
altri paesi, coi nomi di donativo a Napoli, di mensuale a Milano,
d’altro altrove; e furono trecentomila scudi, ripartiti sopra le
provincie, nessuna esentata. Le città fecero ivi richiami; Bologna
se ne redense con un capitale alla mano; altre ne vollero rimessa
porzione o tutto; ed era un gran che se alla cassa giungeva la metà.
Ad ogni modo, l’entrata dello Stato, che sotto Giulio II computavasi
di trecencinquantamila scudi, sotto Leone X di quattrocentoventimila,
sotto Clemente VII di cinquecentomila, alla morte di Paolo III trovossi
di settecentoseimila e quattrocentoventitre scudi.

Pure ne’ tempi successivi, dovendo sussidiare i Cattolici sia contro i
Protestanti, sia contro i Turchi, bisognarono nuovi acconci, e imposte
sulla farina, sulla carne, su altri consumi, e sempre assegnavansi
a creditori; talchè dal crescente aggravio de’ sudditi ben poco
vantaggiava la Camera, e lo Stato pontifizio restò gravato quant’altri.
Secondo il Leti, ai papi entravano di rendita ordinaria 1,273,344 scudi
d’oro[17]; di straordinaria e per ammende e diritti di cancelleria,
altri 413,480. Sisto V li crebbe con nuove imposte, col riscuotere
crediti vecchi, aggravar le ammende, fare ai Giudei pagar la protezione
che otteneano dal Governo, e con un’economia di cui si vantava a
ragione. Restrinse le spese e gli uffizj di corte: delle cariche venali
elevò il numero fin a trentaseimila cinquecencinquanta[18], dalla cui
vendita ritrasse 5,547,630 scudi, e ciascuna gravò di tasse; crebbe i
monti vacabili e no; pose gabelle sui viveri più indispensabili; alterò
fin le monete.

Trovato il tesoro esausto, fra un anno v’ebbe avanzato un milione di
scudi d’oro, e così ne’ quattro anni successivi: e appena vi contasse
un milione, il deponeva in Castel Sant’Angelo consacrandolo alla beata
Vergine e ai santi Apostoli, come nell’Antico Testamento serbavasi nel
tempio; e nella bolla, assicurando che provenivano da suoi risparmj,
stabiliva che a quel tesoro non si dovesse por mano se non per
ricuperare Terrasanta, ed anche allora unicamente dopo che l’esercito
avesse già passato il mare; o per estrema carestia o peste, o quando
alcuna provincia cristiana pericolasse di essere occupata da infedeli,
o quando alcun principe portasse guerra allo Stato della Chiesa; ma
sempre nell’estremo della necessità[19]. Gravar il paese e far prestiti
per riporre denari infruttiferi, è uno sbaglio perdonabile a tempi che
non conosceano come il denaro vaglia unicamente in quanto è posto in
giro.

Con tali mezzi potè restituire qualche splendore alla tiara. Blandito
dai potentati pel suo denaro, e’ li chetò di lor pretensioni, e se
gli ebbe devoti, quanto avversi il suo predecessore; conciliossi i
signori del paese; largheggiò privilegi alle città di Romagna, ad
Ancona molti diritti antichi, a Fermo l’arcivescovado, vescovado a
Tolentino e al suo natìo Montalto; ridusse a città Loreto; avviò in
bene l’amministrazione civica; moltiplicò le spese straordinarie, che
prima coprivansi con cenquarantaseimila scudi, e più di tre milioni
e ducentomila ne erogò in sole fabbriche; favorì l’agricoltura, e
minacciosamente comandò di piantar gelsi; incoraggì i lavorieri della
seta e della lana; cercò disseccar le paludi d’Orvieto e le Pontine,
spendendo ducentomila scudi per aprire il fiume che serba il suo nome;
avrebbe voluto che ciascun nunzio avesse palazzo proprio nella città
ove risedeva.

Fra tanta parsimonia e tanto pensare positivo, recano stupore i
divisamenti suoi fantasticamente grandiosi. Fece fabbricar dieci
galee, imponendo settantottomila scudi per la marina. Sperò distruggere
l’impero Ottomano, e ne trattò colla Persia, coi Drusi, con alcuni capi
arabi; allestì le sue galee, cui Spagna ne aggiungerebbe altre, mentre
Stefano Batori dalla Polonia romperebbe la prima lancia. Ito in fumo
questo disegno, pensò conquistar l’Egitto; allora, mediante un canale
tra il mar Rosso e ’l Mediterraneo, rimetterebbe sulla via antica il
commercio; e finchè venisse il destro di ricuperar Terrasanta, pensava
rapirne il santo sepolcro, ed erigerlo a Montalto, vicino alla santa
casa di Loreto. Dicono trattasse fin con Enrico III di fargli adottare
un suo nipote per erede: tanto s’immaginava che tutta cristianità
dovesse entrare a piè pari ne’ suoi divisamenti.

Fermo alle dottrine del potere spirituale, e che il poter regio
derivasse da quel del popolo e della Chiesa, insisteva continuo perchè
l’imperatore non tollerasse i Calvinisti, e procurava collegare
lui e gli Stati cattolici di Germania col re di Spagna per trionfo
dell’ortodossia: ma in Francia vide soccombere la Lega, scomunicò
Enrico IV benchè lo stimasse, poi adombrato della prevalenza spagnuola,
inchinò verso Francia. Così dai gabinetti europei rispettato e temuto,
fu l’ultimo papa che tenesse gran mano nelle pubbliche vicende. Udita
la conversione del marchese di Bade Hochburg, fece una processione
a piè scalzi, in conseguenza della quale morì, e il nome suo rimase
popolare, come avviene de’ forti caratteri; e a lui fu fatto merito
anche d’istituzioni ed ordinanze molto anteriori.

In questo tempo la città di Roma si può dire si rinnovasse. I lunghi
disastri dei tempi dell’invasione, la barbarie, le tante guerre
intestine, e forse più che altro la vedovanza avignonese l’aveano resa
deserta; e quando i papi vi tornarono, era popolata solo da mandriani,
scesi dalle inospite colline ne’ piani lunghesso il Tevere, e quivi
annidati in povere casipole, con vie anguste, fangose, oscurate
da terrazzi e da cavalcavia. Gli edifizj antichi sfasciavansi; sul
Campidoglio pascevano le capre; le giovenche erravano pel Foro romano,
donde i nomi di Monte Caprino, Foro Boario, Campo Vaccino: e da San
Silvestro alla porta de’ Pioppi (Popolo) non incontravi che orti e
pantani, ove si cacciavano anitre selvatiche. Primamente Nicola V si
prefisse di ornar Roma con edifizj convenienti alla maestà antica
ed alla nuova; i successori lo secondarono, massime Giulio II e i
Medici. Nuove fabbriche popolarono le due rive del Tevere, che Sisto
IV aveva riunite col ponte che ne serba il nome: Giulio II, a tacere
le meraviglie del Vaticano e della Cancelleria, può dirsi ricostruisse
la città bassa e la via Giulia, parallela alla Lungàra: cardinali e
principi a gara alzavano palazzi, e quelli dei Riario, de’ Chigi, de’
Farnesi, degli Orsini emularono le costruzioni antiche in bellezza, le
vinsero in comodità.

Il sacco di Roma e la peste la disertarono da capo; ma sotto Pio IV si
tornò sul fabbricare, e i palagi risalirono sui colli abbandonati. Egli
ampliò la cerchia di Roma formando il borgo Pio; risarcì la ruginante
cerchia del Vaticano, rimodernò porta Popolo, e da quella che conserva
il suo nome trasse la via diritta fin a Montecavallo. Tornò a pubblico
uso la via Aurelia, migliorò l’altra che va alla campagna di Roma; nel
palazzo Vaticano fece terminare la sala regia, il magnifico cortile del
Belvedere, e due conserve d’acqua; fabbricò il seminario Romano; donò a
Venezia il palazzo di San Marco; fece ristaurar le chiese che davano il
titolo ai cardinali, e le basiliche nuove non lasciavano invidiare alle
prische. Sul nuovo Campidoglio, per opera di lui torreggiò il palazzo
dei Conservatori, disegno di Michelangelo; il quale pure sul Viminale
alzava la Certosa degli Angeli, adattandovi gli stupendi avanzi delle
terme di Diocleziano.

Sisto V, quand’era ancora il cardinale Montalto, incaricò Domenico
Fontana luganese di far la cappella del presepio in Santa Maria
Maggiore; ma privato delle pensioni dal pontefice, sospese la
commissione. Il Fontana però invaghitosi dell’opera propria, esibì
continuarla del suo: del che gli volle tanto bene Sisto, che venuto
papa non solo gli diede a compire essa cappella, notevole per le
eleganti proporzioni della cupola, e il vicino palazzo (villa Negroni),
ma lo sovrappose a tutte le sue opere, talchè i loro nomi vanno
associati.

Ripopolarsi non poteano i colli finchè mancassero d’acqua. Pio IV avea
già condotto l’Acqua Vergine: poi Sisto V, con impresa degna degli
antichi signori del mondo, per ventidue miglia guidò l’Acqua Felice che
(cantava il Tasso), dopo il bujo del lungo sentiero, zampillava vivace,
per contemplar Roma quale Augusto la vide. Fece spianare il terreno
presso la Trinità dei Monti, e preparare la scalea che quell’altura
congiunge a piazza di Spagna, aprì la via Felice e le altre che si
difilano a Santa Maria Maggiore, collocando al crocicchio le quattro
fontane; ampliò la stamperia greca e orientale, e la biblioteca
Vaticana, traverso al cortile del Belvedere, con dipinti e iscrizioni
che figurano i fasti d’esso papa, i concilj generali, le più famose
librerie del mondo, gli uomini illustri per scienze ed invenzioni,
sicchè riuscì la più bella del mondo; fabbricò il grande ospedale sul
Tevere per duemila poveri, e sempre coll’opera dello stesso architetto,
che nella fontana di Termini indicò il miracolo di Mosè: fece la
fronte della basilica Laterana verso Santa Maria Maggiore, e il palazzo
pontifizio, grandiosa mole di sobrj e corretti ornamenti; la parte del
palazzo Vaticano che guarda Roma; lavori attorno al Quirinale, dove
nell’allargata piazza collocò i due colossi che ostentano i nomi di
Fidia e Prassitele.

Degli antichi obelischi restava in piedi quel solo del Vaticano,
mezzo sepolto; e per trasportarlo davanti al rinnovato San Pietro
si consultarono quanti erano matematici; e di cinquecento pareri fra
dotti e bizzarri fu preferito quel del Fontana. Parendo egli troppo
giovane, benchè di quarantadue anni, l’attuazione voleva affidarsene
all’Ammanati e al Della Porta, ma dal suo papa egli ottenne di eseguir
egli stesso quest’operazione, ch’era senz’esempio nella meccanica
moderna. L’obelisco, che col rivestimento pesava un milione e mezzo
di libbre, doveasi toglierlo dal suo basamento, sdrajarlo sui carri,
raddrizzarlo, impostarlo sulla base nuova. Sisto scelse a tale
operazione un mercoledì, giorno che diceva tornargli sempre fausto;
universale ansietà occupava i cittadini; pena la forca a chi dicesse
sillaba, a rischio d’impacciare i comandi dei capi; l’architetto
stava sospeso fra la gloria e i castighi minacciatigli dal severo
pontefice. E già l’obelisco era trasferito, alzato vicino al posto,
ma le tagliuole non poteano avvicinarsi tanto da raddrizzarlo, quando
un villano, di mezzo alla tacita folla, gridò: — Acqua alle corde!».
Ottimo suggerimento, che impediva si schiantassero, e le accorciava;
sicchè ben tosto le campane e il cannone di Castello annunziarono
riuscita l’impresa, che fu avuta come la più insigne del secolo. Sisto
decorò cavaliere e nobile il suo architetto, gli regalò cinquanta
scudi d’oro e tutto il materiale che avea servito, gli assegnò
dieci cavalierati lauretani con duemila scudi d’oro di pensione,
trasmissibili a’ suoi eredi. Il villano, che aveva affrontato la forca
per dar un parere opportuno, chiese in ricompensa pel suo villaggio
natìo il privilegio di fornir di ulivi la città per la festa delle
palme[20]. Sisto annunziò il fatto ai principi e al mondo, coniò
medaglie; tanto si compiaceva d’esser riuscito a quel che gli altri
pontefici aveano tenuto impossibile. Dappoi fece erigere gli altri
obelischi di Laterano, di Santa Maria Maggiore, di piazza Popolo, e
voltò la cupola di San Pietro.

Se già Michelangelo aveva adoprato le pietre del Coliseo per murare
il palazzo Farnese, e staccato un architrave del tempio della Pace
per farne base al Marco Aurelio, non è meraviglia che Sisto, poco
devoto al bello etnico, non siasi fatto scrupolo di abbattere il
Settizonio di Severo per trasferirne le colonne a San Pietro; pensava
demolire il sepolcro di Cecilia Metella ed altri, che gli parevano
ingombri deformi; sfasciò la venerabile e caratteristica antichità del
patriarcheo papale, sostituendovi il palazzo Laterano senza impronta
significativa; quell’Apollo, quelle Veneri non gli pareano arredi da
Vaticano; a una Minerva in Campidoglio cangiò la lancia in croce; le
due colonne Trajana e Antonina sprofanò col sovrapporvi i santi Pietro
e Paolo, e all’obelisco fece innestare un pezzo della vera croce,
perchè i monumenti dell’empietà fossero sottoposti al simbolo della
fede là dove tanti per questa aveano patito.

La popolazione di Roma che, sotto Paolo IV, sommava appena a
quarantacinque mila anime, sotto lui arrivò alle centomila, gente
d’ogni nazione, il cui vario vestire dava bizzarra vista, e che
attaccavasi a corteggiar questo o quel Cardinale, sperando e brigando
perchè il loro patrono giungesse al principato o a cariche onorevoli
e lucrose. I favoriti poi e i parenti di ciascun papa costituivano una
nobiltà nuova e nuove fortune.

Qui in sedici mesi si succedettero quattro papi. Urbano VII
(Giambattista Castagna) (1590) mostrossi degno del papato ne’ tredici
giorni che il tenne. Il Piccolomini, insofferente di requie, si era
ricovrato in Francia, poi ascoltando a Spagna, nimicata colla Toscana,
con cinquecento masnadieri devastò il Pistojese; respintone per
forza, stette nascoso a Piacenza, finchè eletto papa Nicolò Sfondrati
milanese cardinal di Cremona col nome di Gregorio XIV, accostossi a
Roma col terribile Sciarra e trecento seguaci, imponendo contribuzioni;
e il governatore colse una carrozza di denari, archibugi e polvere,
che ad essi era mandata da un ambasciadore residente in Roma[21].
Truppe di Napoli e Toscana si unirono alle romane per reprimerlo;
in giusta battaglia ucciser ben cento di que’ suoi banditi; poi
il conte Enea Montecuccoli, spedito da Alfonso d’Este, sbrattò il
paese; il Piccolomini preso a Staggia, per quanto il papa e Spagna lo
ridomandassero come loro vassallo, fu fatto appiccare dal granduca; lo
Sciarra si resse ancora, finchè stimò bene mutar aria; e molti briganti
passarono a servizio di Venezia contro gli Uscocchi.

Costoro cresceano i mali gravissimi della carestia che quegli anni
desolò la penisola; e il papa restituì il diritto d’asilo alle chiese,
e ne’ pochi mesi che campò, spese tre milioni di scudi, anche per
sostenere la lega cattolica che allora dal trono di Francia respingeva
Enrico IV calvinista, e a sostegno della quale mandò truppe comandate
da suo nipote Ercole Sfondrati duca di Montemarciano. Ma Clemente VIII
(Ippolito Aldobrandini) (1592) succeduto a Innocenzo IX (Gianantonio
Facchinetti), ebbe la consolazione di vedere re Enrico tornar in
grembo alla Chiesa. Dubitava egli che Enrico andasse a messa sol
per acquistare il regno; pure sollecitato da san Filippo Neri, dal
cardinale Baronio e da altri, accettò questa conversione che rendeva
la Francia pacificata e cattolica; onde solennemente festeggiata, se ne
perpetuò la memoria con una colonna.

Clemente VIII visitò tutte le chiese e i monasteri[22], introdusse
il giro delle quarant’ore in Roma: delle consulte non si serviva per
pubblicare ciò che avea deliberato da solo: stabilì anche imposte
senza sentire i contribuenti, e sottomise i baroni alla giustizia.
Al giubileo da lui aperto concorsero moltissimi fedeli, ma mentre
prima era un’occasione di smisurati lucri a Roma, i prelati ebbero
a mostrar la loro carità col largheggiare elemosine; il santo padre
dispose in Borgo un palazzo ove alloggiava per dieci giorni qualunque
prelato o sacerdote, ed egli stesso vi tornava sovente, e servivali a
tavola o ne lavava i piedi. L’arciconfraternita della Trinità accolse
da ducentocinquantamila pellegrini e ducentoquarantotto confraternite
forestiere; nobili ecclesiastici e secolari gareggiavano nel servire
agli accorrenti, fra i quali vennero incogniti anche gran principi,
vennero per curiosità molti eretici e non mancò chi ne rimanesse
convertito.

Un indebitato rifugge nel palazzo del cardinale Farnese, e i birri
pontifizj ve l’inseguono malgrado le immunità; ma i gentiluomini del
cardinale li maltrattano, e fan cansare l’inseguito. Il papa in collera
ordina si proceda con tutto rigore; ma si oppongono i baroni romani
e l’ambasciatore di Spagna, e ne nasceva tumulto se il cardinale non
avesse avuto la prudenza di ritirarsi con folto seguito di partigiani
e di popolo. Gli uffizj di Ranuccio Farnese di Parma calmarono il
pontefice: il popolo gridò — Viva casa Farnese»; ma il cardinale e
i suoi, benchè perdonati, non si fecero premura di ritornare[23]. Il
papa n’ebbe amareggiati gli ultimi giorni; ne’ quali si abbandonò al
cardinale nipote; e la sua casa, fiorente allora di tre cardinali e
molti signori, ben presto rimase estinta.

Nel conclave prevaleva il cardinale Baronio, se i suoi scritti non
gli avessero suscitato l’opposizione di Napoli; tanto che fu eletto
Leone XI de’ Medici (1605), parente dei reali di Francia. Morto fra
ventisette giorni, gli è dato successore Paolo V (Camillo Borghese),
contrario alla parte francese. Studiosissimo, d’illibati costumi, di
fare soave, ottenuta la tiara integramente, ne sente la dignità, e si
propone di rialzar la morale autorità del cattolicismo. Canonizza san
Carlo, approva gli Ordini del Carmine e di san Lazzaro, vuole che in
tutti gli Ordini mendicanti s’insegnino latino, greco, ebraico, tanto
da non iscapitare a petto delle Università di Germania, e risolutamente
esige la residenza de’ cardinali; caldeggiò i diritti della santa Sede
quali risultavano dalle decretali, e diè l’ultima mano alla bolla _In
cœna Domini_. Questo zelo pei diritti ecclesiastici lo pose in litigio
clamorosissimo con Venezia, la quale pretendeva infliggere castighi
comuni a persone ecclesiastiche. Trovandola imperterrita a monitorj e
scomuniche, cautamente le temperò; in tutte le altre occasioni cercò
e diffuse la pace. Sontuosissimo in fatto d’arti, ornò le basiliche
Vaticana e Liberiana e il Quirinale; dal territorio di Bracciano tirò
l’acqua Paola a vantaggio del Trastevere: ma smodatamente arricchì i
nipoti, i quali e sul Pincio, nei beni confiscati all’antica famiglia
Cenci, e fuor di Roma fabbricarono con indicibile fasto: il duca di
Sulmona accumulò centomila scudi di rendita; il cardinale Borghese,
despota della curia, conferiva a’ parenti quanti buoni benefizj
vacassero.

Gregorio XV (Alessandro Ludovisi) (1621), indebolito e inetto, nè
occupato che di pietà, di dotti, d’accademie, lasciò le redini a suo
nipote Lodovico Ludovisi. Già era fatto universale quest’uso d’un
_cardinal padrone_; e il Ludovisi, giovane d’ingegno, amico del denaro,
de’ piaceri, della splendidezza, della giustizia, seppe diriger bene
gli affari, e orzeggiare nelle tempeste. La sua casa acquistò il
principato di Piombino, e colla erede del principato di Venosa ebbe
quarantamila ducati di rendita in tanti feudi del Napoletano.

Allora vengono santificati Ignazio da Lojola e Francesco Saverio: frà
Girolamo da Narni predicatore insigne dà impulso alla Congregazione
allora istituita _de propaganda fide_, da cui partivano gl’intrepidi,
che per tutto il mondo portavano il vangelo. Moltissimi anche de’
nostri affrontavano il martirio de’ lunghi e oscuri patimenti, se
non era anche quel degli strazj e della morte. Per far solo d’alcuni
memoria, dirò come i Cappuccini si volsero principalmente all’Africa,
e Giovanni Bellotti da Romano bergamasco scrisse le _Apostoliche
giornate, nelle quali rappresenta parte delle sue fatiche nelle
missioni sostenute a benefizio delle anime de’ Negri infedeli_. Dionigi
Carli piacentino, itovi con Michelangelo Guattini reggiano che colà
morì, a Bologna pubblicò i suoi viaggi, con avventure non sempre
serie, e con osservazioni superficiali ma schiette; e siccome di paesi
incogniti, furono tradotti in tutte le lingue[24]. Giannantonio Cavazzi
modenese lasciò la descrizione dei regni di Congo, Matamba, Angola.
Girolamo Merolla sorrentino, per sei anni versato fra i Negri del
Congo, d’ordine della Propaganda faticò, se non a togliere, a mitigare
la tratta di questi infelici. Francesco Maria Maggi palermitano,
cherico regolare, dopo otto anni di missioni in Siria, Persia,
Mesopotamia, Georgia, portò a Roma la cognizione di quegli idiomi, e
dedicò a Urbano VIII _Syntagmata linguarum orientalium_.

Le missioni della Cina sono l’epopea de’ Gesuiti, che si può dire, la
scopersero; nè fu colpa loro se non venne alla nostra civiltà. Quando
vi si avviò primiero Francesco Saverio, vi condusse il padre Paolo da
Camerino. Il padre Matteo Ricci da Macerata, mandatovi coi due altri
italiani Rogero e Pasio, vi fondò le prime missioni; e conoscendo
che bisognava mostrarsi letterato, fece un mappamondo ove collocava
la Cina nel mezzo, e un breve catechismo in quella lingua; insegnò
chimica e matematica; e le quindici opere sue sono le prime che Europei
dettassero in cinese, e alcuna è posta fra le classiche da quel popolo
geloso. Avea creduto dover condiscendere ai costumi e alle opinioni
dei Cinesi fin dove non cozzassero colla vera fede, onde togliere le
repugnanze che un popolo eminentemente storico aveva al cristianesimo:
e siffatta tolleranza fu l’accusa più violenta che poi recarono ai
Gesuiti quelli che per avventura continuavano a imputare l’intolleranza
cattolica. Come superiore di quelle missioni gli fu surrogato Nicola
Lombardi siciliano, autore di scritti importanti su Confucio.

Il padre Giacomo Ro milanese, dopo predicato molti anni nel Scian-si,
fu chiamato alla Corte perchè attendesse alla compilazione del
calendario imperiale, come fece col celebre padre Schall; più di
cento opere scrisse in cinese di pietà e d’astronomia; ricusò dignità
e favori, sol chiedendo agevolezze pe’ Cristiani. Come astronomo
e ambasciatore vi fu pure adoperato il napoletano padre Francesco
Sambiasi. Frà Castiglione pittore, fattosi converso ne’ Gesuiti,
e mandato a Pechino, lavorò per quella Corte anche da architetto.
Martino Martini di Trento diede l’_Atlas Sinensis_ (1655), l’opera più
compiuta che ancor si fosse vista sul grand’impero, e voltò in quella
lingua diverse opere. Il siciliano Francesco Brancato vi pubblicò
molti scritti, e specialmente il _Trattenimento degli Angeli_ (1637),
catechismo rimasto classico. Luigi Buglio palermitano missionò a Goa,
nel Giappone, nella Cina, e morì a Pechino il 1682, lasciando in cinese
alquante opere. Giulio Aleni bresciano, professore di matematica
a Macao, penetrò nell’impero, e per trentasei anni vi predicò e
scrisse, ed era detto il Confucio d’Occidente. Prospero Intorcetta
siciliano missionò colà col padre Martini e quindici altri Gesuiti,
adoperando zelo immenso: nella persecuzione del 1664 fu condannato
alla bastonatura e all’esiglio: calmata l’ira, venne a Roma per
implorare nuovi operaj, che esso incoraggì fin alla nuova persecuzione
del 90, quando coraggioso affrontò i tribunali: scrisse più libri
in cinese e in latino, massime intorno alle dottrine di Confucio, e
morì vecchissimo nel 1696. Molto stimato fu pure nella Cina il padre
Paolantonio Mainardi torinese, vissuto fin al 1767.

Ippolito Desideri gesuita pistojese fu nel Tibet, e con coraggio
indicibile traversò paesi ignoti e sostenne avversità. Ivi poi faticò
lungamente il padre Della Penna maceratese con altri Cappuccini,
ed espose la storia e i costumi di que’ paesi e singolarmente la
religione, dove tante somiglianze trovava colla nostra. Più tardi il
padre Percoto da Udine tradusse i libri dogmatici de’ Birmani fra cui
avea predicato, e ragguagliò sul governo e la religione dei paesi di
Ava e di Pegù. Il padre Giuseppe Maria Bernini di Carignano corse
l’India, descrisse il Nepal, fece dialoghi in lingua indiana, e ne
tradusse varie opere. Antonio Ardizzoni napoletano vi missionò col
padre Francesco Manco e altri cherici regolari; dimorò otto anni a Goa,
poi lungamente a Lisbona, varie cose dettando in portoghese. Costantino
Beschi gesuita arrivò il 1700 a Goa, e molto lavorato nel regno di
Madera, e scritte assai cose e nominatamente il _Tembavani_, poema
di tremila seicentoquindici tetrastici, con commenti a ciascuno, in
lode della Madonna, fece grammatiche e un dizionario tamulo-francese.
Gianfilippo Marini da Genova apostolo per quattordici anni nel Tonking,
e descrisse le missioni e il paese. Cristoforo Borro da Milano diede
una relazione della nuova missione de’ Gesuiti alla Cocincina,
e meditava una nuova strada per passare all’Oriente dalla parte
occidentale. Apostolo dell’Oriente fu intitolato Alessandro Valignani
imolese, che speditovi il 1573, più volte corse il Giappone e l’India.

Andrea Borromeo milanese teatino, ito il 1652 nella Mingrelia
e Georgia, vi faticò undici anni, e ne lasciò una relazione. In
Arabia predicò Alessandro Botto cremonese. Carlo Francesco Breno di
Valcamonica, minor riformato, preparò libri pei missionarj in Oriente.
Galano Clemente, teatino di Sorrento, stando dodici anni in Armenia,
raccolse assai carte, atti e monumenti, che stampò poi a Roma in latino
e in armeno[25], e compilò pure una grammatica di quella lingua. Colà
Paolo Maria Facentino rese importanti servizj ai Cristiani, stabilì
nuove missioni, scrisse pei nuovi convertiti, e tornato a Roma il
1620, fu superiore delle missioni dei Domenicani. Anche il calabrese
Piromalli domenicano molti Monoteliti convertì. Fu approvato dal papa
a riunire gli Armeni di Polonia e di Russia, e ad Urbano VIII presentò
una grammatica e un lessico armeno, oltre lavori di controversia.
Ignazio di Gesù, carmelitano scalzo, descrive i Mandaj, cristiani
viventi presso Bàssora. Tommaso Obicini novarese minorita, missionando
in Oriente, diede una grammatica araba lodata, e un fallace dizionario
siriaco. Una grammatica della lingua georgiana e una della turca, oltre
molte opere ascetiche, lasciò pure Francesco Maria Maggi palermitano
teatino, ito a visitar i conventi de’ suoi fratelli in Oriente e
principalmente nella Georgia, e che a Caffa stabilì una casa di
Teatini. Pietro Foglia medico a Capua, fatto carmelitano col nome di
Matteo di San Giuseppe, missionò nella Siria poi nell’India, facendo
anche da medico, e raccogliendo molte notizie botaniche, di cui giovò i
dotti. Arcangelo Lamberti teatino diede una relazione della Mingrelia.
Gianandrea Carga friulano de’ Predicatori apostolò il Levante, fu
vescovo di Sira, ove perì martire de’ Turchi nel 1617.

Francesco Giuseppe Bressoni, gesuita romano, predicò ai Canadesi e agli
Uroni; preso dagli Irochesi, fu venduto agli Olandesi mutilo e ferito;
appena guarito tornò fra gli Uroni, ove i segni del suo martirio lo
rendeano più venerabile; distrutti questi, rivide l’Italia, dove si
diede alla predicazione, e stese un breve ragguaglio delle missioni
nella Nuova Francia. Filippo Salvatore Gilli, gesuita romano, predicò
per diciott’anni sull’Orenoco, sette anni a Santa Fè di Bogota, e
ne diè la descrizione. E quanto deva la geografia ai missionarj, può
raccogliersi da una dissertazione del cardinale Zurla.

Pochi noi accenniamo de’ moltissimi che, senz’altra speranza che del
paradiso, senz’altra ricerca che delle anime, corsero fra’ popoli
selvaggi o fra’ rimbambiti: ma non ci parve dover dimenticare questi
eroi della fede e della civiltà, e riposammo sui loro trofei prima di
raccontare le troppe miserie della loro e nostra patria.




CAPITOLO CL.

Savoja. Emanuele Filiberto. Carlo Emanuele. Genova. Congiura del
Vachero.


Il ducato di Savoja, il principato di Piemonte colla contea di Nizza,
la supremazia sui marchesati di Saluzzo e di Monferrato, su Ginevra
e il paese di Vaud, la Bresse, il Bugey, il paese di Gex, componevano
il retaggio dei discendenti di Umberto Biancamano. I paesi oltremonti
divideansi in baliati militari, ciascuno con un giudice, e spesso un
ricevitore. Di qua dell’Alpi, il Canavese e val di Susa formavano un
baliato, uno la val d’Aosta; gli altri paesi, di cui principali Torino,
Carignano, Pinerolo, Moncalieri, Cumiana, Cavour, Vigone, Villafranca,
stavano sotto al capitano del Piemonte.

Mentre le conquiste del secolo precedente aveano ridotto gli altri
Stati italiani ai limiti che ormai doveano conservare, quel paese
rimase frastagliato in mezzo a grosse Potenze, e i duchi attesero ad
arrotondarlo coll’accorgimento e colle forze militari, ch’essi medesimi
capitanavano. Dell’esser vassalli all’imperatore profittavano per
ottenerne privilegi qualvolta egli avesse bisogno di loro; le alleanze
o le guerricciuole de’ confinanti porgeano occasione d’incremento,
come le opportune parentele. Amedeo VIII, ingrandito lo Stato (t. IX,
p. 449), ottenne il titolo di duca di Savoja[26] (1416), e stabilì la
successione primogenita con rappresentanza all’infinito, di modo che
più il dominio non fosse diviso. Da commissarj ecclesiastici e laici,
fra cui il cancelliere Giovanni di Beaufort e il segretario Nicolò
Festi, avea fatto compilare statuti generali che prevalessero ad ogni
statuto locale, e nel proemio avvertiva come le leggi abbiano bisogno
di riformarsi a seconda dei bisogni nuovi, delle nuove milizie, della
mutabilità delle cose umane.

Già v’era di pubblico obbligo il servizio militare, e Amedeo contava
ventisettemila uomini abili alle armi; ma esentavansi a prezzo, e vero
esercito nazionale si ebbe soltanto sotto Emanuele Filiberto verso il
1560. Il dominio di Nizza diede anche forze marittime; e navi armava il
duca Lodovico verso il 1460.

Amedeo, senza togliersi del tutto agli affari, ritiratosi a Ripaglia
sul lago Lemano, lasciasi eleggere antipapa (tom. VIII, pag. 196); poi
per rinunziare alla tiara vuole buoni patti, fra cui il non potersi
in dignità ecclesiastiche collocare verun forestiero. Suo figlio
Lodovico (1440), accidioso e dissoluto, circondato di mimi, raggirato
dalla moglie Anna Lusignano di Cipro, che coi denari di Savoja
arricchiva sè ed i Ciprioti suoi, fu costretto ricorrere all’oneroso e
disonorevole patronato di Luigi XI suo genero. I feudatarj, tenuti in
briglia dai tre Amedei, allora vedendosi posposti, raffittirono trame
e sollevazioni, donde supplizj, affogamenti ne’ laghi, esigli, e un
esacerbarsi delle fazioni guelfa e ghibellina. Sin Filippo figlio del
duca, per odio contro la parte candiota, scommosse lo Stato e uccise
Giorgio di Varax.

Crebbe il disordine Lodovico, assegnando grossi appannaggi ai molti
suoi figliuoli, che arrogavansi ciascuno l’arbitrio principesco fin
di assolvere a denaro i delitti, dar moratorie, e altri abusi. Dopo
ciò, che importa se Lodovico proteggeva le lettere, e andava talvolta
coi principi ad ascoltar i professori dell’Università? Cominciò
egli a mettere negli alti uffizj qualche Piemontese; come a quel di
cancelliere di Savoja Giacomo Valperga di Masino, che poi dopo lunghi
processi fu affogato nel lago di Ginevra e al fisco i suoi beni, indi
riconosciuto innocente; Antonio di Romagnano, che a pena colla fuga si
sottraesse al supplizio.

Amedeo IX succedutogli (1465), fu modello de’ mariti e correttore
de’ costumi; guaj a chi bestemmiasse! scostava dal suo servizio il
libertino, foss’anche il primo suo ministro; le cause de’ poveri e
degli orfani volea riferite le prime nel suo consiglio; moltissimi
indigenti alimentava in palazzo, comechè schifosi; la propria collana
mandò alla zecca per risparmiare nuove imposte; e a chi lo avvertiva
che con quel denaro avrebbe potuto procacciarsi esercito e fortezze,
rispose: — Le limosine sono le migliori fortificazioni; e perchè regni
l’abbondanza, vuolsi largheggiare coi poveri». Per tali virtù ottenne
l’onore degli altari: ma il suo regno fu soqquadrato da incessanti
discrepanze de’ fratelli e de’ nobili, scoppiate sino in guerra
civile dopo ch’egli infermò e proseguite sotto la reggenza (1472)
di Jolanda di Francia sua vedova, turbata anche da invasioni degli
Svizzeri che le tolsero il paese di Vaud e Friburgo, de’ Borgognoni che
lei chiusero in fortezza, de’ Milanesi che, a titolo di difenderla,
occuparono il Vercellese (1482). Morta lei, e poco dopo il giovane
figlio Filiberto, Carlo succeduto dovette colla spada recuperarsi il
dominio; e ben tosto morendo (1490) dava luogo a una nuova reggenza,
disputata sanguinosamente. I marchesi di Saluzzo, i conti di Bresse
e de La Chambre a gara si sollevano; l’ambizione di Filippo fratello
del defunto sommove il paese, finchè alla morte del fanciullo Carlo
II nipote (1496), ottiene il dominio, ma dopo soli diciotto mesi muore
anch’esso.

Suo figlio Filiberto II il Bello (1498) tentò svincolarsi dai nodi di
Francia, rinforzati ne’ precorsi tumulti, ma per avvolgersi in quelli
della moglie Margherita d’Austria; vide l’invasione de’ Francesi con
Luigi XII, ed ebbe a soffrirne in sei anni d’indecoroso dominio. Suo
fratello Carlo III il Buono (1504), che cinquant’anni regnò, le intere
mattinate passava a sentir messe e visitar chiese; non isprovveduto
d’intelligenza, ma di fortuna: ed oltre vedere i suoi paesi conturbati
dall’eresia, corsi da Svizzeri, Francesi, Imperiali a vicenda, Berna
invocata dai Ginevrini ch’egli stoltamente minacciava voler ridurre
pari ad un villaggio di Savoja, gli tolse il Ciablese, il paese di
Vaud, Ginevra e Gex, a suo dispetto piantandovi la Riforma; e Francesco
I di Francia i restanti possessi perchè favorevole al cognato Carlo V,
e permise che Federico II Gonzaga duca di Mantova (1533) raccogliesse
in eredità il Monferrato. Vero è che il cognato imperiale gli donò la
contea d’Asti e il marchesato di Ceva.

Discordie intestine straziavano intanto principalmente Mondovì, Chieri,
Fossano: milizie nazionali non si aveano; nè denaro per soldarne di
mercenarie; lo Stato era a brani per moltissimi appannaggi de’ cadetti
ducali, aggravato da esorbitanti pensioni alle vedove, dai debiti fatti
per le pretese di Amedeo VIII al papato e di Lodovico al regno di Cipro
e per amicarsi gli Svizzeri, e da tanti passaggi di truppe[27]. Sua
moglie Beatrice di Portogallo gli scriveva che ai figliuoli lasciavasi
mancare un giorno il pane, l’altro il vino; da due anni le balie non
toccavano stipendio; il pollajuolo, già creditore di mille fiorini,
ricusa continuar le forniture, e così il macellajo: le sue gioje
del valore di cinquantamila ducati, per diecimila erano impegnate
a Genova: nè a tali difetti sapeasi riparare che alienando beni e
ragioni demaniali[28]. Quando morì, Carlo non possedeva più che Nizza,
Cuneo, Vercelli ed Aosta: Vercelli (1553) stessa fu allora occupata
dai Francesi, e intanto i popoli, spensierati, vogliosi di godimenti,
correano a brighe e a novità religiose, non per sentimento di pietà, ma
per togliersi i freni.

Vi pose riparo Emanuele Filiberto Testa di ferro, che giovinetto
messosi ai servigi dell’imperatore, erasi immortalato colla vittoria di
San Quintino, e nella pace di Cateau Cambrésis (t. IX, p. 519) recuperò
gli aviti dominj, sicchè d’allora la Savoja pesa nelle sorti italiane,
e adopera a farsi indipendente dalla Francia. Per quanto a questa
increscesse d’abbandonare i bei paesi cisalpini, pure, onde imbonirsi
il duca che promettevale mille fanti e trecento cavalli pagati, gli
cedette Torino, Chivasso, Chieri, Villanova d’Asti, poi anche Pinerolo
e Savigliano, che occupava fin a che fossero posti in chiaro i diritti
di Luigia di Savoja, avola d’Enrico II. Rilasciando a Berna il paese di
Vaud, Emanuele Filiberto assicurossi quanto teneva a mezzodì del Lemano
e del Rodano; aspirava a recuperar Ginevra, ma Berna e Soletta colla
Francia ne stipularono l’indipendenza. Coll’acquisto di Tenda assicurò
il passo dell’alpi Marittime traverso a genti fiere e manesche, e colla
compra d’Oneglia si allungò nella riviera genovese. Procurò avere dal
senato veneto le qualità di figlio di San Marco, per la quale avrebbe
occupato il secondo posto nelle comparse.

Conoscendo come a paese che voglia costituirsi son necessarie buone
armi, dal famoso Paciotto d’Urbino fece compiere la cittadella
di Torino, già disegnata da Francesco degli Orologi, e quelli di
Borgo in Bresse e di Cuneo ed una a fronte di Ginevra; e da lui, da
Ferrante Vitelli perugino, dal Busca milanese fece fortificare Nizza,
Villafranca, Sommariva, Susa, Mondovì, Monmeliano, mentre prima lo
stato sarebbesi potuto perdere in ventiquattr’ore: dal piacentino
Anton di Leva fece riordinare le milizie, sicchè ciascun Comune dovesse
averne, esercitate a tempi prefissi, e allettate con privilegi; mentre
i feudatarj lo fornivano di quattro compagnie di cavalli, onde ebbe in
armi trentaseimila uomini, ch’egli pagava e armava, escludendo affatto
i soldati forestieri. Pose una flottiglia a Villafranca; i cavalieri
di san Maurizio per semplice onoranza istituiti da Amedeo VIII, unì a
quelli di san Lazzaro destinati a cura degli ospedali; e ad imitazione
di quelli di Malta e di santo Stefano, vi pose l’obbligo di mantenere
tre galee contro i Turchi, e destinando granmaestro in perpetuo sè e
i suoi successori. Fatto forte, potè intervenire a tutte le questioni
d’allora, Francia l’adoprò nelle guerre di religione, Spagna per
difendere il Milanese[29].

Contava appena settecentomila sudditi nel Piemonte, cinquecentomila
in Savoja, e salvo Nizza, poveri, inerti, e tutta rabbia fra Guelfi e
Ghibellini[30], Savojardi e Piemontesi, nobili e plebei, Protestanti
e Cattolici. Le case si erano scompaginate per le spese della guerra
di Francia. Delle savojarde prevalevano i signori de La Chambre, e i
conti di Guier, di Rinavia, d’Antormon: delle Piemontesi le Piossasca,
Luserna, Valperga, San Martino se eran le prime confederate a casa
di Savoja: i signori di Collegno tenevano ventiquattro castelli con
giurisdizione di sangue e trentamila scudi d’entrata. Quei che avean
servito Francia la rimpiangeano: quei che Savoja, credeansi non
abbastanza premiati. Ai ministri poco potea fidarsi, perchè pendeano
chi per Spagna, chi per Francia, speculandovi maggior vantaggio che dal
mostrarsi italiani. Volea vedersi pagate le tasse? bisognava ricorresse
a capi di fazioni, quali il conte Masino o quel d’Arignano, monsignor
di Racconigi o quel della Trinità. Nello scompiglio sentesi il bisogno
d’un ordine, quand’anche sia a scapito della libertà.

Durava nel paese la rappresentanza degli stati, ecclesiastico, nobile,
popolano. Destinati a votare i sussidj straordinarj al principe,
ne prendeano occasione d’ingerirsi in altri affari, come nelle
successioni, nella nomina del grancancelliere; intitolavansi _padri
e tutori_ del principe, ne sindacavano le azioni e i casi di guerra e
pace; insomma erano una rappresentanza nazionale, quantunque irregolare
e senza garanzia.

Emanuele Filiberto, avvezzo ai comandi soldateschi, indispettiva
di trovarsene or rallentato nelle sue riforme, or impedito ne’ suoi
divisamenti; e avendo la Camera de’ conti di Torino ricusato interinare
un contratto di lui, esso le scrisse di farlo subito, «altrimenti farem
conoscere a voi e a tutti che vogliam essere obbediti, e possiamo far
gastigare i nostri sudditi, di qualunque stato sieno, che osassero o
tentassero menomamente resisterci, sapendo che facciam bene». Alfine
tolse via questa rappresentanza[31], solo mantenendo a Carignano
il senato, sul modello de’ parlamenti di Francia, col diritto di
interinare le leggi e le grazie del principe. Il suo consiglio di Stato
riceveva le suppliche di grazia, e poteva anche derogare le decisioni
dei tribunali.

Scioltosi dai ritegni, pose moltissime gravezze, cercando vi
partecipassero tutti[32]; e la rendita che sotto i predecessori
giungeva appena da sessanta a settantamila scudi d’oro, portò a
cinquecentomila. Per concentrarne l’amministrazione nominò generale
tesoriero Negrone di Negro genovese, il quale introdusse ordine e
regolarità nel maneggio del denaro pubblico, e un contrabollatore
generale. Pio negli atti[33], l’educazione de’ giovani affidò a quelli
che allora godeano maggior grido di virtù e dottrina, i Gesuiti: volle
s’imparasse a leggere sul catechismo e sull’uffizio, non sui versi
lascivi di Ovidio: la censura delle stampe affidò al senato. Dichiarò
inabili a succedere i religiosi nè le fraterie ad acquistare, e ogni
vent’anni pagassero il sesto del valore de’ loro beni; fondò uno studio
a Mondovì, poi trasferito a Torino, ove insegnarono il giureconsulto
Aimone Cravetta di Stigliano, Giovanni Argentaro capo di scuola
medica, Agostino Bucci filosofo, il francese Cujaccio, il reggiano
Panciroli, il pavese Menochio, il Goveano portoghese; invitò gli
stampatori Torrentino e Bevilacqua, e cercò a segretario Annibal Caro
e a consigliere Nicolò Balbo. Promosse il commercio marittimo; creò un
magistrato sopra la mercatura, uno sopra le acque; migliorò le razze
cavalline; favorì il traffico de’ panni di seta, e ordinò di piantar
gelsi, fin allora quasi ignoti. Alleviando i dazj, trasse pel suo
paese il transito delle merci fra Italia e Fiandra; ma fuori non potea
mandare che alquanto bestiame e caci: l’industria era in fasce, e tutto
tiravasi dalle fiere di Ginevra e di Parigi.

Il 30 ottobre 1561 aboliva ogni resto di servitù, taglia o manomorta,
angarie e perangarie, vincolo a testare o contrattar liberamente,
facendo così franchi tutti i sudditi. Vietò le armi, sino ai capi
delle compagnie giojose e delle maestranze; di servire, di studiare,
d’addottorarsi fuor di Stato, e le conventicole politiche, che oggi
si chiamano circoli o club e allora abbazie, e l’accordarsi col fisco
nelle cause politiche. Insomma governo assoluto, temperato solo dalla
prudenza del principe; militare ordinamento del paese, per aver forze
da servire all’alleato che le circostanze presentassero; non aderire a
Spagna più che a Francia, straniere entrambe, ma a quella che meglio
profittasse; invece di tenersi neutrale fra i litiganti, sposarne
alcuno; non guardare agl’interessi di veruna terra o città, ma a quel
dello Stato, furono le massime ch’egli introdusse, e che trasmise a’
successori suoi.

Il paese era già foggiato a monarchia, e un principe nazionale era il
ben arrivato dopo gli strazj degli stranieri, tanto più ch’egli non
s’abbandonò alle vendette, laonde i popoli, dapprima propensi a Francia
cui tanto somigliavano per ordini civili e politici, apprezzarono
quello che li redimeva dal giogo forestiero, e presero a considerarsi
italiani, per quanto divisi tra la patria oltremontana, la cismontana
e la nuova, che fu Nizza. Un profondo motto uscì dalla bocca di lui: —
Chi riceve l’ingiuria, spesso la perdona; chi la fece, non mai».

Così preparava il regno a Carlo Emanuele (1580), cui si affisse il
titolo di Grande per la smania di muoversi e muovere, l’ostinarsi agli
intenti malgrado disgrazie e ingiurie, l’accorto valersi degli errori
altrui e assodarsi delle altrui debolezze, non curando tanto la propria
dignità e il buon nome, quanto il riuscire. Meschino di corpo, vasto
d’intenti, unendo a molto coraggio una politica oculatissima, sapea
quel che maneggiavasi in ogni gabinetto, mentre si diceva che il suo
cuore era pieno d’abissi come il suolo del suo paese; e innanzi al
Cordova governatore del Milanese comparve coll’espressiva divisa di
una casacca, che da qualunque parte la voltasse, gli stava bene. Fondò
chiese e spedali, non men che fortezze e gallerie; proteggeva lettere
e scienze, scrisse egli stesso i _Paralleli_ tra i grandi antichi e
moderni, e il _Grande Araldo_, compilazione di stemmi, o fece stendere
l’_Iconocosmo_ o storia del mondo. Molto si valse di Giuseppe Cambiano
granmastro d’artiglieria, che scrisse un pregevolissimo _Discorso
historico_, specie di storia universale, estesissima ne’ fatti recenti
di cui era stato parte. Alessandro Tassoni, da lui ben accolto,
racconta che «desinava circondato da cinquanta o sessanta vescovi,
cavalieri, matematici, medici o letterati, coi quali discorreva
variamente secondo la professione di ciascheduno, e certo con prontezza
e vivacità mirabile d’ingegno; perciocchè, o si trattasse di storia o
di poesia, o di medicina o d’astronomia, o d’alchimia o di guerra, o di
qualunque altra professione, di tutto discorreva molto sensatamente e
con varie lingue». Ebbe dieci figli naturali, e quelli da donne libere
riconobbe come signori del sangue.

I marchesi di Saluzzo alle falde del Monviso eransi riconosciuti
dipendenti dai conti di Savoja, ma spesso dovettero farsi vassalli de’
re di Francia; e tra questa e l’Austria variarono quando Carlo III fu
spogliato. Il marchese Lodovico, stato vicerè di Napoli, morendo nel
1504 lasciava quattro figliuoli, di cui nessuno ebbe prole, per malìe
(si disse) dei ministri di Francia, alla quale l’ultimo fe cessione
forzata. Allora in Francia fervea la guerra tra Cattolici e Calvinisti;
e il duca di Lesdiguières, generale d’Enrico re di Navarra, tenendo
le migliori fortezze del Delfinato, minacciava il Saluzzese. Carlo
Emanuele mal comportava di dovere da Carmagnola udire in Torino il
tamburo francese; e con Filippo II, di cui avea sposato la figlia
Caterina[34], s’accordò a danno della Francia, e parte corrompendo,
parte sgomentando i governatori, occupò quel marchesato (1588),
cogliendovi moltissimi cannoni e munizioni; e se dello sleale assalto
in giorni così momentosi lagnavasi il re, egli protestava non aver
voluto se non impedire che l’occupasse un ugonotto e un ribelle, qual
era il Lesdiguières.

Questo sollecita contro la Savoja Ginevrini e Bernesi; ma Carlo
leva gente, chiede soccorsi e denari professandosi antemurale della
cattolica religione, riceve soccorsi dal Milanese, e batte gli
eretici. Poi quando Enrico III fu assassinato (1590), invase la
Provenza, accolto trionfalmente dai Cattolici, ed agognava d’aver
Marsiglia e farsene barriera; ma gli ruppe l’impresa il granduca
di Toscana, occupando il castello d’If rimpetto a quel porto.
Allora Carlo Emanuele a tacciar il granduca di mercadante, menatore
d’intrighi, scribacchiatore, poltrone, ligio a Francia; e il granduca
lui di ammazza gente, insaziabile, ambizioso, mancipio di Spagna.
Intanto però Marsiglia fu assicurata a Francia, e la guerra tratta
in Savoja: poi quando il re di Navarra divenuto Enrico IV (1598 2
maggio) e Filippo II a Vervins terminarono la guerra di quarant’anni,
il Saluzzese non fu concesso a Carlo Emanuele che tanto l’ambiva,
ma rimesso all’arbitramento del papa. Davanti al quale le due parti
sfoggiavano ragioni: Carlo Emanuele che ostinavasi alla guerra, vedendo
non venirsene mai a un fine, eccolo in persona a Parigi con nobile
comitiva; per mezzo di favoriti e d’amanti istiga Enrico a conquistare
il Milanese, sperandone qualche ritaglio, trama col maresciallo di
Biron contro esso re, maneggia col Fuentes governatore del Milanese per
aver patti migliori. Per ciò Enrico gli rinnovò guerra; preso il forte
di Santa Caterina in Savoja, da cui il duca dominava Ginevra, lo regalò
a questa Roma de’ Protestanti, lieta di demolirlo; la Savoja fu invasa,
stretto Monmeliano, mentre gli Spagnuoli, in vista d’ajutar il duca,
occuparono Carmagnola. Tanagliato fra amici e nemici, il duca dovette
accettare la mediazione del papa; e nella pace di Lione (1601) cedendo
il Bugey col paese di Gex, la Bresse e le rive del Rodano da Ginevra
a Lione, si assicurò Saluzzo. Toglieva così a’ Francesi la chiave
d’Italia, ponendo le Alpi fra questa e quelli; pure esso non rifiniva
di lamentarsene, quasi avesse scapitato al cambio in estensione, mentre
in Francia diceasi: — Il re ha fatto una pace da duca, il duca da re;
il re trattò da mercante, il duca da principe».

Respinta Francia, gl’Italiani si sentirono in balìa della Spagna, e
del tristo cambio accagionavano Carlo Emanuele: eppure, come avviene
a chi tiene armi fra i disarmati, in lui vedeasi il restauratore
della nazionalità, la spada d’Italia, e l’esortavano a far da sè ed
assicurare l’indipendenza. Egli, non misurando le ambizioni alle forze,
neppur dopo la pace disarmò; ed or si volgeva contro il Milanese, or
tornava contro la Francia; dalla Spagna impetrava pensioni per ciascuno
de’ suoi figliuoli, che mandava a quella Corte; intanto proponeva
parentele ad Enrico, che, quantunque ne sapesse gli avversi maneggi,
volea giovarsi dell’ingegno, della forza e della posizione di esso;
e nel suo famoso _Piano_, tutto diretto ad umiliare Casa d’Austria,
meditava di fondere il Piemonte, il Monferrato, il Milanese col nome
di regno di Lombardia, per mettere uno Stato forte a guardia delle
Alpi; il Cremonese si cederebbe al duca di Mantova in concambio del
Monferrato; a Venezia verrebbe data la Sicilia, sotto l’alto dominio
del pontefice; il quale pure diverrebbe re di Napoli; Ferrara e
Bologna, staccate da’ dominj papali, entrerebbero come città libere
nella repubblica italiana, composta di Genova, Parma, Modena, Mantova,
Massa, Toscana; e ne sarebbe capo immediato il papa, ricevendo
solo l’omaggio d’un crocifisso del valore di diecimila scudi, ogni
vent’anni; la Sardegna rimaneva alla corona di Spagna, a Francia la
Savoja. Sogno come tant’altri, incorniciato di commissioni, di diete,
di eserciti; in Italia religione unica la cattolica; intento comune la
guerra colla Turchia[35]; e fu mandato in fumo dalla morte d’Elisabetta
d’Inghilterra, poi da quella di esso Enrico, trafitto da un assassino
(1610 14 maggio). Questo colpo parve dovesse abbattere Carlo Emanuele,
nè lasciargli altro desiderio che di celarsi: ma alla sua ambizione
potevano mancare alimenti?

Come principe di Germania aveva intrigato per farsi eleggere imperatore
alla morte di Mattia; alla morte di Enrico III aspirò al trono di
Francia; ora cercò sposare la vedova di Enrico IV per divenire arbitro
di quel regno, lusingato anche da predizioni astrologiche: ma essa
il ricusò; la Francia che, stimando il suo valore, disistimava la sua
fede, subodorò che trattava colla Spagna; Venezia, a cui egli ricorse
abbandonato d’ogni altro[36], non gli badò; il papa l’esortava a metter
giù quelle esuberanze. E il duca, per quanto intollerante d’ogni
sommessione, dovette mandare il proprio figlio a presentare scuse
alla Spagna, la quale, istigata dal Fuentes, cercò persino sbalzarlo
per sostituirgli il figliuolo Vittorio Amedeo, nato in Ispagna: si
disse anche tentasse avvelenarlo per mezzo del duca di Toscana, che
pentitosene mandò il contravveleno. Asserzioni solite de’ partiti.
Così cessò il pericolo d’una guerra che gl’italiani aveano creduta
imminente, e Carlo Emanuele fremendo mirava dove volgere l’irrequieta
sua ambizione.

I Medici, i cui padri aveano bottega quando i principi di Savoja già
portavano corona, ricordavano di esser principi indipendenti quando
Emanuele Filiberto combatteva o governava la Fiandra a servigio di
Spagna; quindi emulazione continua fra le due Case, l’una poderosa di
armi, l’altra d’una civiltà raffinata. I Medici, non potendo ottener
il titolo di re d’Etruria, cercarono quello di granduchi, e come tali
pretesero il passo sopra i duchi di Savoja. Questi allora a sollecitare
qualche titolo regio, e Carlo procurò far valere sull’isola di Cipro
le ragioni tramandategli da’ Lusignani: trentacinquemila Cristiani
di colà offrivansegli pronti a insorgere contro i Turchi se appena
vi comparissero sue navi; ma i Turchi avvedutisene, molti uccisero e
imprigionarono; pure Carlo si titolò re di Cipro, per quanto glielo
contrastassero i Veneziani.

Non sapeva egli dimenticarsi che i suoi aveano perduta Ginevra, onde ne
tentò un’audacissima scalata (1602 12 xbre); già ducento uomini v’erano
penetrati, quando furono scoperti ed uccisi. Impresa narrata a disteso
dagli storici, cantata dai poeti[37], memorata tuttora dalle canzoni
popolari e da annuo digiuno, come quella per cui Ginevra sfuggì al
pericolo d’esser cattolica e serva. Fu l’ultimo tentativo di conquiste
transalpine; e i duchi, risoluti d’ingrandire in Italia, vedevano
l’importanza d’aver un piede sul mare, onde Carlo Emanuele adocchiava
Genova.

Questa repubblica in dechino (t. IX, p. 464) non sapeva ancora
persuadersi che il meglio d’un paese non viene da ripetute innovazioni,
sibbene dall’assodare le proprie istituzioni. La libertà che aveale
data Andrea Doria era tutta d’aristocrati; essi soli reggeano lo
Stato; d’essi i dodici senatori, che eleggevano il doge, biennale
come loro; d’essi il collegio camerale di otto senatori pel maneggio
delle pubbliche entrate; d’essi i ducento del minor consiglio; al gran
consiglio entravano tutti i patrizj, compiti i ventidue anni. Come chi
possiede ricchezze e non forza di difenderle, eccitava l’avidità, e
intanto s’indeboliva colle irremediabili discordie tra i diversi ordini
e tra le famiglie.

Dopo la congiura di Gianluigi Fiesco (1547), la legge del Garibetto
aveva posto limiti alla facoltà d’aggregare plebei agli Alberghi, ma
non sopito i rancori fra i nobili antichi e i popolani. I primi, detti
del _Portico di san Luca_, erano legati fra sè pel prestito fatto a
Spagna, alla quale perciò aderivano; mentre i nuovi ammessi, o del
_Portico di san Pietro_, preferivano Francia, non voleano restrizione
all’aggregar famiglie nuove, e davano mano ai rivoltosi di Corsica.

Genova in generale era ben disposta a Spagna, sì per memoria di
Carlo V che l’avea resa in libertà, e del Doria e dello Spinola che
capitanarono le armi di quella; sì perchè quei re prendeano grossi
prestiti da’ suoi negozianti, pagandoli colle gabelle del Milanese e
del Napoletano, e ne adopravano le navi a trasportar truppe in Italia:
spagnuolo si parlava nelle case; spagnuolo predicavasi al popolo. Ma
Filippo II mentre blandiva i Genovesi come opportuni ad assodare la
sua dominazione sull’Italia, forse meditava l’acquisto della Liguria;
confortatone pure dal granduca di Toscana, che ne sperava una parte.
Don Giovanni, il famoso bastardo d’Austria, comandando la flotta
spagnuola nel Mediterraneo, si lusingò impadronirsi della città (1571)
e farsene un dominio proprio; ma i nobili nuovi, apponendone la colpa
ai vecchi, arruffarono il popolo, che lo respinse di città.

Gregorio XIII coll’imperatore intromessosi della pace, fece riformar lo
statuto e ripatriare gli sbanditi; e aboliti i nomi dei Portici di San
Pietro e San Luca, nobili furon detti tutti coloro che partecipavano al
governo, i quali ripigliarono i cognomi particolari, invece dei comuni
degli Alberghi; e si posero un collegio di dodici governatori e uno di
otto procuratori, un maggior consiglio di quattrocento e un minore di
cento, scelti in quello. Bartolomeo Coronato, che ne’ passati tumulti
aveva affettato la tirannia, e che allora vi aspirò colle congiure, ne
perdè la testa. Anche Giambattista Vassallo di Portofino, amicatosi
Maria de’ Medici regina di Francia, col cognato Gregorio Leverotto
medico tornò per dar Genova ai Francesi: la trama fu sventata, ma
Genova prese grandi provvedimenti, attesochè v’era complicata la
Francia. Più tardi Gianpaolo Balbo, giovane de’ nobili ascritti, ricco,
ambizioso, pensò profittare de’ mali umori contro i nobili vecchi. In
quel tempo Genova trattava con Spagna la compra di Pontremoli, terra
principale della Lunigiana con una giurisdizione di settanta miglia
intorno e settantasette villaggi, opportunissimo adito al Milanese,
alla Toscana, al Genovesato. Se ne chiedeano ottantamila ducati, e
Genova per raccorli pensava vendere la nobiltà a famiglie nuove. Il
Balbo, saputone, cominciò a sollecitar l’invidia popolare; il granduca
di Toscana attraversò il negozio; i Pontremolesi stessi allegarono
che, come feudo imperiale, non poteano esser venduti senza assenso
dell’imperatore. Balbo considerò il fatto come suo trionfo, e macchinò
d’occupare Genova, e farsi signor della Liguria, e della Corsica sotto
la protezione di Francia; e la pratica andò finchè, denunziato da un
complice, a fatica potè fuggire.

Sulla riviera, oltre un cinquanta terre rimaste feudi imperiali
immediati e detti le Langhe, casa Del Carretto avea conservato
il Finale, feudo anch’esso dell’Impero; ma venendogliene continui
contrasti con Genova, lo vendette a Spagna. Questa da gran pezzo
v’avea gola come opportunissimo per trarne il sale e farvi approdar
le sue truppe, che pei monti verrebbero nell’Alessandrino senza
bisogno di chiedere il passaggio a Genova, e incorporò il Finale al
ducato di Milano (1590). Se ne dolse Genova, che infine lo ricomprò
dall’imperatore per sei milioni di lire genovine.

Ma col crescere i piccoli suoi feudi ella preparavasi inciampi.
Scipione Del Carretto avea venduto al duca di Savoja il marchesato di
Zaccarello, feudo di pochissima rendita in paese montuoso e sterile,
ma che dava i passi dall’Appennino nella pianura d’Albenga, e perciò a
turbare la dominazione ligure. Però l’imperatore abrogò quella vendita,
e come d’omicida il confiscò e mise all’asta, e Genova comprollo per
censessantamila talleri.

Carlo Emanuele indispettito, se ne incalorì alle ambizioni, e chiese
ajuti alla Francia (1624), sempre disposta ai nemici dell’Austria; e
con quel connestabile Lesdiguières, di cui erasi mostrato nimicissimo,
fece trama di conquistare e spartire il Milanese, il Monferrato,
la Corsica, oltre il Genovesato, del quale la città e la riviera di
Levante resterebbero a Francia come valico al Milanese e alla Toscana,
a Savoja quella di Ponente. Gli armamenti tradiscono la segreta
conclusione, e Italia esclama contro quest’ambizioso che la trabalza
in nuove guerre, e le trae addosso i Protestanti. Genova nell’istante
pericolo ricorre al governator di Milano, si munisce alla meglio; e
sì formidabile pareva l’attacco, che si pensò abbandonare la Riviera,
restringendosi a difendere la capitale: ma altri persuasero a sostenere
Savona e Gavi, e i ricchi genovesi non le mancarono nel bisogno,
giacchè il principe Doria offrì quattrocento archibugieri, ducento
Gian Francesco Serra, cento Pier Maria Gentile, e così altri, armati
e mantenuti. Irruppero di fatto Savojardi e Francesi, ma non osavano
affrontare una città, sempre risoluta nel tutelare l’indipendenza:
intanto giunsero oro e galee di Spagna e di Napoli, soldati di
Lombardia, il cui governatore obbligò Carlo Emanuele a sloggiare, in
Acqui gli tolse i viveri, le munizioni, e fin gli argenti e le livree
predisposti pel trionfo. Francia, che gli avea promesso soldati e navi,
senza darne parte a lui o a Venezia o al papa, conchiuse con Spagna
la pace di Monson[38] (1626). Il duca non potè che sbuffare, e cercar
di nuocere alla Francia raccomodandosi colla Spagna; e mentre l’abate
Alessandro Scaglia, astuto suo ministro, intrigava contro del ministro
Richelieu, egli ridestava in Genova le fazioni de’ nobili antichi e
de’ nuovi. Queste ne’ circoli facevano opposizione a ogni atto del
consiglio, contrasto ad ogni sentenza de’ tribunali; «sicchè non rare
volte il senato (dice il Della Torre) nel deliberare ebbe maggior
riguardo a quello che ne avrebbe sentito e detto la piazza dei Banchi,
che a quello che buona ragion di governo ne richiedesse; e timoroso il
senatore di non spegnere l’aura favorevole che lo condusse a quella
dignità, perdeva la libertà di dire, e tardava la risoluzione del
deliberare».

Uno de’ più schiamazzanti in que’ circoli era Giulio Cesare Vachero,
superba natura, arricchito coi traffici e coi dadi, contaminato di
sangue e di stupri, e insofferente di star sottoposto a quelli cui
credea superare per meriti. Com’è stile de’ pari suoi, gridando patria
e libertà, batteva particolarmente il senato, perchè coll’eleggere
celibatarj o vecchi o poveri eludesse quel provvedimento del 1575, di
ammettere ogn’anno fra i nobili dieci plebei.

Carlo Emanuele lo trovò opportuno a guastar Genova, e non rifuggendo
dal tramare con ribaldaglia, lo istigò per mezzo d’un Gianantonio
Ansaldi, arnese della stessa risma, caro ai giovani perchè urlava
contro la nobiltà. Essi dunque, istrutti sul Machiavelli, fidando nel
duca che prometteva soldati e mandava pistole, tramarono d’assalire
coi Polceveraschi il senato, trucidare i cittadini del libro d’oro,
restituire al popolo la libertà, i magistrati, gli onori, erger doge il
Vachero, e riformare la costituzione. Ma scoperti (1628), il Vachero fu
preso, e feroce sin all’estremo finì sulle forche; il duca, che avea
gittato la maschera, e fin minacciato rappresaglia, dovette restarsi
colla voglia e colla vergogna. Genova poi, per mediazione del re di
Spagna, pagò al duca censessantamila scudi d’oro, e ritenne l’ambito
Zaccarello, assicurando l’impunità ai congiurati ch’erano rifuggiti
a Torino: e ogni anno al San Bernardo festeggiava la sua liberazione
dall’avido vicino[39].

La lunga guerra avea mostrato a Genova la necessità di munirsi;
laonde s’aggiunse un quarto ricinto di mura, che per otto miglia dalla
Lanterna alla valle del Bisagno, serpeggia su per le creste dei monti;
immensa difficoltà, ma il nome del duca di Savoja bastava ad eccitare
coll’ira la perseveranza: diecimila operaj vi davan opera, sospesa
ogni altra costruzione (1631), e spendendovi dieci milioni, s’ebbe una
delle opere più vantate in tutta Europa. Ne fu architetto frà Vincenzo
Maculano piacentino, già inquisitore poi cardinale e quasi papa; e che
fu pure a munir Malta. Genova procurò domare i corsari, e come portava
le reliquie del Battista sul lido onde frenare le tempeste, così sudava
a tenersi in pace colle potenze che soffiavano nelle interne fazioni, e
a conservarsi neutra fra le pretensioni e le guerre di Francia, Spagna,
Impero.

Quando i titoli valeano tanto, Genova pensò acclamare la propria
indipendenza coll’attribuirsi titolo regio a cagione della Corsica, e
investendone la Madonna. Nella cerimonia il doge consegnò lo scettro e
la corona all’arcivescovo, che l’accettava per la Madonna; se ne rogò
istromento; e levata alla moneta l’antica leggenda di re Corrado II,
vi si pose Maria col motto Et rege eos. Il doge dovea vestir porpora,
manto reale, corona; a’ senatori e governatori di Corsica, agli
ambasciadori e generali di galee il titolo d’eccellenza; il palazzo
della Signoria s’intitolasse reale. De’ suoi cittadini non pigliava
tanta gelosia come Venezia; lasciava acquistassero ricchezze e Stati
da principi forestieri, titoli, comandi di mare e di terra, senza per
ciò escluderli dal supremo Consiglio. Però nel 1607 fu ordinata una
legge simile all’ostracismo di Atene e al discolato di Lucca; cioè
che a certi tempi s’accogliesse il consiglio minore, e ciascun membro
di questo notasse i nomi di chi credeva pericoloso alla patria; e
se alcuno si trovasse in quattro schede, era relegato per due anni.
Iniquità che impediva gli atti vigorosi, non le vere malvagità degli
ambiziosi.

Il banco di San Giorgio continuava ad essere un modello d’ordine e di
buona economia, in mezzo allo scompiglio cittadino. Nel 1627 il re
di Spagna dava da otto a dieci milioni a’ privati, assicurati sopra
il galeone che arriverebbe dall’India. Or questo non arrivò, ond’egli
diede solo cedole, che negoziate perdevano assai: indi pose un nuovo
ritardo ai pagamenti, poi li fece in moneta erosa che scapitava. Ne
restò scossa la fiducia, e molti ruppero il banco; eppure il conte duca
domandava nuovi prestiti, a titolo dell’antica benemerenza.

Forse prima d’ogni altra nazione, Genova mostrò conoscere la vera
natura della moneta, quando stabilì che i debiti si pagassero in moneta
corrente, però coll’aumento da calcolarsi in ragione di quanto era
cresciuto il valore dello scudo effettivo dal giorno in cui il debito
fu contratto.

Temperò l’inquisizione religiosa, ma rigorosissima giustizia
esercitava. Nella capitale e in ogni paese del distretto stava nella
chiesa principale una cassetta, ove ciascuno poteva gettare un’accusa,
col solo obbligo di annunziare i testimonj del fatto. Ogni settimana
la aprivano i magnifici procuratori, e procedeano contro i denunziati.
Fierissime pene erano stabilite contro i bestemmiatori, fin alla
galera. Pena la testa a chi non denunziasse i delitti di maestà, ne
avesse anche il più tenue indizio. De’ rei abbattevansi le case, e
vi si ergeva una colonna infamante. Morte per l’adulterio, pel parto
suppositizio, per la bigamia, per chi manda cartello di sfida; morte
pel veneficio; per le pozioni amatorie la frusta, il marchio in fronte,
ovvero il taglio dell’orecchio o del naso e il bando perpetuo; per le
stregherie, morte, e i consapevoli puniti ad arbitrio del magistrato.




CAPITOLO CLI.

Governo spagnuolo in Lombardia e nelle Due Sicilie.


I paesi sottomessi alla Spagna, destituiti di attività nazionale, non
possono narrarci che indecorosi patimenti sotto un governo militare,
intento a mietere non a seminare, tenerli in dovere con guarnigioni e
fortezze, obbligarli a dar uomini e denari, non a misura del ben loro,
ma pel vantaggio e la forza generale della monarchia.

Stava inconcusso che il re dovesse governare giusto e paterno, ma
con nessun altro limite se non i tradizionali privilegi d’alcuni
ordini e d’alcuni corpi. Filippo II avea creato presso di sè un
supremo consiglio d’Italia (1562), nel quale, co’ reggenti spagnuoli,
sedevano due ministri napoletani, uno milanese, uno siciliano;
ma in tanta lontananza conoscevano e potevano pochissimo, mentre
l’autorità sovrana era trasmessa ai governatori e ai vicerè, che
dirigeano insieme l’amministrazione e la guerra, illimitati a un
bel circa come i bascià odierni, potendo levar soldati, disporre
degl’impieghi, pubblicare prammatiche, ingerirsi nella giustizia civile
e criminale, far grazia, corrispondere direttamente e per ambasciadori
colle potenze estere. Avendo la mira non al bene dello Stato, ma a
segnalarsi, occupavansi spesso in mosse d’armi, più spesso in contese
di giurisdizione cogli Stati vicini, colle autorità del paese, cogli
arcivescovi, i quali dopo il concilio di Trento aveano ravvivate le
ecclesiastiche pretensioni[40]; teneano politica talvolta differente
da quella della Corte; ed avendo il re cassatane la decisione, un
governatore non vi diè retta esclamando, — Il re comanda a Madrid, io
a Milano». Quasi sempre spagnuoli, e per lo più soldati, arrivavano
in paese di costumanze e di pratiche sconosciute; e vi trovavano tal
complicazione di leggi, di gride, di privilegi, che lunghi anni e
seria volontà si sarebbero voluti a soltanto informarsene; eppure
ne’ cencinquanta anni della dominazione spagnuola in Lombardia si
mutarono trentasei governatori. Arrivando, mettevano fuori una grida
generale che confermava quelle degli antecessori o le modificava, alla
rinfusa comprendendovi provvedimenti religiosi, economici, giudiziarj,
sanitarj, d’annona e di moneta; di tempo in tempo ne pubblicavano
poi altre sopra oggetti particolarissimi, sprovveduti d’ogni vista
comprensiva. Duole il riflettere che erano stese da nostri; sicchè
quella tradizione di abusi era imputabile ancor meno allo straniero che
ai paesani.

Il segretario di Stato Arosteghi diceva: — In tempo di guerra io
vorrei essere piuttosto governator di Milano che re di Spagna, perchè
questo governa colle consulte e i consigli, mentre la condotta della
guerra dipende dall’assoluto arbitrio del governatore»[41]. L’interesse
portava dunque a perpetuarle; e tanto meglio vi riuscivano, in quanto
soltanto per esse la Spagna poteva soddisfare al suo farnetico di
mostrarsi la prima nazione del mondo.

Il Milanese, «corpo grosso mezzo scorticato, carco di vespe»[42],
comprendeva l’antico ducato, il principato di Pavia, i contadi di
Cremona, Alessandria, Tortona, Como, Novara, Vigevano, Lodi, Bobbio,
con un milione seicentomila abitanti, toccando agli Svizzeri, ai
Genovesi, ai Veneziani. Don Ferrante Gonzaga, italiano de’ più
spagnolizzati e dispotici, fu detto nuovo fondatore di Milano
perchè, postovi governatore da Carlo V (1547), ne migliorò le vie, e
circondò anche i sobborghi d’una mura di otto miglia, quasi potesse
difendersi una sì gran città in piano, e tanto lautamente guadagnaronvi
gl’intraprenditori, che in riconoscenza fabbricarono a lui una suntuosa
villa.

Per dire alcun che d’altri governatori, e serbandoci a parlare più
a lungo del Fuentes, il Carassena mostrò quanto prendesse a cuore il
pubblico bene col vietare che le donne pubbliche andassero in carrozza:
il Fuensaldagne col proibire di ballar dopo mezzanotte, nè che gli
uomini si mascherassero da donna o viceversa: meglio il conte di Ligne
interdisse il lotto che allora andavasi propagando, «poichè oltre
l’incentivo che porge a molti poveri e vogliosi di migliorar fortuna,
con la speranza del guadagno, di consumar quanto tengono per far
denari d’arrischiare alla sorte d’esso giuoco, è cagione che diversi
ciecamente cadino in sortilegi ed osservazioni superstiziose de’ sogni,
che illaqueano le coscienze con grave e scandalosa offesa di Dio»[43].

Il duca d’Ossuna (1670), diverso e non men funesto di quel che vedremo
figurare a Napoli, entrò con pompa memorabile anche per quel secolo
sfarzoso. Aprivano la processione compagnie di cavalieri, la corazza
sul petto, la celata al capo, la pistola in mano: poi cento ronzini,
coperti di panno scarlatto e trine d’oro, portavano gli arredi della
famiglia, e ciascuno, per briglie di seta e d’oro, veniva guidato
da un palafreniere in divisa di scarlatto e d’oro, e pennacchio al
cappello: egualmente bardati erano i destrieri del duca, cui seguivano
i carabinieri in bell’arnese, ed in più bello i gentiluomini milanesi,
fiancheggiati da molti palafrenieri. Comparivano poi tre carrozze
del duca, col carro e le ruote intagliati squisitamente, il legno
tutto dorato, e grossi chiodi d’oro nella prima, dov’erano la moglie
e le figlie, d’argento nelle altre: dentro non si vedeva che oro. Il
duca cavalcava tra la prima carrozza ed una fila di guardie svizzere,
seguito da lancieri ed altri soldati.

Per bastare a tal lusso e a quello che sfoggiò nella Corte, rubava,
vendeva le cariche, ed allorchè partì, lasciò all’erario grossi debiti,
mentr’egli per regali ammassò ben cinquecentomila oncie d’argento.
Il conte Trotti per essere eletto generale gli diede ottantamila
scudi di Genova. Avendo un servo di esso duca percosso un cagnuolo
della principessa Trivulzio, i costei servi uccisero l’offensore: il
duca mandò il capitano di giustizia ad arrestare i delinquenti; ma
la padrona, che era spagnuola, spedisce a Madrid a querelarsi della
violata immunità di sua casa; viene rescritto che i prigionieri vi
sieno ricondotti, e il capitano vada a chiedere scusa d’aver osato in
una casa nobile arrestare omicidi. Delle frequenti pasquinate che gli
si lanciavano non potendo il governatore altrimenti scoprir l’autore,
ricorse ad un negromante; che divisati i suoi pentacoli, chiamò
colpevole di ciò un tal frate; un frate per buona sorte; talchè, non
potendo essere punito dal fôro secolare, fu soltanto esigliato.

Dibattendosi la clamorosa controversia teologica sull’immacolata
concezione di Maria, il duca d’Ossuna invita i decurioni comaschi a
celebrarla con solenne messa, dove giurassero credere a quel mistero
(1672), ed essere pronti a sostenerlo d’ogni lor forza. Che che dovesse
parere di questo modo di risolvere dispute inestricabili, vennero
essi fra gran concorso nel loro duomo; ma ecco i canonici mettono in
campo i loro privilegi, e ricusano dar i cuscini da inginocchiarsi ai
devoti padri della patria, nè il celebrante vuole scendere dal _Sancta
Sanctorum_ per ricevere il giuramento, onde una lite nuova nasce dal
voler sopire la vecchia; l’Ossuna sgrida gli uni, sgrida gli altri;
chiama a Milano i più stretti parenti de’ canonici e li tiene prigioni:
argomento risolutivo de’ più consueti.

Avendo egli tenuto una volta circolo e ragunata la principale nobiltà,
parve strano e scandoloso; talmente era consueto il restar isolati.
Ma il governatore Vaudemont, testa francese, introdusse di raccorne
spesso a Corte; e i giardini della Bellingera, poco fuori di Porta
Renza, videro le scene di quelli d’Armida. Allora le donne cominciarono
ad essere riammesse ai circoli: ma poichè si era voluto ripararne i
costumi colla guardia gelosa, anzichè coll’educazione e colla virtù,
ben presto dalla selvatichezza si fece tragitto al libertinaggio; alla
gelosia che rendea feroci i nobili, fu sostituito il cicisbeismo che li
rese ridicoli.

Luigi XII, conquistato il Milanese, v’aveva istituito un senato,
a similitudine del parlamento di Parigi, composto d’un presidente,
quattordici giureconsulti, sette segretarj, tolti uno da ciascuna
provincia. Tribunale supremo e custode della legge, avea diritto
d’interinare le costituzioni e le grazie del principe, esaminando se
nulla contenessero di repugnante alla giustizia e alle consuetudini;
e fin tre volte potea respingerle, dopo di che sorpassavasi
all’opposizione, e vi si dava vigore. Era dunque una rappresentanza
nazionale, ma la componeano legisti che, avendo propugnato la
supremazia assoluta della Corona onde abbattere il feudalismo, or
non sapeano che obbedire; mascheravano il despotismo sotto la vanità
delle loro forme, subordinavano la libertà alle proprie pretensioni; e
invece d’impacciarsi ad impugnarne il diritto, delle loro rimostranze
la corona non tenea conto. Gli antichi statuti della repubblica e
dei duchi erano stati raccolti da Lodovico Sforza, compiuti da Carlo
V che li pubblicò col nome di _Nuove costituzioni_, modificati al
novello ordine di cose; ma il senato poteva togliere e dare qualunque
disposizione anche contro di quelli: esorbitante autorità, che colla
supremazia sulla giustizia dava al presidente del senato un’importanza
smisurata e una via ad ingenti guadagni. Restavano dunque incerti i
principj del governo quanto i diritti e gli interessi dei privati; e
tutto procedea per abusi, che spesso correggevansi un l’altro.

Milano era amministrata da un consiglio de’ primarj nobili,
indipendente dal re, col quale trattava per via d’ambasciadori; il
vicario di provvisione esercitava anche qualche parte di giurisdizione,
di polizia, e fin di legislazione, la qual facoltà era molto
sbricciolata. Formavansi così due governi paralleli; e il comunale
sarebbe bastato a reprimere gli arbitrj del regio, se, dopo ristretta
tutta la vita comune negli affari municipali, i suoi membri vi avessero
spiegato coraggio e cercata importanza, anzichè ambire distinzioni,
cariche, e quel lustro che vien dalla vicinanza al trono.

Pur le tradizioni d’autorità, di bontà e beneficenza signorile, di
docilità e riverenza popolare avrebbero potuto conservare in fiore
il paese, se non lo avesse disanguato il fisco, con gravezze sempre
crescenti, in vista della cassa militare non del ben pubblico, e che,
poste con insensatezza pari alla cupidità, essiccavano le fonti della
prosperità pubblica, punivano l’industria, scoraggiavano l’agricoltura,
e si può dire fossero causa di tutti gli errori, e le miserie d’allora.

Secondo le costituzioni di Carlo V, per nessun titolo doveano alienarsi
regalie ed effetti camerali; e al contrario, già sotto di lui le varie
entrate si appaltavano o vendevano, poi si mettea mano sui frutti
assegnatine ai compratori; indi creavasene a bella posta di nuove,
per venderle; vendevasi l’esazione dei donativi futuri, giacchè i
donativi erano la forma consueta delle imposizioni straordinarie. Ogni
minimo bracciante sopportava la taglia fin di venti scudi; su ogni
consumo, su ogni produzione pesavano balzelli esorbitanti. Dal 1620
al 30 s’inventarono dieci dazj nuovi; e «non v’ha casa nè cosa che sia
libera da qualche carico; non v’è cosa sì minima e vile, appartenente
al vitto, vestito ed abitazione, che sia libera da gravezze ed
imposte.»[44]; dal 1610 al 50 lo Stato pagò più di ducensessanta
milioni di scudi d’oro, cioè da milleducento milioni di franchi; infine
le taglie sorpassavano il ricavo de’ beni, e Milano, che incassava
per un milione e mezzo di lire, dovea pagarne due milioni e centomila,
sicchè ridusse gl’interessi al due per cento e pagava in cedole.

I Comuni che prima erano liberi, cioè regj, venivano per prezzo
infeudati a qualche signore, poi s’inducevano a comprare il riscatto,
ma ben presto infeudavansi di nuovo. Si riteneano le paghe delle
milizie e de’ magistrati, che erano costretti rifarsi sul vulgo o
sui postulanti; obbligavansi i negozianti ad imprestiti; i decurioni
doveano rispondere per debiti de’ Comuni; si gravavano le persone
e i beni de’ forestieri, si espilavano le banche pubbliche, fatte
con depositi privati[45]. Alfine i debiti si accumularono a segno,
che nel 1671 si dichiarò il pubblico fallimento. Smunto il capitale
riproduttivo, le manifatture si smisero, la campagna restò incolta,
i Comuni affogati nei debiti, ogni momento lamentanze al lontano
monarca, che non le ascoltava. I molti ozianti e i privilegiati doveano
vivere sulle fatiche de’ pochi operosi; quindi parziali scarsezze di
grani, che la difficoltà di comunicazioni trasformava in carestie: i
ricchi non aveano di che dotar le figlie e adempiere ai legati pii;
atterravano le case per non doverne le taglie, o le lasciavano vendere
all’asta dai creditori.

Non crediate che il denaro passasse in Ispagna: che bisogno ne aveva
essa, cui l’America tributava ogn’anno diciotto milioni d’oro? Bensì
sperdeasi nell’ingordigia degli appaltatori delle pubbliche gravezze,
i quali con inesorabilità smungeano il povero, e accumulavano ingenti
fortune collo spropriare i debitori del fisco; governatori e magistrati
non voleano aver gettata indarno la bella occasione d’arricchirsi
onde si diceva che i ministri regj in Sicilia rosicchiavano, a Napoli
mangiavano, a Milano divoravano; inoltre occorrevano ingenti somme ad
alimentar le guerre in Italia, compiacenza de’ governatori e grandigia
della Spagna.

Quell’arbitrio legale che storna la ragione e ammusola il senso comune
davanti all’interesse del Governo o d’alcuni privati, volendo di tutto
impacciarsi, col titolo di protezione estinse quella libertà che è
vita del commercio; aggravava le tasse sulle materie prime, proibiva
l’asportazione non solo del grano, ma fin della seta e del panno;
or vietava le pecore, perchè non incarisse il fieno con danno del
servizio di sua maestà; or di mercatare coi Francesi perchè cattivi
cristiani; infinite prammatiche legavano ciascun’arte in maestranze,
ciascuna maestranza a mille minute prescrizioni ed ordini e divieti;
il tessitore non unisse il cotone colla lana; il mercante di panno non
tenesse anche stoffe di filo; e poi bollare, registrare, sindacare; e
tutto con comminatoria di sferza, corda, prigione, delle pene insomma
che i ladri cansavano. Nel 1588 si proibì di portare le sete fuor
di Stato, sperando si convertirebbero in stoffe nel paese; e invece
ne restò scoraggiata la coltura. Un grave dazio sull’indaco mandò in
rovina i tintori. Una grida del 1655, che pute dell’odierno socialismo,
obbligava i negozianti a dar lavoro agli operaj, pena tre tratti di
corda e ducento scudi d’oro.

In ragione dell’importanza e delle paure popolari, moltiplicavansi i
provvedimenti intorno alle granaglie e agli altri viveri. Invece di
moltiplicare i venditori e scemar le distanze, se ne voleano pochi e
collocati in certi luoghi: i mugnaj non ardiscano di scaricare i muli
nelle strade, nè sedere sui sacchi; facciano bollare ciascun mulo; non
ritengano in casa crivello o buratto: gli osti non comprino vino se
non quindici miglia lungi da Milano; nè se ne porti fuor di Stato senza
consenso del governatore; nè si venda sui canti delle vie, ma solo in
piazza del Duomo e in Broletto; e i facchini e _brentadori_ non osino,
durante i contratti, «nè accennare, nè far gesti, nè ricever denaro
per onoranza o malosso, nè avvicinarsi alle bonze per dodici braccia».
Non si possa tener pesci nè polli sul ghiaccio, perchè, «sebben paja
che si conservino, ad ogni modo perdono della bontà loro». Obbligati
i proprietarj a notificare il ricolto (stando a quelle notificazioni,
non sarebbesi mai mietuto tanto da vivere sei mesi): proibito il farne
prezzo sinchè non fosse segato e battuto: ci andava la vita a portarne
fuor di Stato: empire ogn’anno con puerile previdenza i granaj a spese
pubbliche: il frumento, comparso una volta sul mercato, non potesse più
partirne se non venduto, il che obbligava a finte vendite: i fornaj non
negoziassero di grano; andassero almeno dodici miglia di là da Milano
a provvederne, nè più di quindici moggia per volta: i conduttori delle
biade non andassero più di sei insieme: mille scudi di pena al fornajo
che vendesse pane ad un possidente: — regolamenti tutti che, crescendo
le angherie intisichivano il traffico. Ai quali se aggiungete gli abusi
del vendere a grosso mercato la licenza di cuocer pane e quella di
farlo calante un’oncia dal giusto peso; del volere i governatori o i
comandanti di certe piazze esser soli a commerciar di frumenti, vi farà
maraviglia che le carestie non fossero perpetue.

La moltiplicità e improvvidezza rendeva tali prammatiche inosservate,
poichè l’uomo vessato ricorre a sotterfugi, a finzioni dove la lealtà
non vale, a guadagni illeciti ove gli onesti sono turbati; e come
sempre, gl’insensati ordini generavano l’immoralità e il delitto.
Che più? lo comandavano; e per reprimere il contrabbando, che è
l’inevitabile correzione alle assurde leggi di finanza, il governatore
prometteva di poter liberare un bandito per qualsivoglia causa,
ancora capitale, a chi prendesse e consegnasse un contrabbandiere o
lo ammazzasse in flagrante, «cioè trovandolo a condurre grani fuori
dello Stato, mentre non sia meno di stara quattro». Se non che la
legge stessa ci assicura pomposamente, che non erano osservati questi
ordini; che «nè pene nè provvisioni servono a frenare lo sfroso; che i
commissarj se l’intendono coi contrabbandieri».

Conseguenza fu il deperire la popolazione, le manifatture, il commercio
d’economia, l’agricoltura per mancanza di scorte e di capitali. La
sola piazza di Milano nel 1580 facea contratti per trenta milioni;
la filatura dell’oro e dell’argento vi dava un utile di ottocentomila
lire; di tre milioni le stoffe di seta, di ottantamila l’argenteria.
Ma dal 1616 al 24 in Milano mancarono ventiquattromila operaj; le
sessanta fabbriche di panno furon ridotte a quindici. Mentre nel 1611
a Cremona trecencinquanta mercanti pagarono di tassa lire duemila
quattrocencinquantuna, nel 48 erano ridotti a quarantaquattro, non
in grado di darne seicentosessantuna; e la sua popolazione, di
quarantaseimila teste ch’erano nel 1584, nel 1669 giungeva solo
a tredicimila: le ventimila di Casalmaggiore a seimila e cento:
trentamila pertiche di terreno lasciato alle inondazioni del Po;
forse più a quelle dell’Oglio, del Serio, dell’Adda. E tutte le città
potrebbero offrirci quadro somiglievole; sicchè nel 1668 il senato
rimostrava al trono come fosse «interrotta la coltura de’ campi; gli
abitanti, senza speme di meglio, profughi agli stranieri; la mercatura
snervata dalle ingenti gabelle; Pavia, Alessandria, Tortona, Vigevano
fatte un tristissimo deserto, vaste ruine d’edifizj; e il pane, fin
il pane mancare ai contadini». V’accorgete che quel governo lasciava
almeno la libertà del lamentarsi, e di fatto si stamparono moltissimi
e consulti e ragguagli e grossi volumi a rivelar piaghe, alle quali non
si pensava poi a rimediare o non si sapeva come.

Quando, il 30 marzo 1631, Filippo IV chiese come tornar in fiore lo
Stato, i nostri risposero ch’era d’uopo: 1º dar dall’erario le paghe
ai soldati; 2º ridurre l’interesse dei debiti pubblici; 3º togliere
ai creditori de’ pubblici l’azion solidale per la quale potevano
sequestrare i beni d’un qualunque individuo della comunità debitrice;
4º far concorrere ai pesi gli ecclesiastici; 5º adequare i carichi
sproporzionati. Anche questi erano provvedimenti, e gli Spagnuoli
s’accontentarono di sentirli: ma voi vedete che accennavano ai soli
danni immediati: delle buone leggi, del togliere i vincoli e gli
arbitrj, dell’assicurare le proprietà, del render pubbliche le tariffe,
neppur una parola.

La legge mancava de’ suoi primarj elementi, uniformità e sicurezza
d’applicazione, essendone eccettuati ora i militari, ora i preti, ora i
nobili, ora i membri d’alcune corporazioni, ora gl’impiegati di Corte;
ad alcuni pesi rimanevano sottoposti i contadini, non i cittadini, ad
alcuni il forestiero non il naturale, ad alcuni l’abitatore soltanto
del tal paese; v’avea luoghi dove l’ammogliato pagava diverso dal
nubile o dal vedovo, il massajo dal capocasa e dai famigli; l’imposta
si misurava ove dal sale, ove dai cavalli d’alloggio; talvolta i vivi
doveano contribuire pei morti, i presenti pei fuggiti. Prestabilito
che siano allo Stato più utili gli abitanti delle città che non i
campagnuoli moltissimi favori serbavansi a quelli, metà del grano
raccolto dovea portarsi in città, e quello presentatovi una volta sul
mercato non si potea più ritirare. I gran signori pretendevano immune
la propria casa e il contorno di essa, e fin i luoghi e le botteghe
dove esponessero il proprio stemma; lo pretendevano tanto più gli
ecclesiastici; e non solo le persone e le case loro e le chiese coi
sagrati, ma volean salvo dalla giustizia secolare e dalla finanza fin
chi andasse a braccio con loro; anzi Federico Borromeo avea proposto di
sottomettere al fôro ecclesiastico tutti i membri delle confraternite,
il che avrebbe sottratta al braccio secolare l’intera popolazione.

Al tempo dell’arcivescovo Litta, un sicario presso San Giorgio in
Palazzo uccise il cavaliero Uberto dell’Otta; e preso, non potè dire
da chi fosse incaricato de! colpo, perchè il commitente che l’avea
menato dal Bergamasco, eragli ignoto ed era fuggito. Si sospettò d’un
Landriani, allora in lite col dell’Otta, il quale inseguito fuggì in
chiesa di San Nazzaro: ma per ordine del governatore fu strappato
di là, anzi dall’altare. Allora il Litta a lamentare la violata
immunità; non ascoltato, minacciò interdetti, e fece intimare un primo
monitorio, poi un secondo senza effetto; il terzo fu stracciato dagli
alabardieri, e ferito il prete che lo portava. S’invelenisce dunque la
cosa: il governatore Ponce de Leon minaccia far appiccare il Landriani
alla porta dell’arcivescovo s’egli fulmina la scomunica: infine il
presidente Arese si mette di mezzo, mitiga di qua, di là; ma a poco
riusciva, quand’ecco alla corte del governatore si presenta una gran
dama in un tiro a sei, e al governatore dichiara aver ella stessa fatto
uccidere il cavaliere per un insulto avutone, e si ritira; sicchè il
Landriani fu rilasciato.

La nobiltà, adottato il fasto spagnolesco, credette avvilimento
l’occuparsi dei traffici, onde ne ritirò i capitali per investirli
in beni sodi, incatenava le sostanze in maggioraschi e fedecommessi,
e circondata di superbia e di privilegi, o eludeva con questi la
giustizia, o l’affrontava a viso aperto. Tolta la vita comune,
meriterebbe studio la storia delle famiglie, che, a differenza d’oggi,
erano ancora qualche cosa nello Stato. L’autorità attribuita dalla
costituzione comunale, gli estesissimi poteri del senato, l’arbitrario
riparto delle gravezze, davan modo ad alcune d’arricchire; le quali
poi prendendo appalti, facendo prestiti, comprando regalìe, venivano
a impinguare smisuratamente. Le leggi sulle primogeniture e i
fidecommessi impedivano lo spezzarsi di tali fortune: la vanità di dar
lustro alla famiglia induceva i collaterali a cumular le fortune sopra
un figlio solo. Così i nobili vennero a formare una specie di dominio
sul popolo, il quale consideravasi suddito ad essi piuttosto che al re;
ed avrebbero potuto facilmente mutar lo stato, se di quella condizione
non avessero tratto tanto profitto, da non desiderare di cangiarla.

L’uso non permettendo d’impiegare gl’ingenti capitali nel commercio,
doveansi erogar in lusso e fabbriche e splendori principeschi; orpello
sulla loro nullità. Tutti voleano abitar riccamente, villeggiare
suntuosamente, arricchire la propria parrocchiale e le cappelle avite
o i sepolcri; e profondeano in beneficenze, per le quali rimangono
benedetti fin ad oggi. Molti dei letterati, moltissimi de’ prelati
erano di famiglie principali; i più studiavano di legge per patrocinare
gratuitamente e farsi scala alle magistrature; altri attendevano alla
medicina, il cui esercizio fu dimostrato con lunghi e serj trattati non
degradare dalla nobiltà. Compravano dall’erario paesi e terre, sulle
quali poi erano quasi sovrani, salvo soltanto la superiore giustizia
del senato[46]. Ciascuna famiglia conservava alcune distinzioni
sue proprie, tradizionalmente arrivate dal tempo che lo Stato era
un aggregato di famiglie: per esempio, a Milano i Confalonieri
addestravano l’arcivescovo quando entrasse, e gli portavano il
baldacchino; ai Litta incombeva in quell’occasione fare spazzar le
strade; de’ Serbelloni dovea uno aver parte a tutte le ambascerie, e
andar incontro al governatore fino a Genova, portavano lo stemma della
città, e davano doppio voto nel Consiglio de’ sessanta; i Pusterla
possedeano trentacinque ville, e in città un quartiere intero. Gian
Pietro Carcano lasciò morendo un bambino di tre anni, e dei diciotto
che gli mancavano a uscir di pupillo, volle che le rendite andassero
per un terzo alla fabbrica del Duomo, uno allo spedale di Milano, uno
in istituzioni pie: e la sola parte che toccò allo spedale bastò a
fabbricare il gran cortile e le sale che vi rispondono. Bartolomeo
Arese, presidente e figlio d’un presidente del senato, possedeva
forse un ottavo della Lombardia, e dopo fabbricato palazzi e ville e
chiese e monasteri, lasciò di che arricchire le due famiglie Litta e
Borromeo[47]. Uno di questi ultimi tramutava un nudo scoglio del lago
Maggiore nella deliziosissima Isola Madre, opera da re.

Ma non era una nobiltà d’antica giurisdizione, sibbene costituita
su brevetti regj, e perciò impotente contro il sovrano; e la sua
ingerenza riducevasi a raccomandazioni, appoggi di parentela e di
clienti, assistenza di corpi e di denaro. Quelli che non si buttavano
in chiassosa rivolta contro la legge, empivano la vita con puntigli
d’onore, di cerimonie, di comparse, e spuntar un impegno, e vendette
calcolate ed ereditarie, e protezione a ribaldi. Perchè il lustro
domestico non si eclissasse, nella propria famiglia rendeansi tiranni
condannando i figliuoli ai chiostri o ad una povera e indecorosa
dipendenza, acciocchè il primogenito potesse grandeggiare. E
perchè a ciò mancavano altre occasioni, e la stima misuravasi dalle
spese, si ostentava un lusso stranamente repugnante colla pubblica
miseria; e cocchi, e torme di servi, e sfarzose villeggiature, e
caccie strepitose, e imitazioni di Corte attestavano la distanza
del nobile dalla plebe[48]. Il signore per quel lusso, per un
errore, per un evento straordinario scarmigliava i suoi affari? non
poteva racconciarli col vendere una parte della sostanza, giacchè
era legata in primogenitura e fedecommessi; onde dovea intaccar il
capitale circolante, e spogliar i campi delle scorte necessarie, o
in casa sottigliare sulle prime necessità, producendo quel misto di
magnificenza e di lesineria, che è carattere di quell’età.

Altri valeansi dell’accidia del Governo per insolentire sovra la
miserabile plebe, e cinti da uno stuolo di bravi, entro un castello
sorgente in mezzo alle loro possessioni, o fra i monti, s’un fiume, a
cavalcione del confine, viveano come piccoli principi, tratto tratto
venendo a battaglie col prepotente contiguo, più spesso concertandosi
seco per la reciproca sicurezza, e per meglio tiranneggiare i vicini
e sbravare l’autorità, in onta della quale talvolta assalivano i
ministri, rapivano i podestà, bastonavano gli sgherri, traversavano a
suon di trombe le città. In queste ciascun palazzo era un fortalizio,
e protetto dal diritto d’asilo, da robuste porte, da servi; ricoverava
non solo il facinoroso padrone, ma i suoi aderenti e quella clientela
di bravacci. Chiassose gride riboccano d’intimazioni contro persone
anche di gran famiglia; i Martinenghi di Brescia, i Visconti di
Bregnano, i Benzoni di Crema, i Seccoborella di Vimercato, i Barbiano
di Belgiojoso, i conti di Parco, i Torello, i Tiene, un marchese
Malaspina, un marchese Spigno, i cavalieri Cotica e Lampugnani, ed
altri illustri che esercitavano in scelleraggini il valore a cui erano
mancate migliori occasioni.

Coll’indossare la loro livrea e prestargli il braccio, alcuni
malfattori assicuravansi l’impunità; altri armati da capo a piede, con
folti ciuffi, spettacolose barbe, scorreano il contado taglieggiando,
invadeano fin le borgate. Il Governo gl’indicava a centinaja alla
privata vendetta, eccitando i singoli cittadini ad assalirli, ucciderli
e così meritare un premio: ma la ripetizione delle minacce ne attesta
l’inutilità; mentre la vicinanza de’ confini forestieri dava ai
banditi agevolezza di scampo. Crebbero dunque sempre più di numero e
di baldanza, tantochè nel 1663 fu permesso ad ognun di tener fucili per
arrestarli, promesso trecento scudi a chi ne ammazzasse uno; s’istituì
contro di essi la guardia urbana; si posero sentinelle sui campanili
per annunziare il loro accostarsi: «eppure ogni giorno, anzi ogni ora
s’intendeva di costoro omicidj, svaligiamenti, rubamenti di case,
secrilegi, violenze, non pur nelle ville e luoghi aperti, ma nella
città ancora; e tanto più si confidano a tanti misfatti, perchè sicuri
d’essere ajutati da’ capi e fautori loro, e che mediante le astuzie che
usano, e le pratiche e intelligenze che professano aver coi notari,
bargelli, birri, sperano debbano i delitti rimanere occulti, ed essi
impuniti»[49].

Eppure v’avea molti soldati: ma questi erano un nuovo flagello del
paese, a difendere il quale erano inetti; alloggiati per le case,
malmenavano rubando e violando; spesso non ricevendo le paghe, se
ne rifaceano sui tranquilli abitanti; sperperavano il paese o alla
cheta coll’esigere braccia, carri, foraggi, o dandosi baldanzosamente
a saccheggiarlo. Finita che fu la guerra del Piemonte, molti corpi
spagnuoli licenziati si ritirarono nel contado del Seprio e sul
territorio di Gallarate, vivendo di ruba, assalendo le terre, e tenendo
Milano in lunga angustia, finchè s’impose una taglia di centomila
scudi, mediante la quale essi contentaronsi di venir innestati alle
guarnigioni imperiali. Contro di loro il governatore Leganes diede un
bando severissimo[50], ma inefficace, poichè egli stesso, dieci mesi
dipoi, ne discorre di «doglianze che da tutte le parti dello Stato ogni
giorno gli vengono fatte»; e i suoi successori replicano tratto tratto
la formola stessa, a provarci in che conto si dovessero tenere le
milizie d’allora.

Fra tali elementi chi non soverchiasse dovea vedersi soverchiato da
moltiplici tiranni; non si potea evitar la violenza che coll’usarla,
non gli oltraggi che col commetterne. Gli animi erano resi selvaggi
e ferini dallo spettacolo della tortura, che su per le piazze
continuamente applicavasi, anche per correzione e da minori magistrati;
dai frequenti supplizj della fustigazione, del tanagliamento, della
mutilazione, della forca, del fuoco, esacerbati ad arbitrio del
giudice, e perfin del carnefice.

Era naturale che gli studj deperissero. «Quasi (dice il Ripamonti) tra
sè facessero a pugni le lettere e la santità della religione, erasi
dismesso il buon latino; senz’arte d’umanità, uno squallido gergo
offuscava le scienze, solo dirette al vil guadagno ed all’ambizione.
Cittadini e nobili non coltivavano più le pulite lettere: alle leggi e
al diritto davasi mano unicamente per conseguire magistrati, ricchezze,
comandi: ed i volumi de’ giureconsulti, siccome colle molteplici leggi
turbarono ed impacciarono il genere umano, così sbandirono il buon
sapore della latinità, nelle epistole e nelle magnifiche risposte
nulla tenendo di decoroso e d’antico: peggio i medici. Non v’avea
trattenimenti od accademie da occupar pubblicamente tanto popolo e
clero: licei della gioventù civettina erano le piazze, le pancacce, le
botteghe, frivoli giuochi, cavalcate, altri elementi della pigrizia.
Tra la quiete avvezzandosi a delicature e comodi, l’ozio e l’inerzia
debellavano chi debellò eserciti potentissimi: i cittadini nostri non
solo avendo cumulati e cresciuti, ma anche inventati nuovi piaceri
fra la lunga pace, fiacchissimi traevano l’età, dimentichi del sapere
e della via stretta che mena alla salute. La plebe poi, restìa ai
precetti del vero, accorreva sempre là ove fossero guadagno, giuochi,
azzardi, balli, tripudj, principalmente ne’ dì festivi. I prepotenti
nobili, la gioventù loro futura erede, intendevano l’animo alle
ricchezze, ed a quelle cose tra cui si sciupano le ricchezze e si
volgono in vizj la fortuna e l’alto animo; onde nimicizie e uccisioni.
I cherici, dati al mercatare ed alle donne; alcuni armati, i più
semitogati, socj e ministri de’ laici, e partecipi dei peccatori, anzi
maestri di peccato, trascurando i tempj e le sacre cose, e facendo tali
opere, che il tacerle è bello»[51].

Così sventure ignote alla storia straziavano ciascuno in seno alla
propria famiglia, abjettivano il sentimento, spegnevano ogni magnanima
risoluzione. Quindi la crudele ignoranza e la ricca indolenza;
quindi i nobili tiranneggiati e tiranni a vicenda; quindi viltà negli
scrittori, tra la noja de’ quali non appare generosa opposizione agli
ingiusti voleri; nessuna premura di rammentare ai posteri come, prima
la nazione, poi l’individuo patisse senza colpa e senza vendetta. La
plebe poi, sentenziata all’ignoranza, al bisogno, all’improba fatica, e
in conseguenza alle colpe, precipitavasi a subugli, non per verun alto
fine, ma per avere a miglior patto il pane, meno ingorde le gabelle.

Ne’ paesi governati a repubblica, le classi erano state uguagliate
per modo, che niuna rimase privilegiata se non per concessioni regie,
le quali poteansi abolire col diritto onde erano state concedute. Ne’
paesi invece di governo regio, que’ privilegi di corpo si saldarono,
perchè derivati dall’indole stessa del popolo e dalla sua storia. Di
qui gran differenza tra la Lombardia e il regno di Napoli, dove Carlo
V non avea distrutto gli ordini d’antica derivazione, l’importanza
de’ tribunali, le grandi dignità della corona. Per amministrarlo in
tanta distanza dalla capitale, vi si mandavan dei vicerè, de’ quali è
quasi tipo don Pedro Alvarez di Toledo (1532-53), padre del famoso duca
d’Alba. Spagnuolo nel fondo dell’anima, tale avrebbe bramato ridurre
l’Italia, e delle ruine di questa costruire una provincia spagnuola.
Rassettò il reame da quarant’anni di scompigli, attendendo soprattutto
a reprimere le violenze private, e sistemare la giustizia. Col voler
vedere tutto e a tutti dare udienza, tolse ai subalterni la baldanza
dell’impunità; levò le armi dalle case; represse i conflitti e i
frequenti ratti, morte intimando pel furto notturno, pel duello, per
chi dopo le due di notte fosse trovato con armi, per chi usasse scale
di corda; onde intrighi amorosi menarono al patibolo; morte a chi due
volte spergiurasse. Una volta decretò che tutta Napoli mangiasse pane
fatto di tuberi di pamporcino, poi sospese dicendo aver voluto sol
farne prova per un’occorrenza. Abbattè lo scoglio di Chiatamone, e i
portici e le trabacche delle vie, tane d’assassini e di prostitute;
queste raccolse in prefissi luoghi; represse i _vendemmiatori_, che in
autunno andavano dicendo insolenze o disonestà a chi incontrassero[52];
le _ciambellerie_ che frastornavano le prime sere delle vedove
rimaritate, come gli schiamazzanti piagnistei delle esequie. Gli
Ebrei, quivi accorsi viepiù dopo cacciati di Spagna, egli espulse per
condiscendere a coloro a’ cui interessi nocevano; e perchè allora
crebbero gli usuraj, pensò ripararvi istituendo il Monte di Pietà.
Procurò buona moneta e proibì di portarne fuori del regno: per bastare
all’avida guerra, riordinò la regia camera. Volle i preti usassero
sempre abiti ecclesiastici; portandosi il viatico s’uscisse con pallio
e torchi, ed egli stesso colla Corte l’accompagnava spesso.

Per renderla degna metropoli, cinse Napoli di nuove mura, ingrandendola
di due terzi col racchiuder parte del monte Sant’Elmo secondo i nuovi
ingegni militari, e con una cisterna che eguagliava la Piscina Mirabile
di Baja; aperse la via Toledo, ampliò l’arsenale, condusse fontane,
istituì lo spedale e la chiesa di San Giacomo apostolo, ove preparossi
il sepolcro per opera di Giovanni di Nola, il migliore scalpello
d’allora; sanò le paludi che infestavano Terra di Lavoro, con un fondo
per conservarne lo smaltitojo. Difese le coste dai Turchi con fortini,
con baluardi le città, sicchè la gente cessò di affluir a Napoli e
lasciar deserta la campagna; altri munimenti pose negli Abruzzi e a
Capua; e mentre gli abitanti, sgomentati dai sussulti e dalle ceneri
pioventi, voleano abbandonar Pozzuoli, e’ vi fece strada, palazzo,
torre, fontane, bagni, impedendo così che perisse come Cuma e Baja.

Per tutto ciò e per le guerre ricorrenti dovette gravare i sudditi;
e mentre erasi convenuto con Carlo V che ogni fuoco pagherebbe sol
mezzo ducato, fin due se ne dovettero allora, oltre i donativi. Nel
rendere giustizia non badava ad asili o a privilegi di classe; inviò
al supplizio uomini principali, come il commendatore Pignatelli,
che fidato nelle aderenze, avea fin allora sfidato la giustizia e
punito i querelanti; un conte di Policastro e un Mazzeo Pellegrino
fece decapitare nel largo di Castello, per quanto esorbitanti somme
offrissero; anzi neppur la forca risparmiò a’ nobili; ne fece scannare
da un suo servo tre giovanetti per aver investito birri che arrestavano
un povero; mandò soldati che la figliuola del principe Stigliano,
fidanzata a suo figlio[53], levassero dal monastero ov’era rifuggita;
e un ambasciadore ebbe a scrivere che ottantamila persone perissero per
man del boja, lui viceregnando.

L’eletto del popolo, il quale richiesto dall’imperatore sulla
condizione de’ Napoletani rispose che, per tenerli contenti, bisognava
procurare abbondanza senza angarìe, e che ciascun mangi al piatto suo
colla debita giustizia, e che si togliessero le nuove gabelle messe
dal vicerè, fu deposto. Il marchese Del Vasto, il principe di Salerno
e molti baroni decretarono a Carlo V l’inaudito dono di un milione e
mezzo di ducati, affinchè rimovesse il Toledo: ma ciò valse a saldarne
l’autorità, che tenne per vent’anni, finchè, nell’imprendere la guerra
contro Siena, morì.

Fu imitato dai vicerè successivi[54] nel moltiplicare opere edilizie.
Il duca d’Alcala (1559-71) aperse la via da Napoli a Reggio, alla
Puglia, a Pozzuoli; e nella capitale quella da porta Capuana a Poggio
reale ed a Capua, e la fontana del Molo coi quattro fiumi; i ponti
della Cava, di Fusàro, del Lagno, di Rialto, di Sant’Andrea. La porta
Pimentella in città e il forte Pimentello all’isola d’Elba, la porta e
la fontana Medina e il palazzo a Posilipo, ricordano il nome d’altri
vicerè. Il ponte di Pizzofalcone è dovuto al marchese di Monterey.
Il conte d’Olivares fece granaj e acquedotti, il conte di Lemos il
palazzo reale, suo figlio quel degli studj, sempre coll’opera di
Domenico Fontana, s’aprì con solennità straordinaria quell’Università,
con statuti e insegne, e che le cattedre si conferissero per concorso
e disputa. E tutti i vicerè furono insigni nella prudenza civile, di
tutti le prammatiche sono quel più savie che si potesse aspettare,
tutti distrussero i giuochi e i banditi, tutti prevennero le carestie,
se crediamo al Giannone anzichè ai fatti.

Essi doveano in certi casi aver il parere d’un consiglio collaterale
di giurisperiti, tre spagnuoli e otto italiani, con un segretario
di Stato; e poichè in questo consiglio vennero assorbite le antiche
attribuzioni degli uffizj di Stato e di Corte, gli affari tutti
vennero sotto la mano del vicerè. Come gran connestabile egli comandava
all’esercito, avea Corte propria con un gran giustiziere per le cause
criminali, civili, feudali; un grande ammiraglio; un gran camerlingo
sopra le rendite e spese; un gran protonotaro, custode delle regie
scritture, e primo a parlare nelle assemblee; un gran cancelliere
guardasigillo; un gran siniscalco, maestro della real casa, e
soprantendente agli apparati, alle razze di cavalli, alle foreste, alle
caccie.

In conseguenza, il carattere di ciascun vicerè contribuiva grandemente
al pubblico stato, secondo erano guerreschi o pacifici, miti o fieri,
lenti o solerti, progressivi o remoranti. Toccava ad essi proporre ai
varj impieghi, molti de’ quali erano lucrosissimi; occasione di lauti
mercati. Sempre forestieri, e inesperti delle cose nostre, appena
cominciavano impararle riceveano lo scambio, onde diceasi che, dei tre
anni che soleano durare, il primo usavano a far giustizia, il secondo a
far denari, il terzo a far amici per essere confermati.

Secondo la riforma del Toledo, tre erano gli alti tribunali: il sacro
consiglio di Santa Chiara che trattava gli affari in tre istanze,
composto di dieci consiglieri italiani e cinque spagnuoli, uno de’
quali facea da presidente; la corte di Vicaria per le cose criminali,
e per l’appello delle civili; la camera regia per gli affari fiscali.
Seguivano tribunali minori, e vicarj nelle diverse provincie.

De’ pubblici uffizj parte si vendeva, parte era conferita ad
intriganti: Filippo IV metteva in vendita sin il diritto più prezioso,
quello della giustizia «perchè conveniva al suo servigio l’ammassare
il maggior denaro possibile»[55]. A volta a volta di Spagna erano
deputati visitatori, con facoltà estesissime, talora fin indipendenti
dal vicerè; e il popolo reputavasi beato quando li potesse ottenere
forestieri: tanto malfidava dei proprj.

Il parlamento coi tre bracci continuava, come in Sicilia e in Sardegna;
ma il clero fu tenuto umile, e fra gli altri ordini si seminarono
gelosie coi titoli e col fasto, per indebolire l’opposizione.

I quali ordini erano i baroni o feudatarj, i nobili e il popolo. Re
Martino moltissime terre infeudò, che invano volle redimere dappoi;
re Alfonso vendeva e investiva per alimentare la guerra di Napoli;
talchè di mille cinquecencinquanta Comuni, appena centodue rimanevano
demaniali, e qualche barone possedeva sin trecento terre. Gli
Spagnuoli perseverarono nel pessimo sistema, onde nel 1559, di mille
seicendiciannove Comuni, soli cinquantatre appartenevano al dominio
regio, e nell’86 soli sessantasette dei mille novecensettantatre,
non computando i casali e i villaggi sprovvisti di rappresentanza
municipale. Qualche grosso feudo era ricaduto alla Corona, come il
ducato di Bari, dal tempo di Francesco Sforza appartenuto alla famiglia
che dominò Milano, fin alla morte di Bona Sforza regina di Polonia,
che lo lasciò a Filippo II col principato di Rossano: ma ne rimanevano
d’importanti, come il principato di Salerno dei San Severino, quel di
Taranto degli Orsini; i quali possedeano ben quarantaquattro luoghi
negli Abruzzi, trentaquattro i conti di Celano, venticinque quei di
Matera, e molti gli Acquaviva, i Caracciolo, ecc. Erano anche alcuni
feudatarj stranieri, come i Farnesi di Parma principi d’Altamura in
Apulia, e duchi di Civita di Penna negli Abruzzi; i Medici principi
di Capestrano; i Gonzaga principi di Molfetta e duchi d’Ariano; i Cibo
duchi d’Ajello.

Il Governo mal volentieri divideva l’autorità coi feudatarj, tanto più
che recavano ostacolo all’esazione delle imposte, eppure la necessità
di denaro obbligavalo a crearne di nuovi. Carlo V avea permesso ai
Comuni di riscattarsi, e ridursi sotto l’autorità della corona; e
molti il fecero a prezzi enormi, come Amalfi per duecensedicimila
censessanta ducati, per cendodicimila Soma sul Vesuvio: per ciò doveano
far debiti, e per pagarli ipotecavano o i beni comunali o qualche
gabella o infeudavano parte del territorio, sinchè poveri e assediati
si rivendeano, fortunati se cadessero in un buon signore. Lo stesso
Governo talora dava in feudo quelli ai quali avea già venduta la
libertà, se pur non potessero conservarla col pagarla quanto il fisco
avrebbe potuto trarre dal venderli.

Ai baroni competeva il mero e misto imperio, e non solo alle antiche
case, ma a ventisette nuove, poi a molti prelati, che l’indicavano col
tenere la forca piantata. Essi giudicavano pure delle cause civili,
e nominavano i magistrati, avendo così in arbitrio sostanze e vita
dei cittadini. I dipendenti doveano macinare al mulino signorile, e
far pane al suo forno, non vender vino, non viaggiare senza licenza
del feudatario. Il 29 marzo 1536 l’imperatore avea stabilita una
commissione per esaminare senza appello i doveri de’ vassalli: ma le
carte presentate dai Comuni non furon rese che sotto il regno di Murat.

Le grandi cariche per lo più erano ereditarie, o comprate come titolo
nelle famiglie: così erano connestabile un dei Colonna di Paliano; gran
giustiziere uno dei Piccolomini di Amalfi, poi de’ Gonzaga di Molfetta,
infine gli Spinelli di Fuscaldo; grand’ammiraglio i Cardona; camerieri
i d’Avalos e i del Vasto; protonotaro i Doria di Melfi; cancelliere
i Caracciolo d’Avellino; siniscalco i Guevara di Bovino. Nella prima
metà del Seicento moltissimi titoli furono venduti a gran prezzo;
e nel 1675 v’avea cendiciannove principi, cencinquantasei duchi,
censettantatre marchesi, innumerevoli conti. I nuovi nobili erano esosi
ai nobili vecchi che ne rimaneano scassinati. Per ottenere que’ titoli
caricavansi d’imprestiti opprimenti, intentavano processi, eternati dai
troppo famosi causidici, e così tornavano poveri e vanitosi.

Gli abitanti di Napoli erano distinti in nobili e popolo: questo era
partito in ventinove _piazze_, dette anche _ottine_ perchè ciascuna
eleggeva otto cittadini, specie di municipio con un capitano; i
nobili erano distribuiti nei seggi di Nido, Capuana, Montagna, Porto,
Portanuova, forse ai primi due spettando la nobiltà feudale o il
baronaggio, agli altri i semplici nobili. Altri sopravvenuti che non
poteano scivolare fra’ nobili, rimasero col popolo, e lo ajutarono ad
acquistar diritti esso pure e una rappresentanza in urto coi nobili;
i quali spesso sostenevano un punto, unicamente perchè avversato dal
popolo, e viceversa. Ciò interveniva principalmente in occasione
dei donativi al re, coll’abbondar dei quali un ceto compravasi la
benemerenza regia a carico dell’altro: invidie delle quali già aveano
fatto profitto gli Angioini e gli Aragonesi, e continuarono gli
Spagnuoli.

Cinque _eletti_ o sindaci toglievansi fra i baroni, ed uno fra i
cittadini, il quale s’intitolava eccellenza; veniva investito nel
giorno del _Corpus Domini_, e godeva molta autorità; voto pari ai
deputati della nobiltà; rendea ragione in affari di polizia, nominava
i soprantendenti ai dazj, e il notaro della città; e ritraea grande
autorità dal rappresentare tanta popolazione, della quale era il
tribuno, e talvolta il martire. Nella carestia del 1582 il vulgo ne
imputò l’eletto Starace, e trattolo dal letto ove stava infermo, a
insulti lo trucidò. Il vicerè, col trarre a sè il diritto di scegliere
l’eletto fra sei proposti, ridusse servile anche il rappresentante del
popolo. Tutti insieme gli eletti vigilavano sui privilegi che Fernando
il Cattolico e Carlo V aveano conceduti alla città, e che ciascun nuovo
re confermava. Fra’ quali era, che i Napoletani potessero chiamare al
proprio tribunale qualunque regnicolo, mentr’essi non poteano essere
citati fuor del tribunale proprio[56].

Sempre più diminuiti di potenza esterna, i nobili la cercavano nelle
cose municipali, in queste esercitando le gare e gli odj; e passo a
passo i sedili eransi surrogati all’antico parlamento, che i vicerè
più non convocavano se non quando non potessero ottener denaro dai
sedili, unico titolo omai delle convocazioni, e che per conseguenza
bisognava a ogni modo decretare. Raccolto, esponeansi i bisogni della
corona: se rimostravasi come il paese fosse esausto, se ne conveniva,
ma il servizio regio bisognare di quella somma, e non restava che
a cercarne i mezzi, cioè votare una nuova imposta. V’era dunque una
costituzione ma senza garanzia, potendo i vicerè eluderla, e arrestare
i deputati dei sedili e fin gli eletti. Monterey li relegò per sette
anni a Capri perchè aveano spedito alla Corte un ambasciatore a sua
insaputa. Olivares ne fece arrestar due de’ più illustri. Lemos proibì
ai sedili di raccogliersi senza sua special permissione. Benavente,
per guadagnarsi il popolo, avea fissato il pane a sì vil prezzo, che
la municipalità di Napoli dovette compensare i fornaj con duemila
ducati il giorno. Gli fu mandata una deputazione, il cui anziano
Cesare Pignatelli disse: — Se non fosse la letizia per la nascita
dell’infante, noi saremmo comparsi in lutto»; e il vicerè rispose,
non sapeva qual cosa il ritenesse dal gittarlo dalla finestra, e
gl’inflisse l’arresto in casa. Nel 1625 il duca d’Alba impose una
straordinaria tassa di due carlini per fuoco, senza tampoco sentire i
sedili; e sapendo voleano mandare una deputazione al re, chiamolli,
e intimò che, se lo facessero, «taglierebbe loro la testa e se la
metterebbe sotto i piedi». Nel 1638 al duca di Medina si spedirono
frati e donne perchè desse ascolto alla deputazione della città: ma
avendo in questa lo storico Capecelatro parlato francamente, fu punito
in ottocento ducati e otto giorni di arresto, oltre una procedura
criminale che poi fu sopita. Le deputazioni, se potean giungere alla
Corte, bisognava se l’ingrazianissero con qualche grosso donativo, e il
più che ottenessero era lo scambio del vicerè.

Il Monterey, passionato pei drammi, quasi ogni giorno ne volle, or
pubblici, ora in Corte o nelle case de’ nobili; e in teatro l’insolito
comodo d’una loggia unicamente per sè e sua moglie; in ogni solennità
ripeteansi, e principalmente nella notte di Natale «al levarsi da uno
spettacolo andò alla messa, mescolando i santi misteri colle favole
degl’istrioni» (CAPECELATRO). Andando in feluca verso Mergellina e
Posilipo menava seco due portenti di quel tempo, Ciucio Pulcinella
e Ambrogio Bonomo Coviello, attori che traevano alle loro buffonerie
tutta Napoli. Una compagnia spagnuola, venuta a recitare nel 1636 a
spese di lui, costò pel solo viaggio quattro in cinquecento ducati: e
perchè nessuno andava allo spettacolo, il vicerè ordinò che tutti gli
uffiziali e impiegati vi assistessero giornalmente, o si riterrebbe un
tanto sul loro soldo. Talmente s’abbandonò a tal passione, che mandato
poi a guerreggiare in Portogallo, sottraeva la paga ai soldati per
stipendiare commedianti.

Un’altra passione avea, quella de’ quadri; perocchè l’arte di Verre fu
un nuovo erpete del viceregno, volendo gli Spagnuoli arricchire i loro
palazzi di Madrid con capidarte italiani. Il Medina ne tolse quanti
potè alla città, e fra gli altri la Madonna del pesce di Rafaello; e
perchè il priore di San Domenico reclamava, lo fece da cinquanta uomini
a cavallo accompagnare ai confini: levò dalla chiesa stessa un quadro
di Luca di Leyda, da Santa Maria della Santità un Rafaello, un Giulio
Romano dagli Incurabili; compensando colla fontana che porta ancora il
suo nome. Altrettanto usò il Monterey: don Pedro d’Aragona portò via
anche sculture, e avrebbe levato la bella fontana di Domenico d’Auria a
Santa Lucia se i pescatori non si fossero opposti.

La moglie del Monterey era sorella del conte duca d’Olivares, e perciò
sublimando di pretensioni, alle dame ripeteva che a lei bisognava
dirigersi, non al vicerè, chi volesse grazie; e quando una bella dama
impetrò da questo un posto di giudice per suo marito, essa la battè
colle pantofole, giacchè le pantofole non lasciava mai.

Far denaro, era il supremo se non l’unico scopo del Governo. La
tassa de’ fuochi nel 1505 avea versato al fisco 393,517 ducati:
quarantacinque anni dopo ne rendeva 700,000: e dopo altri venticinque,
l’ambasciador veneto la valutava a 1,040,248; sicchè egli ragguagliava
l’entrata del regno a 2,355,000 ducati, cui doveansi aggiungere 600,000
di donativo ordinario, 225,000 pei pascoli della Puglia, 214,500 per
le dogane, 375,252 per la decima del clero. Poi nel 1640 la tassa dei
fuochi era il doppio del 1505.

Carlo V aveva promesso e giurato che nè esso nè i successori
metterebbero gabelle sulle Due Sicilie senza permissione della santa
Sede; se il facessero, autorizzava il popolo a prendere le armi.
Eppure nessun vicerè passò senza imposizioni, sempre più ingorde e
irrazionali. Il Monterey riscosse per quarantaquattro milioni di ducati
in gabelle straordinarie, per levare truppe a servizio del suo re. Il
Medina succedutogli, per quarantasette milioni. Quando gli successe
l’almirante di Castiglia, undici milioni di ducati d’oro assorbiva
il solo interesse delle gabelle, il cui fondo era stato venduto a
novantamila persone, talchè di quell’ingente esazione non un carlino
perveniva all’erario. Egli ne sporse doglianze alla Corte, ma venutogli
in risposta di mandare nuovo denaro, dovette imporre altre tasse per un
milione e centomila ducati, levandole (giacchè più altro non rimaneva)
sopra le pigioni. Tal susurro ne nacque, ch’egli stimò prudenza
sospenderle; ma «i ministri spagnuoli, deridendo la timidità di lui, lo
trattarono da uomo di poco spirito, inabile a governare un convento di
frati» (Giannone), e gli diedero lo scambio.

La coronazione, le fascie d’un neonato, le pianelle della regina,
la spedizione d’Africa, la guerra della Germania, le fortune e le
disfortune erano titoli di donativi; a ciascuno metteasi la condizione
di non aggiunger altro tributo, e subito se n’inventava alcun di nuovo.
Nel 1643, dopo le gravissime sventure, si pagarono in donativi 11
milioni, o almeno furono decreti. Vorrebbesi che da Ferdinando I fino
a Carlo II il regno consumasse 90,784,000 ducati in soli donativi, di
cui 61,869,787 a carico de’ Comuni, 14,893,000 de’ feudatari 14,020,233
della città di Napoli, oltre 512 mila donati ai vicerè. Moltissimo
fruttavano gli _arrendamenti_, cioè proibizioni d’olio, ferro,
sale, seta, per asportare o importare i quali bisognava pagare. Le
composizioni pei delitti rendeano da 60 mila ducati.

Le assurde leggi doganali spingeano al contrabbando, e questo rovinava
gli onesti negozianti, mentre i frodatori côlti, o nella prigione si
raffinavano al delitto, o si riduceano miserabili per riscattarsi.
Oltre le esazioni, oltre i rubamenti dei vicerè e de’ loro aderenti,
nei quali il re non avea colpa che di non impedirli, capitavano
principi che bisognava festeggiare: poi alla loro partenza regalare i
vicerè dell’aver sì bene amministrato.

Per far fronte a tante spese si vendevano le gabelle, togliendosi
così il modo d’abolirle; poi per nuovi bisogni se ne creavano di
nuove, da vendere anch’esse; si vendeano le terre demaniali; i Comuni
si gravavano di debiti, e la sola città di Napoli dovea quindici
milioni di ducati, il cui interesse pagava colle esorbitanti gabelle;
s’introdusse la carta bollata alla maniera di Spagna; si trattò fino
d’imporre un grano per testa al giorno ai centrentamila che vivevano
alla giornata, uno e mezzo ai centrentamila che viveano di stato
mediocre, due grani a’ titolati, gentiluomini, mercanti e altri
lauti. Aggiungete le prammatiche sopra le vittovaglie; fin dal 1496
essendosi cominciato a determinare il prezzo del pane e dei maccheroni,
bisognò somministrare farina e grani; e in paese pinguissimo si moriva
d’inedia. — Qua spiritiamo dalla fame (scrivea un ambasciadore nel
1621); a mezzogiorno non si trova pane alle botteghe, perchè la plebe,
all’alba, impaurita se ne provvede, e spesso di più del bisogno, e
crede il vicerè voglia metter pena a chi ne piglia più dell’occorrenza
quotidiana»[57].

Venduti feudi, titoli, terre, non restava che inventare nuove gabelle
sulle frutte, sui capelli, sulle scarpe, sul pane, sull’uva secca,
sulle ulive, sui legumi, sul cuojo, la seta, i vini e le botti, gli
zuccheri, il sale, i salumi: insomma, com’ebbe a dire il Campanella,
pagavasi fin per tenere la testa sul collo. Aggravj più pesanti perchè
ne restavano immuni i nobili e il clero. Sotto tante esazioni bisognava
gravarsi di debiti, e s’introdussero i Monti, cioè prestiti cumulativi,
che cercavansi dalle università, dai Comuni, dai particolari, dai
baroni, e che divenivano una nuova complicazione e un nuovo male.

E poichè l’esazione era difficilissima, si appaltavano, principalmente
ai Genovesi. Questi attivissimi Italiani, di buon’ora e ne’ patrj
commerci impratichitisi colle finanze, le esercitarono in tutti i
paesi, e già al tempo di Filippo II aveano in mano tutte quelle del
regno, e banche, carte dello Stato, debiti pubblici: piaceano alla
Spagna perchè solidi; perchè inesorabili erano odiati dal popolo.
L’Ossuna voleva che Naselli prendesse in appalto la dogana di Foggia;
e perchè scusavasi in vista dei molti che già tenea, gli fu intimato
uscisse di paese fra due giorni, pena la vita. Voleva un’anticipazione
di ducentomila ducati sopra una gabella; e perchè gli appaltatori
si scusavano, ne fece sequestrare provvisoriamente trecentomila
ducati[58].

Al disordine delle finanze credeasi provvedere cogli infausti ripieghi
di moneta bassa, di soldi sospesi agli impiegati, fin di misurare il
pane alle famiglie[59]. Del contante provavasi tanta scarsezza, che
nel 1573 si pagava il venti per cento; quattr’anni dopo il trentadue
e mezzo sopra Roma; e nel 1621, il trenta per cento sopra Venezia
(BIANCHINI). Quindi il mestiero della banca fruttava lautamente ai
Genovesi; e fu considerato sventura pubblica il fallimento della casa
Mari, che traevasi dietro tutte quelle di Napoli, se il vicerè non
avesse per un intero mese dilazionate le scadenze.

Quando mancasse d’ogn’altro compenso, il Governo ricorreva ai prestiti
forzati. Nel 1605 il Benavente ne impose uno alle banche, e poichè
nicchiavano, cominciò a prendere sessantamila ducati sopra sei istituti
di beneficenza, promettendo l’otto per cento.

La banca del debito pubblico trovavasi spesso in secco; nel 1622 il
cardinale Zapata ridusse i capitali deposti a due terzi del valore; nel
1625 per più giorni si sospesero gli affari. Che più? Qualche Comune
comprò il diritto di _ribellarsi a nome del re_, onde schermirsi dalle
prepotenze del fisco.

Uno essendo l’esercito della monarchia spagnuola, soldati nostri
guerreggiavano per tutta Europa, in Asia, in Africa, in America; mentre
qui di guarnigione avevamo Valloni, Tedeschi, Spagnuoli. Quattromila
pedoni sotto un maestro di campo e un auditore formavano il _terzo di
Napoli_: la cavalleria contava mille corazzieri e quattrocencinquanta
mila armati alla leggera[60]. Vuolsi che il Monterey in sei anni
mandasse in campo quarantottomila pedoni e cinquemila cinquecento
cavalieri, la più parte indigeni, con ducentotto cannoni, settantamila
fucili ed altre armi e galere, navi di trasporto, munizioni ed ogni
occorrente: e sul fine della sua amministrazione colpì la capitale con
quindici milioni di ducati, che la più parte convertì in armamenti e
soldi. Poi se si avvicinavano le flotte francesi, bisognava la città
stessa si armasse a propria difesa.

L’Alcala istituì i battaglioni nazionali, per cui ogni cento fuochi
doveasi dare quattro pedoni e un cavallo, formando ventiquattro o
trentamila uomini, obbligati solo a servir in paese, e stipendiati in
tempo di guerra. Re Alfonso I aveva introdotto cavalli di Spagna, donde
le belle razze che finora non degenerarono.

Fernando il Cattolico credette favorire l’industria paesana col
gravare l’importazione de’ panni, e soltanto per privilegio concedere
a forestieri di quivi fabbricarne: e molto in fatto se ne lavorò a
Napoli non solo, ma ad Aquila, Teramo, Ascoli, Arpino, Isola di Sora,
Piedimonte d’Alife, e in Calabria. Crebbero poi le seterie, tanto che
a metà della popolazione di Napoli davano occupazione di fabbricare
stoffe d’ogni qualità, sino ai broccati d’oro, insegnati dai Veneziani;
e moltissimi ne consumava la Corte e la nobiltà per abiti e per addobbi
delle case. Non che però quest’industria si ampliasse mediante le nuove
vie aperte al commercio e le agevolate comunicazioni, fu ristretta
da improvvide prammatiche. Principalmente il vicerè duca d’Arcos nel
1647, oltre circuirla di mille ceppi, volle quel lavoro proibire alle
provincie; e il vendere, tingere, tessere la seta fu riservato «a’
compratori e agli industriali della regia dogana di Napoli», a cui
pertanto i produttori doveano vendere i bozzoli. Nel 1685 fu vietato
d’introdurre invenzioni nuove in questa manifattura, nè si esponessero
al mercato che stoffe lavorate al modo antico e cogli antichi prezzi.

Reca stupore che con tali provvedimenti non sia perita quest’arte;
e qui dovremmo ripetere quello che dicemmo della Lombardia
sull’improvvida azione governativa. Nel 1618 fu proibito, pena la
galera, d’indorar quadri o altro, sinchè non fosse finito d’indorare
il nuovo galeone. Per mille altre vaglia la grida che gli eletti della
città di Napoli, conforme a molte precedenti, pubblicarono il novembre
1649, portante 1º che nessun tavernajo o venditore di vino a barili
o a caraffe tenga o venda vini guasti, spunti, sbolliti, aversiti,
aceti o d’altra mala qualità; 2º non mesca il vino mazzacane col vin
vecchio; 3º non venda una sorta di vino per l’altra; 4º dia la giusta
misura, con le caraffe zeccate dal credenziere; 5º non dia o venda
pane minore della misura corrente, nè tenga pane fatto in casa; 6º non
compri carne, trippa o altre merci in tempo di notte, ma solo un’ora
dopo fatto giorno, acciò possano i cittadini provvedersi; 7º non compri
pesce in mare o in terra nel distretto di Napoli, nè di notte, ma vada
comprarlo alle pietre alle ventitre ore di sera, o in quaresima un’ora
prima di mezzogiorno, e nelle altre vigilie alle due dopo mezzogiorno,
acciò possano i cittadini provvedersi; 8º non venda nè giorno nè notte
carne o pesce crudo, e neppur cotti da portar fuori; 9º non compri
filetti di porco di notte, ma solo di giorno e dopo le diciannove
ore». Ciascun punto è corredato di gravissime minaccie pecuniarie e
corporali, «e altre pene a nostro arbitrio riserbate giusta li bandi
antichi».

Di sì opportune coste, di sì grati terreni poco approfittavansi
l’industria ed il commercio: le servitù rurali pregiudicavano
all’agricoltura, e i pastori conducevano pochi armenti su campagne che
sarebbero bastate a nutrire un popolo. Francesco Bobbi scriveva al duca
di Firenze l’11 novembre 1549: — Le strade, non solo in questo regno,
ma per tutto fino a Roma, sono rotte di sorte, che è impossibile senza
una compagnia almanco di cento cavalli, che si possi andare di qui là».

Tornava pure di danno la moltitudine de’ frati, propagatori d’una
devozione sragionata e d’un profluvio di miracoli, possessori d’immensi
tenimenti alla campagna e di estesissimi quartieri in città, perocchè
i legulei sosteneano che i proprietarj di case e terre confinanti a
monasteri le dovessero ceder loro a prezzo di perizia. Udita quella
miseria pubblica, fa meraviglia la ricchezza delle chiese, tra cui
basti accennare la certosa di San Martino e la cappella di San Gennaro;
la prima tutta a marmi intagliati e musaici, cogli altari di pietre
fine, i balaustri di bei marmi e porfidi, e ogni cosa fiorami, rosoni,
ghirigori; nell’altra in sole pitture si spesero trentaseimila ducati
e un milione nelle altre opere, oltre l’inestimabile tesoro: pochi
anni prima della sollevazione di Masaniello, ducentomila ducati vi si
erogarono all’altare della Nunziata, macchinosa opera del Fanzaga; e
tesori in un ciborio dei Teatini.

E veramente le spese delle congregazioni e l’ambizione de’ governatori
davano aspetto di gran bellezza e magnificenza a Napoli. Al tempo del
Monterey, questa avea ventimila fabbriche, quarantaquattromila fuochi,
trecentomila abitanti; giornalmente consumavansi quattromila moggia di
grano; ogni mese spendeasi trentacinquemila ducati in legumi e verdure;
ogni anno centomila staja d’olio (6400 ettolitri), quindicimila
centinaja di carne salata, ventimila di pesci, seimila di caci,
centomila bestie da macello; da’ soli pubblici magazzini vendeansi
annualmente trentamila botti di vino oltre il particolare. La gabella
dei frutti rese ottantamila ducati. Alla dogana riceveansi da seimila
casse di zuccaro, duemila di cera bianca, trecento di spezierie,
ventimila centinaja di mandorle. Per panni forestieri spendeansi da
quattrocentomila ducati, ducentomila per nostrali, trecentomila per
tele di lino veneziano, ducentomila per olandesi, cencinquantamila
per lavori d’oro, e d’argento. L’introduzione degli spilli guadagnava
quarantamila scudi l’anno. Moltissimo usciva in oggetti di lusso,
stoffe di seta e d’oro per abiti e per tappezzerie, ricami e simili.
E bastava girar Napoli per accorgersi qual ricca città fosse: oltre
gli operaj che menano le loro merci in piana strada, oltre quei che
hanno manifatture in casa, in ogni via, in ogni viottolo trovasi una
quantità di gente che accalcano, urtano, portano senza riposo: entrate
nelle chiese dove si predica? vi trovate una folla di persone: andate
ai tribunali? stupite di tanto rumore: le strade sono piene di gente
a piedi, a cavallo, in carrozza, sicchè ne viene un ronzìo come da
un alveare[61]. Ivi e commercio e uffizj dove guadagnare, largizioni
da fruire, limosine e scrocchi da godere vi cresceano la popolazione;
molte le case forestiere, principalmente di Genovesi, come gli Spinola,
i Mari, i Serra, i Ravaschieri.

Ma questi incrementi erano a scapito delle provincie, abbandonate a
sè. Il popolo dappertutto giaceva inerte, malvestito, malpasciuto,
rissoso, pronto alle armi; eppur vile; e come chi sta male, desiderava
le novità e le cose in aria, malcontento sempre del Governo, ma non
del re; rispettoso a questo, non alla giustizia. Lo spergiuro e il
testimonio falso era sì comune che, quando voleasi introdurre la
santa Inquisizione spagnuola, si rimostrò che nessuno più avrebbe
pace, attesa la consuetudine d’attestare la bugia. Il falsare monete
e tosarle era pure divulgatissimo, e preti e frati e nobili e donne,
vi si ingegnavano: sotto lo Zapata fu appeso alla forca Lisco di
Ausilio, che a diciotto anni con quest’arte erasi formato un’entrata di
quarantamila ducati.

I nobili si lamentavano di veder dati a forestieri tanti impieghi,
creati per loro dai re antecedenti. Ma non aveano nè forza per
contrastare alla Spagna, nè generosità per affratellarsi al popolo;
e i puntigli d’onore non li rimoveano da bassi delitti; menavano
lunghe brighe per titoli sonori o preminenze, o per ottenere di
coprirsi il capo davanti al re, come i grandi di Spagna; faceansi
vanto dell’ozio, vergogna dell’industria, non badando personalmente
ai proprj interessi, ma a caccie, feste, esercizj cavallereschi; e col
fasto puntiglioso allontanandosi più sempre dal popolo, colle aderenze
lo tiranneggiavano; perchè un dottore non gli diè dell’eccellenza,
il principe di Colla gli avventò un campanello, che andò a spezzar
la testa ad un vecchio; votavano senza misura le imposte, da cui gli
esimevano i privilegi, o che prendevano in appalto impinguandosi della
miseria pubblica.

Quali costumi poteano aspettarsi da servitù accompagnata con disordine?
Alle passioni violente e iraconde lasciavasi corso, non so se col
proposito, ma certo coll’effetto di scomporre gli elementi della
nazionalità; un Comune nimicavasi all’altro, famiglie a famiglie, città
a città; degli antichi partiti aragonese e angioino si resuscitò il
nome per rammemorare che si erano odiati una volta, e che doveansi
odiare ancora. Lassi i legami domestici, se non quando si trattasse
di sostenere puntigli. Donne di primarie famiglie non vergognavano
d’essere le palesi drude del vicerè, come la marchesa di Campolattaro
di casa Capua, la principessa Conca degli Avalos. Gl’intrighi delle
viceregine aggiungeano viluppi alle avventure giornaliere, e qualcuna
porgeva lezioni ed esempio di scandali: nel carnevale del 1639 la
moglie del Medina diede in palazzo un ballo mascherato, ove essa e
ventitre delle più belle figurarono in mitologica nudità. E balli e
mascherate e teatri erano spassi desiderati dai vicerè; e nelle loro
entrate, o negli avvenimenti della Corte «aprivansi le cataratte del
giubilo per versarne torrenti di contentezza».

Alle cortigiane era vietato comparire per città in carrozza, nè in
barca alla prediletta riva di Posilipo, pena la frusta; e il pernottare
nelle osterie: ma grande n’era il numero, e frequentate le loro case
da nobili, nuovo incentivo a baruffe e duelli e uccisioni, come le
giostre, le corse, i combattimenti d’animali, le passeggiate, i corsi.
Di duelli sono pieni i ricordi de’ tempi, sì da formarne il punto più
rilevante nella vita de’ giovani nobili. Alcuni servivano nelle armi,
i più alla Corte; ma in questa non trovavano nè splendore nè potenza
quanto i Francesi; non avendo dinastia nazionale, cui consacrare la
loro lealtà, riducevansi a corteggiare un vicerè straniero, effimero
e subalterno anch’esso. Ricordavansi dell’età feudale, quando i loro
padri somigliavansi a re? era solo per trarne frivole pretensioni;
i vicerè piacevansi a mortificarli, e personaggi d’alta nascita
sottoposero alle procedure e alle pene ordinarie, sostenuti per debiti,
arrestati dai birri. Frequenti si ripetevano i bandi contro i giuochi
di zara; eppure dai nobili avventuravansi centinaja di ducati sulle
carte o sui dadi: nel 1631 Gian Giacomo Cossa duca di Sant’Agata ne
perdè diecimila al tarocco; Vincenzo Capece si fece un’entrata d’oltre
sessantamila ducati col prestare somme pel giuoco[62]. Oltre i ridotti
privilegiati, vi servivano case particolari; e in quella del cavaliere
Muzio Passalacqua, al tempo del secondo duca d’Alcala, Bartolomeo
Imperiali perdè una sera seimila ducati: eppur era genovese, riflette
il cronista.

Altri, rotta nimicizia colla società, si riducevano in bande, che
protette da chiunque non voleva esserne straziato, taglieggiavano i
viaggiatori, parteggiavano in quelle frequenti sommosse, e non che
i birri, affrontavano anche i soldati. Verso il 1660 l’abate Cesare
Riccardo uccise il duca di San Paolo, facea scorribande attorno a Nola,
e fin in Napoli entrava e usciva sconosciuto, svaligiava i procacci
bruciandone le lettere, impedì il trasporto della neve, e minacciò
pur quello del grano se non gli si otteneva perdono. La costoro
faccenda raddoppiavasi quando, in occasione di conclave, moveansi i
prelati. Per reprimerli si nominò un commissario di campagna, che
dovea provvedere con piena e sommaria autorità agli attentati in
Terra di Lavoro, cioè ne’ dintorni della capitale; avventavansi gride
civili e monitorj ecclesiastici, bandivansi taglie fin di trecento
ducati per testa, affinavansi supplizj: ma come estirparli quand’erano
protetti dai grandi che di loro si valevano? e qual giudice avrebbe
osato condannare un nobile e nimicarsi tutta la parentela? I vicerè
medesimi accettavano regali per tollerarli; poi o il papa o il granduca
li prendeano al soldo per danneggiare i nemici. Urbano VIII gittò
sul Sanese il Tagliaferro con una banda d’assassini: Ferdinando II
granduca prese a servigio Cesare Squilletta, detto frà Paolo, il quale
andò nel Regno a reclutare quanti banditi trovava: Giulio Pezzola ben
cinquecento ne adunò, coi quali mise a ferro e fuoco sin i contorni di
Roma; un Pagani ne portò un migliajo a devastare Rieti e Spoleto. Un
nunzio si querelava che i monasteri fossero il più solito ricovero di
costoro: i Benedettini di Montevergine ad Avellino vi teneano mano: e
se la giustizia violasse gli asili, ne nasceano dissensioni fra le due
autorità. Sotto il duca d’Alcala, Gian Vincenzo Dominiroberto barone
di Pellascianello e capobande, essendo stato côlto in una chiesa, fu
condannato a morte, per quanto il nunzio e il vescovo reclamassero la
santità dell’asilo, e il vulgo mormorasse aspettandone la grazia.

Frequentissime rinascevano le quistioni giurisdizionali coi vescovi,
caldeggianti le pretensioni curiali, e che non credevano necessario
l’_exequatur_ regio alle bolle di Roma; donde gravi sommovimenti. Gli
avvocati, al solito, favorivano al Governo; il popolo stava per le
libertà; e il Giannone declama vivamente contro le pretensioni dei
frati e preti, che in forza della bolla _In Cœna Domini_ resistevano
all’aumento delle pubbliche gravezze; e dice che assolveano anche chi
le fraudava, perchè imposte senza licenza papale[63].

Viceregnando il cardinale Granuela, un ladro fu côlto dai frati
nella chiesa di San Lorenzo, i quali, ben bastonato, lo consegnarono
ai bargelli dell’arcivescovo. Il sacrilegio era un caso misto, ove
cioè presumeasi competesse il giudizio a chi _preveniva_: ma il
Granuela, trattandosi d’un laico, chiese più volte il reo; e negandolo
l’arcivescovo risolutamente, mandò a torlo per forza dalle carceri.
L’arcivescovo fece dal vicario scomunicare chi avea tenuto mano a tal
fatto, e il cardinale fece inchiostrare o stracciare i cedoloni della
scomunica, e spicciato il processo, appiccare il reo; insieme ordinò
al vicario uscisse dal regno, si arrestassero consultori, cursori,
cancelliere, insomma chiunque avea avuto parte alla comunicazione
della scomunica. In un caso simile a Milano, il papa avea preteso
gli scomunicati andassero per l’assoluzione a Roma: Filippo II
approvando l’operato del Granuela, vietò quest’umiliazione; onde il
papa a lamentarsi e al fine contentarsi che ricevessero privatamente
l’assoluzione.

I giureconsulti napoletani acquistarono gran nome col propugnare
l’autorità regia; e il Chioccarello laboriosissimamente raccolse in
diciotto volumi le scritture favorevoli alla giurisdizione principesca
contro le usurpazioni clericali, e un’infinità di decisioni, massime
della Rota romana e del sacro consiglio di Napoli; quistioni,
controversie, consigli, allegazioni, con citazioni interminabili
e conclusioni generali. Sull’orme di lui il Giannone informa de’
giureconsulti, professione moltiplicata siccome via d’onori e guadagno
allorchè l’incremento degli affari e la complicazione delle leggi
portò ad aumentar giudici, ruote, curiali. Le decisioni di Vincenzo
De Franchis, reggente del supremo consiglio d’Italia, erano citate per
tutta Europa.

Quei paesi diedero anche pensatori robusti, degni di stare fra i
rinnovatori della scienza, siccome Bernardino Telesio, frà Giordano
Bruno, frà Tommaso Campanella, dei quali a lungo parleremo (Cap.
CLVIII). Quest’ultimo si occupò assai di politica e d’economia,
favorendo la dominazione papale e la spagnuola; eppure è contato fra
i martiri della libertà e dell’indipendenza nazionale. Perocchè da
astrologie, dall’Apocalissi, da profezie di santa Brigida, dell’abate
Gioachino, del Savonarola, di san Vincenzo Ferreri indusse che il
1600 porterebbe grandi rivolture nel regno di Napoli. Parlasse egli
persuaso, o adoprasse le armi del tempo, trovò ascolto (1599), o di
lui si valsero i maneschi per tentare novità in Calabria. Frà Dionigi
Ponzio di Nicastro avea rotto la testa a un converso, disobbedito al
superiore che lo relegava in un convento, preso le armi con banditi
per vendicare l’uccisione d’uno zio: e fermato a Stilo, patria del
Campanella, e udite le profezie di questo, le divulga in modo che
sembra un turcimanno di lui, come altri banditi de’ quali il Campanella
valeasi per combinare concordie. Fu dunque creduto cospirassero per
la rinnovazione politica del paese, predicando una repubblica di cui
sarebbero centro Stilo, e mezzi di riuscita la parola di trecento frati
e quattro vescovi congiurati, e le armi di mille ottocento briganti;
uccidendo chiunque renuisse, e nominatamente i Gesuiti. Il vulgo si
persuade facilmente che un’oppressione venuta al colmo sia vicina a
finire: le rivalità della Francia, che fomentava i malcontenti e gli
ambiziosi, porgeano speranze; i cospiratori non isdegnarono ricorrere
al bascià Cicala: ma eccoli prevenuti; arrestati quei che non poterono
camparsi; condotti a Napoli sopra le galee, due furono squartati lì lì
per esempio; altri arsi, impiccati, messi al remo.

Ai nostri giorni nella Vallintelvi sul lago di Como fu ordita una
sollevazione da pochi preti contro Napoleone, certo men seria di
questa, e i preti colti furono mandati al patibolo, quando appena
meritavano l’ospedale dei pazzi. Ma allora gli ecclesiastici erano
protetti dalle immunità, e i frati e il Campanella impetrarono
d’essere processati dal Sant’Uffizio, anzichè da’ patrj tribunali.
La cospirazione ebbe gli effetti soliti; fughe, morti, multe; il
parlamento volle attestare la fedeltà del Regno col decretare al re
un donativo di un milione ducentomila ducati, e di venticinquemila al
vicerè che aveva campato il paese da tanto pericolo![64]

I guaj di Napoli erano comuni alla Sicilia, due cadaveri legati
al medesimo patibolo. Si agitavano ancora le sorti italiane nel
Cinquecento, e già quelle dell’isola erano state decise, toltale
l’indipendenza, e anticipati i mali del servaggio, del quale parvero
inseparabili le fami, le sollevazioni, i partiti di famiglia.

Ugo di Moncada storico, il primo che unisse il titolo di vicerè a
quello di capitano generale del regno e delle isole, vide il popolo
levarsegli in aperta ribellione, e lo represse atrocemente. Ettore
Pignatelli mandato a scambiarlo, non potè indur pace, anzi col rigore
esacerbò i tumulti a Catania, poi peggio a Palermo, ove Gian Luca
Squarcialupo congiurò (1517), insorse, uccise i consiglieri, mise a
tumulto e ruba tutta l’isola; nè il vicerè seppe opporvi che un’altra
congiura, mediante la quale Guglielmo Ventimiglia riuscì a trucidare
lo Squarcialupo e moltissimi faziosi: gli altri furono mandati al
supplizio alla spicciolata.

Ne crebbero i rancori, e gli inveleniva Francesco I; Pompilio
Imperatori co’ suoi fratelli, esclusi dal perdono, s’accordarono con
Marcantonio Colonna per impadronirsi dell’isola, ma scoperti, diedero
altre vittime ai patiboli. A Sciacca intanto fra i Luna e i Perollo
ostinavasi da mezzo secolo una nimicizia, che poi proruppe in guerra
aperta (1529) e ferocissime vendette, finchè i Luna dovettero rifuggire
a Roma presso Clemente VII loro zio.

Nè mai l’isola s’incallì al giogo: poi rinnovavansi ogni tratto le
correrie de’ pirati, le eruzioni dell’Etna, le devastazioni ora de’
masnadieri ora de’ soldati; sicchè il commercio interno era scomparso,
le campagne a mare spopolate e incolte; e dopo speso a fabbricare
fortezze, a munir coste, a regalare i soldati che difendeano, toccava
di vedere il paese devastato nella peggior maniera.

Molto costava alla Sicilia il dominio delle isole, cioè le Gerbe,
Malta, Gozo e la conquistata città di Tripoli; finchè Carlo V non
cedette Malta ai cavalieri di san Giovanni, che dovevano fare ogni
anno omaggio d’un falcone al vicerè di Sicilia. Questa diede denari
ed uomini per fortificarvi la Valletta, e ajutare nella spedizione
di Tunisi Carlo V, il quale al ritorno approdatovi, in Palermo giurò
osservarle i privilegi, ed ebbe un dono di ducencinquantamila scudi.
In fatto rimanevano intatti i parlamenti, col diritto di votare; e i re
giuravano la costituzione, di modo che la nazione rimaneva distinta dal
re.

Fin dal 1513 vi si era introdotta la santa Inquisizione, non repulsata
come in terraferma, anzi creduta opportuna contro le esuberanze dei
magistrati, talchè molti alla giurisdizione di quella si sottoponeano
volontarj[65]. Presto cominciò ad operare, non solo indipendente
ma come superiore al Governo; scomunicò perfino la gran corte e
l’arcivescovo, e convenne che il governatore duca di Feria mandasse
mille armati (1602) contro il palazzo ove i padri inquisitori s’erano
afforzati. Non per questo si frenarono, e nel 1641 diedero il primo
spettacolo d’un _auto-da-fè_ sopra un francese Verron calvinista, un
moro battezzato e relapso di nome Tedesco, e un Tavolara calabrese
agostiniano. Frà Diego La Matina, uomo erculeo, condannato alla galera
dal Sant’uffizio, si adoperò a pervertire i compagni; messo poi in
carcere, spezzò le manette, e avventatosi sull’inquisitore venuto alla
visita, l’uccise: per ciò condannato al fuoco, fu arso pubblicamente
il 1658. Nel 1724 è memoria del supplizio di Gertrude Maria Cordovana,
pinzochera Benedettina, e frà Romualdo laico agostiniano, rei di
quietismo.

Il re aveva nell’isola anche autorità pontificale, in forza della
così detta monarchia; e gravi cozzi ne nasceano colla Corte romana,
attesochè i vicerè spesso ne abusavano, volendo a quel tribunale trarre
le cause direttamente (_per viam saltus_), e non solo per gravame
(_per viam gravaminis_); vi metteano giudici secolari; non soffrivano
d’appellarsene a Roma; e Pio V e Gregorio XIII n’ebbero lunghe
quistioni con Filippo II.

Nel 1558 vi fu istituito il tribunale del concistoro, poi riformati
internamente i giudizj, coordinando gli appelli. Caddero allora i
sommi uffizj della corona; e al gran giustiziere, al gran camerlengo,
ai gran cancellieri si surrogarono i presidenti della gran corte,
del concistoro, del patrimonio: restavano il gran siniscalco per mera
onoranza, e il protonotaro che nelle assemblee prendea la parola a nome
del re.

La feudalità, che Ruggero e Federico II si erano affaticati a svellere,
vi fu consolidata dagli Aragonesi, che nella lotta voleano essere
sostenuti dal favore dei Grandi. Re Giacomo alla sua coronazione creò
quattrocento militi; più di trecento re Federico, e assai conti; e
forse tre quarti de’ Comuni legaronsi in feudi[66]. Carlo V introdusse
anche duchi e principi; e la nobiltà feudale vi conservava molta
potenza. Il principe di Butéra, primo titolato di Sicilia, nelle
solennità pubbliche inalberava lo stendardo regio, come succeduto ai
gonfalonieri di Sicilia; poteva anche armare una compagnia di cavalli
con trombe, tamburi, insegne, al modo stesso delle compagnie reali.
Alcuni baroni univano in sè otto, dieci, fin venti signorie differenti.
Tal era «Luigi Ruggero Ventimiglia e Sanseverino dei Normanni, degli
Svevi e d’Aragona, per la grazia di Dio XXII conte di Ventimiglia,
marchese di Lozana, delle alpi Marittime, conte d’Ischia maggiore,
Procida, Lementini, XVIII conte-marchese di Geraci, principe di
Castelbuono e di Belmontino, marchese di Malta e di Montesarcio, duca
di Ventimiglia, barone di San Mauro, di Pollina, Bonanotte, Rapa,
Calabrò, Rovitella, Miano, Tavernola, Plocabiava e Mili, primo conte
in Italia e primo signore nell’una e nell’altra Sicilia, grande di
Spagna di prima classe, principe del sacro romano Impero, gentiluomo di
camera di sua real maestà con esercizio». Ercole Michele Branciforti
e Gravina, oltre i diciannove feudi che componeano la signoria di
Butera, era principe di Pietraporzia, duca di Santa Lucia, marchese di
Militello, Val di Noto e Barrafranca, conte del Mazzarino, Grassoliato,
Raccuja, barone di Radali, Belmonte, Pedagaggi, Randazzini co’ suoi
casali e pertinenze, signore delle terre di Niscemi, Gran Michele, del
lago Biviere di Lentini, dei feudi di Braccalari, Gibilixeni, Sijuni
colla torre di Falconara[67].

V’ebbe anche in Sicilia vicerè benefici, e soprattutto fastosi.
Garzia Toledo a Palermo fece costruire il molo e la via principale,
un arsenale a Messina, una fortezza in Malta, due castelli ad
Agosta. Marcantonio Colonna crebbe il fabbricato dell’Università di
Catania, abbellì di porte Palermo. Ma quando moltiplicavansi qui pure
chiese sontuosissime e di mal gusto, divenivano inservibili i porti,
impraticabili le strade; invano Palermo domandava un prestito per fare
una gettata allo stupendo suo porto; invano ripeteasi che «per non vi
esser ponti in molti fiumi, ogni anno si annegano infinite persone,
dal che nasce la perdizione di tante misere anime... in disservizio di
Dio ed aggravio della coscienza di sua maestà». — Il vicerè (scriveva
il residente pel granduca) usa di tutti gli artifizj per cavar denari
assai di questo regno, che è omai ruinato affatto... Il cattivo governo
che hanno tutte le città, le conduce a termini disperati...; o per
un verso o per un altro, voglion danari; cosa che atterrisce vedendo
sete inestinguibile... Le fortezze sono omai state riedificate tante
volte; perchè il vicerè del regno e altri ministri hanno avuto, quasi
d’ordinario, per fine di far ruinare quelle che ha fatto l’altro, e
di nuovo, secondo il suo parere, far riedificare. Il che non è meno
d’incredibile spesa alle città del regno, che sia di comodità a’
ministri d’arricchirsi». La prosperante industria degli zuccari perì
dacchè si mantenne il dazio sullo asportato, mentre ricevevasi quello
d’America.

Anche il mantenere la Goletta in Africa porgea pretesto ai vicerè
di rincarire e incettare il vino, gli olj, i salumi, il grano,
che poi invece si spedivano tutt’altrove. Insomma vuolsi che, ne’
ducenventisette anni della dominazione vicereale, l’isola pagasse a
Spagna mille centrenta milioni di ducati, cioè da cinquemila milioni di
lire.

Poi tra le morìe, le fami, e le enormi esazioni sopraggiungevano
irreparate le correrie dei Turchi, contro i quali indarno si
mantenevano moltissime galee. Qual meraviglia se il popolo ogni tratto
tumultuava? e la parola di quelle inutili sollevazioni era _pane_.

Non dimentichiamo come questi mali e questi lamenti fossero comuni ad
altri paesi, al par de’ vizj che li producevano. Sotto i suoi duchi
la Savoja dovette soffrire senza misura. In Francia nell’assemblea
del 15 gennajo 1648 l’avvocato generale diceva: — Ecco dieci anni che
la campagna è in ruina, i paesani ridotti sulla paglia dopo venduti i
mobili per pagare imposte a cui non possono soddisfare; milioni d’anime
sono obbligati a vivere di crusca e avena, e non isperar protezione che
dalla propria impotenza. Questi sciagurati non possedono altro più che
le proprie anime, perchè queste non poterono esser vendute all’asta.
Gli abitanti delle città, dopo pagato la sussistenza e i quartieri
d’inverno, le tappe e gl’imprestiti e il diritto reale e la conferma,
hanno ancora la tassa de’ benestanti... Tutto il regno è spossato,
esausto da tante imposizioni straordinarie che producono un’inanizione,
i cui rimedj sono insopportabili quanto il male...». Dove agli statisti
non isfuggirà come dappertutto l’arbitrio dello smungere i popoli
rovinasse i paesi; mentre l’Inghilterra col solo diritto di esaminar
le spese e determinare l’imposta, giunse al massimo grado di libertà
civile.




CAPITOLO CLII.

Il Fuentes. L’Ossuna. Congiura del Bedmar. Masaniello.


Il più memorabile fra i governatori di Milano fu don Enrico de Azevedo
conte di Fuentes (1601-10). Superbo e dispettoso, pubblicamente
rimbrottava i magistrati; coll’immediato intervenire imbarazzava
l’amministrazione e la giustizia; infliggeva bastonate e galera senza
udir il senato, mentre salvava gravissimi malfattori; negl’impieghi
poneva i più striscianti, ma il dar gli stipendj considerava come un
favore, sicchè quei che non poteano averli coll’andargli a versi,
se ne rimpattavano col lasciarsi corrompere; regali non accettava,
ma valeasi a talento del denaro pubblico, e lasciava che i suoi
secretarj ricevessero e malversassero; per spie tenevasi informato di
ogni minuzia, ammetteva ognuno all’udienza, ma dopo le prime parole
interrompeva e rinviava insoddisfatti.

Volle accattar fama col costituirsi avversario al re più rinomato del
tempo, Enrico IV di Francia; dicea spesso morrebbe contento se morisse
guerreggiandolo; quando l’udì assassinato ne prese tal gioja, che,
ricevuto il corriere a mezzanotte, fece levar il confessore e tutti
i domestici per annunziare l’evento. Enrico IV aveva dovuto sostener
la guerra per condurre la pace; ed il Fuentes perpetuava la guerra
senz’altro titolo che di turbar la pace. Ebbe continuamente in piedi un
esercito fin di trentamila uomini, alimentati dai sudditi che doveano
darvi alloggio e una lira per uomo e due per cavallo. Ciò intitolavasi
prestito e anticipazione, per soddisfar al quale s’imponeva poi una
tassa, ed i sudditi doveano bensì pagarla ma non ricevevano alcuna
restituzione. Nel trattato di Lione colla Francia erasi posta la
clausola che il Fuentes non sarebbe obbligato a licenziar le truppe che
aveva in armi volendo adoprarle ad altre spedizioni: ond’egli con tale
esercito teneva in isgomento i vicini, mentre ripeteva solenni proteste
di pace, ingelosì il proprio re, che invano gli ordinò di mandare
quell’esercito ne’ Paesi Bassi: perchè i decurioni milanesi faceano
lamento delle nuove gravezze, e’ li cacciò prigioni; perchè il re lo
disapprovava d’aver usurpato le attribuzioni del senato coll’applicare
pene, rispose: — Voglio far a modo mio; e chi ne preferisce un altro,
può venir a prendere il mio posto, e lasciarmi tornar a casa».

Fondato sull’averla l’imperator Venceslao investita a Gian Galeazzo, il
Fuentes pretese togliere la Lunigiana al granduca, e spedì armi, mentre
lui e i marchesi di Malaspina citava alla camera di Milano perchè
rilasciassero quelle giurisdizioni. Il granduca rispose coll’armarsi,
e il Fuentes desistette. Però, dacchè Francia ebbe rinunziato a
Saluzzo, i politici conobbero che l’Italia rimaneva in arbitrio della
Spagna[68]; e il Fuentes volle profittarne subito coll’occupare il
marchesato del Finale, posto fra il Saluzzese e Genova, e che metteva
la Lombardia in comunicazione col mare, sicchè potrebbe avere truppe di
Spagna senza passare pei Grigioni o pei Veneziani. Già l’Albuquerque
avealo invaso nel 1571 durante una sollevazione, fingendo temere non
l’occupassero i Francesi; ma l’imperatore che n’era signor diretto, lo
ridomandò col patto di tenervi guarnigione tedesca. Ora possedendolo
l’ottagenario Alessandro Del Carretto, il Fuentes se lo prese con
Monaco e Novara, per quanto i principi esclamassero, e sovra tutti il
duca di Savoja che da un pezzo v’avea la gola.

All’estremità del lago di Como il Fuentes fabbricò un forte detto dal
nome suo, per dominar il passo verso i Grigioni, allora padroni della
Valtellina, e collegatisi colla Francia e con Venezia. Un altro ne
voleva munire a Soncino per intercidere la comunicazione fra Venezia
e gli Svizzeri; al tempo stesso che il vicerè di Napoli preparavasi
a fabbricarne uno a Longone, che avrebbe comandato a Portoferrajo
e a Livorno de’ Toscani, a Civitavecchia del papa, alla Corsica di
Genova; oltre che da un forte avanzato in mare imporrebbe agli Olandesi
ed Inglesi che frequentavano Livorno, ed agevolerebbe i tragitti di
Spagna in Italia. Insomma il Fuentes, dice il Boccalini, «più che al
governo de’ popoli, attese alla dannosa agricoltura di seminar gelosie
e piantar zizzanie»; ma lo scusa l’essere stato «in Italia un portento
non più veduto, officiale spagnuolo nemico del denaro»[69].

Gli fa riscontro don Pedro Tellez y Giron duca d’Ossuna, uno de’
signori della corte spagnuola più rinomati per vivacità ed ingegno.
Coi frizzi suoi disgustò Filippo III, il quale lo chiamava il gran
tamburo della monarchia; rimosso dalla Corte, guerreggiò in Fiandra,
dove Enrico IV dilettavasi dell’ingegno di lui, e Giacomo I di disputar
seco sulla lingua latina. Richiamato e colmo d’onori, persuase a
riconoscere l’indipendenza dell’Olanda, si oppose alla cacciata dei
Mori, ma questa tolleranza e alcune arguzie il posero in briga colla
santa Inquisizione. Cansatosene, fu mandato vicerè in Sicilia (1610).
Accorto, suntuoso, spirito forte, orditore d’intrighi e tessitore di
novità, disposto a valersi di tutta l’autorità concessagli e più, come
tutti di quel tempo, adoperava mezzi triviali a disegni giganteschi.
Teneva allegra la gente, spesso aperto il teatro, oltre le maschere,
il carnevale mandò fuori quattro carri di vino e di prosciutti e di
camangiari, che lasciò saccheggiar alla plebe: una volta ordinò che
_tutti_ gli abitanti di Palermo il giorno di carnasciale uscissero
in maschera; un’altra i magistrati di Messina e tradurre in ferri
a Palermo. Avendo fatto prendere e appiccare un prete delinquente
ricoveratosi in chiesa, l’arcivescovo lo dichiarò incorso nelle
censure, ed egli piantò la forca davanti alla porta del vescovado,
minacciandola a chiunque entrasse o uscisse, e fu forza assolverlo.
Represse i masnadieri e le correrie dei Turchi, rialzò le vecchie
fortificazioni, ed ebbe principal parte alle spedizioni del 1613 e 14,
in cui la Spagna si segnalò di vittorie: da cinquantamila Turchi fe
schiavi, liberò da diciassettemila Cristiani, delle prede usando gran
larghezza ai poveri.

Richiamato in Ispagna (1618), fu presto mandato vicerè a Napoli, e
venutovi con dodici galee, di cui tre eran sue particolari, e con
200 persone, nella sua prima grida diceva: — Fra gli altri disordini
sappiamo esser quello del disprezzo che si fa dalla nobiltà alla plebe,
donde l’odio di questa verso di quella, e detrimento alla tranquillità
pubblica. Particolarmente dispiace al popolo d’intendere alcuni nobili
e titolati servirsi, parlando del vulgo, della parola di _canaglia_.
Ciascuno stia nel suo dovere; il vulgo rispetti la nobiltà, e questa
si astenga di disprezzarlo... Come in questo regno sono molti gli
ecclesiastici e spesso infratellandosi e insinuandosi troppo con
secolari, dimenticano l’obbligo che devono al loro carattere, e si fan
lecito di parlare in pubblico con petulanza e arroganza di quelli,
a’ quali devono onore e rispetto, col pretesto di aver diritto a
censurare i vizj, sappiano che, essendo anch’essi sudditi al re,
avremo particolar cura che siano rispettati o castigati secondo si
comporteranno». Parole che fanno bel sentire ai vulghi.

Represse gli ecclesiastici che speculavano sui testamenti; cassò
una tassa, concessa ai Gesuiti, su ciascuna libbra di pane; impedì
s’impiantasse l’Inquisizione spagnuola sul continente. «Fece buttar
un bando, sotto pena della vita ai soldati, che niuno possa cacciar
fuori la spada per far briga; e di cinque anni di galera a chi quelli
spartisse, non essendo soldato»; e mandò alla forca due fratelli
soldati che per difendersi poser mano alle spade. In una festa si fa
tumulto? ed esso invia alla galera due litiganti: passando pel mercato,
ode il popolo lamentarsi d’un vinajo o d’un gabelliere? esso gli fa
dare cinquanta bastonate: un forzato gli grida che il suo aguzzino lo
tiene in ferri più del tempo prescritto? il vicerè fa sciogliere il
galeotto, e metter al suo posto l’aguzzino. Giustizia sommaria, che Dio
ce ne scampi.

Due ciarlatani spacciavano contravveleni; e l’Ossuna ordina che
entrambi prendano veleni, poi i loro antidoti; uno muore, quel che
sopravvive ha una collana d’oro e privilegi. Un cavadenti che gliene
ruppe uno in bocca, sentenziò alla galera. Una volta ad una commedia
soverchiando la calca, comanda escano tutti, pena cinque anni di galera
agli ignobili e cinque di relegazione ai nobili. In un ricevimento di
gran nobili s’introduce uno da meno, ed egli il fa prendere e bastonare
lì lì. Chiamavasi anche in camera gl’imputati, e con parole dolci
o con severe ne traeva confessioni, meglio che colla corda, dice il
cronista, e sopra quelle li condannava; se non riuscisse, dall’aguzzino
faceva applicar le bastonate in sua presenza. Poneva suoi creati in
uffizio nelle varie città, dove rubavano a man salva. Venuti quei
di Reggio a lamentarsi d’un Aledo che gli assassinava, li trattò di
vigliacchi e minacciò di galera perchè sparlassero d’un suo fidato;
talchè, sgomentati i popoli dal portar querele, «ad essi uffiziali
restò scala franca di potere assassinare li poveri popoli, e rubavano e
assassinavano impune il regno, tanto che non si può scrivere». Essendo
poi esso Aledo venuto a Napoli con ottantamila ducati e di molte
gioje, il duca gli disse: — Fanno di bisogno a S. M.», e spogliatolo
con beffarda giustizia, lo rimandò «all’officio a far peggio»[70]. Il
principe della Conca e il marchese di Campolattaro, da lui deputati a
visitar i castelli del regno, smunsero per proprio conto ducentomila
ducati, nè si pose mente ai reclami; anzi il Campolattaro, accusato
pure d’aver procurato l’uccisione d’un frate, fu spedito generale
contro i sollevati delle Fiandre. La costui moglie guadagnava ducati a
migliaja coll’impetrar favori a questo e a quello.

Una volta furono côlte galee turche cariche di zuccaro, che fu venduto
a un droghiere. Un turco, se lo liberassero, promise rivelare un gran
segreto, e fu che in quello zuccaro erano miste assai gioje e monete,
destinate al gransignore. Si arresta dunque il droghiere, per quanto
protestasse non aver nulla trovato; nè di liberarsi vide egli altro
modo che mandare alla Campolattaro una cedola di mille ducati. L’Ossuna
citatolo, mostrógli quella cedola, qual prova di sua reità, e per
quanto giurasse che i suoi aveano messo insieme quel denaro a gran
fatica, il fece metter alla corda, «ligato a un funicello nuovo, che
mentre stiede appeso, sempre voltò intorno; e persistendo tal tormento
per un’ora e mezzo, sempre invocando il nome della beata Vergine per
ajuto, nè dicendo altro alla interrogazione fattagli, fu disciolto e
liberato».

Numerosi corsero allora i processi di fatucchieria, fra cui citeremo
quest’uno. La baldracca d’un prete confessò a questo una malìa fatta
da donna Vittoria Mendoza perchè l’Ossuna non amasse altri che lei e
sua figlia e il genero; che di fatto erano saliti in grandissimo favore
ed orgoglio. L’Ossuna, uditone, fu da donna Vittoria, e col pugnale
la obbligò a confessare, indi riferì l’avvenuto alla propria moglie,
attribuendo tale scoperta alle orazioni di lei, la quale non rifiniva
di ringraziar Dio che avesse rotto cotesto fáscino. L’accusata però
era figlia del duca d’Alcala, moglie del duca d’Ozeda, in parentela
con grandi di Spagna; onde l’Ossuna, che del resto l’amava, non pensò
a punirla, eseguendo la legge sopra le altre streghe e loro mariti
(Zazzera).

Siffatte miserie erano intercalate da suntuosissime feste, perocchè
altrettante Corti s’aveano a Milano, a Palermo, a Napoli, con
ambasciadori, rappresentanze, fasto, protezione di lettere. A quella
del conte di Lemos, fu recitato il _Don Juan_ dello spagnuolo Tirso
de Molina, che tradotto in italiano, con una nostra compagnia passò
a Lione, città mezzo italiana, dove lo conobbe e imitò insignemente
Molière. Alla corte dell’Ossuna vivea Quevedo, specie di Voltaire tutto
arguzie e buon senso, col quale temperava la foga dell’Ossuna, a cui
serviva poi come ministro segreto in tutta Italia. Moltiplicavansi
dunque le rappresentazioni teatrali, e cavalcate splendidissime,
processioni solenni, corse sul mare, festini, mascherate, cuccagne,
giostre, tutto accompagnato da rinfreschi e confortini e ricchi
donativi; e spesse volte lasciavasi alla plebe e ai cavalieri da
saccheggiare l’apparecchio. Or dodici carri, allestiti ciascuno coi
più ghiotti manicaretti, da valere fin cinquecento ducati l’uno, son
disputati fra trecento uomini, nudi in calzoni e tinti di pece, e
saccomannati, «che fu quanto nuova che bella vista, e con molte grida
ed allegrezza del popolo»; or novanta dame vestite da Ischiote vengono
in palazzo a portar regali ciascuna, or s’imbandisce per diecimila
persone, e singolarmente «per venticinque cortegiane le più famose
di Napoli, servite regalissimamente; e volle S. E. andar a vedere e
burlare con loro». Talvolta era la viceregina che dava un ballo tutto
di signore, vestendole essa del suo; talaltra si rappresentavano
in quattro distanze della città le quattro stagioni con emblemi e i
frutti e le occupazioni da ciascuna. Qualora il vicerè o la viceregina
intervenissero a solennità, erano presentati di molti panieri di frutte
e confetture, ed essi le facevano gettar al popolo, il quale vi si
avventava «gran furia, non senza gravi pugni e calci, dandosi fra di
loro come cani arrabbiati, con gran riso di S. E. e delle dame»; e per
ravvivare quello spasso, S. E. buttava una collana d’oro fatta a pezzi,
o denaro. Tutto veniva ringalluzzito dal buffone del vicerè, che ora
da lui era vestito di toga per cuculiare la magistratura, ora eletto a
decidere di litigi ne’ quali alle grottesche sentenze non mancava mai
di soggiungere una buona mancia per sè.

Con ciò l’Ossuna blandiva la plebe; il suo stipendio divideva tra i
bisognosi, e spesso con propria borsa liberò imprigionati per debito;
ben ventisette baroni mandò a morte; abolì alquanti balzelli tediosi
al vulgo: colla propria spada tagliò la bilancia a un grascino, che sul
mercato pesava le civaje per tassarle, dicendo, — I frutti della terra
son dono di Dio e premio alle fatiche del povero». Pensate se i lazzari
lo portavano in palma di mano!

Frattanto nel cuor della pace soldava Francesi e Valloni e costruiva
navi; tenne ben venti galeoni grossi e altrettante galee, e sedicimila
soldati, e soccorse gli Austriaci in Lombardia e in Germania. Tutto ciò
senza vender nulla del patrimonio regio, ma con esazioni straordinarie;
levò prestiti forzati, staggì gli averi di negozianti forestieri,
alloggiò presso i privati le truppe, le quali rubavano a man salva
perfino gli arredi di chiesa; e si vantò d’aver vantaggiato l’entrata
di un milione e centomila ducati.

Questo, e le sterminate ricchezze, e le potenti parentele «gli fecero
sorgere gran libidine di regnare, non più come ministro d’un gran
re, ma come sovrano d’un gran regno» (Leti); e cercò intendersi coi
potentati d’Italia, massimamente con Carlo Emanuele, irrequietissimo
avversario dell’Austria, forse con Venezia, cogli Uscocchi, coi Turchi,
certo con Francia. Ma questa, per quanto volonteroso di turbar il
Napoletano, pare non gli abbia dato orecchio, forse perchè temeva non
giocasse a due mani.

Venezia era malvista dalla Spagna, non solo come emula vicina e
come repubblica, ma perchè, massimamente dopo la chiassosa sua lite
col papa, rappresentava l’opposizione, cioè le idee protestanti; si
mormorava desse appoggio agli Acattolici, trattasse coll’Olanda,
spedisse denari e munizioni ai Riformati nella guerra dei
Trent’anni[71]; onde l’ambasciadore spagnuolo concludeva: _Aut Roma,
aut Carthago delenda est_.

Uscocchi, che in illirico significa fuorusciti, si chiamavano i
cristiani che dalle provincie man mano invase dai Turchi, dalla
Croazia, dall’Albania, dalla Dalmazia, erano rifuggiti sulle coste meno
accessibili dell’Adriatico: molti aveano avuto ricetto da un Ungherese,
signore di Clissa, fortezza inespugnabile sopra Spalatro sulla costa
Dalmata; e di là correano addosso agli Ottomani, sinchè ne furono
snidati. Segna (_Zengh_), dentro al golfo del Quarnero, tra fondi
inaccessibili a navi grosse, era pretesa dagli Ungheresi e minacciata
dai Turchi; onde l’imperatore per conservarsela vi lasciò stanziare gli
Uscocchi. Quivi non potevano essi vivere che corseggiando, abilissimi
fra quell’andirivieni di isolotti e di seccagne; e dal prendere le
navi turche passarono a molestare anche le cristiane; e crescendosi
con quanti Italiani od Austriaci volessero esercitar il coraggio o
continuare i delitti, posero a sacco le città di Dalmazia, e si rideano
de’ legni armati a loro danno.

Il papa, altri potentati d’Italia e l’imperatore da gran tempo
querelavansi che Venezia avesse usurpato come proprio l’Adriatico,
anzichè lasciarlo libero a tutti i costieri; ma giacchè se ne
intitolava signora, lo tenesse almeno sbrattato: — Impedisca le
incessanti molestie ai sudditi nostri», intimavale il Turco: i
cavalieri di Malta e quei di Santo Stefano ne coglieano pretesto
di predar le navi veneziane, come rappresaglia. Venezia doleasi
all’imperatore Massimiliano; e questo impiccava sì qualche Uscocco, ma
le costoro braverie trovava opportune a reprimere i Turchi; onde tolse
a proteggerli alla scoperta, crescendo baldanza alle loro devastazioni;
e in guerra atroce gareggiavasi di supplizj come quando ognuno trovasi
per difesa ridotto a farsi giustizia da sè.

I Veneziani, non più sicuri nel proprio golfo, e pressati dalla Porta
a tor di mezzo que’ masnadieri, entrarono nel Friuli austriaco,
assediarono Gradisca (1617), demolirono varie borgate a mare,
coviglio de’ pirati, e si allearono colle Provincie Unite e col
duca di Monferrato nemici all’Austria. Era succeduto nel governo del
Milanese don Pier di Toledo, austero, subito al comandare, fiacco al
far eseguire; che tolse di carica il grancancelliere benchè nominato
dal re, nulla a questo badando allorchè ordinogli di ripristinarlo.
Ricco di coraggio non d’abilità, egli fu lieto d’un’occasione di
guerra, ed occupa Vercelli, mentre il vicerè Ossuna spinge sue galee
nell’Adriatico, e presi alquanti legni veneziani, ne mena trionfo (6
7bre), ed assume per divisa il cavallo col motto _Vittorioso in mare
e in terra_. La pace di Parigi mette in cheto le cose, restituendosi
le città all’Austria, che allora frenò gli Uscocchi, trasportandone la
più parte nel territorio di confine. Avrebbe essa dovuto rendere anche
le prese e pagare un grosso compenso, ma rimandava da oggi in domani,
e versava sopra il Toledo e l’Ossuna la colpa del non voler restituire
Vercelli e le galee, nè sbandare le truppe.

Infatti l’Ossuna, od Alfonso de la Cueva marchese di Bedmar
ambasciadore ispano a Venezia, fecero scrivere, probabilmente dal
Welser, uno _Squittinio della libertà veneta_, ingiuriosissimo a
Venezia: Paolo Sarpi, richiesto dalla Signoria a rispondervi, esso
sì caldo impugnatore di Roma, cagliò, onde si ricorse alle penne
dell’olandese Gross Winkd e del genovese Rafael della Torre. L’Ossuna
mostrava anche a Paolo V come i Veneziani non fossero da tenere per
cristiani, giacchè spesso aveano fatto pace e trattati coi Turchi,
cacciato i Gesuiti, avversato al papa, favoriti gli eretici di Francia
e d’Olanda.

Così invelenivansi gli umori e stavasi già in sospetti, quand’ecco il
consiglio dei Dieci fa arrestare ed uccidere alquanti stranieri. Che
è, che non è, il popolo, nel bujo di quelle arcane processure, bucina
che i presi e i morti sieno a centinaja; essersi scoperta una congiura,
diretta a mandare in fiamme la città, in rovina la repubblica, e
parteciparvi molta nobiltà: e perchè il marchese di Bedmar andossene
quei giorni dalla città, si presunse autore dell’ordita. Congetture
in aria, tanto più che colla Spagna non s’interruppero le relazioni,
e che la signoria non pubblicò veruna informazione, solo ordinando
ringraziamenti a Dio per la repubblica salvata.

Questo mistero pensate a quante ciancie diè luogo; gli sbizzarrimenti
de’ novellieri furono adottati dagli storici; e restò la credenza
che il duca d’Ossuna avesse tramato d’annichilare Venezia, mettervi
il fuoco, trucidare il doge e i senatori, occupare la terraferma;
intendersela a tal uopo con molti Francesi, col Toledo, col Bedmar;
già tutto esser sullo scocco, quando il caso o un traditore lo sventò.
I critici successivi non poterono venirne al chiaro: ma sembra che una
trama fosse in fatto sul telajo, opera di alcuni mercenarj sbanditi da
Francia al cessare delle guerre civili, e postisi al soldo di Venezia,
e massime di un Giacomo Pierre normando, uom di mano e pratichissimo
corsaro, il quale, per guadagnar compagni, prometteva ajuti dalla
Spagna: ma la cosa fu sul principio scoperta e sventata colla morte di
poche persone[72].

Ma la Spagna v’era implicata veramente? I Governi d’allora davano
orecchio e mano a chi tentasse nuocere ai loro nemici; e sembra
provato non fosse soltanto millanteria de’ congiurati l’appoggio
di essa, benchè la prudenza dei Dieci il dissimulasse onde evitare
una rottura. Il Bedmar passava per uno degli ingegni più aperti e
istrutti della Spagna, versatissimo nella storia, di modi gentili, di
larghi accorgimenti, sicchè rendevasi caro e stimato, e da Venezia fu
tolto per portarlo governator della Fiandra, e poco poi cardinale. Ma
l’Ossuna vedemmo come spiasse ogni via di pregiudicare Venezia, e come
si divincolasse per sottrarsi alla pace; anzi si lasciava intendere
di volerla fra poco diroccare; se poi con arti tali, io non l’oso
asserire.

Certo egli, arrischiandosi viepiù perchè aveva sposato una figlia al
figliuolo del duca di Lerma, ministro onnipotente di Filippo III, non
dissimulava le ambizioni, graziava condannati a morte, abbondava in
limosine e donativi, sorreggeva la plebe contro la nobiltà, blandiva
Giulio Genovino eletto del popolo, fazioso uomo che avrebbe côlto
volentieri il destro di fare man bassa sui nobili e ottenere al popolo
parità di privilegi.

Contro l’Ossuna esclamavano dunque i preti di cui non rispettava le
immunità, i nobili di cui reprimeva gli abusi, i pii che scandalezzava
coi disciolti costumi e cogli scherzi irreligiosi. I principi d’Italia
in gran sospetto domandavano fosse rimosso[73]: ma come averne ragione?
La Corte gli mandò l’ordine di disarmare, ed esso invece ingrossò
le truppe col pretesto d’una spedizione contro i Turchi; e poco
dopo fidandosi delle spagnuole, le sparpagliò nelle provincie e sul
littorale, e prese al soldo Francesi e Uscocchi. Udendo poi che la
Corte gli mandava un successore, disse: — Lo riceverò con ventimila
uomini»; e a sua moglie che gl’insinuava d’obbedire, gittò in faccia
un piatto d’argento: raddoppiò intrighi col maresciallo Lesdiguières
e con Carlo Emanuele; riconciliossi i nobili con cariche e doni,
i Gesuiti col confessarsi da loro, la ciurma col lasciare impuniti
i misfatti: alla Corte imperiale promise soccorrere con ventimila
fanti, duemila cavalli e due milioni in oro se gli fosse prorogato
il viceregno; a Madrid profondeva denaro e promesse, e mostrava il
pericolo di rimoverlo mentre raffittivano minaccie Venezia e il Turco;
avendo chiamato qui suo figlio colla sposa, li festeggiò senza misura,
messe fuori le gioje reali, si pose in capo la corona, e domandò ai
circostanti se ben gli stesse; ma il principe di Bisignano gli rispose:
— Sta bene, ma in fronte al re»[74].

Il cardinale Borgia, destinatogli successore (1621), dovette dunque di
sorpresa occupar Napoli; «nottetempo entrò in Castelnuovo; la mattina
si cominciarono a sparare tutte le artiglierie piccole e grosse, e
il duca si svegliò alla tempesta di tanti tiri, ed ebbe a morir di
dolore». Così l’agente del duca d’Urbino, che soggiunge: — Questo è uno
dei grandi matti che abbino mai governato questo regno... Si porterà
seco ducentomila ducati d’oro, senza quel che ha dissipato e dato
via...»[75]. Reduce a Madrid, il debole e corrotto Governo l’accolse
magnificamente e quasi in trionfo: ma cambiatisi quell’anno stesso re
e ministro, egli fu messo prigione[76] co’ segretarj e gli amici; in
un processo di tre anni i Siciliani deposero tanto bene di lui, quanto
male i Napoletani; infine s’intese ch’era cascato d’apoplessia. Suo
figlio, alcuni anni dopo, venne vicerè in Sicilia.

A questi incidenti teneva occhio e aggiungeva importanza la Francia, la
cui rivalità con Spagna fomentava i malumori, assicurando un appoggio
a chiunque si levasse contro di questa. E principalmente nel regno
di Napoli essa diede mano più volte a insurrezioni[77]; e nel 1644
il marchese Saint-Chaumont, ambasciatore pel Cristianissimo a Roma,
scriveva distesamente di trame a favor di un signore italiano, che
non voleva esser nominato se non al Richelieu, per tentare un colpo
sopra il Reame. «Da qualunque lato si guardi, sarebbe di vantaggio a
Francia, se non altro per darvi briga a’ suoi nemici, e impedire che ne
cavassero uomini e denari per conservazione degli altri Stati».

E di interni tumulti occasioni troppe offrivano l’improvvido governare
e l’inesplebile esigere; ma le chiassose dimostrazioni riuscivano
sempre ad un fine stesso, buone parole finchè il tumulto durava, poi
forca e galera. Sotto il Toledo vi fu sommossa contro il dazio sui
comestibili; e il Fucillo capopopolo, salito in palazzo a presentar le
domande, poco poi fu visto impiccato al balcone tra due fiaccole, e la
folla dispersa a bastonate. Sotto il primo duca d’Ossuna sollevossi la
plebe pel caro del pane, e incolpando l’eletto Gian Vincenzo Starace
d’essere d’accordo col vicerè, l’uccisero, e cavatogli il cuore e le
budella, queste e i brani del corpo sospesero per la città. Il vicerè
lasciò bollire quel furore promettendo; poi, animato anche dagli
esempj di papa Sisto V, fece arrestare i capipopolo, e fin trentasette
tanagliare, strascinare, squartare, cinquantotto messi in galera,
più di mille banditi; abbattuta la casa d’uno speziale che diceasi
sommovitore, ponendovi una colonna infame, attorno alla quale entro
nicchie ingraticolate le teste de’ principali. Anche nel 1584 avendo il
vicerè imposto un ducato per ogni botte di vino, frà Lupo cappuccino si
oppose risolutamente, eccitando il popolo, che di fatto non soffrì tale
aggravio.

E lamenti e badalucchi rinnovavansi ad ogni nuova imposta, e non
impedivano di stillarne sempre di nuove; e diceasi in proverbio
che il popolo di Napoli si governa con Farina, Forca, Festini.
Nel 1622 «il giorno dell’Epifania il cardinale vicerè era andato
all’arcivescovado... e la plebaccia infame, arrecandosi dal Governo
quello che gli viene da’ peccati suoi, non solamente maltrattò sua
signoria illustrissima di parole, ma minacciò fatti... Vedendosi
mancare il pane, prorompe in questi eccessi... Se quando si opposero
a quelle gabelle l’estate passata... ne avesse impiccati una dozzina,
e poichè non si trovarono i capi, zara a chi toccava, adesso non
ardirebbero di perdergli il rispetto... Il popolo, per cagion della
fame, si è tre volte sollevato questa settimana... sento che domani
si faccia giustizia di grosso numero di quelle persone tumultuose, e
particolarmente che se ne faccia morire una mano alla ruota; tormento
troppo spaventoso... Oltre all’essere mangiate in erba tutte le entrate
del re, e ridotto a tanta miseria il regno..., se qualche corpo di
entrata ci è rimasto non intaccato, è rimasto proprio perchè alla Corte
stessa non sarà bastato l’animo col suo braccio di cavarne sostanza
senza metterlo in rovina»[78].

Il cardinale quassù accennato era Gaspare Borgia di Candia, famoso
venditor di giustizia, ma che «si guardava bene da questa canaglia, che
sopporta ogni cosa eccetto la mancanza del pane, pel quale non stima
la vita»[79]. Il che, tradotto dal linguaggio diplomatico, significa
che la _vil plebe_, credendo aver diritto di vivere, pretendeva
a ragionevol prezzo il pane da quei che credeansi in diritto di
prefiggerne il valore; e per ciò e per la alterata moneta più volte
rumoreggiò. Le zannette, piccola moneta, erano ridotte dai tosatori a
tale che nessuno più voleva accettarle, nè tampoco a peso. Credette il
vicerè di provvedervi coll’abolirle; ma i banchi ne aveano per quattro
milioni e mezzo di ducati, moltissime i particolari, perciò trovaronsi
buttati in miseria, e non essendovi surrogato altro, ne rimaneva
impacciato ogni commercio: nuova cagione di tumulti.

Al succeduto vicerè cardinale Zappata, mentre passeggiava fuor di
città, s’accostò un povero con quattro pani in mano dicendo: — Vedete,
signore, che pane brutto mangiamo!» Il cardinale gli disse: — Va con
Dio, capo di popolo». L’uomo rispose arditamente che non era tale, e
il vicerè comandò d’arrestarlo: ma quello a strillare; infinito popolo
accorre «gridando in faccia al cardinale, — Ah zannettaro cornuto; e
con le sassate che piovevano sopra gli staffieri, fecero rilasciar il
prigione; e sua signoria illustrissima con la carrozza a volo se ne
tornò dentro»[80]. Per tali insulti furono carcerate trecento persone,
dieci condannate a morire sulla ruota, dopo tanagliate sopra carri
pei pubblici luoghi; i brani de’ loro cadaveri sospesi per le mura a
pascolo degli uccelli, e le teste entro gabbie di ferro sulle porte più
frequentate; sedici condannati al remo, sdruscite le case, benchè vi
stessero solo a pigione, tutti gli altri tormentati orribilmente, indi
prosciolti.

Quell’anno tutto durò la sollevazione, che raffittì nel febbrajo
seguente; e se «gli Spagnuoli non si facevano forti ai corpi di
guardia, si rinnovava il vespro siciliano»: nel marzo, tre insurrezioni
in una settimana: nel maggio di nuovo, e molte persone «della
plebaccia» furono messe alla ruota, tagliata la mano, bruciate le case.

La guerra di Valtellina, poi quelle di Genova, di Mantova, di
Catalogna, esigevano soccorsi, e i vicerè arrotavano or malfattori or
paesani, de’ quali ben di rado ne tornava a casa. Il conte d’Olivares
ordinò, anche in tempo di pace, si tenessero allestiti ventimila
fanti e cinquemila cavalli per accorrere dovunque fosse bisogno; col
che toglieva al paese di poterne dare quando il bisogno s’avverasse.
Principalmente viceregnando il marchese di Monterey si cavarono
dal Napoletano non solo per la Lombardia, ma per la Catalogna e la
Provenza, sin a quarantottomila pedoni e cinquemila cinquecento
cavalli, e un valore di tre milioni e mezzo di scudi, oltre il
fortificare tutto il regno per paura dei Francesi, e crescere la
squadra a sedici galee e ducentotto bocche di cannone.

Per bastare alle spese cumulavansi debiti; si staggivano le entrate che
vi avessero i forestieri, poi anche quelle de’ nazionali sopra rendite
fiscali; obbligavansi i Comuni a caricarsi di debiti; si vendeano terre
fin allora regie, benchè si opponessero anche colla forza. Mandato dal
vicerè Ponce de Leon per forzare i Comuni a soddisfare al dovuto, il
giudice della vicaria nè tampoco trovò letto ove corcarsi; ma ad uno
che gli mostrava la miseria e l’impossibilità di pagare, fu risposto: —
Vendano l’onor delle mogli e delle figliuole, e paghino».

A tali storpi era la più bella parte d’Italia. Invano si deputavano
preti e frati perchè in nome del Signore del cielo mitigassero quei
della terra; una risposta unica s’ottenea, le necessità della guerra.
Il duca d’Alba (1622) nel suo viceregno provò pesti, tremuoti, guerra;
pur «non mancò col suo valore andar incontro a’ Fati» (Giannone), e
«dimostrò l’animo suo magnanimo e generoso nelle feste per la natività
d’una figlia del re e per tosoni d’oro compartiti». Il surrogatogli
duca d’Alcala (1629) dovette impegnare i proprj argenti perchè la
Spagna tardò ad inviar le galee che il trasportassero; poi incalzato
per sempre nuove truppe all’infausta guerra di Lombardia, vendette le
giurisdizioni che ancor rimanevano, e che si opposero violentemente.
Il duca di Medina, che lasciò il suo nome a una porta, a una fontana
e ad un magnifico palazzo a Posilipo, smunse dal regno (1637) trenta
milioni di ducati, e quando fu chiamato a renderne conto, sostenne che
un vicerè non v’era obbligato, e vantavasi aver lasciato il paese in
guisa, che non vi avea quattro famiglie capaci di imbandire buon pasto.
Il prode Almirante di Castiglia, succedutogli (1644), trovando vuote
le casse ed esigente il Governo, dichiarò non reggergli il cuore di
veder un sì prezioso cristallo spezzarglisi nelle mani, ma alle sue
rimostranze fu risposto, andasse a regolare un chiostro di frati: e
cedette il posto a don Rodrigo Ponce de Leon duca d’Arcos (1646).

Intanto i Turchi infestavano le coste, i banditi le terre, i
gentiluomini la città con quotidiani duelli, e abbaruffate simili
a battaglie vere, don Ippolito di Costanzo e don Giuseppe Caraffa
sfidatisi uscirono alla campagna con oltre cinquecento seguaci
ciascuno. Si aggiungevano mali naturali; e il 1631 comete strane e
fuochi per l’aria, e un mostruoso parto, e sangue gemuto dagli altari
parvero preludere alle spaventose eruzioni del Vesuvio, le cui ceneri
furono spinte fin di là dell’Adriatico, e ai tremuoti della Calabria,
da cui rimasero distrutte molte terre e la città di Nicastro, colla
morte di diecimila persone. «Tutto ciò è un nulla (cominciò a predicare
il medico Sassonio) a petto di quanto sovrasta; e il regno e il mondo
tutto ne andrà a sobisso, il mare uscirà dal letto, pioveranno sassi, i
monti vomiteranno fiamme»; e talmente sbigottì, che molti abbandonarono
la patria.

Regnando Filippo IV, un legno carico di merci e di Cristiani riscattati
da Barberia, infettò di peste la Sicilia. Filiberto di Savoja ch’erane
vicerè, Giannettino Doria arcivescovo, la magistratura municipale,
diedero inutile opera a mitigarla; cresceva di peggio in peggio, finchè
qualche pio in una grotta del monte Pellegrino scoprì il corpo della
romita Rosalia. Parve miracolo, e a folla i cittadini arrampicavansi
su per quella deliziosissima pendice; la terra, l’acque, le pietruzze
della grotta divenivano reliquie; l’immagine della santa era affissa
per le case e le botteghe tutte; e mentre temeasi che la fatica e
il contatto esacerbassero la morìa, il conforto venutone certo la
alleggerì, forse la abbreviò.

Così si giunse fin al 1647, quando ogni cosa era sossopra; la Germania
sanguinava per la guerra dei Trent’anni; la Francia ergeva barricate
contro il suo re; l’Inghilterra un patibolo pel suo; in Levante
rincalorivano le ostilità dei Turchi contro Candia; in Ispagna il conte
duca d’Olivares fece assumere il titolo di Grande al suo povero re
Filippo IV, e voleva meritarglielo coll’acquistare nuovi paesi, al qual
uopo doveva ai popoli mozzar la libertà per ismungerli senza contrasti:
col che infellonì i Catalani che insorsero a rivendicare il diritto di
disporre di se stessi; perdette il Portogallo, acquistato sotto Filippo
II; de’ Paesi Bassi dovè riconoscere l’indipendenza.

Le rivoluzioni sono contagiose; e ricorrendo allora in Sicilia una
delle solite fami, se ne incolpava il vicerè Los Velez. Messina
grida pane, e il vicerè accorsovi (1647), colle forche insegna a
basire tacendo. Più seriamente a Palermo il popoletto attruppatosi,
assalì la casa del pretore (20 maggio), minacciandovi il fuoco: nulla
profittarono Teatini e Gesuiti, buttatisi fra’ tumultuanti fin col
santissimo e colla promessa del pane buonmercato e non più gabelle;
stracciati i registri; insultato agli esattori; sprigionati i debitori,
i masnadieri e i Turchi, si diede il sacco. Capo del tumulto un Antonio
Pilosa, ardito ad ammutinare, e insieme accorto a frenare e dirigersi
a un fine. I nobili usciti a cavallo sparnazzando buone parole,
indussero il vicerè ad abolir le gabelle sul vino, sulla farina,
sull’olio, sulla carne, sul formaggio; ma il popolo non fidandosi,
prese Francesco Ventimiglia, discendente dagli antichi Normanni, e il
proclamò re. Declinando il pericoloso onore, egli si offre conciliatore
fra il governo e la plebe, ma si prorompe alle armi; le corporazioni
degli artigiani, minacciati di saccheggio, mettonsi coi nobili e cogli
ecclesiastici, che tutti prendono le armi, reprimono gli ammutinati. Le
forche fecero il resto: ma più settimane durò il subuglio; e Giuseppe
Alesi battiloro, eletto capitano generale del popolo, tolti all’armeria
reale fucili e cannoni, assalta il palazzo, proponendosi di cacciar gli
Spagnuoli e mettere lo Stato a popolo. Il vicerè campò sulle galee;
i nobili, perchè immuni da molte gravezze, perchè attaccati alla
Corte da impieghi e da onori, perchè temevano disaumento ne’ fondi
che tenevano sulle pubbliche banche, si attestarono per comprimere i
ribelli; l’Alesi li chetò con promesse, talchè essi ed i magistrati
lo elessero sindaco perpetuo con duemila scudi annui. Egli se ne
gonfiò, procedeva fastoso in cocchio dorato, seguito da armigeri; onde
perdette l’opinione del vulgo che lo gridava corrotto, o intento solo
al vantaggio proprio, e ne motteggiava il lusso: sicchè i meglio stanti
ripigliano il sopravvento; Alesi, abbandonato da tutti, è trovato in
una fogna; e la sua con tredici altre teste sono portate in trionfo per
la città.

Sossopravano contemporaneamente altri paesi della Sicilia: ad
Agrigento il vescovo non si salvò che col dare ogni aver suo: a Messina
trascendevasi in onoranze agli Spagnuoli, per fare l’opposto dell’emula
Palermo, ma si domandava di levar le gabelle; pure i baroni riuscirono
a reprimere, e il vicerè tornato sicuro fece spianare le case de’
rivoltosi, e colla forca credette restituir vigore alla giustizia;
insieme mandava fuori una perdonanza generale, e promessa di abolire le
gabelle e stendere migliori regolamenti; ma da Spagna fu trovato troppo
morbido, ed egli sofferse tanti dispiaceri, che di crepacuore morì.

Il cardinale Teodoro Trivulzio, che, con coraggio e prudenza avea
già governato il Milanese, vennegli sostituito (17 9bre), e non che
ricoverare in castello, sbarcò in mezzo alla folla, che lusingata
di tal confidenza e dell’avere un vicerè italiano, lo accompagnò
festiva, gridando, — Pace e libro nuovo». Ed egli colle promesse e
coll’affabilità cattivò gli animi, mentre inesorabilmente puniva chi
ancora rialzasse il capo.

Di maggiori conseguenze tumulto si levò in Napoli. Il cardinale
Mazarino, allora ministro di Francia, ed erede dell’odio del Richelieu
contro Casa d’Austria, avea più volte tentato il regno delle Due
Sicilie, e nominatamente nel 1640 sperò sorprendere Napoli mediante
intelligenza col marchese d’Acaja; ma questo scoperto, fu dato al
carnefice. I Francesi s’accostarono sbravando fin alla spiaggia di
Ghiaja, ma furono respinti. Sei anni appresso, in occasione della
contesa col papa pei Barberini, il Mazarino preparò nuovo armamento a
Tolone, meditando fare una diversione dal Piemonte allora guerreggiato,
col procacciarsi qualche possesso nelle maremme di Siena, e fors’anche
ciuffare il regno di Napoli; ma per isminuire l’invidia di tanto
acquisto, ne designava re Tommaso di Savoja, che vi teneva partigiani,
e che prese il comando supremo della flotta (1646). Approdati con
dieci galee, trentacinque navi, settanta legni minori, seimila fanti di
sbarco e seicento cavalli, s’impadronirono del forte, delle saline di
Talamone, di Santo Stefano, e assediarono Orbitello.

Il vicerè di Napoli, cui competeva la difesa di quei forti, vi avea
spedito il prode Carlo della Gatta: le navi siciliane e spagnuole,
affrontate le francesi (14 giugno) nelle acque di Talamone, si nocquero
assai senza venir alle strette; ma nuovi rinforzi costrinsero i
Francesi a recedere, perdendo molte artiglierie e l’ammiraglio Brezé.
Una nuova spedizione sotto i marescialli La Migliaré e Plessis-Praslin
tolse Piombino al Lodovisi nipote del papa, poi Portolongone; riparato
così l’onore della Francia, e assicuratole un porto per isbarcare
quando volesse a danno di Napoli, contro la quale spingea navi e
tramava coi baroni malcontenti.

O lasciar prevalere i Francesi o far morire di fame i Napoletani, fu il
dilemma, a cui era ridotto il vicerè duca d’Arcos: il quale per salvar
l’onore della Spagna, dovette dal già esausto paese smungere nuovo
denaro, e costrinse il parlamento a decretargli un milione di ducati.
Non potevasi raccoglierlo che colle gabelle, ed essendo tutte vendute,
nè sapendosi quali altre inventarne, si ridestò quella sulle frutte,
odiosissima alla plebe, a cui quelle sono pascolo desideratissimo nel
caldo clima, e dalla natura profuse. Giulio Genovino, che trovammo
eletto del popolo e turcimanno dell’Ossuna, al cadere di costui
avea avuto condanna di carcere perpetuo in Orano; ma col mandare a
Filippo IV un modello in legno della fortezza del Pignone, ottenne la
libertà; e reso a Napoli, si vestì prete per trovarsi sicuro e meglio
pescare nel torbido. A tal uopo istigò alcuni frati a declamare contro
la gabella; metteansi fuori cartelloni, e specialmente uno ov’era
effigiata la Sicilia col motto evangelico, _Vi ho dato l’esempio; come
ho fatto io, fate voi pure_; e quando il vicerè passava, urlavasi, —
Abbasso la gabella.

Il giorno della Madonna del Carmine, la gioventù solea dar assalto ad
un castello di legno in piazza del Mercato, brandendo canne, e guidato
da capi. Uno di questi era Tommas’Aniello d’Amalfi[81], pesciajuolo
di venticinque anni, ridotto miserabile dacchè i gabellieri colsero
sua moglie con una calza di farina in contrabbando. Franco, vivace,
costui era conosciuto dai signori per le cui case portava la sua
mercanzia; più conosciuto dalla plebe, come avviene di chi mostrò
fierezza e vigore, sincerità e giustizia; e in lui si rimetteano
spesso le differenze, a lui chiedeansi pareri. Inizzato dal Genovino
e dai frati (1647), mentre colla sua banda munita di canne ed arpioni
passava dinanzi al palazzo, mostrarono ai signori di Corte le parti
che l’uomo nasconde. Un’altra volta un villano, che non aveva un
quattrino, e che sentivasi obbligato a pagar la gabella, butta per
terra e calpesta i fichi che avea recati; gli si leva rumore intorno;
chi raccoglie i frutti, chi ride, chi freme, tutti schiamazzano come
si schiamazza a Napoli, e Masaniello sopraggiunto coi ragazzi dalle
canne, difende il fruttajuolo, sbraveggia i dazieri, e che più non
si vuol tollerare quell’insolito aggravio. Il magistrato fugge, il
tumulto raffittisce, il popolo stringesi a Masaniello, e comincia,
come sempre, dal bruciare i registri e i banchi degli esattori, poi
si difila sul palazzo del vicerè, protestando devozione al sovrano,
ma scontentezza del mal governo. Sbigottito da quel fiotto di popolo
vasto e ruggente, il vicerè trova ragionevolissima la domanda: i
popolari vogliono tolga pure la gabella sulle farine, ed egli concede:
vogliono rintegri il privilegio di Carlo V, e poichè nella lunga
tolleranza n’aveano dimenticato il contenuto, vogliono averne in mano
l’originale; il governatore accorda tutto, e perdonanza generale, e una
pensione a Masaniello se acqueta il popolo. Masaniello nega separarsi
dai fratelli, e in poche ore trovatosi padrone della città, obbliga
ognuno a prendere le armi, scarcera i contrabbandieri e debitori del
fisco, cassa le gabelle, comanda a’ fornaj di fare la libbra di pane
di quarant’once per quattro grana; disarma i forti, lascia abbruciare
cento ridotti di giuoco, e i settanta casini e gli arnesi della
finanza, levandone però i ritratti del re che colloca sui canti tra
candele accese, gridandogli _Viva_ mentre ne sconoscevano l’autorità.

In simili occasioni tutti abbiamo veduto al popolo torvo e
minaccevole profondersi promesse e blandizie, inghiottendo l’ira per
rivomitargliela quando sarà intepidito e raccheto. Il vicerè, mentre
trattiene i lazzaroni palleggiando, fin cinque assassini manda contro
Masaniello; ma il popolo li trucida, e dal sangue passa al sangue,
e a sfogar vendette. — Il principe di Cellamare impinguò comprando
le gabelle che s’inventavano: a morte! — Il duca di Maddaloni non mi
pagava il pesce che gli portava a casa, e mi rispondeva insulti: a
morte! — Il principe Caraffa mi costrinse una volta a baciargli il
piede: glielo voglio troncare e mangiarmelo. — Morte ai masnadieri!
— morte a chi indossa il ferrajuolo, perchè può nascondere armi
proditorie! — morte a chi non espone l’immagine del re e di san
Gennaro!»

Masaniello operava con cuore e non senza senno; ma il prete Genovino
spingealo ad esagerazioni (1647), e ne rivelava i divisamenti al
vicerè. L’arcivescovo Filomarino, anch’egli come al solito assolveva,
benediva, salvava qualche innocente, e per suo interposto il
vicerè chiese a udienza Masaniello. Questi voleva andarvi in pure
brache e berretto da pescivendolo; ma il cardinale, fin minacciando
scomunicarlo, l’obbligò a mettersi un vestone di broccato e cappello
alla spagnuola, e i lazzaroni non finivano d’ammirare il loro eroe
rincivilito, che a cavallo, colla spada nuda si condusse al palazzo.
Prima d’entrare, egli rassicurò la moltitudine: — Io non ho operato
se non pel bene di tutti; e appena io vi abbia torni in libertà,
ripiglierò il mio mestiero senz’altro chiedervi che un’_Avemaria_ da
ciascuno nel punto di mia morte». E come tutti a grandi schiamazzi
gliel promisero, seguitò esortando non deponessero le armi se non dopo
conseguito l’intento: — Diffidate dei nobili; e se troppo io fossi
trattenuto in palazzo, buttatevi il fuoco».

Il vicerè gli usò quante cortesie la paura e la perfidia
suggerivangli; espresse meraviglia di trovar tanto accorgimento in un
pescivendolo ineducato; volea donargli una collana d’oro ch’e’ ricusò
replicatamente, solo accettandone una di poco valore in segno della
sua benemerenza; e lo chiamava «Figliuol mio», e «Per tuo merito oggi
il re può dire d’esser re». Masaniello di rimpatto gli toccò più volte
la barba, confortandolo a non aver paura; e poichè il popolo dubitando
di qualche violenza al suo capo, tumultuava, Masaniello fecesi al
balcone, e con mettere appena il dito alla bocca ottenne silenzio da
cinquantamila lazzaroni, e che tornassero a casa. Anche sua moglie si
presentò con un bambolo in collo alla signora d’Arcos, e le disse: —
Voi siete la viceregina delle popolane. Mio marito governerà il popolo,
e il vostro gli Spagnuoli».

Si proseguirono le conferenze, e il trattato (1647) conchiuso fra il
vicerè e il «capo del fedelissimo popolo della fedelissima città»
fu letto alla porta del duomo[82], spiegandolo Masaniello punto
per punto a quella ciurma, indi fu giurato sul vangelo e sul sangue
di san Gennaro. Masaniello v’accompagnò un’arringa, dove alle cose
assennate ne mescolò di pazze; encomiò la condiscendenza del vicerè e
l’animo pacifico dell’arcivescovo; poi voleva colà stesso levarsi di
dosso quella incomoda vestitura per ripigliare le sue braghesse e il
cappello da lazzaro. Non che cercasse levarsi in istato, egli vantavasi
anzi della povertà: qualche volta, arringando il popolo, calavasi i
calzoni per mostrare il dorso scarnato e il ventre vuoto, in segno
della sobrietà conservata anche fra quell’abbondanza. Ai cavalieri
che venivano per corteggiarlo, intima: — Via di qua, che non voglio
altra compagnia che di scalzi com’io sono». Una volta l’araldo, fra gli
altri viva in cui si sfogano le plebi sollevate, intonò anche — Viva
Masaniello», ed egli inscurito, afferratogli il ciuffo, glielo tagliò
colla spada, minacciandolo di peggio se gridasse altro che — Viva il
re e il fedelissimo popolo di Napoli». Un plebeo gli si accosta, e
— Non ti fidare se prima non hai in mano le chiavi del Castello»; ed
egli, preso un mazzo di chiavi, glielo maneggia sulle spalle, dicendo:
— To’; queste son le chiavi di Sant’Elmo». Uno mascherato gli susurra
all’orecchio: «Parmi che la fortuna t’apparecchi una nobilissima
corona»; ma egli: — Che di’ tu? altra corona io non cerco che quella
della Madonna; altro non desidero che di sgravare la città dalle
gabelle. Sono pover uomo, e serbato che avrò il paese al re, tornerò a
pescare».

Hanno bel volerne fare un eroe gli adulatori del vulgo: costui era
popolo co’ suoi difetti e le sue qualità; misto bizzarro, non però
singolare, di vanità e dabbenaggine, di coraggio e pusillanimità; non
elevatosi ad altra idea che di pagar poco, avere il pane buonmercato,
e impetrar giustizia e miglioramenti dal re. All’arcivescovo chiedeva:
— Eccellenza, sarò arrotato? Eccellenza, un gran peccatore son io, e
voglio confessarmi. Per me non dimando covelle: finito quest’affare,
torno a vender pesce». Ma eretto dalla plebe, nulla poteva negar alla
plebe: permessi alcuni supplizj, prese la passione del sangue e del
largire col denaro altrui e del decretar monumenti come un re. Piantava
tribunale in piazza, ascoltando le accuse; e per lo più dalla sola
fisonomia giudicava; e lì a fianco stava il patibolo, unica pena che
infliggesse il disumanato pescivendolo; poi su e giù a rompicollo per
Napoli, urtando del cavallo e ferendo, or accipigliato e minaccevole,
or gettando zecchini a manciate, e affogava nel vino il poco cervello
che gli era rimasto. Vedendolo operare da demente, fu detto che
il vicerè l’avesse con tossici dissennato[83]. Se ne stomacano i
savj; gliene vuol più bene la plebaglia: ma il fatale Genovino gli
tiene addosso gli occhi, e nel convento del Carmine ov’era andato a
confessarsi, i sicarj del Governo riescono a trucidarlo. Il popolo, che
jeri l’aveva idolatrato, oggi lo strascina a vitupero; ma al domani,
vedendo i fornaj tornar il pane a ventiquattr’once, gliene rinasce
l’amore, e piange e schiamazza, e gli fa esequie che re mai non ebbe,
cioè il pianto di ottantamila cittadini; gli onori dell’armi gli
sono renduti da quegli stessi che l’aveano ammazzato, e quarantamila
soldati, coi tamburi scordati e l’armi a rovescio, trascinando nel
fango le bandiere, ne accompagnarono fra campane e cannoni la bara,
dov’era portato sotto un panno ricamato a corone e palme, colla spada
e il bastone di generale; quattromila preti e frati celebrarono per
l’anima di lui; poi si attestò che il capo riattaccato al busto mosse
gli occhi e parlò; che la sua mano strinse un rosario e diede la
benedizione: in una settimana pescivendolo, tribuno, re, strapazzato,
santificato.

Quell’assassinio non chetò la rivolta, che anzi in tutte le
provincie la plebe si ribella ai baroni; in Cassano contro il
principe dell’Ajerto; a Salerno, ad Avellino contro i Sanseverino; a
Serracapriola, a Procida, ad Ischia contro i Del Vasto; a Celano contro
i Piccolomini; a Carniola contro il principe di Stigliano; a Nardò
contro un Conversano della casa Acquaviva, detto il Guercio di Puglia,
che riuscito superiore, gli autori della sommossa mandò tutti al
supplizio senza rispetto a grado o dignità; un vecchio di settant’anni
fece impiccare pel piede; ventiquattro canonici archibugiare, poi
le loro teste collocare coi berretti sugli stalli del coro[84]; e
abbattute le case, e confiscati i beni pel valore di diecimila ducati,
e altre sevizie di cui restò fin oggi popolare l’esecrazione. Tutto
l’Abruzzo, tutta Calabria erano in armi; guaj agli appaltatori od
esattori dei dazj! guaj ai ricchi in generale; distruggeansi i mulini,
le case, uccideasi a furore; le sopite fazioni rinasceano per aggiunger
olio al fuoco; in Eboli un partito fingendo volersi riconciliare con
l’altro, ne trucidò tutte le famiglie.

Napoli stessa era in uno scompiglio che mai il peggiore. L’abolizione
delle gabelle riduceva a miseria migliaja di famiglie che le aveano
comprate, e di cui erano l’unica rendita: poi oggi tutte le donne
faceano ressa al monte di pietà per riaverne i pegni; domani gli
studenti chiedeano s’attenuasse il prezzo delle lauree; poi i pitocchi
davano l’assalto ai Certosini pretendendo li frodassero delle limosine;
altri ai forni e ai dogli: or plebejamente si applaude, or plebejamente
s’accusa: tratto tratto si conciliano paci, ma i _ministri del
demonio_ insospettiscono i popolani, e tornasi alle ire, al sangue, al
saccheggiare, all’incendiare[85]. Dal primo bisogno di pane passavasi
poi a qualche veduta più alta; e mentre l’Arcos tentava eludere i
privilegi concessi per la paura, il popolo pretende che le concessioni
non fossero chiare abbastanza; chiarite, domanda altre; esige che il
popolo abbia eguali voti della nobiltà; comincia a declamare contro
gli Spagnuoli e ammazzare quanti ne incontra; vuol avere in sua mano
Francesco Toratto principe di Massa, che per gli eccellenti servizj
prestati a Taragona avea avuto premj, poi n’era stato frodato, sicchè
tenevasi in broncio cogli Spagnuoli: viene creato capitano del popolo,
e impetra più larghe condizioni; ma le provincie domandano quel che
ottenne la capitale; tutti allettati da quella lusinghiera idea di non
pagare più gabelle.

Don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Filippo IV e
grand’ammiraglio di Spagna, giovane di diciott’anni, spedito con grossi
navigli ma pochissime munizioni a restaurar la fortuna spagnuola in
Italia, accorse colla flotta davanti a Napoli (8bre). Arcos chiama
in castello i primarj popolani sotto finta di parlamento, e li tiene
ostaggi, e di lassù bombarda la città mentre il secondano le navi;
talchè alfine si capitola, e il popolo depone le armi. Era un gran
pezzo che Napoli non vedeva alcuno dei suoi reali; onde festeggiò
clamorosamente don Giovanni che rabbonisce e promette: ma Arcos,
temendo non si volesse per costui mezzo ottenere l’indipendenza,
istillò sospetti nel giovane eroe per disamorarlo del popolo; poi
quando la città si fu racqueta, ecco le truppe scendono in ordine dai
castelli, mentre da questi s’avventano palle e bombe. Il furore spinge
alla difesa i Napoletani traditi; resistono, ammazzano, rincacciano;
non potendo i soldati venirne a capo in quel labirinto di vie
abbarrate, Arcos chiede l’interposizione del cardinale Filomarino; e
questo nega, indignato d’essersi veduto stromento all’iniquo sterminio
del suo gregge[86] (1647). Il popolo, convertito lo sbigottimento in
furore e la quistione fiscale in politica, manda fuori que’ soliti
manifesti ove si giura morte alla nobiltà, e s’invita il mondo in ajuto
della giustizia; inalbera bandiera rossa; morte a chiunque parli di
pace; morte pure a chi propone di buttarsi in braccio alla Francia.
Il principe di Massa ne animava il valore e ne dirigeva le difese, ma
coll’esitanza di chi sostiene una causa in cui non confida; e perchè
cercava di riconciliare o trar in lungo, perde la confidenza, è ucciso,
appiccato, e il cuor suo spedito alla moglie. Allora si grida capitano
Gennaro Annese, archibugiere coraggioso e, per odio ai nobili più
che al re, repubblicante. Egli cercò trar le provincie al medesimo
sentimento; e le più avendo aderito, cominciò guerra civile contro i
baroni, empiendosi il regno di grida, di furti, di atrocità.

Il vicerè aveva invitato tutti i baroni del regno ad accorrere alla
capitale e difendere la causa comune; e raccolte masnade, vennero in
fatti i duchi di Montesarchi, di Salsa, di Conversano, e principalmente
il principe Caraffa di Maddaloni. Costui, a sedici anni capo di
gran famiglia e possessore di fortuna principesca, si abbandonò alle
consuetudini e al temperamento: con amori chiassosi, chiassosi duelli
e molte uccisioni guadagnossi reputazione di gentiluomo compito:
teneva la casa piena di bravi, pronti a mettersi ad ogni sbaraglio
per difendere od offendere, insultar la legge, frodar la finanza,
fare stare i birri e soprusare la plebe. Col fratello don Giuseppe e
colle famiglie San Felice e Liguori tiranneggiavano i contorni del
borgo dei Vergini, come i Caracciolo di Santobuono, i Minutolo, i
Capecelatro molestavano le vicinanze di San Giovanni di Carbonara,
altri altrove. Giuseppe Caraffa in pochi giorni per malumore fece
uccidere tre persone e due ferire gravemente; Diomede rompere la
testa a un mercante perchè era in urto con un altro suo protetto. Il
Monterey, risoluto di reprimere esso duca di Maddaloni, che allora
aveva appena vent’anni, mandò cento soldati per arrestarlo in una sua
villa a Posilipo; ma avvertito egli fuggì: onde si lanciò contro di
lui un mandato d’arresto, furongli imposte multe, messi soldati nelle
case e nei feudi di lui ed a sue spese; e si computa che in pochi anni
dovesse pagare centomila ducati. Eppure fedelissimo al dover feudale,
servì all’Austria nella guerra dei Trent’anni, in quella di Urbano VIII
menò otto compagnie di suoi vassalli per Maddaloni, dieci per Arienzo,
sei per Cerreto; e passava per un de’ migliori nobili; cavaliere d’alto
fare, splendido, liberale; piede di casa, servitù, carrozze, cavalli,
barche, tutto da gran signore; e diceva che, come i re hanno la ragion
di Stato, così i nobili hanno la ragion di famiglia.

Masaniello guardavalo con odio particolare, onde nella prima
sollevazione gli furono bruciati i magnifici palazzi, ucciso il
fratello e altri parenti; ed egli buttatosi alla campagna, fu de’ primi
che osteggiasse Napoli, nè mai desistè. Per opera di lui e degli altri
baroni erano intercetti i viveri alla città e provveduti i castelli;
di modo che le milizie regolari e il nome regio prevalsero. Allora
Napoli, ridotta all’estremo, ed essendosi invano esibita al papa come
ad alto signore del reame, pensò ricorrere a quella Francia che dianzi
aveva esecrata, e i cui ambasciatori aveano soffiato in quel fuoco per
nuocere alla Spagna. Vero è che i Napoletani non voleano sottoporsi ad
essa, ma esserne ajutati a farsi repubblica: repubblica coll’ajuto di
un re.

Enrico duca di Guisa, di altissima famiglia francese e discendente
dai principi d’Angiò antichi signori di Napoli, condannato di maestà,
poi assolto, e rinomato per galanterie, era allora venuto a Roma per
far cassare il suo matrimonio onde sposare una civettuola. Colà lo
incontrarono alcuni pescivendoli andativi con titolo di ambasciatori;
e bello, manieroso, ricco e prode quanto i ribelli s’immaginano
facilmente, lo guardarono come inviato da Dio, e lo sollecitarono a
liberare il loro paese. Tra per vanità propria e per gratificare a
Francia egli accetta, e sfolgora vanti e promesse: promesse e vanti
fanno i deputati della _real repubblica_ di Napoli, e che vi troverebbe
censettantamila fanti in tutto punto, assai cavalli e munizioni, e
tre in quattro milioni, oltre gioje e metalli. Ma egli arriva con non
più di ventidue persone, compresi i deputati napoletani e la servitù,
pochissimi denari tolti a usura, e qualche barile di polvere, e trova
null’altro che coraggio e disordine. Ma che importa? gl’insorgenti si
brigano essi mai coll’aritmetica? la gioja va al colmo; si ripigliano
gli assalti contra gli Spagnuoli che possedono i castelli e mezza la
città; si rincacciano i nobili dalla campagna.

Intanto il Guisa, gridato «generale della serenissima reale repubblica
di Napoli», con fortunati successi rallegrò la città[87], estese
emissarj per tutto il regno; trasse anche molti nobili nel partito
popolano (1648); e se avesse lealmente proclamato una repubblica, alla
quale partecipassero anche le altre provincie del regno e i cittadini
coi nobili, forse si sbarbicava la dominazione spagnuola. Ma, a tacere
le sue ambizioni, egli molestava colla solita pecca de’ Francesi,
il tentar le donne; reprimeva fin colla morte lo sparlare[88]; e mal
soffriva d’avere per eguale Gennaro Annese, che a vicenda non voleva
lui per superiore, e che sdegnavasi perchè mai non nominasse il
promesso senato.

Pure il coraggio cresce all’entusiasmo quando scoprono la flotta
francese; e benedicono a Francia: Francia monarchica che viene a
stabilire una repubblica in Italia. Se quei ventinove ben provvisti
vascelli di guerra, comandati dal duca di Richelieu pronipote del
cardinale, avessero assalito la sguarnita flotta spagnuola, certo la
sconfiggevano: ma il duca non fece che deporre qualche munizione,
e voltò di bordo, perocchè il Mazarino, che nulla rincoravasi del
leggero cervello del Guisa, non sentivasi d’impegnare la Francia in
una guerra. Al qual Mazarino il duca scriveva: — Ben ho a dolermi
d’essere abbandonato dalla vostra protezione nel maggior mio
occorrente. Arrischiai la vita sul mare; trassi dalla nostra quasi
tutte le provincie del regno; ho mantenuto la guerra per quattro mesi
senza polvere nè danari, e rimesso all’obbedienza un popolo affamato,
senz’avergli potuto dare in tutto questo tempo più che due giorni di
pane; sfuggii cento volte alla morte, minacciatami e col veleno e colle
rivolte. Tutti mi hanno tradito, i miei stessi domestici pei primi;
l’armata navale non è comparsa che per iscreditarmi appresso il popolo.
Ma quello che più mi accora è l’essersi fatta entrare madamigella
Ponts donna mia in un altro monastero da quello ov’io l’avea pregata di
ritirarsi. Era l’unica ricompensa ch’io pretendessi alle mie fatiche,
senza la quale nè di fortuna, nè di grandezze, nè tampoco della vita
fo conto; disperato rinunzio ad ogni sentimento d’onore e d’ambizione,
nè penso che di morire per non sopravvivere ad un crepacuore che mi fa
perdere il riposo e la ragione»[89].

Arcos aveva ricevuto dalla Spagna piena potenza di trattare e
concedere; il re ordinavagli, _Ajustareis todas las causas de manera
que esos mis subditos recivan la mayor satisfacion que posible, y
sean defendidos y mantenidos en la paz y justicia que les deseo y
devo administrar_; egli ripeteva amnistie le più ampie: ma poichè
conoscevasi odiato da amici e da nemici quale causa di questi mali,
fu richiamato (1648 aprile) e datone la patente al conte d’Ognate.
Questi con denari e con promesse di perdono e di concessioni divide
i rivoltosi, inimica al popolo le cappe nere, e tratto per astuzia il
Guisa fuor della città, la occupa; secondato dall’Anese e dagli altri
capipopolo, i quali s’accorgevano che la rivolta non facea se non
convalidar la nobiltà, e che gli consegnarono la chiave del Torrione
del Carmine, ove furono trovate perfin le corrispondenze del Guisa.
Allora tutto sonò di viva alla Spagna[90], come dianzi di bestemmie;
la quiete tornò, e si rimisero ai mestieri quelli che aveano preferito
viver di baccano; il Guisa, fuggendo travestito, fu preso e tradotto
in Ispagna; sol dopo qualche anno, per intercessione di principi, fu
liberato; e la rivoluzione finì come tutte quelle dove il valore e il
furore non son guidati dalla prudenza.

Se Francia voleva diroccare l’emula, quello era il momento di far
uno sforzo; ma i soccorsi che il Guisa avea caldamente sollecitati
arrivarono quando l’ardore popolano era sbollito. Allora, come
sempre, si credette che il primo fremito della sconfitta sarebbe un
buon appoggio alla riscossa; e il Mazarino, conoscendo che quello
era «l’affare più importante che si potesse concepire»[91], cercò
riaccendere il fuoco, ma non risolveva se far repubblica, o mettervi
un re temperato e amico di Francia. Tornò gli occhi su Tommaso di
Savoja, a un cui figlio avea sposata sua nipote Olimpia Mancini; e gli
somministrò bella armata e truppe di sbarco, cui si unì una caterva
di fuorusciti, che menavano gli stranieri contro la patria, e agli
stranieri promettevano una sollevazione paesana per favorirli: ma
nessuno essendosi mosso, respinto dai regj, egli dovette ritirarsi; e
Piombino e Portolongone furono recuperati dagli Spagnuoli.

Questi presero allora a incrudelire, quanto più avevano nella paura
condisceso; decollarono l’Anese, sebbene si fosse fatto traditore per
essi (1653); appiccarono i migliori de’ suoi compagni; tesserono di
que’ turpi processi che sogliono disonorare ogni ripristinazione; bandi
e confische colpirono chi colla fuga erasi sottratto alla forca; e
intere famiglie rimasero schiantate, molti ammazzati compendiosamente;
alfine il boja stesso fu appiccato, convinto d’aver ricevuto denaro per
far penare di più gli sciagurati. Quello stesso Diomede Caraffa, ch’era
stato caporione della causa regia, sotto altri pretesti fu colpito di
grave tassa, poi in prigione, indi trasferito in Ispagna, ove morì.
I briganti che più non poteano trovar soldo dai signori, costretti
a tenersi ne’ boschi, vi morivano d’inedia e di disagio. Il rigore
dell’Ognate parve eccessivo fin alla Corte, che gli surrogò il conte di
Castrillo.

A quella rivoluzione aveano preso parte molti pittori, o ne furono
vittime. Il Falcone, per vendicare un parente uccisogli da un soldato
spagnuolo, formò la compagnia della Morte aggregandovi la più parte
de’ suoi colleghi e scolari, Coppola, Porpora, Micco, Spadaro, il Po,
il Mastuzzo, i due Fracanzano, Cadagora, Vacari padre e figlio. Altri
la immortalarono coi dipinti, come Salvator Rosa, Spartaro, Giuliano
Finelli scultore di Carrara, Francesco Francanzano[92], il quale poi ne
tentò un’altra; ma scoperto, ebbe, per grazia dell’Ognate, invece della
forca, il veleno.

Don Giovanni d’Austria nella capitolazione, oltre il pieno indulto
delle colpe di maestà, e anche di qualunque delitto ordinario commesso
durante la turbolenza, sebbene i rei fossero già in carcere e in
galera, e sebbene non avessero la remissione della parte offesa,
aboliva tutte le gabelle: stolta esagerazione, la quale gettava sul
lastrico migliaja di famiglie che le aveano comprate. Furono dunque
ristabilite e ordinate meglio, assegnando la parte che competerebbe
alla cassa militare.

Ma anche molti nobili erano fuggiaschi o in bando, altri stavano di
pessima voglia, e guatavano verso Francia[93]; e dopo che Enrico di
Guisa ebbe ricuperata la libertà (1654), lo sollecitavano a ritentar
la ventura. Il Mazarino lasciò che allestisse una spedizione a proprio
conto, promettendo assisterlo nel caso riuscisse. Egli, fatto denaro
in ogni modo, veleggia di Provenza con sette vascelli grossi, quindici
mercantili, sei galee, sei tartane, ma molte ne perde nel tragitto.
Sebbene intanto il vicerè Castrillo si fosse atteggiato a difesa, e
avesse promesso perdono a chi ben si comporterebbe, il Guisa sbarca
a Castellamare (9bre), e se poteva accelerarsi, occupava Napoli;
ma sprovvisto di viveri, non secondato come credeva, aborrito dai
contadini a cui spalle doveva vivere, egli fu costretto rientrare in
Francia con quei che gli rimanevano, dopo aver saccheggiato la piazza.
E la Spagna gettò di nuovo su questo scompiglio il suo manto, ricamato
a stemmi e foderato di spine.

Alla Spagna n’era venuto profitto per l’abbattimento dell’aristocrazia,
fosse nelle stragi fattene dal popolo, fosse poi nel punire; e
d’allora cominciò a sminuir la ricchezza delle famiglie e perdersene
l’influenza, e molte spagnuole si introdussero nei sedili. La Spagna
poteva dire d’essere omai libera nella dominazione napoletana, eppure
non la migliorò. Nel 1658 per la nascita d’un erede del trono si
chiese un donativo di trecencinquantamila ducati, parola dimentica dal
48 in poi: per trovarli si pose la tassa sul pane, e si cominciò la
cantilena d’inventare gabelle, venderle, inventarne di nuove. I banditi
ricomparvero, e i falsi monetieri, e i ladri nelle vie della città; i
feudatarj, perduta l’autorità del resistere, ricuperarono l’arbitrio
del soprusare.

La peste (1656) (giunta quasi perpetua ai mali di questo secolo pomposo
e sciagurato) imperversava in Sardegna; pure il vicerè di Napoli per le
_necessità della guerra_ ne traeva milizie, e con esse l’infezione. Ben
potè egli proibire che contagio si dicesse, e il male infierì in città
affollata e sudicia, sicchè migliaja al giorno morivano; campi interi
e le cave delle pietre furono colmate di cadaveri; i galeotti turchi
obbligati all’uffizio di sepoltori, e quando essi pure mancarono, i
cadaveri insepolti nuove morti cagionavano. Si sperò salvezza da suor
Orsola Benincasa, morta testè in odore di santa; e non che cassette,
ma barili si empirono di monete, offerte per alzare un monastero alle
sue monache. Poi il popolo incolpava gli Spagnuoli di spargere veleni e
unti, e che perciò morissero più vulgari che ricchi; dappertutto vedeva
avvelenatori e polveri; e molti scannò a furore, altri processati,
come un Vittorio Angelucci, reo d’altre colpe, ma offerto vittima al
pregiudizio. Il morbo diffondeasi nella provincia, passava a Genova,
che all’interruzione dei traffici preferì questa terribile eventualità;
passava a Roma, ove pure fu creduto manifattura degli Spagnuoli, per
punire il papa d’aver ricevuto l’ambasciatore del sollevato Portogallo.
Insomma il vulgo attribuiva la peste fisica a quelli che n’erano
veramente la peste morale.




CAPITOLO CLIII.

Guerra della Valtellina. Successione di Mantova e del Monferrato. Il
Mazarino.


Tanto basta a conoscere gli umori de’ governanti di Spagna, e quella
amministrazione, di nulla occupantesi meno che del bene de’ popoli;
mentre tutta Italia, impotente di sè, trovavasi sbolzonata tra Francia
e Spagna, quella rivoluzionaria per interesse, questa conservatrice
materiale, «tutta gentilezza, tutta complimenti nelle apparenze, ma
a chi ben guardi, tutta superbia, tutta avarizia, tutta crudeltà. Le
mani, sproporzionatamente lunghe, distende per tutto ove meglio le
torna conto, senza discernere l’amico dal nemico, lo straniero dal
parente. Atta a dominare schiavi, incapace di governare uomini liberi,
non è mai temibile tanto come allora che, colla corona in mano, tu la
vedi trattare vezzi, pieni di pretesti di religione e di santa carità
verso il dilettissimo prossimo».

Così l’arguto Trajano Boccalini, il quale altrove scrive: — Se l’Italia
volesse considerare diligentemente quale sia quella pace di ch’ella
forse si vanta, conoscerebbe ch’ella deve altrettanto dolersi di questo
ozioso veleno che la consuma, quanto nella sovversione e nella fiamma
aperta delle guerre altrui va commiserando i danni degli amici». Egli
medesimo introduce Francia a dire alla Spagna: — Con quella libertà che
è propria della mia natura, voglio dirvi che l’impresa di soggiogare
tutta Italia non è negozio così piano, come veggo che voi vi siete dato
a credere. Poichè, quand’io ebbi li medesimi capricci, con mie rovine
grandissime mi sono chiarita, che gl’Italiani sono una razza d’uomini,
che sempre stanno con l’occhio aperto per escirvi di mano, e che mai si
domesticano sotto la servitù di stranieri. E sebbene come astutissimi
facilmente si trasformino ne’ costumi denominanti, nell’intimo del
cuor loro servano vivissimo l’odio antico. E gran mercadanti della
loro servitù, la trafficano con tanti artifizj, che, con essersi
posti in dosso un paro di brachesse alla sivigliana, forzano voi a
credere siano divenuti buoni Spagnuoli, e noi con un gran collaro di
Cambrai, perfetti Francesi; ma quando altri vogliono venir al ristretto
del negozio, mostrano più denti che non n’hanno cinquanta mazzi di
seghe»[94].

Tutti gl’interessi e le passioni vennero a complicarsi in due imprese
che lungamente esercitarono diplomatici e guerrieri; la sollevazione
della Valtellina e la successione del Monferrato.

Narrammo (Cap. CXLVIII) come la riforma religiosa fosse penetrata nella
Valtellina, e quali le conseguenze. Essa valle, cogli annessi contadi
di Bormio e di Chiavenna, avea formato parte del ducato di Milano, fin
quando i duchi furono costretti cederli ai Grigioni. Di tal perdita
non sapeano darsi pace gli Austriaci, poichè, la valle allungandosi da
settentrione a mezzodì fra la Lombardia e il Tirolo, e fiancheggiandola
i Grigioni a destra e il Veneto a sinistra, opportunissima l’avrebbero
avuta a tragittar le truppe dalla Germania in Italia e viceversa,
mentre torrebbe alle francesi di passare nel Veneto. Per questi
tragitti di truppe Venezia, Spagna, Francia, Savoja aveano rimescolato
incessantemente il paese stesso de’ Grigioni, intrigando e comprando le
famiglie dei Pianta e dei Salis, corifee di due contrarj partiti.

I Grigioni aveano stipulata col Milanese una convenzione di buon
vicinato e libero il transito delle merci dirette a loro, purchè essi
non lasciasser l’esercito nemico varcare al ducato di Milano. Ma quando
prevalsero i Salis fautori di Francia, trassero ad una lega (1603) con
Enrico IV difensiva e offensiva, dove nessuna eccezione faceasi a favor
del Milanese. Se ne indignarono gli Spagnuoli; e il governatore conte
di Fuentes mandò minacciarli; e vedendosi poco ascoltato, fabbricò
un forte appunto ove la Valtellina e la valle di Chiavenna sboccano
al lago di Como; sicchè di là poteva co’ suoi cannoni impedire e gli
eserciti e le merci della Rezia, singolarmente il grano che questa
trae dalla Lombardia. Ai reclami de’ Grigioni egli non badò, tanto
meno dacchè tenne per nuova onta la loro lega coi Veneziani. Questa
scadeva nel 1615, e i Veneziani mandarono a Coira per rinnovarla: ma
gli attraversavano da una parte Francia, volendo da se sola dipendenti
i Grigioni; l’Austria dall’altra per umiliare i Veneziani, che allora
astiava per la guerra degli Uscocchi. Ma i Protestanti, a cui capo
Ercole Salis, caldeggiavano gl’interessi veneti per avversione alla
cattolica Spagna, e levato rumore (1618) cacciarono e l’ambasciadore
francese e gli austrizzanti, e gridando alla corruzione, alla
superstizione, piantarono un feroce tribunale (_Strafgericht_) che
processò, bandì, multò, uccise gli avversarj, come tali contando gli
zelanti Cattolici, e fra questi Nicolò Rusca, veneratissimo arciprete
di Sondrio nella Valtellina (tom. X, pag. 571).

Questa suddita indoloriva viepiù dal malessere dei padroni; e a tacere
la sfacciataggine con cui i magistrati, che aveano compro all’asta
le cariche, se ne rifaceano col vendere la giustizia, dai dissensi
religiosi erano esacerbati gli animi. Perocchè quei che venivano a
governarla dal paese de’ Grigioni, per lo più calvinisti, favorivano ai
loro religionarj, de’ Cattolici turbavano le coscienze, il culto collo
specioso titolo della libertà; le persecuzioni portavano riazioni; ai
supplizj si rispondeva coi coltelli, finchè i Valtellinesi ordirono ed
effettuarono un macello universale de’ Protestanti (1620 luglio).

Il duca di Feria governatore di Milano, avutane contezza, lusingava
di pronti soccorsi l’insurrezione; scoppiata che fu, esitò ad entrare
nella valle, prevedendo sarebbe favilla di vastissimo incendio. Di
fatto i Grigioni armarono per ripigliarsi le loro suddite; corsero
proclami, accuse, giustificazioni, recriminazioni; la risolutezza
degl’insorti inanimì i principi cattolici a sostenerli; l’imperatore
armò ai confini tirolesi, Spagna ai milanesi; e si cominciò guerra che
molti anni fu prolungata. I Grigioni rioccuparono la valle, ma tutti
gli sforzi esterni erano elisi dall’intestino cozzarsi tra Cattolici e
Protestanti. I primi avendo avuto la peggio, e trovandosi perseguitati
ed espulsi, ricorsero agli Austriaci, i quali invasero il paese
Grigione, e restituirono il sopravvento alla parte cattolica, che, col
solito abuso delle riazioni, spense la libertà. I natìi poco tardarono
a riscuotersi, e insorti cacciarono gli Austriaci che non potevano
trucidare. Accorsero questi per vendicarsi; e se fossero riusciti a
fissare il piede nella Rezia e congiungerla col Tirolo, «poteva dirsi
stretto il laccio al respiro e alla libertà d’Italia» (Nani). E ne
fu ad un punto, atteso che la Francia avea dato mano sin alla fazione
austriaca, per quanto Venezia le intonasse come guasterebbe i proprj
interessi col lasciare la Valtellina alla Spagna, che così avrebbe
escluso perpetuamente gli eserciti francesi dall’Italia, e assicuratovi
il passaggio a’ suoi. La ragione valse a combinare una lega (1622)
fra la signoria veneta, il re di Francia e il duca di Savoja; e si
fecero sonare tanto alto que’ paroloni d’indipendenza degli Stati
e d’equilibrio scomposto, che fu preso il compenso di consegnare le
fortezze della valle ai papalini. Acconcio viemeno risolutivo dacchè
morì Gregorio XV, che forse meditava farne un appannaggio pe’ Ludovisi
suoi nipoti, e Urbano VIII mostravasi disposto a qualunque accordo coi
Grigioni (1623), purchè salva la religione cattolica in Valtellina.

Di ciò mal s’acquetava la Francia, e in Avignone raccolse a congresso i
ministri di Venezia, Savoja, Inghilterra, Olanda, Danimarca ed altri,
col titolo di reprimere le trascendenze dell’Austria. Il risultato
fu che Richelieu, ministro onnipotente di Luigi XIII, affidò un
esercito al marchese di Cœuvres, il quale, ricantando liberazione e
indipendenza, trasse le leghe Grigie a giurare la pristina alleanza, e
occupò la Valtellina, senza che i papalini facessero ostacolo. Accorse
il duca di Feria a chiudergli il varco pel Milanese, e costruttori
genovesi oppose ai costruttori veneziani, che al Cœuvres aveano
preparato una flottiglia sul lago di Como. Alcun tempo continuarono le
fazioni, sin quando (1626), nella pace di Monson (pag. 71) tra Spagna e
Francia, si convenne la Valtellina tornasse ai Grigioni, ai patti che
godeva nel 1617; sola religione permettendovi la cattolica. Spiacque
ai Valtellini il rimettersi a una servitù da cui si erano con braccio
forte riscossi; spiacque ai signori di Francia l’abbandono della valle
che aveano assunta in protezione; spiacque al papa si fosse stipulato
senza sua saputa; spiacque ai Grigioni la restrizione imposta; e alla
pace seguì un fremer d’armi universale, complicato dal tentativo che
dicemmo del duca di Savoja contro Genova, e dalla guerra di Mantova.

Abbiamo veduto (tom. VII, pag. 407) Luigi Gonzaga sottentrare ai
Bonaccolsi nella signoria di Mantova col titolo di capitano: Giovan
Francesco nel 1433 ottenne il titolo di marchese dall’imperatore
Sigismondo, e di vicario perpetuo, il che equivaleva alla sovranità.
I successori mantennero la fama di buoni guerrieri, e formato un
corpo di valorosi, lo prestavano a chi pagasse (1484). Francesco II
stabilì una razza di cavalli, che furono ricercati lungo tempo anche in
Inghilterra: combattè col papa, con Francia, con Venezia, della quale
comandava già gli eserciti alla battaglia di Fornovo; poi contro di
essa nella lega di Cambrai: e caduto prigioniero, smise le armi, e si
ritirò a governare in pace il suo paese. Terzo suo genito fu quel don
Ferrante Gonzaga che più volte nominammo; il primogenito Federico II
succedutogli (1519), ottenne che Carlo V nel 1530 ergesse il paese in
ducato, aggiuntavi la signoria di Guastalla[95].

Finita con Giovan Giorgio la stirpe dei Paleologhi (1533), il
Monferrato era conteso fra il duca di Savoja, il marchese di Saluzzo, e
questo Federico Gonzaga, qual marito di Margherita, nipote dell’ultimo
duca. Carlo V, che come di feudo imperiale pretendeva disporne,
onde evitare l’incremento della Casa di Savoja, sentenziò a favore
de’ Gonzaga (1536), i quali così stettero marchesi del Monferrato
per quasi un secolo, fin quando Francesco IV, sposo a Margherita
figlia di Carlo Emanuele I di Savoja, non lasciò altro discendente
(1612) che Maria fanciulla di tre anni. Il cardinale Ferdinando zio
di lei ne prese la tutela, poi anche il titolo di duca di Mantova:
ma al Monferrato aspirava Carlo Emanuele con ragioni feudali per se
stesso, o come a feudo femminino per sua nipote, con una soprassoma
smisurata di dote e di compensi. La realtà si è che quella provincia
pingue, padrona del Po, e a due passi da Torino, gli veniva d’estrema
convenienza: ma altrettanta fermezza mettevano a contendergliela gli
Spagnuoli, conoscendola troppo vicina a Milano, pericolosa in mano di
quell’irrequietissimo, per la fortezza di Casale, la più importante
d’Italia dopo Palmanova. Per quanto ogni prudente sconsigliasse
Carlo Emanuele da un’impresa che capovolgerebbe tutta Italia, e a
lui avverserebbe e Francia e Spagna, egli vi si ostinò, tessè molte
ritortole, impedì tutti i proposti accomodamenti, e senza compassione
per altrui nè timore per sè, minacciava, gridava voler assicurare
l’italica libertà, ormai sopra lui solo appoggiata.

Poichè le pratiche colla Spagna non valsero, e il duca di Lerma
gl’intimò «Obbedisca», egli, trovandosi truppe veterane, e denaro onde
arrolare Svizzeri e Borgognoni, sorprende il Monferrato mentre stava
sicuro nella pace e nella protezione di Spagna, occupa Trino, Alba,
Moncalvo (1613), con crudeltà e prepotenze da nemico.

La questione, che pareva semplice, implicava anche allora l’eterna
disputa sulla preponderanza straniera in Italia. Il papa ripeteva
pace, pace; i Veneziani e il granduca sorreggevano Ferdinando Gonzaga,
adombrando degl’incrementi di Spagna; altrettanto faceva il re di
Francia, che, mentre dissuadeva Savoja da un’impresa che metteva a
repentaglio la pubblica quiete, spediva a sostenere i Gonzaghi un loro
parente. Perocchè Luigi, terzogenito di Federico II, nel 1565 sposando
Enrichetta di Clèves erede del ducato di Nevers, era divenuto stipite
dei Gonzaga di Nevers e Réthel; coi talenti e col valore acquistò nome;
e sebbene Sully lo celii perchè «facea la campagna d’inverno entro una
buona carrozza col manicotto per riparare le mani dal freddo», prese
viva parte nelle guerre di religione, e lasciò memorie importanti su
quel tempo. Carlo, costui figlio, spedito a soccorrere il parente, si
gettò in Casale.

Il granduca invia truppe, denaro ai Veneziani; l’imperatore Mattia
ordina al Savojardo che desista dalla usurpazione, se no lo metterà
al bando; Spagna fa dal governatore di Milano assalire il Piemonte,
e sbarcare truppe condotte dallo stesso figlio di lui Filiberto
ammiraglio. Ma nè esortazioni nè minaccie svoltano Carlo Emanuele, che
sparpaglia manifesti e messi, blandisce o strapazza gli ambasciadori:
«risoluto (scrive uno storico) d’ardere l’Italia purchè restassero
le reliquie e le ceneri al suo profitto; gonfio d’ambizione e
caldo di sdegno, se vedeva l’armi spagnuole a fronte, minacciava di
tirarsi l’armi francesi nel seno; se il pontefice l’ammoniva alla
quiete, protestava d’inondare la provincia d’eretici; se i Veneziani
soccorrevano Ferdinando, bravava di commovere i Turchi e di spingere
nell’Adriatico corsari stranieri». Intanto egli muove mezzo mondo;
gli uni lusinga col gran nome d’Italia, altri inizza colle gelosie e
coll’avidità; cede quando si trova alle strette, ma subito ripiglia
le pretensioni, proclama insaziabile l’avidità degli Spagnuoli,
mentre questi lui denunziano ambizioso, e intollerabile sovvertitore
dell’italica quiete; anzichè sottomettersi ad atto che implichi
umiliazione, egli si rassegna a veder guasti i territorj e i sudditi
dalle armi e dall’epidemia.

Allora si fissarono gli occhi in esso come nella speranza nazionale;
«tutta Italia (scrive il vendereccio Siri) prorompeva colla penna e
colla lingua in encomj e panegirici al nome di Carlo, e in affetti
di giubilo e in applausi d’aver ravvivato nella sua persona l’antico
valore latino; augurandogli la corona del divenire un giorno il
redentore della franchezza d’Italia e il restauratore della sua
grandezza»[96]; il poeta Marini confortava Venezia a non far pace
colla Spagna, ma tenersi unita a quel duca per francare l’Italia
dal giogo straniero; il Chiabrera lo celebrava dell’aver «chiuse a
nemico piè l’Alpi nevose»; Fulvio Testi faceva che l’Italia, dopo
descritti i proprj guaj, si confortasse che egli farebbe degli strazj
di lei giusta vendetta, e lo sollecitava a rompere gl’indugi, e
compire la grand’opera; al che taluno, in nome di Carlo, rispondeva,
s’assicurasse, che la sua politica e il suo ferro sarebbero sempre
rivolti a conforto d’Italia[97]. Il Tassoni scriveva le _Filippiche_
contro la Spagna, flagellando la nobiltà italiana «infettata da empj
e servili pensieri», e tale che «se anche il Turco venisse in Italia,
li troverebbe in gran parte suoi seguaci, più avidi d’assoggettarsi
che non gli stranieri di riceverli in soggezione», giacchè «la servitù
straniera tutti biasimano, ma tutti adorano, chi per ambizione, chi per
avarizia, chi per timore»; e gli esortava ad unirsi a Carlo Emanuele
e scuotere il giogo, come aveano fatto i nobili del Belgio e della
Germania[98]. Nessuno fu ascoltato; nè la nazione nè gli altri principi
operarono all’indipendenza.

Osteggiavansi allora gl’Imperiali e i Veneziani a cagione degli
Uscocchi; e i due rami austriaci di Spagna e di Germania parendo
accordarsi a sottomettere affatto l’Italia, spingeano le galee del
duca d’Ossuna e gli Uscocchi a infestare le marine di Nizza non meno
che le adriache. Premeva dunque a Venezia che Mantova non cadesse agli
Austriaci, i quali così la circonderebbero; laonde l’abate Scaglia,
astuto ministro dell’astuto Carlo Emanuele, potè ottenere da essa,
non manifesti soccorsi, ma sussidj; Francia stessa alfine si chiarì
pel Savojardo; e le spade famose del maresciallo Lesdiguières e di
Carlo compromettevano l’onor militare della Spagna. Pure, col trattato
di Pavia, mediato dal Cristianissimo, a Ferdinando furono assicurate
Mantova e il Monferrato; Carlo Emanuele, non che acquistasse nulla,
a fatica ricuperò la toltagli Vercelli; bensì crebbe in bellica
riputazione come quegli che con poche forze avea fronteggiato gli
Austriaci; tanto che i Boemi, ribellati a questi, pensarono chiamarlo
al loro trono.

Ma le successioni vacanti doveano essere per un secolo la desolazione
dell’Italia. A Ferdinando di Mantova, che avea sposato Caterina sorella
del granduca, succede Vincenzo II suo fratello (1620-27), cardinale
anch’esso, e che anch’esso, pochi mesi dopo, muore senza figli: ultimo
del ramo primogenito di una stirpe che allor allora aveva dato una
sposa a Ferdinando II, una a Ferdinando III imperatori, una al re di
Polonia. I vizj degli ultimi Gonzaghi gli aveano disonorati[99]; pure
Mantova nella sua indipendenza avea goduto d’una prosperità, di cui più
non si dimenticò[100], massime atteso i mali che allora le piombarono a
ridosso. Perocchè subito sorsero pretendenti al Monferrato Maria nipote
di Vincenzo, la costui sorella Margherita duchessa vedova di Lorena e
Carlo Emanuele; al Mantovano, Ferrante Gonzaga principe di Guastalla, e
più Carlo di Nevers, che nuovi titoli si procaccia collo sposare Maria,
unica che dicemmo superstite del ramo estinto.

Tutti si allestiscono di congiure, di protezioni, di denaro. Il
conte duca Olivares, arbitro della politica spagnuola, propendeva
a riconoscere il legittimo erede di Mantova; quando il Cordova, che
provvisoriamente governava il Milanese e, come fanno questi soldati,
desiderava rimanervi col mostrarsi necessario, fece visto alla Corte
di Madrid quanto nocerebbe l’assettarvisi in due posizioni militari
capitalissime un principe vassallo di Francia, che questa avrebbe
introdotto di nuovo in Italia dopo mezzo secolo d’esclusione; e
n’avesse ordini o no, tentò sorprendere Mantova, ma invano.

Più di tutti s’infervora Carlo Emanuele, che ricampa le pretensioni
sue, e mentre testè cospirava contro Spagna per carpire il Genovesato
e spartirlo coi Francesi, adesso s’accorda di spartire il Monferrato
cogli Spagnuoli. L’imperatore, desideroso di fare uno smacco alla
Francia, trae in campo la sua alta sovranità, e pretende che il
Nevers rimetta in lui i suoi titoli. Il papa, sebbene chiamasse Carlo
«difensore della libertà italiana» e l’esortasse a fare da sé[101],
doveva tenere carezzato l’imperatore, in grazia delle guerre religiose
che allora imperversavano in Germania; i Veneziani, che aveano appena
racconcio l’affare degli Uscocchi, non osavano contrariarlo: ma
il Nevers si risolve alla difesa, e munisce validamente Mantova e
Casale; e impegnando il suo patrimonio, compra dodicimila fanti, mille
cinquecento cavalli di Francia.

L’importanza di Savoja fu posta in evidenza dalla gara con cui
Francia, Venezia, Spagna ne sollecitavano l’alleanza. Prevalsero gli
Spagnuoli; e il duca, ritortosi contro l’esercito che di Francia
calava (1629), al colle dell’Agnello lo sconfigge e disperde. Il
Cordova, proclamando il bene dei popoli, il desiderio di liberarli
dalla tirannia, e baje siffatte sempre ripetute, sempre mentite e pur
sempre credute, con ottomila fanti e duemila cinquecento cavalli entra
nel Monferrato e assedia Casale. I Monferrini, benvolti ai prischi
padroni e addestrati alle battaglie ne’ tumulti precedenti, resistono
intrepidi; i casalaschi sostengono l’assedio, in modo che il Cordova
è obbligato impegnar quivi tutto il suo esercito, lasciando che Carlo
Emanuele occupi non solo Trino e gli altri paesi a lui predestinati, ma
anche taluni devoluti alla Spagna, e dissimulare per paura che colui
non voltasse casacca. Di fatto il duca ascoltava proposizioni di qua
e di là, e forse mandava vittovaglie ai Casalaschi, mal gradendo che
quella fortezza venisse in mano degli Spagnuoli: «sicchè le campagne
di Casale, destinate da don Gonzalo per Campidoglio de’ suoi trionfi,
servirono di tomba per sepellirvi la sua reputazione e quella delle
armi spagnuole».

Quando di Spagna gli fu mandato lo scambio, il popolo milanese lo
congedò a torsi di cavoli; e la guerra, e incidentemente il governo
della Lombardia, furono affidati ad Ambrogio Spinola (n. 1569).
Quest’illustre genovese, invogliato delle imprese che udiva compiersi
da Italiani in Fiandra, era ito a combattervi; e fatto generale di
Spagna, col credito e coi denari proprj raccolse molti venturieri
anche italiani; dopo mirabile assedio ch’era costato centomila vite,
prese Ostenda e la fortissima Breda; insegnò a sostituire galee alle
navi da vela, colle quali meditava anche uno sbarco in Inghilterra; e
parve degno di stare a fronte al maggior generale d’allora, Maurizio di
Nassau: se non che questi difendeva la libertà, egli la osteggiava. Ma
tanta gloria venne a logorarsi sotto Casale: e benchè vi portasse due
milioni in denaro e poteri amplissimi sin di pace e guerra, sì bene lo
trovò difeso dal marchese di Thoiras, che addolorato da questo primo
sinistro delle sue armi, morì.

Luigi XIII aveva prodigato promesse al Nevers; e dacchè ebbe
faticosamente preso la Roccella, ultima fortezza che rimanesse a’
Protestanti, scese in persona pel Monginevra onde allargar Casale,
mentre Nevers e i Veneziani irrompevano nel Milanese; e Carlo Emanuele,
sconfitto a Susa, dovette di nuovo lasciare ai Francesi questa chiave
d’Italia.

Esso duca teneva già le terre che cogli Spagnuoli avea pattuito;
laonde, non restandogli altro a sperarne, porse ascolto a Richelieu,
che tra lui, Venezia e Mantova combinò una lega per francheggiare
l’indipendenza italiana; il papa presterebbe ottocento cavalli, duemila
il Cristianissimo, mille ducento Venezia, seicento Mantova, e ciascuno
il decuplo di fanti; fu sin detto che Carlo Emanuele se la intendesse
col famoso generale tedesco Waldstein, per tentare d’accordo una mossa
che desse l’ultimo tuffo a Casa d’Austria.

Aveva egli appena conchiuso, che ripigliò dispetto coi Francesi, i
quali, fortificando Pinerolo, mostravano intenzione di radicarsi là
donde gli avea divelti Emanuele Filiberto; lamentavasi di non avere col
loro mezzo potuto ciuffarsi nè il Monferrato nè Genova, e negò il passo
agli eserciti loro. Insomma, sentendo che e Spagnuoli e Francesi aveano
bisogno di lui, a quegli e a questi perfidiava; prometteva agli uni di
vittovagliare Casale, prometteva agli altri di trovare pretesti a non
farlo; da Avigliana minacciava abbarrare i passi al Richelieu, dal Po
minacciava irrompere nel Milanese: ma quell’interminabile scaccheggiare
gli tornò a danno. Perocchè Richelieu, in arnese di cavaliero, e avendo
a’ suoi comandi i marescialli di Bassompierre, di Crequi, di Chomberg,
varca la Dora, e ad Avigliana lo sconfigge (1630).

La successione di Mantova e del Monferrato implicava dunque tutta
Europa, atteso l’incremento o la depressione che ne verrebbe a Casa
d’Austria. Correva stagione che ai Cattolici sarebbe importato di
tenersi uniti per far fronte ai Protestanti nella guerra che poi fu
intitolata dei Trent’anni. La durata di questa portò in Germania una
trasformazione della milizia; e poichè la feudalità non apprestava
soldati per lunghe imprese, si reclutavano da una nuova specie di
capitani di ventura, forniti di denaro dai principi. V’entravano prima
valletti (_bübe_), poi scudieri (_knappe_), sinchè formavano una lancia
(_lanzknecht_), donde il nome di Lanzicnecchi. Ogni loro devozione era
pel capitano, non pell’imperatore che nè li pagava nè li ricompensava;
e dello scarso e incerto soldo rifaceansi col rubare ad amici non
men che a nemici; spirata la capitolazione, per privilegio imperiale
poteano mendicare, spigolando come veterani se alcuna cosa avessero
lasciato indietro come soldati.

Ferdinando II imperatore, che di sue vittorie andava unicamente
debitore alla Lega Cattolica, della quale era capo il duca di Baviera
e braccio il Tilly, avrebbe voluto un esercito proprio, ma gliene
mancavano i mezzi; quando glieli offerse Alberto Waldstein, povero
gentiluomo boemo, che a Padova aveva studiato astrologia sotto
l’Argoli, combattè nell’Ungheria sotto il celebre Basta mantovano,
nella Boemia, nel Friuli, nella guerra degli Uscocchi, poi di nuovo
in Ungheria sotto il napoletano Girolamo Caraffa di Montenegro,
e fatto potente, nelle stelle credette leggersi pronosticata una
suprema grandezza. Ed a questa unicamente egli mirava, non a vantaggi
dell’imperatore e della Chiesa: gli studj occulti davangli del
misterioso; e raccolto a proprie spese un grosso di Lanzicnecchi d’ogni
nazione e d’ogni culto, che teneasi affezionati col saccheggio di tutta
Germania, ed innalzato duca di Friedland, divenne arbitro dell’Impero.
Molti Italiani militavano sotto di esso, Torquato Conti, Belgiojoso,
Savelli, Collalto, Aldobrandini, Ernesto e Raimondo Montecuccoli,
Piccolomini, Strozzi, Diodati, Serbelloni, Colloredo, Galasso, Isolani,
che poi si arricchirono coi dominj strappati ai ribelli di Boemia:
da artisti italiani, e specialmente da Giovan Pieroni architetto e
da Baccio del Bianco pittore, fece erigere e ornare i suoi palazzi: e
speciale stima avea de’ soldati e degli ufficiali napoletani che seco
militarono, quali Orsini, Caraffa, d’Avalos, Caracciolo, Brancani,
Toraldo, Tuttovilla, Liguori.

A lui i Protestanti opposero Gustavo Adolfo re di Svezia, che rialzata
la costoro fortuna in Germania, bravava di voler scendere sull’Italia,
Attila novello[102]. Versava dunque in grave pericolo il cattolicismo;
eppure la politica prevaleva al sentimento religioso, preparavasi
guerra al papa, e Francia ed Austria osteggiavansi mortalmente per un
paese che nè dell’una era nè dell’altra. Il conte duca Olivares grida
che nell’affare di Mantova va della dignità della corona ispanica:
Ferdinando II rimugina i diritti storici su Roma, vuole rivedere
l’acquisto di Urbino, e — Sono cent’anni che Roma fu saccheggiata, ed
oggi si troverà più ricca d’allora»; a Vienna ripetevasi: — Mostreremo
agli Italiani che c’è ancora un imperatore; andiamo ad aggiustare le
partite con essi».

I fatti secondavano le parole; poichè Carlo di Savoja sperando
incremento, salutava col titolo d’altezza il Waldstein, al quale
Ferdinando promise la marca di Treviso e il titolo di duca di Verona
se traboccasse sopra l’innocente Italia que’ suoi Lanzichnecchi, che
da tre anni sossopravano la non meno innocente Germania. Da questa
feccia di venturieri, viventi solo di ruba, senza patria nè onor di
bandiera nè altro sentimento fuorchè l’avidità, esacerbati nell’atroce
latrocinio dal gusto di far male ai Cattolici, essi in gran parte
luterani, si schiumarono i più valenti, cioè i più ladri e spietati;
e accolti a Lindau sul lago di Costanza, mentre credeasi l’imperatore
li voltasse contro la Francia, li diresse invece pei Grigioni verso
l’Italia. Erano trentaseimila, sotto Mérode, Collalto, Corrado,
Furstenberg, Altringer, Galasso, Baldironi ed altri capitani, i cui
nomi ripetevano le madri per isgomento dei figliuolini. Mentre in
Francia si declamava e prometteasi salvare l’Italia, i Lanzicnecchi
per la Valtellina, già immiserita dalle guerre di religione, scesero in
Lombardia, lasciando dappertutto il guasto e l’inverecondia, domandando
con superbia, esigendo con atrocità, raccogliendo le maledizioni di
amici e di nemici. Il papa, temendo non rinnovassero le scene del
Borbone, piantò di fretta fra Modena e Bologna quel che da lui fu detto
Fort’Urbano, e affollò truppe a difesa. Il duca di Mantova rifuggì
a Crispino, non avendo tampoco da vivere se Venezia non l’avesse
sussidiato: i Lanzicnecchi assediarono la sua città, e sebbene certi
che, consunta di cibo, solo pochi giorni potea tenere, vollero averla
d’assalto (18 luglio) per saccheggiarla. Ciò che di peggio si legge o
s’immagina, fu allora fatto per tre giorni dai Tedeschi a Mantova; le
ricchezze che in tre secoli v’aveano adunate i Gonzaga, tali da destare
invidia ai maggiori monarchi, andarono preda ai brutali; le donne
tedesche ai loro cenci sostituivano le migliori vesti che trovassero
e pompeggiavano insultando tra il sangue e i pianti; si mangiarono
perfino carni umane arrosolate. A diciotto milioni di scudi si stimò
il danno, oltre pellegrini capidarte, oltre quel che non ha prezzo,
le violenze e le profanazioni[103]. Il _pio_ Ferdinando d’Austria si
rammaricò immensamente di quello strazio; più ancora la _piissima_ sua
moglie Leonora Gonzaga; ma intanto al popolo, già spoglio di tutto,
l’inesorabile Altringer impose la contribuzione di centomila doppie, e
a chi tardasse, bastonate.

Nè bastava, giacchè que’ sozzi nella lentissima loro marcia lasciarono
la peste. Era fresca ancora in Lombardia la memoria di quella del 1576,
denotata da san Carlo che ne fu l’eroe a Milano. Una grave carestia,
prodotta da insolita quantità di nevi, aveva disposto allora i corpi
all’infezione, che venuta di Germania per Bellinzona ed Oleggio, invase
Milano e il resto della Lombardia e del Veneto. Venezia spaventossi
di dover confessare la pestilenza, che ad un tratto ne svierebbe il
commercio e i forestieri; e i professori di Padova, nominatamente i
famosi Mercuriale e Capodivacca, sostennero non poter essere contagioso
il morbo che serpeggiava, attesochè molto più rapida ne sarebbe
stata la diffusione, nè sarebbesi arrestato nelle povere e malsane
abitazioni; e in prova esibivano di porsi essi medesimi alla cura: in
conseguenza doversi tôrre via le precauzioni che sgomentavano, come
le barche imbiancate di calcina che trasportavano i cadaveri e le
robe infette. Peggiorata la condizione, tardi si presero saviissimi
provvedimenti: per ogni sestiere tre persone illustri soprantendessero
alla salute pubblica; una donna patrizia, una cittadina, una popolana
per ognuna delle settantadue parrocchie provvedessero al bisogno
degl’infermi; pene severissime e fin di morte a chi trasportasse roba
da casa a casa; dalle finestre i fornaj ricevessero il pane da cuocere
e rendessero il cotto; non più scuole, non cenciajuoli, non accattoni,
non frati e monache mendicanti, non gittare immondezze; purgati la
notte gli smaltitoj e le fogne, nessuna chiesa si ornasse che colle
tappezzerie consuete; non si ricevesse alcuno a bere o mangiare nelle
taverne; oltre le provvidenze per le case infette e sospette. E subito
che ad uno comparissero i funesti segni, di qualsifosse condizione,
era tradotto all’isola Santa Maria di Nazaret, ove per consiglio di
Bernardino da Siena erasi, il secolo precedente, eretto uno spedale
per gli appestati e la quarantena. Cresciutone il numero, si ponevano
entro vecchie galee, e la carità de’ preti, la solerzia de’ medici
e degl’infermieri, l’abbondanza di acqua, di farmaci, di viveri, di
panni, la sollecitudine de’ vigilanti sopra la salute, la diligenza
delle sepolture e degli spurghi, costarono immense somme, eppure
non diminuirono il male, che trasse con sè i consueti disordini;
e dall’agosto 1575 al marzo 77 perirono da cinquantamila vite. La
magnifica chiesa palladiana del Redentore fu poi eretta per voto della
liberazione.

A Milano, penetrata l’agosto, durò tutto dicembre, uccidendo più di
diciassettemila persone, assistite da san Carlo, il quale diceva poi:
— Non è stata la prudenza nostra, che al principio della pestilenza
rimase così stupida e confusa: non la scienza de’ medici, che non
è arrivata pure ad intendere le radici di questo male, tanto meno a
trovarvi sufficienti rimedj; non la diligenza intorno agl’infermi,
rimasti miserabilmente abbandonati; ma la gran misericordia di Dio,
che ha ferito e sanato, flagellato e consolato». Per voto fu alzata
la rotonda di San Sebastiano; e dappertutto in quell’occasione si
pubblicarono libri, si fecero editti e provvisioni pel caso che il
flagello si rinnovasse: ma poco valsero quando, solo mezzo secolo
trascorso, si riprodusse.

Perocchè sul passaggio di que’ luridi Lanzicnecchi per la Valtellina,
il lago di Como, la Brianza, la Geradadda, cominciarono a scoprirsi
cadaveri, coperti di sozzi buboni; il popolo era già sbigottito da
una cometa comparsa poco prima, e che diceasi nunzia di guerra e di
peste; i medici mostrarono il pericolo instante; le città chiesero
ripari; ma i governatori erano stretti da doveri ben più imperiosi, la
guerra[104]: quel di Milano rispose non saper che farvi, atteso che il
passo di quell’esercito «era necessario al servizio ed interesse di sua
maestà cesarea, e più presto s’arrischiasse il pericolo temuto, che si
perdesse la reputazione dell’imperatore»[105]; e l’Arconati presidente
del senato «non sapea darsi a credere che fosse per venirne tanto
male».

Così il morbo lasciossi propagare in Lombardia ed entrare in Milano,
ove ben presto fin cinquemila al giorno perivano. Per tradizione
popolare e per componimenti letterarj è viva in tutti la memoria
di quel disastro, nel quale basterà qui dire come, nulla giovando
gl’inesauribili soccorsi della carità cristiana, i due milioni e più
spesi dal Comune, e un milione ducentomila dal cardinale Federico
Borromeo, essa città perdette da centomila abitanti, e in proporzione
la campagna e le città di provincia. Nè quivi solo, ma per tutta Italia
infierì il morbo; in Torino di undicimila abitanti ottomila perirono;
diecimila a Como, settantacinquemila a Genova, ottantamila in Venezia e
seicentomila ne’ dominj di terraferma: si estese poi al resto d’Italia,
ove pare mancasse un terzo della popolazione[106], e molte terre
rimasero disabitate, sì che più non si ricuperarono.

Fu il colpo di grazia a questo povero paese, ove non si trovò
più rimedio allo spopolamento, all’abbandono delle campagne, alla
trascuranza delle arti, alla prostrazione degli spiriti sotto d’una
sventura così estesa e irreparabile, e nel dubbio d’una altrettanto
immensa perversità.

Perciocchè gli uomini, che, non potendo querelarsi di Dio, hanno
bisogno di svelenirsi contro qualche uomo e mascherare di livore lo
scoraggiamento, cominciarono a credere che il morbo fosse propagato
con unti micidiali, fabbricati per malizia politica mista a diabolici
concerti, e pagati da gran signori, fossero i Francesi, o il duca di
Savoja per meglio ingrandire, o il governatore Cordova per vendetta
degli sgarbi usatigli dai Milanesi, o qualche ambizioso che nella
ruina universale sperava elevarsi. La credenza prese una spaventevole
estensione; e l’autorità, forviata dal giudizio popolare, processò
alcuni e li mandò ad orribili supplizj, colla legale iniquità dando
ragione al furor popolare; ed eresse una colonna _infame_, che doveva
ai posteri ricordare non la loro scelleraggine, ma la barbarie dei
giudizj o la debolezza de’ giudici, che immolavano fino la legalità al
pregiudizio plebeo ed alla paura[107].

Sì orribili miserie non commoveano l’atroce inettitudine o la caparbia
ambizione dei padroni d’Italia, nè la guerra nel Monferrato cessò
finchè la peste non ebbe decimato e rubatori e derubati, e reso vuoto
ed incolto il paese che i forestieri si disputavano.

Il veder tanti maneggi riuscire alla perdita de’ preziosi suoi possessi
e allo strazio dello Stato, amareggiò Carlo Emanuele, che morì a
Savigliano (1630), lasciando di sè fama variissima; lodato da quelli
che pregiano l’ambizione d’ingrandire e il proposito di sbrattare
dai forestieri e d’unificare l’Italia, quand’anche i mezzi siano
conducenti a sbranarla ed a sottometterla ai forestieri. Vittorio
Amedeo succedutogli con pensieri più moderati e leali, era cognato
del re de’ Francesi, eppure da principio dovette combatterlo non senza
abilità. I Francesi, guidati dal maresciallo Thoiras, non riuscivano a
liberar Casale, nè gli Spagnuoli a prenderlo; intanto d’ogni parte si
combatteva e guastava alla peggio.

Giulio Mazarino, nato a Piscina negli Abruzzi, venne per gli studj
a Roma, dove suo padre[108] avea servizio in qualità di gentiluomo
coppiere nella casa Colonna. Girolamo di questa famiglia, che poi
fu cardinale, piacquesi dell’ingegno svegliato del giovinetto, e
menollo seco in Ispagna a studiare nell’Università di Alcala, donde
ritornò per assistere suo padre accusato d’omicidio. Quando poi il
connestabile Colonna levava milizie pel papa, il Mazarino ottenne
una compagnia di fanti. Da Torquato Conti, generale delle genti della
Chiesa in Valtellina, fu adoprato per trattare coi generali spagnuolo e
francese, e su quegli affari stese una relazione, che al papa ne rivelò
la capacità. Reduce a Roma, cercò entrare a servizio del cardinale
nipote; ma poco profittando alla Corte, attese a studj legali. Quando
Gianfrancesco Sacchetti, commissario generale delle armi pontifizie
in Valtellina, fu destinato alla guerra di Mantova, Urbano VIII volle
espressamente prendesse a lato il Mazarino, di cui subito apparve la
destrezza politica nel trattare con Francesi e Spagnuoli, sicchè anche
dopo dato lo scambio al Sacchetti, fu lasciato colà, dove impegnatosi
di rimettere la pace, correva dagli uni agli altri per ridurvi gli
animi, e potè introdurre una tregua, per cui Casale fu data agli
Spagnuoli, la cittadella ai Francesi.

Vi tenne dietro la pace di Ratisbona, compiuta dal trattato di Cherasco
(1630-31), sotto la mediazione di Urbano VIII, stipulandosi che
Francesi e Imperiali uscissero d’Italia, l’imperatore desse al Nevers
l’investitura del Mantovano e del Monferrato, tenendo però guarnigione
in Mantova e Canneto; il Nevers cederebbe alla Savoja Trino, Alba
ed altre terre del Monferrato, che fruttassero diciottomila scudi
l’anno; Luzzara e Reggiuolo al duca di Guastalla; la Francia serberebbe
Pinerolo, Bricherasco, Susa, Avigliana, solo fintantochè il Mantovano
e il Monferrato non fossero assicurati al duca di Nevers. A questo fu
restituito il funesto Casale; e quando ritornò in Mantova, i principi
gli rifornirono la casa depredata, il granduca mobili e paramenti,
il duca di Parma gli argenti da tavola, quel di Modena cento paja di
bovi con altrettanti agricoltori. Tutte le parti esclamarono contro
questa pace: gli Spagnuoli ne vedeano scassinata la loro reputazione
in Italia; i Francesi stizzivano d’abbandonare ancora quelle porte
della penisola; il duca di Mantova, sì solennemente protetto dalla
Francia, trovavasi smebrata la miglior parte del retaggio; laonde già
stavasi per tornare alle mani, quando il Mazarino, galoppando di mezzo
alle truppe in marcia, e gridando pace di qua, pace di là, riuscì a
rattoppare.

Vittorio Amedeo, per quanto di pessima voglia, dovette cedere ai
Francesi Pinerolo e la val di Perosa, affinchè il Richelieu non gli
contendesse la ottenuta parte del Monferrato. Ma le gelosie fra il
Richelieu[109] e il conte duca Olivares, quello padrone di Luigi XIII,
questo di Filippo IV, intesi a nuocersi in ogni parte d’Europa, e
ingrandire i loro padroni, non tardarono a suscitare ostilità nuove tra
Austria e Francia.

All’una o all’altra si attaccavano i principi d’Italia, indipendenti
di nome, servili di fatto. «Il duca di Parma (dice un contemporaneo),
quel di Modena, Genovesi, Lucchesi sono deboli. Il granduca, votati
gli erarj nelle guerre passate della Germania, non molto applicato
agl’incomodi della guerra, con pochi e non sperimentati consiglieri
attorno, è mal atto a opporsi; obbligato massimamente anch’egli
ad ajutare, almeno in apparenza, gl’interessi degli Spagnuoli. I
Veneziani, separati dalla Sede apostolica, che possono fare, se non
gridare ad alta voce, _State attenti_, ma senza frutto? Il papa ha
gli Stati circondati dagli Spagnuoli; solo non può; con chi farà lega,
senza timore di essere abbandonato nel colmo del pericolo, in aperta
diffidenza coi Veneziani e col granduca? Sicchè i principi d’Italia
poca resistenza possono fare. Potrebbero chiedere ajuto al re di
Francia; ma essi fanno come chi elegge morir piuttosto di veleno che
di ferro, per allungare poche ore la vita; temono più la spada francese
che la lima spagnuola»[110].

Il Richelieu, deliberato a rialzare la fortuna francese in Italia,
e temendo che Savoja negoziasse cogli Spagnuoli affine di recuperare
Pinerolo, gli intimò o lega o guerra. Vittorio dovette dunque a Rivoli
stringere con Francia un accordo (1655 11 luglio) per conquistare
insieme il Milanese, e spartirlo, facendo un rimpasto di tutta
l’Italia; a Savoja toccherebbe l’Alessandrino, tutto il Milanese e
il lago Maggiore, cedendo Cremona al duca di Mantova, creatura dei
Francesi, il quale rinunzierebbe il Monferrato; altri vantaggi a
Ottavio Farnese duca di Parma, che scontento dell’indiscreta vicinanza
degli Spagnuoli, avea fatto gente e accolto i Francesi a Piacenza.
Urbano VIII favoriva l’impresa, pur sempre procurando rappaciare
mediante l’opera del Mazarino, allora secretario di monsignor Pancirolo
legato a latere, e che instancabilmente spiava ed informava: ma
Toscana, non sentendosi esposta, poco se ne pigliava briga; gli altri
oscillavano; Venezia tenevasi in uffizio di paciera, non mirando tanto
ad incrementi proprj o a libertà dell’Italia, quanto a conservare
bilanciate Francia ed Austria.

Nè di schietta fede operava nessuno; e mentre Vittorio collegavasi
colla Corte di Parigi, suo fratello Maurizio cardinale rinunziava al
protettorato di Francia per divenir protettore dell’Impero; e l’altro
fratello Tommaso passava a servizio di Spagna; il che si credette fatto
d’intesa, per trovarsi l’adito in tre luoghi. I Francesi, nojati di
tante inquietudini avute da Carlo Emanuele, s’erano fitti a voler la
Savoja[111]; e perchè, oltre Pinerolo, non mancasse un altro passo
verso l’Italia, pensarono alla Valtellina, le cui sorti non erano
ancora state definite. Affine dunque che di là non venissero soccorsi
tedeschi al Milanese, rinvigorirono la parte francese tra i Grigioni,
e mandarono in Valtellina il duca di Rohan, gentiluomo di gran nome e
caporione de’ Riformati. Senza darne avviso egli traversa la Rezia,
occupa la Valtellina per _proteggerne la libertà_, e vi esercita
maestrevolmente la guerra di montagna. Lombardi si accolgono dal lago
di Como, Tirolesi dal Tonale, Tedeschi dal Braulio per _ispennare
i galli_, come diceano, e fra ciò trattando da nemico l’innocente
paese; ma il Rohan li sbaraglia, e piantatosi nella valle, vi fa
da padrone, obbliga i natii a rimettere all’arbitrio del re le loro
differenze coi Grigioni, per quanto sapessero come Francia, e il Rohan
specialmente per religione, propendessero ai Grigioni. Eppure questi
ultimi non s’adagiarono all’accordo proposto; e il Rohan dalla sponda
orientale del lago di Como tentava far una punta nel Milanese per dar
mano ai Francesi che di Piemonte v’erano condotti dal maresciallo di
Crequì. Costui, uom da caccie più che da guerra, con buon esercito
assedia Valenza, ajutato dal Farnese duca di Parma, ma con tanta
sfortuna quanta inettitudine; passa il Ticino a Buffalora, guastando
il naviglio; accampa nella brughiera, desiderando almeno saccheggiar
Milano: ma sì improsperamente si conduce, che va fama siasi lasciato
corrompere dall’oro austriaco; — frase antica.

Se si pensi che le truppe anche amiche ricevevano scarsissima paga, la
quale spesso era ritardata, sicchè esigevano imperiosamente il vivere
dai privati o dai feudatarj, nelle cui case e terre alloggiavano, si
comprenderà qual fosse la miseria di popolazioni, che non sapevano mai
fin dove arriverebbero le esigenze di costoro.

Vittorio Amedeo, generalissimo della Lega, opera in tentenno perchè non
volenteroso, e perchè ingelosito del Crequi, per modo che i Francesi
sono costretti a ritirarsi, imputandosi a vicenda la mala riuscita.
Il Farnese che aveva osato cimentarsi con Spagna, eccolo esposto ai
risentimenti di questa e del papa suo sovrano; il papa si contentò
d’intimargli cessasse le armi; il duca di Modena ne invase gli Stati
con soccorsi di Lombardia; e li desolarono finchè il papa rannodò la
pace (1536), restando Sabbioneta agli Spagnuoli, e ruinato il paese.
Francesco di Modena ottenne dagli Spagnuoli il principato di Correggio,
tolto a Siro che avea adoprato consulti e coraggio per salvarsi
dai Tedeschi, e che ne veniva spogliato col pretesto di adulterata
moneta[112].

D’altra parte in mezzo ai Grigioni, sempre scissi tra Francia e
Spagna, quest’ultima prevalse, in grazia delle condizioni che il re
di Francia avea proposte alla Valtellina, e fece animosi a cacciare i
Francesi: il Rohan vi accorse, e preso in mezzo dagli insorgenti, e non
soccorso dal Richelieu per invidia, dovette tornarsene al suo paese. Ai
Valtellinesi non restò più che rimettere la loro sorte all’arbitramento
della Spagna. Un consiglio ecclesiastico a Madrid decise potersi
popoli cattolici riporre sotto il dominio d’eretici, purchè cautelati
che nella religione non avrebbero molestia; e la valle, dopo tanti
patimenti e tanto sangue, fu restituita ai Grigioni.

Maggior gola a Francia e a Spagna faceva il Piemonte, sicchè lo
rimescolarono fin nelle viscere. Vittorio Amedeo morì a Vercelli (1637)
ancor fresco, e sì improvvisamente che la fama il disse avvelenato
dal Crequì[113]; e Carlo Emanuele II suo figlio non avendo che quattro
anni, Spagna ed Austria s’impegnano per darne la tutela ai zii Tommaso
e Maurizio ad esse devoti; mentre i Francesi appoggiano Madama Reale,
cioè sua madre Cristina figlia d’Enrico IV e sorella del regnante di
Francia, al quale per tal modo riuscirebbe ligio il Piemonte. Qui
lunghi intrighi de’ confessori, ch’ebbero sempre grand’entratura
in quella Corte[114]. L’imperatore pretende che Cristina produca
le sue ragioni avanti a lui: e perchè essa sdegna quest’atto di
vassallaggio, egli si chiarisce per gli zii, che ustolando l’eredità
del nipote o almeno la reggenza, si rassegnano persino al vassallaggio
dell’imperatore, a ricever guarnigione spagnuola in tutte le fortezze,
e ad altre dure condizioni; compromettendo l’indipendenza dello Stato,
mentre spargono che Madama lo sagrificasse ai Francesi. E danni e
pericoli venivano in fatto dalle vivacità francesi, dalla lentezza
spagnuola, dalle divisioni intestine; Galli-Piemontesi combattono
Ispani-Piemontesi; ogni città osteggia l’altra con insegne avverse
e tutte straniere; a gara guastansi campagne e vite; preti e frati
parteggiano ed aizzano; i tradimenti si alternano colla forza aperta.
Anche il mare è contaminato di stragi; e la flotta spagnuola diretta
alla Finale per portare uomini in Lombardia, è assalita dalla francese
in vista di Genova e sconfitta, ambedue perdendo il loro generale.

Il Leganes governatore di Lombardia, protestando venire in Piemonte
soltanto per tutelarlo dall’oppressura francese, distrugge Breme
(1639), al cui assedio era perito il Crequì; dopo gloriosa resistenza
prende Vercelli, ciuffa Cherasco: il principe Tommaso sorprende Torino,
ma le natie contestazioni impediscono d’assediare la cittadella in cui
Madama erasi gettata. Il Richelieu volò a soccorrere la sorella del
suo re, ma opera interessato; e per trarre dalle strettezze di essa
vantaggi alla Francia, fin colle minaccie voleva indurla a consegnare
a lui i suoi figliuoli e la fortezza di Monmeliano; il che essa ricusò.
Casale, spasimo degli Spagnuoli, torna campo di fiere battaglie (1640),
ed Enrico di Guisa conte d’Harcourt ed il maresciallo di Turenne vi
esercitano la famosa loro abilità. Leganes, qui occupato, non potè
soccorrere Tommaso, che dopo memorabile assedio fu costretto rendere
Torino al maresciallo d’Harcourt[115] (17 9bre); e la Reggente vi
ricomparve.

Consigliere, sostenitore e amico di questa era sempre il conte Filippo
d’Agliè, perciò odiato dal Richelieu; e il governatore francese
un giorno lo invita a un ballo, il fa cogliere e portar prigione a
Vincennes: talmente gli amici erano funesti non men de’ nemici. La pace
era fatta, ma Francia non volea sgombrare le terre occupate, non Spagna
le sue, i due zii pretendevano piazze forti per propria sicurezza, e
si tornava ogni tratto ad avvisaglie. Di tale stata e della debolezza
d’una principessa bella, leggiera, adulata, vantaggiavansi i nobili,
che soprusavano ai popolani e malversavano il denaro pubblico.

Frattanto l’instancabile Richelieu suscita nemici alla Spagna sì in
Catalogna, sì in Portogallo, sì nel principato di Monaco. In questo
brano della deliziosa riviera ligure, appartenente alla Casa Grimaldi,
fin dal 1605 Spagna teneva presidio per concessione del fanciullo
Onorato II; ma poichè essa non pagava i soldati, il principe era
costretto mantenerli; sicchè, desideroso di sbrattarsene, s’intese
coi Francesi, avvinazzò la guarnigione spagnuola, e ne fece macello. I
Francesi vi buttarono proprio presidio, nè più ne uscirono, conferendo
al principe il titolo di pari di Francia e il ducato del Valentinese.

Nuovi accordi del duca Tommaso colla Spagna portarono nuove ostilità;
all’assalto d’Ivrea, l’Harcourt diceva ai soldati: — Figliuoli, salvate
le mura pel re, tutto il resto è a voi»; ogni cittaduola, ogni bicocca
fu assaltata e difesa; sinchè Madama pacificossi coi cognati, troppo
tardi scaltriti che mal si compra un trono con braccia forestiere.
Nel trattato di Torino ella fu riconosciuta tutrice; però gli editti
doveano farsi «con l’assistenza de’ principi cognati e col parere del
consiglio». Maurizio, tornato al secolo e sposata Luigia sorella del
duca, veniva a governare o piuttosto a regnare su Nizza; Tommaso su
Ivrea e Biella; ed esigevano dal Piemonte buoni denari per soddisfare
i mercenarj con cui il Piemonte aveano sobbissato. Luigi XII li
toglieva a protezione e stipendio, purchè molestassero gli Spagnuoli;
che in fatto vennero attaccati in ogni parte, e Piemontesi e Francesi
occuparono molte terre lombarde.

Moriva tra questo il Richelieu (1642-43), e poco dopo Luigi XIII, di
cui quegli era stato l’anima; e sottentrava Luigi XIV ancor fanciullo,
sotto la reggenza di Anna, ch’ebbe per ministro Giulio Mazarino, del
quale i Francesi dissero tanto male solo perchè italiano. L’abbiamo
purdianzi trovato destro negoziatore a Cherasco, altrettanto buon
capitano mostrossi in Valtellina, e sebbene coraggioso ad affrontar
le spade in duello e le fucilate in una mischia, preferì la vita
ecclesiastica, come più opportuna a salire. Di fatto i grandi politici
allora formavansi nella Chiesa, che, oltre svolgere le facoltà
dell’uomo, vi aggiungeva la dignità del grado. Presa la sottana, fu
sommista del cardinale Barberini con ottocento scudi di provvigione,
poi vicelegato ad Avignone, poi nunzio straordinario in Francia.
Tornato a Roma, gli Spagnuoli lo perseguitarono come propenso ai
Francesi, onde il Richelieu, che aveva imparato a stimarlo come
nemico, lo invitò in Francia; e Luigi XIII lo naturalizzò e lo propose
cardinale; allora andò ambasciadore straordinario al duca di Savoja e
plenipotente ad Amburgo: e il Richelieu, che gli aveva specialmente
commessi gli affari d’Italia, morendo lo raccomandò come capace di
compiere l’opera sua. In fatto egli riuscì a conchiudere la pace di
Westfalia (1648), dopo trent’anni di guerre religiose, e dopo che
da quattro anni vi disputavano cencinquanta ambasciadori: dove fu
rimpastata la carta d’Europa, e alle momentanee alleanze e alla forza
sostituito un diritto universale delle genti, arbitrario in parte, ma
con garanzie tratte dai fondamenti dell’ordine sociale.

Il Mazarino, conquistato il cuore della Reggente per dominarne
lo spirito, seguitò perseverantemente il proposito del Richelieu
d’indebolire gli Austriaci fuori, dentro abbattere i signorotti onde
assodare la monarchia; opera più difficile a lui perchè straniero,
senza radice nè appoggio, e con un re pupillo. Trionfò della elegante
ribellione di Parigi denominata la Fronda, e questa si vendicò del
suo vincitore disonestandone la memoria con un sobisso d’epigrammi,
consegnati nelle _Mazarinade_: fatto è che, senza velleità d’innovare
il sistema del Richelieu, menollo a fine; conchiuse le due grandi paci
di Westfalia e de’ Pirenei; trovò mezza Francia ribellata, eppure senza
far morire un sol uomo rese vincitrice la monarchia; seppe ritenerla
dagli eccessi, e portare quel regno al colmo del suo ingrandimento
intellettuale e territoriale. Simulatore e dissimulatore, più avido
della potenza che della gloria, non operando a inclinazione ma a
calcoli, non falsando il giudizio per vanità, sagrificando l’amor
proprio all’ambizione, entrando negli interessi e nelle viste di quei
che voleva persuadere, più che rispetto per sè, cercando infondere
disprezzo per gli avversarj, ricorrendo a spedienti spesso vulgari,
alla doppiezza ancor più che alla riflessione, non iscrupoleggiando
su promessa o moralità, non badando ad affetti o ad ingiurie, nè
rincrescendosi di cedere, purchè potesse poi ripigliare e raggiungere
il suo scopo. Netto e diritto giudizio in mezzo ai passionati, mente
provvida e feconda, benchè neppure nei grandi divisamenti mostrasse
ampia veduta, più attivo che creatore, e riponendo l’arte del governare
nel negoziare; volontà flessibile non debole, adottò per impresa _Il
tempo e me_: mentre Richelieu immolò inesorabilmente i suoi nemici,
egli non offese mai alcuno per conto proprio, gli ostacoli rimoveva
anzichè spezzarli, e professava che il mondo bisogna comprarlo. Cercò
la propria grandezza; sì, ma questa era grandezza del Governo, e il
Governo era necessario. Tutto dovendo al re, al re era devotissimo;
ma il non essere francese fu il suo scoglio, la causa della sua
impopolarità, pochi amici avendo fin tra’ suoi stessi creati. Eppure la
condotta di lui, se non fu la più onesta, fu la più utile alla Francia,
la quale non può non contarlo fra i suoi Quando a cinquantanove anni
morì (1661), lasciava più di cento milioni, di cui seicentomila lire
al papa per la guerra col Turco; quattrocencinquantamila alla duchessa
di Modena, figlia della Martinozzi sua sorella; a questa diciottomila
di rendita perchè continuasse e crescesse le sue carità; alla nipote
Olimpia Mancini, che fu madre del principe Eugenio, trecentomila,
oltre ducencinquantamila per la sopravvivenza d’intendente alla Casa
della regina; alla Corona diciotto grossi diamanti e tappezzerie su
disegni di Rafaello; a Parigi il collegio Mazarino con due milioni e
colla biblioteca; e una parte del suo palazzo divenne la biblioteca
nazionale.

Abbiamo trovato e troveremo il Mazarino continuamente nelle vicende
d’Italia, dove non cessò mai d’osteggiare la Spagna, fosse nella
maremma toscana, fosse in Lombardia, principalmente sull’Adda; e colla
duchessa di Savoja conchiuse il trattato del Valentino (1644), pel
quale le rilasciava tutte le piazze, eccetto la cittadella di Torino.
Allora il duca Carlo Emanuele II potè entrare nella sua capitale, le
armi savoiarde presero fin Vigevano, e cooperarono costantemente colle
francesi. Ma l’irrequieto duca Tommaso portava il valore e gl’intrighi
suoi in ogni parte, agognando sempre un dominio. Si credette complice
d’un frà Gandolfo che con altri avea tramato per avvelenare Madama e il
giovane duca, e che scontarono colla vita; onde Madama riuscì a torgli
Ivrea. Sempre col piede in due staffe, costui, quand’era del partito
spagnuolo (dice Alberto Lazzari) seppe servire ai Francesi, e quando
militava co’ Francesi prestava servizio agli Spagnuoli (-1656).

Quando la Francia si trovò assorta dal tramestìo della Fronda, i
ministri di Milano e di Napoli s’accordarono per isnidare i Francesi
anche da Piombino e Portolongone, dianzi acquistati, e ne vennero
a capo. Al tempo stesso il Carasena governatore di Milano tentava
cacciarli dal Piemonte, e alla reggente Maria di Monferrato promise
cedere il contrastato Casale appena presolo, purchè ella volesse
sconnettersi dall’alleanza di Francia. Fece ella, e il Carasena prese
Trino e Crescentino (1652), saccheggiò quant’è fra il Po e la Dora,
sempre dando voce che gli acquisti cadrebbero in vantaggio del duca di
Mantova. Tra per forza e per corruzione venne dal presidio francese
sgombrato Casale; ma mentre lusingavasi di tornare a dominazione
italiana, si trovò occupato da Tedeschi e Spagnuoli. Quindi un lungo ed
irresoluto battagliare, finchè il Mazarino, ripigliato il sopravvento
in Francia, restaurò le cose (1659), e conchiuse la pace de’ Pirenei.
In questa si trattò degli Italiani solo in quanto amici o nemici alle
due potenze, e si fermò che tra Savoja e Mantova vegliasse il trattato
di Cherasco; il principe di Monaco fosse restituito nella grazia e
nel possesso; il Cristianissimo renderebbe al re di Spagna le piazze
di Mortara e Valenza sul Po; Spagna accoglierebbe amichevolmente il
duca di Modena; perdono ai Napoletani che aveano portate le armi nelle
passate guerre, od erano fuorusciti.

Ma era nei destini che per Mantova vacillasse continuamente in quel
secolo la pace d’Italia. Carlo di Nevers lasciò il dominio (1637) al
nipote Carlo II, al quale successe Carlo III ancor fanciullo (1665).
Cresciuto ne’ vizj paterni, dissipando in feste il denaro, in lascivie
la salute, perdè la speranza di figli. Ecco dunque tornare in campo
la contesa del succedere; e parendo che la moglie del duca di Lorena,
figlia dell’imperatrice ch’era dei Gonzaga, fosse chiamata all’eredità
del Monferrato, l’imperatore maneggiò per assicurargliela, vivo ancora
il duca. Questi, tribulato dai diversi aspiranti, mostrò inclinare
per Luigi XIV, e mandò il conte Mattioli bolognese con carta bianca
per trattarne col ministro Louvois, col quale si accordò di consegnar
Casale alla Francia. Ma reduce, il disleale manifestò quel maneggio
(1679) al conte di Melgar governatore di Milano; onde Louvois, deluso,
gli tese un laccio, e coltolo, il gittò prigione a Pinerolo, e poi di
carcere in carcere, accompagnato da Saint-Mars destinato a custodirlo,
finchè alla Bastiglia morì il 1703. Credesi lui essere quel misterioso,
di cui si romanzò col nome di Maschera di ferro.

Il trattato falliva, ma non l’avidità di Luigi, il quale colle lusinghe
e le minaccie addusse il duca di Mantova a lasciare che Catinat
entrasse di guarnigione nella fortezza di Casale. Quel codardo, rotto
ad ogni bruttura, e che non bramava se non di imbrutire ne’ carnevali
a Venezia, si attirò con quel fatto il disprezzo universale. Invano se
ne finse innocente, e giurò sull’ostia di non averne avuto un soldo: i
Veneziani a cui era rifuggito, gli tolsero ogni onoranza ed esenzione,
proibirono ai loro nobili di aver a fare con esso. Quando poi si ruppe
guerra, il comandante francese fece arrestare il mantovano, e Casale
restò ai Francesi sino al 1695.




CAPITOLO CLIV.

Toscana.


Così i paesi retti militarmente; la Toscana intanto avea principi e
governo non forse migliori, ma volenti la pace, e che confondevano il
ben proprio con quello de’ sudditi: onde ebbe a soffrire di meno, e
avvolgeva di postumo splendore la decadenza. Cosmo I granduca al duca
d’Este scriveva: — Con questi principi grandi è necessario governarsi
in modo, che noi consideriamo bene i loro fini, e ci andiamo ajutando
con avvertirci l’un l’altro, e opporci alle loro ingiuste mire, in
forma che non ci mova la passione di Francia o di Spagna, ma solo
il bene universale d’Italia, nostra patria». Vedemmo (t. IX, p.
501) com’egli, strozzata la repubblica colla forza e coll’astuzia,
saldasse l’autorità con atti umani e con fieri, carezzando letterati
e artisti, lasciando a tutti libertà di scrivergli, ma perseguitando
a sangue coloro che si ostinassero sulle antiche reminiscenze. Se
è merito ristabilir pace e giustizia a costo della libertà, egli il
fece, e fuor di Firenze i Toscani erano contenti di lui. Ma i molti
profughi, svampandosi coll’ultimo ristoro de’ vinti, lo sparlare, il
disonestarono di nerissime accuse, che ripetute nel secolo passato dai
fautori di Casa d’Austria succeduta a’ Medici, e nel nostro da quei
che avversano il principato, lo scolpirono nelle storie, ne’ romanzi,
nelle tragedie come un Tiberio (1562). Di cinque figliuoli natigli
da Eleonora di Toledo, l’epidemia ne rapì di tratto due e la madre; e
la malevolenza diffuse che don Grazia in rissa uccidesse il fratello
Giovanni cardinale; di che furibondo il padre trucidò l’omicida;
ed Eleonora per crepacuore ne morì. Aggiungeano che, feconda di sè,
Cosmo desse una sposa al figlio, e più che da padre amasse la figlia
Isabella. Nel fare il famoso corridojo che, traverso alle case di mezza
città, congiunge i Pitti cogli Uffizj, entrato in casa Martelli vi
conobbe la Camilla, e l’ebbe a sue voglie; ma essa si raccomandò a Pio
V che lo indusse a sposarla, benchè senza titolo nè onori. Il giorno
che egli morì, il successore le intimò di chiudersi nelle Murate, dove
essa fece un tal tramestìo, che le monache impetrarono fosse trasferita
altrove, e morì imbecille.

Il figlio Francesco Maria (1574), non avendo i talenti nè la prudenza
di Cosmo, s’abbandonò all’Austria, mentre disonoravasi in amori.
Bartolomeo Capello veneziano, da Pellegrina Morosini avea generato
Bianca, che bella, giovane e mal custodita dopo la morte della madre,
prese vaghezza di Pietro Bonaventuri fiorentino, ragioniere al banco
de’ Salviati a Venezia, e uscita una notte per parlargli lasciando
socchiusa la porta, accadde che un fornajo di gran mattina andando
per l’arte sua, credendola dimenticanza, serrò i battenti (1565 28
9bre). Non potendo più rincasarsi inosservata, ella fuggì all’amante,
e venuti a Firenze si sposarono. Il consiglio dei Dieci, sopra istanza
del Capello, e supponendola rapita per gola della pingue dote, bandì
una taglia sopra il Bonaventuri e suoi complici, esigliò Bianca,
confiscandole seimila ducati che teneva della madre. A Firenze ella
con filtri e prestigi, come si disse, guadagnò il cuore di Francesco
Maria. Il marito oltraggiato le rese la pariglia amoreggiando Cassandra
Ricci maritata ne’ Bongianni; finchè Roberto de’ Ricci con altri dodici
l’assalì sul ponte Santa Trinita e l’uccise; mentre alcuni mascherati
uccidevano nel proprio letto la Cassandra.

Il granduca, non solo agli aggressori lasciò tempo di rifuggire in
Francia, ma non dissimulò d’essere stato conscio del fatto. Poco poi
Giovanna d’Austria, costui moglie, le cui gelosie aveano cresciuto lo
scandalo, o sconciando o pel cruccio di quella tresca moriva, e il
vulgo susurrò di veleno. Tanto più che, due mesi dopo, egli sposava
secretamente la Bianca[116] (1578); poi finito il lutto, il partecipò
ufficialmente alla Signoria di Venezia. E questa, ad istanza di lui,
nominò cavalieri della stola d’oro il padre placato e il fratello di
lei; non che abolir la sentenza e il processo, lei dichiarò vera e
particolare _figliuola della Repubblica_, inviandole una corona ducale.
Allora letterati e scienziati le dedicarono scritture; Speron Speroni
la lodò in versi, la lodò il povero Torquato Tasso[117], al quale largì
protezione e una tazza d’argento; che più? Sisto V le mandò la rosa
d’oro.

Bianca a posto turpemente acquistato si mantenne con intrighi, cinta
da gentaglia ordinaria, ebrei, fatucchieri, distillatori, indovini;
coi quali si bisbigliava studiasse incantesimi e fatture per mantenersi
l’affetto del marito e il modo d’aver figliuoli. A questo desiderio non
riuscendo, ne suppose uno, del quale dicono mandasse a male la madre.

Più profittevolmente trescava Vittorio fratello di lei, intromettendosi
agli affari, e vendendo le grazie; chiese a prestanza dal granduca
tremila scudi, ed alterò la cifra in trentamila; del che scoperto,
fu dal granduca cacciato. La Corte si modella sul padrone; Piero
fratello del granduca pugnalò la moglie per infedeltà, che troppo
aveva provocate colle sue; Isabella, suora di lui, pochi giorni dopo è
strangolata dal marito fra gli abbracci conjugali.

Il granduca Francesco moriva al 20 ottobre 1587, e al domani la Bianca,
si disse per opera del cardinale Ferdinando Medici; il quale non soffrì
ch’ella fosse deposta nelle tombe ducali, gli stemmi e i ritratti di
lei furon levati d’ogni dove, il senato veneto proibì ogni lutto: il
figlio suppositizio non fu riconosciuto: Bartolomeo restò ricchissimo
ma disonorato, come che quel guadagno fosse «non conveniente alla
grandezza dell’animo d’un generoso nobil veneziano che ha il suo
fine sol nella vera gloria, la quale può bruttare un sol punto»[118].
Pellegrina, figlia di Bianca Capello, sposò il conte Ulisse Bentivoglio
bolognese, il quale avendone ricevuto torti, la fece ammazzare presso
Bologna (1598) con due donne ch’erano seco e il cocchiere.

Il cardinale Ferdinando succeduto al fratello (1587), trovava tesori
procacciati col traffico di diamanti e con due banchi a Venezia e
a Roma: altri guadagnò col trarre, in grave carestia, molti grani
dall’Inghilterra e dal Nord: quattro navi sue, con patente inglese e
olandese, faceano vivo contrabbando in America a danno di Spagna: e
impiegando un milione di scudi, sorpassava ogni concorrenza; provvede
di denaro l’imperatore contro i Turchi, di truppe il principe di
Transilvania; ad Enrico IV mandava secreti sussidj in odio di Spagna,
e cercò riconciliarlo col papa; per lo che l’ambasciadore spagnuolo
a Roma eccitò il famoso capobande Alfonso Piccolomini a invader la
Toscana; ma Ferdinando lo prese, e malgrado i reclami l’appiccò (1591).

Tre milioni di scudi si ricavavano fra drappi di seta, tele d’oro
e d’argento, e rasce, che esitavansi in Inghilterra e in America;
trecentomila scudi l’anno si spendeano in comprare sete greggie
di Napoli; esercitavansi pure i rischiosi giuochi di banca; sicchè
quando Filippo II fallì, molte case ne rovinarono. Ma già le nazioni
studiavansi di non avere bisogno di mercanti forestieri, e viepiù
Sully, l’accorto ministro di Enrico IV, sotto cui cessarono i vivi
traffici colla Francia, e si chiusero le ultime case fiorentine a
Lione. Allora molti che negoziavano fuori, rimpatriati si applicarono
all’agricoltura; i Corsini e i Gerini da Londra, i Torrigiani da
Norimberga; fiorentini si fecero i Ximenes mercanti portoghesi; il
granduca da’ proprj piantonaj distribuiva gelsi a’ proprietarj:
insieme si estesero gli uliveti e le vigne, piacque il lusso de’
giardini, ornati con pellegrinità d’Asia e d’America; e i Gaddi, i
Salviati, gli Strozzi, gli Acciajuoli, i Riccardi vollero emulare
quelli del principe, e scienza cavalleresca parve l’orticoltura, e da
tutta Europa si cercavano i giardinieri toscani; molte piante cretesi
arricchirono la botanica, e dall’Ida non meno che dal monte Baldo
ne portò Giuseppe Casabona; a Matteo Caccini è dovuto il gelsomino
arabico, detto mugherino. Francesco Carletti fiorentino, da suo padre
negoziante spedito a Siviglia a imparare la professione, in Africa
trafficò di schiavi, indi in America, nelle Indie, al Giappone e alla
Cina; spogliato dagli Olandesi, a Firenze ad istanza del granduca
stese (1601) il racconto de’ suoi viaggi, da uomo incolto, ma buon
osservatore; diede le prime esatte notizie sul muschio, sul cocco delle
Maldive, sulla cocciniglia, e insegnò l’uso della cioccolata. Filippo
Sassetti negoziante erudito, di cui si han buone lettere, specialmente
relative ai lunghi viaggi in Europa e in Asia, di là mandava preziose
rarità al granduca.

Grosseto era stata in man dei Francesi fino al 1559, poi Ferdinando
s’applicò a migliorarla, procurandovi acque salubri, scavando fossati,
demolendo pescaje; ne alleggerì le imposte, edificò case, fece far
le fortificazioni colla bella rôcca e coi bastioni agli angoli delle
mura esagone. A Pisa riparò la primaziale, incendiata nel 1595,
allacciò molte polle d’acqua salubre per condurle in città, dove
edificò un collegio, la loggia dei banchi e il canale Navicelli verso
Livorno. Tutto il Val di Chiana può dirsi da lui creato; diè scolo ai
traripamenti del lago di Fucecchio, fece canali e dighe nella maremma
di Siena, protesse il littorale mediante le navi dell’Ordine di Santo
Stefano; le quali, nella memorabile impresa guidata da Jacopo Inghirami
(1607) contro Bona, presero undici insegne, millecinquecento schiavi
ed armi moltissime. Coi «metalli rapiti al fiero Trace», in un’altra
battaglia nell’Arcipelago, Gian Bologna fuse la statua di Ferdinando
per la piazza dell’Annunziata.

Risoluto, giusto, operoso, ingenuo, eppur cauto, il terzo granduca
favorì le scienze naturali e matematiche, fondò il museo di storia
naturale a Pisa, ravvivò l’Università di Siena; talvolta raccoglieva
i migliori dotti nelle sue camere, e in presenza de’ figli metteali
su dispute di fisica, di matematica, di letteratura. Già da cardinale
avea aperto a Roma la stamperia di Propaganda, e compratovi la
Venere, l’Arrotino, l’Ermafrodito, i Lottatori e la famiglia di
Niobe per ornare la villa che ivi eresse sul Pincio. Emilio de’
Cavalieri gentiluomo romano, messo ispettore sulle varie arti, cercò
promoverle; e a tacere i lavori d’orefice e giojelliere e musaicista,
le fabbriche di cristalli e di majoliche emularono quelle di Faenza,
Urbino, Fossignano, Arbisola; le fonderie di Gian Bologna servirono,
a tutt’Europa, e Ferdinando si piaceva di regalare alle Corti e agli
ambasciatori oggetti d’arte nostrale, e massime commessi di pietre
dure.

Esso Cavalieri unì lo spettacolo teatrale colla musica, frapponendo
al dialogo ariette. Poi si pensò che gli antichi accompagnavano la
recita colla musica, onde Giulio Caccini romano maestro di cappella
compose arie, Giacomo Peri inventò armonie pel recitativo; e la
_Dafne_ di Ottavio Rinuccini fu rappresentata il 1594, poi l’_Euridice_
dello stesso quando Maria de’ Medici sposò Enrico IV nel 1600, indi
l’_Arianna_ nel 1608.

Cosmo I aveva ordinato che la somma di cinquantamila scudi destinata ai
funerali del principe si applicasse agli orfanelli; Ferdinando volle
altrettanto; e divennero il fondamento di quel ricchissimo istituto
degli Innocenti. Nel cedere Siena, erasi stipulato che i matrimonj
de’ granduchi dovessero approvarsi dall’Austria; ma Ferdinando se ne
emancipò, sposando una principessa di Lorena. Anche nel resto operò
con politica indipendente; in ventitre anni non cambiò di ministri; e
mentre Savoja e Spagna sprecavano in armeggiamenti, egli lasciò morendo
(1609) dieci milioni di ducati, e due milioni in pietre. Giovan de’
Medici, suo fratello naturale, fu valentissimo capitano nelle guerre di
Francia e Ungheria[119].

Suo figlio Cosmo II era stato diligentemente educato da Celso
Cittadini, da Giambattista Strozzi, dal Galileo; ma riuscì fiacco di
salute e di carattere; abbandonava gli affari alla moglie, alla madre,
a Curzio Pichena ministro di suo padre; e limitavasi a maneggiar paci
e combinare matrimonj fra’ principi. In mezzo ai dolori della gotta,
voleva senza interruzione feste, banchetti, giuochi, spettacoli; onde
allora fu introdotta nel palazzo Pitti una società di nani e buffoni, e
si videro fin cavalli sulle scene.

Ferdinando avea tenuto mano con tutti i bascià rivoltati alla Porta,
e con Scià Abbas di Persia. I Drusi, tribù ricoverata sul Libano, di
una religione mescolata d’islam e di cristianesimo, resistettero ai
Turchi, e fattisi indipendenti, pigliarono a capo Fakr-Eddyn (1613),
il quale con un pugno di prodi tenne testa agli eserciti musulmani.
Sgomentato da nuovi preparativi, costui fuggì a Livorno colla favorita,
la figlia, il visir e molte ricchezze, offerendo di far omaggio del suo
Stato a’ principi cristiani, e campeggiar per essi in Terrasanta, se
volessero ajutarlo a difendere i proprj dominj. Il re di Spagna ordinò
al vicerè Ossuna di rimetterlo ne’ suoi Stati, che in fatto ricuperò
ed estese, giovandosi delle dissensioni de’ Musulmani: e continuando
relazioni amichevoli col granduca, molti operaj toscani trasse colà.
Lasciossi poi persuadere a recarsi a Costantinopoli, ove Amurat IV il
tenne in onoranza, poi lo fece strangolare (1635). I suoi discendenti
continuarono a dominare nel Libano. Allora il granduca ideò una lega
contro i Turchi, che doveva abbracciare tutta cristianità; e sebbene
non gli badasse l’Europa, assorta nelle rivalità di Francia e Spagna,
egli ne prese occasione di riguarnir la marina toscana, che ricche
prede condusse a Livorno.

D’amore pubblico più che di prudenza diè segno Cosmo nel suo
testamento, ove alla moglie e alla madre, destinate reggenti, proibiva
di lasciar in Firenze risedere ambasciadori, massime dell’imperatore o
dei re di Francia o di Spagna, nè verun principe forestiero; nessuno
estranio in impieghi; non confessori fuorchè francescani; del tesoro
ducale non si facessero prestiti od imprese mercantili.

Le reggenti di Ferdinando II (1621), sviando da queste intenzioni,
empirono la Corte di lusso, d’intrighi, di frati, di garriti teologici;
profusero titoli di duchi e marchesi fin a persone di servizio; col
trafficare dei grani della maremma senese rovinarono questa provincia;
e mentre Cosmo risparmiava trentamila scudi l’anno, si dovette
intaccare l’erario.

Il granducato era da prima composto dei dominj delle repubbliche
fiorentina e pisana, eccetto le isole d’Elba, Pianosa, Montecristo,
e il distretto di Piombino, sovranità riservata agli Appiani. Cosmo
I nel 1546 avea comprato dai conti di Noceto la rôcca Sigillina nel
vicariato di Bagnone; nel 49 dai Malaspina il feudo di Filattiera; nel
51 il castello di Corlaga; a nome di sua moglie Eleonora di Toledo
acquistò pure Castiglione della Pescaja e l’isola del Giglio; nel
57 ottenne il territorio di Siena, escluso Orbitello e il resto de’
Presidj, riservati dalla Spagna; dalla quale comprò inoltre il castello
di Portoferrajo e sue circostanze nell’isola d’Elba. Dipoi Francesco I
acquistò nel 74 Luzuolo e Riccò, e nel 78 Groppoli ed altri distretti
in Lunigiana. Ferdinando I comprò dagli Orsini le contee di Pitigliano
e Sorano, _solfanello delle guerre d’Italia_, come Cosmo le chiamava:
poi Cosmo II dal conte Sforza Santafiora la contea di Scansano nel
1615, nel 16 quella di Castell’Ottieri dal conte Ottieri, nel 18
Terrarossa in Lunigiana dai Malaspina. Infine Ferdinando II dal conte
Sforza ebbe nel 1633 la contea di Santafiora, e nel 50, al prezzo di
cinquecentomila scudi, dal re di Spagna il distretto di Pontremoli, già
feudo imperiale de’ Fieschi, poi confiscato pel duca di Milano[120].

Ancora duravano le forme repubblicane, e rappresentava il popolo un
consiglio di ducento cittadini, da cui si sceglievano quarantotto
detti il senato; quattro de’ quali per turno di tre mesi componeano
il consiglio del duca, e con lui rappresentavano la signoria. Nel
resto continuavansi le magistrature repubblicane, traendole a sorte
fra i cittadini abili agli uffizj maggiori. I Ducento aveano diritto
di convalidare o invalidare gli atti solenni e legislativi; il duca
poteva proporre a loro qualunque legge; ma ed esso e quelli non poteano
risolvere che coll’approvazione del senato.

I due consigli conservaronsi sempre, benchè ai Ducento alla fine non
rimanesse che di spedire suppliche di monasteri, concedere certificati
di cittadinanza o salvocondotti, deliberare sulle ripudie, sulle
emancipazioni, e simili. Coi nomi e le forme antiche, la volontà del
principe era però legge unica; nè i Medici applicarono all’uffizio
consueto delle monarchie, d’unificare gli ordini e gli uffizj: il
Senese e il Fiorentino rimanevano paesi distinti; le città continuavano
ad odiarsi per una libertà che tutte aveano perduto; tanti statuti
contavansi quante città o borgate o corporazioni.

Il magistrato supremo componevasi di cinque senatori, un auditore e un
cancelliere, scelti fra i più insigni giureconsulti d’Italia, preseduti
da un luogotenente del duca. Molteplici i tribunali, la più parte di
mercanti ed artieri, mal distinti d’attribuzione, e perciò difficili
e dispendiosi. Così un magistrato di otto conservatori vegliava
sull’osservanza delle leggi, giudicando chi le trasgredisse; di sei
negozianti componeasi il tribunale della mercanzia; il magistrato delle
decime soprantendeva a ciò che concernesse il fisco; il magistrato
degli otto di guardia e balìa alle cause criminali; il magistrato di
parte guelfa su fiumi, ponti e strade; aggiungete il magistrato dei
nove, quelli dell’archivio, quelli dei capitani d’Or San Michele, della
dogana, e via là, a tal segno che settantadue tribunali vigevano nella
sola Firenze. Cosmo II rese stabile la Consulta incaricata di esaminare
le regole di ragione, la quale presto pigliò giurisdizione estesa,
e massime sotto le tutrici empì gli affari di fiscalità teologiche e
giuridiche, e aperse il campo agli arbitrj.

Quante poi le interne diversità! Pistoja e Pontremoli erano governate
dalla Pratica secreta, nè poteano scegliere i proprj magistrati. Monte
Sansovino, le contee di Pitigliano, Sovana, Scansano dipendeano da due
sovrantendenze arbitrarie, che vi delegavano a podestà i loro creati.
Nelle città mandavasi un gentiluomo per vicario, o un cittadino per
podestà nelle terre e borgate; che conduceva notaro, attuaro, giudice,
col consiglio e l’opera loro regolandosi. Ma i ricchi non rassegnavansi
ai governi piccoli; i poveri aveano troppi incentivi ad abusare; nè le
estorsioni restavano represse dal rigoroso sindacato.

Gabelle molteplici e vessatorie, e chi tardasse un’ora a pagarle
gravavasi del venti per cento a pro dell’esattore. Pei contratti
doveasi il sette e tre quarti per cento; e se non si pagasse, l’atto
rimanea nullo. I magistrati dell’abbondanza trafficavano di grani,
impinguandosi sulla miseria. Sussistendo qui pure la preferenza degli
abitanti della città su quelli della campagna, i foresi venivano
sacrificati ai privilegi di quelli. Il Monte di pietà, che ad orfani
e vedove sovveniva per interesse moderato, cominciò a prestare alla
bisognosa Spagna, e ne ricevette in cambio mercanzie, sicchè divenne e
banco e negozio, e concentrò i capitali, col suo monopolio rovinando
ogni altro traffico. Sopravvenne la fame, poi la peste del 1630 che
sospese per sempre le manifatture: l’erario esausto ricorse al Monte
contraendo un debito di ottocentomila ducati. Minute prammatiche e
uggiosi divieti impacciavano ogni andamento; quali piante coltivare,
come manipolare il pane, dove vendere il pesce e le derrate; vietato
uscir di paese per acquistarsi il vitto: un giorno si proibisce
aucchiare stami e lane, pochi anni dopo si permette, essendo
impossibile far senza: si vieta usar le mortelle per le concerie,
poi si concede. Nel 1651 si vieta di portar fuori l’artifizio della
seta, pena la vita; e l’operajo che fosse migrato, poteva esser ucciso
impunemente (Galluzzi). Intanto cessava il commercio d’economia in
grazia dell’operosità d’Inglesi o Olandesi, le manifatture languirono,
il popolo mendicava o birbava; anche la terra isterilivasi, il caro
del sale disajutava la pastorizia; frodavasi, e ne venivano rovine
di famiglie; il popolo vessato dalle maremme fuggiva a Piombino, a
Orbitello, in Romagna.

La Corte mutò anche in un fasto sontuoso l’antica apparenza
cittadinesca; ebbe teatro, nani, buffoni; estese caccie riservate, le
quali concedeansi anche a gentiluomini; e sull’esempio de’ principi,
i costumi si cangiarono. Francesco I col chiamarsi attorno i feudatarj
del ducato innestò l’ambizione delle cariche, per le quali si dismesse
la mercatura; Orsini, Savelli, Gonzaga si cercarono titoli di marchese
e di conte; s’introdussero servili formole nelle lettere[121]. I titoli
di Corte prevalsero alla dignità magistrale, e un senatore s’ebbe
da meno che un ciambellano; in conseguenza cercossi il lustro delle
famiglie coll’accumulare le sostanze e restringere i diritti della
successione femminile qual era portata dall’antico stile repubblicano:
ai soli grandi si permise di tenere armi, ed essi ne abusavano
per braveggiare. Alla dissolutezza palliata s’univa la manifesta
ferocia; bravi dappertutto; e le immunità e gli asili delle chiese
arrestavano il corso della giustizia. Quel carattere così proprio e
inciso, quell’arguzia, quell’ingegno agile insieme e profondo, quella
semplicità che non toglieva gli ardimenti, quella minutezza mercantile
che non esinaniva il genio del bello, quell’impronta nel parlare, nello
scrivere, nel fabbricare, per cui una cosa si caratterizza fiorentina
senza far fallo, sparvero per dar luogo a modi contegnosi e austeri.

Ferdinando II, preso a governare da sè (1627), tentò allogare le nocche
della reggenza, e insinuare gusto nel lusso, gentilezza ne’ costumi.
Eccellent’uomo, rispettoso a fratelli e parenti, nella peste del 1630
girava egli stesso soccorrendo; educato a rispettare i dotti dal gran
Galileo, al cui letto di morte assistè, insinuava ai nobili l’amor
delle arti; visto in teatro il Chiabrera, se lo volle al fianco per
tutta la rappresentazione; interveniva all’accademia del Cimento;
invitò il tedesco Giambattista Bulinger, lo scozzese Tommaso Dempster,
erudito di ferrea memoria, ma bizzarrissimo, forzoso, accattabrighe,
scrittore disordinato, il quale illustrò le antichità etrusche; il
naturalista Nicolò Stenon, ed altri dotti stranieri. Torricelli,
Viviani, Bellini, Redi, Magalotti fregiarono le Università di Pisa,
Firenze, Siena; sorsero nuove accademie; fu rinnovata quella degli
Immobili, la prima che si proponesse di divertir il pubblico col teatro
della Pergola. Si sanarono maremme, si raccolsero le acque termali,
fu estesa la coltura del filugello e d’alcune piante esculente, e
vennero in fama gli agrumi toscani. Valent’uomini cercarono pel mondo
cognizioni e rarità, onde si fondarono il gabinetto fisico e i serragli
d’animali vivi in Boboli, e il museo di fossili e testacei e d’altra
suppellettile, che il principe crescea ricambiando i doni colle essenze
e le medicine della sua fonderia.

Di Livorno, borgo mentovato appena ne’ bei tempi di Pisa, i Fiorentini
non tardarono a comprendere l’importanza[122]. Il duca Alessandro vi
eresse la fortezza vecchia; Cosmo I un molo a disegno del Vasari, e
un nuovo canale, e vi si allestivano le galee pei cavalieri di Santo
Stefano; Francesco I con gran solennità gettò le fondamenta delle nuove
mura, secondo la pianta del Buontalenti, compite poi da Ferdinando
I con belle porte e ponti di pietra e opportuni munimenti, e ogni
sorta edifizj, oltre il lazzaretto e il gran molo[123] che univa
per centomila braccia la lanterna alla terraferma, sicchè potette
considerarsene il fondatore, e la chiamava _la mia dama_. Procurò
estendere verso Spagna e Ponente il commercio di cui fallivano le
occasioni in Levante: assicurava persone e beni di chi accasasse
a Livorno, vero _asilo_ dove non faceasi indagine di qualsifosse
delitto anteriore, talchè vi accorreano molti indebitati, corsari
arricchitisi, Ebrei e Cristiani nuovi di Spagna e Portogallo, Cattolici
fuggenti d’Inghilterra, Greci fuggenti di Turchia, Corsi malcontenti
dei Genovesi, fuorusciti di tutta Italia e di Provenza. Ferdinando II
fabbricò il quartiere, per somiglianza denominato Venezia, e meglio
stabilita la franchigia del porto, fra la guerra universale vi dava
ricovero a tutte le navi, per quanto nemiche; sicchè Livorno non
crebbe come le capitali, a scapito del restante paese, ma mediante i
forestieri; negozianti n’erano i ricchi, e la pigione de’ magazzini
rendeva al granduca centomila scudi. Esso Ferdinando aveva dal
granturco ottenuto salvocondotto pe’ suoi sudditi in tutti gli scali
della Porta; tentò una società mercantile coi negozianti di Lisbona,
cui i Toscani avrebbero contribuito quattro milioni di ducati d’oro,
assicurati sul magistrato dei capitani di parte guelfa; ma poi
reputando o soverchia o scarsa la sua marina, vendette tutti i legni
alla Francia (1647), e così Toscana cessò d’essere potenza marittima.

Nella guerra di Castro, Ferdinando parteggiò con Venezia e Modena
contro le pretensioni pontifizie; onde empì Toscana di lance spezzate,
cioè bravacci e malviventi di tutta Italia, chiesti a rinforzo
dell’esercito. Il peggiore fu Tiberio Squilleti napoletano detto frà
Paolo, perchè cominciò da francescano e finì assassino di mestiere.
Livorno era convegno di cosiffatti, che dal Regno e dalla Lombardia vi
accorreano in sicurtà, e trovavano chi li reclutasse.

Le relazioni fra Toscana e Francia si avvivarono mediante due regine,
date dalla Casa de’ Medici. Caterina, figlia di Lorenzo duca d’Urbino
e di Maddalena della Tour d’Auvergne, e cugina di Clemente VII,
nel 1533 sposò Enrico II, e rimastane vedova, stette reggente nella
minorità di tre figliuoli, che successivamente salirono al trono. Era
forestiera e perciò i Francesi la denigrarono; fu reggente nel calore
delle fazioni, e perciò ebbe accanniti avversarj, i quali la ritrassero
come il tipo dell’astuzia e della fierezza italiana, d’una politica
egoista, d’una fredda crudeltà, accagionandola di tutte le colpe de’
figli suoi, e fin della strage del San Bartolomeo. Queste dicerie
furono accettate dalla storia, scritta con leggerezza, e servile
all’opinione forestiera, e che la presenta con ciglio feroce, tra
figli carnefici e corte manigolda; e pur testè il Michelet la chiamava
un verme sbucato dal cimitero d’Italia. Bella, maestosa, nel vigore
degli anni, istruita dalle sventure de’ suoi e dalle proprie, irritata
dalle umiliazioni sofferte da un marito che la posponeva alla druda
titolata, lui morto più non depose le gramaglie, nè disonorossi con
cattivi costumi, quantunque negli altri li tollerasse. Amata da’ suoi
figliuoli, benchè li trattasse da assoluta, inarrivabile nel fascinare
gli spiriti, teneva la Corte più splendida d’Europa, allettandovi i
grandi coll’aumentare a cencinquanta le damigelle d’onore, e divertirli
ora con feste e cavalcate e caccie, ora con balletti che ella medesima
desumeva dal Furioso o dall’Amadigi: proteggeva artisti e dotti, e
all’occasione sapeva mettersi a capo d’un esercito[124]. Lo storico
Brantôme, quantunque suo avversissimo, non ne intacca i costumi, e
dice che spendeva quanto papa Leone e Lorenzo de’ Medici; magnifica
in ogni suo atto, non veniva meno alla grazia e al gusto; e mentre
l’accusavano di cumular tesori, alla morte non le fu trovato un soldo,
anzi ottomila scudi di debito. Nel governare mostrò abilità insigne,
dedotta da quel sentimento d’una grande responsabilità, che si eleva
di sopra alle considerazioni secondarie e alle calunnie de’ partiti;
sapendo sputar dolce e inghiottire amaro: nel voler conservarsi il
dominio conservò la Francia, che minacciava cadere nella tirannide o
andare a brani, e si mostrò francese più che i Francesi stessi. Enrico
IV diceva al presidente Claudio Groulard: — Affeddidio, che poteva fare
una povera donna, rimasta vedova con cinque figliuoli sulle braccia,
e le due famiglie di Navarra e di Guisa avide d’usurpar la corona?
Non doveva ella sostenere di strane parti per ingannare gli uni e
gli altri, eppure salvare come fece i suoi figliuoli, che regnarono
successivamente per la savia condotta di donna tanto accorta? Mi
maraviglio non abbia fatto di peggio»[125]. Vero è che la politica può
scusar fatti, che la morale disapprova irremissibilmente, nè quella di
lei era migliore della machiavellica.

Questo Enrico IV avea più volte ricorso per denari al granduca
Ferdinando I, che gli fece grossi prestiti, esigendo, oltre
l’interesse, una sicurtà. A titolo di questa erasi anche impadronito
delle isole d’If e di Pomègue in faccia a Marsiglia; per recuperare
le quali Enrico spedì a Firenze quel che fu poi cardinale D’Ossat,
il quale dopo grandi fatiche riconobbe al granduca il credito di
un milione censessantaquattromila centottantasette luigi d’oro, da
rimborsare in dodici anni. Enrico pensò spegnere questo debito col
chiedergli in moglie la nipote Maria, e l’ebbe col soprappiù di
seicentomila scudi di dote. La sposa, nel 1600, mosse da Livorno per
Marsiglia su legni altrui, non avendone la Francia, donde s’avviò
a Parigi tra feste continue, a gara segnalate. In Avignone, allora
papale, entrò sopra un carro tratto da due elefanti, e v’ebbe un
accompagnamento di duemila cavalieri, sette archi, sette teatri,
giacchè gli Avignonesi vantavano che la loro città avesse il tutto
in numero di sette, sette parrocchie, sette palazzi, sette conventi
vecchi, sette monasteri, sette ospedali, sette collegi, sette porte;
ed oltre le arringhe e i versi, le si offersero molte medaglie d’oro
coll’effigie sua e della città. A Lione incontrò il marito, che la
trovò assai men bella del ritratto, ingrassata, occhi fissi, modi
sgraziati, carattere caparbio; ed essa di rimpatto trovava lui molto
vecchio, nè seppe vincere mai la repugnanza che gliene aveano ispirato
quand’era eretico. Riuscì dunque infelice quel matrimonio: egli
donnajuolo, non la amò neppur quando il fece padre; essa gelosa, veniva
a incessanti garriti, nè troppo si dolse allorchè fu assassinato. Fatta
allora reggente per Luigi XIII novenne (1610), ella cambiò di politica,
chinando a Spagna; e mediocre di spirito e di cuore, lasciossi
regolare da Leonora Galigaj sua sorella di latte, e dal costei marito
Concino Concini fiorentino. Questi comprò il maresciallato d’Ancre in
Picardia, ottenne varj governi, e sorresse potentemente Maria nella
lotta che dovea sostenere contro i grandi feudatari e i principi del
sangue e i Protestanti, che ruppero in aperta guerra civile. Perciò
esoso come chiunque resiste, egli ebbe vituperio di basso ambizioso;
e tutta la Corte cospirando contro di lui, persuase al re pupillo
di liberarsene. E fu assassinato (1617) e tratto a strapazzo dal
popolo; e la marescialla sottoposta a un processo ancor più vile che
imbecille, quasi avesse chiamato in Francia ebrei, maghi, astrologi,
fatto talismani per soggiogare la regina. — Il filtro che adoprai,
è l’ascendente che ogni spirito superiore acquista sovra un debole»,
rispose la Galigaj, e sopportò dignitosamente le stolte accuse e la
morte ignominiosa[126].

Maria, quando imprigionata e allora compianta, quando a capo del
governo e allora aborrita, indovinò i meriti del Richelieu, e lo fece
innalzar cardinale e ministro; ma ne provò l’ingratitudine e dovette
esulare, sempre fra brighe e raggiri finchè morì (1642): giudicata da
viva e anche dopo morte dal lato più vulgare.

I mali trattamenti di Luigi XIII a sua madre e l’assassinio del
maresciallo d’Ancre gittarono zizzania fra il granduca e la Francia.
Il parlamento di Parigi nella confisca dei beni del Concini comprese
duecentomila scudi ch’egli tenea sul Monte di pietà di Firenze, e mandò
a staggirli. L’impadronirsi di somme deposte sotto la pubblica fede,
senza un giudizio reso nel paese stesso, repugnava al diritto pubblico,
e la Toscana vi si oppose; ma la Corte di Francia tenne per offesa la
propria dignità, e ne fece un capo grosso.

Colla moglie Vittoria d’Urbino Ferdinando II visse discorde, pur le
abbandonò l’educazione di Cosmo III, ch’essa crebbe fra ignoranti, i
quali lo svogliarono delle lettere e scienze profane per impanicciarlo
di teologia: onde succeduto al padre (1670), in cinquantatre lunghi
anni mostrossene troppo degenere. Dai viaggi riportava non cognizioni,
ma vilipendio del proprio paese, e il fasto forestiero[127]. La vivace
Margherita Luigia d’Orléans, sposatagli nel 1661, sprezzava questo
pesante devoto, e Medici e Rovere e Toscana: innamorata d’un altro,
aborriva d’esser madre, e serpentò tanto che il marito dovè permetterle
di tornare in Francia. Rinchiusa nel monastero di Montmartre, essa vi
appiccò il fuoco, e al marito scriveva, tra mille altre sguajataggini:
— Quel che mi duole è che noi andremo ambidue a casa del diavolo, e
avrò il tormento di vedervi anche colà... Vi giuro per quella cosa
ch’io odio più, che è voi, che io patteggerò col diavolo per farvi
arrabbiare e per sottrarmi alle vostre pazzie... Che vi serve la
devozione? fate quello che volete, siete un fior di roba, che Dio non
vi vuole e il diavolo vi rifiuta».

Eppure egli n’era geloso; e malevolo, soppiattone, inesorabile,
alternava un fasto eccessivo con pii esercizj, e processioni, e
offerte a lontani santuarj; fabbricò chiese; pose in venerazione san
Cresci, nobilitando la chiesa di esso a Valcava in Mugello, e bandì
un Servita che sosteneva apocrifi gli atti del colui martirio, e così
eccitò una controversia, a cui presero parte buffa i begli spiriti.
Tenea corrispondenze alle Corti de’ principi protestanti, onde trarli
alla fede romana. Ito al giubileo a Roma, per poter toccare le sante
reliquie, privilegio di canonici, si fece conferire tal dignità,
e in abito canonicale mostrolle al popolo[128]. Per voto andando a
visitare la tomba di san Carlo a Milano, fu ricevuto splendidamente dai
principi, e Ranuccio II di Parma fabbricò apposta il teatro Farnese,
dove le allegorie furono divisate dal Pozzi vescovo di San Donnino, e
dove si macchinarono spettacoli, più ricordevoli che non la storia del
paese.

Ai granduchi era stato assegnato il primo posto dopo la repubblica
di Venezia, cioè precedenza sopra tutte le repubbliche e i ducati; ma
quando il duca di Savoja conseguì gli onori reali, Cosmo reclamò tanto,
tanto spese, che l’imperatore gli consentì il grado medesimo, onde
prese il titolo di Altezza reale. Profusamente regalava; patrocinava
i principi esteri presso la Corte di Roma, il che gli dava aspetto
di primo principe d’Italia; e guadagnavasi i ministri forestieri. I
suoi vini erano una squisitezza alle Corti di tutta Europa, e gliene
venivano in ricambio piante ed erbe pe’ suoi giardini, medaglie e
rarità pe’ musei; i missionarj d’Oriente gli inviavano Indiani, due
Calmuchi il czar, due Groenlandesi il re di Danimarca. Per bastare
a tali splendidezze alternava assurde ordinanze finanziarie e
meschinissime grettezze; oltrechè le principali cariche erano messe a
prezzo, o date per intrighi di preti e di famigli. Cosmo i processi
voleva compendiosi, feroci i supplizj sulle piazze, per le strade;
ma ai potenti restava sempre modo di riscattarsi a denaro. Diffondeva
spie per conoscere i costumi; mandava attorno frà Domenico di Volterra
in equipaggio di Corte a informarsene e correggerli; le discordie tra
le famiglie credeva rassettare con matrimonj da lui ordinati, e che
moltiplicavano gl’infelici; che più? vietò ai giovani di frequentar
case dove fossero fanciulle da marito.

Dove non vuol essere taciuto un fatto che a tutta Europa diede a
dire. Il cavaliere Roberto Acciajuoli amava Elisabetta Marmoraj,
moglie del capitano Giulio Berardi; modesta e virtuosa, quant’egli
era colto d’ingegno ed elevato di sentimenti. Rimasta lei vedova,
ognuno credeva si sarebbero sposati; ma il cardinale Acciajuoli volea
quel suo nipote unire con qualche famiglia romana, che lui ajutasse a
divenir papa. Fallitegli le persuasioni e le minaccie, il cardinale
ricorse al granduca perchè impedisse quelle nozze; e il granduca,
incapace di disdir nulla a un cardinale che potea salir papa, fece
chiudere l’Elisabetta in un monastero. Com’è consueto, l’amore del
giovane se ne incalorì; non potendo accostarsi all’amata, la sposò
per lettera; e fuggito a Mantova, pubblicò l’atto, e domandò le fosse
consegnata. Il granduca, l’arcivescovo, i parenti stettero al no; i
migliori giureconsulti di Lombardia dichiaravano legale tal matrimonio;
ma que’ di Firenze non gli davano che il valore di sponsali. Vacando
la santa sede, l’Acciajuoli mandò la storia e le allegazioni a
tutti i cardinali, il che tolse ogni speranza del papato allo zio:
il granduca si sdegnava di veder palesata la sua ingiustizia; pure
alfine restituì la libertà alla dama. Essa corse tosto allo sposo
in Venezia a dividerne gli stenti e la persecuzione; ma poichè tutta
Italia col prenderne interesse riprovava il granduca, questi domandò
alla repubblica glieli consegnasse, col titolo che avessero mancato
di rispetto e obbedienza al loro sovrano. Essi trafugaronsi verso
Germania in abito fratesco, ma a Trento riconosciuti e menati in
Toscana, l’Acciajuoli fu condannato in vita nella fortezza di Volterra,
e privato delle sostanze: la dama, se volesse sostenere la validità
del matrimonio avrebbe egual trattamento; ma essa vacillò, e all’eterna
prigionia col marito preferì il viver solitaria[129].

Il Redi consigliava al granduca il passeggio come rimedio ai mali
derivatigli dall’intemperanza; e poichè i suoi esercizj li faceva nella
galleria, vi riunì quanto di raro possedeva la sua famiglia, facendo
venire da Roma la Venere e gli altri capolavori. Campò ottantun anno
(1723).

Il cardinale Francesco Maria, fratello di Cosmo, fu secolarizzato; ma
Eleonora di Gonzaga sposatagli mai non lasciossi accostare da questo
vecchio sciupato, che ribramando gli ozj lasciati, morì il 1711.
Ferdinando, primogenito di Cosmo, allievo del Redi, del Viviani, del
cardinale Noris, coi vizj rese l’animo e il corpo incapaci di amar la
moglie, e morì a cinquantatre anni. Gian Gastone, secondogenito, unico
sopravvivente, fu infelice nel matrimonio come tutti i Medici; sua
moglie duchessa di Lauenburg, grossolana, disamata, aborrente l’Italia,
non volle mai uscire dalla sua Boemia; ed egli alla taverna, al giuoco,
a tutti i vizj cercò distrazione dalle miserie che vedeva e prevedeva.
Caccia i tanti frati e i tanti delatori; abolisce quelle che il vulgo
chiamava _pensioni sul credo_, assegnate a Turchi, Ebrei, Protestanti
venuti cattolici, e che mantellavano l’inerzia e l’impostura. Allora
alle penitenze sottentrano feste, corteggiamenti, donne, carnevali,
e la principessa Violante asseconda quel nuovo andazzo; nelle ville
si recitano commedie dai nobili, che vanno alla Corte vestiti alla
francese, anzichè coll’abito di gala, e conversano famigliarmente col
duca.

Disperato d’aver eredi, e considerandosi soltanto usufruttario
del paese, Gian Gastone ne trascurò la gloria e il prosperamento:
abbandonato ai capricci di uno staffiere, tre sole volte il consiglio
di Stato radunò nei quattordici anni di regno; sparagnò sulle prime,
poi dettogli che lo spendere giova ai popoli, profuse in gioje,
manifatture, capi d’arte, e in garzoni libertini, facendo il popolo
soffrire delle crescenti imposte, rese men sopportabili dal terribile
gelo del 1709. E di peggio prevedeasi, poichè i pretendenti, che
già coll’avidità spartivansi il retaggio del granduca ancor vivo, ad
ogni suo mal di capo sporgeano la mano e volean mettervi guarnigioni.
Cosmo III avea procurato di prevenire quei mali col far riconoscere
il diritto in cui Firenze rientrava di esser libera al cessare della
famiglia, a cui, ragione o no, erano stati attribuiti que’ paesi
dal diploma del 1530. Ma ridestando la repubblica, Siena sarebbesi
staccata, e così i feudi della Lunigiana; i Farnesi metteano in campo
la parentela; di fuori poi, se Inghilterra e Olanda vel confortavano,
mostravasi contrariissima l’Austria; sicchè Cosmo cercò trasmettere il
dominio a sua figlia Anna, moglie di Guglielmo principe palatino. Ma
Carlo VI dichiarò che la Toscana, feudo imperiale, a lui ricadrebbe
quando vacasse, e con truppe sostenne la impugnata pretensione. Gian
Gastone propose unire la Toscana a Modena, di cui era duchessa una
discendente da Cosmo I, e l’imperatore non se ne mostrava alieno; ma
sopravvennero guerre che sovvertirono i disegni.

E così le italiche fortune erano tramenate da capricci, da ambizioni,
da pretendenze d’eredità; e questi obbrobrj intitolavansi pace.




CAPITOLO CLV.

Condizione materiale e morale. Opinioni. Ingegni eterocliti.


Settant’anni di pace dal 1559 al 1621, non che sanare le piaghe,
le infistolirono,[130]; le ricchezze furono esauste nella fonte;
un’oppressione sistematica succedeva alle violenze della guerra; questa
finiva senza indurre la tranquillità, giacchè il paese era corso da
mercenarj rapaci, o da soldati forestieri che vi spandevano la povertà
e la peste. Dappertutto bisogni di principi e miseria di popoli: il
supremo interesse di quelli era l’esigere grosse taglie; di questi la
paura di morir di fame: e le sollevazioni di Milano, di Palermo, di
Fermo, le quasi annuali di Napoli, i divieti d’asportazione, l’assegnar
i prezzi, l’istituire prefetti dell’annona darebbero a credere che
l’uomo fosse ridotto ai meri istinti.

Tronchi i ricambj, così molteplici dapprima, fra Stato e Stato per
via d’ambasciadori, negozj, magistrature, guerre, studj, ciascuno
s’impiombò al paese, che amava soltanto per abitudine, per comodità:
la longanime prudenza o l’astuzia diplomatica si concentrò nelle
Corti, disposta a ricorrere a perfidia, a trame, a prepotenza; donde
sterminati disegni con debolissimi mezzi; e invece dell’ambizione
grande che fabbrica sopra se medesima, quella piccola che tresca in
vanità, o colla violenza palesa il difetto di solide qualità. Nulla
parendo soverchio per conservare la fede cattolica, la paura della
riforma fece ridurre l’educazione a stringimenti e depressioni;
alla spontaneità e alla confidenza, viepiù necessarie agli spiriti
nel tempo appunto che la natura più si espande, surrogare l’azione
perpetua dell’autorità sbigottita: i collegi si ridussero a monasteri,
come dappoi a caserme, talchè, se aveansi i vantaggi della pietà
e della compostezza, mancava spesso la civile opportunità; si
lentavano i vincoli domestici, che possono essere salvaguardia non
solo ai figliuoli, ma e più ai genitori; e gli animi o si fiaccavano
irremissibilmente, inasprivansi contro la regola e l’autorità, per poi
prorompere in violenze.

Il sussiego, parola allora introdotta, fa disapprovare una mancanza di
convenevoli quanto un delitto, e tutti impronta ad una foggia uniforme;
la regolarità s’incarica di spegnere le vivezze, di sostituire (come si
disse degli arcivescovi Borromei) il rosario alle spade.

Coraggio fisico, viva e pronta intelligenza, se vengano sviluppati,
rendono grande un popolo; compressi degenerano in ferocia e in astuzia;
come la vivace intelligenza, se rinneghi il calcolo, rovina se stessa.
Esclusi dagli affari della patria, i nostri recavano l’ingegno a
servigio degli stranieri; sicchè il nome italiano di fuori continuò
a tenersi in onore, e la nostra letteratura imitavasi da Inglesi e
Francesi, come noi imitavamo la spagnuola. In Francia la buona società
modellavasi al tipo italiano, e italianeggiava la lingua: i soldati
che avevano fatte le campagne d’Italia, voleano parlarne con termini
nostri, e dire _infanterie, cavalerie, embuscade, sentinelle, escarpe_,
fino _brave_. Ma i nostri v’erano malvisti, come quelli che si
foracchiavano in tutti gl’impieghi[131], e al machiavellismo italiano
imputavansi tutti i mali della guerra civile e di religione.

Delle consuetudini principesche danno buon testimonio i ricordi, che
Francesco Maria II lasciava a suo figlio Federico Ubaldo duca d’Urbino,
il 22 marzo 1615. Trascorriamo le generalità del vivere in grazia
di Dio, trattare con ischiettezza, non rimettere a domani quel che
si può fare oggi, lasciar libero il corso della giustizia, senza che
se n’intrighino nè i parenti nè la moglie; e così della liberalità,
dell’affabilità, della riconoscenza a chi prestò servigi, del
risparmiare la pena di morte, dello spender meno nell’entrata, del non
toccare l’onor delle donne e particolarmente delle nobili. Vuol che non
abbia intrinsechezza co’ sacerdoti, ma li lasci attendere all’officio
loro, egli attendendo al suo senza loro ajuto. Ubbidiente al papa,
ardentissimo nel servizio di S. M. Cattolica, andando in guerra s’e’
ci va in persona. Cerchi consiglieri e ministri che vadano per la
strada del carro, anzichè voler novità speciose; e anch’egli attenda
a far camminare bene le cose antiquate, non facendo decreti nuovi, e
piuttosto restringendo i vecchi. Non si dia troppo allo studio delle
scienze, bastando intendere bene la propria lingua e la spagnuola,
farsi leggere ogni giorno qualche storia, e ragionare delle scienze con
quelli che le professano. Faccia esercizj cavallereschi, la scherma, il
ballo, il nuoto; giuoco alla palla, caccia, maneggio de’ cavalli, di
questi tenendo una razza. Mangi d’ogni cosa, ma moderatamente e senza
seguir regole di medici, de’ quali non è a valersi che nelle infermità.
Il figliuolo maggiore tratti come un fratello, lasciando che governi e
comandi. Se ha un altro figlio, compri per esso uno Stato nel regno di
Napoli, con altre entrate per 12,000 scudi l’anno: il che è meglio che
dargli beni in paese: così s’hanno fondate due case. Degli altri figli
un ne faccia ecclesiastico; e così se ne ha molti, li collochi colla
propria parsimonia e col favore di S. M. Cattolica.

Il sentimento religioso molto ingagliardì, massime dacchè su quello
si piantò l’educazione; e ripullulava traverso ai disordini della
vita, sicchè finivano devoti quei che aveano menata vita disonesta
o prepotente. La politica professava canoni più sani, dedotti dalla
rivelazione; arti e lettere attingevano a fonti ecclesiastiche; sin
la fisica appoggiava a principj d’ordine religioso. Molti ottennero
gli onori degli altari, ed ai già accennati (t. X, p. 474) vogliam
soggiungere Gregorio Luigi Barbadigo padovano, cardinale, vescovo di
Bergamo poi di Padova, ove fondò il seminario tanto celebre per gli
studj filologici, colla biblioteca; Francesco Girolamo di Grottaglia
gesuita, che per quarant’anni diresse le missioni nel regno, predicando
instancabilmente, ma breve e con unzione, a soldati, galeotti,
pescatori, meretrici, che traeva agli abbandonati sacramenti, sicchè
fin otto o diecimila persone a un tratto si comunicavano. Giuseppe da
Copertino presso Brindisi, laico francescano, uso ne’ servigi più vili,
tutto umiltà e penitenza, è assunto agli ordini benchè ineducato: ma
de’ miracoli e delle estasi sue l’Inquisizione e i superiori dubitano
e lo credono ipocrite; ed egli soffre rimproveri di colpe che non
commise. Sebastiano Valfrè da Verduno nella diocesi d’Alba, mostrò gran
carità sin da fanciullo, ed entrato oratoriano, scrisse il _Mezzo di
santificare la guerra_, la _Breve istruzione alle persone semplici_;
operò molte conversioni a Torino, di cui non volle essere arcivescovo;
vivea sempre in ospedali, eppur tenea corrispondenza con vescovi e
teologi su punti rilevanti. Veronica Giuliani di Mercatello, vestitasi
cappuccina, ebbe visioni, patimenti straordinarj e i segni della corona
di spine, e Cristo le impresse le sue piaghe: il Sant’Uffizio ricusò
credere questi portenti, il confessore la umiliò in ogni guisa, pur
dovette confessare che di speciali favori la privilegiava Iddio. Tra i
chiostri troveremmo Pacifico da San Severino, Bonaventura da Potenza,
Bernardo da Offida, Tommaso da Cora, che non potendo impetrare d’andar
nelle Indie, missionò in paese con gran frutto di conversioni; Bernardo
da Corleone in Sicilia, che annojatosi al mestiere del calzolajo, andò
soldato, ma messo in carcere per indisciplina, tornò a coscienza, e
vestitosi cappuccino fu specchio di virtù.

Ma poichè soltanto una grave devozione apriva la strada agl’impieghi
e agli onori, degenerava in ipocrisia o in cupa superstizione.
Abbondavano le pratiche convenzionali e i fervorini da sacristia,
donde il cuore è assente, e che lasciano l’anima senza alimento;
i dogmi non eccitavano nè attenzione nè resistenza perchè senza
riflessione si adottavano formole di fede che bastava ripetere.
Il nome d’eretico faceva orrore a segno, da non voler leggere le
migliori opere de’ Tedeschi e degli Inglesi d’allora, nè comunicare
di commerci con Olandesi od Ugonotti. La devozione però non salvava
da ribaldi disegni; di reliquie coprivansi i masnadieri, impetravasi
indulgenza per accingersi a qualche misfatto[132]. Le chiese erano
esposte non solo a ruberie, ma a profanazioni, convegno d’amori, o
campo di liti fin al sangue. Nel 1630 nel duomo di Palermo facevasi
una gran rappresentazione sul riscatto di Gerusalemme; e i Gesuiti,
in onore d’una infanta di Spagna allora nata, diedero una commedia
con nuvole piene di danzanti, e una cena che costò seicento ducati. Le
Benedettine di Donn’Albina diedero pure un dramma, con licenza del papa
introducendovi anche uomini. Occasioni di nuovi scandali nelle chiese.

Le incalzanti raccomandazioni del concilio di Trento provvidero alla
costumatezza e alla dottrina del clero: pure le memorie contemporanee
palesano quant’esso conservasse dell’antecedente depravazione e del
secolaresco, e all’ombra de’ rinvalidati privilegi mestasse turpemente
negl’interessi mondani, fino a guadagnare in botteghe, e convertir
chiese e canoniche in magazzini. Nelle visite i vescovi trovavano
preti o pubblicamente concubinarj, o violenti fino ad assaltare alla
strada, gli assassinj e il contrabbando ricoverando all’ombra degli
altari. Tre prevosti degli Umiliati diedero mandato al diacono Farina
perchè uccidesse san Carlo, che miracolosamente campò: il prevosto di
Seveso aveva ridotta in spelonca di ladri la sua chiesa, e le sepolture
coprivano le vittime dei suoi delitti.

I conventi popolavansi per convenienza di stato, e non di rado per
violenza o seduzione dei padri, volenti alleggerir la casa dai figli
cadetti onde assicurare la fortuna de’ primogeniti. Per romanzi divenne
famosa Virginia, figlia del conte di Leyva signore di Monza, che
costretta ad assumere il velo, si contaminò di gravissimi misfatti,
finchè trattane si ridusse a severissima penitenza. Arcangela
Tarabotti, a undici anni chiusa in Sant’Anna di Venezia, «non fu
monaca neppure d’abito e di costumi, quello pazzamente vano, e questi
vanamente pazzi»: benchè nè tampoco a leggere e scrivere le avessero
insegnato, pure per sottrarsi all’accidia applicò agli studj, e compose
opere, fra cui _La semplicità ingannata, o la tirannia paterna_[133],
e l’_Inferno monacale_, libri scomposti ma passionati, dove rivela
la usatale violenza, e impreca ai padri che forzano la vocazione de’
figliuoli, e con argomenti e autorità sacre e profane sostiene la
libertà della donna nello scegliersi uno stato. Le pie insinuazioni del
patriarca Federico Cornaro la fecero prima rassegnarsi, poi compiacersi
del proprio stato; «abbandonò le lascivie degli abiti, di cui tanto
si dilettava»; e a sconto de’ precedenti scrisse libri di concetto
opposto, quali il _Paradiso_, la _Luce monacale_, la _Via lastricata
per andare al cielo_, le _Contemplazioni dell’anima amante_, il
_Purgatorio delle mal maritate_; e prossima alla morte, supplicò che
gli altri suoi scritti fossero dati al fuoco.

Da Marcantonio Mariscotti conte di Vignanello e da Ottavio Orsini era
nata Clarice, e benchè di buon’ora innamorata delle vanità, dovette
professarsi monaca in San Bernardino di Viterbo col nome di suor
Giacinta. Tutta capricci e dispetti, volle aver camera distinta,
che ornò con suntuosità; i doveri adempiva sbadatamente, assorta in
fantasie e vanità: ma côlta di grave malattia, mandò per un confessore,
e questo entratole in camera e vedendo quell’incompatibile lusso, la
minacciò di perdizione; ond’essa tolse a riparar lo scandalo chiedendo
perdono alle compagne, dando alla superiora quanto avea del proprio;
e risanata, fu tutta alle austerità, alle macerazioni. Scoppiata
un’epidemia, istituì un ospedale e le oblate di Maria, che andassero
limosinando per convalescenti, carcerati e poveri vergognosi.

Quando i cardinali erano ministri di Spagna, di Francia, governatori,
condottieri d’eserciti, come il Richelieu, il Mazarino, il Lavallette,
l’Albornoz, il Trivulzio, il Caracciolo, il Granuella, il Grimani, il
Borgia, lo Zappata, il d’Aragona; quando ogni Potenza ne teneva uno in
Roma che, come suo protettore, dovea maneggiare e intrigare, e della
politica il gran punto consisteva nell’acquistar potenza alla Corte
pontifizia accaparrandosi i prelati più efficienti, e massime quelli
delle principesche case italiane, era ad aspettarsene edificante pietà,
nè studio della scienza di Dio? Le case di Savoja e d’Este, i Gonzaga,
i Farnesi, i Barberini, gli altieri aveano sempre uno o più porporati,
che spesso gareggiavano col papa in splendidezza; e talora, passata
la prima gioventù, deponeano la porpora per ammogliarsi. Al cardinale
Aldobrandini, quando passò nunzio in Francia nel 1600, furono assegnati
mille scudi il giorno, oltre le sue rendite, e grossa somma per le
prime provvigioni[134]. Nel 1670 il duca di Parma a complimentare
il nuovo papa Clemente X spedì il conte di San Secondo, che andò
all’udienza con diciotto prelati e cencinquanta carrozze. Il cardinale
Alberto d’Austria (dice il cavaliere Dolfin nella relazione di Roma)
in mezzo a strepito d’armi e tamburi fa parlar di sè tanto, che merita
posto fra i celebri capitani più che fra i prelati.

Il cardinale Rinaldo d’Este aspirava a diventare protettore
dell’Impero; ma dagli Spagnuoli tergiversato, piegò a Francia, che fu
ben lieta d’acquistare costui, forte per carattere e per relazioni
di famiglia. N’era appena fatto protettore, quando entrò in Roma
l’ammiraglio di Castiglia ambasciatore di Spagna, che non solo non
l’invitò alla sua cavalcata, ma fece côlta d’armi nel proprio palazzo.
Altrettanto l’Estense; e di bravi e di nobili venuti da Modena si
circondava qualunque volta uscisse. Vano l’interporsi di signori e
del papa; aspettavasi da un giorno all’altro un conflitto. Di fatto,
scontratesi le carrozze dei due superbi presso al Gesù, s’intese un
colpo di pistola; il popolo a fuggire; gli uomini dell’ammiraglio
fan fuoco colpendo molti innocenti; poi si danno essi pure in fuga,
lasciando scoperto esso ammiraglio, il quale potè andarsene illeso; ma
viepiù inasprito, manda a cercar gente e denaro al vicerè di Napoli.
Questi però nega secondarne le vane braverie, il papa viene a capo
di riconciliarli, e il buon popolo romano applaudisce clamorosamente
all’Estense che sì bene aveva sostenuto il decoro di Francia.

E continue erano le dispute di precedenza, massime tra gli ambasciadori
di Francia e di Spagna; il concilio di Trento ne fu turbato quanto
dalle eresie, attesochè il papa, sapendo inimicherebbe a sè e forse
alla Chiesa quello che posponesse, non osava pronunziarsi, finchè
le guerre civili non l’indussero a preferire il Cristianissimo, come
quello ch’era più in pericolo d’apostatare. Il giorno della coronazione
di Gregorio XIV, Alberto Badoero ambasciadore di Venezia sostenne di
dover comparire immediatamente dopo quel dell’imperatore, e innanzi
a tutti gli altri: e perchè il senatore di Roma pretendea quel posto,
egli dichiarò non interverrebbe alla coronazione: onde il papa ordinò
al senatore di andar via co’ due confalonieri che l’accompagnavano.
Il prelato Centurione arcivescovo di Genova e prolegato incontra il
cocchiere del cardinale San Giorgio nipote del papa, e perchè non vuol
tirare da banda la carrozza vuota, e’ lo bastona: San Giorgio ne porta
querela al papa, e non trovandosi soddisfatto, esce dalla città e dallo
Stato, per quanto il papa mandi a richiamarlo[135].

Il Portogallo erasi sottratto alla dominazione spagnuola, talchè
veniva considerato come ribelle. Avendo mandato il vescovo di
Lamego ambasciadore a Roma, il marchese de los Velez ambasciadore di
Spagna pretendea non fosse ricevuto; ma il fu, e ordinato il modo di
comportarsi, volendo che, se incontrasse l’ambasciadore di Spagna,
calasse le cortine della carrozza. Los Velez, saputo che il vescovo era
a visitare monsignor de Fontenay, mandò a prendere quantità d’armi, e
le distribuì fra’ suoi, coll’ordine che, se le cortine del Portoghese
non fossero calate, tagliassero i garetti a’ cavalli. Il vescovo,
avvertitone, si pose attorno altri armati, e scontratisi cominciossi il
fuoco, dove furono uccisi cavalli e persone d’ambi i lati: allora Roma
parteggia; bisogna mandar soldati; raffittiscono le dispute, e i due
ambasciadori si ritirano in opposte direzioni.

Nella peste del 1656, il vicerè vieta che nessuno entri in Napoli se
non con licenza de’ regj ministri; e l’arcivescovo pubblica che per
gli ecclesiastici richiedasi la licenza vescovile: quello ricusa, si
abbaruffano, intanto che morivano quindicimila persone al giorno. Poi
qualche volta di Spagna viene decreto che in tutte le chiese, in tutte
le scuole si giuri l’immacolata concezione della beata Vergine: qui
i vescovi a protestare contro l’altrui ingerirsi in materia di loro
spettanza; i Domenicani a rifiutar di professare una pia credenza,
da loro impugnata; i professori a trovare pregiudicata la libertà
dell’insegnamento; Roma a negare ai re la podestà di proporre una
credenza teologica.

Grandi problemi nè morali nè politici non si posarono nè discussero fra
noi; eppure puntigli di cerimoniale, dispute di eredità, tafferugli
fra vescovi e governatori o col papa per le giurisdizioni, portarono
irrequietudini rinascenti e fin guerre; e in privato frequenti duelli
sulle vie pubbliche, assalti di villaggi a mano armata; e stimare
felicità l’essere annoverato fra l’alta e la bassa domesticità di
Spagna, l’ottener titoli desunti dalla mensa, dalle caccie, dalle
stalle, dalle anticamere regie; e ciascuno zelare quelli che ereditò
e le piccole distinzioni, e pretendere privilegi ch’erano aggravj
degli inferiori, e che ricordavano ciò che i nobili erano stati, senza
insegnar le ragioni per cui cessarono di essere. Alle processioni, alle
comparse, magistrati, preti, maestranze lottavano per l’abito, per lo
scanno, pel passo innanzi. Quante volte a Napoli furono ritardate,
finchè i cerimonieri avesser proferito! intanto gli uni e gli altri
stavano coll’armi in pugno, e i soldati non bastavano a impedire le
collisioni: talora moveasi la marcia, ma intimandosi che i nobili
titolati procedano distinti, i non titolati spengono i torchietti e
se ne vanno. Or si raduna il consiglio, ma un sindaco n’esce perchè
non si trova assegnato un sedile conveniente. Or ad una solennità,
il governatore si leva indispettito di chiesa perchè vede posare un
predellino sotto ai piedi dell’arcivescovo. Or tutta la nobiltà esce
dalla messa perchè il vicerè fece situar vicino a sè un nipote. Or un
ambasciatore non può essere ricevuto perchè il suo grado di nobiltà
spagnuola l’autorizza a trattare il vicerè da pari a pari. Muore una
principessa, e l’esequie sono interrotte da commissarj regj, perchè
ha stemmi e insegne da più del grado, e bisogna deporre il cadavere in
disparte finchè arrivino le decisioni di Spagna. Fra i grandi di Napoli
fu un lungo dibattere intorno al coprirsi davanti al re, privilegio di
tutto il grandato di Spagna, mentre quella sospirata parola _Copritevi_
era stata detta da Carlo V ad alcuni sì, ad altri no de’ regnicoli.
Nelle esequie per la regina di Spagna in quel duomo, l’arcivescovo
vuole si dia il piumaccio a tutti i vescovi intervenuti; il vicerè
ripudia questa novità; si sospende la cerimonia, e il sontuosissimo
catafalco è trasferito nella cappella reale. Ottantadue anni contesero
ai tribunali e ne’ libri Cremona e Pavia qual dovesse avere il passo
sull’altra, finchè il senato di Milano «con gravissima ponderazione
e maturità di consiglio decise di non decider nulla». Il generale
Giovanni Serbelloni, nel 1625 combattendo in Valtellina, non volle
aprire un dispaccio perchè non v’erano soprascritti i titoli dovutigli;
e così ignorò l’accostarsi del nemico, che lo sconfisse.

Lo scialacquo di titoli caratterizzava l’orgoglio surrogato alla
superbia; l’_illustrissimo_ e l’_eccellentissimo_ davasi a qualunque
nobile, e fin a plebei l’_illustre_ e _molto illustre_, che nel secolo
precedente bastava a principi. Il conte Olivares vicerè di Napoli li
vietò per editto, ma solo si scrivesse _signor duca, signor principe,
signor conte_ o _dottore_; ma la prammatica non fu osservata. Lo
perchè il papa non volendo accomunati ad altri i titoli dovuti ai
cardinali, a questi diede quel d’_eminenza_, ma non potè fare che non
se l’arrogassero anche gli Elettori dell’Impero. Il Consiglio della
repubblica di San Marino che s’intitolava _illustrissimo_, volle dirsi
_principe_. Quanti maneggi, quanto spendere dei principi per ottenere
un titolo o un grado superiore all’emulo![136] quanta pompa per ciò e
solennità nelle ambascerie! Fino i poveri Grigioni nel 1604 allorchè
cercavano l’alleanza di Venezia, vi spedirono sette ambasciadori con
cencinquanta persone, che tutti furono mantenuti dalla Signoria, e
ricevuti con onoranze quali nessuno da Enrico III in poi; da tutte
le città vi andavano incontro cavalieri e fanti; pure non vennero
accolti che da quaranta gentiluomini, anzichè sessanta come gli
ambasciadori delle potenze; nè ammessi in Pregadi. Era una scienza
complicatissima la competenza de’ varj rappresentanti: i quali poi
a loro volta sbizzarrivano in prepotenze, volendo immuni le persone
a loro addette, la casa, la vicinanza, che diveniva così ricovero di
ladri e di contrabbando. Il conte di Cantecroix, ambasciadore imperiale
a Venezia nel 1666, della propria abitazione faceva un bordello, tentò
assassinare la moglie, fece uccidere il mastro di casa, fabbricare
moneta falsa; finchè la Signoria ottenne fosse revocato[137]. Altri
esempj incontreremo.

Ne derivò l’importanza suprema attribuita al punto d’onore. I duelli
per parole offensive e per lesione d’onore, ignoti agli antichi,
nacquero nel medioevo dalla prevalente personalità, e dal diritto del
pugno che ciascun signore si arrogava; e sopravvissero a quell’ordine
di cose, del quale erano un frutto naturale e un correttivo. I
principi, traendo in sè le prerogative regie, diedero ogni opera a
spegnere il duello; e papa Giulio II, il luglio 1505, avevalo proibito
in tutte le terre dipendenti immediate o mediate dalla Chiesa, «per
qualsifosse cagione, anche dalle leggi permessa». Ma il 29 giugno
1522 Carlo V, tenendo il parlamento come re di Sicilia, ricevette
una rimostranza, qualmente fosse prammatica nel regno, che chi
prende a combattere un altro da cui pretende essere stato offeso,
viene sottoposto a gravi pene; donde nascono enormi inconvenienti
e soperchierie, e di qua bandi, ferite, morti; tutti mali che si
eviterebbero qualora essa prammatica fosse cassata, e ognuno potesse
soddisfare all’onor suo col duello; poichè molti s’asterriano dal
fare offesa, e l’ingiuriato si soddisferebbe sfidando l’avversario
senza insulto e soperchianza; supplicavasi perciò la maestà sua ad
abolire tale prammatica, e lasciare ognuno soddisfare all’onor proprio.
Il braccio ecclesiastico non assentì a tale domanda, onde non fu
esaudita[138].

Malgrado i divieti, vigea l’abuso; anzi, cessate le occasioni
pubbliche di esercitare il vero valore, rimase questo di parata, e
come una scienza entrò nell’educazione cavalleresca non solo l’atto,
ma una complicata dottrina della vendetta e dell’armeggiare. Ben
cinquanta trattatisti vi applicarono i sillogismi, gli oracoli
della giurisprudenza e le autorità di filosofi e poeti non solo,
ma dei santi Padri, e di quel vangelo dove è scritto, _Se alcuno vi
schiaffeggia sulla sinistra, porgetegli anche la gota destra_. Anzi
il Possevino compose un _oremus_, che chi lo reciti prima di venire al
combattimento, «acquisterà forze grandissime», e nel quale il duellante
promette a Dio che, quando mai ammazzi il suo nemico, «molto gliene
rincrescerà».

In que’ libri cominciavasi da sottili definizioni dell’onore e
delle sue opere, e se stia nell’onorante o nell’onorato: altrettanto
dell’ingiuria, considerata nella qualità, quantità, relazione, azione,
passione, tempo, luogo, moto, distinguendo le ingiurie voltate,
rivoltate, compensate, raddoppiate, propulsate, tornate, ritorte,
necessitate, volontarie, volontarie-necessitate, e miste. Suprema era
la dottrina del _carico_, cioè dell’obbligo di risentirsi, ributtare,
ripulsare, provare, riprovare; dove era aforismo, che il «carico
alcune volte nasce dall’ingiuria, ma non mai l’ingiuria dal carico».
Altrettanto sottilizzano nel definire l’inimicizia e il risentimento;
e qui figurano la vendetta traversale, il vantaggio, la soperchieria,
l’assassinio, la via indiretta, il mal modo, il tradimento, la
perfidia, quando assumere il risentimento per altri, se un’ingiuria
resti cancellata da un’altra pari; una sequenza di presunzioni novera
lo _Specchio d’onore_, «tacendo pure le cento e mille altre che si
poteano aggiungere».

Cardine di questa scienza era la mentita; la quale può essere
affermativa, negativa, universale, particolare, condizionata, assoluta,
privativa, positiva, negante, infinitante, certa, sciocca, singolare;
generale per la persona, generale per l’ingiuria, generale per l’una e
per l’altra; cadente sulla volontà, sull’affermazione, sulla negazione;
valida, invalida, sdegnosa, ingiuriosa, suppositiva, circoscritta,
coperta, vana, nulla, scandalosa; vera, data veramente, falsa, data
falsamente; ve n’ha di legittime, ve n’ha d’impertinenti o ridicole,
o disordinate, o universali di cosa particolare, o particolari di
cosa universale. Quanto sottilizzavano i sopracciò per distinguere le
mentite valide dalle invalide, l’attore mentito ingiuriante dal reo
mentitore ingiuriato, l’attore provocante dall’attore provocato! Poi
discuteano del provare, del richiedere, del mantenere, del verificare,
del difendere, del sostenere; e così dell’attore che si finge reo,
dell’attore interpretativo che opponga eccezioni di compensazione,
dell’attore che tien luogo di reo provocato per la forma di sue parole.

Entra allora la discussione del trovar querela, del mutarla,
dell’accrescerla, dello stabilirla, del lasciarla, delle eccezioni
dilatorie e perentorie. Conosceansi un cinquanta formole o clausole
differenti da porre sui cartelli; quando e come ricusare, rifiutare,
ributtare? quali sieno le armi cavalleresche? qual movimento è
vergognoso? qual pezzo d’arme è più disonore il perdere? s’ha da
accettare la sfida da ignobili, o soltanto da uguali? l’eleggere
le armi e assegnare il campo tocca al provocante o al provocato?
qual si dirà vincitore quando cadano morti entrambi i combattenti?
I padrini, allora come adesso, ingegnavansi piuttosto ad esasperare
per poter farsi onore dove non correano pericolo: ma se giungessero
a conciliare gli animi, allora nuove quistioni rampollavano sulla
soddisfazione, sulla pace, universale o particolare, esterna o interna,
naturale, civile, pubblica, domestica, e sulle differenze tra pace,
riconciliazione ed empiastro, tra soddisfazione e restituzione, pena e
castigo, confessione, pentimento e umiliazione, perdono e misericordia,
e sulle sei maniere di ridirsi.

Ve’ in quale sapienza esercitavano l’ingegno i contemporanei di
Galileo, di Torricelli, di Bacone! e per essa vennero immortali Paride
del Pozzo, il Muzio giustinopolitano, Giovan da Legnano, Lancellotto
Corrado, Giulio Ferretti, l’Attendolo, il Possevino, Camillo Baldi,
Belisario Aquaviva, Antonio Bernardi dalla Mirandola, il Birago
milanese, il Parisio, Jacopo Castiglio, il Pigna, l’Albergati, il
Gessi, l’Ansidei, il Fausto, il Romei, Orlando Pescetti, il Tonnina;
nel dialogo di Marco Mantua giureconsulto _si decidono cento e più
questioni_; e nella biblioteca di un gentiluomo dovevano trovarsi
i _Cinquanta casi_ dell’Olevano, lo _Specchio d’onore_, la _Pace in
prigione_, la _Mentita in giudizio_, le _Conclusioni del duello e della
pace, evangelisti dell’umana reputazione, le cui parole servono ad
empiere di tanti dogmi di fede, d’onore i margini delle cavalleresche
scritture_.

In ogni paese v’avea qualche gran pratico, che risolvesse i molteplici
casi nascenti dal punto d’onore, ricomponesse le discordie, regolasse
i duelli, stendesse pareri ai quali procuravasi la firma d’altri
armeggiatori; talchè quella pacifica generazione restava di continuo
colla spada alla mano e colle dispute sul labbro. A Milano spessissimi
ricorrevano combattimenti dei nobili tra loro e cogli uffiziali
spagnuoli, e vi prendeano parte i secondi, i terzi, talvolta sei e otto
per parte. A Napoli il marchese di Monterey minacciò duemila ducati
e il bando di cinque anni a chi duellasse, e per la seconda volta la
morte; e multa ai padrini. Nel 1638 in sei giorni v’ebbe cinque duelli
di giovani distinti, e vi rimasero estinti Ferrante Caracciolo e Carlo
di Sangro, ventenni, per affari donneschi. Poco poi due Pignatelli con
loro amici combattono contro Scipione Monforte cavaliere di Malta, e
rimangono morti. Talvolta somigliavano a vere spedizioni, e l’ottobre
1630 a San Pietro a Majella successe regolare battaglia fra gli
Aquaviva e i Caracciolo, e i birri non poterono separarli prima che
rimanesse un morto e una dozzina feriti; gli altri si ricovrarono in
Sant’Antonio, difendendosi regolarmente. Queste nimicizie velavansi
talvolta co’ nomi de’ Guelfi e Ghibellini, che non erano più due gelosi
ma amanti della stessa donna, che si vegliano l’un l’altro, e odiandosi
fra loro, pur accordansi nell’amor della patria; bensì emuli di rancori
ereditarj, di diuturne vendette, servili all’uno o all’altro de’ comuni
nemici; siccome in Bologna i Pepoli tenevano fede a Francia, a Spagna i
Malvezzi.

Questa potea dirsi la parte legale delle contese: ma altri prepotevano
cinti di bravi nelle città; o dal bisognoso erario comprato un feudo,
vi si afforzavano per far da padroni e sbucarne al delitto, e fino
alla Corte appresentarsi con comitiva più di minaccia che d’onore.
Il governatore Fuentes bandì grossa taglia a chi desse morto o
vivo Francesco Secco-Borella feudatario di Vimercato, reo di mille
prepotenze e omicidj, e principalmente di quel di Lucia Vertenate
per la sua virtù: ma il vederlo ripeterla indica che uscì indarno.
Gianpaolo Osio signore di Usmate, nel 1608, dalla sua casa in Monza
guardando nel convento di Santa Margherita, sedusse suor Virginia de
Leyva; penetrò più volte nel monastero, e ne la trasse a voglia; uccise
una monaca perchè non rivelasse la tresca; cavatene due altre complici,
l’una precipitò nel Lambro, l’altra in un pozzo, dove essa scoperse
altri cadaveri, e donde miracolosamente cavata, servì di testimonio
contro il ribaldo, il quale in contumacia fu dannato a morte, e sulla
distrutta sua casa ponendo una colonna infame.

Gianfrancesco Rucellaj, nel 1656 residente pel granduca in Milano,
vi fu di bel mezzogiorno assalito, e il governatore e il senato non
poterono che condolersene. Dovendo poi egli partire, si annunziò che
benemeriterebbe dal re chiunque lo assistesse. In fatto il marchese
Annibale Porrone, che in Milano circondandosi di malandrini, ridea di
bandi e taglie, mandò cento suoi fidati, che lo scortarono di casa in
casa a prendere congedo, poi lo convogliarono sino a Piacenza. Questo
Porrone cominciò da mille bizzarrie giovanili, a danno dell’onore
e della vita altrui; dispensa bastonate e stoccate; messo prigione
trova modo a fuggire; per interposto d’amici e per denaro restituito
in paese, non muta costume, e con un famoso suo archibugio fa tacere
la giustizia e i giudici; poi ricoverato in un convento, quivi e
sul sagrato si dà ad ogni sorta di furfanterie, e brava le ricerche
della giustizia, e continua le ribalderie e gli ammazzamenti, finchè
andatosene di città, vive a lungo in Venezia dove forse fu trucidato.

Bernardino Visconti, costretto per delitti a uscir di Milano, la
traversò con un codazzo d’armati e a suon di trombe, passando avanti
al palazzo ducale, e alle porte lasciando un’imbasciata di villanie
pel governatore; e si ritirò nel castello di Brignano in Geradadda, a
cavallo del confine milanese, bergamasco e bresciano, donde insultava
l’autorità, con gente tutta di sangue e di corrucci, fin il cuoco e
il guattero, fin i ragazzi avendo le mani contaminate di sangue. Molte
grida furono lanciate contro di lui inutilmente, finchè le prediche di
Federico Borromeo nol convertirono.

Un tal Picinelli di Busto, arricchito sull’appalto delle gabelle,
destava l’invidia de’ vecchi signori, tanto più che osava perfino
visitar le loro carrozze quando entravano in Milano. Avendo voluto
esaminarne una del conte Dugnani, al domani un branco di buli bastonò
i dazieri; poi esso Dugnani in persona al Picinelli intimò, se lo
richiedesse in giustizia, pagherebbe lui pure della stessa moneta,
dovesse anche costargliene due o tremila scudi. Il Picinelli sel tenne
detto, e nessuna carrozza di casa Dugnani mai più non fu toccata. Lo
stesso signore dovea novanta lire a un mercante, che non potendo averle
altrimenti, gli mandò un birro con la citazione. Il Dugnani spedì tosto
a fare il pagamento, e al birro con novanta bastonate insegnò a più non
richiedere in giustizia un cavaliere. Vero è che, portatane querela, il
Dugnani dovè ricoverare in un convento, e non spendere meno di duemila
scudi per parare la cosa: ma ciò valse a fargli poi portare rispetto.
In appresso egli ferì gravemente un capitano, onde dovette rifuggire di
nuovo alla stessa chiesa, e tenere numerose guardie per assicurarsi dai
parenti del ferito, finchè la giustizia non fu chetata.

Già dicemmo di grandi facinorosi toscani e romani; ma n’abbondavano
anche in paese di severa giustizia come il veneto. Ottavio Avogadro
di Brescia era capo di banditi, e proscritto dai Dieci, ebbe ad
intercessori di grazia il granduca ed Enrico IV[139]. Il venerdì santo
del 1609 Lorenzo Pignoria (le cui lettere sono delle più vivaci e
colte) scriveva da Padova: — Che ne’ giorni santi succedano di qua
certi casi tragici, io non so a che me l’ascrivere..... Domenica
notte alcuni andarono in casa del padre Marcantonio Corradino, lo
ammazzarono, gli sviarono la moglie, la nipote e la serva. La Corte
è andata lor dietro, si sono ricondotte le donne a Padova, con essi
si sono fatte le archibugiate, feritine alcuni, e tutti salvati.
Il Corradino s’era comunicato la mattina, ed era in concetto d’uomo
dabbene. Il lunedì sera lo Scola fu in parrocchia nostra assaltato da
un briccone, che con un colpo di pistola gli toccò le gambe sotto in
maniera, che se vive resterà storpiato al sicuro di tutte due le gambe.
E di simili ce ne sariano da raccontare più di due, e non sappiamo
vederci rimedio».

L’Italia, non formando nazione, non ebbe più eserciti stabili nè
occasioni nazionali, onde le mancò l’atto, non l’attitudine del valore:
e in tutte le miserabili guerre di quest’età campeggiarono i nostri,
potendo dell’Italia dirsi come della Svizzera, che non tenea soldati,
ma ne somministrava a tutti. Molti ne nominammo (tom. IX, pag. 521
e seg.); a cui potremmo aggiungere don Giovanni de’ Medici, fratello
naturale del granduca, valentissimo capitano nelle guerre di Francia e
d’Ungheria; il conte Guido Landi, che pure in Ungheria combattè, stampò
molte cose, fra cui un suo viaggio a Madera, e finì nelle carceri di
Roma, non si sa perchè; Giacomo Guazzimani di Ravenna, illustratosi
contro i Turchi, e che dopo la pace compose versi, e raccolse gli
altrui. Altri sfogavano il valore a danno delle società come banditi;
e quel re Marcone, quell’Alfonso Piccolomini, quel Corsietto del
Sambuco, usciti di famiglie primarie, e il Mancino, e lo Squilletta,
e Marco Turano ed altri, un secolo innanzi sarebbero stati cerchi come
capitani, mentre allora erano proscritti come masnadieri.

Oltre i masnadieri, tanto frequenti, divenivano pericolosi quei
che doveano respingerli. Il conte della Saponara napoletano, di
casa Sanseverino, nel 1602 tornando di Spagna a casa con equipaggio
da semplice gentiluomo, i dazieri di Pont Beauvoisin gli tolsero
ducentrentacinque ducati, sotto pretesto che era proibito trar denaro
fuori del regno; sebbene egli rimostrasse che tanto appena bastava
per le spese del viaggio. Inoltre gli tolsero molte gioje e due
braccialetti di diamante, dei quali egli non istette a domandare si
facesse menzione nell’atto verbale, per paura ch’esse guardie non se ne
sbarazzassero coll’ucciderlo[140].

I soldati non erano più cittadini, eppure a questi non garantivano
la pace, perocchè mal pagati, mal tenuti, erano piuttosto masnadieri
organizzati[141], sprezzanti la vita dell’uomo e i suoi patimenti, e
dai pericoli corsi fatti insolenti in faccia ai pacifici. Il tenersi
il popolo sprovvisto d’armi per politica, dava baldanza ai briganti
e ai bravi (pag. 94); genìa comune a tutti i paesi, fin a quello che
più severamente faceva osservare la giustizia. Perocchè il consiglio
dei Dieci al 30 dicembre 1648 ordinava, «che nel termine precisamente
prescritto de ore ventiquattro tutti li forestieri di aliena
giurisdizione, e sudditi ancora che servono per bravi a particolari
persone, e tutti quelli che vivono senza esercizio, arte o professione
alcuna fuorchè di bravi, debbano essere usciti di questa città, e
dentro altri due giorni da tutto lo Stato, sotto pena d’esser immediate
e senza remissione alcuna mandati da’ soli capi di questo Consiglio
alle più rigorose pene. Coloro che si serviranno di questa sorte di
persone tanto con salario, quanto senza, tenendoli o non tenendoli in
casa sua, doveranno esser nello stesso tempo irremissibilmente mandati
alle leggi più rigorose, et inoltre condannati a dover far depositare
nella cassa di questo Consiglio ducati cinquecento, li quali siano
liberamente dati alli captori dei bravi predetti, oltre il benefizio
delle armi, le lire seicento di taglia assegnatagli dalli beni del
retenuto, o da denari della cassa di questo Consiglio, la qual taglia
doverà conseguire l’accusatore o denunziante di essi, che sarà tenuto
secreto tutto. Se quelli che ricetteranno o manterranno questa qualità
pessima di persone, saranno nobili nostri, oltre le preaccennate pene,
s’intenderanno privi del maggior Consiglio per anni cinque continui
dopo la loro liberazione».

Questo tono ci rivela un’altra delle piaghe di quel tempo, la pessima
amministrazione della giustizia, regolata sopra canoni arbitrarj,
incerta nell’applicazione, diversa secondo le persone, atroce nei
modi, bizzarra nella varietà: la tortura adoperavasi sempre come
mezzo di scoprire la verità, di purgare l’infamia, di ratificare le
deposizioni spontanee e ad arbitrio de’ giudici e fin del boja; atroci
le pene, esacerbata la morte, e spessissimo applicata. Di Milano
possediamo cataloghi di quelle eseguite da mezzo il Quattrocento fin
a mezzo il Settecento, con dinotati i delitti, e il genere della
pena, e particolarità di supplizj da far fremere. Sui primi anni,
vanno al boja non meno di otto persone al mese; sul finire non meno
di due o tre[142]. Al 2 agosto 1570 si trova il supplizio dei tre
prevosti Umiliati, assassini di san Carlo: dopo sconsacrati, ebbero gli
onori del palco parato a nero e delle torcie accese, indi appiccati,
e al Farina fu recisa da prima la mano dritta innanzi alla porta
dell’arcivescovado. Al 19 settembre 1596 un Ponzio de’ Franceschi,
capitano disertato ai nemici, fu impeso e fatto a pezzi, portando la
testa a porta Ticinese, un quarto a porta Vercellina, uno a porta
Orientale, il resto e le interiora a San Giovanni alle Case rotte.
Per stregherie vi leggiamo condannati: Giacomo Guglielmetto, Isabella
Arienti, Anna Maria Pamolea, Margherita Martignoni, Maria Restelli,
Marta Lomazzi, e al 4 marzo 1616, «Caterina de’ Medici, la quale aveva
ammaliato il senatore Melzo: fu fatta una baltresca alta, acciò ognuno
potesse vedere, e poi abbrugiata, e questa fu la prima volta che si
fece baltresca». Fra altri si trova «fatta giustizia sopra un Francesco
Famè, messo sopra di un carro, tanagliato per Milano; ed indi squartata
e decapitata Camilla Sellari, partecipe del Famè, il quale uccise
uno di casa, e lo portò d’indi sotto un corniso sopra la piazza del
Castello, ed il corpo dell’ucciso fu messo in San Vincenzo, ed essendo
andati in detta chiesa il Famè colla Sellari, le ferite del morto
mandarono sangue, e fu detto, _È qui colui che l’uccise_».

La confraternita di nobili in San Giovanni alle Case rotte, assisteva
ai condannati, poi suffragavali, ed avea il privilegio di liberarne
alcuno. Sotto il 12 giugno 1681, «essendo stato condannato ad essere
impiccato Antonio Rivolta, detto il Bustofante, per avere ucciso
Giacomo Perugia oste della Cervia, con pistola di nottetempo; posto
in confortatorio, essendo prefetto della scuola di san Giovanni il
signor conte di Melgar governatore, fattosi considerazione sopra il
privilegio reale che la scuola istessa tiene di poter liberare due
condannati dalla morte di caso graziabile, diede memoriale al senato,
e gli fu fatta la grazia; onde il detto Rivolta, tutto vestito di
bianco, si levò dal confortatorio, e processionalmente fu condotto
alla real Corte, ove era S. E. e tutta la Corte co’ cavalieri e dame,
e disse: _Grazie a Dio e alla V. E._, e si portò alla chiesa di San
Giovanni, ove vi erano sei trombetta della città, che invitavano tutti
a concorrere a tale funzione. La chiesa era tutta adorna di arazzi e
pendoni, e l’altare d’argenti bene ornato; ed ove con solenne musica
di canti e suoni se li fece sentire la santa messa, dopo di essa fu
cantato il _Te Deum_, e fattasi dal rettore di detta scuola al liberato
una breve e pia esortazione _de bene vivendo_, fu licenziato: indi
condotto nell’oratorio per accondiscendere alla curiosità delle dame
e cavalieri ivi adunati, fu colà co’ biscottini e preziosi liquori di
Bacco ristorato: portatosi poscia a pranzare in casa del sindaco di
detta scuola, fu dopo il pranzo licenziato con la pace del Signore».

Del resto gli abusi di giustizia erano comuni a tutti i paesi. Tra
le riforme che il Campanella proponeva alla monarchia spagnuola
era «quell’abuso dei giudici che più regna ne’ più grandi, i quali,
conoscendo uno innocente, pur lo condannano in qualche cosetta per
diffamarlo quando la causa è andata in lungo: il che fanno, essi
dicono, per donar riputazione alla causa; mentre si deve togliere la
reputazione della colpa, e non mettere» (Cap. XIII).

Frequentavano esempj di pessima giustizia in Piemonte[143], e
soprattutto di accordi fatti co’ rei per rimetterne la pena. Giacomo
Rasorio mercante, accusato d’aver introdotto la peste in Torino,
ottiene grazia per mille fiorini. Claudio di Seyssel, arcivescovo di
Torino, giureconsulto valoroso, ragguagliava il duca Carlo III che
Giorgio da Romagnano e due suoi fratelli cherici avevano fabbricato
moneta falsa, ma che gli avrebbero fatto qualche regalo, pel quale
esso li perdonerebbe. Il presidente Blancardi nel 1673, fatta
inquisizione appassionata contro Catalano Alfieri, vantavasi d’aver
raccolte prove per motivare una condanna, che procaccerebbe all’erario
cencinquantamila ducatoni. Ai frodatori del sale nel 1688 fu comminata
la morte e la confisca: nel 1655 Carlo Emanuele II vietava il lotto
sotto pena di cinque anni di galera e la confisca. Alcune volte il
reo davasi ai parenti stessi perchè l’uccidessero privatamente onde
evitare l’infamia del patibolo. Fin nel 1710 un Bocalaro di Caselle fu
tanagliato e ucciso per aver fatto un’effigie di cera onde procurar la
morte del re; nel 18 condannato al supplizio un canonico Duret per aver
cercato tesori con incantesimi; nel castello di Miolans furono chiusi
un marchese Risaja per arti magiche, un panieraio che avea rubato
un’ostia per valersene a sortilegi, un Francesco Freylino che accusò
se stesso ed altri di malìe contro il principe, finchè in articolo di
morte confessò aver finto tutto ciò per conseguire qualche impiego;
nel 28 fu decapitato in Aosta il conte Andrea Dupleoz per avere con
fatucchierie attentato alla vita della moglie.

Il che c’introduce a deplorare le vittime delle credenze assurde,
popolari e scientifiche. Già abbiam menzionato (tom. X, pag. 845) la
terribile bolla di Sisto V, nel 1585 contro la geomanzia, idromanzia,
aereomanzia, piromanzia, onomanzia, chiromanzia, necromanzia e d’altro
nome incantesimi e fatucchierie. Chi pensi di quali errori fossero
conseguenza e fonte tali superstizioni, e quali stromenti sacrileghi
vi s’impiegassero, e come palesassero almeno l’intenzione del male,
troverà savio che i pontefici li perseguissero severamente; ma è
facile scorgere quali conseguenze adducesse questo medesimo divieto.
Gregorio XV asseriva che dai malefizj, se anche non venga morte, ne
seguono malattie, divorzj, sterilità. Clemente VIII al 1598 era nel
sessantesimoterzo anno di vita e nel settimo del pontificato; due
numeri climaterici, in grazia de’ quali il popolo aspettava ogni
male; laonde egli ripeteva di aver soli sessantadue anni, aspettando
che l’influenza passasse. A Paolo V un astrologo dichiarò vivrebbe
poco; ond’egli preso da terrore, licenziò il cuoco e lo scalco, di
mille precauzioni si circondava, non riceveva nessun memoriale da
sconosciuti, e dappertutto vedeva insidie e veleni, sinchè non fu
guarito con un rimedio simile al male; poichè un consulto di astrologi
dichiarò che per l’influsso pericoloso era trascorso il tempo.

La cabala ed altre vanità astrologiche dirigevano le cure de’ medici
anche meno pregiudicati, l’astrologia giudiziaria usurpava ancora gli
altari all’astronomia, e l’illustre cancelliere di Francia L’Hôpital
diceva che a Roma dominavano i matematici e gli astrologi[144].
Paolo Taggia dottissimo modenese scriveva al Gualdo di Padova: — Il
matrimonio continua nella congiunta disgiunzione, tuttochè non cessino
le orazioni, i digiuni, l’elemosine e gli esorcismi. Questo solo v’è
di buono che consta del legame e incanto, sì nel giovane come nella
giovane; onde possiamo sperare assai tosto buon fine»[145]. Felice
Centino d’Ascoli che bramava vedere papa il proprio zio cardinale,
tramò contro i giorni d’Urbano VIII per mezzo di fatucchierie, formando
una figura di cera, collo struggersi della quale dovea pur consumare
la vita del papa: tradito il suo segreto, egli fu decollato, i complici
arsi o mandati alla galera.

Il Capecelatro, uno de’ migliori storici anche perchè versato negli
impieghi, entrando a descrivere la sollevazione di Masaniello, trova
che tali flagelli furono «causati da cattiva influenza di stelle,
o pure dall’eclisse del sole, succeduto di mezzogiorno nel segno di
leone la precedente estate, il quale segno domina Napoli, predetto
da Paolo Cocurullo celebre astrologo di minacciarle rivoluzione e
ruina con suo grave incomodo e danno». Egli stesso avverte che tal
sollevazione avvenne nel secolo XVII dopo Cristo, XVII anno dopo la
famosa peste, nel XVII mese del governo del duca d’Arcos, nel vii anno
dopo il 1640, nel VII mese dell’anno, VII giorno del mese, VII giorno
della settimana, VII ora del giorno. Durante quella si disse che gli
Spagnuoli mandavano streghe ad incantare i posti; la gente arrestò
tre vecchie, ad una delle quali mozzò tosto il capo, le altre pose in
carcere per essere tormentate; e mandaronsi sacerdoti a esorcizzare
que’ posti[146].

Cosmo Ruggeri astrologo e mago, passato in Francia con Caterina de’
Medici, v’acquistò fama per oroscopi, talismani, filtri da ispirar
amore o da far morire; e Caterina l’adoprava forse a ciò, più
probabilmente a spiare. Per accuse di cospirazioni torturato e messo
alla galera nel 1574, poi liberato, sotto Enrico IV fu arrestato
di nuovo perchè teneva una figura di cera di questo e la pungeva
ogni giorno, ma le istanze di cortigiani e di gran signore fecero
sospendere il processo. Pubblicava ogni anno almanacchi; fu fatto
abate di Saint-Mabè, e ch’è più strano, storiografo; in morte non
volle consolazioni religiose, dicendo non v’ha altri diavoli che i
nemici, i quali ci tormentano quaggiù, nè altro Dio che i principi,
i quali possono farci del bene; onde il suo cadavere fu trascinato al
mondezzajo[147].

Don Domenico Manuele Gaetano conte di Ruggero, maresciallo di campo
del duca di Baviera, generale, consigliere, colonnello d’un reggimento
a piedi, comandante a Monaco, e maggior generale del re di Prussia,
era nato a Pietrabianca presso Napoli, imparò d’orefice, e nel 1695 fu
iniziato all’alchimia tramutatoria, probabilmente dal famoso Lascaris,
da cui ebbe la tintura bianca e la gialla per fare l’argento e l’oro,
ma in piccola quantità. Alla loro scarsità ed efficacia supplì colla
ciarlataneria, annunziando poter tramutare metalli in gran copia; e
facendone esperienza su piccolissima, ottenne credito. Scorsa Italia,
fece per quattro mesi eccellenti affari a Madrid, donde l’inviato di
Baviera l’indusse a passare dall’elettore, che allora stava governatore
a Brusselle, ed eccitò l’ammirazione, e Massimiliano, posta piena
confidenza nelle magnifiche promesse di esso, gli concesse cariche e
titoli e sussidj per seimila fiorini: ma scopertolo bugiardo, lo fece
buttare in una fortezza. Dopo due anni riuscito a fuggire, comparve a
Vienna nel 1704, e qualche projezione gli riuscì sì destramente, che
tutta la Corte ne rimase stupita; l’imperatore Leopoldo sel prese a
servizio: ma la morte di questo avrebbe intercisa la sua fortuna se non
fosse stato assunto dall’elettor palatino, al quale e all’imperatrice
egli promise in sei settimane dare settantadue milioni o la sua
testa. Prima del termine egli fuggì con una signorina; ed eccolo a
Berlino acquistandovi favore col dirsi perseguitato dall’Austria; e re
Federico, sentito il consiglio di Stato, che non trovò da opporsegli,
ne accettò le proposizioni. Con grand’apparato di testimonj fece alcune
trasmutazioni, constatate rigorosamente, e promise fabbricare polvere
di projezione quanta basterebbe a far sei milioni di talleri: e bisogna
crederlo espertissimo giocoliero al vedere quanti ingannò, e gli onori
che ottenne. Pure la promessa al re non veniva ad effetto, nè questo
il regalava che a misura; alfine avvertito de’ costui precedenti, lo
fece chiudere a Custrin, e non avendo saputo adempiere la promessa,
fu processato, e come reo di maestà impiccato a Berlino il 29 agosto
1709, coperto d’un abito d’orpello, con forca dorata. Federico ebbe
vergogna o d’essersi lasciato ingannare prima, o d’averlo punito
sproporzionatamente, e non volle più che quel nome si menzionasse.

Il vulgo intanto delirava dietro alle beffe dei folletti, e alle
immanità di ossessi, possessi, circumsessi; cercava nel guardo maligno
e nell’incantesimo le cause delle malattie strane, de’ temporali, delle
pesti; e ne pigliava vendetta o a furore o ne’ giudizj, principalmente
in casi d’epidemia. I processi di stregherie aumentandosi confermavano
viepiù la credenza vulgare, alla quale non seppero sottrarsi nè persone
piissime come i cardinali Borromeo, nè pensatori. L’Inquisizione
procedeva meno contro le eresie, sbandite omai dall’Italia, che contro
opinioni fallaci e superstizioni, diffuse anche in libri, dei quali
sarebbe curioso più che utile esaminare il contenuto[148]. Ma in questo
tempo principalmente furono compilati gli _Arsenali_, le _Pratiche_
e le altre guide nell’esercizio della Santa Inquisizione; la quale
con siffatta pubblicità mostrava essere in buona fede, e non operare
diverso dai tribunali ordinarj.

Il lusso fin là mandava più oggetti fuori che non ne chiamasse qui;
i panni nostri, sebbene non più unici, reggevano la concorrenza di
quei d’Olanda, di Francia, d’Inghilterra; Lione non toglieva vanto
ai tessuti serici di Bologna e Firenze[149]; soprattutto avevamo il
primato nelle arti belle, dall’architettura fin all’oreficeria; e
come qui erano date le commissioni o chiamati fuori i nostri artisti,
così qui venivano tutti quelli che volessero perfezionarsi. Ora anche
questo cessò; le manifatture francesi divennero moda universale,
lasciando sciopere molte braccia nostre; i vini, o, come diceano, le
bottiglie di Francia furono ambite: pure è dovuto ai nostri, e massime
a Piemontesi e Mantovani, l’introduzione in Francia delle manifatture
dell’acciajo e del cristallo. Sebbene un antiquario italiano abbia
scritto che nelle piramidi egizie siansi trovate porcellane della Cina,
quest’arte non rimonta che a censettant’anni avanti Cristo; per mezzo
de’ Portoghesi venne conosciuta in Europa verso il 1518, e Francesco
de’ Medici si propose imitarla, non senza successo; ma come arte si
propagò soltanto in Sassonia al 1708. Da noi si continuarono a lavorare
le belle majoliche di Castel Durando. Pare allora s’introducessero i
lavori in filigrana, attesochè il Cellini non ne faccia mai cenno, e il
Baldinucci scriva: — A’ tempi nostri è sorta altra bella invenzione di
lavoro che chiamano di filo in grana, colla quale si fanno tazze, punte
e manichi di spade...»

Delle molte feroci fami, se la ragione non può spesso cercarsi che
nella volontà di Colui che le manda, pure anche gli uomini aveano
porzione di colpa. I tanti masnadieri toglievano ai contadini la
sicurezza necessaria. Contro ribelli e banditi, oltre le altre pene,
comminavasi quella di lasciarne i beni incolti. Non pochi, oppressi
dalle taglie, abbandonavano i proprj campi, che così rimanevano sodi.
Le caccie, fatte con tanto seguito di persone e di cani; le bandite,
per cui dovevasi lasciar impunemente la selvaggina guastare i frutti
di campagna; la negligenza inerente agli stessi possessori od alle
corporazioni; l’abbandono venuto dal mancare all’oberato padrone i
capitali onde eseguire le riparazioni campestri; l’accumularsi di
possessi nelle manimorte, curanti solo di trarne il necessario, erano
cause evidenti di peggioramento. E fin ad oggi si scorge traccia de’
campi e de’ vigneti in quel tempo abbandonati. Trovo nelle cronache
di Mantova che il 1561 gelarono le vigne in modo, che il vino valse
al carro lire cento, mentre prima aveasi a nove o dodici al più[150].
Restava il capitale fisso de’ terreni fertilizzati, dei grandi canali
irrigui e navigabili, tramandato dai tempi liberi, ma andava disperso
il capitale circolante, necessario a farlo fruttare.

Aggiungete quel profluvio di prammatiche annonarie (pag. 115), per cui
si prescriveva, per esempio, di portar sempre grano verso la città
e non mai in senso contrario, d’introdurvi la metà del raccolto,
non accaparrar grano, non farne prezzo prima che segato e battuto,
non riportarlo dal mercato una volta che vi fosse condotto, bollare
i muli che lo trasportano: poi mille indiscrete prescrizioni sui
mugnaj, sui venditori, sui misuratori, sui mediatori; pena gravissima
al fornaio che vendesse pane a un possidente; non tenere buratto o
crivello nelle case private. Poi nelle carestie, invece di attirar
grano col rincarirne il prezzo, si pretendeva tenerlo più basso del
naturale, mezzo sicuro di aggravare le fami. Insomma, invece di star
paga a procurare sicurezza, la legge voleva estendere il suo impero
dovunque giungesse l’azione del commercio e delle arti; nel che per
altro andavano pari i governi forestieri e i nostri, i pacifici e i
guerreschi, Roma come Torino, Firenze come Napoli e Milano. Un buon
soccorso per altro venne dall’essersi introdotto il granoturco, che
utilmente si surrogò all’orzo e ai tanti minuti.

Fa meraviglia come rapidamente siasene propagata la coltura, malgrado
la consueta repugnanza de’ contadini a cambiare abitudini: ma
questo nuovo raccolto non andava soggetto alle decime e all’altre
retribuzioni, da antico esatte sugli altri; al padrone istesso non se
ne dava porzione, talchè l’agricoltore ne traeva un indiviso profitto,
sinchè tardi appare nei contratti l’obbligo di seminarne e di darne
anche al padrone. Allora anzi talmente gradì la novità, che si neglesse
il frumento; e dagli ordini, principalmente della Repubblica veneta
sappiamo che si squarciavano i prati per metterli a granoturco, talchè
mancava il foraggio per le bestie, la scarsezza di concio deteriorava i
campi, e bisognava introdurre gran numero di bestie da macello. Anche
del riso fu allora incominciata o estesa la coltivazione, e vuolsi le
prime prove si facessero da Teodoro Trivulzio nel 1552 ai vasti suoi
possessi nel basso Milanese. La patata era conosciuta, ma non ancora di
uso popolare.

Fu sensibile il decrescere della popolazione. Cercavasi trarne dagli
Stati vicini, il che non è aumento, bensì trasposizione: cercavasi
aumentarla nella città con privilegi, spopolando le campagne, e
sminuendo i vantaggi della diffusione. La quale assurda tendenza
apparve, non che ne’ provvedimenti annonarj, anche nell’istituto de’
Gesuiti, che non si piantò in campagna come Benedettini, Cistercensi,
Francescani, ma nelle città, educando a tutt’altro che alle arti
faticose, e brigandosi delle classi scelte. Vero è che ai poveri
badavano altri Ordini vecchi: ma questi, se mostrarono miracoli di
carità ne’ grandi bisogni del popolo, degenerarono col reclutarsi
quasi unicamente fra gente bassa, perchè gli Ordini nuovi traevano a sè
gl’ingegni, e la nobiltà produceva reputazione ed apriva le dignità.

Allorchè nel 1609 Filippo III cacciò gli ultimi avanzi dei Mori di
Spagna, molti si stabilirono in Italia: ma reciprocamente i ministri di
quel re procuravano allettare i nostri a quel regno spopolato, e tra
altri passarono colà cinquecento Genovesi. Dalla Siria vennero bensì
alquante colonie nel Napoletano all’estendersi delle conquiste turche.
Vicino a Parenzo sulla costa d’Istria, furono da Venezia raccolte nel
1657 dieci famiglie albanesi, che formarono il villaggio di Pervi,
ove crebbero, fin oggi conservando riti, costumi, lingua. La poderosa
famiglia degli Stefanopoli, che pretendeansi discendere dagl’imperatori
bisantini, costretta a migrare da Maina, dai Genovesi invitata,
stanziò a Paomia, un de’ luoghi più ameni della Corsica, ma incolto e
spopolato. Molti Mainotti la seguirono per sottrarsi ai Turchi, e se
ne formò una popolazione nuova, aristocrati quelli, questi popolani;
e a loro la Repubblica genovese assegnò i territori di Paomia, Revida,
Salogna in feudo perpetuo; provvedeva a edificar le chiese e le case,
e dava le semenze, da rintegrarsi fra sei anni; esercitassero il rito
greco, ma sottoposti al papa; giurassero fedeltà e pagassero le tasse
alla Repubblica, la quale ogni due anni vi manderebbe un rettore. Là si
diedero alla coltivazione; e sebben sulle prime guardati dai vicini in
sinistro, s’addomesticarono poi, e conservarono le patrie usanze.

Alla popolazione recarono gran detrimento le pesti ricorrenti.
Ricordammo già quella del 1576. Torino l’ebbe nel 99, quando il duca,
a ristoro delle spese sostenute, concesse al municipio un quinto delle
successioni intestate. Di quella attorno al 1630 soffersero tutti
gli elementi e le espressioni del viver civile. Infierì di nuovo a
Genova nel 1656, col solito corredo d’incantesimi e d’avvelenamenti:
supponevasi che l’olio della lampada di San Lorenzo risanasse, onde per
l’affluenza cresceasi il morbo: medici e preti vennero da Marsiglia;
il doge Sauli stette fermo al suo posto; e molte signore soccorreano
ai sofferenti, tra cui Laura Pinella e Sofia Lomellina: soli diecimila
abitanti rimasero in città, e la compassione de’ doviziosi fabbricò
allora l’Albergo dei Poveri. È tristamente ricordevole come i cadaveri
furono buttati entro capacissimi sotterranei all’Aquasola, che
servivano di magazzini pel grano: ma quivi gonfiandosi apersero un
varco, sicchè alla mesta città crebbe orrore un fiume di tabe.

Oltre ciò, rinnovavansi inondazioni e tremuoti, che poi viepiù parvero
infierire sullo scorcio del secolo. Nel 1669 l’Etna devasta gran paese
dopo orribili tremuoti: a Nicolos s’apre uno spacco di sei piedi, lungo
dodici miglia: otto voragini a San Leo, donde uscirono densi volumi
di fumo: il monte Fusara da altra voragine buttò un fiume di lava,
che devastate in giro le campagne, si drizzò a Catania. Allora preci
da ogni parte, e recar in giro le reliquie di sant’Agata, e parve
miracolo che quell’onda infiammata, proceduta per quindici miglia,
svoltasse e cadesse in mare, formando due montagne: si calcolò che il
vulcano avesse eruttato quindici milioni di piedi cubi di materia; e
oggi ancora rimangono le traccie di quell’orribile guasto. Nel 72 tremò
tutta Romagna, e a Rimini crollarono chiese e palazzi, molti uccidendo
o ferendo. Nell’88 fieri tremuoti scassinarono Benevento, Cerreto e
altre terre del regno, a Napoli abbatterono insigni edifizj e la cupola
del Gesù Nuovo, e il portico dell’antico tempio di Castore e Polluce.
Nel 93 cominciò col gennajo a tremare la Sicilia; Messina fu quasi
diroccata, ma pochi perirono, attesochè i più si erano ricoverati sotto
tende in campagna aperta; per tutta l’isola la desolazione fu orrenda,
e poniam pure esagerata. Sotto le rovine di Catania si dissero perite
sedicimila persone; quindicimila in Siracusa; ottomila in Augusta, ove
anche il fulmine mise fuoco alla polveriera; Noto, Modica, Taormina,
e fin settantatre terre andarono a guasto, e alcune sobbissate per
modo da non rimanerne vestigio. Il Mongibello spalancò la sua voragine
per tre miglia di giro: la Calabria e Malta soffersero di gravissimi
disastri. L’8 settembre dell’anno seguente di nuovo tremuoto sobbalzò
il regno di Napoli, molti palazzi nella capitale scassinando, per Terra
di Lavoro alquanti villaggi distruggendo interamente; e così a Capua, a
Vico, a Canosa, a Conza, alla Cava con moltissime morti.

Nel 95 il Tevere desola Roma, e ne segue epidemia: poi scuotesi il
Patrimonio di San Pietro, e diroccano Bagnarea, Celano, Orvieto,
Toscanella, Acquapendente: la marca Trevisana è pur sobbalzata, e
mille cinquecento case sovvertite nell’Asolano. Sopravvennero nel 98
tremende eruzioni del Vesuvio, le cui ceneri coprirono i tetti e le
strade fin a un piede d’altezza; e devastate dalla lava Torre del
Greco e i contorni, da sessantamila paesani rifuggirono a Napoli,
alimentati dalla carità dell’arcivescovo Cantelino. Quell’anno stesso
la polveriera di Torino scoppiava, con immenso guasto della crescente
città. Poi nel 1702 nuove scosse diroccarono Benevento con perdita
di centinaja di persone, e così Ariano, Grotta, Mirabella, Apice.
Nell’anno successivo ancora inondazioni a Roma, e tremuoto: Norcia
fu un mucchio di rovine; così Spoleto, Chieti, Monte Leone; e da
trentamila morti si piansero. Nella regione alpina, Udine il secolo
precedente era stata sfasciata da moto di terra, poi attorno a quel
tempo cominciano a lamentarsi gl’improvvidi tagli de’ boschi, e il
conseguente irrompere de’ torrenti e delle lavine. Il 14 agosto 1692 il
monte Uda nel Friuli si riversò sopra il villaggio di Borta sepellendo
gli abitanti, e abbarrò il Tagliamento, che gonfiatosi in lago ruppe
sulle campagne devastando quegli ubertosi dintorni. Già nel 1619
un’altra rovina aveva sepolto il borgo di Piuro vicin di Chiavenna, non
campandone persona.

Eppure al racconto di flagelli, fami, pesti si alterna quello di
feste, conviti, parate, caccie; e che il lusso crescesse a proporzione
della miseria non farà meraviglia a chi conosce che la ricchezza
sta nella diffusione delle cose necessarie ed utili, mentre allora
queste si concentravano in poche persone, le quali poteano farne
ostentazione. Forse peggio che altrove trascendeasi a Roma, benchè
vi si moltiplicassero prammatiche; e Urbano VIII proibiva il vestir
immodesto, alle donne l’imparar suono e canto da uomini, alle monache
l’adoprare altro maestro che suore. Il cardinale Mellini tornando dalla
nunziatura di Spagna, faceva l’entrata in Roma con cinquantaquattro
carrozze a sei cavalli[151]. Il Noris vestito cardinale, scrive: —
Vado provando e non posso finire d’addobbar la mia casa, che non è
capace di ventotto persone, quante formano la mia corte. Ho comprato
cinque carrozze, e tengo otto cavalli; ho speso sopra mille scudi nella
cappella, e spesso ripeto con Seneca, _Ubi est animus ille, modicis
contentus?_ Non ho piedi per far camminate, perchè li cardinali non
possono andare a piedi per Roma; non ho mani per scrivere, perchè sta
uno _ab epistolis_ che mi assiste; non per bere, mentre altro _adest
a potionibus_. Se mi voglio vestire, mi attorniano tre ajutanti di
camera, ed io pajo una statua che viene vestita. Il peggio e a me
più strano si è che, sonate le ore quattordici, la giornata non è
più mia; ma si deve consumare o in dar udienza o nell’assistere alla
congregazione, onde posso dire con san Paolo, _Vivo ego, jam non
ego_»[152].

Si stupisce alle descrizioni di solenni ricevimenti in Napoli, in
Milano, in Palermo, che pur erano condiscendenze a padroni non
amati. Passava da Napoli l’infanta donna Maria d’Austria, sposa
dell’imperatore, l’ottobre 1630, andando a Vienna, e pose tanta
sottigliezza nel cerimoniale, che le dame compresero sarebbero escluse
le più dalla festa in palazzo, perchè l’uso di Spagna a quelle solo
di case regnanti o mogli di grandi di Spagna concedeva di seder su
guanciali; tutte le altre per terra. S’immaginò dunque lo spediente
che la regina non comparirebbe in pubblico, bensì _sotto coverta_,
cioè in una loggia chiusa con gelosia, mentre le dame prendeano posto
sopra un finto Parnaso tra ciclopi e ninfe, la Notte, la Fama e le
colonne d’Ercole; da un carro stellato a quattro cavalli era tratta
la Notte sui campi Elisi; una quadriglia di diciotti cavalieri, metà
in seta color carne guarnita d’argento, metà in nero, guidavano la
danza, e la seguivano l’ambasciadore cesareo, il gran connestabile e
la gioventù più nobile: veniva poi la danza colle dame. E per quattro
mesi continuaronsi le feste con rovina del vicerè Alcala e della
città. Partendo, essa il primo giorno arrivava a Nola, il secondo ad
Avellino, il terzo a Mirabella, ad Ariano il quarto, poi a Bovino e
a Foggia i due seguenti, il settimo e ottavo a Tormaggiore e a Serra
Capriola, il nono e decimo a Termoli e al Vasto, l’undecimo a Lanciano,
il dodicesimo a Ortona, poi a Pescara, poi ad Atri, poi a Giulianova,
poi alle Grotte, poi al porto di Fermo. Indugiatasi a venerare la santa
Casa, solo al vigesimo giorno giungeva a Loreto. In ciascun luogo erasi
a gran costo preparato l’alloggio per la regina e il suo seguito[153].

Da qui v’apparve come lento ancora fosse il viaggiare. Il cardinale
Bentivoglio passando nunzio in Francia pose tre giornate e mezzo
da Ferrara a Gualtieri pel Po, due da Gualtieri a Cremona, e quasi
altrettanto da Cremona a Pavia; e le lettere fra Roma e Parigi gli
tardavano sin un mese.

Uno degli spassi era la visita ai monasteri; e la principessa di
Stigliano e sua nipote Anna Caraffa ed altre, ottenuto dal papa di
visitare quel di donna Regina, vi spedirono per il pasto tre cignali,
quindici caprioli, dodici galli d’India, altrettanti capponi, assai
maccheroni ed altre cibarie. Altrove noi recammo la distinta d’un
pranzo che certo richiese mesi di preparazione, e quasi intero il
giorno per servirlo e consumarlo[154].

Nel 1691 Ranuccio Farnese ammogliando Odoardo suo figlio con Sofia
di Neuburg, sorella dell’imperatrice e delle regine di Spagna e
Portogallo, spiegò tal fasto che tutto il mondo ne fu pieno. Quando
al 1700 il duca di Parma a nome dell’imperatore levò al sacro fonte
un neonato di Rinaldo d’Este, meglio di cento tiri a sei gli fecero
accompagnamento, poi luminare e feste per più giorni e un suntuosissimo
carosello.

Nel 1628, pel giorno natalizio di Madama Reale in Torino, si
rappresentarono _Il vascello della Felicità_ e _L’Arione_. Allo
scoprirsi della sala regia, con musica strepitosa comparvero in cielo
gli Dei propizj, ciascun de’ quali cantava un breve recitativo, cui
rispondeva il coro: vennero poi gli elementi, simboleggiati l’acqua
in un vascello, in un teatro la terra, nel Mongibello il fuoco, in
un’iride l’aria. Ed ecco il salone riempirsi d’acqua a guisa di mare, e
il vascello lentamente inoltrarsi portando nella prora un ricchissimo
trono per la Corte; ne’ lati di qua e di là gli stemmi delle province
soggette al duca di Savoja, e in mezzo una tavola per quaranta persone,
che dal dio del mare invitate furono servite di suntuosa cena da
Tritoni, portanti le vivande sul dorso di mostri marini. Frattanto
s’uno scoglio si rappresentò la favola d’Arione, studio di Giovanni
Capponi bolognese: la musica fece il prologo; al primo atto Arione
partiva dalla patria Lesbo; nel secondo vedevasi assiso, e cantante sul
delfino; nel terzo a Corinto narrava a re Periandro le sue sventure,
facendosi riconoscere dai marinari[155] che l’avevano tradito;
alla fine le sirene menarono un balletto, invenzione del duca Carlo
Emanuele.

Delle feste del medioevo conservavansi molte, modificandole ai luoghi e
al tempo: e se in un torneo a Modena il famoso Montecuccoli uccideva il
conte Molza, in Genova solennizzavansi le Casazze, dove le corporazioni
a gara sfoggiavano cappe di velluto e ricami d’oro tanto ricchi che
i re non n’aveano di migliori, e con torchi grossissimi in pugno
andavano processionalmente per le vie, ciascuna confraternita dietro
a un crocifisso, nella cui bellezza e dovizia faceasi gara, come nella
maestria di saperlo portare senza sbilicare, fra quelle chine e anguste
viuzze. Solennissime pure erano le processioni del venerdì santo, che
alla spagnuola chiamavansi dell’Entierro.

Le rappresentazioni in generale prevalevano al teatro. La musica in
questo tempo, siccome dicemmo (t. X, p. 219 e seg.), si raffinò di
teorie e di pratica, e universale ne divenne la passione; ma usavasi di
più quella di camera e di chiesa, che non la teatrale; e questa pure
prediligeva soggetti sacri. La prima opera musicale a Palermo fu nel
1692 la _Santa Rosalia_. Il _Riscatto di Adamo_, ossia il _Martoro di
Cristo_ di Filippo Orioles era recitato per tutta Italia. Nell’_empietà
della dottrina ariana, conculcata e convinta nel glorioso martirio di
sant’Ermenegildo_, opera del cappuccino Federico da Palermo, vedesi il
viatico portato a quel re prigioniero. I Travaglini erano i buffoni di
quell’isola, come di Napoli i Pulcinella.

I cantanti, che furono cominciati a chiamare _virtuosi_, pagavansi
ducento, trecento e più doppie, oltre le spese di vestiario, di scene,
d’illuminazione. Ferdinando di Mantova spese per una virtuosa quanto
avea ricavato dal vendere Casale, e tutto ciò che gli sopravanzava di
prezioso. Il trionfo di coteste era Venezia, a’ cui carnevali affluiva
gente da tutto il mondo, allettata dagli spettacoli e dalla libertà
della maschera. Anche a Roma si scarnevalava suntuosamente, quando nol
vietasse qualche austero pontefice.

Molti agi s’aggiunsero alla vita; si estese l’uso delle carrozze,
s’introdussero il caffè[156], il cioccolatte, la chinachina; anche
il tabacco, primamente portatoci dal cardinale Santa Croce dalla
nunziatura di Portogallo[157]. I giardini artifiziali più grandiosi
si fecero, disponendovi cascate, chioschi, mulini a vento, grotte,
tempietti, prospettive, insieme con macchie, cerchiate, siepi, non in
modo d’imitar la natura, ma di far la natura servir all’arte. Romitorj,
torri cinesi, capanne, castelli in ruina, cappelle gotiche non usavano
ancora; bensì disposizione simmetrica, scale avvicendate con pianerotti
e terrazzi balaustrati, e un semicircolo detto teatro con nicchie e
statue e vasi; e cascate di bacino in bacino con variata disposizione;
e veri boschi, come la pineta della villa Pamfili, e lunghissime
praterie, incorniciate da pioppi e da siepi. Viali di cipressi
conducevano a un casino, ornato d’ogni bellezza, e dal quale godeasi
qualche vista meravigliosa. Di tal guisa Giacomo della Porta dispose
la Aldobrandini a Frascati, Annibale Lippi la Medici sul Pincio, il
Maderna i giardini del Quirinale, l’Algardi la Pamfili a porta San
Pancrazio, Marchionne la Albani, e così altre di Roma; a Genova le
Groppallo, Parravicini, Doria; a Verona il giardino Giusti; sul lago
Maggiore le Isole Borromee: da quelli della Corte di Torino il Tasso
cavò l’idea degli Orti di Armida, così poco magici.

I ricchi non aveano la passione dell’agricoltura, intorno alla quale
pochi cenni ci rimangono. Agostino Gallo bresciano pubblicò nel 1550 le
_Venti giornate dell’agricoltura e de’ piaceri della villa_, dialoghi
prolissi e male scritti, ma con cognizioni pratiche, esponendo ciò
che avesse egli medesimo sperimentato, o avuto da persone degne di
fede; onde Haller eccede di rigore ove dice che questo _verbosus
senex omnia obvia, etiam aliena profert; non satisfecit mihi neque in
hortis, neque in agrorum cultu_. Egli parla della coltura del riso e
di quella del trifoglio, che ormai non praticavasi se non in Ispagna.
Giambattista Cassandri cremonese, nella _Economia, ovvero disciplina
domestica_ (Cremona 1616), tratta di tutto ciò che serve a prosperar
una famiglia per l’anima e pel corpo. Vincenzo Tanaro bolognese fece
l’_Economia del cittadino in villa_ (Bologna 1644), distinta in sette
libri intitolati _Pan e Vino, la Vigna e le Alpi, il Pollajo, l’Orto,
il Verziere, i Campi, la Luna e il Sole._ Non pare v’avesse pratica
personale, ma raccoglieva, e ci tramandò bizzarre particolarità; per
esempio l’uso allora più divulgato di sostenere la vite colle canne; la
ricca coltura de’ cavoli ne’ paesi di monte; il finocchio di Bologna
collo stelo grosso quanto una coscia; le giunchiglie vendeansi molto
care a Bologna e le tuberose v’eran di fresco introdotte. Marco Bussato
di Ravenna nel _Giardino d’agricoltura_ (Venezia 1592) distendesi
sulla potagione e gl’innesti de’ frutti, prevenendo Quintinié, Normand
e altri francesi: si vale molto degli antichi, e scrive negletto. Il
_Ricordo d’agricoltura_ (1567) di Camillo Tarello dà buoni avvedimenti,
non desunti dagli antichi, e fra altri la replicata solcatura de’ campi
e la rotazione, volendo che a frumento mettasi solo una quarta parte
del fondo, e il rimanente ad altri prodotti; raccomanda di macerar
il grano in orina o acqua di calce avanti seminarlo, spargerlo rado e
ricalcarlo; loda la coltivazione del trifoglio, e il rimutar di tempo
in tempo i prati in campo. Non toccherebbe dunque agli Inglesi la
scoperta della rotazione agraria. Di Domenico Maria Clarici anconitano
abbiamo la _Istoria e coltura delle piante che sono per il fiore più
riguardevoli e più distinte per ornare un giardino in tutto il tempo
dell’anno_ (Venezia 1726), con un copioso trattato degli agrumi.

Prima che Luigi XIV divulgasse per tutta Europa il tono e le foggie
di Francia, s’imitava Spagna nel bene e nel male, nella letteratura
come nel vestire. A Napoli predicavasi spesso in spagnuolo, in
spagnuolo recitavasi, di spagnolerie empivansi scritture, come
oggi di gallicismi, e il discorrere era pieno di _bacio le mani_,
_resti servita_, e _buglie_ e _convojare_ e _papelare_ e _montiera_
e _far provecio_ e _alboroto_ e simili. Chè è colpa antica e nuova
degl’Italiani l’adottare i difetti dei dominatori quand’anche gli
odiano o disprezzano, or le gonfiezze spagnuole, or i gingilli
francesi, or la pippa tedesca[158].

Qui sopra divisammo i costumi di Lombardia e del Regno. Firenze, che ci
si presentò con Cacciaguida sobria e pudica, poi massaja e operosa ne’
Comuni, poi colta e splendida sotto i primi duchi, può ancora offrirci
molti colori a incarnar il quadro degli usi d’allora; ed uno de’
cittadini d’antico taglio, notando sui registri di casa i fatti della
giornata, ci ritrae il mutamento operatosi sul dechino del secolo[159]:

«Concluso che era un parentado, gl’interessati dell’una e dell’altra
banda ne davano conto, o in persona alli più prossimi parenti, o per
mezzo di un servitore ai più lontani; poi per il giorno stabilito a
uscir fuori la fanciulla in abito di sposa, s’invitavano le parenti
sino in terzo grado ad accompagnarla alla messa, e nell’uscir di casa
s’incontrava alla porta una mano di giovani, che facevano il serraglio,
che era un rallegrarsi colla sposa de’ suoi contenti, e mostrare di non
volerla lasciare uscire se non dava loro qualcosa; al che rispondeva
la sposa con cortesia, e dava loro o anello o smanigli o cosa simile,
ed allora quello che aveva parlato ringraziava, e pigliava a servir la
sposa, con darle di braccio sino alla carrozza, o per tutta la strada
se s’andava a piedi, ed al ritorno a casa restavano a banchetto tutti i
parenti invitati, e quelli del serraglio erano licenziati. L’anello poi
si dava in altro giorno, nel quale si faceva una colazione grande di
confettura bianca, ed un festino di ballo, dove era sala capace, o pure
si giocava a giulè se era stagion da vegliare. Nel mettersi a tavola ai
banchetti, c’era un uomo in capo alla sala, che con una lista chiamava
per ordine di parentela ciascuno, che così senza confusione andava al
suo luogo, le donne da una banda e gli uomini dall’altra. Al banchetto
soleva comparire un mandato di quello che aveva parlato nel serraglio,
che riportava alla sposa in un bacile di fiori, o con guanti d’odore
il regalo che aveva avuto da lei; e lo sposo rimandava il bacile con
trenta, quaranta e fino sessanta e cento scudi, secondo le facoltà; che
servivano ad una cena, o in fare una mascherata, o altra festa.

«Si dismesse poi il serraglio, perchè cominciarono alcuni a servirsi
del denaro in uso proprio. Si dismesse ancora di chiamare i parenti
nel mettersi a tavola con l’ordine del grado: onde due disordini,
cioè che non tutti gl’invitati sanno in riguardo degli altri il loro
grado, e si mettono a tante cerimonie per voler mandare in su gli
altri, con confusione e disagio per chi è di già al suo posto; l’altro,
che invece di molti parenti s’invitano degli amici, che si pongono a
tavola mescolati tra quegli, e qualche volta questi amici sono tanti,
che escludono dall’invito molti parenti, che si va perdendo quella
famigliarità che dovrebbe essere fra i parenti. S’è anco dismesso il
dar conto del parentado ai parenti in persona o per mezzo d’altri, ma
s’è introdotto di farlo per polizza, scrivendo in un quarto di foglio:
_N. dà conto a vostra signoria illustrissima che ha maritato la N.
sua figliuola o sorella al signor N., via tale_; e si consegnano ad un
servitore o altra persona domestica di casa, che le porta dove vanno,
lasciandole in casa di ciascuno; e molti hanno cominciato, per meno
briga, a fare stampare queste polizze.

«La funzione dell’anello s’è fatta quasi sempre in casa, se bene
qualcuno l’ha voluto per devozione dare in chiesa, e le spose vestivano
quel giorno di bianco, e con una veste che avea le maniche aperte
sino a terra; ma poi s’è dismesso e il colore e la foggia, vestendosi
ciascheduna sposa all’uso delle altre donne, e di che colore più le
piace.

«Subito che qualcuno era morto, se ne mandava a dar conto ai parenti, e
s’esponeva il morto in una sala, o camera grande in terreno tra molti
lumi, e si parava di rasce nere non solo detto luogo, ma tutto lo
spazio ancora che era di lì sino in istrada, sicchè ognuno che passava
aveva contrassegno di poter entrare a segnare il morto; e nell’istesso
tempo i parenti stavano in una camera con le finestre quasi chiuse, e
ricevevano la visita di condoglianza dai parenti e amici senza moversi
a riceverli e accompagnarli. Sul farsi notte si portava il morto in
chiesa con l’accompagnatura di quattro o sei regole di frati, ed un
numero di preti con torcie gialle alla croce ed intorno alla bara,
che per l’ordinario sarebbono state diciotto e sedici, ventiquattro
e ventotto e più o meno secondo le facoltà: ed in chiesa, mentre si
dicevano l’orazioni ordinarie, si posava la bara sotto un’arca di
falcole gialle, e poi si dava sepoltura al cadavere. La mattina dopo
si facevano l’esequie, alle quali erano invitati tutti i parenti per
assistere alla messa di requie, e stavano gli uomini da una banda,
e le donne dall’altra in panche parate di nero, con l’ordine della
prossimità di parentado, e nel mezzo stava eretto un catafalco con
molti lumi di cera gialla. Finita la cerimonia, si raccompagnava i
parenti prossimi del morto sino a casa, se era vicino alla chiesa; se
non, alla porta della chiesa si licenziava ognuno: ed in tal funzione i
parenti stretti del morto portavano un velo pendente di qua e di là dal
soppanno del cappello, che arrivava in mezzo al petto.

«Si cominciò poi, invece di tener esposto in casa il morto, a
mandarlo di notte e privatamente nella chiesa più vicina alla casa, o
parrocchia, o confraternita, e quivi si teneva esposto, e di quivi si
levava per portarlo come sopra alla sepoltura. Si mutò anche questo,
perchè si cominciò a tenere il morto in casa privatamente fino alla
sera, che era portato in chiesa, dove la mattina dopo stava esposto a
tutte le messe; e si dismesse il chiamare i parenti all’esequie e l’uso
della cera gialla, introducendosi la bianca, siccome il chiamar tante
regole di frati, ma se ne chiamava una sola, e più numero di preti.

«Oggi si tiene il morto privatamente in casa fino alla sera, che
si manda alla sepoltura accompagnato da una regola di frati e dal
parrocchiano con buon numero di preti, e con cinquanta torcie in circa
di cera bianca, le quali si distribuiscono anco tra i frati ed i preti;
e perchè la chiesa dove va il morto e la parrocchia devono aver certa
partecipazione nella cera, si procura innanzi d’accordarle per sfuggir
le liti, e la dichiarazione di che numero di torcie sia alla croce
e che numero alla bara, dipendendo da questo la loro pretensione.
In chiesa si pone il cadavere sopra una tavola parata di nero tra
dieci o dodici doppieri con lumi di cera bianca, e fatte le cerimonie
ecclesiastiche, si sepellisce, e se gli fanno celebrare le messe di
requie più o meno, secondo la carità degli eredi, e nella medesima
chiesa ed in altre, secondo il loro arbitrio. Ed ai parenti si dà conto
con polizza, o scritta o stampata, come s’è detto nelle nozze, e vi
s’aggiunge, _E non s’incomodino_, che vuol dire che quelli che ne danno
conto, non vogliono complimenti di condoglianza in casa.

«Nata che era una creatura, il padre invitava un gentiluomo ed una
gentildonna per essere compare e comare, e questi andavano a levar
di casa la creatura, che in braccio all’allevatrice si conduceva a
San Giovanni; e finita che era la funzione, il compare e la comare
mettevano al collo della creatura un regalo, che ordinariamente era
una collanetta d’oro con una medaglia o reliquia, e tornati a casa
visitavano la partoriente, e ne’ primogeniti si faceva una colazione
di confetture. Oggi s’è dismesso il regalare (e si fa solamente dai
compari gentiluomini alle genti basse, in denari), ed anco bene spesso
s’invita solamente un compare senza comare, e il padre della creatura
va a levarlo di casa, e lo conduce a San Giovanni, e la creatura viene
accompagnata dalla comare se vi è, o da altre parenti; ma si conserva
bene l’uso che il compare visiti dopo la partoriente.

«È stato sempre uso tra la nobiltà che le donne di parto,
particolarmente ne’ primi figliuoli, tenessero visite, e così le spose
tre o quattro giorni, e con facilità se ne spargeva la voce per la
città; e passati que’ giorni, se fosse arrivata qualche gentildonna,
un servitore alla porta la licenziava senza che fosse ricevuta per
mala creanza. Tanto segue ancora adesso, ma con questa sola varietà,
che prima le spose per se medesime, e le partorienti per mezzo di
suocera, madre, cognata, sorella o altra accompagnavano tutte le dame
fino alla porta di casa; il che essendosi considerato con il tempo che
riusciva di grande incomodo, s’è introdotto di non scendere le scale:
e così s’osserva ai festini che si fanno il carnovale, o d’altro tempo
di ballo o di giuoco, mantenendosi però in altre occasioni la dovuta
creanza civile ed antica accompagnatura.

«Tutti i parenti s’invitavano al vestimento delle monache, e
all’offertorio della messa si faceva l’offerta, stando la sposa accanto
al celebrante rivolta al popolo, con due bacili di qua e di là in mano
a due chierici, e tutti i parenti andavano a salutarla con lasciare
in quei bacili le mancie. Ed in quei monasteri dove si faceva dentro
il vestimento, s’andava a dare detta mancia a una grata della chiesa.
S’è poi interamente dismessa quest’usanza della mancia, ed i parenti
s’invitano al vestimento con la polizza scritta o stampata come in
altre occasioni. Si praticava nel principio del secolo con sincerissima
fedeltà, che chi voleva essere sicuro di aver buon luogo alle prediche
della quaresima, e non poteva trattenersi per avere a sentir messa
o altra occupazione, lasciava sulla panca qualche cosa, come libro,
chiave, fazzoletto o altro: il che da chi arrivava dopo s’intendeva
per luogo preso, e se gli portava rispetto, ed il padrone al ritorno
ritrovava la sua roba ed il luogo. S’è poi dismesso quest’uso, forse
per essere mancato la fedeltà; nel 1676 essendo stato in duomo un
predicatore con gran concorso, molti gentiluomini, per esser sicuri
d’aver buon luogo, hanno mandato a buon’ora uno de’ loro staffieri con
la livrea a mettersi a sedere per serbarglielo.

«Nell’ultimo del secolo passato s’era incominciato a introdurre l’uso
delle carrozze, ma nel principio del seguente non era ancora diventato
comune, e molti della nobiltà non la tenevano; ma a poco a poco, con
l’occasione di far parentadi o d’altro pretesto, ognuno l’ha messa
su, e molti la tengono a quattro cavalli, ed i più ricchi a sei. Da
principio le carrozze erano piccole, di cuojo dentro e fuora, e poste
sulla sala delle ruote, che andavano assai scomode; poi si cominciò a
fabbricarle sulle cigne perchè andassero meglio; e finalmente si sono
attaccate dette cigne ad archi di acciajo ben temperati, che cedendo
all’urto, fa che vanno assai più comode. Si fanno per i più ricchi di
velluto nero, ed anco di colore, e con frangie di fuori e di dentro, e
con il cielo di dentro dorato. Fino a mezzo il secolo usarono alcuni
più ricchi, per le solennità della città, il cocchio, che di dentro
era di velluto per lo più rosino, e di fuora paonazzo con otto pomi
alle testate dorati; mai poi si sono intieramente dismessi. Nel 1670
s’è introdotta una foggia di carrozze venuta da Parigi, rette da lunghi
cignoni che brandiscono assai, e si chiamano poltroncine, perchè vanno
comodissime; e si sono dismessi gli archi, per il rischio di rompersi.

«Quasi in tutte le case nobili si teneva un cavallo di quelli chiamati
chinea, o un mulotto, che servivano per chi non poteva o non voleva
andare a piedi; e si adoperava per la città con gualdrappa di ermisino,
ed anco di velluto, o di panno listato di velluto, ed in campagna
con sella di corame. Ma con il moltiplicare delle carrozze si sono
del tutto dismessi, e solamente qualcuno per diletto tiene un cavallo
nobile per passeggiare per la città. Quando le donne andavano in villa,
andavano a cavallo, ed i ragazzi sopra un mulo in due ceste: ma oggi
vanno in carrozza dove la strada è buona; se non, in lettiga a vettura,
che presentemente ne sono moltissime a nolo, quando al principio del
secolo non ce n’era se non una, che solamente serviva per tornare
un ammalato di villa in città. Qualcuno de’ più ricchi e de’ più
infingardi tiene da sè la lettiga per servirsene in campagna.

«In questo medesimo tempo che scrivo pare che s’introduca una comodità
venuta da Parigi d’una tal sedia coperta, posta su due lunghe stanghe
che brandiscono, posate su la groppa d’un cavallo e di dietro su due
ruote. A questa tal sedia s’è dato nome di calesse; e sono così presto
moltiplicate, che nell’anno 1667 s’è trovato esserne nella città
intorno a mille e le lettighe sono in gran numero scemate. Nell’andare
per la città si servivano i primi granduchi del cocchio a due cavalli;
ma cavalcavano innanzi alcuni gentiluomini in numero di sei o otto, che
avevano titolo di lancie spezzate. Il granduca Ferdinando dismesse il
cocchio, ed introdusse la carrozza con quattro cavalli, e due cocchieri
a cavallo all’uso di Spagna; e le serenissime imitarono con introdurre
la carrozza a sei cavalli anco per la città, e lasciarono la cavalcata
delle lancie spezzate. Il granduca in città conduce alla portiera a
piede il paggio di valigia, ma in campagna va a cavallo dietro alla
carrozza: e portava già una valigia dinanzi, dove era un vestito ed
ogni altra cosa che potesse occorrere quando venisse occasione di
mutarsi; ma s’è poi dismessa questa diligenza parendo superflua. Alle
serenissime ancora il paggio di valigia va per la città a piedi alla
portiera, ed in campagna a cavallo.

«Fuor dei cavalieri di Santo Stefano e di Malta, e gli stipendiati
dalla Corte del granduca, non c’era nessuno che portasse spada accanto;
e quei pochi gentiluomini che n’avevano da S. A. S. la permissione,
usavano di portar solamente il pugnale. Ugo d’Alessandro Rinaldi fu
il primo che nel 1616 si cinse la spada, e fu immediatamente seguitato
dagli altri giovani nobili, che non attendevano al negozio, avendo anco
S. A. S. allargato la mano in concederne a tutti la facoltà, sì che
presto si vide la città ripiena di spadaccini; poi a poco a poco s’andò
dismettendo, sì che in oggi non solo l’hanno lasciata i gentiluomini,
ma ancora i cavalieri e stipendiati di Corte. Nè meno per quasi nessuno
si porta il pugnale, benchè S. A. S. ne conceda indifferentemente la
facoltà ad ognuno con pagare certa tassa l’anno; e chi crede d’aver
bisogno di valersi della spada, o per inimicizia o per altro, se la
fanno portar dietro a un servitore, che può riuscire cosa malfatta.
L’archibuso non era già concesso ai gentiluomini se non fuori delle
otto miglia dalla città, ed a fuoco solamente, e non a fucile e ruota:
ma oggi S. A. S. lo concede a tutti a ruota e fucile fino alla porta
della città, mediante il pagamento della tassa; ed anco tollera molti
che lo tengono nella città, e per passatempo se ne servono in casa
per tirare a’ rondoni. Chi ha qualche timore va armato di giaco, e
particolarmente la notte; ed oggi S. A. S. ne concede la facoltà ad
ognuno, che già erano pochissimi quelli che avessero tal facoltà. Tutti
i giovani nobili che stanno su la bizzarria, e che conducono dietro
servitori, hanno introdotto di far portare al medesimo servitore sotto
braccio una spada assai lunga.

«Si teneva già per i più solamente due servitori, uno con titolo di
spenditore comprava e teneva i conti delle spese, e l’altro faceva le
faccende in casa d’apparecchiare ed altro, andava fuori con la padrona,
e faceva ogni altro negozio per la città secondo l’occorrenze; e dove
era la carrozza, si teneva di più il cocchiere, al quale si dava di
salario dieci lire il mese, allo spenditore dieci, all’altro servitor
otto, e tutti vestivano del proprio. S’introdusse a poco a poco l’uso
delle livree, e si cominciò a vestire il cocchiere ed il servitore che
andava con la padrona, e finalmente a crescere il numero di questi,
che oggi la nobiltà della prima riga tiene più servitori a livrea; e le
donne ne conducevano almeno due, e gli uomini uno: se gli dà, oltre al
vestito, uno scudo il mese.

«Le serve erano già tre, cioè una col nome di cuoca faceva le faccende
della cucina; un’altra si chiamava donna di mezzo, perchè andava fuora
con la padrona, spazzava le camere, rifaceva i letti, e serviva tutti
gli altri bisogni, ed anche occorrendo ajutava qualche volta alla cuoca
a fare il pane ed altro: ed a queste due si dava, oltre alle spese,
un mezzo scudo o lire quattro il mese. La terza donna era di qualche
civiltà più, e si chiamava matrona; la quale fuori di casa teneva
compagnia ed in carrozza ed a piedi alla padrona, ed in casa cuciva
per la medesima, e la serviva nel vestirla ed assettarle la testa,
benchè per questa faccenda qualche padrona teneva una fanciulla: e si
dava alla matrona sei o sette lire il mese, e la fanciulla in capo a
qualch’anno si maritava con dargli cento o cencinquanta scudi di dote.
Il servizio della matrona s’è del tutto dismesso, perchè le padrone non
conducono fuora più nessuna donna, andando in carrozza sole, ed a piedi
s’appoggiano a un servitor di livrea; ma le signore titolate più ricche
conducono in carrozza qualche giovane fanciulla che chiamano damigella,
e s’appoggiano ad uomo d’età senza livrea; che se gli è dato il nome
d’uomo nero o di bracciere. Le artiere, per non andar sole fuori,
tengono provvisionato un bottegajo con dargli dieci lire il mese, il
quale le feste va ad accompagnarle alla messa ed altrove; e quest’uomo
il vulgo lo chiama domenichino, perchè va in opera la domenica.

«I giuochi d’esercizio erano, la state quello della palla lesina e
della pillotta: ed alla palla lesina si giocava quasi per tutte le
strade, perchè i ragazzi nobili di un vicinato si mettevano insieme
dopo il desinare, e mandavano al tetto più comodo della loro strada.
Questo giuoco è in oggi del tutto dismesso e spento[160]. Per le case,
e particolarmente l’inverno, si giuoca alle minchiate ed a sbaraglino:
tutti due questi giuochi resi col tempo più belli. Il maglio era in uso
come oggi, ma assai più frequentato. Si giocava ancora assai ai dadi,
benchè dalle leggi fosse proibito; ma oggi tra i giovani gentiluomini
si trova pochi che lo sappiano giocare. S’è aperto da qualche anno in
qua una casa su la piazza di Santa Trinita, alla quale hanno dato nome
di casino, dove si raguna il giorno e la sera, secondo la stagione,
tutta la nobiltà, e vi si giuoca, oltre a’ soprannominati giuochi,
anco a primiera, tantio ed altri simili giuochi: e viene da S. A.
S. permesso questo pubblico giuoco, perchè non v’intervenendo altre
persone che della prima nobiltà, pare che non vi possino avvenire di
quei casi, per cagione dei quali sogliono le leggi proibire simili
ridotti.

«Le donne giocavano già, e particolarmente l’inverno, a giulè; ma
una ambasciatrice di Lucca insegnò in una conversazione il giuoco
di cocconetto, che a poco a poco si è introdotto per le altre
conversazioni, e s’è del tutto dismesso il giuoco del giulè. Per gli
uomini s’è introdotto ancora il giuoco del palloncino con la mestola
da pochi anni in qua; e qualcuno giuoca al pallone con i bracciali, ma
pochi sono i gentiluomini che vi si diano. Il giuoco del calcio, come
antico nella città, si procura di mantenere nel carnovale: ma già vi
giocavano persone di età e con la barba, che oggi non v’interviene se
non gioventù.

«Sono state tante le vanità del vestire che in questo secolo sono
seguìte, che si rende impossibile di poterle narrare: nel principio del
secolo si premeva d’accostarsi all’uso di Spagna, e adesso intieramente
alla franzese, e di là vengono tutte le usanze e le mode. Per gli
uomini, il vestire è usato sempre color nero; ma per la gioventù si
portava il giubbone e le calzette di colore, e con le legacce con
merletto d’oro e d’argento secondo che tornava meglio al detto colore;
e gli uomini di trentatre a quarant’anni incirca portavano ancor nero
il giubbone, ma le calzette sempre di colore. La materia era secondo
le stagioni, e per lo più nell’inverno di rascia o perpignano di
Firenze o di velluto, e la state di tabì, terzanello ermisino, ecc.;
e si guarnivano con molte guarnizioni di raso e tabì ricamate, che
venivano ordinariamente da Milano. Ciascuno aveva per stagione un
vestito ricamato riccamente di seta nera per servirsene nelle occasioni
più cospicue, come nelle foresterie ed altro. Oggi si veste per ognuno
interamente di nero, nè si veggono calzette di colore se non qualche
volta a qualcuno dei giovani più bizzarri. S’è dismesso del tutto di
ricamare i vestiti, ed il guarnirli con quelle guarnizioni ricamate
accennate di sopra; siccome s’è ancora dismesso il guarnire con frangie
di seta nera, come s’era introdotto a mezzo del secolo; e s’è preso
ad adornarli con nastri rasati o tabissati in tanta quantità, che è
cosa mostruosa a vedere la quantità delle braccia che si mettono in
un vestito. Gli uomini d’età li usano neri, ma i giovani di colore, e
molte volte mescolati di più colori, che fa parere un vestito sia un
prato fiorito; ed i medesimi nastri si mettono al cordone del cappello.
L’inverno la materia è velluto o panno d’Olanda, e la state ermesino o
taffetà rasato, ed i mezzi tempi vellutini o grossagrane.

«A festini, giostre, cavalcate d’incontri, di funzioni ed altre
occasioni speciose, si premeva già di comparire in calza intera con
fodera a detta ed al cappotto di teletta d’oro, con stivaletto di
marocchino nero con speroni dorati o inargentati o bruniti di nero,
secondo la fodera del vestito, e con il collare a lattughe, il quale si
portava anco assai spesso fuori delle suddette occasioni. Ma a mezzo
il secolo erano tutte queste cose quasi in disuso, ed oggi sono del
tutto dismesse, a segno che farebbono ridere se si vedessero addosso ad
uno. Ora quasi tutti i giovani hanno introdotto di portar le calzette
di colore perlato che pajono vestiti a livrea; ma presto s’è dismesso.
Portano la parrucca linda, senza avere riguardo al colore del suo
proprio capello, e si radono tutti i mostacci; portano le scarpe piene
di nastri, ed anco qualcuno vi mette delle gioje. Son ritornate le
frangie di seta nera per guarnire i vestiti.

«Le spose comparivano in abito tutto bianco, ma per le altre donne non
s’aveva riguardo nessuno nè al colore nè al concerto dell’abito, perchè
taluna avrebbe portato una veste gialla ed una zimarra verde; un’altra,
zimarra gialla e la veste verde, e così degli altri colori senza
nessuna considerazione; e le donne di tempo se eran maritate portavano
la zimarra nera, ma la sottana o veste di colore: era però per tutto
guarnito ogni cosa riccamente. Si cominciò poi a premere nel concerto,
e si portava ogni cosa del medesimo colore, che qualcuna sarebbe parsa
botata[161]. Ed oggi finalmente portan tutte l’abito franzese con la
zimarra o veste nera di sopra, e di sotto la sottana di colore, che
va variandosi come più piace, e si guernisce riccamente con oro o
argento, e quella di sopra solamente di nero, e si porta alzata, acciò
si vegga quella di sotto. Usavano già il ciuffo e la grandiglia assai
grandi, che sono dismesse, andando assai scollacciate, e con molti
ricci solamente alle tempia. Le vedove portavano un manto sino in terra
e ripiegato sulla spalla, a foggia d’un lettuccio; e poi cominciarono
a mettersi in capo quella parte che soleva ripiegarsi sulle spalle,
e finalmente hanno lasciato interamente il manto, e vestono di nero
del tutto come le maritate, con ricci le giovani, nè son da quelle
distinte con altro che con una piccola cuffia nera di velo in capo.
Hanno introdotto le giovani di portar sulla fronte un cerchietto di
capelli biondi che lo chiamano parrucchino, che sta malissimo a chi ha
la capellatura d’un altro colore.

«Le meretrici portavano già tutte un segno apparente del loro infame
esercizio, ed era un nastro giallo al cordone del cappello, che allora
s’usava assai di portare; e quando non l’avevano s’appuntavano un segno
giallo alle treccie; e se fussino state trovate senza, sarebbero state
castigate. A poco a poco si cominciò a dismettere col pagamento di non
so che tassa, ed in oggi non è più in uso, nè si conoscono se non alla
loro sfacciataggine.

«Gli Ebrei portavano già tutti il cappello rosso, eccetto qualcuno de’
negozianti che per supplica otteneva grazia di portarlo nero. Oggi,
qual se ne sia cagione, tutti lo portano nero, nè si distinguono dai
Cristiani.

«Per paramento della sala e camere non usava altro nel principio
del secolo che corame, il quale per i più briosi era dorato, e nelle
portiere delle camere v’era l’arme del padrone; poi a poco a poco si
cominciò a fare i paramenti nelle camere principali di rasetti, poi
dommaschi; e finalmente i più ricchi gli fanno di velluti, telette
d’oro e dommaschi con trine d’oro, e le sedie e le portiere compagne;
ed alcuni fanno anche tessere a posta le portiere con la loro arme. Le
sale si tengono oggi senza paramenti, ma con molti quadri adornate,
li quali quadri hanno le cornici dorate tutte e grandi, dove già
usavano tinte di nero, con due o tre filetti d’oro al più. Nelle sale
ordinariamente c’era un camino grande ed un acquajo, ed in questo si
teneva una secchia d’ottone per lavarsi le mani nell’andare a tavola,
e vicino v’era la bandinella (che ritengono ancor oggi i frati)
per rasciugarsi; si sono poi rimurati questi acquaj ed i camini;
ed essendosi cresciuti (come ho detto) i servitori, ognuno si fa
dare l’acqua alle mani da’ medesimi servitori in bacile d’argento,
e l’inverno per i medesimi servitori si tiene in sala un caldano
di fuoco. A tavola s’usava già di mangiare in piatti di terra o di
stagno, e così si seguita per i più, adoperandosi però argento nelle
sottocoppe, bacili, forchette e cucchiaj e saliera; ma i più ricchi
hanno fatto tutti anco d’argento la piatteria, e tengono ancora le
camere adornate di vasi d’argento e simili galanterie su tavolini e
stipetti di pietra e d’ebano.

«In sala usava già tenersi sedie di corame con un’arme piccola del
padrone nella spalliera, e sgabelli di noce: oggi vi si tengono per
molti panche con spalliera dipinta con l’arme o impresa del padrone,
e fanno cassa per servizio de’ servitori; e se pure vi si tengono
sgabelli, son rabescati con intagli dorati.

«Cominciò nel principio del secolo (o pure si rinnovò) la delizia del
bere fresco, ma si procurava di ottenerla dai pozzi col calarvi le
bocce del vino qualche ora innanzi il pasto; ed il pozzo di qualche
casa, che aveva concetto di fresco, serviva spesso anche per i vicini,
che vi mandavano le loro bocce, che per lo più erano di terra. Si
cominciò a riporre, l’inverno, il diaccio per valersene l’estate a
rinfrescar il vino, l’acqua, le frutte ed altro, e ha preso tanto piede
questa delizia, che molti l’usano continuamente anche l’inverno, ed è
degno da notarsi l’augumento che ha fatto; perchè l’anno 1609 Antonio
Paolsanti, ajutante di camera del serenissimo granduca, prese l’appalto
del diaccio per lire quattrocento l’anno, e il 1665 fu appaltato per
lire quattromila trecento. E per dir qualche cosa ancora di fuora,
in Pisa non si trovò l’anno 1605 chi volesse l’appalto per scudi
cinquanta; e oggi è sopra scudi mille novecencinquanta: è però vero
che l’appaltatore serve ancora Livorno. Quando l’inverno non diaccia,
sono obbligati gli appaltatori, così di Firenze come d’altrove, di far
venire la neve dalle montagne, e però procurano di riporla a suo tempo
nelle buche fatte a posta per conservarla all’estate. Usano le persone
ricche e doviziose di far fare, per bere fra giorno, acque concie di
varie sorte con odori di cedrato, di limoni, di gelsomini, di cannella
ed altro, raddolcite con zucchero; e ne’ luoghi più frequentati della
città ci sono botteghe, dove si vendono in carafine diacciate, che
riesce all’universale una gran comodità.

«S’è introdotto in Firenze nel 1668 assai comunemente una bevanda
all’uso di Spagna, che si chiama cioccolata; ed anco di questa vende
uno dei sopradetti bottegaj in bicchieretti di terra, e par che gusti
così calda come fredda.

«Ciascun padre di famiglia che avea facoltà di poterlo fare, teneva in
casa un prete per insegnare ai figliuoli, e per accompagnarli fuori; e
ci erano suggetti di lettere e di bontà riguardevoli. E per quelli che
non potevano tenere il maestro in casa, c’erano parecchi che tenevano
scuola pubblica, e vi si mandavano i figliuoli con un servitore o
con altri. Avendo poi preso credito le scuole che tengono i Gesuiti,
ognuno s’è voltato a loro per non spendere, e si sono smesse le scuole
pubbliche; e quel che è peggio, nessuno studia, o pochi, per fare il
mestiere del maestro, perchè questo impiego è svanito, ma ai più basta
imparare tanto che basti loro per passare all’esame e divenir preti».

Delle persone da tutto il mondo accorrenti a Roma per cercare fortuna,
era dimezzato il numero colla riforma religiosa: e i pellegrini della
scienza, dell’arte, della civiltà non teneano più di primario interesse
Firenze, Venezia, e altre città nostre, quando grandeggiavano Madrid,
Londra, Amsterdam, Parigi; v’ebbe colà artisti che pareggiarono e
vinsero i nostri maggiori, quantunque si mettessero sull’orme di
questi. Pure continuava a visitarsi l’Italia con rispetto tradizionale,
e a tacere gli artisti, quasi tutti educati qui, fra i molti
viaggiatori vuolsi ricordare l’arguto Michele Montaigne. Avvezzo ad
osservare gli uomini e le cose, e paragonare l’antico coll’odierno, ne
aspetteremmo fini giudizj: ma preoccupato della sua salute, continuo
parla di sè, fin a stomacare chi non consideri che non destinava alla
pubblicità quel giornale, di cui una parte scrisse in italiano[162].
Entrato, il 1580, dal Tirolo, a Verona stupì del poco devoto contegno
nelle chiese, dove si voltavano le spalle all’altare, e tenevasi il
cappello, mostrando badar alla messa soltanto all’elevazione. Che gli
alberghi fossero tanto peggiori di quelli di Francia e di Germania, è
lamento ripetuto da tutti i viaggiatori, benchè più tardi il presidente
De Brosse lo dichiarasse affatto ingiusto. In generale egli trova che
qui si mangia in istoviglie, anzichè in peltro e stagno; e disgrada
la nostra cucina a confronto della francese. Fin a sette e otto
miglia vengono incontro gli ostieri, allettando con buone condizioni
a scavalcar da loro. Case cattive, con ampie finestre, grossolani
controventi, nessuna stufa, letti duri senza cortine; visite e dogane
lo remorano ogni tratto; ogni tratto vede scritto, _Ricordati delle
bollette_, ch’erano richieste per ragione di sanità.

Padova trae vita dagli studenti; ma i francesi gentiluomini accorrenti
a quell’università sono in tal numero, che vivendo tra loro, non
imparano i costumi forestieri: anche molte famiglie vengono ad abitarvi
a cagione del buon mercato. Di Venezia ripete le solite dicerie; vi
conta cencinquanta gentildonne da mercato, che faceano grandi spese
in mobili, in vesti, e la nobiltà ne manteneva pubblicamente; vi
si vivea con poco, non bisognando gran servi nè cavalli. I giovani
nobili (ci vien riferito da altri[163]) vanno alla commedia per ridere
delle buffonerie e degli attori, non meno che per atteggiare essi
stessi; menano cortigiane nelle loggie, e fanno schiamazzi e atti da
non dire; si divertono non solo di sputare in platea, ma di gettarvi
la smoccolatura delle candele, massime sopra qualche galante; e per
poterlo fare impunemente tengono alla porta dei bravi mascherati.

Firenze invece era la città più costosa; le donne ben apparivano
con scarpe bianche e cappelli di paglia, i quali vendeansi quindici
soldi l’uno, mentre in Francia costerebbero quindici lire; belle le
meretrici, raccolte tutte in un luogo; il grano lasciavasi dieci e
quindici giorni sul campo, senza paura del vicino; sin le contadine
aveano l’Ariosto in bocca. A Siena, sulla piazza più bella del mondo,
si celebrava ogni giorno la messa, sicchè gli artigiani la sentivano
senza staccarsi dalle proprie faccende. Ornamento del paese sono
i portici; e sotto questi i signori a Lucca pranzavano l’estate.
Quivi molto si giocava al pallone; gli alloggi erano ad alto prezzo,
attesochè non vi capitano forestieri; ma frequentati erano i bagni,
intorno ai quali moltissimo si occupa Montaigne. A Pisa ognuno stava
occupato a lavorare. Nelle nazioni libere (egli riflette) non si
fa distinzione fra le persone; anche le infime tengono alcun che di
signorile ne’ modi; fin nel domandare la limosina mescolano sempre
qualche parola d’autorità: — Datemi l’elemosina, volete? — Fatemi
la carità, sapete?» e uno a Roma diceva: — Fatemi bene per l’anima
vostra».

A Roma, dopo rigorosissimo rimuginar di bauli, specialmente pei libri,
trattenendogli i sospetti, alloggia all’Orso; pranzasi alle due, cenasi
alle nove; vi si sentono meno campane che non in qualche villaggio di
Francia, e non immagini; le chiese men belle che nel resto d’Italia e
in Francia; le abitazioni mal sicure, a segno che chi avesse denari gli
affidava ai banchieri. Un predicatore fu arrestato perchè declamò sulle
generali contro il lusso de’ prelati. In carnevale facevansi corse or
di fanciulli, or di vecchi nudi, or di ebrei o di cavalli con ragazzi,
o d’asini, o bufali: gentiluomini e dame vi correano la quintana,
e faceano altri esercizj cavallereschi, in cui erano spertissimi; e
anche le donne mostravansi senza maschera. Il popolo minuto assai più
devoto che in Francia; non così i cortigiani e i ricchi. Vi abbondavano
gli spiritati e gli ossessi. Alla processione del Volto Santo forse
dodicimila torcie si accesero, e file di Battuti si flagellavano,
mentre altri accorreano a confortarli con vino e confetti, e lavar di
vino l’estremità del loro staffile.

Tutto era pieno di forestieri, sicchè la varietà d’abiti e costumi non
facea colpo. Vide arrivarvi un ambasciatore del re di Moscovia, con
lettere dirette al gran governatore della signoria di Venezia, credendo
questa città fosse nella dizione del papa; invitato a una cavalcata che
fu di cencinquanta a duecento cavalli, quell’ambasciatore rise, dicendo
che nel suo paese si fanno di venticinque o trentamila.

Il veder tante cose, l’udir prediche, il bazzicare cortigiane, che
faceano pagare anche la conversazione, cacciavano la malinconia da
Montaigne, il quale ambì ed a fatica ottenne il titolo di cittadino
romano. La bellezza delle nostre donne non gli pareva poi tanto
mirabile; pure di brutte ne vedeva assai meno che in Francia, e
migliore la testa e dalla cintola in giù; maggior maestà di comporto,
mollezza e soavità; maggior ricchezza nel vestire, tutte perle e
pietre; molte appajono in pubblico, però distinte dagli uomini, eccetto
che nelle danze, ove procedono con molta libertà. Gli uomini vestono
positivo, di nero e di sargia di Firenze, ed hanno apparenza alquanto
vulgare, benchè cortesi e graziosi; quantunque i Francesi non vogliano
confessare tali quei che non sopportano le loro trascendenze. «E
benchè noi (soggiunge) facciamo ogni possibile per iscreditarci, pure
hanno affezione antica e riverenza per la Francia, in modo che vi sono
rispettati tutti quelli che il meritano, o che si comportano senza
offenderli».

Da Roma a Milano i mulattieri consumavano venti giornate, e pagavasi
due bajocchi per libbra il trasporto delle merci. Tutta la costa era
orlata di torri per respingere i pirati; del cui accostarsi correva
l’avviso in un’ora dall’estrema Italia fino a Venezia. Loreto era
affollata di devoti, e piena di voti e di miracoli. A Pavia trovò il
peggior albergo che mai al Falcone; e quivi e a Milano carissima la
legna, e rari i materassi. Milano, la città più popolata d’Italia,
piena di ogni sorta artigiani e mercanzia, ha aria di città francese.
Torino, piccola, in luogo molto acquoso, è mal edificata e non
piacevole[164], benchè per mezzo della via corra un fiumicello che la
deterge: la lingua popolesca non ha quasi d’italiano che la pronunzia e
francesi le parole[165].

Un viaggio in Italia scrisse pure, fra altri, il presidente Misson
(Aja 1702), tutto sfavillante di scherzi e rimproveri contro le
superstizioni romane; eppure egli stesso empì il suo _Teatro sacro
delle Sevenne_ di miracoli, operati a onore de’ Protestanti ivi uccisi.

Le potenti individualità, ch’erano comparse al tempo del rinnovamento,
dileguavansi entro un’uniformità regolare; non la rompevano che il
disordine o il misfatto, i bravi o gli artisti, de’ quali ancora fu
spesso bizzarra e agitata la vita. Il Chiabrera ammazzò un gentiluomo
romano; il Davila un altro, e al fine egli stesso fu assassinato
in viaggio; Torquato Tasso tira stoccate; il Murtola e il Marini
si fanno guerra sia di fucilate sia di spionaggio; il Boccalini è
battuto a morte con sacchetti d’arena; Annibale Bimbioli, professore
di medicina a Padova, fu nel palazzo vescovile trafitto da un Padovano
di casa Trivigiani; Giuseppe Ortale, poeta siciliano, era detto il
cavaliere sanguinario per la sua maestria nella scherma; Alessandro
Stradella, famoso compositore napoletano, avendo sedotta l’amante d’un
signore veneziano, questi mandò sicarj a cercarlo per tutto, i quali
lo assalsero più volte, lo pugnalarono a Torino, e appena guarito
l’assassinarono a Genova; Lorenzo Lorenzini, turcimanno agli amori
di Luigia d’Orléans col principe Ferdinando, fu da Cosmo III tenuto
vent’anni in fortezza a Volterra, ove studiò le matematiche, e fece il
libro XII delle _Sezioni coniche_; Muzio Oddi, convinto di comunicare
i secreti del Consiglio alla duchessa, fu dal duca d’Urbino chiuso in
prigione per sette anni, ove fabbricatosi inchiostro e carta, scrisse
di matematica, e uscitone il 1609, fu molto adoprato come ingegnere
militare.

E assalti, schioppettate, coltellate s’imbattono nella vita di
qualunque, anche più quieto. In Venezia, dov’era proibito portar armi,
fu permesso a frà Paolo Sarpi di farsi accompagnare da un frate laico
coll’archibugio. Elisabetta, figlia del pittore Andrea Sirani allievo
di Guido, e rinomata per la quantità e il merito de’ suoi dipinti
e delle incisioni all’acquaforte, a ventisei anni fu avvelenata.
Giacomo Torelli di Fano macchinista architetto, a Venezia assalito una
sera, difendendosi perdette alcune dita. Il Panigarola, famosissimo
predicatore milanese di prodigiosa ritentiva, a soli tredici anni
fu mandato a Pavia a studiar leggi, ed è bello udirgli dipingere la
dissipazione degli studenti d’allora. — A poco a poco (narra egli
stesso) così sviato divenne, che questione e rissa non si facea, dove
egli non intervenisse, e notte non passava, nella quale armato non
uscisse di casa. Accettò di più d’esser cavaliero e capo della sua
nazione, che è uffizio turbolentissimo, e amicatosi con uomini faziosi
di Pavia, più forma aveva ormai di soldato che di scolare. Nè però
mancava di sentire in alcun giorno li suoi maestri,... de’ quali,
sebbene poco studiava le lezioni, le asseguiva nondimeno colla felicità
dell’ingegno, e le scriveva; e quando andava talora a Milano, così buon
conto ne rendeva al padre, che levava il credito alle parole di quelli,
che per isviato l’aveano dipinto. Si trovò egli con occasione di queste
brighe molte volte a Pavia in grandissimi pericoli della vita; e fra
gli altri trovandosi presso San Francesco in una zuffa fra Piacentini e
Milanesi ove fu morto un fratello del cardinale Della Chiesa, da molte
archibugiate si salvò colle schermo solo d’una colonna, ove pur anche
ne restano impressi i segni».

Domenico Moni di Ferrara, strappatosi all’austerità certosine, sposò
una fanciulla che amava, e si diede alla filosofia. Non traendone però
di che vivere, si fece medico; ma non meno di quelle povere verità gli
spiacque (com’e’ diceva) questa ricca impostura. Si applicò alle leggi,
e qui pure soffrì disgusti; finchè imbattutosi a vedere il Bastarolo
che dipingeva, s’attaccò affatto a quest’arte, e vi fu de’ più fecondi
e non dei più infelici; in pochi giorni concependo e finendo quei
quadri, di cui è sparso il Ferrarese. Mortagli la moglie, ne concepì
fiera malinconia; dominato dalla quale, passò fuor fuori un abate
romano che per caso l’urtò, e salvossi presso il duca di Modena.

Venuto per una lite a Milano Bartolomeo Dotti della Valcamonica, il
senato ebbe a farlo arrestare, e bruciar per mano del boja alcuni suoi
scritti satirici contro quei senatori: dal castello di Tortona riuscito
a fuggire, e a Venezia preso servigio, meritò il cavalierato, e
infine vi si stabilì come agente della valle natìa. Careggiato pel suo
motteggiare, ma insieme temuto e odiato, una sera, mentre in pianelle e
vestone tornava da un vicino ritrovo, fu trucidato.

Vita avventurosissima menò pure il conte Majolino Bisaccioni ferrarese.
Servendo agli stipendj di Venezia, ebbe un affar d’onore con un
capitano; un altro con Alessandro Gonzaga, sotto il quale avea militato
in Ungheria: toltosi dall’armi, fu podestà nel Modenese; accusato d’una
fucilata contro un avversario, si scagionò; e il principe di Correggio
il prese amministratore civile e militare del suo paese, e con onori
compensollo di nuova prigionia inflittagli per sospetti che dissipò;
il volle seco a mensa, in carrozza, e a tenere un torneo. Rimessosi
militare, difese Vienna nell’assedio del 1618; fu poi adoprato in
affari d’importanza anche da Vittorio Amedeo di Savoja, finchè un
nuovo duello lo pose in altri guaj. Ritirossi alfine a Venezia, ebbe
titoli e onori dal re di Francia, i quali nol tolsero dall’indigenza:
scrisse novelle e drammi e apparati scenici, e sull’arte della guerra,
e alquante operette storiche, e una violenta lettera _a un certo Fulvio
Testi_, che l’aveva attaccato con un libello infame.

Se vogliamo seguitare cotesti genj eterocliti, ecco Paolo Beni,
reputatissimo letterato, ma accattabrighe in tutte le baruffe di
quel tempo; difese il Tasso, e in generale credeva la lingua moderna
migliore e più ordinata dell’antica; sul qual conto lanciò severe
critiche alla Crusca, non risparmiando Dante, Petrarca, Boccaccio,
e tanto meno i viventi, e n’ebbe ripicchi durissimi. Paolo Guidotto
Borghesi da Lucca fu pittore, scultore, letterato, astrologo, sonatore,
musico, architetto, matematico, insomma quattordici arti possedette,
ciascuna delle quali sarebbe bastata a farlo ricco, e tutte insieme
nol tolsero di miseria; volle fare sperimento di volare, a grave suo
costo; eseguiva gruppi di molte figure, lodati dal Marini e da altri
contemporanei; emulò il Tasso, opponendogli la _Gerusalemme rovinata e
distrutta_ in altrettante ottave.

Antonio Oliva di Reggio in Calabria, teologo del cardinale Barberini,
cacciatone per immoralità, si mette capo di briganti, è arrestato, poi
uscito di prigione diviene professore di medicina a Pisa, e alla prima
lezione recita una diceria del Moreto come sua, e scoperto di tale
soperchieria, risponde: — Non volevo dir male, e non avrei saputo dir
meglio che colle parole di quel latinista». Eppure nelle grazie del
granduca entrò sì avanti, che fu posto uno dei nove nell’Accademia del
Cimento, nella quale però non troviamo operasse nulla d’importante,
solo avendo l’arte dei ciarlatani che non fan nulla, di farsi credere
un ingegno grande. Bentosto scandalose avventure gli resero necessario
il ricoverare a Roma, dove come medico avvicinò cardinali e pontefici:
finchè scoperto che era uno dei fondatori di una società de’ Bianchi,
imputata di oscene adunanze, Alessandro VIII lo fece arrestare: posto
ad esame e temendo di peggio, si precipitò da una finestra.

Tra gli scrittori bizzarri cerniremo Tommaso Garzoni di Bagnocavallo,
che a undici anni compose un poema in ottave sui trastulli
fanciulleschi; poi fatto canonico lateranese, crebbe di cognizioni;
nel _Teatro de’ varj cervelli mondani_ (1583) passa in rivista
i cervelli, cervellini, cervelluzzi, cervelletti, cervelloni,
cervellazzi, ciascuno suddividendo in modo da ordirne cinquantacinque
discorsi, ove lo spirito è scipito quanto affastellata e indigesta
l’erudizione. Nella _Piazza di tutte le professioni del mondo_ discorre
su cencinquantacinque professioni, dal re ai dotti, ai ciurmadori, ai
mestieranti, a ciascuno soggiungendo quel che gli casca alla memoria.
Nell’_Ospedale de’ pazzi incurabili_ passa in rassegna le diverse
follie in trentatre discorsi, ognuno de’ quali conchiude con una
preghiera a qualche dio per la guarigione delle specie de’ pazzi di
cui parlò. La _Sinagoga degli ignoranti_ va sul piede stesso, definendo
l’ignoranza, i segni suoi, le cause che la sviluppano e mantengono, le
funzioni degli ignoranti, fra le quali è precipua il censurare i dotti,
calunniarli presso ai grandi o al mondo. Nel _Mirabile cornucopia
consolatorio_ loda le corna a consolazione d’un marito malcapitato. Nel
_Serraglio degli stupori del mondo_ distribuiva in dieci appartamenti
i diversi soggetti straordinarj, mostri, prestigj, oracoli, sogni,
e quanto avea tratto da una indigesta lettura. Queste opere levarono
grido e furono volte in francese, ma nessuno più ne sopporterebbe la
lettura.

Non dimentichiamo Giulio Cesare della Croce, nato a Persiceto nel
Bolognese: povero orfano educato da uno zio maniscalco, aperse bottega
a Bologna, e invaghitosi dello scrivere, fece molte opere rozzissime,
fra cui una che sopravviverà a tutte queste nostre, il _Bertoldo_. Le
ripetute edizioni nol trassero dalla sua mascalcìa, e solo invecchiando
accettò una pensione da signori bolognesi.

Vincenzo Bianchi veneziano a vent’anni supplica di leggere
nell’Università di Padova i _Dialoghi di Platone_ gratuitamente: ma
i Riformatori rispondono esser legge che niun professore manchi di
stipendio. Dal celebre Du Fresne, allora ambasciadore di Francia a
Venezia, raccomandato ai ministri e al re, passa in Francia, vi ha
grandi accoglienze e facoltà di dar lezioni nel collegio de’ professori
regj e di «poter di ciò che più gli piacesse ragionare dalla cattedra»:
distinzione che spiacque ai Francesi. Molte cose scrisse, fu in
corrispondenza con Keplero; ma credeva fermamente alla predizione degli
astri, e si vantava di gran nascita e gran titoli, conte, discendente
dai Comneni imperiali, mentre era figlio d’un ragioniere.

Lo strano erudito Teofilo Rainaud di Sospello, gesuita, ricusò il
vescovado di Ginevra; a Ciamberì essendo entrato in corrispondenza
col padre Monod, prigione allora nel castello di Montmeillant per
castigo del Richelieu, meritò le costui vendette, sicchè venne côlto
e processato; fu scoperto innocente, ma solendo i potenti persistere
per non confessare d’aver avuto torto, eccolo di nuovo prigione; poi
liberato, s’acquistò la grazia del legato pontifizio, e fu adoprato in
varie pratiche. Scrisse ben novantatre opere senza un morso di lima; il
genio storico esercitò contro i Giansenisti; la sterminata erudizione
sparpagliava col vaglio, talchè il titolo non corrisponde mai alla
materia che assume, e per esempio, nel trattato _Della Rosa benedetta_
ragiona della quaresima.

Del pari stravagante fu Antonio Magliabechi di Firenze (1633-1714).
Messo a giojelliere, la sua passione pei libri gli guadagna il
cardinale Leopoldo de’ Medici, e Cosmo III gli affida la biblioteca
da lui fondata. Vero divoratore di libri, li esaminava come fanno i
giornalisti, cioè leggendo il frontispizio, l’indice, la dedicatoria,
la prefazione, al più un’occhiata a ciascuna divisione, e tanto gli
bastava per dirne il valore. Quanto leggea restavagli nella ferrea
memoria: de’ libri ammonticchiati sapeva per reminiscenza la postura,
e rimuginando mettea le mani su quel che gli occorresse. Perciò come
a biblioteca vivente ricorrevano a lui i dotti d’ogni parte, ed egli
rispondeva a pieno e a fondo, citando fin le parole e le pagine: —
Io non ho mai notato (scrive egli al Fontanini nel 1698) cosa alcuna
di quelle che mi abbia letto; del che ne sono stato ripreso infino
da questi serenissimi principi. Diverse cose ho io in mente; ma non
posso fidarmi della memoria, ed il riscontrarle mi si rende quasi
impossibile, per aver tutti i miei libri ammassati.... onde per
prenderne uno è necessario il rovistarne dugento.... Il nobilissimo
signor Rostgaard potrà attestarle che, avendo esso avuto bisogno del
secondo tomo delle opere del Libanio, io gli dissi subito dove l’avevo,
ma gli convenne levar prima intorno a cinquecento libri in-folio
sotto li quali era. Le notizie che ella brama le ho in mente senza
aver bisogno di cercarle, ma in nessuna maniera mi fiderei della mia
memoria senza riscontrarle ne’ libri, ne’ quali le lessi». Rispondendo
a tutti, cercava ingordamente la fama, e l’ottenne estesissima, dando
per riavere, lodando in faccia, poi tassando alle spalle[166], e fin
al granduca scrivendo lettere ad aggravio ed infamia del terzo e del
quarto, e _per le viscere di Gesù Cristo_ pregandolo le bruciasse.
Quanto cortese agli stranieri, tanto mostravasi burbero e sprezzante
verso i nazionali; ne eccitava le gelosie, lieto di vederli deprimersi
tra loro; chiamava asino il Viviani, mordacchiava il Redi, il
Magalotti, il Coccapani ed altri: ma trovò chi lo rimorse. Il suo più
lungo viaggio fu sino a Prato per riconoscere un manoscritto. Deforme,
zotico, strano ad ogni gentil sentire, sempre solitario senza manco
un servo, addosso un abito a strappi e a frittelle, non mutando la
camicia finchè non gli cadesse a brandelli, stava fitto l’intiero
giorno sul suo seggiolone, ivi dormiva, ivi mangiava senza interrompere
la lettura, e i rimasugli de’ cibi servivano di segnale ne’ libri, o
imputridivano tra la rinfusa congerie di questi, unico arredo di sua
casa. Teneva un caldanino per le mani, neppur lasciandolo quando andava
dal granduca; e avendogli quello una volta bruciato i panni, egli non
se ne avvide che allo scottar delle mani. Nulla scrisse; e noi che
vogliamo misurare la potenza dall’atto, temiamo doverlo porre fra quei
molti che, per serbarsi in reputazione, hanno duopo di non pubblicare
le cose che promettono.

Ferdinando Stocchi di Cosenza vantavasi astrologo, e di scoprire colla
cabala i ladri, i tesori nascosti, i rimedj contro malattie inveterate.
A Carlo Calà, avvocato che coll’arte sua erasi guadagnato tanto da
divenire duca di Diano e marchese di Villanova, fece credere d’avere
scoperto i fasti d’un suo antenato, discendente da re e morto santo;
inventò documenti e reliquie; e queste furono poste sugli altari,
quelli esposti in una _Storia degli Svevi e del conquisto de’ regni di
Napoli e di Sicilia per l’imperatore Enrico VI, con la vita del beato
Giovanni Calà, capitan generale che fu di detto imperatore_ (Napoli
1660): ma un suo complice morendo lo palesò, e le ossa si scoprì essere
di un asino.

Fra questi tipi bizzarri non dimenticheremo il lucchese Zamet, che
condottosi in Francia sotto la protezione di Caterina de’ Medici, e
addetto ad Enrico III come calzolaio e guardaroba, si fece gradito
coi molti, e mostrò grand’abilità nei maneggi, sicchè presto accumulò
ricchezze, e divenne amico di Mayenne, di Enrico IV, di Maria de’
Medici. Applicatosi alle finanze, prese grossa parte negli appalti,
fabbricò e addobbò un ricchissimo palazzo, convitava suntuosamente,
fu spesso usato a trattare nei tumulti della Lega, e adoprò alla
conversione di Enrico IV, che poi se ne valeva quando volesse deporre
la regia maestà, e per conversare alla domestica colla Gabriella e con
qualche altra, e alla borsa di lui ricorreva, fosse per comprar amici o
amiche, fosse per pagare le grosse perdite al giuoco. Anche i primarj
signori valeansi di esso; in casa di lui si trattò se accettare il
concilio di Trento; con lui Carlo Emanuele menò le tresche a Parigi
(pag. 63); da lui scavalcò Maria de’ Medici arrivando sposa del re;
e dopo la morte di questo procurò elidere la funesta influenza del
Concini sulla Reggente, della quale infine ottenne la confidenza,
sicchè spesso ella andava a pranzo da lui e vi riceveva i grandi.
Impetrava posti lucrosi, e col denaro sapea farsi perdonare gli
abusi; conseguiva favori di grandi e di belle; fu signore, barone,
consigliere, capitano, soprintendente alle fabbriche di Fontainebleau
e alla casa della regina, insomma quel che volle; e stipulando il
matrimonio di suo figlio, al notaro che gli chiedeva i suoi titoli
disse: — Qualificatemi signore d’un milione e settecentomila scudi». La
sua stirpe fu tra le illustri di Francia.

Ivi il banchiere italiano Tonti nel 1653 istituì primamente i prestiti
a vitalizio, dal suo nome detti Tontine. Suo figlio cavaliere Tonti,
datosi all’armi, e in una fazione in Sicilia perduta una mano, con
Lasalle operò assai alla scoperta del Mississippi; e morto quello
(1687), vi rimase ad assodare i nuovi possedimenti della Francia; e
i cantoni ch’e’ popolò in riva al gran fiume, furono detti Piccole e
Grandi Tontine.

Famiglia di ben maggiore interesse in Francia fu quella che il
cardinale Mazarino chiamossi attorno dacchè si trovò a capo di quel
regno, e bisognoso di formarsi un circolo d’amici e parenti ricchi colà
dove era sprezzato come uomo nuovo da una nobiltà che nulla valutava il
merito personale. Due delle sue nipoti avrebbero potuto divenire regine
di Francia s’egli non poneva freno alla benevolenza dei regnanti: una
come reggente del ducato di Modena, non si mostrò meno abile di qual
altra si fosse gran donna: una indovinò il talento di La Fontaine, e
lo incoraggiò sulla via nella quale non dovea trovar competitori: una
divenne la madre del principe Eugenio di Savoja. E se la cronaca troppi
soggetti di scandalo trasse dai prestigi di loro avvenenza, anzichè
bassi istinti e cuore corrotto, palesarono splendide facoltà, come che
non dirette, nè sofferenti di freno nel bisogno prepotente d’azione.

Lucilio Vanini (1585-1619), prete napoletano, viaggiò Europa sotto
diversi nomi, e con alquanti compagni predicando tutt’altro che
il vangelo, professandosi scolaro del Pomponazzi, del Cardano, di
Averroe, di Aristotele «dio de’ filosofi, dittatore dell’umana
sapienza, sommo pontefice de’ sapienti»; e dicendo il diavolo
essere più forte di Dio, giacchè tuttodì intervengono cose che non
potè volerle Iddio. Le critiche del cristianesimo pone in bocca al
terzo o al quarto, fingendosi inorridito all’udirle; come si finge
encomiatore de’ Gesuiti, apologista del concilio di Trento, e accannito
contro Lutero, egli che pur al cristianesimo move guerra da filosofo
nell’_Amphiteatrum æternæ Providentiæ_, da fisico nei sessanta dialoghi
sugli _Arcani della natura_, a vicenda panteista e materialista. Nel
primo spiegando cos’è Dio, agita il problema della provvidenza e della
fatalità, e mostrando ribattere Cardano e gli atei, ne mette in risalto
gli argomenti; e le prove della provvidenza riduce agli oracoli,
alle Sibille, ai miracoli, cui descrive dal lato debole con un’aria
dabbene che non può fare illusione. Fisicamente deriva l’uomo dalla
putrefazione e dal successivo perfezionarsi della specie: anche in
forza talora è sopravanzato dagli animali, onde non può dirsi a questi
superiore in destinazione, e il meglio che può fare si è vivere e
godere. «Perduto è il tempo che in amar non si spende»; nè la morale ha
fondamento che nelle leggi.

Traverso alla Germania, procedette nella Boemia, semenzajo delle
dottrine che cagionavano la guerra dei Trent’anni; ivi discusse con un
Anabattista, meravigliantesi che i Cristiani disputino di lana caprina;
con un ateo ad Amsterdam; a Ginevra coi Riformati, e sentendovisi mal
sicuro, passò a Lione; donde per paura del rogo si volse a Londra,
e quivi «si attirò la persecuzione de’ Protestanti, tenuto prigione
quarantanove giorni, preparato a ricevere la corona del martirio,
alla quale aspirava con indicibile ardore»[167]. Scarcerato, viene in
Italia, e a Genova apre scuola molto frequentata: ma le sue dottrine
ben presto scandolezzano sì, che deve rifuggir a Lione, poi si veste
monaco in Guascogna, edifica colle prediche, col confessare, colla
devozione, finchè scoperto vizioso viene espulso. A Parigi lo ricoverò
il nunzio Roberto Ubaldini, aprendogli la sua ricca biblioteca, donde
egli stillava il peggio, e lo diffondeva tra i giovani medici e poeti,
sicchè, dice il padre Mersenne, a lui avversissimo, cinquantamila
atei contavansi a Parigi. La Sorbona riprovò i suoi _Dialoghi sulla
natura_, ed egli piantatosi a Tolosa vi teneva arcane conventicole,
apostolava i giovani: e poichè a quelle dottrine cresceva pericolo il
fermentare delle guerre di religione, egli fu denunziato al parlamento;
e gravemente sospetto anche per esserglisi rinvenuto un grosso rospo
chiuso in un’ampolla, venne condannato al taglio della lingua e
al fuoco per mago e ateo: accuse per verità repugnanti. Durante il
processo avea professato le migliori credenze; condannato, si chiarì
empio, ricusò i conforti della religione, si vantò più intrepido del
Cristo, il quale avea sudato d’ambascia.

Anche Ferrante Pallavicino (1618-44), primogenito d’insigne casa
piacentina, canonico regolare a Milano, lodato per dottrina,
avvoltolatosi in amori volgari, spendeva, scribacchiava, e ritiratosi
a Venezia, dirigeva agli amici lettere come venissero da Lione, da
Parigi, d’altrove, narrando finti viaggi: — Stupisce chi mi vede
occupato in ogni altro passatempo fuorchè nello scrivere, e pure
scorge la frequenza de’ miei libri. Questo stupore mi è sovrabbondante
mercede»[168]. In fatto acciabattava libri, storie sacre e profane,
novelle, panegirici, epitalamj, talvolta ascetico, sempre ampolloso,
rinvolto, bujo e con descrizioni lascive: e per esempio, nelle
_Bellezze dell’anima_, trattato spirituale, al capitolo XIII discorre
della bellezza delle poppe. Pari contaminazione hanno la _Susanna_, il
_Giuseppe_, il _Sansone_, la _Bersabea_.

Parlò con disprezzo stizzoso degli Spagnuoli, e dei principi in
generale con arroganza, il che gli procacciò reputazione di liberale.
In Germania vide messo alla ruota un Calvinista, col quale entrato
in disputa sulle cose dell’anima, se ne lasciò convincere, e d’indi
in poi menò a strapazzo le cose e le persone sacre. Il suo _Divorzio
celeste cagionato dalle dissolutezze della sposa romana, e consacrato
alla semplicità de’ scrupolosi_ (1643) fu tradotto in varie lingue dai
Protestanti, e continuato probabilmente da Gregorio Leti, dividendolo
in tre libri, i _Costumi dissoluti dell’adultera_, il _Processo de’
bastardi di quella_, il _Concorso di varie Chiese allo sposalizio di
Cristo_ (1679). Nel Corriere svaligiato spettorò d’ogni genere calunnie
contro il papa, i cardinali, i Gesuiti, tutti i governi, i letterati,
con oscenità e sali putidi. Lo stampò alla macchia, onde la Signoria di
Venezia il fece carcerare; uscitone, infierì peggio di prima contro de’
principi e di papa Urbano VIII e del buon costume, e fra altro scrisse
la _Retorica della p... dedicata all’università delle cortigiane più
celebri_. Un De Brèche parigino, assoldato dai Barberini, fintosegli
amico, lo persuase a ridursi in Francia, dove potrebbe stampare altre
opere irreligiose; e così lo menò ad Avignone terra di papa, ove
arrestato e messo sotto processo, dopo quattordici mesi fu decapitato
a ventisei anni. Subito comparvero due dialoghi intitolati _L’anima di
Ferrante Pallavicino_; forse fattura di Gianfrancesco Loredano, ove si
malmenano papa, prelati, letterati, costumi.

Osteggiò le dottrine cattoliche anche Gregorio Leti (1630-1701)
milanese, che dissipato in viaggi ogni aver suo, e impigliatosi coi
Riformati, professò il calvinismo a Losanna, insegnò a Ginevra, e
scrivendo contro la Chiesa cattolica v’ottenne la cittadinanza. La
maldicenza sua il fece presto sgradito, e da «una inquisizione più
orribile di quella di Roma» furon dati al fuoco il _Livello politico_,
l’_Itinerario_, il _Vaticano languente_, come portanti proposizioni
contrarie alla fede, ai costumi, allo Stato, ed egli cancellato di
cittadino. A Parigi cercò il favore di Luigi XIV col gonfio panegirico
_La fama gelosa della fortuna_. Passò in Inghilterra, ove, dic’egli,
dallo scisma di Enrico VIII «sono nate tante disgrazie a quell’isola
ed a quei popoli, che si può dire che da quel tempo in poi non hanno
avuto momento di riposo i carnefici, essendo un miracolo che la
Tamisa si navighi sopra acqua e non sovra sangue»[169]. Da Carlo II
ebbe accoglienze e mille scudi per iscrivere l’_Istoria della Grande
Brittania_; ma il fece in modo che dovette ancora andarsene, e ingiuriò
quelli che dianzi avea blanditi. In Olanda l’erudito Le Clerc, vago
di sua figlia, il fece accogliere e creare storiografo della città di
Amsterdam, ove morì improvviso.

Parodia dilavata dell’Aretino, vivente dal trafficare d’incensi
e d’ammoniaca, forse cento volumi lasciò di storie non meditate e
prolisse; sulla Francia, il Belgio, l’Inghilterra, la Spagna, Carlo V,
Filippo II, il duca d’Ossuna, il presidente Aresi, scambietti di ira o
adulazione, zuppe di baje. Vantava aver sempre tre opere ad un tempo
sul telajo, e quando gli mancassero materiali per l’una, s’occupava
dell’altra: ma non pensava, come dice Bayle, se non a ingrossar
volumi e moltiplicare dedicatorie; rapsodo senza pel di critica, e
così irriflessivo, che pur abitando in Olanda, disse che la Schelda
e il Reno passano per Rotterdam. Chiesto dalla Delfina se fossero
vere le mille sciagurataggini che scrisse di Sisto V, di Filippo II,
d’Elisabetta, rispose che una cosa ben immaginata piace quanto e più
che la verità. Ma la menzogna neppur sa coprire collo spirito e collo
stile: sempre negletto e nojoso scribacchiatore, ridicolosamente
pretenzioso, grottescamente iperbolico, lonzo, prolisso, nessun mai
lo leggerebbe, se non allettassero le invereconde diatribe di cui
insozza i suoi scritti, massime contro Roma: e i suoi _Precipizj della
Sede apostolica_, la _Strage dei Riformati innocenti_, il _Sindacato
di Alessandro VII col suo viaggio all’altro mondo, Roma piangente_,
la _Vita di donna Olimpia Maldachini_, il _Nepotismo_, il _P...nesimo
romano_, l’_Ambasciata di Romolo ai Romani_ furono divulgati e
tradotti per sentimento malevolo; solo un liberalismo limaccioso testè,
insultando al buon senso e fidando nei troppi lettori che non l’hanno,
osò lodare e riprodurre le costui opere sol perchè codardamente
sputacchia papi e preti in seconde edizioni di libri, dove gli avea
codardamente leccati[170].

Giuseppe Francesco Borri milanese (1625-95) entrò nella Corte del
papa come chimico e medico, e rotto alle peggiori sregolatezze, fuggì
castigo col fingersi corretto, e cominciò a dirsi ispirato dal Cielo
a riformare il mondo, rimettere la purezza nella fede e ne’ costumi,
ridur tutti in un solo ovile, e chi ricusasse, sterminare per mezzo
degli eserciti pontifizj, di cui egli sarebbe capitano con una spada
datagli da san Michele. Impastò allora una strana religione, secondo
la quale Maria Vergine era di natura divina, presente essa pure nel
santissimo sacramento, figlia del Padre, eguale in tutto al Figlio, e
incarnazione dello Spirito Santo; e questo e il Figlio sono inferiori
al Padre. Con Lucifero caddero molti angeli, i quali volteggiano per le
regioni dell’aria: e per loro mezzo Iddio creò la materia e gli animali
bruti; mentre gli uomini hanno anima divina e ispirata. La creazione
non fu atto di libera volontà; ma Dio vi si trovò costretto. I figli
concetti nel peccato, ne serbano la sozzura.

Attuando la sua Chiesa, dai discepoli, che chiamava Ragionevoli o
Evangelici, esigeva voti d’unione fraterna, di segreto inviolabile,
d’obbedienza a Cristo, agli angeli, di fervente apostolato, e di
povertà; per la quale consegnavano ad esso ogni aver loro, ed egli
coll’imposizione delle mani impartiva ad essi la divina missione.
Copriva gl’insegnamenti di arcano e di formole iniziatrici: ma venuto
papa Alessandro VII, il Borri dovette ritirarsi a Milano, continuando
a far proseliti. Come l’Inquisizione sì a lungo il lasciò predicare?
peggio gli avvenne quando si scoperse che divisava ribellare Milano e
Italia dagli Spagnuoli, e di là estender le conquiste. In contumacia
condannato al fuoco e alla confisca, egli era fuggito a Strasburgo,
donde ad Amsterdam, ben accolto come vittima dell’Inquisizione;
ma in breve caduto di credito, cercò denari cogli strologamenti e
coll’alchimia.

Le costui dottrine son deposte nella _Chiave del gabinetto del cavalier
Giuseppe Francesco Borri, col favor della quale si vedono varie lettere
scientifiche chimiche e curiosissime, con varie istruzioni politiche,
ed altre cose degne di curiosità, e molti segreti bellissimi_ (Colonia
1681). Fingonsi scritte a principi, e trattano dei segreti della
grand’arte; per la quale ottenne molte somme dalla regina Cristina
di Svezia per fabbricare oro, molte da Federico III di Danimarca,
pel quale dettò anche istruzioni politiche. Ma alla morte di questo,
si sottrasse colla fuga all’odio del successore, e avviossi per la
Moravia in Turchia: arrestato qual complice delle trame allora ordite
in Ungheria, l’imperatore lo fece consegnare al nunzio pontifizio,
che lo spedì a Roma. Ivi dal Sant’Uffizio fu obbligato a pubblica
e solenne ritrattazione de’ suoi errori e far penitenza nelle
carceri: l’ambasciadore di Francia ch’egli aveva risanato, ottenne
fosse trasferito in castel Sant’Angelo, ove ebbe anche laboratorio
e larghezza fin di uscire, e vi morì di settantanove anni. I suoi
seguaci in Milano «dopo lunghi esami, convinti di complicità nelle sue
eresie, furono pubblicamente abjurati, e rimessi a tempi determinati
e ad arbitrio nelle carceri dell’Inquisizione, con altre penitenze
ancora, e con obbligazione di portare per contrassegno de’ loro falli
una mantelletta gialla sopra le spalle». Così il Brusoni[171], il quale
largamente ragguaglia delle dottrine del Borri «perchè veramente di
nessun altro eresiarca si leggono tante e così stravaganti follie nella
materia della fede».

Pochissimi altri uscirono di patria per professare dottrine avverse
alla Chiesa; e dentro non restavano altri eretici che nelle valli
valdesi. Nel 1614 fu scoperta nel Napoletano una setta di mistici
sotto suor Giulia di Marco di Sepino terziaria di san Francesco, e il
padre Agnello Arciero crocifero, e il dottore Giuseppe De Vicarj, che
sotto aspetto di gran devozione si abbandonavano a laidezze: scoperta
dai padri Teatini, mentre moltissimi li tenevano in conto di santi,
il vescovo di Calvi qual legato dell’Inquisizione di Roma cominciò
processo, gran rumore levandone i partitanti numerosi e i Gesuiti che
credeano alla coloro virtù; sicchè la causa s’impegnò fra due Ordini
potenti, e in conseguenza clamorosissima. Pure quei tre furono come
eretici condannati a carcere perpetuo.

Ma già s’insinuavano nelle menti lo scetticismo e l’incredulità; e se
l’errore diffuso dai Riformatori era stato vinto, i giovani attingevano
da Hobbes o da Bayle il dubbio e l’indifferenza. Il Magalotti credette
doversi opporre a questi nuovi scredenti, e ad un conte, ateo per moda,
scriveva: — Voi vi trovate in capitale, nascita, gioventù, robustezza,
valore e condotta; vi vedete amato dal vostro padrone, stimato dai
vostri generali, e corteggiato dalle dame... Aggiungete tavole,
giuoco, conversazioni, delizie, piaceri e fortuna. Questa fa che, se
uscite in campagna, tutte le cose vi vanno sempre bene, facendo voi
sempre il vostro dovere; se vi battete in duello, ne uscite sempre con
vantaggio; se vi è da fare un’azione di brio, siete sempre il primo
chiamato; andate, battete l’inimico, tornate, provvedete di sciarpe
tutte le pettiniere delle dame. Entrate a tavola in gran compagnia;
ecco il discorso della religione in campagna; sentite un brutale
discorrerne con poco rispetto; un altro, che ci fa del libertino,
portar con derisione un luogo oscuro della Scrittura; accudir quello
che ci fa il filosofo, e farne spiccar l’implicanza colla corrotta
ragion naturale. Voi ridete e applaudite, e piacendovi tutto quello
che tornerebbe comodo all’esigenza del vostro cuore, la compiacenza
poco a poco, senza avvedervene, vi tien luogo di persuasione. Intanto
mangiate e bevete allegramente; uscite da tavola bollente di vino, di
concupiscenza, di vanità; tornate a casa due ore dopo mezzanotte; per
poco alzate la canna, e la battete sul capo al paggio che non vi corre
subito avanti a pigliare il lume, al valletto di camera che vi si fa
incontro balordo dal sonno; talvolta per energia bestemmiate; entrate
in letto; per conciliarvi il sonno leggete un capitolo del _Trattato
teologico-politico o del Leviathan_, dite subito che hanno ragione, e
prima di addormentarvi, cominciate a sognare che Alessandro e Cesare,
per dire assai, dovevano essere presso a poco come voi, ma non più,
certo. Dormite sino a mezzogiorno; andate in chiesa per vedere il bel
mondo; affettate soprattutto l’irriverenza, perchè questa vi pare che
rialzi il concetto del vostro spirito, della vostra galanteria, della
vostra bravura; e in questo caso solamente, sto per dire, vi rallegrate
che vi sia religione al mondo per far gala di non farne caso. Questi
sono i fondamenti del vostro ateismo».

Alcuni delitti ottennero storica celebrità. Un tesoriere di Pio V
si travagliò sì bene, che lasciò ottantamila scudi di rendita al
figlio Francesco Cenci, il quale ne usò per voltolarsi nelle peggiori
sozzure. Da una condanna per vizio nefando si salvò coll’ammenda di
ducento scudi, da altri con cinquecentomila. Odiava moglie e figli,
che a vicenda odiavano lui, e cercavano che il papa lo facesse morire,
rivelandogliene le infamie: uccisigli due figliuoli, neppure un bajocco
volle dar pel funerale, dicendo aspetterebbe a far galloria quando
fossero morti tutti. Attentò all’onore di Beatrice, sua bellissima
figlia, che maltrattata in guise oscene e feroci, ricorse al papa e
non n’ebbe ascolto, mentre il padre sopra di essa crebbe di sevizie
e d’oscenità: dalle quali o per salvarsi o per vendicarsi, ella tramò
coi fratelli e colla madre di farlo assassinare (1605). Un amante di
lei lo promise, poi nicchiò, per quanto ella instasse; ma due vassalli
vi s’indussero per denaro, poi fuggirono nel Napoletano. Arrestati,
e chiaritasi la colpa, i Cenci alla tortura confessarono, e Beatrice
anch’essa, senza voler denunziare il misfatto paterno contro di lei.
Valenti avvocati tolsero a difenderla, e principalmente l’illustre
Farinaccio, non negando l’uccisione: e papa Clemente VIII, che da prima
stupiva si trovasse chi difendeva parricidi, dappoi vi prese interesse.
Ma già d’assassinj eransi quell’anno contaminati un Troilo-Savelli che
fu mandato al patibolo, e i fratelli Massimi uccidendo la matrigna e
fuggendo: poi uno di questi, sperimentato un veleno sopra il cocchiere,
lo propinò al primogenito per restare egli stesso capocasa. Intanto
poi che agitavasi il processo de’ Cenci, Paolo Santacroce assassinò la
propria madre per averne l’eredità. Indignato e sbigottito da tante
colpe, il papa lasciò che la giustizia avesse corso; e Beatrice, sua
madre e il fratello Giacomo furono giustiziati; il minor fratello
Bernardino, conscio e non complice, obbligato ad assistere sul palco
al loro supplizio. Guido Reni aveva copiato e tramandò ai posteri
l’effigie di Beatrice, compianta universalmente quasi fosse perita
per non voler palesare la peggior infamia di quel che avea cessato
d’esserle padre; il confessore di lei, mostrandone la testa al
pubblico, disse: — Ecco una vittima della propria bellezza»; e fiori
ed esequie pomposissime prepararono agli scrittori un tema d’immensa
compassione, e talvolta di forsennata bestemmia contro il pontefice,
quasi avesse prestabilito una tal fine per impinguare di quelle
ricchezze i suoi Borghesi.

E molte avventure e assai processi nacquero da gelosia. Perocchè,
come ai tempi d’Atene quando la vita pubblica deperiva, la domestica
non esisteva ancora, così nel secolo precedente vedemmo le donne per
genio d’intrigo più che per furor di passione cercare di rendersi
centro del movimento sociale; e poichè parea gli Dei pagani fosser
tornati a esultare fra gli uomini, facevansi perdonare il libertinaggio
coll’eleganza, e col mescere al filtro della seduzione il miele
dell’arte. Ma adesso furono rinserrate nelle case e nelle cerimonie:
e poichè la vita domestica era disabbellita dalla prepotenza d’un
capocasa, tiranno dei diseredati fratelli, e un austero ascetismo
brigavasi di pratiche esterne più che dell’interiore perfezionamento,
guardavansi quali schiave, pronte a ribellarsi, come fecero quando
irruppe il deplorabile cicisbeismo.

Jacopo de’ Salviati, di ricchissima casa fiorentina imparentata coi
Medici, marito di Veronica Cibo dei principi di Massa, vagheggiava
Caterina Canacci cittadina. La moglie gelosa guadagna un costei
figliastro, che staccato il capo alla matrigna, il porta alla
principessa; ed ella il presenta al marito. Il governo perseguitò gli
assassini, ma non la più rea.

Isabella, figlia di Cosmo de’ Medici e sospettata d’infande
dimestichezze con questo, fu sposata da Paolo Giordano Orsini duca
di Bracciano; e continuò in amoreggiamenti, mentr’esso a Roma faceva
altrettanto. Troilo fratello di lui, invaghitosi della cognata, uccise
di propria mano un paggio cui ella davasi in piacere. Paolo tornato,
chiamò l’infida moglie, e tra gli abbracci conjugali le strinse al
collo un laccio.

Questo Paolo amoreggiava Vittoria Acoramboni, moglie di Francesco
Peretti nipote di papa Sisto: ma mentre due fratelli di essa
il favorivano, due sostenevano l’altro amante cardinale Farnese
sessagenario. L’Orsini si liberò del geloso marito uccidendolo in
Roma stessa, e subito volea sposar la donna se il cardinale de’
Medici non avesse trovato quelle nozze troppo disuguali per un suo
cognato, e papa Gregorio gliel’impedì sotto pena di ribellione. Morto
questo, e succeduto Sisto, l’Orsini sposò la Vittoria, e temendo
non il papa lo punisse del nipote ucciso, ricoverò sul Veneto; e a
Salò morì ben presto improvvisamente, chiamata erede la Vittoria, a
danno di Virginio partoritole dalla Isabella. I Medici si accinsero a
cassare il testamento: ma Lodovico Orsini, che serviva agli stipendj
di Venezia, trovò molto più spiccio coll’assalire la casa in Padova
dove la Vittoria stava, e scannarla con un cognato. Subito la città dà
all’arme; i Dieci ne vogliono giustizia; e l’Orsini, che erasi cogli
sgherri fortificato in casa, viene a forza preso e strozzato.

E strozzature e avvelenamenti ricorsero spesso nel nostro racconto, e
famosi furono i tossici che allora si stillavano, come l’acqua tofána
che faceva effetto un anno dopo bevuta; e così l’anello di morte,
che a chi lo portasse diveniva letale; e la chiave che il principe
Savelli dava ad alcun famigliare per aprir un mobile, dov’era una
punta impercettibile, da cui restava appena scalfita la mano, ma
ventiquattr’ore dopo seguiva la morte. Casa Medici passava per tremenda
mescitrice di letali bevande; e mentre Ferdinando Tacca, figlio
dello scultore, avea portato in Ispagna un suo cavallo di bronzo, fu
adoperato da don Luigi de Haro o dal conte duca per fabbricar veleni,
a richiesta di re Filippo. L’ambasciadore fiorentino a quella Corte,
nel riferirne al granduca, aggiunge che il Tacca ne stillò di due
sorta, una dal tabacco, l’altra dall’arsenico, e che crede dovessero
servire contro il duca di Medina Sidonia, sospetto di voler farsi re di
Andalusia, e contro altri grandi, temuti dal conte duca[172].

Insomma nell’altro secolo erasi patito di gravissime sventure esterne,
in questo piuttosto d’interna decadenza; colà eranvi bottoni di
fuoco e amputazione, qui visceri guasti, e corrotto il principio
della vita; e n’era sintomo l’invasione dell’ozio, delle sottilità,
dell’enfasi, rivelata nel barocco, ne’ guardinfanti, nelle parrucche.
Ampollosa ostentazione di sentimenti non provati, ipocrisia di atti,
passioni e nimistà nè sfogate nè dome, limano una gente divenuta
decrepita fra patimenti senza lotta, fra miserie deprimenti, e che
straziando ciascuno in grembo alla propria famiglia, non ispiravano
veruna magnanima risoluzione, ma impotente dispetto o accasciata
rassegnazione.

Ai costumi antichi signorilmente domestici subentrava un fasto
isolante; a quella franchezza alquanto selvaggia, che seconda
gl’istinti e abbandonasi all’immaginativa, alla coscienza, ed è
forse necessaria a tutelare la libertà, succedeva un orgoglio senza
fermezza, un’ambizione senza pubblica virtù; universale adulazione,
inerzia senza riposo, apparato e cerimoniale negli atti come nello
scrivere, nel fabbricare come nel dipingere, avventure senza gloria,
religione abbujata e intollerante, amministrazione ignara, pazienza
trascurante, studj senza progresso, miserie senza compianto sono lo
spettacolo d’allora. Rimossi dagli elevati interessi sociali e dalle
idee che ingrandivano nella restante Europa, i nostri non cooperarono
al prosperamento dell’universale civiltà, côlti da letargo in mezzo
ai segnalati movimenti. Più non s’acquistava nome che rinnegando
l’indole italiana per farsi di modi e di pensare stranieri. L’uomo
interno sparisce, o si nasconde sotto le esteriorità; a queste ogni
cosa si riferisce, più curando la devozione che la fede, più la
creanza che l’onestà, più i convenevoli sociali che non la moralità,
più lo scopo pratico e temporale della convivenza, che non l’ideale
ed eterno. Lo spirito in conseguenza si esinanisce; stillansi regole
e argomentazioni non sull’essere un’azione onesta o no, ma se o no
permessa; non sul diritto, ma sul titolo di esercitarlo; come l’acqua
ne’ giardini, così la vita e l’arte doveano serpeggiare per canali
artefatti; combattere, pregare, vestire, amare, sposarsi, predicare,
poetare, tutto doveva essere conforme alle regole; insomma in ogni cosa
il sentimento e l’idea subordinati agli artifizj della forma. Allora
concesso ad una classe di poter accumulare senza misura e senza frutto:
allora ai governatori un potere indisciplinato e, più che tirannico,
irragionevole e schifoso, perchè toglieva ogni limite all’esazione,
ogni sicurezza ai possessori: allora l’autorità, non limitandosi alla
giustizia civile e criminale, s’impacciava direttamente dell’arti e
del commercio, sicchè questa impastojava, e a se medesima diminuiva
il rispetto: allora sicurezza nella forza, pericolo nell’innocenza;
il vulgo arrozzito ed abituato a prostrarsi silenzioso e stupido
sotto l’estremità de’ suoi mali; i signori, involti entro una rete di
convenienze, più micidiali che non l’Inquisizione e la Polizia; estesi
gli oscuri vizj dell’ignavia e della debolezza; mali soltanto in parte
medicati da una pietà piuttosto diffusa che profonda, dal rispetto a se
stessi e alla famiglia, da qualche resto di consuetudini patriarcali,
che davano ancora ai casati e alla città un’importanza, la quale poi
andò smarrita nei dissocianti sistemi dell’universale accentramento.




CAPITOLO CLVI.

Belle arti.


Se, non ostante ciò, il nome d’Italia e il carattere si conservarono,
n’han merito le tradizioni, gli ordini municipali, la Chiesa, le arti,
la lingua e la letteratura; nei quali elementi dee cercarla chi voglia
studiar lei, non i suoi padroni. Ma come la patria non avea libertà
da difendere e acquistare, così l’arte non avea pensiero proprio da
esprimere, e cadeva a contraffare materialmente la natura o servilmente
i predecessori, sostituendo l’intelligenza all’ispirazione. La stessa
gloria de’ maestri del gran secolo tornava pregiudicevole ai nuovi,
giacchè ammirando la grazia di Raffaello, il colorire del Tiziano, lo
spiritoso movere del Tintoretto, lo sfarzo di Paolo, la prospettiva
del Correggio, pensavano meno ad imitare il vero secondo quelli che a
copiarli, alcuni con esatta imitazione, altri con un’imitazione erudita
che esprime intelligenza e scelta, sprovvista però del genio e della
grazia. Chiamati a proseguire e compiere i lavori di quei grandi,
ne riproduceano le figure con capricciosa speditezza, col caricarne
i difetti ed esagerarne le bellezze. Pertanto i Michelangioleschi
faceano Veneri che pareano Ercoli; i Rafaelleschi pervertivano
la grazia in ismorfia; Veneti e Lombardi voleano sempre scorti e
vivacità, convenissero o no al soggetto. Abbagliati dalle pericolose
meraviglie di Michelangelo, volevano _ingrandire_ lo stile, secco
e povero giudicando ogni altro: invece di studiare per quali mezzi
egli raggiungesse gli stupendi effetti e quel rilievo delle figure,
credettero tutto il suo merito consistesse nell’anatomia, e di questa
fecero sfoggio, neppur deducendola dal vero, ma raffazzonandola
secondo certe convenzioni, che chiamavano bello ideale. Ragionevolezza
nell’insieme, correzione nelle particolarità, finito nell’esecuzione
più non si cercava, lavorando di maniera, cioè alla spiccia applicando
formole identiche a qualsifosse soggetto e situazione, a scapito
dell’individualità: se aspirassero al nuovo, traboccavano nelle
bizzarrie. Lasciato il vero pel convenzionale, reputando trivialità
un gesto naturale, una piega semplice, tutto fu positure manierate,
panni svolazzanti anche in sale chiuse, gesti violenti anche negli
affetti pacati, coscie e braccia torose benchè a storia e a dignità
repugnassero. E chi più presto, meglio; tirando via a schizzi senza
modelli, nè bozzetti o cartone, alcuni si vantarono di coprire dieci
braccia di muro in un giorno: volle superarli il Cambiaso col dipingere
a due mani.

La scultura, che fra gli antichi avea dato norma alla pittura, nei
moderni la ricevette, traviò con questa, massime da che le si pose
a coadjutrice per le decorazioni, mirando all’effetto per via di
spicciative convenzioni, cercando il pittoresco nel panneggiamento,
nelle movenze, negli accessorj, con atteggiamenti forzati, contorsioni,
musculatura, enormi drappi; la difficoltà credendo merito primo, sommo
dell’arte la meccanica, più ammirabile il trapano che lo scalpello.
Quando mai il marmo fu condotto meglio che dall’Algardi, dal Bernini,
dal Le Gros? ma alla finitezza si sagrificò il bello severo e
corretto; e invece dell’affetto che spira dagl’ineruditi tentativi dei
trecentisti, s’ebbero esagerazioni in cui l’uomo più non ravvisa se
stesso.

«Le circostanze che mettono a prova l’ingegno ed il merito degli
artisti, erano grandemente diminuite in tutta l’Italia», dice lo
storico accademico della scultura: eppure in realtà mai non si fabbricò
e lavorò tanto; o per fasto de’ signori, o per pomposa devozione de’
Gesuiti, o pel proposito di cogliere questa gloria quando ogni altra
era interdetta; nè v’ha città, ove non fastidiscano chiese, palazzi,
cortili, fontane con forme barocche e concetti sottoposti sempre alla
decorazione. Roma proseguì le opere del secolo precedente, restaurò le
antiche, ne intraprese di nuove; Sant’Agnese, San Carlo, Sant’Andrea,
Santa Maria in Compitelli, la Vittoria, le cappelle di Santa Maria
Maggiore, il palazzo di Laterano, San Giovanni de’ Fiorentini, ponte
Sant’Angelo, la fontana di piazza Navona, le ville Borghesi, Ludovisi,
Pamfili, i palazzi del Quirinale e di Monte Citorio ed altri assai,
furono eretti ed ornati in quel tempo. Come il gotico era cresciuto
nelle fabbriche de’ Francescani, così il barocco sfoggiò a servigio de’
Gesuiti, e stupendo monumento ne sono colà il Sant’Ignazio e il Gesù.
Tale ricchezza trascende nelle chiese di Sicilia, ajutata dalle tante
pietre fine dell’isola (Cap. CLXII).

Indicammo i grandiosi lavori che Domenico Fontana (1543-1607) da
Melide presso Lugano terminò a Roma ne’ soli cinque anni di papa
Sisto[173]; morto il quale, Clemente VIII, insusurrato da’ malevoli, lo
cassò da architetto pontifizio, e volle conto delle somme impiegate;
ma il vicerè conte Miranda chiamollo a Napoli, ove raddrizzò vie,
palazzi, la piazza del Castelnuovo; fece nell’arcivescovado le tombe
di Carlo I, Carlo Martello e Clemenza, il palazzo reale, molti altari,
principalmente quello della cattedrale d’Amalfi, e il bellissimo
_sottocorpo_ di San Matteo a Salerno; non di rado sagrificando alla
novità la correzione. Suo fratello Giovanni fece ripari al Po, servì
di acqua molte ville e città, ne condusse da Bracciano al Fontanone di
Roma, e di là, traverso a ponte Sisto, all’altra cascata rimpetto a via
Giulia.

Di Gian Lorenzo Bernini napoletano (1598-1680) furono applauditissimi
i primi busti, per facilità e gusto stupendo, e l’Apollo e Dafni,
sfoggio di difficoltà esente da convenzionale[174]. La sua santa
Bibiana, colla santa Cecilia del Maderno, la Susanna del Fiammingo,
e il san Bruno di Houtton sono le migliori sculture di quel secolo.
Imbaldanzito, credette poter aprirsi una via che non fosse nè l’antica
nè la Michelangiolesca; ma sebbene intendesse la bellezza classica fin
ad accorgersi che Pasquino apparteneva ai migliori tempi dell’arte; e
sebbene insuperabile nel maneggiare lo scalpello, declinò sempre più
al manierato, non nobilitò l’espressione, atteggiò smorfiosamente,
mirò più al pittoresco e al lezioso: e il suo movimento non essendo
d’ispirazione, sibbene riflesso, faceva epigrammi in marmo; scolpiva
al modo onde si dipinge, in onta delle leggi dello stile plastico;
alle teste imprimeva il carattere dei dipinti contemporanei, e quando
vecchissimo rivide i suoi imparaticci, esclamò: — Ben poco progredii
nell’arte, se giovinetto trattavo i marmi a questo modo». La sua
santa Teresa nella chiesa eretta a Roma dal Maderno per la vittoria
di Lépanto, esprime un deliquio isterico, reso più indecente dall’età
adulta dell’angelo. Nel mausoleo di Urbano VIII, tutto a gravissimi
drappi, a una polposa Giustizia sgarbatamente preme il turgido
seno un lattante; la Morte scrive frattanto sul suo libro il nome
del pontefice. In quello d’Alessandro VII ricorre la Carità colla
poppa compressa, e il globo terracqueo schiacciato da una Verità,
indecentemente ignuda; un enorme tappeto casca sopra la sottostante
porta, cui la Morte solleva spargendo la clessidra ad annunziare
che l’età è compita. Con tali concetti senza nè studio nè purezza
nè convenienza, destava meraviglia, e diventava in lui bisogno il
destarla; Urbano VIII, prima d’esser papa, gli teneva lo specchio
mentre effigiava se stesso nel David; e alla sua esaltazione gli disse:
— Voi vi felicitate di veder papa Matteo Barberini; ma più fortunato si
crede egli, che il Bernini viva sotto il suo regno».

In architettura con ricca e docile immaginativa e ripieghi inesauribili
meritò luogo fra i sommi, sebbene più della vera grandezza affettasse
la pompa. Avendo un bel corpo d’acqua in piazza di Spagna, ma senza
poterle dar getto, finse la _barcaccia_, che affondandosi preme
sull’acqua, e la fa uscire dagli spilli laterali. Al contrario in
piazza Barberini avendone un solo filo ma di getto altissimo, finse
un tritone che il soffia dalla conchiglia, più bello perchè senza
pretensione d’eleganza. Nella fontana di piazza Navona, benchè
senza unità di concetto, è grandioso quell’obelisco, circondato da
statue di fiumi; Innocenzo X stette due ore ad ammirarla ancora in
lavoro, indi partiva esortando a presto finire e condurvi le acque;
quand’ecco d’ogni parte zampillarne abbondantissime, onde il papa
esclamò: — Questa sorpresa mi prolunga dieci anni di vita». L’esterno
del Noviziato de’ Gesuiti a monte Cavallo è il colmo dello stile
pittoresco, su piccolissimo spazio, e con cupola ovale di ricchezza
estrema.

Anche questo secolo faticò attorno al San Pietro in Vaticano, che,
cambiati pontefici, artisti, gusto, mancò di quell’unità che forma il
vanto delle opere come della vita, e fu non più l’espressione di Dio
e dell’universo da lui riempiuto, ma della grandezza dei pontefici.
Il Barozzi da Vignola, succeduto a Michelangelo, rispettò i disegni
di questo, benchè capace di migliorarli; Giacomo Della Porta finì di
coprirlo; la tazza della cupola fu da Sisto fatta chiudere in due anni,
e sotto Clemente VIII dal Fontana fu collocata la lanterna.

Restava la navata: e Paolo V non volendo si profanasse un pezzo di
terreno consacrato dalla tradizione, o parendogli non bastare la chiesa
alle maggiori solennità, o perchè nessun tempio cristiano pareggiasse
in grandezza quel che era primo in dignità, preferì il disegno di
Carlo Maderno (1556-1629) stuccatore di Bissone, che, abbandonando
il proposito di Michelangelo di far campeggiare la cupola, aggiunse
tre arcate, mutandola così a croce da greca in latina, onde, perduta
l’armonia delle parti, sembrò più piccolo del vero quell’immenso
monumento; alla fronte allargata mancò la severa bellezza del restante
edifizio, tacendo anche la scorrezione delle forme e dei particolari:
benchè meglio s’acconciasse ai riti, massime colla loggia da cui il
papa benedice _urbi et orbi_.

Più d’ogni altro in San Pietro lavorò il Bernini: pose le statue
ai piedritti della cupola, ed eseguì l’altar maggiore alto metri
ventinove, cioè quanto il palazzo Farnese, con colonne di undici
metri torse, quali già vedeansi nell’altare antico, e una farragine
di frangie, festoni, volute. Lo compie la cattedra di san Pietro, mole
resa ancor più pesante da farraginosi cartocci, eppure sostenuta con un
dito dai quattro giganteschi dottori, atteggiati teatralmente: pensiero
epigrammatico[175].

Il colonnato della piazza è l’edifizio più magnifico che al mondo
s’ergesse per sola bellezza: e il Bernini seppe porlo in armonia
coll’immensa mole e col frontispizio bizzarro, disponendo in
quadruplice semicircolo ventiquattro pilastri quadrati e cenquaranta
colonne per parte, alte tredici metri, sormontate d’un balaustro con
censessantadue statue; tutto sì preciso, che chi pongasi ad un fuoco
dell’ellissi non vede che una fila sola. Dovendo far la scala, che
dal vestibolo mena alla sala regia, senza toccar le pareti, il Bernini
trasse dalla difficoltà un motivo bellissimo d’effetto prospettico: nel
che lodan pure il Costantino a cavallo in basso rilievo.

Colto, di bei modi, e toccando a lui dare le commissioni, il Bernini
diffondeva il mal gusto[176]. Non essendosi mai trovato un disegno
dicevole per finire il palazzo del Louvre, Luigi XIV mandò invitare
il Bernini, come l’architetto più famoso. Di sessantotto anni egli si
mosse, da feste e trionfi accompagnato; Ferdinando Medici gli preparò
un’entrata solenne in Firenze, alloggio in palazzo, la propria lettiga
sino ai confini d’Italia; non men cortese gli fu il duca di Savoja;
in Francia le autorità rendevangli onori uffiziali, e uffiziosi i
ministri e cortigiani perchè volealo il re. Bernini usava coi principi
il genere di adulazione che maggiormente lusinga, quel che s’ammanta di
franchezza. Ricevè la regina Maria Cristina in casacca da scarpellino,
ed essa toccandola gli diceva, — È più onorevole che la porpora».
Avendo essa lodato una sua statua della Verità, egli esclamò: — Siete
la prima testa coronata, cui la verità piaccia»; e Cristina: — Ma non
tutte le verità sono di marmo». Ritraendo Luigi XIV, proruppe: — Oh
miracolo, miracolo! un re sì attivo e francese è stato fermo un’ora!»
Un’altra volta andò ad alzargli i capelli sulla fronte, dicendo: —
Vostra maestà può mostrar la fronte a tutto il mondo», e subito i
cortigiani acconciarono il ciuffo _alla bernina_. Chiesto dalle dame
se fosser più belle le italiane o le francesi, — Belle tutte (egli
riprese); ma le italiane sotto la pelle han sangue, le francesi latte».

Il suo disegno pel Louvre, malgrado molti difetti, fu aggradito; si
collocò la prima pietra con una gran medaglia d’oro che ne porta la
facciata: ma egli non volle passar l’inverno colà, e subito partito,
ogni cosa fu mutata o pel troppo spendio, o per emulazione nazionale;
certo non fu squisitezza di gusto il preferire il disegno di Claudio
Perrault, traduttore di Vitruvio, il quale chiama il Bernini mediocre
architetto, ma assai buono scultore[177], mentre noi lo crediamo
insigne architetto, pittore e scultore infelice. Riccamente donato,
egli tornò a Roma, per la quale sentivasi nato, e seguitò ad abbellirla
fino agli ottantadue anni, dandosi unico riposo il cambiar lavoro.

Francesco Borromini da Bissone (1559-1667), lavorando da marmorajo in
San Pietro, conobbe il Bernini, e postosi ad emularlo, il punzecchiava.
L’avesse fatto per ritornar lui e tener sè nella via buona! ma quando
mai i censori mordono i difetti veri, e si propongono l’emenda del
censurato? Già farneticavasi per gusto di novità, e si confondeva il
campo delle arti diverse; or egli toccò gli estremi, rinnegando ogni
principio d’ordine, ogni sistema tradizionale, per unicamente regolarsi
al capriccio, e far l’opposto di quel che una volta parea buon gusto.
Bando alle rette; sol linee ondeggianti e tortuose in ogni senso, e
cartocci e risalti d’angoli. Egli credeasi genio creatore sol perchè
combinava o trasponeva a stravaganza, d’un accessorio ornamentale
formava un sostegno, dava apparenza leggera a ciò che dovea piantar
sodo, sostituiva il falso alla realtà; l’architettura riducendo a
tarsia, ad arte d’orefice, a decorazione, che pur considerava come il
principale caricando di cincigli le costruzioni. Un campanile fece a
chiocciola, uno con due lati convessi e due concavi; la voluta jonica
ripiegò in senso inverso; San Carlo alle quattro fontane piantò s’una
figura indefinibile; bistorse San Giovanni Laterano. A questo Seneca
e Marini dell’architettura, decorazioni e pensioni fioccarono; ma
vedendosi disapprovato dai buoni artisti e dal Bernini, cadde in umor
sì nero che si passò con una spada.

Gli sopravvisse il gusto del difficile senza bellezza, dell’esagerato
senza forza, del bizzarro senza novità; poichè supremo carattere
della corruzione è il trovare insufficienti i mezzi semplici, con
cui s’erano sublimati i maestri. Il barocco, naturalismo difforme e
manierismo di pensiero, seguitava a confondere il campo della pittura
e della scultura a scapito dell’una e dell’altra, riuscenti monotone
per istudio di varietà. Non parvero gli antichi ordini bastare alle
nuove fantasie; le colonne s’attorcigliarono, s’avvolsero di viticci
di bronzo; in un luogo sembrano spezzate in due, in un altro cascano
ma un angelo le sostiene; vi si impostano architravi accartocciati,
frontoni rotti e convulsi. Alle chiese nostre ampie ed elevate,
volendosi adattare le classiche fronti degli antichi tempj stretti
e bassi, convenne porre un ordine sull’altro. Eppure i barocchi han
cortili, scale, saloni felici; solida costruzione, talvolta grandiosi
insieme, più che nell’armonia di questo delirando nelle particolarità
ammanierate, serpentine, repugnanti ai ragionevoli contrasti[178].

Volendosi cacciare statue dappertutto, avvilupparle in nuvole,
assiderle sui cornicioni, ergerle sui balaustri, come le censessantadue
del colonnato di San Pietro, rannicchiarle ne’ pendenti degli archi
come alle Procuratìe di Venezia, non poteasi accurarne l’espressione,
e bisognava adagiarsi a facili trovati. Oltre i giganti s’introdussero
nani e caricature; angioletti senza affetto sono disposti sui balaustri
e sugli altari; o a sostenere un piano su cui sta la Madonna, come nel
Rosario de’ Frari; o a portare smorfiosamente simboli, medaglioni,
panneggiamenti: si moltiplicano figure simboliche, come sull’altare
di sant’Ignazio a Roma l’Eresia calpestata dalla Religione, l’Empietà
dalla Fede; e nel coro di Santa Maddalena de’ Pazzi a Firenze, tutto
splendidezze e allegorie: molta parte vi hanno gli scheletri, come
in S. Paolino a Firenze dove si svolgono dai drappi funerarj: molta
le figure femminee del male. Anzichè il riposo proprio delle statue,
cercavasi l’atto istantaneo de’ dipinti; se i Michelangioleschi
sdrajavano le statue sui frontoni, or si doveano anche drammatizzare,
significando affetto, dolore, meraviglia, estasi e spasimi de’ martiri,
invece dell’espressione della speranza. Lo scarpello non potendo
raggiungere gli effetti del colorito, supplivasi con compensi triviali:
ora il santo parla con un angelo, ora uno cerimoniosamente gli regge
un libro o la palma o la mitra e il pastorale, o gli stromenti di
passione, non soltanto accennati, ma alla grandezza naturale di
ruote, graticole, spade, che non capendo nelle nicchie, ne sportano.
Riproduconsi altri motivi triviali, la predica, il sonno che deve
credersi estasi, e l’estasi congiunta talora al martirio, come a Genova
nel san Sebastiano del Puget, e nel san Bartolomeo del David, che ha il
petto mezzo squojato, e un angelo sostiene la pelle staccata. Altrove
si fanno statue vestite a colori, come il Maragliano a Genova, e come
i presepj, allora di moda. Quest’orgoglio d’arte drammatica pompeggiava
nei gruppi, che abbondano ne’ giardini e più ne’ sepolcri.

Alla ben distribuita cappella di Sisto V in Santa Maria Maggiore
lavorarono artisti di merito diversissimo e alcuni buoni: nella
Paolina, esuberante come tutte le commissioni in cui quel pontefice
profuse tesori, Ambrogio Buonvicino milanese volle far inarcare le
ciglia con iscorci e sporti e arditezze di meccanica.

Eppure a rimettersi sul buono non avrebbero dovuto che risparmiarsi
la ricerca della difficoltà, ed essendosi scoperto in Trastevere il
corpo di santa Cecilia, Stefano Maderno, comandato di copiarlo tal
quale, ne trasse quell’opera di sì casta delicatezza, che la semplicità
rese originale; e dimostra quanto si possa toccar i cuori mediante i
contorni soltanto, senza tampoco l’ajuto della fisonomia.

Tra la folla discerniamo Alessandro Algardi bolognese (1583-1654),
non servile al Bernini, di cui in Vaticano ammirano l’Attila di
cinque massi uniti, alto trentadue e largo diciotto palmi; pittura
anzichè scultura, con ogni varietà di rilievo, ravvicinando il
vero coll’imitato. Di Camillo Rusconi milanese lodansi i depositi
di Gregorio XIII e di Alessandro VIII, ma più i due angeli della
cappella di Sant’Ignazio al Gesù. Il Fiammingo (Francesco di Quesnoy)
(1594-1646) pochi pari ebbe nel ritrarre la grazia infantile e la
pastosità delle carni; e nulla è più vago che quelli ne’ Santi Apostoli
di Napoli. La sua Susanna nella Madonna di Loreto al fôro Trajano ha
pieghe sobrie e dolce espressione; ma nel sant’Andrea pel Vaticano non
isguagliò dalle altre opere di quel tempio, che alcuno paragonò alla
reggia d’Eolo pei tanti svolazzi in ogni senso. E a chi ci dice sieno
necessarj a quell’ampio vaso, dove la correzione riesce meschinità, noi
mostriamo il mausoleo di papa Rezzonico.

Anche la pittura, in mano di artisti facili e materiali, quali il
Nebbia, il Ricci, il Circignani e siffatti, in Roma perdeva l’intimo
vigore, crescendo l’esterno finimento. Federico Baroccio d’Urbino,
manierato ma di buon sentimento nelle rappresentazioni dilicate e nelle
mosse affettuose, con molle e calda fusione di colorito somigliante ad
Andrea del Sarto, uscì dalle gofferie de’ michelangeleschi. Sì egli,
sì l’imitator suo Francesco Vanni si fermarono a soggetti sacri, e col
Cigoli, il Pastignani, il Castello ebbero incarico d’un quadro ciascuno
pel Vaticano, con ricche rimunerazioni. La Giuditta dell’Allori è delle
più insigni ed espressive opere di quel secolo. Bartolomeo Schedoni da
Modena sapea meglio che imitare; ma ridotto a miseria dal giuoco morì
giovane.

Luigi Caracci bolognese (1554-1619), confrontando i degeneri imitatori
coi sommi maestri, credette arte suprema il fondere quanto i varj
han di meglio, e cominciò quella scuola eclettica, dove l’artista
non superava mai il suo modello, mentre non potea ben imitarne le
qualità, derivanti da condizioni di tempo e d’animo. Innamorò dell’arte
Agostino ed Annibale suoi cugini, i quali, con un’accuratezza che ai
vecchi pareva stento, trionfarono; apersero in casa scuola di nudo,
prospettiva, anatomia, con gessi e stampe; Guido, Albani, Domenichino,
staccandosi dal Calvart, che fin allora avea tenuto lo scettro in
Bologna, passarono nella scuola ove i tre Caracci insegnavano concordi
e senza interesse; proponeano storie e premj, non obbligando a questa
più che a quella maniera. Essi medesimi variavano stile, facendo
una fusione talvolta non isgraziata, ma diretta all’effetto, non
all’espressione, supplendo al genio colle rimembranze. Luigi in un
quadro solo accostava cinque o sei teste di maestri diversi. Agostino,
che scrisse anche le proprie lezioni[179], e incise al modo di Cornelio
Cort con miglior giro di tagli e capelli, inferiore a Raimondo per
bellezza di contorni, superiore per stile d’intaglio, prevale come
inventore, benchè mai indipendente: la sua Comunione di san Girolamo
rimane un capolavoro, come l’_Ecce homo_ di Luigi e il san Rocco di
Annibale. Quest’ultimo nel palazzo Farnese risuscitò il paesaggio,
il colorire dal vero, il disegno franco insieme e studiato, e il
conveniente atteggiare; rileva del Tiziano, e ben coglie le forme
plastiche del terreno e degli alberi, con una soave tranquillità, un
colorire schietto, disponendo in grandi linee e semplici masse. Ma
il miglior paesista di quella scuola, non eccettuato l’Albani, parmi
Gianfrancesco Grimaldi detto il Bolognese.

Domenico Zampieri da Bologna (1581-1641), indeciso fra i modelli,
scarso di fantasia, pur non sapeva sostenersi colla sola forma senza il
pensiero; e avendo il sentimento del bello ingenuo, mesceasi al popolo
per apprendere «a delineare gli animi, a colorire la vita»; le passioni
che voleva esprimere eccitava in sè ridendo, piangendo, infuriandosi.
Querelandolo i Teatini che da tempo non continuasse la cupola di
Sant’Andrea alla Valle, rispose: — Eh! la sto dipingendo continuamente
dentro di me», perocchè volea prima aver in sè perfetta l’idea del
dipinto; postavi poi mano, tanto persisteva da neppur prendere cibo.
Ben adattava le fisionomie ai caratteri, badava a rialzare le anime,
coronava le composizioni con bellissime glorie: piacevasi di metter
a contrasto i patimenti terreni colle gioje celesti, siccome nella
Madonna del Rosario. Giambattista Agucchi dilettante il protesse
contro i crescenti emuli, e l’introdusse al cardinale Aldobrandini,
che gli fece dipingere il Belvedere. Pel cardinale Farnese eseguì
a Grottaferrata i miracoli di san Nilo, stupendi di verità. Nella
Comunione di san Girolamo superò il Caracci in varietà di gruppi
e finezza d’espressione, e riuscì uno dei tre migliori quadri di
Roma[180]: ma voglia paragonarsi alla Trasfigurazione di Rafaello
che gli sta di faccia, per vedere quanta distanza corra fra il genio
dello studio e la riflessione del genio. Nell’ammirata sant’Agnese
affrontò il terribile, del quale poi si compiacquero Guido nella Strage
degl’innocenti, Guercino nel Martirio di san Pietro, ed altri di quella
scuola.

Mentre il Poussin ne diffondeva l’ammirazione in Francia, il
Domenichino restava mal conosciuto in Italia; i Caracci, alla cui
scienza faceva contrapposto l’ingenuità di lui, gli attraversavano
le commissioni, e lo posero in tal diffidenza di se stesso, che più
volte fu per gettare il pennello, più volte non s’affidò che sull’orme
altrui. Soli cinquanta scudi gli si pagò il san Girolamo[181];
quando poi fu chiesto a dipingere la cupola di San Gennaro a Napoli,
assicurandogli cinquanta scudi ogni figura intera, venticinque le
mezze, dodici e mezzo le teste, trovò congiurati contro di sè gli
artisti di colà, e massime Lanfranco e Ribera, che di veleno il
finirono.

Anche il suo amico e concittadino Francesco Albani (1578-1660) gustò il
disegnare scelto e sodo; ai soggetti adattava vaghe scene campestri,
corrispondenti ai drammi pastorali d’allora per sentimentalità
convenzionale: e in generale i suoi accessorj valgono meglio che
la parte storica e il colorito; i modelli sceglieva felicemente e
nobilitava; ben intendeva l’allegoria: scrisse anche intorno all’arte
sua. Invidioso de’ contemporanei, vide declinare la sua fama, e morì
dimenticato.

Eccellente fra gli eclettici, Guido Reni bolognese (1575-1642) al
limpido colorito e al disegno sovrappose eleganza e nobiltà e fantasia
vivace. Ostinato allo studio, fin da mediocrissimi accetta pareri;
la bellezza e varietà dei volti studia nella natura non men che
nell’antico, nelle stampe del Dürer non men che in Rafaello e Paolo;
vagheggia il soave, non isdegna le biacche come i Caracceschi, e
non manca di concepimenti originali. Dicono che Albani, nol potendo
deprimere, s’applicasse a corromperlo col giuoco, sicchè buttatosi
a frettolosa trascuranza, cadde nell’ideale e nel manierato, finchè
povero e screditato morì.

Giacomo Cavedone di Sassuolo, esatto nel disegno, tranquillo nelle
pose e nell’espressione, vigoroso nel tingere, accorato dalla perdita
d’un figlio, morì miserabile. Le ottime disposizioni di Francesco
Solimene furono guaste dai maestri, e chiese e Corti per tutta Europa
empì d’opere facili, e con forme ignobili, colori esagerati, tocco
manierato.

Sempre studiar gli antichi! sempre copiare! La natura sia l’unica
maestra; unica arte il copiarla tal qual è. Così parve a Michelangelo
Merighi (1569-1609), che da Caravaggio venuto a Roma come muratore, si
gittò a pitturare, e indispettito de’ precetti arbitrari e dell’arte
goffamente accurata, conculcò anche le buone tradizioni. Pretendeva che
il quadro fosse copia fedele della natura: ma tumultuando di passioni
che reluttavano a ogni freno, sceglie nature vulgari, situazioni
tragiche, avventure notturne, ruine, cenci, cadaveri: maledicendo agli
azzurri e ai cinabri de’ manieristi, tinge in nero il suo studio, la
luce introducendovi solo da un elevato spiraglio, sicchè i modelli
acquistavano ombre vigorose e taglienti; e così al rilievo del
modello, usanza dei Michelangioleschi, egli surrogò i contrasti del
chiaroscuro, eccesso ad eccesso, da cui neppure si temperava nei quadri
da chiesa. Rozzo della persona, dei modi, del vestire, vagabondo,
spesso mancante del pane, invido, accattabrighe; per omicidio
dovette da Roma ricoverarsi a Napoli, di là a Malta; ove insultato un
cavaliere, è messo prigione; salvasi in Sicilia, ma sicarj disposti il
feriscono, sicchè rifugge verso Roma. Sbarcato, è preso in iscambio
e messo in carcere; poi sciolto, trova già partita la feluca su cui
era giunto: onde stizzito va e va lungo al mare fino a Portercole; ma
il sol cocente gli dà una febbre, di cui muore a quarant’anni. Quella
selvaggia violenza in contrasto colla freddezza eclettica, gli effetti
del suo tocco vigoroso, il lumeggiare che dava stacco e quasi vita alle
figure, fecero perdonare le scorrezioni, la durezza, la vulgarità; e
venne considerato capo d’una scuola naturalista, in opposizione ai
Caracceschi. Ma alla natura non conviene accostarsi con orgoglioso
disprezzo dell’esperienza, nè interrogarla senza scelta, senz’occhio
esercitato, senza la verga magica per cui nell’imitazione si conserva
la vita.

Lionello Spada bolognese, fattorino de’ Caracci, s’innamorò della
pittura, ma Guido e gli altri lo celiavano, e diceano andasse a
scopare; onde fuggì a Roma, ammirò il Caravaggio da cui contrasse lo
spirito litigioso, il dipinger risoluto e dietro natura, e il colorito
esagerato; decorò il teatro di Parma più bene che fin allora non si
fosse veduto, e meglio lavorò nella Madonna di Reggio col moderato e
melanconico Tiarini.

Gianfrancesco Barbieri, detto il Guercino da Cento (1590?-1666), prese
indirizzo da un quadro di Luigi Caracci, del quale varieggiò il fosco
colorito studiando a Roma sopra i migliori, e dal Caravaggio contrasse
il gusto pei gagliardi contrasti di luce ed ombra, e pel caratterizzare
vigorosamente la realtà. L’artifizio del rilievo lo fece denominare
il mago della pittura; accurò il disegno; e il difetto d’eleganza e
nobiltà palliò colla facilità del fecondissimo pennello; alfine cadde
in un sentimentalismo svigorito. Uomo pacifico e buon cristiano,
perdonava le offese, nel che pure distinguevasi dagli altri artisti.

Perocchè Tiziano lavorava col coltello allato; Giorgione portava
la corazza quando dipingesse in pubblico; al Baroccio fu guasta la
vita col veleno a Roma, procurandogli cinquantadue anni di continui
dolori; il Domenichino fu più volte insidiato, e alfine morto; anche
Guido da Napoli dovette fuggire per le minaccie di quegli artisti, che
non miglior sorte prepararono al cavaliere d’Arpino; Gessi allievo
di Guido osa andarvi a dipingere la cupola di San Gennaro con due
allievi, e questi gli sono rapiti sopra una galea, senza che più se ne
sappia; il Tempesta fa ammazzare la moglie, onde subisce cinque anni
di prigione; Giorgio Gozzale bresciano nel 1605 fu ucciso dal proprio
figlio, pittore anch’esso; Agostino Tassi remando sulle galere imparò
a dipingere marine, Simone Contarini pesarese, di merito discreto
nel colorire e nel disegnare, credevasi sommo e criticava senza
riguardo l’Albani e Guido non solo, ma e Giulio Romano e Rafaello,
sicchè detestato dovè passar continuo di paese in paese, e si dubitò
fosse avvelenato, come fu certo dalla fante la pittrice Elisabetta
Sirani. Mattia Preti di Taverna (1613-78), detto il Calabrese, lavorò
a Napoli e a Malta con gran prestezza e di primo getto, senza cura
d’abbellire il naturale, imitando il Guercino e preferendo soggetti
tragici. Entrato cavaliere di Malta, ferisce uno spadaccino protetto
dall’imperatore; onde costretto rifuggirsi sulle galee dell’Ordine,
quivi ferisce a morte un cavaliere che avevalo motteggiato sulla sua
poca nobiltà. Fugge, e dopo gran tempo rimesso in Roma, ove aspirava
terminare le pitture lasciate imperfette dal Domenichino, sfida un
critico e feritolo gravemente, ricovera a Napoli: e perchè, essendovi
la peste, una sentinella gl’impedisce l’entrata, esso la uccide,
disarma un’altra; il vicerè lo salva dal carcere, a patto che sulle
otto porte della città ne dipinga i patroni. Vecchio, divenne mite, e
non lavorava più che pei poveri.

Salvator Rosa d’Arenella (1615-73) da suo padre era distolto dall’arte,
che «l’avrebbe condotto all’ospedale»: e in fatti, orfano a diciassette
anni con numerosa famiglia e mal avviata, provò tutte le miserie,
e dell’alterato sentimento diè prova in quadri aspri e selvaggi,
ove non mai calma o sereno, ma scogli, tronchi fulminati, querce
nude, aquiloni, torrenti, rovine e streghe, Democrito fra le rovine,
Prometeo alla rupe, lo Spettro di Samuele, la congiura di Catilina.
Sempre immaginoso, talora in un sol giorno ebbe cominciato e finito
un soggetto. Venuto a Roma, il correre attorno ad ammirare i prodigi
dell’arte lo ridusse all’orlo del sepolcro; ma come farsi strada tra
la folla de’ pittori, che vantavansi originali mentre imitavano o il
Caravaggio o i Caracci, lavorando a fretta e furia? Una mascherata in
cui, vestito da Orvietano, vendette faceti rimedj alle morali calamità,
gli acquista nome, e, più ancora l’ardimento con cui sul teatro
deride le farse che in Vaticano facea recitare il Bernini: allora si
trovano valorosi anche i suoi quadri, ed esso li moltiplica, guadagna
discepoli e denari che profonde. Del nuovo stato viene a far pompa in
patria, dove ha a lottare con Giuseppe Ribera, Correnzio Belisario,
Giambattista Caracciolo, terribile triumvirato, nemici fra loro ma
accordatisi nel proscrivere chiunque desse ombra alla loro mediocrità.

Questo Belisario, natìo greco, da Napoli cacciava a coltellate chi
fossevi chiesto di fuori a qualche opera, e ottenne di dipingere
la cappella di san Gennaro. Caracciolo seguiva i Bolognesi. Ribera
(1586-1656), detto lo Spagnoletto perchè nacque da un soldato spagnuolo
a Gallipoli, pretto naturalista, cercava i luccicamenti fino allo
sgarbo, ed ebbe non poca efficacia sulla scuola napoletana. Appreso il
fasto dal duca d’Ossuna, grandeggiava alla spagnuola; carrozza, livree;
sua moglie aveva un bracciere che l’accompagnasse uscendo; un alfiere
veterano facea da gentiluomo porgendogli i pennelli, e dopo tre ore
alla mattina, due al dopo pranzo l’avvertiva, — Signor cavaliere, si è
lavorato abbastanza; resti servito di passeggiare alquanto». La sera
ricevea in bellissimo alloggio; ma a quest’orgoglio accompagnava una
naturale giovialità, amando scherzare, sebbene facilmente s’offendesse.
Bella figliolanza e bellissima la maggiore Maria Rosa; ma nel subuglio
di Masaniello, don Giovanni d’Austria se ne invaghì, e trassela
in palazzo poi a Palermo; onde l’artista, trafitto negli affetti e
nell’orgoglio, si disperò, e fuggito con un solo servo, più non se ne
seppe; la fanciulla morì poco poi di crepacuore.

Anche Salvator Rosa credette all’eroismo di Masaniello, onde dovette
spatriare. Orgoglioso, non cerca denaro ma fama, «fra modesti desìi
dipingendo per gloria e poetando per giuoco»: sparla arditamente degli
altri artisti, che perciò gli suscitano guaj. Sapea poco di lettere,
ma l’amicizia di Antonio Abati, povero e lepido poeta, l’invogliò a
comporre satire biliose, declamatorie, neglette e originali come il
tocco del suo pennello. Non confondiamo le stranezze coll’originalità,
nè col genio che finisce lo schizzare dell’improvvisatore. Ben
rammenteremo come egli rinfacci i soggetti osceni, le nudità
invereconde, i modelli profani adoprati fin a dipingere santi[182]. Il
quadro della Fortuna che prodiga i favori, e la satira della Babilonia
l’obbligarono a ritirarsi da Roma a Firenze. Quando tornò a Roma, la
società degli _Amici delle arti_ collocò i suoi quadri fra gli antichi,
onde negli ultimi anni assaporò la gloria e la ricchezza.

Le grandi volte di chiese e di sale, genere ignoto agli antichi,
offriano campo all’originalità. Giovanni Lanfranco di Parma, spontaneo
e robusto, non dotto e riflessivo nè elevato, ai santi e alle madonne
nulla infonde di celeste fuorchè l’aureola; ma trascurando certe
estreme diligenze, acquista aria larga, fa vivi contrasti; improvvisa
farraginosi dipinti, e diviene modello del dipingere in lontananza.
Cotesti _macchinisti_ schizzavano con fuoco giganteschi dipinti che il
vulgo ammira: ciascuno formava una scuola; ma n’uscivano settarj non
pittori, che buttavano giù più facilmente, quanto meno cose aveano ad
esprimere.

Poco disegno, poco colore, poco condotta ebbe Pietro Berrettini
da Cortona, ma molta abilità meccanica, sperienza del sotto insù,
artifizio nella gradazione delle tinte; e si possono dire belle la
Conversione di san Paolo e le volte del palazzo Barberini a Roma e
dei Pitti a Firenze. Più che al concetto badando alla disposizione e
ai contrasti di gruppi con gruppi, di parti con parti, dalla facilità
degenerò in negligenza, dal gustoso nell’affettato, insegnò ad
introdurre figure oziose, ed atteggiarle smorfiosamente.

Luca Giordano da Napoli fu soprannominato Fapresto per la celerità
con cui finì la galleria Riccardi a Firenze, l’Escuriale e infiniti
altri lavori: contraffece la maniera dei varj maestri, e le grandi
facoltà riducendo a sciagurata abilità di mano, nocque all’arte come i
giornalisti alla letteratura.

Come un giornalista, fu debole pittore ma largo di precetti il
cavaliere d’Arpino, che scandolezzato degli ardimenti, proclamò
l’_idealismo_, e coll’affettata ricerca del bello convenzionale, alle
scuole degli eclettici e dei naturalisti unì quella dei manieristi;
vulgari tutte, come qualunque non vede se non cogli occhi del corpo;
eppure onorate d’artisti degni di stare coi sommi.

Carlo Maratta anconitano parve emulare Rafaello per alcune composizioni
devote, che gli acquistarono il titolo di Carlo delle Madonne; mentre
ha posto fra i gran corruttori, insieme col fratello e colla figlia
Faustina poetessa. Luigi Cardi da Cigoli, voltosi al Correggio, un
dotto disegno accoppiò a colorito più vivo, benchè gli manchi il
contrapposto di tinte e il grazioso scortar del maestro. Poeta,
sonatore, accademico della Crusca, anatomico, pittore, scultore,
stampò un trattato di prospettiva pratica; dispose in Firenze le
decorazioni pel matrimonio di Maria de’ Medici con Enrico IV, e
disegnò il piedestallo per la statua di questo a Parigi; in Firenze
il cortile degli Strozzi, e principalmente il palazzo Rinuccini, e in
Roma il sovraccarico palazzo Madama. Molti Fiorentini il seguirono,
massime Cristoforo Allori, che poco fece ma insignemente. Carlin
Dolce s’ingegna esprimere gli affetti pietosi, accordandovi anche il
colorito, niente sfarzoso, ma non abbastanza armonico; altrettanto
finisce un Cristo quanto un ubriaco e dalla delicatezza degenera in
sentimentalità.

Il Sassoferrato (Giambattista Salvi), di scarso vigore ma amabile
concetto, disegna correttamente, armonizza il colore, benchè penda
al roseo; graziosissimo nel paesaggio e più nelle madonne. Benedetto
Luti, nato poveramente, educatosi da sè, acquistò disegno, armonia e
buona intelligenza di colorito; ma inesperto agl’intrighi, fu posposto
a gente che nol valeva a gran pezza. Matteo Rosselli s’accosta al
Domenichino, studia il naturale, sparge una quiete quale l’avea
nell’anima; i suoi freschi si direbbero di jeri. Di Bernardino
Beccatelli, detto il Poccetti, ne’ freschi della certosa di Firenze,
e nella morte di san Bruno si trovano verità, sentimento, calore.
Lorenzo Lippi avea per massima di scrivere come parlava e dipingere
come vedeva; proposito che nol salvò da metodici artifizj, massime nel
piegare.

Nella scultura Giovan Gonelli, detto il Cieco da Gambassi, perduta
la vista, continuò a lavorare. In Toscana i Feggini, migliori degli
altri, sono cattivi; alquanto men depravato Innocenzo Spinazzi, eseguì
la Fede velata in Santa Maria Maddalena, e la statua sul sepolcro di
Machiavelli. Cosimo Lotti, architetto bizzarro, fece le figure nobili a
Pratolino, giuochi d’acqua nella villa di Castello, altri balocchi pei
figliolini di Cosmo II; a Madrid una testa colossale, che spalancava la
bocca, aggrottava la fronte, stralunava gli occhi; e macchine da teatro
per speditamente cambiar decorazioni. Buontalenti Bernardo fu nominato
dalla Girandola per avere perfezionato i giuochi d’artifizio, che recò
anche in Ispagna; inventò il cannone scacciadiavoli, la granata e il
conservar il ghiaccio in estate. Giovan Boccapani, ingegnere militare
dell’imperatore, in Firenze eseguì la villa imperiale e il convento
di Santa Teresa, e vi professò matematica, applicandola anche alla
prospettiva, all’architettura, alla meccanica. Ivi il Nigetti, sopra un
pensiero di don Giovanni d’Austria, disegnò la cappella dei principi
in San Lorenzo, e lavorò alle pietre dure. Anche Alfonso Parigi,
dopo servito d’ingegnere in Germania, rassettò il palazzo Pitti che
strapiombava. Più lavori vi fece Gherardo Silvani in novantasei anni di
vita, e palazzi che sono de’ migliori di Firenze.

Paolo Guidotti Lucchese, conservatore del Campidoglio, oltre pittura
e scultura, studiò matematica, astrologia, giurisprudenza, musica;
per amore dell’anatomia frugava i cimiteri; fece una _Gerusalemme
distrutta_, le cui ottave finivano colla parola stessa del Tasso:
cimento pari a quel del volare, ch’egli tentò in patria, e donde
riportò una gamba fiaccata.

Il gusto dell’insolito e del manierato trasportò in Napoli Cosimo
Fansaga bergamasco, che vi fece moltissime chiese e facciate, la
bella fontana Medina, il traricco altare della Nunziata, la cappella
di san Gennaro con un profluvio di statue, di colonne, d’allusioni, e
la splendida certosa di san Martino. Parendo grettezza la semplicità
degli obelischi antichi, e’ li straricchì di trofei, come balocchi di
zuccaro. Il supremo della difficoltà e delle bizzarrie può ammirarsi a
Napoli nella cappella della Pietà de’ Sangri in San Severo. Un Cristo
morto, opera del Sanmartino, coperto d’un lenzuolo da cui traspare la
figura, e cogli stromenti della passione gettati alla rinfusa, eppur
tutto d’un pezzo; non potrebbe censurarsi: e buona è pure la statua
di Giovanna di Sangro. Ma ecco il Disinganno ravviluppato in una
rete di cui tutte le maglie sono staccate, opera del Guccirolo; ecco
l’Educazione del Queiroli, la Pudicizia del veneziano Corradini, che
traspare ignuda da un velo; ecco le figure sull’altar maggiore del
Celebrano, e gli angeli di Paolo Persico. Massimo Stanzioni napoletano
ha sentimento elevato e semplice bellezza. Lodovico del Duca siciliano
fuse la statua di Massimiliano I imperatore per l’insigne mausoleo
erettogli a Innspruck.

I Campi cremonesi empirono di lavori eclettici la Lombardia. Giulio e
Bernardino, per disegno e tingere lodevoli, abborracciavano talvolta,
come sempre Antonio e Vincenzo. In San Sigismondo (il Panteon di
Cremona) Bernardino con effetto stupendo distribuì santi innumerevoli,
nè però confusi. Tra’ suoi scolari, lavoratori di pratica, Giambattista
Trotti, detto il Malosso, colorisce estremamente chiaro, e disegna
gajo; Pamfilo Nuvolone è più solido e men vago; la Sofonisba Anguissola
conta fra’ migliori ritrattisti.

Ercole Procaccini portò il far bolognese a Parma, con poca prospettiva,
debole disegno, facile colore. Suo figlio Camillo molto lavorò nel
Milanese con una facilità e naturalezza che piace a prima vista;
e meglio in San Procolo di Reggio il Giudizio a fresco, e il san
Rocco, che facea sgomento ad Annibale Caracci, invitato a farne il
riscontro. Suo fratello Giulio Cesare unì allo studio de’ Caracci quel
del Correggio. Carlantonio si voltò al paesaggio e a fiori e frutti.
Ercole, figlio di Camillo, deteriorò il gusto de’ molti suoi allievi.
Il Salmeggia ormò Leonardo e Rafaello, traendone pennello morbido,
grazia di mosse e di espressione, contorni puri ne’ quadri che accurò,
come due in Santa Grata a Bergamo, e due nella Passione di Milano.

A Milano era perita l’antica scuola del Luini e di Gaudenzio, sicchè i
due cardinali Borromei, volendo colle arti crescere decoro al culto,
dovettero invitare forestieri. Studiarono fuori il Morazzone (Pier
Francesco Mazzucchelli), buon coloritore; e Giovanni Crespi da Cerano,
che fu pure architetto, plastico, letterato. Daniele Crespi, studioso
de’ Veneziani e degli Spagnuoli, ritrasse con verità, componeva
con immaginazione e con energia da naturalista; e non è abbastanza
conosciuto da chi non vide la sua storia di san Brunone alla certosa di
Garignano.

Al duomo di Milano si lavorò scarso e male, e già lodammo valentissimi
architetti di quell’età (tom. X, pag. 77 e 102). Dappoi vennero
di moda il Bianchi, che piantò San Francesco di Paola in figura di
violoncello, e il Croce che il Foppone disegnò in quattro segmenti di
croce grandi e quattro piccoli. Martino Lunghi tagliapietre di Vigiù,
a Roma divenuto architetto, aggiunse al Quirinale la torre dei Venti,
fece molte chiese. La sua famiglia continuò in quest’arte; Onorio fece
il grandioso San Carlo al Corso e altri lavori nello stile d’allora;
Martino suo figlio lavorò con capriccio più che con arte, e vantasi la
bella scala del palazzo Ruspoli. Uomo strano e bestiale, pur lasciavasi
battere da sua madre, solo dicendo: — Mamma mia, mi faceste sano, ed
or mi vorreste storpiare?» Di Santino Solari comasco è il duomo di
Salisburgo, una delle più semplici imitazioni di San Pietro.

A Genova la scuola fondata da Perin del Vaga progredì, e i Calvi
fecero buone facciate, e storie meno lontane dal costume che non
quelle de’ Veneziani. Andrea e Ottavio Semini si attennero a Rafaello.
Dugenventi pittori liguri sono noverati nelle scarmigliate biografie
di Rafaele Soprani, ma il solo ricordevole è Luca Cambiaso, fecondo
d’immagini, ingegnoso negli spedienti; fece le loggie del palazzo
Imperiali che vanno tra le più belle: dipinse anche all’Escuriale.
Emulo eppure amicissimo ebbe Giambattista Castello, detto il
Bergamasco. Giambattista Paggi, nobile e letterato, fuoruscì per
omicidio, sinchè cresciuto in fama di pittore fra gli stranieri, fu
revocato, e lavorò in competenza di Rubens e Van Dyck. Perocchè i
patrizj genovesi chiamarono i migliori artisti, e dalla cieca Sofonisba
vi riceveano lezioni i Procaccini, il Roncalli, il Gentileschi, il
pisano Lomi, il fiorentino Balli, l’urbinate Antoniano, il Salimbeni,
il Sorri, il Dassi, il Vouet, i fiamminghi Rosa, Legi, Wael, Malò,
il tedesco Waals ed altri, che vi lasciarono opere. Sopra esempj
sì variati potè formarsi la gioventù; e perchè nella ricerca del
colorito non negligessero il disegno, il Paggi stampò la _Definizione
ossia divisione della pittura_ (1607). Famosa galleria aveva
radunata Vincenzo Giustiniani, che fu pubblicata a Roma il 1640 con
cinquecenventidue tavole, intagliate da’ migliori.

Giovanni Carlone, disegnatore accurato, frescò nitido ed ilare: e più
grandioso e diligente suo fratello Giambattista, alla Nunziata del
Guastato e alla cappella in palazzo, con teste vivaci, figure rilevate,
color vigoroso. Nè valse meno all’olio; e in ambi i generi continuò
senza decadenza fino agli ottantasei anni. Bernardo Strozzi cappuccino
coprì i palazzi genovesi di affreschi bene immaginati; nelle tele è
armonico insieme e vigoroso, benchè volgare nel disegno e ne’ visi di
angeli e madonne. Tacendo i molti ritrattisti, nel paesaggio valsero
Antonio Travi detto il Sordo di Sestri, e Sinibaldo Scorza di Voltaggio
che direbbesi fiammingo: Gian Benedetto Castiglione per animali non
cede che al Bassano. La peste del 1657, che parve colpire di preferenza
gli artisti, dissipò quella scuola, che poi si ricompose imitando il
Moretto; e v’ebbero qualche nome Andrea Carloni, Pellegrino Piola, il
Banchero di Sestri, il Parodi scultore e architetto di variati stili, e
del quale si ammira il salotto Negroni.

Il Moncalvo (Guglielmo Caccia di Montabone) è il solo piemontese che
meriti essere nominato per le cappelle del sacro monte di Crea, la
cupola di San Paolo a Novara, e le storie ne’ Conventuali di Moncalvo.
Torino, occupato nell’armi, poco curavasi d’arti; sebbene al 1652
fondasse una società di San Luca, furono chiesti piuttosto di fuori
quei che ornarono i palazzi reali, come Giovanni Miel d’Anversa,
Daniele Leiter viennese, Carlo Delfino francese, e il Banier, e il
Vanloo. Guarino Guarini teatino modenese, malgrado che avesse letto i
migliori e conoscesse filosofia e fisica, empì di cattive opere Torino,
quali San Lorenzo dei Teatini, il palazzo Carignano, la cappella della
S. Sindone tutta di marmo nero e a forme grandiose, che fa ammirarsi
per le difficoltà statiche e stereotomiche da lui vinte onde alzar
quella cupola a zone esagone in forma di stelle, disposte in modo da
riuscire tutta a trafori, e chiusa in cima da una stella pur traforata,
traverso alla quale vedesi un’altra volta. Le contorsioni, il forzato
nelle piante, negli alzati, negli ornamenti, le finestre ovali, le
colonne torse, i frontoni spezzati, i bizzarri sopraccaricamenti
all’ordine dorico non gli tolsero d’essere cercato oltremonti e
oltremare. Gli tiene la lancia alle reni il gesuita Andrea Pozzo
trentino, che disegnò l’altare di sant’Ignazio nel Gesù di Roma, e del
Gonzaga in Sant’Ignazio, portenti di ricchezza e di mal gusto. Nella
_Prospettiva dei pittori_ ed architetti diede regole ed esempj che sono
il preciso opposto di quel che deve fare chi vuol far bene. Egli stesso
eseguì molte finte cupole, e nella tribuna di Frascati fece apparire
convessi tutti i membri architettonici sopra superficie concava.

Di tali artifizj si abusò stranamente, massime nelle volte, ove si
doveano vedere di sott’in su uomini, case, piante; e la quadratura
sopraccaricò le architetture di fogliami, vasi, gemme, grotteschi,
mostruosità. Girolamo Curti Dentone avea studiato il rilievo in modo
che si credette ajutasse con stucchi le sue cornici; tratteggiò d’oro i
lavori a fresco. Michelangelo Colonna sapeva adattarsi allo stile de’
pittori con cui lavorava. Giacomo Torelli da Fano a Venezia inventò
un congegno per mutar di tratto le scene, alzò a Parigi il teatro del
piccolo Borbone, e giovò alle rappresentazioni di Corneille; in patria
eresse un teatro che passò pel migliore, tanto che bruciatosi quello
di Vienna nel 1699, l’imperatore ordinò si fabbricasse su quel modello.
Ferdinando, Francesco e Antonio Galli da Bibiena erano chiamati a gara
per ordinare feste, dipingere scene e decorazioni.

Fra i Veneziani, Jacobo Palma il giovane guastava l’ottima sua
attitudine col credere fosse merito il far presto; Girolamo Forabosco
fu terribile ritrattista. Carlo Ridolfi si tenne a’ buoni metodi, e
scrisse anche le vite dei pittori di quella scuola. Dario Varotari in
Sant’Egidio di Padova mostrasi studioso de’ trecentisti. Suo figlio
Alessandro detto il Padovanino scorta con poca intelligenza, e la
gentilezza riduce a convenzione. Sebastiano Ricci di Belluno de’ tanti
quadri veduti in molti paesi contraffaceva lo stile con facilità.
Migliore a fresco. Marco suo nipote e scolaro attese al paesaggio con
una fedeltà inusata, e lasciò le migliori opere in Inghilterra.

A Venezia toccò la sua parte delle mostruosità scultorie, massime
ne’ mausolei. In San Giovanni e Paolo una donna, guardandosi nello
specchio, deve vedere uno scheletro che sostiene un cartello lacero
e accartocciato, portante l’epitafio: altrove il cartello è portato
da un’aquila: nel monumento Mocenigo da due morti nere: nel Valier
un immenso manto aggettato rinvolge tre statue lussureggiamente
drappeggiate dal Barrata. In San Pier di Castello la cappella Vendramin
è manieratissima, tutta a virtù e vizj, e una figura che fa capolino
dal sepolcro. Nel mausoleo Pesaro ai Frari, fanno da Atlante al
cornicione quattro mori, da’ cui laceri panni traspajono le nere carni:
vi sono virtù e vizj, e scheletri che recano epigrafi, e due camelli
che sostengono un trono, e angeli e festoni, e putti in bassorilievo,
scorrettissime fantasie del Longhena, e buona scoltura del Bartel: fino
l’iscrizione è stileggiata colla medesima vanità.

Camillo Mazza bolognese fece bella prova nella vita di san Domenico a
San Giovanni e Paolo, bassorilievi di bronzo: altri in marmi con poco
gusto, ma stupenda condotta nella cappella del Rosario, dianzi consunta
dal fuoco. La architettò il Vittoria; fece l’altare e alcune statue il
genovese Campagna; vi dipinsero il Tintoretto, Jacopo Palma, Francesco
Bassano, Andrea Vicentino, Paolo Fiammingo, Leonardo Corona; intagliò
i legni l’inarrivabile Brustolon. Alessandro Vittoria trentino,
abilissimo nello stucco, è nobile e pastoso nell’esecuzione, fecondo
nelle invenzioni, manierato nel disegno: al vantato suo san Gerolamo
che si contorce ignobilmente per isfoggio d’anatomia, preferisco il san
Sebastiano in San Salvadore, e il proprio sepolcro in San Zaccaria,
dove alludendo ai molti ritratti fu scritto: _Qui vivens vivos duxit
de marmore vultus_. Altro tipo del barocco v’è la chiesa dei Gesuiti,
che si figura tappezzata, e sul pergamo gettato un gran tappeto, tutto
marmo: sull’altare la Trinità s’asside sopra un mappamondo sostenuto
da angeli che s’appoggiano sopra nuvole. Le facciate degli Scalzi, di
San Moisè, del Ricovero, di Santa Maria Zobenigo sono compassionevoli
di rilievi ed ombre. La Salute, eretta da Baldassarre Longhena per
voto nella peste del 1630, ne’ cui fondamenti affondaronsi 1,156,657
travi, dentro è ammirata, fuori di bizzarra strabbondanza, pure
grandiosa e in armonia cogli edifizj circostanti, e con un insieme di
tal effetto, che fa perdonare le irragionevolezze. Nell’altare tutto
marmi, il tabernacolo è sorretto da angeli in positure variate, e sopra
di esso Maria in gloria, a sinistra della quale una matrona figurante
Venezia che la prega di salute, mentre a destra una schifosa vecchia,
simboleggiante la peste, fugge, sporgendosi dalla base nuvolosa,
insultata da un angioletto: due santi d’assai maggior dimensione,
eretti sulla predella dell’altare, guardano a questa scena. Del
Longhena sono pure il palazzo Rezzonico in grandiose proporzioni, e
il Pésaro, uno de’ più suntuosi d’Italia. Giuseppe Benoni trentino,
che come architetto della repubblica attese ad arginar le lagune, su
spazio angustissimo fece la dogana di mare, di mal gusto, ma vistosa e
pittoresca.

Verona nel 1718 fabbricò la fiera in Campo Marzio con ducensettanta
botteghe, di disegno migliore che l’esecuzione. Il Ligozzi veronese,
non inferiore a nessuno de’ naturalisti pel colorire, e meglio
corretto, supera forse tutti i frescanti d’allora nel chiostro
d’Ognissanti a Firenze.

Nell’incisione, molto progredita al di fuori, poco si fece da noi, e
quasi da soli pittori. Distingueremo Francesco Villamena di Assisi;
Giambattista Vanni, che all’acquaforte conservò molte opere del
Correggio; Stefano della Bella fiorentino, condiscepolo del Callot, col
quale eseguì molte vignette per libri; Giambattista Falda di Valduggia
che fece le principali vedute di Roma. Giacomo Lauro dopo un lavoro di
venticinque anni pubblicò _Antiquæ urbis splendor_ (1612), che sono
i monumenti della gran città, mediocri come arte, e con spiegazione
in tre lingue. Pietro Sante Bartoli romano incise con sapore e grazia
monumenti antichi, conservandone molti che di poi perirono; benchè
li riduca a carattere troppo uniforme. In pietre dure incisero Cosimo
Sirles fiorentino, Carlo Costanzi napoletano, Francesco Chingi senese,
di cui lodatissima una Venere in amatista di centottantuna libbra di
peso. Massimiliano Soldati scultore fiorentino fece la storia metallica
della regina Cristina in venti medaglie che doveano essere cento, altre
per Luigi XIV, i magnifici candelabri di bronzo dorato nella Nunziata
di Firenze, un ostensorio per San Lorenzo.

Il ferrarese Antonio Contri inventò di trasportare le pitture dai muri
su tela. Jacopo Strada di Mantova, che scrisse d’antiquaria e applicò
le medaglie alla storia, fu il primo a trafficar in grande di capi
d’arte; comprò i portafogli del Serlio a Lione, a Roma quei di Perin
del Vaga, tra cui n’avea di Rafaello; a Mantova i cartoni di Giulio
Romano, e li rivendette a gran vantaggio in Germania.

Il mal gusto diffondeasi nel resto d’Europa, mercè dei nostri
chiamati fuori, e delle accademie dai forestieri istituite a Roma
per allevare i giovani. A Madrid il Sacchetti di Torino eresse il
palazzo di Filippo V; Juvara messinese quel della Grazia; Bonavia
lombardo quello d’Aranjuez. Rodrigo Velasquez di Siviglia, venuto in
Italia col generale Ambrogio Spinola, guarda tutto, copia molto benchè
già illustre in patria; fa stupire Roma coi ritratti, e commette un
quadro a ciascun dei dodici pittori che allora tenevano il primato;
i quali portati in Ispagna con altri e con modelli, fregiarono i regj
palazzi. Il maggiore architetto inglese Jones avea studiato in Italia
pittura, e si propose di imitare Palladio: Wren non seppe scegliere
miglior modello che il San Pietro per edificare San Paolo di Londra.
Su Michelangelo e sui Caracci fermaronsi gli architetti e pittori
francesi: il Mazarino, come procacciavasi carrozze fatte a Roma,
stipi fiorentini intarsiati d’avorio e di pietre, damaschi rossi di
Milano, specchi di Venezia, biancheria e merletti di Genova, e scene,
vestiarj, teatranti pe’ suoi splendidi banchetti, così traeva di qui
artisti, come il pittore Grimaldi e il Romanelli che fece a Parigi la
famosa volta. Nicola Poussin, amico del Marini e de’ nostri migliori,
visse quasi sempre a Roma, e in mezzo a quegli sragionamenti meritò
essere intitolato il filosofo della pittura. Il Callot si aggregò a una
banda di zingari per vedere l’Italia. Anche Claudio di Lorena, venuto
a Roma fanciullo, e quivi o a Napoli educato, poveretto da prima e
servo del pittore Tassi, s’invaghì del paesaggio, scorreva le campagne
osservando senza parlare nè disegnare, e riuscì il maggior paesista,
con potenza serena e calma incantando senza esagerazione nè maniera.
Di questa invece è tutto infetto Mignard, che imitò i Caracci e Pier
da Cortona. Puget, che dissero il Michelangelo francese, lasciò molte
opere a Genova. Altri francesi porsero saggio di tribune e stranezze
nella cappella di Sant’Ignazio al Gesù di Roma. Luigi XIV, o piuttosto
il ministro Colbert, consigliato da Perrault traduttore di Vitruvio,
manda a Roma Desgodetz lautamente provvisto per copiarvi i migliori
edifizj; i quali poi, incisi da Lepautre che avea studiato sui nostri
cinquecentisti, vennero pubblicati con isplendida eleganza.

Non mancò chi scrisse delle arti, piantando anche sistemi falsi e
teoriche deliranti. Il Bibiena diede un _Corso d’architettura civile_
e la _Direzione ai giovani studenti_. Il gesuita Francesco Eschinardi
romano, autore d’una _Architettura civile_ e d’una _militare_, espose
molti proprj esperimenti e dissertazioni sull’urto, sulle comete,
e sul taglio dell’istmo di Suez, la cui difficoltà riponeva non
nella supposta diversità di livello fra i due mari, ma nelle sabbie
accumulantisi. Teofilo Gallacini senese (1564-1641), medico poi
matematico, scrisse degli errori degli architetti, importante lavoro
rimasto inedito come le altre opere sue, finchè nel 1767 fu stampato a
Venezia; esame di sicuro gusto. Gianpaolo Baglioni continuò inettamente
il Vasari; Gian Pietro Bellori approva gli antichi, e ne trae gusto
migliore; Filippo Baldinucci, la storia dell’arte divise in secoli e
questi in decennali, sminuzzamento vizioso, come quello in iscuole,
generalmente adottato; supplì alle molte omissioni del Vasari, e nel
_Vocabolario del disegno_ fa troppo scorgere di non essere artista.
Delle varie scuole si hanno storici parziali, Carlo Ridolfi della
veneta, Vedriani della modenese, Soprani della genovese, Bongiovanni
della napoletana, Passeri dei lavori in Roma; e tutti esaltano i
contemporanei per modo che di tutti que’ mediocri ci restano memorie,
mentre perirono quelle degl’insigni del medioevo. Cesare Malvasia
nella _Félsina pittrice_ impugna accannitamente il Vasari; ma essendo
trascorso a nominar Rafaello il _boccalajo d’Urbino_, per quanto se ne
pentisse e cancellasse tutte le copie, gli si levò addosso un rumore
che non è ancor cessato.




CAPITOLO CLVII.

Letteratura.


Le cause medesime produceano il medesimo degradamento nella
letteratura, toltasi anch’essa dall’azione quando non più la vita
pubblica batteva sulla selce del genio per trarne faville, la
lenta compressione riduceva a studj esanimi, cui unico merito era
la manualità; abbandonando lo spontaneo, si cercò o una svigorita
imitazione degli antichi, o novità anfanate, sagrificando il bello
all’enfatico, l’elegante al pomposo, il vero alla ricerca dell’effetto,
a colpi di forza dove l’inanità dell’interno contrasta colla pretensiva
esteriorità. Nessun più sa tenere la penna di Machiavelli, non tesser
periodi rotondi e corretti come il Casa, non ischerzar leggero e
arguto come il Firenzuola o il Berni, non tessere strofe colla lucida
agevolezza dell’Ariosto, non descrizioni ampie ed evidenti come
Guicciardini: ai tipi d’eleganza surrogansi tipi di mal gusto; l’amore
uccide la tenerezza cogli epigrammi; l’ispirazione si manifesta con
contorsioni da ossesso. Eppure il Seicento può mostrare bei nomi,
fantasie più originali, sentimenti più individuali e patriotici
che l’età precedente: or perchè ricordando gli sciagurati che si
sfrenarono al mal gusto oblieremo quelli che seppero traversarlo senza
contaminarsene?

Celio Magno (-1602), segretario del consiglio de’ Dieci e da alcuni
chiamato il maggior petrarchesco, celebrò le vittorie de’ Veneziani
sui Turchi, e volea stendere sei canzoni su ciascuna di queste parole,
_Deus pro nobis natus mortuus resurrexit rediturus_. Fatta la prima,
la lesse a una brigata di Milanesi, i quali la trovarono stupenda, e
ne scrissero dissertazioni e lodi, col cui corredo si stampò nel 1597
quella «divina canzone, che si lascia di gran lunga addietro quante
canzoni sono state mai scritte in questo proposito»: e veramente è
delle migliori ed ultime produzioni del Cinquecento[183].

Vanto più durevole ottenne Torquato Tasso bergamasco (1544-95), nato
a Sorrento da Bernardo, che conoscemmo gentiluomo e poeta (t. X, pag.
189). Dai primi anni ne attinse amore dei versi e subordinazione di
cortigiano; e per quanto quegli il distornasse da una via che avea
trovata irta di triboli, egli si prefisse di riuscire poeta. Che natura
non ve lo spingesse prepotentemente il mostrò coll’andare tentando
diversi generi, senza in uno acchetarsi, come chi opera non tanto pel
bisogno di creare, quanto per riflessione sulle opere altrui; egli
lirico, egli tragico, egli romanzesco, egli epico, egli cavalleresco,
egli sacro e descrittivo.

A diciott’anni mentr’era ancora studente, sull’orme paterne compose
il _Rinaldo_, e si scusa di non cominciar ogni canto col prologo, di
conservare unità d’azione anzichè interrompere il filo. A tali discolpe
era ridotto! e davvero la gemebonda melanconia che già vi spira, dovea
rimoverlo dalle ebbrezze di moda, e dai gavazzieri poemi cavallereschi:
ma nobilmente invidiando alla gloria dell’Omero ferrarese, lo osservò
soltanto dal suo debole; e poichè troppo era lontano da tanta ricchezza
e padronanza di stile e di poesia, sperò poterlo superare mediante
la regolarità che a quello mancava. Di Dante non parla Torquato che
tardi[184], e ammirando il portoghese Camoens, prefisse di scegliere,
come esso, un argomento moderno, e modellarlo sul tipo virgiliano. Che
se Camoens avea cantato le glorie della sua nazione, egli, dopo molto
ondeggiare, prescelse l’impresa comune della cristianità, la prima,
anzi l’unica dove tutta Europa si unisse a combattere «d’Asia e di
Libia il popol misto», per proteggere la severa civiltà della croce
contro la voluttuosa barbarie dell’islam, per decidere se l’umanità
dovea retrocedere fino alla schiavitù, al despotismo, alla poligamia,
o lanciarsi all’eguaglianza ed al progresso. Quanta poesia sgorgava
dalla descrizione della prima crociata! quante reminiscenze classiche e
quante devote! quanto pittoresco ne’ costumi radunati di tutta Europa!
quanta forza e varietà in que’ baroni, ciascun de’ quali formava storia
da sè, e com’era re nel proprio castello, così operava indipendente
e risoluto e non per cenno di principe, in un’impresa ove ciascuno
volea mettere tutti i mezzi e il valor proprio, ma senza sottoporlo a
comandi altrui. E quell’impresa, che riusciva a un fine più grandioso,
ma diverso dal preveduto, non avea perduto opportunità ai giorni del
Tasso, quando ancora i Turchi minacciavano, e contro questi la Chiesa
pregava ogni giorno[185].

Un tale soggetto baleni ad un’intelligenza poetica, e ne sentirà
l’impareggiabile elevatezza: eppure Torquato esitò fra questo ed
altri di troppo inferiore dignità; e il suo peritarsi fra la prima
e la seconda crociata sarebbe inesplicabile, se non si riflettesse
che, secondo il modulo virgiliano, credeva necessaria l’unità del
protagonista. Alla seconda crociata armaronsi i re, nessuno alla prima:
onde il Tasso dovette falsarla essenzialmente, attribuendovi ciò
che più le repugnava, vale a dire un capo a cui tutte le volontà si
sottomettessero nell’intento di «liberare il gran sepolcro e ridurre
gli erranti compagni sotto i santi segni». Com’è pio Enea, così pio
dev’essere Goffredo; nè soltanto virtuoso come gli eroi di Bernardo
Tasso, ma anche religioso. Gli amori formano il viluppo dell’Eneide,
e così devono esser qui; e dopo che nei primi due canti ci spiegò
innanzi la maestosa marcia di tutta Europa e le opposizioni preparate
dall’Asia e dall’Africa, eccolo impicciolirsi nel rinterzato romanzo
di Tancredi amato da Erminia e amante di Clorinda, e di Rinaldo
vagheggiante Armida. Un «concilio degli Dei d’Averno» si risolve in
mandare una fanciulla a sedurre qualche cavaliero. Un incanto della
foresta che somministra il legname sospende l’impresa, finchè traverso
all’Atlantico due messaggeri, non contraddistinti che dal nome, vanno a
svellere dalla voluttà Rinaldo affinchè giunga di sì lontano a recidere
una pianta. Allora tutto si ravvia prosperamente; Gerusalemme è presa;
è sciolto il voto alla tomba di Cristo: ma la conciliazione d’Armida
con Rinaldo è solo lasciata indovinare, è incerta la sorte d’Erminia.

Questi amori, che riempiono due terzi del poema, atteggiano a mollezza
un’impresa tutta vigoria; e quella regolarità la riduce simile
a tante spedizioni, a tanti assedj, che la storia ricanta. Nulla
intendendo dell’età feudale, il Tasso fallisce ad ogni convenienza
di persone e di età; nè vigoroso quanto bastasse per uscire di sè,
trasformarsi negli eroi che descrive, sentire com’essi, come i loro
tempi, al soprannaturale del pensiero surroga quel dell’immaginazione;
alle stregherie de’ suoi tempi toglie a prestanza un meraviglioso
vulgare, mentre i Crociati nella loro concitazione vedeano Dio e santi
dappertutto, e apparimenti di angeli nei fenomeni della natura; tutto
riduce ad ordine, perchè ordine era la sua mente; a ragione in luogo
di fantasia; a calcoli invece d’entusiasmo. Il soggetto lo porta a
situazioni confacenti col suo sentire? allora il Tasso è veramente
artista, come negli episodj d’Olindo e Sofronia, d’Erminia, d’Armida,
tanto ben trovati quanto fuor di luogo; nè la poesia di verun paese ha
situazione meglio immaginata che la morte di Clorinda.

Ma prima d’ordire il suo poema, il Tasso avea scritto i _Discorsi
sull’epopea_, studiato Aristotele, analizzati Omero e Virgilio; ogni
poetica che uscisse, egli volea vederla, e forse furono queste che
tanto gli tardarono di sentire il bisogno d’un senso profondo[186]:
allora al difetto cercò supplire con un’allegoria; oscura superfluità,
dove non propone al pensiero che la psicologia, scevera dalla
storia e dalla metafisica, le idee separando dal loro principio e
dall’applicazione. Camoens doveva insegnargli a far grandeggiare la
propria nazione: ma benchè Tancredi e Boemondo gliene offerissero il
destro, dell’Italia non fa cenno forse che in due versi.

Quella soave melanconia stacca insignemente dal fare burlevole de’
suoi contemporanei, quanto l’aver preso il lato nobile e serio della
cavalleria dove gli altri la trattarono da celia, pretendendo frenare
le capresterie della cavalleresca coll’epopea classica, unire il
Trissino e l’Ariosto, il raziocinio e l’immaginativa; coll’interesse
sempre sostenuto, con ostacoli via via crescenti fin ad una catastrofe,
alla quale non toglie curiosità l’essere già nel titolo annunziata;
sicchè come arte, come romanzo, è stupendamente composto.

Però a grandezza vera non sale mai; le occasioni poetiche lascia
sfuggirsi. Per dipingere il paradiso traduce il _Sogno_ di Scipione,
egli cristiano[187]; delle ambascerie, atti e parole copia da Tito
Livio; Goffredo non sa riconfortar il campo se non colle frasi d’Enea;
il viaggio traverso al Mediterraneo e all’Atlantico è ricalcato su quel
d’Astolfo nell’Ariosto; dalla scienza cavalleresca dell’età sua stilla
la descrizione dei duelli[188]; dai libri di retorica i compassati
discorsi; da quei di morale scolastica le pompose sentenze del suo
Buglione. Questo mostrasi capitano perfetto, ma troppo inaccessibile
alle passioni; Tancredi, cavaliere compiuto, si smaschia in amori
che nol portano ad altamente operare, ma a femminei lamenti; Rinaldo,
bizzarro e passionato, trae unica impronta dal destino che il serba a
uccidere Solimano, e divenir padre dei duchi estensi.

Perocchè il Tasso pagò largo tributo al genio piacentiero dell’età
sua, _spiegando le vele nel mar delle lodi_[189]; al gusto di quella
profuse i concettini, di cui a gran torto il vollero inventore; nella
grazia artifiziata del suo lavoro cercando le bellezze di tutti i
predecessori, o le frantende, o esagerando le corrompe; le situazioni
affettuose guasta colle arguzie e coll’eccesso.

Eppure quest’opera, sebbene non popolana come l’_Iliade_, ma
aristocratica e monarchica come l’_Eneide_, ogni Italiano lesse per la
prima, la sa a mente, testè cantavasi sulla spiaggia di Mergellina e
nelle gondole di Venezia; tanto sopra un popolo sovranamente musicale
può l’armonia poetica! Ma quello che rende popolare il Tasso sono
gli episodj; prova che sono sconnessi dal tutt’insieme, e proprj di
qualsivoglia tempo; siccome quel tono di sentimento, quell’elegiaco,
che egli non depone neppur nella voluttà. Anima buona, amorevole,
gemebonda, senza la forza che fa reluttare ai mali e ringrandisce
nelle patite ingiustizie; la sensibilità formò il suo merito e la
sua espiazione; e il secol nostro, cui più non si confaceva la forma
del suo poema, si accorò alla persona di lui ed ai misteriosi suoi
sofferimenti.

Nella Corte d’Alfonso II di Ferrara fu segno all’invidia de’ cortigiani
e all’affetto della duchessa Eleonora. S’indispettì qualche volta della
protezione; nella conoscenza del proprio merito, la diffidenza come
un’idea fissa lo perseguitava; parendogli essere vilipeso dai valletti,
contrariato ne’ suoi amori; Scipione Gonzaga tiene in sua casa convegni
dove si disputa del merito delle opere di esso, ed egli dubita di
burle; dubita di Orazio Ariosto che lo loda; dubita del conte Tassoni
che a Modena lo distrae; dubita del cardinale Medici che gli esibisce
ricovero a Firenze se gli Estensi lo abbandonassero; il servidorame
ride delle sue bizzarrie; i cortigiani godono deprimere colla
compassione quel che li sorpassa in ingegno; ed egli or piagnucola,
ora stizzisce, tira coltellate, prorompe in parole ingiuriose al
duca; questo gli proibisce di scrivere, ed egli parte per Mantova, per
Torino; ben accolto, sta per accettare l’invito del granduca, ma pur
torna a Ferrara, e continua le stranezze.

Già all’inquisitore di Bologna erasi accusato di dubbj intorno
all’Incarnazione, e quello avealo rimandato col _Va in pace_. Malato,
gli risorsero que’ dubbj, e il duca gli consigliò di presentarsi al
Sant’Uffizio, che ancora l’assicurò o d’innocenza o di perdono; il
duca stesso accertollo di non aver nulla contro di lui; ma il Tasso
avea trovato quell’assicurazione non essere in forma, non sufficiente
l’esame degli inquisitori, e smarrivasi in sottigliezze, e dava a rider
colle bizzarrie; sicchè la sua ragione parendo offuscata, Alfonso lo
fece chiudere nell’ospedale di Sant’Anna. È uno dei temi più vulgari
per declamare sulla tirannide dei mecenati e sui patimenti dell’uomo
di genio; e persone di senno consumarono libri per accertare la causa
di quella disgrazia, e per iscoprire l’arcano, di cui egli stesso
mostravasi geloso allorchè scriveva: — Amico, non sai tu che Aristone
giudicava niun vento essere più nojoso di quello che toglie altrui
d’attorno la cappa? Or intendi che la prudenza ha per mantello il
segreto».

In fatti, sebbene tanto parlasse di sè, ci lascia incertissimi su
molte sue condizioni e sulla causa di sue ambasce: ma convince ch’egli
soffriva d’allucinazioni; da sè confessasi pazzo[190]; cerca guarire
or consultando i medici migliori e il famoso Mercuriale[191], or
usando rimedj taumaturgici, quali la manna di sant’Andrea; ma perchè
lo scatolino arriva dissugellato, egli teme sia veleno, e lo ricusa.
Soprattutto si duole della svanita memoria, e la meravigliosa sua
lettera a Scipione Gonzaga, del 1579, non è d’un frenetico, ma neppure
d’una mente sana. Gli sta fissa l’idea d’essere perseguitato, ma per
quali accuse? In tale indagine passa in rassegna tutte quelle che mai
possano essergli apposte, falli di gioventù, eresie, e la più vaga di
tutte, quella di fellonia[192]. Poi rivolgendosi a Dio, si scagiona
delle incredulità: — Non mi scuso io, o Signore, ma mi accuso che tutto
dentro e di fuori lordo e infetto de’ vizj della carne e della caligine
del mondo, andava pensando di te non altramente di quel che solessi
talvolta pensare alle idee di Platone e agli atomi di Democrito... o
ad altre siffatte cose di filosofi; le quali il più delle volte sono
piuttosto fattura della loro immaginazione che opera delle tue mani,
o di quelle della natura, tua ministra. Non è meraviglia dunque s’io
ti conosceva solo come una certa cagione dell’universo, la quale,
amata e desiderata, tira a sè tutte le cose; e ti conosceva come un
principio eterno e immobile di tutti i movimenti, e come Signore che
in universale provvede alla salute del mondo e di tutte le specie che
da lui son contenute. Ma dubitava se tu avessi creato il mondo, o se
_ab eterno_ egli da te dipendesse; se tu avessi dotato l’uomo d’anima
immortale; se tu fossi disceso a vestirti d’umanità... Come poteva io
credere fermamente ne’ sacramenti o nell’autorità del tuo pontefice,
se dell’incarnazione del tuo figliuolo o dell’immortalità dell’anima
era dubbio?... Pur m’incresceva il dubitarne, e volentieri l’intelletto
avrei acchetato a credere quanto di te crede e pratica la santa Chiesa.
Ma ciò non desiderava io, o Signore, per amore che a te portassi e
alla tua infinita bontà, quanto per una certa servile temenza che
aveva delle pene dell’inferno; e spesso mi sonavano orribilmente
nell’immaginazione l’angeliche trombe del gran giorno de’ premj e delle
pene, e ti vedeva seder sopra le nubi, e udiva dirti parole piene di
spavento, _Andate, maledetti, nel fuoco eterno_. E questo pensiero era
in me sì forte, che qualche volta era costretto parteciparlo con alcun
mio amico o conoscente...; e vinto da questo timore, mi confessava e
mi comunicava nei tempi e col modo che comanda la tua Chiesa romana:
e se alcuna volta mi pareva d’aver tralasciato alcun peccato per
negligenza o per vergogna, replicava la confessione, e molte fiate la
faceva generale. Nel manifestare nondimeno i miei dubbj al confessore,
non li manifestava con tanta forza nelle parole, con quanta mi si
facevano sentire nell’animo, perciocchè alcune volte era vicino al non
credere... Ma pure mi consolava credendo che tu dovessi perdonare anche
a coloro che non avessero in te creduto, purchè la loro incredulità
non da ostinazione e malignità fosse fomentata; i quali vizj tu sai,
o Signore, che da me erano e sono lontanissimi. Perciocchè tu sai che
sempre desiderai l’esaltazione della tua fede con affetto incredibile,
e desiderai con fervore piuttosto mondano che spirituale, grandissimo
nondimeno, che la sede della tua fede e del pontificato in Roma sin
alla fin de’ secoli si conservasse; e sai che il nome di luterano e
d’eretico era da me come cosa pestifera aborrito e abominato, sebben di
coloro che per ragione, com’essi dicevano, di Stato vacillavano nella
tua fede e all’intera incredulità erano assai vicini, non ischivai
alcuna fiata la domestichissima conversazione».

Così penò sette anni (1579-86), supplicando or l’uno or l’altro per
la sua liberazione, e intanto altri pubblicò la sua _Gerusalemme_, non
ancor bene limata; e tosto volò per Italia coll’esito più desiderabile,
cioè con molti strapazzi e moltissima ammirazione. Torquato scese
a difendersi, o piuttosto a confessarsi in colpa, giacchè insiste
continuo sul non aver potuto perfezionare il poema suo; anzi lo rifuse
nella _Gerusalemme conquistata_ (1593), opera più fedele alla storia,
più castigata di stile e d’invenzioni, ma che la posterità ripudiò,
benchè egli la preferisse all’altra, di cui dicea vergognarsi[193].
Religioso sempre, e più negli ultimi anni, tentò anche un poema
biblico, le _Sette giornate del mondo creato_, stucchevole com’è sempre
il descrivere senz’azione, quand’anche fosser minori le controversie
e più vive le pitture, e in quella fredda enumerazione non lasciasse
sentire la fatica d’un poeta, anzichè la voce de’ cieli che narrano
la gloria di Dio. Del suo _Aminta_ già parlammo (t. X, p. 217).
La tragedia del _Torrismondo_, amore incestuoso di fratello, tiene
degl’intrecci romanzeschi che allora piacevano, e degli orrori che
oggi ripiaciono. I sonetti e le canzoni di lui diconsi i migliori
dopo il Petrarca; ma niun li legge, e pochi le prose, dettate senza
pretensione, ma senza forza, perocchè i difetti del Tasso sono
piuttosto negativi.

Del resto il farne il tipo dell’ingiustizia critica è esagerazione.
In sei mesi comparvero sei stampe del _Goffredo_; diciotto in cinque
anni; ed una in Francia, dove era veneratissimo, e dove Balzac,
dispensiero della gloria, diceva che «Virgilio è causa che il Tasso non
sia il primo, e il Tasso è causa che Virgilio non sia solo», benchè il
rimproveri perchè mescola il sacro al gentilesco, e come il suo Ismeno,
«sovente in uso empio e profano Confonde le due leggi a sè mal note».
Malherbe non saziavasi d’ammirare l’_Aminta_, e avrebbe dato (dice
Ménage) tutto un mondo per esserne l’autore[194]. In Italia il Tasso
ebbe per lo meno tanti difensori quanti aggressori; e ruppero lancie
per lui Giulio Gustavini, l’Iseo, Nicolò degli Oddi, Malatesta Porta,
Alessandro Tassoni, Giambattista Marini, Camillo Pellegrini, Giulio
Ottonelli, Paolo Beni. Che se il Salviati, anche col nome di Ormanozzo
Rigoli, Orlando Pescetti, Giovanni Talentoni, Orazio Ariosto, Lodovico
del Pellegrino, Francesco Patrizio, Gian de’ Bardi, Orazio Lombardelli
il combattevano, serbavangli però altissimo seggio, giacchè disputavano
qual fosse superiore esso o l’Ariosto.

Ma l’Ariosto è il poeta del libero slancio, della fantasia
apparentemente sbrigliata; rinterza quattro o cinque avvenimenti
contemporanei, e tutto si fa perdonare colla lucida eleganza e
l’animata soavità. Il Tasso non sa ribellarsi nè alla Crusca nè ad
Aristotele nè all’opinione, e si sottomette alle credenze, agli
usi, ai precetti. L’Ariosto non bada nè ad Omero nè a Virgilio,
ma al proprio capriccio; si ride del soggetto, degli uditori, di
se stesso; maneggia la lingua da padrone e padrone ricchissimo. Il
Tasso s’assoggetta al desiderio de’ dotti contemporanei, che voleano
ripristinare la grammatica e la politica antica, non dà un passo se
nol giustifichi cogli esempj, non un viluppo arrischia se non serva a
tardare o svolgere l’azione principale; e il suo riprodurre i Classici
non consiste in reminiscenze, come avviene a Dante e all’Ariosto, ma
in imitazioni fino al plagio. Canta armi e cavalieri, ma rimovendo
l’ironia per ridursi sentimentale e galante; cerca lo splendore più
che l’originalità e l’avventuroso; poeta della grazia artifiziata,
della forma plastica inalterabile, povero nella lingua, zoppo
nell’ottava, dando ai Secentisti l’esempio del descriver per descrivere
e dell’iperbole. L’Ariosto esprime la reviviscenza pagana al tempo de’
Medici, con quell’innamoramento della forma esteriore, della vaghezza
corporea, e la foga de’ sensi e della vita, e il barbaglio delle
fantasie: il Tasso, sempre in tono di convinzione, sebbene profitti
della macchina cavalleresca coi duelli e colle magìe, indica il ritorno
dello spirito cristiano nella devota impressione, nella religiosità di
quei cavalieri, nelle processioni, nella compunzione, nella costante
dignità di eroi, non affascinati dalla verga romanzesca, e ribattezzati
nel lavacro di Trento. Se non che da fantasia e memoria lascia usurpare
troppo spesso il luogo della fede reale; i prodigi vacillano fra il
miracolo e la spiegazion naturale; Musulmani e Cristiani adoprano il
linguaggio stesso, amano allo stesso modo; il continuo imitare elide
l’impressione d’un’epica originalità; tanta mescolanza di falso e di
fittizio, tanta malaticcia dolcezza rivelano il languore che invadeva
la letteratura come la nazione, riducendola a falsa retorica, a poesia
dotta, come quando è perduto il senso della poesia creatrice. Ma se
la fantasia più vivace, le invenzioni più abbaglianti, una più vasta
concezione, una maggior libertà ci fanno ammirar altri, nel Tasso
amiamo quella mesta armonia, quelle voci di cuore, quella simmetria,
quel converger tutte le forze cristiane a un fine grande, al quale
mettono capo le molteplici avventure. E que’ sentimenti son ancora
d’oggi, più che non le cupe architetture di Dante o il caleidoscopio
dell’Ariosto: la gran quistione del recuperar la terra ove nacque la
civiltà e fu compita la redenzione, non è per anco risolta; laonde
le simpatie sono tuttavia assicurate a Torquato, nel quale amiam pure
i difetti e le piccolezze, perchè il gusto di scoprirle ci toglie la
mortificazione d’un confronto trascendente.

Ma dei difetti del Tasso è colpa in parte l’indole di lui, uno di
quelli che pajono predestinati a soffrire. Bisognoso d’uscir da se
stesso, di piacere alle donne, alla Corte, ispirazione principale de’
suoi canti; anche dopo scarcerato, e quantunque avesse scritto «non
convenire per le ingiustizie degli uomini i buoni ingegni avvilirsi, ma
doversi separare dal vulgo con l’altezza dell’animo e con gli scritti,
ne’ quali ha poca forza la fortuna, nessuna la potenza de’ grandi»,
non si sentì forza di abbandonare i principi[195] e raccogliersi nella
dignità d’uomo grande. Se si sentisse stanco della continua fatica di
piacere, trovavasi senza affetti domestici, senza una patria, senza una
dimora fissa; e andava vagando, ricevuto a onore dappertutto; i vescovi
si pregiavano di ospitarlo, le città ne registravano sui loro fasti il
passaggio[196]; Genova l’invitò a legger filosofia «con la provvigione
di quattrocento scudi d’oro fermi e altrettanti straordinarj»: eppure
sempre pareagli esser infelice, lamentavasi de’ libraj indiscreti[197],
per povertà non potea soddisfare innocentissime voglie, e dovea vendere
o impegnare i doni[198].

Continuò querele e preghiere finchè il papa lo chiamò a ricevere
in Campidoglio la corona che aveva onorato Petrarca. Venne, ma
stremo di salute, benchè ancora in buona età; e non nei palagi
degli Aldobrandini, ma si raccolse nel convento di Sant’Onofrio,
su quell’altura, così opportuna a contemplare la città delle glorie
cadute; e sentendosi finire, scriveva: — Il mondo ha pur voluto aver
la vittoria di condurmi alla sepoltura mendico, quand’io pensava che
quella gloria che, malgrado di chi non vuole, avrà questo secolo da’
miei scritti, non fosse per lasciarmi in alcun modo senza guiderdone.
Mi son fatto condurre in questo monastero... quasi per cominciar da
questo luogo eminente, e colla conversazione di questi buoni padri, la
mia conversazione in cielo». E di cinquantun anno morì come un santo, e
l’alloro non potè fregiare che la sua bara.

Muori in pace, anima gemebonda, e lascia la scena al gran ciarlatano,
che alla simmetria virgiliana e petrarchesca surroghi la bizzarria
mescolata di audace e di pedantesco.

Giambattista Marini da Napoli (1569-1625), toltosi al fôro per seguire
il genio poetico, cioè le volubilità del suo carattere, come negli atti
così nello stile imitando gli Spagnuoli, voleva il gonfio, il pomposo,
il madrigalesco; ponea scopo della poesia l’eccitare stupore[199]; e
gli scambietti ginnastici fra gente che si storpiava nella purezza
parvero non solo perdonabili ma lodevoli. Tutto prosopopee e
lambiccature, le sue intitola _Poesie amorose, lugubri, marittime,
polifemiche, risate, fischiate, baci, lacrime, devozioni_... Che
ragionevolezza di sentimenti o di frase? che politica? che coraggio?
che morale? Allegro cortigiano, non pensa a riformare nè l’arte nè
l’opinione; veste al suo ingegno la livrea del tempo, e navigando a
fior d’acqua sulla corrente, qualunque soggetto trova buono a’ sonori
suoi nulla; mai non osservando il lato serio della vita, indulge a
una voluttà sistematica, senza trasporti meretricj, ma senza pudore;
soprattutto sa mettere in iscena se stesso, segnalarsi per amicizie e
nimicizie, e così scrocca la gloria, com’altri scroccavano un impiego.

Chi va curioso sulle velleità della moda, indagherà il perchè l’amore
del gonfio e del vanitoso sì nella letteratura, sì nelle arti,
divenisse allora epidemico. La Germania anfanò nella scuola del
Lohenstein; l’Inghilterra nell’eufuismo; la Spagna principalmente nello
stile colto del Gongora. Centro de’ begli spiriti parigini erano Giulia
Savelli marchesa Pisani, e Caterina di Vivonne nata a Roma (1600) da
un Pisani, poi divenuta marchesa di Rambouillet, che nel loro palazzo,
costruito e disposto all’italiana, introdussero le tradizioni del
natìo paese sul vivere elegante; e adottato un nome e un linguaggio
convenzionale, pretensivo, lambiccato, si fecero legislatrici d’un
gusto frivolmente colto, pedantescamente arguto. Se v’aggiungiamo
l’azione di Maria de’ Medici regina, circondata di cortigiani
fiorentini, è facile comprendere quanto dovesse acquistarvi predominio
l’italiano.

Giusta i concetti d’allora, chiamavasi Plejade l’eletta degl’ingegni
francesi, e questi s’affaticavano dietro ai nostri classici non
meno che agli antichi: di Ronsard dicevasi che pindarizzava e
petrarcheggiava; di Voiture abbiamo versi italiani; di cose e frasi
italiane ribocca Balzac, l’autore allora più rinomato; citazioni di
versi italiani frequentano in Racine e Boileau. Ménage, corifeo della
consorteria italianizzante, commentò l’_Aminta_ e le rime di monsignor
Della Casa; soccorso dal Redi e dal Dati, cercò della lingua nostra
etimologie, stravaganti le più e ridicole, tutte senza sistema; ed
egli e Chapelain, l’epico aspettato di quell’età, inviavano alla
nostra Crusca l’interpretazione di qualche verso del Petrarca. L’abate
Regnier Desmarets italianizzò Anacreonte, e a tacer altre opere, fece
una canzone che i sopracciò credettero del Petrarca, e gli meritò
posto nella Crusca; e il Redi, colla condiscendenza d’amico, asseriva
che «scrive prose e versi con tanta proprietà, purità e finezza, che
qualsiasi più oculatissimo critico non potrà mai credere ch’egli non
sia nato e nutrito nel cuore della Toscana».

Reggendo Maria de’ Medici, nell’intervallo tra la potenza del Concini
accademico della Crusca e quella del Richelieu, spiegossi colà il
furore de’ romanzi, a capo di tutti camminando l’_Astrea_ di D’Urfé, il
quale era molto vissuto in Savoja praticandovi san Francesco di Sales,
e diceva: — Io ha fatto il manuale de’ cortigiani, come quel santo il
manuale de’ devoti». Dietro a lui un armento d’imitatori ebbe rinomanza
effimera, ma estesa efficacia sulla società; ed abbandonato il vero
nell’invenzione, facilmente se ne staccarono anche nell’espressione,
tutta concetti e smancerie.

Per trovare il peggior secentismo basterebbe assaggiare un de’
migliori, Gian Pietro Camus vescovo di Belley, che alla pietà credette
servire non meno coll’ardentissimo zelo in convertire protestanti che
col pubblicare ben cinquanta romanzi, quali le _Memorie di Daria_,
dove si vede l’idea d’una vita devota e d’una morte religiosa,
l’_Agathonfilo_ o i _Martiri siciliani_, dove si scopre l’arte di ben
amare per antidoto alle affezioni disoneste, gli _Spettacoli d’orrore_,
l’_Anfiteatro insanguinato_, il _Pentagono istorico_ che mostra in
cinque facciate altrettanti accidenti segnalati[200]. Che dirò del
Bartas, il quale chiama i venti _postiglioni di Eolo_, il sole _duca
delle candele_, i monti della sua Guascogna _infarinati d’una neve
eterna_?

In questa Francia era venuto il Tasso, e n’aveva osservato con finezza
e dipinto con verità i costumi. Vi capitò anche il Marini (1615), e
non comprese nulla di quel grand’intrico di furberia e menzogna che fu
la Fronda, nè di quella società ove tutti i vizj ammantavansi di tutte
le grazie; ove le sollevazioni erano un intermezzo delle galanterie;
ove, tra il profondo disordine recato dalla mancanza d’istituzioni, i
Francesi apparivano insolenti fin nell’umiliarsi, rispettosi fin nella
ribellione. Il Marini non vi riconobbe che materia di ciarlatanesche
gofferie: «Mi son dato al linguaggio francioso, del qual per altro
fin qui non ho imparato che _huy_ e _neni_; ma neanche questo mi par
poco, poichè quanto si può dire al mondo consiste tutto in affermativa
o negativa. Circa al paese che dirvi? egli è un mondo; un mondo,
dico, non tanto per la grandezza, per la gente e per la varietà,
quanto perchè egli è mirabile per le sue stravaganze: le stravaganze
fanno bello il mondo; perciocchè sendo composto di contrarj, questa
contrarietà costituisce una lega che lo mantiene: nè più nè meno la
Francia è tutta piena di ripugnanze e di sproporzioni, le quali però
formano una discordia concorde che la conservano; costumi bizzarri,
furie terribili, mutazioni continue, guerre civili perpetue, disordini
senza regola, estremi senza mezzo, scompigli, garbugli, disconcerti e
confusioni; cose insomma che la dovrebbero distruggere, per miracolo la
tengono in piedi; un mondo veramente, anzi un mondaccio più stravagante
del mondo istesso.

«Incominciate prima dalla maniera del vivere: ogni cosa va alla
rovescia, e le donne son uomini, intendetemi sanamente; voglio dire che
quelle hanno cura del governo della casa, e questi si usurpano tutti
i lor ricami e tutte le loro pompe. Le dame studiano la pallidezza, e
quasi tutte pajono quotidiane; e per essere tenute più belle sogliono
mettersi degl’impiastri e dei bullettini sul viso; si spruzzan le
chiome di certa polvere di Zanni che le fa diventar canute, talchè da
principio io stimava che tutte fossero vecchie.

«Veniamo al vestire. Usano portar attorno certi cerchi di botte a
guisa di pergole, che si chiamano vertugadi; questo quanto alle donne:
gli uomini in sulle freddure maggiori vanno in camiscia; ma vi ha
un’altra stravaganza più bella, che alcuni sotto la camiscia portano
il farsetto; guardate che nuova foggia d’ipocrisia cortigiana! Portano
la schiena aperta d’alto a basso, appunto come le tinche che si
spaccano per le spalle; i manichini son più lunghi delle maniche, onde
rovesciandoli sulle braccia, par che la camiscia venga a ricoprirne il
giubbone; hanno per costume di andare sempre stivalati e speronati: e
questa è pure una delle stravaganze notabili; perchè tal ci è che non
ebbe mai cavallo in sua stalla, nè cavalcò in sua vita, e tuttavia va
in arnese di cavallerizzo: nè per altra cagione penso io che costoro
sien chiamati _galli_ se non perchè appunto, come tanti galletti,
hanno a tutte l’ore gli sproni ai piedi: in quanto a me, piuttosto che
_galli_ dovrebbero esser detti _pappagalli_; poichè, sebben la maggior
parte, quanto alla cappa ed alle calze, vestano di scarlatto, il resto
è di più colori che non sono le tavolozze dei dipintori. Pennacchiere
lunghe come code di volpi, e sopra la testa tengono un’altra testa
posticcia con capegli contraffatti, e si chiama _parrucca_...

«Anch’io, per non uscir dell’usanza, sono stato costretto a pigliare i
medesimi abiti: oh Dio, se voi mi vedeste impacciato tra queste spoglie
da mammalucco, so che vi darei da ridere per un pezzo. In primis la
punta della pancia del mio giubbone confina con le natiche; il diametro
della larghezza e della profondità delle mie brache nol saprebbe
pigliar Euclide; fortificate poi di stringhe a quattro doppj: due pezze
intere di zendado sono andate a farmi un pajo di legami che mi vanno
sbattocchiando pendoloni fino a mezza gamba colla musica del _tif taf_:
l’inventore di questi collari ebbe più sottile lo ingegno di colui che
fece il pertugio all’ago; son edificati con architettura dorica, ed
hanno il suo controforte e ’l rivellino intorno, giusti, tesi, tirati
a livello; ma bisogna far conto di aver la testa entro un bacino di
majolica, e di tener sempre il collo incollato come se fosse di stucco.
Calzo certe scarpe che pajono quelle di Enea, secondo che io lo vidi
dipinto nelle figure d’un mio Virgilio vecchio; nè per farle entrare
bisogna molto affaticarsi a sbattere il piede, poichè hanno d’ambedue
i lati l’apertura sì sbrandellata che mi convien quasi trascinare
gli scarpellini per terra: per fettuccie hanno su certi rosoni, o
vogliam dire cavoli-cappucci, che mi fanno i piedi pellicciuti come
i piccioni casarecci; sono scarpe e zoccoli insieme insieme, e le
suole hanno uno scannetto sotto il tallone, per lo quale potrebbono
pretendere dell’Altezza. Paro poi Cibele colla testa turrita, perchè
porto un cappellaccio lionbrunesco che farebbe ombra a Marocco,
più aguzzo dell’aguglia di San Maguto: infine tutte le cose hanno
qui dello appuntato, i capelli, i giubboni, le scarpe, le barbe, i
cervelli, infino i tetti delle case. Si possono immaginare stravaganze
maggiori? vanno i cavalieri la notte e il giorno _permenandosi_ (così
si dice qui andar a spasso), e per ogni mosca che passa, le disfide
e i duelli volano... Le cerimonie ordinarie tra gli amici son tante,
e i complimenti son tali, che per arrivare a saper fare una riverenza
bisogna andare alla scuola delle danze ad imparar le capriole, perchè
ci va un balletto prima che s’incominci a parlare.

«Le signore non hanno scrupolo di lasciarsi baciare in pubblico, e
si tratta con tanta libertà, che ogni pastore può dire comodamente
alla sua ninfa il fatto suo: per tutto il resto non si vede che
giuochi, conviti, festini, e con balletti e con banchetti continui si
fa gozzoviglia... L’acqua si vende; e gli speziali tengono bottega
di castagne, di capperi, di formaggi, di caviaro. Di frutti, questo
so, ce n’è più dovizia che di creanza in tinello: si fa gran guasto
di vino, e per tutti i cantoni ad ogni momento si vede trafficar la
bottiglia. La nobiltà è splendida, ma la plebe è tinta in berrettino:
bisogna soprattutto guardarsi dalle furie de’ signori lacchè, creature
anch’esse stravagantissime e insolenti di sette cotte: io ho opinione
che costoro sono una spezie di gente differente dagli altri uomini,
verbigrazia come i satiri o i fauni...

«Dove lascio la seccaggine dei pitocchi? Oh che zanzare fastidiose!
a discacciarle vi vuol altro che la rosta o l’acqua bollita! e vi è
tanti di questi furfantoni, e accattano per le chiese e per le strade
con tanta importunità, che sono insopportabili. Tutto questo è nulla
rispetto alle stravaganze del clima, che conformandosi all’umore degli
abitanti, non ha giammai fermezza e stabilità. Il sole va sempre in
maschera, per imitar forse le damigelle che costumano anch’esse di
andar mascherate. Quando piove è il miglior tempo che faccia, perchè
allora si lavano le strade; in altri tempi la broda e la mostarda vi
baciano le mani, ed è un diavol di mota più attaccaticcia e tenace che
non è il male de’ suoi bordelli.

«Volete voi altro? Infino il parlare è pieno di stravaganze; l’oro
si appella _argento_, far colazione si dice _digiunare_; le città son
dette _ville_, i medici _medicini_, le meretrici _ganze_, i ruffiani
_maccheroni_, e il brodo _buglione_, come se fosse della schiatta di
Goffredo; un _buso_ significa un pezzo di legno; aver una _botta_ in
sulla gamba vuol dire uno stivale»[201].

La futilità non potrà mai arrivare alla grandezza: eppure il Marini
trova fortuna in Francia; la società Rambouillet lo corteggia, ed egli
sa cattivarsela, e formare scuola di galanti voluttà; canta in seicento
versi «lo stupore delle bellezze corporali della regina», e «delle
chiome sottil la massa bionda», e «il naso, muro di confine fra due
prati di candid’ostro e di purpurea neve», e la «leggerissima foresta»
del labbro superiore, e le pupille «dov’è scritto in bruno _Il Sole è
qui_», e il seno «valle di giglio ove passeggia aprile»[202].

Mentre il Tasso vi era rimasto e partito col medesimo abito, dovè
farsi prestare uno scudo, e gli mancava di che comprar un popone, Maria
assegna al Marini duemila scudi, e ferma la carrozza quando lo scontra
per via; il Concini gli concede d’andar a farsi pagare cinquecento
scudi d’oro, ed egli va e ne domanda mille; e perchè il ministro gli
dice: — Diavolo, siete ben napoletano!» egli risponde: — Eccellenza,
è una fortuna che non ho inteso tremila; così poco capisco del vostro
francese». Quando tornò a Napoli (1624), i lazzaroni furongli incontro
ballonzando e spargendo rose; i gentiluomini a cavallo, le signore
ai balconi, e s’una bandiera leggevansi applausi al Marini, «mare
d’incomparabile dottrina, spirito delle cetre, scopo delle penne,
materia degl’inchiostri, facondissimo, fecondissimo, felice, fenice,
decoro dell’alloro, degli oziosi cigni principe emeritissimo».

Carlo Emanuele I di Savoja, che prima avealo fatto arrestare
supponendosi ingiuriato nella _Cuccagna_, dappoi lo protesse, e
gli suggerì un’epopea sugli amori di _Adone e Venere_. Addio dunque
ogni moralità, ogni sentimento generoso; addio anche l’interesse,
che non può legarci al duolo o ai gaudj d’esseri soprannaturali, nè
a situazioni che non ci ritornano sovra noi stessi; tutto converrà
sostenere sull’ingegno e abbandonando l’istintiva spontaneità, immolar
il bello al magnifico, la purezza al barbaglio. E il Marini ne fece
un poema più lungo del _Furioso_, cioè di quarantacinquemila versi,
ove ogni canto forma quadro da sè, con titolo distinto, come il
_Palagio d’Amore_, la _Sorpresa d’Amore_, la _Tragedia_, il _Giardino_.
Coloritore fluido, armonico, dovizioso, con versi agevoli, cadenze
melodiose, frasi volubili, arte di esprimer le cose più ribelli;
pure non una forma nuova creò, non un suo verso rimase nel discorso.
Quell’orditura gracilissima e monotona è obbligato riempiere con
succedentisi descrizioni, fatte per descrivere, e in un labirinto
d’affetti, di voluttà, d’immagini, di pitture, moltiplicar le facili
particolarità a capriccio e senza scelta nè castigatezza; centodieci
strofe consumando a descrivere una partita di scacchi fra Venere e
Mercurio, e riponendo il merito nel litigar colle parole per trovarvi
contrasti e giocherelli. Appena il pubblicava di cinquantaquattro anni,
l’_Adone_ è levato a cielo; Carlo Emanuele l’orna cavaliero; tutti sono
affascinati da quella pittura voluttuosa, tutti adorano costui che avea
saputo accoppiare il tipo italiano collo spagnuolo, l’armonia musicale
colle sparate: — Nella più pura parte dell’anima mia sta viva opinione
che voi siate il maggior poeta di quanti ne nascessero tra Toscani, tra
Latini, o tra Greci, o tra gli Egizj, o tra i Caldei, o tra gli Ebrei»,
dicevagli l’Achillini, che doveva aver letto i poeti egizj e caldei, e
che a vicenda poeta anch’egli de’ più strampalati, era messo in cielo,
ebbe dall’Università di Bologna un’iscrizione come _Musageti omniscio_,
e da Luigi XIII il regalo di quattordicimila scudi per una canzone ove
diceva che _A’ bronzi suoi serve di palla il mondo_, e pel sonetto che
comincia _Sudate, o fuochi, a preparar metalli_.

Dove vuolsi riflettere che prima dell’irruzione dei giornali,
scarsissima diffondeasi la fama, pensando gli autori a meritare più
che a farsi proclamare, nè essendovi chi per professione trafficasse
di lodi e vituperi. Cristoforo Colombo non trovasi nominato da
contemporanei che in una lettera del dicembre 1493 del nostro Pietro
Martire d’Angera; e nel 1520 persone spagnuole ignoravano se ancora
vivesse. Ecco perchè venivano accarezzati quei che alzavano la voce,
come vedemmo dell’Aretino e simile schiuma, come ora fu del Leti, del
Marini, di cotesti spaccamondo della letteratura, i quali secondavano
l’andazzo manufatturando la propria gloria con un branco a sè devoto,
blandendo i bassi istinti, celebrando da sè i proprj trionfi, volendo
primeggiare qualunque ne fosse la via, e durando così una vita
acclamata; — che importa se finirà tutta coll’esequie? Agli applausi
però corrispondevano le contumelie; che se il Tasso ne piagnucolava,
altri rimorsicavano; e in chiassose baruffe si scanagliarono il padre
Noris col padre Macedo, il Mongelia col Magliabechi, il Vigliano con
Alessandro Marchetti, il Borelli con molti; il Sergardi vien sino
ai pugni col Gravina; alle capiglie fra il Tassoni, il Brusantini,
l’Aromatari a proposito d’Aristotele e del Petrarca, intervennero
processi e imprigionamenti; svergognatissime contumelie furono
avventate al cardinale Pallavicino; Geminiano Montanari filosofo
modenese clamorosi litigi sostenne con Donato Rossetti a proposito
della capillarità, e molte stoccate diede e ricevette[203].

Avendo il Marini, in un sonetto sulle fatiche d’Ercole, confuso il leon
nemeo coll’idra di Lerna, gliene fecero colpa quasi d’un dogma fallito,
principalmente Gaspare Mùrtola genovese, segretario di Carlo Emanuele
e autore del _Mondo creato_; fioccarono epigrammi, sonetti, libelli: e
_Murtoleide_ e _Marineide_ e sconcezze e infamie; il Mùrtola sparò una
schioppettata all’emulo; e andava al patibolo se il Marini non avesse
intercesso: ma il Mùrtola, cui pesava il benefizio, lo denunziò d’avere
sparlato del duca. Anche Tommaso Stigliani della Basilicata, nel _Mondo
nuovo_, sfoggio di meravigliosi capricci, sotto il simbolo dell’_uom
marino_ malmenò il glorioso, che lo ripagò con sonetti intitolati le
_Smorfie_ e con lettere, poi nell’_Adone_, sicchè quegli, spaventato
d’un’immortalità di vituperj, si umiliò; ma come l’emulo morì, egli
caninamente addentò l’_Adone_ nell’_Occhiale_, ove non trovi pur una
buona critica a chi tante ne meritava. Tutto il mondo s’indignò di
costui, che osava tirar pietre contro l’altare; Angelico Aprosio di
Ventimiglia avventogli l’_Occhiale stritolato_ e il _Vaglio_[204];
Stigliani gli ribattè il _Molino_; Aprosio rimbalzò il _Buratto_.
Ma nè ingiurie nè lodi salvarono il Marini dal meritato giudizio, ed
egli restò ai posteri come il tipo del gusto dei Secentisti, i quali,
invece di opporsi alla letteratura spagnuola almeno per ira contro i
dominanti, prosatori e poeti s’anfanarono dietro a costui nel volere
per calcolo l’originalità, ma cercandola non nel sentimento e nel vero,
ma nelle forme e nelle parole, donde nasce la maniera; e rimbombo
di voci oziose in luogo di pensieri e di sentimenti, e insistente
gonfiezza, e profusione del superlativo. Chè di tutte le corruzioni
la più seduttrice è il pensiero ricercato; e, preso quel gusto,
difficilissimo riesce il divezzarsene.

A Giambattista delle Grottaglie presso Brindisi, amico de’ migliori
d’allora, applaudito per le sue _Poesie meliche_ e più per gli
_Epicedj_ tutti turgidezza e traslati arditissimi, alcuni suggerivano
di tenersi al Petrarca; ma egli rispondeva: — Non voglio murar sul
vecchio, ma fabbricare a mio talento lo stile; che sia di me solo: che
ci sarebbe di nuovo se tutti imitassero il Petrarca? e se questi fosse
vissuto al nostro tempo, avrebbe mutato modo per ottenere applausi e
gloria appresso gli eruditi».

La nostra letteratura nasceva nel Trecento, ma da una decrepita,
onde alle inesperienze infantili univa i trastulli di rimbambita.
Niuna meraviglia dunque se già allora troviamo lo stile a contrasti
e l’antitesi; fin nel forbitissimo Petrarca possono indicarsi cotali
lambiccature or di senso or di parole. Gl’imitatori pretesero farle
passare per bellezze; tanto più che, moltiplicando versi sopra affetti
non sentiti, e restringendosi a studiar le parole, doveano supplire con
artifizj di testa alla tepidezza del cuore. Nel Cinquecento ne ricorre
traccia anche ne’ migliori; ne abbonda il Tasso; ma coi Marinisti
l’antitesi non fu più un mezzo, bensì il fine; non un ornamento, bensì
la sostanza. Geografia, storia, l’universo non si esaminarono più che
per bottinarvi metafore, guardando all’appariscenza dell’immagine non
alla proprietà e finezza; niuna cosa dicendo direttamente, ma solo in
relazione o contrapposizione di altre o da’ suoi effetti; accostando
confusamente due termini di paragone, di cui coglieansi relazioni o
dissomiglianze estrinseche e appariscenti; assumendo una voce o un modo
in senso metaforico, poi recandone l’azione a senso reale; e così di
frasi idropiche infarcendo l’etisia del soggetto, battendo di forza
l’incudine sinchè s’infocasse.

Aborrita dunque la naturalezza, neglettissima la lingua, unica moda
fu l’ingegnoso; e i magnati dello stile e della metafora, al par di
quelli che andavano pel mondo, ostentavano oro sull’abito, e non aveano
camicia; scambiavano la maniera per grazia, il gonfio per sublime,
l’antitesi per eloquenza, i giochetti per leggiadria; barcollanti
lunaticamente fra insipida affettazione e trivialità, volendo fuggire
il monotono mediante il bizzarro, talento reputavano l’accoppiare
idee disparatissime; e poichè la vulgarità si accorda benissimo colla
gonfiezza, più non v’ebbe immagine, per isconcia, per frivola, che non
si addobbasse di metafore: le stelle sono _narcisi del cielo_, sono
_lucciole eterne_, mentre le lucciole risolvonsi in vivi moccoli, in
incarnate candele; come il sole è un _boja che taglia colla scure dei
raggi il collo all’ombre_; l’Etna nevato, l’_arciprete dei monti che
in cotta bianca manda incensi al cielo_: per Ciro di Pers i calcoli
sono i marmi che gli nascono nelle viscere per formargli la sepoltura;
pel Marini gli sputi della sua bella sono _spume di latte, fiocchi
di neve_; gl’insetti del capo della sua son per un altro _cavalieri
d’argento in campo d’oro_; un terzo paragona le anime ai cavalli,
cui, finita la corsa, è serbata in cielo _biada d’eternità, stalla di
stelle_.

Vi davano l’intonatura le scuole e le accademie, dove si proponeano
argomenti speciosi, paradossali, più spesso insulsi: «che il vizio e la
virtù non possono celarsi, — se sia meglio ad una vecchia l’essere in
gioventù stata bella o deforme»; ed orazioni sopra soggetti fittizj,
finte ambasciate, accuse e difese di delitti immaginarj e perciò
stravaganti, e sostenere il pro e il contro, e sempre battersi i
fianchi per fare stupire con iscambietti d’ingegno.

Questo dovea scintillare nelle raccolte fin dal titolo, _I ruscelletti
di Parnaso, I fuggilozio, L’eclissi della luna ottomana_: Carlo
Pietrasanta milanese fece gli _Aborti di Clio_; Guasco Annibale una
Tela cangiante in madrigali; Marco Boschini veneziano scrisse in
quartine _La carta del navegar pittoresco... comparti in oto venti,
con i quali la nave venetiana vien conduta in l’alto mar de la pitura
come assoluta dominante de quello, a confusion di chi non intende
el bossolo de la calamita_; Gianfrancesco Bonomi bolognese, poeta
cesareo, pubblicò _Virgulti di lauro, distinti in foglie, rami,
bacche, sughi, corteccie e radici_; Alessandro Adimari fiorentino,
oltre raccolte col nome di altre muse, pubblicò _La Polinnia, ovvero
cinquanta sonetti fondati sopra sentenze di Cornelio Tacito, con
argomento a ciascuna di esse, che uniti insieme formano un breve
discorso politico-morale_. Abbiamo la _Maschera jatropolitica aspirante
alla monarchia del microcosmo_, giuoco serio di Eureta Misoscolo.
Il dizionario de’ pseudonimi dell’Aprosio è intitolato _La visiera
alzata, hecatoste di scrittori, che vaghi d’andare in maschera fuor
del tempo di carnevale, sono scoperti da_ ecc.; e vi mandò dietro
una _Pentecoste_. Che più, se gli scienziati stessi v’incolgono? il
Torricelli dice che «la forza della percossa porta nella scena delle
meraviglie la corona del principato», e che «il famoso Galileo lavorava
questa gioja per arricchirne il monile della toscana filosofia». Il
Montanari a un trattato contro l’astrologia diede per titolo _La caccia
del frugnuolo_: a uno sul fulmine _Le forze di Eolo_; a uno sulle
monete _Zecca in consulta di Stato_. Carlo Moraschi fece la _Celeste
anatomia delle comete_; Corrado Confalonieri la _Cometa decomata_;
Carlo Manono il _Cannocchiale istorico, che fa guardare dall’anno_ 1668
_fin al principio del mondo, e tira appresso le cose più memorabili
finora succedute_. _Via lactea_ intitolansi le istituzioni canoniche
del valentissimo teologo Chiericato di Padova: al _Gemitus columbæ_
del Bellarmino il padre Gravina oppose la _Vox turturis_ in difesa
de’ monaci: alla quale essendo risposto col _Cave turturi male contra
gemitum columbæ exultanti_, egli replicò la _Congeminata vox turturis_,
ristampata col titolo _Resonans turturis concentus_. Emanuele Tesauro,
il Marini della prosa, stese in questo stile un non breve trattato
di filosofia morale. Il famoso padre Lana ne scrisse uno _Della
beltà svelata in cui si scuoprono le bellezze dell’anima_, e ciascun
capitolo presenta una metafora; il sesto è _La regina al balcone_, cioè
l’anima che per gli occhi fa vedere le sue bellezze; il decimo _Le
bevande amatorie date a bever alla sposa del suo servitore per farla
adulterare_, cioè i diletti del corpo che rapiscono l’anima a Dio; e
così sempre. Perfino il celebre Lancisi nel 1720 stampava a Roma _De
natura et præsagio Dioscurorum nautis in tempestate occurrentium_;
i quali Dioscuri sono le parotidi critiche che appajono nelle febbri
maligne.

Viepiù si lardellarono di tali metafore le dissertazioni accademiche
e le tesi. All’Università di Torino, Gianandrea Negro candidato in
legge (-1594) sosteneva per quindici giorni novecennovantanove tesi
dialettiche, fisiche, magiche, mediche, filosofiche, teologiche,
morali, di diritto civile e canonico e di matematiche; Pio Appiani per
nove giorni difendeva quattrocento proposizioni legali.

Sfoggio di tali ciarlatanerie divenne il pulpito. Era stato
proverbialmente famoso il padre Panigarola di Milano, che aveva avuto a
maestri in patria gl’illustri retori Natale Conti e Aonio Paleario, e a
modello Cornelio Musso (t. IX, p. 289); e dopo una gioventù dissipata
vestitosi francescano, levò grido dai pulpiti principali. Caterina
de’ Medici il volle a Parigi; per le città d’Italia ove giungeva era
accolto a battimani, e spesso costretto a recitar un discorso prima
di riposarsi; fatto vescovo d’Asti e da Sisto V spedito in Francia
per le contese degli Ugonotti, contro questi pubblicò le _Lezioni
calviniche_; e gloriavasi di aver congiunto la predicazione colla
teologia, perchè questa gl’insegnò a far più sicure le prediche, quella
a far più chiare le lezioni. Il cardinale Federico Borromeo non rifina
di lodarlo, anzi da lui toglie il modello dell’oratore perfetto. Se più
volte fu ristampata la sua _Retorica ecclesiastica_, e nei sermoni non
manca d’un certo calore, benchè fomentato da figure più che da intima
vigoria; nello stile barcolla fra il rozzo e l’affettato, e invano
vi cercheresti quella cognizione del cuore che scuopre il vizio ne’
ripostigli, quella pratica de’ santi libri che di là toglie tesori di
bellezze; nè più alcuno legge le novantasei opere che lasciò.

Poi ben presto quell’eloquenza, cui prima lode è la semplicità, non
si credette poter conseguire che col pugno teso e coi capelli irti. I
titoli medesimi delle prediche d’allora tradiscono quell’infelicissima
mania: Cesare Battaglia milanese, fra molti panegirici, ha la _Sacra
Torre del Faro_ per santa Caterina, il _Carbonchio fra le ceneri e
la lingua immortale_ per sant’Antonio, i _Tesori del niente_ per san
Gaetano, il _Briareo della Chiesa_ per san Nicola, e così l’_Archimede
sacro_, l’_Esemplare e il diadema del principe_; Mario de’ Bignoni
cappuccino veneziano intitola il suo quaresimale _Splendori serafici
degli opachi delle più celebri accademie, rilucenti tra le ombre di
vaghi geroglifici_; Alessandro Maria Brianto fa l’_Antiparistasi del
santo amore_; Tommaso Caracciolo arcivescovo di Taranto l’_Elio clerio,
cioè il Sole del beato Gaetano Tiene, intrecciato da un devoto del
beato_; così il _Balsamo della Fama Mamertina_, discorso per la sacra
lettera di Maria vergine ai Messinesi, del padre Epifania.

Bizzarrissime poi le proposizioni: e uno in sant’Antonio riscontrava
le metamorfosi d’Ovidio: un altro in san Domenico le fatiche d’Ercole.
Giuseppe Maria Fornara nel _Nuovo sole di Milano sotto del santo chiodo
ascoso_ provava in sei discorsi quella reliquia essere un sole che
nasce, che illumina, che riscalda, che essica, che corre, che riposa.
Il gesuita Ignazio Del Vio faceva _Le gare di scambievole amore fra
la rosa verginale santa Rosalia, li gigli reali di Filippo V nostro
signore, e l’orto della Sicilia Palermo, intrecciate nella solenne
festa di santa Rosalia_ (1702). Il Lemene, nell’elogio funebre di
Filippo IV, dimostrava che fu _magnum pietate, et magnitudine pium_.
Del padre Annibale Adami di Fermo abbiamo «Il santo fra’ grandi
di Spagna, grande di quattro grandati; cioè san Francesco Borgia,
esprimente nella sua santità e nel suo nome le virtù di quattro santi
Franceschi d’Assisi, di Paola, di Savier e di Sales, giusta il detto
dell’Ecclesiastico _Fuit magnus juxta nomen suum_» (Roma 1672). Giacomo
Lubiani celebrava _il solstizio della gloria divina, la cifera della
divinità nell’augustissimo nome di Gesù_, e in sant’Ignazio la _spada
infocata_, dimostrandolo «Ercole della Biscaja che porta nelle fiamme
del nome l’armeria de’ Serafini, il treno de’ miracolosi spaventi nel
fulmine della spada, in cui potresti intagliar più vittorie che non
fece Ruggero nella sua», e si scusa di non poterne dire abbastanza
«perchè gli manca l’algebra dell’innumerevole». Paolo Arese, autore
di sette volumi di prediche lodatissime, a difesa di queste dettò _La
penna raffilata_ e _La retroguardia di se stesso_. Frà Giuseppe Paolo
comasco così esordisce il suo quaresimale: — Per adunare contro dei
vizj, legionarj di Satanno, un esercito numeroso, tocca tamburo questa
mattina la penitenza».

Gran maestro dell’affastellar le cose più disparate fu il padre
Emanuele Orchi, pur da Como, che con brani d’erudizione profana,
citazioni, epigrammi, filze di proverbj, divinità gentili, astrologia,
regge la tronfia sua grandezza: ivi trovi gli _artificiosi tiriliri_
d’un uccello; ivi bachi da seta, che _mangiano e dormono con
saporoso sapore e saporito sopore_; ivi la Maddalena _sollevata di
fronte, sfrontata di faccia, sfacciata d’aspetto_; ma udendo Cristo,
_le si sveglia nel meriggio del cuore l’austro piovoso di tenero
compungimento, e sollevando i vapori de’ confusi pensieri, stringe nel
ciel della mente i nuvoli del dolore_. Non rispetto a sè mostra costui,
non agli uditori, non a Dio[205], ma sempre l’immagine, la pittura;
o ti paragoni l’uomo all’organo, o il peccatore alla lavandaja,
che «nudata il gomito, succinta al fianco, prende il panno sucido,
ginocchione si mette presso d’una fiumara, curva si piega su d’una
pietra pendente, insciuppa il panno nell’acqua, lo stropiccia coi
pugni, con le palme lo batte, lo sciacqua, lo aggira, l’avvolge, lo
scuote, l’aggroppa, lo torce; indi postolo entro un secchione, ed al
fervor del fuoco in un caldajo, fatto nell’acqua con le ceneri forti
un mordente liscio, bollente gli lo cola di sopra; giuoca di nuovo di
schiena, rinforza le braccia, rincalza la mano, liberale di sudore non
meno che di sapone; e finalmente fattasi all’acqua chiara, in quattro
stropicciate, tre scosse, due sciacquature, una torta, candido più che
prima e delicato ne cava il pannolino».

Per poco non prorompeva in applausi l’affollata udienza; dalla quale
congedandosi, egli ragiona dell’amor suo che in pochi giorni gigante
divenne, poichè la loro attenzione gli fece da balia, il fasciò, il
cullò; poi dalle poppe divezzato coll’aloe dell’amara partenza, si
pascerà col solito cibo del massiccio affetto: la brama poi di tornar
a loro è una gravidanza matura, sicchè egli starà colle doglie del
parto, finchè la grazia del cielo non gli serva da Lucina a figliar
un nuovo maschio quaresimale. Una volta erige un processo in regola
contro il ricco; un’altra espone il giudizio universale, distinto
in atti e intermezzi; un’altra architetta un monumento trionfale per
la risurrezione di Cristo. Così il padre Caminata, in San Pietro del
Vaticano, nel primo sermone fabbricò la statua dell’Ambizione; poi in
ciascuno de’ seguenti «le dava quattro martellate» per levarne via le
pecche.

Alberto Alberti trentino, il quale scagionò la Compagnia di Gesù dalle
imputazioni di Gaspare Scioppio con tal calore, che questo, vedendosi
stretto e smascherato, dicono ne morisse di dolore, scrisse _Actio in
eloquentiæ cum profanæ tum sacræ corruptores_ (Milano 1651), abusando
delle forme stesse che condanna. E Federico Borromeo in un’operetta
a riprovazione di quel predicare, racconta di uno che, spiegando la
tentazione di Gesù Cristo, e come Satana gli mostrò tutti i regni del
mondo, fece un trattato di geografia; un altro cavò di sotto la cotta
uno stilo; un terzo, esclamando non poter più reggere a tanti orrori,
si mosse per andarsene, aspettando che il pubblico lo arrestasse; ma
poichè tutti tacquero, egli dovette fermarsi da sè. Nel _Diario romano_
d’un austero cattolico dal 1640 al 50 leggiamo: — Colla quaresima
la commedia finisce nelle case e nelle sale, e comincia nelle chiese
e nei pulpiti; la santa occupazione della predica serve a soddisfar
la sete di celebrità o l’adulazione. S’insegna la metafisica, che il
predicatore intende poco e gli uditori niente: invece d’istruire e
correggere, si decantano panegirici nel solo intento di far passata.
La scelta del predicatore non dipende dal merito, ma dal favore».
Nel giornale napoletano dello Zazzera, sotto il dicembre 1616: — Sua
eccellenza venne in carrozza con la moglie in San Lorenzo, ove si cantò
la messa con musica, e predicò il padre Aqualino cappuccino le sue
solite facezie».

Insomma dappertutto un gusto licenzioso, che giudica gretto ciò ch’è
semplice, non vuol andare di passo, ma a capriole. Nè la moda accecava
a segno da non avvedersi di quel delirio: Giambattista delle Grottaglie
scrisse la _Censura del poetar moderno_; il gesuita Giuglaris, che
nelle prediche tiene il campo di siffatte enormità, dettò piano e
composto _La scuola della verità aperta ai principi_. E dettavano
castigato quelli che a lode non aspiravano, potendosi ripetere dello
stile ciò che alcuno disse della morale, che per esser cattivi bisogna
fare uno sforzo.

Michelangelo Buonarroti il giovane (-1646) ammira il Petrarca, ma ciò
nol preserva dal contagio; e illustrando il sonetto di lui _Amor che
nel pensier mio vive e regna_, dice: — Però, cortesissimi accademici,
non prenderete ad onta che io intorno a sì alto soggetto ardisca di
favellare, ned incolperete me di follìa e di troppa temerità, poichè
per obbedire a chi lo mi ha comandato, e che giustamente farlo potea,
per sì ampio pileggio e sì pericoloso mare, tra l’onda di non certa
lode, in preda ai venti dell’ignoranza e del biasimo che per avventura
mi potrebbero sommergere, fiaccamente solcando colla navicella
del mio debole ingegno, mi sono impelagato». A questo corvettare
credeasi obbligato quando ragionasse a dotti; ma allorchè assumeva
il linguaggio del popolo, tornava alla natura, come nella _Tancia_ e
nella _Fiera_[206], commedie scritte a bella posta per annicchiarvi una
ricchezza di voci popolari, che ne’ libri non si trovavano, e di cui la
Crusca voleva esempj pel vocabolario.

Certo allora si migliorò l’esposizione scientifica: Galileo vi
mette evidenza e forza, emancipandosi dalle aridità scolastiche,
e la chiarezza sua attribuiva alla continua lettura dell’Ariosto;
gli accademici del Cimento davano a correggere a Carlo Dati le loro
sperienze, esposte con eleganza filosofica; e a Firenze un bello stuolo
si sceverò da queste ambiziose miserie.

Ivi utili fatiche continuava la Crusca, e molti s’industriavano
attorno ai classici, principalmente al Boccaccio; a scrutare le opere
nuove, o dar precetti di corretto scrivere. E di savj ne esibì negli
_Avvertimenti sopra il Decamerone_ Leonardo Salviati, scrittore
lonzo, e diffamato dalla bassa persecuzione che portò al Tasso.
Celso Cittadini cercò dottamente le origini della favella toscana.
Al gesuita Mambelli col nome di Cinonio, dobbiamo le _Osservazioni
della lingua italiana_. Daniele Bartoli, nel _Diritto e il torto
del non si può_, sostenne non v’esser regola di grammatica senza
esempj contrarj, col che precipita nello scetticismo, nè indaga se
siano dovuti a scorrezione di testi, o se abbiasi a dedur le norme
da un principio più largo. Benedetto Fioretti appuntò la Crusca e le
prolissità dei classici, e nei Proginnasmi mostra bastante filosofia di
stile. Benedetto Buonmattei avea dato la prima grammatica toscana nel
1643; un’altra ne diede il bolognese Salvatore Corticelli con _Cento
discorsi sopra la toscana eloquenza_, le regole deducendo dall’uso,
ma uso de’ classici, anzi quasi solo de’ Trecentisti. Jacopo Mazzoni
cesenate, nella _Difesa di Dante_, elevasi a generalità estetiche
notevoli. Girolamo Gigli da Siena, festevolissimo nelle conversazioni
e in commediuole, nel _Pirlone_ adattò il soggetto del _Tartuffo_ alla
società nostra, tanto al vivo da eccitare uffiziali lamenti. In Roma
pubblicò le opere di santa Caterina, con un dizionario dei modi a lei
proprj, valendosene per bersagliare la Crusca, anzi tutti i Fiorentini,
neppur i principi risparmiando. Questi ne fecero un capo grosso, e
il libro fu bruciato dal boja, messo all’indice a Roma; e il Gigli si
ritrattò[207].

Anton Maria Salvini fiorentino (1653-1729), eccitato agli studj ameni
dal Redi, cercatissimo nelle buone società[208], conobbe molte lingue,
e ne tradusse prosatori e poeti; singolarmente vulgarizzò Omero
alla lettera, fatica screditata, ma di cui fecero pro i successivi:
scrivendo di proprio, e commentando la _Tancia_, la _Fiera_, il
_Malmantile_, usa da padrone la lingua, non solo col riprodurre i bei
modi de’ Trecentisti, ma e nuove ricchezze di classici forastieri
innestando, e più raccogliendone dalle bocche nel paese natìo,
talchè meritò d’esser subito noverato fra i testi della Crusca. Sotto
quest’unico aspetto vanno lodati i suoi discorsi accademici, del resto
leggeri sempre, spesso vuoti, affrettati, sorreggentisi su qualche
autorità in luogo di ragioni.

Anche forestieri s’occuparono intorno alla nostra favella: i
Francesi imitavano e traducevano i nostri come oggi noi loro, senza
discernimento; e come fu ammirato il Tasso, così le _Lacrime di san
Pietro_ del Tansillo furono tradotte da Malherbe; imitata la poesia
lirica, la descrittiva, il nostro sonetto; il genere eroicomico
nel _Virgilio travestito_[209], nella _Gigantomachia_ e simili; il
pastorale del Bembo e del Sannazaro, coll’affettazione che di tutte
è la peggiore, quella della semplicità. Sui teatri riproducevano le
nostre _Sofonisbe_, la _Calandra_ l’_Orfeo_: Rabelais avea tolto da
Merlin Coccaj l’episodio de’ montoni di Panurgo, l’arringa di Gianotto
di Bragmardo, la disputa al cospetto di Pantagruele, fin il carattere
di Gargantua da quel di Fracasso. L’arguto Montaigne scrisse parte
del suo viaggio in «questa lingua straniera, della quale si serviva
molto facilmente, ma molto scorrettamente» (pag. 322). Le persone più
gentili della bella società valeansi di questo idioma dell’ingegno
e della cortesia, come la Longueville e la incomparabile Sévigné;
le lettere erano picchiettate di frasi italiane; e i modi nostri
metteano rischio di far nella lingua francese i guasti che or fa questa
nell’italiana[210]. Alla corte d’Inghilterra parlavasi comunemente
l’italiano, e verseggiò in questo il Milton, che conobbe Galileo a
Firenze, a Napoli il Manso amico del Tasso; a Milano vide rappresentare
l’_Adamo_ dell’Andreini, da cui, se non il concetto del suo _Paradiso
perduto_, dedusse alcune scene, come altre dall’_Angeleide_ di Erasmo
da Valvasone, e nominatamente l’infelice trovato delle artiglierie
usate dai demonj[211]. E molto trasse da’ nostri il lirico Dryden; anzi
il devoto Ruggero Ascham si lamentava che in Inghilterra si avesse
maggior riverenza pe’ Trionfi del Petrarca che non per la Genesi, si
reputasse una novella del Boccaccio più che una pagina della Bibbia.
A Vienna predicavasi italiano[212], e Leopoldo imperatore v’introdusse
un’accademia italiana, di cui erano Raimondo Montecuccoli, il marchese
Maffei, Francesco Piccolomini, Giberto Pio di Savoja, Orazio Bucceleni,
Mattia Vertemati, l’abate Spinola, Francesco Dolci, Francesco Zorzi,
l’abate Felice Marchetti, con domenicali adunanze nel gabinetto stesso
dell’imperatore.

Non dunque per ignoranza e trascuraggine peccavasi di secentismo; anzi
può dirsi che allora per la prima volta si ponesse mente all’artifizio
dello stile, a dar modulazione e unità al periodo, a calcolare le
cadenze, a dir ogni cosa nel modo migliore. Degli autori antecedenti
alcuni pretendeano imitare i Latini, sforzando la tela delle parole;
altri s’abbandonavano al naturale, senza il minimo artifizio;
Machiavelli non si briga della scelta dei vocaboli; rotto è lo stile
del Varchi, contorto quello del Bembo, anelante quel del Guicciardini;
gli altri Cinquecentisti si sparpagliano in periodi attorcigliati, e
con membri refrattarj, espressioni zoppicanti, immagini irresolute;
appena eccettueremmo il maestoso Della Casa, il limpido Annibal Caro,
e l’amabilissimo Firenzuola, il quale professa aver «sempre usato
quei vocaboli e quel modo di parlare che si permuta tuttogiorno,
spendendo quelle monete che corrono, e non i quattrini lisci»[213]. Ma
nel Seicento lo scrivere fu ridotto ad arte, il periodo divenne una
maestria, e i gesuiti Daniele Bartoli e Sforza Pallavicino ne furono
supremi artefici.

Il primo (1608-85), nativo di Ferrara, dai trionfi del pulpito chiamato
a Roma per iscrivere la storia della Compagnia di Gesù, la distinse
secondo le varie provincie, Indie, Giappone, Cina, Inghilterra,
Italia. In lussureggianti descrizioni e minute particolarità ostenta
varietà stupenda di vocaboli e dizioni; ma quelle frasi uniformemente
smaglianti «tutt’oro macinato e perle strutte», quell’ambizione di
modi e di numero dove la novità consiste solo nella scorza, dove
l’eleganza non conosce la sobrietà, e il pensiero è trascinato dalla
frase non mai spontanea, il fanno ripudiare da chi non giudica stile
la prolissità senz’affetto, nè gradisce quella letteratura azzimata
tutta plastica, intenta unicamente a piacere, e che fu detta gesuitica.
Sol qualche retore potè sentenziarlo aquila fra gli storici, lui che
mai non ha nè fior di critica nè profondità di sentimento, che vuol
esser ammirato non creduto: ben è vero che quando racconta è a gran
pezza migliore che ne’ trattati morali[214], lambiccati di titolo, di
concetto, d’espressioni scolastiche e declamatorie; e ne’ scientifici
sul ghiaccio, sulla tensione e la pressione, sul suono e l’udito, tesi
peripatetiche, indegne di venir dopo Galileo.

La _Storia del concilio di Trento_ del Pallavicino (-1630) (tom. X,
pag. 549), ove si sceveri della nojosa polemica, può servire di modello
a chi si contenti alla mediocrità dello stile fiorito[215]. Le sue
_Osservazioni dello stile_ sono talvolta sottili, spesso attissime.
Il _Trattato del bene_, e quello sulla _Perfezione cristiana_, vanno
ingenui d’elocuzione ma freddi. La vita di Alessandro VII interruppe
quando lo vide scivolare nel prima disapprovato nepotismo. Ornato
della porpora, serbò la religiosa sobrietà. Confutò in latino Giulio
Clemente Scoti, il quale ai Gesuiti avea dato un fiero carpiccio[216],
mostrando quanto avessero tralignato, nè senza gravissimo pericolo
della cristianità potersi lasciare di riformarli, abolirne i privilegi,
le cariche spartirne fra altri Ordini religiosi.

Gemma di quella società Paolo Segneri di Nettuno (1624-94),
abbondantissimo d’ingegno, di dottrine, d’arte, nelle prediche evita
la gonfiezza come l’aridità; orecchio delicatissimo a numero oratorio;
linguaggio proprio sempre, talvolta semplice e preciso, quando è
anche sobrio e affettuoso toglie speranza di far meglio. Ma non di
rado abbandonasi ai vizj di scuola; coll’enfasi attizza la vivacità;
sfoggia figure retoriche, sospensioni, ritrattazioni, modi litigiosi,
esclamazioni, concettuzzi; lardellandosi di citazioni, stravolge i
testi per trascinarli alle allusioni sue; falsa la storia per cavarne
esempj; stabilisce proposizioni false o puerili o contorte. Sta avanti
a tutti i nostri, eppure quanto non dista dai predicatori francesi
suoi contemporanei, che uniscono la grandezza del sentimento religioso
alla cognizione del cuore umano e al sentimento delle necessità
della vita, la coltura dello stile e la popolarità! E parlo sempre
del _Quaresimale_; chè nei _Panegirici_ il presunto obbligo d’essere
eloquente lo precipita a capofitto nel mal gusto; mentre in alcune
opere edificanti, come il _Cristiano istruito_ e la _Manna dell’anima_,
porgesi modello di limpida catechesi. Nelle missioni, dove cogliea
grandissimi frutti, massime di paci, furono adottati i metodi suoi e
le sue laudi, facili al canto e all’intelligenza. Divenuto sordo, pur
continuò a predicare, preferendo i villaggi; semplicissimo conservossi
anche alla Corte di Roma, ed era oggetto d’un culto popolare, rapendosi
i mobili della camera dov’era abitato, e le vesti ch’erangli servite.
L’Inquisizione condannò la sua _Concordia fra il lavoro ed il riposo_,
ed egli pazientemente aspettò che la si ravvedesse[217].

Molti trattarono soggetti morali fuor della Chiesa, ma nulla di nuovo
nè di sentito. Lodano i _Dialoghi_ del Tasso; ma il leggerli è fatica
e inutilità. Chi conosce più che di nome la _Nobiltà delle donne_
del Domenichi, la _Istituzione delle donne_ del Dolci, la _Morale
filosofia_ di Antonio Bruciati, gli _Avvertimenti morali_ del Muzio,
la _Ginipedia_ di Vincenzo Nolfi, e via là? Argomenti comuni ne sono
l’amore e l’onore; quello sottilizzato alla platonica, e perciò nè
d’opportunità civile, nè di testimonio alla storia; questo stillato
nei puntigli della scienza cavalleresca (pag. 271). I _Costumi de’
giovani_ del senese Orazio Lombardelli possono offrire utili confronti
agli usi, al lusso, ai vizj d’allora, e sono esposti in candida lingua,
sebbene non senza affettature. Giuseppe Passi di Ravenna coi _Difetti
donneschi_ in trentacinque discorsi concitò l’ira femminile, come la
maschile colla _Mostruosa officina delle sordidezze degli uomini_:
oltre l’esagerato e la stucchevole erudizione, ben poco vi si trova di
particolare ai tempi e individuale all’autore. Il quale a quarant’anni,
stanco de’ tedj provocatisi, andò nei Camaldolesi di Murano, e scrisse
contro l’arte magica «piuttosto istoricamente che scientificamente, e
ciò per la malvagità de’ tempi».

Gabriele Pascoli di Ravenna, dettò un romanzo, che comincia colla
battaglia di Lépanto, dopo la quale alcuni combattenti vanno a diporto
pel mondo, e uno capita a Genova, donde in Ispagna, e quivi in una
selva trova un giovane italiano, scarno e vivente a modo di fiera, che
gli racconta quanto soffrì per una bella ingrata. Il viaggiatore lo
distoglie dal proposito di morire in quelle miserie, sicchè tornato
alla Corte, beffa la beffatrice in modo di trarla a morte. Perciò
condannato nel capo riesce a fuggire e rimpatriare. Lasciamo lodare
questo romanzo dall’editore.

Sono romanzi del peggior genere molte delle biografie del Leti, e gli
_Amori di Bianca Capello_ di Celio Malespini veronese, eppur divennero
fonte a molti storici. Pierandrea Canoniero genovese stampò a Roma
_Discorsi politici sui due primi libri di Tacito_; fu soldato, legale,
medico ad Anversa, ove pubblicò _De curiosa doctrina_, il _Perfetto
Cortigiano_, _Ricerche politiche_, _morali_, _teologiche_, senza
profondità. Ottavio Ferrari milanese, lettore d’eloquenza in patria
e a Padova, la esercitava in lodare i principi che il compensavano.
La patria lo stipendiò come storiografo; ma forse troppo timido
per incarico siffatto, nulla finì, occupandosi piuttosto in gonfj
complimenti accademici. Meglio valse nell’antiquaria, e investigò le
origini della lingua italiana, sebbene mai non la adoperasse.

Lorenzo Magalotti romano (1637-1712), trattenuto in Toscana per
ammirazione del suo limpido ingegno, scrisse di mille cose, relazioni
di viaggi suoi e altrui, la _Storia dell’Accademia del Cimento_;
tradusse il francese epicureo Saint-Evremond, di cui imitava la
filosofia spiritosa, gioviale, tutta di mondo: pure scrisse contro
gli atei e gl’indifferenti. Il canzoniere _La donna immaginaria_ (già
lo mostra col titolo) ha voci di testa non di petto, e il Filicaja
scriveagli: — Veggo ne’ vostri versi una tal profusione di bei
concetti e di belle idee, che io non so come voi possiate scampare
la taccia d’indegno scialacquatore, che non conosce moderazione, vuol
sempre mettere in grande tutte le cose più piccole, e farle talmente
crescere di statura, che di vane che erano diventino, gigantesche».
Degli odori parlava e scriveva in estasi. Sfoggia da ambasciadore; poi
richiamato a Firenze, tutto gli pare al dissotto del proprio merito;
per iscontentezza si fa prete dell’Oratorio, subito se ne pente, e
vergognoso si rintana in villa, finchè ritorna alla Corte.

Trajano Boccalini da Loreto (1566-1613), arguto ingegno e immaginazione
focosa, fu meno stravagante nello stile che nelle invenzioni. Ne’
_Ragguagli di Parnaso_ finge che Apollo tenga corte, ascolti le querele
e decida; invenzione spesso imitata, la cui monotonia è ricattata
dall’interna varietà de’ giudizj sopra libri, uomini, casi. Nella
_Pietra del paragone politico_ e ne’ _Commentarj sopra Cornelio Tacito_
insegna i modi d’accorciar «la catena che gli Spagnuoli fabbricavano
per la servitù italiana; e come non sarebbe difficile scuoterseli di
dosso poichè essi non riusciranno mai a naturarsi». Preso Tacito per
testo, come Tito Livio il Machiavelli, ne contrasse il veder fosco;
pure in modo faceto, ferendo non lacerando, cercò rendere amena la
politica, nella quale atteggiasi coi liberali d’allora, cioè nell’odio
alla Spagna; declama contro la smania battagliera; loda la libertà,
e ammira Venezia perchè sa «perpetuare nella florida libertà»,
congiungendo nel doge l’infinita venerazione colla limitata autorità,
studiando alla pace mentre si prepara alla guerra, e col rigore degli
Inquisitori «sepellendo vivo qualunque Cesare e qualsiasi Pompeo che
si scoprisse»; col che otteneva una nobiltà inoffensiva, il non salire
agli onori sommi se non per la scala de’ minori, il tornare da quelli
alla modestia privata, continenza nel maneggio del danaro pubblico,
tutti eguali in piazza, cara la libertà egualmente alla nobiltà che
comandava e alla cittadinanza che obbediva. Pure il Boccalini non
risparmia l’arroganza di que’ patrizj. Nemico de’ villani ricalzati,
ai nobili raccomanda la tutela di quella poca libertà che ancora
sopravvive. Non vorrebbe dispute religiose, non tirannicidj, non
sommosse popolari che sempre riescono infelicissime perchè più saggio
è tenuto chi più è temerario, e più zelante della patria chi consiglia
cose più precipitose: ma se è bestiale ostinazione a chi è legato al
carretto tirar de’ calci nelle ruote e così rovinarsi le gambe, non è
a dimenticare che la pazienza degli asini fu sempre la calamita delle
bastonate, e alla fin fine ogni popolo ha il governo che si merita; e
che la disperazione entrata nei popoli, ancorchè disarmati, imbelli e
ignoranti, fa trovare per ogni cantone armi, cuore e giudizio.

Avversissimo ai Protestanti e anche alla tolleranza religiosa; deride
i riformatori, alcuni de’ quali erano moralisti puri, che davano per
rimedio l’obbligare gli uomini alla carità e all’amor vicendevole;
altri politici puri, che predicavano di non dare le dignità se non
al merito e alla virtù, impedire le monarchie troppo grandi, frenare
l’ambizione de’ principi, e la riforma e il governo affidare ai
letterati; altri andavano alla radice, chi vedendo ogni male nelle
donne e nel matrimonio, chi chiedendo una nuova partizione de’
possessi, chi di togliere affatto l’oro e l’argento, chi invece il
ferro; chi di rompere ponti e strade, e proibire viaggi e navigazioni:
e conchiude di vivere col mancomale, e far la difficile risoluzione
di lasciare il mondo qual si è trovato. Neppure all’evocare il
passato sulla scorta di Tacito ad esplicazione del presente e norma
dell’avvenire, mostra egli vigore, celiando anzichè bestemmiare:
pure eccitò l’indignazione, e una notte fu battuto di maniera che ne
morì[218].

Secondo Lancellotti di Perugia (1565-1643), prete e di molte accademie,
di stile gretto ma risoluto e con dottrina, tolse a provare che il
mondo non era moralmente o intellettualmente deteriorato, nè soffriva
traversie peggiori che per l’addietro; e compose _disinganni_, in
ciascuno combattendo un pregiudizio con fatti e testi accumulati.
Sovrattutto beffa costoro che parlando dell’Italia, ripetono sempre
«una volta era, una volta fu»; e vuol mostrare che malanni ella ebbe
sempre, sempre imperfezioni e vizj, sempre avversità e disgrazie,
eppure sempre per mille titoli fu signora la più bella, la più nobile,
la più degna dell’universo. Altrove rivela i _Farfalloni degli antichi
storici_, precorrendo a molti moderni negli appunti contro la storia
romana, non nella critica sensata che abbatte per riedificare.

Alessandro Tassoni modenese (1565-1635), da giovane avea sostenuto
che i moderni non sono inferiori agli antichi, combattuto Aristotele
retore, cuculiato coloro che credevano «non si possa scrivere dritto
senza la falsariga del Petrarca»: e i contemporanei lo tacciavano di
avverso a Omero e ai classici, perchè di essi vedeva anche i difetti,
e diceva: — Io voglio dir delle novità; chè questo è il mio scopo;
e addimando parere agli amici, non perchè mi avvertiscano di quello
che ho detto contro Aristotele, ma perchè mi ammendino se ho detto
delle sciocchezze»[219]. Pensatore originale, carattere indipendente,
grammatico sottile non pedante, serbò gusto e libero giudizio, malgrado
l’erudizione; e la facile festività non contaminò coi concetti, benchè
manchi della finezza e decenza che costituiscono la grazia. Il poema
della _Secchia rapita_ trovò grandissima difficoltà a stamparsi,
atteso il continuo suo satireggiare: pure Urbano VIII se n’invaghì;
pel pizzicore poetico che aveva, indicò alquante correzioni al poeta,
che lo secondò col ristampare i cartini ne’ pochi esemplari offerti al
papa. Per vendicarsi del conte Brusantini, dal cui segretario dottor
Majolino era stato offeso, lo ritrasse nel vanitoso e ribaldo conte
di Culagna. Nè egli si propone che un esercizio letterario; della
libertà italiana, delle guerricciuole fra le repubblichette non sa che
ridere; e per far ridere s’intresca in sudicerie e lascivie. Il poeta
che celia sui cadaveri, non può seriamente piacere: eppure di quei
ringhi municipali egli provava le conseguenze, egli che contro gli
Spagnuoli avventò le _Filippiche_, chiamandoli «stranieri imbarbariti
da costumi africani e moreschi, intisichiti nell’ozio lungo d’Italia
e nella febbre etica di Fiandra, come un elefante che ha l’anima
d’un pulcino, un gigante che ha le braccia attaccate con un filo; che
non reggono in Italia perchè vagliano più di noi, ma perchè abbiamo
perduto l’arte del comandare; non ci tengono a freno perchè siamo vili
e dappoco, ma perchè siamo disuniti e discordi; pagano la nobiltà
italiana per poterla meglio strapazzare e schernire; stipendiano i
forestieri per aver piede negli altrui Stati; avari e rapaci se il
suddito è ricco, insolenti s’egli è povero, insaziabili in guisa che
non basta loro nè l’oriente, nè l’occidente; infettano e sconvolgono
tutta la terra cercando miniere d’oro; le rapine chiamano proveccio,
la tirannide ragion di Stato; e saccheggiate e disertate che hanno le
provincie, dicono d’averle tranquillate e pacificate». Tutta la forza
loro consiste «in que’ soldati che, avvezzi a pascersi di pane cotto
al sole, e di cipolle e radici, e a dormire al sereno con le scarpe di
corda e la montiera da pecorajo, vengono a fare il duca nelle nostre
città e a mettere paura, non perchè siano bravi, ma perchè non avendo
mai provato gli agi della vita, non curano di perderla a stento: forti
solo mentre stanno rinchiusi nelle fortezze, invitti contro i pidocchi,
pusillanimi incontro al ferro, questi son quelli che spaventano
l’Italia».

Non s’accorgea d’indicare appunto ove stava la superiorità degli
Spagnuoli, l’abitudine alle armi e alla dura milizia. Così diceva
e forse pensava egli quando gioiva de’ favori del duca di Savoja,
al quale non cessava di raccomandare d’unirsi cogli altri principi
d’Italia, e basterebbe a cacciare i nemici: ma «i satrapi della
dottrina, e i più dotti che son sempre i più pusillanimi», diceano
impossibile l’impresa; i nobili e i cavalieri spasimavano onori e croci
«premj di patteggiata servitù».

Il Sozzino genovese, uno «di quegli infelici che godono o almeno non
curano di essere dominati da popoli stranieri», scrisse a depressione
dell’Italia e a favore della dominazione spagnuola e contro il duca
di Savoja; e il Tassoni gli oppose un gran panegirico di questo. Il
quale gli promettea pensioni ma non le diede, ond’egli se ne lamentò, e
«M’accorsi che nè di pillole dorate nè di cortesi parole dei principi
bisogna fidarsi... Al cane forestiero tutti quelli della contrada
gli abbajano; i principi hanno sempre le mani lunghe, ma rare volte
larghe». Per chetarlo, il cardinale Maurizio lo menò seco a Roma; ma
poi vedendolo inviso alla Spagna, della quale ambiva farsi dichiarar
protettore, lo scansò e rinviollo, pretendendo avesse pigliato
l’oroscopo suo, e predetto indicasse un ipocrito; e per quanto egli si
purgasse, disdicesse anche le _Filippiche_, non si lasciò più smuovere
perchè «i principi per la loro riputazione vogliono sostenere anche le
cose mal fatte».

«Questi (dic’egli) furono i guiderdoni e i successi della mia servitù
colla casa di Savoja... E confesso che mancai di consiglio, perciocchè,
avendo veduto il cavaliere Guarino uscir malissimo soddisfatto di
quella Corte dopo dedicata la bellissima sua pastorale, e il Marino
carcerato per tanti mesi dopo il merito del suo panegirico, e Obignì
strozzato, e tanti altri che avevano fatto naufragio, dovea andar più
cauto in avventurarmi in mare tempestoso, che finalmente non ha porto
se non per vascelli di piccola capacità». Ben si fece dipingere con
un fico in mano, a significare l’unico premio venutogli dalle Corti;
ma non le abbandonò, e ai servigi del cardinale Lodovisi e del duca di
Modena consumò la restante vita.

Come il Tassoni de’ tempi che più non erano, così degli Dei cui più
non si credeva volle prendersi burla Francesco Bracciolini da Pistoja
(1566-1645). Si levò gran disputa qual di questi due inventasse
il genere eroicomico: nè l’un nè l’altro dirà chi abbia letto il
_Morgante_, l’_Orlando Furioso_ e l’_Innamorato_. Il Bracciolini,
ricchissimo di modi e franco di vena, compose altri poemi, fra cui la
_Croce riacquistata da Eraclio_ dicono sia il migliore dopo il Tasso,
e nessun lo legge; come non si legge il Graziani, che a ventidue anni
fu applaudito per la _Cleopatra_ in sei canti; poi per la _Conquista
di Granata_, imitazione dello spagnuolo Mendoza; e molto più, attesa
l’attualità, per la sua tragedia del _Cromwell_. E di epopee fu
poveramente ricco quel secolo, eroiche, morali, sacre, comiche, e tutte
dimenticate. Lasciandole noverare dai bibliografi, noi mentoveremo uno
da essi dimentico, Giulio Malmignati di Lendinara, di cui l’_Enrico
o Francia conquistata_ (1623) fu probabilmente conosciuto a Voltaire,
che finisce il suo poema al modo stesso, che fa pure assumere Enrico IV
in cielo a vedere le sedi dei principali illustri, ed esortare da san
Luigi a farsi cattolico.

Il pittore Lorenzo Lippi (-1664) alla corte di Claudia di Baviera
compose un poema, intitolandolo dal nome d’un castello in rovina che
l’architetto Paris possedeva presso Firenze, e fingendolo capitale d’un
regno, la cui signora è spossessata da una cortigiana, poi ristabilita
colla guerra. Difficile sarebbe dire il contesto e tanto meno l’intento
del _Malmantile riacquistato_; eppure si legge volentieri, al modo che
s’ascolta un bel parlatore fiorentino. Giambattista Lalli da Norcia
cantò la _Gerusalemme desolata_; ma presto voltatosi al giocoso, fece
i poemi del _Domiziano moschicida_, del _Mal francese_ e l’_Eneide
travestita_.

Puro ma inelegante è il _Ricciardetto_ di Nicolò Fortiguerra (-1735),
scritto per iscommessa un canto al giorno, con pazzesche buffonerie,
riproducendo in caricatura gli eroi dell’epopea romanzesca; sempre
ridendo senza riflessione nè scopo[220], buttandosi all’osceno, e
abusando della facilità nel verseggiare. Francesco Redi di Arezzo
(-1694), che di tutto seppe, scrisse perbene molti sonetti, e il
_Bacco in Toscana_, brindisi imitato non raggiunto. Fulvio Testi
modenese (-1646) di franca facilità e d’un far largo che somiglia a
maestà, manca dell’aroma dello stile che eterna le opere, dà troppo
nell’ingegnoso e fiorito, accumula sentenze, e verseggia una morale da
prediche. Egli si lagnava della prostituzione delle Muse italiane[221]:
ma l’ode a Carlo Emanuele (pag. 198), che gli valse una collana
d’oro e la non ancora prostituita croce di San Maurizio e Lazzaro, il
fece processare ad istanza del governatore di Milano. In contumacia
condannato al bando e a ducento ducati, se ne redense con versi in
senso opposto. Visse nelle Corti e ambascerie, onorato e invidiato,
finchè un illustre personaggio credendosi adombrato nella sua canzone
al _Ruscelletto orgoglioso_, lo fece mal capitare.

— La poesia è obbligata a far inarcare la ciglia; come il mio
concittadino Colombo, voglio o trovar nuovo mondo o affogare»; così
diceva Gabriele Chiabrera da Savona (1552-1637), il quale imputando
i nostri di timidezza, cercò immagini grandi, espressioni figurate,
parole composte, metri insoliti, ne’ quali mostrò squisito senso delle
armonie convenevoli alla poesia italiana, mentre le costruzioni nuove
date alla lingua non sempre sono acconce, nè desunte dalle popolari.
Delle perpetue allusioni mitologiche non lo scusa neppur la necessità
di lodare qualche oscuro ginnasta, e principi che non eccitavano
entusiasmo. Fece un sobisso di poesie, discorsi devoti in prosa, drammi
per musica, cinque poemi epici, e più poemetti senza la lode della
regolarità nè il merito dell’ispirazione. I sermoni di genere medio
sono tra i migliori nostri. Bellezze molte ha per certo; ma qual cosa
di grande, di intimamente sentito? quale delle sue odi vive nelle
memorie? Il Chiabrera «in patria incontrò, senza sua colpa, brighe,
e rimase ferito; la sua mano fece le sue vendette, e molti mesi ebbe
a stare in bando». Carlo Emanuele lo invitò alla Corte, il regalò
d’una catena d’oro, lo fece accompagnare in carrozza di Corte a tiro a
quattro, e ogni volta che tornasse a Torino gli dava trecento lire pel
viaggio: altrettante gentilezze ottenne da Vincenzo Gonzaga, da Urbano
VIII, dalla repubblica di Genova, fin di coprirsi quando ragionava a’
serenissimi collegi: e ad ottantacinque anni protrasse sana e placida
la vita, non senza cetra.

Non mancava dunque favore ai letterati: i pontefici li proteggevano,
e più di tutti Urbano VIII; i Medici carezzavano artisti e scrittori;
Carlo Emanuele, fra tante brighe non li dimenticò, e spesso li metteva
a disputare. Gianvincenzo Pinelli di Napoli faceasi a qualunque prezzo
trasmettere quanti libri uscivano, e formò una biblioteca classificata
per materie, oltre un museo di globi, carte, strumenti matematici,
fossili, medaglie rare. Venduta alla sua morte, il vascello che
portavala è predato dai corsari, che buttano in mare o disperdono
sulle coste la mal conosciuta merce, i pescatori raccolgono i fogli
per ristoppar le barche e far impannate alle finestre; il rimanente
è comprato tremila quattrocento scudi d’oro dal cardinale Federico
Borromeo, che ne fece fondamento alla biblioteca Ambrosiana. La quale
aperse egli al pubblico coll’insolita comodità di tavolini e carta e
calamajo; e vi aggiunse un collegio di dottori, che esaudissero alle
inchieste degli studiosi, e pubblicassero opere nuove. Andò disperso
il museo che avea raccolto Giannantonio Soderini veneziano, il quale
pellegrinò in Levante, lodato come dottissimo dallo Spon e dal Weler
viaggiatori eruditi, dal Patin, dal Magni.

Angelo da Roccacontrata agostiniano (-1620), direttore della stamperia
Vaticana, una preziosa libreria donò al suo convento in Roma, detta
Angelica, a condizione che restasse aperta al pubblico. Il cardinale
Girolamo Casanate napoletano (-1700) favorì i lavori dei dotti, e
massime la _Collectanea_ dello Zacagni; e la ricchissima sua libreria
legò ai Domenicani della Minerva di Roma, con quattromila scudi di
rendita. Un’amplissima ne raccolse pure Francesco Marucelli prelato
fiorentino nel palazzo fabbricatosi a Roma, e lasciollo a Firenze.
Domenico Molino (-1635), gentiluomo veneto, carteggiava coi principali
dotti anche d’oltremonte, ajutava di consigli chi componeva, e di
denaro chi stampava. Lorenzo di Federico Strozzi (-1634), massime
dopo perduta la vista, nella casa sua a Firenze adunava ogni miglior
dottrina; altrettanto a Napoli Giambattista Manso; e in Roma Cassiano
dal Pozzo gentiluomo torinese, il quale fece disegnare dal Poussin e da
Pietro Testa in ventiquattro volumi le antichità romane, e unì la sua
biblioteca a quella di Clemente XI. Giuseppe Valletta (-1658), de’ suoi
diciottomila volumi facea comodità a chiunque, perciò in corrispondenza
con tutti gli eruditi, e passava pel solo che in Napoli parlasse
inglese.

I papi fin de’ primi tempi raccolsero carte e libri; san Clemente
ordinò a notaj che scrivessero gli atti de’ martiri, alla cui
collezione san Gelasio fece mettere qualche ordine, origine degli
stupendi archivj del Vaticano. Per quanto piccola ci sia apparsa
in altri tempi la Vaticana, rimaneva sempre la principale libreria
del mondo cristiano; a Gregorio Magno scriveasi dalla Gallia per
averne le opere di sant’Ireneo, e da Alessandria pel martirologio
d’Eusebio[222]; sant’Amando vescovo di Tongres chiedeva libri a Martino
I, e re Pepino alcuni manoscritti greci da donare alla badia di san
Dionigi; Lupo abate di Ferrière a Benedetto XIII i commenti di san
Girolamo sopra Geremia, quei di Donato su Terenzio e l’_Oratore_ di
Cicerone[223]. Ciò nel più fosco medioevo. Andò poi ampliandosi al
risorgimento; e Calisto III spese quarantamila scudi d’oro per salvare
libri dai Turchi quando devastavano la Grecia; altrettanto Nicola
V alla presa di Costantinopoli, e spediva dotti per tutta Europa a
cercarne; Pio IV adoprò ad egual uso il Panvinio e l’Avanzati; più
fecero Sisto IV e Leone X; poi Paolo V, spintovi dal Baronio. Quando
il duca di Baviera nella guerra dei Trent’anni saccheggiò l’ammirata
biblioteca di Eidelberga, Urbano VIII, coll’opera di Leone Allacci, ne
raccolse il più che potè, e quattrocentrentun manoscritti greci, mille
novecencinquantotto latini, ottocenquarantasette tedeschi ne furono
portati alla Vaticana[224]. Alessandro VII e l’VIII v’aggiunsero mille
novecento manoscritti varj di Cristina di Svezia e della biblioteca
ducale d’Urbino. Difettavasi di manoscritti ebraici, siriaci, armeni,
egizj, etiopi, malabarici e simili: ma Gabriele Eva maronita, dalla
Propaganda spedito in Egitto, avendovi osservato biblioteche ricche
e mal tenute, fu spedito il maronita Elia Assemani a raccorne per la
Vaticana; altri le furono regalati o lasciati; poi di nuovi andò a
cercarne Simone Assemani, il quale compilò la _Biblioteca orientale_
a imitazione della greca di Fabricio, che è ancora il miglior catalogo
che s’abbia in tal fatto.

Caterina e Maria de’ Medici regine apersero la Corte di Francia a
molti begli ingegni italiani; poi Luigi XIV, che ambiva anche la
gloria d’Augusto, molti de’ nostri regalò e stipendiò; Filippo IV,
poeta e pittore egli stesso, comprava da Palermo lo Spasimo, da altri
la Sacra Famiglia e la Madonna della Tenda, i lavori più insigni di
Rafaello, l’Adone addormentato sulle ginocchia di Venere del Veronese,
per rivaleggiare col soggetto stesso del Tiziano; al Domenichino diede
commissioni, come a Guido, al Guercino, all’Albani, che con tele del
Caravaggio, del Cambiaso, d’altri nostri fanno ammirate le gallerie
dell’Alcazar e di Aranjuez; e volle più di trecento gessi delle
migliori statue d’Italia.

Più solenne ricordo lasciò Cristina di Svezia. Uomo d’apparenza e
d’atti, negletta nel vestire, semplice nel mangiare, insensibile a
freddo, a caldo, a sonno, cavalcatrice instancabile, volubile amante,
ereditando il regno e la gloria del gran Gustavo Adolfo, sentì
difficile il sostenerla; e desiderando farsi cattolica, essa figlia di
quel che in Germania avea dato trionfo alla Riforma, abdicò e venne
in Italia (1654). Festeggiata quanto richiedevasi a sì segnalata
conversione, alla santa casa di Loreto offerse votivi lo scettro e il
diadema; e postasi a Roma nel più bel palazzo del mondo, vi si divise
fra studio, divertimenti, onori, quali a pochi principi del suo tempo.
Non sapea dimenticarsi d’essere stata regina; e come in Francia fece
privatamente giustizia del Monaldeschi suo famigliare, così a Roma
essendosi ricoverati nel suo palazzo alcuni malfattori, essa negò
concederli alla giustizia, e poco poi s’andò a comunicare menandosi
dietro colla sua livrea quegli scampaforca. Il papa le comportava
queste ed altre stranianze; tardando la pensione che s’era riservata
dalla Svezia, le assegnò dodicimila scudi romani. Ed essa largheggiava
a letterati e artisti; fece sterrare le terme di Diocleziano; al
Borelli dava i mezzi di pubblicar l’opera sul moto degli animali; al
Bernini commise una testa del Salvatore, e la vita di lui fece scrivere
dal Baldinucci; tenne per secretario Michele Capellari bellunese,
che la lodò in un poema latino; per matematico Vitale Giordano da
Bitonto; a Ottavio Ferrari per un elogio regalò una collana da mille
zecchini; dal Soldani fece fare in cento medaglie la propria storia.
All’Accademia istituita nel suo palazzo intervenivano il Noris che
fu poi cardinale, Angelo della Noce arcivescovo di Rossano, Giuseppe
Maria Suares vescovo di Vaisons, Gianfrancesco Albano che poi divenne
Clemente XI, Manuello Schelestrate, vescovi e monsignori molti, Stefano
Gradi bibliotecario della Vaticana, Ottavio Falconieri antiquario,
il Dati, il Borelli, il Menzini, il Guidi, il Filicaja che celebrava
«La gran Cristina, dal cui cenno pende E per cui vive e si sostien
la fama; Lei che suo regno chiama Quanto pensa, quant’opra e quanto
intende». Aggiungete il meschino poeta Gian Mario Crescimbeni da
Macerata (-1728), che raccolse la _Storia della vulgare poesia_,
materia scompigliata esposta prolissamente e con gusto vacillante,
pregevole solo per molte cose nuove tratte in luce. Disperando parlare
di tutti i poeti celeberrimi del suo tempo, e temendo disgustar quelli
che ometterebbe, il Crescimbeni ne imbussolò tutti i nomi, e cavò a
sorte quelli di cui parlare; tutto ciò in presenza di testimonj, e
prendendone legale protocollo.

Morta Cristina[225], egli pensò conservare uniti quei valenti,
istituendo l’Arcadia, che divenne l’accademia più famosa d’Italia per
meriti e per ridicolo. I quattordici fondatori s’adunarono primamente
il 5 ottobre 1690 a San Pietro Montorio, poi negli Orti Farnesi sul
Palatino; finchè Giovanni V di Portogallo diè di che comprarsi una
stanza propria, che fu il Bosco Parrasio sul Gianicolo. Cresciuti di
numero e di corrispondenti, ebbero colonie in ogni parte d’Italia;
e doveano fingere un’Arcadia rinnovata, assegnando a ciascuno nomi
pastorali e possessi, e conforme a ciò mescendo dappertutto idee
campestri e pastorali: emblema la siringa di Pan, serbatojo l’archivio,
custode il presidente, contare gli anni per olimpiadi, e gli statuti ne
furono scritti dal Gravina nello stile delle XII Tavole[226]: insomma
un’idealità senza riscontri, sformata viepiù dallo scegliersi a patrono
Gesù nel presepio. Si prefiggevano di purgare il mal gusto; ma se di
questo era causa lo scompagnare le cose dalle parole, come sperarlo
corretto da gente che s’adunava per recitar versi, versi fatti per
recitare? Emendavasi l’enfasi, ma rimanendo nell’artefatto anzichè
ricorrere alla natura; e Vincenzo Leonio spoletino, un de’ primi in
Arcadia, combattè i traslati e rimise in onore il Petrarca, sicchè
andavasi fuor di porta Angelica a leggerlo e gustarlo.

Alle convulsioni dunque sottentrava il languore: ma intanto si piegava
a correggersi, e i migliori tra quei che nominammo introdussero
una maniera diversa e più originale di quella de’ Cinquecentisti.
Vincenzo Filicaja fiorentino (1642-1707), per nobile pensare,
vigorosa immaginativa, sentimento di religione e di patria sorvola
ai contemporanei, e mostra parlar col cuore deplorando l’assedio di
Vienna[227], esultando alle vittorie di Sobieski sui Turchi, e gemendo
sui mali d’Italia, straziata dalla guerra di successione, e troppo
bella o troppo poco forte: pure col ripetere certe formole e certi
passaggi rivela la mancanza d’ispirazione, affetta soverchiamente
la sonorità, e ancora si pompeggia nei cenci del Seicento; si tiene
sulle generali, quasi tema disgustare o i popoli o i re, interi non
esprimendo nè la gloria de’ trionfi nè il tripudio della speranza.
Visse modestissimo; tardi fu fatto senatore dal granduca; Cristina
di Svezia fece educare due figli di esso, raccomandando il segreto,
perchè, dicea, vergognavasi di far sì poco per un tanto uomo.

Il pavese Alessandro Guidi (1650-1712) cominciò colle solite
ampolle[228], poi per consiglio d’amici a Roma si volse a Pindaro, al
Petrarca, al Chiabrera; è più immaginoso di questo e del Filicaja,
e meglio sostenuto e felice nel maneggio della lingua e nell’onda
armonica, professa, dove gli appaja grandezza, scoccare gli _inni
dell’alma sua prole immortale_. Comincia magnifico, ma non trattando
soggetti di reale interesse, nè con veracità o attualità di sentimento,
finisce freddo malgrado il ditirambico disordine, e la troppo apparente
cura di reggersi sempre in punta di piedi; a tacere la scipita idealità
della vita pastorale anche quando canta sul colle di Quirino, «ove i
duci altieri dentro ai loro pensieri fabbricavano i freni ed i servili
affanni ai duri Daci e ai tumidi Britanni». Poeta di immagini, sovente
le esagera; orna ed amplifica quanto il Chiabrera, profondendo epiteti
non, come questo, appropriati al senso ma all’armonia. All’_Endimione_,
favola pastorale da lui composta per Cristina, acquistarono fama il
credersi v’abbia posto mano ella medesima, e l’averne fatto un commento
il Gravina, scegliendola a modello delle regole che prescriveva.
Parafrasò in versi sei omelie del cardinale Gianfrancesco Albano; ma
anche i santi si atteggiano d’Arcadia.

E coll’Arcadia e colla mitologia ristucca Benedetto Menzini fiorentino
(1646-1704). Alle satire trae nerbo dall’ira, benchè de’ vizj non gli
si affaccino che i più appariscenti, e spéttori invettive da trivio,
giudicando che «ai poeti satirici le parole tolte di mezzo alla plebe
vagliono altrettanto che le nobili agli eroici; ma non seppe fondere
lo stile degli antichi col vivo. Nell’_Arte poetica_ flagella il gusto
cattivo, più che non ne insegni un buono. Menò vita agitata, finchè
ricoverato sotto il manto papale, strimpellò pastorellerie come è
l’_Accademia tusculana._

Giambattista Zappi imolese (1667-1709), dottorato a tredici anni,
avvicendò i trionfi del fôro e del Parnaso, ma senza uscire dalla
povertà, che divise con Faustina Maratti, _arcades ambo_. Corretto ed
elegante, ma senza la divina favilla, fa versi per far versi, non per
bisogno d’espandere il sentimento, e sottiglia in arguzie.

Carlo Maggi (1630-99), segretario del senato di Milano, molti epigrammi
tradusse dal greco, appicciandovi arguzie, come gli scultori d’allora
ammanieravano le copie di statue antiche. Componeva felicemente
in milanese satire di coraggioso intento e commedie, nelle quali
creò i tipi del Meneghino, buon pastricciano, servitore curioso
e credenzone, e di donna Quinzia, vecchia dama orgogliosa del suo
blasone; e molti suoi motti rimasero proverbiali. Ne’ drammi per
l’arrivo de’ nuovi governatori non risparmiava le salacità, che non so
come si conciliassero colla grande devozione d’allora, e «coll’aureo
irreprensibil costume», di cui lo loda il Maffei. Qualche suo sonetto
vigorosamente rimbrotta l’Italia, addormentata in sorda bonaccia, e
dove se alcuno provvede ai mali imminenti, non cerca che il proprio
scampo, senza curare i danni altrui.

Alessandro Marchetti da Pistoja (1633-1711) variò studj, di nessuno
soddisfatto finchè il Borelli nol pose alla geometria, di cui fu
maestro in Pisa, e dove estese le dottrine di Galileo sulla resistenza
dei solidi, troppo però inferiore ai grandi che presumeva emulare. Le
sue liriche sono mediocri, come la versione d’Anacreonte; peggio quella
di Lucrezio, qualunque sia il parere più vulgato o più vulgare.

E più che nel secolo precedente sentivasi il bisogno di fare del
nuovo, benchè si cercasse per false vie. Quindi molti cantarono i guaj
o le speranze della patria; il Guidi introdusse le canzoni libere,
il Tassoni i poemi eroicomici, il Redi la varietà del ditirambo, il
Chiabrera metri al modo latino o greco. Pier Jacopo Martelli bolognese
(1665-1727), che, oltre sette satire, tre poemi e un profluvio di
liriche, fece ventisei drammi col proposito d’innovare l’insulso
teatro, acciocchè non fosse mestieri ricorrere a versioni dal francese,
ai Francesi s’accostava perfin nella testura del verso, che da lui
nominammo _martelliano_. Già monotono a declamare, egli per giunta lo
rigonfiò con immagini liriche, similitudini artifiziose, tutto insomma
ciò che meno s’addice alla tragedia.

E molte tragedie si fecero di quel tempo; molte commedie, fra le
quali solo mentoverò quelle del Fagiuoli (1660-1724), fatte per
l’Accademia degli Apatisti, che si adunava a Firenze in casa di
Agostino Bollettini, e dove intervenivano il Filicaja, il Salvini,
il Magliabechi, altri. Condotto dal cardinale Santa Croce in Polonia,
come secretario, mostrò abilità agli affari, e da quel punto continuò a
notare ogni sera quanto avea visto e riflettuto nella giornata. Reduce
in Italia, poveramente visse fin a tarda vecchiaja, e ne’ capitoli
berneschi evitò le sudicerie che ne pajono inseparabili.

Il teatro, sorvegliato dai vescovi, scemò se non abbandonò le
scurrilità del Cinquecento, ma originalità non ebbe. La commedia
italiana, nel 1577 introdottasi a Parigi, traeva tanto concorso,
che ne ingelosirono gli altri teatri; ma rappresentavansi per lo più
burlette da figurarvi gli attori, anzichè i compositori. Nel 1645,
per protezione del Mazarino, vi fu recata l’opera italiana. Ma a
que’ sommi contemporanei francesi, Corneille, Racine, Molière, nulla
abbiamo da contrapporre. Titolo di Sofocle italiano pretendeva Gian
Vincenzo Gravina di Rogliano (1664-1718) per cinque infelici tragedie.
Nella _Ragion poetica_, trattato che non si disgradirebbe un secolo
più tardi, sostiene con lungo raziocinio consistere la poesia nella
convenevole imitazione; ma neppure da questo principio sa dedurre tutte
le conseguenze. Borioso, mordace, si avversò l’Arcadia coll’arrogarsene
tutto il merito, e fu accannitamente percosso da Quinto Settano.
Ascondevasi sotto questo nome Lodovico Sergardi senese gesuita, che
con satire velenosissime ed eleganti, e diffuse in tutta Europa perchè
latine, azzannò i vizj del secolo[229] e gli uomini, fra cui il Guidi,
che altri credeva gigante, egli intitolava _pumilio_.

Tommaso Ceva milanese (1648-1756) la matematica unì colla poesia
latina, agevole coloritore ma di tocco; irresoluto s’adagia
negli antichi errori, come più poetici; attribuisce all’abbandono
d’Aristotele le eresie di Lutero e Calvino; ribatte i vortici di
Cartesio e gli atomi di Gassendi, ma anche il sistema copernicano, come
avversi alla fede; e sostiene l’attrazione col nome di simpatia. Meglio
procede allorchè si appaga d’essere poeta, come nelle _Selve_ e nel
_Gesù infante_; ma si trastulla sempre nell’epigramma: anche volendo
fare un quadro grande lo tessella di quadrettini, graziosi sì, ma senza
insieme, e tutti immaginuccie di fanciulli, pastorelli, agnelletti; non
mai sapendo staccarne la mano o accorgersi delle sconvenienze, tanto
meno elevarsi; e per far amare Gesù e aborrire il diavolo non altre vie
conosce che le riverenze, il rosario, le orazioni. Alquante vite, di
dettatura buona e temperata come il suo spirito, diresse a pio intento;
e in quella del Leméne ascende a buone ragioni di arte poetica.

Aggiungiamo ai latinisti Publio Fontana di Palusco bergamasco,
l’Averani fiorentino, il Capellari, lo Strozzi che cantò la cioccolata;
il gesuita Carlo d’Aquino che, oltre un _Anacreon recantatus_ di
sentimento devoto, fece un _Lexicon militare_, spiegando i termini di
guerra con osservazioni eccellenti ed erudite discussioni. Sotto gli
auspicj di Alessandro VII si stamparono a Roma nel 1656 i _Poemata
septem illustrium virorum_, detti talvolta _Plejas alexandrina_ e che
fu poi ristampata dagli Elzevir nel 1672. Sono Alessandro Pollini,
Natale Rondinini, Virginio Cesarini, Agostino Favoriti, Stefano
Gradi, e gli stranieri Ruggero Torck e Ferdinando Fürstenberg, il
quale ultimo pubblicò ad Anversa le poesie di papa Alessandro col
titolo _Philomati musæ juveniles_ (1654). Molti Gesuiti adoprarono il
latino, principalmente nelle controversie, ma in generale danno nel
declamatorio; colpa forse il cominciare giovanissimi a fare il maestro.
E moltissimi libri d’istruzione diedero fuori, certo i migliori di
quell’età.

Qui pure s’introdussero le difficili puerilità di acrostici,
d’enigmi, di versi correlativi o ricorrenti, di poemi figurati[230];
e Baldassarre Bonifazio pubblicò a Venezia il _Musarum liber ad
Dominicum Molinum_, che sono ventisei faccie stampate e ventidue
incise, rappresentanti i seguenti oggetti: _Turris, clypeus, columna,
calaria, clepsydra, fusus, organum, securis, scala, cor, tripus,
cochlea, pileus, spathalion, rastrum, amphora, calix, cubus, serra,
ara_. Più ampia è la raccolta del Caramuel a Roma nel 1663, intitolata
_Primus calamus ad oculos ponens metametricum, quæ variis currentium,
recurrentium, adscendentium, descendentium, nec non circumvolitantium
versuum ductibus, aut æri incisos, aut busso insculptos, aut plumbo
infusos multiformes labyrintos exornat_; e sono ottocentrentaquattro
pagine, di cui ventiquattro intagliate, divise in otto parti, cioè
_Prodromus, Apollo arithmeticus, Apollo cetricus, anagrammaticus,
analexius, centonarius, polyglottus, sepulchralis_. Smisurata fatica
d’insaccar vento.

Anche qui dunque languidezza o vanità; e la ciarla, al solito, ornava
i funerali del pensiero e della nazione. Prolissità e confusione
nei più, persino in quelli che raccontano: scarsezza di pensieri, e
perciò abbondanza di parole: coloro stessi che si stomacavano delle
bizzarie correnti, non cercavano schivarle innalzandosi al sentimento,
ma rifuggendo ai Cinquecentisti, al Petrarca, al Boccaccio: — e v’era
passata di mezzo la Riforma.

I nostri vecchi erano divenuti modelli ai Francesi, agli Inglesi, agli
Spagnuoli, perchè erano stati nazionali, cioè aveano svolto il pensiero
in modo conveniente a coloro cui si dirigevano: adesso la spontaneità
facea schifo, s’imitava, si contraffacea. Alcune menti severe
s’approfondirono negli studj, e proclamarono verità che prevenivano i
tempi: ma quando l’erudizione vendicatrice venne a dar loro ragione,
dove le cercò? in libri non curati dai contemporanei, dimentichi dai
posteri; non nella memoria del popolo, non nell’attualità degli affari
e delle applicazioni.

Non che l’Italia fosse più guardata come la stella polare, i forestieri
presero in beffa la nostra maniera: Shakspeare contraffece i concettini
degli Italiani; Boileau rese proverbiale l’orpello del Tasso; il
gesuita Bouhours, nella _Maniera di ben pensare nelle opere d’ingegno_,
bersagliò i poeti nostri e i concettini; il marchese Gian Gioseffo Orsi
di Bologna, gran dittatore di scienza cavalleresca, tolse a confutarlo,
donde un litigio dentro o fuori, senza però che alcuno si elevasse a
liberali pensamenti; e il pesarese Prospero Montani si meravigliava
che tutti costoro, invece di stabilire canoni ragionevoli di gusto,
volessero appoggiarsi unicamente ad Aristotele, ad Ermogene, a Falereo,
dicendola «prostrazione di mente, genio tapino e illiberale, vilissima
frenolatria». In fatto l’attenzione volgevasi ai grandi scrittori, ai
grandi pensatori di Francia, dell’Inghilterra, della Germania; e sul
merito loro, sulle loro opinioni foggiavansi il gusto e il raziocinio,
pel bene e pel male; e si pensò tradurli, mentre i nostri cessavano
di passar le Alpi. Fin nelle arti del disegno fummo superati; e nella
musica si contendeva il primato ai nostri compositori, ai nostri
cantanti.

Il sapere zoppica quando non sia appoggiato all’azione. Ora in Francia,
in Olanda, principalmente in Inghilterra non si troverebbe letterato
di grido che non abbia preso parte alle vicende della sua patria, se
non altro cogli scritti. Gl’Italiani rimasero sequestrati dal gran
movimento politico e religioso. Nella ricchissima letteratura francese
vive e spira la storia di quella nazione, perfino ne’ romanzieri,
nelle tragedie, nelle commedie; tanto che si potrebbe scriverla, non
dico fedelmente, ma interamente sopra di essi. Ma in Italia? la frase
non era arma d’attacco o difesa, ma vanità e ozio: ciarla prosastica
o poetica, senza serietà nè passione nè grandezza, non favellava al
cuore, sì bene alla voluttà materiale o ai vulgari capricci: non si
acuiva lo stile per farsi intendere dai partiti, per animar la parola
col sentimento comune: a che si aspirava? a destar meraviglia; che cosa
si bramava? l’applauso delle accademie; non ascoltando il cuore, non
interrogando i profondi misteri della vita, i bisogni della nazione, il
suo passato, il suo avvenire.




CAPITOLO CLVIII.

Scienze morali e filosofiche. Economia. Storia.


Della vacuità letteraria non ultima causa fu la mancanza di movimento
filosofico. Alla scolastica, che sotto l’apparato dell’argomentazione
copriva spesso la nullità, e rigirava sempre entro il proprio circolo,
aveano recato multiforme assalto gli Umanisti, i Platonici, i nuovi
Peripatetici, i nuovi Pitagorici, i Mistici, gli Stoici, gli Scettici
(t. IX, p. 310). Il modenese Mario Nizzoli[231] (-1556) combattè la
logica e la metafisica dello Stagirita, non meno che le idee platoniche
discordi dall’esperienza, e al barbaro delle scuole cercava sostituire
il linguaggio comune e chiare etimologie; onde il Leibniz l’offrì
come _exemplum dictionis philosophiæ reformatæ_. Sebastiano Erizzo
veneto (-1585) sostenne il metodo analitico (_divisivo_), qualificato
da Platone un dono e insegnamento degli Dei. Ma più che dai parziali
assalti fu scassinata la Scolastica dalla Riforma, colla quale entrato
il dubbio e l’esame, all’_ipse dixit_ si sostituiva la discussione
contraddittoria de’ fatti. Non paghi del distruggere, alcuni vollero
surrogare artifiziali combinazioni di sistemi antichi e d’immaginazione
propria. Principalmente il regno di Napoli diede pensatori originali:
ma appena spastojati dalla Scolastica, buttavansi all’entusiasmo, al
gusto dello straordinario nell’ordine delle idee e dei fatti, alle
aberrazioni ontologiche; mescolando jattanza critica a superstizione e
incredulità, con una turbolenza indisciplinata, che manifestavasi anche
nella vita loro.

Bernardino Telesio da Cosenza (1509-88), studiato nel silenzio fino
ai sessant’anni, pubblicò una filosofia naturale (_De rerum natura
juxta propria principia_), dove, sbrattando dai commenti la fisica
d’Aristotele, riduce i principj ad uno corporeo ch’è la materia, e
due incorporei, calore e freddo: non solo attivi, ma intelligenti dei
proprj atti e delle mutue impressioni. Il calore risiede nei cieli,
unito alla materia più sottile; il freddo nel centro della terra,
ove più densa è la materia; lo spazio intermedio è campo alle loro
battaglie. Sul moto dei corpi celesti, sui gravi cadenti, sull’angolo
d’incidenza e riflessione della luce, sulla direzione dei raggi
negli specchi concavi o sferici, reca vedute nuove. Avanti Cartesio e
Bacone, ai quali è attribuita la lode d’aver ricondotto gl’intelletti
all’esperienza e all’induzione, il Telesio alla moderna indicava
tutte le scienze naturali da studiare secondo i principj lor proprj,
emancipandosi dai pregiudizj fondati sopra l’autorità e sopra massime a
priori, e interrogando la natura: sicchè Bacone lo chiama il primo de’
novatori.

A tali meriti partecipa Giordano Bruno da Nola (1550-1600). Stanco
di viver domenicano e delle tirannidi nostrali, va a Ginevra, e
s’accapiglia co’ seguaci di Calvino e Beza, de’ quali abbracciando le
dottrine, non tollerava i limiti; considerato scettico, è perseguitato;
passa a combatter dalla cattedra gli Aristotelici in Francia, in
Inghilterra e in varie Università di Germania, in nessun luogo godendo
tranquillità, colpa forse la smisurata sua superbia[232]. Acutissimo
ingegno, istrutto nel greco e nella filosofia antica, robusto ma
sfrenato d’immaginazione, sostiene l’originale libertà del filosofare,
ma non sa padroneggiare il soggetto e fermarsi a tempo. Strani
titoli appone alle sue opere, come la _Cabala del cavallo pegaseo_,
la _Cena delle ceneri_, che è un dialogo sulla teoria fisica del
mondo, ove sostiene Copernico, cui dà lode non meno d’erudizione che
di coraggio[233]; ma l’ipotesi della gravitazione gli sa d’assurdo,
attesochè ogni movimento sia per natura circolare. Lo _spaccio della
bestia trionfante, proposto da Giove, effettuato dal Consiglio,
rivelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da Saulino, registrato
da Nolano_, fu creduto qualcosa di tremendo contro Roma, e non è nulla
più che un’allegoria per introduzione alla morale. Il mondo, adir
suo, è animato da un’intelligenza onnipresente, causa prima non della
materia, ma di tutte le forme che la materia può assumere, viventi in
tutte le cose quand’anche vivere non sembrino[234]. L’unità è l’essere;
ciò che è multiplo è composto; dunque non esiste che l’uno, e in
questo vanno confusi finito e infinito, spirito e materia. Presa in sè,
l’unità è Dio; in quanto manifestasi nel numero, è il mondo; e ancora
il mondo è Dio[235]. Un’unità primitiva sta in fondo all’apparente
varietà degli oggetti, che a petto ad essa tutti sono eguali: e
nell’osservarli non si vedono sostanze particolari, bensì la sostanza
in particolare. Avvi dunque un principio supremo dell’esistenza, cioè
Dio, che può esser tutto, ed è tutto; in lui la potenza e l’attività,
il reale e il possibile costituiscono un’unità inseparabile; esso è non
solo _causa esterna_, ma _fondamento interno_ della creazione. Idee
vere non si danno se non nell’essere divino, del quale l’universo è
effetto ed espressione imperfetta; e da questo universo noi deduciamo
le cognizioni, che non sono idee ma ombre d’idee.

Stabilita la relazione dell’intelletto divino coll’universale e
cogl’intelletti particolari, e scoperto il nesso fra la verità divina,
la verità delle cose e la verità propria de’ nostri intelletti, ne
deduce l’armonia di tutte le cose fra loro. Dalla stretta connessione
fra i tre grandi ordini di cose, Dio, l’universo, le intelligenze
particolari, avendo creduto dedurre l’assoluta unità, aspirò a
ridurre l’ideale e il reale, l’ente di ragione e il sussistente in
un’unica categoria, la quale abbracciasse l’essere nell’universalità
sua, ricondotto alla semplicissima unità. Al qual uopo intensamente
s’applicò a perfezionare l’_Ars magna_ di Raimondo Lullo: cattivo
modello.

Pertanto egli primo nel suo secolo contempla il mondo da puro
metafisico; o, come si direbbe oggi, si pone alla ricerca
dell’assoluto; e sviando dall’esperienza, le cause de’ fenomeni non
indaga nella materia stessa, ma accenna uno spazio infinito, pieno di
mondi che splendono di luce propria, d’anime del mondo, di relazioni
dell’intelligenza suprema coll’universo; confida nel _lume interno_,
nella _ragion naturale_, nell’_altezza dell’intelletto_, e così
s’avventura a divinazioni, talora anche fortunate, sopra i moti delle
stelle fisse, la natura planetaria delle comete, l’imperfetta sfericità
della terra.

Risoluto di rivedere la patria, giunge a Venezia, sta due anni a
Padova; ma preso, è consegnato all’Inquisizione romana, la quale non
potendo indurlo a ritrattarsi, lo dà al braccio secolare, _ut quam
clementissime, et citra sanguinis effusionem puniretur_. Condannato ad
esser arso in Campo di Fiore, disse ai giudici: — Avete maggior paura
voi nel proferir la sentenza, ch’io nel riceverla»[236].

Testè i Tedeschi riconfortarono la memoria del Bruno, indicandovi
dottrine affini alle loro e principalmente al panteismo di Schelling,
al par del quale il nostro coll’astrazione padroneggia le meraviglie
visibili e invisibili dove si confondono il creato e l’increato.
Ma le inestricabili divagazioni e la mancanza di linguaggio e
di concatenamento scientifico nelle variatissime forme della sua
ispirazione resero poco accessibile, e quindi infruttuoso il nostro
filosofo.

A Stilo, nell’estrema Calabria, nacque Tommaso Campanella (1568-1639),
anch’esso domenicano e non meno ardito pensatore, capace di riuscir
sommo se non si fosse sparpagliato su tante scienze col proposito
di riformarle. Invaghito di Telesio «tanto per la libertà del
filosofare, quanto perchè pendeva dalla natura delle cose, non dai
detti degli uomini»[237], tentò sottrarsi alle possibilità di Lullo
e alle formole della scolastica e fondare una filosofia della natura
sopra l’esperienza, combinata però col soprannaturale, cioè colla
rivelazione, la quale è fondamento della teologia. Nè in teologia
può esser falso quel che sia vero in filosofia, giacchè quella è
scienza degli attributi di Dio, questa è scienza della scienza con
cui Dio governa il mondo. Vero è che egli come teologo non affronta
con indipendenza il problema fondamentale della metafisica, mentre poi
troppo ragiona per teologo, nell’intento di raffigurar la rinnovazione
dell’uomo mediante la scienza.

Prima di Cartesio trasse la prova dell’esistenza dall’attività
interna[238]: conobbe ed espresse il bisogno della cognizione razionale
e teologica, quantunque lontano dal soddisfarvi: ammirò Galileo, pur
dissentendone in alcuni punti, e l’esortava a compiere un corso di
filosofia razionale. Suo tipo è il mondo[239], e riprova coloro che
all’esperienza antepongono l’autorità e le argomentazioni. Ma vedendo
i fenomeni della calamita e il sesso delle piante, credesi appoggiato
dall’esperienza nell’asserire che tutto è animato[240]; con eloquenza
descrive le simpatie della natura, e lo spandersi della luce sulla
terra, penetrandone tutte le parti con un’infinità d’operazioni, le
quali è impossibile si compiano senza immensa voluttà. E talmente i
corpi godono del mutuo contatto, che non può formarsi il vuoto se non
per mezzi violenti. Oltre la metafisica, la fisica, la fisiologia, la
filosofia sociale, offre un albero delle scienze, ponendo come capitale
e universalissima la metafisica, e sotto di essa dividendo le altre in
razionali e reali, cui corrispondono le scienze operative, le pratiche,
le discipline e le arti.

Troppo più cose asserisce che non ne provi; e lenta le redini
all’immaginazione, concitata dalla solitudine e dai patimenti.
Sovrattutto s’industria ad opporre un dogmatismo filosofico allo
scetticismo, fondandosi sul bisogno che la ragione prova di raggiungere
la verità; sicchè per impugnarla lo scettico medesimo ha mestieri di
certi postulati. Contro i machiavellici difende la libertà del sapere
e i diritti della ragione; ma poi si palesa machiavellico più che il
suo secolo, e vorrebbe far dipendere la grandezza d’Italia da quella di
Spagna, e questa procacciare con arti tiranniche e corruttrici: perisca
la patria, purchè trionfi l’idea.

Iddio parlò agli uomini dalla più grande antichità, mediante tutte
le religioni; rivelossi agli Assiri cogli astri, ai Greci cogli
oracoli, ai Romani cogli auspicj, agli Ebrei coi profeti, ai Cristiani
coi concilj, ai cattolici coi papi, ampliando la cerchia delle sue
rivelazioni ogni volta che lo scetticismo e l’incredulità attaccavano
i popoli corrotti; le scoperte moderne son l’ultimo termine di questa
tradizione divina, che, sempre superiore alle miserabili operazioni e
alla gretta politica degli uomini, congiungerà finalmente tutti in una
sola credenza, in quell’unità del genere umano che Augusto intravvide,
e che la ragione esige perchè cessino i flagelli naturali e perchè le
regioni più diverse permutino fra loro tutti i beni.

La filosofia reale divide egli in fisiologia, etica, politica,
economica e _città del sole_; nella qual ultima principalmente spiegò
i suoi concetti sociali, e quasi la mancanza d’una patria lo spingesse
ad errar nelle utopie, si propose di riformare il genere umano,
ripristinando l’integrità e l’armonia della potenza, della sapienza e
dell’amore. Delinea dunque una società sul tipo della sua metafisica:
e come l’intelletto prevale alle altre facoltà, così il capo della
repubblica a tutto l’ordine politico e civile; come l’intelletto
è raggio divino, così questo capo è quasi un’incarnazione di Dio;
come l’intelletto è per essenza buono, sapiente, potente, così esso
capo deve aver tre ministri che rappresentino l’amore, la sapienza,
la potenza; e il primo vigili alla generazione e all’educazione, il
secondo a propagare la scienza, il terzo al consorzio civile e al
mantenimento della vita.

Non sarebbe questa la monarchia universale esercitata nel medio evo
dalla santa Sede? Frate com’era, prende a tipo il monastero e la
gerarchia clericale; tutti i Solari fan voto di frugalità e povertà;
quattro ore di lavoro quotidiano basteranno ai parchi bisogni; il
resto applicheranno all’universalità delle umane cognizioni. Comunanza
dei beni e delle donne; abolizione della famiglia e della servitù; il
servizio domestico si trasformi in funzioni pubbliche; e il potere, o,
a dir più giusto, la direzione de’ lavoranti sia, ad ogni grado della
gerarchia, esercitata da un uomo o da una donna.

Chi primeggia in qualsiasi scienza od arte meccanica, è fatto
magistrato, e ciascuno li ha in conto di maestri e giudici; essi
sopravvegliano i campi e i pascoli; quel che maggiori mestieri conosce
e meglio esercita, ottiene maggior considerazione. Ecco la gerarchia
della capacità predicata dai Sansimoniani ai dì nostri, non mancandovi
tampoco il padre supremo, il papa industriale[241]. Tali magistrati
hanno autorità di giudicare e punire fin di morte e sommariamente;
al potere esecutivo e giudiziario uniscono il religioso; ricevono
da ciascun subordinato la confessione auricolare, e la trasmettono
ai superiori colla propria. Il male della società deriva dall’amor
proprio; vuolsi dunque affogarlo nell’interesse generale. A tal
uopo sopprimasi la proprietà. Nè egli rifugge da veruna conseguenza
del comunismo; fino il generare dev’essere sottoposto a norme, onde
ottenere il progressivo miglioramento della specie; le donne esporranno
i loro vezzi, magistrati apposta sortiranno le coppie, secondo norme
che egli divisa cinicamente e secondo le combinazioni planetarie, sulle
quali esso si diffonde con una compassionevole sapienza. Così è tolta
fin la libertà dell’amore per ottenere quell’educazione onnipotente,
che, cominciata prima del concepimento, deve accompagnare il nuovo
cittadino sino alla virilità.

Mediante questa, i Solari porteranno a perfezione il sapere e la
società, faranno aratri che si muovano a vela, bastimenti che navighino
senz’antenne o remi; voleranno, discerneranno negli abissi del cielo le
stelle più remote, udranno l’armonia delle sfere celesti, arriveranno
ad una longevità, ora inattingibile, anzi sapranno ringiovanire ogni
settant’anni; tutta la terra sarà coltivata secondo un divisamento
unico, come fosse un solo possesso; un nuovo culto senza misteri
raccorrà nel tempio stesso le immagini di Pitagora e di Cristo, di
Zamolxi e dei dodici apostoli; una lingua universale torrà gli ostacoli
alla comunicazione delle idee. Così (oltre far continua astrazione
dalle condizioni, dallo spirito, dai costumi d’Italia) colla natura
morale il Campanella alterava anche la natura fisica; volea vincere le
fatalità della natura, l’imprevidenza dell’uomo, l’antagonismo degli
Stati; e mancando d’ogni senso della realità, raggiunge a fatica quel
che i mistici comunisti del medioevo già avevano effettuato.

Eppure, fra tanti delirj, conditi d’astrologia e d’astrusa scolastica,
profonde e nuove osservazioni reca egli sopra la storia e l’alta
politica della Corte romana; dalla prigione scriveva a Filippo II,
implorando d’andargli a parlare di cose rilevantissime alla Spagna.
Nella quale ravvisa il marchio della predilezione divina, come la
più cattolica, e che ottenne dal Cielo il nuovo mondo; sicchè tutti
devono adoperarsi affinchè consegna l’impero dell’universo, abbatta
l’islam e l’eresia, compiendo la sua missione d’assicurare il trionfo
della Chiesa. Ciò conseguìto, ristaurata l’unità del mondo, dovrà
rifabbricare il tempio di Gerusalemme. Senza libri, e da dieci anni
_in tuguriolo angusto_, indovinò il declinare di quella potenza, che
allora stava all’apogeo. E per prima causa vi assegna l’isolamento
orgoglioso degli Spagnuoli, onde consiglia di favorirne i matrimonj con
Fiamminghi, Tedeschi e Napoletani, i quali deporranno le ripugnanze
e s’acconceranno ai costumi degli Spagnuoli, giacchè è impossibile
piegar questi orgogliosi verso costumi stranieri. — I vostri baroni e
conti, spoverendo i sudditi, spoverendo voi stesso (dice al re), vanno
vicerè o governatori soltanto per ispendere pazzamente il denaro, farsi
de’ creati, e rovinarsi in piaceri; poi dall’ostentazione e dal lusso
ridotti in secco, tornano a rifarsene in Ispagna, e rubano a dritta, a
sinistra, e arricchiti di nuovo, ricominciano quella vicenda, e mille
arti sanno di smungere i poveri sudditi»[242]. E segue suggerendogli le
prudenze occorrenti per ingrandire: tengasi amici gli ecclesiastici;
mandi cardinali e vescovi a governar l’America, le Fiandre e i luoghi
sospetti; remuneri i più sapienti in divinità; ne’ consigli supremi
metta Gesuiti, Domenicani, Francescani; nelle guerre ogni capitano
abbia un consigliere religioso, massime per sovrantendere alle paghe
de’ soldati, giacchè «la rovina di Spagna è che paga e non sa a chi»;
tutte le sue imprese faccia dichiarar giuste dal papa.

Nei consigli vuole che gl’Italiani siano adoperati principalmente per
cose di guerre; ma non trascende i suoi contemporanei, i quali tutti
ammettevano il sommo ed assoluto imperio del principe, nè provvedeano a
mettere il men possibile d’impacci alla libertà individuale.

Coloro che fra le vittime dell’intolleranza ecclesiastica decantano il
Campanella, piacciansi osservare quanta egli ne eserciti. Coi novatori
insegna di «non disputar le minutezze delle parole sacre, ma solo,
Chi vi ha mandati a predicare? o il diavolo o Dio? Se Dio, ciò devano
mostrare con miracoli: se no, bruciali se puoi, e infamali; ma mai si
devono far dispute grammaticali, nè con logica umana discorrere, ma con
la divina, senza moltiplicar parole ed allungare la lite, il che è una
specie di vittoria a chi sostiene il torto. Di più condannarli al fuoco
per le leggi imperiali, poichè tolgono la fama e la roba ad uomini
autorizzati da Dio con lunga successione, come è il papa e’ religiosi,
e coll testimonianze e sangue sparso... Il primo errore che s’è
fatto, fu di lasciar vivo Lutero nella dieta di Vormazia ed Augusta:
la qual cosa, sebbene alcuni dicano averla fatta Carlo per ragione
di Stato, acciò che il papa sempre restasse timoroso di Lutero, onde
fosse astretto sempre seguire le parti di Carlo, ajutandolo con denari
ed indulgenze nelle imprese che faceva per arrivare alla monarchia,
temendo non si piegasse ad innalzare Lutero suo emulo; nondimeno
si vede essere stato contro ogni ragion di Stato, poichè, snervato
il papato, tutto il cristianesimo s’indebolisce, tutti i popoli si
ribellano sotto specie di vivere in libertà di coscienza» (_cap_.
XXVII).

E più volte ricombatte Lutero e Calvino. «La religione che contraddice
alla politica naturale, non si deve tenere. La luterana e calviniana
che nega il libero arbitrio, non si deve mantenere, perchè i popoli
possono rispondere che essi peccano per destino» (_Aforismo_ 84).
E quanto all’attuazione esterna della Chiesa, egli professa che
«s’inganna chiunque dice che il papa non ha se non il gladio spirituale
e non il temporale, perchè la monarchia sua sarebbe diminuita mancando
di questo; e Cristo Dio legislatore sarebbe diminuito, cosa imprudente
ed eretica da affermarsi. Quella medesima costellazione che trasse
fetidi eflluvj dalle cadaveriche menti degli eretici, valse a produrre
balsamiche esalazioni dalle rette intelligenze di quelli che fondarono
le religioni de’ Gesuiti, de’ Minimi, de’ Cappuccini» (_Afor_. 70).

Questi concetti riusciranno bene inaspettati a chi lo giudicò fin ora
a detta altrui. Una volta ogni rivoltoso dovea figurarsi come eretico:
oggi come italianissimo, e qui pure il Campanella ci raffinisce tra
le mani. Perocchè professava che Italia «già mostrò i suoi frutti, e
nessuna nazione dopo perduto l’impero potè recuperarlo mai, e tanto
meno l’Italia, chè le stelle pur contraddicono, e dove non è che
paura tra tutti e poca risoluzione per la salute comune, e nulla per
ricuperarle l’impero, aspirando i principi soltanto a conservarsi[243].
Giacchè deve star soggetta, il minor male è che sottostia agli
Spagnuoli, e sperare che crescano, anzichè ricever altri forestieri con
rovina nuova. Massime che questi, essendo eretici, torrebbero a Italia
l’_unica gloria_ rimastale, il papato, donde un infiacchimento che la
esporrebbe al Turco».

Neppur s’ha a toccare il papa, perchè «solo con la venerazione difende
più gli Stati suoi che gli altri principi con l’armi; e quando è
travagliato, li principi tutti si muovono ad ajutarlo, altri per la
religione, altri per ragion di Stato[244]. E questo è dominio veramente
italiano, e perciò chiunque non lascia eredi dovrebbe legare i proprj
Stati al papa, e le repubbliche stabilire che a questo siano devolute
se mai un tiranno le invada; e così si costituirebbe a breve andare una
monarchia italiana. Intanto dovrebbe farsi a Roma un senato cristiano,
dove tutti i principi avesser voce per mezzo di loro agenti; il papa
vi presedesse per mezzo d’un collaterale; vi si risolvesse a pluralità
di voti sulla guerra agli infedeli ed eretici, sulle differenze tra’
principi, obbligando colla guerra qual vi si rifiutasse.

Del suo paese dice: «Napoli è popolata di settantamila abitanti, e
solo dieci o quindicimila lavorando, vengono prestamente consunti
dalla soverchia fatica; mentre il rimanente è rovinato dall’ozio, dalla
pigrizia, dall’avarizia, dalle infermità, dalla lascivia, dall’usura;
e per maggior disgrazia, contamina e corrompe infinito numero d’uomini
assoggettandoli a servire, ad adulare, a partecipare de’ proprj vizj,
con grave nocumento delle funzioni pubbliche. I campi, la milizia,
le arti sono negletti o pessimamente coltivati con penosi sagrifizj
d’alcuni»[245].

Il tanto oro affluito dall’America abbagliò a segno, da far credere
che in questo consistesse la ricchezza d’uno Stato; e ogni cura fu
dritta ad acquistarlo e conservarlo, non a quelle che ne son fonti,
l’agricoltura, l’industria, il commercio: la scienza amministrativa
riducevasi a trovare nuove imposte e fiscalità. I nostri le vituperano
come esorbitanti, ma non suggeriscono compensi diversi; e il Campanella
mostrava quanto male fossero ripartite, come i nobili le riversassero
sui cittadini, questi sugli artigiani e sui villani; suggeriva un
sistema consono alle nostre imposizioni dirette e indirette, leggiere
sugli oggetti di necessità, gravi su quelli di lusso e spasso[246], ed
escludendo la capitazione. Indicava pure un ricovero per gl’invalidi,
scuola speciale pei giovani marinaj, asilo e doti per le figliuole
de’ soldati, monti di pietà gratuiti, banche ove i sudditi deponessero
capitali, ricevendo conto dell’impiego e degl’interessi; tengasi buona
flotta, perchè la chiave del mare è chiave del mondo; non s’imitino
nelle colonie e conquiste i Francesi, _qui, quum multa acquisiverint,
nihil servaverunt_, perchè non sanno moderarsi, e da un lato s’arrogano
troppo, dall’altro lasciano troppa libertà, oggi trattano i sudditi
con molliccia bontà, domani con rigori violenti. Raccomanda pure di
svoltare gl’intelletti dalle teologiche sottigliezze verso la storia,
la geografia, il mondo reale; un codice uniforme; gl’impieghi aperti
a chiunque è capace; poco favore alla nobiltà nata o alla ricchezza;
stimolare la gloria e l’onore, proporre elevato scopo alle ambizioni,
ridurre uniformi le monete, incoraggiar le manifatture, ben più
fruttifere delle miniere. Eccovi concetti nobili al certo, ma non
coerenti; sulla libertà professa dottrine false o triviali[247];
vagella nell’economia al punto, che, per impedir le fami, propone il
re faccia monopolio del grano, ne vieti l’asportazione, ne assegni
il prezzo[248]; cadeva nell’astrologia, nelle scienze occulte, nel
misticismo[249]; pretendeva dall’esteriorità del corpo indovinare le
inclinazioni dello spirito non solo, ma riprodurle; insomma, al pari
del Bruno, molte verità presentì, miste a troppo di falso, e senza
quell’unità ragionata che le rende efficaci.

Compreso dalle grandi scoperte del suo tempo, ove in cent’anni
si era progredito più che ne’ tre secoli precedenti, vagheggiò
gl’indefettibili progressi dell’umanità; e nel secolo venturo
prevedeva «compiuta la riforma della società; distruzione in prima,
poi riedificamento; una monarchia nuova e mutamento totale delle
leggi». A tale confidenza il recava, ancor più che la crescente
intelligenza, la forza di carattere dell’uomo; e «come s’arresterebbe
il libero procedere dell’uman genere, quando quarantott’ore di tortura
non poterono piegare la volontà d’un povero filosofo, e strappargli
neppur una parola che non volesse?» Accennammo (pag. 126) come,
involto nella congiura di Stilo, fosse torturato[250], poi tenuto
ventisette anni prigione. È sempre difficile determinare quanto v’abbia
di vero nelle processure segrete; ma mentre i declamatori biografi
del Campanella tacciano i frati d’averlo perseguitato per eretico,
la Spagna lo incarcerava perchè cospirasse coi frati. E d’eresia e
d’ateismo è in fatti appuntato da molti contemporanei: certo il suo
_Ateismo trionfato_ va così debole, da poter essere intitolato Ateismo
trionfante: d’altra parte egli credevasi un riformatore della scienza,
inviato dal Cielo ad abbattere i sofismi, tirannide, ipocrisia[251].

Intanto egli studiava politica e filosofia, e mentre prima in favore
della Spagna, allora si drizzò tutto a sostener Roma[252]; e se fosse
scarcerato, prometteva in libri dimostrare vicina la fine del mondo;
palesare una gran congiura di principi, teologi, filosofi e astronomi
contro il vangelo; combattere invincibilmente i machiavellisti;
dare un rimedio sicuro, senza del quale la cristianità sarà divorata
dagl’infedeli; dimostrare venuto il tempo che il mondo riposi sotto
una felicissima monarchia; insegnare ad aumentar di centomila ducati
le rendite del regno di Napoli con benefizio dei sudditi, e così per
gli altri Stati; comporrà un libro per convertire i Gentili delle Indie
e convincere i Luterani, gli Ebrei, i Maomettani; andrà egli stesso
ad apostolati, con cinquanta discepoli formati a tal uopo; riformerà
le scienze naturali e morali secondo la Bibbia e i santi Padri, e le
insegnerà tutte in un anno; farà un’astronomia nuova, e mostrerà i
sintomi della morte del mondo; di più fabbricherà una città salubre e
inespugnabile, e tale che al sol mirarla s’imparino tutte le scienze
storicamente; scoprirà il moto perpetuo; farà vascelli che navighino
senza remi, e carri che vadano col vento. Insomma anche qui mistura di
elevato e di puerile.

E dotti e principi presero interesse pel Campanella: Paolo V spedì
apposta il tedesco filologo Scioppio a Napoli per trattare di sua
scarcerazione, e se non altro gli ottenne di poter leggere e scrivere
e mandar lettere. Alfine Urbano VIII, trattolo a Roma col pretesto che
competesse al Sant’Uffizio per avere professato profezia, lo restituì
in libertà. Passato allora in Francia, trovò amici gli eruditissimi
Claudio Peiresc e Gabriele Naudé, Richelieu protettore, applaudenti
i Francesi, non tanto come a filosofo, che come a perseguitato della
Spagna; pensionato di cencinquanta lire al mese, assisteva alla
Sorbona, all’Accademia allora nascente, fin al consiglio di Stato;
vi fece molte profezie, riportate dai contemporanei, e compiva le sue
opere, dirigendo le quali al granduca, dicevagli averlo Iddio mandato
in quel paese certamente per ricostruire le scienze.

Avea predetto gli sarebbe funesto l’eclissi del giugno 1639, e tentava
sviarlo con ripari astrologici: ma al 21 maggio morì settagenario.

_Uomini nuovi_ sono chiamati costoro da Bacone, perchè alla scolastica
abitudinaria surrogavano la ragione: e di fatto il Patrizj[253] già
asseriva «i particolari sensibili fare strada alla più alta filosofia»,
e il Campanella che «prima opera del filosofo è comporre l’istoria dei
fatti». Ma non si sceverano dalle inveterate prevenzioni; uscendo dal
buon senso smucciano nel paradosso, nè alcuno piantò un sistema che
comprendesse bastanti verità da signoreggiare l’intelletto, il quale,
se ammira un momento le bizzarrie, non riposa che nell’ordine.

Bensì il francese Renato Cartesio (1596-1650), vedendo qual cumulo
d’errori si adottasse sull’autorità de’ precedenti, propose di
disimparare tutto e far tavola rasa, affermando soltanto ciò ch’è
evidente; pose insomma il dubbio come portinajo della scienza, e nelle
cento pagine austeramente semplici del suo _Metodo_ innovò le scuole.
La dimostrazione dell’esistenza dedusse da un fatto della coscienza
dicendo: — Io penso, dunque esisto»[254]. Vero è soltanto ciò che ha
evidenza interna nella coscienza, o di cui la mente acquista precisa
e indubitabile certezza. Dal semplice, che immediatamente si capisce,
salgasi al composto, all’oscuro, al difficile, raccolgansi e si
discernano i mezzi che conducono al vero, librandoli cogli ostacoli
frapposti; non si ammetta un concetto senza ragion sufficiente, nè una
cosa si reputi vera perchè altri la crede tale.

Rifiutando ciò che non sia evidenza o coscienza, ragione individuale
o infallibilità geometrica, concentra dunque le scienze nello studio
delle intellettuali facoltà; nulla volendo imparare da altri, si
obbliga a rifar tutta la via del pensiero, e ogni scienza trarre dal
proprio ingegno: e per quanto sia portentoso che un uomo tante cose
compisse, da peggiori falli non campò se non per merito di quegli
stessi che rinnegava.

Intanto restava eliminata dalla società ogni causa metafisica,
facendola prodotta e architettata da una potenza unica, la libertà, il
diritto dell’uomo: escluso ogni principio superiore che spieghi ciò che
la ragione non può spiegare, la filosofia cartesiana, fin all’ultima
sua manifestazione con Hegel, proclamava l’onnipotenza della ragione:
ma il razionalismo non può fare che conquiste precarie, continuamente
edificando e abbattendo, e vivendo d’incessante variazione. E già
i primi suoi seguaci trascesero, e Malebranche introdusse le cause
occasionali, e non accettò l’esistenza dei corpi, ma sol quella degli
spiriti; l’ebreo Spinosa ridusse a scienza il panteismo, ammettendo
un ente unico, un’unica intelligenza; Locke popolarizzò la metafisica
con semplificazioni che eliminano le quistioni invece di scioglierle;
Leibniz combattè il sensismo sostenendo che solo la fede può conciliare
i due termini della conoscenza, il me e il non me.

I nostri ammiravano, e imitavano chi l’uno chi l’altro. Giambattista
Vico, che prese le mosse dal criticare Cartesio pur ammirandolo,
riflette sagacemente che l’assioma _io penso, dunque sono_ prova
soltanto il fenomeno; e il fenomeno non è già negato dagli scettici,
bensì la realtà di esso; nè questi dubitano della coscienza, bensì
della sua validità (_De nostri temporis studiorum ratione_, 1708).
Conchiude che non il metodo ma il genio elevò Cartesio a tant’altezza:
l’erudizione vi trapela di mezzo all’affettata aridità della sua
ragione, come, nel mentre abolisce il passato, lascia scorgere quanto
meditasse su questo.

Michelangelo Fardella siciliano (1650-1718), dall’_analisi divina_ di
Cartesio in molti punti si scostava, e nominatamente sulla certezza,
credendo tutt’altro che dimostrata l’esistenza del mondo esteriore:
ma all’idealismo di Malebranche opponeva il suo stesso argomento;
l’esistenza del mondo esteriore non potersi dimostrare altrimenti che
per la rivelazione. Credeva le idee fossero la percezion delle cose, ma
ne ammetteva alcune innate, che però non erano immagini della mente,
bensì una disposizione di questa ad eccitarle senza impulso esterno.
Ma poichè prendeva come unica sostanza l’ente infinito, del quale
gli altri non erano che manifestazioni, come sottrarsi al panteismo?
Se non che di Cartesio e di Malebranche adottava i sistemi solo in
quanto convenissero colla dottrina di sant’Agostino, cui mostravasi
devotissimo.

Più francamente predicò il cartesianismo Tommaso Campailla di Modìca
(1668-1740) nel suo poema filosofico l’_Adamo_, onde fu detto il
Lucrezio cristiano.

A Napoli l’Accademia degli Investiganti, protetta dal marchese
d’Aversa, scosse il giogo d’Aristotele, s’innamorò di Gassendi,
della filosofia atomistica d’Epicuro e di Lucrezio Caro, benchè
facesse riserve per le credenze cattoliche. Dappoi il famoso medico
Tommaso Cornelio vi fece conoscere Cartesio, e questo divenne moda;
applicandosi piuttosto alle cose naturali, pigliando per solo criterio
l’esperienza del senso esterno ed interno. L’idealità soccombeva
dunque al sensismo, del che sbigottiti i monaci, li denunziarono
come pericolosi all’Inquisizione di Roma, la quale avviò alcuni
processi; ma l’autorità non solo si oppose, ma tolse a quella la
facoltà di processare nel regno (1692). Giambattista De Benedictis,
gesuita di Lecce, nelle _Lettere apologetiche in difesa della teologia
scolastica e della filosofia peripatetica_, flagellò i filosofi nuovi,
e principalmente i napoletani Tommaso Cornelio, Leonardo da Capua,
Francesco d’Andrea, Aurelio di Gennaro, Nicolò Cirillo, i quali gli
risposero. Elia Astorini da Cosenza carmelitano, che dal peripato
passò alla filosofia nuova, fu inquisito per mago od eretico; onde
fuggì a Zurigo, poi a Basilea, e in varie scuole della Germania
cerco e onorato: ma visto que’ professori di teologia combattersi e
scomunicarsi un l’altro, si persuase non darsi riposo che nell’unità
cattolica, onde contro Luterani e Calvinisti scrisse con erudizione
e solidi ragionamenti; e assolto fu mandato a predicare a Firenze e
a Pisa, dove lesse matematica; poi a Roma; infine stracco da nuove
persecuzioni, si concentrò nella vita studiosa. Paolo Mattia Doria,
ne’ discorsi filosofico-critici, additò per quali ragioni fosse dalla
cartesiana tornato alla dottrina platonica, e contro Francesco Maria
Spinelli difese l’ideale metafisica antica. Tommaso Rossi ricondusse la
fede ad accordarsi colla scienza.

Anche nelle scienze più favorite come le teologiche, lo stesso
indulgente Tiraboschi confessa non avervi un moralista di polso, non
uno che degnamente combattesse nella quistione della Grazia, che empiè
di garriti la Francia. Ippolito Maracci (-1765) dedicò tutte le sue
fatiche alla beata Vergine; nella _Biblioteca Mariana_ informò di più
di tremila scrittori sopra gli attributi di Maria. Luigi suo fratello
tradusse il Corano con ampj commenti e con esili confutazioni. Stefano
Menochio pavese gesuita fece un buon _Commento di tutta la sacra
Scrittura_, più volte ristampato, e _Trattenimenti eruditi_ su molti
punti di storia sacra. Vincenzo Gotti bolognese (-1655), domenicano
e cardinale, in dieci volumi dimostrò la verità del cristianesimo
contro Atei, Pagani, Ebrei, Maomettani. Il padre Domenico Gravina
di Napoli, oltre difendere la Chiesa contro Marcantonio de Dominis,
fece le _Catholicæ præscriptiones adversus omnes veteres et nostri
temporis hæreticos_ (1619). Il padre Francesco Brancati napoletano
(-1693) dettò molte opere teologiche, e sull’uso della cioccolata,
sulla giurisdizione del Sant’Uffizio, e massime sulla predestinazione,
professandosi fedele a sant’Agostino.

La morale fu applicata anche all’intera società, nella scienza civile
cercando le norme, le cause, la legalità de’ mutamenti che si vedevano.

Il diritto pubblico non si considerò più come semplice custode del
diritto privato, e l’elemento morale se ne elaborava con maggior
cura che il materiale e meccanico, pur volendo sottrarlo ai concetti
metafisici. Il diritto internazionale, dapprima ragionato su casi
teologici, sulle analogie del diritto positivo e locale, sulle
consuetudini, gli esempj e qualche reminiscenza antica, come il gius
feciale, allora si costituì sopra un’equità più larga, si riconobbero
diritti al nemico e una ragione legittima, anzi che il fatto d’una
conquista anticristiana.

L’uso di tener ambasciadori fissi nelle Corti straniere fu ignoto
al medioevo, quando politica internazionale non può dirsi esistesse,
mancando fin l’idea di nazione. Occorrendo, spedivansi oratori o nunzj,
ai quali soleano darsi le spese e regali e privilegi. Venezia, a cui
metteva capo tutta la politica d’Italia, e in parte anche quella de’
forestieri, teneva e mandava sempre gran numero di ambasciadori: ma
quando la politica s’avviluppò, e quelli crebbero a dismisura e si
resero stabili, al 5 gennajo 1529 nel maggior Consiglio si prese parte,
che, dovendo provvedersi a riparare con risparmj alle tante spese, si
cesserebbe dal dare cosa alcuna nè in dono nè in uso ad ambasciadori,
non l’affitto e le masserizie delle case, non addobbi, nè barca, nè
esenzione di dazj, nè denaro sotto qual fosse titolo: al loro arrivo
si potrebbe spendere da cinquanta ducati in una cena e in un presente
di confezioni, e alla partenza un dono non maggiore di cinquecento
ducati per ambasciadori di teste coronate, e ducento per gli altri.
L’appaltatore del vino, che era dapprima obbligato a somministrarne
al pubblico ducento anfore per uso d’essi ambasciadori, d’or innanzi
pagherebbe in quella vece cinquecento ducati all’uffizio delle
Ragion vecchie. Però in quel secolo si trascorse di molto quel segno,
ricevendo pomposissimamente gli ambasciadori e donandoli riccamente;
si permise loro d’introdur da Fusina certa quantità di pane senza
dazio, poi altre licenze, che divennero coperta del contrabbando,
sinchè non furono abolite: pure il pretenderle recò gravissimi disturbi
alla Signoria[255]. Dilatatosi l’uso degli ambasciadori, l’arte ne fu
ridotta a teorie; e Carlo Pasquali da Cuneo, che servì utilmente la
Francia col nome di Pascal, stampò il _Legatus_, primo libro ove si
trattassero i doveri e le attribuzioni degli ambasciadori.

Alberico Gentile, della marca d’Ancona (1551-1611), protestante (tom.
X, pag. 407), professando a Oxford preferisce i legisti antichi,
disapprovando l’Alciato d’aver tratto partito dalla cognizione
dell’antichità, della storia, delle lingue; ma se si guardi
all’eleganza, all’erudizione, agli altri meriti di lui, congeneri a
quelli del criticato, può supporsi che satiricamente avesse voluto
fingere un elogio all’ignoranza dei giurisperiti; non si limitò al
diritto romano, ma indagava la giurisdizione naturale; mostrava
l’importanza e santità delle ambascerie (_De legationibus_), che
non devono essere impedite da differenza di religione, che le azioni
civili contro i ministri pubblici possono essere deferite ai tribunali
ordinarj. Con questo ed altri libri (_De potestate regis absoluta,
De vi civium in regem semper injusta_) fondò la scuola del diritto
pubblico; fu il primo a librare sistematicamente il diritto delle genti
in guerra (_De jure belli_). Vuole si osservi la parola, disapprovando
e Carlo V e Luigi XII; i patti d’alleanza giudica non _stricti juris_,
ma _bonæ fidei_.

Il suo libro suggerì forse il concetto, certo l’ordine a Ugo
Grozio (-1646), il quale restaurò il diritto naturale, ben distinto
dalla morale e dalla politica, deducendolo dall’istinto sociale,
e fondandolo, non più su cause mistiche, sul gius feudale, sulle
costumanze della cavalleria, sui temperamenti ecclesiastici, ma
sull’autorità mediante una dottrina etica universale, dove però si
confondeano elementi che poi furono distinti. Hobbes e Spinosa invece
ridussero egoistica la morale privata e la pubblica. Il mediocre
Puffendorf (-1694) cercò discernere la ragione dalla rivelazione, e
dedurre il governo civile dalle famiglie primitive. Ma la riscossa
cattolica si sentì pure nelle teorie sociali, e qualunque fossero i
fatti, non si ostentava più nelle dottrine la colpevole indifferenza
tra il bene e il male, tra il vizio e la virtù, in cui s’erano avvolti
storici e politici del secolo passato, come Guicciardini e Machiavelli.

Donato Giannotti, succeduto a quest’ultimo per secretario della
Repubblica fiorentina, ne analizzò il governo, e la incalorì contro i
Medici; con senno e con dignità posata e colta esaminò la repubblica
di Venezia meglio che non avesse fatto Marcantonio Sabellico, e la
paragonava a una piramide, di cui erano base il granconsiglio, mezzo i
pregadi e il collegio, vertice il principe, e sperava vivrebbe «qualche
secolo, se non per altro, per insegnare alle città d’Italia come elle
si hanno a governare se da tiranni non vogliono essere oppresse». Il
cardinale Gaspare Contarini ammirò pure Venezia ma da un altro aspetto,
applicandole i canoni degli antichi, proclamando la legge come la cosa
più vicina alla divinità, e lodando le costituzioni miste.

Paolo Paruta veneto (1540-98) vagheggiava soprattutto la libertà, tolta
la quale, «ogni altro bene è pur nulla; anzi la stessa virtù si rimane
oziosa e di poco pregio... principale condizione nell’uomo che abbia
a divenir felice, parmi il nascere e vivere in città libera»[256];
sgomentava dal fidarsi a tiranni, e «chi commette il governo della
città alla legge, lo raccomanda quasi ad un Dio...; chi lo dà in
mano all’uomo lo lascia in potere d’una fiera bestia». Nei _Discorsi
politici_, se non arguto e vigoroso, si mostrò abbastanza franco nel
giudicare de’ Romani e de’ contemporanei; sotto quella rusticità
si riscontrano idee, delle quali è dato merito a Montesquieu. Più
che i fatti di Roma lodando la prudenza di Venezia, non che volere
l’ampliamento degli Stati mediante la conquista, come il Machiavelli,
cerca la conservazione e la difesa; anzichè, come lui, disperare de’
popoli moderni, li crede capaci di gran fatti, quali ne compirono
Carlo V e Solimano. Di politici avvenimenti sparse anche la sua _Storia
veneta_, scritta bensì al soldo della Repubblica, ma da uom pratico,
e colle particolarità e le applicazioni di cui è digiuno il Bembo,
e sottoponendo i fatti parziali a idee generali. Più francamente
descrisse la guerra coi Turchi, ch’è veramente l’epopea di quella
riazione cattolica, della quale il Paruta stesso risentì, come appare
da un _Soliloquio_ sopra la propria vita, confessione delle interne
tempeste.

La repubblica di Genova fu analizzata da Uberto Foglietta, cui non
pareva libertà quella donatale dal Doria, ma voleva che nobili e
cittadini fossero eguali in faccia alla legge, senz’altra distinzione
che del merito, della virtù e de’ servigi prestati. Cosimo Bartoli ne’
_Discorsi istorici universali_ pende ai Medici, i quali fecero ogni
opera per cattivarselo; e ancor più apertamente Giambattista Guarini
sostiene l’autorità principesca. Nel _Discorso de’ governi civili_
Sebastiano Erizzo palesa miglior conoscenza dei libri che degli uomini;
nè gravità istruttiva mostrano Bartolomeo Cavalcanti _Delle repubbliche
e delle spezie di esse_, e Francesco Sansovino _Del governo de’ regni e
delle repubbliche_.

E a centinaja sono a numerare gli scrittori di politica e di
ragion di Stato in quell’età, sotto i nomi di _Tesoro politico_,
di _Principe regnante_, di _Segretario_, di _Chiave del gabinetto_,
di _Ambasciadore_. Si fan maestri al principe regnante, al principe
deliberante, al principe ecclesiastico; al ministro, al segretario,
raccogliendo una folla di precetti ed esempj dagli antichi e alcuni
dalla propria esperienza, vulgari nel fondo, e rivolti all’intrigo,
al riuscire, all’assonnare la coscienza sui mezzi mediante la bontà
del fine: spesso volgonsi a privati, insegnando l’arte di adular con
accortezza, di dire servilità con apparenza di rustica franchezza e
sin di censura; di dar pareri convenienti al tempo e alle persone;
di sollecitar favori al momento e all’umore opportuno; di scegliersi
amici e confidenti utili o di divenirlo a chi è utile; di corteggiar il
potente, sia esso un principe o un arruffapopolo, chè l’uno e gli altri
han del pari piacentieri e turcimanni. Tutti pieni di prevenzioni,
tutti raccomandano come arte suprema la secretezza, non ostentano più
l’immoralità come Machiavelli, anzi la confutazione di questo è luogo
comune a tutti: vero è che non rifiutano l’intrigo, il tradimento e la
perfidia quando si tratti di miscredenti, di traditori, di ribelli;
nella confusione del passato non vedono alcun filo, ma vi trovano
esempj per sostenere le più opposte teoriche; insegnano a adulare senza
parerlo, a disobbedire pur protestandosi sommessi; librano i diritti
e i doveri secondo la media proporzionale d’Aristotele; e sempre
parlano a principi e a ministri, i quali non li leggevano, professando
di non iscrivere pel popolo; e danno litanie di precetti, tutti
metallo sonante e come il suono inutili, o li rinfiancano con autorità
classiche o ecclesiastiche, e li dispongono in categorie irreprovevoli,
o cercano esempj in Tiberio, in Pilato, in Bruto, per giustificare, o
almeno spiegare la notte di San Bartolomeo, il duca d’Alba, Maria la
Sanguinaria, e fondando la potenza degl’imperi e la felicità de’ popoli
su tesi e antitesi di miope dottrina, e di mediocri combinazioni.

Scipione Ammirato da Lecce (1531-1601), prudente più che arguto,
ribatte il Machiavelli, massime difendendo la Corte di Roma;
colla storia alla mano nega che da questa venisse lo sbranamento
d’Italia; esser prosperati alcuni popoli senza quest’unità, la quale
poi difficilmente s’accorderebbe colle abitudini e col valore e
l’accorgimento italiano; «e se Dio non facesse un miracolo, questa
unione d’Italia non potrebbe succedere senza la ruina d’Italia...
Desiderano dunque di vedere ogni cosa piena di sangue e di confusione,
perchè abbiano a godere i nostri nipoti sotto un principe, Dio
sa quale, la mal costante e peggio impiastrata unione d’Italia?»
(_Discorso_ V).

Una teorica compiuta e ragionata di quanto concerne uno Stato in
fatto di legislazione economica, stabilita non su Livio o Tacito ma
sul vangelo, cioè sulla giustizia e l’umanità, oppose a quella del
Machiavelli[257] Giovanni Botero piemontese (1540-1617), segretario
di san Carlo e di Federico Borromeo, poi educatore de’ figli di Carlo
Emanuele. Nella _Ragion di Stato_, con fino ragionamento, osservazioni
molte dedotte dalla lettura e dai viaggi, e opportune applicazioni,
sostiene che l’onesto non va disgiunto dal vero utile, nè l’ingiusto
può mai dirsi vantaggioso. «Stato (dic’egli) è un dominio fermo
sopra i popoli; e ragion di Stato è notizia de’ mezzi atti a fondare,
conservare, ampliare questo dominio. Debbono i governi conservarsi
a ogni costo». In conseguenza approva la strage del San Bartolomeo,
imputa al duca d’Alba l’avere clamorosamente ucciso Egmont e Horn,
anzichè «liberarsene quanto più poteva segretamente»; insieme loda la
Francia d’aver concesso libertà di culto ai Protestanti; disapprova la
crociata dei Mori di Spagna; contro l’errore crede siano più efficaci i
mezzi pacifici.

La guerra, quando non sia necessaria difesa, è un latrocinio: i grandi
eserciti mostrano la barbarie, anzichè il talento di chi gli adopera:
raccomanda la fanteria più della cavalleria, e la milizia nazionale.
Non crede utili le dogane, e l’economia nelle spese pubbliche giovar
meglio che il cumular tesori: s’incoraggino l’agricoltura e le arti,
ma non i matrimonj, nè si tema che parziali celibati scemino la
popolazione, la quale s’equilibra coi mezzi di sostentamento[258].
Teoriche di buon senso, che la scienza di poi rabbujò e imbastardì.

Nelle colonie degli Spagnuoli e Portoghesi non ravvisa che romanzesche
speranze e reali guasti, onde, invece di nuovi mondi, si avranno
nuovi deserti. L’ozio è la cancrena d’uno Stato, e perciò vorrebbe
obbligati i padri a istruir i figliuoli in qualche arte. Il commercio
è il migliore spediente a utilizzar i prodotti superflui: pure crede
dannoso l’asportar le materie prime. Ragionò meglio d’ogni altro delle
imposte, disapprovando le tasse personali e mobiliari, e tanto più
quelle in natura. Non crede che i principi vantaggino dallo scarnare
i popoli; bensì dall’averli ricchi in modo, da poter all’occorrenza
trarre imposte straordinarie. Si aboliscano le lunghe procedure costose
e la folla de’ legulej. Non osteggia la feudalità, ma vorrebbe limiti
sull’eccessivo arricchire e alla superbia de’ nobili; amerebbe si
distribuissero terre a tutti i cittadini, e segni onorifici a chi ben
meritò, per quanto d’umile estrazione; sicchè impediti i vecchi nobili
di nuocere, spinti i nuovi a giovare, tutti sarebbero meglio impegnati
alla difesa della patria. I vizj del clero derivano da orgoglio e da
potenza; mentre ogni sua autorità dovrebbe consistere nella moderazione
e nel disinteresse. Del resto egli suppone l’uomo qual dovrebbe
essere, non qual è; onde i belli suoi suggerimenti mancano spesso
d’opportunità[259].

Nello scompiglio politico dell’Europa d’allora, ribramava l’equilibrio
che un tempo erasi stabilito fra i varj Stati d’Italia; e incoraggiando
i timidi a valersi dei proprj mezzi, prevedeva il decadimento
vicino della Turchia e della Spagna. Per dimostrare la necessità
dell’equilibrio politico, dice che natura non lasciò nulla senza
contrappeso: «Che cosa più generosa del leone? ha con tutto ciò paura
della cresta e del canto del gallo; più forte che l’elefante? e trema
tutto alla vista d’un topo; più vasta della balena? ed ha bisogno della
scorta del murcolo, pesce piccolissimo; più veloce del delfino? ha
la bocca tanto ritirata che, sebbene aggiunga in poco spazio, non può
facilmente, per il sito troppo ritirato della bocca, afferrar la preda;
il cocodrillo ha il tergo guernito d’una scaglia impenetrabile, ma il
ventre delicato e molle, e perciò esposto agli urti del delfino, che
cacciandosegli sotto, lo sventra». E per l’equilibrio, più d’una grande
monarchia, ama i piccoli Stati che si contrappesino.

Come i migliori, si procaccia cognizione esatta e ordinata delle
cose reali e sussistenti e della varietà delle attuali contingenze.
Anch’egli ammira Venezia, ricca pel commercio, per la zecca, per la
dovizia de’ particolari; e quel che altrove si butta in mantenere il
re e la sua famiglia, ivi accresce la flotta e le fortezze. Nel 1590
orribil fame guastò tutta Italia, fin le pingui Parma e Piacenza;
sola Venezia provvide in modo che nessuno soffrì, e v’ebbe concorso
di forestieri; i ricchi adunarono somme pei poveri, e furono imitati
nelle altre città. Al qual proposito di Venezia avvertendo che vi si
uccide men gente che altrove, disapprova i supplizj atroci, allora
usitati: «A che proposito caricar le forche d’appiccati e far beccheria
d’uomini senza fine? L’assiduità della forca, perchè le cose alle quali
gli occhi sono avvezzi hanno poca forza a far movimenti negli animi,
rende così fatta morte meno vituperosa e men aborrevole». Riflessi oggi
comuni, allora nuovi. Non crede a Venezia nocesse l’essersi impacciata
della terraferma; e ben avvisa come due distinti governi avesse la
repubblica, quel di se stessa e quel dei sudditi; e che in lei, siccome
in tutte le aristocratiche, non predomina l’impulso guerresco quanto
nelle democratiche, perchè colà bisogna che i governanti apprestino
i mezzi ed espongano le persone, mentre dove si obbedisce agli
schiamazzi, «La sciocca turba grida _Dàlli_, _dàlli_, E sta lontana e
le novelle aspetta»[260].

V’accorgete come la scienza degli Stati, ancor novizia nell’elaborar
l’idea della suprema tutela de’ governi sui popoli, toccava tutte le
materie, mal distinguendo le regole governative dai fenomeni puramente
economici. Il Sismondi, nel tanto combattuto capo CXXVI della sua
_Storia delle Repubbliche italiane_, asserisce che «appena si trovano
due o tre esempj di scritture pubbliche intorno a cose di governo, e
i loro autori aveano sempre la precauzione di farle stampare in estero
Stato». Oltre un ribocco che ne chiudono gli archivj, se n’ha molte a
stampa, dove si esaminava lo stato de’ singoli paesi[261]; domandando,
è vero, soltanto miglioramenti parziali, spesso inefficaci, talvolta
disopportuni, e scaduti d’ogni interesse dopo passata l’occasione,
giacchè nessun grande scrittore prestò la sua voce al popolo,
abbandonato ai tumulti e all’arme corte, spediente dei deboli.

Gli antichi amministratori delle repubbliche italiane, cresciuti nella
vita privata, conoscendo quanto importino il lavorare e il risparmiare,
applicarono i canoni della famiglia allo Stato; ben lungi dal riporre
soltanto nella guerra la forza degli Stati. Decisa poi la quistione
politica inappellabilmente, gl’ingegni si volsero di preferenza
sull’economia, tanto più che la mutata via del traffico, e quindi la
mutata sede delle ricchezze invitavano a meditar sulle cagioni che
mantengono esse ricchezze e la prosperità degli Stati. Praticamente
predominante se non unico sistema era il mercantile, designato col
nome di Colbert, che facea considerare i metalli come sole ricchezze
vere, e le produzioni naturali come mezzi di conseguirle; pertanto
restare fissa invariabilmente la somma delle ricchezze, nè una nazione
potersele accrescere se non a scapito dell’altra. Di qui la nimicizia
reciproca de’ gabinetti di quel tempo; di qui un’ideale bilancia di
commercio, per cui importasse aumentar il denaro proprio smungendo
l’altrui, escludere le produzioni degli esteri, e obbligar questi a
ricevere le nostre; e a tal uopo fiancheggiarsi di privilegi, ordinanze
protettrici e azione incessante governativa.

Niuna miglior vista aveano i nostri, sebbene siano stati primi a
discorrere scientificamente sull’economia pubblica. La modificazione
portata dall’oro americano, e la profusione delle monete scadenti
concentrarono l’attenzione sul denaro, e il conte Gaspare Scaruffi
(1579), direttore della zecca di Reggio, nel _Discorso sopra le monete
e la vera proporzione fra l’oro e l’argento_, propose una riforma
generale per ridurle uniformi di tipo e di valore; pensiero che finora
rimane un desiderio. Bernardo Davanzati parlò delle monete e dei
cambj, senza profondità. Gian Donato Turbolo dissertò sui particolari
disordini della moneta nel Napoletano, ove era peggiore che altrove.
Trattò delle monete Geminiano Montanari modenese (-1687), valente
astronomo e fisico, meglio de’ precedenti con chiari principj, sobria
erudizione, e prima dell’opera di Locke: raccomandava di serbar le
proporzioni comuni nella valutazione dell’oro e dell’argento per
non lasciar campo alle speculazioni de’ mercanti; le forestiere non
computare al dissopra del valore intrinseco; della bassa lega non
valersi che per la sola quantità occorrente al traffico spicciolo.
Disapprova l’uso di Bologna di non detrarne neppure il rimedio[262].

Antonio Serra di Cosenza (-1599), stando nelle prigioni della Vicaria
come complice del Campanella, diresse al vicerè Lemos un trattato sulle
_Cause che possono far abbondare i regni d’oro e d’argento_, vedendo
il nesso fra gl’istituti civili e la produzione. Da Napoli si asporta
ogni anno per sei milioni di produzioni indigene, non è permesso
portar fuori denaro, eppure quello è tanto scarso che bisogna vender
le derrate a bassissimo costo, e altissimi sono i cambj con altre
piazze, cioè fin il cinque per cento più che a Venezia; la qual Venezia
abbonda di denaro, e le derrate vi han prezzo sostenuto, sebbene non
ne produca, anzi deva importarne per otto milioni, e il portar fuori
denaro non è impedito. Il cambio colle altre piazze è basso e talvolta
senza aggio alcuno, e questa appunto è la cagione dell’abbondanza di
numerario; sicchè il Governo di Napoli dovrebbe con severe leggi qui
pure abbassar il cambio.

Così argomentava un Desantis: e il Serra, a questa che allora parea
sapienza, rispondeva ragioni patenti; cioè che il denaro è merce come
le altre, e come queste si acquista coll’industria; le quali nell’uomo
sono fatica e intelligenza; ne’ governi traffico e provvedimenti. Le
fonti delle ricchezze fa o naturali, come le miniere; o accidentali
comuni che possono trovarsi in ogni paese, come le manifatture, il
carattere degli abitanti, l’esteso commercio, il savio governo; o
accidentali particolari come la fertilità del suolo e l’opportuna
postura. È de’ pochissimi che preferissero l’industria all’agricoltura,
perchè un terreno che porta cento moggia di grano non frutterà di più
seminandolo per cencinquanta; mentre le manifatture possono anche
centuplicare il prodotto senza proporzionato aumento delle spese.
Venezia, sprovvista di tutto, supera in ricchezza Napoli, mercè
il commercio e la saviezza d’un governo costante, mentre nel Regno
cambiasi ad ogni vicerè, nello Stato pontifizio ad ogni papa.

Eppure l’alterazione delle monete restava uno de’ più soliti ripieghi
finanziarj; e i banchi e i monti, creazione italiana, non estendeano le
operazioni in modo da generalizzare il vantaggio.

In economia sociale ogni conclusione dovrebbe esser rigorosamente
subordinata all’osservazione precedente dei fatti: pure nella
statistica, o aritmetica politica, fondata dai nostri nel secolo
precedente, ci lasciammo tor la mano dagl’Inglesi, che v’introdussero
spirito filosofico. Pietro Rossini, antenato del gran musicante,
nel 1700 stampò una statistica col titolo _Il Mercurio errante della
grandezza di Roma_.

La giustizia a principio aveva aspetto di guerra, quasi gli uomini
si trovassero in quella condizione antisociale, in cui fin oggi
si riguardano permanere gli Stati. Gli ordinamenti di giustizia (a
volerne un esempio), emanati dal popolo e Comune di Firenze dal 1292
al 1324, dispongono poco altrimenti che se si trattasse d’una guerra
fra due popoli distinti, il Comune e i nobili. Il gonfaloniere deve
esser sussidiato da mille pedoni «buoni e valenti», cresciuti poi a
molti più; «e cencinquanta maestri di pietra e di legname e cinquanta
picconari forti e gagliardi con buoni picconi», i quali, allorchè esso
li chiamasse, doveano seguirlo per disertare il fondo o per abbatter
la casa del nobile che avesse offeso il plebeo. In quel tempo nessun
popolano dovea rimanere nella casa dei grandi; le botteghe stessero
serrate; nessun grande si trovasse dov’era esso gonfaloniere. Si
provvede pure alle tregue fra popolani e grandi; gli sbanditi possano
esser offesi e morti impunemente[263].

Qualcosa di più civile apparve là dove si costituirono governi robusti,
come a Venezia. Venne poi a conoscersi il diritto romano; ma questo era
meno acconcio ai bisogni ed alla civiltà nuova, sicchè molti faticarono
a tirarlo a questa, non deponendo però la ferocia delle pene, nè
introducendo garanzie per l’imputato e umanità, sebbene massime buone
si trovino diffuse qua e là. Alcuni giureconsulti filologi applicarono
l’erudizione ad emendare i testi del diritto romano e chiarirne la
storia, siccome Emilio Ferretti di Ravenna e l’Alciato; non raggiunsero
però il Goveano, Antonio Agostino, Cujaccio: bensì l’Averani è un
interprete che non la cede ai Belgi e Tedeschi. La storia del diritto
fu fondata da Carlo Sigonio e Guido Panciroli da Reggio (-1599), il
quale scorse tutte le università italiane per educarsi, fu professore
a Padova, a Torino, ebbe scolari Torquato Tasso, Francesco di Sales,
Clemente VII, e lasciò la _Storia degli interpreti delle leggi_,
ricca di recondite notizie, quantunque non sempre certe nè vagliate.
Silvestro Aldobrandini fiorentino, esulante per avversione ai Medici,
fu reputato il miglior interprete del suo tempo.

Dell’aver abolito la legge d’agnazione e favoreggiato i diritti delle
donne, Gaudenzio Paganini (-1638) facea gran colpa a Giustiniano, per
ligezza all’antichità invocando la scritta contro la legge naturale;
secondato in ciò da tutta quella scuola classica, che credeva un
imperatore del Basso Impero fosse necessariamente inferiore ai
giureconsulti del secolo d’Augusto, senza ricordare che quello era
cristiano. Antonio Fabro, professore a Torino, unico piemontese di
genio originale, si mostrò ardito e acuto interprete.

Gli storici della scienza dimenticarono a torto Alessandro Turamini
di Siena (-1558). Professore a Roma, poi in patria e a Napoli e a
Ferrara, e uditore della Rota fiorentina, scrisse sopra il titolo _De
legibus_ delle Pandette; come gli altri del suo tempo, avea creduto
che maggior merito avesse chi maggiori autorità allegava sopra un caso
particolare; ma si convinse non meritar nome di giureconsulto se non
chi sappia da molte leggi particolari dedurre una massima generale.
Scostandosi da Ulpiano, con san Tommaso intitola la legge di natura
«partecipazione della legge eterna nella creatura ragionevole», dandole
così per fondamento la volontà del Creatore, manifestata per via della
sana ragione; eguale dunque fra tutti i popoli, immutabile ne’ suoi
canoni, quanto varia nelle deduzioni. Ma perchè essa, munita della
sola sanzione interna, non basta contro le passioni, nè stabilisce
la misura e le modificazioni dei diritti, fu duopo d’una legge civile
che la supplisca, acconciata ai tempi, ai climi, ai costumi: onde le
leggi, anche concernenti oggetti particolari, stanno in armonia col
sistema politico della nazione. Le leggi sieno semplici, poche, brevi,
effettibili; e nelle pene non compaja la crudeltà dell’uomo, ma la
bilancia della legge. L’equità civile emenda la legge quando o troppo
generale abbraccia un caso che non dovrebbe, o troppo particolare non
lo contempla; e da quella son dettate la più parte delle romane, che il
Turamini loda col mostrarle derivate dalla legge naturale. Con Alberico
Gentile va posto fra’ primi investigatori del diritto filosofico, e vi
si trovano germi dell’opera di Grozio sul diritto della guerra.

La seconda metà del secolo XVI fu detta l’età dell’oro della
giurisprudenza, e molti nostri la professarono in Francia, in
Germania, in Inghilterra. Giulio Claro alessandrino (1525), adoprato
in rilevantissimi uffizj, diede _Sententiarum receptarum opus_ e la
_Pratica civile e criminale_. Giacomo Menochio (1607), professore
a Pavia, alla nuova Università di Mondovì e ad altre, e presidente
al senato Milanese, lasciò opere sui possessi, sulle presunzioni,
sui giudizj arbitrali, che fin ad oggi non perdettero autorità ne’
tanti casi che il legislatore non può prevedere, o deve abbandonare
alle induzioni de’ giudici. Prospero Farinaccio romano (1613),
severissimo indagator di reati, de’ quali poi s’insudiciava egli
stesso, tanto tenevasi sicuro nella sua pratica, che accettava le
cause e buone e cattive, onde acquistò molto denaro, e di questo abusò
per abbandonarsi a’ vizj, pe’ quali avrebbe anche dovuto subir gravi
pene se papa Clemente VIII non l’avesse graziato. Col riformarsi della
giurisprudenza apparve scarso d’erudizione, ignaro delle fonti.

Pietro Belli d’Alba (1573), nel trattato _De re militari et bello_
comprende anche molte cose spettanti alla civile amministrazione[264]:
e lode ottennero anche gli scritti giuridici di Gianpietro Surdo
di Casal Monferrato. Alla crescente folla de’ trattatisti soccorse
l’_Indice di tutti i libri di diritto pontifizio e cesareo_ (Venezia
1555) di Giambattista Zilioli, imperfetto, sebbene aumentato sempre
in sei successive edizioni; poi Francesco Ziletti stampò in ventotto
volumi la maggior raccolta di giurisprudenza col titolo di _Tractatus
juris universi_ (Venezia 1584).

La scuola Cujacciana segregava la teoria dalla pratica; le consuetudini
seguìte nel fôro affatto dissonavano dal diritto romano; i teorici
indagavano il senso genuino delle leggi, negligendo le pratiche; le
quistioni scioglievansi meno per ragioni che per autorità, al che
pensarono rimediare alcuni Stati, proibendo nelle dispute forensi le
citazioni d’autori. Non aveansi leggi generali, emananti da un sol
potere, nè codici sistematici: in ciascun paese vi erano ordinanze
municipali, gride dei duchi, dei vicerè o de’ governatori, le quali
duravano sol quanto questi, talchè il successore per primo atto dovea
confermarle, con quelle modificazioni o aggiunte che credesse del
caso. In quel torno vennero stampati o ristampati gli _Statuti e le
consuetudini_, che aveano mero vigor locale, e talvolta soltanto quando
non fossero in contraddizione con quelli della città predominante;
senz’essere migliorati nè sottoposti a veruna idea scientifica o
revisione sistematica, benchè ogni nuova edizione portasse qualche
varietà.

Il bisogno che ha l’uomo di attenersi a regole fisse, facea dunque
attribuire autorità legislativa ai giureconsulti. Non erano più
semplici commentatori del diritto romano, ma stendevano opere
indipendenti o sovra l’intera pratica criminale, o sovra alcun punto
speciale; e dove mancassero leggi espresse, altre ne stiracchiavano
per somiglianza, o supplivano con regole fondate sull’equità o sul
diritto naturale. E poichè gli uni conchiudevano in un senso, gli
altri nell’altro, non mancavano autorità per nessun assunto; ed i
giureconsulti pratici s’affaticavano a trovare ed accumulare testi,
riducendosi alla casuistica e al probabilismo, non altrimenti che nella
teologia. Da tale spirito derivarono molte _Cautele_, cioè artifizj
legali, per cui mezzo illudere o violare la legge; come sarebbe, perchè
uno non paghi interamente il suo creditore, o non si perda il benefizio
per commesso omicidio, o possano dirsi ingiurie impunemente. Ne vennero
famosi il Cipolla, il Ferrario ed altri.

Di indigesta erudizione e di scolastiche sottigliezze infarcivansi le
allegazioni particolari, non meno che le discussioni generali; e ben
poco ne profittò la scienza delle leggi. Pure nella pratica, se non si
osò innovare, si dovette però ingegnarsi di rendere più equa la civile,
men feroce la giustizia criminale; e sarebbe errore l’attribuire ai
giuristi le atrocità di questa, mentre seguivano le traccie antiche,
tanto più che le prime erano state impresse da que’ Romani, la cui
sapienza non dovea revocarsi in dubbio: rimasero infamati perchè a
lungo si occuparono di giudizj assurdi, di procedure inumane, eppure è
fatto che cercavano rendere più umana la pratica precedente.

I Veneziani, tranne lo Ziletti, poco applicarono al diritto universale,
dovendo impratichirsi nel loro particolare. Enrico VIII avrebbe dato
monti d’oro e la sua benevolenza se i giureconsulti di Verona avessero
tolto a difendere il suo divorzio[265]. Nel regno di Napoli prevaleva
la giurisprudenza pratica e consultiva; onde voluminose raccolte
si pubblicavano, fondate sui casi parziali; avvocati e giudici si
puntellavano di molteplici autorità, anzichè di ragioni, dalla pratica
istruiti piuttosto che dalla scuola. Vantate erano le decisioni della
corte di Santa Chiara a Napoli, e più quelle della Sacra Rota romana,
composta di dodici auditori, de’ quali uno francese, uno tedesco, uno
aragonese, uno castigliano, proposti dalla propria nazione, uno toscano
o perugino, uno milanese, uno bolognese, uno ferrarese, uno veneziano e
tre romani.

De Luca, fatto cardinale nel 1685, scrisse il _Dottor vulgare_ in
italiano, acciocchè la giurisprudenza venisse conosciuta anche ai non
professori; e dai cavilli formali e forensi ritraeva alla ragione e al
buon senso. Questi però non bastavano nelle quistioni di gius feudale
e canonico contro pratiche positive, onde era forza ricorrere alla
storia. Così cominciava la giurisprudenza storica, della quale può
dirsi innovatore il napoletano Francesco d’Andrea, men tosto colle
opere che coll’esempio e le lezioni. Egli informa largamente sui
giureconsulti napoletani; ed oltre la perizia delle leggi, introdusse
l’erudizione e giusto modo di discutere i punti legali, scrivere
pulito, e diffuse migliori insegnamenti; e le scritture sue contro le
pretensioni di Luigi XIV sul Brabante e sulla successione di Spagna
servirono di modello agli altri che dibatterono quella quistione.

Le varie parti del diritto, illustrate, discusse, elaborate
distintamente, pensò riassumere e adoperare come materiali ad edifizio
grandioso Gian Vincenzo Gravina (1664-1718), che già incontrammo (pag.
451). Dissertando sull’impero romano volle mostrare che fu giusto
nell’origine, regolato colle migliori leggi in un’evoluzione regolare,
per cui la podestà passò dal re al popolo, da questo al senato, indi a
un principe del senato, che equivaleva ad un re. Nella storia romana
vede non coll’acume de’ moderni, ma meglio che i suoi maestri: e
gli elogi che prodiga all’impero derivano dal concetto ch’egli erasi
formato d’un dominio universale che tutti i popoli d’Europa riunisse
sotto alle leggi e alla potenza medesima, e del quale non trovava
esempj che dopo Augusto. Nelle _Istituzioni del diritto civile_
seguitò l’ordine delle giustinianee; in quelle _del diritto canonico_
mostrò erudizione e criterio, ma viepiù nell’_Origine e progresso del
diritto civile_ (1701-13), ove tentò rialzare la giurisprudenza dallo
svilimento cui la riduceva la cura quasi esclusiva data alle scienze
positive, in grazia del cartesianismo; e dalle circonvoluzioni di
parole ricondurla alla filosofia e alle prische fonti.

Nel primo libro traccia la storia del diritto romano, nel quale vede
un dramma della vita di tutte le nazioni, e non dei soli Romani; uno
spontaneo sviluppo dell’essenza intima sua propria, essendo la ragion
naturale applicata alle circostanze esterne. Età antica chiama quella
che s’appoggia alle XII Tavole e alla superstizione delle formole:
segue la media, degl’interpreti e magistrati, ove l’equità naturale
tempera la rigidezza delle parole: varia e incerta è la nuova dei tempi
d’Augusto: nella novissima, posteriore a Giustiniano, il diritto fu
formato a scienza: decaduto, risorge nelle quattro scuole d’Irnerio,
Accursio, Bartolo, Cujaccio, interpreti e chiosatori. Informato della
condizione del popolo romano e delle circostanze tra cui crebbe a
tanta grandezza, viene ai particolari oggetti in cui progredì la
legislazione, tracciando, secondo il desiderio di Leibniz, la storia
interna e la esterna. Nel libro secondo ragiona dell’origine del
diritto naturale e delle genti, riferendolo alle XII Tavole e alle
leggi Attiche. Nel terzo espone quella parte, principalmente di leggi
private, che anche nelle XII Tavole pativa difetto, e per oscurità
o perplessità bisognava dell’autorità del popolo, come quelle sulla
manumissione, sulle tutele, sul matrimonio, sui testamenti, sulla dote,
sui fedecommessi. E conchiude che le leggi romane contengono tanta
rettitudine, che è impossibile periscano, e non vengano riprodotte
dovunque è gente civile.

Quell’unità geometrica, per cui dalle cause esterne e interne si vede
preparato e svolto il diritto romano come legge, poi come scienza,
gli manca: ma l’animosa novità fa perdonargli qualche pedanteria
di principj; e veramente la sua fu la prima storia sistematica del
diritto esterno romano, ove si distinguessero i tempi e le successive
evoluzioni, mediante le quali i giureconsulti meglio si rivelano
secondo l’intenzione della loro dottrina. Ma egli ripone il diritto
nella storia, sebbene non consideri attentato alla libertà il formare
un codice, come l’odierna scuola storica. Nel giurisprudente il Gravina
esige perizia di latino, buon raziocinio, giusta storia. E tutto
ciò egli ha, e l’arte di copiar bene; riconduce la giurisprudenza
alle fonti, anzichè divagare in parole: ma più storico che filosofo,
ogniqualvolta dai fatti vuol salire all’ideologia e alla metafisica
del diritto, riesce incompiuto e vacillante, e pende alle inumanità
di Hobbes, ammettendo il diritto del più sapiente, che, chi ben
guardi, si risolve in quello del più forte. Non mostrò accorgersi
quanto la giurisprudenza romana fosse giovata dall’avvicinarsele
il cristianesimo; nè della giurisprudenza canonica e della feudale
ebbe altrettanta cognizione. Bartolo e Gotofredo sbeffeggia, ma dopo
essersene ampiamente giovato; come di Manuzio, Cujaccio, Hoffmann.
Altrettanto di lui si valsero Terrasson e Hugo; fors’anche se n’ispirò
il Vico, intento egli pure ad introdurre la filosofia nel diritto,
discernendo la giurisprudenza pratica, la storica e la filosofica,
e subordinando i fatti a larghissime astrazioni. Così associavasi la
giurisprudenza alla storia.

Pari ai grandi dell’età precedente nessuno storico avemmo. Le cronache
scomparvero dacchè la vita individuale andò smarrita nei dolori
comuni, tacitamente oppressivi a guisa della mal’aria. De’ fatti
contemporanei parlarono Galeazzo Gualdo incoltamente; Pier Giovanni
Capriata abbastanza imparziale; Natale Conti in buon latino; il Casoni,
buono pel secolo xvi, ma del XVII resta solo un’accozzaglia di note,
mal riunite dall’editore Benedetto Gritta. Da Girolamo Brusoni di
Legnago, senz’arte d’aggruppare e con stile e passaggi vulgari, pagine
intere copiò Carlo Botta[266]. Alessandro Zilioli veneziano, erudito
e giureconsulto, continuò fino al 1636 le _Storie più memorabili
del mondo_ di Bartolomeo da Fano, che aveva continuato quelle del
Tarcagnota da Gaeta, e fu continuato egli stesso fino al 1650 dal conte
Majolino Bisaccioni ferrarese e dal Birago genovese. Certe _Vite de’
poeti italiani_ d’esso Zilioli, tessute d’aneddoti poco onorevoli, non
furono stampate. Pietro Nores narrò la guerra degli Spagnuoli contro
Paolo IV.

Molti scrissero storie municipali, come la torinese e savojarda
Emanuele Pingone; l’inquisitore Cimarelli quella d’Urbino, estendendosi
a tutta l’Umbria senese; Pier Gioffredo la nizzarda, innestandovi
documenti; il canonico Ripamonti la milanese, con verbosa fluidità
latina; Ballarini e Tatti grossolanamente la comasca; Lavizzari quella
della Valtellina. La storia di Ravenna di Girolamo Rossi fu pubblicata
a spese della città, ed egli fatto dei senatori e medico della città, e
col padre e i figli maschi esentato da ogni imposta. Delle napoletane
si occuparono moltissimi, tra cui Francesco Capecelatro, imparziale
e diligente; il padre Giannetasio in latino; Giannantonio Sumonte, il
cui primo tomo, appena pubblicato nel 1602. Anche Camillo Tutini il suo
_Discorso sulle leggi e sui sette grandi uffizj_ non potè pubblicare
senza molestie. Inveges Agostino di Sciacca in Sicilia diede gli
_Annali di Palermo antico sacro_; la _Cartagine siciliana_, storia
della città di Carcamo; e una del Paradiso terrestre. Le storie pisane
di Rafaele Roncioni procedono ingenue se non meditate e fine.

Come storiografo di Venezia il Parata era seguitato in latino da Andrea
Morosini, erudito e sperto del governo; poi da Michele Foscarini.
Giambattista Nani (-1678) «tra le fatiche e i sudori di molti impieghi,
e in più legazioni pellegrino per corti e paesi stranieri» espose i
fatti dal 1613 al 71; e il secondo volume riempie colla guerra coi
Turchi. Si gloria di voler dire la verità, e di «poterlo, atteso il
suo accesso a principi, il negozio coi ministri, il discorrere con gli
esecutori delle cose più insigni, il veder i siti,... l’ingresso nei
pubblici archivj e ne’ più segreti consigli», e l’essere le imprese
state maneggiate in buona parte da’ suoi maggiori e da lui. Chiaro
spositore e non inelegante, abbastanza netto da antitesi e metafore,
di rado però s’incalora, e nei riflessi va generico e comune. Mentre
questi eransi stampati sol dopo morte, a Pietro Garzoni (-1719) impose
la Signoria di consegnare, ogni due anni, quanto avesse terminato.
Uomo d’affari e testimonio oculare, ebbe a narrare fatti gloriosi,
quelli contro Maometto IV e successori suoi; e l’opera fu accolta
con gran favore: ma dei sacrifizj a cui lo costringeva la protezione,
diede novella prova l’ordine trovato non è guari di sopprimere passi
concernenti l’acquisto e la perdita dell’isola di Scio, in cui egli
«con pericolosa esattezza avea svelato materie arcane e gelose».

Strana è la facilità degli storici d’allora a registrare baje, e
scarseggiando d’erudizione, alterare sino o fingere documenti per
condiscendenza e adulazione a famiglie. Alfonso Ciccarelli, per avere
nella storia della casa Monaldesca (1580) inventato carte false,
venne condannato a morte; ma de’ suoi inganni o di simili si valsero
altri, come il Sansovino nella Casa Orsini e nelle _Famiglie celebri
d’Italia_; Pietro Ricordati nella _Storia monastica_; Ferrante
della Marra ne’ _Discorsi delle famiglie estinte e forestiere e non
comprese nei seggi di Napoli_; Eugenio Gamuni nelle _Famiglie nobili
toscane e umbre_; il Morigia nelle _Famiglie milanesi_; Pier Crescenzi
nella _Nobiltà d’Italia_; il Vedriani ne’ _Cardinali modenesi_; ed
altri, che provano quanto scarsa fosse l’arte critica. All’opera di
Lodovico Della Chiesa sui _Marchesi di Saluzzo_ (Torino 1598) vengono
in appendice elogi d’illustri famiglie di colà, Arbazzia, Barbetti,
Biandrata, Caroli, Castiglioni, Chiesa, Della Torre, Gambandi, Leoni,
Pevere, Romani, Saluzzo, Tiberga, Vacea, probabilmente lavoro del
Chiesa stesso, benchè attribuito a un Carlo Ravano cremonese. Antonio
Filippini di Vescovato in Corsica, perseguitato dalle alterne fazioni,
volle trasmettere ai posteri il racconto delle guerre del 1555 e
64 di cui era stato testimonio, e vi unì tre antiche cronache di
Giovanni della Grossa, Pietro Monteggiani e Marcantonio Ciaccaldi,
e così formando una storia della Corsica: questi bevono grosso;
egli è abbastanza imparziale, ma monotono. Pozzo di Borgo, quand’era
ambasciadore di Russia nel 1832, ne procurò una nuova edizione a Pisa,
da distribuire gratis a tutte le comunità e famiglie ragguardevoli di
Corsica.

Esce dalla comune Vittorio Siri (-1685), parmigiano benedettino, che
giovane cominciò un ragguaglio delle vicende giornaliere; e levò grido,
massime che l’italiano correva allora quanto oggi il francese. Le
quistioni per Mantova e il Monferrato ben discute pendendo ai Nevers
e alla Francia, onde Richelieu lo favorì, e gli schiuse gli archivj;
Luigi XIV il nominò limosiniere e storiografo; le Corti di Firenze
e di Modena il regalavano; ministri e ambasciadori il visitavano e
porgevangli informazioni a loro modo, affine d’illudere la posterità.
Oltre i quindici grossi volumi del _Mercurio politico_ (1635-55),
gli otto di _Memorie recondite_ (1601-40) sono ricchi di documenti
autentici, benchè raccolti senza fior di criterio; narra prolisso,
avviluppa gli avvenimenti, e uccellando a pensioni, collane, impieghi,
sagrifica il vero, e secondo il vento sparla di quei che prima aveva
incensati. Così l’Assarini, il Brusoni, il Priorato, il Pastori sono
novellisti sfacciati e venderecci, dicendo e disdicendo secondo sono
pagati: così i tanti storici dei duchi di Savoja, e Giambattista Birago
Avogadro genovese, autore del _Mercurio veridico_, che più volte
s’abbaruffò col Siri. Del Pallavicino e del Leti parlammo già (pag.
339).

Venezia, intermedia all’Europa e al Levante e centro del commercio,
era opportuna ad avere e comunicare le novità, onde introdusse
i giornali politici, che dalla moneta che costavano si dissero
_gazzette_. Dilataronsi, e il medico Renaudot imitolli in Francia nel
1631: crebbero anche in altre nazioni, ma Voltaire raccontava come
una meraviglia che al suo tempo a Londra uscivano dodici fogli per
settimana. Gianpaolo Marana genovese pubblicò a Parigi lo _Spione
turco_, ove suppone che uno scrupoloso Musulmano travestito visiti
la capitale di Francia dal 1635 all’82, e ne scriva a patrioti suoi
di diverso grado. L’opera fu proseguita da varj, e i primi volumi
tradotti in inglese, come dall’inglese in francese gli ultimi. È
fondamentalmente falso il concetto di un Turco che scriva tanto; pure
piacevano la seria indipendenza onde le ridicolaggini e frivolezze
della nostra società erano giudicate da uomo che ne è fuori; e
l’osservare da differente punto i casi, gli aneddoti, la politica, le
quistioni teologiche e metafisiche d’allora.

Nel 1665 era comparso a Parigi il _Journal des savants_, cui tennero
dietro il _Mercure galant_, poi i giornali di Trévoux e Verdun,
che delle opere nuove davano un sunto, più che un giudizio. A loro
imitazione Francesco Nazzari bergamasco nel 1668 cominciò a Roma il
_Giornale dei letterati_, che interrotto al 79, fu ripigliato all’86 da
Benedetto Bacchini di San Donnino, il quale lo stendeva quasi tutto da
sè, quantunque di materie variatissime.

Allora si sentì l’importanza delle scritture vecchie; e Gian Pietro
Puricelli compulsa gli archivj milanesi, e illustra _Ambrosianæ
basilicæ monumenta_; Felice Osio, pur da Milano, mette fuori le
cronache di Albertino Mussato, di Rolandino, dei Morena, dei Cortusj
e d’altri; Camillo Pellegrino, molte riguardanti il regno di Napoli;
Caruso Giambattista, che dagli scolastici erasi vôlto a Cartesio e
Gassendi, ito a Parigi e conosciutivi i più famosi, dal Mabillon fu
ispirato alle ricerche storiche, e le estese alla sua patria[267].

Tale uffizio venne insignemente applicato alla storia ecclesiastica,
e principalmente dal Baronio (tom. X, pag. 550). Gli _Annali_ di esso
furono commentati dal francescano Antonio Pagi, correggendone anno per
anno gli svarj. Oderigo Rinaldi, trevisano dell’Oratorio, li continuò
dal 1198 al 1565; poi lo compendiò con istile più corretto che allora
non usasse. Anche le _Vite dei papi e cardinali_ del Ciacconio furono
proseguite dal padre Agostino Oldoini e da Andrea Vittorelli. Il
polacco Abramo Bzovio, venuto qui domenicano, continuò le vite dei
papi e il Baronio[268], al quale possono servire d’introduzione gli
_Annali del Vecchio Testamento_ del novarese Agostino Tornielli. La
_Storia generale de’ Concilj_ di monsignor Marco Battaglini è prolissa
di stile e inesatta di critica; come quella delle _Eresie_ del Bernini,
figlio dello scultore. Ferdinando Ughelli, fiorentino cistercese, ordì
la serie de’ vescovi d’Italia, divisi nelle ventisei sue provincie,
accompagnandola di documenti. Il Mazarino gli mandò un ricco oriuolo,
ed eccitò i Francesi ad imitarlo nella _Gallia Christiana_, di cui
il primo volume comparve dodici anni dopo l’Ughelli. Niccolò Coleti
veneziano lo continuò fino al 1733; Rocco Pirro v’aggiunse la _Sicilia
sacra_; Cesare Caraccolo la _Napoli sacra_. Appena merita essere
nominato il _Mare oceano di tutte le religioni del mondo_ di Silvestro
Maurolico (Messina 1613).

Ad Enrico Noris di Verona, agostiniano, per la _Storia del
Pelagianismo_, i Gesuiti mossero scandaloso litigio, come inciampasse
negli errori correnti intorno alla Grazia; ma Roma lo sostenne, e
Cosmo III granduca lo chiamò a dettare storia ecclesiastica a Pisa,
ove illustrò i cenotafj di Cajo e Lucio figli di Vipsanio Agrippa, le
origini della colonia pisana; poi le êre di alcune città dell’Asia;
Innocenzo XII il volle custode della biblioteca Vaticana, poi
cardinale: scrisse la storia dei Donatisti e quella delle Investiture.
Anselmo Banduri Benedettino raguseo, educato e dimorato sempre in
Italia, pubblicò molte opere sulla storia ecclesiastica, l’_Imperium
orientale_, i _Numismata imperatorum romanorum_.

Il padre Fortunato Scacchi d’Ancona scrisse intorno agli olj (_Sacrorum
oleochrismatum myrothecium sacroprofanum,_ 1625); alle epistole
ecclesiastiche (1612) e alle concioni sacre (1618) Ottavio Ferrari;
ad altri punti di liturgia il Galanti di Monza, Andrea Vittorelli
bassanese. Gian Macario fece una _Hagioglypta_ sulle pitture e sculture
cristiane, edita appena testè. Il cardinale Querini produsse libri
liturgici greci; Alessandro Zuccagni dalla Vaticana trasse documenti
sulle prime età della Chiesa; e Giovanni Bona da Mondovì cistercese
(-1674), priore d’Asti, poi cardinale, elaborò l’insigne opera _Rerum
liturgicarum_, la _Divina psalmodia_, spiegazione dell’uffizio con
curiose ricerche sul significato, e i _Principi della vita cristiana_,
libro paragonato all’_Imitazione di Cristo_. Giuseppe Maria Tommasi,
figlio del duca di Palma e principe di Lampedusa, aveva tre sorelle e
uno zio monaci; egli pure si fece teatino e salì cardinale; e studiate
le lingue orientali sotto l’ebreo Mosè di Cavi, trovò molte rarità
liturgiche (_Codices Sacramentorum nongentis annis vetustiores_, 1680),
responsoriali e antifonarj; e per la sua grande carità meritò d’essere
beatificato. Anche Clemente Galano di Sorrento, che durò dodici
anni in Armenia missionando e cercando documenti storici, stampò la
_Conciliazione_ di quella Chiesa colla romana, in latino e in armeno.
Giovan Giustino Ciampini romano (-1698) fondò un’accademia per la
storia ecclesiastica, poi un’altra per le scienze naturali, sotto gli
auspizj della regina Cristina; raccolse ricca biblioteca e statue e
anticaglie e lasciò dissertazioni troppe perchè possano essere di gran
merito; fra cui primeggiano quella dei _Sacri edifizj di Costantino_,
e i _Vetera monumenta_, dando l’origine delle prime chiese, il
modo ond’erano costruite e ornate di musaici, e se da principio si
adoperasse il pane azimo, quistione per la quale già si erano battuti
il Bona e il Mabillon; esaminò pure il _Libro pontificale_ e le _Vite
dei papi_ d’Anastasio Bibliotecario.

Giannantonio Viperano messinese, vescovo di Giovenazzo, avea sin
dal 1569 stampato _De scribenda historia_ con buoni precetti; poi
il ferrarese Ducci nel 1604 un’_Ars historica_, di cui è poco meno
che traduzione l’_Arte storica_ di Agostino Mascardi da Sarzana
(1630), tanto encomiato dal Tiraboschi. Ne vuole lo stile più elevato
che nel genere deliberativo; e poichè le guerre ne sono principale
ingrediente, non s’impicciolisca la tragedia con minuzie di racconti
nè di cronologia o geografia. Chiede la verità, ma con molti riguardi
ai grandi, ai quali è vero che intima, come unico modo d’ottenere
indulgenza dalla storia, l’esser buoni. Poco fida in chi espone i
fatti proprj; ma vorrebbe lo storico filosofo, versato nella scienza
sociale, e degno d’esercitare le arti educatrici dei popoli, che sono
pittura, poesia, istruzione morale e storia. Approva le arringhe, come
tutti i retori suoi pari, ma purchè condotte dal soggetto. La _dicitura
istoriale_ vorrebbe tale che conservasse le immagini non le finzioni,
l’armonia non la misura della poesia.

Anzi che ai precetti di lui e ancor meno agli esempj che diede nella
_Congiura di Fiesco_, chi vuol farsi a quest’arte, ricorrerà agli
storici stessi, e più agli uomini.

Antodio Possevino (1534-1611) nella _Bibliotheca selecta_ esibisce
una specie d’enciclopedia col metodo per istudiare ciascuna scienza,
e i canoni principali, e un giudizio spesso assennato degli scrittori
di esse. La compie l’_Apparatus sacer_, catalogo ragionato di ben
seimila autori di cose ecclesiastiche con molti manoscritti. Era da
Mantova; dopo servito nelle Corti entrò gesuita, e fu adoperato negli
affari, massime contro i Protestanti del Nord; e la sua descrizione
della Moscovia (1586) è il primo libro che c’introduca in quella ancor
segregata nazione (tom. X, pag. 471).

Il _Mappamondo istorico_ del gesuita Antonio Foresti (Parma 1690)
vuol menzionarsi come il primo tentativo d’una storia universale: sei
volumi pubblicò egli; n’aggiunse quattro Apostolo Zeno, trattando
dell’Inghilterra, Scozia, Svezia, Danimarca, Holstein, Gheldria;
nell’undecimo Domenico Suarez discorse dei califfi; nel duodecimo,
Silvio Grandi della Cina.

Altri de’ nostri si occuparono di paesi forestieri. Antonmaria Graziani
da Borgo San Sepolcro col cardinale Commendone per venticinque anni
girò la Germania e la Polonia, fu fatto segretario da Sisto V, da
Clemente VIII vescovo d’Amelia; ed oltre la guerra di Cipro, espose
(_De scriptis invita Minerva_) i viaggi di Luigi suo fratello per
tutta Europa, in Palestina, in Egitto, informando degli eventi e dei
costumi di quei paesi; indi i fatti proprj, ove assai ragiona della
Polonia. Pel qual paese combattendo, Alessandro Guagnini veronese vi
ottenne l’indigenato; e scrisse _Rerum Polonicarum libri tres_, opera
capitale per lo stile e pei fatti. Il gesuita Pietro Maffei da Bergamo,
ad istanza del principe Enrico di Portogallo, descrisse le cose delle
Indie Orientali in purgatissimo latino. Gianfrancesco Abela illustrò
con molta erudizione Malta nel 1647. Gualdo Priorato vicentino,
esercitatosi a lungo nelle guerre di Germania, poi in diplomazia,
titolato istoriografo da Leopoldo I, scrisse le storie di Ferdinando
II e III, del Waldstein, del Mazarino, de’ principi di Savoja; tutto
boria e passione. Girolamo Falletti ferrarese (_De bello sicambrico_)
narrò le guerre di Carlo V coi Francesi ne’ Paesi Bassi, contro la lega
Smalcaldica.

Il cardinale Guido Bentivoglio ferrarese (1579-1644) col fasto e colla
generosità erasi caricato di debiti, per ispegnere i quali non esitò
a vendere il proprio palazzo e restringere il trattamento. Nunzio
apostolico ne’ Paesi Bassi per nove anni, ne raccontò le guerre in
un italiano nè fino nè grazioso, con zeppe inutili, frasi scolorite,
andamento simmetrico, armonia da martello, alla quale sagrifica e
la schiettezza e la brevità: le poche volte che aspira ad ingegno,
cade in antitesi e concettose insulsaggini. Ma le sue memorie, e
le relazioni delle Corti di Fiandra e di Francia sono preziose,
e ben caratterizza gli uomini; quantunque, forse pel proposito di
mostrarsi imparziale, restasse alla superficie, dilettandosi nella
parte più vana della storia, la descrizione dei fatti d’armi. E solo
per questi sono pregevoli i sei libri delle guerre di Fiandra di
Pompeo Giustiniani (1609); mentre debolissimamente e in compendio
le descrisse don Francesco Lanario, figlio del duca di Carpi (1615),
che, quantunque soldato, non assistè alle imprese. Guglielmo Dondini
bolognese, gesuita, latineggiò le imprese di Alessandro Farnese: ma
per le cose belgiche ottiene maggior rinomo il padre Famiano Strada
romano (1573-1649). Ebbe moltissimi documenti dal gabinetto di Madrid,
ma ignora ciò che concerne i Protestanti; digiuno di politica e d’arte
militare, vi supplisce con morale retta ma generica, siccome in libro
destinato alle scuole. Ammiratore di Livio, lo sorpassa in prolissità,
digredisce ogni tratto su che che gli capita, onde il Bentivoglio
diceva che il «difetto dello Strada è l’uscir di strada». Vero è
che con queste digressioni ci conservò molte particolarità sopra i
personaggi da lui descritti. Compì due sole decadi; e dal 1590 al 1609
lo continuò l’altro gesuita Angelo Galluccio di Macerata[269].

Gaspare Scioppio, autore di una _Grammatica philosophica_, in rotta coi
Protestanti che aveva lasciati, coi Gesuiti cui non voleva aderire, co’
letterati che censurava, avventò contro lo Strada l’_Infamia Famiani_,
notandovi molte voci barbare, le quali del resto l’offendevano anche
ne’ più purgati, nel Manuzio, nel Maffei. Però di gran cognizione del
latino diè prove esso Strada nelle _Prolusiones_, precetti ed esempj
di retorica, dove, fra altri esperimenti, recasi al difficilissimo di
fingere un’accademia, in cui alquanti famosi del secolo precedente
recitassero ciascuno un componimento, contraffacendo alcuno dei
maggiori poeti latini; e da Giano Parrasi è rifatto Lucano, dal Bembo
Lucrezio, dal Castiglione Claudiano, da Ercole Strozzi Ovidio, da
Andrea Navagero Virgilio; mentre il Querno, «istromento d’erudita
voluttà» a Leon X, improvvisa strambezze. Comunque sia riuscito, vuolsi
stupenda dimestichezza coi classici per pretendere di contraffare
ciascuno.

Il padovano Davila (1576-1631) trasse i nomi di Enrico Caterino dal
re e dalla regina di Francia che aveano beneficato suo padre dopo che
i Turchi l’ebbero espulso da Cipro dond’era connestabile. Coll’arte
e sovente collo spirito degli antichi, e con fino occhio e savia
disposizione descrive le guerre civili di Francia, cui prese parte;
esatto nei fatti, cognito dei luoghi, de’ costumi, del carattere,
non allucinato dalle ipocrisie solite ai partiti; realista più che
cattolico, e apologista di Caterina de’ Medici, la politica considera
come un giuoco di forti e di furbi, e la strage del San Bartolomeo
riprova solo in quanto non raggiunse lo scopo. Dissero che conviene
diffidare del Davila quando loda la Corte, e del De Thou quando
la biasima. Scarso di lingua, senza testura di periodo, scrive con
abbandono prolisso, minuzioso come chi s’avvezzò ad osservare nelle
anticamere. Offeso in parole da Tommaso Stigliani, letterato di Parma,
lo sfida e passa fuor fuori; allora entra al soldo de’ Veneziani, pei
quali guerreggia in Levante; poi va governatore di Brescia, ove dà
fuori la sua opera; e poco stante, mentre passava a governare Crema, è
per istrada assassinato.

Eccellenti materiali alla storia sono i ragguagli degli ambasciatori,
di cui larga messe offre l’Italia, e principalmente Venezia e Firenze;
semplici con gravità, fermi di giudizio siccome di persone abituate, e
valutando i tempi senza le idee preconcette degli storici.

Non pari all’aspettazione riescono i frutti de’ viaggi. Cosimo Brunetti
fiorentino e Giambattista e Girolamo Vecchietti da Cosenza viaggiarono
e osservarono, ma non resero pubbliche le relazioni loro. Pier della
Valle romano dopo il 1614 descrisse Turchia, Persia, India in lettere
prolisse e vanitose, e indulgendole; ma forma eruditi confronti, e
appoggiasi a monumenti. Scipione Amato romano giureconsulto diè la
storia del Giappone, ov’era penetrato come segretario d’ambasciadore.
Ercole Zani bolognese, partito il 1669 per un lungo viaggio, di cui
fu pubblicata postuma la relazione, trovò a Mosca molti Italiani,
principalmente occupati a fabbricar vetri. Francesco Gemelli Carreri
napoletano compì per terra il _giro del mondo_ nel 1698, e la sua
relazione, disposta con metodo, fu tradotta in diverse lingue. Non
conosceva gli idiomi de’ paesi che visitò, adagiavasi talora alle
relazioni altrui, fossero pure d’un missionario che gli parlasse
d’uomini colla coda; e s’anche è vero che diè come veduto ciò che
aveva solo udito, le recenti indagini gli tornano credito sopra molte
particolarità[270]; e mentre alcuni leggermente asserirono ch’e’
non fosse mai uscito di Napoli, Humboldt riconosce che non poteva se
non vedendoli aver descritto i paesi da esso Humboldt pure veduti, e
massime le Filippine e il Messico.

Livio Sanuto veneziano aspirò ad essere il Tolomeo della sua età,
«inventò strumenti per precisare le osservazioni astronomiche, lesse
viaggiatori, storici, diarj per ridurre più esatte le carte, e pubblicò
la _Geografia_ in dodici libri (1588), dividendo la terra ne’ tre
continenti Tolemaico, Atlantico e Australia; ma non compì l’opera.
Importa soprattutto la descrizione dell’Africa; e non crede ancora
inutile allungarsi nel provare che il Messico non è il Catajo. Il
padre Vincenzo Coronelli, scrittore di libri a profluvio, fu chiamato a
Parigi a far due globi del diametro di dodici piedi, più famosi per le
iscrizioni onde gli ornò a lode di Luigi XIV.

Il gesuita Giambattista Riccioli da Ferrara (1598-1671) nella
_Geographa et hydrographa reformata_ propostosi, di far meglio de’
vecchi, cominciò dal comparare le varie misure, facendosene mandare
i tipi da’ suoi confratelli di tutto il mondo; ma avendoli riferiti
all’antico piede romano, non ben accertato, la sua fatica perdette
valore. Tentò una misura della terra, con metodi che allora non
poteano riuscire a precisione, attese le illusioni della rifrazione
orizzontale. La sua geografia contiene da duemila settecento posizioni,
nelle cui longitudini non erra più di otto gradi; sicchè è ciancia
che Delisle[271] abbia accorciato di trecento leghe il Mediterraneo e
di cinquecento l’Asia, mentre quarant’anni prima il Riccioli da mille
ducensessanta leghe avea ridotto il Mediterraneo a ottocentottantadue,
cioè solo quarantacinque più d’adesso. Volle anche riformare la
cronologia, ed espose le particolari de’ diversi popoli; fin settanta
sistemi esamina intorno all’anno della nascita di Cristo, preferendo il
5634, secondo i LXX; poi forma una cronaca de’ principali avvenimenti
del mondo, dalla creazione fino al 1668, e le tavole cronologiche dei
regnanti, dei concilj, delle eresie. Nè egli però, nè il Vecchietti _De
anno primitivo_, nè Leone Allacci _De mensura temporum_ raggiunsero il
merito cronologico di Petau o di Scaligero.

La letteratura orientale fu coltivata al solo oggetto degli studj
biblici. Frà Mario da Galusio negli Abruzzi, oltre la grammatica
e il dizionario ebraici, fece le _Concordanze bibliche_, stampate
postume (1621) a spesa di Paolo V, attenendosi al metodo dal rabbino
Isacco Natsan seguito nell’opera simile stampata a Venezia il 1524,
correggendone molti svarj, e indicando identica la radice d’alcune voci
ebraiche e d’altre lingue orientali.

Giambattista Raimondi cremonese nel lungo soggiorno in Asia acquistò
famigliarità con quelle lingue, e il cardinale Ferdinando Medici
lo prepose alla stamperia sua, dove con quattro caratteri arabi si
stamparono nel 1591 gli Evangeli, nel 92 la _Geografia_ d’Edrisi, nel
93 l’Avicenna, nel 94 l’Euclide, stampe di gran lunga le più belle
che mai si fossero vedute. Metteva in ordine tutti i libri orientali
che venivano mandati a Roma; preparò una grammatica araba e una Bibbia
poliglotta, interrotta allorchè Ferdinando divenne duca.

Filippo Sassetti, colto mercante fiorentino, pieno d’allusioni ai
poeti e alla storia patria, viaggiò alle Indie fra il 1578 e l’88, e
descrisse que’ paesi in buone lettere, piene di utili notizie, sebbene
egli pure credesse alle virtù misteriose dei corpi[272]: molte volte
discorre dell’ananas, e fu il primo che all’Europa desse notizia del
sanscrito, e vi trovasse somiglianza coi parlari nostri[273]. In quella
lingua fu sì dotto il missionario Roberto Nobili, che gli si attribuì
la contraffazione dei libri vedici. Il padre Paolino, austriaco di
patria (Gianfilippo Werdin di Hoff), italiano d’adozione, negava
l’esistenza dei Veda, appoggiato all’opinione di Marco della Tomba,
erudito delle cose sanscrite. Basilio Brollo, nato il 1648 a Glemona
nel Friuli, vestitosi minor osservante, partì missionario il 1680, e
venuto nel Siam, si diè a studiar il cinese: da Clemente IX nominato
vicario apostolico dello Scen-si, vi moriva nel 1704[274]. Appianò la
via allo studio scientifico del cinese.

Francesco Negri da Ravenna, detto padre dei poveri e protettore degli
orfanelli, indusse il papa e il cardinal Rasponi a fondare l’ospizio
de’ Catecumeni; e dalla lettura di Olao Magno invogliato a cercar
le terre più boreali d’Europa, nel 1666 giunse fino al capo Nord, a
traverso pericoli, che allora erano a cento doppj; e ne scrisse otto
lettere, stampate postume, con particolarità vere di storia, natura
e politica, non infelice dizione, correggendo sbagli altrui. Eppure
a’ dì nostri un Italiano vantò essere stato il primo che vedesse
cotesta parte estrema, ma lasciò gran sospetto di non esservi stato
che in sogno. Il Negri fu curato di Santa Maria _in Cœlo eo_, dove al
Montfaucon che visitollo mostrò un rosajo, al cui rezzo poteano stare
quaranta persone.

Applicandosi all’antiquarja, l’erudizione peccava ancora di minuzie,
pure migliorò di accorgimenti; e se nel secolo innanzi erasi creduto
ad Annio da Viterbo, or furono presto convinti di menzogna gli
_Etruscarum antiquitatum fragmenta_, pubblicati il 1632 da Curzio
Inghirami, ingannato o ingannatore. Gian Domenico Bértoli da Udine
nel 1676 illustrò le antichità d’Aquileja, ch’egli primo raccolse e
salvò dall’essere usate a fabbriche o a fornaci. Lazzaro Agostino Cotta
d’Orta fece il museo Novarese (1719), la descrizione del lago Maggiore
e altre opere di bastante erudizione, giovandosi della biblioteca
Ambrosiana.

La numismatica alla storia applicò Filippo Paruta nella _Sicilia
descritta con medaglie_ (1612), opera da altri accresciuta, e più dal
Torremuzza. Vincenzo Mirabella dichiarò la pianta di Siracusa antica, e
Prospero Parisio i più rari numismi della Magna Grecia.

Altri si fissarono sulle iscrizioni relative a ciascun paese,
quantunque la scarsa critica traesse in errori, che poi a fidanza
ricopiavansi dai successivi[275]. Rafaele Fabretti da Urbino
(1618-1700), in Ispagna auditore del nunzio, si rassodò negli studj
classici; conobbe i dotti del tempo, Ménage, Montfaucon, Hardouin,
Mabillon; e tornato a Roma con ricco impiego, dissertò sulle acque
e sugli acquedotti romani, monumenti che offrono tanta meraviglia
ai curiosi, quanti problemi ai dotti. Sotto ai begli intagli della
colonna Trajana del Bartoli avea posato descrizioni il Bellori,
piene di sbagli non meno della illustrazione latina dello spagnuolo
Chaccon. Il Fabretti correggendo e supplendo faceva una delle più
dotte e savie opere di archeologia intorno a quella colonna (1683), e
fu de’ primi a comparare colle immagini d’altri monumenti per indurne
il carattere e la significazione. Di questi paragoni coi monumenti e
colle loro descrizioni si valse pure nell’illustrare la _Tavola iliaca_
del Campidoglio. Gran numero di epigrafi nuove avea egli trascritte
girando per la campagna di Roma con un cavallo, il quale avea contratto
l’abitudine di fermarsi dovunque apparisse un’anticaglia. Il cardinale
Carpegna poi gli aveva affidato l’ispezione sopra le catacombe, e gli
donava tutte le iscrizioni che ne uscissero. Ne fregiò esso la propria
casa, molte altre ne comprò, sempre favorito dai pontefici Innocenzo
XI, Alessandro VIII, Innocenzo XII.

Frutto di tali studj e ricerche egli pubblicò quattrocentrenta
iscrizioni in otto classi; ma nell’occasione d’illustrarle ne diè fuori
quattromila seicento con erudite e sobrie note. È la prima raccolta
non riboccante di spurie, e disposte in modo da sussidiarsi a vicenda,
e con quella correzione tipografica che è di suprema importanza in
tale materia. Il Gronovio, del quale rivelò molti sbagli, rispose
acerbamente, e n’ebbe un ripicchio altrettanto scortese.

Roma fu sempre il campo delle maggiori indagini, e colà il Falconieri
compilò le _Inscriptiones athleticæ;_ Padova fu illustrata da
Lorenzo Pignoria, uno de’ più estesi eruditi, che tentò alzare il
velo de’ geroglifici egizj e spiegare la _Tavola isiaca_[276]. Degli
illustratori di qualche parziale antichità i più scaddero di senso dopo
le recenti scoperte.

Francesco Bianchini veronese (1662-1729), bibliotecario di casa
Ottoboni, tentò un modo particolare di storia universale (1697), il
silenzio degli scrittori supplendo coi monumenti per accertare la
cronologia. Spiega molti simboli, e s’accorge come alcuni supposti
fatti non sieno che miti; la guerra di Troja fa occasionare dal
commercio, la cui libertà raffigurasi in Elena; e di tal passo va
spiegando la mitologia. Non giunge che alla fondazione della monarchia
assira, e le posteriori scoperte lo antiquarono. Valeva assai nelle
matematiche, varie scoperte fece attorno al pianeta Venere, e,
tracciata una meridiana nella certosa di Roma, intendeva prolungarla
fin all’Adriatico e al Tirreno. Ciò nol distolse dall’archeologia, e
illustrando il colombario della famiglia d’Augusto, allora scoperto
sulla via Appia, chiarì le costumanze romane, mostrando nella casa di
quel principe da seimila schiavi, il cui lavoro era tanto suddiviso,
che uno non faceva altro che pesar la lana filata dall’imperatrice, uno
custodiva gli orecchini di lei, uno la cagnuola.

Quantunque tali sussidj estendessero piuttosto le cognizioni che le
vedute della storia, il mondo conosceva meglio se stesso, e diveniva
sempre più atto a comprendere quella continuità di eventi, che connette
le antiche colle odierne generazioni. E un gran passo diede la storia,
da pura arte o narrazione elevandosi alla dignità di filosofia collo
svolgere dal dramma degli avvenimenti la suprema moralità, osservare
gli uomini come una famiglia sola, gli eventi sottoporre ad un solo
concetto che ajutasse ad indovinare i futuri.

In questo campo primeggia Giambattista Vico napoletano (1688-1744),
autore di libri ove si legge assai più di quel che è scritto, ma dei
quali tutti parlano con ammirazione, pochissimi con cognizione. Nato
poveramente, educato al modo di allora, a sedici anni arringa in difesa
di suo padre, e fa stupire collo sfoggio di cognizioni: ritiratosi
dal fôro, va insegnar giurisprudenza ai nipoti del vescovo d’Ischia
nel romito castello di Vatolla, ove passa nove anni della più florida
gioventù meditando su pochi libri; si stomaca «della maniera di poetare
moderna», ma poco riesce nella geometria e nella fisica, e s’addentra
nelle quistioni sociali, applicate all’antichità; «benedisse il non
aver avuto maestro, e ringraziò quelle selve, fra le quali, dal suo
buon genio guidato, aveva fatto il maggior corso de’ suoi studj senza
niuno affetto di sêtte, anzichè nella città, nella quale, come moda di
vesti, si cangiava ogni due o tre anni gusto di lettere». E appunto
egli si ostina a ritroso del suo tempo: questo trascura la buona
prosa latina, ed egli la coltiva assiduo; ogni attenzione volgesi alla
Francia, ed egli neppur la lingua volle saperne; laonde si trovò «come
forestiero nella sua patria, e non solo vi era ricevuto come straniero,
ma anche sconosciuto». Chiese di esser secretario municipale, e fu
posposto; una cattedra di retorica con cento scudi di provvisione tenne
quarant’anni, poi a settanta ebbe il titolo di storico del Regno. Qui
faceva versi per occasioni, panegirici ai suoi vicerè, diatribe contro
gl’insorgenti oppressi; intanto elevavasi alle più sublimi concezioni,
non con un proposito stabilito ma a tentone, posandosi problemi, da
ognun de’ quali gliene rampollavano di nuovi, che traevanlo a nuovi
modi di risolverli, e a dilatare, tutto solitario, la sfera delle
proprie cognizioni e il metodo, non coll’avventurosa inventiva d’altri
suoi paesani, ma prendendo le mosse dalla devota erudizione.

S’approfonda ne’ classici antichi; da Platone impara le astrazioni
generali e le aspirazioni del sentimento, l’uomo filosofico; da Tacito
i concreti e il riflettere sopra questi; da Erodoto _un passo d’oro_,
che gli fa balenare agli occhi una storia ideale con tre età; ammira
Dante, Leibniz, Newton e il _tre volte massimo_ Bacone: ma le idee loro
non adotta pienamente, bensì le rimpasta colle proprie, sempre inteso
a congiungere il _certo_ della filologia col _vero_ della filosofia.
Sopra Grozio e Cartesio, venerati allora restauratori della filosofia
e della giurisprudenza, volge principalmente l’acume; e al primo, che
spiega la storia coll’individuo e indaga un diritto universale per
mezzo dei fatti particolari e del linguaggio, appone di aver raccozzato
astrazioni sconnesse dai fatti, giureconsulto de’ filosofi ma non della
storia. Cartesio, svolgendo l’intera serie delle umane cognizioni
dal fenomeno della coscienza, trascura anch’egli il passato per
concentrarsi nella superba evidenza del metodo matematico; e il Vico lo
accusa di aver mutilato storia, lingue, erudizione, riducendole a linee
geometriche; e col disprezzo dell’erudizione inducendo disprezzo degli
uomini, e repudiando i mezzi e gli ajuti che al pensiero offrono le
tradizioni delle età passate, pretese evidenza matematica in verità che
non ne sono capaci; laonde il metodo suo può produrre dei critici ma
nissuna grande scoperta[277].

L’uomo non è pura macchina o cifra; nè storia, politica, morale,
eloquenza si regolano a meri calcoli, ma abbisognano congetture,
induzioni, somiglianze; il testimonio della coscienza, l’immediata
percezione non basta a provar l’esistenza, e il _penso dunque esisto_
riducesi ad una percezione che non colma l’abisso fra la coscienza e
l’universo. Laonde il Vico, combattendo Cartesio per la ragione che
Cicerone combatteva gli Stoici, abbandona il geometrico processo per
gittarsi all’esperienza storica e alle libere induzioni; ripudia la
superbia del senso individuale onde rimettere in onore la tradizione;
e per contrapposto a quella noncuranza degli antichi, sublima la
filologia rendendola la filosofia dell’autorità, l’ordine e la
ragione dei fatti, che ravvicinando le idee lontane, le feconda; non
abbracciando soltanto le lingue, ma i costumi e le azioni degli uomini;
e con una critica ch’egli chiama architetta, s’accinge a _ricomporre,
supplire, ammendare, i rottami dell’antichità porre in luce, allogare_.
Pertanto indaga le vestigia della sapienza italica nella lingua[278], e
attribuisce ai prischi Italiani la metafisica.

Qualche scolaro del Sigonio gli objettò, nel _Giornale de’ letterati_,
che la sapienza italica sarebbe dovuta investigarsi nell’Etruria e
nelle confraternite pitagoriche della Magna Grecia, piuttosto che
fra i patrizj del Lazio, gente che colla violenza avea costituito un
diritto feudale che la moltitudine soggiogava a pochi. Il Vico comprese
la forza di tale objezione meglio del critico stesso, e vi applicò la
distinzione che già avea notato fra l’uomo de’ filosofi e quello de’
politici, fra il senso comune dei popoli e le verità assolute delle
scuole, fra la tirannide de’ patrizj e l’equità dei giureconsulti, dai
quali derivò il moderno diritto delle genti, esposto da Grozio.

Fittosi dunque a indagare la storia di Roma nella successione delle
sue leggi, e l’asserita sapienza degli Italiani repugnando alla ferocia
delle XII Tavole, il Vico, per accordare l’autorità colla ragione, il
diritto romano col razionale, ricorre ad un’armonia prestabilita in
Dio fra la materia e lo spirito; da Dio emanano giustizia e virtù; la
necessità e l’utilità, o, come diciam oggi, gl’interessi disviluppano
dalla materia le idee di giustizia; sicchè, mentre gli uomini si
acuiscono nel soddisfare i bisogni corporei, la Provvidenza li conduce
ad attuare il tipo eterno della giustizia.

Concepita la storia umana come una progressiva conquista dell’equità,
egli snoda i problemi e le objezioni dei predecessori, in maniera
inusata conciliando il diritto ideale di Platone e il politico di
Machiavelli. Ma poichè la storia non cominciò con Roma, dovette egli
investigare come dallo stato _ex lege_ nascessero le aristocrazie
feudali; e immaginò che l’uomo, imbrutalito ne’ ducent’anni che
succedettero al diluvio, sino a smarrir le tradizioni tutte e il
linguaggio, fosse scosso dallo scoppio della folgore, e allora
sospettasse dell’esistenza d’un Dio; dai boschi incendiati dal fuoco
celeste toglie una favilla per i bisogni suoi, per le arti, e per
bruciare i cadaveri; vergognando de’ promiscui connubj, rapisce una
donna e la reca nelle caverne, origine delle famiglie, donde i rifugi,
e l’agricoltura, e _il pudore del cielo, dei vivi, dei defunti_;
i padri si confederano; il patriziato si stabilisce, conservando i
privilegi della famiglia e dei riti[279]. I forti, chiesti protettori
dai deboli, se li rendono famuli; ma poichè li tiranneggiano, questi si
ammutinano onde strapparne il dominio bonitario de’ campi, lasciando
a quelli il dominio ottimo, e gli auspizj che sono indispensabili
a render legali gli atti. Intanto si ha la città eroica, composta
di educabili patrizj e ineducabili plebei, i quali cominciano lotte
interminabili per partecipare anch’essi al diritto civile: e questo
trionfa, e ne viene l’età umana delle repubbliche libere, quando unico
e supremo è il dominio della legge, commesso alle libere opinioni
de’ giureconsulti, che in nome della ragione surrogansi all’arbitrio
del privilegio e della forza. Così gli _interessi_ dominanti nel
Machiavelli e la _ragione_ esaltata da Grozio vengono a conciliarsi nel
fatto, che cancella l’antinomia e la filosofia.

Tutti i fatti parziali sono dunque sottomessi a un ampio concetto; e
qualunque rozzezza, qualunque iniquità trova spiegazione o posto in
quest’ottimismo. Il semplice quanto sublime ordito ingombra egli di
dissertazioni e divagamenti, ove profonde tesori di novità storiche,
filosofiche, filologiche. La vulgata cronologia degli avvenimenti è
dovuta alla boria delle nazioni e dei dotti. Egli primo riconobbe nella
mitologia un senso recondito: e nella poesia, parto d’immaginazioni
vivaci, la chiave della storia primiera. Le tradizioni popolari han
pubblici motivi di vero: i parlari sono i testimonj più solenni delle
prische usanze. Parallelo procede lo svolgersi dei popoli e quello
delle umane facoltà, sicchè le une fan riscontro alla storia degli
altri. È natura dei vulghi l’assomigliare a se stessi l’universo,
imporre a tutte le genti la propria origine; e la mente umana
dilettandosi nell’uniformità, ai primi cogniti riferisce i nuovi, e
gli effetti particolari a cause comuni. Per mezzo di tali _degnità_
viene a scoprirsi che all’incivilimento non presedettero i filosofi,
come Grozio vorrebbe; ed Ercole, Teseo, Pitagora, Dracone, Solone,
Esopo sono personificazioni de’ loro tempi, e nuclei attorno a cui
la tradizione agglomera la vita e gli atti di molti; sono insomma la
personificazione collettiva delle persone eminenti, giacchè il senso
comune sta innanzi e sopra del senso individuale. Omero stesso, che
dapprima egli avea accettato come un poeta cieco, le meditazioni
successive lo _strascinarono_, lo _violentarono_ a crederlo un mito;
non un poeta ma la poesia; nè mai fu superato, perchè non si supera
l’ispirazione spontanea di tutto un popolo. Anche i sette re di
Roma dissolve in caratteri politici, a ciascuno de’ quali il popolo
appropriò gli effetti di lente rivoluzioni, come alle XII Tavole
attribuì anche leggi plebee, ottenute assai più tardi col trionfo della
democrazia.

Se le genti sono selvaggie da principio, svanisce il concetto
dell’antichissima sapienza degl’Italiani: svanisce allorchè sia
stabilito che le lingue son fatte dal popolo, non dai filosofi, nè
Roma fu governata in origine da un senato di sapienti; talchè il Vico
progredendo demolì di sua mano quell’edifizio, nel quale molti nostri,
senza conoscerlo, idolatrano ancora la boria nazionale.

Sempre vedendo riscontri e similarità, il Vico credeva che, al par
de’ Romani, tutti i popoli fosser passati per tre governi: monarchia
aristocratica fondata sull’autorità divina; repubblica aristocratica;
repubblica popolare, la quale riesce in monarchia popolare; adunque
dall’uno si va ai pochi, dai pochi ai molti, dai molti all’uno.

Amplia questi teoremi, e l’incivilimento non è opera della filosofia,
anzi essa col tempo scaturisce da quello; la storia positiva non
può raccontare i primordj del genere umano, perchè precedettero ogni
scrittura e monumento: ma se tutte le nazioni dalla barbarie giunsero
all’equità, v’è una storia ideale, eterna, comune a tutte esse nazioni,
le quali non sono che manifestazioni particolari, mentre colla storia
ideale si ricostruiscono le civiltà delle singole nazioni, si trovano i
primordj alle storie che ne mancano, si assorbiscono in leggi immortali
di ragione i particolari fenomeni di Roma, d’Atene, di Sparta, degli
uomini, de’ luoghi, de’ tempi. In essa storia il diritto si realizza,
cominciando dalla violenza, poi mascherandola nelle formole solenni,
ingentilendosi nelle finzioni che eludono queste, poi diventando equo,
sempre sotto l’impulso prestabilito delle necessità e delle utilità,
delle passioni e degl’interessi, dalla grotta ove il selvaggio rifugge
dal fulmine, sin al trono su cui il popolo colloca, suo rappresentante,
l’imperatore che livella il diritto.

Questa è dunque una _scienza nuova_ dell’intera umanità. La
Provvidenza, che erasi fin allora dimostrata dalla meravigliosa
architettura del mondo naturale, il Vico vuol riconoscerla pure nel
mondo delle nazioni, non fatto dagli uomini ma da Dio stesso; tutto
riducendo all’unità d’una Provvidenza divina, che informa e dà vita al
mondo delle nazioni.

Scoperta colla meditazione questa storia ideale eterna, egli vi assetta
tutti i fatti umani; ne’ quali, eliminate le particolarità di luoghi
e di personaggi, sempre appare un eterno consiglio, che ordina le cose
massime e le minime. Perocchè nelle sue manifestazioni la natura umana
procede per certi principj comuni: gli elenchi della vita morale,
cioè religione, giustizia, utilità, bello, filosofia, si collegano per
esprimersi in certe forme di rapporti ne’ diversi stadj dell’umanità.
Laonde mito, etimologia, tradizione, linguaggio si soccorrono per
ispiegare l’attuamento del diritto nelle storie, e per chiarire che
in tutte ricorrono i fatti della romana. L’erudizione non possedendo
ancora dati bastanti per ismentirlo, lasciavagli campo a divinare
sopra la mitologia, espressione lirica della storia primitiva, sopra il
vocabolario, deposito delle conquiste della verità e del diritto, fatte
sotto l’impulso della necessità; sicchè colla poesia ch’è la favella
eroica, e colle frasi espresse per via di fatti, rilesse in tutti
i popoli la storia di Roma. Quest’ultima fu conservata dalle leggi;
delle altre sussiste qualche frammento appena, ma potranno ricostruirsi
sull’analogia di quella; nè v’è tradizione ch’egli non si proponga di
ricondurre alla sua preordinata storia romana.

A questo procedimento di tutte le nazioni, operanti egualmente in
circostanze eguali, nella famiglia, nella città, nella nazione,
s’opporrebbe la narrazione biblica. Il Vico, non osando rimpastarla,
la rimove, riconoscendo nel popolo ebreo un andamento particolare e
indiscutibile. Omero pure vi contraddice, cantando costumi corrotti,
lunghi viaggi, divinità avvilite che non hanno a fare col patriziato
romano. E il Vico per offrirne spiegazione ingrandisce la propria
scienza, e scopre un’età divina, una eroica ed una umana; i caratteri
doppii, ed i poeti d’età depravata che fanno se medesimi norma
dell’universo, e che ai lontani paesi attribuiscono i nomi de’ proprj,
supponendo viaggi assolutamente impossibili a quella rozzezza.

Nella civiltà greca come nella romana da principio fu adorata la
Provvidenza, poi fantasticato, poi ragionato. Da qui il succedersi
dell’età divina, dell’eroica, e dell’umana; ciascuna dotata d’idee e di
linguaggi proprj. Vi corrispondono tre specie di costumi; religiosi,
violenti, officiosi: tre giurisprudenze; la mistica, la prudente,
che ripone il valore nella forma materiale della legge a quella
attaccandosi per difesa, e l’umana: tre specie di lingue, di caratteri,
di costumi, d’autorità; tre tempi, i religiosi, i puntigliosi, i
civili; tre governi, divino, eroico, popolare libero sia monarchia o
repubblica, dove però i cittadini son tutti eguali.

Via dunque dalla storia il caso; via l’onnipotenza dei grandi uomini;
tutto essendo provvidenziale e prestabilito, non solo pel nostro ma
pei _mondi infiniti possibili._ Glien’è riprova la barbarie rinnovata
del medioevo, dove rinascono i simboli, il linguaggio figurato, le
clientele, e un Omero della seconda inciviltà, com’egli arditamente
qualifica quel Dante, che al Gravina era parso l’Omero di una seconda
civiltà. Il mondo, che ripigliò l’antico corso, ricadrà quandochessia
nella barbarie.

Benchè egli facesse tutt’uno la scienza e la bellezza, ammirasse i
classici e lo stile storico _mezzo fra prosa e verso_, e fosse dai
contemporanei lodato come umanista, si rinvolse in una forma scabra
e intralciata, che nocque assai all’intenderlo[280]; oltre che una
storia, la quale trova riscontro nella letteratura, nel linguaggio,
nella geografia, nell’astronomia, nella cosmogonia, se poteva
abbracciarsi da un potentissimo intelletto, non doveva trovarsi
accessibile alle intelligenze normali. Pertanto i contemporanei nol
capirono; e fu inteso sol quando altri già erano arrivati dove lui, e
più innanzi.

Però, non che fosse un isolato fenomeno in mezzo ad un mondo troppo
inferiore, egli si erudì nella sapienza del suo tempo; non distratto
dalla Corte e dalla moda come i Francesi, non dagl’interessi politici
come gl’Inglesi, meditava que’ libri che altri scorrono; confutò
riverentemente Cartesio e Grozio, da cui dedusse l’astratta giustizia;
forse il _Nuovo Organo_ di Bacone gli suggerì l’idea d’una scienza
_nuova_; profittò del Gravina e del Sigonio, e sovrattutto del
platonismo di Leibniz; e criticando il genio, genio si mostrò. Di
que’ pochi ch’egli intitola _passi d’oro_, cioè verità quasi sfuggite
agli antichi, sol una mente come la sua potette accorgersi, non che
interpretarli e indurne leggi universali. Machiavelli, pensatore sì
robusto, aveva accettato la storia di Livio come indubitabile e nel
senso vulgare; il Boccalini, Annibale Scoti ed altri commentatori
di Tacito non faceano che diluirne i potenti riflessi con languide
parafrasi e spiegazioni che nulla insegnavano più dell’originale;
Grozio, Sigonio, Gravina, non che i minori interpreti, nella
legislazione romana vedeano meramente i fatti; mentre il Vico nella
storia come nella giurisprudenza s’approfondisce da scopritore, nè
altri mai radunò tante verità e principj nuovi, nè tanto valse nel
convertire i fatti in idee senza smarrirsi in astrazioni.

Quell’erudizione, meravigliosa pe’ suoi tempi, fu mostrata monca
dalle posteriori scoperte. Se avesse saputo che fra’ selvaggi il Dio
è complice dei delitti, è l’avversario d’una civiltà che incatena
gl’istinti, non avrebbe derivato la religione dallo sgomento. Dinotò
gli sviluppi dell’umanità nelle formole del diritto romano, ma non
avvertì ch’era tradizionale, anzichè spontanea; evoluzione, anzichè
passaggio da barbarie a civiltà, attesochè il gran popolo sorgea
di mezzo alle città italiche. Attribuisce la potenza di Roma alla
sua situazione, eppure confessa che i popoli hanno senno e voglie
quali l’educazione li dà. Alle origini dell’improvvisata sua società
trasporta le cognizioni delle società già costituite, i bisogni
di proprietà, di famiglia, di religione, di schiavitù. Al giudizio
individuale di Cartesio surrogando il comune, non s’accorge che spesso
l’errore domina intere generazioni, e i miglioramenti nascono da
ragione individuale che precede la generale; sicchè il senso comune
è l’espressione di uno stadio sociale, anzichè della verità e della
ragione.

L’erudizione, che lo avea portato a tanta sublimità, fu pure la sua
pietra d’inciampo, ritorcendolo verso il passato, fin a rinnegare
diciassette secoli di progresso, e l’indefettibilità del cristianesimo,
e la non più disputabile emancipazione dello schiavo: l’ammirazione
delle passate gli tolse l’intelligenza delle età moderne, e lo persuase
che il _ferreo mondo_ fosse in pieno decadimento: osservando declinare
l’Italia dopo tanta floridezza, estese quest’esempio a tutta l’umanità,
credendone inevitabile il precipitare dopo elevatasi, e le cause del
deperimento universale cercò ne’ parziali eventi della nazione che
dominava la sua. Il progresso delle scienze fisiche e la conoscenza
maggiore del mondo vennero poi ad attestare che leggi dell’universo non
sono quelle di Roma e di Grecia; le caute induzioni odierne provando la
parentela delle favelle, negarono che le lingue nascessero spontanee
ed isolate per uniforme conato della natura umana; le tante genti
rimaste immobili nella primitiva selvatichezza, o moventi appena i
primi passi nella via della civiltà, le nazioni stazionarie, fransero
il circolo similare, entro cui egli avvolge inevitabilmente l’umanità,
e chiarirono che il cattolicismo, l’affrancazione dell’uomo, le grandi
scoperte impediscono di indietreggiare pei fatali ricorsi.

Eppure nel sublime sonnambulismo del genio, dominato da quella
_melanconìa che dà grandezza_, fattosi interamente antico, _ficcò_
la filosofia nelle favole, e i deserti antestorici popolò coi figli
de’ suoi pensieri, signoreggiando il presente e l’avvenire; e, suo
merito supremo, innovando il metodo delle ricerche storiche, fu il
primo ad architettare la storia come soggetta a una legge certa, ad
un’eccelsa moralità, indipendente da nazioni e da tempo, e la cercò.
Poco prima Bossuet vescovo di Meaux, nel _Discorso sulla storia
universale_ avea dato una filosofia della storia, ponendole per centro
il Calvario, quasi tutte le vicende del mondo fossero preordinate
verso il Redentore venturo o venuto. Il Vico, che probabilmente non
n’ebbe contezza, considerò le nazioni in sè, e i fatti come fasi
della vita, sicchè ne coglieva soltanto ciò che valesse a mostrare la
loro opportunità ai disegni di Dio. Trovò i tipi di ragione; enunciò
le lingue far parte intima della storia civile; se in cercare nelle
radici de’ vocaboli le radici dei pensieri errò sovente, aprì il
calle a nobilissimi ardimenti, e divinò quel che altri poi scopersero;
alla filologia ampio senso attribuì come meditazione della parola in
quanto esprime il pensiero dei popoli, ed è interpretata dai fatti
ben più che dai commentatori; avvertì la distinzione fra popolo e
plebe: al famoso passo di Clemente Alessandrino sulla scrittura egizia
diede l’interpretazione, di cui si gloriano i nostri contemporanei;
sminuì le meraviglie cinesi, e presentì l’importanza delle genti
scitiche; dettando alcuni canoni di ragione, mettendo in dubbio alcuni
pregiudizj, posando molte quistioni e alcune snodando, scoprendo
spesso, più spesso ponendo sulla via di scoprire, d’oltre un secolo
prevenne gli ardimenti della critica e la creazione d’una storia
ideale dell’umanità, dove i secoli passeggeri si contemplano nel lume
dell’eterna Sapienza. La lotta dell’intelligenza colla necessità,
dell’Oriente coll’Occidente, dell’uno col molteplice, l’objettivarsi
dell’idea nella storia, la manifestazione dell’assoluto, le altre forme
umanitarie di Schelling, di Hegel, di Fichte, di Cousin rientrano
pur sempre nel concetto di Vico, liberato dall’umiliante corollario
dell’inevitabile decadenza.

Non dimentichiamo che, disapprovando le oziose disquisizioni, il
Vico disse la filosofia esser data «per intendere il vero e il degno
di quel che dee l’uomo in vita operare»; e, a differenza dei tanti,
rivolti solo ad esagerare la degradazione, sostenne che «la filosofia,
per giovare al genere umano, dee sollevare e reggere l’uomo caduto
e debole, non convellergli la natura, nè abbandonarlo nella sua
corruzione».




CAPITOLO CLIX.

Scienze naturali e matematiche.


Meglio delle scienze morali furono coltivate le positive, il cui lustro
redime dal decadimento delle lettere e del carattere nazionale.

L’intelletto umano non può raggiungere l’assoluto, le origini delle
cose, eppure alla ricerca di quelle s’affatica l’attività sua, e,
attesa la relativa sua impotenza, dà all’immaginazione grandissima
efficacia nelle scienze che non si riducano a puro metodo come le
matematiche. Nelle età precedenti aveano delirato le naturali; e invece
di raffrontare i pronunziati de’ maestri col manoscritto originale di
Dio, cioè il mondo e la natura; spingersi all’osservazione de’ fenomeni
molecolari onde scoprire le cause immediate; coordinar le ricerche ad
induzioni generali, e valutare l’azione de’ corpi nella loro massima
divisione, soffogavano i fatti sotto le argomentazioni, fondavano
l’autorità sopra analogie fantastiche: faceano sperienze, ma suggerite
da opinioni derivate da un preordinamento di idee allora dominante.
Leonardo Dandolo e Zaccaria Contarini, sulle traccie d’Averroe[281],
numeravano quanti peli avesse il leone sul capo, quante penne
l’avoltojo alla coda, e come sieno sorde le api e cieche le talpe. — A
che serve ciò? è ciò vero?» Son domande che non si facevano, bastando
si leggessero nelle compilazioni di Ateneo, Oppiano, Eliano, Plinio;
dietro ai quali s’investigavano stranezze e mostruosità, anzichè le
leggi comuni, quasi la natura fosse una successione di prodigi. I
particolari non fanno scienza, diceano le scuole; e avrebbe creduto
impicciolirsi il sapiente che studiasse la caduta d’un sasso, lo
sbocciar d’un pisello, le metamorfosi d’una farfalla. Che de’ fenomeni
straordinarj scopransi le cause dall’esame dei consueti; che leggi
uniformi reggano il pianeta nostro e gli altri, la rotazione del sole e
il pulsar dell’arteria, il saltellare d’un minuzzolo di carta incontro
all’ambra e lo schianto del fulmine, chi l’avesse asserito sarebbe
parso delirante.

In conseguenza prevaleano le scienze occulte, e le prime edizioni de’
libri di tal materia sono quasi introvabili, tanto si logoravano.
Può essercene tipo la _Magia naturale_ di Giambattista Della Porta
napoletano (1540-1615), che nel I libro discorre a priori delle
cause; nel II, delle operazioni, cioè del fare singolarità e prodigi,
come scoprire colla calamita se una donna è casta, far una candela
che mostra gli uomini colla testa di cavallo; nel III, tratta
dell’alchimia, non senza buone osservazioni, massime sul raffinare
metalli; nel IV, dell’ottica, ove descrive la camera oscura. Oltre
racimolare negli antichi quanto aveano di meraviglioso, sperimentò egli
stesso; poi dopo nuove letture e sperienze e viaggi, rifuse l’opera sua
in venti libri, con maggior cura del vero: pure molte cose è ben certo
ch’e’ non le avea verificate; d’altre gli si dà merito d’inventore
mentre soltanto le compilò od avventurò: nè qualche buona osservazione
basta a collocarlo tra i rinnovatori, benchè allora fosse ammirato e
tradotto.

Eppure la magìa e la medicina taumaturgica, cercando il più recondito
e strano delle bestie e delle piante, dall’errore stesso trovavansi
obbligate all’analisi e all’osservazione: i musei dove si ostentavano
rarità, e pei quali i ciurmadori fabbricavano animali fantastici,
giovavano col mettere sott’occhio gli esemplari: tanti viaggi poi
in terre inesplorate persuadevano che non tutto era stato detto. Di
tal modo alla scienza fatta a priori o sui libri succedeva quella
costituita sopra l’esperienza e l’osservazione; raccoglievansi fatti,
anzichè compaginare ragionamenti; cominciavasi a dubitare delle
asserzioni, a confessar le ignoranze, a non credere che sappia tutto
chi di tutto favella, a sostituire il fenomeno evidente alla congettura
arrischiata.

Alcuni nostri concentrarono l’attenzione su qualche punto speciale,
vero metodo di avanzare. Fabio Colonna, erudito eppur osservatore,
trattò delle conchiglie e della porpora; Pietro Olina da Orta degli
uccelli, con particolarità interessantissime[282]; de’ pesci il
Salviani da Civita di Castello. Fabrizio d’Aquapendente, con metodo
scolastico, ma con qualche buona osservazione discorse se le bestie
abbiano un linguaggio e quale, quanto differente da quel dell’uomo e
delle altre specie, a che adoperato, come possa comprendersi, qual n’è
l’organo[283]: se possano comunicare fra sè dei fatti specifici, e fin
a qual punto associno idee al linguaggio dell’uomo sono problemi ch’e’
non toccò, e che i nostri filosofi non sciolsero finora.

I cataloghi di vegetali faceansi per alfabeto, a servizio de’
farmacisti, finchè il Maranta nel 1559 pubblicava un metodo di studiar
le piante medicinali. Si ammirano nella biblioteca Marciana alquanti
codici botanici, fra’ quali il _Liber de simplicibus_ di Benedetto
Rinio veneziano del 1415, con quattrocentrentadue piante mirabilmente
ritratte da Andrea Amadìo, e coi nomi latini, greci, arabi, slavi,
tedeschi; e una _Storia generale delle piante_ di Pierantonio Michiel,
in cinque volumi, con un migliajo di specie disegnate e colorite,
i nomi in diverse lingue, e buone descrizioni, e una distribuzione
sistematica in tre serie, dedotte dalla struttura delle radici, delle
foglie, dei semi. Nel poema _De viribus plantarum_ di Emilio Macro del
1480 furono inserite le prime tavole botaniche, poi nel 93 nell’opera
di Pier Crescenzi.

Giorgio Valla, Marcello Virgilio, Ermolao Barbaro patrizio veneto,
Fausto da Longiano, Nicolò Leoniceno, Giovanni Manardo si limitarono
a tradurre o a commentare gli antichi botanici. Andrea Mattioli da
Siena, che accarezzato e applaudito viaggiò assai come medico di
principi, arricchì Dioscoride di moltissime osservazioni sue proprie,
e notizie e disegni di nostrali e di Tedeschi; onde l’opera sua
lodatissima fu cerca fin nei regni d’Oriente. Antonio Musa Brasavola
(-1577), transizione fra i commentatori e gli osservatori, consigliò
al duca di Ferrara un orto elegante, che fu detto il Belvedere, ma
che a torto si reputa il primo, giacchè Venezia ne possedeva uno fin
dal 1330, a Padova ne istituì un altro nel 1545[284], poi nel 1564
la prima cattedra pei semplici, anzi numerò nelle sue provincie tanti
orti quanti in tutto il resto d’Italia. Luigi Anguillara, famoso per
la composizione della triaca e direttore dell’orto di Padova, viaggiò
e tenne relazioni coi dotti, ai quali dava risposte e descrizioni,
che ne formarono la gloria per quanto male ne dicesse il Mattioli,
indispettito di vedersi appuntato di qualche sbaglio. Un orto ebbe
pure Firenze: quel di Pisa, donato da Luca Ghini bolognese, fu
dal granduca Ferdinando arricchito con piante d’Asia e d’America,
principalmente per opera di Michelangelo Tilli, buon osservatore e
d’estesa corrispondenza, chiesto medico dal bey e dal granturco, e
per sua cura vi fiorirono primamente l’aloe ed il caffè (pag. 303).
Giambattista Trionfetti bolognese fondò l’orto di Roma, glorioso di
possedere da seimila specie[285]. I botanici vi trovavano di belle
rarità, massime ne’ giardini veneti; il Brasavola la malva arborea e
la cassia in quello dei Cornaro a Murano; il pistacchio di Sorìa in
quel del Morosini; il Bacchino nel suddetto dei Cornaro l’uva spina
e l’iride fetida; il giacinto orientale, l’eritonio, il galanto in
quel di Lorenzo Priuli, ove prima fiorì la scamonea d’Aleppo, ed
ove s’aveano la carruba e il leucojo; in quel del Bembo il pisello
americano, il cicorio spinoso, ecc.: l’Anguillara vedeva lo storace e
l’amomo in quello de’ Michiel; la tuja, il pistacchio selvatico in quel
dei Pasqualigo, e la lacrima di Giobbe; Prospero Alpino il laserpizio
in quel dei Bembo; in quel de’ Contarini lo stramonio d’Egitto ch’egli
denominò Contarenia; in quel del Rannusio il rabarbaro; in quel dei
Moro la pianta del balsamo, ch’egli aveva recato dalla Mecca.

Que’ patrizj favorivano i cultori di questa scienza: i Calergi, signori
del monte Ida a Creta, vi ospitavano gli studiosi di tali rarità; Marin
Cavallo, nunzio a Costantinopoli, secondava i viaggi del Guilandino in
Oriente; Girolamo Cappello, provveditore in Candia, mandava piante ed
erbe ed ajutava le ricerche di Prospero Alpino e i viaggi di Giuseppe
Benincasa; Giorgio Emo condusse al Cairo esso Alpino, la cui opera
postuma delle piante esotiche fu fatta stampare da Nicolò Contarini;
l’Alvise Corner e Giovanni Donà, consoli al Cairo, esploravano col
Veslingio l’Egitto.

Ulisse Aldrovandi bolognese (1522-1605), di dodici anni fugge di casa
per veder Roma, s’accompagna a un pellegrino per San Jacobo di Galizia;
sospettato d’irreligione, torna a Roma per giustificarsi; e invaghito
agli studj naturali dal Rondelezio e dal Ghini, divien professore
in patria, e logora il ricco patrimonio in viaggi e nel mantenere
per trent’anni con ducento ducati un pittore d’animali, e molti
disegnatori ed incisori, nell’accattar rarità, libri, capi d’arte, e
dotare d’un orto botanico la patria. Il senato bolognese non gli mancò
d’ajuto; avutone in lascito il doviziosissimo museo e la biblioteca,
spese lautamente in terminare la compilazione e la stampa in tredici
volumi in-foglio della sua _Storia naturale_. Dove l’ornitologia e
l’entomologia, compite dall’autore, sono a gran pezza migliori, con
belle tavole in legno, e succinte ma esatte descrizioni; se non che
egli, secondando l’andazzo, affoga in citazioni poetiche, mitologiche,
araldiche; ad osservazioni proprie intarsia le reminiscenze, a verità
naturali le invenzioni degli uomini, e tutte le specie mai che la
fantasia chimerizzò; onde quell’opera parve a Buffon potrebbe ridursi a
un decimo, ma questo non dispregevole.

Giovanni Ciassi da Treviso ben divisò i principali fenomeni della
vegetazione; il modo del fecondamento Paolo Boccone messinese; Giacomo
Zenoni insegnò a diseccare e conservar meglio i vegetali, e descrisse,
quelli del Bolognese; quelli di Sicilia frà Francesco Cupan; i maltesi
Filippo Cavallini; Antonio Donati quelli del litorale Veneto; e così
d’ogni paese italico.

Dal descrivere, denominare, delineare altri avanzavansi all’anatomia
botanica, presentendo l’uniforme struttura intima sotto alla
differente apparenza degli esseri organizzati. Andrea Cesalpino
d’Arezzo (1519-1603) classificò le piante giusta gli organi della
fruttificazione, e massime i cotiledoni, primo abbozzo d’un sistema
carpologico; i semi rassomiglia alle uova; avverte il sesso delle
piante appellando maschi gl’individui provvisti di stami, e femmine
quei che portano i frutti; il midollo delle piante considerava come il
loro cuore, sede della forza vitale e sorgente del frutto, mentre le
altre parti del fiore provenivano dal legno o dalla scorza; dimodochè,
a sua detta, il fiore non era che un’espansione delle parti interne;
concetto adottato poi da Linneo, e svolto nella _Prolepsis plantarum_.

Assodata nel primo libro _De plantis_ la conformazione de’ vegetali,
base dell’anatomia e della fisiologia, negli altri quindici li
classifica come alberi o come erbe secondo la durata, secondo la
postura della barbicella ne’ semi, secondo il numero di questi e
le radici, o l’assenza de’ fiori e dei frutti; le classi suddivide
in quarantasette sezioni, sovente dietro al carattere di gruppi
importanti, riconosciuti oggi come famiglie naturali; ciascun capitolo
intitola da una pianta in esso descritta, non però abbastanza vasti
per costituir generi, quali sono ora stabiliti. Vero genio scopritore
e ordinatore, tardissima fama ottenne, colpa dell’irto stile e
dell’inviluppo scolastico; oltre che la venerazione per Aristotele lo
arrestava nelle conseguenze, e traevalo a contraddirsi per conciliare
le scoperte nuove colle asserzioni antiche[286].

Profittando delle non curate idee di Cesalpino, Fabio Colonna
(_Ecphrasis_, 1606) distinse nella botanica i generi, e pel primo
sostituì intagli in rame a quelli in legno. Del seme dei funghi,
già accennato in Giambattista Della Porta[287], diè poi contezza il
Micheli, che nel 1737 fondava un orto botanico a Firenze. Giuseppe
Aromatari d’Assisi, in una lettera di quattro pagine (Venezia 1625)
sopra la generazione delle piante, assodò l’analogia fra i semi e le
uova, e la destinazione de’ cotiledoni: poi la dottrina dei sessi fu
posata chiaramente da Grew e meglio dal Camerario.

Marcello Malpighi da Crevalcore (1628-94) elevò la botanica a scienza,
applicata ai progressi dell’anatomia e della fisiologia animale;
la struttura e l’incremento dei semi seguitò con miglior ordine e
più concisione di Grew nella _Anatomes plantarum idea_, stampata il
1671 a spese dell’Accademia di Londra. L’esser nuovo lo costrinse ad
analizzare ciascuna parte nelle classi e specie diverse, la corteccia,
poi il tronco, i rami, la gemma e foglie, frutti, fiori, radici, il
germogliare, le mostruosità, gli aborti.

Nardo Antonio Recchi da Montecorvo, archiatro di Napoli, avute da
Filippo II le note manoscritte di Hernandes intorno alla botanica
del Messico, ne fece un’opera che i Lincei tolsero ad illustrare, e
fu stampata nel 1615 a Messico. Il punto culminante della botanica
d’allora è segnato dalle _Tavole fitosofiche_ del principe Federico
Cesi, col sesso delle piante, il doppio sistema de’ loro vasi, i
fenomeni delle meteoriche e delle eliotropie, e coi nomi tecnici che
poi restarono; sicchè valsero di fondamento ai sistemi di Linneo, di
Trembley e de’ seguaci.

Ottavio Brembati conte bergamasco, oltre studiar la struttura
de’ fiori e quanto vi possa l’atmosfera, e nell’_Anterologia_ e
nell’_Architettura de’ fiori_ insegnare bizzarri comparti pe’ giardini,
pubblicò un _Modo di cavar le miniere_ (1663): Camillo Leonardo
pesarese (_Speculum lapidum_, 1502), e Vanuccio Biringuccio senese
(_Pirotecnia_, 1546) sanno poco degli antichi, benchè quello secondi,
questo combatta gli alchimisti: e se in Italia eransi fatte le prime
indagini mineralogiche, presto la Germania ci tolse il passo, mercè le
maggiori sue ricchezze.

Sisto V, volendo ogni maniera d’illustrazione al suo pontificato,
decretò che in Vaticano, come una biblioteca e una stamperia, così si
ponesse una metalloteca, e ne incaricò Michele Mercati da Samminiato
(1541-93). Il quale la distinse in _orycta_ e _metalleuta_, cioè
metalli proprj e metalliferi. La prima comprendeva tredici divisioni;
terre, sale e nitro, allumina, sughi acri, sughi grassi, sostanze
marine, pietre somiglianti alla terra, pietre prodotte nell’interno
degli animali, pietre idiomorfe, petrificazioni, marmi, silice e
fluore, gemme. I sei armadj dell’altra comprendono, il 1º oro e
argento, il 2º rame, il 3º piombo e stagno, il 4º ferro e acciajo,
il 5º sostanze vicine a metalli, che nascono da sè, il 6º sostanze
vicine a metalli, che si trovano nelle fornaci. Suntuosissima la sala
disposta a ciò; e magnifica al pari e molto più utile sarebbe stata la
descrizione dal papa ordinata, ove il Mercati seguì la partizione degli
armadj esponendo le opinioni correnti e le virtù de’ singoli corpi,
con tavole di squisita finezza. Morto Sisto, Clemente VIII, particolare
amico del Mercati, fece proseguire l’opera, ma morto poco poi l’autore,
questa andò in oblio. Nel 1710 nella biblioteca Dati a Firenze si
trovò il manoscritto del Mercati; e Clemente XI compratolo, incaricò
il medico Lancisi di compierlo e pubblicarlo. Il Lancisi durò fatica
a trovare nell’immensità del Vaticano la metalloteca del Mercati, ma
n’era stata dispersa la raccolta; e quando l’opera comparve nel 1717,
riusciva inutile dopo tanti progressi.

Anche nell’osservare la mirabile struttura della scorza del globo
terracqueo, furono primi gl’Italiani. I più, preoccupati delle cause
finali, tenevano il mondo fosse stato creato tal qual è, perchè
esso è il più adattato agli abitanti: ma agli osservatori non ne
sfuggivano le irregolarità, testimonj di sovvertimenti. I fossili
avanzi di animali marini deduceansi dal diluvio mosaico: alcuni li
tenevano meri scherzi della natura, e perfino il Mercati gli aduna
in un armadio distinto come «innocente trastullo della natura, la
quale volle darci le prime lezioni di scultura e pittura»; e a chi
li supponeva reliquie d’animali, domandava trionfalmente in che modo
avrebbero potuto essere accumulati negli abissi e su altissime vette?
Ma il Cesalpino confutò questo suo scolaro, e iniziò i sistemi fondati
sovra la composizione; imperocchè distinse i fossili in terre, sali e
sostanze solubili nell’acqua, suddividendo poi secondo caratteri meno
importanti: per esempio, le terre in magre, grasse, colorite, mediche;
le pietre in roccie, marmi, pietre preziose, e prodotte da corpi
organizzati o da piante. Le conchiglie fossili suppone abbandonate dal
mare, ritirandosi; le acque termali, dal calore che in sen della terra
sviluppano le combinazioni chimiche e le combustioni; crede tutti i
minerali suscettibili di cristallizzarsi in forme geometriche; l’ossido
di piombo trae da una sostanza aerea, per la quale il metallo aumenta
di peso, divinando le lontane scoperte di Haüy e Lavoisier, come
antivenne Harvey nell’indicare la circolazione del sangue[288].

E già il veronese Girolamo Fracastoro (1553), ponendo mente alla
giacitura delle conchiglie fossili e delle impronte organiche del monte
Bolca, aveva indotto non potessero essere d’un’età medesima. Pensavano
con lui Leonardo da Vinci e il Cardano, in opposizione al Mattioli
ed al Falloppio: Majolo supponevale lanciate da vulcani, come poi
sosteneva Lazzaro Moro: Fabio Colonna già distingueva le fluviatili
dalle marine. Agostino Scilla messinese (1639-1700), pittore della
scuola di Andrea Sacco e studioso delle medaglie, osservando nella
Calabria que’ grandiosi letti di testacei in parte già pietrificati,
trovolli identici colle conchiglie viventi ne’ mari vicini alla
Sicilia. Le sue indagini espose nella _Vana speculazione disingannata
dal senso_, con ventotto tavole che rappresentano i principali
fossili della Sicilia e di Malta, coralli, madreperle, ostriche,
serpule, vertebre, denti, ravvicinandoli alle specie vive. Non esperto
naturalista, «So poco (dic’egli), conosco di valer poco, ma di non
voler vivere a caso; mi son messo in capo che il dubitar delle cose è
il miglior mezzo di conoscerle con più probabilità». Il Vallisnieri, lo
Stelluto, il gesuita Cesi e molti si occuparono dei «corpi marini che
sui monti si trovano»; non posando però teoriche soddisfacenti.

Qui venne a studiare geologia il tedesco Kircher, che si fece anche
calare nel cratere del Vesuvio[289]; uno di quei talenti universali,
che han bisogno di cogliere idee complesse, quali furono l’unità delle
nazioni, la scrittura universale, la stenografia; ma i suoi libri
sparse di ciancie e fantasie. Estesa largamente la sua fama, i principi
anche protestanti gli mandavano denari per esperienze, e rarità pel
museo del Collegio Romano. La svedese Stenon, fattosi cattolico, più
scientifico spirito volse alla struttura de’ terreni toscani, e primo
avvertendo la stratificazione[290], stabilì siano depositi orizzontali
del fluido, che l’accensione di vapori sotterranei, o scoscendimento
dei letti superiori, sollevò in montagne ed in variate inclinazioni:
riscontra che il terreno toscano, due volte fu piano e secco, due aspro
e montuoso, e due coperto dalle acque. Così fondava la geologia e la
cristallografia.

Bernardino Ramazzini da Carpi (1633-1714) nelle _Effemeridi
barometriche_ sosteneva l’influsso de’ cambiamenti atmosferici sopra
la sanità; parlando delle fontane modenesi, dà come antichissimi i
pozzi artesiani, ove forando la terra con un’_ingente trivella_ «ad
un tratto l’acqua erompe con impeto portando sassi ed arena, e quasi
in un istante si riempie di acqua il pozzo intero, e in siffatto
modo si conserva costantemente»; avverte la temperatura elevata di
queste scaturigini, e suppone derivino dal mare per istrati di terre,
spiegandone il sollevamento colle leggi ordinarie dell’idraulica[291].

Filippo Bonanni fece una raccolta di testacei, scrisse sulle chiocciole
e le loro uova, e sostiene la generazione equivoca, come faceasi
generalmente dietro agli antichi. La confutò Francesco Redi aretino
(1626-94), che applicò agl’insetti una savia incredulità; e così poi
fecero e Swammerdam ed i più fino ai giorni nostri, quando la teoria
impugnata tenta risorgere con corredo di scienza e di osservazioni,
ristretta però agl’infusorj.

Esso Redi scoprì la sede del veleno della vipera: e più che le verità,
è notevole il suo metodo d’indagarle, e il dimostrarle con accuratezza,
buona fede e temperata polemica; negli sperimenti non traviato dai
pregiudizj fra cui era cresciuto, eppur rispettando chi opinava
diverso. Accerta che i vermi sviluppatisi nella carne esposta all’aria
son deposti da insetti; ma s’accontenta di dire parergli _verisimile_
che le carni putride non offrissero un luogo opportuno alla schiusa
delle uova, e un pascolo ai nuovi esseri. Nè crede superfluo il
confutare l’opinione che dalle viscere d’un toro nascano le api: non
l’avevano asserito i Greci? non l’avea cantato mirabilmente Virgilio?
era dunque una verità per quei molti, per cui la scienza riduceasi
a una serie d’atti di fede. Alle sue induzioni ne opponevano altre i
dotti, alcuni pretendendo anche appoggiarsi all’esperienza. Il Kircher
asseriva d’aver fatto egli stesso questa sperienza: prendasi polvere
di serpenti, si semini in terreno grasso e umido, si annaffii alquanto
con acqua pluviale, si esponga al sole di primavera; e fra otto giorni
si vedranno formicolarvi verminetti, che nudriti con acqua e latte
diverranno serpentini perfetti, capaci di perpetuare la specie. Il Redi
non mette in canzone l’avversario; solo asserisce che più volte ritentò
l’esperienza, e non gli è mai riuscita.

Venuto in un tempo che ad ogni viscere s’attribuiva un rimedio proprio,
ad ogni sintomo uno specifico, e la moltiplicità di questi portava
complicatissime ricette, non assicurandosi quali rimedj fossero buoni,
egli quasi non ne adoprò veruno, e — Godo (scriveva al Lenzoni) ch’ella
sia nel numero de’ professori, che non inquietano i poveri malati con
tanti e varj rimedj, sapendo che la natura gode del poco e buono, e
si solleva coi semplici rimedj e con la dieta ben regolata; dove, per
lo contrario, s’aggrava di molto con quei tanti sciroppi, pillole,
elettuarj ed altri galenici composti, inventati, cred’io, non per altro
che per ingrassare l’ingordigia degli speziali».

L’onorarono gli scolari suoi Bonomo, Castoni, Sangallo, Del Papa e
Lorenzini, il quale diè la prima esatta descrizione della torpedine,
notando l’organo eccitatore. Intanto col microscopio, consistente
però solo in una lente, il Malpighi, Leuwenhoek ed altri avanzavano la
conoscenza degli animali infusorj, che pareano sottrarre ai sensi il
mistero del loro organismo.

Gianandrea Della Croce veneziano (-1575) nella _Chirurgia universale_
espose le scoperte fatte sin allora nell’anatomia. Ad Alessandro
Benedetti da Legnago, che come medico in capo degli eserciti veneti,
descrisse le battaglie contro Carlo VIII, è dovuta la prima istituzione
d’un teatro anatomico, e il primo cenno della notomia patologica
e della litotripsia[292]. Benivieni da Firenze eseguì ben prima
del Paré la legatura dei vasi, ed operazioni di gran difficoltà,
prudenti e felici; notomizzò patologicamente uno scirro allo stomaco,
l’ulcerazione dell’omento, i polipi sanguigni, i calcoli biliari[293].
Eppure l’anatomia era sì poco avanzata, che fin contusioni e lussazioni
curavansi con droghe e sciloppi: il Guicciardini (lib. VII) narra sul
serio che a Giulio d’Este «erano stati tratti gli occhi, ma riposti
senza perdita del lume nel luogo loro, per presta e diligente cura
dei medici». All’opera del Mondino bolognese, per tre secoli unico
testo, aggiungeansi man mano le scoperte in forma di commento. Jacopo
di Berengario da Carpi professore a Bologna, raccomanda agli scolari
di non acchetarsi al detto altrui ma osservare da sè; egli stesso
potè dissecare centinaja di cadaveri, audacia allora senz’esempio
fuor d’Italia; e fece molte scoperte, e nominatamente della membrana
anteposta alla retina[294].

Andrea Vesalio di Brusselle (1514-64), notomizzando qualunque animale
gli capitasse, poi uomini nelle scuole e nei cimiteri, indicò gli
sbagli degli antichi, e che le osservazioni di Galeno erano fatte
sopra scimie; professò a Pavia, a Bologna, a Pisa; pubblicò tavole
anatomiche a Venezia, che levarono rumore quasi d’un nuovo mondo: ma le
sue operazioni parvero assassinj, e bandito di patria passò a Venezia,
e come medico militare imbarcatosi con Giovanni Malatesta da Rimini per
Cipro e Gerusalemme, nel ritorno naufragò sulle coste di Zante, e morì
di fame.

Gabriele Falloppio modenese (1623-62), pur rispettandolo, il convinse
di errori, massime intorno ai muscoli addominali; con sagacia
delicatissima distinse lo squisito sistema acustico e la testura delle
fosse nasali, della mascella, dello sterno, del sacro; e lasciò il suo
nome alle trombe collaterali all’utero. Credette con Galeno che i nervi
derivassero dal cuore, e le arterie conducessero gli spiriti vitali
da questo a tutto il corpo; ma lo corresse in quanto al cieco ed alla
fibra muscolare, da cui escluse i nervi, e mostrò che cessa d’operare
se taglinsi le fibre per traverso, no se s’incidano per lungo.
Esattamente descrisse l’epiploon ed il piloro, e fece conoscere il
mediastino, la pleura e la glandula lacrimale. Di sei o sette cadaveri
all’anno potea disporre, e il duca di Toscana tratto tratto gli offriva
un condannato a morte, _quem interficimus modo nostro et anatomizamus_.
Il medico ridotto a carnefice![295].

Della scoperta della staffa dell’orecchio, Falloppio cede il merito
a Gianfilippo Ingrassia siciliano, che restaurò questa scienza
nell’Università di Napoli, si segnalò nella peste del 1575, e primo
stabilì Consigli di pubblica sanità. Asselio di Cremona indicò i vasi
lattei. Bartolomeo Eustachio da Sanseverino (1510-74), professore
nella Sapienza di Roma, studiò sui reni, la vena azygos e la struttura
dell’orecchio e dei denti; seguì l’andamento d’alcuni nervi in prima
arcano, e vide l’origine del gran simpatico. Quarantasei grandi
tavole, per mancanza di mezzi, lasciò inedite: quando Clemente XI le
fece pubblicare dal Lancisi nel 1714, si vide prevenuta la gloria di
Bartolini, di Bellini, di Pequeto, di Lavater e d’altri.

Dallo studio anatomico delle parti si passò al fisiologico dell’uso e
delle relazioni di esse, dove ottennero lode Redi, Liceti, Baglivi,
Pacchioni, De Marchettis. Giambattista Carcano Leone, professore a
Padova dal 1573 al 1600, meritò un elogio dallo Scarpa. Col microscopio
e colle injezioni si conobbe l’anastomosi delle estremità vascolari,
il passaggio del sangue dalle arterie nelle vene, l’azione dell’aria
su di esso, l’assorbimento chilifero, la digestione, la generazione
ed altri fenomeni, spiegati diversamente dagli jatrochimici e dagli
jatromeccanici.

Giulio Cesare Aranzi bolognese sottilizzò sul feto e sugl’involucri
suoi, avvisando a quell’organogenia, che nacque ai giorni nostri: e
profittando delle scoperte di Realdo Colombo intorno alla circolazione,
fece passare il sangue non più pei pori del setto, ma per la vena
arteriosa ne’ polmoni: sebbene poi anch’esso, come Colombo, si
arrestasse all’opinione generale che il fegato fosse organo della
sanguificazione.

Girolamo Fabrizio d’Acquapendente (1537-1619) continuò Vesalio nel
generalizzare le osservazioni anatomiche col paragonarle ad altri
animali, e dalle somiglianze e diversità fra le specie derivare
conseguenze. I suoi trattati, che sono frammenti d’un _Totius
animalis fabricæ theatrum_, divide ciascuno in tre parti: descrizione
dell’organo, sua azione, suo uso. Particolare cura pose alle vene, ed
osservò le valvole essere dirette verso il cuore, sicchè a lui pare
dovuta questa scoperta, piuttosto che al Sarpi, il quale dicono notasse
la contrazione e dilatazione dell’uvea. Ricusando mercede dai grandi
che assisteva ebbe ricchissimi regali, che dispose in un gabinetto
col motto _Lucri neglecti lucrum_. Le ricchezze da lui guadagnate
faceano gola ai parenti; e allorchè di ottantadue anni esso ammalò poi
guarì, non dissimularono il dispiacere; onde il gran vecchio ne restò
amareggiato, ricadde, e protestò essere stato avvelenato.

Sotto di lui studiò in Padova fino al 1602 l’inglese Harvey, al quale
si dà merito d’avere scoperto la grande circolazione, benchè essa
indubbiamente fosse già conosciuta in Italia, ed egli abbia imparato
le vere funzioni del sistema vascolare da Eustachio e Rudio[296], cui
senza citare copiò. Se non che, giovandosi dei progressi dell’anatomia
sperimentale, rimosse le frasi viziose de’ predecessori, assegnò più
chiaramente il meccanismo generale della circolazione, ed espose con
quella precisione d’idee e di parole che era mancata ai nostri.

Il sistema d’Harvey fu favorito anche dalla trasfusione del sangue,
già accennata da Marsilio Ficino e dal Cardano, e, prima che a Londra,
praticata dal Fracassati, dal Montanari, dal Manfredi, e con più rumore
da Francesco Poppi che riuscì a farsene credere inventore. Poi nel 1661
Malpighi accertò col microscopio la circolazione ne’ piccoli vasi e
le anastomosi delle arterie e delle vene, meglio analizzò il sangue,
scoprì la struttura del polmone e del fegato, vide la lingua e tutta la
cute sparsa di papille, animate da fili nervei; rivelò la sostanza del
cervello e le minute sue circonvoluzioni, la struttura glandulare dei
visceri, e quella del nervo ottico in molti pesci, col che sovvertiva
la teorica di Cartesio sopra il passare de’ raggi luminosi per esso
nervo al cervello; svolse le spire del cuore, che il Borelli (sei anni
prima dello Stenon) aveva dimostrato essere di struttura muscolare; e
ben prima d’Albino indicò che il colore dei Negri non risiede nella
epidermide, ma nella secrezione del tessuto mucoso fra essa e la
pelle. Con mirabile longanimità seguitò l’incubazione dell’ovo, ma si
tenne fermo sulle preesistenze e sullo sviluppo centrifugo, benchè
cercasse un primitivo tessuto, di cui gli organismi non fossero che
modificazioni; e tali giudicasse gli _acini_ o follicoli glandulosi
nella loro intima struttura. Gli avversarj, fra cui lo Sbaraglia,
ribattè scrivendo la propria vita; le sue osservazioni possono dirsi
scoperte; finchè da Innocenzo XII fu chiamato archiatro.

Il suo scolaro Antonmaria Valsalva da Imola (-1723) notomizzò il
cervello, il cuore, l’apparecchio respiratorio, e meglio l’orecchio,
già sessant’anni prima studiato dal piacentino Giulio Casserio;
migliorò gli spedali e gli stromenti chirurgici, e meritò essere
encomiato e difeso dal Morgagni.

S’incominciò pure ad ammirare le analogie fra la struttura del corpo
e le funzioni della vita animale, facendo appoggio alla teoria delle
cause finali. Il napoletano Marcaurelio Sanseverino diede in barbaro
stile il primo trattato di anatomia comparata, stabilendo che gli
organi de’ diversi corpi differiscono solo nelle proporzioni fra
le specie. Di tutto ciò veniva migliorata la medicina: e poichè si
richiedeva coraggio a combattere errori di secoli, non vogliamo essere
troppo severi a chi teneva alcuna zavorra di metodi scolastici, di
qualità elementari; se preferivansi i casi strani; se contro i sintomi
dirigevasi la cura; se eccessiva importanza attribuivasi alle orine
e ai casi critici, intorno ai quali il Fracastoro diede una teoria
ingegnosissima ma tutta speculativa.

Gl’incrementi della matematica eccitarono la pretensione di spiegare
i fenomeni della vita colle leggi della statica e dell’idraulica,
donde la scuola degli jatromatematici. Santorio Santori di Capodistria
durò trent’anni si può dire continuo sulla bilancia per valutare
la traspirazione cutanea. Gian Alfonso Borelli messinese (1608-79)
trattò dei moti animali, sieno gli esterni volontarj, sieno (studio
più sottile e meno certo) gl’interni spontanei, creando la parte più
bella e rigogliosa della fisica animale. A forme algebriche sottoponeva
non solo la contrazione muscolare, ma tutti i fenomeni della vita,
pretendendo assimilare l’equilibrio delle leve coi misteri della
fisiologia. Giammaria Lancisi romano (-1720), archiatro e oracolo
del suo tempo, trattò del moto del cuore, dell’aneurisma, delle
morti improvvise, che al cominciare del Settecento parvero farsi
più frequenti; ma meglio attese all’osservazione pratica, e pe’ suoi
alunni nell’archiginnasio patrio stese un buon compendio d’anatomia.
Lorenzo Bellini fiorentino (-1704), di non venti anni pubblicava
l’esercitazione anatomica sulla struttura dei reni, poi della lingua;
col non dissimulare l’alto concetto che nutriva di sè, amareggiossi la
vita.

Che i morbi dipendano soltanto da solidi viziati negò Giorgio Baglivi
raguseo (-1706), propagatore della medicina osservatrice, massime
nelle costituzioni epidemiche: e col sospettare una forza vitale avviò
a congiungere la fisica col vitalismo. Certo il sistema jatrofisico
introdotto da lui e dal Pacchioni di Reggio, è quel che conteneva
maggior numero di verità. Della febbre petecchiale, che desolò l’Italia
nel 1505, priamente descritta con esattezza da Gerolamo Cardano, molti
trattarono, e principalmente il Fracastoro e Massa e Andrea Trevisio.
Altri esaminarono la tosse convulsiva, il catarro epidemico, e lo
scorbuto propagatosi: la rafania fu distinta per morbo particolare.
Troppe ricorsero occasioni di osservare la peste bubonica; e le cause
assegnatene farebbero ridere, se l’età nostra risuscitandole non ci
avesse insegnato a compatire. Giuseppe Daciano di Tolmezzo (-1576)
buon osservatore, trattò della peste e delle petecchie, con molte
savie osservazioni sue proprie, e fu de’ primi a distinguere la peste
bubonica dalle febbri contagiose con cui veniva confusa. I migliori
prendevano a considerare le malattie non come enti astratti, ma come
modi dell’organismo, perciò studiando le relazioni fra la macchina
umana e gli agenti esterni, la cui potenza si deduceva non da teoriche
prestabilite, ma dagli effetti; e convinceansi che alle leggi della
vita sono inapplicabili quelle della materia inerte, e che unico vero
sistema è l’esperimento.

Giambattista Montano e Marsilio Cognati veronese (-1572) restaurarono
cogli scritti e colla pratica la scuola d’Ippocrate. Giovanni
Argentieri chierese contraddisse a Galeno e agli ammiratori degli
antichi[297], sbandendo le ragioni sofistiche, e i tanti spiriti
cui la scuola ricorreva per ispiegare le funzioni; sottrasse alla
volontà dell’anima la forza medicatrice per attribuirla a leggi
naturali; discorse ragionevolmente del sonno; negò che le vene
nascano dal fegato, e contraddisse Corrado Ghirardelli[298] il quale
aveva prevenuto Gall sostenendo la localizzazione delle facoltà
intellettuali, e la corrispondenza degli organi loro colle protuberanze
del cranio.

Anche Girolamo Capodivacca, professando a Padova, combattè Galeno, ma
senza sapersene sempre strigare. Fortunato Fedele svertò molti errori
correnti, stabilì canoni di filosofia medica, e raccomandò si pensasse
a conservare o restituire la sanità, lasciando il resto alla filosofia
astratta; parsimonia dei farmachi, non badare alle pretese facoltà
naturali de’ rimedj, e tanto meno ai murmuri e agli amuleti. Perocchè
i barbassori, disapprovando questi novatori irriverenti alla sapienza
di Galeno e degli Arabi, negavano le verità nuove perchè repugnanti
alle osservazioni vecchie[299], e perseveravano nelle prescrizioni
antiche. A Gregorio XIV fu dato a bere per quindicimila scudi d’oro
potabile. In una grotta vicin di Bracciano s’introduceva l’infermo di
malattie cutanee dopo averlo purgato, e disteso e nudo sul terreno
s’addormentava mediante soporiferi; le biscie tratte dall’alito
del sudore, a centinaja attorcigliavansegli al corpo, leccandolo
innocuamente; in capo di tre o quattro ore si traeva dalla caverna, e
così seguitavasi sino alla tarda guarigione[300].

Più consueto era l’accoppiare alla medicina ricerche ed osservazioni
astrologiche. Luca Guarico napoletano vescovo scrisse di questa
scienza, e troppi altri rassodarono alla loro pratica; l’illustre
Fracastoro assegna ad influssi di stelle le simpatie e antipatie;
Lodovico Settala Milanese mette in relazione coi pianeti gli organi
tutti, e fin le linee facciali e le rughe e i nêi, e vuol che il
sole operi sulla forza vitale, la luna sulla vegetativa, mercurio
sull’immaginativa, venere sull’appetitiva, marte sulla repulsiva,
giove sulla naturale, saturno sulla retentiva[301]. Non ripeteremo
la lunghissima serie dei secretisti ed alchimisti, fra cui Pietro De
Platea di Trapani, cerco anche fuori d’Italia, dava i suoi secreti
senza interesse. Girolamo Chiaramonti (-1640), autore della _Fenice
della medicina_, inventò la polvere di Baida, specifico per cui
guadagnò molto, dopochè il duca d’Ossuna la fece provare sopra dodici
malati, scelti a caso nell’ospedale dell’Annunziata e che tutti
guarirono. Principe de’ rimedj nuovi era la china-china, allora portata
dal Perù, e qui diffusa dal cardinale di Lugo e da altri Gesuiti. La
difesero i nostri pratici, più attenti a valersi dell’effetto che ad
esplorarne la natura: e dopo Sebastiano Bado genovese, Francesco Torti
di Modena adoperolla anche nelle febbri perniciose, poi fu estesa ad
altre malattie, massime di languore.

Perchè i medici francesi repugnavano dal salasso, Leone Botalli d’Asti
insegnò che, come in una sorgente più acqua cattiva s’estrae, più ne
viene di buona, come nelle mammelle più latte si succhia, di migliore
se ne separa, così avviene del sangue; onde i suoi salassavano per ogni
male e per corruzioni d’umori. Altri aspettavano miracoli dalle acque
minerali, di cui si migliorò l’uso, e da’ bagni, sui quali si stampò
una famosa raccolta a Venezia il 1553. A Napoli, in Sicilia, a Malta
vennero di moda le cure per mezzo dell’acqua diaccia[302].

D’inferior condizione tenevasi ancora il chirurgo, e faceva pratica
sotto ai barbieri, scopando la bottega, pettinando, svellendo i
calli. Fin dal 1400 in Sicilia conosceasi l’innesto di nasi e labbra,
ridestato da Gaspare Tagliacozzi[303]. L’uso delle armi da fuoco portò
a nuove indagini; e capitale è l’opera di Alfonso Ferri napoletano (_De
sclopetorum vulneribus_. Lione 1554). Un segreto per guarirle Ambrogio
Parè insigne pratico comprò da un medico torinese, facendone stima più
in proporzione del prezzo che del valore effettivo. Cesare Magatti da
Scandiano attese a semplificare la chirurgia. Girolamo Mercuri (-1615),
autore della _Comare_ e degli _Errori popolari in Italia_, uscì di
domenicano perchè il vulgo ne rideva, e col nome di Scipione girò tutta
Europa, finchè vecchio tornò al suo Ordine.

Orazio Monti (_Del governare gli eserciti e i naviganti_, 1627),
e con maggiore pienezza Lucantonio Ponzio (_De militum in castris
sanitate tuenda_, 1685), cercarono migliorare la sorte de’ soldati,
che la società condanna a tanti patimenti incompassionati. Bernardino
Ramazzini scrisse sulle malattie degli artefici, delle monache, dei
principi.

Giambattista Selvatico lodigiano derise l’usare pietre fine per
farmaco, e (_Sullo scoprire coloro che fingono malattie_, 1595)
parla delle gravidanze simulate o nascoste, degli ossessi, della
fascinazione, dell’impotenza, della finta verginità e d’altre finzioni,
appoggiandole a storielle curiose. Il siciliano Fortunato Fedeli,
profittando de’ lavori di esso e dell’Ingrassia, toccò tutti i punti
della medicina legale[304], e alcuni speciali del tempo, come le malìe
e la tortura. Con maggior dottrina e senso pratico ne ragionò il romano
Paolo Zacchia (_Quæstiones medico-legales_, 1621).

Non si conosce forestiero illustre che non fosse allievo delle
Università nostre. Paracelso studiò a Bologna, a Roma, a Padova;
Solemandro a Roma, a Pisa, a Ferrara; Langio a Pisa prese la laurea,
dopo seguìto le lezioni di Leoniceno e di Vigo; Eurnio studiò in
Padova e in Pavia; Teodoro, Jacopo e Bonifazio Swinger all’Università
di Padova e ad altre d’Italia; Linacro in Firenze e in Roma, come
Bruceo; in Padova Struzio Dessinio, primo confutatore di Paracelso;
come Erasto che fu poi in Bologna, dove Monavio, De Pratis, Serveto;
Cornelio Agrippa qui militò per sette anni, e professò anche in Torino
ed in Pavia; Volchero Coitee fu discepolo di Falloppio e di Eustachio;
Joubert dell’Argentieri a Torino; Bahuin dell’Acquapendente; in Padova
studiò anche suo fratello Giovanni; e Dodoneo che più volte tornò a
visitare le scuole d’Italia; Amato Lusitano stette scolaro e professore
in Bologna; Rodrigo de Fonzeca a Pisa ed a Padova; Guilandino, dal
Falloppio salvato dalla schiavitù algerina, fu alunno e quindi maestro
nell’Università di Padova, ove pure studiarono Giovanni Schenk,
Spigel, Gaspare Hoffmann, Fyens discepolo di Mercuriale, d’Aranzi,
d’Aldrovandi, di Tagliacozzi. Nè cessò col secolo l’affluenza degli
stranieri; e la sola Università di Padova noverò fra’ suoi allievi
Maurizio Hoffmann, Posthio Gaspare seniore, Tommaso e Gaspare
giuniore, Bartolino, Meibomio, Rolfink, Sennert, Wepser, Giovan Giorgio
Weslingio, altri ed altri.

La chimica, fantasticando a ricercare oro e longevità, era giunta a
felici risultanze. I nostri preparavano molti farmachi, il sublimato
corrosivo, i saponi medicinali: acque distillate e quintessenze
erano prerogativa di Firenze, come di Venezia la teriaca. Alcuni si
volsero alla chimica organica; il Servio di Spoleto sul latte, sul
sangue il Barbato di Padova, il Baglivi, il Malpighi; e a tacer altri,
fiorirono in Germania Angelo Sala (-1639) e in Inghilterra Giovan
Francesco Vigani (-1683), vicentini. De’ quali il primo combattè le
ciarlatanerie, i rimedj universali, la trasmutazione, e trattando dello
zuccaro, del tartaro, della distillazione, dell’antimonio, mostrasi
operatore diligente e osservatore arguto, confina colla scienza moderna
quando definisce l’olio di vitriolo essere il «vapore solforoso che ha
tolto _qualche cosa_ all’aria, all’ambiente». Il Vigani comprese che
un composto determinato (sale) risulta dalla combinazione di eguale
quantità d’un medesimo acido con una calce metallica (ossido).

Quanto alle applicazioni, Antonio Neri, prete fiorentino, nell’_Arte
vitraria_ (1612) esibì eccellenti precetti sulla fabbrica degli smalti,
de’ vetri colorati, delle pietre artifiziali e degli specchi metallici:
Martino Poli di Lucca inventò un secreto per rendere mortalissime le
battaglie, e Luigi XIV, cui lo presentò, il colmava d’elogi e di doni,
ma gli faceva promettere di non mai propalarlo: Vincenzo Casciarolo di
Bologna, studiando le pietre bianche che si trovano ne’ contorni della
sua patria, e calcinandole col bianco di ovo e altre materie organiche,
ottenne fin dal 1602 un prodotto nuovo che dava luce anche la notte, e
ch’egli chiamò _pietra solare_, prevenendo di mezzo secolo la scoperta
del fosforo di Brandt.

Nella matematica alcuni lavoravano alla sintesi antica, altri
perfezionavano l’algebra. Federico Comandino urbinate (1509-75) col
tradurre e commentare antichi fe’ progredire la scienza, e senza di lui
le collezioni matematiche di Pappo forse sarebbonsi perdute, e con loro
tante notizie della matematica antica: tradusse i _Galleggianti_ di
Archimede, le _Sezioni coniche_ di Apollonio, gli _Elementi_ d’Euclide,
il _Planisfero_ e l’_Analemma_ di Tolomeo, ed altri, ristabilendo i
testi. Vanno con lui Francesco Galigaj, che nella _Somma d’aritmetica_
sciolse le equazioni di secondo grado indeterminate difficili;
Giambattista Benedetti veneziano, che a ventitre anni pubblicò la
_Risoluzione di tutti i problemi d’Euclide con una sola apertura di
compasso_ (1553), ardua condizione cui superò con grande sagacia. Il
Patrizio voleva introdurre la metafisica nella geometria, e dimostrare
gli assiomi. Francesco Maurolíco messinese (1494-1575) cominciò
un’enciclopedia delle matematiche pure e applicate, e traducendo
e commentando Archimede, Apollonio, Diofante, li trasse a nuove
risultanze. Rifece il perduto quinto libro di Apollonio sulle sezioni
coniche, intorno alle rette che finiscono alle circonferenze di quelle,
e determinò il centro di gravità di molti solidi. Bella applicazione
fu il riflettere che le curve tracciate dallo stilo del gnomone solare
sono sempre sezioni coniche, variate secondo la natura del piano
su cui si projettano; prima volta che la gnomonica si considerasse
sotto aspetto geometrico. Attentissimo osservatore e arguto filologo,
scrisse poesie italiane e sicule, e di filosofia, grammatica,
teologia, e principalmente di ottica. La sua città, da lui protetta di
fortificazioni, gli assegnò cento scudi d’oro perchè continuasse i suoi
lavori e la storia patria; Carlo V e il suo bastardo don Giovanni lo
onorarono pei calcoli astrologici, coi quali avea predetta la costui
vittoria sui Turchi.

Bernardino Baldi, allievo del Comandino, tradusse gli _Automi di
Jerone_, ben trattò della gnomonica, compose paradossi matematici,
e preparava una biografia de’ matematici. Già l’indicammo fra’
poeti (Cap. CXLII); inoltre fece una raccolta d’iscrizioni, e tentò
interpretare le eugubine; studiò l’ebraico e il caldaico per capir
la Bibbia, e l’arabo e l’illirico sotto Raimondi che presedeva alla
tipografia orientale de’ Medici; possedette sedici lingue, e lasciò
novanta opere, notevoli per molti rispetti[305].

Ignazio Danti domenicano, vescovo d’Alatri, tradusse la prospettiva
di Euclide e di Eliodoro e la sfera di Proclo, con annotazioni non
ispregevoli, come quelle che fece sul Vignola e sul trattato del
radio dell’Orsini; nelle _Scienze matematiche ridotte a tavole_
diede una genealogia di esse; accennò la diminuzione dell’obliquità
dell’eclittica, dedotta dal paragone delle antiche colle nuove misure.
Cosmo granduca gli aveva affidato il progetto d’unire il Mediterraneo
coll’Adriatico, e gli fece fare grandi carte geografiche, e tracciare
la meridiana in Santa Maria Novella a Firenze.

Il linguaggio algebrico era al balbettare; sapeansi risolvere solo le
equazioni determinate di primo e secondo grado e alcune derivatene,
nè s’era volta la considerazione sulle radici negative o immaginarie.
Ma Scipione Del Ferro bolognese, risolto un caso parziale d’equazione
cubica (_x^3 + px = q_), ne comunicò il segreto ad Antonmaria Del Fiore
(1535), il quale pubblicamente sfidò Nicola Tartaglia in Venezia.
Questi, già vittorioso d’una disfida di Giovanni De Tonini, confuse
il nuovo emulo con una soluzione più generale, e sotto giuramento
l’insegnò a Girolamo Cardano milanese, il quale pubblicolla nella sua
_Ars magna_ (1545), applicandole il proprio nome che le è rimasto.
Essendosene il Tartaglia querelato, venne a sfida di trentun problemi
col Del Ferro, e ne propose di più ardui, dove appare algebrista
superiore. Queste sfide e nove libri di risposte che il Tartaglia dava
a quesiti speditigli dai principi, monaci, ambasciadori, architetti,
attestano con quanto ardore si proseguissero tali studj.

Il Tartaglia (1550-57) nasceva da un cavallaro; nel sacco di Brescia
ebbe tagliata la lingua, donde il suo soprannome; visse povero e tutto
nelle matematiche; applicò la geometria a determinare il movimento
curvilineo e la caduta de’ gravi, e tentò ricostruire la meccanica;
molto attese alla balistica e a problemi d’artiglieria, e ne’ _Quesiti
e invenzioni diverse_ dà la dimensione dei pezzi da guerra, e il modo
di servirsene e stabilirne la capacità. Ingegnosi suoi trovati sono
il misurare l’area di un triangolo a lati conosciuti senza cercare la
perpendicolare; e la _travagliata invenzione_ per rimettere a galla
qualunque nave affondata, per pesante che sia.

Il Cardano, che già conosciamo come singolare intreccio di sapere e di
stravaganza, trattò di tutto con analisi inventrice: sulla meccanica
spinse giudiziose osservazioni, valutò la gravità e resistenza
dell’aria, cercò una misura del tempo nella pulsazione dell’arteria;
insegnò un lucchetto a combinazioni mutabili, che si chiude sotto
la parola _serpens_, invenzione che mal s’arrogano i Francesi[306];
riconobbe la più parte delle proprietà delle radici, indicò le negative
nelle equazioni quadrate, ogni equazione cubica avere una o tre radici
reali, e queste sapeva raggiungere per approssimazione, indicarne
il numero e la natura, o secondo i segni, o secondo i coefficienti;
trasformare un’equazione cubica perfetta in un’altra mancante del
secondo termine; inventò il calcolo delle radici immaginarie, tanto
spediente all’analisi; pubblicò pure il metodo di sciogliere le
equazioni biquadrate, trovato da Lodovico Ferrari di Bologna; applicava
l’algebra alla geometria dei problemi, prima di Vieta e Cartesio; prima
di Harriot, cui Montucla ne dà il merito, fece l’equazione eguale
a zero; in un tempo in cui al Tartaglia pareva un gran che l’avere
scoperto il cubo di _p + q_ e l’equazione tra il cubo e una linea, e
tra due porzioni di questa, fu trovata la bella sua formola, fondamento
ai lavori più insigni e perfino all’elegante generalizzazione di
Harriot: anzi è notevole che da questo in poi non si è dato un passo
nella soluzione completa delle equazioni letterali.

Rafaele Bombelli bolognese (_Trattato d’aritmetica_, 1572) fu il primo
che desse regole onde calcolare le quantità radicali immaginarie,
e un metodo uniforme per risolvere le equazioni di terzo e quarto
grado. Pier Antonio Cataldi, professore a Bologna, lavorò l’analisi
indeterminata e sui numeri perfetti; nel _Metodo brevissimo di trovar
la radice quadrata_ insegna ad accostarvisi colle serie infinite
mediante un processo uniforme; e nell’uso delle frazioni continue,
di cui si fa merito ad altri, indica il primo passaggio dal finito
all’infinito. Francesco Barozzi veneziano s’occupò del tracciare
gli assintoti: e fu processato nel 1587 dall’Inquisizione per
libri proibiti ed arti magiche. Il piemontese Peverone calcolò le
probabilità. Di Tommaso Guerrino, che per povertà servì d’alabardiere
alla città di Milano, si hanno a stampa l’_Euclide in campagna_ (1663),
e trattati di gnomonica, stereometria, geodesia.

Profittare di tutte le scoperte, chiarire le vie, ridurre le ipotesi
a scienza, fu il merito di Keplero che con ardite ipotesi raggiunse le
vere leggi mondiali, e del nostro Galileo Galilei[307]. Questo, mentre
nella patria Università studiava medicina e filosofia, s’appassionò
delle matematiche, e a vent’anni già era uno de’ geometri più robusti.
Vedendo in chiesa dondolare una lampada, riflette che le oscillazioni
grandi o piccole ne succedono in tempi eguali; sicchè può prendersene
una misura del tempo. All’uopo stesso di crescere forza e precisione
ai sensi, inventa il compasso di proporzione, il microscopio[308], il
termometro; e sebbene nol riducesse comparabile mediante un punto fisso
di partenza, mai fin allora non erasi applicato un fenomeno fisico
a misurare l’intensità d’una causa. Della meccanica, stazionaria da
Archimede in poi, sodò i principj, trattando della statica e della
dinamica; e mercè il suo teorema dell’equilibrio de’ pesi disuguali o
delle velocità virtuali, provvide all’insufficienza e all’eccesso degli
sforzi.

Da questi canoni del moto accelerato e ritardato dedusse corollarj
importantissimi. Bamboleggiando con Aristotele, si stampava che la
palla, uscendo dal cannone descrive due lati d’un parallelogrammo: —
Non è vero (diceva Tartaglia), ma la retta descritta al primo uscire,
e quella del cadere sono tangenti d’un arco di cerchio». Vedendo che la
forza necessaria per sostenere un peso sovra un piano inclinato diviene
zero sopra uno orizzontale, ed eguale al peso in uno perpendicolare, il
Cardano conchiudeva tale forza variare in ragione diretta dell’angolo
che il piano fa coll’orizzonte. Alquanto meglio il Benedetti attribuiva
la forza centrifuga dei corpi all’inclinazione loro a moversi in linea
retta.

Il moto composto si trova indicato in Aristotele, e implicito nei
ragionamenti d’altri autori, pure sembra che nessuno se ne valesse
di proposito prima che Galileo dimostrasse parabolico il moto de’
projetti; donde venne pure a comprendere la deflessione curvilinea,
cagionata da forze operanti in tempi infinitamente piccoli. Mentre
con Aristotele diceasi che la caduta de’ gravi s’accelera in ragione
diretta del peso e inversa della densità del mezzo, Galileo sperimentò
che nel vuoto cadono con eguale velocità il cotone e il piombo, e
diede la legge dell’acceleramento dei gravi e della discesa per piani
inclinati; volersi una forza maggiore dell’ostacolo per movere un peso,
o supplirvi colla maggiore velocità. Poi per ragionamenti chiarì che
gli spazj percorsi nella caduta stanno come i quadrati de’ temi, e
crescono giusta i numeri dispari; e che lo spazio intero è metà di quel
che sarebbesi percorso uniformemente fin dal principio colla velocità
finale. Sul resistere de’ solidi alla frattura delle loro parti,
espose principj oggi assentiti, benchè da Cartesio derisi. Nel trattato
_Delle cose che stanno nell’acqua_, stabilì quel che chiamasi paradosso
idrostatico, conoscesse o no le opere di Stewin; e mostrò che la forma
dei corpi non contribuisce a renderli più o meno galleggianti.

Il medico Fracastoro, uno de’ primi a surrogare alle cause occulte
l’azione degli atomi, e che considerava i corpi come attraentisi
un l’altro, ed assegnò un principio imponderabile ai fenomeni
elettrici, magnetici e fisiologici, combattendo gli epicicli spianò
la via al sistema copernicano, ed erasi pel primo valso di lenti
astroscopiche[309]. L’invenzione rimase sterile, fin quando si udì
che in Olanda erasi trovato un non sapeasi quale istrumento, che
ingrossava alla vista gli oggetti lontani. Galileo studiò le leggi
della refrazione, tanto che si chiarì potere ingrandirsi fin trenta
volte il volume d’un objetto, e regalò uno strumento da ciò al senato
veneto, che ricompensollo largamente. Quale smania prese allora tutti
di mettere l’occhio a quello stromento, che poi da Denissiano fu detto
telescopio! Il Sirtori, costruitone uno, andò sul campanile di San
Marco per fare osservazioni, scevero dalla moltitudine: ma appena il
riconobbero, ecco salir curiosi in folla, ed egli dovette per più ore
lasciarli guardare; nè potè sottrarsi alle inchieste che fuggendo dalla
città[310]. Subito Venezia si empì di fabbricanti di cannocchiali,
cercatissimi dappertutto: ma Galileo gli applicava ad altro che a
curiosità.

Il suo telescopio componeasi puramente d’un objettivo convesso e d’un
oculare concavo, sicchè dava appena un’ampliazione lineare di trentadue
volte, e angustissimo campo abbracciava, di che cresce la meraviglia
come gli sia bastato a scoperte più magnifiche che mai non si facessero
con raffinatissimi stromenti[311] e che pubblicò nel _Nuntius sidereus_
(1610), appena dieci mesi dopo trovato quell’istromento. Della luna
vide scabrosa la superficie e i contorni, e vi suppose montagne, anche
più alte delle nostre, argomentandolo da’ varj tempi e gradi con cui
riflettevano i raggi solari; e il color cenerognolo della sua parte
oscura attribuì alla luce del sole ripercossa dalla terra. I pianeti
gli parvero corpi rotondi come la luna, mentre le stelle fisse v’aveano
solo sembianza di corpi scintillanti. Nelle plejadi conta non meno
di quaranta stelle; e d’una infinità scorge composta la via lattea e
la nebulosa di Orione. Notò le fasi di venere; avvertì che saturno
pareva avesse ali, le quali poi si trovò essere l’anello. Il sole,
che reputavasi fiamma purissima, e’ dichiarò corruttibile e roteante,
inducendolo dalle sue macchie. Ravvisa attorno a giove quattro
minori astri, che al domani han mutato posto, e gli accerta lune,
scoprendo[312] così quel bel sistema, che offre il compendio del solare
di cui fa parte, e in un sol tratto espone all’occhio parti che nel
sistema planetario riuniamo soltanto col raziocinio.

Stupiva egli, stupiva il mondo di sì nuovi trovati, e indarno la
grave invidia credeva screditarli dissimulandoli. Egli stesso non
affrettavasi a pubblicarli, o gli annunziava mascherati; il che poi
diede appiglio a dispute di priorità[313].

Ancor più delle invenzioni sono memorabili i raziocinj suoi, quel
filo d’idee esposte con limpidezza, sebbene talvolta prolissa; e
i metodi che insegnò, e gli errori di cui scaltrì. Non chetarsi
all’autorità; negligere le ricerche intorno all’essenza delle cose,
le dimostrazioni _a priori_, le astrazioni assunte come realità,
le ipotesi adottate, come le teoriche; tenere il dubbio _qual padre
delle invenzioni_ e strada alla verità, e la verità sola volere, e
riscontrarla coll’osservazione scrupolosa[314], col calcolo, collo
scandaglio geometrico, anzichè affidarsi alla dialettica, la quale può
bensì dimostrare il trovato, ma non trovare nulla; non opporre autorità
ad autorità, bensì alle asserzioni de’ filosofi il gran libro della
natura, la quale «opera molto con poco, e le sue operazioni sono tutte
in pari grado meravigliose».

Tale è il metodo di Galileo, col quale già metteva in pratica ciò che
Bacone ridusse poi a teoriche. Meglio di questo[315] merita dunque il
titolo d’instauratore della filosofia e della scienza, e comprendiamo
quel che significasse allorchè dicea d’aver consumato più anni nella
filosofia che mesi nella matematica, oltre che Bacone, se dà il
programma delle scoperte future, nessuna ne fa, sprovveduto di spirito
inventivo; possiede un metodo mirabile che descrive con precisione,
celebra con entusiasmo, predica con eloquente apostolato, ma non ne fa
alcun uso insigne. Eppure minor efficacia di Cartesio e di Bacone ebbe
il nostro, perchè a convincere gli altri o spingerli alle ricerche badò
meno che chiarir se stesso e ad applicare. In fatto l’isocronismo del
pendolo usò a misurare le pulsazioni dell’arteria e il tempo; stabiliva
le leggi della consonanza e dissonanza, e dei colori nel trattato
perduto _De visu et coloribus_; sulle fortificazioni scrisse un’opera
rimasta inedita fino ai giorni nostri; dai satelliti di giove conosce
potran determinarsi le longitudini, ed offre quest’applicazione alla
Spagna, che non ne indovina l’interesse[316].

Per comprendere la grandezza di lui vuolsi paragonarlo a’ suoi
contraddittori. I Platonici credeano il cielo governato da forze
speciali, che nulla avessero di comune colla terra; i Peripatetici
eransi fabbricata un’astronomia a priori; il dottissimo gesuita Clavio
quando udì la scoperta dei satelliti di giove, dicea che per vederli
occorrerebbe primo un istromento per fabbricarli; Sizzi, astronomo di
Firenze, negava potersi dare più di sette pianeti, perchè sette sono
i rami del candelabro ebraico, e a sette mesi il feto è perfetto;
rappresentavansi mascherate per celiare le lune di Giove; la Corte di
Francia esibiva doni a Galileo se trovasse astri da chiamare borbonici,
come medicei aveva intitolati quelli; e allorch’egli, lasciando cascare
un grave dalla torre inclinata di Pisa, convinse d’erroneo il teorema
d’Aristotele che proporzionava la celerità ai pesi, destò un tale
vespajo, che dovette da quell’università passare a quella di Padova,
sotto un Governo che nelle opinioni filosofiche consentiva la libertà
negata nelle politiche[317].

Benché i più con Tolomeo tenessero l’immobilità della terra, e attorno
ad essa roteare i pianeti, pure Nicolò da Cusa avea preconizzato
il sistema pitagorico[318], che pone per centro immobile il sole, e
fu fatto cardinale, e morto a Todi, venne sepolto in San Pietro in
Vincoli a Roma. Nicolò Copernico polacco (1473-1545) da Thorn, allievo
dell’Università bolognese e maestro della romana, appoggiato al
metafisico argomento che la natura adopera sempre le vie più semplici,
e che bellezza e semplicità appariscono meglio nel sistema pitagorico,
sostenne che la terra, come gli altri pianeti, giri attorno al sole.
Prelati insigni lo eccitavano a far pubblico questo sistema; nel
dedicare le sue _Rivoluzioni degli orbi celesti_ a Paolo III, tratta
d’assurda la immobilità della terra, e — Se mai ciancieri, ignoranti
di matematiche, pretendessero condannare il mio libro mediante qualche
passo della Scrittura, male stirato al loro proposito, ne sprezzerò
i vani attacchi... Lattanzio ha detto baje sulla forma della terra: e
in soggetti matematici si scrive per matematici»; dai giudizj falsi e
dalle calunnie chiede protezione al capo della Chiesa, tanto più che
questa può trar vantaggio da tali ricerche sulla durata dell’anno e
sui movimenti della luna. Appena usciva quell’opera, Copernico morì; ma
l’anno stesso Celio Calcagnini aveva sostenuto _quod cœlum stet, terra
autem moveatur_.

Anteriormente a tutti questi Gian Alberto Widmanstadt, trovandosi
a Roma nel 1533, in presenza di Clemente VII, di due cardinali e
d’illustri personaggi espose il sistema pitagorico, e n’ebbe in dono
dal papa un bel codice dell’opera greca _Del senso e del sensibile_
di Alessandro Afrodiseo, sul quale, ora conservata in Monaco, egli
medesimo fece annotazione di questo accidente. Il padre Antonio
Foscarini carmelitano da Napoli, partendo per predicare a Roma,
scrisse al generale del suo Ordine, cercando appaciare il sistema
de’ Pitagorici e di Copernico coi passi scritturali che sembrano
repugnarvi; lettera lunga, non inelegante, e sgombra dalle sofisterie
solite in chi toglie a difendere o condannare di proposito[319].
Mentisce dunque chi imputa la Chiesa di nimicizia originale contro
una dottrina che non l’offendeva. Dicasi piuttosto che questa era
contrariata nel vulgo dal testimonio dei sensi, e dai pregiudizj negli
scienziati, cui rincresceva disimparare l’imparato, e rinnegar la fede
in Tolomeo e in Aristotile.

Il Chiaramonti di Cesena, in un’opera del 1632 ne argomentava in modi
siffatti: — Gli animali che si movono, hanno membri e flessure; la
terra non ne ha, dunque non si move... I pianeti, il sole, le fisse,
tutti sono d’un genere solo, che è quello di _stelle_; dunque o tutti
si movono, o tutti stanno fermi... È un grave sconcio il mettere
fra i corpi celesti così puri e divini la terra, ch’è una fogna di
materie impurissime». Esperienza, esperienza, esclamavano altri: un
sasso gittato in alto non ricadrebbe tante miglia lontano quante la
terra ne girò in quell’istante? l’uccello spiccatosi dal suo nido,
saprebbe più ritrovarlo se la terra si fosse roteata sotto di lui?
Inoltre non è accertato che la luna gira attorno alla terra? perchè
essa sola avrebbe tal proprietà? Alessandro Tassoni, pensatore così
ingegnoso e indipendente, faceva questa objezione, che ridicola oggi,
pure molti allora cattivò: — Stiasi uno nel mezzo d’una camera fermo,
e miri il sole da una finestra prospiciente a mezzogiorno. Certo se il
sole sta fermo nel centro e la finestra gira con tanta velocità, in un
istante sparirà il sole da’ colui occhi»[320]. Il Vieta, perfezionatore
dell’algebra, intelletto eminentemente filosofico, nell’_Harmonicum
cœleste_ che giace autografo alla Magliabechiana, sostiene che il
sistema copernichiano deriva da una geometria fallace; Cartesio lo
negò in alcun luogo; Gassendi non ardì proclamarlo; Bacone lo derise
come ripugnante alla filosofia naturale; Claudio Berigardo francese,
professore a Pisa e a Padova, e autore dei _Circoli pisani_, reputato
fra i più arguti pensatori e novatori in filosofia, lo confutò nelle
_Dubitazioni per la immobilità della terra_.

Non soli ignoranti dunque, non frati soli impugnavano una verità,
annunziata imperfettamente, e non corredata di tante prove quante
oggi. Gli è vero che le fasi di venere e di mercurio accertavano il
girar di questi attorno al sole; la scoperta dei satelliti di giove
e di saturno, l’assicurata rotazione di marte e giove traevano ad
argomentare che altrettanto avvenisse della terra, giacchè ad un
osservatore posto in quelli si offrirebbero i fenomeni stessi che
a noi; ma troppi dubbj restavano quando non s’erano ancora poste in
chiaro l’aberrazione, la depressione della terra ai poli, il gonfiarsi
delle acque sotto l’equatore, il variar del pendolo col variare di
latitudine. Gran difficoltà facea pure la distanza delle stelle fisse,
incalcolabile, attesa la mancanza d’ogni parallassi annuale. Copernico
credea _necessariamente circolare_ l’orbita degli astri, onde, se
spiegava l’alternar delle stagioni mediante il parallelismo che in
tutto l’anno conserva l’asse della terra, era costretto attribuire
siffatta conservazione ad un terzo movimento.

Galileo stesso racconta press’a poco: — Avevo finita la filosofia
quando qui venne da Rostok un tal Cristiano Wurstizio, discepolo di
Copernico, che ne diede alquante lezioni in un’accademia a numeroso
uditorio. Io pensai che i più cedessero al fascino della novità, e
convinto che tal sistema fosse d’un pazzo avido di celebrità, non volli
tampoco assistervi. Interrogai alcuni uditori, e tutti mi dissero
v’andavano per pigliarsene gabbo. Un solo mi assicurò che la non
era cosa ridicola; e poichè io il conosceva uom calmo e riservato,
m’increbbe di avere negletto le lezioni di Cristiano; e qualvolta
incontrassi un partitante di Copernico, io lo richiedeva se sempre
fosse stato di tal opinione. Ognuno m’assicurava d’avere lungo tempo
tenuto la contraria, e che soltanto la forza degli argomenti ne lo
aveva smosso. Feci a ciascuno le objezioni della parte avversa, e alle
loro risposte mi convinsi non aveano adottato quel sentimento per
ignoranza nè leggerezza. D’altro lato, s’io chiedeva a Peripatetici
e Tolomeisti se avessero letto Copernico, m’accorsi del no, o che
non l’aveano compreso. Pertanto cominciai a credere che, se un uomo
ripudia un’opinione succhiata col latte e comune colla pluralità,
per accorne una di pochi proseliti, anatemizzata dalle scuole, avuta
per paradosso, egli dovette esservi spinto e quasi violentato da
argomenti irresistibili; e mi infervorai di conoscer il fondo della
quistione»[321]. Anche dopo convinto del sistema vero, Galileo non
osava professarlo alla scoperta, per tema delle beffe colle quali,
allora come adesso, la vulgarità persegue chiunque ad essa sorvola.

Non si dissimuli che Galileo erasi fatto una folla di nemici, parte per
la instintiva malevolenza del bel mondo contro gl’ingegni segnalati,
parte perchè egli stesso, dimenticando che lo sbaglio è talvolta via
alla verità, e che chi sostiene un errore antico non sempre è stupido e
vile, atteso la forza d’inerzia insita agli spiriti come alla materia,
flagellò gli Aristotelici inesorabilmente, gli attacchi ripulsò con
sarcasmo spietato, assalì alcune volte senza rispetto all’ingegno e
alle sventure. I rettili poi, che ormeggiano ogni uomo illustre, per
ferirlo obliquamente, cominciarono a sbigottir la coscienza contro il
sistema fin allora reputato innocuo; insulsi predicatori lo tacciarono
d’ereticale[322]. Roma che, in tempi di contenziosa novità, non potea
tenersi indecisa nella proclamazione del vero, dovea prender ombra d’un
filosofo che alle operazioni dell’intelletto accettava per unica norma
le leggi di natura; sovvertite le quali, restava a temere anche per le
verità metafisiche e morali.

Finchè il moto della terra rimaneva ipotesi, non vedea necessità
di acconciarla ai passi scritturali, come quando la dimostrazione
fosse data per certa. Galileo stesso pretese insegnare in qual
senso fossero a intendere, e appoggiò a passi dei Padri teoremi che
richiedevano dimostrazione dal calcolo e dall’esperienza. Egli diceva
che «nella Scrittura si trovano proposizioni false quanto al nudo
senso delle parole; che nelle dispute naturali essa dovrebb’essere
riserbata nell’ultimo luogo; che per solo rispetto d’accomodarsi
all’incapacità del popolo, non s’è astenuta la Scrittura di pervertire
i principalissimi dogmi; che nelle cose naturali prevale l’argomento
filosofico al sacro». Da qui nacque la persecuzione tanto ricantata
dal secol nostro, quasi esso non abbia mai visto perseguitati gli alti
ingegni.

Cotesto compromettere le sacre carte in quistioni scientifiche
spiacque, e Galileo fu denunziato al Sant’Uffizio. Gl’Inquisitori
soleano rimettere l’esame del fatto a _qualificatori_, specie di
giurati che pronunziavano su materie a loro note. Come gli astronomi
spagnuoli aveano disdetto Colombo, come gli accademici di Napoleone
vilipesero i battelli a vapore, così questi qualificatori dichiararono
_falsa e contraria alle divine scritture_ la mobilità della terra.
La risposta che Clavio e tre altri Gesuiti diedero al cardinale
Bellarmino, attesta che con rispetto accettavano le nuove osservazioni:
pure trovavasi arrogante il darla, non soltanto per opinione ipotetica,
ma per verità assoluta; e gl’Inquisitori pretesero sopra informazioni
altrui condannar opinioni, ch’eransi già proclamate all’ombra del
papato.

A Galileo dunque, senza verun castigo o penitenza (1616), dalla
Congregazione dell’Indice fu intimato non parlasse più del sistema
copernicano[323]. Pure egli continua a discuterne, e mettere in
ridicolo gli oppositori in Roma stessa. Paolo V l’assicurò che, vivo
lui, mai non sarebbe molestato. I Lincei stampando il suo _Saggiatore_
(1629), lo dedicarono ad Urbano VIII, che già da cardinale avea lodato
in versi il Galilei, e che lo raccomandò caldamente al granduca,
e assegnò una pensione a lui ed a suo figlio[324]. Nel 1632, con
approvazione del maestro del sacro palazzo, se non carpita, sottratta
con quegli artifizj che conosce chi ha a fare colla censura, Galileo
pubblicò il _Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolomaico
e copernicano_, ove di quest’ultimo dà spiegazioni false o manche,
attribuisce al moto della terra il flusso e riflusso[325], e non
sa dissiparne le assurde conseguenze, talchè molti e valenti il
confutarono.

Mentre però ed esso e i dotti ne faceano materia di utile discussione,
gl’invidiosi insusurravano Urbano VIII, perchè Galileo, dopo sì ben
trattato, non solo mancasse alla promessa, ma in quel dialogo lo
avesse adombrato nel grossolano Simplicio. Urbano mandò da esaminar
il fatto ad una congregazione di cardinali, e questi lo rimisero
all’Inquisizione. Galileo aveva avuto l’intimazione e la violò[326]; il
tribunale procedette coi modi proprj del tempo.

Citato (1633), fu sostenuto «con insolita larghezza e comodità,
assegnategli tre camere con libera ed ampia facoltà di passeggiare per
spazj ampli, data facoltà di tener il servitore, e di godere dello
squisito governo della cortesissima casa del signor ambasciadore e
della signora ambasciadrice»[327] di Firenze Niccolini; poteva andar
in ville lontane e far passeggiate a piedi; poi fu messo nella casa
propria d’esso ambasciadore. Lasciamo ai sofisti il supporre fin la
brutalità di sevizie personali[328]: abbastanza avrà patito quel
grande nel vedersi obbligato a dimostrare le sue opinioni a gente
incapace d’intenderlo. La persecuzione ebbe i soliti effetti immorali,
que’ giudici disonorandosi colla presunzione, disonorandosi Galileo
coll’abjurare opinioni di cui era convinto, e colla propria disdetta
facendo credere ragionevole la persecuzione. E fu «condannato alla
prigione per quanto tempo piacesse»; ma Urbano gliela commutò subito
in relegazione nel giardino dei Medici sul delizioso Pincio. Vi
si aggiungeva l’obbligo di recitar una volta la settimana i salmi
penitenziali; ma questo se lo assunse sua figlia suor Maria Celeste,
le cui lettere, scrittegli dal convento di San Matteo in Arcetri,
piene d’affetto e di pietà, sono come un riposo soavissimo fra le
tempeste di quel tempo e le sue. Roma sapeva dunque rispettare un
grande, di cui credea dover disapprovare gl’insegnamenti; mentre l’età
nostra ha dato ben diversi esempj in casi dove la persecuzione non era
tampoco giustificata dalla persuasione del pubblico vantaggio. Presto
fu trasferito a Siena nel palazzo dell’arcivescovo suo amicissimo, e
appena a Firenze cessò la peste, fu reso alla sua villa d’Arcetri, ove
proseguì i lavori fin quando perdette la vista[329].

Il granduca, che non l’avea saputo schermire dalle vessazioni, prestava
al Galileo la venerazione onde lo circondavano vicini e lontani.
Frattanto se ne diffondevano le dottrine e, che più cale, il metodo; e
Roma tra le prime chiamava a insegnarlo Benedetto Castelli suo scolaro.
Questi col calcolo e coll’esperienza appoggiò alcune, altre chiarì od
applicò delle verità scoperte dal maestro: notò l’irradiazione delle
stelle e l’attrazione del magnete; prima d’Evelio mostrò l’opportunità
dei diafragmi negli stromenti ottici; conobbe che i corpi al sole
diversamente riscaldansi secondo il loro colore; e creò la scienza del
movimento delle acque. Soprattutto animava i giovani alla geometria, e
vi determinò il Cavalieri, Michele Ricci, il Nardi, il Maggiotti, il
Torricelli, che a Roma spingeano innanzi la filosofia sperimentale.
Di questi ultimi, che chiamava il mio triumvirato, e del Peri,
dell’Aggiunti, del Soldani si compiaceva l’annoso Galileo, che spirando
(1642) fra le braccia del Torricelli e del Viviani, li lasciò eredi
della dottrina e della missione sua.

Intanto l’astronomia ampliavasi; e quasi per allettare a studiarla,
natura sfoggiava insoliti spettacoli. Il gesuita Grossi (_De tribus
cometis_, 1619) pel primo studiò le comete quali pianeti descriventi
vastissima ellissi attorno al sole. Ignazio Danti già detto, uno de’
riformatori del calendario, scoprì (_Trattato dell’astrolabio_, 1568)
il variare dell’inclinazione dell’eclittica, quattro anni prima che
fosse pubblicato il _De nova stella_ di Tycho Brahe, cui n’è dato il
merito. Gian Alfonso Borelli messinese (1613-79), che incontrammo fra
i medici, e che ridusse gli elementi dell’antica geometria a ducento
proposizioni (_Euclides restitutus_), indicava già che i pianeti
attorno al sole e i satelliti attorno ai pianeti si muovono con una
legge generale[330], e che tal virtù, cui sorgente è il sole, li
collega in modo, che non possono scostarsi dal loro centro di azione.
Sottopose a calcolo l’apparenza e i movimenti delle comete, ritenuti
come anomali; e al padre Stefano De Angeli, lettore di matematica
a Padova, sopra quella del dicembre 1664 scriveva non potersene
il movimento rappresentare nè col sistema di Tycho nè con quello
di Tolomeo, ma soltanto col pitagorico; aver dal calcolo compreso
che descrivono attorno al sole una parabola, e chi potesse a lungo
osservarla, riconoscerebbe un’orbita ellittica[331].

Non abbiamo le dimostrazioni ch’egli promette, ma intanto è qui
prevenuto Newton di tre lustri, e dato chiaro ciò che confuso appariva
a Dörfel. Nella _Teoria de’ pianeti medicei_ s’abbandonò alle ipotesi;
ma paragonando i satelliti alla luna, pel primo usò il canone
della reciproca attrazione, il più fecondo che potesse applicarsi
all’astronomia. Peccato che la gloria sua offuscasse coll’invida
malignità! Sbandito per la sollevazione di Messina del 1676, ricoverò
a Roma, ove la protezione di Cristina di Svezia nol salvò di patir la
fame, sinchè trovò ricovero nelle Scuole Pie.

L’idraulica, così importante nel paese nostro, era abbandonata a
meri pratici; sicchè ne’ bisogni maggiori si ricorreva a matematici
ed astronomi, i quali da principio fallavano per amor di teoria, ma
presto acquistavano esperienza e divenivano valentissimi. Nicolò Cabei
ferrarese (-1650) ne filosofò al modo antico, benchè enunciasse verità
nuove: toglie a Galileo per dare al genovese Giambattista Bulliani
la dimostrazione della crescente velocità dei gravi cadenti. Domenico
Guglielmini (-1710) fu da’ suoi Bolognesi adoprato nella quistione con
Ferrara pel corso del Reno; scrisse sulla natura dei fiumi, e su una
nuova misura delle acque correnti. Ma creatori della scienza idraulica
furono il Castelli e il Torricelli, scolari di Galileo. Il primo diede
corso agli stagni dell’Arno; nella _Misura delle acque correnti_ (1628)
fa la velocità ne’ fluidi proporzionata all’altezza da cui discendono,
mentre Torricelli provò essere come la radice d’essa altezza.

Ad Evangelista Torricelli di Faenza (1608-47), professore nello
studio fiorentino, morto di soli trentanove anni, è dovuta la prima
idea dell’ingegnoso e utilissimo canone, che due travi connessi, per
modo che il centro di gravità non s’alzi nè abbassi per mutare di
situazione, tengonsi sempre in equilibrio. Vide che l’acqua esce da un
pertugio colla velocità che acquisterebbe un corpo cadendo dal livello
della superficie a quel d’esso pertugio; teorema fondamentale al moto
de’ fluidi: delle lenti da cannocchiale per lungo calcolo determinò
la curva più opportuna: semplificò il microscopio di Galileo, e forse
ajutò a perfezionare il termometro, di cui il granduca Ferdinando pel
primo si valse a misurare la variazione della temperatura giornaliera.
Perchè l’acqua, nel sifone e nella pompa aspirante, non s’eleva al di
là dei trentadue piedi? I Peripatetici s’accontentavano d’una frase,
l’_orrore al vuoto_. Galileo n’aveva cercata invano una ragione.
Torricelli per forza d’induzione l’attribuì al premere della colonna
atmosferica sopra il liquido, che nel vuoto alzasi proporzionatamente
ad esso peso. Ne fece la riprova sostituendo all’acqua il mercurio,
che pesando tredici volte più di essa, si fermò a un tredicesimo
d’altezza. Varierà questa dunque a proporzione della gravità dell’aria;
ond’ecco inventato il barometro. Esso Torricelli informandone il Ricci
gli scriveva «di potere col suo istromento giunger a conoscere quando
l’aria sia più leggera o più grave»; e che questa «gravissima alla
superficie terrestre, si faccia sempre più lieve e pura secondo che
c’innalziamo sulle più alte cime de’ monti»: divisamento che Claudio
Beriguardi applicò a misurar la torre di Pisa, cinque anni prima
che Perrier e Pascal misurassero l’altezza del Puy de Dôme[332]. —
Ah perchè non è toccata al mio maestro la sorte di accorgersi degli
effetti della pressione dell’atmosfera?» esclamava il buon Torricelli.

Ferdinando granduca e suo fratello Leopoldo erano assidui nel cercar
nuovi stromenti, e migliorare od applicare gli antichi, onde giungere
al vero dei fenomeni naturali: il primo inventò un igrometro e un
idrostammo, combattè le influenze lunari, conobbe che il calorico tende
all’equilibrio, e i corpi lo trasmettono qual più qual meno; trovò
pure di condensar il vapore contenuto nell’aria ambiente, e quel di
varj spiriti senza elevarne la temperatura, il che si disse distillare
a ghiaccio: vide i vermi dell’aceto, e come l’argento cresca di peso
dopo la coppellazione, mentre i sali disciolti nell’acqua non cangian
natura coll’evaporarsi di essa: le lunghe sue osservazioni sui pendoli
giovarono a determinar la propagazione della luce e del suono, e alle
esperienze balistiche.

Leopoldo poi ogni parte dello scibile coltivava, in compagnia de’
migliori; e come a Roma il marchese Federico Cesi fin dal 1603 aveva
istituito i Lincei per coltivare la filosofia naturale, così divisò
l’Accademia del Cimento che proponevasi di _provare e riprovare_. Oltre
il Borelli e il Redi già detti, un de’ membri principali ne fu Vincenzo
Viviani (1622-1703), che non secondo a nessuno per ispirito geometrico
e candida ricerca del vero, trattò della resistenza dei solidi, ampliò
la dottrina dei galleggianti, e fin d’allora intravvide la teoria delle
ondulazioni, che prima applicata all’acustica, poi generalizzata, ci
addentrò in tanti arcani della natura. Supplì il quinto libro perduto
di Apollonio da Perga sulle sezioni coniche; e quando l’antico fu
rinvenuto, apparve che il moderno l’avea, non solamente indovinato,
ma sorpassato. Egli propose a tutta Europa questo problema: «Tra
gli antichi monumenti di Grecia è un tempio, sacro alla geometria;
circolare il piano; coronato d’una volta emisferica, la quale è
forata da quattro finestre eguali con tal arte, che il rimanente della
volta può perfettamente quadrarsi. Come ciò fu fatto?» Subito i dotti
furono attorno a questo problema, nè d’altro si parlò per un pezzo:
ma Leibniz, L’Hôpital, Bernoulli, Wallis, Gregori lo sciolsero in
differenti modi colla geometria nuova, a gran meraviglia di lui, che
però vi dava una soluzione diversa[333].

Il comasco Michelangelo Ricci, che poi fu cardinale, dilatò oltr’Alpi
le scoperte del Torricelli e i lavori dell’Accademia del Cimento
di cui era corrispondente; ai Tedeschi diè miglior concetto degli
algebristi italiani, ed era per tutto ricercato giudice della sapienza
contemporanea.

I _Saggi_ de’ principali sperimenti dell’Accademia furono da Lorenzo
Magalotti segretario scritti con lingua e stile ben diversi dai
correnti; onde restano anche monumento letterario, quando tutta
Europa non gli avesse ricevuti pel primo modello di ricerche
sperimentali[334], argutamente avendo indagato sulla pressione
dell’aria, gli effetti del vuoto, le proprietà del caldo e del
ghiaccio, la propagazione del suono, della luce, del calorico, i
fenomeni magnetici, le attrazioni elettriche, la leggerezza positiva,
i projettili, la digestione, la fosforescenza, non negligendo le
osservazioni astronomiche. Dell’acqua tentarono la compressibilità
chiudendola in una palla d’oro, e questa premendo, ma poichè la
videro schizzar dai pori, la dichiararono incompressibile: nè in fatto
potè dimostrarsi il contrario fino alle recenti sperienze di Canton,
Perkins, Oersted.

Sciagurate emulazioni tra il Viviani e il Borelli scomposero
l’accademia del Cimento; il principe Leopoldo passò cardinale a Roma:
sicchè quella perì dopo solo dieci anni. Ma l’esempio fruttò; nel 1645
fu fondata la Società di Londra, nel 1666 l’Accademia di Parigi, la
quale per mezzo di Thévenot, che qui aveva conosciuto i nostri, si pose
in corrispondenza con quella del Cimento, a malgrado del Borelli, il
quale temeva che «delle invenzioni e speculazioni dei nostri maestri
e di quelle che abbiamo trovate noi, se ne abbiano, secondo l’usanza
vecchia, a far autori e ritrovatori gli stranieri». Il Gabrielli avea
fondato a Siena i Fisiocritici; e il padre Lana e Bernardino Boni i
Filoesotici (_Academia Philoexoticorum naturæ et artis_) a Brescia nel
1686.

In quell’intermezzo il Vieta avea perfezionato la lingua algebrica;
Napier trovato i logaritmi, Harriott compito la genesi delle equazioni.
Alla teorica degl’infinitesimi si era avvicinato Galileo, trattando di
un cilindro tagliato in un emisfero (_Dialogo primo sulla meccanica_):
discorse anzi specialmente degl’indivisibili nei _Dialoghi delle nuove
scienze_; ma la quantità divisibile suppose composta di indivisibili
senza estensione; talchè, non osando affermare nè negare che
gl’infiniti siano tra loro eguali, disse solo che i termini indicanti
eguaglianza od eccesso non possono applicarsi che a quantità fisse, e
tornò al metodo d’esaustione di Archimede.

Bonaventura Cavalieri milanese (1598-1647), frate gesuato, professore
di matematica a Bologna, dopo avere sciolto il problema proposto da
Fermat di assegnar la minor distanza da tre punti dati, applicandovi
un teorema che dà la quadratura d’ogni triangolo sferico, aveva già
nel 1626 compiuto la sua _Geometria degli indivisibili_, fondata sul
considerare i solidi siccome composti d’un’infinità di superficie
sovrapposte, e le superficie come un aggregato di linee, e queste un
aggregato di punti. Sapevasi sommare una serie indefinita di termini
in progressione aritmetica, com’è quella de’ diametri dei circoli
decrescenti nel cono, i quali circoli stanno come i quadrati loro.
Il Cavalieri trovò che, in termini infiniti, la somma dei quadrati
descritti sopra linee crescenti in proporzione aritmetica risponde
al terzo del quadrato maggiore, moltiplicato pel numero de’ termini;
in altre parole, che il cono è il terzo d’un cilindro della medesima
base e altezza; il che ad altri solidi può applicarsi. Fu il primo
introdursi dell’infinito nella geometria in forma sistematica. Vide
egli stesso che il suo era un corollario del metodo di esaustione,
e confessava non saperne dare una dimostrazione rigorosa: pure nel
considerare la linea, la superficie, il solido come generati dal punto,
dalla linea, dalla superficie, prevenne Keplero e somministrò a Newton
l’idea e il nome del calcolo delle flussioni.

Erano ardimenti nuovi nella geometria, che veniva applicata pure
in maniera generalissima ad ardue ricerche. L’area della cicloide
prendeasi per un segmento di circolo; Galileo nel 1639 diceva d’avervi
pensato quarant’anni addietro, senza trovarne indirizzo; poi il
Torricelli la eguagliò a tre volte l’area del circolo generatore,
invenzione disputatagli invano da Roberval. Esso Roberval, Cartesio,
Fermat, Wallis, Bernoulli fecero giganteggiare la geometria, finchè
potè spingersi alla maggiore delle scoperte, quella del calcolo
differenziale. Leibniz tedesco e Newton inglese se la disputarono, e
nella contesa chiesero giudice l’abate Antonio Conti padovano. Questo
gran dotto associò cognizioni diversissime, e cercò di conciliare
spiriti opposti: molte opere commentò, fra cui la storia critica della
filosofia dal secolo XV in poi; indi la estrinse alle opinioni sul
principio del mondo e sull’immortalità dell’anima; infine a quelle
sulle cose incorporee; ma nulla finì; e i frammenti che ne pubblicò il
Toaldo fanno rincrescere ch’ei deve collocarsi fra quegli ingegni, che
per troppo estendersi nulla conchiudono.

Amontons, Leibniz e Huygens riduceano scientifica la meccanica. In
ottica il Maurolíco avea dato un’argutissima spiegazione del modo
con cui si vedono gli oggetti (_De lumine et umbra_), e come l’umor
cristallino concentri sopra la retina i raggi, spiegando la varia
conformazione dell’organo ne’ presbiti e nei miopi. Era dunque a
un punto di accorgersi delle immaginette che si dipingono in fondo
all’occhio, tanto più che altrove spiega la formazione dell’immagine
in uno specchio concavo; ma forse lo rattenne il non sapere spiegare
come noi le vediamo dritte sebbene si dipingano capovolte. Giambattista
Porta trattò di varj fenomeni della visione nella _Magia naturalis_: ma
ritenendo che nell’occhio si effettuasse come nella camera oscura[335],
non comprese in qual parte gli oggetti si dipingessero, e suppose
organo principale della vista l’umor cristallino. Molto pure si occupò
degli specchi piani, concavi, convessi, ustorj. Il gesuita Francesco
Grimaldi nel 1665 pubblicò a Bologna varj casi ottici importantissimi,
tra cui l’inflessione della luce e la diffrazione prodotta dal
cadere del raggio solare sul prisma; problema ch’egli spiegava con un
alternato condensarsi e spandersi, invece di dedurne la rifrangibilità
della luce; e sebbene poco arrestasse i curiosi, Newton seppe cavarne
profitto; sinchè Antonio Dedominis vescovo di Spalatro (_De radiis
lucis in vitreis perspectis et iride_) i colori dell’arco baleno scoprì
provenire dalla rifrazione, come mostrava coll’opporre una boccia
d’acqua al sole, dove il raggio arrivava agli occhi dipinto di colori
variati secondo l’angolo con cui v’entrava: sagacia meravigliosa in
uomo che nessun’altra prova ne diede. Ben presto Huygens porgeva la
teorica della luce per mezzo delle ondulazioni, e Newton per mezzo
delle emanazioni: ma ventisei anni prima che si stampasse l’_Ottica_
di questo, Giuseppe Antonio Barbari da Savignano, morto in odore di
santità, ripudiando l’opinione di Aristotele, tolse ad esaminare i
colori dell’iride prima e della seconda, nella quale si trovano in
ordine inverso; la loro figura costantemente circolare, e la posizione
loro rispetto al sole; per qual causa se ne renda visibile una sezione
maggiore quanto più il sole è alto sull’orizzonte; esser necessario
che la nube risoluta in minutissime goccie venga percossa dal sole
di faccia, effetto che succede pure nelle pioggie artifiziali, nelle
fontane, nelle boccie d’acqua rimpetto al sole, nelle quali, fin alla
declinazione di 42 gradi del raggio visuale sulla linea che passa
pel centro solare, vedonsi distintamente i colori dell’iride, mentre
all’inclinazione di 52° appajono in senso inverso. Tutto ciò con
grand’uso della geometria e trigonometria[336]: eppure rimase ignoto,
nonchè agli stranieri, perfino ai nostri.

La prospettiva fu studiata in servizio dell’arti belle, e soli italiani
ne scrissero, quali Piero della Francesca da Borgosansepolcro e Luca
Paciólo; e compiutamente Daniele Barbaro veneziano (1568), poi il
Barozzi ed altri. I principj geometrici ne furono generalizzati e bene
esposti da Guidubaldo marchese del Monte; il quale, sempre intento ad
applicare la geometria alla meccanica, in un trattato di questa pel
primo indicò il principio delle celerità virtuali nella leva e nella
taglia.

Alla meccanica pratica attesero molti. Il Ramelli non ha novità nelle
sue macchine; di più Fausto Veranzio veneto di Sebenico (_Machinæ
novæ_), tra le quali un ponte sospeso a catena e il paracadute, e tentò
fare in Venezia fonti salienti. Fu vescovo in Ungheria, e gli dobbiamo
una logica e un dizionario poliglotto. Il padre Lana Terzi (1687)
esaminò la costituzione dei monti bresciani; procurò coi sali imitare
le cristallizzazioni naturali, sebbene con teoriche dappoi ripudiate;
inventò un seminatore prima dell’inglese Tull; nel _Prodromo dell’arte
maestra_ (1670) accenna come insegnare ai sordimuti a scrivere e anche
parlare, a scrivere ai ciechi nati, e a nascondere i loro pensieri
sotto cifre misteriose; come estrarre la radice quadrata colla somma
e la sottrazione; tentò oriuoli perpetui a sabbia, ed altri a olio
che s’abbassa all’arder d’una lampada; fare uccelli che volassero, e
altri segreti più vaghi che fondati, ne’ quali piacevasi meglio che in
sodare norme scientifiche. Non vi manca la pietra filosofale, ma il più
ricantato è d’una barca portata in aria da quattro palloni metallici
vuoti d’aria: i calcoli ne furono trovati giusti anche dal Leibniz, ma
al Lana mancarono i mezzi di tentarne la prova.

Giovanni Torriano cremonese, meccanico di Carlo V, ricostruì a Toledo
la macchina, fatta dagli Arabi, che l’acqua del Tago distribuiva per la
città; pensava rendere navigabile quel fiume sino al mare; e sebbene
Filippo II preferisse usare quella somma a fabbricar l’Escuriale, i
Toletani l’onorarono d’un busto in marmo e d’una medaglia. La proposta
fu rinnovata il 1641 da Giulio Martelli e Luigi Carduchi, e Filippo IV
non comprese che questo sarebbe stato il vero modo di ricuperare il
perduto Portogallo[337]. Nelle _Macchine del signor Giovanni Branca_
(Roma 1629) stanno il disegno e la spiegazione di una, ove ad una
caldaja bollente in figura di testa sfugge di bocca il vapore, che
soffiando contro una ruota alata, move i congegni di due pile. È la
prima applicazione del vapore a un’utilità, benchè operi direttamente
sulla ruota, non per la tensione come nelle macchine odierne. Nel _Novo
teatro di macchine_ del Zonca padovano, un girarrosto è mosso dall’aria
rarefatta dal fuoco.

Da tutte queste scienze ajutata, e da’ migliori stromenti[338],
l’astronomia vedea trionfare il vero sistema mondiale. Ben alcuni
tentavano acconciare l’opinione nuova con quella della Chiesa, sia
piegando il fatto alla Bibbia, come aveva usato Tycho Brahe, sia la
Bibbia al fatto, come Foscarini. Il gesuita ferrarese Giambattista
Riccioli (1593-1671), che nell’_Almagestum novum_ raccolse quanto
aveano pensato gli astronomi fino al suo tempo, aggiungendovi
osservazioni proprie, il sistema di Copernico trova ben ideato, ma
falso; e non volendo accettare le grandi scoperte di Keplero perchè
questi negava l’eclissi avvenuto alla morte di Cristo, nè chetandosi
ai sistemi di Tycho e di Rheita, ne produsse un nuovo che non urtasse
i pregiudizj, e dove luna, sole, saturno, giove girano attorno alla
terra, ma mercurio, venere, marte sono satelliti del sole. Nella luna,
con un cannocchiale di quindici piedi, noverò fin seicento macchie,
cioè cinquanta più di Evelio, alla cui nomenclatura prevalse quella del
nostro, come pure la sua teoria delle librazioni. Col Grimaldi crebbe
a trecencinquanta stelle il catalogo di Keplero. Gli fu inflitta una
penitenza per aver preferito il calcolo della versione dei LXX. Il
gesuita francese Fabre, gran penitenziere a Roma, per avere pubblicato
che, dimostrato una volta il moto della terra, la Chiesa avrebbe
chiarito in che modo intendere figuratamente i passi della Scrittura,
ebbe processo dal Sant’Uffizio, e arresto di cinquanta giorni.

Effemeridi, cronologie ed altre opere astronomiche stamparono il
bolognese Cornelio Malvasia (-1664), e i modenesi Geminiano Montanari
(-1687) e Gaetano Fontana (-1719). Il Montanari diede pure l’idrografia
del mare Adriatico e sue correnti; pel primo dubitò del calor lunare,
messo fuori di dubbio appena oggi dalle sperienze del Melloni. Il
Bianchini portò buone osservazioni sopra venere, e tracciò il gnomone
di Santa Maria degli Angeli. Antonio Magini padovano, professore a
Bologna, scrisse molto di geografia e astronomia, non adottando il
sistema copernicano, ma svolgendo teoremi che si credettero scoperti
solo a’ dì nostri: era in corrispondenza con Tycho Brahe e con
Keplero, che gran conto faceva del sapere di lui, e che dall’Università
bolognese fu invitato a succedergli.

A sgombrare i vecchi errori operò grandemente un error nuovo, quali
erano i vortici di Cartesio, venuti di moda anche nelle scuole
italiane. Alfine prevalse Newton, posando la legge universale della
gravitazione, e innovando meccanica, ottica, astronomia. Nessun nome
noi abbiamo ad opporvi, ma vantiamo un’intera famiglia d’illustri.
Gian Domenico Cassini (1625-1712) di ricca gente nizzarda, allevato
dai Gesuiti, s’applicò segretamente all’astrologia, la quale lo
invogliò dell’astronomia; a venticinque anni già la leggeva in Bologna,
succeduto al Cavalieri, e gran lode ottenne, qualunque erroneo, il suo
esame della cometa del 1652. Risolse il problema fallito a Keplero
e Bouillaud, «dati due intervalli fra il luogo vero e il medio d’un
pianeta, determinare geometricamente il suo apogeo e l’eccentricità»;
determinò la rotazione di varj pianeti mediante le macchie, e nel 1668
diede effemeridi de’ satelliti di giove, mirabili pel tempo. Compivasi
così la scoperta di Galileo; i naviganti aveano un modo di conoscere
le longitudini; e lo spettacolo d’un altro sistema planetario che in
piccolo rappresenta il nostro, confermava l’insegnamento di Pitagora
e di Copernico, offrendo una riprova delle leggi che eransi assegnate
ai movimenti della terra. Cassini migliorò le tavole di rifrazione;
costruì la meridiana in San Petronio a Bologna, un de’ più grandi
stromenti, mercè del quale precisare la legge degli spostamenti diurni
del sole. Al quale problema applicossi il Cassini per verificare un
punto fondamentale della teorica di Keplero, cioè che si rallenti la
terra quand’è più discosta dal sole, e s’acceleri quando vicina; e vi
riuscì. Accertò parimente la importantissima legge delle rifrazioni,
indicata già da Tycho; ma mentre questi credeva cessasse dacchè l’astro
saliva più di 45 gradi sopra l’orizzonte, Cassini mostrò che altezza
nessuna rompeva quella legge. Così fu l’astronomia ridotta capace di
misure delicatissime, e parvero un miracolo le sue tavole del sole,
che alla secentista intitolò _Oracolo d’Apollo_: fece conoscere la
librazione della luna: trovò o perfezionò il modo di calcolare per
tutti i paesi gli eclissi solari mediante le projezioni dell’ombra
della luna sul disco della terra, e di dedurne le longitudini
terrestri.

Per determinare i confini tra la Toscana e lo Stato pontifizio, col
Viviani studiò il corso del Po e della Chiana, le giaciture degli
Appennini e le conchiglie fossili che vi si trovano. Il papa in
benemerenza lo nominò ispettore delle acque; l’Accademia delle scienze
francese l’ebbe corrispondente; poi chiamato da Luigi XIV, fu in
Francia naturalizzato. Ivi con Picard promosse il viaggio a Cayenne per
osservare la parallasse di marte e la solare, che si trovò appunto di
dieci secondi, com’egli aveva congetturato.

Egli intanto meditava sulla luce zodiacale, indicata fuggevolmente da
Keplero; e stabilì che il sole sia circondato d’una specie di nebulosa,
prolungata nel senso del suo equatore fin di là da venere. Dacchè
Huygens ebbe scoperto il primo satellite di saturno, quattro altri egli
ne osservò, non accorgendosi dei due che poi ad Herschel si offersero
nel 1789, e dell’ottavo scoperto nel 1848 da Lassen. E sebbene veruna
capitale scoperta egli facesse, la natura delle sue ne popolarizzò il
nome per modo, che molti lo tennero quasi creatore dell’astronomia in
Francia, tutti per uno de’ migliori ornamenti del regno del gran Luigi.

Il genio per l’astronomia parve ereditario in sua casa; e Giacomo suo
figlio (1677-1756), aggregato di diciassette anni all’Accademia delle
scienze e di diciannove alla Reale di Londra, girò l’Europa, poi reduce
coadjuvò il padre nel prolungare la famosa meridiana dell’Osservatorio
di Parigi, cominciata da Picard nel 1669, ed ora spinta fino al
Rossiglione e a Dunkerque. Più esatte misure de’ meridiani si ottennero
dal viaggio ai poli; e allora Cesare Francesco Cassini corresse i
lavori del padre, e recò il meridiano ad esattezza sufficiente per
divenire base della grande operazione geometrica, alla quale tre
generazioni di quella famiglia aveano faticato.


  FINE DEL TOMO UNDECIMO




INDICE


  LIBRO DECIMOQUARTO

  CAPITOLO
   CXLIX.  Quadro politico. Sisto V. Sistemazione
             civile ed ecclesiastica di Roma               _Pag_. 1
      CL.  Savoja. Emanuele Filiberto. Carlo
             Emanuele. Genova. Congiura del
             Vachero                                         »   50
     CLI.  Governo spagnuolo in Lombardia e
             nelle Due Sicilie                               »   77
    CLII.  Il Fuentes. L’Ossuna. Congiura del
             Bedmar. Masaniello                              »  136
   CLIII.  Guerra della Valtellina. Successione
             di Mantova e del Monferrato. Il
             Mazarino                                        »  190
    CLIV.  Toscana                                           »  229
     CLV.  Condizione materiale e morale. Opinioni.
             Ingegni eterocliti                              »  257
    CLVI.  Belle arti                                        »  350
   CLVII.  Letteratura                                       »  384
  CLVIII.  Scienze morali e filosofiche. Economia.
             Storia                                          »  455
    CLIX.  Scienze naturali e matematiche                    »  531




NOTE:


[1] Nel carteggio del residente veneto a Roma, sotto il 18 dicembre
1569 leggesi che il papa disse al cardinal di Gàmbara che «sa che la
repubblica di Venezia è principe libero, e che non ha superiori, e che
è il sustentamento della libertà e della gloria d’Italia, la quale,
se non fusse il petto di quella serenissima repubblica, sarìa già
molto tempo in preda delli oltramontani: e che voleva farli sapere una
cosa in gran secreto, che non aveva mai più detta a niuno; che tutti
gli altri principi dal maggiore al minore hanno in odio la serenità
vostra e ne dicono male, e che ognuno si risente che la serenità vostra
non stima niuno, e che non cerca di gratificarsi niuno. Il cardinale
ha detto che non è da meravigliarsi di questo, perchè li principi
non amano l’un l’altro se non quanto importa il suo conto, e che li
italiani non amano la serenità vostra per invidia, e li oltramontani
perchè li impedisce li suoi disegni in Italia».

[2] Secondo note del doge Matteo Senarega, esistenti nella biblioteca
della Università ligure, Genova nel 1597 contava 61,131 abitanti, di
cui 2319 poveri soccorsi dal pubblico, 589 preti o frati, 1278 monache,
28,740 soldati, non contando la milizia forestiera: la rendita era
di lire 428,264; le spese di lire 383,172 del bilancio dello Stato;
32,000 del bilancio del Comune; 164,873 di quel delle galee; 198,595
di quel di Corsica. Negli stessi archivj è il catalogo delle sostanze
delle famiglie genovesi nel 1636, in occasione che vi fu imposta la
tassa dell’un per cento; ove se ne contano quattordici che aveano fra
1,012,777 lire e 3,928,333.

[3] _De principatibus Italiæ_, 1628, nella raccolta elzeviriana delle
_Repubbliche_.

Nell’archivio Mediceo, fra le _Carte strozziane_, filza 320, è un
manoscritto anonimo col titolo _Relazione delle entrate, spese, forze e
modo di governo di tutti i principi d’Italia_, che sembra appartenere
alla prima parte del secolo XVII. Secondo quello, lo Stato pontifizio
in guerra traeva

  Dall’Umbria             fanti  10,000  cavalli    3000
  dalla Romagna             »    20,000     »       4000
  dalla Marca (bravi ed
    armigeri)               »    15,000     »       2000
  da Bologna e Ferrara      »    25,000     »       6000
                                 ——————            —————
                 in tutto fanti  70,000  cavalli  15,000

e sul mare cinque galere, ma poteva armarne otto.

Nel 1675 Gregorio Leti (vol. II dell’_Italia regnante_) attribuiva
allo Stato papale la rendita di tre milioni di scudi; e numerando
le forze delle diverse provincie e le artiglierie delle fortezze,
presentava queste cifre:

  Uomini atti alle armi                400,000
  Presidj, tra fanti e cavalli           4,000
  Esercitati alle armi e sempre in
    pronto per la guerra, ma a
    casa e non retribuiti che di
    alcuni privilegi                    80,000  fanti,  3500  cavalli
  De’ quali può armare senz’aggravio
    de’ sudditi e pagare in
    guerra, oltre i presidj             30,000    »     3000     »

Oltre le armi di questi esercitati 83,500, n’erano nelle fortezze di
Ferrara, Bologna, Castel Sant’Angelo, in Vaticano, Ancona e Ravenna per
60,000 uomini, e munizioni in gran copia. Le armi si fabbricavano nello
Stato, e specialmente a Tivoli. Alessandro VII aveva messa e dotata
una fabbrica. In Civitavecchia, oltre munizioni molte, stavano dodici
galere ben armate. «Con tutto ciò (diceva il Leti) bisogna essere buon
principe, e non semplice prete, perchè dalla qualità del petto e dal
valore del papa dipende la prima forza dello Stato».

Raccogliendo quanto partitamente aveva scritto dei principi d’Italia,
esso Leti dava alla penisola, assai meno popolosa d’oggidì,

  Uomini atti alle armi             1,972,000
  In servizio e obbligo di guerra     369,000  fanti,  32,200  cavalli
  Guarnigione o presidj a piedi
    e a cavallo                        27,400
  Milizie che possono assoldarsi
    senz’aggravio de’ sudditi
    sulla somma di 401,700            149,500    »     16,000     »

In mare cento galere, e quattordici navi a vela ben armate.

[4] _Testamento politico_.

[5] Comuni a tutte le Corti erano i gran donativi, e ogni affare
trattavasi col profonderne a tutti quelli che poteano ajutarlo. Voigt,
nella _Storia di Prussia_, dice che questo paese nel XIV secolo
regalava al papa quattromila ducati d’oro; al cardinale De Fargis
nipote di esso, cento doppie (di 17 fr.); venti a quel d’Albano;
quattrocentottantasette ducati d’oro e venticinque doppie tra varj
altri famigliari; oltre quel che davasi ad avvocati, notaj, staffieri,
ecc. Pertanto l’ambasciadore portava sempre gran provvigione di
galanterie. Giovanni di Felde, andando a Roma nel 1391, avea seco
venticinque tazze d’argento, quindici piatti simili, e moltissimi
anelli. Lo stesso Voigt riferisce il dono di dodici apostoli d’oro,
fatto dall’ordine Teutonico a Leone X, che poi li vendette; e dà la
lista de’ regali fatti in non si sa qual anno del secolo XV per Natale.
La riferiamo anche per la curiosità dei prezzi:

   1.  Per un velluto turchino, al papa               ducati    83
   2.  Per un boccale dorato, al medesimo               »       64
   3.  Per la fodera d’un mantello d’ermellino, al
         medesimo                                       »       14
   4.  Per tredici chicchere d’argento, ai
         camerieri del papa                             »      117
   5.  Al protettore dell’Ordine                        »      110
   6.  Per confetti dispensati ai cardinali             »       70
   7.  Per confetti agli auditori                       »       31
   8.  A due avvocati                                   »       24
   9.  A due procuratori                                »       20
  10.  Al maestro di scuderia del papa                  »        3
  11.  Ai guarda-portoni                                »       30
  12.  Per un cavallo regalato                          »       30
  13.  Una sella per il medesimo                        »        1
  14.  Un cavallo ciascuno al protettore dell’Ordine,
         al cardinale di Novara, al protonotario
         Ermanno Dwerg; due al priore che suole
         introdurre le persone al papa.

[6] _Universis et singulis mercatoribus, cujuscumque nationis et
professionis vel sectæ, etiam Turcæ, Judæi, vel alii infideles essent,
ad civitates, terras, castra et loca Marchiæ anconitana, cum familia
ac mercibus ac bonis eorum quibuscumque vel sine illis, veniendi, aut
in eis standi, manendi, et negotiandi, ac ab illis pro eorum libito
voluntatis abeunii et recedendi etc._ Bolla 21 febbrajo 1547. Vedi il
_Viaggio_ di Montaigne, e le Relazioni d’ambasciadori e del Botero.

[7] TONDUZZI, _Storia di Faenza_, p. 605.

BALDASSINI, _Memorie storiche dell’antichissima città di Jesi_. Jesi
1774, p. 256.

SARACINELLI, _Notizie storiche della città d’Ancona_. Roma 1675, II. p.
335.

MARIOTTI, _Memorie storiche civili ed ecclesiastiche della città di
Perugia e suo contado_. Perugia 1806, p. 113.

Su tutto ciò vedi RANKE, _Die Fürste und die Völker etc_.

[8] Secondo Gregorio Leti (Vita di Sisto V, part. II. 1. 4), al venire
di papa Sisto quest’erano le entrate delle primarie case romane:

  Dei Colonna, don Marcantonio gran connestabile
    del regno di Napoli, duca di Pagliano, principe
    di Sonnino                                        scudi  120,000
  Il duca di Zagarola, principe di Gallicano conte
    di Zarno                                            »     30,000
  Il principe di Palestrina cavaliere del Tosone        »     25,000
  Degli Orsini don Paolo Giordano, duca di
    Bracciano, grande di Spagna                         »    100,000
  Don Giovan Antonio, duca di San Gemini, cavaliere
    del Santo Spirito                                   »     50,000
  Don Bertoldo, marchese del Monte San Sorino,
    conte di Pitigliano                                 »    200,000
  Don Latino, principe di Matrice                       »     12,000
  Don Virginio, duca di Gravina, che poi sposò la
    pronipote di Sisto.                                 »     18,000
  Dei Savelli don Federico, principe d’Albo e del
    sacro romano Impero                                 »     50,000
  Il duca di Riccia                                     »     20,000
  Il duca di Sermoneta                                  »     20,000
  Il duca di Sermoneta della casa Gaetana di Spagna     »     50,000
  Il duca di Carpineta della casa Conti                 »     18,000
  Don Lottarino Conti, principe di San Gregorio e
    duca di Palo                                        »     12,000
  Don Giorgio Cesarini, duca di Civitanova              »     30,000
  Il duca Sforza, duca di Segni, principe del sacro
    romano Impero                                       »     40,000
  Don Gregorio Buoncompagni, duca di Sora, marchese
    di Vignola, conte d’Arpino, nipote di Gregorio
    XIII                                                »     45,000
  Don Antonio Farnese, duca di Farnese                  »     12,000
  Don Angelo Altemps, duca di Gelasi, conte di
    Soriano                                             »     24,000
  Don Federico Cesis, duca d’Acquasparta                »     70,000

Inoltre furono trovate fin a cinquanta famiglie con una rendita
ciascuna dai cinque sino ai diecimila scudi al più, e sino ai mille
almeno. Trovò pure:

  monasteri di regolari viventi in povertà  316
  monasteri di monache sotto alla povertà    67
  monasteri di regolari con rendita         128
    la quale per tutti insieme era di            scudi  168,300
  monasteri di monache con rendita           54
    che era                                        »     66,410

[9] AMIANI, _Memorie di Fano_, pag. 609.

[10] LETI, _Vita di Sisto V_, part. II. lib. I. c. 3. Nel carteggio
del residente veneto a Roma, oltre moltissimi aneddoti congeneri,
si legge di un Diedi di Ravenna che, innamoratosi d’una fanciulla
Rasponi, l’ebbe alle sue voglie, poi a sposa. Il fratello di questa,
tenendosi ingiuriato, raccolse una sera da cento uomini, ed entrò in
città scalando la mura e con fiaccole; ed assalita la casa de’ Diedi,
vi trucidò gli sposi, un fratello canonico, sorella e padre del marito,
e servi, e fin quello ch’eragli stato spia e guida; poi se n’andò dal
regno pontifizio. Al 25 febbraio 1576.

Ivi si parla a dilungo del Piccolomini e de’ suoi: — Ultimamente si
messero per forza ad abitare in un palazzo del signor Bonello per far
scorta al mietere di alcune possessioni confiscate del Piccolomini; con
il qual sono centottanta bravi, che si fanno strada ove lor piace. Et
egli, avendosi lasciato crescere li capelli con una ciera horribile,
mette gran spavento a tutti, e se ne va errando quando in una, quando
in altra parte ecc.». Al 1581.

[11] Carteggio 10 settembre 1585; 16 agosto 1586.

[12] _Le langage du papa est italien sentant son ramage boulognois
qui est le pire idiome d’Italie, et puis de sa nature il a la parole
mal aysée. C’est un beau vieillard... le plus sain et vigoureux qu’il
est possible de désirer... d’une nature douce, peu se passionnant des
affaires du monde, grand bâtisseur... Il n’est nulle fille à marier,
à laquelle il n’aide pour la loger... Ses réponses sont courtes
et résolues, et perd-on temps de combattre sa réponse par nouveaux
arguments. En ce qu’il est juste, il se croit; et pour son fil mesure,
qu’il aime furieusement; il ne s’ébranle pas contre cette sienne
justice. Montaigne._

[13] Vedansi gl’importantissimi dispacci veneti, pubblicati dal
Mutinelli. La ciarlatanesca vita scrittane dal Leti è confutata ad ogni
passo da quella seria dell’Hübner.

[14] Dispacci veneti del 16 gennajo 1584.

[15] _Bullarium romanum_, tom. II. _Constit. Sisti V_, 56.

[16] Manoscritto Chigi, citato dal RANKE, lib. IV. 2.

[17] Nei quali

  la dogana di Roma figura per     scudi   182,450
  la dogana di Ancona                »      15,500
  la dogana di Civitavecchia         »       1,977
  le allumiere della Tolfa           »      31,780
  i censi di Spagna, Urbino,
     Ferrara, Parma, e altri
     feudatarj nel giorno di
     S. Pietro                       »      35,500

Fra i titoli che vendevansi erano i cavalieri Piani, del Giglio, dei
santi Pietro e Paolo, dello Speron d’oro, Laterani.

In un libro di conti cogl’introiti e spese dello Stato Pontifizio nel
1585, posseduto dal Coppi, le rendite ascendono a scudi 1,318,414;
gl’interessi de’ luoghi di monte, cioè del debito importavano scudi
281,968: dedotti i pesi, alla tesoreria avanzavano scudi 449,756. Un
altro conto del secondo anno di Sisto V segna le entrate dello Stato
papale in scudi 1,599,303.

[18] LETI, part. III. l. V, secondo il quale tali cariche, oltre
l’onore, rendevano il sette, il dieci, fin il quattordici per cento. Lo
stesso, part. III. l. III, dice: — Quando un papa vuole fa miracoli, e
miracoli fece sempre Sisto perchè governò col capo e col petto; ond’è
che di lui fu detto che aveva il capo di ferro, il cuore di Marte,
il petto di bronzo, la mano d’acciajo, il piede di Mercurio. E benchè
dall’Evangelio non ne tirò mai la semplicità della colomba, ne succhiò
con tanto più ardore la prudenza del serpente e forse il naturale;
poichè non schizzò mai veleno contro alcuno, che non fosse stato prima
toccato. Non intraprese mai cosa senza prima maturare i mezzi come
dovea fare per sostenerla; e da qui nasce che mai gli venne a vuoto
impresa alcuna, che si può dire quasi un miracolo in lui, perchè non
formava i disegni alla cieca, ma con cento occhi come Argo; e dopo
formati adoprava cento braccia come Briareo per farli riuscire; di
modo che con ragione dicevano gli ambasciatori: _Sisto ci dà a tutti
guanciate terribili ma con una così gran forza di spirito, che bisogna
dire_ Amen _senza lamenti_».

[19] I grossi debiti contratti da Urbano VIII e Innocenzo X fanno
credere che quei milioni fossero consumati. Nel marzo 1793 Cacault
scriveva alla Convenzione di Francia, che in Castel Sant’Angelo
esisteva ancora un milione di scudi del tesoro di Sisto V.

[20] Il Fontana stesso descrisse il _Modo tenuto nel trasportare
l’obelisco Vaticano_. Su quell’operazione fu consultato anche Camillo
Agrippa milanese, filosofo e matematico, che stampò _Nuove invenzioni
sovra il modo di navigare_, ed altre opere; e condusse l’Acqua Vergine
sul monte Pincio.

Adamini di Montagnola, compaesano del Fontana, e il francese
Montferrand eressero, pochi anni fa, la colonna in onore di Alessandro
I a Pietroburgo, che è il maggiore monolito del mondo.

  Il fusto solo di essa pesa   chilogrammi   293,820
  cogli apparati                    »        423,500
  Mentre l’obelisco nudo
    pesava                          »        337,000
  cogli apparati                    »        375,922

* Il fatto del villano è messo in dubbio da taluni, ma il Cancellieri
nella _Descrizione delle funzioni della settimana santa_, pag. 195,
cita ANGELO ROCCA, de Bibl. Vat., 250, _Taja_, _Descrizione del palazzo
Vaticano_, 440, e CHATTARD, _Nuova descrizione del Vaticano_, tom.
III, p. 20, che dicono quel fatto effigiato sopra la finestra seconda
della biblioteca vaticana. Colui fu un bravo marinajo di San Remo, e
i Bresca di colà conservano il privilegio di somministrare le palme
alla solennità di Roma. Il privilegio dice: _Equidem nos minime latet
te ex ea natum familia, ex qua vir extit, qui provido sane consilio,
utilique monitu, in Vaticano obelisco efferendo multam diligentemque
operam adhibuit, ac propterea a rec. mem. Xisto V prædecessore nostro
præcipuum privilegium obtinuit, cujus vi ipse tantum, ejusque posteri,
ceteris exclusis, perpetuum jus haberent ferendi Romam palmeos ramos
pro pontificio sacello, aliisque urbis templis_. Allorchè Pio VII stava
prigioniero in Savona, il dottor Giacomo Bresca, allora investito del
privilegio, gli spediva le palme: e quando esso papa ritornava a Roma,
il Bresca gli mosse incontro con una schiera di fanciulli, portanti
bellissime palme: e il pontefice in segno di gradimento fe collocare
due di queste sulla sua carrozza.

[21] Carteggio veneto al 24 novembre 1590.

[22] De Maisse, ambasciadore a Venezia, scriveva al suo re il 4 ottobre
1592: _Il ne se parle à Rome que des réformations. Le pape va en
personne visiter les cellules des moines, et les va trouver jusque dans
le lit. Il les veut faire comme frères égaux et en commun, et réduire
trois monastères en un: chose qui leur sera difficile à supporter,
étant accoutumés dans leur aises et commodités_.

[23] Nelle notizie del Nores leggesi invece che il birro fu assalito
da un cane, e che Gabriele Foschetti, mastro di casa Farnese, fu preso
e decapitato il mercoledì santo del 1592. Il Muratori pone il fatto al
1604.

[24] _Il Moro trasportato in Venezia, ovvero Racconti de’ costumi, riti
e religione de’ popoli dell’Africa, America, Asia ed Europa_. Reggio
1672.

[25] _Conciliazione della Chiesa armena colla Chiesa romana sopra le
autorità de’ padri e dottori armeni_.

[26] Secondo il cerimoniale allora prefisso, i baroni, i cavalieri
e le damigelle doveano dirgli, _Monsignore mio fratello_, ed egli a
loro _Bel fratello, Bella sorella_. Nelle funzioni procederebbe il
fratello di mezzo passo, e se a cavallo, della lunghezza del collo del
cavallo. I piatti doveano servirsegli coperti. Cavalieri e dame nel
presentarsegli e nel partire doveano inclinare alquanto i ginocchi.
Vedi CIBRARIO, _Origini e progresso delle istituzioni della monarchia
di Savoja_. Torino 1854.

[27] Carlo III rimostrava all’imperatore Carlo V che _par trois fois
que l’armée de l’empereur y a été, ce Piémont a été mangé, pillé,
composé et rançonné en toute extrémité, et non point en un seul lieu,
mais généralement par tout le pays_.

[28] Nel 29 maggio 1613, il cardinale Maurizio di Savoja scrive a
suo padre Carlo Emanuele, che con grandissima difficoltà potè trovare
cinquanta scudi; che il principe Tommaso di Carignano era senza vestiti
nè altre cose più necessarie; e il 29 settembre 1614, che non si potè
trovar oro per le catene da regalare agli ambasciadori svizzeri.

[29] L’ambasciator veneto Gian Francesco Morosini, in una bellissima
relazione del 1570, loda le galee di Emanuele Filiberto di Savoja come
delle migliori di Ponente, e soggiunge:

— Tratta sua eccellenza le ciurme di queste sue galere, come quello
che n’ha poche, eccellentemente; dando, oltre le minestre, nei giorni
ordinarj trentasei oncie di pane per cadauno, dove il signor Giovanni
Andrea Doria non ne dà più di trenta; per il che il galeotto, oltre il
suo bisogno, ha pane che gli avanza, il quale può vendere a chi più gli
piace, e delli denari comprarsi delle altre cose; e comprano per lo più
il vino, il quale in quelle parti si ha per bonissimo mercato, tanto
che rari sono quelli che bevano mai acqua. Oltre questi, hanno quasi
tutti essi forzati anco delli altri denari; perchè, quando non sono
impediti dal navigare, fanno quasi tutti qualche mestiero, e tra gli
altri calzette di riguardo, delle quali cavano ogni anno molti denari:
e nell’ultima andata a Nizza di sua eccellenza non fu alcuna di quelle
sue galere che non vendesse calzette alli cortigiani per centoventi o
centocinquanta scudi d’oro almeno per cadauno.

«Oltre ai sessanta marinari, suole mettervi sino a ottanta o cento
combattenti; e a questi fa portare due archibugi per uno, con
cinquanta cariche, acconciate in modo con la polvere e palla insieme
ben legate in una carta, che, subito scaricato l’archibugio, non ci
è altro che fare, per caricarlo di nuovo, che mettere in una sola
volta quella carta dentro la canna con prestezza incredibile, e ciò
in tempo di bisogno fa fare da uno delli forzati, avvezzato a questo,
per ogni banco; onde, mentre che il soldato attende a scaricar l’uno
l’archibugio, il forzato gli ha già caricato e preparato l’altro, di
maniera che, senza alcuna intermissione di tempo, vengono a piovere
l’archibugiate con molto danno dell’inimico e utile suo...

«Sempre negozia in piedi o camminando; sta pochissimo in letto; parla
poche parole, ma piene di sugo. È tutto nervo con poca carne, ed ha
negli occhi ed in tutti i movimenti del corpo una grazia, che quasi
eccede l’umanità; in tutte le sue azioni ha una gravità meravigliosa
e grandezza, e veramente par nato a signoreggiare; parla italiano,
francese, spagnuolo, tedesco e fiammingo, sì che par nato in mezzo a
loro. Accetta di sua mano tutte le suppliche, volendo che la giustizia
si distribuisca sì al povero che al ricco; fa grandissima professione
della sua parola; invece di gentiluomini di bocca e di camera non
si serve che di cavalieri di san Maurizio, per indurre i nobili ad
entrarvi. A tavola si fa leggere sommarj di storie, delle quali si
diletta moltissimo; poi si ritira a lavorar d’artiglierie, di modelli
di fortezze, di fuochi artificiali con bravi artefici che trattiene;
ha gusto di conversare con uomini dotti in qualsivoglia professione,
e ragiona sempre con loro. Nella Germania è stimato tedesco per essere
della casa di Sassonia; da’ Portoghesi, portoghese per sua madre; tra’
Francesi, francese per i parentadi vecchi e nuovi; ma lui è italiano, e
vuole essere tenuto per tale».

[30] Il Boldù, ambasciatore veneto, scriveva il 1561: — Vi sono più
cause di alterazioni e divisioni fra i sudditi di sua altezza, come
l’antica causa guelfa e ghibellina che ancora in qualche parte regna;
d’una delle quali è capo il signor di Racconigi, che è la guelfa; e
della ghibellina il signor di Masino; dai quali due personaggi però
si può dire che dipendano quasi tutti i gentiluomini di Piemonte.
Nell’entrata che fece sua altezza a Mondovì furono per tagliarsi a
pezzi duemila uomini delle ordinanze per questa causa».

E il Morosini: — I suoi popoli non sanno industriarsi ad altro servizio
che di lavorar le terre, e lo dimostrano molto bene le case loro, nelle
quali non si vede tanta roba che vaglia quattro denari: ma parlo degli
uomini del contado e del popolo ancora, perciocchè neppure hanno letti
sui quali dormire, ma in cambio di quelli usano certi sacconi pieni di
foglie d’alberi, godendosi il mondo appunto in quel modo, nel quale lo
trovarono quando ci vennero. I Piemontesi nascono buoni soldati, ma non
si curano nè d’arti di commercio ad imitazione dei nobili, e lasciano
che i forestieri s’arricchiscano; non hanno altro pensiero che di
attendere a mangiare, a bere ed ai piaceri; e credami vostra sublimità,
che non v’è artefice tanto basso che non vuol mangiare salvaticine e
darsi piacere. Il duca impiega ogni opera per risvegliarli, ma con poco
profitto. Li popoli che abitano la Savoja sono timidi e vili, non si
danno ad alcuno esercizio, nè tampoco a quello delle armi; e fecero
vedere questa poca inclinazione allorquando il signor duca ordinò una
milizia per la quale avendo speso più di seimila scudi in armi, in poco
tempo ritrovorno che de’ morioni e corsaletti se n’erano serviti in
far delle pignatte e degli spiedi. Li nobili e feudatarj (della Savoja)
sono superbi, altieri e poco migliori della plebe».

[31] Nella abolizione degli stati Emanuele Tesauro riponeva la causa
delle guerre civili di Piemonte nel seicento: — Nei tempi andati quando
i Sovrani di Savoja erano meno potenti, ed i popoli erano più liberi,
sentendo ancora qualche odor di repubblica, signoreggiava nella Savoja
e nel Piemonte un potentissimo ed ai suoi monarchi formidabilissimo
tribunale chiamato la unione delli tre stati, ecclesiastico, nobile
e popolare, il quale usurpando una suprema ed illimitata autorità,
chiamava se stesso padre e tutore del principe, anzi principe nato
a distinzione del succeduto. Questi, allora che moriva il sovrano,
traeva a se medesimo tutta la sovrana potestà, ordinava la repubblica,
giudicava delle tutele e delle successioni contenziose tra dimestici
o stranieri pretensori del principato e ducato. Anzi facendo il
pedagogo sopra il principe adulto, censurava le sue azioni, esaminava
le risoluzioni della guerra e della pace, rifiutava o limitava le
dimande delle contribuzioni, opponeva ragioni alle ragioni, e talvolta
forza alla forza, non avendo allora il principe altro erario che la
libera volontà degli Stati, nè altre armi che le armi loro. Onde non
è meraviglia se in alcuni regni la baldanza degli altri Stati sia
giunta a segno di mettere le mani sopra il suo re. Ma questo tribunale,
dopo che i principi di Savoja sono divenuti più forti e perciò più
liberi, altrettanto ha perduto di forza e di libertà, ed a poco a
poco abbassato, finalmente fu estinto. Chi volesse parlare oggidì di
rinnovare il tribunale dei tre stati, sarebbe reputato reo di maestà.
Parlo dei tre stati formati, e non materiali, uniti in un corpo con
piena e libera autorità giudiciale, e non partitamente richiesti dei
loro voti, che sogliono darsi a genio del più forte». _Origine delle
guerre civili del Piemonte in seguito dei campeggiamenti del principe
Tommaso di Savoja, descritti dal conte e cavaliere gran croce don
Emanuele Tesauro, che serve per apologia contro Henrico Spondano_. In
Colonia 1673, appresso Giacomo Pindo, pag. 12-13.

[32] Il suo inviato alla credenza generale di Lanzo, nell’aumentare
il prezzo del sale, ragionava: — Sua altezza non la ricerca per altro,
salvo per poter rimediare alle fortificazioni, monizioni, artiglierie,
ed altre cose in conservazione del Stato e suoi sudditi, e _tanto più_
che per questa via resterà meno gravato il populo, poichè vi concorrono
preti, frati, signori, monache ed altri privilegiati».

[33] — Dovendosi partire sua eccellenza (Emanuele Filiberto) la mattina
seguente per andare all’esercito (sotto Hesdin in Fiandra), fu veduto,
nell’imbrunire della sera innanzi, uscir dal palazzo con un servitore
solo, quanto incognito si poteva; onde ognuno che lo vide e intese ciò,
giudicò, come giovane che egli era e a cui non spiacevano le donne,
ch’egli andasse a pigliar licenza da qualche sua innamorata. Niente di
manco si seppe di certo poi, che sua eccellenza andò al monastero di
San Paolo, dove essendo stato tutta la notte, si confessò, e la mattina
seguente, comunicato che si ebbe, e raccomandatosi a Dio, s’avviò di
lungo al carico suo del generalato dell’esercito». BOLDÙ.

* E l’ambasciatore veneto, al 21 gennajo 1599, scriveva alla sua
repubblica: «Il signor duca è andato nove giorni continui alla Madonna
di Mondovì, trattenendosi ivi dalla mattina assai per tempo fin quasi
la sera, replicandovi, com’è costume, ogni dì nove volte l’orazione
efficacissimamente. La quale non si discerne se sia o per dar grazia
dell’essere uscito dai passati pericoli, o se per fine abbia pur
solamente la dimanda di restar salvo da’ futuri».

[34] Che nelle nozze si stipulasse che il primo figlio erediterebbe
il Milanese col titolo di re di Lombardia, lo credo un sogno del Litta
nelle _Famiglie celebri_. Nel capitolato per l’elezione di Leopoldo I,
il duca di Savoja si fece confermare il titolo di vicario imperiale.

[35] Secondo il divisato d’allora, per l’esercito comune contro i
Turchi avrebbero dovuto dare:

                         fanti   cavalli   cannoni   vascelli
  Il papa                 8000     1200       10        10
  Lombardia               8000     1500        8         6
  Venezia                10000     1200       10        25
  Repubblica italiana    10000     1200       10         8

[36] Nel 1607 il duca di Savoja sbrigò e ottenne dall’imperatore
d’andar ambasciadore straordinario a Venezia per la pace che trattavasi
con Paolo V. Tre ragioni adduceva di questo desiderio: 1º perchè, se
la guerra divampasse, egli sarebbe il primo a sentirne i danni; 2º
perchè voleva distruggere l’opinione che godeva d’irrequieto e smanioso
della guerra; 3º perchè l’imperatore, il quale parlava di sposare la
sua figlia, vedesse che l’ambizione non era il suo vizio. Il Senato
avea stabilito che sessanta senatori col doge andrebbero incontrarlo
all’isola di San Clemente, ma il doge non uscirebbe dal bucintoro;
sessanta senatori lo condurrebbero all’udienza, ma il doge lo porrebbe
alla sinistra, e gli darebbe solo il titolo d’eccellenza. Per manco
di denaro o perchè non soddisfatto degli onori che la repubblica gli
destinava, l’ambasciata non ebbe luogo. Suo figlio Tommaso fu pure
incaricato di altre che guastò colle pretensioni. Vedi VICQUEFORT,
_L’ambassadeur et ses fonctions_. Colonia 1690.

[37] Vinciolo Vincioli aveva già preparato una canzone sull’impresa di
Ginevra, e fu pubblicata benchè riuscisse a male.

    Sola speme d’Italia e primo onore
      D’Europa, alto stupor del secol nostro,
      Saggio invitto guerrier, folgore e scoglio
      Di Marte, che di senno e di valore
      Sei dei principi altero e raro mostro,
      Che in verde etade hai mostro
      D’esser nato a domar l’antico orgoglio
      Del barbaro vicino, e di quegli empj
      Che, fuggendo il tuo scettro, ebber ardire
      Fabbricar nuova fede e nuova legge...

Così dic’egli a Carlo Emanuele; lo felicita d’aver vinto l’empio
Bretone, il Gallo audace, l’invido Germano; e che Dio avesse «percosso
di sua mano l’alto tiranno che regnava tra l’Alpe e tra Pirene», cioè
Enrico IV; e così via bestemmia tutti i popoli miscredenti.

    Or chi fia più che guerreggiare ardisca
    Teco, signor, se in tua difesa hai l’ira
    Di Dio, che al fondo i tuoi nemici ha messo?
    Credo che in ciel s’ordisca
    Che debban l’arme tue con breve guerra
    Vincer tutta la terra,
    La qual vinta che sia, dall’Indo a Tile
    Sarà solo un pastor, solo un ovile.

Intanto lo sollecita contro Ginevra:

      Nè gioveralle il lago e la palude,
      Nè i fiumi che difendon l’alte mura:
      Già da lontan s’ascolta
      Il pianto e ’l grido dell’afflitte genti
      E lo strido e i lamenti,
      E già veder il Rodano mi pare
      Portar il sangue invece d’acque al mare...
    Fa la pace fiorir di qua dall’Alpe,
      Mentre di là fera discordia ogn’ora
      Tiene in travaglio i popoli, che sono
      Verso Dio divenuti aspidi e talpe.

Poi nel trattato di Bruzolo del 1610 il duca combinava una nuova lega
con Enrico IV, stabilendo di ottenere il Milanese dopo conquistatolo, a
patto di cedere a questo la Savoja, distruggere il forte di Monmeliano,
e consegnargli due fortezze del Milanese. Protezione disinteressata!

[38] Il maresciallo di Crequi scrive a Luigi XIII: _Le duc de Savoie
accuse monsieur le connétable de n’avoir pas voulu laisser prendre la
ville de Gênes parce qu’il entretenait des intelligences secrètes avec
les principaux magistrats. Je ne dissimulerai point à votre majesté
que nous pouvions prendre Gênes, mais on n’a pas cru que le service de
votre majesté le permit. Monsieur le duc de Savoie se serait mis en
possession de la ville, et aurait voulu la garder pour lui. Si votre
majesté veut entreprendre une guerre avantageuse en Italie, envoyez-y,
sire, sous la conduite d’un de vos bons généraux, une armée nombreuse
et supérieure à celle de Savoie, de manière que vous puissiez faire la
loi à monsieur le duc, et qu’il ne prétende pas disposer de tout à sa
fantaisie_.

Su quest’età spargono moltissima luce le lettere del D’Ossat, oscuro
francese, assunto alla porpora pei proprj meriti, massime per la
ribenedizione d’Enrico IV. Era stato segretario del cardinale d’Este
nel 1582, poi direttore dell’ambasciata francese, infine ambasciadore
a Firenze, a Venezia, a Roma, Amelot de la Houssaie, noto pubblicista,
corredò quelle lettere di note, che anch’esse illustrano la condizione
del nostro paese e i personaggi che vi figurarono.

D’Ossat, nemicissimo al duca di Savoja, gli suppone i disegni più
ribaldi. Nella lettera CCXXXII avvisa Enrico IV de’ disegni di esso
contro di lui, e soggiunge: _J’ai horreur de vous ajouter une autre
chose, que gens de qualité m’ont dit qu’il attend avec plus de désir et
d’espérance que tout cela; mais je ne dois et ne puis vous faire plus
longuement. C’est le succès et événement des embuches et assassinats
qu’il a dressés et apostés en diverses façons contre la vie de votre
majesté, dont Dieu vous préservera, et le confondra lui, comme il
mérite, moyennant la précaution, dont votre majesté et vos serviteurs
useront. Ces choses ne se disent pas par tenans et aboutissans;
mais le naturel et la façon de procéder de l’homme les rendent trop
vraisemblables, et méritent que votre majesté et tous ses serviteurs
y prennent garde_. E nella seguente: _Monsieur de Savoie vous a meshui
fait assez connaître, qu’il n’a point de conscience, ni de crainte de
Dieu, et moins soin de son honneur et réputatation, ni aucune vergogne
des hommes_.

Interrogato dal papa del suo parere sulla guerra tra Francia e Savoja
nel 1600, insiste perchè il papa ne levi l’occasione col far che il
duca restituisca Saluzzo, paese dovuto alla Francia, e necessario
all’equilibrio d’Italia, dove altrimenti rimane despota la Spagna.
Divisando i caratteri de’ combattenti dice: _Monsieur de Savoie est
de telle complexion qu’il veut prendre l’autrui et sur plus grands
qu’il n’est, et ne veut point rendre; veut encore contracter et
faire des accords, promettre, signer, confirmer et reconfirmer, et
ne point tenir, ne rien exécuter, prenant pour galanterie de violer
la foi... Avec tout cela il pense de se mantenir en cette façon de
procéder par son bel esprit, fertil en toutes sortes d’inventions et de
déguisements, et par les forces d’Espagne, et par l’autorité de votre
sainteté, sachant le respect que le roi vous porte, et l’extrême désir
que vous avez de conserver la paix_.

All’acquisto di Saluzzo erano contrarj tutti i principi d’Italia, e
offrivano denari perchè Enrico rompesse il patto; D’Ossat lo considera
sempre come un’usurpazione, e non sa darsene pace; e rammenta al
re come, lasciandolo al duca, _perdrait beaucoup la réputation, qui
est celle par laquelle les rois et princes se maintiennent bien plus
souvent que par toutes leurs forces et moyens_. Ben sel sapeva il duca,
il quale diceva: la reputazione esser la pupilla del principato».

Amelot de la Houssaie, nelle note alla lettera LVII del D’Ossat, dice
di Carlo Emanuele: _Ce due était si ambitieux, si entreprenant et si
déloyal, que l’on se défiait autant de lui quand il avait de bonnes
intentions que lorsqu’il en avait de mauvaises. Tous les historiens de
son temps ont loué hautement sa valeur militaire, son intrépidité, sa
liberalité, sa pénétration, son expérience, mais ils l’ont tous accusé
d’avoir été sans foi_. — Siri, nelle Memorie secrete, VII: «Principe
per vastità d’ingegno e per intrepidità di cuore incapace di sgomento;
de’ maggiori che habbino regnato lungo tempo avanti di lui; fregiato
d’eccelse virtù e imbrattato di molti vizj, che lo resero notato nel
mondo per turbolento, ambiziosissimo, infido, ecc. — Il cardinale
Bentivoglio nelle _Memorie_: «Queste sì rare virtù venivano sommamente
oscurate dall’ambizione, la quale regnava in lui con tal eccesso,
che portandolo continuamente a torbidi, vasti, e per lo più fallaci
disegni, faceva ch’egli, invece di misurarsi con la misura sua propria,
usasse molto più quella dei re, alle cui prerogative non potendo
soffrir di cedere, come principe di tanta eminenza anch’egli, e d’una
casa tutta mista di sangue regio ancor essa; perciò cercava sempre
inquietamente con tutti i mezzi di rendere alle grandezze loro, quanto
più poteva, uguali le sue». — E il procuratore Battista Nani dice che
questo duca «al solo interesse immobilmente indirizzò le sue azioni».

[39] Un fatto particolare mostri la natura delle relazioni
internazionali. È noto che l’Inghilterra si era sottratta al papa e al
cattolicismo. A Roberto Dudley, duca di Northumberland, erano stati dal
re d’Inghilterra sequestrati i feudi; ed egli si volse all’imperatore,
volendo ancora considerarlo come signor sovrano quale nel medioevo,
e questo emanò una bolla, ove cassava la confisca. Tale bolla fu
confermata dal papa, il quale al vicario generale dell’arcivescovo
di Firenze commise di procedere e giudicare la causa fra il duca e
il re. E il vicario sentenziò doversi il duca reintegrar nelle sue
ragioni e risarcirlo con otto milioni ducentomila sterline; sentenza
della quale poteasi eseguire la disposizione sopra qualunque Inglese
non cattolico per via d’arresti, esecuzioni, sequestri (1626). Ma
per eseguirla voleasi la forza; e Dudley non sentendosela, divisò di
vendere quel titolo ad alcun potente, che se ne valesse in occasione di
guerra. La offrì dunque al duca di Savoja, il quale peritossi alquanto,
poi stimò più prudente informarne il re d’Inghilterra, avvertendolo
tenersi in guardia, che non avvenisse come sotto Urbano VIII, quando
ai sudditi inglesi fu nociuto assai con sequestri di gran valore.
SCLOPIS, _Relazioni politiche tra la dinastia di Savoja e il Governo
britannico_. 1853.

[40] Nel 1615, 5 giugno, si fece un concordato tra il fôro
ecclesiastico milanese e il secolare, diviso in quindici capi.

[41] PIETRO GRITTI, _Relazione di Spagna, letta al senato di Venezia
l’ottobre_ 1620.

[42] TASSONI, nelle _Filippiche_.

[43] Il lotto, detto del Seminario, pare fosse introdotto a Genova
al principio del secolo XVI: speculazione privata, che andava a
usufruttare la credula avidità anche in altri paesi. I principi di
Savoja lo proibirono, ma per fiscalità, anzichè per intento morale;
e Carlo Emanuele II, che v’avea sin comminata la galera per cinque
anni e la confisca nel 1655, nel 1674 permetteva a Cesare Chiapissone
d’introdurlo ne’ suoi Stati, col solo aggravio di cinque doti da cento
lire da distribuirsi a povere fanciulle. Nel 1696 appaltavasi per lire
settemila cinquecento.

[44] CAVAZIO DELLA SOMAGLIA, _Alleggiamento dello Stato di Milano_.
1653.

[45] Filippo II di Spagna in dote a sua figlia, sposata al duca di
Savoja, diede di percepire all’anno sessantamila ducati dalle rendite
del Milanese, e ottomila da quelle di Napoli.

[46] Erano feudatarj, i Visconti a Gallarate, a Dairago, a Pontirolo,
a Binasco, a Olgiate Olona, Ossona, Canonica; a Busto i Marliano; a
Landriano i Taverna; gli Arconati a Dairago; i Fossati a Nerviano;
i Castelli a Parabiago; i Missaglia a Seregno; i Bigli a Saronno; i
Gallarati a Concesa; i Mariani a Mariano; i Pietrasanta a Galliano
e Paderno; i Cusani a Chignolo; i Branda a Castiglione, ad Appiano
e nel Varesotto; i Trivulzi a Settala; i Medici a Melegnano; i
Biumi a Binasco; i Crivelli ad Agliate; i Sirtori a Torrevilla; i
Brebbia a Barzago; gli Airoldi a Lecco; gli Sfondrati e i Dal Verme a
Nibionno; i Durini a Monza; gli Archinti a Ficino; i Visconti Sforza
a Caravaggio; i Monti nella Valsassina; gli Aresi a Osnago, a Meda e
Barlassina; i Borromei a Valcuvia, a Brebbia, a Robecco, ad Arcisate,
nell’Alessandrino, sul lago Maggiore; e così nel Pavese i Mandelli,
i Beccaria, i Belgiojoso, gl’Isimbardi, i Gattinara; nel Cremonese i
Melzi, i Del Mayno, gli Schinchinelli, i Rosales, gli Schizzi, gli
Affaitati, i Salazar, gli Stampa; nell’Alessandrino gli Spinola, i
Trotti, gli Stampa, i Bonelli, i Pallavicini di Genova; nel Tortonese i
Cavalchino, i Marini, gli Spigno; nel Comasco i Gallio duchi d’Alvito,
i Crivelli, gli Alberti, i Lambertenghi, i Riviera; nel Novarese i
Tornielli, i Bolognini, i Caccia, i Serbelloni, i Trivulzi, i Modroni,
i Somaglia, i Masserati...

[47] Gregorio Leti ha una romanzesca vita dell’Arese, e tra altre
cose narra che un suo cameriere accumulò un tesoro col farsi dar dieci
soldi da ciascuno che presentasse un memoriale pel presidente. Il Leti
apre essa vita con queste frasi: — Ah! fia possibile che sia morto
l’Arese! Ah Parca micidiale, chi ti diè il potere di satollarti di
simili squisitezze? E vuoi poi essere chiamata Parca, se sei sì ingorda
e famelica? Va, hai vinto, morte, ma la tua vittoria non ha riportato
che una corona languida, frale, arida ed arsiccia, posciachè colla tua
falce non hai potuto recidere quello stelo che fa rivivere immortale
nel mondo la fama del presidente Bartolomeo Arese... Se i caratteri
non hanno ritegno per inoltrarsi nella posterità più remota, va, io ti
rendo priva di molti trofei la tua vittoria, giacchè con queste linee
ti tolgo l’opimezza che speravi con questo tuo colpo».

[48] Il duca di Rohan, verso il 1600, dice di Milano: _Sous cet Etat et
celui de Naples, les gentilshommes ne sont point marchands, comme par
tout le reste de l’Italie, et son fort somptueux en riches habillements
et pour eux et pour leurs chevaux; appliquent toute leur industrie à
faire quelque jour de parade et particulièrement au carneval, que leurs
riches habillements suppléent au défaut de leur bonne mine, ce qui a
tellement fait adonner les artisans à bien travailler, qu’ils se sont
rendus excellents, chacun en leur métier, surtout ceux d’Italie; de
façon que qui veut avoir de belles armes, de belle étoffe, de beaux
harnais de chevaux, de toute sorte de broderie, et bref de tout ce
qu’on peut souhaiter, il n’en faut point chercher ailleurs si Milan
n’en fournit_.

Della cittadella dice che _c’est la plus accomplie que j’aie jamais
vu, n’y manquant rien, à mon jugement, sinon que la garnison n’est pas
française._

[49] Varie gride. E vedi i nostri _Ragionamenti sulla storia lombarda
nel secolo_ XVII.

[50] «Non avendo sua eccellenza desiderato mai cosa che la quiete e
sollevamento delli vassalli di questo Stato, che tanto lo meritarono
per la loro fedeltà e divotione al servigio di sua maestà, e mostrando
l’esperienza che la principal rovina che sentono dipende dalli
eccessi e rapacità d’alcuni soldati mal disciplinati, dalle cui male
attioni risulta, non solamente discredito a quelli che si contengono
nell’osservanza delli ordini, ma inconvenienti, danni e molti delitti
gravi ed enormi, e che la maggior parte dei disordini procedono dal mal
esempio, negligenza, tolleranza, dissimulazione dei capitani...» Grida
4 marzo 1637.

[51] Istoria milanese in latino. All’opposto il Boccalini, nella
_Pietra del Paragone politico_, loda i Milanesi «virtuosi italiani, i
quali per la mirabile fecondità delli ingegni loro, nati all’invenzione
di cose eleganti, da Apollo meritamente vengono chiamati _primogeniti
delle lettere_».

[52] In tempo di simile baldoria capitò ad Acerra una compagnia di
commedianti, e subito fu presa a motti dai vendemmiatori; quelli
risposero, ma furono sopraffatti dalle arguzie d’un Puccio d’Aniello.
Laonde quei commedianti proposero a costui d’entrare nella loro banda,
ed egli colle buffonerie sue traeva gran gente ai loro spettacoli.
Morto, altri l’imitarono, e vuolsi da ciò cominciasse la maschera del
Puciniello o Pulcinella.

[53] _Tesoro politico_, tom. I. p. 317; CONTI, _Storia de’ suoi tempi_,
lib. II. 37.

[54] Dei vicerè un solo napoletano, il conte di Santa Severina; come
un solo milanese governatore a Milano, il cardinale Teodoro Trivulzio.
Ecco i vicerè di Napoli.

  1501 Don Gonsalvo di Cordova.
     7 Don Giovanni d’Aragona, conte di Ripacorsa.
     9 Don Ramon di Cardona.
    22 Carlo di Lannoy.
    27 Don Ugo di Moncada.
    28 Filiberto di Châlons, principe d’Orange.
    29 Cardinale Pompeo Colonna.
    32 Don Pedro Alvarez di Toledo.
    53 Cardinale Pacheco.
    55 Ferdinando di Toledo, duca d’Alba.
    59 Don Perafan di Rivera, duca d’Alcala.
    71 Cardinale Granuela.
    75 Don Inigo Lopez Hurtado di Mendoza, marchese di Mondejar.
    79 Don Giovanni di Zuniga, principe di Pietraporsia.
    82 Don Pedro Giron, duca d’Ossuna.
    86 Don Giovanni di Zuniga, conte di Miranda.
    95 Don Enrico di Guzman, conte d’Olivarez.
    99 Don Ferrante Ruiz di Castro, conte di Lemos.
  1603 Don Giovanni Pimentel d’Herrera.
    10 Don Pedro di Castro, conte di Lemos.
    18 Don Pedro Tellez y Giron duca d’Osanna.
    21 Cardinale Borgia di Candia.
       Cardinale Zapata.
    22 Don Antonio di Toledo, duca d’Alba.
    29 Don Ferrante Afan di Ribera, duca d’Alcala.
    31 Don Emanuele di Guzman, marchese di Monterey.
    37 Don Ramiro Guzman, duca di Medina las Torres.
    44 Don Giovanni di Cabrera, ammiraglio di Castiglia.
    46 Don Rodrigo Ponce di Leon, duca d’Arcos.
    48 Don Inigo Velez, conte d’Ognate.
    53 Don Garcia di Haro, conte di Castrillo.
    59 Don Gaspare Bragamonte Guzman, conte di Pegnaranda.
    64 Don Pasquale cardinale d’Aragona.
    66 Don Pedro Antonio d’Aragona.
    72 Don Antonio d’Alvarez, marchese d’Astorga.
    75 Don Ferrante Fajardo, marchese di Los Velez.
    83 Don Gaspare di Haro, marchese del Carpio.
    87 Don Francesco Benavides, conte di Santo Stefano.
    96 Don Luigi della Cerda, duca di Medina Cœli.

[55] È caratteristico il bando pubblicato dal vicerè in Palermo il
28 maggio 1621: — Convenendo al servizio di sua maestà cumulare et
ammassare quella maggior somma di denaro che si può dal suo real
patrimonio, per soccorrere et subvenire alle urgentissime necessità
che soprastano, ed alla conservazione degli Stati e dominj di sua
maestà e sua real corona, per esecuzione di ordine dato per sue reali e
duplicate lettere a sua eccellenza dirette, colla deliberatione, voto
e consiglio del tribunale del real patrimonio, ha deliberato vendere
ed alienare, cossì a tutti passati, come per termino ad redimendum,
ogni giurisditione di mero e misto imperio, alta e bassa, cum gladii
potestate, a tutte quelle città et università e terre del regno che
la vorranno comprare; nec non vendersi a tutti e qualsivoglia signori,
baroni di vassalli, feudatarj e pezzi di territorj e burgensatici etiam
che dette baronie, feudi, territorj e burgensatici fossero posti e siti
dentro o fora di territorj e giurisditione di università; pretende sua
eccellenza vendere a tutti passati tutte quelle giurisditioni di mero
e misto imperio, venditi et alienati cum certa gratia redimendi, a
tutti passati absque spe redimendi; e questo per quella maggiore somma
e prezzo che potrà convenire, cossì de’ contanti, come ad tempus. Per
tanto in virtù del presente bando si notifica a tutte e qualsivoglia
persone, officiali di università, signori, padroni di stati, di terra
et habitatione, baroni e feudatarj, e qualsivoglia padroni di territorj
e burgensatici, che volessero attendere alla compra del mero e misto
imperio in larga forma di dette università, loro territorj, e di detti
stati, baronali e feudi e loro territorii e di detti stati, baronie,
feudi e loro territorj, e delli sudetti burgensatici e territorj, e
che sieno situate nelli territorj delle città demaniali o di altri,
habbiano e debbiano comparire nel tribunale del real patrimonio con
loro memoriali oblatorj, che si accetteranno le offerte proficue al
servitio di sua maestà, e che il prezzo sia parte di contanti e parte
ad tempus. E di più si notifica a tutti officiali di università, e
signori padroni di vassalli, feudatarj et altri, che avessero comprato
mero e misto imperio con certa gratia redimendi, che vedendo quella
comprare con loro memoriali oblatorj, che si accetterà l’offerta che
sarà parimenti proficua per il servizio di sua maestà e della forma
e maniera di sopra espressate. _Promulgetur: Corsettus F. P. — Billia
Attuarius_».

[56] Opera capitale è CAMILLO TUTINI, _Dell’origine e fondazione dei
seggi di Napoli_. 1644.

[57] Carteggio del residente del duca d’Urbino. In una grida, spesso
ripetuta con qualche varietà, leggiamo: — Essendo pervenuto a nostra
notizia che, per l’avidità di alcune persone poderose ed ingordigia dei
venditori, il prezzo dei grani ed orzi si è alterato dal tempo della
raccolta in qua a prezzi eccessivi, in grandissimo danno e pregiudizio
dei poveri di tutto il regno, ecc.... e volendo rimediar come si
conviene a cosa di tanto pregiudizio del regno, ecc.».

[58] ZAZZERA, _Governo del duca d’Ossuna_. Perciò il Boccalini, nella
_Pietra del Paragone politico_, dice che la Spagna «figurata da una
potente reina, ha il corpo pieno di sanguisughe, per la maggior parte
genovesi; e ve ne sono di quelle grosse come anguille di Comacchio».

[59] Il residente del granduca scriveva al 27 luglio 1606: — Qui si sta
senza pane e senza vino, con imposizione di nuove gabelle».

5 settembre 1606: — Qui si contano li homini per quartieri e per le
case; e si sta in tanta necessità, che danno cinque tornesi di pane
per bocca; e chi ne vuol più, ha da comprarse lo pane fatto fare per
forestieri, che è piccolissimo».

23 aprile 1607. — La carestia è per lo Regno tanto grande, che vengono
le comunità insieme in Napoli, e vanno gridando per la città pane. Ed è
calata tanta poveraglia, che piaccia al Signore che questa città non si
appesti, perchè le genti muoiono per le strade».

10 marzo 1609. — Per beneficio di questa città si erano messe gabelle
sopra ogni sorta di legno e legnami, e sopra ogni sorta di corami, con
mira di vedere di poter rimediare in qualche parte tanto debito. Ma
questo popolaccio di Napoli, non potendo comportare questa repentina
novità, è stato per farne tumulto».

Francesco Palermo pubblicò nell’_Archivio storico italiano_ una
preziosa raccolta di documenti intorno alla condizione economica del
Regno dal 1522 al 1647. In lettere del residente in Napoli pel duca
d’Urbino leggiamo: 31 dicembre 1611. — Il signor conte (di Lemos) ha
con dolce maniera indotti i trattenuti a sottoscriversi di restar
contenti di sei mesate del loro soldo, facendo dire che non forza
nessuno, ma che mirerà con buon occhio quelli che lo faranno, e gli
altri no; e che gli uni saranno nell’avvenire ben pagati, e gli altri
male. Così tutti corrono a gara a far quello che sua eccellenza
desidera, e vi è chi perde tre o quattromila ducati, che non ha
altrettanto al mondo».

17 luglio 1621. — Qua la moneta è tanto scarsa, che ogni mille ducati
non sono scudi quattrocento d’argento, per esser moneta piccola,
tagliata e falsa: e così non potendo nè avendo modo il creditore dove
investire detta moneta, s’induce a calare a sei ed a sei e mezzo per
cento».

4 febbrajo 1622. — La confusione e danno incredibile che tuttavia si
va augumentando in questa città e in tutto il regno per cagione di
queste zanette da cinque grani, infamissime e vituperose, non si può
esprimere. Basta solo a dire che è difficilissimo il poter trovare
da vivere con questa sorta di moneta, e d’altre non se ne vedono: e
se dura niente più, si morranno le genti di necessità, sendo la roba
rincarita eccessivamente tutta, e quel che è peggio, non se ne può
avere».

[60] Così dice la Relazione elzeviriana che enumera le seguenti torri
del littorale:

  In Terra di Lavoro           32
  Nel Principato citeriore     69
  Nella Basilicata              7
  Nella Calabria citeriore     27
  Nella Calabria ulteriore     50
  In Terra d’Otranto           65
  In Terra di Bari             16
  Nell’Abruzzo citeriore        7
  Nell’Abruzzo ulteriore        6
  Nella Capitanata             22

Essa Relazione dà che il Napoletano rendeva due milioni cinquecentomila
ducati, compresovi un milione ducentomila che il popolo dà al re ogni
due anni a titolo di donativo, e trentun grano che paga ogni fuoco per
gli alloggi, e sette grani pei custodi delle torri marittime, e nove
per la manutenzione delle strade, e cinque pei bargelli di campagna; ma
la rendita basta appena alle spese.

[61] GIULIO CESARE CAPACCIO, _Il forestiere_. Napoli 1634.

[62] GUERRA e BUCCA, _Diurnali_.

[63] Lib. XXXIII. c. 4. Della condizione delle Due Sicilie ben informa
Federico Badoero nella relazione che, reduce dall’ambasceria a Carlo
V, nel 1557 fece al senato veneto (_Relazione d’ambasciadori veneti_,
vol. III, serie 1ª). Ne scerremo pochi passi caratteristici: — È il
regno di Napoli reputato il primo del mondo per fertilità, considerata
la quantità e la qualità delle cose che vi nascono. Di grani ne vengono
in Venezia, e ne vanno in Genova e Toscana. Ha animali assai, ogni
sorta di frutti, di mandorle, noci ed aranci, de’ quali ne vanno in
Barberia ed Alessandria, e ne vengono in Venezia in gran copia. Di
zafferani ne manda per tutta Italia e Germania per più di centomila
scudi, e Roma suol ricevere dal regno gran parte del suo alimento. Di
olio ne spedisce un milion d’oro in diverse parti, e sete a Genova,
Lucca e Milano, e così bambage, lana, galla e comini. Tutti li luoghi
del regno tra città, terre, castelli, borghi e villaggi sono duemila
seicento in circa. Quelli che hanno nome di città sono più di cento,
ma da Capua, Gaeta, Otranto e Cosenza in fuora, sono tutte di cattive
abitazioni, sporche e piene di gente vile: ma si vedono in Napoli
raccolte tutte le belle parti che potriano adornare molte di loro, la
quale abbonda di tutte le cose necessarie al vivere, ed è piena d’ogni
sorta d’artefici e mercanti; ha eziandio un deposito di trecentomila
scudi per le occorrenze della difesa del regno, de’ quali tengono li
deputati una chiave e un’altra il vicerè. Vi è numero assai di gente da
prender l’armi; tutti i tribunali di giustizia sono in essa; vi si vive
religiosamente, e vi si trovano persone assai divote, specialmente le
grandi, le quali fanno molte elemosine e altre opere piissime. Tuttavia
è quello il peggior regno del mondo per uomini di cattiva vita, i
quali pare che da natura nascano inclinati ad ogni tristizia. Sono
molto audaci e dediti alla lussuria, e le donne quasi tutte meretrici.
Fanno spese magnifiche nel vestire, ma stanno in casa vilissimamente.
Sono ambiziosi e presuntuosi, desiderosissimi di vendicarsi, adulatori
grandissimi e loquacissimi, bugiardi, e par loro che l’osservare
sia paura, e di tutte le cose si burla questa pessima generazione.
Al governo delle cose famigliari sì gli uomini come le donne bene
attendono, e vagliono assai, e sono atti a’ negozj per l’acuto ingegno
che hanno. Si dilettano di lettere, e massimamente di poesia, e
fanno professione sopra ogni altra cosa dell’armi. Le donne sono di
maniere assai graziose, ed esse e gli uomini di bella forma, e vivono
comunemente fino a sessant’anni; la loro complessione è sanguigna e
collerica. Gli abitanti del regno si sono trovati essere due milioni
cinquecentomila e trecento... Uomini d’arme mille quattrocento, in gran
parte gentiluomini, e tutti di bella e buona complessione di corpo,
di cuor grande e d’intelligenza e valore. Hanno fatto prova nelle
guerre di Piemonte, Toscana e Germania, e tutte le compagnie si trovano
benissimo armate, e molto meglio fornite di cavalli, perchè vi sono
delle razze assai, e ben tenute da’ contadini e signori; e di quella
del re, che è numerosissima di giumente, se ne prevagliono a conto
delle loro paghe. Sono per lo più li cavalli napolitani di mediocre
vita, non vaghi come li giannetti, ma più belli che li frisoni, forti
e coraggiosi; ed usano di armarli in guerra di pettorale e frontale. I
cavalleggieri sono ordinariamente duecento delle qualità predette; vi
è poi una compagnia di cento gentiluomini, la metà italiani, e l’altra
metà spagnuoli, chiamati li Continui, anticamente deputati a far la
guardia al re, e il pagamento di ciascuno è di centocinquanta ducati
all’anno e trentasei per le tasse.

«Di gente a piedi si potrebbero fare ventimila fanti, ma farebbe
bisogno trovare tutte le sorta d’arme per ciascuno, essendo loro
vietato il tenerne; e se verso sua maestà fossero amorevoli, se ne
potrebbero mettere tanti insieme, che le genti del papa con quelle del
re di Francia e un terzo appresso non sarebbero bastanti a fermar il
piede in niuna parte di esso regno; e li fuorusciti e quelli che vanno
fuori per elezione, che ve ne sono sempre tra due e tremila, servendo
chi il suo re, chi quello di Francia e altri, fanno riuscita di
valorosi soldati.

«Di galere ne tiene ordinariamente esso regno cinque, ma fino a venti
si stima che ne potrebbe fare, ma di qualità piuttosto inferiori che
pari a quelle di Sicilia...

«L’entrate ordinarie di sua maestà da fuoghi, dogane, gabelle, dazj
e tratte di varie cose, sono di ducati intorno ad un milione, e li
donativi ogni due o tre anni, ora di seicento, ora di ottocentomila
ducati, ma delle ordinarie ne ha già sua maestà impegnato per
cinquecentomila ducati.

«De’ signori temporali, i principi sono tredici, i quali hanno di
rendita da sedici fino a quarantacinquemila ducati; li duchi sono
ventiquattro, con rendita fino a ventiseimila ducati; i marchesi
venticinque con rendita da quattro a ottomila; li conti novanta, de’
quali alcuni ne hanno duemila, alcuni mille, ed altri soli cinquecento
ducati; e i baroni sono presso a ottocento; onde l’entrata di tutti
insieme può ascendere sino a un milione e mezzo d’oro; e quella delle
terre franche è così picciola cosa, che non accade farne menzione
alcuna.

«Quanto all’animo de’ sudditi verso sua maestà, si può dire che il
maggior numero di essi abbiano lui e tutta la nazione spagnuola in
odio, parte come parenti di tanti fuorusciti, parte come quelli che si
vedono privi di molti e diversi gradi ed utili, che per privilegio del
regno dovevano esser dati loro, e non a’ Spagnuoli. Li ben disposti
sono quelli che hanno avuto beni dei fuorusciti, e che per dubbio
di perderli sostengono le parti di sua maestà regia. Ma in generale
quei popoli che hanno l’umore non più inclinato a’ Francesi che a’
Spagnuoli, non l’amano, per le tante e continue gravezze che sono
costretti a pagare, e per la loro naturale disposizione, che è di
esser più desiderosi di novità che d’altri del mondo. L’obbligo poi de’
signori è di servire con la persona quando il regno viene assaltato;
ma alle volte hanno usato di pagare fino a centocinquantamila scudi tra
tutti per non andare ecc.».

Altri ragguagli si raccolgono dall’informazione di Michele Suriano al
1559: — Non si può immaginare alcuna via da cavar denari da’ popoli,
che non sia in uso in quel regno. Onde i regnicoli per la maggior
parte sono falliti e disperati, e molti si mettono alla strada per
non avere altro modo di vivere; onde nasce tanto numero di ladroni e
fuorusciti, che non ne sono altrettanti in tutto il resto d’Italia.
La causa di così grande strettezza è notissima, che l’entrate del
regno sono vendute ed impegnate per la maggior parte, e la spesa
non si sminuisce, ma s’accresce degl’interessi aggiunti, ed oltre di
questo dagli accidenti straordinarj, che hanno bisogno di provvisioni
estraordinarie, come l’anno del 1557, che il regno fu assaltato da’
Francesi...

«La spesa dannosa è quella di tante fortezze che non sono manco di
venti o venticinque per il regno, e se n’aggiunge ogni dì qualcuna per
appetito delli vicerè, li quali per accomodare alcun suo creato trovano
un sito, e principiano a fortificarlo per mettere costui alla custodia
con una compagnia di fanti con quattrocento o cinquecento ducati di
provvisione all’anno; il che è causa di molti danni, perchè le fortezze
non si forniscono, e restano imperfette ed in pericolo d’esser occupate
e tenute dalli nemici, o se pur si forniscono, hanno bisogno di molta
spesa e di molta gente, e di molti capi per custodirle.

«Nelli capi v’è questa difficoltà, che un solo che sia di poco valore o
di poca fede, tradendo la sua patria, può mettere in confusione tutto
il regno. Ma nelle genti ve ne sono due: l’una in tempo di pace, che
per guardar tanti luoghi bisogna mezzo un esercito; l’altra in tempo
di guerra o di sospetto: che se la provvisione che si fa nel regno si
parte per le fortezze, si perde la campagna, e se si sta in campagna,
si perdono le fortezze, perchè non si può sapere il disegno de’ nemici,
e non si può esser in tempo a soccorrerle da ogni parte; e provvedere
per le fortezze e per la campagna è impossibile...

«Dell’animo dei popoli mi basterà dire quello che è solito dirsi de’
Napoletani, che ogni governo li sazia ed ogni stato li rincresce; e
benchè le cose siano ridotte in termine che la corona di Spagna, per un
continuato possesso di tanti anni e per la grandezza della sua fortuna,
ha spente tutte le passioni antiche del regno... però il re presente
non sarà sicuro della volontà di quei popoli, quando avesse qualche
sinistra fortuna o in Italia o in altre parti. E tanto più quanto li
baroni e li privati sono malcontenti; questi per le troppe gravezze,
e quelli per la poca stima che è fatta di loro, ed universalmente
tutti per molti difetti che sono in quel governo, che sono tre
specialmente. L’uno è, che sua maestà tiene quel regno in forza, perchè
dubitando dell’animo de’ regnicoli vuole avervi sempre una guardia di
Spagnuoli; e sebbene si tollera il tener con forza esterna li Stati che
s’acquistano di nuovo, però in un regno antiquato nella Casa e fatto
già ereditario, le forze forestiere sono più per afflizione de’ popoli
che per custodia del regno. Il secondo difetto è che le utilità e
onori del regno, che dovrebbero essere distribuiti fra li regnicoli, si
danno per l’ordinario a Spagnuoli ed a Giannizzeri, che così chiamano
quelli nati di sangue misto di Spagnuoli e di quelli del regno; onde li
regnicoli non possono sperare per alcuna via d’aver gradi nelle loro
patria nè appresso il loro principe, e tutti quei popoli premono in
questo più che altra nazione del mondo. Il terzo difetto è nelle cose
della giustizia, la quale è eseguita in quel regno senza far differenza
alcuna fra nobili e ignobili; e sebbene nel viver politico la giustizia
distributiva vuol esser regolata con proporzione geometrica, che è
secondo la qualità delle persone, altrimenti non è giustizia (come si
vede che la pena dell’infamia è ad un ignobile poca, e ad un nobile
grandissima), però quei ministri procedono nelli meriti e demeriti,
nelli favori e disfavori de’ nobili ed ignobili con un’istessa misura,
non avendo considerazione alla diversità che ha messa fra questi e
quelli la natura e la fortuna, che non si può mutare chi non muta
la natura e i costumi di tutto il mondo. Di qui nasce che li nobili
si disperano, vedendosi abbassati al pari di quelli che gli sono
inferiori; e gl’ignobili, per essere trattati come nobili, diventano
insolenti e presuntuosi. Tutti questi rispetti, e altri che lascio
per brevità, fanno stare quei popoli malcontenti in modo, che sarebbe
pericolo che in qualche occasione che si appresentasse fossero facili a
mutar principe, credendo di mutare fortuna; sebbene hanno provato molte
volte, che quel male è come la febbre d’un infermo, che per cambiarsi
di un letto in un altro e d’una camera in un’altra, non per questo
l’abbandona, ma la porta seco in ogni luogo.

«Ma li Siciliani non hanno causa di desiderare mutazion di stato se
non fosse per le parzialità che sono fra loro; le quali sebbene don
Ferrante Gonzaga ed altri vicerè hanno cercato di comporre, non hanno
mai potuto far tanto che basti, perchè la discordia invecchiata è
come un’infermità velenosa sparsa per tutto il corpo, che sebbene
per forza di medicine ed empiastri si mitiga da una parte, però dà
fuori dall’altra, e da quella dove manco s’aspetta; e le discordie fra
cittadini, massime quelle fra nobili e plebei, hanno sempre causato
grandissimi danni nelle città e nei regni. Per questo pericolo fu già
consigliato l’imperatore a fare una fortezza in Palermo per tener in
freno quella città, la quale per essere grossissima, e piena di baroni
e signori e principali capi di quel regno, è seguitata nelle azioni sue
o buone o cattive da tutto il resto dell’isola ecc.».

[64] Come di tutte le cospirazioni fallite, si disputò se realmente
sussistesse. Il Botta non fa che copiare elegantemente il Giannone, il
quale copiò materialmente il Parrino. Guglielmo Libri, nell’_Histoire
des mathématiques_, vol. IV. p. 151, asserisce che _il est difficile de
ne pas voir en Campanella un martyr de l’indépendance italienne!_

Del Campanella come filosofo e politico parliamo a disteso nel Cap.
CLVIII. Ma qui serve mostrare con qual politica egli insegnava alla
Spagna a farsi forte nella penisola. — Quella parte d’Italia che da’
suoi principi è retta, è istigata all’odio degli Spagnuoli; però essa
in due cose minaccia il re: l’una è con chiamare Francesi in sullo
Stato di Milano, al che il re può provvedere col presidiar bene i
confini, e levar via li villaggi senza mura, che sono preda delle prime
scorrerie, e far che, all’usanza di Ungheria, tutti i beni stieno
nelle città, e gli armamenti dell’armi meccaniche ancora. Genova è
opportunissima per soccorrere, e Napoli ancora quando il re facesse
un’armata, perchè il signor del mare sempre della terra fu signore,
che quando li piace sbarca le sue forze osservando il tempo e il luogo.
Ma neanco i Franzesi possono senza chiamata. Onde, per meglio ovviare,
deve il re tenere confederazioni con Svizzeri e Grisoni suoi convicini
e pagare trentamila di quelli ordinariamente con mezza paga, come
fanno i Veneziani, e al bisogno opponerli ad ogni possanza. E acciò
che moltiplicando tali popoli non invadino sopra il ducato di Milano,
come hanno fatto al tempo de’ Romani, è bene disgiungerli spesso
in Fiandra e nel Mondo Nuovo ed in Napoli. Certo, se questi popoli
s’accordassero, l’Italia sarebbe loro; ma mentre servono a diversi re e
repubbliche, come hanno cominciato, mai non si uniranno in moltitudine
contro l’Italia; e perciò bisogna cautelarsi con tenerne assai di
loro. L’altra minaccia d’Italia è l’unirsi col papa e Francia a danno
di Spagna; ma questa cosa è delusa se il re vuole; imperocchè nessuno
di loro si fida solo far questo, senza il papa e Francia, poichè a
mantenersi appena bastano, e non cercano acquistare se non per qualche
gran rivoluzione, come fecero i Veneziani a tempo delle guerre papali
con gl’Imperiali, e nel passaggio d’Oltramontani. Dunque se il re col
papa s’accosta, mai può temere; perchè nessun regno d’Italia senza suo
volere mai si mutò, e tutte le mutazioni di Napoli egli le fece. E se
il papa vuole contro qualche duca o repubblica d’Italia armarsi, subito
vince, quando usa tutti i rimedj, cioè bandire l’indulgenze contra, e
assolvere i vassalli dal giuramento, e chiamare a danno loro altri,
come fece Giulio II quando scomunicò i Veneziani e perdettero ogni
cosa. Or ceda il re al papa anche l’_Exequatur_, e gli doni l’autorità
dell’ultima appellazione, che due vescovi col re, come clerico, siano
giudici d’ogni appellazione, secondo che fece Costantino, e faccia
patto col papa che gli altri, i quali non cedano, perdano lo Stato.
Perchè se gl’Italiani signori alcuni o tutti cederanno, il re, come
vindice delle giurisdizioni papali, con crociate ed altre forze del
papa, ad uno ad uno gli abbasserà tutti sotto il suo dominio; e mentre
cede al papa guadagna l’animo e le forze sue, e delli principi italiani
le forze. Questo si può fare al tempo suo; ma stando le cose come oggi
stanno, deve sforzarsi il re di tenerli disuniti servendosi di Parma o
d’altri, e gli altri curando, chiamando i Veneziani padri dell’Italia
per onorarli, e chiedendo loro alcuni giudici nobili per mandarli al
governo di Fiandra, perchè quei popoli più si confanno con li Italiani,
massime con Veneziani, e gli deve premiare di qualche baronia, già
assicurato che essi sono giusti e magnanimi, e deve procurar anche che
gli Olandesi piglino legge da Venezia. Ma se si potesse con tal arte
indurre i Veneziani alle mercanzie del Mondo Nuovo, levandoli quelle
d’Alessandria e Soria per il mar Rosso con le navi portoghesi, sarebbe
un insignorirsi di Venezia come di Genova. Però per assicurarsi da’
Veneziani, non solo è buona l’armata che corseggi l’Italia, ma le forze
dell’arciduca di Gratz ancora, e de’ Grigioni loro confini, servendosi
di quelli in guerra con suo utile e paura de’ Veneziani. Da Toscana
poi e Venezia deve il re ricettare tutti li banditi, e servirsi di
loro in guerra e remunerarli perchè chiamino gli altri, e gli abbia
opportuni contro la patria loro, come spesso fece il duca di Milano
e il re di Francia coi fuorusciti genovesi e fiorentini. Onde oggi li
Piccolomini e li Strozzi insieme con Don Pedro de’ Medici sarebbono di
gran paura al granduca di Fiorenza. Ma se il re ha caro di fare che
si disuniscano, non faccia paura a loro, poichè la paura di Spagna
mantiene l’Italia unita: però bisogna mostrare poca voglia contro
di loro. Con la religione nè si devono nè possono disunire, ma con i
benefizj come fu detto. Ma se un papa austriaco si facesse, sarebbe
finita l’Italia. Il trattare con Genova è ottimo come fa, perchè
ha Genova per suo erario, e se ne serve ad abbassare i baroni delli
altri Stati per navigare. Ma se gli deve mantenere in modo che non per
necessità lo servino, ma per amore. Così li debiti a loro non deve
estorcere, nè terre di presidio assai deve a loro dar in pegno, che
in una rivoluzione d’Italia potrebbono alzar la bandiera per Genova.
Sempre dunque il re avrà l’occhio fisso sopra queste due repubbliche
floridissime, Venezia e Genova, delle quali è senza dubbio che
Venezia avanza di gran lunga Genova e di stato e di grandezza: e se ne
cercheremo la ragione, troveremo ciò essere avvenuto perchè i Veneziani
attendono alla mercanzia libera, e si sono arricchiti mediocremente in
particolare, ma infinitamente in comune, ma all’incontro i Genovesi
impegnandosi affatto in cambj, hanno arricchito immoderatamente la
facoltà particolare, ma impoverito altamente le entrate pubbliche. E
per conto di questa diversità avrà il re diverse maniere di trattare
con l’una e l’altra repubblica». _Della monarchia di Spagna_, cap. XXI.

[65] Il Badoero, nella succitata relazione, dice: — Due si possono
chiamare le metropoli di quel regno, Palermo e Messina, perchè nè
l’imperatore nè il re hanno mai voluto decidere la precedenza tra loro,
parendo che torni a maggior sicurtà ed utilità del re lasciarle in
questa emulazione. Da queste due in fuori, che sono grandi e belle,
dell’altre non è da farne gran stima, se ben non mancano di cose
necessarie al nutrimento, ma sì d’artefici, facendo l’abbondanza i
paesani negligenti, e solo li forestieri che sono andati ad abitarvi,
cioè Genovesi, Fiorentini, Lucchesi, Pisani e Catalani, hanno tirato
varie industrie.

«Nelle cose della religione vivono quei popoli molto divotamente, ma
da pochi anni in qua vi si sono scoperti dei Luterani, e l’uffizio
di quell’Inquisizione è intorno ciò molto occupato, e si può senza
pregiudizio de’ buoni ben affermare essere verissimo quel detto di san
Paolo, che disse che tutti gl’isolani erano cattivi, ma i Siciliani
pessimi; e vien giudicato che non solo niuna bontà si ritrova, ma niuna
giustizia, anzi ogni tristizia. Sono audacissimi, nel mangiare parchi,
e universalmente sobrj nel bere, e più che continenti nelle cose
veneree, vivendo in così gran gelosia delle loro donne, che le tengono
ristrette; fanno acerbissime vendette sopra chi dà loro sospezione; ma
elle sono grandi meretrici con parenti e servitori. Peccano eziandio
forte i Siciliani in avarizia, che con vergogna e strettezza fanno
le spese per il vivere, vestire ed ornamenti di casa. Sono ancora
alteri, e dove non è differenza grande di titolo, non si cedono l’uno
all’altro. Sono ardenti amici e pessimi inimici, subiti ad irarsi,
invidiosi, di lingua velenosa, d’intelletto secco, atti ad apprendere
con facilità varie cose, e in ciascuna loro operazione usano l’astuzia.
In Catania vi è uno studio di legge, ma non notabile per alcuna cosa.
Vivono intorno a sessant’anni: sono di statura mediocre, bruni alquanto
e di complessione caldissima...

«Fa esso regno mille seicento cavalli, e potria accrescerli fino a
tremila, oltre che vi stanno ordinariamente trecento alla leggiera e
tre compagnie di cappelletti, e la descrizione fatta dei fanti è di
diecimila; ma se ne potriano metter insieme forse altrettanti...

«Di galere non si è sua maestà fin qui servita di più di dodici, ma ne
potria fare sino a venti, avendo pegola, sevo, biscotto, marinarezza,
ciurme e comodità di legnami dalla Calabria, e anco di maestri, i quali
però sono poco intendenti e tutti pigri. Di capitani non ve n’è alcuno
segnalato nè in questa milizia nè nella terrestre, e pochi ancora di
piccola condizione...

«Trae sua maestà d’ordinario tra le dogane di Palermo e Messina, gli
uffizj di mastro secreto e portolano, decime, composizione e tesoreria
ducentosessantamila scudi l’anno; e di straordinario, che è fatto
ordinario, centocinquantamila scudi per tre anni, non si computando
che esso regno dà dodici galere, e mantiene tremila fanti spagnuoli
alla guardia de’ castelli, e che dalli ufficj ne cava sua maestà una
gran somma di denarj da far ponti e pagar fabbriche ed altre cose
necessarie. Occorre anco molte volte che sua maestà, non ostante esso
donativo ordinario, ne dimanda un altro in essi tre anni di centomila
scudi, e più o meno, secondo che giudica di poter ottenere. Trae anco
dalle imposte de’ grani un anno per l’altro intorno a centomila scudi,
che in tutto è oltre a mezzo milione.

«Solevano i vicerè mandare centocinquantamila scudi a sua maestà ogni
anno: ma ora che tutte le entrate ordinarie sono impegnate, manca il
modo di pagar gl’interessi, e di ciò si lamentano assai li particolari,
vedendo che vien posto il più sopra il capitale...

«Essi popoli in generale non amano il re loro, e dagli effetti che
fecero contro don Ugo di Moncada e altri vicerè, molti hanno fatto
giudizio, che se avessero veduto presidio atto ad assicurare la loro
libertà avriano mutato il governo del re e della nazione spagnuola,
odiandola sommamente; ma la discordia fra Palermitani e Messinesi fa
contenere ciascheduno in ufficio».

[66] Gregorio, nella _Bibliotheca aragonensis_, riferisce una
_Descriptio feudorum sub rege Federico_, ove si vide di quanta potenza
dovean essere i feudatarj, possessori di moltissime castella ciascuno,
segnatamente le famiglie Ventimiglia, Palizzi, Sclafani, Barresi,
Passaneto, Chiaramonte, Montaperto, Lanza, Rubeo, Tagliavia, e tre
aragonesi degli Alagona, Moncada, Peralto. Ciascun feudo abbracciava
molti territorj e signorie e città, che ognuna da sè avrebbe potuto
costituir un feudo: così alla contea di Modica appartenevano Modica,
Ragusa, Chiaramonte, Monterosso, Scicli, Comiso, Spaccaforno,
Giarratana, Biscari, Odogrillo, Dorillo ed altre terre; diciannove
feudi riuniti formavano la signoria di Butera, inoltre alla camera
reginale appartenevano Siracusa, Paternò, Mineo, Vizzini, Lentini,
Castiglione, Francavilla, Villa Santo Stefano, Avola, Pantellari ed
altri, sottoposti all’amministrazione della regina.

[67] Chi desiderasse molti esempj simili, non ha che a vedere
VILLABIANCA, _Sicilia nobile_, part. II. t. I.

* Un rapido e succoso cenno sulle condizioni della Sicilia nel 600 può
vedersi nella vita d’Ottavio d’Aragona, _Archivio storico italiano_, t.
XVII. p. 25 e seg.

[68] «Il granduca ed altri principi detestavano la pace d’Enrico IV
con Savoja, perchè rinunziando col marchesato di Saluzzo tutte le
piazze che riteneva in Italia la Francia, si portava troppo pregiudizio
alla libertà d’Italia nel lasciarvi solo la grandezza spagnuola senza
alcun freno che la moderasse... Tutta Italia diveniva visibilmente
schiava: il conte di Fuentes piantava delle fortezze, sopra gli occhi
non solo de’ Grisoni ma dei Veneziani, burlandosi della Francia: tutti
li principi d’Italia sentivano bene che loro si metteva poco a poco il
giogo sopra il collo, e nondimeno non ardivano mostrare d’accorgersene,
veggendo che le porte erano serrate, e li passi del soccorso chiusi».
_Osservazioni sopra l’Istorico politico indifferente_.

[69] Ciò contraddice quel che si narrava allora, aver egli ritenuto
otto mesi della paga de’ soldati, e lucrato un milione d’oro (Lettere
del cardinale d’Ossat, CCLXXXIV). Don Carlos Colonna, nella _Storia
della guerra di Fiandra_, lib. VIII, asserisce che, all’uscir dal
governo de’ Paesi Bassi, egli ricusò i ricchi presenti fattigli dalle
città, solo accettando un’impugnatura di spada, dove erano rilevate
in oro le imprese di lui. In grazia del suo disinteresse il Boccalini
(_Pietra del paragone politico_) fa che Apollo il riceva in Parnaso, e
tenendolo in conto di «sommo amator della giustizia e capital nemico
degli sgherri, della qual immondizia avea purgato lo Stato di Milano
e d’essa caricato le galere di Spagna», lo costituisca in autorità di
punire certi poeti satirici infamatorj, lezzo del Parnaso; ma colla
_ristrettiva_ di non uscir di casa nel mese di marzo, perchè questo
mese avea con esso comune il difetto «di commovere negli uomini umori
perniciosissimi senza poterli risolvere».

— Sappiate (dice il Torre nel _Ritratto di Milano_) che questo fonte
navigò a Milano la Quiete, la quale per molti anni stettesi fuggiasca;
nell’onde sue s’affogarono i malviventi; istigò coi suoi saggi umori
il milanese terreno di lodevoli dipartimenti, perchè introdussesi
in trionfo la Modestia; ed il Gastigo, spassionatosi di aver per
famigliare l’Interesse, con egual forza maneggiava la sferza».

[70] Sono, come quasi tutto ciò che precede, parole del giornale del
Zazzera, adulatore dell’Ossuna in principio. Dell’Ossuna romanzò una
vita Gregorio Leti.

[71] Vedi tom. X, pag. 536. — Nel 1603 il nunzio a Venezia mosse
querela perchè l’ambasciadore d’Inghilterra facesse tener pubbliche
prediche in sua casa; veramente in inglese, ma potrebbe presto venir a
farlo in italiano. La signoria rispose che essendo quel d’Inghilterra
sì gran re, e di preziosa amicizia, non poteasi impedire al suo
ministro l’esercizio del proprio culto; però sarebbe pregato di non
ammettervi stranieri. WICQUEFORT, _L’ambassadeur_, 416. Questo dice
che la _République de Venise est admirable en toute sa conduite et en
toutes ses maximes_.

[72] Giambattista Patavino secretario fece due comunicazioni in senato
sopra la congiura, il 17 maggio e il 17 ottobre 1618, donde risulta che
il Toledo doveva contemporaneamente sorprendere Crema. Nel _comunicato_
26 settembre del consiglio dei Dieci è detto: — La macchinazione
fu trovata certissima, fondata nel vero, e senz’alcuna immaginabile
dubitazione». Nei Dieci i consultori frà Paolo e Servilio Treo fecero
le loro objezioni, vale dire le difese, a cui fu risposto, e si prese
parte di far uccidere Jacques Pierre in secreto, «serbando in ciò
l’istituto d’altri antichi e moderni principi contro ribelli di questa
qualità, nell’estinzione de’ quali ogni celerità fu sempre stimata
tarda». Si dibattè nel consiglio dei Dieci se convenisse produrre in
pubblico l’informazione della congiura, e dev’essere prevalso il no,
giacchè non si fece, malgrado che già l’avesse stesa frà Paolo.

Il ragguaglio uffiziale più esteso è il _comunicato_ da detto consiglio
ai savj del collegio dell’11 ottobre 1618, che noi riproducemmo
nella _Storia universale_. Ivi Pietro Dardaino, secretario dei
Dieci, conchiude: — Furono, per decreto dei Dieci, fatti morire fuori
capitano, Giacpier, Langlada ed il Rossetti secretario di Giacpier.
In questa città ebbero già l’ultimo supplizio Nicolò Rinaldi e li
due fratelli Bulleò, ed ultimamente Giovan Berardo e Giovan Forniero;
rilasciati e liberati il capitan Baldissera, Juven, Arsilia sua donna,
e quattro altri tutti francesi, che erano stati retenti per il trattato
di Crema. Restano altri sei o sette carcerati e indiziati, de’ quali
anco seguirà tosto la espedizione. Vi sarebbe qualche altro nominato o
sospetto nel processo: ma per essersi sottratti dalle forze nostre, il
divenirsi ora ai proclami contra di loro merita esser considerato prima
bene».

Il sunnominato Quevedo ebbe mano in quell’intrigo, e ne scrisse:
vedi _Lince d’Italia_. Il Daru ne tesse un romanzo di nuovo genere,
supponendo Venezia d’accordo coll’Ossuna per ergerlo re di Napoli a
danno di Spagna, e che scoperto avesse mandato al supplizio centinaja
di persone innocenti, che poteano rivelare l’ordito. Vittorio Siri,
nelle _Memorie recondite_, adduce interrogatorj e lettere relativi
a quell’affare. Altri documenti molti pubblicò il Tiepolo nelle note
al Daru, ma s’appoggiava a un _Sommario della famosa congiura_, che
si rinvenne nella biblioteca imperiale di Parigi, e tutto favoloso.
Il Botta dice: — Più di cinquecento persone furono giustiziate,
immensa carneficina, degna di un immenso tradimento». Egli il perpetuo
panegirista di Venezia, sta col vulgo al romanzo di Saint-Real; ma
vedasi meglio RANKE, _Ueber die Verschwörung gegen Venedig in Jahr_
1618, Berlino 1832.

Nel carteggio degli agenti del duca d’Urbino in Napoli, pubblicato
nell’Archivio storico, tom. IX. 229, sotto il 14 aprile 1617 si legge:
— Perchè le cose che corrono aspettano tanto o quanto a vostra altezza
serenissima, ancorchè non si possino senza pericolo scrivere, non
debbo tacergliele. Si armarono qui otto tra galeoni e bertoni, senza
sapersi a che effetto; ma poi si è saputo dal medesimo duca d’Ossuna
che si erano armati per mandarli in golfo a’ danni dei Veneziani. Per
l’istesso fine se ne armarono ora altri quattro, e si è presa da sua
eccellenza in prestito dalla città quell’artiglieria che si conservava
in San Lorenzo. E perciocchè il papa si era alquanto risentito di tal
armamento, si dice che sua eccellenza gli abbi scritto che i Veneziani
meritano questo per molte loro colpe, con altre parole. Si fabbricano
diece barche lunghe con la canna piana per consignar agli Uscocchi, li
quali si sono dato vanto di prender Venezia e abbrugiar quell’arsenale.
Agli stessi Uscocchi è stato per pubblico editto concesso scala franca
per tutti i porti e per marittime di questo regno; di maniera che
non mancheranno guaj per mare». E una lettera del Dolisti al duca
di Toscana, 8 gennajo 1618, narra che l’Ossuna, essendo a tavola con
molti baroni, si millantò che ai Veneziani _averia messo il cervello a
sesto_.

D’altra parte il concetto d’un accordo dell’Ossuna con Venezia
apparirebbe da un colloquio avuto dal maresciallo de Lesdiguières, capo
de’ Protestanti, con Angelo Contarini ambasciador veneto, il quale
così lo riferiva nel dispaccio 4 gennajo 1620: — Avea io disegnato
un bel colpo, l’impresa del duca d’Ossuna quando voleva impadronirsi
di Napoli; io la fomentava, era io quello che suggeriva i modi per
facilitarla; e se il duca di Savoja, com’io aveva consigliato, gli
avesse inviato sette o ottomila fanti, e che la repubblica avesse
accettato due o tre porti nell’Adriatico, come lo stesso Ossuna si
era offerto di darglieli, la cosa era fatta, perchè bastava di farlo
dichiarare, e tal dichiarazione era quella che metteva in sicuro il
tutto, fermava la volubilità di Ossuna, confondeva gli Spagnuoli,
eccitava altri spiriti, svegliava altri interessi, e ajutava
mirabilmente i progressi di Alemagna».

* Era allora ambasciadore presso il duca di Savoja Reniero Zen, e
fece officio presso di questo affinchè esaminasse i Francesi che
passassero pe’ suoi Stati, se mai fossero di quelli che aveano
tramato a danno di Venezia. Nello spaccio del 5 giugno 1618 alla sua
repubblica egli riferisce come il duca abbia fatto fermare alcuni
Francesi in abito di pellegrini, ed esaminatili in persona: e come
gli dicesse: — Questi tristi di Spagna li volevano dar alla radice:
questo colpo toccava per prima alla repubblica di Venezia, ma feriva
anche me; anzi faceva cascar la libertà d’Italia, perchè il colpo era
nel cuore; e levando l’oro e l’arsenale, cascava in tutto e per tutto
il modo di più difendersi, quando anco la città si fosse ricuperata».
E soggiungeva: — Che doveria vostra serenità non solo darne conto,
com’è solito, alli principi, ma pubblicarla stampata a tutto il mondo
per render maggiormente esosa, come merita, quella nazione, e render
cadauno cauto a ben guardarsi, ed a non creder più agli Spagnuoli: che
doveriano pur li principi d’Italia ora aprir l’occhio, vedendo com’è
stata sopra un sol punto la libertà loro e di tutta la provincia...
Soggiungendomi: «Scriva, per l’amor di Dio, a quei signori che si
guardino, perchè non è ancora cavata la radice: sono ancora in steccato
ed in battaglia: hanno solo parato un colpo, e glielo ha parato Dio,
ma combattono ancora: non è morto l’inimico, ma tesse trama e tramerà
nuove insidie, sino alla loro e comune distruzione». Mi disse e giurò
che, sotto Asti, mai volle avvelenar le acque agli Spagnuoli, sebben
le fu proposto, con diverse altre cose che restò pur di fare, perchè
non sono azioni di principi nè da buona guerra; ma che questo era un
eccesso di malignità che quasi non si può capire: poichè, distrutto ed
abbrugiato l’arsenale, cascava pur la difesa della cristianità contro
gl’Infedeli, non potendosi in molti e molti anni metter insieme quelle
che par che Dio abbi ivi preparato per la comune difesa. Et infine
mi disse: «Signor Zeno, se quei signori non si avvantaggiano ora, e
non pubblicano con termine proprio e giustificato questa scellerata
operazione con tutti li particolari, due cose seguiranno: una, andranno
gli Spagnuoli dicendo ch’è stata un’invenzione ch’essi v’abbiano
avuto parte, ma esser opera dei malcontenti di Venezia, e cose così
fatte; e già le vanno disseminando, anzi pubblicano che quelli che si
fanno morire segretamente sono li nobili che vi hanno tenuto mano;
che il loro ambasciadore è accarezzato, ed è stato in collegio a
giustificarsi, anzi per far castigare alcuni che dicevano venir dagli
Spagnuoli questa operazione... L’altra cosa è che, nutrendosi il
serpe nel seno, non stimando il pericolo e non rimediandovi, voglia
Dio (e qui calò sua altezza un ginocchio a terra, mirando il cielo)
che non vedano la loro e la mia total jattura... Questi concetti di
tenerci tutti bassi e mortificati, e per conseguenza dipendenti da
loro, è dottrina in che accordano Francesi e Spagnuoli. E giacchè non
si possono spartir gli Stati d’Italia, vogliono almeno spartirsi il
predominio e l’arbitrio di essa...»

[73] Il cardinale Bentivoglio, al 24 aprile 1619, scrive da Parigi:
— Qui si conclude fra questi ministri regj che, per assicurare la
quiete d’Italia, niuna cosa potrebbe essere più a proposito che di
veder levato di Napoli il duca d’Ossuna, e che a questo fine potrebbero
giovar molto gli officj di nostro signore fatti opportunamente; e non
è dubbio ch’egli è un uomo turbolento e pieno di stravaganti capricci:
e fin dal tempo che io lo conobbi in Fiandra, fu tenuto sempre in
quest’opinione. Vedesi ch’egli non vuol obbedire, anzi che vuol far
nascere qualche occasione necessaria di guerra, ed è stato un brutto
termine quello di aver ricettato quel capo d’Uscocchi, e peggiore è
quello di non voler restituire quei vascelli e robe dopo tanto tempo.
Ed il male è che non si crede che questi siano suoi capricci, ma che
il tutto venga di Spagna; onde le genti si disperano alfine, e se
il fuoco si accende in Italia, sarà impossibile che i Francesi non
s’interessino coi Veneziani e con Savoja, e che non si venga in ultimo
a rompimento fra le due corone. Abbiamo l’esempio fresco dello stato in
che aveva ridotte le cose di Lombardia don Pietro di Toledo con le sue
stravaganze.

Lamenti consimili suonano nei dispacci de’ residenti veneti.

[74] I dispacci del residente a Napoli, pubblicati dal Mutinelli
(_Storia Arcana_, vol. III), tolgono ogni dubbio sulle intenzioni
dell’Ossuna. Uno acchiude un cartello, stato allora affisso, che
può mostrare i concetti di qualche studente, come or farebbero le
declamazioni di qualche giornale: «Allégrati, o nobile Italia, ed
essendo stata padrona dell’universo, non ti confondi perchè, non
aprendo gli occhi, sei stata tanto tempo disunita, e per questo
soggetta: che ritornerai in felice stato, sarai presto repubblica
unita; li tuoi Stati e regni governati dai loro naturali, pronti alla
general difesa e beneficio dei loro figli; e così non ti sarà levato
il sangue da stranieri nè si dirà, come si dice, che son men valorosi e
savj di altre nazioni che comandano nelle lor case».

[75] Carteggio ai 5 e 12 giugno 1620. Il medesimo avvenne anco al
cardinale di Granuela, che «dopo d’essere stato qua per vicerè dal 1570
alcuni anni, fu licenziato, e non volendo obbedire... fu necessitato
don Zunico di Mendoza che gli successe nel governo, dopo d’aver
avuta gran pacenza, di venire una notte, ed entrare all’improvviso in
Castelnuovo».

Il giornale del Zazzera racconta le cose assai più per disteso;
interessantissimo testimonio del disordine d’allora e della universale
prepotenza.

[76] Fatta la parte debita all’esagerazione di chi soffre, è però
opportuno conoscere la supplica sporta al re di Spagna nel 1620
«intorno al miserabile e pericoloso termine, al quale si trova ridotta
la città e il regno di Napoli:

— I. Si è perduto il rispetto a Dio e alla religione; con aver
introdotte nuove sêtte, si vive con libertà di coscienza: si
procura con violenza o tema o interesse di levar l’onore alle case
principali, e anco violare i monasteri di monache: si va lasciando la
frequentazione dei sacramenti: nella cappella reale non si sente più
messa, nè vi resta più esempio di cristianità: e non si tratta più con
persona alcuna, se non con ruffiani e manigoldi.

«II. Si pratica con parecchie case il _crescite_, e anche in pubblico,
con scandalo universale: essendo che in mezzo del mare, e sopra li
cocchi di molti, in mezzo delle strade, s’incontra la notte l’infame e
infelice Dorotea, facendo cose, per rispetto delle quali tutti quanti
hanno paura che si apra la terra.

«III. Jer mattina, sopra il mostacchio de’ titolati e ministri per il
quarto dell’udienza, entrorno due careghe (LETTIGHE) con quattro donne,
e li portatori pubblicamente le serrarono nel portico con complicità
e scandalo notabile: e si vocifera che adesso si fa una grotta sotto
terra per andar al convento in un monasterio di monache: e quelli, i
quali non vogliono lasciarsi levare l’onore, vengono perseguitati come
se avessero commesso il crimenlese.

«IV. Si va perdendo l’amore e il rispetto dovuto al re nostro; così
per la tirannide di chi lo governa, come per quello che si dice
in dispregio del suo nome reale in pubblico e tra i ministri. In
particolare, un giorno ragunandosi il collaterale e la sommaria, e
trattandosi della rovina e distruzione di questo regno per rispetto
della libertà che si dà ai soldati, che non v’era riparo nè mezzo
alcuno per rimediar a quel ramo di peste (quale è cresciuto tanto, e
ogni dì va crescendo più), rispose che importava più a lui acquistarsi
la benevolenza della soldatesca, per mezzo della quale egli avrebbe
fatto tremare il re, e costretto fare al suo modo, che non toccava a
lui la conservazione del regno di Napoli, il quale suo figlio non avea
da ereditare.

«V. Si piglia informazione degli uomini più ricchi e più comodi,
acciò con testimonj falsi se li levi la roba: come si vede ogni dì
con spavento universale di tutti, e si va cercando vanie e calunnie
per opprimer quelli i quali non voglion consentire a sì fatte
scelleraggini.

«VI. Si fa vanto in pubblico d’aver ucciso parecchi, i quali sono stati
contrarj a’ suoi umori; e in particolare d’aver fatto morire nel tempo
del conte di Lemos un alfiere spagnuolo qual venne di Sicilia a Napoli:
e questi giorni passati s’è trovato segato e spartito per mezzo un
putto della marchesa di Campolattaro, e vassi vantando di quello come
se egli avesse combattuto con il Granturco in uno steccato, per l’onore
di Dio e del suo re: e ogni cosa si fa per mettere paura e spavento, e
mostra ch’egli può levare la vita e la roba _impune_.

«VII. Tiene il regno pieno di capitani a guerra, e ha un principe di
Conca visitatore generale delle milizie e del regno di Napoli, e il
marchese di Campolattaro con una compagnia di cavalli, e il marchese di
Sant’Agata (che possa essere ammazzato subito!), con lettere patenti,
e aperte, saccheggiando e rovinando il regno, acciò col sangue di tanti
orfanelli e povere vedove e disgraziati sudditi del regno, remunerarli
e resarcir l’onta e vergogna che patiscono concedendo a ciascuno di
questi cento ducati di piatto ogni giorno. E quello che è peggio assai,
è che hanno messo imposizioni e dazj generali di tanto aggravio, come
se fossero tanti re ognuno nel suo regno: cosa che già mai il re non
consentì per suo servizio senza il consenso espresso delli stessi
popoli, ragunati in parlamento e assemblea generale: sicchè non si vede
nè sente altro che chiamare Dio, chiedendo giustizia.

«VIII. Ha sostentato una compagnia di cavalli un anno e più il marchese
d’Arena con la medesima provvisione di cento ducati il dì, e di più,
della contribuzione di altri mille cinquecento il mese: ed è poco tempo
ch’egli l’ha riformato, e nel suo mostaccio in pubblico il disse, che
sapeva benissimo che egli aveva avanzato da quarantamila ducati, e che
per certi buoni rispetti era restato di gastigarlo.

«IX. Tutti li governi del regno sono spartiti tra scavezzacolli,
ruffiani e becchi di volontà: e perchè non bastano, ogni dì si va
trovando nuovi carichi e nuove patenti; e se le università e Comuni
vengono a domandar giustizia e misericordia, li fa cacciare in una
galera: sicchè non v’è altra speranza di quella di Dio in poi.

«X. Il patrimonio del re è in tutto e per tutto esausto e perso, sì
come s’è potuto conoscere per mezzo dei bilanci mandati dalla Camera
reale; e ogni dì più si va rovinando e distruggendo senza sorte
nissuna di reformazione, nè speranza di rimedio: non considerando che
il patrimonio che possiede sua maestà in questo regno non lo cava di
miniere d’oro e d’argento, nè manco della pescaria delle perle, come
quelle dell’Indie; ma che è solamente il sangue umano, qual si concede
al re per sostegno della sua monarchia e del regno stesso, e non perchè
si dissipi e diffonda in dissolutezze, e in offesa di Dio e di sua
maestà.

«XI. Si va rovinando il commercio, essendo che tutti quanti i mercanti
vanno ritirando i loro effetti e mercanzie; ed escono del regno
per tema della violenza che li vien fatta; massime in quest’ultimo
sequestro fatto alle nazioni forestiere.

«XII. S’è fatto una confusione in tutto l’ordine del governo,
imperocchè non v’è uffizio che s’eserciti per la sua strada solita: e
questo per cavar profitto della confusione e porre le mani in tutto,
senza che se ne possa avvedere: e così vengono violate le leggi e le
prammatiche a non aver più forza; eccettuate pur quelle che sono fatte
subito, alle quali con violenza o ingiustizia si dà esecuzione senza il
parer del collaterale o di nissun altro: e a nissuno fa grazia, meno
che alla richiesta di sue favorite e altri tristi e scellerati: e non
si trova più notaria di ragione, o tesoraria, o vedoria nel regno; ogni
cosa resta estinta e confusa.

«XIII. Li tribunali della giustizia si posson chiamare d’ingiustizia
e di gravami; giacchè avendosi fatto quello sconcerto e disordine
di roba, di vita e d’onore, ella si dà e si nega conforme a quello
che esigano gl’interessi. Si vede venir fuora della cancelleria o
notaria i più stravaganti ordini che possano immaginarsi: e come egli
vede l’ingiustizia che si fa, per non esser costretto e sforzato
di correggerla, tiene chiusa la porta dell’audienza; dandola solo
spasseggiando e camminando quando esce per la sala da basso fino al
quarto della guardia; trattando così male ognuno, che nissun uomo
onorato e qualificato ardisce parlare con lui.

«XIV. Si vede la nobiltà strascinata e buttata per i corridori del
palazzo con un dispregio incredibile e non immaginabile; e quando
sperano poter parlarli, scampa in una carega, correndo in mezzo di
tutti, stimando poco ognuno: gl’infami e interessati lo comportano per
suoi interessi; ma li signori onorati sono costretti di ricorrere al
palazzo, e passare per tutte quelle indegnità: per che, occorrendo che
quell’uomo faccia ad essi persecuzioni, chi saranno quelli che vorranno
pigliare la lor protezione?

«XV. È uscita dalla città la maggior parte della nobiltà, parendo
ad essi con lui metter in pericolo il loro onore; non v’è mercatante
che tenga in bottega cosa di momento, massime li orefici e mercanti o
tessitori di tela d’oro; perchè la roba vien tolta ad essi con violenza
senza mai pagar nissuno; e l’istesso vien anche praticato nelle cose
del mangiare.

«XVI. Non si vede in tutta la città altro che gente sollevata e
ammutinata: talchè tutto il popolo ha fatto provvisione d’armi per quel
che potrebbe accadere: e già s’è dato principio di rumore nel tumulto
che occorse alli 3 ottobre. E di più, vedendosi levar _impune_ la
roba e la vita e l’onore, peggio che disperati gridano ad alta voce,
che non aspettan altro se non che alcuno si faccia capo per arristiar
il restante. Che se questo accadesse (che Dio per sua bontà infinita
con voglia permettere), si vedrebbe per queste strade e rughe correre
il sangue (e il sangue dei più fedeli vassalli ch’abbia il re) per
l’obbligo di difendere il suo capitano generale.

«XVII. Si vedono spogliati d’arme tutti i castelli e frontiere del
regno, e della migliore e più fiorita artiglieria che tenga monarchia;
e quello per armar solamente un galeone: il quale con ogni poco di
burrasca e fortuna può andar con malora, e così restar estinta la
difesa e conservazione del regno. Si vede la gente per le strade
col viso e la faccia per terra, lagnando e piangendo l’onore e la
reputazione persa; che per tutto il mondo non si tratta d’altro che di
Napoli infame, Napoli pieno d’onta e di vergogna, Napoli spedito.

«XVIII. Si vede la nazione spagnuola gettata in un carrettone alla
peggio e sprezzata, e non solamente trattata con parole indegne, ma
con fatti, per aver bandito e confinato di lei la maggior parte, e
mandato in galera un numero infinito, dandoli il titolo di traditori e
marrani; e anche facendo più conto della nazione francese, stimandola
e impiegandola più presto che la spagnuola, di modo che è lei adesso
tanto vilipesa. E le altre volte era in bando la francese; ma ora
quelli che trattano o parlano con Spagnuoli par che commettino qualche
delitto.

«XIX. È tale e così grande la stravaganza di questo governo, che tutti
non aspettano altro che il fine di esso: e quasi la maggior parte vanno
discorrendo, che disarmandosi il regno d’artiglieria, e la nazione
spagnuola perdendo così la sua fama e riputazione, occorrendo che si
sollevino li stranieri e sediziosi del regno e gli antichi devoti della
corona di Francia, e lui parlando ad ogni ora di quello e fuora di
proposito, mostra che aspiri egli stesso a farsi re del regno: ma però
quella opinione già mai non ha trovato loco nell’animo mio, nè mi posso
immaginare ch’egli se la pensi, non solamente per rispetto che non
tiene a sua divozion le forze, ma anco perchè in tal caso il regno lo
sepellirebbe sotto i sassi, e anche per la gran fedeltà che ha al suo
re, e per l’odio e rabbia che ha conceputo contro di esso. Ma con tutto
ciò è cosa miserabile che un vicerè d’un regno dia cagione di parlare e
discorrere e anco sospettare di tai cose.

«XX. In fine, si passa il tempo e tutte l’ore in offendere Iddio e il
re, e procurare l’ultima rovina di questo regno: il qual si lagna, e
dice isbigottito e spaventato di se stesso, che cosa abbia fatto al
suo re, perchè debba comportare la sua distruzione? in che cosa abbia
tralasciato di far vedere al suo re il suo amore e la sua fedeltà? se
ha mai richiesta cosa importante al servizio del suo re, che non abbia
concessa? non è egli stato sempre col petto aperto per difendere tutto
quello che gli avanzava di sangue e di roba nel sol nome del re nostro
signore?

«XXI. Si legge veramente nelle antiche storie le tirannidi e casi
spaventevoli di pessimo governo, come di Nerone, Vitellio e altri sì
fatti; ma eglino sono stati imperatori, nè manco hanno avuto notizia
di Dio, o superiorità alcuna sulla terra: ma nel tempo d’adesso,
che si conosce il vero Dio, nei giorni d’un monarca così cattolico
e cristiano, difensore della legge di Dio, e geloso dell’utile de’
suoi sudditi, che un ministro suddito abbia ardire di delinquere sì
sfrenatamente contro il suo Dio e suo re, distruggendo il più florido
regno del mondo, la pupilla degli occhi della corona di Spagna, gran
miseria, gran calamità, grande infelicità, e caso lamentevole!

«XXII. Tutti lo sanno, tutti non trattano d’altro: ma non basta l’animo
a nessuno di pensare, non che di domandare o ricercar il rimedio da sua
maestà, per paura che quello venghi all’orecchio di questo tiranno,
e non si faccia di loro strazio; e così solamente dalla mano di Dio
s’aspetta che ispiri a sua maestà, che con la sua mano poderosa e reale
vi apporti presto rimedio.

«XXIII. Questo rappresento per compire con vostra maestà quello che
deve un vero e fedel suddito, conforme all’obbligo che conviene, non
stimando il pericolo nel quale egli s’espone, caso che si sapesse.
Mandi sua maestà ad informarsi di tutto questo per ministro non
appassionato e manco dipendente, ma geloso della sua santa intenzione;
che troverà che quanto si dice qui non son menuaglie e bagatelle,
rispetto a quello che ogni momento si va commettendo e aumentando in
disservizio di Dio e di sua maestà».

Quando poi l’Ossuna fu scambiato, vennero spediti alla Corte i seguenti
carichi; esagerati certo quanto i precedenti, ma che mostrano quanto
potesse un di questi vicerè:

«I. Contro la volontà di sua maestà, ha tenuto nel regno di Napoli
e città molta quantità di soldati, li quali per li loro mali
portamenti hanno messo a perdere tutto il regno; sopportava che
facessero latrocinj, omicidj, adulterj e stupri notabili; s’alcuni si
querelavano, quelli non gastigava, ma essi maltrattava, con minacce di
galere, fruste e altri gastighi.

«II. Ha posto il patrimonio reale in destruzione, e il patrimonio della
città, con aver levato li dritti perchè non pagassero.

«III. Inviava le compagnie de’ soldati alli alloggiamenti nei luoghi
del regno; e i poveri volendosi liberare da questi aggravj, andavano
dalla sua amica; la quale per li doni otteneva levarsi detti soldati, e
li mettevano in altre parti; le quali, per levarsi da questi travagli,
facevano il medesimo: e di questa maniera devastava tutto il regno.

«IV. Ha inventato a molti vassalli di sua maestà molti delitti
enormi; e questo perchè avessero paura che il detto duca li mandasse a
giustiziare corporalmente; e con questa taccia faceva in maniera che si
componevano, e pagavano molta somma di denari per liberarsi da questo
travaglio: e se alcuni procuravano di mostrare la loro innocenza, e
altri che non hanno avuto tanta comodità, li ha fatti morire senza
processare, a modo di guerra...

«VI. Quando don Gabriel Sanchez cappellano maggiore rinunziò la
cappellania, gli disse che non faria mutazione, perchè egli non avea da
udir messa nè altri uffizj divini: dal che si crede per certo che non
creda in Dio; così per non lo aver visto mai confessare nè comunicare.

«VII. Levò dalla chiesa dell’Annunziata la custodia del santissimo
sacramento, e la tenne per sè senza averla pagata.

«VIII-XI. _Molte disonestà._

«XII. Passando per Santa Lucia entrò in una carrozza con Giovanna
Maria, donna pubblica; e ambidue passeggiavano in presenza di molte
persone onorate.

«XIII. Ha tenuto sempre seco un Moro, il quale aveva comunicazione con
il Turco; e molte volte condusse al detto regno molte persone turche,
che tenevano molta comunicazione con lui.

«XIV. Essendo una gran lite tra il principe Scilla e quel di Andria, in
Santa Chiara volse per forza che si componessero, contro li termini di
giustizia.

«XV. Fece eletto un Giulio Genuino, con il quale si era accordato
ch’aveva da convocare il popolo contro i nobili: ed egli per questo
ordine fece molte sedizioni e delitti.

«XVI. Con questo concerto andava per la città di Napoli animando il
popolo che il chiamassero signore e padrone; e per riuscire con questo,
andava dando denari.

«XVII. Così medesimamente andava persuadendo il popolo, che facesse
uscire della città le persone che li volevano contraddire, perchè
avevano da procurare che non tenessero soccorso per vendicarsi di
quelli.

«XVIII. In confirmazione che non credeva in Dio, stando alla messa,
nel tempo che alzavano il santissimo corpo di Gesù Cristo, mirava un
doblone d oro che aveva nella mano.

«XIX. Ebbe un figliuolo da una Turca, il quale morì nel palazzo, e non
volse che ’l battezzassero; oprò che facessero con esso le cerimonie
maomettane; e tenendolo sopra la terra con lampade accese, il fece
adorare; il portarono alla casa della Mecca, e mandò due lampade
che ardessero avanti il cancarone di Maometto; e il Turco li scrisse
aggradimenti...

«XXI. Procurò, per mezzo di Camillo della Marra, la firma in bianco di
molti cavalieri di titolo, come essi hanno dichiarato.

«XXII. Per mezzo del detto Camillo prese molta quantità di denari
dalla dogana, per modo di donazione; e in questo furono complici molti
Napoletani. Di tutto vi sono bastanti informazioni e d’altri carichi
disonestissimi, che per essere tanti non si dicono qui».

L’ambasciadore di Firenze a Napoli scriveva al granduca il 20
settembre 1622: — Fra le robe che sono in vendita del duca d’Ossuna,
è una carrozza, di fuora di velluto piano nero, di dentro di tela
d’oro, e guarnita tutta d’argento, con le colonne di argento, e altri
ornamenti nobilissimi. Onde sarebbe questa occasione di fare una bella
spesa, e di cavare di qua effetti non solamente senza danno, ma con
utile; poichè quest’argento, che è di lega solita di Napoli, non ne
domandano più di ducati undici la libbra, che costà presuppongo che
deva valere l’istesso o più; e tanto sento se ne caverebbe anche in
Roma, dove tratta di fare questa spesa il contestabile Colonna, sebbene
non è per concludere così presto. E la tela d’oro, il velluto con
tutti i guarnimenti, rispetto a quello che costorno, si arebbero per
pochissimo, e l’argento solo arriva a libbre dugento; sì che fo conto
che con scudi due mila o poco più si arebbe quello che non è fatto nè
si farebbe nè con tre nè con quattromila. È cosa invero tanto bella,
che se ne può onorare un re, e pochissime volte è adoperata; ed alla
peggio, con disfarla si caverebbe costà del peso dell’argento quasi
l’istesso che si spende, e verrebbe estratto quest’effetto senz’il
danno del cambio. Se bene la cosa è tanto bella, che son sicuro che
dopo vista non si penserebbe a disfarla; e però ho voluto proporla a
vostra signoria illustrissima per in caso che sua altezza o il signor
cardinale avessero gusto d’attenderci».

[77] Vedi DARU, _Storia di Venezia_, libro XXXI in fine.

[78] Carteggio del residente d’Urbino, nell’_Archivio storico_.

[79] Ivi, 28 gennajo 1623.

[80] Carteggio suddetto, al 29 aprile 1622. E il Giannone, al lib.
XXXV. 5, scrive: — La _vil plebe_ che vuol satollarsi, nè sapere
d’inclemenza de’ cieli o sterilità della terra, _vedendosi mancar il
pane_, cominciò a tumultuare e a _perder il rispetto_ ai ministri che
presiedevano all’annona». E più avanti egli nota di questo lazzaro
che avvicinatosi al cocchio del Zappata con una pagnotta, gli disse:
— Veda, eccellenza, che pane ne fa mangiare». E perchè il cardinale
sorrise, il vulgo _temerariamente_ gli disse in faccia: — Non bisogna
riderne, eccellenza, quando è cosa da lagrimare», seguitando a dir
altre parole _piene di contumelie_.

Eccovi, o lettori popolo, il liberalismo del secolo passato.

[81] Nativo di Napoli. Vedi VOLPICELLA, _Della patria e famiglia di
Tommaso Aniello_.

[82] È in ventitre articoli, e cinque d’aggiunta, e trovasi nel LUNIG,
tom. II. p. 1368. Fra gli altri v’è la promessa di abolire le gabelle
_che non fossero state vendute_. Ora tutte quante erano vendute.

[83] Gli storici parziali videro pazzia dov’era tutt’altro. Per
esempio, Tommaso De Santis racconta che Masaniello gridava al popolo,
— Non sarai sicuro finchè tu non faccia un ponte da Napoli a Spagna
per farti intendere da sua maestà»; ed ecco il Capecelatro reca
come sintomo della pazzia di lui che avesse divisato far un ponte
da Napoli a Spagna. Le migliori storie contemporanee sono quelle del
Turri, del De Santis, e la _Partenope liberata_ del dottor Donzelli,
gran partigiano di Masaniello. Il conte di Modéne francese, compagno
del duca di Guisa, scrisse Memorie, ristampate il 1826 a Parigi dal
marchese Fortia, che vi appose il catalogo ragionato di tutte le opere
relative al tumulto di Masaniello, e che sono cinquantotto in italiano,
in francese, in inglese, in spagnuolo, in tedesco. Dopo d’allora furono
stampate parecchie scritture in tal proposito, fra cui il _Diario
di Francesco Capecelatro contenente la storia degli anni_ 1647-1650,
Napoli 1850, con ricchissime note del marchese Angelo Granito. Un esame
degli storici napoletani di questo tempo fu fatto da Alfredo di Reumont
al fine della sua opera _Die Carafa von Maddaloni_, Berlino 1851. Altri
ne fecero soggetto di dissertazioni erudite, di storie passionate,
perchè allusive; fra cui citeremo _Insurrection de Naples en 1647 par
le due de Rivas, traduit de l’espagnol et précédé d’une introduction
par le baron Léon d’Hervey Saint-Denys_, Parigi 1849. Nelle migliaja
di carte stampatesi e nelle assai più ancora inedite trovansi molti
spagnolismi, frequenti goffaggini e stile curiale, ma pochissime delle
metafore scientifiche.

[84] Credo alluda a questo fatto il Colletta, ove dà come positivo e di
tempi ordinarj e per semplice litigio quella baja vulgare delle teste
di ventiquattro cattolici, fatte mettere dal Nardo sugli stalli del
coro.

[85] Grida del 24 luglio 47 del duca d’Arcos: — Ancorchè per altro
banno de’ 22 del corrente, de ordine nostro pubblicato, si è proibito
di non possersi bruciare case nè robe in questa fedelissima città,
suoi borghi e casali; con tutto ciò intendendo che alcune persone
poco amorevoli della quiete pubblica, per aver occasione di rubare,
procurano sotto varj pretesti sollevare questo fedelissimo popolo, e
perturbarlo per indurlo a far bruciare le case de’ cittadini, ecc.».

[86] Come testimonio delle impressioni del momento è curiosa una
delle molte lettere del gesuita Magnati al cardinale Brancaccio, il 12
ottobre 1647; — Non scrissi a vostra signoria le successioni, stante
l’imbecillità dell’animo mio, non avendo a parteciparle che sangue,
fuoco, orrori, paventi, stragi e morti. Più mostruosi successi non
credo che sieno seguiti giammai nè in questa città nè altrove». E
qui divisa il tentativo di don Giovanni di far disarmare il popolo,
poi gli assalti dati alle barricate: «E benchè l’esperienza militare
degli Spagnuoli eccedesse quella dei popolani, prevalsero con tutto
ciò sempre il valore e la bravura di questi. Supponevano gli Spagnuoli
di debellare tutto questo popolo con le minaccie, ma non poterono che
occupare una parte della città per via d’intelligenze coi capi, e si
combattè accanito... Fecero i popolani istanza a sua altezza di tre
giorni di tregua; nè volendogliela dare, seguitarono intrepidamente a
combattere. Ma vedendo sua altezza il giorno seguente andar le cose di
male in peggio, fece pubblicare bando, nel quale concedeva il perdono
a tutti, purchè si fosse desistito dalla pugna, e che si fossero
deposte le armi. Gli fu risposto che non si curavano di perdono, anzi
che bramavano la guerra, la quale gliel’intimavano per dodici anni...
Cominciò a sentirsi una gran carestia, sicchè la povertà moriva di
fame, e non si parla che di uccisioni, non si discorre che di esterminj
ecc. Sono indicibili le continue scaramuccie seguìte giorno e notte,
non avendo gli Spagnuoli potuto avanzare un palmo di terreno... Con
tutta la loro armata e la loro potenza, non sono stati bastevoli a
resistere, non che a superare la forza e costanza di questi popoli...
Mentre ondeggiava la certezza, si vide in un batter d’occhio da quei
popoli di Porto gettar dalle finestre e case infinita quantità di
legni, materassi e tavole a terra; ed alzando in faccia a Castelnovo
una grossa trincea con due buoni pezzi, attesero a difendersi con
più sicurezza. E benchè dal castello si procurasse impedirli con il
cannone, non fu possibile che quelli volessero desistere da porla in
perfezione come ferono. Lascio di suggerirle le continue cannonate, che
avrebbero di sicuro spaventato il mondo non che il popolo, il quale è
risoluto piuttosto morire che rendersi. Il padre Lanfranchi teatino,
che si è interposto per qualche aggiustamento, ha giurato di non
aver veduto mai animi così risoluti come questi del popolo, il quale
per accordarsi domanda partiti esorbitanti: che il popolo non voleva
fare più capitolazioni, ma che facendole li Spagnuoli, le avrebbe
sottoscritte: quando che no, non pretendevano altro se non che gli
Spagnuoli deponessero le armi in mano loro, e gli dassero in poter loro
tutti tre i castelli; che avrebbero poi aggiustato il rimanente».

[87] Il Guisa nelle sue _Memorie_ racconta, nel solito tono di fanfara,
le accoglienze fattegli a Napoli: — Sul fine della messa, il cognato
di Gennaro Anesio venne farmi complimento da sua parte, e scusa se non
veniva a ricevermi, non credendosi sicuro fuor della torre del Carmine,
dove m’aspettava colla massima impazienza. V’andai difilato, e lo
trovai s’un terrazzino davanti al suo alloggio, ove con un arruffato
complimento mi mostrò la gioja del vedermi, per quanto l’ignoranza e
l’incapacità gliel permettevano. È un piccinaccolo, grosso, bruno,
occhi affossati, capelli corti che lascian vedere grandi orecchie,
bocca svivagnata, barba rasa brizzolata, voce grossa e chioccia, e
non sapeva dir due parole senza esitare; sempre in apprensione, sicchè
sbigottiva al minimo rumore: l’accompagnava una ventina di guardie, di
cera nulla miglior della sua. Aveva un colletto di bufalo, maniche di
velluto cremisi, calzoni di scarlatto, un berretto di tôcca d’oro del
colore stesso, che penò a levarsi salutandomi; cintura di velluto rosso
con tre pistole per parte; non spada, ma alla mano un moschettone...
Introdottomi in sala, e fattala ben chiudere, gli presentai la lettera
del marchese di Fontenay, l’aprì, vi diede un’occhiata da tutte
quattro le faccie, poi me la rinviò dicendo che non sapeva leggere, e
glien’indicassi il contenuto...

«Fra ciò urtossi alla porta, e udito che era l’ambasciador di Francia
che volea vedermi, fu aperto... e vidi un uomo senza cappello, colla
spada alla mano (_Gian Luigi del Ferro_) e due gran rosarj al collo,
uno per pregare Iddio pel re, l’altro pel popolo, e che sdrajandosi
quant’era lungo e gettando la spada, mi strinse le gambe per baciarmi i
piedi... Il popolo schiamazzava d’abbasso per vedermi, onde mi feci al
balcone, e Gennaro mi fece portare un sacco di zecchini e uno di denaro
bianco che gettai al popolo; e mentre s’arrabattavano per coglierli,
chiesi da desinare, non avendo mangiato da Roma in qua. Gennaro mi
fece le scuse della penitenza che dovrei fare, non osando, per paura
di veleno, usar altro cuciniere che sua moglie, mal destra a questo
mestiere quanto a far la dama. Essa portò il primo piatto, messa con
una vesta di broccato celeste a ricami d’argento e guardinfante, e una
catena di pietre fine, un bel collare di perle, orecchini di diamante,
spoglie della duchessa di Maddaloni; e in questo superbo arnese era
bello vederla far la cucina, lavar i piatti, e dopo desinare far bucato
e sciorinare la biancheria...

«Il resto della giornata si passò nel consiglio... Gennaro volle
dormissi con lui, e dicendoli io non volevo scomodasse sua moglie,
rispose, ella dormirebbe s’un materasso davanti al fuoco con sua
sorella; ma che alla sua sicurezza importava d’avermi seco in letto...
Per dormire mi condusse alla cucina, ove trovai un letto ricchissimo di
broccato d’oro; moltissima argenteria bianca o dorata era ammontichiata
nel mezzo; da molte cassette semiaperte uscivano catene, braccialetti,
perle e altre pietre; alcuni sacchi di scudi, altri di zecchini, mezzo
sparsi; mobili ricchissimi, bellissimi quadri colà alla rinfusa davano
a vedere quanto avesse profittato del saccheggio delle migliori case...
Dall’altro lato vedeasi un’abbondanza di tutto l’occorrente alla
cucina, rubato di qua di là, con ogni sorta di cacciagione, salvaggina,
carne salata e d’ogni comestibile, ne tappezzavano le pareti... Luigi
del Ferro non volle che altri mi levasse gli stivali, dicendo che
toccava a lui rendermi fin il minimo servigio...

«Il sabbato mattina andai con Gennaro a sentir messa al Carmine, ed
egli come generale del popolo teneasi sempre alla mia destra. Luigi del
Ferro, camminandoci davanti senza cappello e colla spada nuda, e per
meglio rassomigliare a Francese con gran capelli, portava una parrucca
nera di crine di cavallo, come quelle che diamo alle Furie nei balli, e
gridava senza riposo: — Viva il popolo, viva il generale Gennaro, viva
il duca di Guisa!» Tutte le strade dove passai erano tappezzate, alle
finestre donne che mi gettavano fiori, acque odorose, confetti e mille
benedizioni. Le persone che uscivano dalle porte venivano a stendere
sotto i piedi del mio cavallo tappeti e i loro abiti, e le donne con
cazzuole bruciavano profumi al naso del mio cavallo e i poveri incenso
entro scodelle».

[88] Il sunnominato gesuita Magnati al 18 marzo 1468 scriveva: — Il
Guisa sta con un colore di morte, smagrito e smunto per il timore
d’essere ammazzato. Perciò sta ritirato nella casa del principe di
Santo Buono, difesa da cannoni, cavalleria e fanteria, per assicurarsi
da chi gli macchina la morte. La mattina del 13 stante mandò una
delle compagnie dei lazzari alla casa di Antonello Mazzella eletto
del popolo; e condotto da quelli nella sellaria, gli fu mozzo il
capo, spogliato, strascinato, e poi appiccato per un piede nel mercato
senz’averlo fatto confessare. E dicono che forzassero Ciccio Gensale,
genero del Mazzella ed eletto prima consigliere della repubblica, a
strascinare cogli altri il suo suocero; poi fu saccheggiata la casa
fin alli chiodi, essendo richissima di denari e mobili. Il Mazzella nel
principio dei rumori si ritirò a Procida sua patria, e ne fu cavato a
violenza da gente popolare per farlo eletto, _ipso renitente_».

[89] Vedansi le _Memorie_ della Motteville, che fa tristissimo ritratto
di questo eroe scenico. Mazarino ai 23 aprile 1648 scriveva al gran
principe di Condé: _Il me faut travailler incessamment pour soutenir
les affaires de Naples, lesquelles, faute de conduite de celuy qui les
a entre les mains, sout tous les jours en estat d’estre entièrement
ruinées. Dieu pardonne à qui en est cause; car pour moi je ne vois rien
que je ne prévisse bien lorsque je fis tous mes efforts pour empêcher
le voyage de monsieur de Guyse dans le dit royaume_.

[90] «Fu vista troppo superba il vedere gli abbracciamenti, li baci, le
allegrezze che facevano tutti, non eccettuandosi nè persona, nè sesso,
nè religiosi, nè qualsivoglia altra persona, e baciavano il terreno
di questo nostro quartiere che li aveva liberati da mano de’ lazzari;
e quello che recava stupore a tutti era il vedere li scambievoli
abbracciamenti che si facevano gli Italiani con li Spagnuoli, e con
le lacrime agli occhi gridavano: _Viva Spagna che ci ha liberato
dai lazzari e dai Francesi_; e molti voleano baciare li piedi alli
Spagnuoli... Il Guisa, avvisato del successo, si mangiò le mani e
disse: _Io merito questo e peggio, d’essermi fidato d’un popolo così
barbaro ed incostante_». Lettera del 6 aprile al cardinale Brancaccio.

[91] Il Mazarino, in una lettera al maresciallo Du Plessis-Besançon
del 16 luglio 1648, chiamava la spedizione di Napoli _l’affaire de
la plus grande importance qui se puisse presque concevoir_. E al 15
agosto scriveva allo stesso Plessis e al principe Tommaso: _Jamais
la conjoncture n’a été plus favorable pour causer une révolution
dans ce royaume, pourvu que l’on vous y voye en état de l’appuyer,
les principaux de la noblesse étant dans la dernière méfiance des
Espagnols, et ayant refusé à don Juan d’Autriche de se rendre près de
lui, et les peuples ayant ajouté à la haine implacable qu’ils avaient
déjà contre cette nation, dont ils ont donné de bonnes marques depuis
un an, le désespoir et la rage de s’être laissé tromper et de voir
ostensiblement que les Espagnols leur préparent des chaînes et un joug
bien plus dur_. — Ducento anni appunto più tardi noi leggevamo lettere
dell’egualissimo tenore.

Del Mazarino furono pubblicate altre lettere relative a questo affare
del Pastoret e dal Fortia. Tra altre al Fontenay scriveva: _Je regrette
fort qu’ on ait imprimé les lettres où vous traitez ce peuple de
république. Heureusement ils ont souscrit la leur des mots_, Votre
très-humble servante, _la république de Naples; ce qui les a rendu
ridicules, et c’est beaucoup. Ces imaginations de république seraient
de tout point funestes, car on ne peut chasser les Espagnols tant que
la noblesse tiendra pour eux, ou que la république pourra mettre le
pouvoir aux mains du peuple. Ainsi point de république: beaucoup de
promesses générales, en se gardant toujours le moyen de profiler des
événements sans contrevenir à sa parole; et puis du temps, du temps
surtout. La patience doit finir cette affaire aussi bien qu’ elle l’a
commencée_.

Da quelle corrispondenze appare che la condotta del Guisa e la sua
cattura, avvenuta fin dal 1º aprile, ignoravasi ancora a Parigi dal
Mazarino il 22.

[92] Tutti costoro sono dipinti come eroi nella _Vita di Salvator
Rosa_ di lady Morgan, che tanto male vi dice dell’Italia, per amor
dell’Italia. Il Rosa, nella satira _sulla guerra_, cantava,

    Senti come cangiato ha il mio Sebeto
      In sistri bellicosi le zampogne,
      Nè più si volge al mar tranquillo e cheto...
    Mira l’alto ardimento, ancorchè inerme;
      Quante ingiustizie in un sol giorno opprime
      Un vile, un scalzo, un pescatore, un verme.
    Mira in basso una tale alma sublime;
      Che per serbar della sua patria i pregi,
      Le più superbe teste adegua all’ime.
    Ecco ripullular gli antichi fregi
      De’ Codri, e degli Ancuri e de’ Trasiboli
      S’oggi un vil pescator dà norma ai regi.

[93] Nel 1652 il conte d’Argenson, ambasciatore a Venezia, scriveva
che «coll’ajuto di Dio, si trattava di repentinamente strappar di mano
degli Spagnuoli il regno di Napoli, di fare riuscire una trama da lungo
tempo ordita». Nel 1682 altri discorsi di simili macchinazioni; nel 76
di nuovo; e così in appresso.

[94] _Pietra del paragone politico_.

[95] Guastalla, il cui nome suona scuderia delle guardie (_Ward
Stall_), fu fabbricata da’ Longobardi sul Crostolo, e dopo una
tempestosa libertà Luchino Visconti l’acquistò al Milanese, e Gianmaria
la infeudò a Guido Torello nel 1406: Filippo Maria vi aggiunse il
castello di Montechiarugolo nel Parmigiano presso l’Enza, dove un ramo
de’ Torelli dominò, dipendendo dai Farnesi, finchè il conte Pio fu
mandato al supplizio dal duca di Parma nel 1612. Da Salinguerra, costui
fratello, derivarono i Torelli di Francia e i Ciolek Poniatowski,
de’ quali fu l’ultimo re di Polonia. Il ramo primogenito, sovrano a
Guastalla, finì nel 1522 col conte Achille, uomo di costumi perduti;
e Lodovica Torello superstite, a cui era disputato dai parenti, vendè
il contado a Ferdinando, figlio cadetto di Francesco II Gonzaga di
Mantova (1539), allora vicerè di Sicilia; e fondate le _Angeliche_ e
le _Signore della Guastalla_ a Milano, vi si ritirò a vita devota e
morì nel 1569. Ferdinando suddetto fu celebre capitano, e contribuì
alla vittoria di San Quintino. Cesare suo figlio sposò Camilla
sorella di san Carlo Borromeo, nelle braccia del quale morì il 1577.
Ferdinando II suo figlio fece erigere il contado di Guastalla in ducato
dall’imperatore Ferdinando II, il 2 luglio 1621. All’estinzione della
linea principale, pretese a tutto il ducato di Mantova, ma nella pace
di Cherasco ottenne solo terre per la rendita di seimila scudi, che
furono Dossolo, Luzzara, Suzzara, Seggiolo. Ferdinando III ebbe sol
due figlie (-1678), una delle quali sposò Vincenzo Gonzaga duca di
Melfi e d’Oriano, il quale ebbe quell’eredità e pretese anche tutto
il Mantovano; ma quando l’imperatore tenne questo per la sua casa, al
duca di Guastalla lasciò solo i principati di Bozzolo e Sabbioneta,
colle terre d’Ostiano e Pomponesco, appannaggio un tempo d’altre linee
finite. Vincenzo lasciò (1714) due figli che si succedettero; Antonio
Ferdinando (-1729), e Giuseppe Maria (-1746), con cui finì la linea.

[96] _Memorie recondite_, III. p. 367.

[97]

    Ma qual fin sarà il mio se tu ti adorni
      In pace col vicin? Se del Sebeto
      Stringe e le mani tue comune oliva?
      Miserabile Italia! Allor ben pormi
      Dell’Ossuna in un punto e del Toleto
      Sento a laccio servil la man cattiva.
      Di pace intempestiva
      Deh non t’alletti, o figlia, il suon non vero.
      Sostieni e spera, e pria te stessa uccida
      Che giammai ti divida
      Dal duca alpin l’insidioso Ibero.
                            MARINI.

    Carlo, quel generoso invitto core
      Da cui spera soccorso Italia oppressa,
      A che bada, a che tarda, a che più cessa?
      Nostra perdita son le tue dimore...
    Gran cose ardisci, è ver; gran prove tenta
      Tuo magnanimo cor, tua destra forte;
      Ma non innalza i timidi la sorte,
      E non trionfa mai uom che paventa...
    Chi fia se tu non sei che rompa il laccio
      Onde tant’anni avvinta Esperia giace?
                            CHIABRERA.

    Chi desia di sottrarti a grave pondo
      Contro te non congiura; ardisci e spera.
      Ma non vedran del ciel gli occhi giocondi
      Ch’io giammai per timor la man disarmi,
      O che deponga i soliti ardimenti.
                            TESTI.

[98] — E fino a che segno sopporteremo noi, o principi e cavalieri
italiani, di essere non dirò dominati, ma calpestati dall’alterigia
e dal fasto de’ popoli stranieri?... Parlo a’ principi e cavalieri,
chè ben so io che la plebe, vile di nascimento e di spirito, ha morto
il senso a qualsivoglia stimolo di valore e di onore, nè solleva il
pensiero più alto che a pascersi giorno per giorno... Tutte le altre
nazioni non hanno cosa più cara della loro patria, scordandosi l’odio
e le inimicizie per unirsi a difenderla contro gl’insulti stranieri...
Fatale infelicità d’Italia che, dopo aver perduto l’imperio,
abbiam parimente perduto il viver politico... e abbiamo in costume
d’abbandonare i nostri e aderire alle armi straniere per seguitare la
fortuna del più potente...

«Se alla Spagna riesce d’occupare il Piemonte, principi e cavalieri
italiani che speranza vi resta? Non consiste il vero dominio nel
riscuotere le gabelle, nel mutar gli uffiziali, nell’amministrare la
giustizia ecc.; queste cose le hanno ancora i signori napoletani; ma
consiste nel poter comandare e non obbedire...

«Umilissimi quando sono inferiori, superbissimi nel vantaggio, non
regnano in Italia perchè valgano più di noi, ma perchè abbiamo perduto
l’arte del comandare; e non ci tengono a freno perchè siam vili e
dappoco, ma perchè siamo disuniti e discordi: non durano insomma in
Italia perchè sieno migliori de’ Francesi, ma perchè sanno meglio
occultare le loro passioni e i disegni loro; pagano la nobiltà italiana
per poterla meglio strapazzare e schernire; stipendiano i forestieri
per aver piede negli altrui Stati: avari e rapaci se il suddito è
ricco, insolenti s’egli è povero; insaziabili ecc.

«Sommo pontefice, repubblica di Venezia, granduca di Toscana, ben
sarete voi goffi, se avendo veduto il signor duca di Savoja tenere il
bacile alla barba di questo gran colosso di stoppa, non finirete voi
di rintuzzargli l’orgoglio; le vostre lentezze, le vostre freddezze, i
vostri timori sono stati quelli che gli hanno dato baldanza».

Nel _manifesto_ e nelle lettere famigliari è a vedere come della Corte
di Torino si chiamasse poi mal soddisfatto il Tassoni.

[99] La Casa Gonzaga si suddivise in molte, e la sua storia non è più
onorevole che quella delle altre dinastie italiane. Paola Malatesta,
moglie di Francesco Gonzaga, trasse alla fede cristiana un Ebreo,
concedendogli anche di portar il cognome di lei. Eusebio Malatesta,
come costui si fece chiamare, ottenne grazie e stato presso il marchese
di Mantova, e allora si spacciò per vero discendente dai Malatesta. Non
gliel sofferse Antonia Malatesta, moglie di Rodolfo Gonzaga signore di
Castiglione, onde egli la accusò presso il marito come cospirasse ad
ucciderlo; e Federico la fece decapitare sulla piazza di Luzzara. Il
popolo compassionò la bella, sposa da soli due anni, e ignorò il motivo
di questo supplizio.

Don Ferrante Gonzaga dei marchesi di Castiglione delle Stiviere, servì
utilmente coll’anni e ne’ governi gl’Imperiali e la Spagna. Ebbe moglie
Marta Tana di Santena da Chieri, dama favorita d’Isabella di Valois,
che fu moglie a Filippo II. Il suo primogenito, rinunziato al secolo
per entrar gesuita, ebbe venerazione col nome di san Luigi. Rodolfo
secondogenito, che dominò invece di lui, voleva pure il marchesato di
Solferino, che suo zio Orazio morendo improle lasciò invece a Vincenzo
Gonzaga di Mantova, e il marchesato di Castelgoffredo, d’un altro suo
zio Alfonso, il quale gli destinava sposa l’unica figlia. Ma Rodolfo
era secretamente marito di Elena Aliprandi; onde nacquero resie; e
improvvisamente Alfonso si trovò ammazzato (1596), e Castelgoffredo
occupato da soldati di don Rodolfo, che col terrore impose silenzio.
Ma alcuni fan giura e lo trucidano, e rendono Castelgoffredo al duca
di Mantova. Donna Marta, che aveva un figlio santo e l’altro morto
scomunicato, fa da reggente a Castiglione, sinchè l’imperatore ne
investe il terzogenito di lei, Francesco, che non si fece amare, anzi i
sudditi ribellati gli uccisero i figli, ferirono donna Marta, la quale
però guarì e prima di morire potè veder sugli altari venerato il suo
Luigi. Francesco dovette poi cedere Castelgoffredo al duca Vincenzo; ma
non fu amato dai sudditi se non dopo morto nel 1616.

Castiglione delle Stiviere fu dichiarato città dall’imperatore Mattia
con diploma del 23 ottobre 1612, ed era frequentatissimo pel culto di
san Luigi. Contro Ferdinando stettero lungamente ribelli i sudditi;
infine egli fu cacciato dagl’Imperiali nel 1692, e quel paese occupato
a vicenda da Cesarei e da Francesi; finalmente distrutto il castello
e il palazzo di Castiglione, e molte memorie di san Luigi. Ferdinando
morì a Venezia; suo figlio, maritato in una Anguissola, andò in
Ispagna e visse povero, come i suoi figliuoli, in servigi di corte
ed armi, finchè nel 1773 Luigi vendette all’Austria il principato
di Castiglione, il ducato di Solferino, il marchesato di Medole per
un’annua pensione primogeniale di diecimila fiorini. Questo Luigi fu
anche letterato, e amò la Corilla Olimpica; e con lui finì quel ramo
dei Gonzaga.

Quello di Novellara, discendente da Feltrino, cadetto di Luigi che fu
capo del Mantovano nel 1328, si estinse nel 1728.

Di questa casa uscirono insigni donne: Ippolita duchessa di Mondragone
(-1563), cantata da Bernardo Tasso e da altri: Lucrezia maritata
in Gian Paolo Fortebraccio Manfrone (-1576), che nelle lettere ci
lasciò testimonj di suo sapere e coraggio; Giulia Gonzaga di Melfi;
Isabella duchessa d’Urbino, quella che il Barbarossa pirata cercò
rapire (-1566); Caterina duchessa di Longueville (-1629), che a Parigi
fondò le Carmelitane; Maria Luigia, moglie di Casimiro V re di Polonia
(-1667), del quale sostenne il coraggio e ajutò l’abilità a ricomporre
il regno.

[100] Da antico dimoravano gli Ebrei in Mantova; ma una grave
persecuzione fu suscitata contro di loro in occasione delle prediche
fattevi da frà Bartolomeo di Solutivo nel 1602 contro i ciuffi e le
vanità. Si disse che gli Ebrei lo schernissero, onde a furia di popolo
alcuni furono impiccati pei piedi; si trattò di cacciarli affatto, poi
si stabilì portassero un segno al cappello, e si discorse di fare il
ghetto, compito poi nel 1610.

[101] Urbano VIII diceva all’ambasciadore Lodovico d’Agliè: — Alla
gloria del signor duca di Savoja, il quale si può chiamar difensore
della libertà d’Italia, compie il terminare da sè solo questa
differenza senza intervento di Spagna e di Francia. E quando ciò non si
possa senz’opera di mezzano, farlo per la via nostra o d’altro principe
che non sia straniero, e che non abbi in mira di rifabbricare la sua
monarchia sopra le ruine degli altri». Lettera 26 febbrajo 1628.

[102] Egli perì poi vincitore alla battaglia di Lutzen nel 1632,
nella quale combattevano Borso e Foresto d’Este, Mattia e Francesco
de’ Medici, Ernesto Montecuccoli di Modena, Ottavio Piccolomini duca
d’Amalfi, Luigi e Annibale Gonzaghi, uno Strozzi; e sussidj d’uomini
e di denaro aveano mandati all’Impero Lucca e i duca di Modena e
Toscana. Il Waldstein fu fatto trucidare dall’imperatore coll’opera
di Ottavio Piccolomini d’Aragona duca d’Amalfi, mosso da invidia, o da
fedeltà. Al Waldstein resero omaggio i nostri anche dopo la disgrazia:
il conte Gualdo Priorato, che sotto di lui aveva combattuto, ne spose
la vita, e a lungo ne parlò nelle storie: così Vittorio Siri, il
Bisaccioni, il padre Ricci bresciano, Paganino Gaudenzio, e poeti e
oratori non pochi. In alcune lettere di Ottavio Bolognesi al duca di
Modena, pubblicate nell’Archivio storico (_Nuova serie_, tom. III. p.
80) leggiamo: — Dio ha voluto dar il tracollo a Friedland col mezzo
dell’astrologia. Avea richiesto l’astrologo Giambattista Seni genovese
a specolar bene se poteva essere corrisposto dal Piccolomini in un
grave negozio che voleva appoggiargli; ed avendo avuto risposta che le
figure confrontavano talmente che sarebbero stati concordi fin alla
morte, esso, che non credeva Dio ma sì astrologia, senza esitazione
comunicò al Piccolomini i suoi progetti di ribellione». Il Piccolomini,
secondo le lettere stesse, diceva che il Waldstein pensava abbatter
del tutto Casa d’Austria, eriger Milano a repubblica, o darlo al duca
di Savoja. Il Priorato si lagna che «di tanti fedeli del Waldstein,
nessuno lo difendesse, ma subito morto, tutti credettero guadagnar
merito coll’esagerare contro le sue azioni: li più obbligati, gli
amici più stretti, i confidenti più cari parlavano contro di lui come
se fossero de’ maggiori ingrati». Ad Ottavio Piccolomini furon dati i
beni pel valore di quattrocento mila talleri, e il titolo di principe
dell’impero. Egli erasi mostrato eroe alla battaglia di Lutzen, e non
lasciò figlio, essendo invenzione di Schiller il Max. Ottavio stese
una relazione della morte di Waldstein, gravandolo d’ogni colpa. Nel
manifesto pubblicato dalla corte di Vienna è professato che nessuna
legislazione sensata, nè le leggi dell’impero esigono procedura e
sentenza formale _in criminibus proditionis perduellionis vel lesæ
majestatis notoriis_, e che in tali casi _executio instar sententiæ
est_.

[103] Credesi allora rapita la Tavola Isiaca, che era reputata il più
insigne monumento egizio, e che ora sta nel museo Torinese non tenuta
per autentica; una magnifica sardonica figurante una panegiria, or
conservata nel museo di Brunswick. I quadri del palazzo di Mantova
furono portati a Praga, dove Cristina di Svezia li comprò e trasferì a
Roma: indi comprolli il duca d’Orléans reggente di Francia.

La continuazione del _Fioretto delle cronache di Mantova_ del Giunta al
1630 dice che a Mantova nell’assedio il frumento pagavasi 24 scudi il
sacco; una libbra di oncie 23 di pane, lire 3, soldi 4; un boccale di
vino lire 6; una libbra di formaggio lire 8, d’olio d’uliva lire 24, di
lardo lire 6, un uovo lire 5: la doppia d’Italia di lire 29 spendeasi
150; lo zecchino di Venezia di lire 16 soldi 10, andò a lire 72.

[104] _Sed belli graviores causæ_: risposta che lo storico Ripamonti
mette in bocca al governatore Cordova, e che più o meno sfacciatamente
si ripete ogni tratto.

[105] TADINI, _Ragguaglio... della gran peste contagiosa_. E su tutti
questi fatti vedi la nostra _Lombardia nel secolo XVII_.

[106] Una relazione del contagio di Firenze in vulgare per Luca
Targioni, una in latino pel dottore Alessandro Righi, stampate dal
Targioni Tozzetti, _Viaggi_, vol. IV, p. 298-316, sommano a nove mila
i morti tra Firenze e il contorno. Geri Bocchineri scriveva al gran
Galileo, allora detenuto presso l’Inquisizione di Roma (18 maggio
1633): — La nostra sanità sta in questo grado; ogni giorno di Firenze
si mandano al lazzaretto un numero di dieci, o dodici, o quindici, o
diciotto malati, ma rare volte si arriva a’ diciotto; li morti sono
(dico in Firenze) ora uno, ora due, ora tre, ed ora quattro il giorno,
e qualche volta nessuno; a cinque non si è arrivato mai, che io sappia,
e rarissime volte a quattro. In questo contado ci è qualcosetta di
male, ma non gran cosa; e qualcosa è in Poggibonzi, dove si trova il
signor canonico Cini a sopraintendere. Il resto dello Stato sento che
è sano. Il male, che fino a ora è stato così velenoso che pareva senza
rimedio, ora pare che cominci a cedere a’ medicamenti, essendo al
lazzaretto persone che guariscono. Séguita la clausura delle donne, di
quelle però che non possono andare a casa nella propria carrozza. Li
contadini non si ammettono in Firenze, fuori quelli che portano roba
da gabellare, e si continuano e s’introducono nuovi e buoni ordini.
Sabato si condurrà solennemente in Firenze la miracolosa Madonna
dell’Impruneta, e si faranno processioni ed altre devozioni per placare
l’ira di Dio, il quale ci perdoni a tutti, e guardi vostra signoria a
cui bacio le mani.

«PS. Il male nelle case dei nobili non si fa più sentire».

Le cronache veneziane ricordano pesti negli anni 954, 958, 1007, 1010,
1073, 1080, 1093, 1102, 1118, 1137, 1149, 1153, 1157, 1161, 1165,
1169, 1170, 1172, 1177, 1182, 1203, 1205, 1217, 1218, 1248, 1249,
1263, 1275, 1277, 1284, 1293, 1301, 1307, 1343, 1347 (la famosa morte
nera, per cui si estinsero cinquanta casate nobili) 1350, 1351, 1357,
1359-60-61, 1382, 1393, 1397-98, 1400, 1413, 1423-24, 1427-28, 1447,
1456, 1464, 1468, 1478, 1484, 1485, 1498, 1503, 1506, 1510-11-13,
1527, 1536, 1556, 1565, 1575-76, 1580, 1629-30. In quest’ultimo vi
morirono quarantaseimila cinquecentotrentasei persone, e comprendendovi
Murano, Malamocco, Chioggia, ottantaduemila centosettantacinque. Ap.
GALLICIOLLI.

* Fra i tanti scritti sulla peste del 1630 è notevole _Andrea Taurelli
j. c. de peste italica, libri duo_, Bologna 1641, ove discorre
peripateticamente le cause e gli accidenti di quel contagio, ma
specialmente in Bologna, intorno a cui versa un capitolo intero.
Fu asserito che i Gesuiti si sottrassero alle cure de’ malati. Il
Torelli smentisce, perocchè, a pag. 110, ricorda con quanta carità
vi si adoprarono Cappuccini, Certosini, Gesuiti, tra i quali nomina
specialmente, _ut cæteros omittam_, il padre Orimbelio veronese,
teologo e predicatore, e capo dell’ospedale, e Giambattista Martinengo
bresciano.

[107] A tacere i cronisti, e quelli che dettavano sotto l’impressione
del terrore, anche storici pensatori adottarono quella credenza. Il
grave Nani nella _Storia di Venezia_ scrive: — La peste spopolava
intere provincie: nel Milanese particolarmente, all’ira del cielo
la scelleraggine umana lavorando i fulmini, si trovò una colluvie di
gente, rimescolata d’Italiani e Spagnuoli, che, inventando nuove foggie
di morte, procurò con peste manufatta estinguere, per quanto poteva,
il genere umano. Il veleno di misti mortiferi ed abominandi col solo
contatto uccideva senz’alcuno scampo, mentre l’insidie occulte si
trovavano in ogni parte, essendo per le chiese e per le strade sparse
le stille di sì fiero liquore. I nomi di costoro non meritano che
l’oblivione, delle azioni scelleratamente famose giustissima pena.
Se ben veramente l’immaginazione dei popoli, alterata dallo spavento,
molte cose si figurava, ad ogni modo il delitto fu scoperto e punito,
stando ancora in Milano le inscrizioni e le memorie degli edifizj
abbattuti, dove que’ mostri si congregavano». Più la adottarono gli
storici lontani, giù fino al Giannone, che, al solito ricopiando i
precedenti, nè un’ombra di dubbio palesò sul fatto o di disapprovazione
sui modi. Che più? Carlo Botta, medico, nella _Storia d’Italia in
continuazione al Guicciardini_, lib. XXI, pone: — Era sorta una
voce per tutta Italia, _voce non vana, ma dai fatti comprovata_, che
certi scellerati la corressero con proposito di spandervi la peste,
comunicandola alle acque pubbliche ed alle acque benedette delle
chiese. Qual cosa si debba credere di questo modo di comunicare
il veleno pestifero, _certo è bene che questi uomini abbominevoli
ciò facevano_, sia che solamente spaventando volessero aprirsi
via al rubare, sia che veramente con più scellerato fine le acque
attossicassero. Parecchi di codesti mostri furono in Milano scoverti,
e siccome meritavano dati alle forche, le loro case stracciate, e con
infamatorie inscrizioni notate».

[108] Pietro, siciliano: il connestabile Colonna gli diede moglie
una sua figlioccia e il governo d’una sua terra. Un altro figlio di
questo fu arcivescovo d’Aix, provveduto di cinquantamila scudi, e
cardinale e vicerè di Catalogna. Vedi _Negoziati di monsignor Giulio
Mazarino_ in appendice alla _Storia d’Italia_ del Brusoni; ELPIDIO
BENEDETTI, _Vita del Mazarino_; PRIORATO, _Istoria del ministero del
cardinale Mazarino_, Colonia 1669; e un’infinità di scritture, anche
recentissime.

[109] Richelieu, di Angelo Cornaro ambasciadore di Venezia in
Francia, valevasi ne’ consigli più scabrosi, e finito il tempo, pregò
la Repubblica a prolungarglielo. Vicquefort cita molti Veneziani
lodatissimi come ambasciadori, quali Aluise Contarini, che durò
tutta sua vita in tali uffizj, e fu al congresso di Münster; Angelo
Contarini, Giambattista Nani storico, Guglielmo Soranzo ecc.; inoltre
l’abate Scaglia e il cardinale Alessandro Bichi, il quale avrebbe
potuto avere la prima importanza presso il Richelieu se fosse stato più
astuto.

[110] Manoscritto del 1634 di Pietro Nores.

* Giambattista Livizzani modenese col nome d’Ausonio Fedeli publicò un
_Applauso poetico_ al divo Luigi il Giusto, re cristianissimo, ottimo
massimo; ma poi nel _Zimbello o l’Italia schernita_ (1641) deplorò le
miserie della guerra di Monferrato, rimproverando agli scrittori e a se
stesso le bugie che dicevano e le adulazioni.

[111] Una nota contemporanea che trovasi nel _Carteggio degli agenti
toscani_ al 1636, dice: — Il disegno è che il duca di Savoja si faccia
re di Napoli; il signor cardinale suo fratello resti principe di
Piemonte; a’ Francesi resti la Savoja, Nizza e Villafranca; il duca di
Mantova sia duca di Milano; Parma n’abbia una parte più vicina a lui:
e alla casa Barberina si lasci uno Stato nel regno, e resti libero».
Segue divisando i modi. _Archivio storico_, tom. IX. p. 318.

[112] Nel 1617 Girolamo Zambeccari inquisitore lagnasi che il principe
di Correggio non assistesse abbastanza il Sant’Uffizio, e chiedeva
gli fossero consegnati Gianpaolo e Ottavio Pestalozzi, accusati
d’eterodossia; anzi con un pugno di sgherri venne in Correggio, e
presili si avviò con essi a Reggio. Siro, saputolo, fa inseguirli,
e il frate fu coltellato, ma riuscì a fuggire. Paolo citò Siro al
Sant’Uffizio in Milano, ove fu convinto del delitto; ma il papa gli
perdonò, purchè difendesse Correggio dagli Spagnuoli, dandogli in
penitenza di edificare la Madonna della Rosa.

[113] Adelaide Enrichetta, figlia di Vittorio Amedeo, nel 1650
sposò Ferdinando elettore di Baviera, e pare traesse a quella Corte
le famiglie Piossasco, Pardo, Lugo, Monasterolo, Simeoni, da cui
derivarono famiglie di colà. Anche un Garnerin, presidente al senato
di Chambéry, si mutò in quel paese, e fu avo del conte di Montglas,
ministro del primo re di Baviera.

[114] Le brighe del Monod, del Rovita, di che altri Gesuiti so io,
leggonsi con minuziosa diligenza raccontate nel Botta, lib. XXII, che
in queste materie di frati e di confessori è a pasto.

[115] Vuolsi che a quell’assedio per la prima volta Francesco Zignone
bergamasco inventasse di gettare in città bombe piene di polvere e
di sale, per supplire alla mancanza che ve ne aveva. Vi fu ucciso un
capitano tedesco, il quale si trovò essere donna.

[116] Il Bonaventuri fu ucciso in principio del 1570; la granduchessa
morì il 10 aprile 1578; le nozze colla Bianca avvennero il 5 giugno.

[117] Esso la chiama _sublime donna_; ne canta _la nobiltà ch’è
del valor colonna_; e lodati i meriti insigni del granduca, maggior
di tutto trova il discernimento suo, pel quale, come Paride, seppe
preferir Bianca, che ha _vero candore, anzi splendor sereno e vero e
casto amore_; e non rifina sui vanti di questa.

    Casta beltà ch’alto giudizio elesse,
    Pudica moglie in lieta pace e santa,
    Che di candore e d’onestà s’ammanta.

[118] MOLINO, ap. Cicogna, _Iscrizioni venete_, tom. II.

[119] Però nella relazione dell’ambasciadore veneto, 14 febbrajo
1609, viene dato conto del testamento del granduca, e come vi
indicasse per tutrice del principe la moglie, ma poi rinserrandola
«così strettamente, ch’ella se ne duole molto. Vuole che abbia sei
consiglieri, che siano il signor Don Giovanni, don Antonio, et quattro
altri, che dice saranno nominati, con due mille scudi l’anno per uno,
ma il nome di questi non è stato ritrovato; et poi aggiunge che non
possa metter capitano alcuno di nation francese in alcuna piazza; che
non possa havere presso di sè nè fratelli, nè parenti, nè altri di
nation francese che un semplice valletto di camera che sappia scrivere,
per poter mettere una lettera in francese, quando le occorresse; che
non possa prestar denari ad alcuno de’ suoi, nè farglieli prestar dal
Monte, nè far obbligar li sudditi per loro, nè in alcun modo introdurre
alcun di quelli in questo Stato. Ordina, che ogni anno debba riporre
trecentomila scudi o almeno ducentosessantamila, et che contrafacendo
a quanto è predetto cadi subito dalla tutela. Le lascia ducento mille
scudi oltre la sua dote, la quale si valuta intorno a seicentomila,
et quando ella voglia levarla, non vuole che habbia altro, ma non la
levando le lascia ventiquattro mille scudi l’anno, et le rendite di
Montepulciano, Serezana et Pietrasanta, che possono importare intorno
ad altri quattro mille, et che volendo habitare in alcuno di detti
luochi lo possa fare. Per fine poi lascia a due figliuole, che erano
a quel tempo nate, trecento mille scudi di dote per una, et prega il
principe, che occorrendo, per accomodarle bene, da lor davantaggio, lo
faccia. Comanda che non gli siano fatti funerali, ma che siano messi
quaranta mille scudi sul Monte, del tratto dei quali siano maritate
ogni anno tante zitelle, parte della città, et parte dello Stato, et
questa è la sua ordinatione. Non ha lasciato denari questo principe,
anzi intaccate tutte le rendite, perchè tanto ha speso questi ultimi
anni in fabbricar vascelli, nel comprarne, noleggiarne, et armarne,
e nell’armare estraordinariamente galee, et havendo havuto anco
ultimamente la spesa delle nozze, è morto mezzo fallito; si dice però
fallito di denari correnti, perchè delli reposti non si parla, et
quanto a questi havendo fatto diligenza per sapere appresso a poco
quanti siano, non ho ancora potuto dar in persona che con fondamento
me lo habbia saputo dire, ma non si crede a gran giunta quanto si è
cercato sempre di dar ad intendere».

[120] Pietro Leopoldo nel 1770 comprò poi da Malaspina di Mulazzo il
territorio di Calice e Veppo nella Lunigiana: ma questa provincia
restò immediata fin al 1815. L’isola d’Elba fu unita al granducato
nel trattato di Lunéville del 1801: nel 1808 i Presidj: nel 1814 il
principato di Piombino, cessando allora ogni giurisdizione baronale dei
feudatarj imperiali di Vernio Montanto e Monte Santa Maria. Il Lucchese
fu aggregato nel 1847.

[121] «Nel principio del secolo non era a Firenze chi avesse
giurisdizione, se non alcuni della famiglia de’ Bardi per l’antica
signoria di Vernio, e Lorenzo di Jacopo Salviati che aveva ereditato
la terra di Giuliano nelle campagne di Roma con titolo di marchese.
Cominciò poi Vincenzo di Antonio Salviati a procurare dal granduca
il titolo di marchese, con la compra del castello di Montieri nello
Stato di Siena; e questo esempio fu subito imitato da tanti altri,
che oggi non c’è quasi famiglia cospicua che qualcuno non porti
il titolo di marchese; chi l’ha procurato per la medesima via di
compra nello Stato del granduca, chi nel regno di Napoli, e chi l’ha
ottenuto per ricompensa di servizj prestati a sua altezza; chi ha
procurato il titolo solamente dall’imperatore, chi dal re di Spagna,
chi dal papa; e finalmente è venuta a tal segno questa vanità, che
s’è cominciato a chiamar qualcuno marchese per adulazione, e molti se
lo lasciano dare senza replicar niente. I Bardi, signori di Vernio,
hanno assunto il titolo di conti; e quelli della famiglia del Nero,
di baroni di Torciliano, che è un casale nella campagna di Roma, con
aver ritrovato che già vi era certa giurisdizione: e l’istesso hanno
fatto gli Alamanni per un casale presso a Napoli, ereditato dalla
famiglia del Riccio; ma in quest’ultimo tempo hanno procurato dal re
di Spagna il titolo ancor loro del marchese: c’è anco chi ha ottenuto
dall’imperatore il titolo di conte d’imperio; ed insomma, se non fosse
che il granduca non fa differenza nessuna nella nobiltà tra chi ha
titolo o no, si stimerebbe quasi infelice chi non potesse conseguir
un titolo di marchese o di conte. Nell’introduzione comune del titolo
di marchese, il marchese Jacopo del soprannominato marchese Lorenzo
Salviati, per continuare a differenziarsi dagli altri, ottenne da
papa Urbano VIII il titolo di duca, il quale esempio fu seguitato dal
marchese Luigi Strozzi...

«La nobiltà nel cominciare del secolo non usava altro nelle lettere
tra loro che _molto illustre_ nella soprascritta ed il _vostra
signoria_ nel corpo della lettera, e in voce e nella cortesia diceva
_affezionatissimo servitore_; e quando un nobile capo di famiglia
avesse avuto a scrivere a un altro nobile, ma giovane e figlio di
famiglia, gli avrebbe dato dell’_illustre_, e ricevuto come sopra
del _molto illustre_; e nell’istessa maniera trattavano tra loro un
nobile dirò di prima classe con un altro di più recente nobiltà. Con
l’introduzione de’ titoli di marchese si cominciò a introdurre nella
soprascritta il titolo d’_illustrissimo_, che fu subito abbracciato
da ogn’altro nobile, e poi introdotto ancora nel corpo delle lettere,
con la cortesia di _obbligatissimo_, _devotissimo_, _umilissimo
servitore_, _servo_ e simili, secondo che più o meno si è voluto
adulare o mostrarsi ossequioso. E finalmente s’è così introdotto di
dare l’_illustrissimo_ anche in voce, che lo sanno dare ai gentiluomini
anche le persone basse, e fino i poveri nel chiedere la limosina; ed il
_molto illustre_ è trasportato nei bottegai; ed alli due duchi Salviati
e Strozzi si dà dell’_eccellentissimo_ ed in iscritto ed in voce; ma
nella cortesia la nobiltà di prima classe pretende trattarsi del pari».
RINUCCINI, _Ricordi storici_.

[122] Nell’_Archivio delle riformagioni_ è questo decreto del 7 agosto
1645: — Considerato che l’opera del canale e porto di Livorno, a
giudicio di ogni persona intendente, è cosa molto magnifica e molto
degna, e da dare col tempo, quando avrà avuto la sua perfezione, gran
comodità ed utilità alla città nostra... desiderando non rimanghi
imperfetta... si nomina una balìa di cinque uffiziali ecc.».

[123] Il molo di Livorno fu disegno di Ruperto Dudley conte di
Northumberland, famiglia perseguitata in Inghilterra e accolta da Cosmo
II in Firenze; ove esso Ruperto stampò l’_Arcano del mare_, magnifica
raccolta di carte geografiche e idrografiche, trattando pure della
scienza delle longitudini e del navigare.

[124] Il Correr, ambasciatore veneto nel 1569, scriveva di essa: —
Ritiene quella regina dell’umore de’ suoi maggiori; però desidera
lasciar memoria dopo di sè, di fabbriche, librarie, adunanze
d’anticaglie. E a tutte ha dato principio, e tutte ha convenuto
lasciar da parte, e attendere ad altro. Si dimostra principessa umana,
cortese, piacevole con ognuno. Fa professione di non lasciar partire
da sè alcuno se non contento, e lo fa almeno di parole, delle quali
è liberalissima. Nelli negozj è assidua, con stupore e meraviglia
d’ognuno, perchè non si fa nè si tratta cosa, per piccola che sia,
senza il suo intervento. Nè mangia, nè beve, e dorme appena che non
abbia qualcuno che le tempesti le orecchie. Corre là e qua negli
eserciti, facendo quello che dovrebbero fare gli uomini, senza alcun
risparmio della vita sua. Nè con tutto ciò è amata in quel regno da
alcuno; o se è, è da pochi. Gli Ugonotti dicono che ella li tratteneva
con belle parole e finte accoglienze, poi dall’altro canto s’intendeva
col re cattolico, e macchinava la distruzione loro. I Cattolici,
all’incontro, dicono che, s’ella non gli avesse ingranditi e favoriti,
non averieno potuto far quello che hanno fatto. Di più, egli è un tempo
adesso in Francia, che ognun si presume; e tutto quel che s’immagina,
domanda arditamente; ed essendogli negato, grida e riversa la colpa
sopra la regina, parendo loro che, per essere forestiera, quantunque
ella donasse ogni cosa, non per questo darebbe niente del suo. A lei
ancora sono state sempre attribuite le risoluzioni fatte in pace
o in guerra, che non sono piaciute, come se ella governasse da sè
assolutamente, senza il parere e consiglio d’altri. Io non dirò che
la regina sia una sibilla, e che non possa fallare, e che non creda
troppo qualche volta a se stessa: ma dirò bene che non so qual principe
più savio e più pieno d’esperienza non avesse perduto la scrima,
vedendosi una guerra alle spalle, nella quale difficilmente potesse
discernere l’amico dal nemico; e volendo provvedere, fosse costretto
prevalersi dell’opera e consiglio di quelli che gli stanno intorno, e
questi conoscerli tutti interessati e parte poco fedeli. Torno a dire
che non so qual prencipe sì prudente non si fosse smarrito in tanti
contrarj, non che una donna forestiera, senza confidenti, spaventata,
che mai sentiva una verità sola. Mi son meravigliato che ella non si
sia confusa e datasi totalmente in preda ad una delle parti: che saria
stata la total rovina di quel regno. Perchè essa ha conservato pur
quella poca maestà regia che si vede ora a quella Corte, e però l’ho
piuttosto compassionata che accusata. L’ho detto a lei stessa in buon
proposito; e ponderandomi sua maestà le difficoltà nelle quali ella
si trovava, me le confermò, e più volte di poi me l’ha ricordato. So
bene che è stata veduta nel suo gabinetto a piangere più d’una volta:
poi fatta forza a se stessa, asciugatisi gli occhi, con allegra faccia
si lasciava vedere nei luoghi pubblici, acciocchè quelli che dalla
disposizione del suo volto facevan giudizio come passavano le cose, non
si smarrissero. Poi ripigliava i negozj, e non potendo fare a modo suo,
si accomodava parte alla volontà di questo, parte di quell’altro; e
così faceva di quegli impiastri, de’ quali con poco onor suo n’ha fatto
ragionare per tutto il mondo». _Relazioni_, II. 154.

[125] _Mémoires de Groulard_, nel vol. II della collezione di Petitot,
pag. 384.

[126] Guido Bentivoglio, letterato e prete, e non avverso al
maresciallo d’Ancre, racconta l’assassinio di lui coll’indifferenza
del Machiavelli: — Il favore e l’autorità in che la regina madre avea
collocato il maresciallo d’Ancre, avea passato ogni termine. Onde il
re finalmente s’è risoluto di farlo ammazzare, e ciò seguì jeri 24
(aprile 1617), mentre egli entrava nel Louvre a piedi con grandissimo
accompagnamento secondo il solito. Il signor di Vitry n’ebbe l’ordine
da sua maestà e... l’ammazzarono con tre pistolettate. Succeduto il
caso, se ne sparse la voce per tutta Parigi, e tutta la nobiltà subito
concorse a trovare il re, il quale pieno d’allegrezza abbracciò tutti,
e replicò spesso queste parole: — Io sono ora il re; il tiranno è
ammazzato». _Lettere diplomatiche_.

[127] Nelle citate corrispondenze d’ambasciadori veneti si legge sotto
il 30 luglio 1661: — Nella occasione degli sponsali, havendo voluto la
principessa sposa far apparire la grandezza e generosità del suo animo
regio, ha dato materia di molta alteratione al granduca, et agli altri
principi della Casa, mentre hanno ben scoperto, che la principessa,
privatasi di diverse cose più preciose, e di suo uso e bisogno, ne
habbi fatto dono a dame, et ad altri soggetti venuti con essa di
Francia. La granduchessa di questo n’ha passata indolenza, et il
granduca parimenti se n’è risentito a segno, che son nati tra di loro
disgusti, e male soddisfationi, quali continuano tuttavia. Il principe
sposo medesimamente ha verso di lei qualche sentimento, atteso che
molto gli spiace la libertà colla quale la sposa si tratta, che sebbene
si accostuma in Francia, è però differente assai da quello si pratica
in Italia, come di già n’è stata la detta principessa avvertita. Molti
altri sconcerti son pur sortiti per causa della sua famiglia troppo
licentiosa, che ha obbligato questi principi a far che la principessa
dia combiato quasi ad ognuno prontamente, havendola in pari tempo
provveduta d’altri soggetti di questo Stato per la sua Corte, tanto
nobile, che di particolare suo servitio, non essendo restati dei
Francesi che alcuni pochi riconosciuti per li più moderati. Il re di
Francia havendo fatto dono, al partire della medesima principessa da
Parigi, di una credenziera di argenteria di molta vaglia, coll’arma
sopra dei gigli e della Casa Medici, quale non essendosi veduta mai
comparire, si è finalmente scoperto che la principessa l’habbia, nel
viaggio, donata a madama di Baloè, prima che arrivasse a Marsiglia,
onde anco di ciò provatosene gran disgusto, se n’è scritto in Francia
per haverlo indietro, e se ne spera l’intento...»

Il 27 agosto: — Il maggiordomo della principessa sposa, gentilhomo
francese, per parlare stranamente di questa Casa, et anco per qualche
altro riguardo, è stato costretto, per ordine del granduca, di entrare
in una carrozza improvvisamente (senza haver tempo di mutarsi di
vestito), e con iscorta di diversi armati a cavallo passar a Livorno
alla custodia del governatore di quella piazza; e benchè da lui si
fosse fatta istanza di poter parlar prima alla principessa sua padrona,
niente gli è stato permesso, anzi rigorosamente gli fu comandato a non
dover più capitar in queste parti, ma che da Livorno senza ritardo si
metta a viaggio per Francia, o per dove gli fosse più piaciuto. Intanto
si parla che per tal novità la medesima principessa sposa habbi provato
un gran sentimento, sebben, con molta prudenza, finga e mostri di non
molto curarsene, come d’alcuni altri simili disgustosi successi...»

Il 15 ottobre: — È qui comparso un padre dell’Oratorio di Parigi,
mandato dalla duchessa d’Orléans per intendere dalla voce di questa
principessa sposa sua figlia, che qualità di disgusti essa passi con
questa Casa, per iscoprire se viene trattata nelle forme dovute, e
proprie alla grandezza del suo sangue, e alle conditioni della medesima
principessa, la quale ha già rappresentato con sue lettere alla detta
duchessa madre molte sue amarezze, e poche soddisfationi che andava
ricevendo da questi principi...»

Il 29 ottobre: — Il padre francese sta maneggiandosi, e pare che
dopo il suo arrivo la principessa sposa si dimostri assai sollevata,
cercando ben lui tutti li modi per levarle dall’animo la melanconia, e
farla rimaner allegra e consolata, havendole promesso che certamente o
dalla duchessa sua madre, o dal re le sariano soddisfatti alcuni debiti
che haveva contratto per far donativi a chi la condusse di Francia».

[128] Del resto anche Enrico IV desiderò d’essere e fu canonico
lateranese.

[129] GALLUZZI, lib. VIII, c. 10.

[130] Federico Schlegel nel _Quadro della Storia moderna_, c. 9, ammira
l’assetto dato allora alle cose nostre da Carlo V, «al quale l’Italia
è debitrice del felice riposo, di cui godette nei tempi seguiti». «Niun
secolo fu mai all’Italia così tranquillo e sicuro come il XVI. In mezzo
a un sì dolce riposo, pareva ecc.» Son parole del TIRABOSCHI, _Storia
della letteratura italiana_. «Se noi eccettuiamo il reame di Napoli...
possiamo stimare che, per tutto quello spazio che corse dal 1559 al
1600, deve contarsi fra i più felici che mai godesse l’Italia, e si
continuò quasi nel medesimo stato sino al 1625». DENINA, _Rivoluzioni
d’Italia_, XXII. 4.

[131] Al tempo di Mazarino cantavasi:

    _Si vous n’êtes italien,_
      _Adieu l’espoir de la fortune;_
      _Si vous n’êtes italien,_
      _Vous n’attraperez jamais rien._

Nelle lettere del cardinale D’Ossat occorrono moltissimi italianismi:
_Aigrir les matières, ne pouvoir mais, marcher de bon pied en une
affaire, entrer en mauvaise satisfaction, scopes, ayant tardé plus
qu’il ne soloit; m’embrassa, me tenant serré une bonne pièce_ (buona
pezza); _il me tournait à dire encore; la religion pâtit trop en temps
de guerre_. Reciprocamente poco era conosciuto qui il francese, poichè
egli stesso ogni tratto mette: _Le cardinal d’Ascoli me fit lire et
expliquer en italien la lettre: monsieur le cardinal Lancelot me fit
lire et interpréter en italien la lettre que votre majesté lui écrivoit
etc_. E a Venezia: _Je bailli au duc les lettres de votre majesté avec
une traduction en langue italienne, laquelle j’avais faite sur la copie
que vous m’en aviez envoyée_. Negli archivj veneti trovansi carteggi
di varie Corti, e singolarmente della inglese, stesi in italiano:
l’ambasciadore francese parlava a quel senato per via d’interprete,
locchè non faceva lo spagnuolo: il doge rispondendo a quello, scusavasi
se non avea ben capito, se non intendea bene il francese ecc.

[132] «Il duca di Savoja ottenne questi giorni dal papa che tutti i
soldati del suo esercito possano, una volta in vita e una in punto di
morte, essere assolti da tutti i peccati e casi riservati alla santa
sede... Questa domanda mi ha dato a pensare che voglia farli combattere
non solo in giusta guerra contro gl’Infedeli, ma in qualche tristo
disegno che possa avere». D’OSSAT, _Lettre_ CCLVI.

[133] L’edizione elzeviriana del 1654, dedicata a Dio e coll’epigrafe
_La divozion forzata al Signor non è grata_, è rarissima.

[134] D’OSSAT, _Lettre_ CCXLIII. Il cardinale Francesco Barberini
teneva presso Enrichetta di Francia regina d’Inghilterra agenti che,
oltre le funzioni di ministri papali, procuravano vi si ristabilisse
la religione cattolica. Singolarmente vi si adoperò il conte Carlo
Rossetti, che cercava ottenere libertà di coscienza e di culto pe’
Cattolici, e anche di convertire il re. L’arcivescovo di Cantorberì si
mostrava disposto andare a Roma se gli fosse assicurata la pensione di
quarantottomila lire; ma il popolo di Londra, avutone sentore, assalì
il Rossetti, che dovette fuggire. WICQUEFORT, _L’Ambassadeur_.

[135] D’OSSAT, Lettere del 1598. Quelle lettere riboccano di siffatte
pretensioni.

[136] Uberto Languet si ride della vanità de’ principi italiani, che
cercavano il titolo di re alla corte dell’imperatore: _Nam de ejusmodi
nugis tanto conatu in hac aula agitur ab ipsis, ut nobis ampla materia
ridendi præbeatur... Novit aula cæsarea uti vanitate Italorum ad
sua commoda; quare non est quod Sabaudus speret se per Hispanum aut
quemquam alium consecuturum id quod ambit, nisi multum pecuniæ in eam
rem impenderit_. Lettere da Praga, agosto 1575, marzo 1578.

[137] WICQUEFORT, _L’Ambassadeur_. Famose questioni in tal proposito
ebbe la corte di Torino colla romana. Quando i residenti di Savoja
chiedessero udienza straordinaria, il maestro di camera rispondeva:
— Il signor residente venga alla tal ora, che nostra santità lo
sentirà». Nel 1701 il marchese Garneri fece la domanda, e monsignor
Ruffo gli rispose che «troverebbe l’anticamera aperta, e in lui ogni
attenzione per servirlo». L’inviato se ne tenne offeso, e interpostosi
il cardinale Barberini protettore di Savoja, si rattoppò. Il Garneri,
chiesta novamente udienza per mezzo del suo cavallerizzo, ebbe a
voce risposta dal maestro di camera: — Il cardinale nostro viene oggi
alle ventidue ore, e crederei di poter servire il signor residente».
Il cavallerizzo domandò se avesse informato sua santità; e il Ruffo
rispose: — Lei vuol saper troppo...». Il residente l’ebbe per ingiuria;
il Ruffo negò d’avere data tale risposta; il papa mostrò che dovea
credere a questo più che al cavallerizzo; il duca ordinò al residente
di partire, e ne venne una lunga interruzione diplomatica.

[138] _Capitula regni Siciliæ edita ab ill._ Fr. TESTA; tom. II. pag.
57.

[139] D’OSSAT, _Lettre_ CXLVIII.

[140] D’OSSAT, _Lettre_ CCCXIX.

[141] In una petizione del 1645 i Milanesi dicevano alla Corte: —
Giammai si prostrarono ai piedi di vostra maestà nè così lacrimevoli
nè più afflitti i suoi fedelissimi vassalli, e la città e Stato di
Milano non fu mai tanto bisognevole di soccorso e rimedio della sua
real grandezza, come in questo punto, tanto fatale per quella povera
provincia che ha dato in servizio di vostra maestà vita sangue e roba,
e la stessa speranza che di vita sopravanza. Disperata per un prolisso
e confuso alloggiamento, coi medesimi disordini, con gli stessi abusi e
con i medesimi inconvenienti tante volte rappresentati a vostra maestà,
avendo quell’esausta provincia negli ultimi sforzi del suo amore
speso quattordici milioni di reali in plata doble nel corso di questo
tempo. E quel ch’è peggio, quando immaginava recuperar le sue forze
con un abbondante ricolto per abilitarsi più a servizio della maestà
vostra, il principe Francesco (di Savoja) entrando per l’Alessandrino,
Lomellina, Novarese, Vigevanasco, Tortonese, ha sradicato e incenerito
quel paese senza essergli stata fatta opposizione alcuna per parte
di vostra maestà; ed è così grande il danno ricevuto che non venne
lasciato ai fedelissimi vassalli della maestà vostra pure una sola
spica di grano».

E Fulvio Testi faceva dire all’Italia:

    Nè tante angustie a me recaron l’armi
      Di mille squadre a mia ruina armate,
      Quante vidi nell’ozio offese farmi
      Da quelle turbe invidiose, ingrate;
      E pacifica poscia odo chiamarmi
      Che m’hanno i tempj e le città spogliate;
      Ma se predar, se disertar le terre
      Dimandan pace, e quai sarian le guerre?

È delle più ghiotte curiosità di quel secolo la vita dei soldati di
ventura. Pei principeschi se ne vedano alcune in Mutinelli, _Storia
arcana_, vol. I. p. 68; pei gregarj n’ho pubblicato io una nella
_Scorsa negli archivj veneti_. Un’altra ricavo da un processo erettosi
a Milano il 1659 contro don Mario Piatti, fabbricatore di monete false.
Per ispenderle si valeva egli d’un tal Ignazio Casta côrso, il quale
in giudizio esponeva la propria vita con parole che noi accorciamo,
mantenendone il senso: — Io venni sette anni fa da Meti mia patria
a Roma, dove mi assentai per soldato al servizio di Santa Chiesa; ho
servito due o tre anni incirca; poi avendo inteso che il signor duca
di Modena faceva gente contro lo Stato di Milano, m’absentai da Roma, e
venni a Modena per servire quel signor duca, che fu al principio della
campagna che esso signor duca fece l’anno 1655 prossimo passato con
l’assedio che pose sotto Pavia; al qual assedio io assistii sotto lo
stendardo del tenente Angelo Casabianca, qual fu sostituito capitano
in luogo di Nicola Frodiani, quale d’ordine del detto signor duca,
avanti di venir in campagna sotto Pavia, era stato fatto prigione sotto
pretesto ch’esso signor capitano tenesse dalla parte di Spagna. E così
essendo sotto detto assedio m’absentai, ed andai a Sant’Angelo con
otto o nove camerata, dove mi resi volontario a certi signori della
parte del re di Spagna, quali mi condussero con detti miei camerata
a Milano in corte dove abita sua eccellenza, dove fui trattenuto la
notte con una razione di pane per ciascuno, e poi la mattina seguente
fui licenziato con detti miei camerata, e così s’avviassimo subito
alla volta di Crema, della repubblica di Venezia, e dietro la strada
io con detti miei camerata stabilissimo di colà farci soldati al
servizio de’ signori Veneziani, promettendomi detti miei camerata di
farmi uffiziale. Ma giunti che fossimo a Crema, essi miei compagni
s’assentarono per soldati, senza procurarmi l’offizio che mi avevano
promesso di farmi avere: per il che io mi scorrucciai seco, e perciò li
piantai, e me n’andai a Brescia, dove anch’io m’assentai per soldato
nella compagnia del capitano Pier Andrea Bergolaschi, nella quale
servii due o tre mesi: e poi essendo stata riformata detta compagnia,
ed io ammalatomi, per il che fui necessitato andar all’ospitale, in
questo mentre restai casso. E dopo essermi trattenuto in detto ospitale
quindici o sedici giorni, essendomi risanato e trovandomi casso, me
ne ritornai alla volta di Modena, ove m’assentai di nuovo soldato,
servendo quattro o cinque mesi dell’inverno seguente all’assedio di
Pavia. Poi mi partii da ivi, e andai a Verona, dove m’assentai soldato
nella compagnia del capitan Bernardino de’ Bernardini, e vi servii
tre o quattro mesi. E perchè il detto capitano non potè compire la
sua compagnia che allora andava facendo conforme li ordini, dovendo
essere di sessanta uomini, io, benchè fossi assentato, essendo stato
dato di casso a detta compagnia, mi partii da Verona, ed andai a
Parma, dove mi misi al servizio di quel signor duca nella compagnia
del signor conte capitano Tocoli, dove servii dieci o dodici mesi;
poi per cercarmi maggior avvantaggio, m’assentai da Parma senza
licenza, e me ne ritornai a Verona, dove fui fatto alfiere nella
compagnia del capitano Felice Moradi, nella quale ho servito dal mese
di settembre 1657 fino al mese d’aprile susseguente, che poi me ne
ritornai alla volta di Roma, passando per Fiorenza, pensando di trovar
ivi da far bene. Ma non avendo trovato bona occasione conforme il mio
pensiero, seguitai il viaggio fino a Roma, ove mi fermai da quattro
o sei giorni, e poi m’incamminai alla volta di Perugia, dove mi son
trattenuto circa un mese in occasione di riscuotere certi denari...
Poi venni a Ferrara, dove di nuovo mi feci soldato nella compagnia del
capitano Giambattista Nochierigo, nella quale ho servito dal mese di
settembre dell’anno prossimo passato sino per tutto aprile ora scorso,
che poi partii con licenza di detto mio capitano, sotto pretesto di
andar a Bologna per miei negozj, con limitazione di giorni venti
a ritornare. Ma per cercarmi miglior fortuna, in cambio d’andar a
Bologna m’incamminai alla volta di Modena, dove avevo amici, camerata
e paesani; dove giunto, mi trattenni tutto il mese di marzo aspettando
qualche fortuna per farmi offiziale; e attempandomi, nè vedendomi la
conclusione di quanto desideravo, deliberai partirmi come partii,
ritornandomi a Brescia, dove mi misi nella compagnia del capitano
Santo Bozzio côrso mio amico, nella quale mi trattenni circa quindici
giorni, cioè sino fatte le feste di pasqua. Nel qual tempo essendo
capitato a Brescia un sargente reformato che era stato al servizio del
duca di Modena, mio conoscente ed amico, chiamato Santuchio côrso,
con un cavallo che disse aveva comprato, col quale andava cercando
anch’esso sua fortuna, io domandai a detto Santucchio come amico, se
mi poteva imprestare da otto o dieci doppie, con quali avevo pensiero
d’andar alla casa di Loreto: qual Santuchio mi rispose che non aveva
altrimenti comodità di farmi servizio se non vendeva il cavallo;
dicendomi che, se lo glielo voleva andar a vendere, che era patrone;
sicchè io lo pigliai, e per segno era un cavallo di pelo morello,
castrato, ordinario e bello d’anni sette con sua sella e brida, e così
me ne venni in Stato di Milano, e lo vendei in una terra che non so
come si chiami, che è tra Novara e Turbìco. Nella qual terra avendo
trovato accidentalmente da quattro o cinque che parevano soldati, fra’
quali uno ben vestito, che pareva un offiziale che parlava milanese, mi
domandò se quel cavallo era da vendere. Io gli risposi di sì, che mi
dovesse dare otto doppie di Spagna di peso a venti lire l’una. Perciò
mi diede in pagamento ventitre filippi intieri, e il resto moneta,
cioè parpagliole, quattrini e sesini, pregiandomi essi filippi lire sei
soldi per ciascuno. Poi venni a Turbìco ove mi fermai la notte seguente
nell’ostaria attacco al porto, e la mattina seguente m’imbarcai nel
naviglio e venni a Milano...»

* Nel dispaccio 25 settembre 1618, il residente veneto a Napoli scrive:
«Mando qui aggiunta una nota capitatami questa sera delli mali fatti
da una sola compagnia di Valloni nella terra di Calvello, luogo della
signora principessa di Stigliano, la qual nota servirà per quelle delle
signorie vostre eccellentissime che per curiosità volessero intender et
comprender le miserie di questo Regno.

Eccessi et delitti fatti dalla compagnia del capitano Gabriello di
Elissch, che al presente alloggia nella terra di Calvello.

In primis hanno ammazzato con un’archibugiata in testa Col’Angelo
Lombardo.

Item, hanno menato un’archibugiata ad una donna, et l’hanno ferita ad
una coscia, con grave pericolo della vita, con haverle ammazzato un
figliuolo che teneva in braccio.

Item, hanno ferito a morte Roberto di Pieri, fantoccio di Santa Maria,
con una stoccata nel petto e per tal guisa è morto.

Item, a Carlo Camerotta hanno tagliato un braccio.

Item, hanno tagliato tre dita a Luc’Antonio Maffeo.

Item, hanno ferito Michelangelo Mastello con avergli tagliate le vene
di tre dita.

Item, hanno dato una cortellata nella testa a Gianfilippo Riviello

Item, hanno dato una stoccata alla moglie di Giacomo Abriola.

Item hanno menato una archibugiata alla immagine di San Giovanni
Battista pitturata sopra la chiesa matre.

Item, come hanno frustato Pietro Antonio Pugliese senza legittima causa.

Item, come hanno ferito in una mano Flaminio de Masellis.

Item, come hanno passata la faccia da una parte all’altra con una picca
a Rosato Focone.

Item, Polito Antonio Focone, suo figlio, venne ferito con una stoccata
in faccia.

Item, Andrea di Varlo fu ferito con una spada.

Item, Flaminio de Laurenzi ferito nella coscia con una picca.

Item, il clerico Antonio Varano ferito con una cortellata al braccio.

Item, hanno fatto mangiar carne per forza alli cittadini le vigilie
venerdì et sabbato.

Item, come a Millo Vertuccio, non volendo mangiar carne, buttarono
nella gola lardo squagliato e bollente, et bisognò medicarlo bene.

Item, come Andrea Apretina ammazzò un vallone, vedendo ferito Pietro
Saccomano suo cognato in un braccio, et Francesco Castellano, amico del
detto Andrea, ferito nel collo.

Dopo la morte del vallone li soldati ponendosi in rivolta per la terra
commisero li seguenti delitti:

A Carlo Fascone tagliarono due dita.

Ferirono in testa, con una spada, Giacomo Peluso.

Ferirono Gallieno de Majo, Angelo Latella, la moglie di Giovanni
Camillo Venuto, et Lucio Marsiano, hanno cacciato un occhio a Filippo
Recco; hanno ammazzato il cantore prete, perchè non volevano che fosse
andato alla chiesa, don Ottavio de Tommasi prete, don Giulio Frisone,
don Gallieno Casello, il chierico Giovanni Santociano, et tutto non per
altro perchè andavano dicendo buone parole ecc. ecc.

[142] Di essi cataloghi io diedi notizia nel _Milano e suo territorio_,
vol. II. p. 395; poi ne parlò l’_Italia musicale_, 1855, n. 31.

[143] CIBRARIO, _Istituzioni della monarchia di Savoja_. p. 247.

[144]

    _Impia nam tota dominatur in urbe Mathesis,_
    _Chaldæi volitantque domos atque atria circum:_
    _Tempus ab his, certique dies, horæque petuntur,_
    _Et fortuna, salusque hominum dependet ab astris..._
    _Quidam animos etiam pariter cum corpore nostros_
    _Interitum sentire volunt, unaque resolvi;_
    _Et veteris promissa, novæque uberrima legis_
    _Vana putant, ipsum patriis detrudere regnis,_
    _Si possint, Dominum conantur more gigantum._
                        HOSPITALII Epist., lib. III.

[145] 2 gennajo 1610. E vedi indietro al Cap. CXLIV.

Fra i dottori scelti da Federico Borromeo per la biblioteca ambrosiana
era Antonio Rusca, che scrisse _De inferno et statu dæmonum ante mundi
exilium, libri V, in quibus tartarea cavitas, cruciamentorum genera,
ethnicorom de his opiniones, dæmonumque conditio usque ad magnum
judicii diem varia eruditione describuntur_. Milano 1621.

* Il 21 luglio 1612 una donna a Firenze fu condannata ad essere
appesa alle forche, poi bruciato il cadavere e confiscati i beni, come
convinta e confessa d’aver avuto commercio nefando con un demonio che
chiamava Bigiarino, il quale in forma di caprone la portò più volte
ai sabati al noce di Benevento; ella stessa, trasformata in gatta,
succhiò il sangue di molti ragazzi. Provavano il fatto molte madri, che
certe malattie de’ loro figliuoli attestavano guarite da questa strega,
mediante segni e parole inintelligibili. E poichè i fatti parean meno
credibili, i giudici sottoposero la rea alla tortura probatoria, nella
quale essa confermò tutte quelle fantasie. PAOLETTI, _Istituzioni
criminali_.

[146] DONZELLI, pag. 194.

[147] La moglie dell’ammiraglio Coligny era accusata d’eresia presso
il duca di Savoja, e di stregheria per denunzia di un’ossessa. Il
cardinale d’Ossat nelle lettere del 1597 molto ne parla, e adopera per
salvarla, mostrando come non s’abbia ad aver fede al diavolo, padre
della menzogna, e come esso non vorrebbe denunziare i proprj devoti:
al tempo stesso crede accorgersi che il duca di Savoja non aspira ad
impadronirsi dei beni di lei per _servir de partage à un du tas de
petits louveteaux qui se nourrissent au pié de ces monts_, alludendo ai
molti figli naturali del duca.

[148] Nella _Breve informatione del modo di trattare le cause del
Sant’Offizio a Modena_ (Modena 1619) trovo questo catalogo di libri
proibiti, speciale del paese, oltre quelli generali.

Che non si lascino vendere alcuna delle Istorie seguenti, per contenere
esse respettivamente cose false, superstitiose, apocrife e lascive;
cioè: _Orazione di san Daniele. — Oratione di santa Helena_, in ottava
rima. — _La Vergine Maria con gli Angeli santi — Oratione e scongiuri
di santa Maria_: «Con il priego suo, che la dirà, ecc. O somma sacra
ecc.». — _Il contrasto di Cicarello. — Egloga pastorale di Grotolo e
Lilia. — Oratione di san Brandano — Vita di san Giovan Battista_, in
rima. — _Oratione di santa Margarita_, in ottava rima, per le donne di
parto: «O dolce Madre, di Gesù vita». — _Beneditione della Madonna_, in
ottava rima: «A te con le man giunte, ecc.». — _Historia o martirio de’
santi Pietro e Paolo_, in rima: «Al nome sia di Dio glorificato, ecc.».
— _Confessione della Maddalena_: «Altissima benigna, e benedetta».
— _Pianto della Madonna_, in ottava rima: «Chi vuol piangere con la
Vergine, ecc.». — _Contrasto del vangelo col demonio_: «Madre di Cristo
Vergine Maria, ecc.». — _Historia di santa Chaterina vergine e martire.
— Legenda devota del Romito de’ Pulcini._ — Confitemini _della beata
Vergine. — Oratione contro la peste. — Epistola della Domenica_, in
ottava rima: «Viva divinità dove procede; ecc.». — _Opera nova delli
dodici venerdì:_ «A laude dell’eterno Redentore». — _Opera nuova
del Giudicio generale_, in rima: «A te ricorre eterno Creatore». —
_Oratione trovata nella cappella dove fu flagellato nostro Signore in
Gerusalemme:_ «Madonna santa Maria, ecc.». — _Christo santo glorioso,
laude devotissima:_ «Christo santo glorioso, che patesti, ecc.». —
_Oratione ascritta a san Cipriano contro i maligni spiriti:_ «Io son
Cipriano servo di Dio, ecc.». — _Historia di san Giorgio_, in ottava
rima, in quarto: «In nome sia, ecc.». — _Oratione di San Giacomo
Maggiore_, in versi, in ottavo: «Immenso Creatore, e con tua morte,
ecc.». — _Oratione di santa Maria perpetua_, in prosa, con la rubrica:
«Quest’è una devotissima oratione, ecc.». _Oratione della nostra
Donna devotissima_, e in versi e in rima: «Ave, Madre di Dio, ecc.». —
_Oratione di san Stefano_: «Superno Padre eterno Redentore, ecc.».

Un catalogo di _operette et historiette prohibite_ più esteso e
aggiunto al _Sacro Arsenale della Santa Inquisizione_, Bologna 1665,
e la più parte sono preghiere e storie devote, massime in versi;
vale a dire che espurgavasi piuttosto dalle superstizioni, a tal uopo
proibendo in generale «tutti li libri che trattano d’insogni o loro
ispositioni», o d’astrologia giudiziaria, o d’indovinare. Anche nelle
_Regole del Sant’Uffizio_, ristampate a Milano il 1689, è una lista di
libri proibiti, che sono quasi tutte orazioni o pie leggende.

[149] In Francia Enrico II fu il primo che portasse calze di
seta; e allora si cessò di nettar il naso nella manica dell’abito;
NAUDÉ, _Giudizio di guanto si pubblicò sul Mazarino_. È bizzarro un
_Regolamento per erigere le manifatture in Francia, e toglier il corso
dei drappi di seta che rovinano lo Stato;_ lavoro di Laffemas, Parigi
1597. In quel tempo un pajo di calze di seta valeva in Francia lire
dodici, che oggi equivarrebbero a sessantaquattro.

[150] Il carro mantovano, equivalente a otto sogli, vendevasi lire
quaranta, prima della ruina dei vigneti.

[151] _Correspondance inédite de Mabillon et de Montfaucon aree
l’Italie._ Parigi 1846, tom. I. 210. Tra le feste più pompose variate
per bizzarria di componimenti, son quelle fattesi a Venezia il 1587 in
occasione che vi apparvero alcuni principi del Giappone, probabilmente
impostori, ch’erano stati a venerare il papa a Roma. Vedi SANSOVINO,
_Venetia città nobilissima et singolare ecc_.

[152] Lettera del 1695 nella collezione _Clarorum venetorum ad A.
Magliabechium_, tom. I.

[153] GUERRA e BUCCA, _Diurnali napoletani_.

[154] _La Lombardia nel secolo_ XVII, dove si troveranno altre
particolarità di costumi.

[155] Vedi ARTEAGA. Chi voglia può leggere _Teti e Flora, prologo della
gran pastorale recitata in Parma nel meraviglioso teatro ecc.; Mercurio
e Marte, torneo regale fatto nel superbissimo teatro di Parma, ecc._,
opere dell’Achillini.

[156] Nella _Relazione_ dell’ambasceria a Costantinopoli di
Gianfrancesco Morosini, bailo della repubblica di Venezia il 1585,
si legge: — Tutta questa gente è molto vile, di costumi bassi,
e di pochissima industria, di maniera che per il più consuma il
tempo in grandissimo ozio. Quasi di continuo stanno a sedere, e per
trattenimento usano di bevere pubblicamente così nelle botteghe,
come anco per le strade, non solo uomini bassi, ma ancora de’ più
principali, un’acqua negra bollente, quanto possono sofferire, che si
cava d’una semente che chiaman cavée, la quale dicono ch’ha virtù di
far stare l’uomo svegliato. Altri mangiano l’haccì per stare allegri,
alcuni teriaca, ovvero letificante di Galeno, e cose simili; delle
quali par che sii impossibile che i Turchi di qualcheduna non vogliano
usare. Quelli poi che bevono vino, lo fanno di tal maniera che non
si levano da mangiare e bere sino che non sono ubriachi; vogliono
passeggiar mai, anzi si burlano quando veggono Cristiani a farlo, e
dicono che sono pazzi a camminar senza necessità».

Uno de’ primissimi libri che trattasse del caffè è _De saluberrima
potione Cahue, seu Cafè nuncupata; discursus Faustini Naironi Banesii
maronitæ_, Roma 1671. Ma un’eccellente descrizione di quella pianta è
data da Prospero Alpino.

[157] Castore Duranti cantava:

    _Hanc Sanctacrucius Prosper, cum nuncius esset_
    _Sedis apostolicæ Lusitanas missus ad oras,_
    _Huc adportavit, romana ad commoda gentis._

Quasi al tempo stesso Giovanni Nicod ambasciatore francese in
Portogallo, l’introduceva in Francia, dov’era detta nicodina; e poi
erba della regina perchè se ne valeva Caterina de’ Medici.

[158] Nel 1648 il principe di Roccaromana descrivendo una vittoria
da lui riportata, diceva: — Sto quasi morto di stracchezza per
aversi peleato (_combattuto_) otto ore... me ne rallegro con vostra
eccellenza, essendo risultato il tutto dal suo amparo (_protezione_).
Il sergente Garzia merita la piazza dell’alfier morto, ed io ce
l’ho promessa: vostra eccellenza faccia complirlo». Ap. CAPECELATRO,
_Diarj_.

[159] Lo compendio da una nota del cavaliere Tommaso Rinuccini, che
sta ne’ _Ricordi storici di Filippo di Cino Rinuccini_, pubblicati a
Firenze il 1840.

[160] «La palla lesina era della grossezza d’una piccola pesca od
albicocca, fatta di pelle di castrone ben seccata e ripiena di borra
sì fortemente che riuscirà sodissima, e balzava altissimo: per darle
s’adoperava mestole di un braccio incirca o poco più, di legname
leggiero ed incartate di cartapecora nel luogo dove dovea dar la palla,
che, colta bene, andava con tal velocità, che io scrittore mi ricordo
di aver visto, quando era ragazzo, Pietro Berti ammazzare una rondine,
che a caso s’incontrò nella palla alla quale lui aveva dato. La palle
si facevano quasi per tutto il contado, ma le migliori e più stimate
venivano da Panzano ed in giuoco si pagavano un testone la dozzina».

[161] Molte erano quelle che, per aver fatto alcun voto, portavano una
veste tutta scura.

[162] Incomincia: — Assaggiamo di parlare un poco quest’altra lingua,
massime essendo in questa contrada (Lucca), dove mi par sentire il più
perfetto favellare della Toscana».

[163] _La ville et la république de Venise_, Parigi 1680; opera anonima
dedicata al conte d’Avaux, ambasciadore di Francia a Venezia. Merita
pure essere veduto il viaggio in Italia del celebre Burnet vescovo di
Salisbury.

[164] Non siffatta dovea sembrare a Pietro Paolo Gileto milanese, che
fece un poema _Torino in ogni parte ammirabile_; Milano, Malatesta,
1661. Egli stesso scrisse un altro poema in quattordici canti in ottava
rima, _Mondana politica, con varietà di successi significata_, diretto
a Carlo Emanuele II.

[165] _Journal du voyage de Michel Montaigne en Italie en 1580-81._
Roma 1774. A Cristoforo Leuschner, che veniva in Italia, Giorgio
Fabrizio dirigeva questi consigli:

    _Œnotri fugias ardentia munera Bacchi:_
      _Sobria Aminæum temperet unda merum..._
    _Adriacæ blandæ sunt vultu et voce puellæ:_
      _His si credideris, postea nullus eris._
    _Nec Daphnea tibi circumibit tempora laurus,_
      _Ni vites cupidæ furta proterva Deæ._
    _Non colit illa Gnidum, non amplius illa Panormum;_
      _Tota habitat veneta mollis in urbe Venus._
    _Hanc quoque dum vitas, alias vitare memento:_
      _Serpit enim ex illa latius urbe malum._
    _Uni etiam et noto tua pectora crede sodali:_
      _Nec cole multiplices cautus amicitias..._
    _Non inimicitias cum quoquam suscipe; lauda_
      _Quod potes, et tacita cetera mente preme._
    _Nec studia illorum studiis tua præfer: in illis_
      _Non vult ingenio cedere nemo locis._
    _Erga omnes facilis sis verbis; credito paucis;_
      _Deque bonis studiis sit tibi sermo frequens._

[166]

    Perocchè dietro all’uscio ei te l’attacca,
      E dà il nero di fumo e la vernice
      A chi in presenza diè pomata e biacca.
    Viso di Fariseo spiritato
      Perchè de’ libri il frontispizio ho letto,
      Si crede esser fra’ dotti annoverato.
                              MENZINI.

[167] _Amphiteatrum_, pag. 118.

[168] Prefazione al _Principe ermafrodito_.

[169] _Vita di Sisto_ V, lib. I.

[170] — L’inverno credo che fa freddo, perchè in quei tempi non
ho mai sentito caldo che vicino al fuoco...», pag. 151 della _Vita
dell’Aresi_. Chiama Luigi XIV «l’invincibile tra’ guerrieri, l’eroe
tra’ Cesari, l’augusto tra’ monarchi, il prudente tra’ politici»; ed
esclama: — O Luigi, o pianeta illustrator dell’universo, o orizzonte
lucidissimo della religione cristiana, e chi potrà mai fissar gli
sguardi se non sono d’aquila, ad un sole così alto, ad un merito non
mai eclissabile, ad un Giove terreno così maestoso?» _La Fama gelosa
della Fortuna_, 1680.

Nella prefazione alla _Vita di Cromwell_, scritta dal Leti medesimo,
si legge: — Può dirsi che le opere date in luce dal signor Leti a
quell’anno 1692, giungano al numero di ottanta, senza comprendere il
_P...mo moderno_, il _Conclave delle P...._, il _P...mo di Roma_, il
_Parlatorio delle monache_, il _Ruf... del gobbo di Rialto_: delle
quali opere vogliono autore il signor Leti, che però da lui si nega:
ed a’ suoi confidenti, allorchè l’interrogano sopra tale materia, suol
rispondere: _Delicta juventutis meæ et ignorantias meas ne memineris,
Domine..._ In italiano ha ancora fatto stampare molti epitalamj, come
il _Letto fiorito_, il _Trasporto d’amore_, la _Rôcca assediata_, il
_Vicino avvicinato_, l’_Oriuolo sonoro_, ed altri versi».

[171] _Historia d’Italia_; Torino, Zappata, 1680.

[172] La costui menzione ci offre un nuovo esempio dell’appena
credibile mancanza di denaro nella Corte spagnuola. Il granduca
Ferdinando II nel 1639 fatto eseguire da Tacca esso cavallo di bronzo
pel re di Spagna, imbarcollo a proprie spese fino a Cartagena. Piacque
assai al re e al conte duca, ma non avean denaro per farlo trasferire
al Buenritiro ove dovea collocarsi; nè lo trovarono finchè il granduca
non mandò ordine agli artisti di ritornarsene. E poichè il conte duca
diè commissione ad esso Tacca di quattro leoni da porgli attorno, il
granduca gli permetteva d’accettare questo lavoro, suggerendogli però
di farsi pagare anticipato. Vedi _Gaye_, _Carteggio_, III. 543.

[173] A questo presentò un disegno per la chiesa di Montalto, e
sentendoglielo lodare assai, disse: — Non l’ho fatto io, ma un
giovinetto romano», che era Girolamo Rainaldi, e gli chiese licenza di
presentarglielo. Questi fanno il preciso contrario!

[174] Su quella Dafni fece un buon epigramma Urbano VIII:

    _Quisquis amans sequitur fugitivæ gaudia formæ_,
    _Fronde manus implet, baccas sed carpit amaras._

[175] Carlo Maderno cinse la confessione col gran balaustro, a cui sono
affisse centododici lampade di bronzo dorato. Carlo Fontana luganese
(1634-1714) allievo del Bernini, e che, se meno scorretto, avrebbe
avuto campo a segnalarsi nelle grandiose commissioni, quali San Michele
a Ripa, i granaj a Termini, la cupola del duomo di Montefiascone, il
modello di quel di Fulda, ebbe incarico da Innocenzo XI di stendere la
descrizione della basilica Vaticana. Calcola egli che fino al 1694 vi
si fossero spesi quarantasei milioni ottocencinquantamila scudi romani,
non computando i modelli, gli edifizj demoliti, un campanile del
Bernini, costato centomila scudi ad alzarlo e dodicimila ad abbatterlo;
nè le pitture, gli arredi, le macchine: nell’altar maggiore andarono
ventidue milioni, cinquecentomila chilogrammi di bronzo, tolto alla
copertura del Panteon, e cinquecentrentacinquemila scudi in operaj;
centosettemila costò la cattedra. Il Maderno consigliava d’abbattere
le case fin al Tevere, tirando fin a San Giacomo Scosciacavalli due
portici, finiti con un arco trionfale, e preparare strade nel contorno:
impresa che finora non si ardì. Singolarmente egli tende a scagionare
il Bernini d’aver indebolito la cupola col fare nicchie e scale ne’
piloni, prova che quei vani s’erano lasciati dai primitivi architetti,
per asciugare i massicci. Non parvero soddisfacienti le spiegazioni,
e temendosi per la cupola, sorsero vivi dibattimenti tra artisti e
matematici, e progetti or ingegnosi or ridicoli per corroborarla.
Giovanni Poleni padovano rassicurava d’ottime ragioni i timorosi;
pure, forse per condiscendenza, propose di fasciarla con cinque
cerchi di ferro, che dovettero piuttosto nuocerle pel tanto battere e
scarpellare.

[176] Anche le lodi sono caratteristiche. Fulvio Testi lo chiama «il
Michelangelo del nostro secolo, tanto nel dipingere quanto nello
scolpire, e che non cede a nessuno degli antichi nell’eccellenza
dell’arte. È veramente un nome da far impazzire le genti, perchè
sa molto anche di belle lettere, ed ha motti e arguzie che passano
l’anima. Lunedì fa recitar una commedia da lui composta, dove sono
cose da far morire dalle risa chiunque ha pratica della Corte, perchè
ciascuno, sia piccolo sia grande, prelato o cavaliere, ha la parte
sua».

John Evelyn, nelle _Memorie e Diario_ del viaggio che allora fece in
Italia, stampato a Londra il 1827, dice che il Bernini diede un’opera,
ove egli stesso dipinse le decorazioni, scolpì le statue, inventò le
macchine, compose la musica, scrisse le parole, fabbricò il teatro. Per
la fontana del Vaticano Girolamo Preti cantava:

    Ondosa mole ognor d’acqua feconda
      A piè del Vaticano il capo estolle;
      L’alto di spuma è biancheggiante, è l’onda,
      Benchè gelida sia, gorgoglia e bolle.
    Quasi corona il marmo orna e circonda,
      Misto a perle stillanti argento molle;
      Cade un fiume dintorno e l’aria inonda,
      E par che procelloso ondeggi un colle.
    Meraviglia di Paolo; i marmi e i monti,
      Nuovo Encelado santo, innalza e move,
      E trae, nuovo Mosè, da pietre i fonti.
    E mentre è il ciel sereno, il nostro Giove
      Che i torrenti sotterra al cenno ha pronti,
      Gl’innalza, e senza nube i nembi piove.

È notevole l’opera: _Numismata summorum pontificum templi Vaticani
fabricam indicantia, chronologica ejusdem fabricæ narratione ac
multiplici eruditione explicata... a patre_ PHILIPPO BONANNI SOCIETATIS
JESUS. Roma 1696.

[177] Voltaire, colla solita impudenza, scrisse:

    _A la voix de Colbert, Bernini vint à Rome:_
    _De Perrault dans le Louvre il admira la main;_
    _ — Ah (dit-il) si Paris renferme dans son sein_
    _De si rares talents, un si puissant génie,_
    _Fallait-il m’appeller du fond de l’Italie?_

Era Levau che allora dirigeva i lavori del Louvre, succeduto a
Lemercier; e gl’intrighi d’una consorteria, animata da Carlo Perrault,
svogliarono il re d’adoprare il Bernini.

[178] Lavori più o men peccanti lasciarono Flaminio Ponzio, Giovan
Fiammingo, Costantino de’ Servi fiorentino, Carlo Lambardo d’Arezzo,
Giovan Battista Soria romano che fece San Carlo de’ Catinari e la
facciata di San Gregorio. A Carlo Rainaldi sono dovute le facciate
delle due chiese in piazza del Popolo, e quella di Sant’Andrea della
Valle, una delle migliori d’allora, la villa Pinciana, il duomo di
Ronciglione, e il palazzo dell’Accademia di Francia. Il palazzo Altieri
al Gesù magnifica l’abilità di Giannantonio De Rossi bergamasco, il
quale pure non sapea disegnare di propria mano. La porta bugnata fu
aggiunta da Mattia De Rossi romano, il quale succedette in quasi tutte
le cariche al Bernini, e fu chiamato anche in Francia.

[179] Egli rivela il suo metodo nel famoso sonetto a lode di Nicolino
dell’Abate, dove la poesia non val meglio che il precetto:

    Chi farsi un buon pittor brama e desia,
      Il disegno di Roma abbia alla mano,
      La mossa coll’ombrar venezïano,
      E il degno colorir di Lombardia;
    Di Michelangiol la terribil via,
      Il vero natural di Tizïano,
      Di Correggio lo stil puro e sovrano,
      E di Raffael la vera simmetria;
    Del Tibaldi il decoro e il fondamento,
      Del dotto Primaticcio l’inventare,
      E un po’ di grazia del Parmigianino:
    Ma senza tanti studj e tanto stento
      Si ponga solo l’opre ad imitare
      Che qui lasciocci il nostro Nicolino.

[180] Il soggetto stesso era trattato da Lorenzo Leonbruno mantovano,
morto il 1537, emulo di Giulio Romano, e ignoto ai biografi
contemporanei.

[181] Secondo le note che si conservano alla biblioteca Ercolani a
Bologna, il Guercino toccò per l’Agar 70 scudi, lire 1, soldi 8; pel
san Brunone, scudi 781; pel san Girolamo desto dalla tromba, scudi
295; per un’Angelica e Medoro, scudi 351; pei ritratti del duca e della
duchessa di Mantova al naturale, scudi 630. Dall’archivio dell’ospedal
di Milano raccolgo che l’Annunziata ivi posta gli fu pagata lire
milanesi 3167. Il san Girolamo fu pagato al Correggio 47 zecchini e
cibo per sei mesi da Briseide Cossa: v’aggiunse due carri di legna, un
porco grasso e frumento. Il re di Portogallo ne esibì 40,000 zecchini;
poi il duca di Parma offrì un milione perchè i Francesi nol rubassero,
e non si accettò.

[182]

    Queste pitture ignude e senza spoglia
      Son libri di lascivia. Hanno i pennelli
      Semi, da cui disonestà germoglia...
    Chè nelle chiese, ove s’adora e prega,
      Delle donne si fanno i ritrattini,
      E la magion di Dio divien bottega...
    E per farsi tener de’ più majuscoli
      Spogliando i santi, vuol mostrar che intende
      I proprj siti ed il rigor de’ muscoli.
    Le attitudini sì che son tremende!
      Qual fa corvette, qual galoppa o traina
      Con cento smorfie e torciture orrende...
    Chè d’un Angelo invece e di Maria
      D’Ati il volto s’adora e di Medusa,
      L’effigie d’un Batillo o d’un’Arpia...
                      ROSA, _Sulla Pittura_.

[183] Marcantonio Magno (-1550) suo padre, sbandito per delitti,
viaggiò, ebbe impieghi nel Napoletano, e principalmente di visconte
di tutti i castelli di casa Caraffa; fu poeta di prima risma, talchè
l’Ariosto gli diede a limare un suo canto; gli furono anche coniate
medaglie. Ma delle sue lambiccature ecco prova in questo epigramma:

    Caron, Caron! — Chi st’importun che grida?
      — Gli è un amante fidel che cerca il passo...
      — Chi è stato sto crudel, quest’omicida
      Che talmente t’ha morto? — Amore, ahi lasso!
      — Non varco amanti; or cercati altra guida.
      — Al tuo dispetto converrà ch’io passo,
      Ch’ho tanti strali al cor, tant’acqua ai lumi
      Ch’io mi farò la barca, i remi e’ fiumi.

Il pio Giannangelo Lottini scultore e poeta fiorentino fece trentotto
discorsi di commento alla _Vergine Bella_ del Petrarca. — 1629.

[184] Dal Capurro a Pisa nel 1831 furono stampate le postille sue alla
Divina Commedia, fatte con indipendenza, ma pedantesche.

[185] Urbano VIII nell’inno a san Martino scriveva:

    _Tu natale solum protege, tu bonæ_
    _Da pacis requiem Christiadum plagis,_
    _Armorum strepitus et fera prœlia_
                _In fines age thracios._
    _Et regum socians agmina sub crucis_
    _Vexillo, Solymas nexibus exime,_
    _Vindexque innocui sanguinis, hostium_
                _Robur funditus erue._

Le poesie di Urbano VIII furono stampate un secolo dopo da un inglese:
_Maphæi suæ reverendissimæ eminentiæ cardinalis Barberini, postea
Urbani papæ VIII poemata; præmissis quibusdam de vita auctoris et
annotationibus adjunctis edidit_ Josephus Brow. Oxon. 1736.

[186] Vedi la sua lettera al Gonzaga del 15 giugno 1575.

[187] Ancor più pedestre imitatore del _Sogno di Scipione_ mostrasi
nella canzone in morte d’Ercole Gonzaga, dov’egli contemporaneo di
Galileo e posteriore d’un Secolo a Colombo e a Vasco, canta:

    Vedi come la terra in cinque cerchi
    Distinta giace, e che ne son due sempre
    Per algente pruina orridi e inculti;
    Deserto è il terzo ancora, e che si stempri
    Pare, e si sfaccia negli ardor soverchi;
    Restan sol quelli frequentati e culti,
    Ma sono all’un dell’altro i fatti occulti.
    Quante interposte in loro e vaste e nude
    Solitudini scorgi, e ’n ogni parte
    Quasi macchie cosparte,
    Lor come isole il mare intorno chiude;
    E quel che ’n voce e ’n carte
    È Ocean chiamato, ed ampio e magno,
    Che ti sembra or, se non un piccol stagno?

Il concilio dei diavoli è tolto dalla _Cristiade_ del Vida.

[188] Il Tasso era il Giustiniano dei duellisti di quel secolo,
citandosi le sue decisioni come oracoli: prova che fu infedele ai tempi
che descrisse.

[189] Vedi a pag. 232 le sue lodi a Bianca Capello. Ha una canzone in
lode del terribile Sisto V, ove mostra di andar cercando la clemenza
dappertutto senza trovarla:

                  Ove fia ch’io la scerna?
    Più bella che ’n avorio o ’n marmi o ’n oro
    Opra di Fidia, in te (se ’l ver contempio)
    Ha la clemenza e nel tuo core il tempio.

Ad esso papa dice: — Tu sei Tifi, e la tua nave è Argo».

[190] Vedasi, tra le altre, la lettera a Maurizio Cattaneo: — Una
lettera è sparita, e credo se l’abbia portata il folletto... e questo
è uno di quei miracoli, che io ho veduto assai spesso nello spedale;
laonde son certo che siano fatti da qualche mago; e n’ho altri molti
argomenti... Oltre quei miracoli del folletto, vi sono molti spaventi
notturni... ho vedute ombre... ho udito strepiti spaventosi...
e fra tanti terrori e tanti dolori m’apparve in aria l’immagine
della gloriosa Vergine col Figliuolo in braccio... E benchè potesse
facilmente essere una fantasia, perchè io sono frenetico, e quasi
sempre perturbato da varj fantasmi e pieno di malinconia infinita,
non di meno, per la grazia di Dio, posso _cohibere assensum_ alcuna
volta..... S’io non m’inganno, della frenesia furono cagione alcune
confezioni ch’io mangiai tre anni sono... Dappoi la malìa fu rinnovata
un’altra volta... La qualità del male è così maravigliosa, che potrebbe
ingannare i medici più diligenti; onde io la stimo operazione di mago
e sarebbe opera di pietà cavarmi di questo luogo, dove agl’incantatori
è conceduto di far tanto contro di me... Del folletto voglio scrivere
alcuna cosa ancora. Il ladroncello m’ha rubati molti scudi di moneta,
nè so quanti siano, perchè non ne tengo conto come gli avari; ma forse
arrivano a venti: mi mette tutti i libri sossopra, apre le casse, ruba
le chiavi, ch’io non me ne posso guardare». 25 dicembre 1585.

[191] — Io mi purgo, nè voglio, nè posso disubbidire ai medici, i
quali hanno ordinato che io non istudii nè scriva... Mandatemi qualche
consulto di medico che non vi costi». Ad Antonio Sersale, 1585.

[192] — L’accuse datemi d’infedele al mio principe, mescolate
con quell’altre primiere accuse, fecero un torrente e un diluvio
d’infortunj così grande, che argine o riparo d’umana ragione, o favore
delle serenissime principesse, che molto per mia salute s’affaticarono,
non furono possenti di ritenerlo. Or che risponderò a queste grandi
accuse?» E qui s’avviluppa in distinzioni aristoteliche sul prevalere
dell’intelletto o della volontà; poi dopo lunghissimo divagare torna
in proposito: — La principale azione della quale sono incolpato, e la
quale per avventura è sola cagione che io sia castigato, non dee essere
per avventura punita come assolutamente rea, ma come mista: perchè
non per elezione la feci, ma per necessità; necessità non assoluta ma
condizionata; e per timore ora di morte, ora di vergogna grandissima
d’infelice e perpetua ingratitudine. E perciocchè Aristotele pone
due maniere d’azioni miste, una degna di laude e l’altra di perdono,
sebbene io non ardisca di collocare la mia nella prima specie, di
riporla nella seconda non temerò. Nè giudico meno degne di perdono
le parole ch’io dissi, perchè fur dette da uomo non solo iracondo,
ma in quella occasione adiratissimo... Ma molte fiate, ove l’ira
più abbonda, ivi è maggiore abbondanza di amore. Ed io, consapevole
a me stesso, ne potrei addurre molti testimonj che in amare il mio
signore, e in desiderare la grandezza e la felicità sua ho ceduto
a pochi de’ suoi più cari; e nel portar affezione agli amici, e nel
desiderare e procurar lor bene quanto per me s’è potuto ho avuto così
pochi paragoni, come niuna corrispondenza. E se Dio perdona mille
bestemmie con le quali tutto il dì è offeso da’ peccatori, possono
bene anche i principi alcuna parola contro lor detta perdonare....
Il dar per castigo ad un artefice che non si eserciti nell’arte sua
è certo esempio inaudito... Il principe volle con ciò per avventura
esercitar la mia pazienza o far prova della mia fede, e vedermi
umiliare in quelle cose dalle quali conosceva che alcuna mia altezza
poteva procedere, con intenzione poi di rimovere questo duro divieto
quando a lui paresse che la mia umiltà il meritasse... Ma io non
solo poco ubbidiente in trapassare i cenni del suo comandamento, ma
molto incontinente eziandio in lamentarmi che mi fosse imposta sì
dura legge, partii, non solo scacciato, ma volontario da Ferrara,
luogo dove io era, se non nato, almeno rinato, e dove ora non sol
dal bisogno sono stato costretto a ritornare, ma sospinto anche dal
grandissimo desiderio che io aveva di baciare le mani di sua altezza,
e di riacquistare, nell’occasione delle nozze, alcuna parte della sua
grazia».

[193] Lettera al Panigarola. E nel XXIII de’ sonetti eroici:

    Scrissi di vera impresa e d’eroi veri,
      Ma gli accrebbi ed ornai, quasi pittore
      Che finga altrui di quel ch’egli è migliore,
      Di più vaghi sembianti e di più alteri.
    Poscia con occhi rimirai severi
      L’opra; _e la forma a me spiacque e ’l colore_,
      E l’altra ne formai, mastro migliore;
      Nè so se colorirla in carte io speri.

Come poco avesse progredito nel sentimento storico ed estetico appare
dalle lodi ch’egli dà al nuovo poema, le quali si riducono all’aver
imitato di più Omero, e la flotta, ed Ettore e Andromaca, ecc.

La _Gerusalemme conquistata_ fu proibita in Francia per decreto del
Parlamento di Parigi in grazia delle ottave che si riferiscono alle
turbolenze di quel regno, dando per motivi che «contengono idee
contrarie all’autorità del re e al bene del regno, e attentatorie
all’onore di Enrico III e IV». Certo il Tasso vi sostiene la padronanza
del papa sovra i re:

           Ei solo il re può dare al regno
    E ’l regno al re, domi i tiranni e i mostri,
    E placargli del cielo il grave sdegno.
                                XX. 77.

[194] Si suole dai nostri rimbrottare Boileau d’aver opposto
all’_or de Virgile le clinquant du Tasse_: ma già prima la frase
era stata adoprata in paragone molto più basso da Leonardo Salviati
nell’_Infarinato Secondo_, lamentandosi di chi pretende «agguagliare
all’_Avarchide_ il poema del Tasso, secondo che s’agguaglia anche
l’orpello all’oro».

[195] Ciò spiegasi dalle condizioni sociali d’un tempo, in cui
Chaudebonne diceva a Voiture: _Vous êtes un trop galant homme pour
demeurer dans la bourgeoisie: il faut que je vous en tire_.

[196] Vedi la raccolta delle lettere fatta dal Guasti, vol. V. pag. 97.

[197] — Io non pensai mai di stampare a mie spese, perchè non ho molti
scudi oltre i cento, i quali non mi basteranno quest’anno a vestire
ed a mangiare. Sono sfornitissimo di tutte le cose necessarie. Avrei
voluto (poichè gli stampatori non hanno discrezione o pietà o coscienza
alcuna) ch’alcun mio amico facesse la spesa, e poi ritraesse i denari».
Al Costantini, 12 settembre 1590.

[198] — Appena questa state ho comperato per mio gusto due paja di
meloni; e benchè io sia stato quasi sempre infermo, molte volte mi sono
contentato del manzo per non ispendere in pollastro; e la minestra
di lattuca e di zucca, quando ho potuto averne, m’è stata invece di
delizia». Al Costantini, 12 ottobre 1590.

— Io vendei in Mantova per necessità per venti scudi un rubino, già
donatomi dalla signora duchessa d’Urbino, il quale era stato stimato,
da chi più, settanta scudi; da chi meno, trentacinque... I trentadue
scudi non mi furono dati per pagamento d’un anello, ma per quel d’una
collana, la quale io gli diedi da vendere, ed egli la vendè quattro
scudi meno di quel che pesava l’oro». A Curzio Ardizio 1581.

— Io sottoscritto dichiaro d’aver ricevuto dal signor Abram Levi
venticinque lire, per le quali ritiene in pegno una spada del mio
padre, sei camiscie, quattro lenzuoli, due tovaglie. A dì 2 di marzo
1570». TORQUATO TASSO.

[199]

    È del poeta il fin la meraviglia:
    Chi non sa far stupir vada alla striglia.

[200] In predica diceva che _après leur mort les papes deviennent des
papillons, les sires des sirons, les rois des roitelets_; e a proposito
del nuovo titolo di eminenza dato ai cardinali, dice che questi aveano
lasciato ai vecchi l’_illustrissimo_ e il _reverendissimo_, come ai
loro camerieri regalavano gli abiti logori di pavonazzo e la biancheria
sudicia. Il padre Basquier di Mons predicatore fece il _Petit rasoir
des ornements mondains; il Fouet de l’Académie des pécheurs_, ecc.
Altri titoli di prediche sono: _Fusil de pénitence pour battre le
caillou de l’homme; Petit pistolet de poche pour tirer aux hérétiques;
la douce moëlle et la sauce friande des os savoureux de l’Avent_. Fra
i Tedeschi è per simili scempiaggini famoso il predicatore Abramo di
Santa Chiara, morto il 1765.

* Gay de la Brosse nel 1628 dedicando a Richelieu il suo _Dessein
d’un jardin royal_, diceva: — _Encore que le temple de votre vertu
incomparable ne soit honoré que de vœux d’un grand prix, et qu’une
petite offrande aurait mauvaise grâce au rang de celles de valeur; sans
vanité je ne laisse d’espérer que ces nouvelles pensées des plantes
y pourront trouver quelque place sortable à leur bassesse.... Les
plantes, pour être filles de la terre, ne sont tant abjectes qu’elles
ne méritent la faveur des Dieux: l’ambroise, le nectar et la panacée
chérie des immortels sont de leur famille... Ainsi que le soleil qui
ne reluit pas seulement sur les hauts pins des montagnes et sur les
chênes les plus élevés des forêts, mais encore sur les herbes les plus
basses, il se pourra faire que vous, soleil des esprits, après avoir
dissipé par la force de votre splendeur les épais nuages de la faction
rebelle, que couronné de lauriers immortels et la palme à la main, vous
rayonniez sur cette œuvre des plantes, sur les fleurs et les fruits de
votre humble créature etc._

[201] Un uomo ingegnoso in quel tempo stesso descriveva Parigi con
altrettante arguzie, ma con ben altro spirito d’osservazione. È messer
Giovanni Sagredo, di cui altrove parleremo, e in alcune _Lettere_,
pubblicate a Venezia il 1839 per nozze, scrive a Giorgio Contarini:

— Eccomi in Francia: o che Parigi è un piccolo mondo, o che il mondo
è un gran Parigi; o che non vi è paradiso in terra, o che Parigi è il
paradiso terrestre. La fendono, o piuttosto la vettovagliano due grandi
fiumi; città paragonabile ad una provincia a segno, che se alcuno
commette un delitto da una parte di questa grande metropoli e fugga
dall’altra, non è più conosciuto come se fosse passato in altro paese.

«La sera verso al piegar del sole fui condotto al corso, dove
intervennero le maestà regie, e perciò frequentato da innumerabili
carrozze. Pria che vi si entri si traversa un esercito di paggi e di
staffieri coperti di livree di varj colori, esercito libertino senza
capi che lo dirigano e perciò non poco insolente.

«Il corso è guarnito di verdeggiante tappezzeria naturale, formata da
molti alberi piantati in fila, che per un terzo di miglio distesamente
dilatandosi formano ombrosi e lunghissimi viali, sotto i quali si gode
una deliziosa frescura ed aria amena. Che vi dirò delle donne che vi
passeggiano? sciolgono la voce e cantando incatenano, augelli al suono,
angeli al volto. Si sentono le più belle arie del mondo, ed esse hanno
un’aria celeste.

«Il susseguente giorno fui introdotto nel gabinetto di una principessa,
frequentato dalle più elette bellezze; per entro non si vedevano che
oro e pitture, e risplendevano in tanta abbondanza i lumi a traverso
dei cristalli, che la stanza mi sembrò un cielo illuminato da stelle.

«Che dirò dell’affabilità, della libertà, del brio, dello spirito
pronto, dell’ingegno versatile delle dame? Parlano di tutto, hanno o
pretendono di avere qualche cognizione d’ogni cosa; spesso, a dirvela
schietta, non è che semplice tintura, e talvolta spropositi dicono, ma
con sì belle parole che pajono belle cose. Discorrono della guerra come
se avessero diretti eserciti, parlano di politica come se si fossero
consumate nei gabinetti. Quelle poi della Corte penetrano nei secreti
più reconditi, e fra i divertimenti d’un balletto si fabbricano da loro
talvolta trame di famose rivoluzioni, si formano partiti per abbattere
i favoriti, e taluna si è trasferita sino in Ispagna per procurare da
quel re sostegno alla propria fazione.

«Vi sono le dame dameggianti che in francese si nomano _coquettes_, le
quali godono d’essere intrattenute con allegri racconti, che ognuno
spasimi per le loro bellezze, e si compiacciono delle lodi e delle
lusinghe. Scaltre però e raffinate all’estremo, grande cautela si vuole
per resistere ad un misto di vivacità e bellezza, e guaj a chi cede ad
un cuore che pare di fuoco e non è che di ghiaccio; e solo l’orgoglio
spesso, talvolta l’interesse, mutano il fuoco in ghiaccio, il ghiaccio
in fuoco.

«Alcune altre, più serie e più gravi dell’aspetto, sono chiamate les
précieuses, non sputano che sentenze, hanno del sussiego, aborriscono
sentir parlare dell’amore, sebbene talvolta facciano all’amore
più delle altre; ogni sentenza loro è un aforismo. Visitai, pochi
giorni sono, una di queste, e non avendo soggetto così pronto per
intrattenerla, sapendo che il di lei marito esercitava nel campo carica
principale, l’interpellai se tenesse freschi avvisi del campo. Rispose
che si trovava il re non lungi dalle sue truppe per invitare gli
Spagnuoli a qualche azione. Soggiunsi che dove si ritrovava il re, dove
assisteva la sua nobiltà fiorita e generosa, non poteva disgiungersi
la vittoria. La preziosa, postasi in contegno grave, replicò che gli
esiti delle battaglie erano incerti, che la fortuna ne prendeva una
buona parte, che il principio delle imprese dipendeva dall’arbitrio
dell’uomo, il fine dal volere di Dio. In altra occasione dissi: «Come
vi sentite voi, madama, negli effetti dei correnti eccessivi calori?»
Mi rispose, che nel teatro del mondo ciascheduna delle stagioni
dell’anno fa il suo carnovale, e rappresenta quella parte che la natura
le ha assegnato; che se l’inverno si trasvestisse da estate e l’estate
da inverno, e se l’autunno da primavera e la primavera da autunno, e
non avessero le loro temperanze, si disordinerebbe la rappresentazione,
e si scomporrebbe l’architettura dell’universo.

«Da ciò comprendere potete che, per non andar male colle prime, basta
infilzare complimenti ed avere scorso qualche romanzo; per riuscire
colle seconde si ricerca più massiccia dottrina, o far mostra d’aver
molta dottrina e non parere di essere soltanto infarinato. Anco tra
le mogli dei parlamentari ed altri ministri di palazzo vi sono rare
bellezze e spiriti elevati. Quelle poi dei mercatanti tengono la
scrittura, girano partite, trafficano e dirigono i capitali come fra
noi i più eccellenti negozianti. Insomma qui le femmine sono più donne
delle nostre, e talvolta non la cedono agli uomini.

«I cavalieri poi e la nobiltà s’esercita nelle accademie, si istruisce
colla visione di paesi lontani, e pochi son quelli che non sappiano
addestrar un cavallo, sonar un liuto, tirar di spada: inceneriti fra le
dame, insanguinati negli eserciti, Marte ed Amore hanno la direzione
dei loro spiriti, ed al rimbombo della tromba spogliano Amore delle
sue piume, e se le pongono sopra il cappello, ed impugnate l’armi si
scordano le delizie dei gabinetti, e sono lor delizie gli eserciti e le
battaglie.

«Andai dopo _au Palais_, che è come la nostra Merceria, dentro una
gran sala. Là sì che bisogna porre il lucchetto alla borsa chi non vuol
spendere! cento mode che allettano, mille lavori leggiadri e bizzarri
che invitano, donne leggiadre che costringono a comperare le loro
merci con assalti di cortesia e di galanteria, che all’istessa avarizia
conviene arrendersi a discrezione.

«Non mancano i divertimenti. Sono sempre spalancate le porte alle
visite, abbondano gli accoglimenti e le parole cortesi, anche se negano
od insultano; abbondano le passeggiate, le veglie, le colezioni, i
balli, i violini, i luoghi suburbani, a segno che le dame fanno sempre
carnovale, e perciò van sempre in maschera.

«Parigi è il cielo delle dame, l’inferno dei cavalli, il purgatorio
delle borse. E vi saluto».

Egli stesso, arrivato in Inghilterra al tempo che Cromwell avea chiuso
il parlamento, perchè egli stesso parla e mente abbastanza, scrive che
a Londra «non si veggono dame alla Corte, ma solo damme da chi va alla
caccia; non più cavalieri, ma cavalli e fanti; non si parla d’amore ma
di Marte, non commedie ma tragedie, non sopra i volti mosche ma sulle
spalle moschetti; non veglie ma ministri severi che danno la veglia
a quelli del contrario partito. Insomma tutto è pieno di dispetti, di
sospetti, di bruttissimi aspetti».

[202] Il Marini volle impacciarsi anche delle quistioni religiose di
Francia, e nella _Sferza, invettiva a quattro ministri dell’iniquità_
(Napoli 1626) percosse quattro autori d’un’opera eretico-democratica.
Mentre i parlamenti imputavano di tirannicidio i Gesuiti, egli sostiene
che i Calvinisti sono nemici dei re; e conchiude questa volta senza
metafore, che «al fuoco dannare si devono tutti coloro insieme con quei
libri dove tali dottrine si contengono; deonsi punire gl’impressori e
i venditori di essi;... deonsi spianare le loro cattedre e diroccare le
loro chiese».

[203] Il Marini esprime giudizj sopra suoi contemporanei colla solita
sguajataggine. Al Franco che fu impiccato fa dire:

    Tentai farmi eminente,
      E in altro monte ove di rado uom sale
      E in altra pianta ove volai senz’ale
      Restai, canuto il pel, cigno dolente
      Spettacolo pendente.

Dal Bonfadio, anch’egli finito sul patibolo:

    Ed Omero Maron nella Scrittura
    Imitai pria vivendo;
    Ma Troja nell’incendio e nell’arsura
    Imitai poi vivendo.
    Ella preda del foco,
    Io delle fiamme giogo:
    Ma diversa cagion d’arder ne diede,
    Elena all’una, all’altro Ganimede.

[204] L’Aprosio nello _Scudo di Rinaldo_ critica le mode d’all’ora, e
nell’_Atene Italica_ mette in vista i principali uomini d’Italia.

[205] — Oh adesso sì, grida Dio, che mi fai dar nelle rotte. — Ma
Signore, a che giuoco giochiamo? — O Signore, avete imparato a vostre
spese a portarvi così; quante volte siete stato burlato!»

[206] È in venticinque atti, e fu recitata in cinque giorni nel 1611.

[207] Benedetto Aresi milanese, nato nel 1673, lasciò manoscritti sette
volumi di «voci e frasi italiane più usitate, e che non si trovano
ne’ vocabolarj». Buoni appunti alla Crusca fece Giulio Ottonelli, che
nel 1609 scriveva ad Alessandro Tassoni ancor principiante, di evitare
le parole vecchie e disusate, adducendo in prova il Pinelli che volle
abbellire con esse la sua traduzione dei salmi di san Bonaventura, e
«pensando acquistarsene lode, ne ha avuto biasimo da tutti, e da’ suoi
proprj accademici della Crusca». _Lettere d’uomini illustri_, Venezia
1749, pag. 478. In questa raccolta ve n’ha molte di bellissime del
Pignoria.

[208]

    Egli era galantuomo e cortigiano
      A un tempo stesso, ch’egli è come dire
      Fare un tempo da basso e da soprano.
                       FAGIUOLI.

[209] L’_Eneide travestita_ del Lalli è del 1633; è del 1648 _Le
Virgile travesti_ di Scarron, e il _Virgilio deguisato en langue
gasconne_ del signor Des Valles de Mountech.

[210]

    _Entremêler souvent un petit_ e così,
    _Et d’un_ son servitor _contrefaire l’honnesté._

Enrico Stefano scrisse _Dialoghi sul nuovo parlar francese
italianizzato_ (1578), ove introduce un Filausonio che lo parla: _Il
n’y a pas longtemps qu’ayant_ quelque martel en teste _et à cause de
ce estant sorti après le past pour spaceger, je trouvai par la strade
un mien ami. Or voyant qu’il se monstroit estre tout sbigottit de mon
langage, je me mis à ragioner avec luy_, ecc. Alcuni degli italianismi
da lui disapprovati rimasero nel francese, come _accommoder, concert,
caprice, contraste, manquer, réussir, se ressentir_, ecc. Di quel del
D’Ossat già parlammo.

[211] Milton ebbe pure, e fors’anche tolse dai nostri molte
sconvenienti metafore. Il tuono e i fulmini gli sono _artiglieria del
cielo_ (canto II); l’ora matuttina, il _ventaglio dell’Aurora_ (ivi);
gli sporti degli alveari, _i sobborghi della cittadella di paglia delle
api_ (c. I); dove inoltre troviamo e alberi maestosi che sbocciano
quasi danzando dal sen della terra, e ampie ferite aperte nel seno
della montagna per trarne le costole d’oro, ecc.

[212] Nell’_Istruzione_ a monsignor Pignatelli nunzio apostolico
presso Leopoldo I, che forma parte dei _Secreti di Stato dei principi
d’Europa_ (Colonia 1676), si legge: — La buona memoria del defunto
imperatore (Ferdinando III), curioso dell’idioma italiano, aveva in
modo introdotta nella Corte cesarea la nostra lingua, che quasi non si
parlava di continuo con altra, onde i cavalieri a gara procuravano di
viaggiare in Roma per rendersi possessori di questa. Vostra signoria
procurerà quanto sarà possibile non solo di conservare tale uso,
ma ancora di dilatarlo, obbligando con termini gentili sua maestà
a frequentare le prediche italiane, procurando a questo fine che si
predichi in alcune chiese, e che vi sia nella Corte un predicatore de’
più valorosi, che possa predicare in certi giorni più comodi a Cesare;
ed è certo che da ciò se ne cava grande profitto, investendosi i
Tedeschi pian piano d’una inclinazione verso la nostra nazione».

[213] _Dialogo sulla bellezza_.

[214] La _Ricreazione del savio_; l’_Uom di lettere_; i _Simboli
trasportati al morale_; la _Povertà contenta_; l’_Eternità
consigliera_, ecc. Nella _Coagulazione_, VIII. 721, dice che questa
«diversamente lavora e distilla e rettifica e dissolve e coagula e
fermenta e precipita e mischia e incorpora e sublima e fissa».

[215] Dopo la prima fece una nuova edizione, forbendone la lingua
acciocchè fosse citato dalla Crusca, «onore ch’egli stimava più del
cardinalato».

[216] _De monarchia Solipsorum. De potestate pontificia in Societatem
Jesu_. 1646.

[217] Paolo Segneri juniore attese alle missioni, e le diocesi sel
disputavano; fra le turbe sbigottite a Roma dai tremuoti del 1703 si
buttò insegnando a temere e sperare.

[218] Il Boccalini morì a Venezia _da dolori colici e da febbre_,
dice il necrologio. Le sue osservazioni sul II libro di Tacito furono
offerte al consiglio dei Dieci da’ suoi figli Ridolfo e Aurelio, i
quali, noverando i meriti paterni e i proprj, chiedeano soccorsi.
E il consiglio _andò parte_ che fosse loro concessa facoltà di
poter permutare la condanna d’un confinato in prigione a tempo, in
relegazione nell’Istria o altrove. Vedi Cicogna, _Iscrizioni venete_ in
San Giorgio Maggiore, pag. 365.

[219] Lettera a Camillo Baldi.

[220]

    Non è figlia del Sol la musa mia,
      Nè ha cetra d’oro o d’ebano contesta;
      È rozza villanella e si trastulla,
      Cantando a aria conforme le frulla..,
    Ma canta per cantare allegramente,
      E acciò che si rallegri ancor chi l’ode;
      Nè sa, nè bada a regolar niente,
      Sprezzatrice di biasimo e di lode.

[221] Loda lo spagnuolo Lope de Vega perchè

    Ciò che scrisse e cantò tutto fu d’oro;
                 ... Ma le castalie scuole
    Da lui prendano esempio, e imparin come
    Più bel s’eterni in carmi onesti un nome.
      Non ha dunque Elicona
    Per dilettar altro che amplessi e baci?
    Che Salmace nel fonte, Adon nel bosco?
    Bell’Italia, perdona
    A’ detti miei se ti parran mordaci:
    Fatto vil per lascivia è il cantar tosco;
    Già dilatato il tosco
    Serpe per ogni penna; e mostrar nude
    Prostitute le muse, oggi è virtude.

_Sacco di Mantova_, nelle nozze di Margherita Farnese e Francesco II
d’Este.

[222] GREGORIO, _Memorie_, vol. IX. ep. 50.

[223] Baronio al 549; CENNI, _Codex Carolinus_, i. 148; ANTIQUITATES
ITALICÆ MEDII ÆVI, III. 855.

[224] I Francesi nel 1797 tolsero a questa biblioteca cinquecento
manoscritti, de’ quali poi, ne’ trattati del 1815, furono restituiti
a Eidelberga trentotto greci e latini, provenienti da questa compra
d’Urbano VIII, fra cui l’unico esemplare di Anacreonte e dell’Antologia
di Costantino Cefala, oltre gli ottocenquarantasette tedeschi.

[225] Il mausoleo di Cristina, opera di Carlo Fontana, a marmi
di diverso colore e bronzi, rappresenta il suo ritratto, sopra un
cartello, portato da un teschio coll’ale di cherubino.

[226] In un secolo così poco repubblicano, il sentimento della
sovranità del popolo si rifuggì in quelle leggi, dov’è scritto: _Penes
commune summa potestas esto_.

[227] All’assedio di Vienna si riferisce il poema rimasto popolare
del _Meo Patacca_, scritto in romanzesco dal Berneri nel 1683. Meo,
spavaldo romano, si propone di raccorre un pugno d’altri prodi per
affrontare il Turco; invano vorrebbe rattenerlo la bella Nuccia;
l’ardor bellicoso di lui prorompe in ciance e bravate, e intanto
giunge l’avviso che Vienna fu liberata da Sobieski: Meo ha il merito
dell’eroismo senza i pericoli, gode le stupende feste con cui Roma
celebra quell’evento, e torna alle braverie ed agli amori.

[228] Ne’ _Pensieri eroici spiegati dalla penna d’A. Guidi_ incomincia:
— Consagro alle Altezze vostre (i Farnesi) le infelicità de’ miei
inchiostri, perchè so che all’ombra delle loro porpore sapranno
cangiarsi in macchie di luce, et indorar ai lampi di sì generosa
Potenza le gramaglie della propria fortuna. Non potevo scegliere
al sostegno della mia penna Heroi più luminosi nelle sfere della
Grandezza, nè cercar trofei più cospicui negli Erarj del Merito per
illustrare le debolezze del mio Destino. Le glorie delle Altezze vostre
risaltano per quei prodigi d’oro de’ scettri che coronano di splendori
la Fama, et innestano alle spoglie dell’Eternità i fregi più dovitiosi
della Maestà e del Valore. Sfavillino nelle ceneri di tanti Secoli
le pompe del loro sangue, decrepite fra i Manti degli Imperj e fra
gli Ostri dei Trionfi, che le generose prove del lor Animo sdegnando
mendicar lumi dall’ombre degl’Antenati e di suscitarsi dagl’antichi
Sepolcri le Fenici di Gloria, stabiliscono le machine de’ suoi applausi
nel centro delle più eroiche attioni».

[229] Chi ricorda il sermone di Giuseppe Zanoja, ne troverà il preludio
in questo:

    _Nec juvat argentum, cum non licet amplius uti,_
    _Extrema in tabula superis donare, Deusque_
    _Esto hæres, dicas. Renuunt patrimonia Divi_
    _Fœnora quæ sapiunt, quamquam fraterculus ille_
    _Piscator cælo adscribat, geniisque beatis_
    _Expiet, et fœdæ quæcumque piacula vitæ_
    _Crimine si partum moriens levaveris assem_
    _Cœlitibus. Miseri! quantum falluntur avari!_
    _Marmore quæ pario fabricatis templa, cruorem_
    _Et lacrimas redolent, venis quem pauper apertis,_
    _Expressitque olim madido provincia vultu._

[230] Belli anagrammi furono i nomi di _Evangelista Torricellius_
convertito in _En virescit Galileus alter_; _Antonius Magliabechius_ in
_Is unus bibliotheca magna_; _civitas Cremona_ in _Ecce nos tui Maria_;
_Isabella Andreini_ in _Alia blanda Sirena_.

[231] _De veris principiis et vera ratione philosophandi contra
pseudo-philosophos._ Parma 1553.

[232] Bruno era riconoscentissimo verso i principi suoi protettori;
vedasi la sua _Oratio consolatoria, habita in illustri academia
Julia, in fine solemnissimarum exequiarum illustrissimi et
potentissimi principis Julii ducis Brunsvicensium_, 1º _julii_
1589, _Helmstadii_. Di se stesso parlando dice: _In mentem ergo, in
mentem, Itale, revocato, te a tua patria, honestis tuis rationibus
atque studiis pro veritate exulem, hic civem; ibi gulæ et voracitati
lupi romani expositum, hic liberum; ibi superstitioso insanissimoque
cultui adstrictum, hic ad reformatiores ritus adhortatum; i lic
tyrannorum violentia mortuum, hic octimi principis amœnitate atque
justitia vivum_. Scrive _ad excellentissimum academiæ Oxononiensis
procancellarium, doctissimos doctores, atque celeberrimos magistros,
Philotheus Jordanus Brunus nolanus, magis laboratæ theologiæ doctor;
purioris et innocuæ sapientiæ professor; in præcipuis Europæ academiis
notus, probatus, et honorifice exceptus philosophus; nullibi præterquam
apud barbaros et ignobiles peregrinus; dormitantium animorum excubitor;
præsumptuosæ et recalcitrantis ignorantiæ domitor; qui in actibus
universis generalem philanthropiam protestatur; qui non magis Italum
quam Britannum, marem quam fœminam, mitratum quam coronatum, togatum
quam armatum, cucullatum hominem quam sine cuculla virum, sed illum,
cujus pacatior, civilior et utilior est conversatio, diligit; qui non
ad perunctum caput, signatum frontem, ablutas manus, et circumcisum
penem, sed (ubi veri hominis faciem licet intueri) ad animum ingeniique
culturam maxime respicit; quem stultitiæ propagatores et hypocritunculi
detestantur, quem probi et studiosi diligunt, et cui nobiliora plaudunt
ingenia_.

[233]

    _Heic ego te appello, veneranda prædite mente,_
    _Ingenium cujus obscuri infamia sæcli_
    _Non tetigit, et vox non est suppressa strepenti_
    _Murmure stultorum, generose Copernice, cujus_
    _Pulsarunt nostram teneros monumenta per annos_
    _Mentem, cum sensu ac ratione aliena putarem,_
    _Quæ manibus nunc attrecto teneoque reperta,_
    _Posteaquam in dubium sensim vaga opinio vulgi_
    _Lapsa est, et rigido reputata examine digna,_
    _Quantumvis Stagyrita meum noctesque diesque_
    _Græcorum cohors, italumque, arambumque sophorum_
    _Vincirent animum, concorsque familia tanta;_
    _Inde ubi judicium, ingenio instigante, aperiri_
    _Cœperunt veri fontes, pulcherrimaque illa_
    _Emicuit rerum species (nam me Deus altus_
    _Vertentis sæcli melioris non mediocrem_
    _Destinat, haud veluti media de plebe ministrum),_
    _Atque ubi sanxerunt rationum capere veri_
    _Conceptam speciem, facilis natura reperta;_
    _Tum demum licuit quoque posse favore Mathesis_
    _Ingenio partisque tuo rationibus uti,_
    _Ut tibi Timei sensum placuisse libenter_
    _Accepit, Agesiæ, Nicetæ, Pythagoræque._

[234] Che tutte le cose vivano egli vuol dimostrare in un dialogo che
accorciamo.

_Teofilo_. L’opinione comune non è sempre la più vera. Ma non basta,
perchè una cosa sia vera, che si possa sostenerla; bisogna anche
dimostrarla. E ciò non mi sarà difficile. Non vi furono filosofi che
dissero il mondo esser animato? Perchè dunque non diranno quei saggi
che anche tutte le parti del mondo sono animate?

_Diosono_. Lo dicono di fatto, ma lo dicono di cose principali e di
quelle che sono vere parti del mondo, ciascuna delle quali contiene
l’anima intiera; perocchè l’anima degli animali che noi conosciamo è
tutta intiera in ciascuna parte del loro corpo.

_Teofilo_. Che cosa è dunque ciò che voi credete non essere realmente
parte del mondo?

_Diosono_. Quelle cose che non sono primi corpi, come dicono i
Peripatetici; la terra con le acque e le altre parti che, secondo voi,
costituiscono l’intero animale, la luna, il sole e gli altri corpi:
oltr’a ciò, io chiamo animali principali quelli che non sono parti
primiere dell’universo e che dicesi avere chi un’anima vegetativa, chi
una sensitiva, e alcuni anche una ragionevole.

_Teofilo_. Ma se l’anima, appunto perchè è nel tutto, si trova altresì
nelle parti, perchè non volete ch’ella parimenti esista nelle parti
delle parti?

_Diosono_. Acconsento, ma solo nelle parti delle cose animate.

_Teofilo_. Quali sono le cose non animate o che non fanno parte di cose
animate?

_Diosono_. Forse non ne abbiamo assai sotto gli occhi? Tutte quelle che
non hanno vita.

_Teofilo_. E quali sono le cose che non hanno vita, o almeno un
principio vitale?

_Diosono_. Insomma volete voi che ogni cosa abbia un’anima ed un
principio vitale?

_Teofilo_. Ciò appunto pretendo.

_Polinio_. Dunque un corpo morto ha un’anima? dunque le mie maniche,
le mie pianelle, gli stivali, gli speroni, l’anello, le forme delle mie
scarpe saranno animate? la mia zimarra, il mio tabarro animati?

_Teofilo_. Io dico che la tavola come tavola non è animata, nè l’abito
come l’abito, nè il cuojo come cuojo, nè come bicchiere il bicchiere;
ma che, come cose naturali e composte, hanno in sè la materia e la
forma: per piccola e grama che sia una cosa, essa contiene una parte
della sostanza spirituale, la quale, ove il soggetto si trovi disposto,
si estende in modo da diventare una pianta o un animale, e riceve
le membra d’un corpo qualunque di quelli che comunemente si chiamano
animati: perchè l’anima si trova in tutte le cose, e non v’ha il menomo
corpuscolo che non ne contenga la sua porzione.

_Polinio_. _Ergo quiquid est, animal est_.

_Teofilo_. Non tutte le cose che hanno un’anima, si chiamano animate.

_Diosono_. Dunque tutte le cose hanno per lo meno una vita?

_Teofilo_. Accordo che hanno l’anima in sè, hanno la vita quanto
alla sostanza, e non quanto all’atto ammesso dei Peripatetici e da
tutti coloro che definiscono la vita e l’anima in una maniera troppo
grossolana. L’opinione di Anassagora, che ogni cosa è in ogni cosa,
perchè lo spirito o anima o forma universale trovandosi in tutte le
cose, ogni cosa può da ogni cosa prodursi, non solo è verisimile ma
vera, perchè codesto spirito esiste in tutte le cose, le quali se non
sono animali, sono però animate; se non sono secondo l’atto sensibile
di animalità e di vita, sono però secondo un principio ed un atto primo
qualunque d’animalità e di vita.

[235] _Est animal sanctum, sacrum et venerabile mundus_. De immenso,
lib. V.

[236] Il famoso Scioppio il supplizio del Bruno raccontò in lettere ad
un altro Luterano. Comincia: — Ti do la mia parola che niun Luterano o
Calvinista è qui punito di morte, nè tampoco sta in pericolo, seppur
non sia recidivo o scandaloso. È mente di sua santità, che ogni
Luterano viaggi liberamente, e vi ottenga benevolenza e cortesia. Nel
mese passato fu qui un Sassone, ch’era vissuto un anno con Beza, e fu
umanissimamente accolto dal cardinale Baronio confessore del papa, e
assicurato, purchè non desse scandalo». Segue narrando il processo e
la condanna del Bruno, credendolo meritevole come ateo, e apostolo di
dottrine assurde. Eppure si dubita se veramente sia stato arso. Vedasi
DOMENICO BERTI.

Il Botta si sbriga di quest’insigne Italiano colla frase seguente: —
Non fermerommi a parlare del Bruno, perchè avendo insegnato che i soli
Ebrei erano i discendenti di Adamo (?), che Mosè era un impostore ed un
mago, che le sacre Scritture sentivano del favoloso, ed altre bestemmie
ancora peggiori di queste, fu arso a Roma al modo di Roma nel 1600:
rimedio abominevole contro opinioni pazze». Lib. XV.

Queste parole egli copia letteralmente dal Giannone, l. XXXIV. c. 8,
che copia il Capasso e il Parrino, e dice: «Discreditarono l’onorata
impresa (di innovar la filosofia) due frati domenicani, li quali non
tenendo nè legge nè misura, e oltrepassando le giuste mete, siccome
maggiormente accreditarono gli errori delle scuole, così posero in
discredito coloro che volevano allontanarsene ecc.».

[237] _De libris propriis_.

[238] «Esser noi e poter sapere e volere è il certissimo principio
primo». _Universalis philosophia_, I. l. 4. Secondo lui, l’intelletto
consiste nel sentire, cioè accorgersi delle modificazioni del
nostro essere; e memoria, riflessione, immaginativa sono varie
determinazioni della sensività; il pensiero è il complesso delle
cognizioni poste nella sensazione, la quale dà a conoscere soltanto
gli oggetti individui, non la loro realtà nè le generali relazioni.
Tutto il creato, a dir suo, consta di essere e non essere; il primo
è costituito da potenza, sapienza e amore, che hanno per iscopo
l’essenza, la verità, il bene: mentre il nulla è impotenza, odio,
ignoranza. Nell’Ente supremo le tre qualità primordiali stanno unite
in incomprensibile semplicità, senza mistura del nulla; une, benchè
distinte. L’Ente supremo, nel trar le cose dal nulla, trasporta le
inesaurabili sue idee nella materia sotto la condizione del tempo e
sulla base dello spazio, e agli enti finiti comunica le tre qualità,
che divengono principj dell’universo, sotto la triplice legge della
necessità, della provvidenza, dell’armonia.

Sopra siffatta metafisica impianta una filosofia fisica, una
psicologica, una sociale. Nella filosofia fisica considera l’universo
come un complesso di fenomeni materiali, svolgentisi nel tempo e
nello spazio. La materia posta in questi è un corpo, non costruito
ma proprio alla costruzione; e opera per via di due agenti, calore e
freddo. Quello formò il cielo dilatando, questo la terra condensando la
materia; e dalla loro combinazione nascono tutti i fenomeni. La luce
è tutt’uno col calore, solo denominati altrimenti secondo operano sul
tatto o sulla vista.

Nella fisiologia considerando gli enti come vivi e sensibili, distingue
nell’uomo una triplice vita, corrispondente a triplice sostanza:
l’intelligenza; lo spirito, suo veicolo; il corpo, veicolo ed organo
dello spirito e dell’intelletto. Gli esseri tendendo a conservarsi,
sono provveduti d’istinti e della facoltà di sentire in differente
grado. Che se l’uomo possiede un’intelligenza immortale, quanto meglio
il mondo che è più di tutti perfetto? Mani sue sono le forze espansive;
occhi le stelle; linguaggio, i raggi di queste; col cui ricambio forse
comunicano esse tra sè, dotate come sono di vita sensibilissima. Gli
spiriti beati che le abitano, vedono quant’è nella natura e nelle idee
divine.

[239]

    Il mondo è libro dove il senno eterno
      Scrisse i proprj concetti...
    Ma noi strette alme ai libri e tempi morti
      Copïati dal vivo con più errori,
      Li anteponghiamo a magistero tale.
    O pene, del fallir fatene accorti,
      Liti, ignoranze, fatiche e dolori:
      Deh torniamo, perdio, all’originale.
                        _Poesie filosofiche_, pag. 11.

[240] _Inveniemus in plantis sexus masculinum et fœmineum, ut in
animalibus, et fœminam non fructificari sine masculi congressu. Hoc
patet in siliquis et in palmis, quarum mas fœminaque inclinantur mutuo
alter in alterum, et se se osculantur, et fœmina non impregnatur nec
fructificat sine mare, immo conspicitur dolens, squalida mortuaque, et
pulvere illius et odore reviviscit_.

[241] E neppure il concetto delle epoche organiche e critiche; poichè,
ribattendo le obiezioni, dice che la Città del sole «durerà fino ad
uno dei periodi generali delle cose umane che danno origine ad un
nuovo secolo». _Questioni sull’ottima repubblica_. In lui sono pure
quelle teorie sulla natura de’ popoli settentrionali e meridionali e
sulla loro missione, che credonsi trovati moderni. «Dio, per fecondare
li meridionali di gente e d’armi, e li settentrionali di scienza e
religione, usa di mandar quelli a questi, insertandoli come arbori
per farli più generosi». _Aforismo_ 72. D’altra parte potrebbe dirsi
che egli adombra i circoli di Vico entro cui l’umanità si rigira,
e la provvidenza di Bossuet che anche gli errori trae a vantaggio:
_Religiones cunctæ atque sectæ habent proprium circulum, veluti et
respublicæ... Illi cupiditate auri et divitiarum novas quiritant
regiones; Deus autem altiorem finem intendit_.

[242] _Sulla monarchia spagnuola_. Fu ristampata a Berlino il 1840.

[243] _Discorsi politici_, passim. _Faciat_ (Hispania) _ut dominia et
prædia nobilis regni Neapolitani, Mediolani... ab exteris emantur...
quo fiat ut barones indigenæ humilientur.. Cavendum est ut loca
munita unquam baronibus concedantur_ (De monarchia hispanica, c. XIV).
_Elaborandum est regi ut principum italicorum dissidia alat_ (c. XXI).
_Curandum præterea ut omnes baronum filii magistros hispanos habeant,
qui hispanizare illos doceant in habitu, moribus et modis hispanicis_
(c. XIV).

[244] _Discorso_ II _del papato_.

[245] _Città del sole_. Nel _Discorso sopra l’aumento delle entrate_
confessa che «il più gran male di questo regno è la carestia», cap. 3.

[246] _Vectigal exigatur pro necessariis rebus parvum, pro superfluis
largius... non alia bona quam certa et stabilia graventur_.

[247] Vedansi esposte da un suo ammiratore nella prefazione alle opere
del Campanella. Torino, Pomba, 1854.

[248] «È pericoloso in ogni verso il negozio dei grani in nome d’altri
che del re, che è padre e pastore della repubblica, e a lui tocca
pascere i figli e distribuir il pane». _Sopra l’aumento delle entrate_.
«Se il re in Calabria pigliasse tutta la seta come la si vende a venti
carlini la libbra, trasportandola a Napoli dove si vende trenta o
più, raddoppia il tributo. Ed in tutte cose si può far questo, e non
lasciare li mercanti facciano quel guadagno con danno dei popoli e
del re... Il re sarìa tiranno manifesta se lasciasse senza necessità
urgentissima al cristianesimo trasportar li grani di questo regno in
altro regno».

[249] I Solari son molto sani, e Campanella indica i rimedj con
cui s’ajutano. «Sanano le quartane incutendo improvvise paure, o
trattandole con erbe _d’indole opposta alla quartana_, o con altre
_simili cose_. Uno studio maggiore pongono a guarire le febbri continue
e sforzansi d’arrestarle studiando le stelle e le erbe, e _levando
preghiere al cielo_. Il morbo sacro combattono con preghiere, indi
rinvigorendo il sistema nervoso del capo mediante sostanze acide od
eccitanti».

[250] «Fu ad istanza del Sancez fiscale (che andò a Roma _personaliter_
per tal licenza) tormentato quarant’ore di funicelli _usque ad ossa_,
legato nella corda colle braccia torte, pendendo sopra un legno
tagliente e acuto, che si dice la viglia; li tagliò di sotto una libbra
di carne, e molta poi n’uscio pesta e infracidata; e fu curato per sei
mesi con tagliarli tanta carne, e n’uscir più di quindici libbre di
sangue delle vene e arterie rotte... nè confessò eresia nè ribellione,
e restò per pazzo, non finto, come dicono». _Narrazione attribuita al
Campanella_.

Nei _Secreti_ del senato veneziano è notato come nel 1593 frà Giordano
Bruno sia stato rimesso da Venezia al Sant’Uffizio di Roma, e nel 1594
frà Tommaso Campanella, Giambattista Clario da Udine e Ottavio Longo da
Barletta, carcerati in Padova.

[251]

    Io nacqui a debellar tre mali estremi,
      Tirannide, sofismi, ipocrisia;
      Eletto sasso
      A franger l’ignoranza e la malizia;
      Stavano tutti al bujo, io accesi un lume.

_Poesie filosofiche_, pag. 26, 141, 116. Tra le sue lettere vi
sono confessioni esplicite d’ortodossia, e dice che il dogma della
predestinazione «fa li principi cattivi, li popoli sediziosi e li
teologi traditori».

[252] _Discorsi della libertà e della felice soggezione allo Stato
ecclesiastico_. Sempre nella signoria papale vedeva la libertà; e nella
XXXII delle poesie canta:

    Vedi i tiranni e le leggi perire
    E Pietro e Paolo in Roma comandare.

[253] Secondo il Patrizj, dalle prime monadi nascono le altre, dalle
monadi le essenze, da queste le vite, dalle vite gl’intelletti,
dagl’intelletti gli spiriti, da questi la natura, da cui le proprietà,
dalle proprietà le specie, dalle specie i corpi, i principj delle
cognizioni vengono da’ sensi, ma prima dalla luce; dalla luce celeste,
immagine di Dio, noi saliamo alla luce primogenia che è Dio stesso:
la luce tutto fa, tutto vivifica e forma. Le quattro parti di sua
filosofia intitolò Panarchie, Pancosmie, Panaugie, Panpsichie. Studiò
la teoria della luce, nel senso materiale e nel figurato, e sopra
quella fondò la sua filosofia: come per la materiale vedono gli occhi
del corpo, così per l’intelligibile sono illuminati quelli dell’anima:
questo mezzo universale del conoscere viene da Dio, sorgente d’ogni
luce.

Francesco Giorgio minorita veneziano, dedito alla Cabala mescolata
ai libri sacri e ai peripatetici ragionamenti, compose l’_Armonia
del mondo e i tremila problemi_. Da Dio trino, che è ternario
semplicissimo, derivano con ternario quadrato tre novenarj, onde nove
sono i cori delle intelligenze, nove i cicli, nove i generi delle cose
generabili e corruttibili; e nel ternario cubo si compiono tutti i
novenaij. Gli angeli sono distribuiti secondo il novenario semplice,
corrispondente al ternario, onde i più vicini a Dio somigliano al
ternario semplicissimo; gli altri si racchiudono nel duplo, poi nel
triplo: e per quest’ordine tripartito noi possiamo ascendere a Dio, e
Dio discende a noi.

BRUCKER, _De restauratione philosophiæ pythagoricæ, platon. cabbal_. §
V.

[254] L’argomentazione cartesiana dell’_io penso, dunque esisto_
trovasi in Bernardino Ochino, _Catechismo_; Basilea 1561: _Ministro_.
Ti prego, illuminato mio, che tu mi dica s’egli ti par essere o no.

_Illuminato_. Mi par essere: ma per questo non so certo che io sia;
imperocchè in parermi essere, forse m’inganno.

_Min_. È impossibile che, a chi non è, gli paja d’essere; però, poi
ch’ei ti par essere, bisogna dire che tu sia.

_Illum_. Così è vero.

La soggettività della sensazione era stata predicata da Galileo nel
_Saggiatore_, dicendo: — Che ne’ corpi esterni, per eccitare in noi i
sapori, gli odori e i suoni, si richiegga altro che grandezze, figure,
moltitudini e movimenti tardi e veloci, io non lo credo; e stimo che,
tolti via gli orecchi, le lingue e i nasi, restino bene le figure, i
numeri e i moti, ma non già gli odori nè i sapori nè i suoni, li quali
fuor dell’animale vivente, non credo che sien altro che nomi, come
appunto altro che nome non è il solletico e la titillazione, rimosse le
ascelle e la pelle intorno al naso».

[255] Vedi la _Scrittura di Marco Foscarini circa le franchigie
concesse agli ambasciadori esterni residenti presso la repubblica di
Venezia_, 1725.

[256] _Della perfezione della vita civile_, lib. III. p. 134.

[257] Non lo nomina; ma ciò professa negli _Uffizj del Cardinale_, lib.
I, p. 64.

[258] «Ricercandosi due cose per la propagazione dei popoli, la
generazione e l’educazione, sebbene la moltitudine de’ matrimonj ajuta
forte l’una, impedisce però pel sicuro l’altra».

[259] La sua _Ragion di Stato_ fu tradotta in tutte le lingue. L’opera
sulla _Grandezza della città_ fu volta in inglese il 1635. Delle sue
_Relazioni universali_ è un estratto la _Politia regia_ di Reifenberg:
e la _Politica tratta dalla sacra Scrittura_ di Bossuet fu forse
ispirata dalla sua _Regia sapientia_.

[260] _Relazione della repubblica veneziana_, 1605.

[261] Soltanto pel Milanese citiamo le voluminose opere del Somaglia,
dell’Opizzoni, del Piazzoli, del Tridi.

[262] _Zecca in consulta di Stato; Trattato mercantile della moneta._

[263] Pubblicati al fine del vol. I della _Storia dei municipj
italiani_ del Giudici.

[264] _De re militari et bello tractatus, divisus in partes II, in quo,
præter ea quæ de re militari tractantur, obiter multa quæ ad civilem
administrationem pertinent attinguntur, omnibus judicibus apprime
necessarius._ Fu ristampato nel tom. XVI della gran collezione dei
_Tractatus juris universi_.

[265] MAFFEI, _Verona illustrata_, part. II. 312.

[266] VEDI LANZA, _Considerazioni sulla storia di Sicilia_, p. 142.

[267] _Memorie della Sicilia_; _Historiæ Saracenosiculæ varia
monumenta_; _Bibliotheca historiæ Siciliæ._

[268] Il Pignoria, 18 luglio 1614, dice: — A scrivere istoria ci
vuol altro che vivacità di cervello; e il padre Bzovio averà ben che
che fare a continuare Baronio, nel quale _longe erit a primo quisque
secundus erit_».

[269] Abbiamo pure _Guerra della Germania inferiore_ di GERONIMO
CONESTAGGIO genovese, 1634; _Impresa di Fiandra di Alessandro Farnese_
di CESARE CAMPANA, 1595; ecc.

[270] La reputazione del Gemelli Carreri fu rivendicata in un’appendice
al tom. XIII della traduzione dei _Viaggi_ intorno al mondo del
Berenger, Venezia 1795; poi più estesamente da Ignazio Ciampi nel
_Filodrammatico_, giornale di Roma del 1858.

[271] Quest’asserzione proviene dall’elogio di Fontenelle, ed è
ripetuta generalmente, pure fin la _Biographie universelle_ conviene
dei meriti anteriori del Riccioli. Le carte di Delisle comparvero
nel 1699: nel 1661 l’opera del Riccioli. Questo pone tra Gibilterra e
Gerusalemme la differenza di 47° 37′, che sotto quel parallelo valgono
714 leghe marine, ossiano 983 leghe da 20 al grado. Invece non è che di
40° 25′ 40″, equivalenti a 606 leghe marine, o 848 comuni. Si levino 11
leghe che sono da Gerusalemme a Giaffa, presa per l’estremità orientale
del Mediterraneo, e si avranno 882 leghe secondo il Riccioli, e 837 al
vero.

[272] In una del 1580 da Lisbona loda infinitamente le qualità della
pietra bazar, cioè del belzoar, che si sa essere una concrezione
intestinale; e come operi prodigi per far uscire le petecchie,
provocando sudore e secrezioni, e guarisca della peste per
testimonianza di Galeno, degli Arabi e di Alberto, sebbene egli non
possa capacitarsi come ciò avvenga, atteso che la peste è corruzione,
e la corruzione è mancamento del calore innato nell’umidità; mentre
quelle pietre sono fredde e secche di complessione, sicchè non possono
ristaurar il calore. D’esso bazar usano in polvere pigliandone tre o
quattro grani, con acqua di rose, o la mettono nelle posteme velenose;
legate in oro le portano al collo come virtuose più della brettonica
per cacciar la melanconia, guardar da veleni, ecc. E dall’India e dal
Portogallo spedisce ogni tratto pietre e legni di specifica meraviglia,
per tornar il latte alle donne, per chetare l’epilessia, ecc.

[273] «La lingua in sè è dilettevole e di bel suono, per i molti
elementi ch’egli hanno fino a cinquantatre, dei quali tutti rendon
ragione, facendoli nascere tutti dai diversi movimenti della bocca e
della lingua... In quella sono molti de’ nostri nomi, e particolarmente
de’ numeri il 6, 7, 8 e 9, Dio, serpe, et altri assai...».

[274] _Memorie del padre Basilio da Glemona dell’abate_ PIETRO DELLA
STUA. Udine 1775.

[275] Ecco però una prova del quanto fosse bambina la filologia. Sulla
chiesa di San Giorgio in Palazzo a Milano stava un’iscrizione, e non
sapendosi leggere dai nostri, fu da Gianpietro Puricelli mandata a Luca
Olstenio a Roma per mezzo di Leone Allacci, dubitando fosse armena
o russa o schiavona o gotica, «lingue che han caratteri simili al
greco». Egli s’accorse ch’era latina con lettere greche affatto rozze
(_Lettera_ 2 agosto 1647, nel _Catalogo_ del Crevenna). Un altro dotto
milanese, il Castiglioni, asseriva che a San Vincenzo in Prato v’era
stato un tempio di Giove, perchè vi fu trovata una lapide che diceva
DIO VI ET PROBO V. L’Olstenio senza più asserì che doveva essere un
frammento, da compirsi così: _arca_DIO . VI . ET . PROBO . V... _coss_.
cioè essendo consoli Arcadio per la sesta volta, Probo per la quinta.

[276] _Characteres ægyptii_. Venezia 1605; _Mensa isiaca_, 1669.
Il più insigne documento egiziano che si avesse prima delle recenti
scoperte era la _Tavola isiaca_ di bronzo, lunga cinque, larga tre
piedi, coperta di smalto nero, su cui sono disegnate figure a contorni
d’argento. Dopo il sacco di Roma un fabbro la vendè al cardinale Bembo,
dal cui museo passò a quel di Mantova. Nel sacco del 1630 fu rubata, nè
più se ne seppe, finchè più d’un secolo dopo fu trovata nel museo di
Torino; ove (dopo essere stata nel museo Napoleone a Parigi) ancor si
conserva, e fu studio dei principali antiquarj, sebbene ora si giudichi
non lavoro originale, ma dei tempi d’Adriano imperatore. Vedi pag. 210.

[277] _De nostri temporis studiorum ratione_, 1708.

[278] _De antiquissima Italorum sapientia, ex originibus linguæ latinæ
eruenda_, 1710.

[279] _De universi juris principio et fine uno_, 1714; _De constantia
philologiæ_, 1721.

[280] Perchè dei moderni editori nessuno pensò a dargli punteggiatura
e divisione alla moderna? Facendo quel che si praticò col Guicciardini,
ne sarebbe grandemente agevolata l’intelligenza. Si dovrebbe anche far
sparire la nojosa e inutile vicenda di carattere tondo e corsivo, che
corre da capo a fondo dell’opera.

[281] Anche il De Rossi, nel _Dizionario storico degli autori arabi_,
fa di Averroe il primo traduttore d’Aristotele: ma ora è certo che,
tre secoli innanzi, era stato vôlto in arabo, non dal greco ma dal
siriaco; e che Averroe nè altro arabo di Spagna conosceva il greco.
In quella vece s’aveva una traduzione in latino; e l’averroismo, tanto
coltivato nella scuola di Padova e anche dal Pomponazzi che pur mostra
continuamente confutarlo, non deriva che obliquamente da Aristotele,
mescolandovi le dottrine neoplatoniche e le interpretazioni de’
Nestoriani.

[282] _L’uccelleria, ovvero discorso della natura e proprietà de’
diversi uccelli, e in particolare di quelli che cantano_. Roma 1622,
con figure del Tempesta e del Villamene.

[283] Da scrittori e dall’esperienza, massime di cacciatori e pastori,
induce che le bestie, variando l’emissione de’ suoni, fanno quel che
facciamo noi co’ suoni letterali, e ne formano di elementari di tempo
determinato. A manifestare certe emozioni valgonsi del gesto, dello
sguardo, del suono, del grido, della favella. Così un cane volendo
scacciarne un altro da un posto ove egli vuol collocarsi, comincia
a guardarlo iroso, poi fare movimenti significativi, poi ringhiare,
finalmente abbajare. I vermi e simili animali inferiori possedono
solo i due primi modi: alcuni pesci mandano un suono per le natatoje o
per le branchie. Agl’insetti Fabrizio nega la voce, benchè esprimano
i sentimenti per via di suoni; bovi, cervi ed altri quadrupedi hanno
piuttosto una voce che un linguaggio; ma linguaggio vero han gatti,
cani, uccelli, inferiori però all’uomo che articola più chiaro e
distinto. Le bestie capiscono quel che loro diciamo: onde a ragion
più forte noi dobbiamo capir loro. Delle quattro passioni di gioja,
desiderio, dolore, paura, esamina Fabrizio l’espressione sopra il cane
e la gallina, confessando non avere imparato gran che: ma la parola
nostra è più complessa, perchè di più rapidi e numerosi elementi; oltre
che avendo noi labbra e lingua più flessibili, ne nascono la varietà
e complicazione che costituiscono la favella. Nessun animale potrà
gareggiare coll’uomo, atteso che il principale loro strumento è la
gola, che a noi serve soltanto per le vocali.

[284] È il primo destinato agli studenti di medicina. La repubblica lo
fondò con decreto 31 luglio 1545, ad istanza di Francesco Buonafede
padovano, e sopra disegno di Andrea Moroni da Bergamo; n’ebbe la
direzione Luigi Anguillara, cui succedette Melchior Guilandino di
Königsberg, pel quale nel 1564 istituì la cattedra di botanica.

[285] Anche privati ne formarono, quali il Priuli, il Molin, il Michel,
Gianfrancesco Morosini lodato da Linneo, ed altri a Venezia, Giulio
Moderato a Rimini, Vincenzo Montecatino a Lucca, Sinibaldo Fieschi
a Genova, Vincenzo Pinelli a Napoli, Gaspare Gabrielli a Padova,
Scipione Simonetta a Milano. Vedi a pag. 304, e VIVIANI, _Delle
benemerenze de’ Veneti nella botanica_. Il Pignoria a’ 26 dicembre
1614 da Padova scriveva a Paolo Gualdo in Roma: — Non occorre che mi
faccia gola dei fiori che si vedono costì, perchè jer sera alla cena
lucullea del signor Sandelli «io mangiai degli sparagi belli, verdi e
freschi; s’immagini mo il resto». Al quale Gualdo il Welser da Augusta
avea scritto, a’ 10 gennajo 1610: — Se Padova e Vicenza si voltano a
domandar semi e piante da queste parti, si può dire che _ipsi fontes
sitiunt_. Le fritillarie di qua sono poche, e tutte venute o d’Italia
o di Fiandra: vero è che quelle di Fiandra pare facciano miglior
riuscita».

[286] «Tale opera dovea condurre ad una felice rivoluzione nella
botanica: ma niuno allora volle seguirlo nel cammino segnato, perchè
si era di troppo lasciati addietro i contemporanei. Gaspare Bauhin
afferma d’aver pensato distribuire il suo _Pinax_ secondo il metodo
di Cesalpino, ma confessa che non lo comprendeva abbastanza. Inoltre
era costume vedere le opere di botanica adorne di figure, e Cesalpino
le avea sbandite dalla sua. Torto suo più reale fu il non esporvi la
concordanza della nomenclatura degli autori che l’avevano preceduto e
dei suoi contemporanei; indica le piante con nomi suoi particolari, o
nomi vulgari in alcuni paesi d’Italia; principalmente nella Toscana,
onde fu malagevole determinare di quali parlasse, e Bauhin sovente
vi s’ingannò. Per la stessa ragione non si può determinare il giusto
numero delle specie, di cui fa menzione: quei che lo portano ad
ottocento, non hanno contato che le principali, e ammontano a mille
cinquecentoventi secondo Haller...

«Nella prefazione, piena d’osservazioni nuove e filosofiche che
annunziano un ingegno superiore al secolo, in una pagina concentra
i principj e pone le basi su cui stabilire i metodi ed i sistemi di
botanica; tutti i vantaggi che se ne possono trarre, nel cui numero
mette la conoscenza della proprietà delle piante, che si può dedurre
conformemente alle loro affinità o alla somiglianza delle loro forme
esterne. Malgrado i lavori posteriori su tale argomento, non si è
potuto aggiunger nulla d’essenziale a tale schizzo; dimodochè se di
tutte le sue opere ci fosse rimasta questa pagina sola, basterebbe ad
assicurarne per sempre la gloria». DU PETIT THOUARS.

[287] Nel capitolo II del libro V della _Phyllognomica_, il Porta
scrive, _contra antiquorum opinionem, plantas omnes semine donatas
esse_, e vi dice: _E fungis semen perbelle collegimus exiguum et
nigrum, in oblongis præsepiolis vel liris latens e pediculo ad
pili circumferentiam protensis, et præcipue ex illis qui in soxis
proveniunt_ (intenderebbe i licheni?), _ubi decidente semine,
feracitate seritur et pullulat etc_. Pag. 367 dell’edizione di
Francoforte 1591.

Il Porta prevenne Lavater e Gall insegnando che il corpo s’impronti
dei moti dell’animo, e dagli umori e temperamenti derivino i
costumi: persino le disposizioni possono modificarsi correggendo le
conformazioni esterne; _De humana physionomia_. Eppure ancora insegna
che _varii sunt plantarum bulbi qui animalium testes mentiuntur,
præsertim luxuriosorum... Natura, hominum generationi satagens, hac
testiculorum imagine ad vires venereas, ad conceptum, ad prolem eas
valere significavit_. Lib. IV. c. 18. E cap. I. _Plantarum partes
scorpionem integrum præsentantes, ad ejus morsus valere_. E lib. III.
c. 51: _Fructus uterum referentes et fructuum involucra, ad secundinas
valere_. E così ogni tratto.

[288] Nel febbrajo 1856 l’ingegnere Quintino Sella all’accademia
delle scienze di Torino produceva un passo d’un discorso, dal dottore
Domenico Guglielmini di Padova recitato nel 1688, dove riconosceva
i cristalli non come giuochi della natura, ma effetto di forze
molecolari, rette da leggi costanti ed invariabili; che i cristalli
della medesima sostanza sono poliedri, i cui angoli diedri rimangono
sempre i medesimi, sicchè non vi manca che la proporzionalità dei
lati per essere poliedri simili; che ogni cristallo è un aggregato di
molecole aventi la forma stessa del cristallo; che dalla forma unica
prima delle molecole derivano quelle che una sostanza può rivestire, e
che perciò sono definite. Se avesse pensato applicare il calcolo allo
studio de’ cristalli, preveniva la gloria di Romé de l’Isle e di Haüy.

Anche Giovanni Pona fece una descrizione delle rarità di Montebaldo.
L’Imperato (_Historia naturale_, 1599) sostiene che i polipi calcari
non erano pietre vegetanti come teneansi generalmente.

[289] _Mundus subterraneus_; 1662.

[290] _De solido intra solidum naturaliter contento_. È anteriore di un
anno all’opera dello Schiller: la _Protogea_ di Leibniz è del 1683.

[291] _De fontium mutinensium admiranda scaturigine_. Secondo
Gianfrancesco Rambelli (_Lettere intorno le invenzioni e scoperte
italiane_ Modena 1844), la prima memoria de’ pozzi forati in Modena
sale al 1479, poichè ne’ _Ricordi di Gaspare Nardi_ si legge che
Giovanni Bentivoglio cominciò a far fare una fontana in Bologna, e
che andò colà «uno maestro de Regio, che forava con un trivello de
capo de uno abedo, e insediva l’uno abedo de co’ de l’altro, e per
questo modo andava giuso quanto voleva, in modo che andò sotto piedi
centosessantadue se rompè dentro quello con che forava». Giovanni
Agazzari nella cronaca inedita di Piacenza, al 1478 scrive: _Nota quod
hoc anno repertus est quidam novus modus fodendi et eaciendi fontes
vivos et salientes super terram per quosdam parmenses, et res mira et
grandis valde, argumento cujusdam physici regini_. Ap. PEZZANA, _Storia
di Parma_, IV. 23.

[292] _Aliquis intus in vescica sine plaga lapidem conterunt ferreis
instrumentis_. Il Benivieni racconta che, non trovando modo d’estrarre
a una donna un calcolo voluminoso, _insolitum sed tamen opportunum
consilium capiens... ferramento priori parte retuso calculum ipsum
percutio, donec sæpius ictus, in frusta comminuitur_. Il primo moderno
che scrivesse sopra l’estrazione della pietra fu Mariano Scotto, ma
tutto gonfiezze e astrologia; e per operare attende le stagioni e i
congiungimenti di stelle.

[293] _De abditis nonnullis ac mirandis morborum et sanationum etc_.

[294] Ch’egli primo adoperasse il mercurio contro la sifilide non può
più credersi dacchè nella _Cronaca perugina_ del Matarazzo si legge:
«E perchè li Franciosi erano venuti novamente in Italia, se credevano
li Italiani che fosse venuta tale malattia da Francia; e li Franciosi
se credevano che fusse una malattia consueta in Italia, perchè ancora
loro ne acquistaro la parte loro; e li italiani ne chiamavano lo mal
francioso, e li Franciosi ne dicevano lo male italiano, del quale
portaro el seme in Francia». Data la più estesa descrizione di questo
morbo, indica la ricetta trovata più efficace, la cui base è già
l’_ariento vivo_ oncie due. Benvenuto Cellini insulta il Berengario
d’avere «con una sua unzione fatto molte migliaja di ducati da signori,
che ha stroppiati e mal condotti».

[295] Ma si vuole che questo passo siasi interpolato quarant’anni dopo
la sua morte. Vedemmo molte istanze della facoltà di Pavia per ottenere
i cadaveri de’ giustiziati nel Milanese.

[296] Sprengel vorrebbe che Berengario negasse il trasudamento del
sangue attraverso al setto; ma sebbene egli lo dica _satis notabilis
substantiæ, quæ est etiam satis densa_, pure ammette i forellini
di Galeno. Esso Sprengel invece vuole che Colombo supponesse tal
passaggio, mentre dice evidentemente che chi ciò asserisce erra, _longa
errant via_. Vedi DE RENZI, _Storia della medicina_, vol. III. p. 307.

[297] _De erroribus veterum medicorum_, 1653; _In artem medicinalem
Galeni_, 1566: — _Oportet_ (scrive egli) _de scriptoribus ita sentire
ut eos homines agnoscamus et non tanquam deos veneremur; nobiscum
antiquam libertatem relinquamus... probationes ex nostris sensibus
nostroque ingenio ducamus. Nemini credamus, sed liberi contra omnes
quod putemus verum proferamus. Eorum opiniones refellamus qui in magno
sunt precio, quorum auctoritas infirmis ingeniis obesse potest_.

[298] _Cefalogia fisionomica_, 1673.

[299] Nella biblioteca di Parma è un esemplare della _Zelotypia
veritatis in veterum fallacias_, opera di Gianpaolo Ferrari del
1690. A quelle parole di pag. 26, _quod evenit etiam in quibusdam
antiquioribus, cædentibus colaphis alumnos qui veritatem neotericam
convincere videbantur_, è manoscritta questa nota: — Il signor dottore
Antonio Zanella, lettore pubblico in Parma, percosse con uno schiaffo
il signor Giambattista Pedana parmigiano studente nel pubblico studio,
perchè con la forza degli argomenti lo costrinse a confessare la
circolatione del sangue, che da esso lettore veniva acremente negata: e
dopo andò a chiedergli perdono a casa ecc. l’anno scorso 1690».

[300] KIRCHER, _Da arte magnetica_, lib. III. part. 7. Basti
il titolo d’un opera di Marcantonio Zamara di Galatina in terra
d’Otranto, professore a Padova: — _Antrum magico-medicum, in quo
arcanorum magico-physicorum, sigillorum, signatarum et imaginum
magicarum, secundum Dei nomina et constellationes astrorum, cum
signatura planetarum constitutarum, ut et curationum magneticarum
et characteristicarum ad omnes corporis humani affectus curandos,
thesaurus locupletissimus, novus reconditus; cui medicamenta etiam
varia chimica ex mineralibus et vegetabilibus conficiendi modus,
tractatus item de rebus quæ humano corpori eximiam et venustam formam
inducunt, de variis etiam metallorum et mineralium præparationibus et
experimentis plurimis tractatio subjungitur: accessit motus perpetui
mechanici, absque ullo quæ vel ponderis adminiculo conficiendi
documentum_. Francfort 1625. _Antri magico-medici pars secunda, in qua
arcana naturæ, sympathiæ et antipathiæ rerum in plantis..... omniumque
corporis humani morborum, imprimis podagre, hydropis, pestis, epidemiæ
et cancri exulcerati cura hermetica, specifica, characteristica et
magnetica continentur: accesserunt portæ intelligentiarum... et canones
hermetici de spiritu, anima et corpore majoris et minoris mundi_. Ivi
1626.

[301] Di lui è rarissima l’opera _De ratione instituendæ et gubernandæ
familiæ_. Suo figlio Manfredo seppe le matematiche e molte lingue,
viaggiò lontano, s’industriò a costruir macchine, principalmente
microscopj e specchi ustorj, e un museo d’ogni sorta rarità naturali e
d’arte, porzione del quale fu posto nella biblioteca Ambrosiana.

[302] Vedi RENZI, _Storia della medicina_, vol. III, pag. 68. Turre di
Padova, col titolo _Junonis et Nerei vires in humanæ salutis obsequium
traductæ_ (Padova 1668) tratta delle acque minerali.

[303] Vedi la _Vita di Camillo Porzio_, scritta da Agostino Gervasio,
1832.

[304] _De relationibus medicorum libri_ IV, _in quibus ea omnia quæ
in forensibus ac publicis causis medici referre solent, plenissime
traduntur_. Palermo 1602.

[305] AFFÒ, _Vita di B. Baldi_. Nell’opera _Delle macchine semoventi_,
pag. 8, parla d’un Bartolomeo Campi da Pesaro, «che ardì di porsi a
levare dal fondo del mare la smisurata mole del galeone di Venezia;
il che sebbene non gli successe, lo scoperse però giudizioso inventore
della macchina, atta per sua natura ad alzare peso maggiore». È dunque
italiana l’invenzione, di cui oggi menano tanto vanto gl’Inglesi.

[306] _De subtilitate_, Basilea 1607, lib. XVIII. pag. 1074: _Serra,
quæ sub quocumque nomine claudi potest_. — Cossali (_Storia critica
dell’Algebra_, 1797) occupa quasi intero un volume a provare il merito
del Cardano, restituendogli le scoperte che Montucla attribuiva ad
altri, e massime a Vieta.

* Vedasi anche _Di alcuni materiali per la storia della facoltà
matematica nell’antica Università di Bologna_ del dottor SILVESTRO
GHERARDI, 1846.

[307] Nacque in Pisa il 18 febbrajo 1594 a ore 21; e alle 23 del
giorno stesso moriva a Roma Michelangelo. Ma non è vero morisse il
giorno che nacque Newton, poichè questo nacque il 25 dicembre 1642, che
corrisponde al 5 gennajo 1643 della riforma gregoriana; mentre Galileo
morì l’8 gennajo 1642.

[308] Bartolomeo Imperiali da Genova, 5 settembre 1624, ringraziava
Galileo dovergli regalato un microscopio: «e di questo è verissimo
quel che accenna, perchè io scorgo cose in alcuni animaluzzi, che fanno
inarcar le ciglia, e danno largo campo di filosofare novamente. Di cosa
sì rara ho ambizione d’essere stato favorito io il primo in Genova, e
me lo tengo carissimo. Sono molti che ne desiderano, e lo lodano fino
alle stelle; e io non ho poco che fare in dar soddisfazione a tanti».

[309] Narra come, per osservar le stelle, usasse certi vetri, per cui
la luna e le stelle non pareano più elevate che alte torri (Sez. I. c.
23), e soggiunge: «Se alcuno guardi con due di questi vetri oculari,
collocandoli un sopra l’altro, vedrà tutti gli oggetti più grandi e più
vicini» (Sez. II. c. 8).

[310] _Del telescopio_, pag. 486.

[311] Nel Collegio Romano esistono manoscritte (_Codice_ B, f. 15)
alcune lettere di Galileo all’illustre matematico e teologo gesuita
Cristoforo Clavio di Bamberga, uno dei riformatori del Calendario.
Questa del 17 settembre 1610 mostra com’erano imperfetti i mezzi delle
sue osservazioni:

  «Molto reverendo signore, mio padre colendissimo,

«È tempo che io rompa un lungo silenzio, che la penna più che il
pensiero ha usato con vostra signoria molto reverenda. Rompolo hora
che mi trovo ripatriato in Firenze per favore del serenissimo granduca,
il quale si è compiaciuto richiamarmi per suo matematico et filosofo.
La causa perchè io l’abbia sino a questo giorno usato, mentre cioè mi
sono trattenuto a Padova, non occorre che io particolarmente lo narri
alla sua prudenza; ma solo mi basterà rassicurarla che in me non si
è mai intiepidita quella devotione, che io devo alla sua gran virtù.
Per una sua lettera scritta al signor Antonio Santini ultimamente a
Venezia ho inteso come ella, insieme con uno dei loro Fratelli, havendo
ricercato intorno a giove con un occhiale dei pianeti medicei, non gli
era succeduto il potergli incontrare; di ciò non mi fo gran meraviglia,
potendo essere che lo strumento o non fusse isquisito, siccome bisogna,
o vero che non l’avessero ben fermato, il che è necessarissimo, perchè
tenendolo in mano benchè appoggiato a un muro, o altro luogo stabile,
il solo moto delle arterie, ed anco del respirare fa che non si
possono osservare, et massime da chi non gli ha altre volte veduti, et
fatto, come si dice, un poco di pratica nello strumento. In oltre alle
osservazioni stampate nel mio avviso astronomico, ne feci molte dopo,
sinchè giove si vidde occidentale; ne ho poi molte altre fatte da che è
ritornato orientale mattutino, e tuttavia lo vo osservando; et havendo
ultimamente perfezionato un poco più il mio strumento veggonsi i nuovi
pianeti così lucidi e distinti, come le stelle della seconda grandezza
con l’occhio naturale: sì che volendo io, quindici giorni or sono, far
prova quanto duravo a vedergli mentre si rischiarava l’aurora, erano
già sparite tutte le stelle, eccetto la canicola, et quelli ancora si
vedevano benissimo con l’occhiale; spariti dopo questi ancora, andai
seguitando giove, per vedere parimente quanto durava a vedersi, et
finalmente era il sole alto più di quindici gradi sopra l’orizzonte,
et pur giove si vedeva distintissimo et grande in modo che posso esser
sicuro, che, seguitandolo col cannone, si saria veduto tutto il giorno.
Ho voluto dar conto a vostra signoria molto reverenda di tutti questi
particolari, acciò in lei cessi il dubbio, se pure ve n’ha mai avuto,
circa la verità del fatto, delli quali, se non prima, li succederà
accertarsi alla mia venuta costà, sendo io in speranza di dover venire
in breve a trattenermi costà qualche giorno ecc.».

[312] _Nescio quo fato ductus_, dic’egli. A Peiresc scintillò tosto
l’ingegnosa idea, che le loro occultazioni potessero servire a
determinare la longitudine. Furono confutati quelli che attribuiscono
ad Harriott la scoperta dei satelliti di giove e delle macchie solari.

[313] Galileo, temendo che la scoperta delle fasi di venere gli
fosse rapita da altri, eppure non avendo osservazioni bastanti per
accertarle, la pubblicò con questo anagramma: _Hæc immatura a me jam
frustra leguntur, o. y._ L’enigma riuscì indicifrabile, finchè egli a
richiesta dell’imperatore lo spiegò con quest’altro, avente le lettere
stesse: _Cinthyæ figuras emulatur mater amorum._

Si sa che Newton inventò il calcolo delle flussioni nel 1655, e per
undici anni non ne parlò, finchè udito che Leibniz possedeva un’analisi
simile, gli mandò un anagramma in cui esprimevasi la base della sua.

[314] I limiti dell’autorità e dell’esperienza cercò assegnare Galileo
in una lettera alla duchessa di Toscana: — Stimerei che l’autorità
delle sacre lettere avesse avuto la mira a persuadere principalmente
agli uomini quegli articoli e proposizioni che superando ogni umano
discorso, non potevano per altra scienza nè per altro mezzo farcisi
credibili che per la bocca dello stesso Spirito santo... Ma che quello
istesso Dio, che ci ha dotati di sensi, discorso ed intelletto, abbia
voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie
che per quelli possiamo conseguire, sicchè anco in quelle conclusioni
naturali, che o dalle sensate esperienze, o dalle necessarie
dimostrazioni ci vengono esposte innanzi agli occhi e all’intelletto,
dobbiamo negare il senso e la ragione, non mi pare che sia necessario
il crederlo... Mi pare che, nelle dispute de’ problemi naturali non si
dovrebbe cominciare dall’autorità de’ luoghi delle scritture, ma dalle
sensate esperienze, o dalle dimostrazioni necessarie, perchè procedendo
di pari dal Verbo divino e la Scrittura sacra e la natura, quella come
dettatura dello Spirito santo, e questa come osservantissima esecutrice
degli ordini di Dio... pare che quello che gli effetti naturali o
la sensata esperienza ci pone innanzi agli occhi o le necessarie
dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser rivocato
in dubbio, non che condannato, per luoghi della Scrittura che avessero
nelle parole diverso sembiante, poichè non ogni detto della Scrittura è
legato ad obblighi così severi, come ogni effetto di natura ecc.».

[315] Bacone conobbe le opere di Galileo. Vedi _Organon_, lib. II.
afor. 39; _Sylva sylvarum_, Nº 791. — Per quanto gl’Inglesi idolatrino
per patriotismo Bacone e Harriott, pure la loro lealtà rende segnalata
testimonianza al nostro Galileo, come può vedersi nella vita scrittane
di recente da Drinkwater Bethune, nell’_Introduction of the literature
of Europe etc_. di Hallam, nel _Preliminary dissertation to Encyclop.
britan._ di Plyfair, il quale dice che «di tutti gli scrittori
vissuti al tempo che lo spirito umano sviluppavasi appena dagl’impacci
dell’ignoranza e della barbarie, Galileo più d’ogni altro colse il tono
della vera filosofia, e restò più mondo dalla contaminazione del tempo
rispetto al gusto, ai pensieri, alle opinioni».

[316] Galileo dovette dolersi di non riceverne mai risposta: ma ora si
sa che il granduca Cosmo scrisse a Filippo III, non avrebbe lasciato
andar Galileo, s’egli non gli concedesse di mandare ogn’anno franche
due navi dal porto di Livorno alle Indie spagnuole. NELLI, _Vita di
Galileo_.

[317] Dapprima vi fu chiamato con fiorini cento. Il Fabroni racconta
che un malevolo denunziò Galileo al senato veneto di vivere in
adulterio con Marina Gamba; e il senato rispose che, se ciò è vero,
egli avrà maggiori bisogni per sostentare la propria famiglia; e in
conseguenza ne crebbe il trattamento a trecentoventi fiorini. Egli ebbe
infatti due figli e una figlia fuor di matrimonio. Alfine gli furono
assegnati mille fiorini.

[318] Credeva inoltre che la terra col sole si movesse attorno al polo
del mondo, che è incessantemente variabile. Vedi CLEMENS, _Giordano
Bruno et Nicol von Cusa_; 1847, pag. 97.

[319] È ristampata fra le opere di Galileo a Firenze, tom. V. 1854: —
Da questi fondamenti e dalle dichiarazioni loro si manifesta l’opinione
pitagorica e la copernicana essere tanto probabile, che forse non è
altrettanto la comune di Tolomeo; perchè da quella se ne deduce un
chiarissimo sistema ed una meravigliosa costituzione del mondo, molto
più fondata in ragione ed in esperienza, che non si cava dalla comune,
e si vede chiaramente che si può salvare; di modo tale che non occorre
ormai più dubitare che ripugni all’autorità della sacra Scrittura,
nè alla verificazione delle proposizioni teologiche; ma anzi con ogni
facilità non solo i fenomeni e le apparenze di tutti i corpi, ma scopre
anco molte ragioni naturali, che per altra strada difficilmente si
possono intendere».

[320] _Pensieri diversi_.

[321] _Systema cosmicum_, dial. II. p. 121. Poi a Keplero scriveva nel
1597: _Multas conscripsi et rationes et argumentorum in contrarium
eversiones, quas tamen in lucem hucusque proferre non sum ausus,
fortuna ipsius Copernici præceptoris nostri perterritus, qui licet sibi
apud aliquos immortalem famam paraverit, apud infinitos tamen (tantus
enim est stultorum numerus) ridendus et explodendus prodiit_. KEPLERI
Opera, tom. II. p. 69; Lipsia 1718. Ho letto nel ricchissimo archivio
Rinuccini a Firenze un autografo di Galileo, degli ultimi anni di sua
vita, dove, qual che ne sia la ragione, si ricrede e disdice della
teoria copernicana, e mette in evidenza gli argomenti fisici che le
ripugnano. Per verità erano tali, che un savio non poteva acchetarsi
del tutto in quella sentenza; come sarebbe impossibile il dubitarne
oggi, dopo gli argomenti d’irrecusabile evidenza che i contemporanei di
Galileo ignoravano.

[322] _Viri Galilæi, quid statis aspicientes in cœlum?_ fu il testo
preso da un predicatore a Firenze. Un’altra applicazione felice di
testo trovo in una lettera del Pignoria, 26 settembre 1610: — Le do
nuova come in Germania il Keplero ha osservato anch’esso i quattro
pianeti nuovi, e che vedendoli esclamò, come già Giuliano apostata,
_Galilee, vicisti_».

Guglielmo Libri, che denigra a tutta possa l’operar della Chiesa
in quest’affare, non tace che, quando il domenicano Caccini declamò
contro Galileo, il Maruffi generale di quell’ordine ne scrisse scuse
a Galileo, dolendosi di dover essere partecipe a qualunque bestialità
facessero trenta o quarantamila frati. In Inghilterra, nella patria
de’ grandi pensatori e non cattolica, e molt’anni più tardi, quando
Newton insegnò il metodo delle flussioni, v’ebbe dottori che dal
pulpito metteano in avviso contro codesti «novatori, gente perduta
che cadeano nelle chimere» ed esortavano ad evitare il loro commercio
«pernicioso per lo spirito e per la fede». SAVÉRIEN, _Dictionnaire des
mathématiques_, tom. I.

La lettera di Galileo al padre Ranieri, dove racconta per disteso il
suo processo, e che dal Tiraboschi fu data come autentica, è apocrifa.

[323] — Noi Roberto cardinale Bellarmino, rilevato avendo come il
signor Galileo è stato calunniato, e come imputato gli fu d’aver
fatto un’abjura in nostre mani, e d’essere stato condannato a salutar
penitenza; dietro ricerca fattacene, affermiamo conformemente alla
verità, che il predetto signor Galileo non ha fatto abjura di sorta
alcuna, nè in nostre mani nè in quelle d’altre persone, per quanto
è a nostra conoscenza, nè a Roma nè altrove, d’alcuna delle sue
opinioni e dottrine; ch’ei non è stato assoggettato a veruna salutare
penitenza di qualsivoglia specie; che solamente gli si è partecipata
la dichiarazione del nostro santo Padre, pubblicata dalla Congregazione
dell’Indice, cioè come la dottrina attribuita a Copernico, che la terra
si muova intorno al sole e che il sole occupi il centro del mondo senza
muoversi dall’oriente all’occidente, è contraria alla sacra Scrittura,
e che in conseguenza non è permesso difenderla nè sostenerla. In fede
di che abbiamo scritta e sottoscritta la presente di nostra propria
mano, questo giorno 26 maggio 1616. Roberto, cardinale Bellarmino».

Non è inutile ricordare che nel Bellarmino stesso l’opera _De romano
pontifice_ fu messa all’Indice, poi levatane. La Chiesa non considerò
mai come infallibili i decreti delle Congregazioni.

[324] _Dilecte fili, nobilis vir, salutem et apostolicam benedictionem.
Tributorum vi et legionum robore formidolosam esse Etrusci principatus
potentiam, Italia quidem omnis fatetur: at etenim remotissimæ etiam
nationes felicem vocant nobilitatem tuam ob subditorum gloriam ac
Florentinorum ingenia. Illi enim novos mundos animo complexi, et oceani
arcana patefacientes potuerunt quartam terrarum partem relinquere
nominis sui monumentum. Nuper autem dilectus filius Galilæus æthereas
plagas ingressus ignota sidera illuminavit, et planetarum penetralia
reclusit. Quare, dum beneficum Jovis astrum micabit in cælo quatuor
novis asseclis comitatum, comitem ævi sui laudem Galilæi trahet. Nos
tantum virum, cujus fama in cælo lucet et terras peragrat, jamdiu
paterna charitate complectimur. Novimus enim in eo non modo literarum
gloriam, sed etiam pietatis studium; iisque artibus pollet, quibus
pontificia voluntas facile demeretur. Nunc autem, cum illum in urbem
pontificatus nostri gratulatus reduxerit, peramanter ipsum complexi
sumus, atque jucunde identidem audivimus florentiæ eloquentiæ decora
doctis disputationibus augentem. Nunc autem non patimur eum sine amplo
pontificia charitatis commeatu in patriam redire, quo illum nobilitatis
tuæ beneficentia revocat. Exploratum est quibus præmiis magni duces
remunerentur admiranda ejus ingenii reperta, qui Medicei nominis
gloriam inter sidera collocavit. Quinimo non pauci ob id dictitant, se
minime mirari tam uberem in ista civitate virtutum esse proventum, ubi
eas dominantium magnanimitas tam eximiis beneficiis alit. Tum ut scias
quam charus pontificiæ menti ille sit, honorificum hoc ei dare voluimus
virtutis et pietatis testimonium. Porro autem significamus solatia
nostra fore omnia beneficia, quibus eum ornans nobilitas tua paternam
munificentiam non modo imitabitur, sed etiam augebit._

Di questi fatti si vedano le prove in GIAMBATTISTA VENTURI, _Memorie e
lettere inedite e disperse di Galileo Galilei_, Modena 1818.

[325] Ma in una lettera a frà Micanzio, del 1637, scrive: — Or che dirà
la P. V. R. nel confrontare questi tre periodi lunari coi tre periodi
diurno, menstruo ed annuo nei movimenti del mare, de’ quali, per comune
consenso di tutti, la luna è arbitra e soprantendente?»

[326] L’ordine era stato del 1616; e del 1624 n’abbiamo una lettera
ove il sistema copernicano è appoggiato di ragioni matematiche.
L’ambasciadore Niccolini informa il granduca che l’accusa consiste in
ciò che, «sebbene (Galileo) si dichiara voler trattare ipoteticamente
del moto della terra, nondimeno in riferirne gli argomenti ne parla
e ne discorre poi assertivamente e concludentissimamente, e che ha
contravvenuto all’ordine datogli nel 1616 dal cardinale Bellarmino
d’ordine della congregazione dell’Indice» (27 febbrajo 33). Mentre
appunto Galileo stava in arresto, il padre Castelli gli scriveva d’aver
anch’egli un fratello ingiustamente carcerato e condannato a Brescia,
e lagnavasi che _inter hos judices vivendum, moriendum, et, quod est
durius, tacendum_; 23 luglio 1633; nelle _Opere di Galileo Galilei_,
tom. IV. Firenze 1854.

[327] Lettera del Geri Bocchinieri. L’ambasciadore Niccolini «gli
fece assegnare non le camere o secrete solite darsi ai delinquenti,
ma le proprie del fiscale di quel tribunale; in modo che non solo
egli abita fra i ministri, ma rimane aperto e libero di poter andare
fin nel cortile... In questa causa s’è proceduto con modi insoliti
e piacevoli;... nemmeno si sa che altri, benchè vescovi, prelati o
titolati, non siano, subito giunti in Roma, stati messi in castello o
nel palazzo dell’Inquisizione con ogni rigore e strettezza». 16 aprile
1633.

[328] Il Bernini, nella _Storia delle eresie_, fa star Galileo
prigione cinque anni; Pontécoulant dice che, anche nelle carceri
dell’Inquisizione, sostenne la rotazion della terra; Brewster, che fu
tenuto prigioniero un anno; Montucla riporta altri che dicono essergli
stati cavati gli occhi ecc. Il Libri s’ingegnò di ravvivare queste
accuse, che le _Memorie e lettere_ pubblicate dal Venturi aveano
sventato. Abbastanza torti ha l’Italia verso i suoi grandi, senza
apporgliene di falsi.

Il processo originale di Galileo fu portato a Parigi nel 1809, e non
fu restituito nel 1815; solo Pio IX potè riaverlo, e lo restituì alla
vaticana nel 1850. Monsignor Marini ne diede informazione nell’opuscolo
_Galileo e l’Inquisizione_. Comprende anche il processo del 1615, ma
per mal consiglio non lo diede intero. In questi ultimi anni se ne
parlò moltissimo, e per opera di Domenico Berti può dirsi chiarito il
vero contro i volgari declamatori.

Negli altri processi, dopo fatto al costituito l’intimazione di dire la
verità, se egli negò, segue questa formola: _Tunc DD. sedentes etc.,
visa pertinacia et obstinatione ipsius constituti, visoque et mature
considerato toto tenore processus... decreverunt ipsum constitutum esse
torquendum tormento funis pro veritate habenda... et ideo mandaverunt
ipsum constitutum duci ad locum tormentorum etc_.

Qui invece, dopo la negativa di Galileo, si soggiunge: _Et cum nihil
aliud posset haberi, in executione decreti, habita ejus subscriptione,
remissus fuit ad locum suum_.

Qual era il decreto che si eseguiva? Quello del papa, ch’è inserito nel
processo, ove diceasi: _Sanctissimus decrevit ipsum interrogandum esse
super intentione, et comminata ei tortura, ac si sustinuerit, previa
abjuratione etc_.

[329] Giuseppe Toaldo professore a Padova pubblicò nel 1748 il _Dialogo
intorno al sistema copernicano_, che manoscritto esisteva presso
quell’Università; credette dovervi premettere la protesta dell’autore,
e che il moto della terra non possa sostenersi che come ipotesi;
corresse i passi dove era dato in modo assoluto; e vi antepose la
dissertazione del Calmet, ove i passi scritturali sono cattolicamente
spiegati. Fino al 1835 si trovano nell’Indice de’ libri proibiti
Copernico e Astunica _donec corrigantur_; Foscarini, Keplero _Epitome
astronomiæ copernicanæ_; Galileo, _Dialogo, et omnes alios libros
pariter idem docentes_; ma nel 1820 era stato permesso di trattare
della mobilità della terra anche senza forma d’ipotesi.

Benedetto Castelli, ai 16 marzo 1630 scriveva a Galileo: — Il padre
Campanella parlando i giorni passati con nostro signore, gli ebbe
a dire che aveva avuti certi gentiluomini tedeschi alle mani per
convertirli alla fede cattolica, e che erano assai ben disposti; ma
che avendo intesa la proibizione del Copernico, erano restati in modo
scandalizzati, che non ne aveva potuto far altro; e nostro signore gli
rispose le precise parole seguenti: _Non fu mai nostra intenzione, e se
fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto»_. _Le opere di
Galileo Galilei_, tom. IX. p. 196.

Galileo a frà Fulgenzio Micanzio scriveva da Arcetri il 26 luglio
1636: — Di Roma intendo che l’eminentissimo cardinale Antonio e
l’ambasciatore di Francia han parlato a sua santità cercando di
sincerarla come io mai non ho avuto pensiero di fare opera sì iniqua
di vilipendere la persona sua, come gli scellerati miei inimici le
aveano persuaso, che fu il primo motore di tutti i miei travagli;
e che a questa mia discolpa rispose, _Lo crediamo, lo crediamo_,
soggiungendo però che la lettura del mio dialogo era alla cristianità
perniziosissima».

Un poscritto alla stessa lettera dice: — Godo da otto giorni in qua
qui appresso di me la dolcissima conversazione del molto reverendo
padre Bonaventura Cavalieri matematico dello studio di Bologna, _alter
Archimedes_, il quale con riverente affetto la saluta, e le fa offerta
della sua servitù».

E allo stesso il 16 agosto: — Quanto al padre matematico di Bologna,
egli è veramente un ingegno mirabile, e credo che darà segno alla P. V.
R. della stima ch’egli è per fare della sua grazia».

Poi il 18 ottobre: — Sento gran consolazione della soddisfazione
ch’ella mostra della contratta corrispondenza d’affetto col padre
matematico di Bologna».

Ciò vaglia a smentire il Libri, che del Cavalieri fa un nemico
plagiario di Galileo, unicamente, a quanto sembra, perchè lo credette
gesuita, mentre era gesuato.

[330] _Sui satelliti di Giove_, 1666.

[331] In un’altra lettera del 4 maggio 1665 al granduca ripete, non
potersi la via delle comete credere rettilinea, ma una curva simile
alla parabola. ZACH, _Zeitschrift für Astronomie_, vol. VIII. p. 379.
an. 1827.

[332] In onore di questa invenzione, l’Università di Wittenberg un
secolo dopo istituì le feste _Secularia Torricelliana_.

[333] _Ænigma geometricum a_ D. Pio Lisci pusillo geometra, _che
è anagramma di_ A postremo Galilei discipulo. Nel 1659 il Viviani
scriveva che Vincenzo Galilei nel 1649 intraprese di fabbricare un
oriuolo, da Galileo ideato; onde «procurò d’aver un giovane che vive
ancora, chiamato Domenico Balestri, magnano in quel tempo al Pozzo
del Pontevecchio, il quale aveva qualche pratica nel lavorare grandi
oriuoli da muro, e da esso fecesi fabbricare il telajo di ferro, le
ruote con i loro fusti e rocchetti, senza intagliarle, ed il restante
lavorò di propria mano facendo nella ruota più alta, detta delle
tacche, numero dodici denti con altrettanti pironi scompartiti in
mezzo fra dente e dente, e col rocchetto nel fusto di numero sei; et
altra ruota che muove la sopraddetta di numero novanta. Fermò poi da
una parte del braccio, che fa croce al telajo, la chiave o scatto, che
posa sulla detta ruota superiore, e dall’altra impernò il pendolo,
che era formato di un filo di ferro, nel quale stava infilata una
palla di piombo, che vi poteva scorrere a vite, a fine di allungarlo o
scorciarlo secondo il bisogno d’aggiustarlo col contrappeso. Ciò fatto,
volle il signor Vincenzo che io (come quegli ch’era consapevole di
questa invenzione, e che l’avevo stimolato ad effettuarla) vedessi così
per prova e più d’una volta la congiunta operazione del contrappeso e
del pendolo; il quale stando fermo tratteneva il discender di quello,
ma sollevato in fuori e lasciato poi in libertà, nel passare oltre il
perpendicolo, con la più lunga delle due code annesse all’impernatura
del dondolo, alzava la chiave che posa ed incastra nella ruota delle
tacche, la quale, tirata dal contrappeso, voltandosi colle parti
superiori verso il dondolo, con uno de’ suoi pironi calcava per di
sopra l’altra codetta più corta, e le dava nel principio del suo
ritorno un impulso tale, che serviva d’una certa accompagnatura al
pendolo, che lo faceva sollevare fino all’altezza d’ond’era partito;
il quale ricadendo naturalmente e trapassando il perpendicolo, tornava
a sollevare la chiave, e subito la ruota delle tacche in vigor del
contrappeso ripigliava il suo moto, seguendo a volgersi e spingere col
pirone susseguente il detto pendolo».

Vedi _Giornale dell’Istituto lombardo_, 1854, novembre. Galileo, il
novembre 1637, scriveva a frà Micanzio: — Per ora sono intorno al
distendere un catalogo delle più importanti operazioni astronomiche, le
quali riduco a una precisione tanto esquisita, che mercè della dualità
degli stromenti per le osservazioni della vista e per quelli co’ quali
misuro il tempo, conseguisco precisioni sottilissime quanto alla misura
_non solamente di gradi e minuti primi, ma di secondi, terzi e quarti
ancora_; e quanto a’ tempi parimente, esattamente si hanno le ore,
minuti primi, secondi e terzi, e _più se più piace_; mercè delle quali
invenzioni si ottengono nella scienza astronomica quelle certezze che
sinora co’ mezzi consueti non si sono conseguite».

Qui c’è evidente esagerazione, essendo noi ben lontani da tanta finezza
d’istromenti, quantunque assai migliorati. All’Esposizione universale
del 1855 a Parigi era esposto un pendolo applicato alla misura del
tempo, secondo una lettera di Galileo, troppo distante dall’odierna
precisione.

[334] Furono ristampati in occasione del Congresso scientifico del
1841, con una storia di essa Accademia, per Vincenzo Antinori. Nel
proemio si opina che l’anima porti seco idee innate e queste sieno
una piccolissima cosa: — Non è però che la sovrana beneficenza di Dio,
nell’atto ch’egli crea le nostre anime, per avventura non lasci loro
così a un tratto dar un’occhiata, per così dire, all’immenso tesoro
della sua eterna sapienza, adornandone, come di preziose gemme, de’
primi lumi della verità».

[335] La camera ottica era già stata trovata da Leon Battista Alberti;
ma anche prima del Porta la camera oscura trovasi descritta da Leonardo
da Vinci e dal Cardano (Vedi LIBRI, _Histoire des mathématiques
en Italie_, nº 2 del vol. IV), e massime dal Cesariano (_Commenti
a Vitruvio_), nel quale (allo stesso foglio XXIII) è descritta la
macchina a vapore eolipila.

[336] _L’Iride, opera fisica matematica_; Bologna 1678. Alle pagine 28
e 29 annunzia chiarissimamente la rifrazione.

[337] Vedi FORD’S _Handbook_.

[338] Giuseppe Campani di Bologna verso il 1650 facea le lenti più
cercate, e fece osservazioni insieme col Cassini.





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.

*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DEGLI ITALIANI, VOL. 11
(DI 15) ***

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