The Project Gutenberg eBook of Il salotto della contessa Maffei e la società milanese
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Title: Il salotto della contessa Maffei e la società milanese
(1834-1886)
Author: Raffaello Barbiera
Release date: August 17, 2026 [eBook #79391]
Language: Italian
Original publication: Milano: Treves, 1895
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79391
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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL SALOTTO DELLA CONTESSA MAFFEI E LA SOCIETÀ MILANESE ***
[Illustrazione: CLARA MAFFEI.]
RAFFAELLO BARBIERA
IL SALOTTO
DELLA
CONTESSA MAFFEI
E LA SOCIETÀ MILANESE
(1834-1886)
Con scritti e ricordi inediti di BALZAC, MANZONI, VERDI,
E. VISCONTI-VENOSTA, PRATI, ALEARDI, CARLO TENCA,
A. MAFFEI, GIULIO CARCANO, CORRENTI, TOMMASO GROSSI,
NIEVO, GIANNINA MILLI, DANIELE STERN, LISZT, ecc., ecc.
Quarta Edizione
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1895.
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Riservati tutti i diritti._
Tip. Fratelli Treves.
_Questo libro, in cui parlano tre sommi, Balzac, Manzoni, Verdi; in
cui si agita una folla di patrioti indomiti e puri della vigilia, di
letterati, d’artisti italiani e stranieri, di gentildonne — questo
libro di cui mi sorse l’idea ascoltando una sera le tue incantevoli
osservazioni sulla vita sociale, consacro alla tua memoria o_ CELESTE
_mia, o mia Sposa; a Te, che m’incuoravi a scriverlo con elevatezza
d’intenti, con serenità di giudizio; a Te che lo attendevi, non senza
la lacrima del presagio della tua fine precoce!_...
_Milano, il 14 del ’95._
R. B.
CAPITOLO PRIMO.
LA FAMIGLIA DELLA CONTESSA.
Carattere e influenza del salotto Maffei. — Nascita della Contessa.
— Il conte poeta e pedagogista Giambattista Carrara-Spinelli. — In
casa Litta. — I parenti della contessa Ottavia Carrara-Spinelli. —
Poeti, poetesse, cardinali. — Un conte che spezza la sua corona. —
Rivoluzionarii e ribelli in casa Gàmbara. — Un racconto di Balzac.
Il salotto di Clara Maffei, nata contessa Carrara-Spinelli, durò mezzo
secolo a Milano, e per questo tempo rimase il salotto più celebre
di tutta Italia. Per cinquantadue anni, fu il centro di riunione di
patrioti, letterati e artisti italiani, e degli stranieri illustri che
visitando la nostra Penisola, passavano per Milano.
L’influenza, esercitata dal salotto Maffei nel decennio dal 1849
al 1859 nei destini di Lombardia e possiam dire d’Italia, non va
trascurata. La sua patriotica irradiazione si diffuse oltre i limiti
di Milano e della Lombardia, si diffuse in altre regioni italiane; e
vi portò la parola d’ordine, la parola che ben presto divenne fatto.
Anche fuori d’Italia, specialmente a Parigi, che pur vanta nella sua
storia politica, letteraria e galante, salotti famosissimi, il nome
di Clara Maffei era conosciuto e ripetuto con reverente simpatia: _le
salon Maffei_ veniva citato alle Tuileries come ritrovo d’uomini d’alta
tempra sul cui senno e sul cui ajuto il grande statista del nostro
risorgimento, Camillo Cavour, contava con fiducia. Non si tratta,
adunque, d’un salotto provinciale, bensì d’un salotto degno d’una
metropoli. Non lo segnalava certo il lusso esteriore, non il fasto da
cui la gentil padrona di casa e i suoi amici abborrivano, bensì la
riunione di elevati intelletti, di forti caratteri, di cuori ardenti,
devoti alla patria, al culto dell’arte e della letteratura.
Poichè è doveroso tenersi lontani da ogni esagerazione, non si creda
che Clara Maffei deva essere posta nella storia delle donne notevoli a
lato d’una Roland o d’una Récamier; che fosse una mente direttrice, una
di quelle regine quasi imperiose di salotti, dove i frequentatori sono
più o meno sudditi. La sua potenza consisteva nell’arte, così ardua, di
ricever bene, di riunire nobili elementi; di esser centro d’un ordine
d’idee civili, liberali, senza farne mostra. Nessuna ostentazione,
nessuna posa, nessuno sforzo in lei: sembrava nata per ricevere, per
guidare una conversazione eletta, per ispegnere subito abilmente gli
attriti, che nel calore delle discussioni possono insorgere. Era
gentildonna nell’aspetto, nel discorso, nella delicata vivacità,
nella scioltezza, nel gesto, nell’anima, e nella finezza colla quale
sapeva porre ogni nuova persona presentata in grado di trovare ben
presto nel salotto un compagno di attitudini, di gusti, di studii, un
concittadino, un amico.
Tutti la chiamavano _contessa_ benchè, quantunque nata contessa, avesse
sposato il poeta Andrea Maffei cui non ispettava il titolo di conte; ma
nessuna contessa d’Europa meritava più di lei quel titolo tributato più
in omaggio alle sue qualità squisite che alla sua nascita illustre.
Clara Maffei nacque a Bergamo, patria d’un’altra dama amica di numerosi
poeti e sapienti, la poetessa Paolina Secco Suardo-Grismondi, la buona
Lesbia Cidonia del Mascheroni, lodata persino da Voltaire.
Dall’atto di battesimo si rileva che Elena Chiara Maria Antonia
Carrara-Spinelli, figlia dei signori conti Giovanni Battista e Ottavia
Gàmbara, conjugi, vide la luce il giorno 13 marzo del 1814, in quella
città, e precisamente nella parrocchia di Sant’Agata nel Carmine.
Il padre di Clara, poeta di classiche eleganze e pedagogista, insegnava
belle lettere in primarie case patrizie di Milano. A’ suoi tempi godeva
bella fama letteraria; oggi, il suo nome è dimenticato. Nessuno finora
si è occupato di questo scrittore lombardo che vestiva di elette forme
eletti sentimenti; di questo tragèdo, che affollava i teatri più
cospicui d’Italia.
Egli discendeva dai Carrara di Bergamo (l’ultimo dei Carrara di
Padova cadde, nel 1435, sotto la scure dei Veneziani) e precisamente
dal ramo dei Carrara-Spinelli di Clusone, che avea ottenuto nel 1721
dalla Repubblica Veneta il titolo di conte per ispeciali benemerenze
acquistate in Svizzera. A loro spese (dice il _Libro d’oro dei veri
titolati della Serenissima Repubblica_), i Carrara-Spinelli aveano
lavorato per il “buon successo dell’alleanza stabilita con quei
Cantoni„ e s’erano adoperati “nelle moleste turbolenze della Terraferma
nell’occasione de’ passaggi delle truppe di estere Corone„.
Anche il padre del nostro gentiluomo poeta (esso pure nato a Clusone)
dilettavasi di poesia.
Sparsi in volumi, in volumetti e nei periodici letterarii del tempo, si
trovano almeno trenta lavori del padre di Clara Maffei. Le compagnie
tragiche (correva allora la moda delle tragedie come oggi delle
_pochades_) gareggiavano nel rappresentare la sua _Isabella di Lara,
gli Arsacidi, Davide, Guido della Torre_; tutte tragedie di stampo
alfieriano recitate da attori alfieriani, tiranni e vittime frementi.
Nelle odi egli imitò assai felicemente ora il Parini e ora il Fantoni.
Lasciò una versione dell’epitalamio di Catullo, delle Georgiche di
Virgilio e il _Radamisto_ tragedia tradotta da Crébillon. Inneggiò alle
nozze di Napoleone e alle nozze di amici; sciolse un carme all’_Arco
della pace_ di Milano e un _Canto ad amore_. Le sue prose educative
contengono consigli preziosi, frutto di lunga esperienza, forse
amara.... Apparve nel 1841 l’ultima sua opera, specchio dell’animo suo
rivolto a pensieri religiosi: e un _Diario ascetico_ tutto meditazioni,
preci e salmi penitenziali.
Al pari di tutti o quasi tutti i patrizi lombardo-veneti del tempo, il
padre di Clara si fece riconfermare dal governo austriaco il titolo
di conte, che gli apriva molte porte: eppure non isfoggiava le borie
d’altri nobili flagellate dal Parini e dal Porta, questo patrizio dal
tipo del bonario. Avea occhi piccoli tagliati a mandorla, capelli
ricciuti, naso lungo, mento grosso mezzo sepolto sotto le volute
del cravattone di moda. Bonario il suo aspetto, ma raffinato il suo
sentire. Insegnò alla figlia Clara come una gentildonna deve ricevere
gli amici in una pagina che la figlia, col suo sottile discernimento,
deve avere meditata; certo ella ne seguì i consigli.
A Milano il conte Giovanni Battista guidò l’educazione del primogenito
della duchessa Camillo Litta Visconti-Arese, nata contessa Lomellini di
Tabarca, dama di palazzo dell’imperatrice d’Austria.
Da ciò ebbe origine l’amicizia che la contessa Clara nutrì fino
all’ultimo suo giorno pei Litta. Ciambellani e principi dell’impero
Austriaco, i Litta erano amici del conte Carrara-Spinelli, che non
inclinava punto a lodare i moti democratici, peggio poi i moti
demagogici a’ quali avea dovuto assistere.
La madre di Clara, contessa Ottavia Gàmbara, discendeva da patrizii di
ben altri ideali. Il genitore della contessa Ottavia s’era segnalato a
Brescia per le sue scalmane a favore di quel _delirium tremens_ che fu
la Repubblica Cisalpina. Racconta il Litta, negli alberi genealogici
delle _Famiglie celebri italiane_, che quel nobiluomo, nel mutamento
civile del 1797 fu de’ primi che distruggessero lo stemma patrizio; lo
stemma dei Gàmbara consisteva in uno scudo con un bel gambero rosso in
mezzo. Questo simbolo di regresso e l’aquila nera a due teste coronate,
che sormontava lo scudo, garbavano così poco al conte, che nelle mani
plebee del Governo provvisorio s’affrettò a rinunciare allo stemma e
ai diritti feudali. Ma quanti reazionarii del più bel nero diventavano
repubblicani del più bel vermiglio, attraverso il fuoco di quelle
meteoriche rivoluzioni! È l’eterna storia del gambero: casca bruno
nella pentola e n’esce rosso.
Questo conte demagogo, non ostante le sue smanie sovvertitrici, era un
cuor d’oro. Illibati i suoi costumi, inesausta la sua carità verso i
poveri. Appassionato pe’ fiori, un giorno si punse mondando una rosa.
Non curò la puntura, ammalò alla mano che non volle gli fosse amputata,
e ne morì nel 1805 a quarantun’anno, lasciando due figlie: Teresa e
Ottavia, la madre appunto della contessa Maffei.
Teresa, maritata a uno scudiero d’Eugenio Beauharnais, visse
ritirata, modesta, schietta, benefica: morì demente in seguito a un
cattivo parto, nel 1834. Ottavia, che sposò il conte Giambattista
Carrara-Spinelli, raccontava alla figlia Clara, bambina, le virtù di
questa povera zia Teresa e gliela proponeva ad esempio.
Ma altre cose le raccontava la madre:
— Sai? tu ti chiami Chiarina in memoria d’una poetessa: Chiara Trinali,
madre mia.
Questa Trinali era, difatti, una facile verseggiatrice della scuola
anacreontica del Vittorelli. La virtuosa poetessa Veronica Gàmbara
apparteneva anch’ella alla casa della madre di Clara Maffei: e nasceva
in Pratalboino, feudo della famiglia Gàmbara sul Bresciano. Vi
appartenevano anche una beata Gàmbara Costa, un Lorenzo Gàmbara, poeta
latino, due cardinali e un terribile feudatario, morto nel 1801.
Il conte Alemanno Gàmbara del castello di Pratalboino s’era formato
un nido temuto, co’ suoi bravi, appartenenti a quella razza che, come
riferisce Stendhal nel _Rome Naples et Florence_, al principio di
questo secolo nei dintorni di Brescia era tutt’altro che sterminata
dalla gendarmeria di Napoleone lanciata a darle la caccia. Il volgo
parlava di trabocchetti spaventosi in quel maniero, del quale poi
rimasero sole poche rovine, ludibrio dei venti. Era vero che in quel
castello si commettevano orribili violenze. Una volta, alcuni birri
veneziani entrano nelle terre del conte per isnidarne un malvivente.
Il conte li lascia venire e li invita ad allegro banchetto; ma al
domani un pesante carro coperto di cavoli entra in Brescia, e sotto
que’ cavoli stanno ammucchiate le salme dei gendarmi trucidati. Eppure
quest’uomo sanguinario usava modi cortesi, soccorreva i poverelli e
pronto li difendeva dall’altrui prepotenza. Sdegnando di sposare donne
ricche, s’impalmò con una marchesa povera dei Carbonara di Genova.
Costei s’incapricciò poi d’un conte Miniscalchi di Verona e condusse
vita licenziosa colmando d’amarezza il cuore del marito che l’amava
davvero. Bandito dalla Repubblica Veneta, Alemanno Gàmbara (il quale
poteva servir di modello ai _Masnadieri_ di Schiller) ottenne alla fine
perdono e passò da Zara a Chioggia, quindi rivide la patria e morì
vecchio e desolato nel castello di Pratalboino, testimone delle sue
antiche baldanze.
I Gàmbara di Brescia diedero un altro ardente ribelle alla Repubblica
Veneta, quel conte Francesco (uno dei tre figliuoli d’Alemanno) il
quale al primo turbine della licenza giacobina, alla testa d’un’orda
di bergamaschi e di bresciani, irruppe a Salò, vi rovesciò il Leone di
san Marco, fece prigione il rappresentante Veneto, Almorò Condulmer,
disarmò gli Schiavoni e aperse le carceri. Egli rideva nel veder
“tremare la sedia della vecchia verginella„ (sue parole), la già
superba Venezia. Ma Salò e i dintorni insorsero contro di lui; ed egli
cadde prigioniero. La Serenissima (in mezzo a quei torbidi si chiamava
ancora così!) si preparava a tagliargli la testa; ma Bonaparte,
_quell’omett del cappellin_, giunse in tempo a salvarlo. Il cittadino
Francesco Gàmbara fu uno de’ cinque che recarono a Napoleone la nomina
a presidente della Repubblica Cisalpina. Più tardi si consacrò tutto
alla letteratura: scrisse sui fatti contemporanei, compose un poema
sulla lega di Cambrai contro Venezia, sfucinò una folla di tragedie
e di commedie, fra cui.... _Commedie ad uso degli stabilimenti di
educazione_! Era scritto lassù che questo ardente figlio della
rivoluzione dovesse finire in mezzo a una rivoluzione: morì a Brescia
nel 1848.
A ben più alta scuola di libertà fu educata, per fortuna, Clara
Carrara-Spinelli; ben altri ideali alimentò in quell’anima di bambina
la madre! Pure qualche goccia di quel sangue ribelle scorreva nelle sue
vene.
Nel 1837, quando Balzac, allora nell’apogeo della gloria, venne a
visitare la contessa Clara, questa suggerì, io credo, al grande
romanziere il titolo d’un racconto, ch’era il cognome della venerata
madre di lei, Gàmbara: il racconto _Gàmbara_ di Balzac uscì difatti
alla luce in quello stesso anno.
CAPITOLO II.
I FONDATORI DEL SALOTTO.
La prima amica. — Nozze della contessina Clara con Andrea Maffei. —
A un ballo in casa Scotti. — Lutto. — Principii del salotto Maffei.
— Tommaso Grossi e Massimo d’Azeglio. — Una poesia inedita del
Grossi. — Francesco Hayez, i suoi racconti e i suoi quadri. — Chi
gli forniva i soggetti? — Un Epigramma inedito di Andrea Maffei
all’Hayez. — Relazioni degli artisti coi patrizii. — Giulio Carcano.
La contessa Clara confessava in una lettera a Giulio Carcano che
l’infanzia era stata la “sola epoca non infelicissima della sua vita„.
Fu affidata al Collegio degli Angeli di Verona dalla madre, che la
raccomandava con molte lagrime a una dama veronese, la contessa Paolina
Mosconi nata Michiel e alla gentil figliuola di costei, Teresa, la
quale studiava pure in quel collegio e contava sei anni di più della
nuova sua piccola amica.
Le due fanciulle contrassero un’amicizia tenerissima, che durò tutta la
loro vita. Teresa Mosconi, sposata poi al conte Spiridione Papadopoli
di Venezia, fu la prima, la più intima e la più affezionata amica che
la Maffei abbia avuto. In collegio, Teresa accennava alla compagna le
conversazioni che la propria madre teneva col Pindemonte, con Giulio
Perticari, col Monti, e con altri scrittori di grido: tali racconti
accendevano in Clara il desiderio di conoscere anch’ella un giorno i
poeti celebri d’Italia.
Dopo la morte della madre adorata, Clara, per volere del padre, passò a
Milano, nell’istituto d’educazione di madame Garnier, ricordata tuttora
per avere educate tre generazioni di fanciulle della buona società
milanese. Che cosa s’insegnasse in quel tempo alle nostre damigelle non
è un mistero: religione, lingua francese, bel portamento, ballo, un po’
di musica, e i quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco. Far buona
figura in società, questo lo scopo principale.
Il padre, che tratto tratto andava ad abbracciare la figliuola, le
presentò un giorno un bel giovinotto trentino, alto, elegante, del cui
talento poetico tutta Milano parlava: il poeta Andrea Maffei. — “Questo
è il celebre cavaliere Maffei,„ le disse. “Se ti aggrada, Chiarina,
egli sarà felice di offrirti la mano di sposo.„
Un giovane poeta di grido era appunto il sogno della giovinetta: e il
matrimonio fu stabilito presto. La fanciulla a diciott’anni lasciò il
collegio per andare all’altare. Le nozze vennero celebrate il 10 marzo
1832 in un’antica chiesa di Milano, a Santa Maria alla Porta, nella cui
parrocchia il conte Carrara-Spinelli abitava. La sposa era di statura
piccola ma assai graziosa; di capelli neri, d’occhi bruni, pensosi, e
di lineamenti finissimi.
Andrea Maffei, figlio di Filippo, cavaliere del sacro romano Impero,
era nato a Molina in Val di Ledro nel 1798, non già nel 1800, come
il parroco di quella chiesa, per ringiovanire di due anni l’illustre
sposo, notava ne’ suoi registri. Egli contava, adunque, trentaquattro
anni. Il conte Giambattista prestò il proprio consenso alle nozze
della figlia minorenne: e certi Lucchi, commissario pontificio, e
Colò impiegato testimoniarono. Nozze semplici, senza fasto, senza
rumori. Andrea Maffei regalò alla sposa una nuova edizioncina delle sue
armoniose parafrasi degli idillii di Gessner con un’affettuosa dedica
in prosa che alludeva all’idillio dei loro cuori felici.
Ma, pur troppo, la felicità fu breve. Andrea Maffei s’accorse ch’egli
non era tagliato per il matrimonio. Diceva: “il matrimonio è una cosa
tanto seria che, prima d’incontrarlo, bisogna pensarci su tutta la
vita.„ E a un amico che gli domandava un giorno perchè egli, tanto
alto, avesse sposato una signora così piccina, rispose scherzando:
“Quando si prende moglie, bisogna prenderne il meno possibile.„ Eppure
avrà pensato che una donna è alta se arriva al cuore. E Clara Maffei
voleva arrivargli al cuore. Un giorno disse: “Ah! s’io fossi sua
sorella!„ Ella splendeva allora nell’incanto della primavera e di que’
pregi che il suo poeta aveva decantati: e già le speranze le mancavano
di parola.
Gli sposi posero il loro nido al numero 1 della tranquilla via del
Monte di Pietà, in una casa massiccia, costruita nello stile del
primo Impero nel luogo dove un tempo sorgeva un convento di monache
francescane di Santa Chiara, leggendarie per certi prodigi compiuti,
dicevasi, all’epoca di Francesco I di Francia. La sposa attendeva
ansiosa il suo Andrea quand’egli dovea ritornar dall’ufficio, e, Chiara
anch’essa di nome, come la santa venerata dell’antico monastero,
implorava anch’essa un prodigio: che il marito non s’indugiasse troppo
al caffè Martini.
Lo zio dello sposo, il cavaliere Giuseppe Maffei, regio bavaro
consigliere, cappellano aulico, autore d’una diligente storia della
letteratura italiana, gli aveva, difatti, ottenuto un posto onorevole
presso il Tribunale d’appello; ma egli preferiva le pindariche note
alle _emarginate note_, e sulle carte d’ufficio (come già il Porta)
componeva que’ suoi versi che sono una melodia.
Dopo l’ufficio, alcune volte accorreva premuroso alla sposa; altre
volte, invece, accorreva fra gli amici nei caffè dove gli elegantoni,
vestiti alla moda inglese o francese, questionavano sulle nuove opere,
sui balli, sulle cantanti e sulle ballerine, delle quali volevano
conoscere ogni menomo avvenimento: una visita misteriosa, il recapito
d’una lettera con tanto di corona, gli amori, gli starnuti.
La contessina (continuarono a chiamarla così per molti anni come quando
era ragazza) perdonava volentieri, sorridendo, le innocenti divagazioni
del marito; il quale, una sera.... L’aneddoto è un po’ curioso; merita
d’essere raccontato.
Una sera, Andrea Maffei conduce la sua graziosissima sposina a una
festa di ballo in casa di donna Fulvia Scotti; ma, ben presto,
scompare, promettendole che sarebbe tornato per riaccompagnarla a
casa. La festa ferve e finisce: tutte le danzatrici sfilano e se ne
vanno; si smorzano i lumi, e la povera sposina rimane sola soletta e
non vede neppur la larva del marito. Angustiata, immagina chissà quale
catastrofe; aspetta palpitante e soffre, invano consolata da’ suoi
buoni amici. — Ma perchè Andrea non viene?... Me l’ha promesso!... —
Niente. Il traduttore di Gessner, in preda a una delle sue poetiche
distrazioni, s’era scordata la moglie.
La nascita d’una bambina parve cementare l’unione. Esultante, la
contessa le impone il nome della madre sua, Ottavia; ma, dopo nove
mesi, quella culla diventa una bara. La povera mamma strazia chi la
vede nel suo dolore, dolore immenso ch’ella cerca di nascondere. Un
velo di tristezza scende su quel volto che non sarà mai più ilare
come prima. Un sonetto del poeta, forse il suo più bello, ritrae
quella desolazione, velata invano dal sorriso onde la pia si sforza di
consolare il marito pure addolorato.
Tu mi guardi, infelice, e d’un sorriso
Cerchi velarmi il tuo muto dolore?...
Oh, che tutto io lo veggo in quel pallore,
In quella stilla che ti bagna il viso!
Come dall’aspro falciator succiso,
Pria che schiuda la gemma un caro fiore,
La speranza morì che del tuo core
Fece per nove lune un paradiso!
Morì; chè farsi verità non cura,
Su questa terra di dolor, la speme
Che promette il diletto e dona il pianto.
Ma l’angelico sogno in creatura
Vedrem lassù converso, ove non teme
Alcun nodo d’amore essere infranto.
Per temperare la triste solitudine della contessa vengono a visitarla
più spesso amici ed amiche. Il marito le conduce i poeti e letterati
più in voga; le conduce qualche artista acclamato. Anche il padre,
affettuoso, non manca di circondare la figlia di begl’ingegni: e così
comincia, così si forma il celebre salotto, alla cui fondazione si può
fissare, con esattezza, come data, l’anno 1834. È lo stesso anno nel
quale appare alla luce _Marco Visconti_ di Tommaso Grossi. È questi
uno de’ primi fondatori del salotto con Massimo d’Azeglio, il bel
giovane alto, slanciato, biondo, pittore e scrittore, il cui _Ettore
Fieramosca_ era uscito l’anno avanti fra gli applausi di tutta la
società milanese che, nel ’27, non s’era, invece, quasi accorta della
comparsa del grande modello, _I Promessi sposi_, definiti allora da
una dama di spirito con una frase mordente che non ho il coraggio di
ripetere. Massimo d’Azeglio frequentava artisti capi ameni; perciò
aveva sempre in serbo qualche barzelletta da riferire infiorata dal
suo caustico brio. Tommaso Grossi, — magro allampanato, che camminava
per via colla testa un po’ curva e rivolta al muro in modo quasi da
rasentarlo, — si faceva una festa di frequentare il circolo Maffei,
nel quale la contessa era corteggiata regina e mira ai madrigali più
squisiti. Di questi, oggi, scemato il culto della cavalleria verso
la donna, verso la _signora_, sembra rotto lo stampo. E un madrigale
sfavillante, degno de’ poeti più raffinati del Settecento, uscì dalla
penna solita a narrare intime tragedie di fanciulle innamorate.
Tommaso Grossi lo scrisse sull’album della contessa Clara, dal quale,
dopo mezzo secolo d’ombra romita, esce alla luce. Il robusto dialetto
milanese nella bocca della contessa risuonava graziosissimo; il Grossi
n’era ammirato.... ma lasciamolo dire al geniale maestro:
_Su quella soa bocchinna_
_Tant bella e tant graziosa,_
_La lengua meneghinna_
_L’è de color de rosa:_
_La gha on certo fà.... soi mi?_
_Savarev nanca dì._
_Scaldaa in st’ideja: allon!_
_Ho ditt: fèmmes onor,_
_Scrivèmm in buseccon_
_Che l’è domà savor,_
_On ver lenguagg de strij_
_Pien de simonarij._
_E ho scritt, ma sì: lalella!_
_Sta lengua del Verzee_
_No la me par pu quella_
_Che la parlava lee:_
_L’è fada slavia e flossa,_
_L’è tutt on’altra cossa._
_Però, la vœur giustalla?_
_Prest faa, sura Chiarœu:_
_Basta domà passalla_
_Per quell so car boccœu_
_Furbett senza fa mostra,_
_Che ’l par ona magiostra._
_E a on tratt la me deventa_
_Vergnonna, maliziosa,_
_Viscora, sbilidrenta_
_Comè ona bella tosa:_
_Bella?... l’è minga assee,_
_La me deventa Lee._
È il più leggiadro madrigale di tutta la letteratura vernacola
lombarda, alla quale il pittore-poeta Giuseppe Bossi (uno dei
ritrattisti delle bellezze svelate di Paolina Borghese) donò agili
strofe oraziane. Si può tradurre la grazia del Grossi?... Per chi fra’
miei lettori non comprendesse il milanese, oso mettere in calce una
approssimativa e scolorita versione[1], e passo a un’altra delle prime
e più caratteristiche figure del salotto: a Francesco Hayez.
Il capo della pittura romantica è presentato da Andrea Maffei alla
moglie, che lo riceve con grandi onori. Egli va nelle prime ore della
sera a salutare la contessa, dopo d’aver lavorato tutto il giorno
nell’ampio suo studio della casa Repossi, rallegrato da giardini di
platani giganteschi. La mestizia della Maffei sparisce nell’udir
l’Hayez raccontare arguti aneddoti autobiografici in quel dialetto di
Carlo Goldoni che l’acclamato pittore veneziano conserverà sino agli
ultimi anni della vita nonagenaria, non ostante il suo lunghissimo
soggiorno in Milano.
L’Hayez le racconta che ha visto l’ultimo doge di Venezia, Lodovico
Manin, scendere nel giorno dell’Ascensione dal bucintoro, dopo d’aver
lanciato nel mare il mistico anello, fra il tuonar delle artigliere,
fra lo squillar festoso delle campane, fra gli applausi del popolo.
Egli rivede quel doge; egli ricorda que’ senatori dalle toghe rosse
(che dipinge ne’ proprii quadri storici) e l’ultimo bagliore della
Repubblica stanca di quattordici secoli di gloria.
— _Go visto anca i Francesi ocupar Venesia e darla a l’Austria.
Sicuro!_ Nella piazza San Marco stavano schierate, qua le truppe
austriache, là le francesi tutte intente a guardare un bellissimo
giovane generale che percorreva pomposo le file: Eugenio Beauharnais.
Il Cicognara, presidente dell’Accademia di belle arti a Venezia, prese
a voler bene al piccolo Francesco innamorato dell’arte, e lo protesse
come un figlio. A diciott’anni, l’Hayez fu inviato a Roma per divenire
artista sul serio, ed ivi trovò un altro ajuto eccelso in Antonio
Canova che lo accolse a braccia aperte.
— _Sàla, contessa! Canova, co ’l lavorava, el gavèva sempre in testa
un baretin de carta. I lo gaveva fato marchese; ma, a lu, no ghe ne
importava gnente. Baréta de carta.... e quele quatro righe de statue!_
Fra i letterati della scuola romantica, che incontrò in casa Maffei,
l’Hayez attinse varii soggetti pe’ suoi quadri romantici, in buona
parte inspirati dai crociati o dalla storia della Repubblica di San
Marco. Egli fissò sopratutto l’attenzione su Valenzia Gradenigo della
storica famiglia, fondatrice, dicesi, di Grado; tanto che la dipinse
più volte. Dipinse il Foscarini, che ricusa di sposare Valenzia
Gradenigo il giorno delle nozze perchè la trova bionda di capelli;
dipinse Valenzia Gradenigo davanti agl’Inquisitori, quadro che nel ’35
compì per Clara Maffei, la quale ne adornò la parete più in vista del
suo salotto; e dipinse ancora, per altre due volte, la stessa Valenzia
Gradenigo al cospetto del padre inquisitore, con molta luce che scende
da un finestrone e con quelle sue figurette ben disegnate, sì, ma
somiglianti ad automi.
Francesco Hayez, in questo tempo e per lungo tratto dopo, fu il
ritrattista più ambìto della società milanese. Ritrasse Clara Maffei
nella sua aria dolcemente malinconica; e altre gentildonne e signori,
il cui elenco sarebbe troppo esteso. Per Andrea Maffei (uno de’ suoi
fornitori di soggetti) l’Hayez dipinse Francesco Foscari che vede il
figlio per l’ultima volta, e _La Meditazione_. Il poeta lo ricambiò coi
versi. Un epigramma allusivo alla gloriosa longevità del caro pittore
fu scritto, più tardi, dal Maffei sull’album della consorte: era uno
dei tanti scambii di omaggio e di cortesie che allora fiorivano fra
letterati ed artisti:
La Natura, matrigna a Raffaello,
Nel fior degli anni gli troncò la vita;
Ma, buona madre, rispettò Vecello,
E te, rispetta, dell’error pentita.
Letterati, artisti e patrizii vivevano nell’epoca, di cui tocco,
in bell’armonia. I patrizii si onoravano di onorare gli artisti.
Le commissioni fioccavano a pittori e a scultori, che adornavano i
palazzi di affreschi, di tele, di statue. L’arte arrideva, innalzava
gli animi e riempiva un po’ anche il vuoto della vita, non agitata
ancora da frementi aspirazioni. Chi sa dire quale educativa influenza
esercitavano nei cuori, specialmente delle donne, poeti gentili come
il Grossi e Giulio Carcano?... Dopo questi soavi scrittori, dopo la
fioritura del romanticismo a cui le signore furono attratte, nessuna
gentildonna milanese scriveva certo al suo intimo amico le espressioni
volgari e peggio che la contessa Antonietta Fagnani-Arese intercalava
nei bigliettini amorosi a Ugo Foscolo.
Giulio Carcano fu de’ primi amici della Maffei, uno dei fondatori del
salotto, nel quale egli portava quella delicatezza ch’è l’eleganza
della probità.
E ora che abbiamo assistito al sorgere del salotto Maffei, gettiamo un
rapido sguardo su altri salotti che lo precedettero.
CAPITOLO III.
UNO SGUARDO AGLI ALTRI SALOTTI.
Salotti italiani nel secolo XVI. — La contessa Gallerana-Bergamini.
— Significato dei salotti francesi. — Salotti italiani nel
Settecento. — Salotti politici a Milano. — Salotti letterarii e
mondani a Venezia, a Milano, a Verona, a Bologna. — Salotti di
Berlino e di Bruxelles. — Il teatro alla Scala e Stendhal. — Varie
fasi del salotto Maffei. — Aurore patriottiche.
A Milano e in altre città d’Italia, prima del salotto Maffei se n’erano
visti altri, sorti sul genere di quelli fioriti nel Settecento e dopo a
Parigi: salotti politici e salotti letterarii. Ma fin dal Cinquecento,
bellissime letterate, discendenti dall’etèra Lira di Luciano, tenevano
riunioni di poeti, d’artisti, di dotti, che in quelle sale rendevano
omaggio più a Venere che alle Muse. Chi non ricorda, fra le Aspasie
del secolo XVI, la poetessa veneziana Veronica Franco, che finì poi
Maddalena penitente e benefica? E la romana Tullia d’Aragona, nelle cui
vene scorreva sangue regale? Un’altra, un’avvenente milanese, Caterina
da San Celso “virtuosa in sonare e cantare, bella recitatrice con
castigata pronunzia di versi volgari„ (ricorda il Bandello) fu sposata
da un ricco maggiorente milanese, Gian Francesco Ghiringhello. E quelle
etère passavano nel mondo onorate, inchinate da principi, da re,
persino dalle sante. La castissima, religiosissima e illustre Vittoria
Colonna, la prima gentildonna del suo secolo, non lodò forse, e in
rima, una Beatrice spagnuola, che nessuna delle nostre signore d’oggi
si degnerebbe neppur di guardare?... Altri tempi, altri costumi, altri
salotti!
Alcuni salotti del Cinquecento sembravano ed erano Corti: quello ad
esempio della veneziana Caterina Cornaro, regina di Cipro, nel suo
castello dell’amenissimo Asolo celebrato dal Bembo.
Un antenato, per dire così, del salotto artistico letterario e
politico di Clara Maffei a Milano lo troviamo, pure a Milano, nel
secolo della regina Cornaro: lo teneva una colta contessa, Cecilia
Gallerana-Bergamini. “Tutt’i dì i più elevati e begl’ingegni di Milano
e gli stranieri che in Milano si trovano (narra ancora il Bandello)
sono in sua compagnia. Quivi gli uomini militari della loro arte
ragionano; i musici cantano; gli architetti ed i pittori disegnano; i
filosofi delle cose naturali questionano; e i poeti le loro e le altrui
composizioni recitano.„ È un salotto di maschi: son essi gli attori: e
la padrona di casa li applaude. Italiana è, adunque, più che francese,
l’origine dei salotti, che in Francia apparvero più tardi, e riempirono
il mondo civile dei loro fasti politici e galanti.
Il salotto in Italia, nacque per il semplice culto del bello e
dell’amore: in Francia, nacque in opposizione alla Corte, formando una
società temibile a parte. Ma anche l’Italia, anche Milano ebbe salotti
temibili e temuti: quello della matronale dotta contessa Clelia del
Grillo, genovese, moglie del conte Giovanni Benedetto Borromeo, nel
secolo scorso; e quello della contessa Maffei, specialmente nel periodo
della resistenza patriottica dal 1849 al 1859. Tutti e due questi
salotti milanesi furono in opposizione al dominio d’Austria.
Maria Teresa non ebbe in tutti i suoi stati nemica più acerrima
della contessa Clelia, che, nel proprio palazzo in via Rugabella (un
giorno la più bella via di Milano) alimentava oltre gli studii severi
dell’accademia scientifica (detta _Clelia dei Vigilanti_) il fuoco
delle cospirazioni di alcuni patrizii milanesi desiderosi di ritornare
sotto lo scettro di Spagna.
Il conte Giulio Antonio Biancani primeggiava in quel salotto-complotto.
Perseguitato, è tenuto nascosto dalla contessa nelle sue fide sale;
poi, stringendo il pericolo, ella lo aiuta a fuggire. Pur troppo,
il Biancani, colto in un agguato, cade nelle mani dei nemici che lo
riconducono a Milano, e qui l’infelice è decapitato, senza remissione,
senza pietà.
Le persecuzioni che la contessa Clelia sostiene per ordine di Maria
Teresa irritatissima, son note. La sua fronte proterva non si piega;
e, fino a’ più tardi anni, in mezzo a un mondo di liti coi parenti,
conserva lucido il forte intelletto, pronta la facezia, e sparisce
proprio nell’età da lei profetata: a novantatre anni.
Nelle sue sale, passarono i più illustri stranieri che vennero a
Milano: eseguironsi esperienze fisiche, cui si prestò un eccelso
naturalista, il Vallisnieri. Nel 1777, la Pellegrina Amoretti,
d’Oneglia, ch’ebbe le lunghe treccie (come cantava il Parini nella
_Laura_) cinte dell’alloro giuridico nell’Università di Pavia, venne
accolta festosamente dalla ligure dama, regina di Milano. — La contessa
Clelia conosceva il latino, il greco, l’arabo, le scienze naturali e
matematiche: insomma un portento.
Liberale, ma non così tremenda, fu un’altra dama della società milanese
di quel tempo: Maria Vittoria Ottoboni-Boncompagni dei duchi di Fiano,
moglie al duca Serbelloni, col quale non si trovava sempre d’accordo:
tutt’altro. Spiritosissima, amante della buona conversazione,
traduttrice del teatro di Filippo Néricault-Destouches, — a Gorgonzola
dove villeggiava e a Milano, accoglieva i Verri, i Parini; Carlo
Goldoni le dedicò la _Sposa Persiana_.
Nel periodo dal Settecento fin dopo il primo quarto del nostro secolo,
Venezia, città espansiva per eccellenza, vanta specialmente tre salotti
famosi: il politico di Caterina Dolfin-Tron, il mondano di Cecilia
Zen-Tron e il letterario della _saggia_ Isabella Teotochi-Albrizzi.
Bionda, cogli occhi azzurri, graziosa, piena di brio, pertinace nel
volere, benchè malaticcia, la nobildonna Dolfin-Tron siede sul sofà
come su un trono accogliendo _tutti quanti_ nel suo circolo, — dice il
grottesco e sventurato segretario del Senato Pierantonio Gratarol, suo
nemico giurato e quindi giudice assai sospetto. La Dolfin-Tron, acuta
politicante, prevede la prossima caduta della Repubblica; e si dichiara
pronta a resistere contro i fiacchi che ne affrettano coll’inerzia la
fine. In un sonetto veneziano che passa per suo, e che a me sembra
veramente suo, ella esclama fieramente:
Ma mi, fia de un Dolfin, mugèr d’un Tron,
Bato grinta[2], per Dio! Mi no me mazzo.
E se casco, no casco in zenocion!
Il salotto dell’altra Tron s’apre con minori scrupoli a cavalieri e
ad avventurieri; basta che rendano omaggio alla padrona di casa bella
e fragile come un trastullo. E omaggio immortale le rende il Parini
nell’ode _Il pericolo_, quand’ella, trovandosi a Milano nel 1787, vuol
conoscere il vecchio poeta, che trema a quel fulgore di bellezza. —
Il Parini, flagellatore dei cicisbei, non lesina elogi per un’altra
bella veneta, alla famosa Elisabetta Caminer che tiene gran circolo
letterario-amoroso; figlia di Domenico Caminer, veneziano, storico e
letterato; moglie del medico e botanico vicentino Turra. Fautrice delle
idee letterarie moderne, la Caminer pubblica a Venezia le “Composizioni
teatrali moderne„ da lei tradotte dal francese per mostrare la
necessità di creare in Italia un teatro il quale commuova coi casi
della borghesia e del popolo, come già un altro teatro commuove coi
casi degli eroi e dei re. Quante scene lugubri in quei drammi!... C’è
da morire di spavento!... Per qualche tempo, ella dirige il _Giornale
dei letterati_, fregiato dei nomi di Apostolo Zeno, di Scipione Maffei
e di Antonio Vallisnieri. I madrigali, manco dirlo, piovono sulle
sue bellezze, fra’ quali quelli immancabili del riminese abate ed
ex-soldato Aurelio De’ Giorgi-Bertòla, apologhista morale e sonettista
osceno.
Si diverte a burlarlo, questo abate, ne’ suoi rapidi e incisivi
_Ritratti_, la contessa Isabella Teotochi-Albrizzi. La _saggia_
Isabella, come la chiamano con lieve iperbole adulatoria, vera Minerva
delle lagune, tiene uno de’ più celebri salotti poetici d’Europa. Vi
praticano Ippolito e Giovanni Pindemonte, il Cesarotti, Ugo Foscolo
(ch’ella ritrae al vivo), lord Byron, vergognoso di lasciarsi veder
zoppicare, Walter Scott, e quel Chateaubriand, che ospite di Venezia,
ne sparla.
Accarezzata con qualche degnazione dall’Isabella come una buona sorella
minore, tiene a Venezia salotto letterario e scientifico, un’altra
nobildonna, Giustina Renier-Michiel, nipote del facondo penultimo
doge, autrice dell’_Origine delle Feste veneziane_ da lei descritte
in italiano e in francese; tesoro di semplicità, di umiltà e di
coraggio. Quel giorno che la Repubblica di Venezia precipita in preda
ai demagoghi, la Giustina Renier-Michiel si rivolge sdegnata ai giovani
patrizii che siedono in circolo nel suo salotto e: “Cossa feu vu qua?
Andè a salvar almanco la cità, se no podè salvar la Repubblica!„ ella
grida. A Ugo Foscolo scrive con intimità di sorella. A Luigi Carrer,
limpido elegante ingegno, prima improvvisatore di tragedie, lodato da
lord Byron, poi creatore della ballata romantica in Italia, alla guisa
di Schiller e Goethe, la Renier porge savi consigli e lo annovera fra
gli amici del salotto ch’ella conserva anche quando ha la sventura di
perdere l’udito. Ma scherza colla solita finezza persino sulla propria
sordità, e ama rallegrar la vecchiaia colle adunanze de’ giovani. Oltre
la gioventù e la sua Venezia, preferisce tre cose: Shakespeare (di cui
traduce per la prima in italiano i drammi), la botanica, e la luna
splendente fra gli alberi. Sa disegnare e sa incidere. Muore nel 1832.
Rivale della Teotochi-Albrizzi è la patrizia veronese Silvia
Curtoni-Verza, in Arcadia Flaminda Caritea. Bruna di carnagione,
nerissima di capelli e di occhi; piuttosto alta, e bella, tranne
ne’ piedi la cui esagerazione impertinente sa nascondere con vesti
lunghissime.
Corre la moda di recitare commedie nei salotti. La Teotochi recita
in francese, e la Verza recita in italiano, sostituendo, secondo il
vezzo delle signore eleganti del tempo, la _z_ a tutte le _s_; per cui
pronuncia _zi zignore, zarà zervito, zicuro!_
Il bel salone del suo palazzo (dalla stupenda facciata del Sanmichieli)
a Verona, è diviso in due scomparti a uso teatro: metà a stucchi
e metà a specchi con maestosi cortinaggi di seta celeste e quadri
rappresentanti gl’idillii di Teocrito, di Gessner e del veronese Pompei
coi versi relativi. Il Bettinelli, uno dei tanti abati sorrisi dalle
dame, chiama questo salotto “la grotta magica.„
Ippolito Pindemonte, ch’è anche ballerino dilettante da teatro, su
queste scene salta colla facilità con cui scrive l’ode (saltellante)
alla _Malinconia_, sua ninfa gentile. La padrona di casa apparisce sul
palcoscenico adorna d’una preferita mezzaluna di diamanti fitta nel
volume de’ capelli neri, e rappresenta le parti ora di Zenobia, ora
di Tullia, ora di Berenice calcolando sopratutto sull’effetto della
mezzaluna e de’ suoi occhi: effetto infallibile.
Il momento più splendido del salotto Verza fu nel 1822, quando il
congresso dei potenti d’Europa vi condusse gran folla di forestieri.
Allora, come nel salotto cosmopolita dell’Isabella, la grotta magica
della Silvia risuonava di tutte le lingue.
È facile notare che, novantanove su cento, i mariti delle dee de’
salotti sono persone insignificanti, i quali cortesemente si ritirano
nell’ombra perchè la moglie brilli sola. E il marito della Silvia,
Francesco Verza, che si teneva volentieri in disparte, non tardò a
lasciarla tutta sola.... passando fra i più. Glielo aveano fatto
sposare, poverina, solo perchè quel nobiluomo non desse il proprio
nome a una popolana di cui s’era ingattito!... Negli ultimi anni
vediamo la Silvia, vestita di nero e devota, visitar gli ospedali e
consolare gl’infermi. Ella si rammenta ancora di tutti i suoi amici,
di tutt’i suoi viaggi; si rammenta di Milano, qui venuta ospite in
casa Litta dove avea trovato le nostre dame (marchesa Cusani, contessa
Castelbarco, ed oltre) intente a giocare al trucco. Morì nel 1835,
nella bell’età di ottantaquattro anni; tredici mesi prima della sua
rivale Isabella.
Ma più del salotto della Curtoni-Verza, sono celebri i salotti della
contessa d’Albany a Firenze e di Cornelia Martinetti a Bologna.
Cornelia Martinetti gareggiava coll’Albrizzi nel sapere e nello spirito
allegro, arguto, capriccioso: pare la superasse in bellezza, ond’era
chiamata _la Venere_; ma oltre la bellezza ella possedeva la grazia.
Suonava l’arpa, strumento in voga; conosceva il latino, il greco e
sosteneva la conversazione in italiano, in francese, in tedesco, in
inglese e in spagnuolo; se peraltro è tutto vero ciò che si racconta!
Certo scriveva con facilità il francese. Un suo romanzo, apparso a
Roma nel 1823, _Amélie ou le manuscrit de Thérèse_, è definito da un
adulatore “un nido di farfalle.„
Nata contessa Rossi di Lugo, fu data ventenne, in moglie a “Mimino„,
(ingegner Giovanni Battista Martinetti), uno dei personaggi che non
parlano. Ricca e libera viaggiò molto e ricevè molto. Seduceva colla
conversazione, seduceva col ballo, seduceva colla beltà. Ugo Foscolo la
immortalò nelle _Grazie_.
La principessa Luisa Stolberg-Geldern, di origine regale, sposò Carlo
Edoardo Stuart, ultimo degli Stuardi, che sotto il nome di conte
d’Albany mal nascondeva la pretensione alla corona d’Inghilterra: ella
passa nella storia solo per essere stata l’intima amica di Vittorio
Alfieri. Questo conte repubblicano s’accese di pietà e d’amore per
la sposa di quel re spodestato, quando la poveretta gemeva sotto i
maltrattamenti del regio sì ma ubbriaco consorte. Egli l’ajutò a
fuggire e viaggiò con lei l’Europa. Ottenuta alla fine la separazione
legale e rimasta vedova, la contessa d’Albany fissò dimora col poeta
a Firenze. La loro amicizia fu forte e l’amore fu sincero, benchè
il ritrattista Fabre soppiantasse poi il tragedo nel cuor di Luisa;
la quale si rese un po’ ridicola pe’ suoi nuovi amori tardivi. “Non
credo fosse l’Albany mai troppo bella (diceva Gino Capponi): di forme
massiccie ed anche nell’animo, se oso dirlo, materialotta; colta però
ed assennata, ed un po’ duretta, ma non malevola; di poetico nulla
affatto; vestita a mo’ d’una serva.„ Nel suo salotto sul Lungarno,
a Firenze, che continuò la magnifica ospitalità italiana, sfilarono
Chateaubriand, Lamartine, Canova, Sismondi, Byron, Roscoe, Rogers
(poeta caro a Silvio Pellico) e il cardinal Consalvi che sfoggiava le
tabacchiere ricevute dai sovrani. La contessa d’Albany, fra un’arguta
maldicenza e l’altra, leggeva le lettere della Staël, o narrava della
Récamier, le sole due potenze d’Europa, che, senza cannoni, tenessero
testa a un Bonaparte. Nata a Mons sull’Hainau, l’Albany morì di
settantadue anni a Firenze nel 1824; ora riposa in Santa Croce accanto
all’Alfieri, nel monumento erettole dal Fabre.
Ma, tornando un momento a Venezia, dove lasciamo la vivacissima
Marina Querini-Benzon? Per essa il più voluttuoso dei poeti vernacoli
veneziani, Antonio Lamberti, scrive la più popolare delle barcarole,
_La biondina in gondoleta_.... musicata dal bergamasco Simone Mayr
maestro del Donizetti. La bella Querini-Benzon dagli occhi azzurri come
il cielo, dalle carni bianche come il latte, dai capelli biondi come
l’oro, volle vivere da graziosa peccatrice nel suo salotto ch’ella
dominava colla conversazione scintillante. Accarezzata da lord Byron,
lodata da Stendhal, ammirata dal Canova, corteggiata dal Pindemonte,
dall’Arici e da altri mille segnati, brillò in un tripudio continuo,
addolorata solo per la morte d’un figlio, Vittore, poeta gentile,
cantor d’una _Nella_, amico di Luigi Carrer.
Colla fragorosa invasione francese, Milano si svegliò tutta d’un tratto
a una vita che prima nessuno immaginava. Le espansioni scattarono;
le conversazioni si moltiplicarono; i salotti militari-galanti
s’improvvisarono presso le signore milanesi. Il salotto più clamoroso
fu quello d’una poetessa, Annetta Vadori “una vera Aspasietta„ scrive
Giovanni Rosini a Benassù Montanari. Amante dell’avvocato Gallino,
consigliere di Stato a Milano, non lo sèguita quando nel 1799 egli
si trasferisce a Pisa. Corre difilata a Parigi, e abita nella stessa
camera dell’improvvisatore ed ex-sartore Gianni, il quale la introduce
nelle conversazioni della madre di Napoleone. La Vadori le consacra
l’ode: “O delle madri invidia, ecc.„ Bonaparte, andando un giorno a
visitar la madre, vi trova la poetessa e, seccato di questa intrigante,
prima d’andarsene dice a parte a Letizia, ma in modo d’essere inteso:
“Ne ho abbastanza di questa italiana!„ Ciò vale uno sfratto: l’Annetta
è consegnata al generale Fiorello, che se la pone sotto braccio e la
riconduce a Milano; e qui ella s’incontra colla Cecilia Tron. Dove c’è
una donna, c’è Ugo Foscolo; e il poeta dei _Sepolcri_ e delle _Grazie_
entra nel circolo vizioso della Vadori, la quale prima gli è amica,
poi nemicissima, e accoglie gli avversarii di lui per farlo schiattar
di rabbia. A tal grado sale il fanatismo ch’ella ostenta per il Monti
rivale del Foscolo, che il cantor di Bassville, benchè punto sdegnoso
di adulazioni, non può tralasciare di scriverle: “Cesarotti mi aveva
già scritto i tuoi entusiasmi sulla _Spada di Federico_, ma per Dio, tu
me ne parli in modo da farti credere spiritata!„
Annetta Vadori ebbe due legittimi mariti: prima il Buturini, poi
il furente demagogo, velenoso giornalista e medico Rasori; medico
inventore del _contro-stimolo_ e così spaventoso seminator di
cimiteri che l’autorità alla fine dovette intervenire e fermargli la
mano. Vecchia, la Vadori si rifugiò a Napoli, dove aprì una scuola
d’educazione; e là scomparve.
Circolo più temuto tenne a Milano sotto il primo Regno Italico Bianca
Milesi, politicante, letterata e pittrice.
Il suo circolo era furiosamente politico. C’era qualcuno che volesse
rovesciare sia pur colla violenza, sia pur col delitto il _bello
italo regno_?... In casa della Milesi aveva ricetto. Il conte
Federico Confalonieri, il general Pino, il nobile Benigno Bossi, un
conte Gambarana vi s’affiatarono per finirla una volta coll’aquila
napoleonica. Meglio l’aquila d’Austria, gridavano i più.... È nota
l’orrenda giornata del Prina, che, avvertito in tempo del pericolo di
morte, esortato a mettersi in salvo colla fuga, nol volle e rispose: _I
saria nen Piemonteis!_
Taccio d’altri salotti italiani, di quel tempo, de’ quali nessuno, nè
prima nè poi, si levò al grado dei _salons_ di Caterina di Vivonne
marchesa di Rambouillet e della figlia di questa Giulia di Montausier,
ancor più nota della madre: in quelle sale si arricchiva la lingua
della patria e si decretavano allori ai poeti.
L’Italia non può vantare salotti eguali a quello di madama Roland, la
più formidabile politicante che sia mai apparsa in Europa; e neppur
salotti del potere e dello splendor di quelli delle due nemiche di
Napoleone I, la vaghissima Récamier (pura in un’epoca impura) e la
baronessa de Staël dall’incantevole conversazione, anche allora che
lodava le proprie floride braccia.
Nel salotto dell’una e nel salotto dell’altra venivano sollevati
in soglio e atterrati i ministri. Talleyrand non dovette forse al
salotto della Staël se fu ministro? La Récamier cantava sola soletta,
all’oscuro, canzoni melanconiche; poi usciva dalle sue stanze col volto
inondato di lacrime. Ispirava passioni violente agli uomini ed anche
alle donne, talchè la regina Ortensia commise per lei incredibili
follie. A Roma si davano entrambe appuntamenti di notte fra le
rovine del Colosseo, poichè allora (si sa) continuava la moda delle
pittoresche rovine, cominciata nel Settecento.
Il _salon_ della Récamier a Roma divenne un centro artistico,
illustrato dal Canova; e quello dell’Abbaye-aux-Bois, da lei
signoreggiato per trent’anni, divenne un centro politico così temuto,
che più di qualche diplomatico fu obbligato a rigar bene diritto.
Napoleone I, avvezzo ad essere obbedito sempre e senza indugi, non potè
spetrare quel cuore di donna, non potè goder di quelle grazie; talchè
se ne vendicò facendo che il marito di lei, banchiere, perdesse in un
momento un milione negli affari, e lei impoverisse: uno dei magnanimi
tratti del grande “Robespierre a cavallo!„
Gli ossequii che tributavano a madama Du Pétieaux, visitandola nel suo
salotto di Bruxelles, principi di real sangue e prelati frequentatori
assidui, non veniano provocati dalla sola singolare bellezza, ch’ella
curava con arti raffinate, ma anche dal vivacissimo spirito di quella
regina dei cuori. Morì quasi nonagenaria e ancor bella. Nessun salotto
italiano ebbe forse il lusso di quello della Du Pétieaux. Così in
Italia mancò finora un salotto la cui signora indovinasse per la prima
il genio singolare d’uno de’ suoi giovani visitatori, come avvenne in
Germania. La poetessa Elisa de Hohenhausen, che ne’ primordii di questo
secolo teneva a Berlino uno dei due più cospicui salotti (l’altro
era quello di Rachele Varnhagen von Ense), fu veramente la prima che
riconoscesse il valore di Enrico Heine; il quale, appena laureato in
diritto, avea ottenuto di esserle presentato. Il salotto Varnhagen
contribuì poi a sviluppare il genio del poeta. Il salotto di Rachele
era principalmente votato al culto di Goethe; quello d’Elisa era votato
al culto di Byron.
Rachele Varnhagen von Ense professava amicizia per Enrichetta Herz,
figlia del celebre medico portoghese De Lemos. Nata a Berlino nel
1764, Enrichetta, l’avvenente ebrea, sposa del brutto storto,
intelligentissimo medico Marco Herz, tenne salotto, celebre nell’alta
cultura tedesca. Ella cercò nell’amicizia degli uomini più insigni
compenso alle sue nozze senza figli e senza amore. Ludovico Börne,
i tre Schlegel, i due Humboldt, il filosofo Engel, figuravano nella
corona de’ visitatori di questa splendida rosa di Gerico. Rimasta
vedova, lottò colla miseria, e trovò appena di che vivere mettendo
a profitto la propria istruzione. Rifiutò la mano del conte che
l’adorava per non contristare la propria madre colla conversione al
cristianesimo; ma, morta la madre, si fece battezzare. Si serbò briosa
fino alla sua morte, che avvenne nel 1847.
Quale attrice italiana ebbe il salotto di Adriana Lecouvreur o della
dolce e mesta Contant, che durante gli orrori della Rivoluzione
francese fu incarcerata e nella prigione si trovò a tu per tu con varie
dame della Corte?... E chi ebbe un salotto filosofico come la D’Epinay,
colei che chiamava Rosseau _il mio orso_?
Questi rapidi cenni servano, se è possibile, di qualche confronto
colle memorie del salotto Maffei, la cui importanza pur tanto
notevole, per un largo periodo andò crescendo. Non è possibile,
peraltro, dimenticare che il teatro alla Scala, come già osservava
Stendhal (il quale dal 1800 al ’21 soggiornò a Milano e ne frequentò
la società più intelligente), fu per molto tempo, ed è ancora, il
vero, il grande _salon_ della città. Ma il salotto Maffei ebbe un
carattere particolare, ebbe un indirizzo civile che altre adunanze non
possono vantare di certo. Fino al ’48, esso fu un salotto letterario
ed artistico, e insieme un salotto elegante. Dal ’48 al ’59 assunse
uno spiccato colore politico liberale, e fu vivissimo focolare di
agitazione a pro dell’indipendenza d’Italia. Dal ’59 al’76 fu politico,
letterario, artistico e mondano insieme; poi, a poco a poco, andò
decadendo, finchè sparve con la morte della contessa.
Un giorno, la vita sociale rimaneva circoscritta dalla difficoltà
delle comunicazioni fra i paesi, dall’apprezzamento più vivo delle
intime riunioni e dalla minor copia di bisogni e di vicende. Il salotto
raccoglieva e addensava il meglio di quella vita; sembrava un’isola
fiorente in mezzo ad un mare monotono, quando non pareva un vulcano. Le
forme decorose, che mai dovevano scompagnare i dibattiti, nobilitavano
i costumi; e la _causerie_, questa farfalla della conversazione, non
escludeva la serietà dei propositi quando ne suonava l’ora. L’abate
Galiani, che primeggiò nei _salons_ parigini del secolo XVIII,
quell’argutissimo abruzzese, del quale Diderot scriveva a mademoiselle
Voland: “C’est un trésor pour les jours pluvieux„ giudicava un po’
troppo alla lesta, allorchè alludendo a quei _salons_ diceva essere la
Francia una nazione la quale ha bisogno di parlare per pensare e non
pensa che per parlare: benchè sessagenario, egli morì troppo presto[3]
per vedere gli effetti (e quali effetti!) del pensiero e della parola.
I serii e talor santi propositi dei salotti italiani lasciarono traccie
durevoli. Bianca Rebizzo, che a Genova fondava gli asili d’infanzia,
come la contessa Teresa Popadopoli, l’amica-sorella della Maffei, li
fondava a Venezia, sarà benedetta finchè il bene avrà un culto. Il
salotto della Rebizzo a Genova, frequentato da’ suoi alleati nella
carità — quali Lorenzo Pareto, Giovanni Colla e ricche patrizie
genovesi, — meriterebbe anch’esso un libro. Il salotto della signora
Farina a Torino e quello di donna Emilia Peruzzi a Firenze emergono con
altri nella società della nuova Italia.
Ho detto che fino alle Cinque Giornate il salotto Maffei fu artistico,
letterario, mondano; pure una vena patriottica serpeggiava fin dai
primordii. La contessa non tardò ad abbracciare la fede di Mazzini,
primo raggio, unico raggio, che splendesse fra le nebbie. A due passi
dalla sua casa, nella stessa via del Monte di Pietà, potenti memorie
patriotiche parlavano allo spirito di lei e de’ suoi amici: qui, la
casa dove nel 1818 si fondava dal conte Porro il _Conciliatore_ e
dove più tardi veniva arrestato Silvio Pellico; là quella di Federigo
Confalonieri e della sublime sua compagna Teresa Casati, la cui
immagine nelle ore di raccoglimento, la pensosa Clara avrà forse veduta
balenare come un fantasma d’amore e di dolore senza fine.
CAPITOLO IV.
BALZAC NEL SALOTTO MAFFEI.
La contessa Fanny Sanseverino Porcìa. — Sue lettere, suo brio. —
La contessa Bolognini nata Vimercati e la sua bambina Eugenia.
— Balzac alla Scala: un ameno _qui pro quo_. — La poetessa dai
riccioli d’oro. — Opuscoli milanesi in offesa e in difesa di
Balzac. — Visita di Balzac ad Alessandro Manzoni. — Balzac e gli
scultori Pompeo Marchesi e Puttinati. — Lavori di Balzac scritti o
meditati a Milano. — Lettera di Balzac alla Maffei. — Confessione
di Balzac alla signorina ***. — Dediche di Balzac.
Un giorno, la contessa Maffei riceve da una giovane amica questo
biglietto:
“Parigi, 10 febbrajo, rue S. Honoré, 333.
“De Balzac, con Teofilo Gautier, suo amico, viene a Milano. Io lo
raccomando alla mia gentilissima Chiarina e all’illustre Maffei.
Il celebre letterato francese conosca così le grazie, e ammiri
l’ingegno italiano. Egli troverà, ne sono certa, nella vostra casa,
le cortesi accoglienze a cui ha diritto; ed io soddisfo, facendovi
conoscere a lui, un orgoglio d’amicizia e di patria.
“_L’aff.ma amica_
“FANNY SANSEVERINO PORCÌA.„
E qualche giorno dopo, non più da Parigi, dov’era andata col marito a
godere le feste di quell’alta società, ma da Torino dov’è passata, la
contessa Fanny delinea alla Maffei un parlante ritratto del Balzac:
“Se lo immagina forse grande e snello, pallido e scarno, con una di
quelle fisonomie che sono già un’ispirazione, una poesia? Si guardi,
eh, da così bella aspettazione! Egli è un uomo piccolo, grasso,
paffuto, rotondo, rubicondo, con due occhi però negri e scintillanti
foco nel dialogo, il foco della sua penna. E sa ella chi lo
accompagna?... Un paggio come nel “Lara„ di Byron, un giovinetto dalla
voce soave, dai movimenti dolci e molli... una donna infine!...„
La contessa Fanny Sanseverino Porcìa, sorella del principe Alfonso
Serafino, ciambellano dell’imperatore d’Austria, era un’amabile
gentildonna di ventinove primavere, sposata da tre anni al conte
Faustino Vimercati Sanseverino Tadini, cremasco. Le sue lettere alla
Maffei, nelle quali descrive le feste dell’aristocrazia a Parigi, sono
gioielli di finezza e di brio.
Il 19 febbraio del 1837, Balzac giungeva a Milano. Non contava ancora
trentott’anni, e sui registri dei forestieri presso la polizia si
designava: _possidente_. Non posso dire con precisione s’egli era
accompagnato dal paggio misterioso (nessuno dei cronisti mondani del
tempo ne parla); certo non avea seco Teofilo Gautier. L’autore di
_Mademoiselle Maupin_ desiderava scendere in Italia con Balzac, ma non
potè effettuare il suo disegno, e vide il nostro cielo solo nel 1850.
Un poligrafo infaticabile, Defendente Sacchi, appena seppe dell’arrivo
di Balzac, — per suggerimento, credo, del Maffei, cooperatore per la
parte letteraria della _Gazzetta privilegiata di Milano_, — scrisse
su questo periodico ufficiale un benvenuto cortese all’insigne ospite
straniero:
La nostra città accoglie da due giorni fra le sue mura il signor
Balzac, lo scrittore francese che in pochi anni fece il maggior
numero di opere che descrivono in ogni maniera la vita dell’uomo e
la società; quello ch’è anche il più popolare fra di noi, perchè i
suoi scritti corrono nelle mani di tutti in originale e tradotti.
Esso viaggia in Italia per raccogliere materiali onde scrivere le
campagne de’ Francesi nella Penisola. Questa notizia tanto più ne
riesce gradevole, perchè siamo certi che il genio di Balzac avrà
dal nostro cielo le sue più belle inspirazioni.
Per verità, in quei giorni il cielo non poteva destare belle
ispirazioni nè a Balzac nè ad altri: pioveva. E lo scopo di Balzac a
Milano non sembrava punto quello di raccogliere documenti di storia
militare.
Egli raccontava ch’era venuto a Milano con un incarico amministrativo!
Il conte Emilio Guidoboni-Visconti lo avea voluto qui (soggiungeva
egli) per regolare i suoi interessi intricati in seguito all’eredità
lasciatagli dalla madre contessa Patellani....
Tutti sanno quanto Balzac, prima editore, poi stampatore, quindi
fonditore di caratteri, fosse immerso nei debiti fino alla gola
in causa delle proprie speculazioni fallite tutte quante: egli si
sorreggeva a mala pena con cambiali scontate e rinnovate da usuraj.
Gemeva sotto il peso di dugento mila franchi di debiti e più. “J’ai
plus de deux cent mille francs de dettes„ scriveva egli stesso da
Milano alla gentile polacca Evelina de Hanska, contessa de Rzewuska,
sua ardente ammiratrice che, rimasta vedova, divenne più tardi sua
moglie.
Figurarsi se poteva sbrogliare le matasse arruffate degli altri, egli
che non sapeva sbrogliare le proprie! Parecchi critici (e valorosi)
hanno ripetuta la storiella dell’incarico amministrativo; storiella
che Balzac dava a bere con grazia alle sue buone ammiratrici lontane.
Nel ’38, raccontava da Milano alla sorella Laura Surville a Parigi
com’egli fosse ancora “retenu ici pour les intérêts de la famille
Visconti.„ E soggiungeva: “La politique les embrouillait tellement,
que le reste du bien qu’elle possède en ce pays eût été séquestré sans
toutes mes démarches, qui ont heureusement réussi.„ La politica?...
Quale politica?... Nessuna famiglia lombarda sceglie un romanziere
(e straniero per giunta!) a suo ragioniere, a suo procuratore, a suo
notajo; meno poi un Balzac, dalle caotiche idee amministrative ben
note; un Balzac, mai stato uomo di legge e neppure un avvocato come
Carlo Goldoni! Nè Balzac qui raccolse materiali per una storia. I
lavori da lui meditati a Milano, come vedremo, furono ben altri.
La sua venuta fra noi parve un avvenimento. Tutti volevano vederlo,
molti pretendevano d’averlo già visto. Parlavano solo di due cose:
d’una splendida aurora boreale, apparsa qualche sera innanzi, e del
_signor di Balzac_ e della sua canna famosa che si diceva costasse
tesori. Un giovanotto, che si vantava d’avere stretta intimità con
Balzac a Vienna, additava agli amici curiosi del teatro alla Scala
un capitano dei granatieri vestito in borghese, esclamando: “Ecco
Balzac!„ E tutti a contemplare quell’ignoto granatiere austriaco, il
quale, stupefatto, non sapeva a che ascrivere la generale ammirazione.
“Le armi (scriveva a quel proposito il Piazza in un articolo nella
_Gazzetta_) ebbero così per pochi istanti gli onori della letteratura.„
Ben presto si vide alla Scala il vero e autentico Balzac. Egli
passava di palco in palco, corteggiatore corteggiato; e allora, nella
semioscurità dell’ampia sala, mentre sul palcoscenico piroettava un
ballo “di mezzo carattere„ _I promessi sposi_, si rinnovò la scena del
granatiere.
Balzac era andato ad alloggiare all’albergo, ma, annoiato, s’affrettò
ad accettare una stanza deliziosa che guardava su un giardino
offertagli nella propria casa, sul bel corso di Porta Orientale (ora
corso Venezia), dal principe Alfonso Serafino Porcìa, il fratello
appunto della Fanny amica di Clara Maffei.
“Bieco bevitor d’acqua!„ l’avrebbe definito Giuseppe Rovani se avesse
visto Balzac respingere ai banchetti a’ quali veniva invitato i
calici di vino. Balzac era astemio, ma in compenso divorava la frutta
coll’avidità d’un fanciullo viziato.
Punto felice, egli domandava se a Milano si era felici.
— _Est-on heureux à Milan?_
— _Oui_, gli fu risposto.
— _Qu’est-ce qu’on fait après minuit?_
— _On dort._
La contessa Maffei lo accolse nel suo salotto con entusiasmo e lo
presentò al marito e a varii amici, fra’ quali lo scultore Alessandro
Puttinati, Ferdinando De Lugo, uno dei più intelligenti giovanotti
dell’alta società; lo presentò a una bionda poetessa, Giulietta Pezzi
di Milano, e ad altre amiche.
Egli rimase incantato della _piccola_ Maffei, com’ella stessa si
definiva con spirito; e non tardò a provarne un’amicizia dolce, tenera,
che si confondeva (perchè negarlo?) coll’affetto. Ma di ciò nessuna
meraviglia. Egli era un _tendre_, secondo l’espressione di Guy de
Maupassant; egli voleva essere sempre ajutato dalla parola consolatrice
della donna gentile, dalla sua stretta di mano, dal suo sorriso. La
poesia de’ suoi ideali strideva, peraltro, un po’ troppo nel confronto
della prosa del suo corpo pesante col quale sfondava le poltrone del
salotto Maffei; salotto adorno nello stile del primo Impero e di tutte
le eleganze del tempo.
A Balzac, avvezzo a Parigi, non piaceva Milano. Si mostrava querulo,
rannuvolato. Solo il prestigio della Maffei e di Giulietta Pezzi
avevano il potere di ridestarlo dalle sue tetraggini. Si bisticciava
colla Fanny Sanseverino perchè questa non tollerava ch’egli dicesse
male dell’Italia: e andando a trovare un’altra dama, la contessa
Eugenia Attendolo-Bolognini, nata Vimercati, in via Cappuccio, là,
in quel fresco salotto a stucchi, litigava un po’ anche con lei; ma
bastava a disarmarlo l’arrivo d’una leggiadra bambina, Eugenia, poi
divenuta duchessa Litta Visconti-Arese, regina della moda.
La poetessa Giulietta Pezzi, figlia d’un abile giornalista, era bella
con que’ riccioli d’oro che le scendevano sulle spalle. Balzac voleva
vedersela seduta dinanzi; la chiamava l’_ange_. Ma perchè egli, dopo
il celestiale complimento s’addormentava?... Era un suo _tic_ questo
di dormire in piena conversazione, non ostante l’abuso di caffè cui
s’abbandonava e i lavori di fantasia cui pensava sovente sprofondandosi
in cupo silenzio. Un altro suo vezzo (chiamiamolo così) era di
accennare sempre di _no_ colla testa, con quella sua grossa testa
piantata sul collo taurino: pareva lo spirito che nega.
Nella conversazione del salotto Maffei e nelle altre, egli amava più
ascoltare che discorrere. Di tratto in tratto, a qualche facezia,
rompeva in una fragorosa risata; quindi si rimetteva ad ascoltare.... o
a dormire.
Correva allora, più di adesso, nei salotti, la moda degli album, che
ogni scrittore ed artista doveva fregiare de’ suoi caratteri o disegni.
Nell’album di Giulietta Pezzi, Balzac scrisse colla sua scrittura
spaventosa questo pensiero, tutt’ora inedito, che alludeva forse a lui
stesso, in seguito a chissà quale punta maliziosa della sua bionda
amica!
“De même que chez la nature humaine, l’âme triomphe de l’enveloppe
et finit par embellir les plus grossières des formes, et qu’ainsi
le masque le plus bas peut devenir sublime; de même l’art peut et
doit se faire cours malgré les conditions les plus difficiles, et
triomphe des données les plus absurdes. Socrate, de qui la figure
était hideuse, a fini par atteindre la plus haute expression
de beauté; et Michelange a fait une admirable statue avec la
poussière....„
E sull’album della contessa Maffei, scrisse quest’altro pensiero
(inedito anch’esso) un giorno in cui il sole giuocava, pare, a
capo-nascondi fra le nuvole:
“Rien ne ressemble plus à la vie humaine que les vicissitudes de
l’atmosphère et que les changements du ciel. Le temps est le fond
de la vie, comme la terre est le fond sur lequel agissent les
intempéries et les beautés du soleil et des saisons. Tantôt, il
arrive des journées splendides, pendant lesquelles tout est azur et
fleurs, verdure et rosée; tantôt, des clairs-obscurs, où tout est
piége et doute dans la nature; puis de longues brumes, des temps
lourds, des nuées grises. La plus part des hommes ont une pente qui
les porte à s’harmonier avec cette instabilité de l’air; mais pour
ceux qui se réfugient dans le domaine moral et qui ne comptent pour
rien tout ce qui n’est pas la vie de l’âme, il peut toujours faire
beau dans le ciel. Le souvenir est un des moyens qui peuvent nous
aider à rendre l’air pur et faire briller le soleil dans notre âme.
“24 avril, 1837.„
E il sole del ricordo, Balzac voleva, si capisce, nella sua impenitente
inclinazione alla _flirtation_, lasciare in cuore alla contessa Clara,
sull’album della quale, qualche giorno prima, alludendo all’età di lei
aveva scritto: _À vingt trois ans, tout est avenir_.
Fra le amiche più ammirate da Balzac, va annoverata certo la contessa
Clara Maffei. Non è credibile che la contessa Maffei, appena vide
Balzac salire per la prima volta le sue scale, gli sia volata incontro
e, quasi inginocchiatasi, abbia esclamato: “J’adore le génie!„ Ciò fu
detto e si ripete; ma la Maffei possedeva troppo il senso della misura
per abbandonarsi a queste esagerazioni.
Non ostante i molti peccati descritti ne’ suoi romanzi, il grande
romanziere viveva quasi immune da passionacce volgari, domandando
alla donna o meglio alla _signora_, da quel raffinato che era, le
carezze pure della devozione, il profumo dell’anima. Clara Maffei, che
possedeva l’intelligenza del cuore, deve averlo capito; deve, peraltro,
essersi accorta che il suo illustre amico amava più colla fantasia che
coll’anima; la sola donna amata forse da lui fu la contessa Hanska,
alla quale nelle lettere da Milano si confidava, anelando, malato
com’era di nostalgia, di rivedere il cielo della Francia. Anche alla
_piccola Maffei_, confidava le sue pene e le idee che gli turbinavano
in capo; le parlava d’una commedia che volea scrivere.
Durante il soggiorno di Balzac in Italia, la contessa Maffei dovette
certo soffrire per le espressioni sprezzanti, che sopraffatto dal
malumore il romanziere francese si lasciò sfuggire sui romanzi
italiani, cari amici di lei. Ecco come andò la cosa, per la quale
molti, a Milano e fuori, si levarono furibondi contro lo scrittore
francese.
Questi, preso dal desiderio di veder Venezia, vi si recò per alcuni
giorni coll’idea di ritornar presto a Milano, come fece difatti. A
Venezia fu ospitato un giorno in casa della contessa Soranzo, alla cui
mensa sedeva un egregio lombardo, amico della Maffei, il conte Tullio
Dandolo, insieme con altri invitati. Balzac da principio parlò poco e
mangiò molto; poi uscì con acerbi giudizii sui _Promessi Sposi_, che
definì fiacchi d’ordito; e sugli altri romanzi (di Massimo d’Azeglio
e del Grossi) che allora tutti leggevano con ammirazione. Il conte
Dandolo lo rimbeccò; e Balzac rinnovò i suoi sprezzi, sarcastico e
tutto rosso d’ira. Il batibecco minacciava di degenerare in una lite.
La povera contessa Soranzo si sentiva sulle spine: si affrettò a
porgere il caffè, e le contraddizioni morirono pel momento soffocate
fra i sorsi del moka.
A Milano si seppero presto i giudizii di Balzac: di più la _Gazzetta
privilegiata di Venezia_ recava nelle sue appendici del 1.º aprile di
quell’anno una lunga lettera del conte Dandolo ad Angelo Fava (altro
amico della contessa Maffei) sulla malaugurata conversazione in casa
Soranzo. Balzac non vi era risparmiato; e Angelo Fava non fece il
sordo, perchè ben presto nel _Vaglio_, giornale letterario di Venezia,
rispose a Tullio Dandolo, censurando con asprezza i romanzi di Balzac
e dipingendoli senza ambagi frutto d’una musa corrotta e corruttrice.
Non basta: la _Fama_, giornale teatrale di Milano, che avea voce
in capitolo, senza nominare Balzac, era già uscita con un articolo
sui viaggiatori-letterati, che “acconciati da Child-Harold muovono
ai luoghi celebri,„ sui “poeti da dipartimento„ che senza avere un
“soldo in saccoccia„ viaggiano da artisti. E, rincarendo la dose, il
giornalista eccitava la polizia a vegliar meglio su costoro perchè, in
conclusione, “non erano che malviventi....„
L’allusione non poteva essere più maligna, più atroce, perchè si
diceva infatti che Balzac era venuto a Milano uscendo dalle prigioni
di Parigi! Chi non crede (i piccoli san Tommaso abbondano pur troppo!)
legga le ultime righe d’un notevole studio sulle opere di Balzac,
_Pensieri su Balzac di Gaspare Aureggio_ (Milano, Pirola, 1839),
il quale sdegnosamente difende il gran scrittore dalla calunnia e
soggiunge: “Non potendo batterlo colla penna, lo lacerarono coi denti!„
È un opuscolo raro. Del pari raro e curioso è un altro opuscolo uscito
a Milano mentre Balzac soggiornava qui: _Difesa dell’onore delle
armi oltraggiate dal signor di Balzac nelle sue scene della Vita
parigina e confutazione di molti errori della storia militare della
guerra di Spagna fatta dagl’Italiani_ (Milano, Pogliani, 1837). Il
titolo dice tutto. Autore di questo opuscolo, degno di nota, è certo
Antonio Lissoni, che apertamente si fa conoscere, e mostra coraggio
nel rivendicare, sotto il dominio straniero, il valore spiegato
dagl’Italiani nelle sanguinose guerre Napoleoniche.
Un francese, che sparlava del valore italiano, non doveva dar ombra
alla polizia; eppure si disse che questa vegliava su Balzac, temendo in
lui un emissario pericoloso, un carbonaro, come Byron qui venuto nel
1816.
Cesare Cantù, uno de’ primi fra quanti in que’ giorni avvicinarono
Balzac a Milano, mi accertava che la polizia non si occupò mai di
Balzac tranne quando si mise tutta in moto per ricuperargli un orologio
involatogli da un borsajuolo. L’orologio fu presto trovato, e Balzac
restò stupito di vedersi ritornare nelle tasche del suo maestoso
panciotto il caro girarrosto che avea messe le ali.
Può darsi che ne’ suoi eccessi di malumore Balzac abbia sprezzati
i _Promessi Sposi_; certo egli si recò a far visita ad Alessandro
Manzoni. Vi andò accompagnato da un gentiluomo letterato, allievo
di Pietro Giordani, il cavaliere Felice Carrone marchese di San
Tommaso. Balzac disse al Manzoni che gli pareva di vedere in lui
Châteaubriand: discorse de’ proprii lavori, dissertò sul panteismo e
sulla cranioscopia. Andò poi a visitare anche un altro uomo allora
celebrato, lo scultore Pompeo Marchesi, che presso molti passava per un
genio creatore, laddove era solo un accademico d’ingegno. Sull’album
del festeggiatissimo scultore, Balzac lasciò partendo questo saluto:
“Je salue avec une amoureuse admiration le père de Venus désarmant
l’Amour.„ Allusione a una statua mitologica che il Marchesi aveva
offerta all’imperatore d’Austria e che il giorno dopo doveva essere
spedita a Vienna.
Alessandro Puttinati, andando un giorno a trovare Balzac nel suo
alloggio, lo sorprese sepolto nella più bizzarra veste da camera:
una specie di tunica da certosino, serrata con due grossi cordoni
ai fianchi e, dietro, tanto di cappuccio; e così lo ritrasse in una
statuina di scagliola con un beffardo sorriso sulle labbra e colle
braccia “al sen conserte„ da quel vero Napoleone ch’egli era della
letteratura europea. Il Puttinati (che pur scolpì anche statue d’estese
dimensioni, _Masaniello_, _Carlo Porta_, ecc.) godeva alto grido per
simili statuette, ornamento dei caminetti dei salotti e sugli scrittoj
dei ricchi; la sua specialità. Tutti desideravano di possederne. A
Brera se ne conserva una, ch’è un incanto di finezza e di vita. Egli
ritrasse, in tali piccole dimensioni, i più chiari contemporanei,
D’Azeglio, Hayez, Molteni, Rajberti.... Non poteva quindi omettere il
suo amico Balzac, del quale un altro scultore fece la caricatura; il
francese Dantan.
L’abito fratesco di Balzac alimentava i discorsi del Caffè Martini; e
si rideva. Ma guai se avessero scoperto un’altra debolezza, la maggiore
di Balzac; quella di farsi passare dovunque per nobile premettendo
tanto di de al suo cognome, già troppo reso glorioso dal genio per
essere illustrato da una genealogia fantastica. Gli eruditi conoscevano
bensì un _de Balzac_, gentiluomo e scrittore, il quale colle sue
_Lettres_ infuse alla lingua francese un’eleganza e un’armonia nuova;
ma era morto nel 1655, nella propria terra di Balzac sulle rive della
Charente; e il Balzac dei possenti romanzi non discendeva da lui, nè da
alcun altro nobile lombo.
Anche a Milano, Balzac lavorava assiduo come usava dappertutto, Ercole
del tavolino. In casa Porcìa cominciò a scrivere i _Mémoires de deux
jeunes mariées_. Non ostante i lavori letterarii e le visite alle
contesse Bolognini e Maffei (per le quali trascurava un po’ la contessa
Bossi, che lo fermò un giorno in istrada per rimproverarnelo), Balzac
desiderava di vedere le curiosità artistiche di Milano, i capolavori
dell’arte. La contessa Maffei lo accompagnò a Brera, come si leggerà
più avanti in una lettera. Egli si recò anche a Saronno per ammirare in
quel santuario gli affreschi squisiti di Bernardino Luini, di questo
Raffaello della Lombardia, forse più apprezzato dagli stranieri che
dagli italiani. Il Duomo di Milano incantava Balzac colle sue guglie,
co’ suoi ricami marmorei, ma ancora e sempre ei sospirava alla Francia,
al cielo natio.
Finalmente lasciò Milano, l’Italia, ma per tornarvi poscia di nuovo.
Qui lasciava molti accusatori, ma anche spiriti gentili che perdonavano
al genio le stravaganze. Basta leggere la seguente lettera (inedita) in
risposta ad altra lettera della contessa Maffei: egli parla caramente
dell’amica indimenticabile, parla di sè, de’ proprii accusatori
d’Italia, dei proprii lavori:
“Novembre, 1838.
“Merci, _cara_, de la page, embaumée par le souvenir, que vous
m’avez envoyée, et qui m’a délicieusement rappelé votre bienaimé
salon et les soirées que j’y ai passées et celle que vous appeliez
familièrement “la petite Maffei„ et qui occupe une trop grande
place dans ma mémoire, pour que je me permette cette expression.
“Vous avez donc encore souffert? Les médecins de Milan me feraient
grand peur: a votre place je viendrais à Paris consulter quelqu’un
des nos grands hommes, car nous en avons encore dans cette pauvre
France.
“Vous ne m’avez rien dit de Puttinati: je l’ai donc effrayé qu’il
n’est pas venu me voir un matin à son retour de Londres? Dites-lui
combien il a eu tort, car j’avais pensé à lui pendant sa fugue à
Londres, et il a été trop discret avec quelqu’une qui l’avait mis
si fort avant dans son cœur pendant notre voyage raboteux.
“La colère, dont je ne sais les motifs et sur laquelle m’a fait
rester la comtesse Sanseverino est-elle calmée? Elle m’a accusé
de ne pas aimer l’Italie au moment ou je travaille à une œuvre
intitulée _Massimilla Doni_ et qui fera tressaillir plus d’un
cœur italien. Mais je suis si accoutumé aux injustices, que celle
d’une jolie femme ne m’émeut plus: j’ai un durillon sur le coeur
à cet endroit tant on y a frappé. D’ailleurs, je trouve fort
impertinentes les gens, qui me proclament un homme profond et qui
veulent me connaître en cinq minutes. Entre nous, je ne suis pas
profond; mais très épais, et il faut du temps pour faire le tour de
ma personne: c’est une promenade qui lasse: mais je ne dis pas cela
pour elle. La comédie, que je méditais à Milan tout en sirotant
votre the et vaguant par les roues, est achevée: j’entre, dans une
quinzaine, en répétition, mais dans un si profond _incognito_ que
ce ne sera pas le secret de la comédie.
“Ce travail, que j’ai mené de front avec les livres, m’a causé une
petite maladie inflammatoire dont je me reléve et qui a retardé ma
réponse, car le docteur m’avit défendu d’écrire quoique ce fût,
même une lettre.
“Je suis allé dans ma douce Touraine; il a fallu dire adieu à mon
voyage d’automne; je ne reviendrais en Italie qu’au printemps, car
je veux voir la Semaine Sainte à Rome si Dieu veut que je porte
dans la métropole l’argent de la Comédie en cas où l’œuvre profane
réussit. Rappelez-moi au souvenir des hôtes de votre salon: Lugo,
Dolcini, la Giulietta Pezzi et _tutti quanti_, sans oublier de
mettre mes obéissances aux pieds de la _piccola Maffei_: prenez
votre air le plus gentil et votre meilleure ruse pour savoir en
quoi j’ai perdu quelque chose, à quoi je tenais tant, dans l’esprit
de la comtesse Sanseverino: dites-le moi, faites-moi l’aumône de ce
petit cadeau, et surtout présentez-lui mes hommages.
“Il y a des jours où je rêve de la cathédrale de Milan et du
tableau de Raphaël, que nous avons été voir ensemble; mais surtout
d’un camélia encore plus blanc que le marbre le plus blanc de la
plus blanche statue de l’aiguille la plus blanche.
“N’oubliez pas de me représenter au _cavalier Maffei_, et faites
dire à l’éditeur de je ne sais quel journal à qui j’ai promis la
version corrigée du _Lys dans la vallée_ pour la traduire, que ce
ne sera prêt que dans le premier mois de l’année prochaine, car ce
ne sera imprimé que pour cette époque.
“Trouvez ici mille gracieusetés que je voudrais faire aussi
poétiques et aussi douces qu’il les faut pour une chère fleur comme
vous; et croyez à une affectueuse mémoire qui frôle à une hérétique
idolâtrie dont se plaindrait mon confesseur si j’avais le malheur
d’en avoir un qui ne fût pas benin, attendu que ce confesseur est
votre dévoué
“DE BALZAC.„
“Je n’ai point oublié Piazza, ni Bonf.... Enfin Pompeo Marchesi
aura quelque jour de mes nouvelles; mais j’ai eu tant à faire....„
Il Piazza, uno degli appendicisti della _Gazzetta privilegiata_, in
questo periodico e nel _Corriere delle dame_, giornale di letteratura
e di mode diffuso fra le signore, difendeva (languidamente, a dir
vero) Balzac dall’accusa di denigrare l’Italia; trista usanza degli
stranieri, venissero o non venissero nel bel paese. Il Bonf.... era,
certo, il dottore Tarchini-Bonfanti, bel medico, successo a Vincenzo
Bellini nel cuore della signora Turina, e amico per qualche tempo di
casa Maffei.
Il Dolcini apparteneva a una speciale e non esigua categoria di giovani
del bel mondo, il seme della quale va sparendo pur troppo ogni giorno.
Non solo egli accresceva la propria avvenenza coll’abbigliamento
di buon gusto e accuratissimo (a quel tempo la _toilette_ maschile
era assai più osservata d’oggi), ma non tralasciava occasione per
arricchire di ottimi studii la mente. Così i giovani doviziosi si
preparavano a sostenere più tardi con onore i pubblici uffizii e
potevano avvicinare qualunque uomo di lettere.
Il lavoro teatrale, che Balzac dice d’avere meditato per le vie di
Milano e nel salotto Maffei sorseggiando il thè della contessa, non
dev’essere, come si potrebbe credere, _Mercadet_: questa profonda
commedia apparve bensì in quell’anno 1838, ma non fu certo condotta
“avec les livres„. Deve trattarsi, invece, del dramma _Vautrin_, le
cui scene si svolgono a Parigi nel 1816 dopo il secondo ritorno dei
Borboni. Il dramma, il cui protagonista è un forzato, fu rappresentato
a Parigi nel ’40, e dopo una sola recita venne proibito, perchè, a un
certo punto, Balzac fece comparire Vautrin truccato da Luigi Filippo.
— Il quadro, veduto in cara compagnia, è lo _Sposalizio della Vergine_
che si conserva a Brera; una delle gemme di Raffaello.
Più tardi, Balzac scriveva un’altra lettera a una signorina.... della
quale potrei indovinare, non precisare il nome; una signorina che gli
avea trasmesso un epigramma:
“Marzo, ’39.
“_Mademoiselle_,
“Je vous remercie beaucoup de la bonté que vous avez eue de me
communiquer vous-même l’épigramme que vous avez daigné faire sur
moi; car alors je pourrai le mettre sous la caricature que Dantan a
produite.
“Vous y avez exagéré le peu de mérite que je puis avoir comme aussi
mes défauts: mais vous n’avez peut-être pas assez insisté sur
l’_impudica_, qui est la grande accusation vulgaire que portent
sur moi les personnes auxquelles je suis inconnu. Mais si le peu
d’instants que j’ai eu le bonheur de passer près de vous a causé
d’aussi grandes erreurs, je dois être effrayé de nos relations à
venir.
“Je suis tout épouvanté de l’importance que vous me donnez, en
croyant que je doive à chaque parole dire des choses remarquables.
“Je vous en prie, ne me destituez pas du droit d’etre un homme
ordinaire, car c’est sous cette forme que je tiens à me montrer
et sous laquelle nous pourrons peut-être mieux nous entendre
et que vous trouverez toujours en moi _la più squisita farina
d’oltremonte_.
“_Vostro_ DE BALZAC.„
Anche questa lettera fu conservata religiosamente dalla contessa
Maffei, fra le sue carte più preziose.
E un prezioso regalo Balzac fece, quale omaggio d’amicizia, alla
contessa Maffei: le bozze di stampa de’ suoi _Martyres ignorés_.
Bozze?... Sono addirittura una selva druidica di cancellature; è
un altro lavoro rampollato dal primo e mezzo sepolto anch’esso fra
i pentimenti, come Balzac soleva per tutt’i suoi lavori, la cui
composizione tipografica atterriva per questo ogni più coraggioso
operajo. Ricordo una sera dell’84, in cui la contessa, curvandosi
dalla sua poltrona, aperse un’elegante vetrina, ne trasse quel grosso
volume di prove di stampa e me le porse gentilmente a vedere, pagina
per pagina. Lo storico delle opere di Balzac, visconte de Spœlberg de
Lovenjoul, m’informa da Bruxelles che le bozze dei _Martyres ignorés_
sono ora nelle sue mani; e non potrebbero essere in mani migliori.
Nel 1842, Balzac dedicò alla contessa Clara Maffei un racconto, _La
fausse Maîtresse_, scritto per lei, e che tutti possono leggere nel
meraviglioso ciclo balzachiano delle _Scènes de la vie privée_.
_La fausse Maîtresse_ tratta d’una Malaga, portentosa cavallerizza
“déesse de la gymnastique„ (non priva del velo di melanconia romantica
di moda a quel tempo), la quale s’innamora d’un patrizio polacco a
Parigi. Il tipo d’una contessa Clementina arieggia un po’ a quello
della contessa Clara. Balzac vi esalta l’amicizia che non conosce i
fallimenti dell’amore e del piacere: “Après avoir donné plus qu’il n’a,
l’amour finit par donner moins qu’il ne reçoit.„
A due geniali amici del salotto Maffei Balzac dedicò due altri
racconti: allo scultore Puttinati _La Vengeance_ e alla contessa
Sanseverino Porcìa _Les Employés ou la femme supérieure_. Al principe
Porcìa dedicò _Splendeurs et misères des courtisanes_, e alla contessa
Bolognini-Vimercati _Une fille d’Eve_, scrivendole nella dedica
graziosa: “Vous voyez que si les Français sont taxés de légerété,
d’oubli, je suis Italien par la constance et par le souvenir.„
Tale la veridica istoria di Onorato Balzac a Milano e nel salotto
Maffei.
CAPITOLO V.
LISZT.
Francesco Liszt e Daniele Stern nel salotto. — Un salotto di
madama D’Agoult. — I guanti gialli di Liszt. — Scritti di Liszt e
di Daniele Stern sull’album della contessa Maffei. — Un romanzo
d’amore. — Allegrie della Sand e di Liszt. — Una conversione. —
Orazio Vernet. — Lettera di Filippo Filippi alla Maffei su Liszt. —
Thalberg nel salotto Maffei.
Maria di Flavigny, nata da un emigrato francese a Francoforte sul Meno,
educata a Parigi, sposata al conte d’Agoult, conosciuta nel mondo
letterario col pseudonimo di Daniele Stern, viaggiava liberamente col
suo amico Francesco Liszt. Correva l’usanza dei viaggi a due. La Sand
e Alfredo de Musset, Liszt e la contessa d’Agoult ne erano i modelli.
Giorgio Sand nel terzo volume dell’_Histoire de ma vie_, discorre della
contessa d’Agoult, che volle averla seco a Ginevra. La Sand ne rimase
incantata: la dice “belle, gracieuse, spirituelle„. All’Hôtel de France
a Ginevra, dov’era alloggiata, la contessa d’Agoult aveva improvvisato
un giocondo salotto frequentato da poeti, da letterati, da artisti, e
da signore di passaggio, fra cui una milanese, celebre già per la sua
bellezza, la Marliani, definita da Napoleone Bonaparte che la vide a
una festa da ballo al teatro della Canobbiana di Milano: “bella fra le
belle.„ Chopin, Miçkiewicz, Nourrit, Eugenio Sue s’incontravano in quel
salotto colla Sand: Chopin e Liszt eseguivano al pianoforte le loro
composizioni; gli altri battevano le mani.
Le relazioni fra Liszt e la contessa d’Agoult apparivano così intime
che, quando nel 1838 giunsero a Milano e furono introdotti insieme nel
salotto della Maffei, questa, benchè indulgente, non potè non provarne
disgusto.
Maria d’Agoult contava trentatrè primavere, Francesco Liszt, che non
toccava ancora la trentina, sfolgorava nella pienezza della gioventù
e del genio, mandando dagli occhi i lampi, il fuoco della sua natale
Ungheria. Al nome di _Liszt_ (che in ungherese vuol dire farina)
palpitava il cuore delle signore, ammaliate dalla valentia e dalla
zazzera svolazzante del sommo pianista.
Quelle mani lunghe e nervose tempestavano sulla tastiera e ne
suscitavano uragani. Liszt suonò nel salotto Maffei; ma la contessa,
non ostante la fenomenale bravura dell’adorato concertista, non ne
serbò la migliore delle memorie. Ricordo con quale grazia una sera
dell’82 (dopo tanti anni!) ella raccontava i concerti di Liszt,
soggiungendo:
— Quando si sedeva al pianoforte, si levava i guanti gialli e li
buttava, con un gesto da imperatore, l’uno a destra e l’altro a
sinistra, perchè le dame li raccogliessero.
— E li raccoglievano?
— Eh.... qualche volta!
Prima di lasciare casa Maffei, Francesco Liszt affidò all’album della
contessa questo pensiero:
“Il y a des gens qui avec peu de paroles donnent beaucoup à penser:
d’autres, qui, avec beaucoup de mots éveillent peu d’idées, comme
les deux aiguilles d’un horloge, dont l’une va bien vite et ne
marque que les seconds, et l’autre, plus lente en sa marche,
désigne les heures.
“LISZT.„
“Mars, ’38.
E la contessa d’Agoult scrisse alla sua volta:
“Ce qui témoigne peut-être plus tristement de la misère de l’homme
c’est la déplorable facilité avec laquelle il s’abjure lui-même,
il abdique pour ainsi dire le sentiment de sa personnalité en
reniant les heures passées, les opinions, les sentiments, les
douleurs et les joies des jours qui ne sont plus. A mesure que son
cœur impuissant se détache des objets auxquels il voue un culte
passager, au lieu de les ensevelir dans un religieux silence, il
raille les heures d’abandon et de tendresse; il rit aujourd’hui
des enthousiasmes qui la veille lui ont fait verser des pleurs; et
à peine entré dans une phase nouvelle de son existence, il prend
en pitié celle qui vient de finir. Il ne respecte ni les amitiés
rompues ni les amours brisés: il insulte à son propre cœur en
insultant aux sentiments par lesquels il a été, en vertu desquels
il a agi; les affections qui ont fait partie de son être. _S’il
a plusieurs amis, c’est afin de se plaindre des uns aux autres_:
s’il change de maîtresse, ce n’est jamais sans dire à la dernière
qu’aucune femme n’a été aimée de lui: il arrive ainsi au tombeau
ayant menti à tout, même à son propre cœur....
“Pauvres humains, que vos rires font pitié! Quelle misère de sentir
si peu sa misère!
“MARIE COMTESSE D’AGOULT.„
“2 mars, 1838.
Belle parole, degne della penna di chi scrisse le “Esquisses morales„.
Alludeva ella forse a qualcuno?...
Insieme colla contessa d’Agoult, Francesco Liszt aveva presentato nel
salotto Maffei un giovanetto israelita, il suo allievo prediletto,
Hermann-Cohen, la cui storia è sommamente romanzesca.
Il celebre ungherese amava questo giovinetto tedesco da lui incontrato
sulle strade d’Amburgo.
Passeggiando un giorno per quella città, Liszt si vide avvicinare da un
ragazzo pallido e tutto tremante di vergogna. Credeva che si trattasse
d’un mendico, e fece atto di aprire la borsa; ma il giovinetto
arrestandogli la mano, gli disse supplicante:
— No, maestro, non vi domando l’elemosina, ma la vostra protezione. Io
amo la musica.... Prendetemi con voi!
E gli raccontò che, nato ad Amburgo da ricchi banchieri israeliti,
aveva ricevuto per cura del padre un’istruzione commerciale, ma che
si sentiva irresistibilmente trascinato allo studio del pianoforte.
Rovesci di fortuna avevano impoverita la sua famiglia, alla quale non
poteva essere più a carico....
Hermann Cohen (che nel mondo dell’arte venne conosciuto col solo nome
di Hermann) a sei anni meravigliava per la disinvoltura nel suonare
il pianoforte. Francesco Liszt gli promise di proteggerlo, e mantenne
la parola. Dopo un primo concerto ad Amburgo, Hermann ne diede due
altri a Mecklemburg e a Francoforte; quindi si stabilì colla madre a
Parigi, dove Liszt lo raccomandò subito ai potenti, gli fece scuola
e lo proclamò maestro. Dovendo Liszt recarsi a Ginevra per fondarvi
un conservatorio di musica, vi condusse seco Hermann e gli affidò la
scuola di pianoforte; ma l’insegnamento non era adatto a quello spirito
ardente e inquieto, che volle, invece, seguire il suo protettore nelle
peregrinazioni artistiche per il mondo.
Nel salotto Maffei, dove Hermann suonava già da maestro, senza farsi
pregare, s’incontrò in una signorina, bella, vivacissima e l’amò
riamato.
La Sand, in un piacevolissimo capitolo delle _Lettres d’un voyageur_,
parla della allegra gioventù di Hermann dandogli un altro nome. Lo
descrive in un albergo svizzero, nel quale egli vive accanto a Liszt,
facendosi passare per una ragazza. Difatti, quando la Sand si recò per
visitare Liszt, si vide venire incontro Hermann vestito da signorina:
lunghi bruni capelli gli scendevano sulle spalle. Persino l’albergatore
lo prese per una _jeune fille_.
Gli abbracciamenti impetuosi e tutti gli altri slanci e costumi di
Hermann, di Liszt e della Sand sembravano per lo meno strani ai
pacifici inglesi alloggiati in quell’albergo. Le dame d’Albione
scappavano inorridite pei corridoj: non così i maestosi loro mariti,
che scambiando per istrioni da villaggio i clamorosi artisti,
concertarono una sera, a cena, di farli agire, in una piccola
rappresentazione, e a tale scopo raccolsero fra loro una colletta, che
mise il colmo dell’allegria nella triade Sand, Liszt ed Hermann.
— Hermann (mi diceva un giorno la contessa Maffei) quando venne nel
mio salotto, non aveva ancora diecisette anni. Il suo sorriso, quasi
infantile, mi pare di vederlo.
Più tardi, egli ricercò della signorina amata, mandando apposta,
fin dai Pirenei a Milano, una sorella; e allora avvenne una scena
commoventissima.
Un profondo mutamento dovea seguire in quello spirito. Cominciò col
frequentare le chiese cattoliche; e i suoni dell’organo, gl’inni,
gl’incensi alimentarono il bisogno di fede che lo struggeva. Abjurò la
religione giudaica, in cui era nato, e a Parigi ricevette il battesimo.
Deciso di chiudersi in un convento, studiò teologia, ricevette gli
ordini sacri ad Agen, cittaduzza vescovile sulle rive della Garonna, e,
poco dopo, entrò nell’ordine dei carmelitani scalzi. Quando a Milano si
seppe che il prediletto allievo di Liszt era diventato “padre Agostino
Maria„ e saliva sui pulpiti spiegando un’eloquenza sublime, non si
fecero troppe meraviglie, conoscendo l’indole e l’ingegno di lui. Dagli
organi delle cattedrali più insigni, egli diffondeva armonie rapitrici
da lui stesso create ed eseguite. Predicando a Bordeaux, vi fece
eseguire una sua grande messa. Compose tutto un ciclo di cantici sacri:
_Gloire à Marie, Amour à Jesus-Christ, Fleurs du Carmel_....
Viaggiando un giorno di maggio sul piroscafo da Valenza ad Avignone,
s’incontrò in Orazio Vernet, gli si fece conoscere e gli parlò con
entusiasmo dell’influenza della fede sulle arti. Tutti ascoltavano a
bocca aperta la predica del carmelitano, il quale parlò senza posa per
cinque ore. Orazio Vernet, che racconta questo episodio in una lettera
datata da Cette (si può consultare il libro di Amedeo Durande, _Joseph
Carle et Horace Vernet_), accenna all’aria ispirata e all’eloquenza
trascinante del convertito.
Nella guerra del ’70, il padre Agostino Maria accorse da valoroso sui
campi di battaglia per curare i feriti; ma fu preso dal vajuolo e ne
morì, a soli quarantanove anni, da lui vissuti in una febbre continua
di sentimento e di pensiero.
Anche Liszt vestì poi l’abito ecclesiastico; ma quale differenza
fra gli ardori sinceri di padre Agostino Maria e le pose dell’abate
Liszt!...
La contessa Maffei e Liszt non mantennero più, dopo il 1838, rapporti
diretti. Filippo Filippi in una lettera datata da Buda-Pest, 25 aprile
1869, così informava sul celebre concertista la contessa:
“Qui c’è Liszt, divenuto abate: gli si preparano grandi ovazioni, e
si daranno in suo favore due gran concerti nei quali non si eseguirà
che musica sua; uno domani sera, l’altro il 30, nelle grandi sale del
Ridotto. Feci la sua intima conoscenza; e fu oltre ogni dire amabile.
È un po’ ridicolo cogli abiti da prete. Porta sempre i suoi lunghi
capelli bianchi ed ha una conversazione delle più aggradevoli. Abita in
casa del parroco della Metropolitana di Pest e non scrive che messe,
salmi ed oratorii. In conclusione, è un grande artista.„
Nel salotto Maffei vediamo venire anche Thalberg, che con Liszt formava
in quel tempo il più potente binomio pianistico. Pregato, Thalberg si
pose al pianoforte, ma con quale degnazione! Si sapeva bene che nelle
sue vene scorreva sangue principesco; ma l’avidità di lucro s’accordava
un po’ male colle sue arie. Suonando in casa Maffei, al cospetto di
signore, letterati ed artisti, egli pretendeva d’essere pagato. La
contessa gli inviò un grazioso regalo accompagnato da graziose parole,
ma egli le usò la scortesia di rimandarglielo.
La Sand venne in Italia nel 1834 con Alfredo De Musset e soggiornò fra
i poetici silenzii di Venezia con lui e col bellissimo medico veneto
dottor Pietro Pagello che le consacrò la barcarola
Coi pensieri malinconici
No te star a tormentar;
deliziosa barcarola che piaceva tanto anche alla contessa Maffei. Ma
alla Sand mancò il tempo e l’opportunità di venire ad abbracciare la
sua fervente ammiratrice, la Chiarina, colla quale stette in relazioni
cordiali. La contessa mandò nell’aprile del 1847 il proprio album alla
Sand, che vi scrisse il motto d’un suo libro: “Charité envers les
autres; dignité envers soi même; sincérité devant Dieu.„ La contessa
conservava più d’un ritratto dell’autrice d’_Indiana_. Nel salotto, ne
teneva uno coi capelli ricciuti e ondanti sulle spalle, meraviglioso,
inciso dal Calamatta; e un altro nella propria stanza da letto, —
stanza tutta trine, velluti e immagini, a ognuna delle quali era
congiunta una memoria diletta, una storia. Maurizio, figlio della Sand,
sposò Lina Calamatta, figlia del famoso incisore, che incontreremo più
tardi; tutti amici amatissimi dalla Maffei.
CAPITOLO VI.
MILANO PRIMA DEL 1848.
Idee di Francesco I e idee di Metternich. — Un giudizio di Massimo
d’Azeglio. — Incoronazione di Ferdinando I. — L’improvvisatore
Bindocci. — La Ristori. — Un brindisi dell’Imperatore e un
altro di Andrea Maffei. — Il pittore Molteni. — Musicisti della
società elegante. — Rossini. — Mercadante. — Poesia patriottica
del Rajberti. — La contessa Samoyloff e le sue eccentricità. —
L’ispiratrice della _Sonnambula_. — Luciano Manara.
Non ostante i drammi lagrimosi del romanticismo, de’ quali il pubblico
si pasceva, come più serena d’ora vivevano i nostri padri la vita!
Al punto in cui siamo col racconto, la preoccupazione politica (meno
poi la preoccupazione sociale ch’era _in mente Dei_) non turbava
l’andamento patriarcale delle adunanze o delle famiglie. Tutto scendeva
tranquillo per la sua china.
“Milano deve cadere. Cercherò che cada lentamente.„ — Così Francesco I
diceva al conte Confalonieri, appena distrutto quel Regno Italico che
avea avvezzato Milano alle grandigie d’una capitale. E Milano tornò
qual’era, una primaria città di provincia, onorata da alti ingegni e
da fieri caratteri che aspiravano all’indipendenza. Il processo dei
carbonari del ’21 fu un uragano funereo, ma fugace, nella placida città.
Tranne quel processo, che si chiuse cogli orrori dello Spielberg, il
Governo allora non bistrattava la città che, dissanguata dalle guerre
napoleoniche, desiderava il lavoro proficuo, la pace. Milano continuava
a ritrarre la sua opulenza dall’essere un gran centro agricolo. Non
emergeva ancora nelle industrie, alle quali si slanciò solo dopo il
’60, un po’ a discapito, forse e senza forse, degli studii letterarii,
degli studii di lusso, come altri li chiama.... Tuttavia, fin d’allora,
impiantava qualche industria, la cui ditta acquistò poi nome europeo,
come la fabbrica di porcellana detta di San Cristoforo ora Richard
sorta nel 1836. L’illuminazione a gas cominciò nel 1832 col rischiarare
dapprima la Galleria De Cristoforis, sotto i cui cristalli Tommaso
Grossi e altri letterati passeggiavano conversando, senza troppo
invidiare ai palazzi incantati dell’Ariosto. La seconda strada ferrata
d’Italia venne inaugurata fra Milano e Monza il 18 agosto 1840 (la
prima era stata inaugurata a Napoli), e parve un prodigio.
Massimo d’Azeglio lasciò ne’ _Miei ricordi_ una pittura quasi idillica
della Milano d’allora. Egli, lo spirito insofferente di vincoli,
non trova in Milano “quell’abuso di regolarità, di formalità, di
distinzioni sociali, di gesuitismo; quella mancanza assoluta d’ogni
sintomo di energia e di vita„ che l’opprimevano a Torino. I Milanesi
amavano sopratutto il teatro; e il governo di Vienna li faceva godere
colle ballerine, co’ cantanti, profondendo al teatro alla Scala ricche
doti alle quali gli accorti impresarii, col pretesto delle spese,
domandavano laute appendici; e le appendici venivano sempre concesse.
“È duopo ravvisare (nota Massimo d’Azeglio ne’ _Miei ricordi_) quanta
fosse la finezza e l’avvedutezza del governo austriaco. Esso, si può
dire, ha governato per tanti anni la Lombardia per mezzo del teatro
della Scala. E, bisogna dirlo, fino ad una certa epoca vi è riescito
bene.„
Peraltro, Metternich, in un memoriale diretto a Francesco I da Graz
nel 1817, mostrava al suo sovrano la necessità di scendere ad altre
concessioni per appagare lo spirito pubblico e l’amor proprio delle
provincie lombarde, dando a queste un’amministrazione che “provasse
agl’Italiani che non si volea trattarli alla medesima stregua delle
provincie tedesche della monarchia e che non si voleva fonderle con
esse.„ Aggiungeva che bisognava “conquistare il clero e gli scrittori
che esercitano la più grande influenza sull’opinione pubblica.„ Ma
come in ciò s’ingannava! Se qualche parte del clero s’inchinò servile,
gli scrittori quasi tutti tennero alta la fronte. Onore ai letterati
italiani, che sfidando povertà, carceri, patiboli, infusero a poco a
poco, con lavorìo lento ma infallibile, nelle masse il sentimento della
patria!
L’incoronazione di Ferdinando I nel 6 settembre del 1838 a Milano,
diede luogo a feste sontuose che Milano ricorda tuttora. Il monarca era
accompagnato da un ricco, lentissimo, interminabile corteo di cavalli
e cavalieri, di ciambellani, di guardie nobili, d’araldi, di carrozze,
una delle quali (quella del rettor magnifico di Pavia) cigolò colla
nota più acuta per tutto il lungo percorso. Stanco, oppresso dalla
fatica delle cerimonie, Sua Maestà cinse la Corona ferrea in mezzo al
Duomo, che appariva trasformato in una spettacolosa scena di teatro
mercè il talento del Sanquirico scenografo della Scala, eletto ad
addobbarlo per la circostanza solennissima.
La decorazione d’archi gotici, di baldacchini per l’Imperatore, pei
cardinali, pei vescovi, pei diplomatici intervenuti; di panneggiamenti
rossi e celesti, di veli, di dorature, d’angioli, di Fame colle trombe
in bocca, d’aquile, corone, bandiere, piume bianche, lampadarii, tutto
quel subisso coreografico strappò gridi di meraviglia alla moltitudine
che accorse per più settimane ad ammirare; e suscitò il felice frizzo
satirico d’un ignoto. Un’accademia di poesia estemporanea venne
offerta alla cittadinanza dal Bindocci nel ridotto del teatro alla
Scala. All’improvvisatore fu dato, fra gli altri, il tema del _Duomo
decorato_; e un ignoto gli suggerì che ogni strofa suonasse con un
ritornello accettato subito dal vate:
Santo Iddio!... Che bella cosa!...
Chissà quanto costerà!...
Alla Scala, ballava la Cerrito; al teatro Re, recitava Amalia Bettini,
paragonata dalla _Revue des Deux Mondes_ alle più acclamate attrici
francesi. Al teatro Carcano, la Marchionni, il Vestri, la Robotti, la
Ristori, e un’attrice di effetto, la Romagnoli, rapivano il pubblico
affollato. Il maestro Vaccaj fece eseguire alla Scala un suo inno per
l’Imperatore. Balli, divertimenti, luminarie, acclamazioni dappertutto.
Sul corso di Porta Romana, il conte Francesco Annoni, comandante della
guardia nobile improvvisata per la circostanza, illuminò la facciata
del proprio palazzo con tale sfarzo che la fantasia popolare vi scorse
persino non so quale favolosa miriade di brillanti sulle cornici
delle finestre!... Nel gran banchetto ufficiale a Corte, Ferdinando
si alzò pallido, commosso, e brindò ai buoni sudditi Lombardo-Veneti,
bevendo nella coppa della regina Teodolinda. E per contrasto ai lauti
banchetti, nella mostra di belle arti a Brera, tre pittori esposero tre
spaventevoli conti Ugolini morenti di fame coi figliuoli. I pittori
andavano a gara a dipingere ritratti del nuovo coronato; ma il più bel
ritratto fu dipinto dal Molteni, nella cui casa, fra i lieti calici,
Andrea Maffei espresse (dice un cronista del tempo) “in leggiadrissimi
versi il comune tripudio.„
Il Molteni fu rimproverato un giorno di amare un po’ troppo i colori
della bandiera imperiale: ma egli pronto rispose: “Cari miei, la
pittura non ha _colore_!„
Nelle famiglie si canta, si suona. La società milanese, nell’epoca che
tocco, è una società filarmonica per eccellenza. Molti nobili coltivano
la musica al punto da ingelosire gli artisti di mestiere. La famiglia
Belgiojoso è tutta una famiglia d’artisti: il principe Emilio incanta
colla sua voce di tenore; il conte Pompeo possiede tal voce di basso
che Gioachino Rossini lo vuole a Bologna per eseguire il suo _Stabat
Mater_: il conte Antonio compone notturni, oratorii, messe e _La figlia
di Domenico_, operetta che rappresenta al teatro Re. La contessa Rosa
Bargnani delizia col suo canto di soprano i molti che sollecitano
l’onore d’essere accolti nelle sue sale. Essa rappresenta il tipo più
internazionale che si possa immaginare; ateniese il nonno, inglese il
padre, italiana la madre sua: e delle statue greche essa ha il profilo;
delle donne inglesi, la chioma bionda; delle italiane, il fuoco; Andrea
Maffei le consacra un’elegante canzone sulla musica, e la contessa
Clara la copre di baci, nutrendo per lei un’amicizia che il tempo non
farà illanguidire.
La contessa Francesca Nava, nata marchesa d’Adda, autrice di varii
pezzi per piano e due salmi a quattro voci con accompagnamento di
organo, emerge quale pianista. Cirilla Cambiasi-Branca è chiamata “il
Liszt delle pianiste lombarde.„ Essa è la primogenita di quel Paolo
Branca, nella cui casa convengono tutte le Muse, il canto di Matilde
Juva sembra quello d’un angelo: più tardi delizierà anche i superbi
ricevimenti di Napoleone III alle Tuileries.
E don Diego Araciel, violinista e contrappuntista impeccabile? E don
Giovanni Balabio, mecenate e suonatore di flauto da gareggiare con
un magno professore, il Rabboni? E il conte Castelbarco autore di
sei duetti per violini, di dodici quartetti e dodici quintetti, d’un
trio per violino, viola e violoncello, d’una sinfonia e delle _Sette
parole_ della Creazione per grande orchestra e canto?... Tutta musica
dimenticata; ma allora occupava i gentiluomini, la società milanese, la
società italiana.
Pietro de Moyana rappresentò al teatro Carcano una farsa musicale,
_Emma di Fondi_. Un abate, Giuseppe Prina, e il nobile Giovanni
Sala, violinista e compositore di ballabili, emergevano anch’essi
nella schiera musicale. Il Sala faceva ballare coi suoi valzer i più
graziosi piedini; Carlo Besana colla sua voce di basso facea tremare
le finestre delle case dove era ricevuto cogli onori d’un principe.
Altri bassi dilettanti in voga si chiamavano Lotterio e Battezzati,
festeggiatissimi nelle famiglie dove si giuocava alla tombola. Men
festeggiato dall’alta società erettasi ad Areopago fu, alla Scala,
il conte Marco Aurelio Marliani, che vi rappresentò la sua opera
_Ildegonda_, ispirata dalla novella del Grossi. Il duca Giulio Litta,
squisito gentiluomo che molti di noi hanno conosciuto, a questo tempo
era assai giovane, ma già segnalavasi per la sua passione alla musica.
Tutte, o quasi tutte le signore e i signori filarmonici più cospicui
andavano in casa Maffei dove si tenevano spesso ammiratissimi concerti
specialmente in onore dei forestieri illustri che vi erano presentati.
Gli anni ’37 e ’38 restarono famosi per la quantità di cantanti e di
maestri convenuti a Milano, fra cui il gran Rossini.
Si racconta una delle scene più gioconde di Rossini a Milano; una
scenetta del tempo (anteriore a questo) in cui il maestro capitava
provvisto di tutta la sua gajezza. Egli con Bellini e Mercadante si
trovava una sera all’osteria dell’Aquila. Nell’uscire, fecero una
scommessa per vedere chi dei tre era capace di camminare dugento passi
su un piede solo. Bellini non potè reggere e cadde; Rossini si sostenne
a stento; Mercadante toccò glorioso la meta. Fanciullaggini, ma sono
indizi del filosofico buon umore che allora rallegrava la vita.
In un banchetto offerto nel 1838 in onore dell’autor del _Barbiere di
Siviglia_, il Rajberti lesse una poesia milanese che fra le barzellette
gittava un’ardita nota patriotica sull’Italia ancor madre di grandi:
Sâl, sur Rossini, cossa gh’hoo de di’?
Che sta povera donna strapazzada,
Serva strasciada che la perd i tocch,
Dopo che la n’ha faa tanta sventrada,
Adess de Omoni ne fa troppi pocch:
Ma quij pocch che la fa, per la Madona!
Hin ancamò i fiœu de la padrona.[4]
Questa poesia sollevò entusiasmo. Tutti la copiavano, e la facevano
girare manoscritta. La contessa Maffei volle che il Rajberti gliela
trascrivesse egli medesimo nell’album, dove la leggo per intero.
Il Rajberti improvvisava al Caffè Cova satire contro coloro che si
sbracciavano per adulare lo straniero; lo scultore Pompeo Marchesi, fra
gli altri, non isfuggì a quegli strali che ferivano anche i buoni e
gl’innocenti. L’aureo Gherardini (amico anche questi di casa Maffei) fu
preso di mira dal Rajberti; perciò, quand’egli seppe che il suo crudele
persecutore per un insulto d’apoplessia perdette la favella, non potè
frenarsi dall’esclamare: “Ne ha tanto abusato!„
Gli ufficiali austriaci venivano specialmente accolti nella casa della
contessa Samoyloff e in quella di Giuditta Turina, ispiratrice di
Vincenzo Bellini.
La contessa Giulia Samoyloff fu una delle figure più singolari della
società non solo milanese, ma europea per le sue simpatie, per le sue
stranezze, per le beneficenze. Merita che se ne tracci il profilo.
Nata in Russia nel luglio 1803, dal conte Pahlen, capo dei congiurati
che strangolarono lo czar Paolo I, è allevata coi principi del sangue
imperiale alla Corte di Pietroburgo. Suo marito Samoyloff muore presto;
ed ella cerca e trova conforto a Milano, dove si conduce per la sua
amicizia e parentela colla casa ducale Litta, dalla quale riceve un
assegno di centomila lire all’anno lasciatele da un Litta, ammiraglio
ai servigi della Russia e suo congiunto. Entra nella nostra società
in un sontuoso ballo mascherato che un gran signore magiaro, il conte
Giuseppe Batthiany, offre ai nobili di Milano: ella veste il pittoresco
costume di contadina russa col cappello dal velo piovente fino a
terra, abito rosso, maniche bianche. Alta, di forme opulente, dalle
chiome corvine, dagli occhi d’un color verdastro più che voluttuoso,
attira l’attenzione fra altre bellezze superbe, e l’Hayez la ritrae.
Appassionata pei cani, ne alleva nel suo ricco appartamento di via
Borgonuovo, un gran numero; si ricordano ancora i funerali da lei
ordinati in onore d’una cagnolina,
Vergine cuccia delle Grazie alunna,
la cui salma fu accompagnata all’ultima dimora in giardino, da un
corteo indisciplinato di altre cagne e cani, raccolti fra gli amici
per rendere più solenni le estreme onoranze. Si parla ancora di una
mascherata di gatti che l’eccentrica contessa lanciò per il corso un
giovedì grasso, sotto un furiosissimo diluvio di coriandoli, de’ quali,
nei carnevaloni avanti il ’48, si faceva un getto immenso, fantastico.
Gelosa conservatrice delle sue carni, si bagna religiosamente ogni
mattina in una vasca di latte. Non capisce nulla nulla di musica, e
piglia fuoco per ogni musicista. S’innamora d’un oscuro baritono, bel
giovane, certo Pery che a Como strilla alla peggio la parte di Carlo
V nell’_Ernani_, e vuole sposarlo. Il “sommo Carlo„ sembra pazzo di
gioia: immaginarsi che il pover’uomo passa dai digiuni forzati in
una topaja alle sontuose mense della contessa in un appartamento
principesco. Ma la contessa è condannata per augusti voleri a scontare
il suo capriccio nuziale. Da questo momento, viene esclusa da ogni
ricevimento a Corte: lo scandalo è enorme. Morto anche il baritono, per
essere accolta di nuovo a Corte, la Samoyloff sceglie a terzo marito
un conte dal quale si divide presto: prima si era accesa anche per il
maestro Pacini, che dimenticò per lei la sospirosa principessa Paolina
Borghese. I legami colla Samoyloff non giovarono troppo al buon nome
dell’autor della _Saffo_; e i milanesi lo punirono fischiando le sue
opere. Fra gl’intimi amici dell’eccentrica dama, va annoverato anche
Giangiacomo Pezzi, di cui si ricorda ancora il giornaletto _I fiori_,
perch’egli v’intercalava in ogni numero fervidi omaggi poetici alle
sue dive. Questo Giangiacomo Pezzi (figlio di Francesco Pezzi, il
giornalista) avea raccolto un’eredità da uno zio mercante di porpore
e, per reggere col lusso della Samoyloff, la sciupò tutta sfoggiando
persino nell’intimità della cucina secchie d’argento. Un giorno, la
contessa Samoyloff si trova nel salotto Maffei colla poetessa Giulietta
Pezzi, sorella del tenero amico suo. Vederla, baciarla e sciogliersi
in pianto per il dolce ricordo ch’ella le ridesta, è un punto solo. Se
la stringe al cuore e più al suo volto.... ahimè con effetti pittorici
veramente lagrimevoli; perchè quando la giovane scrittrice si toglie
da lei, i presenti notano un doppio curioso spettacolo: il viso di
Giulietta tinto di nero; e il viso della Samoyloff rigato da grosse
lacrime dello stesso colore. La dama russa usava tingersi copiosamente,
disperatamente, col nero-fumo le ciglia e le sopracciglia.... Questa
manìa non l’abbandonò neppure in punto di morte. Sentendosi vicina a
morire, supplicò la cameriera di tingerle dopo morta le sopracciglia
con ogni diligenza, perchè altri non s’accorgesse che erano incanutite.
Non avendo figli, la Samoyloff aveva adottato una figlia del Pacini e
un’altra ragazza che prima andò sposa al colonnello austriaco Aspas
e poi al fratello del baritono di Como, Pery. Molti ridevano di lei,
ma molti altri la benedicevano. Nessun povero partiva dalle sue sale
colle mani vuote. Quanti inventavano affanni e tragedie domestiche per
commuoverla e strapparle sussidii! Una casa bancaria *** arricchita nel
ladresco arruffio del periodo francese, venne salvata dal fallimento
mercè la misericordia della Samoyloff.
A scopo di beneficenza, la dama russa volle recitare una sera al Teatro
Re nelle _Prime armi di Richelieu_; mentre il canonico Ambrosoli
(noto anche per una predica eloquente tenuta in Roma a favore degli
Israeliti) sedeva alla porta d’ingresso per raccogliere le offerte dei
generosi.
Spendendo ingenti somme in balli sfolgoranti, in cene, in beneficenze,
la Samoyloff si trovava qualche volta in possesso di pochi napoleoni
d’oro; eppure elargiva anche quelli ai supplicanti. Signora degna
d’un trono pei modi squisiti, li spiegava tanto cogli ospiti più
ragguardevoli quanto coi poverelli. E lo sapevano i molti suoi servi,
incliti ladri, e il suo guardaportone ch’era un patrizio impoverito,
l’ultimo (dicevasi) dei Pusterla.
La contessa Giulia Samoyloff morì a settantadue anni, nel 1875 a
Parigi. Côlta una notte da malore mortale, se ne stava tutta sola
nella sua camera con un cane; e questa povera bestia, accortasi del
pericolo, corse ad avvertire uno degli amici di casa, uno dei tanti
beneficati, che non volendo lasciare in balìa dei domestici la propria
benefattrice, dormiva vicino a lei, pronto ad ogni soccorso. Il
cane saltò sul divano dov’egli riposava; senza abbajare, lo svegliò
raspandogli il petto, e gli fece capire che una sventura stava per
succedere; e ciò con un sentimento, con un’espressione quasi umana.
Morendo, la contessa Giulia Samoyloff lasciò ogni ricchezza all’ultimo
suo compagno, un medico di Tolone; gli lasciò persino i ricami ch’ella
soleva eseguire con arte sopraffina, mentre un giovane milanese
(appunto quel beneficato ora professore di musica a Milano) andava
leggendole libri e giornali nelle ore consacrate alla lettura.
Nel salotto Maffei, la Samoyloff andò solo nei primi anni allorchè esso
era letterario, artistico ed elegante. Quando il carattere patriottico
del salotto cominciò ad accentuarsi, ella non vi comparve più, non
venne più ricevuta.
Clara Maffei non accoglieva alcun ufficiale del presidio austriaco,
per quanto d’alto splendore di natali e per quanto colto: la contessa
Samoyloff, invece, ne riceveva tutta una schiera, anche per il gusto di
conversare nell’idioma di Goethe in cui era maestra.
La Maffei sorridendo raccontava un aneddoto riguardo a un giovane
ufficiale austriaco che desiderava (prima del ’48, si noti) di farle
una visita. La contessa gli fece rispondere che non _c’era mai_.
Qualche giorno dopo, mentr’ella si trova sulla via a passeggio
con un’amica, incontra l’ufficiale. E questi, che conosce l’amica
l’avvicina e fattole un rispettoso saluto, le dice:
— Come mai, signora, se ne _va tutta sola_?
Giuditta Turina, milanese, non istruita come la Samoyloff (che parlava
e scriveva cinque lingue), potea vantarsi d’aver posseduto anch’ella
il suo Pacini; anzi il fortunato rivale del Pacini; il creatore della
_Norma_ e della _Sonnambula_.
Era bella, di statura piuttosto alta, di capelli ed occhi castani
scuri. Venne sposata sedicenne dal padre (un Cantù di Pavia,
negoziante di sete) a Ferdinando Turina, possessore di vasti terreni
a Casalbuttano, generoso verso i poveri ma di modi poco raffinati.
La giovane sposa s’incontrò una sera con Vincenzo Bellini a Genova,
al teatro Carlo Felice, nel palco d’una dama ligure, la marchesa de’
Lomellini Tulot; e si accese subito per lui. Cominciati a Genova, i
loro amori divamparono a Milano, a Napoli, e nei silenzi di Moltrasio
sul lago di Como.
Un fratello del marito lo persuase finalmente a separarsi da una donna
ch’egli non potea render felice. La divisione avvenne, ma senza scene,
senza scandali.
Al pari della contessa Samoyloff, Giuditta Turina non ebbe figli. Del
marito non parlava mai con disprezzo: tutt’altro. Alla morte di lui
si mostrò costernata (benchè non lo vedesse da quasi mezzo secolo)
e vestì il lutto più stretto. I suoi vecchi visitatori si sentirono
allora in obbligo di recarsi tutti a confortarla là, in via Verri,
nelle sue stanze a pian terreno, che mettevano in un piccolo giardino.
Il 1.º dicembre 1871, questa notissima signora (che la contessa Maffei
solo appena salutava per via) morì settuagenaria. Sia pace alla sua
anima che in fondo era buona, e che inspirò un miracolo di grazia e di
sentimento: _La Sonnambula!_
Una pennellata al quadro della società milanese prima del ’40, è data
da una lettera di Giulio Carcano:
“Una celebre dama russa, le sue carrozze, i suoi cani erano il soggetto
di mille discorsi. Molti signori sfoggiavano l’imitazione delle mode
inglesi e francesi; e accanto a queste novità, si mantenevano in certe
famiglie patrizie le antiche abitudini, le tradizioni di rispetto, di
cerimonia, d’un certo sussiego spagnuolo, temperato dalla bonarietà
ambrosiana. I gentiluomini bigotti e bonarii permettevano ai figli di
ballare, ma dopo la recita del rosario.„
Ho qui dinanzi tutta una serie di briose lettere inedite di Luciano
Manara, bellissima natura leonina, una delle più splendide che onorino
la razza italiana. Son lettere famigliari alla donna gentile che portò
degnamente quel nome glorioso. Esse rivelano parte dei costumi della
società e mostrano la calma del periodo che precedette il ’48; quel
sereno che non faceva sospettare la tempesta. Allora Luciano Manara
veniva chiamato per la sua squisita eleganza il _milordino_.
Alcuni, ligii al passato, abborrivano con orrore dalle mode di cui
parla Giulio Carcano. Andava famoso per Milano un ricco sacerdote,
Ferdinando Della Croce, il quale conservò sino all’ultimo giorno di sua
vita (che fu il 28 marzo 1855) la zazzera incipriata in uso fra gli
ecclesiastici nel Settecento: si può vederlo nella copiosa galleria dei
ritratti dell’Ospedale maggiore di Milano ch’egli beneficò morendo.
E ora che abbiamo osservato i dintorni del salotto Maffei,
ritorniamovi: vi va Luciano Manara, e un eccelso amico di questi:
Giuseppe Verdi.
CAPITOLO VII.
VERDI.
Lettera di Giuseppe Verdi. — Giuseppe Verdi e Giulio Carcano. —
Loro discussioni su Shakespeare. — Pensieri di Giuseppe Verdi sul
vero e sul fantastico. — Nella pace di Clusone. — Un’anima.
L’amicizia ottiene un culto quasi religioso in casa Maffei. O amicizie
nobili e alte, che non illanguidite per mutar d’anni o di vicende;
amicizie nate nel giorno della gloria, del pericolo o del dolore, e non
spente neppur dalla morte, poichè anco dopo l’ultimo addio, vivete nei
cuori dei superstiti; con quale splendore siete fiorite in parecchie
anime elette, in alcune anime grandi! L’amicizia che per la contessa
Maffei alimentano Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi; Tommaso Grossi,
Giulio Carcano e insigni politici del risorgimento d’Italia, sono
l’elogio più bello non solo di quella gentildonna, ma anche di quei
tempi tanto maggiori dei nostri; tempi in cui sacrificando agl’ideali
dell’amicizia e alla patria, si obbediva alla voce migliore della
coscienza.
Nella vita di Clara Maffei, il 1842 segna un punto luminoso. In
quest’anno ella conosce Giuseppe Verdi, colui che le sarà amico
fido e venerato e per il quale ella nutrirà sempre entusiasmi senza
limiti, non solo in omaggio all’artista di genio, ma anche in omaggio
all’uomo di carattere. Non è vero quello che si dice dell’inamabilità
di Giuseppe Verdi. Certo egli odia l’infinita schiera dei seccatori e,
come Massimo d’Azeglio, vorrebbe forse che ai dieci comandamenti fosse
aggiunto, undecimo: _non seccare_; ma nel fondo è cortese, e alle care
memorie la sua gentilezza si risveglia subitanea. Gli chiesi quando
conobbe la contessa Maffei, ed egli mi rispose subito:
“Busseto, 14 giugno 1892.
“_Signor Barbiera_,
“Poco, ben poco ho a dirle della povera contessa Clarina Maffei.
“Fui presentato a Lei nei primi mesi del 1842. Da quell’epoca i
nostri rapporti amichevoli sono stati sempre eguali e costanti
finchè Ella visse.
“Le lettere corse fra noi a maggiore o minor frequenza in sì lungo
spazio di tempo non hanno nissuna importanza e non meritano di
farne parola.
“Mi creda colla più sincera stima
“devotiss.
“G. VERDI.„
Il sommo maestro fu presentato a Clara Maffei all’epoca memoranda del
trionfo del _Nabucco_ alla Scala (9 marzo ’42) che rivelava un genio
nuovo, e di cui tutta Milano, stupita, commossa, parlava come d’un
prodigio. Egli era un giovane modesto d’aspetto e semplice di modi.
Al rovescio di tanti, e ahimè! troppi altri, non posava a genio.
Giulio Carcano, col quale, in quello stesso anno, s’incontrò presso
la contessa, imparò ad amarlo, riamato, d’un’amicizia profonda e
indissolubile. Giuseppe Verdi e Giulio Carcano si trovarono, cinque
anni dopo, entrambi a Clusone, nella valle Seriana, sul Bergamasco,
dove la Maffei passava ogni anno l’estate, lieta di rivedere il cielo
nativo, lieta di godere la pace campestre dopo il _frou-frou_ (com’ella
scriveva ad un amico) della città e dei ricevimenti del suo salotto
cosmopolita.
Ospiti entrambi della contessa, Giuseppe Verdi e Giulio Carcano
lavoravano liberi, quest’ultimo sotto qualche pianta, e Verdi solo
soletto su un’altura ombrosa, e ivi, nella solitudine, nei profondi
silenzii, quel Genio creava. Alla sera, i due amici si rivedevano e
discutevano di poesia, d’arte. L’argomento preferito era Shakespeare,
della cui immensità Giuseppe Verdi si mostrava ammirato e dei cui
drammi Giulio Carcano approntava allora la traduzione poetica.
Nell’anno 1847, Giuseppe Verdi, rappresentò per la prima volta a
Firenze il suo _Macbeth_ sul libretto del Piave, e Giulio Carcano
pubblicò per la prima volta il _Macbeth_ di Shakespeare nella sua linda
traduzione. I versi del libretto del _Macbeth_ non erano però tutti del
Piave: alcuni erano stati aggiunti da Andrea Maffei, che poi compose
per Verdi il libretto dei _Masnadieri_.
Le discussioni del maestro col Carcano, s’aggiravano un giorno
sull’elemento umano e sull’elemento fantastico nel dramma. Il primo
piaceva, e piace, a Giuseppe Verdi di gran lunga più del secondo.
Sull’album della contessa egli lasciò, vergato di suo pugno, questo
pensiero: “Il fantastico è cosa che può provare l’ingegno; il vero
prova l’ingegno e l’animo.„
Nessuno più del meraviglioso maestro possiede il genio lucido e
determinato: egli è natura artistica schiettamente, gloriosamente
italiana. Nessun contorno indeciso: la stessa dolce mestizia e
l’elegia, come nello straziante preludio del terzo atto della
_Traviata_, ondeggiano entro limiti ben definiti. Le sue passioni
non sono passioni di dèi o di semidei che contempliamo stupiti, ma
che non ci toccano; sono passioni di cuori umani, che amano come
noi, che odiano come noi, che piangono nella disperazione mortale. A
proposito della scena del sonnambulismo nel _Macbeth_ di Shakespeare,
Giuseppe Verdi così diceva in una delle sue bellissime lettere
inedite a Giulio Carcano; lettere che trattano spesso d’arte, scritte
anch’esse in uno stile reciso e scultorio, dove neppure una frase è
incerta, dove neppure una parola è superflua: “Quanto hai fatto bene a
tradurre in prosa come nell’originale il sonnambulismo del _Macbeth_!
Hai detto benissimo: un epiteto, una parola, un’inversione poetica
possono infiacchire il vigore del testo.„ È ben vero, ch’essendo il
sonnambulismo un profondo turbamento nervoso, il linguaggio poetico non
sarebbe fuor di luogo; ma si vede dalle parole di Verdi quale rispetto
ei senta per Shakespeare, per la manifestazione del genio altrui.
Il maestro, che molti e molti anni prima di musicarlo, accennava al
Falstaff (lo rilevo da una sua lettera alla contessa Maffei), alludendo
sempre a Shakespeare da lui definito il “papà di tutti„ diceva:
“Copiare il vero può essere una buona cosa, ma _inventare il vero_
è meglio, molto meglio. Pare vi sia contraddizione in queste tre
parole _inventare il vero_; ma domandalo al papà! Può darsi ch’egli si
sia trovato con qualche Falstaff, ma difficilmente avrà trovato uno
scellerato così scellerato come Jago, e mai e poi mai degli angeli come
Cordelia, Imogene, Desdemona, ecc.; eppure sono tanto veri! Copiare il
vero è una bella cosa; ma è fotografia, non pittura.„
A Verdi non sarebbe dispiaciuto musicare _l’Amleto_: Giulio Carcano
desiderava di approntargli il libretto.
Nel ’48, allorchè il Carcano accompagnava il marchese Anselmo
Guerrieri-Gonzaga a Parigi in una missione politica, vi s’incontrò
con Verdi: e il nuovo incontro fu affettuosissimo e ravvivò ancor
più l’amicizia. La Maffei avvertiva Giulio Carcano ogni volta che il
maestro passava per Milano, affinchè si trovassero da lei insieme,
nelle prime ore della sera, quando riceveva nel suo salotto solo i
più intimi, gli _andeghée_ (i _parrucconi_) secondo la definizione
meneghina d’uno di loro, uomo di spirito.
E i più intimi qualche volta giocavano alle carte!... Carlo Tenca (del
quale ci occuperemo più innanzi) ricordava nel 1869 alla contessa
quel piccolo gruppo solitario di giocatori d’occasione, fra’ quali
primeggiava colla sua vigorosa testa di artista creatore Giuseppe
Verdi. A proposito del lieto successo del _Don Carlo_, che si
rappresentava alla Scala, e accennando non senza pungente tristezza
agli oltraggi che un velenoso giornale distribuiva allora a intemerati
uomini di parte moderata, il nobile patriota così scriveva da Firenze
all’amica gentile:
“Leggo nei giornali che Verdi è a Milano e vi è stato accolto con
festa. Manco male che per l’arte musicale il pubblico mostri un
po’ di quella reverenza che non ha per altre cose. E fortunato il
Verdi, il quale può diventare milionario senza suscitare l’invidia
e la malevolenza degli stolti e dei bricconi. Quanti valentuomini
invece fanno fatica a vivere poveramente e si beccano il titolo
di ladri e di furfanti! M’immagino ch’egli verrà ogni sera da voi
nelle ore dedicate agli _andeghée_, e chi sa che non si risusciti
il tresette come si aveva costume di fare tanti anni addietro! A
pensarci, sono davvero tanti questi anni trascorsi dal tempo in cui
si passava con Verdi un’oretta bisticciando al tavolino colle carte
in mano. Suppergiù, un quarto di secolo!„
Giulio Carcano era ciò che Mazzini diceva di Carlo Bini: era
un’_anima_. Egli visse solo pei più nobili affetti. Impossibile
immaginare una macchia, una volgarità in quel carattere, che amava
con purezza e devozione Dio, l’Italia, la famiglia, gli amici, il
popolo, l’arte. Patrizio d’una famiglia originaria di Como, inscritta
nella nobiltà milanese fin dal secolo XII, egli faceva onore al motto
del suo stemma, che pareva trovato per lui: _Sine macula et nive
candidior_. Questo discendente di feudatari palpitava per gli umili,
ne descriveva le miserie con tenerezza quando il socialismo non le
sollevava ancora con brutalità. Coloro i quali lo accusavano (e lo
deridevano persino!) della sua facile commozione, non sapevano che
questa nasceva al cospetto di dolori veri, dei dolori delle classi
diseredate, di tutta la lunga schiera degli infelici, “al duro mondo
ignoti.„ Certe sue storie mestissime non sono inventate, no; il fondo
n’è vero, pur troppo! Non gli fu certo estraneo l’esempio del Manzoni,
narratore anch’egli di due contadini oppressi dai prepotenti: e neppure
un altro modello _Il Vicario_ di Goldsmith: ma il sentimento gli
sgorgava spontaneo, sincero. Quel suo modo di scrivere sommesso come un
affettuoso consiglio materno era adatto per insinuarsi nei cuori. Egli
vedeva il mondo attraverso un velo di lagrime; pur non gli mancavano
i fieri ardimenti e nell’arte e nella politica. Nella politica, alla
vigilia delle Cinque Giornate spiegò un coraggio che la storia milanese
ricorda; nell’arte, mostrò più che coraggio; si cimentò con Shakespeare
traducendolo da cima a fondo.
Clara Maffei nutriva per Giulio Carcano come per Verdi profonda
amicizia di sorella. Vedremo uniti questi due nomi, invocati quasi come
genj tutelari, in una sua dolorosa risoluzione.
A Milano, la Maffei accoglieva una società svariatissima; a Clusone,
invece, nella propria casa di villeggiatura, si limitava agli amici
più intimi e a persone del luogo e dei dintorni formando ivi pure un
salotto, molto semplice, peraltro, e modesto.
Clusone giace lontano una trentina di chilometri da Bergamo, in bella
posizione, al vivo bacio dell’aria de’ monti, quell’aria purissima,
salubre, dal Parini tanto invocata a Milano, e che ridava vigore
alla contessa spesso stanca rifinita dai lunghi ricevimenti in
città. Scavando nel suolo, si trovarono lapidi romane che attestano
dell’antichità e dell’operosità del luogo. Una di esse accenna a un
prefetto romano, dimorante a Clusone e incaricato di presiedere a una
fabbrica d’armi. Il Fanzago lasciò in Clusone, sua patria, uno dei
famosi orologi da lui costrutti. E chi non conosce l’ampio affresco
dipinto nel Quattrocento in un lato esterno dell’antico oratorio dei
Disciplini consacrato a san Bernardino da Siena? In alto della pittura,
emerge il trionfo della Morte; al basso, una danza macabra; pagina di
consolazione ai miseri, che vedono trascinati ed eguagliati nel ballo
spaventevole i potenti e i felici. Ma il tempo, critico inesorabile,
cancella a poco a poco la ridda funerea, degna dei foschi eremitaggi
settentrionali, e che contrasta troppo colla letizia del cielo
italiano, colla pace dei dintorni.
CAPITOLO VIII
G. PRATI — NICCOLINI — GIUSTI.
Giovanni Prati e le sue ammiratrici. — Giovanni Torti. — Storia
dell’ispiratrice di _Edmenegarda_. — Il cardinale conte Gaysruck.
— Giuseppe Revere. — Il marchese Giuseppe Arconati Visconti. —
Il tipo del _Marchese Colombi_ di Paolo Ferrari. — Giambattista
Niccolini, la contessa Maffei e donna Rosa Poldi-Pezzòli nata
Trivulzio. — Giuseppe Giusti in casa Manzoni, nel salotto Maffei
e sul lago di Como. — Suoi terrori. — Una pagina della polizia
segreta. — Carlo Cattaneo. — Enrico Cernuschi. — Abati galanti. —
Felice Romani ed altri letterati.
Giovanni Prati, alto, baldanzoso e ben chiomato, giunge a Milano
nel fiore splendente della giovinezza e della fama; e vien subito
presentato da Andrea Maffei alla contessa. Egli ha ventisette anni, ed
è celebre per la sua _Edmenegarda_, che i giovani e le signore sanno a
memoria.
Il Manzoni (che chiamerà i versi del Prati “fiori e fieno„), il
Grossi e il Torti — la trinità poetica ufficiale di questo tempo — lo
accolgono benevoli.
Giovanni Torti, il bel vegliardo, anch’egli di statura vantaggiosa, di
maniere dolcissime, visita la contessa Maffei e, benchè romantico quasi
come il Prati, sostiene nelle sue discussioni con questi la sentenza
di Boileau, che piace al Manzoni: _il n’y a de beau que le vrai_. Il
Prati ama il vero, ma il vero avvolto in una nebbia iridescente; egli
detesta, come il cantor di Bassville,
L’arido vero che de’ vati è tomba,
e s’abbandona volentieri all’immaginazione, all’impeto dell’estro, del
quale offre qualche prova in casa Maffei, recitando versi che sulle sue
labbra suonano più che mai armoniosi.
Egli recita assai bene. “Recita come il Monti„ dice il Maffei. I due
poeti, trentini entrambi, si scambiano abbracci e sonetti. Il Prati
ammira nel Maffei l’“alta eleganza„; il Maffei ammira nel Prati l’“alto
volo.„
Nell’album della contessa, il cantor d’_Edmenegarda_ scrive una
rapida ballata, _Olga_, che nella forma risente dell’improvvisazione
e nel concetto s’annoda alle liriche allusive, nelle quali l’Italia è
raffigurata in una vergine bella e melanconica, vittima a’ piedi del
despota. Olga è più che bella,
Fior celeste, che matura
Fra le nevi in riva al Volga,
Fior che allegra al russo despota
L’aspre notti e i corti dì.
Aspri sogni e veglie dure
Ella alterna a ree giornate;
Pensa sempre a le pianure
Di Varsavia insanguinate;
Mira il padre.... e un lungo fremito
Le fa i labbri impallidir.
Ma sorgerà un giorno felice, un giorno di libertà anche per lei:
Oh, se è ver che il Dio di tutti
Questo giorno a te destina,
Sollevarsi udrai dai flutti
Dell’orrenda Beresina
Non più l’urlo de’ suoi martiri
Ferro e fuoco ad implorar;
Ma indomabile un accento
Di speranza e di preghiera,
Perchè passi in ira al vento
Quel pensier che in Dio non era....
Il nuovo bardo è circuito da signore, che desiderano di sapere un po’
del suo ormai celebre Dasindo e un po’ dell’origine dell’_Edmenegarda_.
La più fervida ammiratrice di lui è forse Giuseppina Appiani milanese
nata Strigelli, nuora del celebre pittore Appiani e figlia del
consigliere di Stato Antonio Strigelli, per la morte del quale il Prati
compone un epitaffio in ottava rima. Questa signora, amica dei maestri
Donizetti e Bellini (il quale, ospite presso di lei in via Monforte,
creò melodie soavi su un leggìo che tuttora si conserva), risplende per
la bellezza: passa per una delle più leggiadre donne d’Italia; e le
sue forme, sospiro dell’Hayez, si manterranno, come quelle di Ninon de
Lenclos, perfette sino all’età più tarda.
Giovanni Prati si dice nato a Dasindo. Egli è nato veramente a Campo
Maggiore, meschino villaggio lontano mezz’ora da Dasindo, in quella
valle trentina del Sarca da lui definita
Conca di freschi rivi, urna di fiori.
A Dasindo si mostra la casa paterna del Prati; ma il primo vagito del
poeta echeggiò a Campo nello squallido refettorio d’un antico convento
di frati zoccolanti, soppresso da Napoleone I: è là ch’egli è nato;
e la sua famiglia non possedeva blasoni com’egli, al modo di Balzac,
facea credere.
L’origine di _Edmenegarda_, di questo poema moderno, caldo di passione,
che arieggia alla _Parisina_ di Byron ma la vince nell’ampiezza e nel
movimento, non è fantastica. Fu scritto molte volte (ed è esatto)
che la protagonista, bella, e più che colpevole sventurata, è una
Ildegarda, sorella di Daniele Manin, sposa a un Meryweather d’origine
inglese dimorante a Venezia; ma non furono ancora detti i particolari
curiosi della sua passione, che inspirò una delle più fiammanti poesie.
Una sera, il Meryweather davanti alla Manin (ch’era allora una ragazza)
disse scherzando:
— Le donne sono capaci di tutti i sacrifici. Non sarebbero peraltro
capaci di tagliarsi i capelli per un uomo.
La mattina dopo, al Meryweather veniva recata una lunghissima e folta
chioma d’oro: la chioma della sorella di Daniele Manin, la quale se
l’era recisa offrendola all’uomo ch’ella amava. Questi le offerse
sull’istante la mano di sposo; e le nozze, rallegrate dalla prole,
furono per qualche tempo felici. Ma un altro fuoco dovea accendersi in
quel cuore di donna, un fuoco di passione per certo Zanadio, veneto,
il Leoni del poema. Non è vero che quei fosse abbietto come il Prati
dipinse l’amante di Edmenegarda. Egli amò lealmente quella donna, la
cui fulgida bellezza l’aveva ammaliato. Viaggiando a lungo con lei
consumò dovizie che mai avrebbe chiesto alla donna de’ suoi sogni.
Questa, un giorno, vinta dal rimorso d’avere abbandonato il marito
e un figlio, si ravvide, si pentì e ottenne perdono. Il marito mai
cessava di sospirare a quella fascinatrice che pur lo aveva amato
sacrificandogli nel mattino dell’amore, come la fata d’una leggenda, i
suoi capelli d’oro magnifici.
V’ha nature che, al pari di Byron, amano sinceramente più volte.
Simili alla Salamandra della favola che viveva nel fuoco, esse vivono
nell’amore. Travolgono talora nella rovina e nel pianto intere
famiglie; ma talora hanno il potere di spronare a nobili, eroiche
risoluzioni, anime che sotto il freddo sguardo d’altri spiriti si
sarebbero congelate per sempre nell’inerzia o nella fatuità. La storia
intima, ignorata del risorgimento d’Italia e d’altri popoli conta a
mille le passioni d’amore che ai gloriosi cimenti lanciarono giovani i
quali senza quel sacro fuoco sarebbero rimasti a languire in paurosi
riserbi. Certo si meritano ben diverso culto, culto imperituro, divino,
altre anime di donne, di donne intemerate che amano con profonda,
tranquilla, immutabile devozione e sacrificio: ma esse appartengono
più al cielo che alla terra, ed è per questo che spesso il cielo le
riprende troppo presto....
Indicibile l’entusiasmo, che _Edmenegarda_ sollevò a Milano. Ai
seminaristi che se ne beavano di straforo, i superiori proibirono il
poema dell’amore colpevole: ed essi ricorsero infuriati in appello
all’arcivescovo cardinale Gaysruck, che tosto concesse loro il permesso
di leggere i versi armoniosi e passionati del Prati. Bizzarro, ma
liberale e buono, questo cardinale conte Gaetano di Gaysruck della
Carinzia. Fumava in casa la sua brava pipa di porcellana e per le vie
incedeva con un pajo di rumorosi stivaloni. Non mancava alle feste di
ballo ufficiali. Non amava i chiostri; e, tutte le volte che gli era
dato, impediva che le fanciulle s’immolassero alla vita monastica.
Non permise che alcun ordine religioso tenesse case nella sua diocesi
fintanto ch’ei ne fu il capo, non volendo tollerarvi un clero regolare
il quale, anzichè da lui, dipendesse dai generalati di Roma. Ebbe il
merito di ripulire la diocesi dei preti scagnozzi che Carlo Porta avea
flagellati; e al nome di questo poeta satirico esclamava: _Würde ein
Monument verdienen!_ (meriterebbe un monumento!) Se un commissario
di polizia si permetteva arbitrii in odio ai cittadini, lo mandava a
chiamare, gl’infliggeva lunga anticamera, lo tempestava di rimproveri,
e, se osava ribellarsi, conchiudeva: “Scriverò a Vienna!„ Tutti lo
temevano, poichè scorrea nelle sue vene sangue imperiale e sapevano che
a Vienna ogni suo desiderio era comando.
L’autore d’_Edmenegarda_, questo araldo del risorgimento, questo lirico
il più ricco di estro apparso dopo il Monti in Italia, lasciò vivo
ricordo in casa Maffei. Egli era un assorto, un nevrotico incosciente.
Certi suoi atti strani, che i maligni giudicavano cattiverie, altro
non erano che eclissi momentanee della sua coscienza al cui risveglio
egli si doleva amaramente. A Padova, mentre la povera sua moglie era in
agonia, ei danzava vestito da arlecchino, in un veglione. Così almeno
s’afferma, benchè altri neghi. Certo il poeta soffrì assai alla morte
della moglie Elisa, spenta nel fiore de’ 24 anni “santa di mansuetudine
e d’amore„, com’egli la definì in un’elegia consacrata alla memoria
dell’infelice.
Un po’ strano era anche il poeta triestino Giuseppe Revere, ben presto
riconosciuto per uno dei più forti e patriotici ingegni della penisola.
La sua poesia sospirò fra le prime il nome d’Italia. Alla contessa
Maffei, sin dal 1839 scrisse un _Perchè?_ tutt’ora inedito, che
preludiava alle battaglie della libertà, in strofe sonanti:
Dimmi se nella lance dell’Eterno
Che dei popoli pondera il destin,
È d’alcun peso l’ingoiato scherno
E l’impedito pianto cittadin;
Se il secolo che ascoso Iddio matura
Glebe infeconde anch’ei seminerà;
Se al dì dell’aspettata mietitura
Rosseggiante l’aurora surgerà?
E se l’unghia ferrata dei cavalli
Che a’ lenti verni appresero a nitrir,
Sempre calpesterà queste convalli
Che rinnovan co’ zeffiri il sospir....
Oh tu! che vieni dalla sfera santa
Ove raggia l’amor che tutto sa;
Mi disvela se un dì l’itala pianta
Rigogliosa tra noi s’infronderà....
Il Revere passava a Milano per uno de’ giovani più avvenenti; ed egli
n’era sì rapito, che, una volta, all’osteria, cascò in un tranello
de’ suoi amici burloni. Questi, eccitando appunto la sua vanità e il
suo puntiglio col dirgli che in fine egli portava tanto di busto per
reggersi diritto, gli fecero, mentre imperversava un freddo da cane,
scoprir nudo tutto il torso, un bellissimo torso d’Apollo; onde poi
e barzellette e risate e brindisi per ammansare le furie del poeta
che, come avviene, voleva canzonar tutti e non essere canzonato da
alcuno. Una delle figure lombarde, che più divertivano il Revere, era
il Gargantini, il più comico tipo della società, vero gentiluomo, per
altro d’ottimi sentimenti, leale, benefico. La fama degli spropositi
del Gargantini volò oltre la cinta daziaria, oltre l’Olona. Egli
diceva: “oggi mi son chiuso _aritmeticamente_ in casa.„ Dopo una
discussione in cui lasciava parlare sempre gli altri, incominciava
grave: “Ebbene, ora dirò io, e dirò meglio.„ S’atteggiava a poeta, e in
una sua tragedia specificò esattamente (secondo la misura commerciale
del tempo) la quantità di certo vinello spedito non so da quale re a
qual vassallo:
Di vin vecchio un _caval_, cioè due _brente_.
Un’altra sua tragedia finiva con questa eroica risoluzione:
Tu esigi il sangue mio?... Prendi il suddetto!
Egli era, in una parola, il marchese Colombi della _Satira e Parini_ di
Paolo Ferrari.
Giuseppe Revere rassomigliava a Ugo Foscolo nella smania dei cavalli,
del lusso, nelle vanterie, e nella potenza scultoria del verso spiegata
in sonetti superbi: e di Ugo Foscolo andava tutto solo mormorando i
_Sepolcri_ nella silente via delle Ore, convegno dei mesti amanti. Come
il Monti, componeva a letto, sul quale passava buona parte del giorno.
Qualche editore, per ottenere le pagine pattuite, dovea mandar da lui
uno scrivano, cui egli, dal letto, senza ajuto alcuno di libri, dettava
veloce, mai sbagliando un nome storico nè una data, in uno stile
artificiato, in una lingua purissima. Un sant’uomo, venerato dalla
Maffei e da tutti, il marchese Giuseppe Arconati-Visconti, — protettore
nel Belgio dei profughi italiani e più che amico fratello del Berchet
cui ospitò a lungo, — comperò in blocco non so quante copie d’un’opera
del Revere per venirgli onestamente in aiuto; e il Revere giubilante
acquistò subito con quella somma un agilissimo _tilbury_, in cui,
troneggiando, facea clamoroso sfoggio pel Corso, in mezzo ai gaudenti
sfaccendati che lo guardavano. Ora egli dorme l’ultimo sonno in quella
Roma dove, quasi obliato, condusse gli ultimi giorni, querulo e
caustico sempre ma non pentito d’aver consacrato il meglio dell’ingegno
e della vita alla patria.
“Recatemi alla memoria dell’ottima vostra consorte. La Porcìa me ne
ha parlato con riverenza ed affetto.„
Così Giovanni Battista Niccolini scriveva ad Andrea Maffei nel maggio
1845, l’anno stesso in cui venne a Milano Giuseppe Giusti. L’autore
dell’_Arnaldo da Brescia_ onorava in Milano sopratutto due dame: la
Maffei e donna Rosa Poldi-Pezzòli. Ma neppur con queste frenava gli
scatti nervosi del suo temperamento facilmente eccitabile. A chi lo
lodava rispondea di non valer nulla e d’esser nulla; modestia della
quale la Maffei sembra dubitasse un tantino. Il collerico poeta lo
seppe e montò sulle furie; ma la sua burrasca passò presto al pari di
tante altre sue, coronata dall’arcobaleno. Giovanni Battista Niccolini,
desideroso di far pace colla contessa, s’affrettò a scrivere al Maffei:
“Mille cose all’egregia vostra moglie: io non mi raccapezzo, o
a dir meglio non mi ricordo d’aver scritto mai parola ond’io
mostrassi di credere ch’ella dubitasse di quella modestia che a me
viene dalla coscienza: escono tante volte dalla penna come dalla
lingua cose delle quali più non si rammenta. Accertatela che di
lei non mi hanno parlato che in bene e assicuratemi della sua
gentilezza a mio riguardo.„
L’ammirazione che donna Rosa Poldi-Pezzòli dei marchesi Trivulzio
nutriva pel forte ingegno del Niccolini non le impediva di
punzecchiarlo con grazia per le sue facili infiammazioni amorose. Come
il Parini, così l’autor dell’_Arnaldo_ sapeva essere galante, e de’ più
raffinati, nell’espressione colle dame. Un brano di lettera inedita
del Niccolini che si conserva alla Braidense (e diretta appunto alla
Poldi-Pezzòli-Trivulzio) segna la misura de’ madrigali del poeta al
sesso bello, madrigali allora coltivati anche dai più fieri poeti: oggi
invece la galanteria di buon genere è fior raro, e le signore a ragione
ne lamentano la scomparsa. Avendole chiesto un autografo del Parini, il
Niccolini scrive a donna Rosa:
“Le chieggo perdono dell’incomodo ch’io le reco con questi miei
scarabocchi: ma un proverbio fiorentino dice che, se tu dài un
dito, e’ ti piglian tutta la mano. E trattandosi della sua ch’è
così bella, mi spiace d’esser lontano, e non poter farlo chè
v’imprimerei un bacio di quel reverente affetto col quale io mi dico
“_Tutto suo servo ed amico_
“G. B. NICCOLINI.„
Donna Rosa Poldi-Pezzòli, figlia del marchese Giangiacomo Trivulzio
e della marchesa Beatrice Serbelloni, era un’istruita signora amica
d’artisti e di poeti. Rimasta vedova, arricchì, a proprio conforto,
maggiormente d’opere artistiche quel museo che il marito, educato fin
da’ primi anni al culto del bello e del raro, avea voluto formarsi
con armi antiche, statue, e quadri, inestimabili tesori della scuola
Leonardesca. Ella commise allo scultore Lorenzo Bartolini il gruppo
_Pirro che precipita Astianatte_, e, prima ancora, la _Fiducia in Dio_,
portento della statuaria, ispirato però dalla _Maddalena_ del Canova, e
che Giuseppe Giusti, appena arrivato a Milano, volle vedere e cantò nel
celebre sonetto. Come mai un acuto osservatore qual’era il Giusti non
s’accorse che il Bartolini non iscolpì già una Maddalena penitente la
quale si rivolge “a Quei che volontier perdona„, sibbene una fanciulla
pura, purissima, che prega Colui che nulla ha da perdonarle? Ma in quel
tempo il pensiero del poeta pativa chiaroscuri paurosi....
Giuseppe Giusti giunse a Milano nell’estate del ’45, accompagnato
dal genero del Manzoni, Giambattista Giorgini, che tre anni dopo,
ritornò qui, capitano, alla guerra di Lombardia. Il Manzoni e il
Grossi gli fecero un’accoglienza festosa. Il primo lo ospitò per un
mese in propria casa. L’autore dei _Promessi Sposi_ gli diede subito
per guida un suo figliuolo perchè lo accompagnasse a vedere le rarità
di Milano: dal Duomo dove, sette anni prima, avveniva l’incoronazione
di Ferdinando I, che al Giovenale toscano ispirò la più rovente
satira civile; al tempio di Sant’Ambrogio, uno dei più vetusti del
Cristianesimo, sotto le cui arcate severe il poeta udì risuonar
sommesso, come una prece d’esuli addolorati, il coro dei _Lombardi alla
prima crociata_:
O Signore dal tetto natìo....
eseguito da una banda militare austriaca, mentre i soldati della vicina
caserma di Sant’Ambrogio ascoltavano in silenzio la messa.
Giuseppe Giusti non mancò di recarsi in casa Maffei per ossequiare
donna Clara.
Appena entrato nel salotto, la contessa gli va incontro sorridente;
ma egli appare freddo e malinconico. Le presenta una lettera del
marito Andrea che alcune settimane prima aveva incontrato a Firenze, e
quasi non parla. La buona signora cerca di rasserenarlo con discorsi
gradevoli: ed egli risponde appena. Il povero poeta giace sotto
l’incubo d’un’ossessione, d’un’idea fissa e tormentosa, che non gli
lascia pace. Essendo stato tre anni prima a Firenze morso da un gatto
ha paura di morire idrofobo!
Alessandro Manzoni e il Grossi, che non ignorano la causa di tanta
tristezza, cercano di rasserenarlo; ma invano. La marchesa d’Azeglio,
i marchesi Trotti, don Alfonso Litta Modignani, la marchesa Carolina
Litta Modignani nata Trotti gareggiano nel festeggiarlo, lo conducono
sul lago di Como, lo fanno incontrare nel giardino Serbelloni
coll’ottimo marchese Arconati; ma pure in quel paradiso, fra quegli
animi espansivi egli è tutto ritrosie, preoccupazioni e muti terrori.
“I Manzoni (scrive il 22 ottobre di quello stesso anno da Pescia a don
Alfonso Litta Modignani), i Manzoni che m’hanno tenuto con loro un
mese, sanno la pazienza e la tolleranza che bisogna mettere a uscita
con me; e vi giuro che, quando penso a certe mestizie, a certi silenzi,
a certi torpori che mi assalivano in quella casa, e mi tenevano lì come
un insensato, ne sento vergogna e dispetto.„
Fra gli accenti lombardi, risuonasse almeno la voce dell’_Amica
lontana_ della bella ed eletta Cecilia Piacentini! Costei, buona e
gentile, che soffriva quando sapea che il poeta amoreggiava a Pescia
colle popolane e a Firenze colle nobili, quanto più soffrirebbe nel
vederlo qui triste e cupo!
Leggier desio, diviso in molti obbietti,
Ti prostra l’alma e non ti fa felice,
poetava con verità egli, che non sempre ci appare, lungo la sua vita
quarantenne, incostante nell’amore. A Firenze rende omaggi alla
contessa Eugenia Caselli, madre di Eufrosina Gamba che nella capitale
toscana terrà un salotto ammodo; ma egli ama sopra tutti, sopra tutte,
_lei_, la Cecilia, arrivando al punto da sacrificarle volentieri i
carnevali fiorentini per andar a Pescia a ballare in certe misere
stanze ove non c’è di bello che gli occhi azzurri della signora. Ed ora
e balli e corteggiamenti e amori e amici e sorriso del lago di Como
e speranze d’Italia, nulla possono in lui. Ah, l’idrofobia! La morte
vicina, e quella morte!... Ma la tetra, orrenda fissazione svanirà,
forse; il poeta vedrà ancora nitida e serena la visione delle cose
belle, scriverà ancora col brio di prima.
Tommaso Grossi, impensierito per lo stato di Giuseppe Giusti, pregò un
suo amico, l’alienista Andrea Verga, di esaminare lo stato del povero
poeta. L’illustre medico, che in quel momento era fuori di città, vi
ritornò premuroso e sollecito, per compiere il geloso ufficio; ma nel
frattempo il poeta toscano era partito da Milano.
Nel 13 settembre di quell’anno, Andrea Maffei scriveva da Napoli alla
moglie:
“Se il Giusti è tuttora a Milano, ringrazialo d’aver onorata la
nostra casa, e digli che la parola non può ajutarmi quanto vorrei
per esprimergli quanto io l’ammiri. Egli seppe e sa parlare ai
sapienti ed al popolo, e questo è il sommo dell’eccellenza a cui
giunge così di rado la poesia.„
Cesare Cantù mi diceva non esser vero che il Giusti a Milano fosse
pedinato dalla polizia; e nelle “Reminiscenze„ su Alessandro Manzoni
afferma che la polizia non lo conosceva neppur di nome.
Duolmi dover contraddire l’insigne storico lombardo. Nelle _Carte
segrete della polizia austriaca_ in Italia, pubblicate nel 1852 a
Capolago da quell’animosa Tipografia Elvetica dalla quale celatamente
si spargevano in tutta Italia tante pagine liberali ed eccitatrici,
è riferito al terzo volume l’ordine dell’autorità superiore ai
commissarii delle provincie lombardo-venete di tenere (cito le precise
parole) “costantemente sott’una, bensì inosservata, ma velata vigilanza
in tutte le sue direzioni e pratiche il letterato Giuseppe Giusti di
Livorno(!) trattandosi d’un individuo di sospetti principii politici ed
inclinato a tutto criticare.„
La legazione austriaca a Firenze aveva bensì concesso al Giusti
un passaporto per un viaggio a Milano e a Venezia; ma come poteva
dimenticare ch’egli era l’autore del _Dies iræ_ e dell’_Incoronazione_?
Il poeta toscano non patì, peraltro, mai alcuna molestia a Milano, nè
altrove. Nessun governo lo molestò mai. “Dichiaro che non ho mai patita
veruna molestia nè per parte del Governo nè per parte del pubblico,
e rigetto da me la nomèa di vittima e di perseguitato, tanto più che
ò visto parecchi cercarla.„ Così Giuseppe Giusti confessava nel suo
testamento ad Atto Vannucci; un altro toscano che onorava Clara Maffei.
Abbeverato alle larghe fiumane del pensiero civile del Romagnosi
(“l’ombra che pensava„ della _Terra de’ morti_ del Giusti); dotato
d’una fulminea facoltà d’assimilazione, e d’una potenza rara nello
scoprire nuovi rapporti nelle cose; pronto ad abbracciare tutto lo
scibile e a trattarlo spesso con originalità di vedute e rapidità di
penna; ingegno scientifico e nello stesso tempo poetico per eccellenza
nel vestire le materie più aride d’un’attraenza aristocratica e
popolare insieme, — aristocratica nello sfolgorio delle forme elette,
popolare nella chiarezza; — Carlo Cattaneo nella società letteraria
di casa Maffei prima del ’48 emerge; e non solo è piacente per il
bell’aspetto giovanile, ritratto dalla fine matita di un’amica, Ernesta
Bisi, ma anche per il brio, per il sentimento elevato che fa tralucere
nella conversazione. Più tardi, le battaglie civili, le lotte politiche
e i dolori domestici velano quel buon umore, tagliano le ali alle sue
barzellette _meneghine_, ma egli rimane una delle più complesse, più
oneste e più elevate intelligenze italiane.
“La patria è come la madre di cui un uomo non deve parlare come
d’un’altra donna.„ Questo pensiero egli scrive sull’album di Clara
Maffei; e questo è il pensiero, il culto, che spesso ritorna nel
_Politecnico_, fondato e diretto da lui sin dal 1837, data memoranda
nella storia della cultura italiana e del giornalismo europeo; poichè
il _Politecnico_, mercè sua, acquistò veramente nominanza europea, come
il _Caffè_ dei Verri, come l’_Antologia_ del Vieusseux. Anima poetica,
ammira la poesia, ma non scrive versi in tutta la sua vita; solo
molto tardi, egli compone due quartine non già per Tizio o per Cajo,
come nelle sue opere complete è detto, bensì all’indirizzo d’una sua
giovanissima amica, Noemi Pezzi, che gli mandava parecchie poesie di
varii autori, e ch’egli, musicista nato come il Mazzini, si dilettava
a musicare improvvisando, senza pubblicarne ben inteso una nota; ma
soltanto per proprio sfogo momentaneo, e unico lusso della sua vita
laboriosa e travagliata.
Prima del ’48, Carlo Cattaneo interveniva nel salotto, con più
frequenza, forse, di Luciano Manara e di quell’Enrico Cernuschi, il
quale vi entrava nel suo singolare costume alla Robespierre: calzoni
che lasciavano vedere calze grigie di lana, giubba donde uscivano
impertinenti i larghi risvolti bianchi del panciotto, scarpe colle
fibbie, cappello di feltro dal pelo un po’ arruffato.
Carlo Cattaneo si trovava in buona compagnia in quel convegno, nel
quale l’ingegno qualunque fosse, otteneva senza esitanze la maggior
considerazione, fosse l’ingegno d’un patrizio o d’un cittadino nato di
popolo.
In questa elevata distinzione, consisteva il carattere principale
e la maggior forza del salotto Maffei: e la contessa Clara che la
determinava col suo omaggio all’ingegno, mostravasi degna dei nuovi
tempi.
Incontriamo di frequente nel salotto Maffei il buon Francesco
Ambrosoli, docile, infaticabile filologo e letterato, apprezzato
singolarmente dal Niccolini. Egli era cugino di quel canonico
Ambrosoli che abbiamo visto al sèguito della contessa Samoyloff,
nuova edizione riveduta degli abati da _salons_ del secolo XVIII,
_causeur_ piacevolissimo, sacro oratore facondo e articolista assai
noto dell’imperial regia _Gazzetta di Milano_. Sullo stesso taglio
del canonico Ambrosoli era un altro tonsurato, Giuseppe Pozzone, che
frequentava il salotto Maffei e ricercato in altri ritrovi della città
e delle ville più per le sue simpatiche espansioni e pei suoi aneddoti
mondani che per la robusta bellezza delle sue liriche ben tornite.
Vediamo in casa Maffei un altro scrittore tanto prodigo di penna
quanto il Pozzone ne è avaro, il professore Antonio Zoncada; il quale
un giorno, all’università di Pavia, comincia una sua lezione dantesca
in cavernoso metro, con un preludio che mette in precipitosa fuga gli
scolari: “Signori, Dante è un poeta che fa spavento!„
Frequenta il salotto anche Giambattista Bazzoni, novarese, l’autore
dei romanzi _Il Castello di Trezzo_ e _Falco della Rupe_, che lascia
sull’album della contessa una graziosa fantasia sul teatro alla Scala,
a proposito della ballerina Cerrito, di questa silfide del Sebeto, che
poteva vantare tutta una letteratura in proprio omaggio e suscitò a
Milano tal fanatismo che un giornale teatrale, il _Pirata_, delirava
così: “Questa celebrità della danza partì lasciandoci compresi da
meraviglia.... e guai a noi, guai a chi apprezza i sublimi artisti e
il loro valore se non si avesse la speranza di poterla rivedere!...„
Povera Fanny Cerrito! Chi, fra coloro che ti applaudivano come pazzi, e
ti inondavano di fiori e comperavano le tue pantofole per cento lire,
poteva prevedere che saresti morta in un manicomio?...
Passa per il salotto Maffei il principe dei predicatori del tempo,
il bassanese Giuseppe Barbieri, bel prete, idolo delle signore che
affollano la chiesa di San Fedele senza poter afferrare metà di
quello ch’egli declama nel suo stile fiorito, tanto esile suona la
sua voce nel vasto tempio. Passa il mite poeta Samuele Biava, che
volgarizza per il popolo salmi e preghiere della Chiesa, in melodie
popolari, encomiate dal Tommaseo: egli canta esuli, crociati, trovatori
e (da buon bergamasco) cacciatori: canta persino e idealizza il
contrabbandiere, sull’esempio di Byron che idealizza i corsari.
Antonio Gazzoletti, il futuro padre del dramma _San Paolo_, patriota
integro, lirico di facile vena, compone un’ode agilissima per la
Maffei. Il veronese Cesare Betteloni, agiato signore, cantor limpido
del Garda, poeta del lutto, venendo a Milano non manca di riverire
la contessa; la quale rimane atterrita allorchè apprende il suicidio
dell’infelice poeta.
Non scordiamo l’aitante Gussalli, che frequentò assiduo il salotto
Maffei sino all’ultima ora di questo, colla gentil compagna donna
Costanza Antivari, che gli sopravvive. Egli fu l’editore diligentissimo
di tutte quante le prose di Pietro Giordani, nume letterario di quei
tempi; troppo esaltato allora, troppo dimenticato adesso; ma così è il
mondo! Antonio Gussalli era il tipo del letterato dovizioso; epicureo
intellettuale, imbevuto degli scritti di Rousseau, di Diderot e d’altri
enciclopedisti francesi come della poesia leggera e piccante da rarità
bibliografica, alla quale anteponeva peraltro quella muscolosa e
austera di Giambattista Niccolini amico suo. Non bisognava parlargli
d’audaci novatori, di wagneriani! Adorava Rossini, ogni pagina del
Giordani, ogni impronta dello scalpello di Lorenzo Bartolini, ogni
scena della regale Ristori. Qualcuno del salotto osava forse dubitare
sulle bellezze sovrane della _Petite Messe solennelle_ dell’olimpico
burlone di Pesaro? Una nebbia di cattivo umore scendeva sul suo volto
fortemente scolpito simile al volto d’un senatore romano. Carlo Tenca
colla fine sua arguzia scriveva scherzando alla contessa Chiarina:
“Gussalli vuol morire d’una messa rientrata.„ Però anch’egli ne
apprezzava il buon gusto e il provato patriottismo.
Da Vicenza veniva talora il poeta delle stelle e dei baci, Jacopo
Cabianca. Egli brillava fra i pudichi adoratori del fuoco della
contessa Maffei. Trovo parecchie sue poesie nelle quali invidia Andrea
che avea _piagato_ per primo il cuore dell’esimia gentildonna. Come
s’aggirava volentieri colla elegante fantasia nel mondo roseo degli
amori!
Chiamava la contessa Maffei sua “sorella„ tanto erano amici, e da tanti
anni!
È probabile che nel salotto ponesse piede talvolta Felice Bellotti,
l’insuperato traduttore dei classici greci, intatto classicista in
una terra di romantici. Certo vi andava un altro Felice, il Romani,
il più corteggiato dei vati, l’“immenso Romani„ come Rossini con
iperbole un po’ canzonatrice lo chiamava volentieri. Andrea Maffei
gli mandò un bel sonetto querelandosi dell’aspetto straniero che la
poesia italiana andava assumendo sempre più, egli che colle versioni
dai poeti stranieri alimentava appunto, senza volerlo, il desiderio di
trasfondere nelle vene dell’itala Musa un sangue diverso dal natio,
impoverito, al dir d’alcuni, dalle lunghe prove!
Quante volte, o Romani, in questo gelo
Di pensieri e d’affetti, in questa vile
Frenesia di guadagno, alla gentile
Arte nostra nemica, io mi querelo!
Della musa, vo’ dir, che abbassa il velo
Taciturna e sdegnosa, o qual servile
Cortigiana del tempo, indole e stile
D’altro popolo assume e d’altro cielo;
Sì che labbro non move, o in strania vesta
Più vestigio e splendor della natìa
Casta antica beltà non manifesta.
E quella è pur, che bella, itala aprìa,
Colla virtù del verso tuo, la mesta
Anima di Bellini all’armonia.
Per un ventennio, Andrea Maffei a Milano, contava fra i potenti.
A proposito di Vincenzo Bellini, fu egli che accolse benevolo per
primo il maestro catanese e che lo raccomandò ai magnati della Scala
perchè gli fosse conceduto il battesimo dell’arte: il _Pirata_ fu
rappresentato per le intercessioni del Maffei. Quanto la voce di questi
fosse ascoltata, veggo anche dalle preghiere di soccorso che a lui
innalzavano uomini non nati a pregare. Angelo Brofferio, l’irruente
polemista e poeta piemontese, si sentiva commosso all’affetto che gli
portava una giovane artista di singolare ingegno su’ cui sentimenti
patriottici l’autorità, come rilevasi dalle _Carte segrete della
polizia austriaca_, vegliava. Quella dolorosa innamorata che conobbi
ne’ suoi ultimi giorni ammirando quel criterio ancor sveglio e acuto,
doveva lottare coi congiunti severi, col proprio affetto trascinante,
colla polizia. Numerose e strazianti lettere scrisse allora ad Andrea
Maffei Angelo Brofferio, che invocava patrocinio presso le autorità
politiche di Milano affine d’ottenere da queste clementi riguardi verso
la bella infelice degna di miglior sorte e verso di sè, desideroso
com’era di recarsi qui da Torino per confortarla. Il Brofferio chiama
il Maffei suo “benefico genio„; e certo in quell’occasione mostrò
cuore, prestandosi ad alleviare le pene dell’amico. Il più dipendeva
dal cenno del barone Torresani, direttore generale della polizia; e
questi, memore e grato che il Brofferio avesse esaltati in uno de’ suoi
fervidi articoli i fascini della ballerina Cerrito, alla quale bruciava
anch’egli più di qualche granello d’incenso, si mostrò umano, cortese
verso la giovane. Il 29 gennaio 1846, il poeta piemontese, che avea
invocato anche il soccorso dell’attrice Carlotta Marchionni, scriveva
al Maffei:
“Sono due giorni che la Marchionni ha scritto al cavalier Pagani
pregandolo a concorrere anch’egli nel pietoso ufficio; e colla
lettera della Marchionni, partiva anche una lettera di mia
moglie, la quale rappresentava al cavalier Pagani come la salute
di tutta la nostra famiglia dipendesse da questo desiderato
provvedimento del barone Torresani, al quale io stendo le braccia
supplichevolmente... Voi siete il mio benefico genio, la mia santa
provvidenza.„
Il provvedimento consisteva nel proteggere nel miglior modo la giovane
trovandole decoroso collocamento.
Gli ammiratori del Maffei si moltiplicavano ogni giorno. Fra tutti,
merita cenno speciale un bel tipo, degno di Molière.
— Senti, Maffei, gli dice un giorno un amico. C’è un tuo fanatico
ammiratore che muor dalla voglia di esprimerti a voce tutto il suo
entusiasmo. Vieni domani a mangiare una zuppa a casa mia: troverai il
tuo ammiratore.
Al domani, all’ora fissata, questi si trova a mensa con Andrea Maffei,
e, fra una cucchiajata e l’altra di minestra, gli vuota tutto l’emporio
dei superlativi e delle lodi.
Il Maffei cerca di schermirsi dalla valanga degli elogi, quand’ecco
l’ammiratore, mostrandogli d’aver attentamente pesata ogni più lieve
particella delle opere del poeta, e cambiando la voce dal tono più
acuto al più sommesso, si permette d’osservare:
— Ma qui, in questo punto, illustre cavaliere, non le pare che si
sarebbe detto meglio così e così....
— Eh, forse!...
— E in quest’altro verso non pare anche a lei, cavaliere, che
l’accento.... la sillaba.... Non so se mi spiego.... forse un po’ più
di lima sarebbe necessario. Non le sembra?
— Eh! non si finisce mai; l’arte è lunga, sa bene.... _Ars longa!_...
— Qui poi, in coscienza, non potrei passarle questa espressione. Non mi
pare sia della lingua purgata. E in quest’altro inciso del sonetto....
scusi, sa.... Secondo il Crescimbeni....
— Oh, ma chi mi hai presentato?... grida il Maffei all’Anfitrione,
scattando in piedi come una furia. — E tu hai il coraggio di chiamarlo
un _mio ammiratore_?
CAPITOLO IX.
LA SEPARAZIONE.
Carlo Tenca. — Il conte Alessandro Porro. — La _Rivista Europea_.
— Dove si preparò la rivoluzione del ’48. — La letteratura civile.
— Andrea Maffei e Paride Zajotti. — Un grande amore. — Sonetto
(inedito) di Carlo Tenca a Clara Maffei. — Giuseppe Ferrari. —
Ultimi momenti d’un lombardo a Parigi. — Separazione di Clara e di
Andrea Maffei. — Memorie della contessa. — La contessa Papadopoli
nata Mosconi. — Vita nuova, salotto nuovo.
Ecco il momento in cui appare la nobile figura del pubblicista e
patriota lombardo Carlo Tenca, l’uomo che suscitò il più profondo degli
affetti in Clara Maffei, e che per un decennio fu il capo del salotto.
Carlo Tenca, che all’aspetto sembrava un patrizio della razza più
rigida e più fine, nasceva a Milano il 19 ottobre 1816. Sua madre
era una povera portinaja, amata da lui con tenerezza e umiltà. Nella
miseria, ei cominciò sedicenne a trarre qualche frutto da lezioni che
impartiva ad agiati coetanei: così tirava avanti negli studi e aiutava
i suoi cari. Uno de’ suoi primi amici fu il conte Alessandro Porro,
sul quale ci lasciò una pagina notevole che riguarda la storia della
patria: “Egli è stato uno dei primi amici della mia giovinezza, e con
lui e con suo fratello Carlo (quegli che morì ostaggio in mano agli
Austriaci vilmente assassinato al buio da uno sgherro) ho vissuto per
molti anni nella massima intimità. S’è studiato e lavorato insieme, e
la mente soda, pratica e robusta di lui, ha, io credo, giovato non poco
al buon indirizzo della mia. Io frequentavo ogni giorno la sua casa,
dove, dal Quarantadue in poi convenivano i più operosi e ingegnosi
giovani di quel tempo. Fu in quella casa che si attese alla _Rivista
Europea_, di cui si affidò a me la redazione; e _fu là che si preparò
la rivoluzione del Quarantotto_. Sono tutte memorie queste che non si
dimenticano.„
La _Rivista Europea_, sorta nel 1838 per iniziativa di Giacinto
Battaglia, raccoglieva il meglio che negli studii compievano i
più serii ingegni di Milano: essa fu la madre di quel settimanale
_Crepuscolo_, che il Tenca, solo, fondò poscia, diresse e compilò per
un decennio di gloriosa resistenza contro lo straniero, spiegandovi il
suo ingegno acuto, rettilineo, il suo carattere inflessibile, il suo
cauto ma tenace sentimento patriottico, il suo odio profondo contro
ogni fatuità della letteratura, che egli, per qualche tempo mazziniano
e continuatore della scuola del Mazzini, voleva fosse esclusivamente
letteratura civile.
La Maffei lesse ben presto la rettitudine di quell’animo, che, a
sentirne le argute celie, si sarebbe detto incline a scherzare su
tutto, piuttosto che a meditare sulle gravi questioni.
Ella ebbe un giorno una visita di lui nella propria villeggiatura di
Clusone. Carlo Tenca ne partì con un sentimento, il quale era più che
l’amicizia.
Ne fa fede una lunga lettera inviata nel novembre del 1844 da Carlo
Tenca alla contessa.
Per la prima volta in quella lettera, Carlo Tenca lascia il _lei_ per
il _voi_: parla di Lecco, la graziosa città del Lario, dove allora
in autunno soleva raccogliersi tutta la società elegante e galante;
scherza un po’ su sè stesso; tocca d’un nobiluomo milanese canzonato
con garbo da una bella; e tocca d’altri ancora; pure nel dedalo delle
divagazioni un filo segreto lo conduce a un cuore che sarà suo.
È una lettera psicologica, alla quale molte altre seguirono, tutte
improntate d’un sentimento gentile, cavalleresco, che gli uomini pari a
Carlo Tenca serbano alla donna eletta anche dopo lunghi anni trascorsi
nell’intima confidenza.
Alludendo alle conversazioni passate fra loro, egli scrive alla
contessa:
“Io penso pur sempre a quelle dolci veglie, in cui rinacqui con voi
alla poesia dalla vita e gustai l’intera pienezza del sentimento.
Le labbra possono ben comporsi al sogghigno; ma il cuore si risente
tuttora di quel solitario entusiasmo, che lampeggiò in me come una
rivelazione.
“Vi fanno meraviglia queste mie espressioni?... Che volete? Quel
benedetto entusiasmo m’ha spuntato la penna: il sentimento mi
trabocca da ogni lato, e, mio malgrado, son divenuto poeta. Tant’è
vero che a Lecco, in mezzo al vivere scioperato e cittadino dei
villeggianti, al cospetto d’una natura amenissima e piena di dolci
ricordanze, io stetti quasi sempre rinchiuso nella mia camera a
poetare. Ridetene pure, mia buona amica; ed io stesso ne rido. Ma
il fatto è che, invece di salire que’ gioghi, ch’io amo tanto;
invece di cullarmi su quelle acque così limpide, così tranquille,
passai il tempo a leggere il Chénier, a tradurne alcuni brani che
Dio me li perdoni, e a sfogare in tristissimi versi il tumulto
dell’anima. Questo è un misfatto di lesa assennatezza, ch’io non
commetterò mai più, e di cui ho imposto a me stesso le più severe
punizioni. E la prima è quella di confessarmene dinanzi a voi, in
onta all’orgoglio che mi comanda il silenzio. Ma tant’è; in quei
giorni io non era più padrone di me medesimo. Lontano da tutte
le torture sociali, ho provato in me quasi un nuovo impeto di
giovinezza; ho sentito il cuore rinverginarsi e credere, ho provato
ciò che da molto tempo non provava più: la pienezza del vivere. Io
ero intero ne’ miei sentimenti, ne’ miei sogni, nella mia fede,
nella balda confidenza di me medesimo; e la trasformazione sarebbe
stata compiuta, se.... se non avessi dovuto abbandonar così tosto
quei luoghi.
“Capirete che ora non parlo di Lecco. Qui si ciarla, si fuma,
si giuoca al bigliardo, si ozia al caffè ed al teatro, e si
muore letteralmente di noja. Che so io? M’è parso di respirarvi
l’atmosfera della _Corsia dei Servi_, e son fuggito a tutte gambe.
Non c’era nulla che potesse destare la mia curiosità, neppure le
aspirazioni sentimentali di V.... a cui s’è allungato il naso di
due spanne, condotto con garbo da una bella ed astuta signora. Il
mercoledì, dunque, dopo una splendida festa di ballo, in cui si
raccolse il fiore dei villeggianti circonvicini, salii l’imperiale
della diligenza e me ne venni difilato a Milano. Debbo dirvi
però che mi vi chiamava anche la malattia di mio fratello, non
tanto perchè fosse gravissima, ma perchè poteva richiedere la mia
presenza. Non era bene ch’io mi divertissi e gettassi danaro,
quando altri poteva aver bisogno di me. E perciò son venuto, ed ora
alle tante mie fortune sto forse per aggiunger quella di aver un
fratello infermo e inetto a qualsiasi occupazione. Basta, mi vi son
rassegnato, e Dio e la mia penna provvederanno. Non ho mai avuto
tanto coraggio e tanta lena come adesso.
“Di Milano non so dirvi altro se non che qui la vita materiale
opprime da ogni lato il cuore. Voi beata che respirate ancora
l’aria pura e balsamica dei vostri monti, che potete darvi in
braccio ai vostri sogni nella quiete della solitudine. Deh,
salutate per me quelle alpestri cime, e, s’egli è vero che la
memoria dei giorni colà trascorsi vi stia tanto nel cuore,
custoditela gelosamente, e non lasciate che l’atmosfera cittadina
e lo strepito dei circoli ne appannino la purezza. Noi la
ritroveremo nel venturo anno fresca e sorridente, come l’imagine
d’un sogno appena interrotto, ed ella ci sarà refrigerio e conforto
nell’ingrato pellegrinaggio della vita.
“Avviati per diverso cammino, avremo ancora almeno un punto di
riunione e di riposo, ove, spogliate le sociali apparenze, potremo
mostrarci quali siamo e, nel ricambio dei nostri dolori e delle
nostre speranze, acquistar lena a proseguire. Questo pensiero mi
appare tanto lusinghiero, ch’io sento il bisogno di ringraziarvi a
mani giunte dell’amicizia da voi così benignamente profertami.
“A ciò solo io limito i voti che voi fate per la mia festa, e
ancora mi pare di chieder troppo. Egli è che voi non sapete
quanto sia dolce l’aprire il proprio animo per chi da molti anni
ha vissuto solitario ed inesplorato anche in mezzo alle facili
simpatie. Voi parlate di gratitudine; ma a me spetta invece
ringraziarvi d’avermi reso intero a me medesimo, d’avermi dato la
coscienza dell’interno mio sentire....
“Non so che dire: _Momo s’è dato al serio_. Se cito questo verso
del Giusti, non è già coll’intenzione di fare un bisticcio sul
fiume Serio, il quale è diventato per me il re dei fiumi[5]; ma
soltanto per confortarmi coll’esempio di quel sublime derisore
dell’umanità. Ed io pure ripiglierò il mio costume di satireggiare;
ma voi non vi lascerete ingannare da quell’apparente scetticismo.
Voi sapete che anche in mezzo al riso havvi in me un istinto
generoso, che m’induce a sperare nel bene, e mi comanda d’andarne
in traccia; sapete che nel fondo del mio cuore si cela un
sentimento che non è nè dubbio nè derisione, ma fede e sacrifizio.
E il riso stesso, credetelo, può essere talvolta l’abnegazione
di chi sente profondamente le miserie della vita e col pigliarle
a giuoco si studia di farle parer meno gravi agli altri.
L’abnegazione di chi camminando sull’orlo d’un abisso, saltella
spensieratamente per scemare ai compagni lo spavento della via.
“Ma io seguito a parlarvi di me, come se valesse la pena di darmi
ascolto, e non aveste altri pensieri che debbono occupare la vostra
attenzione!„
Sono questi i brani più espressivi della lettera, che rivelano
quell’ammirabile carattere.
Una crescente inquietudine invadeva lo spirito della contessa. Ella
sentiva sempre più una forza invincibile allontanarla dal marito.
Questi contrastava, oltre tutto il resto, con troppe sue idee, e
anche co’ suoi sentimenti patriottici. Il poeta devoto alle autorità
costituite, ossequioso verso il barone Torresani, il conte Bolza e
Paride Zajotti, non pensava che costoro, in fin de’ conti, erano i più
feroci inquisitori dell’idea italiana; la quale andava guadagnando
sempre più le menti, ed animava gli amici più intimi e più cari della
gentildonna e lei stessa. Per citare un fatto, Clara Maffei si era
recata un’estate ai bagni di Venezia presso l’ottima amica Teresa
Papadopoli; e un bel giorno si vide arrivare.... che cosa mai? Una
lettera del marito, il quale la pregava, ov’ella andasse a Trieste,
di recarsi alla casa di Paride Zajotti!.... La contessa non ascoltò
certo la preghiera; conservò (si capisce perchè) quella lettera, la
quale allontanava sempre più ogni speranza di possibile buon accordo
coll’uomo ch’ella avrebbe pur voluto amare, e di cui sapeva apprezzar
tutte le qualità lodevoli. Poichè i nemici di Andrea Maffei (ne ebbe
tanti!) esagerarono a questo riguardo coi più neri racconti la portata
delle cose, ecco, in omaggio alla pura verità, il suo scritto, nuova
scintilla ed esca all’incendio che covava da più tempo per un insieme
di circostanze e di fatti, non ultimo de’ quali (devo dirlo?) il
giuoco, ne’ cui vortici il Maffei, come già il Manzoni da giovane e
Ugo Foscolo, si lasciava trascinare profondendovi somme non lievi. La
lettera d’Andrea Maffei reca la data del 3 luglio 1842:
“_Cara Clarina_,
“Aggiungo alla lettera che ieri ti scrissi una preghiera. Se vai,
come dici, a Trieste, tu non puoi dispensarti dal visitar la
moglie del presidente Zajotti. Egli probabilmente con tutta la sua
famiglia sarà nel mese corrente a Recoaro e potrai lasciare alla
porta un biglietto; se no, fa questa visita, dalla quale non posso
esimerti senza rompere apertamente con un uomo a cui si legano
le memorie della mia gioventù e di cui non posso individualmente
lagnarmi. Venezia e Trieste non sono Milano; e gli odii che bollono
qui contro di lui sono ignoti o dimenticati costà. Spero che non
vorrai disdirmi questo favore e caramente ti abbraccio
“_il tuo_ ANDREA.„
I contrasti d’opinioni e di simpatie si accentuarono sempre più; e fu
in mezzo ad essi che apparve a Clara Maffei la figura di Carlo Tenca.
Già un altro degli amici del salotto, Ferdinando De Lugo, lo stesso che
incontrammo con Balzac presso la contessa Maffei, nutriva per questa
dama gentile, e da lungo tempo, più che amore, culto profondo, passione
elevata, suscitando in Andrea, che se n’era accorto, forse non ombre di
gelosie, bensì ombre di malumori.
Ferdinando De Lugo, d’aspetto aristocratico, di maniere squisite, nato
a cose più che comuni in onore della patria, rivelava — e si comprende
dalle sue lettere — un sentire che non è di tutti. Egli fu uno dei
tanti naufraghi della rivoluzione; uno di coloro che, degni di emergere
dalla folla, ne rimasero sopraffatti, travolti, e lasciati in un angolo
solitario. Sarebbe riuscito un eccellente ambasciatore d’Italia; e del
diplomatico egli aveva difatti l’impronta. S’accese per la contessa
Clara Maffei, appena la vide: un vero colpo di sole!
Certo non era impotente la psiche (secondo l’espressione oggi di moda)
della gentil donna lombarda. Non lo avreste detto vedendola così esile,
mezzo sprofondata nella sua poltroncina, con quell’aria mite e triste,
quale Carlo Tenca la descrisse mirabilmente in un sonetto milanese,
tuttora inedito:
Sura Chiarœu, quand lee l’è lì setada
Dent del so poltronin, comè in scruscion,
Con quel so fa de stracca e rassegnada,
Come vuna che cova un gran magon;
No soo, mi pensi a on’anima borlada
Giò in fall dal ciel in de sto mond birbon,
A on quaj angiolin pers, fœura de strada,
Che sent el cruzzi de la soa preson.
L’è on angiolin, el so ben, bell, graziôs,
Anch quand la rid, no gh’è chi no le dis:
Ma s’ciao, quand l’è lì smorta e senza vôs,
Coi œucc che cerca in alt, me sa duvis
Che propri in quel vardà, tutt cœur, pietôs,
Ghe sia quajcoss che squaja el paradis[6].
Al pari di Carlo Tenca, Ferdinando De Lugo fu uno dei tipi più serii,
più alti di cavalleresca devozione. Egli non dimenticò mai, in tutta
la sua vita, l’amica della sua giovinezza. Allorchè l’infelice, solo,
desolato, lungi da lei, lungi dalla patria, in terra d’esilio, nella
tumultuosa Parigi, era prossimo a morire d’una paralisi atroce,
rivolse commosso ancora a lei per l’ultima volta il pensiero,
come a un’immagine consolatrice. Son rari questi affetti perenni,
queste devozioni costanti verso il proprio ideale, che nei giorni
dell’abbandono arride di nuovo, benchè mestamente, colla dolcezza d’una
primavera.
“Tutto invecchia per me, fuori che il mio affetto per voi. Ripenso
sempre ad una corsa sul Lago di Como, saran venti anni, ai primi di
maggio. Di tutte le perdute memorie della mia non più giovane vita,
è questa la sola ch’è ancor viva nel mio cuore.„
Così le scriveva Ferdinando de Lugo, mortalmente malato!
Il filosofo Giuseppe Ferrari, continuatore di Vico, informava da Parigi
la contessa sugli ultimi giorni del De Lugo che non ostante le cure
affettuose d’un medico emigrato veneto, spegnevasi in quella metropoli
sulla fine del luglio del 1862: e un’amica carissima della Maffei,
donna Costanza Gussalli nata Antivari, spettatrice pietosa degli ultimi
spasimi e delle ultime lagrime del poveretto al ricordo dell’amica
lontana e amatissima, aggiungeva a quelle di Giuseppe Ferrari altre
notizie; tutte prove che in certe anime l’amore trionfa d’ogni
delusione più amara e d’ogni strazio.
È facile immaginare la procella de’ sentimenti diversi che alla vigilia
d’un passo decisivo agitava l’animo di Clara Maffei. La sua convivenza
col marito non poteva certo continuare. Ella chiese la separazione: e,
di buon accordo con lui, l’ottenne.
Il 16 giugno 1846 si divisero con atto notarile steso da Tommaso
Grossi, il quale, da esperto letterato e notajo, trovò una formola
decorosa per velare gli attriti fra’ due conjugi. Giulio Carcano e
Giuseppe Verdi furono testimoni all’atto.
“Trovandosi la signora contessa Chiara Maffei nata
Carrara-Spinelli, per ragione di salute nella necessità di
assentarsi per lungo tempo da Milano, e non volendo per sua
delicatezza porsi in istato di dover abusare, come ella dice,
della conosciuta generosità del di lei marito coll’aggravarlo del
maggiore dispendio che importerà l’andamento di due case separate,
di pieno accordo col medesimo, si conviene e stipula quanto segue:
“1.º Col giorno 16 corrente giugno in cui la signora contessa
Chiara Maffei si ritirerà nella sua casa di campagna di Clusone,
cesserà la di lei convivenza col marito....„
Così Tommaso Grossi nell’atto, che prosegue, e a cui dopo mezzo secolo
non è, parmi, irriverenza accennare, per istabilire alla fine la verità
tante volte alterata.
La contessa partì per Clusone; e Andrea Maffei per Venezia. Nella
questione d’interesse, come in tutto il resto, il Maffei si comportò
assai nobilmente. Molto egli sofferse del distacco; e a Venezia dove
altri credeva egli potesse presto lenire nella lontananza la ferita,
esprimeva con lagrime tutta la sua amarezza all’amica d’infanzia della
moglie, alla buona contessa Teresa Mosconi, sposa al conte Spiridione
Papadopoli
Essi tenevano insieme lunghi colloquii nelle sere di quell’estate, in
piazza San Marco, al caffè Florian. Le lettere della Mosconi-Papadopoli
alla Maffei sono echi appassionati del dolore che il poeta provava per
la perdita d’una compagna, la quale avrebbe potuto abbellirgli la vita;
d’una compagna della quale, solo perdendola, cominciava a conoscere il
valore, le qualità preziose. In una delle sue assennatissime e calde
lettere la contessa Papadopoli diceva alla sua amica:
“Andrea non ti suscita nemici, e anzi fa di tutto per conservarti
le sue amiche. Son sicura altresì che tu non credevi ferir così
mortalmente tuo marito separandoti da lui: conosco il tuo cuore
che si sarebbe certo continuato ad immolare piuttosto che render
Andrea così infelice. Egli stesso, forse, non sapeva quanto tu gli
eri necessaria, quanto perdeva perdendoti. Egli era cieco; dormiva
sopra un precipizio; il suo destarsi fu terribile: io lo capisco
molto bene e ne ho compassione. Infatti, mia cara, quale avvenire
per lui?... Egli, sì improvvido nella sua economia; avvezzo ad
un _ménage_ sì comodo, ad un _chez-soi_ così aggradevole, ora
che la sua salute e la sua età stavano per fargliene gustar le
dolcezze!... Che cosa vuoi?... Ti confesso che ne ho compassione e
che le sue lagrime mi hanno commosso: perdonamelo! Forse quando tu
mi esporrai i tuoi dolori, le tue torture, la mia compassione per
lui si diminuirà; ma, per ora, devo creder la sua colpa ben grande
se ha meritato questo castigo!„
Anche Clara Maffei soffriva della separazione. Inviò al marito una
dignitosa, mestissima lettera d’addio; e, sul proprio album, scrisse
una pagina, in cui geme un cuore deluso, ma non pentito della
risoluzione irrevocabile alla quale dopo un’intima lunga tempesta
era alla fine venuto. È così delicata, e così bella nel dolore
questa pagina che merita d’essere apprezzata dagli spiriti gentili
e conosciuta da chi non crede si possa serbare incolume la propria
dignità in simili conflitti:
“Martedì, 16 giugno 1846.
“Esco dalla casa maritale col cuore addolorato, ma colla coscienza
sicura, perchè, se Dio m’ajuta, questo passo fatale non sarà che il
principio d’una vita tranquilla; e per mio marito, pel quale avrò
sempre della stima e dell’affezione, potrò diventare una tenera
sorella.
“E voi, amici miei dilettissimi, Saulina, Carcano, Verdi,
Guerrieri, Bellerio, Belli, Ninetta, che tanta parte prendeste a’
miei dolori, che così efficacemente mi proteggeste, possa la mia
vita provarvi che nel giudizio amoroso che formaste di me non vi
siete ingannati; possa io essere sempre degna della vostra amicizia
che sarà in avvenire quasi il solo mio conforto; guidatemi,
consolatemi e saprò sopportare ogni sciagura, se a voi sarò vicina.
Iddio vi benedica: io lo implorerò ogni giorno per voi tutti ed
anche per chi può in questa occasione avermi abbandonata....
“Madre mia, Ottavia mia dilettissima, vegliatemi, onde la mia
esistenza sia quale mi propongo di condurla, o chiamatemi presso di
voi.„
In seguito alla separazione, avvenne, naturalmente, un cambiamento
nel salotto. Alcuni, ch’erano più amici del poeta, dileguarono;
altri rimasero fedeli alla contessa e ne difesero a spada tratta la
riputazione così facile ad essere lacerata dai malevoli, quando una
signora è costretta a separarsi dal marito.
Ai vecchi elementi conservati del salotto, bisognava aggiungerne di
nuovi; ma occorreva molto giudizio. Anche su questo, l’ottima Teresa
Mosconi-Papadopoli diede all’amica preziosi consigli:
“Tu sei sempre ed in tutto troppo buona, ecco il tuo male; ma ora
che rinnovi la tua società, va cauta, e fa anche qualche sacrificio
di cuore alla tua riputazione: accetta questo consiglio dalla tua
sorella-mamma. Ricòrdati ch’io ti ho accolta nelle mie braccia
bambina, che ho asciugate le tue lagrime e quelle della povera
tua madre, quando v’imposero il crudel sacrificio di separarvi;
ricòrdati che la povera Ottavia ti ha raccomandata al mio cuore,
ed ha reso santo il mio affetto per te. A questo titolo ascolta e
rispetta i miei amorosi consigli.„
Sento il dovere di accennare ai particolari della separazione de’
coniugi Maffei, perchè essa non va assolutamente confusa colle volgari
separazioni che contristano la società moderna. Da essa ebbe origine la
fase più seria, più notevole dello storico salotto. Con Andrea Maffei,
il salotto sarebbe continuato col suo carattere letterario, artistico,
elegante; non sarebbe mai divenuto un salotto politico, patriotico,
fino al punto al quale lo condusse Carlo Tenca.
Nel 1846, si chiude di fatti lo smagliante periodo letterario e
artistico del salotto Maffei, e si prepara il periodo politico, così
drammatico ne’ suoi entusiasmi e ne’ suoi conati.
Dal ’42, il salotto era passato dalla via Monte di Pietà a un
appartamento nel secondo piano al numero 2 della tranquilla piazza
Belgiojoso, vicino alla casa che si dice fosse dimora di Giuseppe
Parini e vicino a quella abitata da Alessandro Manzoni. Nel ’46, la
contessa, separata dal marito, si trasferì in via del Giardino, ora via
Alessandro Manzoni, al primo piano della casa al numero 46; e, dal ’50
in poi, portò il salotto al numero 21 della via Bigli.
Quelli che Shakespeare definisce “i semi dei tempi„ già maturano. I
patrioti si raccolgono in casa Porro, ed altrove; alcuni si raccolgono
presso Clara Maffei, che, coll’indole sua socievole ed espansiva, e
colla sua intelligenza, non avrebbe potuto condannarsi all’isolamento e
alla morte del pensiero.
CAPITOLO X.
NEL QUARANTOTTO.
Le dame milanesi in casa Borromeo. — L’alta società austriaca a
Milano. — La Essler. — Nel salotto Maffei cominciano due correnti
di idee in conflitto. — Il marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga e il
conte Cesare Giulini della Porta. — Cesare Correnti. — Agostino
Bertani. — Eroi eleganti ed eroi religiosi. — Ancora Cernuschi.
— Manara, Morosini, Carlo De Cristoforis e i due Dandolo. — La
principessa Cristina Belgiojoso. — Clara Maffei e Mazzini.
Alla vigilia della rivoluzione delle Cinque Giornate, il salotto
Maffei, in via del Giardino, appare profondamente mutato. Non più
affollati ed eleganti ricevimenti, non più brio. Più che alla
letteratura e all’arte, si pensa alla patria; e a questo pensiero —
luttuoso pensiero per una morta adorata che si vuole far risorgere dal
suo sepolcro viva ancora, grande ancora — le anime si torturano e le
letizie si velano. I sentimenti che scaldano il cuore dei pochissimi,
i quali si raccolgono intorno alla contessa, sono i sentimenti di
Mazzini, fiamma altrice del risorgimento, sprone a correre la via del
dovere.
Giuseppe Mazzini esercita ancora i suoi fascini nella gioventù per le
pagine caldissime che la sollevano ai forti ideali e fanno sembrare
più meschina la vita dei giovani d’indole meno generosa sviati dietro
al fluttuare dei veli voluttuosi delle ballerine. L’eminente ingegno
letterario del Mazzini, scrittore di pagine le quali, anche oggi,
emanano un calor di densa vita fremente, un bagliore d’incendio segreto
che serpeggia di frase in frase cercando una via d’uscita trionfale,
un non so che di sacro e di misterioso come d’una catacomba abitata
da un profeta che mesto e grave vaticini; quell’ingegno, dico, quelle
pagine ispirate e ispiratrici non possono non ammaliare alla vigilia
d’una riscossa le anime italiane più poetiche, alla cui sensibilità il
romanticismo contribuisce non poco.
Il salotto Maffei è divenuto patriottico, ma non è ancora così
spiccatamente politico come negli anni che seguirono il ’48.
Al principio di quell’anno parecchi Milanesi non vogliono più fumare i
sigari, monopolio del Governo; ed ecco, nel 3 gennaio vengono slanciati
sulle strade gruppi di soldati che marciano fumando con aria di sfida.
Il popolo li fischia: i soldati sguainano le sciabole, menano colpi
alla cieca e numerosi cittadini cadono vittime.
Cinquantadue gentildonne milanesi si raccolgono allora in casa Borromeo
per soccorrere le vittime e le loro povere famiglie; girano per la
città di porta in porta affine di raccogliere i soccorsi, i quali
sono atto di carità e protesta insieme. La contessa Maffei gareggia
con altre dame benefiche nel raccogliere l’obolo della pietà anche
fuori di Milano. A Venezia, due giovani dame, la contessa Giustinian
nata Michiel (carissima amica della Maffei) e la marchesa Bentivoglio
nata Da Mula, imitano le signore milanesi raccogliendo le offerte che
vengono trasmesse al Comitato di Milano composto in gran parte d’amici
della Maffei.
Intanto, nell’alta società austriaca a Milano scoppiano lo screzio e lo
scompiglio. Non pochi austriaci, commossi all’eccidio lo disapprovano,
e tremano per il pericolo cui, ove avvengano rappresaglie, sono
esposte le loro innocenti famiglie. La contessa Samoyloff, che riceve
in conversazione gli ufficiali più eleganti, chiude inorridita le sue
sale e fugge da Milano. L’ottuagenario generale di cavalleria austriaca
conte Walmoden-Gimborn, indignato, dice ai suoi soldati: “Se avevate
insulti da vendicare sui cittadini, dovevate dar loro prima le armi e
poi combatterli, non farvi assassini!„ Egli è un vecchio e valoroso
soldato; inviato quale _ad latus_ di Radetzky a Milano, ne ignora, ne
vuol ignorare i fini; e presto se ne allontana. Il governatore della
Lombardia, conte Spaur, al quale il conte Gabrio Casati, podestà di
Milano, si reca per protestare, risponde più colle lacrime che colle
parole. Raineri, il vicerè, qui messo a sostituire il principe Eugenio
del rovesciato Regno Italico, si scagiona egli pure dall’accusa d’avere
ordinate le violenze, delle quali, veramente, sembra doversi incolpare
uno solo: Radetzky.
Per apportare unità nelle misure militari del maresciallo Radetzky
e unità nell’indirizzo che le autorità civili dovevano seguire in
certi eventi, il principe di Metternich avea pensato fosse necessario
stabilire a Milano una conferenza composta del vicerè Raineri,
di Radetzky, del conte Spaur e del suo fido conte Carlo Luigi di
Ficquelmont, lorenese. Ma questo quartetto classico non andava punto
d’accordo: dissidii tra Ficquelmont e Radetzky; gelosie fra gli uni e
gli altri: così l’unità di governo, bramata da Metternich, si risolveva
in nulla.
Il conte di Ficquelmont era il capo dell’alta società austriaca a
Milano. Nei primi mesi del ’48, abitava nel palazzo Marino, dove colla
moglie e colla figlia accoglieva il 6 marzo ’48 a sontuoso banchetto
la leggiadra contessa Beckers nata Festetics, la baronessa Betsi
Meyendorff, il generale principe Carlo di Schwarzenberg, il barone
Hübner, il generale conte Edoardo Clam-Gallas, tipo del gran signore
austriaco, lo stesso che fu il comandante del primo corpo d’esercito
nella guerra d’Italia nel ’59. La principessa Clary, classica
bellezza, splendeva in tutto il suo incanto. In quelle riunioni non
mancavano le discussioni sul rombo minaccioso che percorreva l’Europa:
neppur mancavano le celie argute dello spirito viennese. Il conte di
Ficquelmont, che portava sulle larghe spalle la testa d’un Socrate,
cercava di tener lieta la brigata e rideva delle illusioni del
gabinetto di Vienna riguardo a Milano. “Tutto ciò che noi faremo qui
(diceva) sono colpi di spada nell’acqua.„ La baronessa Betsi Meyendorff
teneva _salon_: il conte Edoardo Clam-Gallas, che abitava nella casa
Greppi, apriva le sue sale addobbate con lusso principesco alle
_soirées fumantes_, frequentate solo da fumatori; perciò vi accorrevano
ufficiali di tutte le armi, di tutti i gradi, di tutte le età: vero
campo di Wallenstein, diceva il gajo barone Hübner, il medesimo che,
sorpreso nel turbine delle Cinque Giornate, rimase nascosto a Milano
nella casa d’una signora, e che poi fu ambasciatore d’Austria a Parigi
e a Roma. Nel Caffè Cova (divenuto ben presto il Caffè dei cospiratori)
il maresciallo Radetzky sedeva famigliarmente insieme cogli ufficiali
di tutti i gradi, sfoggiando vivacità e gajezza giovanile che
contrastava co’ suoi ottantun’anni suonati. Gli altri ufficiali
superiori, Wohlgemuth, Wocher e Schœnhals erano della partita. Il
maresciallo si divertiva sopratutto a burlare il conte di Wallmoden
perchè, non ostante l’età (era suo coetaneo) faceva il galante col
sesso bello e russava in pieno pranzo!
Ma il buon umore non durò a lungo.
I giovani liberali della società elegante e, quindi, fra questi,
alcuni amici di casa Maffei, non desistevano dall’idea di nuove
manifestazioni. Al teatro alla Scala doveva ballare Fanny Essler,
l’ammaliante danzatrice-mima, levata agli astri anche da un carme
del Prati. Il “tremendo angelo„ come questi definiva la Essler, avea
lasciati stupendi ricordi a Milano, dove nel ’38 e più nella stagione
di carnevale-quaresima del ’44-45 ella avea sulle scene della Scala
spiegati i suoi fascini, nella _Beatrice di Gand_ e nell’_Esmeralda_,
in guisa che il suo ispirato cantore le domandava in una lingua a lei
quasi ignota:
.... Ma chi ti apprese
Vagabonda gentil, que’ virginali
Rapimenti d’amore, e dentro al sangue
Quel trasfuso ineffabile mistero
D’ingenue grazie e di pudor’ celesti;
E gli sdegni potenti, e le paure
Sublimi e caste dell’infame amplesso?
Nel 9 gennaio del ’47, la Essler avea sfolgorato di nuovo alla Scala
nella _Figlia del bandito_, ballo di Giulio Perrot, musica di Cesare
Pugni; e tutta la città scioglieva allora più che mai inni alla sua
figura elegantissima e slanciata, alla sua bellezza fidiaca, al suo
genio, al suo buon cuore pronto a soccorrere i poverelli. Per Milano
non si vedevano che ritratti della Essler vestita da figlia del
bandito; sui cembali si strimpellavano i “walzer Essler„ composti da
G. Tutsch; otto giovani, fra i più ricchi, uscirono in quel carnevale
sul corso vestiti nel costume dei briganti del ballo; un Giacomo
Gilardi inventò i sigari alla Essler, fumando i quali si svolgea
(ignoro con quale meccanismo) un fogliettino col ritratto della diva.
Ricorrendo l’onomastico di lei, molti ammiratori le offersero una
sontuosa cena, durante la quale si eseguì una cantata, poesia e musica
di Giovanni Sala; la banda militare suonò una serenata sotto i balconi
dell’alloggio di Tersicore; insomma non si adorava che la Essler, non
si sognava che lei.
Ma un anno dopo giusto, qual cambiamento di scena!... Gli stessi
entusiasti ammiratori del ’47 s’accorsero ch’ella era.... viennese, e
che perciò doveva scontare in un momento solo tutti i trionfi ricevuti
in più stagioni.
Venne la sera del 12 febbrajo 1848, e la Essler si presentò nel ballo
romantico _Faust_. Per le mani di molti giovanotti liberali, convenuti
nel teatro alla Scala, correva una satira litografata contro Fanny;
altri, invece, s’erano astenuti dal teatro, in seguito alla diffusione
d’una circolare anonima che diceva:
Un altro sacrificio, fratelli! Bisogna assolutamente astenersi dal
teatro alla prima rappresentazione della Essler. Cedete il luogo ai
Tedeschi, che vorranno applaudirla anche in nome nostro. L’Essler
fu benefica verso i poveri, ed abbiasi tutta la riconoscenza, non
il sacrificio del nostro decoro! ecc.
I genii infernali, gli spiriti dell’aria, le fiammelle vagabonde
indicanti le anime dei trapassati ond’era pieno il ballo,
indispettirono il pubblico, che non vide di meglio per gridar basta!
basta! E giù fischi, urli, mentre gli ufficiali applaudivano; fischi,
urli, anche all’indirizzo della Essler, che svenne.
Già l’avevano avvertita molti giorni prima che una tempesta sarebbe
scoppiata; perciò ella avea indugiato a presentarsi sulle scene facendo
spargere la voce che s’era fatta male a un piede; ma, alla fine bandì i
timori, e sfidò l’uragano che la travolse.
Fanny Essler, raccolti cinque o sei milioni, guadagnati specialmente
in America dove gli impresari se la contendevano fra loro coi pugnali,
si ritirò dalle scene nel 1851, l’anno stesso che sua sorella Teresa,
la viragine maestosa e alta come un granatiere e anch’essa ballerina,
sposavasi morganaticamente col principe Adalberto di Prussia. La
buona Fanny a Milano non isfoggiava gli sfarzi d’altre celebri dee
della scena: viveva ritirata, modesta, al pari d’una oscura borghese
qualunque. Tutti g’innumerevoli mazzi di fiori che riceveva ogni
mattina e ogni sera da parte di signori dell’alta società austriaca
e anche da parte d’Italiani, erano da lei invariabilmente mandati ad
adornar gli altari della chiesa di San Fedele in omaggio ai Santi e
alla Madonna[7].
Il 9 marzo il conte di Ficquelmont lasciava Milano non senza aver dato
alla sua società uno splendido pranzo d’addio al Marino. La stessa sera
dell’ultimo banchetto (7 marzo) avea luogo un memorando spettacolo
al teatro alla Scala dove si rappresentava il ballo _Faust_ colla
Maywood. Il teatro, benchè male rischiarato, presentava un aspetto
solenne: i palchi erano occupati tutti: si notavano tutte le signore
dell’aristocrazia milanese e tutte le signore dell’aristocrazia
austriaca. Gli ufficiali, nei primi posti d’orchestra, formavano, colle
loro bianche divise, due lunghe linee compatte; erano quelli i posti
loro assegnati in teatro da un privilegio che risaliva al 1815, e che,
visibilmente, segnava la recisa divisione morale fra gl’Imperiali e
Milano. Si sentiva fremere qualche cosa nell’aria: si sentiva che un
uragano terribile stava per iscoppiare... Ed ecco folgoreggia!
Nella lotta dei Cinque Giorni, Clara Maffei non resta inoperosa; cura
assidua i feriti negli ospedali, li conforta; e così tante altre
signore della società milanese, più che mai unite nel sentimento
patriottico e nella carità generosa verso i caduti, siano amici nostri
o nemici.
Durante il periodo successivo alla lotta cittadina delle Cinque
Giornate, fra quei pochi intimi che Clara Maffei vede quasi ogni giorno
nel suo salotto, si trovano due preclari dirigenti la pubblica cosa,
i quali rappresentano due correnti diverse di idee; le correnti che
dividono, pur troppo, il Governo provvisorio.
Sono il conte Cesare Giulini della Porta e il marchese Anselmo
Guerrieri-Gonzaga. Il primo rappresenta le opinioni dell’aristocrazia
patriotica lombarda, e quindi ripone _esclusivamente_ ogni speranza nel
Piemonte, nella Casa di Savoja, in Carlo Alberto. Il Guerrieri-Gonzaga,
invece, come quasi tutti i giovani del tempo, vibra ancora alle
lusinghe, alle aspirazioni mazziniane. Il Giulini e il Guerrieri
continuano la sera nell’intimità del salotto Maffei le discussioni che
li hanno divisi durante il giorno nel palazzo municipale. La Maffei,
mazziniana, parteggia col Guerrieri; anzi lo rimprovera quando lo vede
aderire a qualche atto in contrasto colle opinioni sino allora da
lui professate; ma il gentiluomo mantovano non può sempre obbedirvi:
la realtà delle cose comincia già a scuotere la sua fede: la suprema
necessità del momento gli fa conoscere quanto i concetti del Giulini
mirino a un fine più pratico.
Se badiamo a Cesare Correnti, — anche questi amico di Clara Maffei,
e uscito anch’egli, come quasi tutti gli uomini della rivoluzione,
dal misticismo alla battaglia delle Cinque Giornate, — Anselmo
Guerrieri-Gonzaga fu con lui non tiepido fautore della fusione della
Lombardia col Piemonte, poichè (sono sue parole pronunciate a Mantova
nell’86 in occasione che nell’Accademia Virgiliana si scopriva un
busto in onore del Guerrieri-Gonzaga) “poichè non poteva la Lombardia
far casa a parte, nè patteggiar sola, e peggio vantaggiandosi con
danni d’altre parti d’Italia; al postutto non trattarsi d’indipendenza
lombarda ma d’indipendenza italiana.„
Il Correnti va più in là ancora: aggiunge che egli e il
Guerrieri-Gonzaga, ben prima d’altri desideravano la fusione.
Mi sono imposto l’obbligo di serbarmi strettamente imparziale con
tutto e verso tutti in un libro di carattere storico qual’è questo;
riporto perciò qui sotto testuali le parole esplicite del Correnti.
Certo se v’à epoca nella storia, in cui le contraddizioni, il tumulto
delle idee e la confusione regnarono sovrane, fu quella. Era un caos;
caos ben naturale e persino necessario, poichè da quello, a un _fiat_
onnipotente, doveva uscire pochi anni dopo l’Italia.
“Si è detto, si è scritto che Guerrieri e Correnti (si perdoni al mio
nome che per necessità qui si registra) erano i soli che nel Governo
provvisorio avversassero l’unione della Lombardia al Piemonte. Soli
non erano; e se avessero cercato compagni ne avrebbero trovati troppi;
ma questo non importa gran fatto. Importa assai più il sapere che
molti mesi prima dei primi moti di Milano, e quand’altri ricantava
ancora _l’esecrato Carignano_ del Berchet, e sbertava l’esercito sardo
come accozzaglia di contadini insaccati nell’uniforme, essi già si
erano indetti co’ patrioti piemontesi, ed erano deliberatissimi di
promuovere l’unione della Lombardia da tanto tempo inerme col Regno
Sardo, di cui ad ogni occasione essi celebravano l’esercito forte e
disciplinato; importa sapere come essi soli si travagliassero per
ottenere la conciliazione o almeno la rassegnazione dei repubblicani
capitanati allora da due uomini di gran mente, di meritata autorità
e d’inespugnabile pertinacia, il Cattaneo e il Sirtori; importa
sapere che appena si persuasero che il temporeggiare portava pericolo
d’invelenire i dissidj e di disanimare l’esercito, essi stessi si
presero il cómpito di dettare e difendere a costo d’impopolarità il
decreto, con cui si presentava al Paese la formula del voto di fusione.„
Così il Correnti.
Anselmo Guerrieri-Gonzaga, nato da patrizia famiglia a Mantova nel
1819, si trovava alla vigilia della rivoluzione, a Milano, impiegato
al fisco; qui attendeva in pari tempo alle discipline giuridiche e
letterarie in cui emerse più tardi colla traduzione in versi della
prima parte del _Faust_, dell’_Ifigenia_ e di _Ermanno e Dorotea_ di
Goethe e delle Odi d’Orazio. Ampia la fronte, animato penetrante lo
sguardo, il capo leggermente inchinato, lievemente ironico il sorriso,
il marchese Guerrieri-Gonzaga univa insieme, al pari di tanti patrioti
rivoluzionarii, il sentimento cavalleresco verso la dama e il culto
alla patria. Urbano il suo frizzo, innocente il suo madrigale, pronta
la cortesia. Nessuno scrisse tanti versi in omaggio a Clara Maffei come
il Guerrieri. A ogni anniversario onomastico della dama gentile, le
offriva poesie su bella carta a ricami e colorata.
Il Correnti, che lanciò Milano alle Cinque Giornate, — e a cui Tullo
Massarani eresse degno monumento nel descriverne in più volumi la vita,
i tempi e nel raccoglierne le opere disperse come le foglie della
Sibilla al vento della rivoluzione e dell’affannoso mattino dell’Italia
nuova, — portava nel salotto Maffei la frase scintillante ed alata,
lieto di ritrovare anche in quelle conversazioni compagni di speranze
e d’intenti. All’aspetto, ai lineamenti, a certi segni caratteristici,
avresti scambiato il Correnti per qualche artista israelita francese;
egli era, invece, lombardo, patrizio milanese d’antica data; artista
sì, ben era, e dell’immagine e della parola, e sognatore presago
dell’Italia libera sin dagli anni primi, in cui vedea, più che sorrisi,
tombe e rovine. Ei cantava:
Inebrïanti immagini,
Fantastiche pitture del pensiero,
Armonie, che dall’animo muovete....
Svanite! — il cielo è tempestoso e nero,
La natura è un sepolcro — e voi ridete!...
In disperato gemito
Si volga il sospirar de la tua lira:
A terra i fiori che ti stan sul crine;
Piangiam, piangiam!... Siamo nati in grembo all’ira.
La nostra culla è appesa alle ruine!
Il conte Cesare Giulini della Porta, una delle primarie figure del
salotto Maffei e di tutta l’Alta Italia, era del legno raro (per dirla
con una frase heiniana), in cui s’intagliano gli uomini di Stato.
Nato da antica famiglia patrizia che diede a Milano lo storico Giorgio
Giulini suo bisavo; educato dal padre all’amore della pubblica cosa,
Cesare s’illuminò nei primi anni, alla luce del fratello maggiore
Rinaldo, fortissimo ingegno, di eccelse speranze, morto innanzi tempo.
Cesare Giulini apparteneva a quella schiera di giovani, che come
i Correnti, i Visconti-Venosta, i Massarani ed altri, divennero
precocemente uomini, uomini di forte sentire, risoluti ad operare a
pro del loro paese. La memoria e l’erudizione svariatissima e sicura
di Cesare Giulini erano prodigiose. Studii speciali aveva compiuti
nella scienza diplomatica e nella storia delle più celebri famiglie
d’Europa ch’egli conosceva nei particolari più minuti. Quanti aneddoti
raccontava in casa Maffei, masticando distrattamente qualche lettera
che si toglieva di tasca! Le sue distrazioni rimasero famose al pari
della sua erudizione. Una sera, discorrendo, masticò una lettera dai
grossi suggelli di ceralacca, e avrebbe tutto inghiottito se gli
ascoltatori non l’avessero pregato di risparmiarsi quel pasto.
Allorchè il Giulini venne chiamato al Governo provvisorio di Milano
avea già compiuto sulle cose agrarie di Lombardia eccellenti studii
resi noti nel Congresso degli scienziati, tenuto a Venezia nel 1847.
Nutrito degli scritti di Cesare Balbo e di Massimo d’Azeglio, non
cessava dal proclamare, anche a chi non voleva sentirlo, che il tempo
delle sétte era passato: da ciò la sua scarsa fiducia nel sistema
di Mazzini e la fiducia inconcussa in coloro che volevano operare,
combattere alla luce. Nei Cinque Giorni, egli, eletto uno de’ tredici
che ressero Milano in quel tempestoso momento, passava di barricata in
barricata, esponendosi inerme, o quasi, ai pericoli. Avuto l’incarico
d’un mandato in nome della città al campo di Carlo Alberto, vi andò ed
ebbe liete accoglienze dal re sabaudo, il quale non tardò a comprendere
la forza di quella mente.
Il 5 agosto ’48, Milano capitolava; e il Giulini lasciò non un addio,
ma un arrivederci al salotto Maffei e a Milano. Riparò nel Piemonte,
donde stabilì poi fra Torino e Milano, fra il gabinetto di Cavour e
il salotto Maffei un filo conduttore di preziose informazioni, di
parole d’ordine, d’aspirazioni concrete, che servirono a preparare e ad
alimentare la tenace e lunga battaglia della resistenza contro l’Impero.
Un’altra figura appare nel salotto Maffei durante il ’48, una figura
storica: Agostino Bertani. Durante la lotta, il dottor Bertani cura
abilissimo i feriti. Egli è ben conosciuto come giovane di aperto e
colto ingegno. Frequenta molto l’alta società, come quegli che pur
essendo di opinioni repubblicane predilige le abitudini aristocratiche,
le quali non dispiacciono nemmeno a Enrico Cernuschi e ad altri baldi
ingegni della Montagna. Il Cernuschi corre alle barricate combattendo
da prode senza scomporsi e nello stesso abbigliamento ricercato col
quale la sera avanti si presentava in un crocchio di belle signore.
Il conte Enrico Martini, dagl’impeti baldi e generosi, dall’elegante
affabilità de’ modi, una delle più note figure quarantottiane, era
amico di casa Maffei. Carlo Alberto lo ebbe caro e lo adoperò in più
negozii diplomatici. Morì nel 1869, dopo una vita d’avventure e di
sventure tremende.
Fra le figure semistoriche che abbondano nell’epopea del risorgimento,
vediamo apparire nel salotto Achille Mauri e quell’Angelo Fava, che
abbiamo incontrato al tempo delle animosità contro Balzac. Angelo Fava,
veneto di Chioggia, dottore in medicina e letterato, brioso parlatore
nelle conversazioni e simpatico, era stato eletto a educatore dei
due prodi fratelli Enrico ed Emilio Dandolo; i quali in quest’epoca
fortunosa e sfortunata del ’48, compirono prodigi di valore. Che gentil
schiera di giovani eleganti e prodi e.... credenti!... Il Morosini e
i due Dandolo, Carlo De Cristoforis, Luciano Manara (che primeggia su
tutti i giovani combattenti dell’alta società lombarda per valor vero
di stratega) sono figure raggianti di eroica poesia, di fortissimo
culto all’ideale. Quei soldati della libertà, quei giovani, attingono
forza a combattere nel nome della patria e nel nome di Dio. Il Morosini
e i due Dandolo, avanti di accorrere fra i primi alle barricate, si
confessano e si comunicano a pie’ degli altari.
I due Dandolo, amicissimi di casa Maffei, sono fra i più cari, fra i
più ammirati gentiluomini che ne onorino il nome.
Nel ’48, la contessa Clara s’incontra a Milano con un’amica illustre
che non vede da più tempo: la principessa Cristina Belgiojoso; la
singolarissima gentildonna lombarda, che, nel ’48, sembra voglia
divenir la Giovanna d’Arco dell’indipendenza italiana; ella, modello
della duchessa di San Severino nella _Chartreuse de Parme_ di Stendhal.
Alla testa d’una colonna di volontarii, arruolata a tutte sue spese,
la principessa entrò in Milano decisa di combattere e di sconfiggere
i nemici d’Italia. Qual’altra donna prese parte così attiva e così
battagliera per la libertà? Nata nel 1808 dal marchese Trivulzio,
era moglie al principe Emilio Belgiojoso, il musicista eminente pel
nome, pel talento musicale, per l’avvenenza. Virile, prontissimo
l’ingegno della principessa; ingegno storico e filosofico; vasta la
cultura; spiritosa, tagliente spesso la parola; generoso l’animo e
audace. Caduta Milano, ne fu bandita; andò a Roma e vi stette durante
l’assedio, poi si portò a Parigi, dove aprì un salotto di fama
mondiale, che accoglieva i più insigni uomini della Francia. Viaggiò
in Oriente e narrò i suoi viaggi prima nella _Revue des Deux Mondes_,
poi in volumi che attestano il suo spirito di osservazione. Il suo
_Essai sur la formation du dogme catholique_ non piaceva e non potea
piacere al Manzoni, che tuttavia le rendeva onore: il suo _Essai
sur Vico_ è certo più notevole lavoro, e rimane uno dei piedestalli
della riputazione letteraria dell’ammaliante _fœmina vir_, sotto una
caricatura della quale, disegnata da Alfredo De Musset, questi scriveva
(non senza intenzione):
_Pallida, sed quamvis pallida, pulchra tamen._
Al ritorno degl’Imperiali, non poche famiglie lasciano Milano per
isfuggire il ferreo dominio militare del maresciallo Radetzky sotto cui
la città è piombata. Così la contessa Maffei, con Carlo Tenca e colla
madre di questi, ripara per qualche tempo a Locarno, dove ha occasione
d’incontrarsi col suo primo maestro di fede politica: Giuseppe Mazzini.
Non si può affermare che la gentildonna lombarda inspirasse troppo
vive simpatie all’agitatore genovese; che questi si affrettasse a
considerarla un astro di prima grandezza nella costellazione di signore
trascinate nella sua orbita politica.... Giuseppe Mazzini prevedeva
forse ciò che sarebbe divenuto fra pochi anni il salotto Maffei?...
CAPITOLO XI.
LA LOTTA DEI DIECI ANNI.
La parola d’ordine e il _Crepuscolo_. — Risoluzione di Mazzini.
— Napoleone III e il conte Arese. — Visita di Tullo Massarani a
Mazzini. — Decisione antimazziniana. — Emilio Visconti-Venosta
e Camillo Cavour. — Arresto di Antonio Lazzati. — Un programma
borgiano. — Il 6 febbrajo. — Fuga di Carlo De Cristoforis. —
Processi di Mantova. — Un salvamento. — Giuseppe Finzi. — La
contessa Maffei e la polizia.
Nel 1850, la contessa ripiglia, per non interromperle più, le intime
riunioni, nel suo grazioso appartamento al numero 21 nella via Bigli;
quieta e storica via, in una casa della quale dimorò una madre di
prodi, Adelaide Cairoli-Bono, e, in altra, mentre il popolo combatteva
nelle Cinque Giornate, veniva dai duci dell’insurrezione respinto
l’armistizio offerto dal maresciallo Radetzky.
Sono due le sale che la contessa destina per ricevere gli amici. Nella
sala più riposta, risiede ella, senza atteggiarsi a far centro alle
conversazioni, che ora alimentano più che mai la fiamma patriotica del
suo spirito. Le sale sono addobbate con velluti oscuri, con quella
accogliente armonia, con quel gusto squisito, quali le dame vere
sanno scegliere. Specchi di Venezia, quadri a olio moderni, incisioni
del Calamatta, e ritratti d’amici insigni adornano le pareti. Trine
finissime sulle poltrone, sui divani; e vasi; e fiori, molti fiori,
specie in primavera, olezzano fra i candelabri, sulle mensole, sul
pianoforte e sulla tavola presso la poltrona dove la contessa siede
discorrendo di tratto in tratto e ascolta. Ella possiede l’arte, così
difficile, d’ascoltar bene; e, se parla, non ascolta, come altri, sè
stessa. Mentre il suo labbro discorre o sorride, le mani, affilate,
lavorano assidue d’uncinetto a qualche rete, a qualche vesticciuola pei
bambini poveri. Tollera tutte le opinioni, tutte le idee; non tollera
mai e poi mai la maldicenza.
Non è punto vero che nel salotto Maffei nojosi poeti leggessero i
loro poemi, commediografi le loro commedie, o economisti le loro
dissertazioni, come nel _Mondo della noja_ di Pailleron. Gli amici
parlavano delle cose del giorno, le discutevano, e spesso un’idea
severa, patriotica, veniva gettata e faceva pensare, o un motto arguto
facea sorridere. Si parlava di letteratura, d’arte, d’industrie,
d’economia politica, persino di filosofia, ma tutto veniva annodato
al pensiero dominante, la risurrezione d’Italia e ogni pedanteria era
sbandita.
Dopo le luttuose rovine del ’48-49, le discussioni erano gravi, tristi,
sostenute da un piccolo nucleo d’amici patrioti che si chiamavano:
Carlo Tenca, i fratelli Visconti-Venosta, Tullo Massarani, Antonio
Allievi, Carlo De Cristoforis, Giacomo Battaglia, Romolo Griffini,
Stefano Jacini, Cesare Giulini della Porta, Antonio Lazzati, Giulio
Spini, Giulio Carcano, Innocente Decio, Giuseppe Finzi. Il dottor
Francesco Rosari frequentava il salotto fin dall’epoca delle Cinque
Giornate. V’erano alcune signore, quali donna Saulina Viola Barbavara,
la signora Bianconi-Robecchi e qualche altra.
Parecchie signore della società milanese vivevano ritirate in campagna,
perchè Milano offriva omai troppe tristezze e squallore.
La Maffei riceveva tutto il giorno e tutte le sere. Si era certi
di trovare nel suo salotto qualcuno, fra le tre e le sei dopo il
mezzogiorno; poscia, dopo il pranzo, fino alla mezzanotte. Giuseppe
Verdi continuava a visitare la gentile amica, ogni volta che veniva a
Milano.
In questo gruppo di patrioti, passa ben presto una fiera parola
d’ordine: resistenza ad ogni costo, in ogni occasione, ad ogni ora,
contro lo straniero. Si vuole assolutamente debellar la fortuna;
si vuol conquistare il primo inviolabile diritto dell’uomo:
l’indipendenza. E questo sentimento, sacro, radicatissimo, deve esser
propagato, tenuto vivo, in mezzo alla buona società; a tale scopo le
signore del mondo elegante devono prestarsi alleate efficacissime;
e alleate promettono di essere, e sono difatti. La Maffei ne dà
l’esempio. Il suo salotto traduce in atto a gradi, senza fretta ma
senza posa, per dirla con una frase di Goethe, la parola d’ordine; ed è
questa la sua potenza contro cui nulla può. Quel fuoco s’irradia anche
fuori di Milano; è come un faro nella tempesta, nel quale si affissano
altri patrioti. Così tutti i più egregi italiani che vengono a Milano
non mancano di penetrare in casa Maffei; fra questi due bresciani:
Giuseppe Zanardelli e Gabriele Rosa; il primo, che a Brescia apre
sotto gli occhi degl’Imperiali un gabinetto di lettura convegno di
cospiratori, — il secondo reduce dallo Spielberg dove stette rinchiuso
tre anni in una cella attigua a quella del Confalonieri. Il salotto
Maffei è asilo di libertà in mezzo a una terra soggetta. A chi vi pone
il piede sembra di approdare ad un’isola libera e sicura.
È una lotta temeraria, certo, questa che si osa. Da una parte, un vasto
Impero vincitore e il diritto della spada; dall’altra, un pugno di
vinti e il diritto della ragione; e che questo, oggi o domani, debba
trionfare si prevede, si sente: quando mai la ragione non taglia più
delle spade?
Si confida ancora in Mazzini. Il _Crepuscolo_ stesso di Carlo Tenca
comincia mazziniano. Questo giornale, che nella storia della stampa
rifulge di puro splendore, nasce presso la contessa Maffei. Ne è
fondatore, direttore e scrittore Carlo Tenca; il quale vi mantiene
inalterato un carattere, vi mantiene la parola d’ordine della
resistenza, a ogni minaccia, e ad ogni lusinga più pericolosa della
minaccia. La resistenza dura un decennio, dal 6 gennaio 1850, giorno
in cui il _Crepuscolo_ esce per la prima volta, fino al giorno in cui,
liberata la Lombardia, vede raggiunto il suo scopo e sparisce, per
cedere il posto ad altri periodici più rispondenti alla novella vita
accelerata.
Ogni domenica, quando il settimanale _Crepuscolo_ esce nel suo aspetto
serio, e ricco di articoli che trattano a fondo le più urgenti
questioni della letteratura, della scienza, dell’arte, dell’industria,
sembra di avanzare d’un passo verso la meta. In ogni numero del
_Crepuscolo_, si legge una rivista politica del Tenca, il quale per
deliberato proposito non parla mai dell’Austria, sia per mostrare col
silenzio che non ne riconosce il diritto di dominio in Italia, sia per
non cadere in sequestri e nella soppressione del periodico, la cui
voce nel sepolcrale silenzio suona come voce d’amico che conforta e fa
sperare.
Ma in ogni pagina quante velate allusioni, che allora nella tensione
degli spiriti, acuiti dalle sciagure, si capiscono subito e a volo! La
parola _letteratura_ include _Italia_. La letteratura si confonde colla
politica: è la voce della patria, ne sostiene le ragioni, ne ajuta il
trionfo.
“Per noi, la letteratura d’oggi somiglia a una carovana sorpresa dal
vento del deserto. La bufera ne ha scompigliato le file, e sottratto,
per un istante, a’ loro occhi la meta del cammino. Ma poi, cessato il
turbine, i superstiti si raccolgono, contano i caduti ed i dispersi,
e ripigliano la loro via, intenti al medesimo punto raggiante
dell’orizzonte.„
Così il Tenca nel programma del _Crepuscolo_; e tutti comprendono che
sia quel “punto raggiante.„
Gli amici del salotto Maffei sono scrittori del _Crepuscolo_, e la
contessa si adopera a procurare associati, a guadagnare simpatie
al periodico. E il salotto e il giornale, per la concordia, per la
disciplina, riescono più utili forse alla causa liberale dei comitati
mazziniani detti di _Pensiero ed azione_, i quali, in questo tempo, si
vanno costituendo nel Lombardo-Veneto; comitati che pur vantano fior di
patrioti, ma che non sempre frenano le impazienze in modo da assicurare
il pieno conseguimento dello scopo, senza provocare sanguinose
rappresaglie, le quali invece, pur troppo! lo allontanano.
Troviamo fra gli assidui cooperatori del _Crepuscolo_, Emilio
Visconti-Venosta, il quale scrive articoli letterarj; sostiene
principii di umanesimo puro parlando della “Capanna dello zio Tom,„
il romanzo più possente negli effetti che sia stato mai scritto come
quello che spezzò le catene a tanti schiavi. Tratta di Channing e
del _Caino_ di lord Byron, in un mirabile studio. Tullo Massarani
spazia fra gli studii italiani in Francia; s’aggira fra’ popoli della
Romania, rivela all’Italia un originalissimo poeta, Enrico Heine. A
Carlo De Cristoforis, la natura concesse un singolare accoppiamento
di facoltà, poich’egli discorre colla stessa competenza di cose
militari e sul credito. Il medico Romolo Griffini tratta le quistioni
di igiene; Antonio Allievi l’economia; Giacomo Battaglia del romanzo
in Italia; Enrico Fano della condizione degli operaj; Innocente
Decio di cose giuridiche e statistiche; Giuseppe Zanardelli d’arti
e d’industrie bresciane. Sono della famiglia anche Paolo Emiliani
Giudici, Eugenio Camerini, Antonio Colombo, che manda corrispondenze
politiche da Torino, ed altri animosi. Il Camerini, critico ricco di
dottrina e d’acutezza, di stile sfavillante, ricrea lo spirito colle
sue corrispondenze letterarie dal Piemonte, da quella terra a cui si
rivolgono i proscritti, i nostri pensieri, le speranze.
Fra i cooperatori del _Crepuscolo_ è Carlo Cattaneo, che vi tratta di
scienze ed industrie. Benchè di vedute politiche ormai diverse, il
Tenca si vale dell’opera preziosa dell’amico suo personale, nel cui
pensiero balena pur sempre la sognata grandezza d’Italia.
Togliamo un momento dall’ombra dell’oblio dov’è sceso, carico d’anni
come Matusalem, un barone berlinese, grande amico del salotto Maffei,
in cui appariva immancabile tutte le volte che scendeva in Italia, e
scrittore pur esso del _Crepuscolo_: Francesco Neugebaur, consigliere
aulico di Prussia, già console e diplomatico. Nessuno più di lui odiava
il feudalismo, i sostenitori del diritto divino. Egli amava l’Italia
d’affetto così fervido che avrebbe sacrificati i suoi baffi bianchi
accuratamente impegolati pur di vederne meno infelici. Da Berlino
inviava lettere condite di pepe, sale e di singolarissimi spropositi
di lingua sullo stato della Germania. Ogni volta che agli ufficj
del _Crepuscolo_ arrivavano le corrispondenze del barone, l’ilarità
scoppiava irrefrenabile. Scriveva: homo, stiffàli, il tale star fecchia
canallia.... e altri fiori della Crusca che, riportati nel salotto
Maffei, ne rompevano per il momento la serietà. Carlo Tenca rifaceva da
cima a fondo le lettere del Neugebaur, salvando dall’eccidio le notizie
appetitose.
Innumerevoli erano gli articoli del Tenca stesso; articoli d’ogni
genere, ma specialmente di politica e di letteratura, ch’egli componeva
sempre di notte. Se qualche scrittore del _Crepuscolo_ (li chiamavano
_crepuscolanti_!) all’ultimo momento mancava agl’impegni, ei lo
suppliva e talvolta scriveva lui il giornale quasi tutto. In tali
eccessi di lavoro, soffriva spasimi alla testa, ch’era costretto di
calmare con vesciche di ghiaccio; e continuava così fino al mattino
in cui il tipografo veniva a ricevere i manoscritti del giornale da
pubblicarsi infallibilmente all’ora fissata.
Giuseppe Mazzini ripiglia ormai risoluto la sua azione. In nome della
democrazia d’Europa e specialmente della democrazia francese, scrive
agli amici che quest’ultima, sconfitta dal colpo di stato di Napoleone
III, vuol riprendere la lotta; ma avendo i capi in carcere o in esilio,
non può agire, e perciò invoca che la democrazia italiana prenda essa
l’iniziativa d’una generale sollevazione contro i despoti con un fatto
luminoso il quale risvegli nelle moltitudini il coraggio. All’agitatore
sembra che l’ora di operare sia giunta; gli sembra che Milano potrà
dare il segnale dell’insurrezione europea, rinnovando i prodigi delle
Cinque Giornate per le quali è divenuta gloriosa.
Intanto a Napoleone III non isfuggono le condizioni in cui l’Italia è
piombata. Il nuovo sovrano promette a un inclito lombardo, al conte
Francesco Arese, amico suo, che, appena assodate le sorti in Francia,
anche all’Italia rivolgerebbe il pensiero. L’Arese s’affretta a
comunicare a Camillo Cavour tale promessa, che presto è nota agli amici
di Milano, al salotto Maffei.
Occorrono dieci milioni, secondo Giuseppe Mazzini, per iniziare la
levata d’armi nei paesi italiani occupati dall’Austria: e, a tal uopo,
ei bandisce un prestito patriottico.
[Illustrazione: Salotto Maffei in Via Bigli.]
Uno degli amici di casa Maffei, Tullo Massarani, si reca a Londra per
conferire coll’agitatore e conoscerne davvicino i divisamenti. Mazzini
lo riceve nell’unica stanza angusta, meschina, in cui alloggia; e
avendo offerto al Massarani e ad un amico di questi che lo accompagna,
le sole due seggiole della camera, siede sul letto, e parla. La sua
parola è animata, i suoi occhi vibrano lampi. Egli è vestito tutto di
nero; è magro, pallido,
Pallido in volto più che re sul trono,
(direbbe di lui Vittorio Alfieri, come disse di sè): e confida nella
sua stella, nella patria!...
Tullo Massarani ritorna in Italia, recando non poche cartelle del
prestito mazziniano: e la madre, al confine, gliele cuce, intrepida,
entro le fodere dell’abito, ben sapendo che, se vengono scoperte,
l’unico amatissimo figlio suo non potrà sfuggire l’arresto, un
processo, la morte.
I comitati _Pensiero e azione_, sorti nelle principali città venete
e lombarde per effettuare il sogno mazziniano, sono mira alle
riflessioni di parecchi eminenti liberali di casa Maffei, che, come
Emilio Visconti-Venosta, Tullo Massarani, Antonio Lazzati, Giuseppe
Finzi di Mantova e qualche altro, direttamente o no, vi hanno parte.
Se ne parla, se ne discute, non senza preoccupazione. Non mancano,
difatti, gravi dubbii sulla loro opportunità. E non tutti li approvano,
sembrando che il momento dell’azione risoluta e decisiva non possa
essere imminente. Si opina da alcuni che una cospirazione non seguita
da un’azione ben preparata e forte, conduca a inutili eccidii. I
miracoli delle Cinque Giornate, avvenuti in un’epoca nella quale tutta
quanta l’Europa sollevavasi, non possono ripetersi ora isolatamente,
contro un impero che veglia sospettoso. Tuttavia non pochi sono i
giovani, che, ardenti d’amor patrio, anelano di romper gli indugi.
Una sera, nel salotto, si viene a una deliberazione decisa: se si
debba sì o no, seguire l’agitatore nella subitanea insurrezione da lui
suggerita.
La prevalenza è per il no: e allora vi si accentua il distacco netto
fra i patrioti che fino a questo punto militavano concordi nel
partito mazziniano. Un vigoroso intelletto di statista spiega insieme
col Giulini Della Porta la sua influenza: Emilio Visconti-Venosta,
giovanissimo d’anni ma di senno maturo. Il Visconti ormai s’affida, più
che nell’astro di Mazzini, nell’astro sorgente di Camillo Cavour, il
cui genio comincia a suscitare le più vive speranze.
In un giorno tristissimo, uno de’ giovani più simpatici e più serii del
salotto Maffei, il notajo Antonio Lazzati, diviene oggetto di generale
compianto e di trepidazioni.
Dal Comitato centrale (presieduto dal nobilissimo Attilio De Luigi) il
Lazzati era stato inviato a Mantova per consigliare a quel Comitato la
prudenza. Egli erasi già all’uopo abboccato col prete Tazzòli, uno dei
principali cospiratori, con Luigi Castellazzi, che essendo segretario
del Comitato teneva carte gelosissime, e con altri affigliati; e avea
fatto ritorno a Milano, fiducioso (com’egli stesso narrava in casa
Maffei) che i suoi colloquii avrebbero frenati, almeno per qualche
tempo, gl’impazienti compagni di fede; quand’ecco d’improvviso viene
arrestato e condotto nelle carceri di Mantova.
Come mai il Lazzati potè essere scoperto?... Da chi tradito?... Egli
andava di frequente a Mantova, per oggetto della sua professione; non
poteva quindi aver destati singolari sospetti da parte della polizia.
In un’adunanza tenuta a Mantova dallo Scarsellini, Canal, Zambelli,
Carlo Montanari ed altri sotto la presidenza del prete Tazzòli, il
Lazzati, obbedendo al mandato imperativo de’ suoi amici di Milano e
al proprio stesso sentimento, aveva combattuta una strana proposta
messa avanti da alcuni veneti: rapire a Venezia l’imperatore Francesco
Giuseppe mentre di sera in gondola andava a teatro, e quindi tenerlo in
ostaggio obbligandolo a rinunciare al dominio del Lombardo-Veneto!...
Tale divisamento ripugnava a molti patrioti; al Lazzati poi pareva
fra altro, superlativamente assurdo, poichè un monarca non poteva
essere rapito da una città come fosse una contadinella in un viottolo
solitario della campagna. In fondo, il Lazzati avea combattuto un
attentato contro l’imperatore; l’aveva impedito colla sua eloquenza,
col suo senno: l’autorità avrebbe dovuto piuttosto premiarlo, e invece
lo arrestò in seguito alla denuncia d’uno di quegli affigliati,
intervenuti alla riunione: il Castellazzi.
Il maresciallo Radetzky avea istituita in Mantova una commissione
militare inquirente per giudicare i delitti d’alto tradimento. A
capitano istruttore di questa commissione, la quale potea assumere
il motto del duca Guarnieri “nemica di pietà e di misericordia„ era
un boemo, Carlo Krauss, uomo di prontissimo ingegno, ma parea sceso
da un Torquemada. Il Krauss, che dopo essere stato governatore di
Boemia vive tuttora, in riposo, non può aver dimenticate le arti
crudeli colle quali cercò di strappare al Lazzati, appena lo ebbe
nelle mani, la verità sulle relazioni de’ suoi amici di Milano. Fra
i tanti arresti, allora avvenuti, il solo Lazzati era milanese;
il solo Lazzati rappresentava l’agitazione patriotica del salotto
Maffei e di Milano: e da lui si speravano relazioni e delazioni. Ma
come il Krauss s’ingannava!... Nei processi politici v’hanno tre
categorie d’imputati: gli eroi, i deboli, i traditori. Antonio Lazzati
apparteneva alla prima. Egli negò sempre alle accuse; resistette sempre
alle suggestioni, alle arti diaboliche spiegate per istrappargli fatti,
circostanze, nomi. Se alcuni patrioti di casa Maffei non morirono
sul patibolo lo dovettero (e alcuni per fortuna son vivi ancora) al
silenzio eroico di Antonio Lazzati.
Poichè questi negava imperterrito, il capo guardiano delle carceri di
Mantova, Francesco Casati (pur troppo un milanese!) lo cacciò nelle
orrende prigioni della Mainolda, unite alla pretura di Mantova. Questo
tristo Casati, speciale aguzzino del Krauss (può ella, Eccellenza
Krauss, negarlo?...) fingeva d’essere protettore dei carcerati
politici; usava le arti più lusinghiere per indurli alla confessione.
Nei colloquii con loro nelle carceri, mostrava una bonarietà ambrosiana
edificante: era così blando,
Che parea Gabriel che dicesse: Ave!
Ma quando non riusciva ne’ suoi intenti, gettava gl’infelici a macerare
nelle carceri umide della Mainolda, e a soffrir ivi freddo, fame,
tutto, finchè non confessavano.
Un brutto giorno Antonio Lazzati fu trascinato a sostenere un
confronto col suo delatore, il Castellazzi. Questi gli comparve
dinanzi, beffardo, colla caramella nell’occhio e disse in presenza
(s’intende) del Krauss: “Ah, il signor Lazzati di Milano! Soprabito
bianco, berretto d’incerato, come quella sera in cui venne a Mantova.„
Il Lazzati, fremente di sdegno, lo fulminava muto collo sguardo. E
il Castellazzi a continuare nella denuncia, colorendo i particolari
dell’adunanza di Mantova, non tacendo, peraltro, che il Lazzati
aveva sconsigliato da atti temerarii e anzi aveva raccomandato col
massimo calore la prudenza. A un certo punto, continuando la denuncia,
il Lazzati, cieco d’ira, si gettò come una tigre sul Castellazzi
afferrandolo per le spalle.... Ciò bastò al Krauss. Il Lazzati s’era,
a’ suoi occhi, tradito più che non l’avesse tradito il Castellazzi, e
lo fece condurre dal Casati nella carcere dove si trovavano insieme
altri patriotti.
In questa prigione stavano insieme il ricco, soccorrevole Carlo Augusto
Fattori di Venezia, il pittore Giuseppe Boldini pure di Venezia,
l’ingegnere Francesco Montanari di Mirandola (il quale aveva avuto
incarico dal Comitato Mantovano d’impadronirsi di sorpresa delle
fortezze di Mantova e di Verona), Angelo Giacomelli di Treviso, e Tito
Speri.
L’entrata del Lazzati nel carcere è descritta con pochi tratti tragici
da Angelo Giacomelli nelle _Reminiscenze della mia vita politica_: è
una scena pietosa:
“La sua comparsa tra noi col solito accompagnamento (del Casati e
de’ secondini) ci fece molta impressione, perchè sul suo viso erano
le traccie di molte sofferenze, tanto era pallido e smunto, benchè
robusto della persona. Teneva nelle mani dei pezzi, o meglio delle
croste di pane nero, che pareva custodir gelosamente; altri pochi
suoi effetti erano portati dai secondini, che indi provvidero la
camera d’un sesto giaciglio.„
Il Lazzati era riserbato al patibolo.... Vedremo ben presto qual
romanzo d’amore abbia salvato quel magnanimo. Ah, il suo delatore,
ch’espiò, è vero, per lunghi anni e in mille modi la propria colpa, ma
che pur resta nella storia macchiato d’un nome orrendo!...
Sotto qual infernale influsso lo sciagurato abbia infranta la fede,
non è ancora ben certo. Per iscusarlo, in casa Maffei e altrove,
si affermava ch’egli avea parlato sotto il bastone; ma egli non fu
bastonato, mai! Rammento di quale sdegno ardevano gli occhi del buon
Lazzati quando, trentadue anni più tardi, nello stesso salotto della
Maffei si lesse l’articolo d’un giornale che negava ogni colpevolezza
del traditore. Ricordo come adesso quali fiamme salivano al viso
dell’intemerato patriota, solitamente misurato e freddo. Ricordo le sue
affermazioni sulla colpevolezza di colui; affermazioni recisissime,
ch’erano il grido della sua convinzione, del suo cuore memore pur
troppo di quali condanne le denuncie erano state origine.
Un altro amico di casa Maffei, Giuseppe Finzi, fu arrestato e
trascinato nei processi di Mantova, più terribili persino di quelli dei
Carbonari del ’21. Anch’egli dolorò nelle carceri del Castello e nella
Mainolda: anch’egli, come il Lazzati, oppose recisi dinieghi, superbi,
eroici silenzii; ma anch’egli fu tradito!
Inenarrabile la tristezza in cui piombò il salotto Maffei per questi
ed altri arresti di amici, di conoscenti. La contessa ne era desolata;
ma non si lasciava vincere dallo sgomento. Ella e i suoi amici del
salotto ordirono d’accordo segrete comunicazioni coi carcerati.
Importava far loro conoscere notizie che potessero servire di valida
difesa; importava sostenerli nei duri cimenti; e tentar persino la
fuga degl’infelici. Quali mezzi non furono scongiurati?... Il denaro,
questa chiave d’oro che apre tante porte, non fu risparmiato certo dai
più facoltosi: uno de’ più magnanimi e più ricchi amici di casa Maffei,
nello slancio sublime del cuore, offerse tutte le proprie dovizie per
salvare dal patibolo un amico.... Altro ora non posso aggiungere....
La scoperta della cospirazione di Mantova, i numerosi arresti, i
tremendi processi e la quasi certezza che ove una rivolta scoppiasse, i
prigionieri sarebbero i primi a soffrirne le rappresaglie, ribadiscono
negli amici nostri la convinzione che il momento d’agire non è certo
il più opportuno, tanto più che la pubblica opinione non vi è punto
preparata, e la città, stanca di trambusti, di pene, inclina ora alla
tregua.
Lontano dal campo dell’azione, Giuseppe Mazzini non lo conosce, non può
conoscerlo bene; meno poi lo conoscono i fuorusciti ch’egli lancia a
Milano per farla insorgere colle armi.
Fra questi, è certo Brizzi, romagnolo, già ufficiale alla difesa di
Roma. Giuseppe Piolti de’ Bianchi, milanese, pittoresca testa e anima
d’apostolo, pronto al sacrificio, ma pronto del pari ad illudersi, si
unisce con lui.
La prima idea del Brizzi (oggi si può rivelarla) è addirittura
borgiana. Egli vorrebbe avvelenare tutti insieme i capi civili e
militari di Milano che devono raccogliersi una sera di carnovale a
banchetto nel palazzo del Marino; e a tal uopo si accorda con un cuoco
il quale promette che attossicherà ben bene le vivande!... Appena il
Brizzi palesa il proprio disegno al Piolti de’ Bianchi, questi lo
respinge con orrore; e il Brizzi stesso è costretto a confessarne
l’enormità. Si decide allora di ricorrere alle armi; e una notte si fa
larga distribuzione di stili a varii operaj in un caffè della Corsia
de’ Servi, per la sua forma lunga e stretta chiamato volgarmente _Caffè
del Luganeghin_. Già invano alla vigilia della rivolta, in casa del
medico Strambio, i più assennati liberali deliberano di respingere la
proposta della immediata sollevazione; invano Emilio Visconti-Venosta
oppone la propria autorità alle risoluzioni dei più eccitati.
Con Enrico Besana, Emilio Visconti-Venosta parte in segreto, di notte,
alla volta di Lugano per raggiungere Mazzini, che da Londra si è
ivi portato affine di esser più vicino allo svolgimento del dramma.
L’animoso giovane spera di persuadere l’agitatore, il quale gli avea
più volte espressa ammirazione e simpatia; spera di strappargli un
contr’ordine; ma una orribile bufera di neve lo incaglia sulle montagne
dove, per isfuggire alla vigilanza, ha dovuto scegliere il cammino.
Procedere è impossibile; deve retrocedere col compagno; e, scorato,
nella sera del 5 febbraio, ritorna a Milano quando tutto è già pronto
per l’insurrezione del domani.
Il 6 febbraio 1853, è l’ultima domenica di carnevale; e tutta la città
è in festa. Questo giorno venne scelto apposta dai congiurati perchè
i militari sono lasciati liberi in giro per la città a godersi un po’
di spasso, e le caserme intanto restano quasi indifese e sguernite.
La parola d’ordine è terribile: pugnalare tutti i soldati e ufficiali
austriaci che s’incontrano; disarmare le sentinelle, impadronirsi delle
caserme e prima di tutto del Castello. Parecchi militari ungheresi,
frementi anch’essi libertà, hanno giurato di unirsi coi pugnalatori.
Il Brizzi calcola d’esser seguito da cinquecento fidi, alcuni de’
quali, ahimè! racimolati nei bassi fondi romagnoli e in anticipazione
pagati: ma, nel momento dell’azione, egli se ne vede attorno appena
cinquanta. In qualche punto della città, gli stili dei prezzolati
sicarii trafiggono alla schiena poveri, quasi scemi soldati che vanno
a divertirsi o portano tranquilli nelle ceste il pranzo ai padroni; si
tenta di disarmare qualche sentinella; ma la rivoluzione che, secondo
l’idea di Mazzini, dovea essere il segnale d’un sollevamento grandioso
di tutta Europa, muore prima di nascere in un miserando conflitto di
pochi. Intanto uno dei fuorusciti, cui era stata affidata da Mazzini la
somma per il primo impianto d’un nuovo governo, istigato dalla moglie,
fugge col denaro e di lui non si hanno più traccie.
Il sistema dei pugnalamenti proditorii, indegno di un popolo civile
che aspira ad esser libero; tutta l’accozzaglia d’errori, in cui, non
ostante le più evidenti dimostrazioni, Giuseppe Mazzini ha voluto
ostinarsi, dànno il colpo mortale al suo prestigio. Così si eclissa,
così tramonta un Grande, il cui ideale posava su un piedestallo
malfermo e celava il capo fra le stelle.
Intanto, a Milano, ciò che era previsto succede. Il poter militare,
inferocito, cerca i colpevoli e trova gl’innocenti. Un terror di morte
piomba su tutta Milano. La città cade nel più pauroso stato d’assedio.
Un proclama del comandante militare di Lombardia, Strassoldo, lo
impone. Il maresciallo Radetzky ordina che le autorità giudiziarie
sequestrino i beni di coloro che avessero partecipato “ai nuovi
conati d’alto tradimento„ e persino di quelli che, conoscendoli,
avessero tralasciato di denunciarli. In un solo giorno sono arrestati
dugentocinquanta cittadini; e una Corte marziale improvvisata ne uccide
nel Castello col piombo sette, e nove col capestro. Si pronunciano
altre venti condanne di morte; ma, per clemenza suprema, il maresciallo
Radetzky le commuta nel carcere duro a vita. Quarantaquattro cittadini
sono inoltre condannati a pene minori, ai ferri. Squadre di soldati
a cavallo colle sciabole sguainate percorrono le strade. I cittadini
devono restare almeno trenta passi distanti dalle sentinelle: e chi non
risponde subito al _Chi va là?_ è freddato. Vietata ogni riunione di
più di tre persone. Nessuno può metter piede sul pubblico passeggio de’
bastioni dalle sei della sera alle sette del mattino. Chiusi i teatri;
chiusa l’Università di Pavia; tutti gli alberghi, tutti i caffè, tutte
le osterie chiuse alle dieci della sera. Spenti tutt’i fanali a gas e
ogni proprietario di casa è obbligato di tener un lume alla finestra
durante la notte. Vietato il suono delle campane; vietato il transito
per le porte della città tranne ai convogli dei morti....
Nel salotto Maffei si trepidava per tutt’i prigionieri, ma specialmente
per il Lazzati e per il Finzi. Si temeva che l’autorità militare
volesse la loro vita per rispondere anche dalle fortezze di Mantova
al 6 febbrajo, per vendicare i dodici soldati uccisi e gli altri
cinquanta feriti nella sommossa. Il Lazzati era il solo affigliato
milanese caduto nei processi di Mantova; e, pur troppo, era probabile
che dovesse scontar sul patibolo la trista follia commessa da altri il
6 febbrajo nella sua città nativa. Lo stesso Lazzati, quando seppe nel
carcere del tentativo sanguinoso d’insurrezione, si vide perduto. E pur
troppo le previsioni sue e quelle degli amici del salotto Maffei non
s’allontanavano dal vero!... Il poter militare decise d’impiccarlo!...
Una giovane signora di Milano, nota a casa Maffei, e alla quale Antonio
Lazzati avea inspirato un’ardente passione, nel delirio dell’angoscia,
della disperazione mortale, non vedeva ajuti per salvare da morte
il suo diletto, non iscorgeva via di salvezza. Chi pregare? chi
invocare? chi supplicare mai?... Il maresciallo Radetzky, che teneva
il proprio quartier generale a Verona, non riceveva alcun supplicante,
o meglio questo non era lasciato passare fino a lui dal Benedeck, più
implacabile dello stesso maresciallo. Quella infelicissima trova per
somma fortuna in un’altra signora, più che una consolatrice, un’alleata
per raggiungere lo scopo pietoso. Come colei ch’è l’arbitra del cuore
d’un possente generale, quell’alleata non s’indugia a supplicarlo; e
tanto fa, tanto prega, tanto s’adira, che quegli si lascia strappar
la promessa d’intromettersi perchè Antonio Lazzati sia salvo! Il
generale si porta subito da Piacenza, dove risiede, a Verona per
raggiungere l’intento; ma ivi trova le più ostinate opposizioni. Al
quartiere di Radetzky ne nasce un contrasto, un conflitto vivacissimo,
quasi furibondo.... Alla fine, dopo lunghi tentennamenti e sforzi, la
concessione è accordata!...
Il 28 febbraio 1853, Antonio Lazzati, Tito Speri e Carlo Augusto
Fattori vengono condotti tutti e tre insieme dinanzi al Tribunale di
guerra per udire la loro condanna: a Tito Speri il capestro; al Fattori
e al Lazzati è condonata da Radetzky “in via di grazia la pena di
morte„ infliggendo al primo, per la sua minore attività nella congiura,
cinque anni di carcere in ferri, e al Lazzati quindici anni di carcere
in ferri “per la migliorata sua condotta politica in questi ultimi
tempi„. Questa la frase trovata per giustificare la clemenza o meglio
per larvare la potente intercessione!... Quindici anni di catene son
pur terribili da sopportare; ma almeno è risparmiato il supplizio!...
L’altro amico di casa Maffei, Giuseppe Finzi, venne condannato a
diciotto anni di catene.
Le apprensioni del salotto Maffei non si arrestavano qui, pur troppo!
Manco male che qualcuno de’ suoi amici poteva salvarsi colla fuga!...
Una mattina, qualcuno corre a informare la contessa Clara che uno
de’ suoi amici, uno de’ giovani più ferventi, il nobile Carlo De
Cristoforis, ricercato dalla polizia, ha potuto fuggire. Una fuga
eroicomica. Pochi momenti prima d’essere arrestato, il De Cristoforis
si rifugia nell’Ospedal Maggiore, dove un medico suo amico lo accoglie
e lo mette a letto, come un povero ammalato; e intanto i suoi amici gli
ordiscono la fuga dalla città. Egli si traveste, si trucca da domestico
d’un ufficiale e, a cassetta d’una carrozza di questi, varca sotto gli
occhi de’ gendarmi le porte di Milano rigorosamente guardate. Cammina
per campi, per ville, e arriva al Lago Maggiore; lo attraversa nel
fondo d’una barca, nascosto in un ammasso di reti di pescatori; quindi
ripara a Zurigo. Nel 19 luglio del ’54, con sentenza del conte Giulay,
controfirmata da Radetzky, Carlo De Cristoforis veniva condannato in
contumacia, per alto tradimento, a dodici anni d’arresto in fortezza e
alla perdita della nobiltà.
Carlo De Cristoforis era stato uno de’ primi amici del salotto Maffei
cui Mazzini s’era rivolto per preparare l’insurrezione a Milano.
Benchè audacissimo, il De Cristoforis aveva cercato di dissuadere
l’agitatore dall’impresa, la quale avrebbe provocate fiere rappresaglie
dal Governo militare specialmente contro i detenuti politici nelle
carceri di Mantova. Ma Giuseppe Mazzini non ascoltò lui più che altri;
e allora il De Cristoforis agì da solo e cercò di sconsigliare i molti
del partito d’azione che a lui si rivolgevano per averlo compagno
o capo. Scoppiato il sanguinoso tafferuglio del 6 febbraio, il De
Cristoforis accorse in ogni punto della città per verificare se il moto
era serio, pronto anche a mischiarvisi se tale fosse stato; ma vide,
invece, l’opposto! Alla sera, si seppe che in vicinanza del Verziere
c’era stato un tentativo di barricate, di questa _architettura de la
libertaa_, come il Rajberti chiamava le barricate dei Cinque Giorni; e
Carlo De Cristoforis volò anche al Verziere volendo penetrare sino al
punto dove eransi sentite alcune fucilate. Ma gli amici, tra i quali i
fratelli Visconti-Venosta e il pittore Gerolamo Induno, lo trattennero;
e fu bene per lui, perchè essendo armato, se veniva preso dai soldati
slanciati per le vie a vendicare i loro commilitoni feriti o morti,
egli non sarebbe sfuggito alla fucilazione o al capestro. Non isfuggi,
peraltro, ai sospetti della polizia che qualche giorno dopo corse per
arrestarlo.... con quel brillante successo che sappiamo.
Tullo Massarani, condiscepolo e amico intimo del dottor Carlo Poma,
che a Mantova lasciò la vita sul patibolo; amico di Tito Speri cui
toccò la stessa fine gloriosa, e di Giuseppe Finzi, cospirava senza
tregua, meritando la vigilanza speciale della polizia. Per un miracolo,
egli non fu coinvolto nei processi di Mantova. Una notte, verso
l’alba, è destato dalla polizia che gli viene a perquisire tutta la
casa. Il commissario perlustratore, vedendovi molti libri, esclama:
“Quanti libri! Sarebbe meglio che fossero bottiglie!„ Facezia vuota
in apparenza; ma non è: essa è l’eco dei principii già banditi dal
Metternich, il quale, prima di cadere, aveva detto: “Quei poveri
Lombardo-Veneti noi li abbiamo annojati! Dovevamo divertirli meglio,
tenerli allegri.„ Guai al Governo che annoja i governati!
Il Massarani avea distribuito dovunque varie cartelle del prestito
mazziniano; una delle quali era stata acquistata da un medico, il
dottor Ciceri, che venne subito arrestato, in seguito alla denuncia
d’un altro medico, un Vandoni. Da una riunione di mazziniani,
quest’ultimo fu tosto condannato a espiare la sua perfidia.
Un operaio, certo Colombo (morto poi vecchio nel ’93), fu scelto a
sorte dai congiurati per compiere la vendetta, e lo freddò d’una
pugnalata un pomeriggio, in via Durini, mentre il tristo stava per
andare a casa a pranzo, e le figliuole lo attendevano, come il solito,
alla finestra.
Un’altra volta, la polizia tornò di notte da Tullo Massarani per
arrestarlo; ma, per equivoco, arrestò il cugino di lui, il quale fu in
grado di provare la propria innocenza.
La vita insomma degli amici del salotto Maffei e di tanti altri, che,
pur alimentando in cuore la fiamma patriotica, non erano a quello
affigliati ed agivano col medesimo scopo in altre riunioni, scorrea
insidiata ogni momento e cinta da perigli; forse non senza ebbrezza dei
cospiratori consacrati a un ideale, certo con mortali spasimi delle
povere madri.
La contessa Maffei non si mostrava punto atterrita dello stato
d’assedio e delle perquisizioni che da un momento all’altro potevano
capitarle. Distrusse, è vero, le carte pericolose, non l’amabile sua
disinvoltura, che l’accompagnò in ogni frangente.
La polizia le usò peraltro riguardi, di cui sarebbe ingiustizia
tacere. Non entrò mai nella sua casa a perquisire; neppure chiamò
la contessa _ad audiendum verbum_, in un tempo di rigori in cui le
chiamate fioccavano, e benchè fosse noto quali patrioti la visitassero
ogni giorno, ogni sera, e con quali altri o arrestati, o fuggiti, ella
conservasse segrete relazioni. La polizia non recò neppure molestie
alle signore patriote amiche della Maffei, tranne alla signora Saulina
Viola Barbavara, la cui casa perquisì senza frutto; e non toccò la
poetessa Giulietta Pezzi, mazziniana, più che mai tenace ed ardente,
prima e dopo il 1853.
Mentre la Maffei accoglieva nel suo salotto elegante di via Bigli
gli uomini riflessivi che avversavano l’azione subitanea, la Pezzi
accoglieva nella sua modesta dimora in via Amedei gli uomini veementi
che la volevano a ogni costo. Il Pezzotti, lo Scarsellini, ed altri
si radunavano e congiuravano presso di lei. Ogni sera le depositavano
in casa i fasci delle cartelle del prestito mazziniano che durante la
giornata non erano state vendute; e la scoperta d’una sola cartella
voleva dire condanna di morte! Il Pezzotti, superbo della propria umile
origine (era figlio d’un cappellajo), brutto, un insieme di forza e di
dolcezza, di audacia e di mestizia, non isfuggì agli sgherri, venne
arrestato il 24 giugno 1852: in carcere, ingojò le carte che celava
indosso e si strangolò per timore di compromettere collo scritto o
colle parole, in un momento di debolezza o di delirio, i suoi compagni.
Angelo Scarsellini spirò sulle forche di Mantova il 7 dicembre di quel
medesimo anno.
La Pezzi — proprio la poetessa ridente dai riccioli d’oro che piaceva
a Balzac, l’autrice di _Une fleur d’Israël_, del dramma _Carlo Sand_,
da lei dedicato nel ’48 a Mazzini, de _Gli artisti_, dell’_Egberto_,
— appena cominciarono a infierire le perquisizioni e gli arresti si
preparò a sfuggirli con un terribile divisamento. “Se sento i gendarmi
salir le scale — ella disse — mi lancio dalla finestra colla mia
bambina!„
A Verona fu arrestata bensì una eletta signora, conosciuta dalla
Maffei, la contessa Marianna Catterinetti-Franco-Fontana, la quale
accoglieva i cospiratori di Verona più in vista: Aleardo Aleardi,
Pietro Montagna, il conte Alessandro Murari Bra, e, fra altri, quel
Carlo Montanari, che nel ’53 salì il patibolo. Fu incarcerata; ma dopo
poche ore la tolsero dalla prigione e l’affidarono a un’altra signora
veronese, moglie del noto capo di polizia Martelli, nella cui casa
ella potè tener seco le due figliuole Lavinia e Giulia; e alla fine fu
lasciata libera, perchè intrepida seppe tacer sempre ogni nome, ogni
fatto, con una fortezza virile che altri, pur troppo, a Mantova non
ebbero.
Mentre non usavasi misericordia verso gli uomini, perchè riguardi
verso le donne?... — Eppure, nell’agosto del ’49, entro il Castello
di Milano, non s’era usata alcuna pietà verso due infelicissime
giovinette!...
Appunto, perchè nel furor delle rappresaglie erano state commesse
vendette orribili, si cercò poi, io credo, col trattamento umano verso
le signore d’attenuare (seppure era possibile) quell’impressione.
E poi l’Austria non voleva impacciarsi troppo con donne. Tranne due
o tre femmine dei bassi fondi, delatrici volontarie e d’occasione,
non ebbe donne spie. Le spie sullo stampo della _Dora_ di Sardou non
fiorirono sotto la dominazione austriaca in Italia.
In casa Maffei, in questa ròcca, certo le spie, nè maschi, nè femmine,
in nessun modo, poteano aver adito!
Vi erano ammessi solo uomini di fede provata; e le poche signore
amavano fortemente, come la contessa Maffei, la patria; e per la patria
cospiravano coi loro amici, spiegando quel carattere che, nella donna,
davanti al supremo pericolo, spesso eguaglia e supera persino la
fermezza dell’uomo.
Lo spirito di disciplina, sorto coll’idea concorde della resistenza
implacabile contro il dominio straniero, affermatosi nel nucleo dei
patrioti veggenti e decisi di non favorire abbagli funesti, doveva
continuare sino alla fine nel salotto Maffei, e continuò imperturbato,
non ostante la nuova politica adottata poi dal gabinetto di Vienna
verso i Lombardi-Veneti; non ostante le promesse e le lusinghe
imperiali, pugni di sabbia d’oro disseminata su una terra bagnata di
sangue.
CAPITOLO XII.
LA LOTTA DEI DIECI ANNI.
Primizie della politica di Camillo Cavour nel salotto. — La
nuova politica di Vienna. — L’arciduca Massimiliano e la società
milanese. — Duelli fra cittadini e ufficiali. — La contessa Maffei
e altre dame nella lotta patriotica. — Vita gaja. — Il salotto si
ravviva; nuovi frequentatori. — Scherzi satirici.
Perquisizioni della polizia, arresti, processi, condanne, esilii,
patiboli, terrori nelle famiglie, pianto e angoscia delle madri....
È questo il quadro di Milano. Triste è il salotto Maffei; triste è
la contessa, anche per altre sventure. Ella ha perduto un amico, de’
più antichi e più fidi: Tommaso Grossi. Un giorno, mentre il poeta se
ne stava curvo davanti al fuoco del caminetto, sollevò d’improvviso
la testa ad una chiamata e battè del cranio sul marmo.... L’autopsia
provò che l’infelice, contrariamente a quanto un famoso medico curante
affermava, era morto per gli effetti di quel colpo.
Un anno dopo, la contessa è straziata da più acerbo lutto. A Venezia,
le muore l’amica Teresa Papadopoli. Il tristissimo annuncio le vien
comunicato da Francesco Venturi. Questo dotto legista, nato ad Avio
presso Roveredo, patriota della prim’ora, inviato nel ’49 da Daniele
Manin presso i Governi di Toscana, di Torino, di Roma, è fra gli
amici più intimi e più fidi della Maffei; uno de’ più apprezzati
pel sentimento patriotico, per la dottrina e per l’integrità del
carattere. Egli, con delicato pensiero, inviò da Venezia alla contessa
un braccialetto dell’estinta con alcuni capelli tolti alla salma, non
trovando parole per consolare l’afflitta amica.
“Ottimo amico mio (scrive la Maffei a Giulio Carcano), imploratemi
ed inspiratemi coraggio e rassegnazione: per ora, il cuore è come
stretto da una inesorabile mano di ferro: le lagrime non cadono
più, e sono ammutolita e prostrata da questa grande sventura. Dio
mio, che ho mai fatto per condannarmi a questa completa solitudine
d’affetti? So che mi restano dei buoni amici: se non avessi questi,
parmi impazzirei. Ma Teresa era più che una sorella per me, e,
colla sua morte, è spezzato l’ultimo legame che ancora m’univa
alla mia infanzia, a quella sola epoca non infelicissima della mia
vita. Nello sciogliere questo nodo, mi si rompe proprio il cuore.
Perdonatemi questo forse troppo forte grido di dolore; ma oggi non
so che gemere: in seguito spero saper essere più calma.„
Calma e conforto, la contessa traeva a poco a poco dalla devozione
degli amici e, fra questi, Carlo Tenca.
“L’amore più intenso, più profondo e più durevole, è quello nel
quale si possono esercitare tutte le potenze migliori del nostro
cuore: la protezione, la pietà, il sacrificio. La donna, la
quale mostra di non aver bisogno che della nostra adorazione,
del nostro culto, ma che all’infuori di ciò, basta a sè stessa,
c’inspirerà della passione, un misto, altissimo se vuolsi, di sensi
e di imaginazione, ma non si collocherà nell’intimo dell’anima
nostra; non ci darà tutte le compiacenze dell’amore. L’amore è
spesso soddisfazione d’orgoglio o di vanità; ci esaltiamo nella
persuasione di occupare la mente e l’anima della persona che noi
preferiamo e che crediamo ambita da tanti; ma una più dolce e
potente soddisfazione ci dà l’amore che mette noi al servizio della
debolezza altrui e che ci fa esercitare la più bella parte delle
nostre facoltà. Qui è la vera simpatia. Ciò spiega anche l’amore
tra caratteri differenti, i quali si completano l’un l’altro.„
Così il Tenca pensava, in quei giorni, e sempre; così scriveva,
spiegando la propria consacrazione a quella dolorosa anima gentile.
A scuotere la contessa e tutti gli amici del suo salotto, arriva un
giorno, per fortuna, una singolare notizia: la partecipazione delle
armi piemontesi alla guerra di Crimea. Il conte Emilio Dandolo,
frequentatore di casa Maffei, è in segreti rapporti con Camillo
Cavour; così il conte Giulini; e agli amici del salotto entrambi
recano solleciti le primizie della politica ardita e sagace del grande
statista. Si avvalorano le speranze; risorge nei liberali l’ardimento:
l’aurora d’un’azione seria e definitiva sembra alfine spuntata!...
Camillo Cavour, che vuole attrarre nella sua orbita quanti egregi
patrioti vanta Milano e il resto di Lombardia, dà, in questo tempo,
agli amici di casa Maffei affidamenti della sua politica liberale e
unitaria. E sono questi affidamenti segreti il ponte che conduce a lui
definitivamente la maggior parte di coloro che militavano a favore
del concetto d’un’Italia repubblicana. Nelle trattative che corrono
attivissime fra Camillo Cavour e i patrioti del circolo Maffei, e dal
cui esito dipendono le sorti della patria, ha parte principale un
giovane che abbiamo più volte nominato: Emilio Visconti-Venosta.
E qui cade a proposito di rivolgere meglio l’attenzione a questa
nobile figura della storia del risorgimento, la cui influenza sui
giovani lombardi nel decennio che corse fra il ’49 e il ’59 fu
potente. La sua posizione sociale che lo pone a contatto con tutti, la
sua avvenenza, il suo ammaliante e acuto ingegno, la sua cultura, i
suoi modi simpatici, l’audacia accompagnata da freddezza ch’ei mette
nell’affrontar tutt’i pericoli nella cospirazione, segnalano lui,
giovanissimo, fra gli stessi anziani. In mezzo alla gioventù, Emilio
Visconti-Venosta gode d’un’autorità che negli anni giovanili raramente
s’accorda ai coetanei. Di lui si può ripetere ciò che il Manzoni
diceva del d’Azeglio: “è nato seducente.„ Durante il giorno, studia e
compone articoli destinati al _Crepuscolo_ e alle riviste straniere,
nutrendo per le belle lettere, al pari di tanti altri statisti del
risorgimento, culto, passione. Alla sera, Emilio Visconti-Venosta
entra in qualche convegno di giovani, fra’ quali ordisce le trame di
una politica segreta e attiva; quindi, lasciati diremmo così i soldati
e gli ufficiali del partito, passa verso la mezzanotte ad abboccarsi
collo stato maggiore dello stesso partito nel salotto Maffei. Nelle
cospirazioni che precedettero i processi di Mantova, egli fu uno dei
più ardimentosi; e se non finì sul patibolo di Belfiore a ventidue
anni, lo deve all’eroico silenzio de’ suoi amici, specialmente del
Lazzati e del conte Ulisse Salis. Col Mazzini, che aveva in lui riposto
le sue compiacenze, mantenne per qualche tempo attiva corrispondenza;
ciò non ostante, Emilio Visconti-Venosta, benchè addolorato, non esitò
a rompere ogni vincolo con lui quando lo vide persistere su una via
che non conduceva a pratici risultati. Camillo Cavour indovinò presto
il senno del giovane Emilio; e col mezzo del Giulini e del Dandolo, si
accaparrò quella mente, di cui dovea ben presto lodarsi, impiegandone
le rare qualità in ardui mandati.
L’attitudine de’ patrioti, se non fiaccata, resa più circospetta dai
processi di Mantova e dai supplizii, si fa adesso di nuovo apertamente
operosa; e vediamo anche farsi più numeroso e più animato il circolo di
casa Maffei.
La contessa allarga i suoi inviti, apre le sue sale a un maggior
numero di persone attratte dalla sua gentilezza e dall’aureola di
severa rispettabilità dell’ingegno e fama de’ suoi intimi. Allargando
i ricevimenti, la Maffei è guidata dall’intenzione (ch’essa esprime
poi a chiare note) di riunire ciò che v’ha di meglio nella società
seria e nella società elegante, sia di signori che di signore, perchè
si affratellino tutti in un preciso concetto patriotico; concetto
che adesso è quello d’una più vivace resistenza, d’una più sciolta
e implacabile battaglia al dominio straniero: ella vuole che tutti
gli amici del salotto, alla loro volta, ne facciano la più attiva
propaganda nelle famiglie, nei circoli, dappertutto.
L’irradiazione, che emana da questo focolare di patriotismo per
varii anni, è incredibile. I molti cospicui forestieri, specialmente
francesi, che vengono a Milano e che quasi sempre hanno lettere per
Clara Maffei, trovano nel salotto la nota altissima del sentimento
patrio. Così, ritornando ai loro paesi, ne parlano nelle famiglie,
nei giornali, nei libri, nei ministeri, nelle reggie. Nessuno meglio
di loro è testimone che la questione nazionale italiana, creduta
spenta a Novara, ardeva sotto le ceneri.... Tale propaganda (è
necessario insistere) d’ogni giorno, d’ogni ora, d’ogni minuto; questa
infrangibile disciplina degli animi che ricevono sempre una nuova
parola d’ordine in casa Maffei, esercita una forza possente a sostenere
lo spirito pubblico nella guerra della resistenza, che forma la pagina
più virtuosa della storia di Milano. La lotta delle Cinque Giornate è
splendida d’una grandiosità da epopea; ma è l’eroismo di pochi giorni
sublimi, è la folgore che incenerisce; — la lotta della resistenza è
d’apparenza meno abbagliante, ma è l’eroismo segreto di dieci anni; è
il raggio che feconda.
La guerra di Crimea è dichiarata e si combatte: e le armi piemontesi
ritornano vittoriose in patria che ne trae auspicio di nuovi allori più
gloriosi. Il piccolo Piemonte ha ormai voce in Europa. Camillo Cavour
è ammirato, e temuto. Lo teme il governo di Vienna che, per eclissare
il suo prestigio nelle terre Lombardo-Venete, muta verso queste d’un
tratto politica. Non più la politica delle repressioni feroci, bensì
delle concessioni clementi; non più giudizi militari, non più processi
politici; cessa il regime del patibolo; comincia il regime del sorriso.
L’imperatore concede amnistia generale. In forza di questa, i processi
di Mantova sono troncati d’un tratto: possono ritornare in patria gli
emigrati e tutt’i condannati che languivano nelle fortezze dell’impero.
Anche il Lazzati e Giuseppe Finzi ritornano, dopo cinque anni di
carcere, e nel salotto Maffei vengono ricevuti con grandi feste; ma
al giubilo si mesce la commozione nel vedere sul loro volto sparuto
le traccie de’ patimenti.... Si sciolgono i sequestri, inflitti alle
proprietà di cospicue famiglie lombarde; e, come segno di pace,
l’imperatore annuncia una sua visita, e arriva. Ed arriva a Milano
colla bella sposa un giovane colto e cavalleresco, Massimiliano,
che spera di conquistare i milanesi colla cortesia della quale è
maestro: i giovanotti mondani cogli inviti ai balli, alle caccie, ai
banchetti; gli uomini politici con idee di riforme e con promesse di
cariche cospicue e onorificenze. Egli non solo desidera, vuole che
il Lombardo-Veneto non sia più trattato quale terra di conquista; e
sogna di formarne uno stato autonomo sotto la protezione dell’aquila
imperiale.
“Il popolo, in massa, non possiede intelligenza ma istinto, e
codesto istinto è sempre giusto. I reggitori che lo sanno dirigere
verso un graduato e libero sviluppo, raccoglieranno pace e
prosperità. Se poi questo istinto è disconosciuto sistematicamente
pel momentaneo soddisfacimento di una politica che vive alla
giornata, ne seguirà una immensa irragionevolezza e terribili
catastrofi.„
“L’avarizia è nei principi un delitto, giacchè il popolo sa che il
danaro loro esce dalla borsa sua.„
“Quel governo che non vuole dare ascolto alla voce dei governati, è
un governo tarlato e precipita a una prossima rovina.„
“Non i popoli sono fatti pei principi, ma i principi per i popoli.„
“Le bajonette rivolte all’esterno sono armi difensive; rivolte
all’interno non possono servire che al suicidio.„
Di chi sono questi aforismi?... Si direbbero d’uno degli amici del
salotto Maffei. Invece sono d’un arciduca d’Absburgo, proprio di
Massimiliano[8]. Immaginarsi se un principe, il quale sente così, non
può sperare ascolto; ma è straniero; la bandiera ch’egli innalza non è,
non può essere la nostra.
Appunto per le sue qualità di principe elevato e seducente, egli segna
per l’idea unitaria il più pericoloso momento; e subito se ne avvede
Cavour, che ne è preoccupato, e mette tosto in guardia gli amici di
Milano, gli amici del circolo Maffei che godono presso di lui speciale
considerazione. Ed, ecco, allora la contessa Maffei rendersi più che
mai battagliera e intransigente con quanti mostrano d’accogliere le
prime mitezze della nuova politica di Vienna, non diremmo con favore,
ma senza opposizioni recise. Frequentatore del circolo è il giovane
Stefano Jacini. Nato da ricca e stimata famiglia lombarda, allievo
delle università di Germania, erudito per forti studi, e per lunghi
viaggi in Europa, economista di salde speranze, egli è uno de’ primi,
e perciò non può sfuggire all’occhio dell’arciduca. Addolorato per le
lagrimevoli condizioni nelle quali versa da più tempo la Valtellina,
dove il pane manca agli agricoltori e i contadini sono costretti di far
bollire le erbe dei campi, quando non muojono letteralmente di fame,
Stefano Jacini accetta, dopo alcuni dubbii e ritrosie, l’invito che
Massimiliano gli porge: di scrivere una memoria sullo stato doloroso
di quei lavoratori, per alleviarne il peso. L’Jacini, animato anche
dal patriotico intento di mostrare come il Governo avesse fino allora
trascurata una delle più ragguardevoli regioni, si accinge allo studio
magistrale, che più tardi sarà tradotto in inglese da un grande amico
d’Italia, Gladstone. Ma gli amici del salotto Maffei non approvano
punto l’adesione del giovane economista, convinti che dallo straniero
nessuno debba accettare incarichi di nessuna specie, sieno pure a
sollievo dei sofferenti!
Carlo Tenca non ascolta certo le preghiere del Governo. Egli vien
pregato con cortesia dal governatore d’annunciare sul _Crepuscolo_
la venuta dell’imperatore d’Austria; il semplice arido annunzio,
come fatto di cronaca, senz’altro: ma Carlo Tenca, freddo e risoluto
risponde di no. Il Governo invita tutte le famiglie nobili, aventi
(come si dice) i diritti di Corte, perchè si dispongano ad accogliere
l’imperatore e andare a’ suoi ricevimenti, a’ pranzi; e quasi tutte
queste famiglie nobili gli rispondono con qualche scusa che mal
nasconde il vero motivo del rifiuto.
Se qualcuno non sapendo resistere ai modi affabili dell’arciduca,
accoglie qualche invito a Corte o presso i ministri del seguito, è
messo al bando della società, gli vien tolto il saluto, è perseguitato
dal ridicolo, è provocato a duello. Il duca Melzi, che entra illuso
nella schiera massimilianista, il duca Scotti, il marchese Corio,
e qualche altro, non isfuggono ai sarcasmi. Il giornale umoristico
l’_Uomo di Pietra_, diretto da Bernardino Bianchi, poi prefetto, e
scritto da Antonio Ghislanzoni, Carlo Baravalle (Anastasio Bonsenso),
Carlo Righetti (Cletto Arrighi), Emilio Treves e altri capi scarichi e
arguti, ne coniano di belline; le quali entrano subito in circolazione
nella società milanese, cui sono sempre piaciuti il buon umore e il
frizzo; questa volta poi il frizzo e il ridicolo sono armi necessarie
per la causa liberale.
Nel maggio 1858, Alessandro Manzoni è quasi morente per una doglia
sotto al cuore. I suoi ammiratori, tutta Milano n’è costernata. Si
recitano tridui per la sua guarigione persino a Parigi alla Maddalena e
a Londra per cura del cardinale Wiseman. Massimiliano manda a chiedere
frequentissime notizie dell’infermo; ma questi, nè allora nè poi, fa
atto di adesione al premuroso arciduca, come non ne avea fatta prima
del ’48 alle _avances_ di Metternich, durante il soggiorno di questo
principe a Milano, secondo narra un diplomatico austriaco, l’Hübner,
nell’_Année de ma vie_; il quale non esita a collocare per questo _le
vieux Manzoni, le célèbre auteur des Promessi Sposi_, nel numero dei
_patriotes rigides_. — Massimiliano, che ama le belle arti, ch’è anima
d’artista egli stesso, accarezza gli artisti: va a visitare, fra altri,
il pittore Domenico Induno e gli commette un quadro, scegliendo un bel
tema che avrebbe tentato un artista liberale qual’era veramente quel
degno fratello di Gerolamo: _Eugenio di Savoja_. Ma Domenico Induno non
dipinge il quadro, e non restituisce la visita.
L’arciduca, desideroso d’ammirare Gustavo Modena, gli fa dire col
mezzo d’un certo Robaglia (impresario del teatro di Santa Radegonda)
ch’ei può liberamente da Torino dove vive emigrato, passare a Milano,
chè l’indulto imperiale non si farebbe aspettare a favore del più
eccelso attore del mondo. E il più eccelso attore del mondo risponde
al Robaglia in un biglietto, inedito tuttora, condito di quel sale
e pepe ch’ei spargeva volentieri nelle sue lettere umoristiche e
originalissime:
“_Sig. G. Robaglia a Milano_,
“Da Torino, 14 aprile.
“Le sono gratissimo delle sue cortesi offerte; ma c’è un guajo,
ed è: che il teatro di Santa Radegonda non può venire di qua da
Buffalora, ed io ho una spina in un piede la quale non mi permette
di venire di là, dunque...
“Dunque mi devo limitare a concambiare cordialmente i suoi saluti
protestandomi
“_Suo obb.mo e devoto_
“GUSTAVO MODENA„.
Le classi intelligenti, le classi alte della società, cui il governo
direttamente si rivolge poichè in esse vede il timone della nave,
sentono in questo momento, dinanzi a tutta l’Italia, una grande
responsabilità; e come già nel ’48, rispondono degnamente al loro
cómpito. Sin dai moti carbonari del ’21, i più illuminati di quelle
classi compresero quale fosse la via più onorevole da battere; e
quanto sfidassero impavidi la morte, e sostenessero nell’esilio o
nello Spielberg le più dure prove, è noto a tutti; ma forse non tutti
ricorderanno che da quegli uomini del ’21 fu dato l’abbrivo alle idee
emerse nel ’48 e avvalorate nelle guerre dell’indipendenza italiana.
Nel salotto Maffei si ordiscono manifestazioni contro il Governo e
persino duelli contro gli ufficiali per tener viva l’attitudine di
ostilità che può solo, alla sua volta, tener viva l’idea nazionale.
Gli ufficiali austriaci, a Milano, formano una famiglia a parte; qui si
sentono più che mai in terra d’esilio.
Tutti di ragguardevoli famiglie, parecchi di famiglie patrizie, ricchi,
di figure signorili, allevati nel Teresiano di Vienna e nella migliore
società, potrebbero figurar bene in qualunque festa; ma essi, almeno i
più ragionevoli, comprendono che le famiglie italiane degne del nome,
hanno tutte le ragioni di non accoglierli, finchè le loro sciabole
strisciano padrone sulle nostre vie. Appartengono anch’essi, infine,
chi alla Polonia, chi alla Boemia, chi all’Ungheria, a terre, insomma
che, al pari del Lombardo-Veneto, aspirano a più lieti destini; e
mentre alcuni, accesi di furor soldatesco, e incitati dal contegno
ostile della cittadinanza, vorrebbero che si ritornasse al regime
Radetzky; altri non restano insensibili agli sforzi sanguinosi dei
popoli d’Italia, che sfidano tutto pur di godere alla fine la loro
parte di libero sole. Così, fra gli ufficiali e i funzionari stranieri,
si segnano due correnti: quella di chi non approva la politica mite,
e quella di chi non solo l’approva ma deplora sia giunta troppo in
ritardo per isperarne gli effetti. Alcuni funzionari stranieri della
stessa polizia, specialmente ungheresi, cercano di salvare qualcuno dei
nostri; e già qualche altra volta l’han fatto. Un poeta, amico di casa
Maffei, Antonio Gazzoletti, imprigionato a Trento, nei giorni della
più ferrea repressione, venne liberato in grazia di un commissario
ungherese, il quale da una valigia del poeta, fece sparire in un baleno
carte ed armi, che volevano dire immediata fucilazione. Il Gazzoletti
ne rimase profondamente commosso. “Una lagrima più eloquente di
qualsiasi poema (scrive la vedova del Gazzoletti nei _Cenni biografici_
dell’amato compagno) una lagrima gli velò il ciglio, e traendosi dal
dito un anello: Portatelo per mia memoria, replicò; così la vostra
resterà scolpita nel mio cuore, fino agli estremi del viver mio. — E
così fu; poichè sin negli ultimi giorni di sua vita, riandando con sua
moglie i tempi passati, benediceva ancora a quel generoso che lo aveva
salvato.„
Durante un carnevale, in casa del barone Ciani, si dà un ballo, al
quale interviene un gentiluomo dell’aristocrazia austriaca, il barone
Schönfeldt. Le signore, nel vederlo, fanno atto di ritirarsi; e allora
un giovane audace si avvicina al barone stupito di quella fuga, e gli
dice con garbo:
— Perdoni, signor barone, ma qui ella non può rimanere.
— Come? Io sono invitato!
— Mi dispiace, ma non vede?... Le signore si ritirano per lei. Ella,
ch’è cavaliere, si ritirerà per loro!...
— Va bene; ma ella mi darà soddisfazione!
— Volentieri.
Quel giovane è uno degli amici più stimati di casa Maffei, Manfredo
Camperio, milanese, libero spirito, avventuroso, patriota e soldato.
Cospiratore prima del ’48, egli si fece allegramente imprigionare nella
cittadella di Linz; ma ne evase per trovarsi nelle Cinque Giornate
nelle quali si segnalò slanciandosi tra i primi all’assalto del palazzo
del Genio in via del Monte di Pietà; quindi sotto il comando del
general Medici combattè a Stabio e s’arruolò semplice soldato nella
cavalleria piemontese facendo il suo dovere nella fatal giornata di
Novara. Deposta per il momento la spada, trascinato dall’istinto di
viaggi (che lo anima tuttora) Manfredo Camperio sbarcò in Australia,
e poi ritornò a Milano per gettarsi nelle cospirazioni di casa Maffei
e.... accettare la sfida del barone Schönfeldt.
Il duello ha luogo alla sciabola, e dura quindici minuti, durante i
quali il Camperio ferisce due volte l’avversario e rimane ferito egli
stesso. Padrini del Camperio sono due altri amici di casa Maffei: il
conte Emilio Dandolo e Carlo Prinetti.
In certi duelli fra cittadini provocanti e ufficiali provocati, si
tira a sorte chi dei nostri deve battersi. Nelle partite d’onore, sono
osservate col massimo rigore le regole del codice cavalleresco. Durante
le trattative e sul terreno, perfetta cavalleria d’ambe le parti;
quindi i nostri dicono agli avversari: “E qui finiscono le nostre
relazioni.„ E gli ufficiali comprendono benissimo.
Nella serie dei duelli, che ricordano un po’ le sfide a singolar
tenzone dei poemi romanzeschi e dei romanzi storici, v’ha quello
del giovane Alfonso Carcano, di cui son padrini il marchese Soncino
e Giovanni Visconti-Venosta; il duello d’un Tadini; di Gustavo
Viola, figlio d’una delle più intime amiche della Maffei; il duello
alla pistola presso Canobbio fra l’ufficiale Brünner e un Caroli,
bergamasco, uno degli elegantoni che, prima di pranzo, formano
capannello alla bottiglieria della _Sincerità_ in angolo al Monte
Napoleone e la Corsia dei Servi; e il duello di Giacomo Battaglia.
A questi scontri, le signore di casa Maffei e di tutto il resto della
società milanese s’interessano al sommo, tutte concordi nel sostenere
la grande questione; tutte animate d’un patriottismo così caldo e
militante, che il non essere in questi giorni intransigenti sarebbe
cosa non solo antipatriotica, ma contraria alla moda e di cattivo
genere.
Ma il patriottismo delle signore sarà chiamato ben presto a serie
prove, quando comincerà la partenza dei volontarii per il Piemonte.
La società, intanto, ha mutato carattere. Cessato lo stato d’assedio,
anche i ritrovi privati di Milano e il salotto Maffei si son fatti meno
circospetti; le società sono più numerose e più vivaci. I ritrovi, i
teatri, i balli, ripresi. Tutti vivono animati da una comune, crescente
speranza; tutti si preparano a un grande avvenimento. Il salotto
Maffei, oltre che il carattere patriotico assume un carattere sempre
più gajamente mondano. Gli uomini serii si trovano colle signore
alla moda. Troviamo in questo periodo del salotto Maffei un giovane
ingegnere milanese, Giuseppe Colombo, che un giorno sarà ministro; un
matematico che doterà Milano di istituti d’alta cultura, il Brioschi;
un medico mantovano, che mette ogni cura nel celare la propria svariata
sapienza, Cesare Todeschini; e Lamberto Paravicini egregio chirurgo.
E ancora: l’ingegnere Emilio Bignami Sormani, uno dei cooperatori del
_Crepuscolo_, ed Enrico Fano, che siederà nel Senato del nuovo Regno.
Più tardi troviamo il valtellinese Romualdo Bonfadini, pubblicista e
storiografo di larghe vedute, fervido nella parola, scultorio nello
stile; e un profugo poeta, parlatore brioso, caro al Manzoni, Giovanni
Rizzi di Treviso. Intervengono due altri veneti, il pittore Antonio
Zona, ritrattista di grido, dal colorito tizianesco, che dipinge per
la contessa una giovane _Violinista_ dall’adorabile espressione soave
e il chiomato Filippo Filippi, musicista e critico musicale, il solo
che, fanatico della musica tedesca, porti la nota tedesca (musicale!)
nell’italianissimo salotto. Un giornalista e drammaturgo, Leone Fortis,
triestino, profugo e vero tipo di profugo talchè nel vederlo si è
tentati a ripetere quel verso dei _Profughi di Parga_ del Berchet:
Chi è quel Greco che guarda e sospira?...
interviene qualche sera alle conversazioni. La sua gentil compagna,
Luigia Coletti, sorella del patriota e scienziato Ferdinando Coletti
di Padova, non frequenta le riunioni di casa Maffei, ma conta fra le
amiche intime della Chiarina.
Chi sapeva leggere negli astri prevedeva l’avvenire di Ruggero Bonghi.
Questi fu presentato alla Maffei da Giulio Carcano (che lo incontrò
sulle rive del Lago Maggiore) con una lettera piena di fausti presagi a
favore del pensatore e pubblicista napoletano.
A mano a mano, vediamo venire il più acclamato nostro commediografo,
Paolo Ferrari, dall’armoniosa parola, dall’amenissima conversazione;
Giuseppe Guerzoni, avvenente giovane, letterato, foscoliano passionato,
poi milite di Garibaldi e storico delle geste dell’eroe; un archeologo
e numismatico, Biondelli, il quale, forse distratto, comincia un
giorno una sua lezione così: “Signori! il mondo è antico, ma i suoi
monumenti sono ancora più antichi!„ Ed ecco un famoso naturalista, il
barone Emilio Cornalia; lo storico Bartolommeo Malfatti; Francesco
Rodriguez, traduttore elegante di poeti inglesi; le famiglie Negri,
Ricordi, Garavaglia; il marchese Carlo Ermes Visconti, Carlo d’Adda,
il conte Galantini, i Camozzi di Bergamo, il conte Giovio, Giuseppe
Piola (poi senatore), il conte Carlo Belgiojoso, mite spirito gentile,
cultore delle belle lettere e delle belle arti, fratello del conte
Paolo, matematico, pure uno de’ frequentatori del salotto e che più
tardi reggerà la pubblica istruzione a Milano. E fra i professori:
Camillo Boito, aperto e brillante ingegno, Agostino Frapolli, chimico,
e Vincenzo Botta, parente dello storico piemontese, già professore di
filosofia nell’università di Torino e nel 1849 deputato al Parlamento
sub-alpino.
Valendosi dell’amnistia, concessa da Francesco Giuseppe, è tornata
dall’esilio la principessa Cristina Belgiojoso, e colla figlia,
divenuta più tardi la marchesa Trotti, viene a visitare Clara Maffei.
E ancora: la contessa Visconti di Saliceto nata San Martino, donna di
molto spirito, e la contessa Morando. Fra le dame più giovani e più
elette, si nota una gentildonna lombarda d’alto patriotismo e di forte
cultura, Laura Scaccabarozzi nata marchesa d’Adda, che nelle agitazioni
liberali accoppia al coraggio la più fine sagacia e quell’elegante
scioltezza che lo abbellisce. Rimasta vedova, si rimaritò con Giovanni
Visconti-Venosta. È nipote del marchese Camillo d’Adda Salvaterra,
coinvolto nei processi della Giovane Italia nel 1831.
Donna Lucrezia Mancini colla figlia frequenta pure il salotto; così
donna Francesca de’ Lutti poetessa trentina, allieva d’Andrea Maffei;
il quale nell’egregia casa Lutti a Riva di Trento viene amorevolmente
ospitato per tanti anni dopo la divisione dalla moglie. Francesca de’
Lutti, autrice d’un poema, _Maria_, comparisce di tratto in tratto
in casa Maffei, accompagnata dal nobile Vincenzo de’ Lutti, egregio
musicista e letterato. Fra le belle signore, si nota la contessa
Colleoni nata Viola, dal volto soffuso di quel pallore che un patrizio
generoso, patriota, il conte Carlo Leoni di Padova, chiama _magnetico_.
È sorella di Emilia Viola, divenuta più tardi Ferretti, virile ingegno,
nota nella letteratura sotto il nome di _Emma_. La contessa Della
Somaglia maritatasi poi al conte Marco Greppi; donna Paolina Sala
Taverna madre di tre egregi gentiluomini, Gerolamo, Giacomo e Marco
Sala, nonchè moltissime altre signore dell’alta società lombarda,
frequentano casa Maffei.
Le conversazioni del salotto s’aggirano sulla politica, sulla
letteratura patriotica che si diffonde a bella posta; sugli scherzi
satirici che passano manoscritti di mano in mano e che persino si
rappresentano. Si attribuisce (e credo giustamente) al conte Carlo
d’Adda uno dei più caustici scherzi poetici del tempo. Famosa poi
una tragedia per marionette composta da Giovanni Visconti-Venosta
e rappresentata da quella famiglia vivacissima di giovani che si
riunivano in casa Dandolo. La tragedia aveva per argomento la guerra di
Crimea e l’imperatore Niccolò di Russia: sotto il velo della parodia,
e in versi pomposi e faceti satireggiava da cima a fondo contro il
dispotismo, incarnato nello czar. Le allusioni furono colte a volo;
e il successo calorosissimo si rinnovò per tre sere davanti a tutta
la società di Milano accorsa alla tragedia che si voleva rivedere
non so quante altre volte ancora; ma la polizia la proibì, e pose
sotto rigorosa vigilanza l’autore; uno de’ più spiritosi e più colti
gentiluomini, patriota tenace, e fine novellista e romanziere della
scuola d’Alessandro Manzoni.
CAPITOLO XIII.
AL CAMPO!
I primi giorni del ’59. — Tumulti al Teatro alla Scala. — Tutti al
campo! — Augusto Verga e altri giovanotti della società elegante.
— Gaetano Negri. — La contessa Maffei e gli emigrati. — Morte e
funerali di Emilio Dandolo. — Comico salvamento del conte Bargnani.
— Giovanni ed Emilio Visconti-Venosta.
Gli avvenimenti incalzano; e nel salotto Maffei le notizie arrivano a
folate. Nel novembre del ’58, si parla d’una guerra in primavera in cui
le armi della Francia saranno alleate colle piemontesi. La città è in
fermento, e si libra più che mai alla speranza di sorgere, dopo tanti
secoli di servitù, a libera vita.
L’ultima sera del ’58, la contessa Clara riceve una folla di liberali
giubilanti che parlano a voce bene alta dell’imminente tempesta.
Qualche loro amico, Leone Fortis, non si trova peraltro in mezzo alla
gioconda riunione, dovendo proprio in quella notte, in seguito a una
“perquisizione politica„ abbandonare colla moglie Milano per comando
della polizia. La contessa raccoglie lì per lì, nel suo salotto, una
somma a favore del Fortis e gliela invia co’ suoi augurii, a mezzo di
Giuseppe Guerzoni e di qualche altro amico, alla stazione; somma mille
volte benedetta, pioggia provvidenziale su un’arida landa!
Le brusche parole, che nel ricevimento di capo d’anno Napoleone III
rivolge al barone Hübner, ambasciatore d’Austria a Parigi, fanno
sussultar di gioia gli amici della Maffei appena esse arrivano nel
salotto. Il carnevale è cominciato allegro: si va in maschera. C’è
forse ragione d’essere oggi malinconici perchè domani si andrà a
battersi? Alla Scala si rappresenta il _Simon Boccanegra_ di Verdi; e
alla fine del primo atto, si leva un frastuono di battimani e di voci:
_Viva Verdi!_ che dalle iniziali del maestro, vogliono dire, si sa,
Viva Vittorio Emanuele re d’Italia! — Un’altra sera (il 9 gennaio)
scoppia una grandiosa dimostrazione al _guerra, guerra_ della _Norma_.
Anche gli ufficiali austriaci, sorti in piedi, battono le mani al
_guerra, guerra!_ Le batte il generale Giulay, comandante delle truppe.
Tutti vogliono finirla con uno stato penoso: guerra!
Nel salotto Maffei, il fervore patriotico aumenta di giorno in giorno,
d’ora in ora. Già il famoso “grido di dolore„ lanciato da re Vittorio
Emanuele nel suo memorando discorso del 10 gennajo, ha fatto passare
al salotto una serata allegrissima. I giovani, impazienti di menar le
mani, si dispongono a partire pel campo: così parte tosto una schiera
di giovanotti appartenenti al salotto Maffei e ad altre società
eleganti. Il primo è il nobile Giulio Venino, poi divenuto capitano
d’artiglieria; e, subito dopo, il principe Gian Giacomo Trivulzio,
Giulio Vigoni, i nobili fratelli Sala, Ulrich, Augusto Viola, il
commediografo Leo Castelnuovo (conte Leopoldo Pullè), Ernesto Turati, i
due Majnoni, l’Esengrini, il giovane Nava, e Fadini, Radaelli, Rosales,
Mazzoni. Questi ultimi si trovano a Vigevano con uno dei don Giovanni
più belli della società milanese, Augusto Verga. Nato a Milano, il
Verga sfuggiva alla coscrizione austriaca riparando in Inghilterra,
dove riuscì ad arruolarsi nella Legione straniera. Ma alle prime voci
guerresche nel ’59, eccolo pronto di ritorno in Italia, portando seco
nel Piemonte il suo bell’uniforme di ufficiale britannico, dentro il
quale (scrive Leopoldo Pullè) sembra Apollo vestito da ussaro inglese.
Il conte Pullè fugge da Milano col favore del padre, il commediografo
Riccardo Castelvecchio. Gaetano Negri, giovanissimo, s’avvia anch’egli
lietamente verso il Piemonte. Il futuro sindaco di Milano, che si è
fatto già notare da alcuni amici pei principii liberali, per la cultura
e pel forte ingegno, è accompagnato al campo dallo stesso suo padre!
Le signore incoraggiano tutti i giovani a partire, amici e fratelli;
punzecchiano, sprezzano i ritardatarii; alcune fissano a questi ultimi
un termine irrevocabile per la partenza. Mentre i mazziniani non
vorrebbero che i giovani emigrassero per non impoverire di braccia
forti la Lombardia nel caso che l’agitatore ordinasse un ultimo e
disperato tentativo d’insurrezione, Camillo Cavour segretamente esorta
i suoi amici della Lombardia e del Veneto ad estendere più che è
possibile l’emigrazione de’ giovani, perchè accorrano ad arruolarsi in
Piemonte; premendo a lui di creare un motivo di più, onde l’Austria,
stanca della ospitalità piemontese prodigata agli emigrati, stanca di
vedere i suoi coscritti accolti sotto le bandiere nemiche, dichiari
alla fine guerra al Piemonte.
È indicibile quanto la contessa Maffei e le signore e gli uomini
principali del suo salotto si adoprino per la fausta riuscita
dell’ardito disegno. Dalla contessa e da’ suoi amici sono aperte
sottoscrizioni segrete per riunire le ingenti somme che occorrono a
promuovere una emigrazione vasta e continua. Non solo devono partire i
ricchi e gli agiati, ma anche i giovani di famiglie povere, ai quali
bisogna naturalmente provvedere i soccorsi e i mezzi di trasporto.
La sola questione del modo di evadere si presenta assai grave. Il
recarsi da queste provincie in Piemonte è cosa irta di difficoltà. Il
Governo austriaco, che si è accorto ben presto del movimento, cerca
d’impedirlo con tutte le forze, in tutte le guise. I confini sono
guardati con rigore da colonne di truppe e di cavalleria. Il passaggio
riesce perciò arduo e costoso. Ma forti sussidii da parte della società
milanese non si fanno attendere. Alcuni si quotano per quattrocento,
per cinquecento lire al mese, e più. La contessa Maffei prodiga la
sua attività e compie prodigi per procurare sussidii e il modo di
varcare le frontiere a quanti si rivolgono a lei o a’ suoi amici. Nello
stesso tempo ella accorre nelle famiglie degli emigrati per confortare
con quella gentilezza che le è propria, tante madri desolate per la
partenza dei loro cari.
“L’emigrazione dei giovani continua (scrive la contessa a Giulio
Carcano) ed ormai si possono contare più quelli che restano che
quelli che partono. La duchessa Visconti credeva d’avere fatto
il sacrificio d’un solo figlio; ed ora è qui sola, chè anche gli
altri due seguirono l’esempio del fratello; e così ogni famiglia,
ricca o non ricca, vede partire i figli. Questo fatto è grandioso
ed onora altamente il nostro paese. I signori che servirono nel
’48 nell’esercito, ora riprendono servigio; sicchè non sono i soli
giovani, ma anche gli uomini che toccano quasi la quarantina che
si arruolano, o con un grado se l’avevano nel ’48 o come soldati
semplici....
“Annibale Sanseverino raggiunse il fratello; nè valsero a
trattenerlo le giuste osservazioni sulla sua salute e le angoscie
della povera madre sua. Anche nella settimana scorsa, quando le
notizie non erano buone, venne il giovinetto Noghera a prendere
congedo. Lo consigliai di tardar di pochi giorni a partire quando
la posizione fosse più sicura, ed egli mi rispose. “Se tutti ci
abbandonano, noi dobbiamo tanto più protestare col sacrificio
della nostra vita!„ Come avete ragione di dire che il bene è più
contagioso del male, e come fa bene all’anima questa convinzione
facendo tutti il nostro dovere. Dio sarà con noi, non è vero? Io
lo credo, lo sento nell’intimo del cuore. Ve lo ripeto: tento
di nulla lagnarmi; anzi sono orgogliosa di soffrire anch’io con
tutt’i buoni, ma soffro davvero, chè la separazione di tanti cari
ed il pensiero dei pericoli che dovranno affrontare i nostri prodi
giovinetti mi stringe il cuore. Dio li protegga! Anche Negri
è in Piemonte: lo accompagnò suo padre. I parenti quasi tutti
assecondano con mirabile abnegazione lo slancio generoso dei figli.„
Ogni sera, un nuovo racconto di fughe audaci, curiosissime, e di vani
inseguimenti intrattiene i crocchi che si vanno formando nel salotto
animato più che mai, pel quale passa un alito libero, vibrante, allegro.
Il modo col quale l’infaticabile Comitato dell’emigrazione la
favorisce, non potrebb’essere più ingegnoso. Il Comitato ha scelto
e fissato in tutti i punti della Lombardia uomini fidati, pronti ad
agevolare in ogni guisa la fuga de’ giovani. Questi si presentano a
loro con una carta speciale detta _scontrino_, ricevuto dal Comitato,
e, presentando lo scontrino, ricevono asilo, vivande, denaro, vetture,
cavalli, barche, barcajuoli, guide e travestimenti per varcare il
confine, deludendo ognora la vigilanza. I giovani della campagna
vengono di notte a piedi, cautamente, a Milano; e qui all’alba,
trovano subito chi li avvia a destinazione sicura. Lo sa bene Giovanni
Visconti-Venosta, che nel Comitato è attivissimo e delle fughe è spesso
orditore audace e fortunato. Le spie presso i confini spesseggiano, ma
non è raro che, in aperta campagna, cadano freddate da qualche palla
vendicatrice.
L’emigrazione diviene ormai un avvenimento politico. Ben presto, in
tutta Milano, in tutta la Lombardia, dai più alti ai più umili strati
sociali l’emigrare non è più una manifestazione ma una necessità, in
vista della guerra che si annuncia imminente. Son quasi diecimila i
giovani che emigrano e accorrono al campo; fatto veramente memorabile!
Ai massimilianisti così manca ogni giorno più, il terreno sotto i
piedi; il salotto Maffei, che dei massimilianisti è il più implacabile
nemico e persecutore, ne gioisce, ne esulta; e Camillo Cavour, intanto,
nel suo gabinetto di Torino raddoppia le classiche fregatine di mano.
Come il grande statista dice agli amici nostri del salotto Maffei e
come ripeterà poscia al barone di Talleyrand, ministro di Francia a
Torino, egli temeva che Massimiliano colle sue singolari qualità, col
suo prestigio, potesse vincere alla lunga le resistenze milanesi;
ma, grazie a Dio (sono sue parole) “le bon gouvernement de Vienne
intervint, et, selon son habitude, saisit sans retard l’occasion de
faire une maladresse, un acte impolitique, le plus funeste à la fois
pour l’Autriche et le plus salutaire pour le Piémont.„
Quest’atto fu l’improvviso richiamo di Massimiliano a Vienna. Alla
Corte della capitale austriaca, le riforme escogitate dall’arciduca
destarono vivissime gelosie; le sue ambizioni di regno davano ombra.
L’arciduca, irrequieto spirito, illudendosi di lasciar nome luminoso
nella storia, aveva sconfinato, veramente, dal programma a lui
prestabilito: programma, il quale doveva limitarsi ad atti di pura
clemenza, di pura cortesia verso gl’_ingovernabili_, come il gabinetto
di Vienna ci definiva volentieri ad ogni affermazione della nostra
italianità.
Il 20 febbrajo 1859 segnò alla fine il termine del dominio delle
blandizie e delle lusinghe di Corte. L’arciduca Massimiliano abbandonò
per sempre Milano. Se ne partì colla sposa Carlotta fra due ale di
popolo silenzioso. Chi poteva prevedere la fucilazione di Queretaro
che fra otto anni avrebbe spezzato quel petto di principe degno
d’alti destini? Chi poteva immaginarsi che quella sorridente bellezza
femminile, la quale avea gioita la luna di miele nelle reggie di Milano
e di Monza, sarebbe impazzita per lo strazio di quella morte crudele,
aggirandosi squallida larva nei tetri silenzi d’un castello del Belgio
nativo?...
Nello stesso giorno in cui parte Massimiliano, muore, a soli ventinove
anni, un fervente apostolo della libertà, uno de’ più intimi amici
di casa Maffei: Emilio Dandolo, fratello d’Enrico, morto a ventidue
anni difendendo Roma dai Francesi nel ’49. Avea combattuto egli pure
a quell’assedio a soli diciott’anni, dopo d’avere operato miracoli
di valore alle barricate dei Cinque giorni. Caduta Milano, imprese a
viaggiare in Crimea, nell’Egitto, nell’Asia, insieme col suo amico
marchese Lodovico Trotti, degno patriota che compì sempre nobilmente il
proprio dovere in tutte le campagne dell’indipendenza.
Ed ora il Dandolo, che sembrava chiamato a splendido avvenire nella sua
patria libera ed una, e proprio alla vigilia di raccogliere i frutti
della sua instancabile opera patriotica, muore miseramente consunto da
tabe polmonare.
Nelle Cinque Giornate, Emilio avea compiute col fratello Enrico,
cose che sembrano favole e sono verissime. Alle barricate di casa
Origo, Enrico, rimasto solo, sostenne le fucilate di venti granatieri
ungheresi, e si ritirò uccidendone tre, applaudito da tutti coloro che
ansiosamente lo stavano osservando, affollati al di là delle acque del
Naviglio. Emilio Dandolo con Emilio Morosini, con Carlo De Cristoforis,
fece retrocedere in via Borgonovo un cannone con settanta uomini!
Due giorni prima di morire, Emilio Dandolo, dal letto di morte diceva
all’amico Lodovico Mancini, che, con lui aveva combattuto nelle Cinque
Giornate:
— Spero di levarmi in tempo per riprendere il fucile....
I funerali del compianto patriota vennero celebrati due giorni dopo la
morte e riuscirono una memoranda manifestazione liberale.
Fin dalle prime ore del mattino, sulla piazzetta di San Babila, stavano
raccolte migliaia di cittadini che attendevano. La facciata della
chiesa era tutta coperta di panni neri coll’iscrizione: _Pace all’anima
di Emilio Dandolo_, la sola permessa dalla polizia, che non volle
accettare la seguente:
PACE ALL’ANIMA GENEROSA, LEALE E FORTE
DI
EMILIO DANDOLO
CHE NELLE LETTERE E NELLE ARMI
LASCIÒ MEMORIA DI VIRTÙ CITTADINE
E UN ALTO ESEMPIO.
PEREGRINANDO CERCÒ VIRILE ISTRUZIONE
E NEL FIORE DI SUA VITA
COMPIANTO DA QUANTI LO CONOBBERO ED AMARONO
PASSÒ DALLE SPERANZE TERRENE ALLE IMMORTALI.
I genitori del Dandolo aveano stabilito di far trasportare la salma
del loro caro estinto ad Adro nella Bresciana per seppellirla nella
cappella della famiglia; ma gli amici pensarono che il trasporto della
bara a un camposanto suburbano poteva far nascere una significantissima
manifestazione politica, quale il Dandolo avrebbe desiderata ne’ suoi
sogni di patriota. Ed ecco, escono dalla chiesa i sacerdoti colla
croce; esce la bara portata dal marchese Lodovico Trotti, dal pittore
Eleuterio Pagliano, da Alessandro Mangiagalli e da Ignazio Crivelli.
Giulio Carcano, Giovanni Visconti-Venosta, il conte Lana di Brescia,
i due Caccianino e Signoroni, stanno ai lati del feretro. Quattro
mutilati del battaglione Manara reggono le nappe del drappo funebre. E
dietro vengono altri amici e signore vestite a lutto, col capo e col
volto coperto da un velo nero. Clara Maffei, Teresa Kramer e altre
dame fanno parte dell’immenso corteggio. Una curiosità è un negro
che piange: è il moro Latif che fin da bambino era stato venduto da
un negoziante turco e che Emilio Dandolo aveva comperato in Egitto,
riscattandolo dalla schiavitù.
All’uscire dalla chiesa, Lodovico Mancini depone sulla bara una
ghirlanda tricolore di camelie. Mille grida in un sol grido si levano:
“viva l’Italia!„ Dalle finestre, dai balconi sventolano centinaja di
fazzoletti bianchi, si battono le mani, si lacrima di commozione. Il
corteo giunge lento al cimitero di San Gregorio (un antico vastissimo
cimitero oggi scomparso) e la fossa già spalancata per accogliere il
feretro, appare tutta circondata e lampeggiante da una fitta siepe di
soldati colle baionette nei fucili. Ma dell’armi, delle minaccie non
si teme. Due fra i più noti amici di casa Maffei, Antonio Allievi e
il conte Bargnani, pronunciano libere parole. Quest’ultimo termina
gridando: “Evviva la Terra dei morti! A noi la vendetta!„
Il conte Bargnani, per le sue parole, vien ricercato subito
dalla polizia. All’alba, il poliziotto Sommaruga si presenta
nell’appartamento del conte in via Sant’Andrea per arrestarlo, mentre
una siepe di gendarmi circuisce la casa. Ma il conte non è là. Egli
ha passato la notte fra amici, e, proprio in quel momento, sta per
ritornare a casa solo e senza alcun sospetto. Per fortuna, gli va
incontro un macellajo, certo Ruscelli, che gli dice a bassa voce:
— Conte, torni indietro subito! La coprirò io col mio corpo.
Il conte Bargnani è sottile e piuttosto piccolo; il macellajo è
una balena. Così il primo trova nel secondo una specie di baluardo
ambulante, e, allontanandosi rasente al muro, coperto dalla mole
del suo salvatore svolta, non visto, nel vicino deserto _Vicolo di
Cornovate_ e fugge in casa del nobile Poldi. Quivi si taglia la barba,
si traveste da lacchè inglese, e con don Giovanni Poldi esce in
carrozza fuori di Porta Ticinese deludendo la vigilanza delle guardie.
Giunto presso Pavia, indossa abiti da contrabbandiere del Ticino; e,
coi contrabbandieri del fiume, lo passa allegramente: è salvo.
Intanto il Governo avea decretato di porre sotto processo i capi del
funerale Dandolo. Alcuni, messi sull’avviso, non rientravano da alcuni
giorni nelle loro case, e la polizia non li trovò. Furono quindi
pochi gli arrestati; fra’ quali un grande amico del salotto Maffei,
Costantino Garavaglia, Costanzo Cardano e il moro del Dandolo, che
rimasero in carcere fino al domani della battaglia di Magenta. Emilio
Visconti-Venosta, il quale non era rientrato in casa la notte degli
arresti (quella del 27 febbrajo) sfuggì alle ricerche della polizia e
passò in Piemonte. Il fratello Giovanni, trattenuto a Milano perchè
aspettava all’alba un manipolo di giovani bresciani inviatigli da
Giuseppe Zanardelli, e ai quali dovea dare i miracolosi _scontrini_
per passare il Ticino, fu svegliato nella notte da due commissarii e
da quattro gendarmi. Egli si alza tranquillamente; e intanto che i
poliziotti fanno una minuta perquisizione per tutta la casa e cercano
il fratello Emilio, che credono nascosto, egli apre d’improvviso un
uscio segreto e giù via, corre a rifugiarsi in casa di Clara Maffei,
donde poscia munito dei miracolosi scontrini passa di borgo in borgo,
di pericolo in pericolo, e si trova verso sera a Lonate Pozzuolo presso
il Ticino, dove entra nella casa d’uno sconosciuto. Per fortuna, questi
è un galantuomo, un liberale, e si dispone a proteggerlo.
— Stia tranquillo, le farò io passare domattina il Ticino, — gli dice.
— E a braccetto d’un commissario!
— Diamine!... Mi pare un po’ difficile.
— Vedrà! Lasci fare a me!
Il giorno dopo, si avviano in carrozzella per la strada maestra al
ponte del fiume. Un commissario, vedendo avanzarsi il veicolo, si fa
sulle prime scuro in viso, ma poi, scortavi persona di sua conoscenza,
saluta.
— Caro commissario! — esclama quel signore campagnuolo balzando giù dal
legno, da una parte, mentre il Visconti-Venosta scende dall’altra. —
Come sta?...
— Bene; e lei?
— _Minga mal!_... La trottata mi ha fatto bene....
E qui volgendosi al Visconti: — Come trotta eh, quel cavallo, signor
ingegnere?
Il Visconti sentendosi dare dell’ingegnere, lo guarda.... ma rimane
serio, e risponde:
— Ah! veramente una cara bestia!
— A proposito.... — soggiunge il signore, volgendosi al commissario,
come uomo colpito da una felice inspirazione — a proposito.... — E qui
accostatoglisi, e abbassando la voce:
— Caro signor commissario, lei mi ha detto una volta che cercherebbe un
posto nelle strade ferrate per suo nipote.
— Sì, certo! Magari!
— Ebbene, se vuole, la presento io all’ingegnere capo....
— Sarebbe mai quel signore ch’è con lei l’ingegnere capo?...
— Precisamente.... siamo venuti qui a beverne un bicchiere, poi andiamo
ad ispezionare i lavori.
— Oh che fortuna! Potrei parlargli?...
— Perchè no?... Egli potrà dirle se suo nipote può ottenere un posto.
Il commissario sorride, si leva il cappello, e tutto umile si avvicina
al Visconti-Venosta che ha capito a volo e che lo aspetta con aria di
grande importanza.
— Il signore m’ha fatto l’onore di dirmi ch’ella è l’ingegnere capo
delle strade ferrate....
— Precisamente.
— E mi ha incoraggiato.... soggiungendomi che ella è tanto gentile....
— La prego, signor commissario, non faccia complimenti....
— Ecco, le dirò, signor ingegnere, ho un nipote che ha studiato da
ingegnere come lei: un bravo giovine, veda.... oh un bravo giovine! Non
è una di quelle _teste calde_.... che di quando in quando vengono da
queste parti e che i miei uomini acchiappano come le mosche.
Il Visconti guarda in viso il commissario per iscrutare se mai egli
sia più furbo di quello che sembra, e se abbia finto il minchione fino
allora per pigliarlo nella rete. Ma non tarda a persuadersi ch’è in
buona fede....
— Ah vedo! — esclama come cadendo dalle nuvole. — Lei vuol parlare di
que’ giovinastri che fuggono da Milano per andarsi ad arruolare di là
nell’esercito Piemontese?... Sono teste sventate, tanti matti, che poi
se ne pentiranno!...
— Ah! crede anche lei?...
— Credo bene. Ma torniamo un po’ a suo nipote. Lei mi diceva, adunque,
che questo suo nipote ha studiato da ingegnere....
— Sì, e sarebbe felice di entrare nelle strade ferrate.
Qui il Visconti si prende il labbro inferiore tra il pollice e l’indice
della destra, e si mette a pensare. E il commissario zio pende da que’
pensieri.
— Ecco qua! — esce a dire finalmente l’ingegnere capo. — Ecco qua; ma
prima di tutto, debbo farle una domanda. Suo nipote aspira a un posto
superiore od inferiore?... Perchè io le parlo franco. Noi, di posti
superiori, per ora, non ne abbiamo assolutamente.
— Oh, egli non pretende tanto!
— Ebbene.... sa ella che cosa deve fare?... Stenda la sua buona
istanza.... l’età, gli studi fatti, il grado cui aspira, ecc., ecc....
Io vado ora girando un po’ qui lungo il tronco.... Poc’anzi, mi hanno
detto che i miei ingegneri sono al di là del fiume, ma torneranno
presto. Stasera, io ripasso di qua, ella mi consegna l’istanza in tutta
regola.... ed io le prometto di pensare seriamente a far ottenere il
posto a suo nipote, anche per un ben dovuto riguardo a lei, ch’è dei
_nostri_.
Il commissario non sa come esprimere l’immensa gratitudine. Ma il
Visconti taglia corto e:
— Siamo intesi; stasera ella è servito. E, adesso, aspetto da lei un
piacere.
— Dieci, cento! Mi comandi!
— Vorrei che mandasse un uomo di là col battello ad avvisare i miei
ingegneri ch’io sono qui ad aspettarli.
— Ma subito, si figuri!... Vincenzo, Ambrogio, Filippo.... qua subito.
E, se ella vuole andare in persona, è padronissimo. Un po’ di spasso in
barca.... fa bene, al dopo pranzo. Il tempo è bello!...
— No, grazie.... non vorrei abusare della sua gentilezza.
— Ma s’immagini!
— Ebbene, signor commissario, giacchè insiste.... Che bel tempo!...
— Bellissimo!
Mentre le rive sono guardate da file d’ulani e di gendarmi, questo
ragguardevole ingegner capo, in una barca condotta da quattro doganieri
austriaci che remano a tutta lena, attraversa il fiume; e poco dopo è
in terra libera e s’avvia a Torino per raggiungere il fratello Emilio.
Questa felice gherminella non tardò ad esser nota in casa Maffei
suscitandovi alte risate; e la contessa fu tutta lieta che i fratelli
Visconti-Venosta, pe’ quali nutriva, oltre la grande ammirazione per
l’ingegno, speciale simpatia da chiamarli persino _i me fiœu_, fossero
giunti nella terra promessa. Qualche anno dopo, la _Cronaca grigia_
raccontò l’avventura del Ticino com’è qui narrata, solo incorrendo in
qualche lieve inesattezza che mi son fatto scrupolo di correggere.
“.... I miei esuli amici sono tutti a Torino sani e fidenti
(scriveva nel marzo del ’59 la Maffei); ma non lieti perchè
sentono l’amarezza dell’esilio, benchè lo prevedano breve. Emilio
mi scrisse una deliziosa lettera che porta l’impronta del suo
_magon_[9] di essere lontano dalla sua famiglia, dagli amici, ed io
aggiungo, dalla cupola del Duomo.„
Il lettore comprende che questo Emilio è il fratello di Giovanni
Visconti-Venosta.
Assunto al seggio di ministro degli esteri e ad altri gradi elevati,
Emilio Visconti-Venosta non potè in seguito frequentare il salotto
Maffei, ma conservò sempre colla contessa la buona antica amicizia.
Un copioso carteggio passato fra lui e la contessa non fu trovato
dopo la morte di quest’ultima: è probabile che la Maffei l’abbia
fatto scomparire nel tempo in cui le perquisizioni potevano piombare
d’improvviso e impadronirsi delle corrispondenze patriotiche, come
erano appunto quelle. Nello stesso modo, altri carteggi della contessa
andarono distrutti dalle fiamme prudenti, specialmente subito dopo il
’48 e la promulgazione dei rigori militari.
CAPITOLO XIV.
MILANO LIBERA.
Le famiglie milanesi e i feriti di Magenta. — Ingresso di Vittorio
Emanuele e di Napoleone III. — Scene grandiose. — Ufficiali
francesi nel salotto Maffei. — Amici morti in battaglia. — I
garibaldini nel salotto Maffei. — Ippolito Nievo. — Tèleki. — Il
ricevimento più memorabile della contessa Chiarina. — Giannina
Milli e le sue improvvisazioni patriotiche.
Gli occhi di tutta l’Europa sono rivolti su Milano. La città appare
una fantasmagoria. La sera del 4 giugno ’59, arrivano notizie sulla
vittoria di Magenta; e il domani, fra delirii di gioia, le bandiere
tricolori, cucite di nascosto, sventolano dai balconi, dalle finestre,
sui negozi, sui campanili, sugli abbaini, abitati dai più poveri,
dappertutto. E dappertutto coccarde tricolori: sui cappelli, sui
petti, all’occhiello degli abiti: ne portano le signore, i bambini,
i sacerdoti. Gli evviva continui: Viva l’Italia!... Viva i nostri
soldati! Viva gli alleati!... — Il nome di Magenta si ripete da tutti.
Molti piangono di commozione; si baciano, si abbracciano; e si va....
si corre.... a leggere i manifesti che il municipio pubblica a ogni
momento. La Congregazione municipale esorta i cittadini ad erigere
le barricate, nel timore d’una rappresaglia del presidio militare; e
chi si arma di badile, chi di zappa, chi di piccone per rinnovare le
barricate del ’48. S’improvvisa la Guardia nazionale. Il municipio
ordina che chiunque possiede armi, munizioni e cavalli li rechi al
quartier generale della guardia. Il presidio lascia intanto Milano; e
il dominio straniero dispare per sempre. — Un triste spettacolo succede
ora al tripudio. Arrivano i primi feriti su’ carri; ne arrivano altri,
lenti, lenti; e quelle teste bendate, quei volti rigati di sudore e
di sangue, quegli sguardi languidi, quei corpi immondi di polvere, di
fango, di fumo, quei lamenti, stringono il cuore. Sono feriti italiani,
francesi, austriaci; e tutti, amici e nemici, vengono accolti con alti
sensi di pietà; quella pietà che è gloria suprema e inesauribile dei
Lombardi. I convogli dolorosi continuano, spesseggiano, formano una
fila interminabile che vien da Porta Nuova: barelle portate a mano o
in ispalla, con uno o due feriti, moribondi, o morti, spirati lungo
il viaggio penoso sotto la sferza del sole: carri, omnibus, carrozze
pubbliche e private cariche d’infelici, muti, chiusi nell’assopimento
foriero della morte, o imploranti soccorso.
Molte signore vanno premurose a ricevere i feriti e li portano nelle
proprie case per curarli. Non v’è famiglia agiata che non ne accolga
uno o più: le sale delle case sono trasformate in ospedali; e gli
ospedali tutti della città ricevono a centinaia i feriti e gl’infermi.
L’antico Monastero Maggiore (il solo che il Barbarossa quando distrusse
Milano volle salvo) ne accoglie cinquecento. — I medici e il clero
gareggiano nei soccorsi: la carità femminile è instancabile. Bende e
filaccie escono in gran copia da mani di popolane e di gentildonne: ma
non bastano ai bisogni: i chirurghi e i medici ne domandano ancora; e
molte giovinette e signore vegliano le notti per prepararne.
Il mattino del 7 giugno la scena cambia di nuovo; ritorna l’esultanza.
Giunge l’avanguardia del maresciallo Mac-Mahon, il vincitor di Magenta.
Irrefrenabile la curiosità di vedere gli alleati liberatori, la brama
di salutarli col grido del cuore riconoscente! Arrivano i fanti, i
cacciatori d’Africa, gli zuavi, gli artiglieri, le bandiere lacere e
affumicate dai combattimenti gloriosi. Nel vederli, è un urlo solo
di giubilo: si gettano pioggie di fiori sulle teste, ai loro piedi;
le signore porgono agli ufficiali mazzolini di fiori: ai soldati si
offrono sigari, bottiglie di vino, che tracannano avidamente. È uno
spettacolo pittoresco, sublime nella sua confusione, nel suo disordine:
queste faccie brune, aduste, dagli sguardi balenanti e fieri,
quest’insoliti uniformi dai vivaci colori, questi tamburi che rullano,
queste fanfare rallegrano, eccitano, esaltano la folla che invade le
vie, e ondeggia fitta, immensa fiumana; e altra folla sui balconi,
alle finestre, sui cornicioni degli edifici, sui tetti, confonde il
suo applauso di riconoscenza, d’amore. E nuove acclamazioni, nuovi
evviva frenetici salutano le avanguardie italiane, che entran rapide,
precipiti fra le musiche. Adesso la curiosità diventa affanno e
l’entusiasmo delirio. Si cercano i volontarii lombardi che partirono
per il campo. Sono vivi?... Non ci sono, non si vedono.... Che siano
fra i caduti? fra i feriti?... Ma qualcuno d’essi, sorridendo, fa segno
che ha ravvisato, che riconosce i suoi parenti, i suoi amici accorsi ad
incontrarli; ed è allora una esplosione di gaudio, di esultanza divina,
inenarrabile, che soffoca le parole; parlano le lagrime.
E subito dopo, un altro spettacolo più grandioso, un altro delirio.
Vittorio Emanuele II e Napoleone III entrano in Milano, passando per
l’arco del Sempione, in mezzo alla folla che frenetica applaude, in
mezzo ai fiori che piovono sui cavalli dei due monarchi liberatori;
e dietro a loro gli ufficiali e soldati. Napoleone un po’ curvo,
dall’occhio velato e stanco; non guerriero che sussulta al trionfo, ma
politico che medita Villafranca. Vittorio Emanuele è diritto, vigoroso
sul suo cavallo come un vincitore antico, e gira qua e là lo sguardo
vividissimo non sovra un popolo di conquistati, ma sovra un popolo
di amici, di figli. E continuano le acclamazioni, che nella piazza
del Duomo e sul corso di porta Orientale prorompono come inni; sono
applausi e grida; e tra le mille bandiere tricolori alle case e sulle
vie, cadono nuovi fiori, e, tra il pulviscolo, il lampo di quelle file
d’armi che jeri si volgevano contro il nemico e che oggi scintillano
nella luce del trionfo, quell’onda di cavalli, quel fluttuare di fanti
e di popolo inebbriato di gioja, è tale spettacolo che mai eguale
Milano ha veduto, mai eguale forse vedrà.
Alla sera, non ostante una pioggia dirotta, ancora folla, folla
sterminata per le vie. Preceduta dalla guardia nazionale e da bandiere
e da fiaccole, una moltitudine si reca alla villa dove trovansi
Napoleone e Vittorio Emanuele. La calca entra nel cortile e stringe
da presso i due Sovrani che si presentano sullo scalone. Alla sera
dopo, spettacolo alla Scala; e si rinnovano gli entusiasmi febbrili.
Accanto alle signore, nei palchi, siedono gli ufficiali brillanti di
decorazioni; e sono le signore del salotto Maffei, le signore dell’alta
società milanese e delle città vicine.
Nelle sere seguenti, il salotto Maffei, ornato di fiori, illuminato a
festa, riceve una folla d’amici entusiasti: accoglie ufficiali italiani
e francesi che sono festeggiati, acclamati. Le signorine suonano al
pianoforte gl’inni nazionali; la contessa è la prima a battere le
mani. Quel volto è acceso d’una fiamma, quel corpicciuolo è fremente;
quell’anima italiana è felice. Il salotto, in questo momento, è un
salotto italo-francese. Tutti conversano in francese. La contessa
Maffei abbonda in cortesie, in premure, verso gli ufficiali liberatori:
vuol lasciare in tutti loro grata impressione della riconoscenza, del
patriottismo e dell’ospitalità italiana.
Fra gli ufficiali francesi vediamo il conte de Vogüé, il capitano
conte de Novion che sull’album della contessa, fra un inno e l’altro
suonato al pianoforte dalle signore, delinea con garbo d’artista varie
caricature; vediamo il capitano di stato maggiore Teodoro Joung, che
diventerà segretario generale al ministero della guerra al tempo
di Boulanger e scriverà un libro inspirato a sinceri sentimenti di
simpatia pel nostro paese. Il luogotenente della guardia imperiale
francese Rayat (morto poi, nel ’70, combattendo contro la Comune)
consacra alla contessa una poesia. Troviamo Emilio Saigey, che nella
_Revue des deux Mondes_ scriverà su Clara Maffei un profilo squisito.
Appena può rimettersi dall’amputazione d’un braccio ferito, un altro
valoroso ufficiale, Fly Sainte-Marie, si reca a visitare la contessa
e le lascia il proprio ritratto in omaggio. Lo stesso Napoleone III
manda la propria fotografia colla firma autografa alla contessa,
che la appende alla parete del salotto, vicino al posto, dove suole
star seduta ricevendo. E quanti altri valorosi ufficiali francesi si
potrebbero accennare, divenuti poi generali!... Se alcuni superstiti
potranno leggere queste pagine, sentiranno svegliarsi nel cuore teneri
e profondi ricordi di unanimi festeggiamenti, di femminili sorrisi,
premio al valore!
Giuseppe Verdi scrive da Busseto all’amica sua Chiarina una lettera
stupenda in cui le confessa che avrebbe anch’egli ben voluto impugnare
la spada per l’Italia se la sua salute glielo avesse permesso; è
dolente, il grande Italiano, è mortificato di non averlo potuto, e
quasi se ne accusa colla donna gentile!... Così egli sente, così scrive
colla semplicità d’un cuor leale e forte, il maestro, le cui note
ardenti pur valsero tanto per la risurrezione d’Italia nostra! E lo
confessa a lei, perchè ad altri (ei soggiunge) parrebbe una millanteria.
“Quanti prodigii in pochi giorni! Non par vero!... L’altro ieri, un
povero prete mi portò i saluti di Montanelli che aveva incontrato
a Piacenza soldato semplice ne’ volontari. L’antico professore di
diritto patrio che dà si nobile esempio! Ciò è bello, è sublime!„
Così Giuseppe Verdi, di cui è doveroso raccogliere ogni parola che
insegna.
La liberazione di Milano riconduce i patrioti emigrati, i patrioti
ch’erano accorsi al campo; ma non tutti, pur troppo! D’alcuni si piange
la morte. Fra i più vivamente rimpianti, sono Carlo De Cristoforis
e Giacomo Battaglia; entrambi morti nella stessa ora e nello stesso
combattimento a San Fermo; entrambi intelletti e cuori elettissimi;
entrambi del gruppo più intimo della contessa Maffei.
Avevamo lasciato Carlo de Cristoforis profugo nel Piemonte, dov’egli
avea riparato per isfuggire alla polizia che lo ricercava dopo i
moti del 6 febbrajo 1853. Egli, che nel ’48 avea combattuto sui
campi lombardi e poscia all’assedio di Roma, salutò con gioja la
partecipazione del Piemonte alla guerra di Crimea; e anche allora
strinse le armi militando in quella campagna col grado di luogotenente.
Dichiarata la guerra del ’59, s’arruolò con Garibaldi, che lo nominò
capitano; e a Casale, a Sesto Calende e a Varese, fu l’anima della
propria compagnia. “Ho bisogno di San Fermo,„ disse Garibaldi al
Medici vedendo su tutta la strada fra Rebbio e San Fermo accampati
i nemici; e il general Medici (come narra esattamente Jessie W.
Mario nel _Garibaldi e i suoi tempi_) spedì subito a San Fermo la
compagnia del capitano De Cristoforis, ordinandogli di attaccarlo di
fronte. Cominciato il fuoco, Carlo de Cristoforis, avanzando di molti
passi da’ suoi, corse all’assalto fra una grandine di palle, e cadde
mortalmente ferito colla fronte e col petto lacerato mentre agitando
la sciabola in alto, gridava: “Viva l’Italia!„ Dovette il fratello
suo, dottor Malachia de Cristoforis, arruolatosi come chirurgo nelle
ambulanze, riceverlo morto fra le braccia!... Il povero Giacomo
Battaglia era anch’egli nel fiore della vita (contava soli ventisette
anni) e anch’egli trattava con pari valore la penna e la spada. “Aveva
(rammenta Tullo Massarani nel forte libro _Carlo Tenca e il pensiero
civile del suo tempo_) poco più che ventenne dato alle scene un
“Girolamo Olgiati„ tutto un bollore di patria e di poesia...; modesto
e gentile come una donzella, ma fiero in faccia al nemico quanto uomo
dovea esserlo, s’era battuto con un ufficiale austriaco per non so
che sottigliezza di galateo; e n’era uscito con l’onore d’un contegno
ammirato anche dagli avversarli, e con una bella ferita.„ Era figlio di
Giacinto, fondatore della _Rivista Europea_. Con quali lacrime la madre
ricevette il corpo del figlio!... e con quale tenerezza la contessa
Maffei tentava di consolarla!
Come il pittoresco costume degli zuavi, così le camicie rosse
garibaldine mettono nel salotto Maffei una nota giuliva. Fra i
garibaldini italiani, si vede nel salotto un poeta e romanziere, alto,
bruno, dall’aspetto burbero, ma di cuor valoroso e gentile, Ippolito
Nievo. Tra gli stranieri ardenti amici d’Italia spicca un ungherese di
gran nome, che sarà soldato dei Mille: Tèleki.
Il conte Alessandro Tèleki è una delle più belle figure, uno dei più
liberali e più avventurosi gentiluomini accolti nel salotto Maffei.
Cominciò a combattere nelle lotte dei Carlisti nella Spagna, e fu fatto
prigioniero dai realisti; quindi tornò nel proprio possedimento di
Kolto dove ospitò Petöfi, e prese parte in Transilvania alla guerra
della rivoluzione. Fatto prigioniero, fu condotto ad Arad; ma potè
fuggire riparando illeso a Costantinopoli, dove seppe che in patria
era stato condannato alla forca. Da Costantinopoli passò a Parigi, ma
dopo il colpo di stato venne, come inviso ai Bonaparte, bandito; onde
dovette rifugiarsi a Londra. Ma anche a Londra la polizia napoleonica
non lo lasciò in pace; egli allora chiese e ottenne ospitalità a
Guernesey presso Vittor Hugo. E nel ’59 eccolo prima a Torino dove si
abbocca coi migliori patrioti italiani, e poi a Milano per organizzare
un anno appresso la legione magiara e salpar con essa da Quarto alla
liberazione delle Due Sicilie.
La sera del 31 dicembre 1859, ha luogo il più memorando ricevimento del
salotto Maffei. Tutti gli amici della contessa vengono ad augurarle
lieto “il primo anno della redenzione italiana.„ Questo è il motto del
momento, la parola d’ordine. La folla è tale che persino l’anticamera
è rigurgitante. Le signore sfoggiano abbigliamenti speciali, in cui
non manca un fregio tricolore. Molti occhi sono rivolti su una bruna
giovane di trentadue anni, di Teramo, poetessa, non bella, ma di volto
espressivo: Giannina Milli, l’improvvisatrice della nostra rivoluzione.
Ella è sollecitata dalla Maffei a improvvisare qualche lirica. Ingenua
di modi e di cuore, la Milli sulle prime si schermisce quasi impaurita,
poi sorge, coi neri occhi fiammanti, e, in mezzo, a religioso silenzio
successo all’allegro mormorio, improvvisa un sonetto sulla libertà.
Appena finito l’ultimo verso, scoppiano applausi. La poetessa
singhiozza di commozione, e va a nascondere le lagrime sul petto della
madre sua. La contessa l’avvicina, le bacia la fronte infocata, non
senza lagrime anch’essa. Alcune settimane dopo quella serata trionfale,
Giannina Milli manda manoscritte alla Maffei alcune quartine che,
meglio di tutte, dipingono le impressioni dell’improvvisatrice nei
momenti vulcanici dell’estro, e ricordano quella sera memorabile:
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Oh che strazio nell’anima sentìa!...
Ansia, spossata, delirante ancor,
Del cortese altrui plauso il suon venìa
A me qual eco di un dileggio allor.
E, singhiozzando, tra le fide braccia
Della madre correami a rifugiar,
Quando l’amica tua pietosa faccia
Dolcemente su me vidi raggiar.
Nel sorriso, nell’umida pupilla
Era l’eloquio che mentir non può,
E più mi disse una soave stilla
Che l’infocato mio fronte bagnò.
Oh ti sien grazie, o mia cortese!... Io molto
Più che non dico amar posso, e soffrir;
Ma ne’ convegni, il vedi, ilare ho il volto,
E sorrido all’altrui schietto gioir.
Sol quando accolta nella fida stanza,
Libera sciolgo a’ miei pensieri il fren,
Vanir la gioia dalla mia sembianza
Tu vedresti qual rapido balen.
Mi vedresti arrossir del facil vanto
Profuso al carme che in oblio cadrà
E superbir del tuo tenero pianto
Qual di un trïonfo che l’egual non ha.
Chè se propizio il ciel sperar mi lice
Al caldo voto che dal cor mi vien,
Tu scorderai l’errante trovatrice,
Ma non l’amica che stringesti al sen!
Come premio, la Maffei condusse la Milli in casa di Alessandro Manzoni.
Alla poetessa sembrò di vedere un nume nell’autor de’ _Promessi Sposi_.
Questi offrì graziosamente alla Maffei un mazzolino di fiori che andò a
fregiare il petto della poetessa, orgogliosa e beata di tale reliquia.
In quel ricevimento del primo d’anno dell’indipendenza, emergeva il
conte Cesare Giulini della Porta, del quale si narrava un nuovo recente
servigio reso alla causa nazionale. Alla vigilia della guerra egli
andò a Corsico, e là, ajutato dalla sua potente memoria, notò tutt’i
reggimenti austriaci che passavano; quindi potè mandare in Piemonte
precise notizie delle truppe nemiche. Cavour, convinto più sempre
del singolar valore di lui, si affrettò ad offrirgli una prefettura,
un’ambasciata, un portafogli; ma egli, modesto, rifiutò tutto. Il
19 novembre 1862, a soli quarantasette anni, il Giulini moriva, con
acerbissimo dolore degli amici del salotto Maffei, che nei giorni più
ardui aveano trovato in lui un ispiratore e una guida sapiente.
CAPITOLO XV.
IL SALOTTO NEL ’59.
Il primo carnevalone di Milano libera. — Ballo a Corte con Vittorio
Emanuele e Camillo Cavour. — L’Olimpo femminile. — Feste in casa
Beretta e in casa Trotti. — Nuovi visitatori del salotto Maffei.
— Luisa Colet. — Ritorna Massimo d’Azeglio. — Pacifico Valussi e
la Perseveranza. — Esortazioni di Cesare Correnti alla contessa
Maffei. — Milano nuova.
Chi ricorda gli splendori del carnevale del ’60, sostiene che Milano,
dopo d’allora, n’ebbe forse di simili, certo non di eguali. La città
è rapita in un’ebbrezza di feste, di espansioni. Vittorio Emanuele
apre la reggia a un ballo che rimarrà memorabile per il brio, per
la bellezza, per il lusso delle signore, e pei personaggi politici
che fanno gruppo intorno al Re Galantuomo. Camillo Cavour, gajo,
sorridente, si mescola alla folla delle dame e le corteggia con tale
squisitezza che sembra non abbia fatto altro in tutta la sua vita. Fra
le beltà che brillano nella magnifica sala delle Cariatidi, dipinta da
Francesco Hayez, lo arresta la bellezza bionda della giovane contessa
Alemagna-Bassi, colla quale s’intrattiene a conversare. Le gentildonne
Castelbarco, Litta, Jacini, Cagnola, Visconti, D’Adda, che appartengono
all’Olimpo femminile di Milano, rendono ancor più brillante la festa,
dalla quale il solo Vittorio Emanuele, rosso in viso, e stanco delle
interminabili presentazioni d’etichetta, non vede l’ora di partire.
Milano mantiene intatto il vanto della bellezza che, nei primordii del
secolo, Stendhal ammirava nella nostra società, facile allora e quasi
impetuosa nei godimenti, e ora così diversa, in tutto o quasi tutto,
che, se quel fine osservatore ritornasse, non la riconoscerebbe più.
Le beltà, che da questa epoca beata del risorgimento fino al ’70
(e alcune anche più tardi) formarono il così detto “Olimpo„ non
sono cancellate dalla memoria dei milanesi. I nomi della contessa
Eugenia Litta-Bolognini, contessa Mina Durini (figlia dell’illustre
storico Pompeo Litta); Archinto-Gargantini e Dal Verme-Gargantini;
Alemagna-Castelbarco; Mina Bassi-Cusani; — quelli della contessa Gola
Della Porta, Sofia Simonetta Prinetti, Giulia Prinetti-Brambilla, Anna
Prinetti Esengrini, contessa Maria Greppi Padulli, marchesa Luigia
Visconti d’Aragona, marchesa Teresa Visconti Sanseverino, principessa
Cristina Castelbarco Cicogna, contessa Martini Landriani, donna Bice
Bassi Castelbarco; — e ancora i nomi di Paola Righetti-Boselli;
Campagnani-Bonfanti; Laboranti-Fontana; Perelli-Paradisi; Bisleri; Rosa
Maggioni; Luisa Biffi Legnani, e altri nomi, che la penna scriverà in
una nuova sperata edizione di questo libro, sono ricordati sempre da
ammiratori e da ammiratrici.
Gli spettacoli alla Scala, centro della vita milanese, anche per il
gran numero di forestieri accorsi d’ogni dove, sono affollatissimi.
Nei palchi, troneggiano le dame più eleganti, visitate da ufficiali
italiani, ma più da ufficiali dell’esercito francese d’occupazione che
ha posto in Milano il suo quartier d’inverno. Sembra d’essere ritornati
ai bei giorni del primo impero di Napoleone I e di Eugenio Beauharnais.
Alle opere di Donizetti, Rossini e Bellini, chi bada?... Animatissime
le conversazioni nei palchi e nella platea. Solo i balli (danza
la Pochini) destano curiosità negli stranieri, mercè le leggiadre
e agilissime figliuole di Tersicore, fiori del popolo schierati a
brillare davanti al fiore dell’aristocrazia nel tempio dell’arte, della
gioja e della bellezza.
Sontuose riescono le feste offerte dal primo sindaco di Milano, conte
Antonio Beretta (già membro del Governo provvisorio di Lombardia), che,
un po’ secondo il programma del Bonaparte a’ tempi del Primo Regno
Italico, lancia tosto la città sulla via di diventare una metropoli.
Ma nessuna festa, neppur quella a Corte, pareggia il ballo offerto in
casa Trotti; ballo mascherato del quale si parlerà a lungo nei ritrovi
eleganti, e anche nei ritrovi artistici; difatti gli svariatissimi
costumi delle damigelle e delle dame son disegnati da esimii pittori e
qualcuno, speciale, da qualche patrizio, più che dilettante di pittura,
artista vero, come il conte Alessandro Durini, il quale ideava lo
stupendo costume della sposa.
Sontuose altre feste di ballo nelle case patrizie, nella Società del
Giardino, dove comparisce una sera la maestosa figura di Nino Bixio;
e, oltre ogni dire animati i veglioni alla Scala rallegrati vieppiù da
cene nei palchi a tende calate, ne’ quali la gajezza sfolgora tra lo
spumar dei vini e dei motti di spirito. Le cavalcate in maschera sul
corso sotto pioggie di fiori, lo sfilar degli equipaggi superbi in tal
numero che non se ne vedrà eguale per un pezzo; le illuminazioni delle
vie, i concerti, gli evviva accrescono brio alla città risorta, al
tripudio.
Il salotto Maffei rimane modello d’ospitalità squisita anche in mezzo
al carnevalesco tumulto della città. Fra le antiche care conoscenze che
ritornano a visitar la contessa, primeggia Massimo d’Azeglio, mandato
a Milano in qualità di governatore. Egli è sempre franco, arguto,
simpatico tipo di statista e di soldato, di artista e di scrittore. Una
conosciutissima scrittrice francese in questi giorni guizza dappertutto
per comporre il libro _L’Italie des Italiens_, Luisa Colet. Ella è
accolta dalla Maffei, e non finisce d’inneggiare al d’Azeglio di cui
sembra innamorata. La buona contessa, per accontentarla, la conduce un
giorno dal Manzoni al quale ella ripete lo stesso cantico dei cantici.
Se trova per via l’autor dei _Promessi Sposi_, la Colet ha il coraggio
di fermarlo per lodargli di nuovo Massimo d’Azeglio; e allora il
Manzoni per consolarla: _Oui, oui, il est né séduisant!_ E si noti che
Massimo d’Azeglio non la può soffrire!
Nel suo libro, infiorato d’allusioni maligne contro la principessa
Belgiojoso, Luisa Colet riporta un dialogo ch’ella dice d’avere avuto
colla Maffei. Loda assai questa dama; ma, pur di dirne qualche cosa di
male, ne censura e ne deplora.... le scale lunghe.
Giannina Milli così scriveva alla Maffei qualche anno dopo che avea
incontrata la Colet nel salotto:
“E madama Colet è rimasta a Milano? Io l’ho sempre tenuta per donna
di ottimo cuore, e di eccellenti intenzioni per la patria nostra.
Quello che in lei mi spiace sovranamente è quell’_io_ benedetto
che s’infiltra, volere o non volere, in tutto ciò che pensa, dice
o scrive. Non lessi mai l’opera sua sull’Italia, ma un giorno ne
trovai un volume sul tavolino d’una mia amica, e, sfogliandone
alcune pagine, fui sorpresa di trovarvi un lungo dialogo ch’ella
dicea aver avuto con me e a cui, di certo, non ho mai preso
parte.... e vi fo una figura di pedante ch’è una compassione. Del
resto, mi mostra anche una gratitudine che non merito, poichè
dice ch’io l’assistei amorevolmente durante la sua malattia in
Milano!...„
L’Inghilterra, che generosamente colla voce del Gladstone ci ha ajutati
a risorgere, manda alcuni suoi figli nel salotto Maffei. Vi troviamo,
presentato da Tullo Massarani, un gladstoniano de’ più assennati e
de’ più autorevoli, John Webb Probyn, al quale dobbiamo un bel libro:
_Italy: from the fall of Napoleon I in 1815 to the year 1890_, pieno di
simpatia per noi, e dedicato al Massarani.
J. W. Probyn, esprimeva in una lettera alla Maffei il suo pensiero
sull’Italia; pensiero ch’è pur sempre quello di tanti suoi conterranei.
“La _nostra_ Italia mi è sempre cara, sopratutto ne’ suoi momenti
difficili; ma non ho paura: la sua causa è troppo giusta per non
trionfare.„
Madama Bazin, il generale Casanova, la contessa Batthyany, molti
ufficiali piemontesi, molti deputati s’incontrano nel salotto. Fra le
nuove conoscenze, che la contessa fa a mano a mano, lieta di vedersi
sfilar dinanzi tanti ingegni, tante speranze della nuova Italia, si
nota un giovane economista veneziano dall’ardente parola: Luigi Luzzati.
Un altro economista veneto, Fedele Lampertico di Vicenza, è presentato
dal Cabianca. E un altro veneto ancora visita la contessa: un
pubblicista provetto, d’integro carattere, patriota della vigilia:
Pacifico Valussi, friulano; lo stesso che viene eletto a primo
direttore della _Perseveranza_, giornale serio e ascoltatissimo, in
cui scrivono parecchi amici del salotto e quasi tutti i collaboratori
del _Crepuscolo_. Il Valussi è specialmente noto per avere confutata
con coraggio l’opera massima di Giuseppe Ferrari “La mente di Vico„
in cui, quello spirito singolare ma scontento e incontentabile
dichiarava coi Lamartine, coi Metternich e con tanti altri forestieri
morta, addirittura, la Nazione italiana; questa povera nostra terra,
lacerata per secoli e secoli dalle spade e dalle penne straniere,
particolarmente francesi, le quali, anche oggi, lungi dal riposare,
gettano contro di noi più veleno che inchiostro.
“Come è tutta bella la nostra Italia! (esclama Clara Maffei
scrivendo a Giulio Carcano nel ’61). Ovunque si volga lo sguardo
od il pensiero, si benedice Iddio d’essere nati su questa terra;
e quando poi si pensa che ora è proprio nostra e che certo fra
non molto sarà tutta indipendente ed una, l’anima, non avvezza
a tale gioja, non sa quasi esprimerla che colla manifestazione
della sorpresa, delle lagrime, col ringraziare senza fine il Cielo
di questo gran bene e col rendere un omaggio di riconoscenza e
d’ammirazione ai tanti nostri prodi che col loro sangue prezioso ce
l’acquistarono.„
Milano, che fino a questo momento conservò una fisonomia propria, il
carattere spiccatamente ambrosiano, a poco a poco andrà perdendolo per
diventare una città cosmopolita. I milanesi puro sangue, pur palpitando
per l’Italia, al cui ideale sacrificarono averi e vite, rimpiangono a
buon diritto la sparizione dell’antico carattere della città nativa.
Più di tutti, lo rimpiange Cesare Correnti, il quale pur tanto pensò
e oprò per quest’Italia una e che, caldeggiando coll’Jacini il
traforo del Gottardo, contribuì forse più di tutti a trasformare il
carattere, la vita, l’avvenire di Milano. In una lettera elegiaca da
Como (15 marzo 1861) alla contessa Maffei, così il Correnti raccomanda
l’amatissima città che lo vide nascere e promovere con Carlo Cattaneo e
con altri animosi la gloria delle Cinque Giornate:
“V’ho detto che vi raccomando Milano: ve lo ripeto. Voi siete uno
dei buoni genii del luogo. Non ditelo a nessuno, ma ricordatevene
sempre: quest’Italia nuova, Dio la benedica! ma fin qui è un corpo
che non ha ancora trovato un’anima. E, intanto, l’anima del nostro
vecchio Milano se ne va. Forse mi farà cieco il dolore; forse,
avendo finito io, mi par che molte cose, le quali mi furono sante e
dilette, minaccino di finire!„
CAPITOLO XVI.
DOPO IL ’59.
Nuovo carattere del salotto Maffei. — Ancora d’Ippolito Nievo. —
Teobaldo Ciconi. — Aleardo Aleardi e la Maria de’ suoi canti. — Il
maestro Gomes. — Arrigo Boito, Franco Faccio, Emilio Praga. — Mezzo
secolo festeggiato. — La guerra nazionale del ’66. — Il cuore di
Luigi Calamatta. — Nuovi eroismi. — Venezia libera. — Enrico Martin
ed Ernesto Legouvé.
Liberata Milano e la Lombardia, il salotto Maffei ha raggiunto il suo
scopo principale. Non è più, naturalmente, una riunione di congiurati
a favore della libertà; non è più battagliero, ma è pur sempre
patriotico, e ora più che mai elegante e mondano. Gli uomini politici,
che bandirono la necessità della resistenza, per agevolare a Camillo
Cavour l’effettuazione de’ suoi arditi disegni a pro della causa
nazionale, continuano a intervenirvi: sono gli uomini del partito di
Destra che consolideranno l’edificio dell’indipendenza e condurranno
l’Italia a Roma e al sospirato pareggio del bilancio.
I più intimi non possono però frequentarlo assidui come prima. Chi
fu chiamato al Senato del nuovo Regno, chi alla Camera dei deputati,
chi al municipio o ad altri seggi della vita pubblica, alla quale
consacrano la maggior parte del loro tempo e della loro attività;
perciò essi lo visitano solo di tratto in tratto, nelle prime e
tranquille ore della sera o avanti il pranzo, un po’ schivi di
confondersi colla società elegante che affolla sempre più il salotto.
Ora il salotto Maffei cessa dall’esercitare, come riunione concorde,
come potenza disciplinata, il suo influsso sulla pubblica cosa: le sue
forze migliori sono disperse; tutti i suoi amici pensano e agiscono
come vogliono.
E qui può sorgere la domanda: il salotto Maffei, che esercitò tanto
potere sulla politica della redenzione, ne esercitò alcuno nella
letteratura e nell’arte?...
Non si può dire che, con tanti letterati e con tanti artisti eccelsi
che vi furono accolti nello spazio di mezzo secolo, il salotto abbia
esercitata influenza sulla letteratura e sull’arte, facendovi difetto
un capo-scuola che nell’arte e nella letteratura dettasse legge. Certo
la gentil padrona di casa era manzoniana nell’anima; tali erano Giulio
Carcano, Giovanni Rizzi e parecchi altri; ma questi non vietavano altri
gusti, altre scuole letterarie. Giuseppe Verdi manteneva cordiali
relazioni colla contessa, con Carlo Tenca e con altri amici del
salotto; ma la sua natura ha sempre abborrito da quello spirito di
proselitismo (si passi la frase, brutta ma ormai dell’uso) del quale
non andò invece immune un altro sommo: Wagner. Anzi è curioso il vedere
come nel salotto della più antica e più devota amica di Giuseppe Verdi,
le idee wagneriane abbiano preso radice: Filippo Filippi le predicava
fra una barzelletta e l’altra nelle conversazioni del salotto e nelle
appendici della _Perseveranza_; Franco Faccio e Arrigo Boito, per
tacere d’altri minori, le adottarono con trasporto. Il _Mefistofele_
(prima edizione) non nacque in casa Maffei; ma il suo autore vi
primeggiava fin d’allora fra i musicisti.
Manzoniano, specialmente nelle _Confessioni d’un ottuagenario_,
appariva Ippolito Nievo, di Padova; ma già egli cercava una via nuova,
specialmente nella lirica, e l’avrebbe arditamente battuta se gli
fosse bastata la vita. Il Tenca antivedeva in lui un poeta originale;
e originale egli sembra veramente in molte parti delle sue _Lucciole_.
Noi l’abbiamo veduto fra i Garibaldini del salotto Maffei nelle
affollatissime riunioni del ’59; lo rivediamo ora alla vigilia della
spedizione dei Mille.
Ippolito Nievo non amava forse troppo Milano perchè gli pareva che
questa città imitasse Parigi: in Milano, non vedeva di originale che
Un tempio e un uomo:
Manzoni e il Duomo;
come scriveva in una satira frizzante; eppure a Milano era rivolta
l’anima sua; qui viveva il suo alto ideal d’amore, la cugina Melzi, la
Pisana delle _Confessioni d’un ottuagenario_, vivace, arguta, adorabile
e adorata. Il Nievo trovava in Milano, e precisamente in casa Maffei,
l’amico suo più carissimo, Francesco Rosari, al quale scrivea lettere
addirittura soavi.
Col Rosari, il poeta passava le ore più felici. Andavano a desinare
insieme nei sobborghi sotto qualche pergolato all’aria aperta. Una
delle loro mete era la cascina Bullona, dove un parroco allegro gli
invitava a tracannare buoni bicchieri di birra. Il Nievo spianava
allora la fronte, dissipava la sua abituale mestizia e abbandonavasi
alle risate. La contessa Clara Maffei ammirava vivamente i suoi
romanzi, le sue novelle, i suoi versi. Volle da lui il suo ritratto
vestito da garibaldino, e lo collocò in un ricchissimo album di
fotografie, insieme coi ritratti de’ più valorosi. Nel ’59, egli
combattè difatti con Garibaldi in Lombardia, poi tornò a Milano, donde
l’anno appresso ripartì arruolandosi fra i Mille. Finita la spedizione
gloriosa, e ordinata collo scrupolo più rigido l’amministrazione
garibaldina affidata dal Generale alla sua incorruttibile onestà, il
Nievo salpava da Palermo sull’_Ercole_. Non si mancò d’avvertirlo che
quel logoro piroscafo non poteva tenere il mare e correva pericolo;
ma egli sfidava i pericoli; non voleva attendere un altro piroscafo
che sarebbe partito da Palermo tre giorni dopo, poichè gli urgeva
sopratutto ritornare a Milano per rivedere l’amatissima cugina, colei
ch’egli chiamava il “diamante„ del suo cuore.
L’_Ercole_ colò, pur troppo, a picco nel Tirreno; e Ippolito Nievo,
come un altro poeta, Shelley, annegò miseramente in quelle onde.
Allorchè una sera del marzo 1861, venne portata nel salotto Maffei
la luttuosa notizia, fu generale la commozione, ma fu generale anche
l’incredulità. Nessuno voleva credere. “È tanto fortunato quel
giovane, si diceva: scampò da tanti pericoli, sarà incolume anche
stavolta!„ E lo aspettavano ansiosi; e ansiosi andavano a battere alla
sua cameruccia in via Brera. Ma quando si seppe delle condoglianze
inviate da Garibaldi alla famiglia d’Ippolito Nievo “prode tra i più
prodi„ secondo l’espressione dell’Eroe, i dubbii svanirono e la realtà
apparve in tutta la sua tragica desolazione. Il Nievo moriva a soli
ventott’anni; poco dopo, moriva di mal sottile sua cugina.
In questo frattempo, Giannina Milli presentò alla Maffei un poeta e
patriota siciliano nato nell’ultimo anno del secolo scorso: Leonardo
Vigo, l’autore del poema _Ruggero_, che al dire di lui stesso “è
il muggito d’una gente ferita al petto da un despota„. Vediamo il
commediografo Teobaldo Ciconi, udinese, consunto ormai dalla tisi come
quella ventenne contessina Vittoria Fiorio, la cui morte ei pianse in
facili versi rimasti popolari:
Con vent’anni nel cuore
Pare un sogno la vita, eppur si muore!
L’autore della _Figlia unica_, delle _Pecorelle smarrite_, della
popolarissima _Statua di carne_ soccombe nel ’63 a soli trentanove anni.
Incontriamo in casa Maffei il poeta civile più acclamato, il poeta alla
moda, il prediletto delle signore: Aleardo Aleardi. A prima vista,
egli poteva essere scambiato per un tenore di grazia, ma appena apriva
bocca, si comprendeva che per fortuna era ben altro. Egli splendeva in
quel tempo, nello zenith della sua gloria e de’ suoi teneri affetti.
E quanti, troppi, teneri affetti!... Come il Gazzoletti scriveva alla
Maffei, egli s’innamorava ogni giorno; ma non era mai pago de’ proprii
idoli. Anima non volgare, anelando all’ideale, sperava, al pari del
Raffaello del suo idillio gentile, di trovarlo in questa valle di
delusioni:
Onde questa mi piovve insazïata
Ansia d’un bello che non trovo in terra?
Si fantasticava da più di qualcuno (anche nel salotto Maffei) chi fosse
mai la Maria del carme sull’_immortalità dell’anima_; carme improntato
come ogn’altro suo scritto del suo proprio fulgido sigillo poetico.
Quella Maria non era certo un sogno; era (si può dirlo trattandosi d’un
così ideale trasporto) la signora Maria Hermann, napoletana, moglie
d’un signore triestino dal quale viveva divisa. Lasciato il marito,
ella comparve un bel giorno a Verona, e vi soggiornò molto tempo presso
la contessa Giuseppina Guerrieri-Malaspina. Donna di grande bellezza,
di vivace ingegno; di loquela affascinante, ospite d’una fra le più
ricche e cospicue famiglie veronesi, ebbe tosto d’intorno o meglio a’
suoi piedi il fior fiore della società di quei tempi. Ella (soggiunge
un mio cortese informatore) sparve d’un tratto da Verona e non se ne
seppero più nuove.
Aleardo Aleardi (il suo vero nome era Gaetano) discorreva spesso
colla Maffei di Alessandro Manzoni, da lui venerato come la più degna
manifestazione dello spirito di Dio sulla terra; spesso parlava del
proprio amore all’Italia, tacendo delle persecuzioni e della prigionia
nella fortezza di Josephstadt che quell’amore immenso e sincero, il
più durevole certo e il più sincero, gli era costato. Egli scriveva di
frequente alla Maffei lettere garbatissime colla sua scrittura minuta,
regolare, lieve, da damigella; ora la pregava di fargli ottenere il
ritratto del Manzoni colla firma autografa del Grande, ed ora le
raccomandava un maestro di musica o un poeta.
“Mia nobile Amica. Non ho parole per esprimervi la mia gratitudine.
Il ritratto del nostro Grande, che volere o non volere è la più
alta _individualità_ della terra, e la più degna manifestazione
dello spirito di Dio, è già pendente a una parete della mia
stanza da letto, come le imagini d’un santo. È in compagnia di
Beniamino Franklin e di don Mazza, prete veronese, amicissimo
mio, modesto e grande operaio del bene, infaticabile paladino di
carità. Immaginatevi che tra le altre idee gli venne questa: egli
incaricava gente a comperarsi sugli iniqui mercati dell’Africa dei
negri e delle negre giovinette, e, qua trasportati, li educava
nella morale cristiana e nelle discipline della civiltà, perchè
diventati adulti potessero tornando nella lor patria spargerne i
semi con voce più ascoltata perchè fraterna. Insomma, era un uomo
davvero.„
Il maestro brasiliano Gomes fu presentato alla Maffei dall’Aleardi, che
glielo raccomandava e non invano:
“Vi ringrazio della bontà vostra verso il giovane Gomes. Egli
avrebbe bisogno d’essere raccomandato alla plejade dei potenti
che regnano alla Scala: ma il povero selvaggetto non ha coraggio
di pregarvene. Venite voi, misericordiosa, se potete, in soccorso
della sua timidezza.„
Nel 19 marzo 1870, al teatro alla Scala, si rappresentava con esito
felice il _Guarany_ di quel simpatico maestro, allora trentenne, dalla
folta irta chioma, dagli sguardi di fuoco, rassomigliantissimo nel
volto e nei gesti a un altro celebre americano, l’umorista Marc Twain.
Arrigo Boito fu presentato alla Maffei, nel ’63, dal fratello Camillo,
architetto, novellista e critico d’arte. E le furon presentati Franco
Faccio ed Emilio Praga. Questi tre giovani amici, Arrigo, Franco,
Emilio, i due primi veneti e il terzo milanese, muovevano baldi alla
conquista d’un’arte nuova e della gloria.
Arrigo Boito e Franco Faccio, volendosi recare a Parigi, domandarono
alla contessa Clara Maffei una commendatizia per Giuseppe Verdi che,
in quel tempo, si trovava in quella capitale; e la ottennero tosto.
Appunto dall’anno 1863, data la conoscenza d’Arrigo Boito col Verdi,
il quale lo accolse benevolo e lo elesse a suo poeta per le parole
dell’_Inno delle nazioni_ ch’egli doveva musicare per la mostra
mondiale di Londra.
Se gettiamo uno sguardo all’avvenire, come ci apparisce diversa la
sorte dei tre giovani amici, uniti, a quell’ora, in un solo affetto
fraterno, in un solo ideale!
Emilio Praga, figlio d’un agiato conciatore di pelli, per rovesci di
fortuna, si trova da un momento all’altro piombato nella povertà. Le
visioni di marine, di clivi, di fiori, di figurine gentili della fresca
sua _Tavolozza_, s’intorbidano nelle _Penombre_. Non si applaude alla
sua poesia; i fischi gli trapassano il cuore. Soltanto un amico dei
giovani, Eugenio Camerini, ed Emilio Treves nel _Museo di Famiglia_
vorrebbero incoraggiarlo; qualche solitario studente lo ammira
entusiasta. E quello spirito debole, non sa reggere alla lotta, cede;
e sull’esempio di Alfredo de Musset al quale rassomiglia nell’aspetto,
e di Carlo Baudelaire di cui rifà qualche tetra lirica, s’abbandona
alle ebbrezze mortifere; e spira a trentacinque anni di delirium
tremens, separato dalla moglie, lontano dall’unico figlio Marco, da lui
celebrato infante nell’affettuoso _Canzoniere del bimbo_. Lascia pochi
versi inediti, amarissimi, come le _Ore cattive_ dedicate alla madre e
che lo definiscono:
Mi creasti poeta,
E un infelice io sono!
Nel labirinto, in cui cerco una meta,
Sanguino.... e ti perdono!
Se tu avessi saputo
Ciò che il fato allestiva,
Morire in culla mi avresti veduto
Calma e forse giuliva!
Franco Faccio fu più fortunato. Ossequioso, insinuante, ottenne che
si rappresentassero nel primo teatro, alla Scala, le sue opere, delle
quali (ironia della sorte!) sorvive una sola marcia funebre, che venne
eseguita a’ suoi squallidi funerali. Caduto come autore, Franco Faccio
risorse come interprete; e dopo il povero Angelo Mariani, fu salutato
il primo direttore d’orchestra del nostro paese. Clara Maffei, ch’egli
chiamava nelle lettere “mia buona amica e madre„ gioiva delle feste
prodigate al suo amico e, quando egli venne nominato commendatore,
scriveva al dottor Francesco Rosari: “Quanto è stato onorato il nostro
_commendatore_ Faccio! È una parola più lunga di lui; ma non superiore
al suo merito. Se sapesse trovare una intelligente e brava moglie, la
sua vita sarebbe completa e soddisfatta.„
Invece la sua vita finì incompiuta, nell’ebetismo, come quella del
povero Donizetti! La continua fatica del provare, del dirigere
spartiti, in cui profondea tutta l’anima sua, spense a poco a poco
la luce della sua pronta intelligenza, della sua portentosa memoria.
Una bionda cantante inglese, innamorata di lui, si uccide miseramente
a Londra; ed egli, già inebetito, muore qualche anno dopo a Monza in
una cella accanto a quella del proprio padre pur egli demente, che
nulla sospettava della vicinanza del figliuolo. Rideva e danzava per
la sua cella, quel padre (un vecchio cuoco) nella lieta illusione
che il suo Franco fosse lontano, a Pietroburgo, a Berlino, in mezzo
a nuovi clamorosi trionfi; e, l’anno dopo, inconsapevole di tutto,
spirava anche lui nel mese stesso e nel giorno stesso del figlio! —
Orribile è il pensare che quel celebre maestro avvezzo a comandare,
temuto, a legioni di artisti, deve morire dopo aver subito i più
brutali maltrattamenti da parte d’un infame infermiere che, alla sera,
all’insaputa di tutti, gli lega colle corde i polsi e i piedi nel
letto, lo abbandona solo così e, cantarellando, va ad ubbriacarsi!...
Arrigo Boito fu il più fortunato di tutti e tre i giovani artisti. Nel
’68, ei dà coraggioso col suo _Mefistofele_ alla Scala una battaglia in
nome de’ proprii ideali. Che importa se l’opera cade sotto una bufera
di disapprovazioni?... Egli ne soffre, ma con dignità, con alterezza, e
non dispera. Ragionevolmente accorciata, la sua opera risorgerà tredici
anni dopo, e verrà salutata da quegli stessi che l’avevano atterrata.
Da allora, la fama di Arrigo si estenderà incontrastata: egli comporrà
pregevoli libretti per Giuseppe Verdi, e verrà acclamato sulle prime
scene del mondo insieme col Grande.
I nomi di Franco Faccio, di Arrigo Boito e di Emilio Praga brillarono
di nuovo fraternamente uniti quando, nel ’66, deliberarono di accorrere
insieme al campo garibaldino per rendere Venezia all’Italia.
Fu curiosa l’apostrofe che un ufficiale rivolse al Faccio vedendolo
così piccolo accanto al Boito così alto: “Così piccolo, ella vuol
combattere?... Vada almeno nella fila dei piccoli!„ Ma il Faccio:
“Prego di lasciarmi col mio caro amico: al suo fianco, farò meglio il
mio dovere.„ — Fu lasciato.
Emilio Praga e Francesco Faccio rimasero congiunti nella memoria degli
amici di casa Maffei e della contessa per l’omaggio ch’essi vollero
offrire colle rime e colla musica in occasione che la gentile amica
compiva i cinquant’anni.
La sera del 13 marzo 1864, in casa di Clara Maffei, si celebrò difatti
una festa eccezionale. Gli amici, tutti uniti, festeggiarono il mezzo
secolo della contessa, che non nascondeva certo i suoi cinquant’anni,
ma anzi, vispa e briosa, li proclamava con aria trionfale a tutti
quanti. Emilio Praga preparò due strofe graziose; Franco Faccio le
musicò con garbo, e un coro di signorine e di signore le eseguì fra
acclamazioni interminabili. Fu una serata deliziosa. Lumi fulgenti,
fiori, fiori dappertutto! Quanti fiori! La poesia, inedita, del Praga
era questa:
LA CINQUANTINA.
Siam venuti, donna Clara,
Per veder la _Cinquantina_,
Quella dama tanto rara
Che le giunse stamattina;
Ma dov’è? non è arrivata?
O è nascosta in mezzo ai fior?...
Ah, burlata — è la brigata:
Quella dama è lunge ancor!
Venne, infatti, stamattina,
Ma fermossi un sol momento;
All’ignota pellegrina
Non garbò l’appartamento,
E in uscir, dicea sdegnata:
Troppi vezzi!... Troppi fior!...
Ah, burlata — è la brigata:
Quella dama è lunge ancor!
Sempre nuove presentazioni rendevano intanto ancor più animato il
salotto Maffei, la cui serenità e gajezza non venne turbata da vive
preoccupazioni nè da tristi avvenimenti che nel 1866, al tempo della
guerra per la liberazione del Veneto.
Alla guerra del ’66, si rinnovarono le scene d’abnegazione del ’59.
Accorrere al campo era dovere de’ giovani; istigarli ad accorrere
era cómpito delle signore. A un giovanotto che si atteggiava a bella
posta ad imbelle, le signore inviarono a casa una bambola! Splendido
esempio di patriotismo offerse un illustre amico di casa Maffei, un
vecchio: l’insigne incisore Luigi Calamatta. Questi, non ostante i suoi
sessantacinque anni, lasciò il bulino per la spada, accorrendo fra i
primi all’appello di Giuseppe Garibaldi.
Il Calamatta, nativo di Civitavecchia, era nipote di quel restauratore
di Porto Anzio che morì avvelenato da alcuni invidiosi. Egli dirigeva
da par suo il Gabinetto d’incisione a Brera. Bel vecchio dalla folta
barba, dal grande vivido sguardo, tutte le volte ch’entrava nel salotto
Maffei facea rivolgere verso di lui tutti gli sguardi. Giorgio Sand,
ben lieta che il proprio figlio Maurizio avesse sposata la figliuola
dell’insuperabile maestro del bulino, non cessava dal lodarne il
carattere. Nell’_Histoire de ma vie_, ella lo dipinse in due tratti:
Calamatta, aimable compagnon dans le rire et dans le mouvement de
la vie d’artiste, est un esprit sérieux, recueilli et juste que
l’on trouve toujours dans une bonne et sage voie d’appréciation des
choses de sentiment. Beaucoup de caractères charmants comme le sien
inspirent la confiance, mais peu la méritent et la justifient comme
lui.
Appena cominciata la campagna del ’66 fra le balze del Tirolo, non
so in quale frangente, il nostro Calamatta corse serio pericolo.
Garibaldi, considerando la grave età e l’ingegno prezioso del vecchio
milite, sacro all’arte, gli ordinò allora di raccogliersi nelle
ambulanze; e quegli fu costretto ad obbedire al comando, ma assai a
malincuore.
L’amor di patria del Calamatta era ben noto anche per la fiera risposta
da lui lanciata al Lamartine. Il poeta delle _Meditazioni_ lo aveva
pregato d’incidergli un bel ritratto; ma, memore del noto insulto
del poeta francese all’Italia (che veramente, nel tempo in cui lo
intercalava in un molle verso, era più terra di morti che di vivi) il
Calamatta gli rispose sdegnato ch’egli apparteneva all’Italia, quindi
era un _morto_ e che il signor committente andasse a farsi incidere dai
_vivi_!
Fra i militi della guerra del ’66, si notavano non pochi amici della
contessa, i quali compirono assai nobilmente il loro dovere.
Nel triste giorno in cui si combatteva a Custoza, parecchie dame
correano presso la Maffei a chiedere notizie dei loro fratelli o dei
figli, che erano al campo. Fra esse, una colta gentildonna pavese, la
contessa Elena Castellani nata contessa Dattili di Borgo Priolo, che
aveva al campo entrambi i figli, Carlo e Luigi.
L’annuncio della battaglia di Custoza, dei feriti, de’ morti, che gli
strilloni de’ giornali vociavano a notte per le vie affollate, riempiva
di trepidazione, d’angoscia il cuore delle povere madri. Commoveva il
caso d’un giovanetto diciannovenne, Pietro Gabba, che, sottotenente
nel 1º reggimento granatieri a Custoza, si slanciò il primo contro il
nemico all’attacco del Monte Croce e lo respinse, ma cadde mortalmente
ferito: trasportato a Verona, morì venti giorni dopo per le ferite, e a
Milano d’ond’era partito impavido, ritornò in una bara.
In più acerbo cordoglio, gettò gli animi la disfatta di Lissa.
Salivano, scendevano le scale della Maffei signori, signore: le notizie
dolorose si incrociavano, si contraddicevano, e pur troppo venivano
confermate dalle notizie di fonti credibili: era uno spasimo. Nel ’59,
gli annunci delle perdite amarissime di giovani valorosi eran temperati
dal gaudio delle vittorie: nel ’66, invece, pur troppo! nessuna
vittoria, e molti giovani fiorenti sacrificati invano.
Ma passi, passi presto la triste visione; passi e splenda l’altra
visione di Venezia libera, libera alfine; di Venezia tradita a
Campoformio dal primo Napoleone, tradita nelle sue speranze a
Villafranca dal terzo Napoleone, il quale ripara alla incompiuta
promessa del ’59 coi negoziati del ’66. Il salotto in questo periodo
sfolgora per l’eleganza e il brio. Ogni giorno, ogni sera, ogni ora,
arrivano lettere entusiastiche da Venezia. L’Aleardi assiste, il 19
ottobre ’66, all’ingresso trionfale delle truppe italiane in piazza
San Marco, sotto un cielo azzurro sorridente, fra gli applausi e i
gridi d’una folla immensa, delirante di gioia, fra lo sventolìo delle
bandiere tricolori, fra le fanfare nazionali confuse alle mille e mille
voci; e ne scrive alla contessa. O giorni che penna umana non può
ritrarre! E quante eclissi di speranze e quante perdite da quei giorni!
Quante labbra adorate, che gridavano evviva, ora mute per sempre!...
Quando, nel marzo del 1868, un’eletta di cittadini francesi trasportò
da Parigi a Venezia le ossa del grand’esule Daniele Manin, il salotto
Maffei dimostrò a quegli egregi quanta venerazione la città delle
Cinque Giornate nutriva pel Dittatore; il quale in mesi terribili
resse con fortezza e senno Venezia e poi nell’esilio serbandosi puro,
intemerato, suscitò legioni d’amici all’Italia, e al momento giusto
seppe sacrificare volentieri, senza rimpianti, i propri antichi ideali
repubblicani per riconoscere che solo dalla monarchia Sabauda, solo
dalla politica di Camillo Cavour l’Italia poteva ricevere l’unione da
tanti secoli invocata.
Carlo Tenca invitò la contessa Maffei ad accogliere colla maggior festa
Ernesto Legouvé, Enrico Martin ed altri che aveano accompagnata la bara
di Daniele Manin a Venezia, quando sostarono per pochi giorni a Milano:
e la contessa diede in loro onore un bellissimo ricevimento. Nuovi
legami di amicizia si annodarono allora tra i Francesi e gl’Italiani;
legami che ahimè! la morte di tanti incliti patrioti, e, peggio, la
morte di tante illusioni allentarono e troncarono con discapito d’ambe
le nazioni sorelle. Quale entusiasmo anche allora per la Francia!... —
Storia antica!
CAPITOLO XVII.
MANZONI E VERDI.
Pensieri del Manzoni sulle donne innamorate, sui grandi poeti,
sulla Religione, sulla Chiesa. — Ricordi di Enrichetta Blondel. —
Sentimenti del Manzoni sulla propria casa paterna. — Donde trasse
il tipo di don Abbondio e del dottor Azzeccagarbugli. — Incontro di
Giuseppe Verdi con Alessandro Manzoni. — Emilio Broglio.
Abbiamo accennato qua e là all’amicizia che la contessa Maffei nutriva
per Alessandro Manzoni: è giunto il momento di dirne qualcosa di più,
poichè ora quell’amicizia si conferma, si eleva.
La contessa Maffei visitava Alessandro Manzoni ogni domenica dopo la
messa, nella casa del poeta in via Morone n. 1, e parlava a lungo
con lui, ammirata di quella mente, di quella coscienza. Ella soleva
chiamarlo il “nostro grande sant’uomo.„ Nessuno più di lei adorava quel
genio e quella rettitudine. Dopo averne uditi i colloquii, durante la
visita domenicale, ella ne riportava i detti più preziosi nel suo libro
di memorie dove li trovo scritti accuratamente colla sua fine mano di
scrittura dagli asteggi eleganti.
Un giorno, ella chiese al Manzoni che cosa egli pensasse sulla
sincerità dell’amore nell’uomo e nella donna. Ei le rispose: “Ho
l’idea, forse suggeritami dall’esperienza, che le donne _blaguent_
sul sentimento, mentre gli uomini al contrario sono _fanfarons
d’indifférence_.„ Un altro giorno gli domandò quali fossero, secondo
lui, i più grandi poeti. Ed egli: “Virgilio e Shakespeare. Chiunque
voglia scrivere poesia deve leggere Shakespeare. Come conosce tutt’i
sentimenti!...„
Alessandro Manzoni le definiva sempre la poesia “la quintessenza
del buon senso„ definizione che conduce a quella di Victor Hugo
sull’ideale: “L’idéal n’est autre chose que le point culminant de la
logique.„ Il Manzoni narrò un altro giorno alla Maffei come divenne
credente. Il fatto d’avere smarrita la moglie, Enrichetta Blondel, in
una folla a Parigi, d’essere entrato angoscioso e tremante nella chiesa
di San Rocco e d’avere esclamato: “Dio, se esisti, rivelati a me; fammi
trovare Enrichetta....„ è perfettamente vero. L’ombra di qualche dubbio
sulla fede pare sorgesse qualche volta nell’animo acutamente analitico
del Manzoni; ma era ombra fuggevole. Nell’album della contessa,
leggo: “Le doute me tue, disse Goethe a Cousin; e a me venne detto da
Manzoni.„ L’autore della _Morale cattolica_ disapprovava recisamente
l’indirizzo politico del Vaticano. Diceva alla Maffei: “Interessi
della Chiesa?... Parole di partito, trovate da Montalembert. Dicano
onore, decoro, e c’intenderemo.„ E ancora: “Povera religione!... Preti,
vescovi e papa la distruggerebbero se la luce potesse perire benchè
avviluppata da tenebre!„ Alessandro Manzoni voleva che l’indulgenza
fosse una delle virtù del Vaticano, preferendo in tutto alla severità
l’indulgenza. Nell’album della Maffei, leggo in prova di questo un suo
detto: “Come la malignità è odiosa anche quando coglie nel vero, così
l’indulgenza è amabile anche quando le accade di travedere.„
Sentiva l’amore il Manzoni?... Certo non s’innamorava facilmente.
Egli adorò la prima moglie, Enrichetta Blondel, e ancora dopo molti
anni che l’avea perduta, ne parlava commosso ai più intimi, a Clara
Maffei. Ho veduto nel giardino della villa Manzoni a Brusuglio, due
robinie moribonde, cui sono uniti i più soavi e più dolorosi ricordi
d’amore del Manzoni. Nella parte del suo giardino, che guarda i monti,
il poeta piantò due robinie giovinette. Una sera, egli stava colla
sua Enrichetta appena sposata là in mezzo al verde e in quella pace
conversando. La Blondel s’avvicinò alle due robinie, e colle sue mani
attortigliò l’una coll’altra dicendo allo sposo: “Così vivranno le
nostre vite!„ E le robinie crebbero attortigliate e forti, insieme.
Quando morì la Blondel, il Manzoni, soffocato quasi dai singhiozzi, si
portò presso le due robinie e nel loro tronco incise col coltello una
croce; e volle educare egli stesso per lungo tempo in giro alle piante
un’ajuola di fiori.
“Manzoni è stato male un giorno (scriveva la Maffei a un amico).
Immaginatevi il mio sgomento. Quale perdita sarebbe per me quel santo,
che, col suo consorzio, m’illumina il cuore, forse più che co’ suoi
scritti, poichè in lui veggo la vera attuazione del Bene!„ E due mesi
dopo: “Jeri visitai Manzoni di ritorno da Brusuglio. Stava benissimo,
grazie al Cielo! M’accolse come una figlia. Di mente poi è un miracolo.
Non solo ha tutta la potenza del pensiero — e di qual pensiero! — ma
la prontezza, la vivacità dello spirito e spesso, anzi sempre, quando
ne ha l’occasione, una _repartie_ pronta come il più spiritoso dei
francesi!„ E ancora: “Passeggia, fuma come un giovinotto.„
Il Manzoni parlava alla Maffei delle inspirazioni attinte ai paeselli
lombardi quando dimorava al _Caleotto_ presso Lecco, alla cui
amministrazione cittadina, da giovane (pochi forse lo sanno) egli avea
preso parte.
Il Manzoni vendette poi il Caleotto, palazzo paterno (ora lasciato in
abbandono), coi possessi uniti e colla cappella sotto la quale era
seppellito suo padre don Pietro.
Uno de’ motivi della vendita fu che il Manzoni voleva sottrarsi alla
soggezione d’un amministratore impostogli dal padre nel lasciargli,
morendo, quei beni.
Il Manzoni si pentì, poi, amaramente, d’aver venduta la tomba di
colui del quale portava il nome. Egli soffriva tutte le volte che
ripensava al Caleotto. Quando l’ingegnere Scola, nuovo proprietario
del palazzo, si recò a Milano e a Brusuglio per avere dal Manzoni
schiarimenti sopra certi diritti d’acqua, gli disse ossequioso che, se
avesse voluto ritornare a dimorar qualche tempo al Caleotto, sarebbe
stato grand’onore per lui l’ospitarlo. Il Manzoni lo ringraziò e,
sospirando commosso, rispose: “Io non verrò mai più in que’ luoghi! Se
vi ritornassi, non vi farei che piangere tutto il giorno[10].„
Alessandro Manzoni preferiva Brusuglio; la villa ivi eretta dalla madre
Giulia Beccaria, la quale vi avea deposto la salma del suo diletto
Carlo Imbonati.
Il Manzoni, parlando di varii scrittori milanesi a lui carissimi,
esprimeva a Clara Maffei la sua ammirazione per la potenza di Carlo
Porta nel creare tipi veri e vivi; egli stesso volle creare un prete
sul taglio di quelli del gran meneghino; e creò don Abbondio, ritraendo
un parroco di Germanèdo, paesello distante due chilometri da Lecco.
Quel disgraziato servo dell’altare era la favola di tutto il territorio
per la sua pusillanimità. Bastava che qualcuno alzasse la voce,
tremava. Si raccontano molte burle che una specie di _bravi_ (certi
giovinastri dei dintorni) gl’infliggevano, comandandogli questo e
quello, per ridere allegramente alle sue spalle.
Così il dottor Azzeccagarbugli non è un’immaginazione del Manzoni,
bensì la riproduzione fedele d’un lungo, allampanato e sudicio legulejo
di Lecco, colà assai noto per l’abilità nel trovare cavilli.
La contessa Maffei ci raccontava una sera curiosi esempi della
scrupolosa precisione con cui il Manzoni voleva accertare i fatti, e
dei dubbii che lo assalivano anche dopo d’averli accertati. Ad alcuni,
che gli riferivano qualche fatto singolare del risorgimento di cui
erano stati testimoni ed attori, il Manzoni, dopo averli attentamente
ascoltati, domandava: “Ma ne siete poi ben sicuri?...„
Un giorno, l’autore dei _Promessi Sposi_, che conosceva a menadito i
nomi delle piante, s’incurvò sopra un alberello che il suo giardiniere
mondava, e gli chiese: “Come si chiama questa pianta?„ E, avutane
risposta, egli che non si fidava della propria scienza e neppure di
quella del giardiniere, andava ripetendo: “Ma siete poi ben sicuro che
questa pianta si chiami così?...„
Pensava a lungo prima di scrivere un biglietto; scritto, lo rileggeva
più volte e, inviatolo alla posta, lo faceva talora ritirare
(raccontava la Maffei) nel dubbio che gli fosse sfuggito qualche
errore! Quando ristampò la sua lettera famosa al marchese Cesare
d’Azeglio intorno al _Romanticismo_, ne volle rivedere le bozze tredici
volte; e si trattava d’una ristampa. Questi sono gli scrupoli legittimi
degli autori coscienziosi, si chiamino Ariosto, Renan, Giusti. Ma è
anche vero che il sommo scrittore si lasciava avviluppare troppo dal
dubbio: i fisiologi moderni non tarderanno forse a collocare Alessandro
Manzoni fra gl’infermi affetti dalla _malattia del dubbio_.
Certo egli soffriva la _malattia degli spazii_. Qui non si parla della
“mobil vertigo„ come egli la chiama, di cui soffriva sulle alture, e
di cui tocca nell’inno _A Parteneide_; ma dell’impressione penosa che
provava in una larga strada se non vi era accompagnato da qualcuno. Per
questo, passeggiando, rasentava da un lato il muro e tenevasi all’altro
il fido Luigi Rossari.
Mi raccontava la contessa Maffei, e me lo riconfermava il vecchio e
gentil parroco di Brusuglio, col quale il Manzoni amava discutere
di filosofia rosminiana, che il poeta si sentiva di tratto in
tratto invadere la testa da un caldo flutto di sangue; e che da
quell’impressione ei trasse la similitudine del _Cinque maggio_:
Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa....
Il Manzoni nutriva per la Maffei vera affezione. Tutte le volte che
passava sotto il balconcino di lei guardava su, e se scorgeva fra le
piante d’edera onde quel balconcino era adorno il volto della contessa,
le faceva un saluto grazioso agitando il fazzoletto.
Alessandro Manzoni avrebbe voluto visitar lui la Maffei; ma questa
non gli permetteva che salisse le lunghe sue scale. Pure il Manzoni
volle in qualche fausta occasione vincere le resistenze e far visita
all’amica gentilissima, la quale, giubilante, staccava allora dalle
spalliere d’edera, ond’era ombrato il poggiuolo del salotto, una foglia
di quella pianta simbolica e la inviava agli amici lontani.
La contessa desiderava ardentemente che Alessandro Manzoni e Giuseppe
Verdi, i quali non si erano mai veduti, s’incontrassero almeno una
volta. È necessario raccontare la storia di questo incontro, poichè
esso accese, nel Verdi, oltre la profonda ammirazione che già nutriva
per il Manzoni-artista, l’ammirazione per il Manzoni-uomo. Dopo questo
incontro, Giuseppe Verdi amò con intenso affetto Alessandro Manzoni.
Tutti sanno che alla morte dell’autore de’ _Promessi Sposi_, Giuseppe
Verdi scrisse spontaneo la _Messa di requiem_ (eseguita per la prima
volta nella chiesa di San Marco a Milano il 22 maggio 1874) quale
tributo alla memoria dell’uomo insigne e amato.
Nel maggio del 1867, Alessandro Manzoni, subito dopo qualche parola
dettagli dalla contessa, vergò sotto un proprio ritratto parole di
dedica per Giuseppe Verdi; e questi, nel 24 di quello stesso mese,
appena ricevuto a Sant’Agata il prezioso dono dell’autore dei _Promessi
Sposi_, espresse in una lettera memoranda alla Maffei tutt’i suoi
sentimenti di riconoscenza e di entusiasmo per il Grande. La moglie
del maestro, signora Giuseppina Verdi-Strepponi, era stata presentata,
intanto, ad Alessandro Manzoni dalla contessa che le era molto amica; e
Giuseppe Verdi invidiava di tutto cuore alla moglie tanta fortuna.
Sono sicuro del perdono del sommo maestro se dopo quasi trent’anni
traggo dall’ombra d’un album una sua pagina, solenne omaggio ad
Alessandro Manzoni. Il mondo conosce e ammira la _Messa di requiem_; e
niuno conoscerà il sentimento donde quelle note sgorgarono?...
“.... Quant’invidio mia moglie (scrive il Verdi alla contessa
Maffei) d’aver visto quel Grande! Ma io non so se, anche venendo
a Milano, avrò il coraggio di presentarmi a Lui. Voi ben sapete
quanta e quale sia la mia venerazione per quell’uomo, che, secondo
me, ha scritto non solo il più gran libro dell’epoca nostra, ma uno
de’ più gran libri che sieno usciti da cervello umano. E non è solo
un libro, ma una consolazione per l’umanità. Io aveva sedici anni,
quando lo lessi per la prima volta. Da quell’epoca, ne ho letto
pur molti altri, su cui, riletti, l’età avanzata ha modificato o
cancellato (anche su quelli di maggior reputazione) i giudizi degli
anni giovanili; ma per quel libro il mio entusiasmo dura ancora
eguale; anzi, conoscendo meglio gli uomini, si è fatto maggiore.
Egli è che quello è un libro _vero_; vero quanto la _verità_. Oh,
se gli artisti potessero capire una volta questo _vero_, non vi
sarebbero più musicisti dell’_avvenire_ e del passato; nè pittori
veristi, realisti, idealisti; nè poeti classici e romantici; ma
poeti veri, pittori veri, musicisti veri.
“Vi mando una mia fotografia per Lui. M’era venuta l’idea
d’accompagnarla con due righe, ma il coraggio m’è mancato, e mi
pareva d’altronde una pretensione che io non posso avere. Se lo
vedete, ringraziatelo del suo ritrattino, che, col suo nome,
diventa per me la più preziosa delle cose. Ditegli quanto sia
grande il mio amore ed il mio rispetto per Lui; che io lo stimo
e venero, quanto si può stimare e venerare su questa terra e
come uomo e come altissimo e vero onore di questa nostra sempre
travagliata patria. Addio, e grazie di tutto e per tutto.„
L’incontro fra Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi avvenne un anno
dopo a Milano, in casa del primo, il 30 giugno 1868: era un martedì.
Giuseppe Verdi ne rimase commosso e poco dopo scriveva da Sant’Agata
alla sua ottima amica Chiarina:
“.... Cosa potrei dirvi di Manzoni? Come spiegarvi la sensazione
dolcissima, indefinibile, nuova, prodotta in me, alla presenza
di quel Santo, come voi lo chiamate? Io me gli sarei posto in
ginocchio dinanzi, se si potessero adorare gli uomini.... Quando
lo vedete, baciategli la mano per me, e ditegli tutta la mia
venerazione.„
Qui non si arrestarono i ricambi d’affetto dei due eccelsi artisti. Nel
19 marzo 1869, l’autore dei _Promessi Sposi_ si ricordò dell’onomastico
dell’autor di _Rigoletto_, e gl’inviò una sua carta di visita con
queste parole:
“A Verdi — Alessandro Manzoni, eco insignificante della pubblica
ammirazione per il gran Maestro, e fortunato conoscitor personale
delle nobili ed amabili qualità dell’uomo.„
Appena il Manzoni cadde infermo, senza lasciare, pur troppo, buone
speranze di guarigione, la contessa Maffei s’affrettò a informarne
Giuseppe Verdi, che ne rimase rattristato fino alle lagrime....
Un giorno del ’73, si vide un signore, vestito di bruno, alto,
austero, dal passo veloce, scendere nei tetri colombarii del Cimitero
monumentale di Milano dov’era stata provvisoriamente deposta la salma
del Manzoni e là ristare, commosso, a lungo, dinanzi a quella tomba.
Nessuno a Milano, tranne la contessa Maffei e un suo famigliare, seppe
di quella visita. Il visitatore era Giuseppe Verdi.
Sempre cagionevole di salute, la Maffei provava di tratto in tratto
il bisogno d’uscir dal suo salotto e respirare un po’ d’aria salubre.
E allora, Giuseppe Verdi e la moglie la invitavano nella villa di
Sant’Agata. La contessa una volta vi andò all’improvviso per fare
una sorpresa agli amici. Ma udiamo raccontar da lei le accoglienze
ricevute: è una lettera gaja a un amico, una delle pochissime lettere
gaje da lei scritte:
“Sant’Agata, 19 maggio 1868.
“Da questo luogo, ove l’anima veramente si ritempra ed il cuore
si conferma nella fede che vi è del Bene e dei Buoni, voglio
scrivere a Voi, ottimo amico, che siete una delle persone che più
amo e stimo. Sono proprio felice d’avere effettuato il pensiero di
venire a trovar Verdi. Egli m’accolse come una sorella; mi conobbe
tosto, ma non credeva ai proprii occhi. Mi guardava attonito: poi
gettò delle esclamazioni; vi fu una tale commossa esultanza che mi
provò che il suo affetto grande e profondo ei me lo rende per sola
benevolenza. Mi promise immediatamente di venire a Milano, e verrà
presto.... La casa è elegante e confortabilissima; il giardino
vasto e bello; porteremo a Milano dei boschi di fiori. Stamane
Verdi mi parlò delle piante di rose, di cui vi mando una foglia per
ricordo. Oggi andremo a Busseto; poi a visitare la casa ove egli
nacque. Tutto è caro e sacro con noi.„
E il Tenca a lei:
“Non dubitavo che Verdi vi avrebbe fatte molte feste e che vi
avrebbe resa oltremodo gradita la dimora presso di lui. È così caro
il poter contare sulle vecchie amicizie e il ritrovarle dopo molti
anni vive e fresche come in passato!„
La contessa conservava religiosamente tutt’i ricordi di Giuseppe Verdi.
Talora, di prima sera, nel salotto, passava a qualche intimo (uno dei
così detti _andeghée_) le più belle lettere del maestro perchè le
leggesse; e quegli non s’accontentava di leggerle; ammirato, se le
copiava nel proprio taccuino, dove le conserva tuttora. Nelle questioni
d’arte, i giudizii di quelle lettere erano, come si può immaginare,
altissimi: nella musica e nella drammatica, per esempio: sulle commedie
più forti di Paolo Ferrari che a Verdi piacevano; su qualcuna di
Achille Torelli; e via via. Intorno alle questioni politiche, egli
vedeva con una chiaroveggenza lucidissima, da politico consumato.
Il ricordo della consorte di Giuseppe Verdi non può essere disgiunto
da quello di lui e di Chiarina Maffei, della quale ella era una delle
amiche più affettuose e più apprezzate. Giuseppina Verdi-Strepponi
rappresentava agli occhi della contessa, come agli occhi di tutti, il
tipo più serio della compagna fida, docile, esemplare. Quel giorno in
cui la Chiarina seppe d’un grave pericolo da lei corso con Giuseppe
Verdi sul lago della villa di Sant’Agata, ne fu tutta costernata. I
conjugi Verdi, per non rattristarla, non volevano ch’ella ne sapesse
nulla; ma la contessa non tardò a conoscere la verità e ne rimase
turbata per qualche giorno. Era avvenuto che, un dopo pranzo d’estate,
il maestro avea invitato cortesemente alcuni suoi ospiti a fare un giro
con lui e colla moglie sul lago. La signora Giuseppina, nello scendere
nella barca dove il marito, fermo, le porgeva la mano, si vide non so
per quale accidente, d’un tratto travolta nell’acqua, dove il maestro
pur cadde colla barca capovolta sopra di lui. Quel vigorosissimo uomo
fu presto a salvare la moglie e se stesso. Tutto ciò avvenne in un
attimo, colmando di terrore gli astanti, che dalla sponda aveano dovuto
assistere alla scena.
È noto che la signora Giuseppina Strepponi (sposata dal maestro a
Collange, piccolo villaggio della Savoja) fu la prima interprete del
_Nabucco_, in cui emergeva, come in ogni altra opera interpretata da
lei, per la voce estesa, magnifica, e per l’espressione drammatica.
Suo padre era il maestro Feliciano Strepponi, autore di quattro opere
(_Chi fa così fa bene, Francesca da Rimini, Gl’Illinesi_ e l’_Ullà
di Bassorra_), morto nel 1832 a Trieste, nel cui teatro Comunale
tre anni dopo Giuseppina esordì come cantatrice guadagnando subito
l’attenzione di quel pubblico diviso allora in due furiose fazioni:
l’una parteggiante per Giuditta Grisi e l’altra per la Ungher. Pel
matrimonio con Giuseppe Verdi, la Strepponi si ritirò dalle scene: così
la sua carriera teatrale si chiuse presto: fugace, ma fulgida come una
meteora.
Impossibile chiudere questo capitolo manzoniano, senza toccare d’uno
de’ più diletti amici del Manzoni e del salotto Maffei: Emilio Broglio,
il patriota milanese, economista, storico, ministro della pubblica
istruzione, tutto vita, tutto gajo splendore. Camillo Cavour, che
avea tesori di spirito, ammirava nel Broglio oltre gli ottimi studii
lo spirito; e così Daniele Manin che si onorò d’averlo avuto a suo
cooperatore nell’insurrezione lombardo-veneziana nel ’48. Egli piaceva
tanto al Manzoni che questi, così alieno dagli armeggii politici, si
trasformò nel 1861, con Massimo d’Azeglio, in agente elettorale per
promuovere la sua elezione a deputato nel collegio di Lonato-Desenzano!
Tutti sanno con qual fervore il Broglio si fe’ banditore delle idee
unitarie del Manzoni in fatto di lingua; ma tutti non sanno quanto brio
egli recava nel salotto Maffei sia che discorresse del Manzoni, o del
Rossini (altro suo idolo) o di mille cose sulle quali trasvolava con
una sicurezza da disgradare Diderot. Amicissimo della Maffei, veniva
nel salotto con grande frequenza. Intercalava a’ più serii discorsi
episodii ameni che rendevano la sua conversazione divertentissima.
Egli rappresentava assai bene il salotto Maffei dove si dicevano e si
facevano cose serie, ma in cui (tranne nel più tetro periodo delle
repressioni) si rideva anche molto. Nessuna pedanteria nel salotto
Maffei. Con tanti uomini e signore di spirito, la pedanteria era
impossibile: e se questa pianta spinosa vi fosse fiorita, nè i Broglio,
nè i Verdi, nè i Manzoni, nè tanti altri vi avrebbero posto piede
neppure una volta!
“Lo spirito (scriveva la contessa al nipote dottor Cesare
Olmo) deve non solo studiare, ma anche piacevolmente distrarsi
per conservare quella specie di leggerezza che fa accettare
anche il parlare serio da tutti perchè scevro da pedanteria
(che uccide qualunque influenza amabile) e forse utile sugli
altri. Manzoni quanto era piacevole anche quando diceva cose e
pensieri sublimi!... La sua santa altissima memoria è un precetto
intellettuale e morale per l’anima mia; e quante volte rimpiango
che alcuni non l’abbiano avvicinato: avrebbero conosciuto il
vero spirito che crea e non distrugge, coll’esser serii ma con
disinvoltura e amabilità ed alla portata di tutti. L’ho sempre
nell’anima quel santo grand’uomo!„
E ancora allo stesso:
“Addio, amatissimo: lavora, studia, ma divertiti, anche; godi della
gioventù: è così lunga la vecchiaja!...„
CAPITOLO XVIII.
LA RICONCILIAZIONE.
Incontro curioso di Andrea Maffei colla moglie. — Storia d’un
sonetto del Manzoni. — Andrea Maffei in pericolo di vita. — La
contessa va a Firenze. — Nuove conoscenze: Paolo Mantegazza, Atto
Vannucci, Francesco Dall’Ongaro. — Bianca Rebizzo: il suo salotto,
i suoi casi, la sua carità. — Alessandro Manzoni visita la contessa
Maffei. — Riconciliazione di Andrea Maffei colla moglie.
Dopo la pacifica separazione, i rapporti fra Andrea Maffei e la moglie
furono radi, ma non ostili. Il poeta non pubblicava libro senza
inviarlo in omaggio alla moglie.
Peraltro, non si vedevano. Stettero diciotto anni senza vedersi
neppure una volta, quando, nel 29 novembre 1868, in casa di donna
Laura Scaccabarozzi d’Adda (poi moglie a Giovanni Visconti-Venosta)
avvenne un loro incontro grazioso. Quella cortesissima gentildonna,
da me pregata, lo raccontava in una lettera che, commettendo
un’indiscrezione, mi permetto di riportare: è una scenetta da
_proverbio_, che avrebbe potuto inspirare chi creò l’elegante _Caprice_.
“Eravamo nell’autunno del 1868. Io avevo l’abitudine di stare in
casa la domenica per ricevere i miei amici più intimi: fra questi,
la Chiarina Maffei. Essa non lasciava mai passare quel giorno
senza farmi la sua visitina. Ciò era noto ad Andrea Maffei, che
più volte mi disse di non voler venire da me alla domenica per
non incontrarsi con sua moglie; difatti, veniva sempre in altri
giorni della settimana. Il 29 novembre, ch’era una domenica, stavo
discorrendo nel mio salotto col professore Bartolomeo Malfatti
quando, con mia somma sorpresa, mi si annunzia il cavalier Maffei.
Naturalmente, pensai subito, con qualche inquietudine, a un
possibile incontro con Chiarina; e, mentre appunto stavo cercando
il modo di prevenirla che in quel momento c’era nel mio salotto
suo marito, ecco aprirsi di nuovo l’uscio e mi viene annunciata la
Chiarina. Questa, entrando, s’avvide subito di chi era con me. Mi
salutò affettuosamente come sempre; salutò il Malfatti, suo intimo
amico; e fece un leggero inchino al Maffei sedendosi a me vicina.
Il Maffei non riconobbe subito sua moglie; e chiese a bassa voce
al Malfatti: “Chi è quella signora?„ Il Malfatti rispose: “Ma non
riconosci tua moglie?„ Andrea Maffei, alzatosi immediatamente, si
volse a Chiarina e le disse: “Oh, Chiarina, scusate se non vi ho
riconosciuta: incolpatene la mia povera vista che diventa tutti i
giorni più debole.„ “Lo so, disse Chiarina; e ho capito che non
m’avevate riconosciuta.„ Si scambiò qualche parola a proposito del
deplorevole indebolimento della vista del Maffei; poi Chiarina
disse che veniva dall’aver fatta una visita a Manzoni, il quale le
aveva dettato un sonetto da lui scritto nel 1802 e ancora inedito;
e volgendosi a suo marito, gli porse il sonetto dicendogli: “Volete
leggerlo? v’interesserà.„ Il Maffei lo prese; poi visti i minuti
caratteri di sua moglie, soggiunse: “non posso leggerlo; leggete
voi, Chiarina.„ Chiarina lo lesse; ma, quando arrivò all’ultima
terzina, il Maffei l’interruppe recitandola a memoria. E vedendo la
sorpresa di sua moglie, “Ma non _ti ricordi_, Chiarina, esclamò,
che una sera il Rossari venne da noi e ci lesse quel sonetto che il
Manzoni gli aveva dato la sera stessa?„ _Hai ragione_, Andrea; ora
me ne ricordo. Mi pareva, infatti, che quei versi non mi fossero
nuovi!„
“Erano passati dal _voi_ al _tu_; le mie inquietudini erano
cessate. Dopo pochi minuti, Chiarina si alza, saluta me e il
Malfatti, porge la mano anche al Maffei e se ne va. Il poeta
rimase ancora per poco; ripetè di non aver riconosciuta la moglie;
aggiunse poi di averla trovata assai bene, e non fece alcuna di
quelle allusioni spiritose e un po’ sarcastiche che erano in lui
così frequenti.
“Aveva egli voluto incontrarsi con sua moglie? Certo sapeva che,
venendo da me in domenica, l’incontro era possibile; dunque, in
ogni caso era disposto ad affrontarlo.
“Nel dopo pranzo della stessa domenica, Chiarina venne di nuovo da
me. Era molto impressionata dall’incontro con suo marito; mi disse
ch’egli, come avea sempre usato di fare, le aveva mandato una copia
d’una sua ultima pubblicazione; che avrebbe voluto ringraziarlo, e
che, siccome il giorno dopo era la festa di sant’Andrea, avrebbe
pure voluto cogliere l’occasione per esprimergli i suoi augurii,
ma che non credeva opportuno di farglieli direttamente; perciò mi
pregava di scrivere io stessa al Maffei in suo nome. Sulle prime,
rifiutai; mi pareva più semplice, più naturale che tutto ciò si
facesse senza intermediarii; ma Chiarina insistette, ed io finii
per cedere, e scrissi al Maffei.„
Il sonetto del Manzoni era quello che comincia:
Come il divo Alighier l’ingrata Flora
Errar fea per civil rabbia sanguigna;
indirizzato dal poeta al napoletano Francesco Lomonaco per la vita di
Dante: quel Lomonaco che nel 1799 scampò per uno sbaglio di nome a’
supplizii de’ quali furon vittime a Napoli i suoi amici repubblicani
partenopei e che nel 1.º settembre 1810, stanco di soffrire, si affogò
a Pavia. — Bartolomeo Malfatti, nato a Mori nel 1828, crebbe a Trento
nella casa e sotto le cure della contessa Cloz-Salvetti; storico e
geografo, collaboratore del _Crepuscolo_, e professore di geografia,
prima a Milano, poi a Firenze. Era assai apprezzato nel circolo Maffei
ch’egli frequentava.
Nella primavera dell’anno dopo quell’incontro, Andrea Maffei cadde
mortalmente malato di risipola, a Firenze, in un albergo. Aveva
sapiente e amorosa assistenza, ma non forse alcun vero conforto. La
contessa, appena ne apprese la notizia, non esitò un istante, chiuse il
salotto e accorse al letto dell’infermo.
Nel momento di separarsi dal marito, nel 1846, ella gli avea scritto:
“Addio, Andrea mio: esco da questa casa coll’animo addolorato, ma
almeno tranquillo, poichè so che ci lasciamo con dell’affetto e
della stima reciproca. Addio; vivi coi nostri amici, con quelli che
in questa circostanza furono il nostro sostegno e santificarono,
quasi, col loro ajuto un passo per sè stesso fatale, ma per
me inevitabile e necessario se non alla felicità, almeno alla
soddisfazione di tutti e due. Ricordati ch’io ti lascio ma non
t’abbandono, e che in ogni circostanza triste della tua vita io ti
sarò vicina come una sorella. Non dubitare di queste mie parole
poichè sai che non ho mai mentito e che posso garantire della
profondità de’ miei sentimenti.
“Ti ringrazio d’esserti condotto così dignitosamente, e quando
seguirai l’impulso del tuo cuore sarai sempre tale. Addio, addio.„
[Illustrazione: ANDREA MAFFEI (nell’anno 1868).]
E ora, dopo ventitrè anni, Clara Maffei, fedele alla promessa, la
manteneva. Vincenzo de’ Lutti, Anselmo Guerrieri-Gonzaga e Giovanni
Prati, avvertiti della venuta della contessa a Firenze, le andarono
incontro alla stazione. Al Maffei non sembrò vero di vedersi accanto la
Chiarina d’un giorno, che lo assisteva. “Povero Andrea! quanto patire,
ella scrivea a un amico di Milano. Che cos’è il mio piccolo sacrificio
in confronto di quanto egli soffre?... Non ho alcun merito. Vorrei
solo potergli sempre inspirare fiducia e pazienza; e, intanto, devo
dargliene l’esempio col mio contegno tranquillo e sereno.„
A poco a poco, mercè le cure, Andrea Maffei risanava; e la contessa
approfittando degli ultimi giorni del proprio soggiorno a Firenze
girava cogli amici nei dintorni poetici, nei templi e nelle gallerie,
di cui ammirava entusiasta i portenti. Nella società fiorentina, così
ospitale, contrasse nuove elette amicizie e conoscenze. Donna Emilia
Peruzzi, moglie allo statista Ubaldino, la quale teneva e tiene tuttora
a Firenze un fiorente, celebre salotto politico e letterario, l’accolse
con festa. L’Aleardi la volle alle sue smaglianti lezioni di estetica
che nell’Istituto di studii superiori recitava alle sue ammiratrici.
Le venne presentato un abate, Giambattista Giuliani, che spiegava
Dante con Dante, e due ex-abati: il Trezza, illustratore di Lucrezio,
e Francesco Dall’Ongaro, creatore dello stornello politico, attico
ingegno. Il baldo poeta della fisiologia, Paolo Mantegazza; il dolce
poeta degli affetti domestici, Emilio Frullani; lo storico de’ martiri
della libertà, Atto Vannucci; uno dei più eleganti scrittori d’Italia,
Eugenio Checchi amatissimo dal Maffei; ed altri ancora andavano a
visitare la gentildonna lombarda, che nell’albergo dove alloggiava,
s’era improvvisato un genialissimo salotto. A Firenze, la contessa
s’incontrò anche in una dama milanese di rari pregi, che già conosceva:
Bianca Rebizzo, insigne nei fasti della carità.
Il salotto che quest’inclita milanese, vera soccorritrice del popolo,
tenne a Genova per più anni, non può essere dimenticato. Era nata a
Milano nel 1800 da Carlo De Simoni, capitano di Napoleone I, morto nel
fiore della giovinezza, e da Anna Opizzi, che la allevò in ristrette
fortune. Sposatasi al genovese Lazzaro Rebizzo, lo seguì in varii
paesi; fu più volte con lui in Francia e in Germania: nel 1833, ottenne
di riposarsi un po’ a Venezia; e nella città di Daniele Manin divenne
intima della famiglia del grande Dittatore. Nessuno, forse, ella
amò tanto come Ernesta Viezzoli-Manin, dolce, bionda, dagli sguardi
melanconici, e per l’alto sentire degna sorella a Daniele. Questa
angelica Ernesta, all’annuncio che il fratello era stato imprigionato
dopo il fiero suo indirizzo al Governo austriaco, fu presa da tale
angoscia che spirò all’improvviso fra le braccia dell’atterrito
consorte.
Nel 1835, Bianca Rebizzo fissò la propria dimora a Genova, nella cui
città promosse per la prima gli asili dei bambini poveri, lottando a
lungo contro le ripugnanze della poveraglia, che voleva lasciare i
suoi figliuoli nel fango della via e nel fango della vita, piuttosto
che affidarli a un asilo e a quell’affettuosa madre de’ poverelli. Un
filantropo, Giacomo Cervasco, le aprì il varco nei tugurii; ed ella vi
penetrò col suo dolce sorriso, colla sua inesauribile misericordia,
scoprendo, fra colpe e dolori, esempii sublimi di sacrificio. Nel ’50,
fondò il _Collegio italiano_ per le giovinette di condizione civile.
E alla carità sposò nel suo cuore, aperto a tutti gl’ideali, l’amor
di patria. Goffredo Mameli, Nino Bixio le furono amici. Questi forti
versavano l’ardore delle loro anime nei colloquii ch’essi tenevano
con lei nella sua casa; nella quale andavano anche Lorenzo Costa,
autore del più bel poema che si conosca su Cristoforo Colombo,
Terenzio Mamiani, il pittore Nicolò Barabino, e il poeta conte Jacopo
Sanvitale, vecchio esule, indomito patriota di Parma, nemico giurato
d’ogni despota, autore d’una _Nostalgia_, che fino al 1866 rimase il
carme degli esuli. Per un suo sonetto contro Napoleone I, egli stette
imprigionato quattordici mesi: un mese per verso!
Bianca Rebizzo moriva a Genova poco dopo il suo incontro con Clara
Maffei.
Il 21 ottobre 1869, ricorrendo il suo giorno onomastico, ricevette,
come il solito, moltissimi fiori; ma non sapeva più sorridere.... li
contemplava triste.... Era presentimento?... Pochi giorni dopo Bianca
Rebizzo spirava, e le sue stanze serbavano ancora di que’ fiori.
Nella società fiorentina, nella società milanese, ed in altre, non si
discorreva, intanto, che della conciliazione improvvisa dei Maffei; ma
questa si limitò, a dir vero, solo a un’amicizia benevola, mista di
gratitudine da una parte e d’affetto di sorella dall’altra. Nel bel
mondo, non mancò qualche risolino forse poco benevolo su questo tardo
ravvicinamento di due coniugi che per molti anni battevano liberi
vie diverse; ma la contessa, superiore sempre alle dicerie degli
sfaccendati, non se ne occupò, nè punto nè poco.
Crollava, come soleva, la testa, alzando le spalle e avea ragione
di scrivere: “Nulla so di quanto nel mondo si dice o si dirà di
questa nostra posizione; ma sapete che ad esso non ho sacrificato un
sentimento.... Non amo i pompieri morali, nè li amerò mai: arrischiano,
per salvarci dalle vampe dell’entusiasmo, di farci annegare.„
Appena la contessa ritornò a Milano, una fra le prime visite che
ricevette, fu quella di Alessandro Manzoni. Il venerando poeta, co’
suoi ottantaquattro anni, s’affannò a salir su per le scale della
Maffei, e, appena la rivide, prendendole entrambe le mani, esclamò: —
“Vengo a congratularmi! Brava!... Bravi tutti e due!„
Sulla fine del novembre dello stesso anno, la visita del Manzoni fu
seguita da quella di Andrea Maffei risanato. L’idillio di Gessner
rifioriva; e la contessa, parlando delle sue nuove soddisfazioni, le
notava col tocco delicato che le era proprio in una lettera a Francesco
Rosari:
“.... Una di queste vive soddisfazioni me la fa provare in modo
altissimo mio marito. Viene ogni giorno a visitarmi. Oggi andremo
insieme da Manzoni. Non posso dirvi quanto egli sia buono,
gentile, riservato, generoso. Dio ascolta le preghiere de’ miei
poverelli e quella che sempre gli innalzo di accordarmi la pace del
cuore e prima ancora quella della coscienza!.... Andrea partirà
mercoledì per passare l’inverno a Riva di Trento, e tornerà qui
nella primavera per istarvi un mese. Di salute è bene; d’umore,
lietissimo. Viene ogni mattina, e sin’ora mai alla sera.„
Da questo momento, Andrea Maffei fu tutto riguardi verso la moglie.
Di tratto in tratto, le regalava gingilli eleganti, mazzi di rose,
ventagli, come nei giorni del fidanzamento. La contessa, che da più
anni, in un ricco album di fotografie di monumenti classici, avea
collocato _come primo monumento classico_ il ritratto di Andrea
Maffei, lo lasciò lì, lì ancora al suo posto; ma non taceva cogli
amici le attenzioni squisite del poeta ringiovanito, nella devozione
cavalleresca verso di lei, e nell’affetto.
Il traduttore di Schiller soggiornava quasi tutto l’anno a Riva di
Trento, in casa de’ suoi fidi ed esemplari amici Lutti. Tutte le volte
che veniva a Milano, scendeva all’albergo della _Bella Venezia_,
occupando le basse camerette abitate già nel ’48 dal Mazzini e dal
Gioberti e in quelle componeva melodici versi. Alla mattina poetava,
mentre si facea arricciare le folte e argentee chiome dal servo Luigi;
quelle chiome, che “in onda di giacinti„ per usare d’una espressione di
Giacomo Zanella, gli scendevano alle spalle, accrescendo maestà alla
sua bella persona. La malattia gli aveva fatti cadere molti capelli, ma
gliene restavano ancora moltissimi. Scriveva a Clara:
“Le poche tracce della grave infermità prodigiosamente superata se
ne andranno, mi confido: ma dubito assai che i miei capelli così
forti, così fitti m’abbiano a ricrescere; ogni mattina, il pettine
me ne strappa una pioggia. L’uccello, fuggito al vischio, non si
lagna delle piume perdute, ma lieto riprende il suo volo nell’aria.„
Ed egli lo riprese subito il suo volo di poeta, con nuove linde
versioni delle quali, premurosamente, parlava alla moglie:
“Tradussi il primo canto del _Child-Harold_. Come battistrada,
mando ora innanzi il quarto canto sull’_Italia_, poi la farò
finita colla musa, pubblicandone l’intero poema, che mi propongo
indirizzare a te. Tu avesti i miei primi versi, e avrai gli ultimi.„
E gentili così correvano tutte le altre lettere. Mai una parola amara:
bensì espansione e stima.
Quando, nel ’78, morì d’improvviso a Brescia quella virtuosa e gentil
poetessa che fu Francesca Lutti, Andrea Maffei ne sofferse nel profondo
dell’anima, e così si confidava alla moglie:
“Cara Clarina. Non ti scrissi da un pezzo; ma, credimi, la
sventura, dalla quale fui colpito nella morte della Francesca mi ha
così confuso e addolorato, che per molti e molti giorni la penna
non mi reggeva fra le dita. Era la mia creazione, la mia figlia
d’arte, ed una comunanza di sentimenti e di studio me l’avea fatta
un bisogno del cuore e dell’intelletto!„
Si potrebbero moltiplicare le prove de’ nobili sensi del poeta. Certo
la Chiarina e gli amici tutti, imparziali, ne tenevano conto e le
ammiravano, ben lieti che quelle prove cancellassero del tutto antiche
impressioni meno lusinghiere.
CAPITOLO XIX.
NUOVO PERIODO LETTERARIO E MUSICALE.
I. U. Tarchetti. — Achille Torelli. — Vittorio Betteloni. — L.
Capranica. — Graziadio Ascoli e altri sapienti. — Giovanni Verga.
— Scrittrici alla moda. — Una poetessa americana e il suo salotto.
— Francesco Coppée e i suoi versi declamati da madame Doche.
— Adelaide Tessero. — Teresa Stolz. — Antonio Bazzini e altri
musicisti. — Serate musicali.
La schiera de’ frequentatori del salotto Maffei, degli amici e amiche
della contessa, le quali la visitavano al giorno e nella sera, è così
lunga, che tutto un capitolo non basterebbe alla semplice enumerazione
de’ nomi. Proviamoci a ricordarne ancora alcuni. Perdoneranno i
dimenticati?... Perdoneranno le dimenticate?...
Un romanziere piemontese, malcontento di tutti e di tutto, melanconico
ingegno, rapito innanzi tempo dalla morte, Iginio Ugo Tarchetti, si
atteggiava talora a ribelle; ma la sua penna gittava torrenti di
affetti gentili.
La contessa gli perdonò quanto ei scrisse contro la vita militare,
nella quale ella vantava a buon diritto prodi amici. Ella avrebbe
voluto che quel giovane non fantasticasse troppo, ma ne ammirava i
pregi singolari. Allorchè egli morì non ancora trentenne, ne seguì la
bara, esprimendo a tutti il proprio dolore nel vedere uccise con lui
tante speranze. Al domani de’ funerali, l’intimo amico del Tarchetti,
Salvatore Farina, si recò commosso a ringraziarla del tributo reso
al povero giovane; ma ella non volle ringraziamenti; e, accogliendo
l’autor d’_Amore bendato_, mentre stava abbigliandosi davanti allo
specchio, gli disse:
— Venite pure avanti, Farina: così vedrete che non mi tingo.
Un altro giovane, bergamasco, allevato nella Svizzera tedesca,
Bernardino Zendrini; discendente dal celebre idraulico della Repubblica
Veneta; alto, magro, ossuto, nervoso; dall’ampia fronte, dalla
erudizione precisa e copiosa, dalla geniale conversazione, tempestata
di motti di spirito all’Heine, suo maestro e donno, era molto amico
della contessa Maffei, e amico d’un’altra dama: la gentildonna più
cara a Margherita di Savoja, la contessa Andriana Marcello nata Zon,
che continuò per più anni a Venezia e nella sua villa di Mogliano, le
ospitali tradizioni dei salotti veneziani.
Achille Torelli, acclamato pe’ suoi spigliati _Mariti_, preconizzato
quale ristauratore della commedia italiana, venne accolto con festa
dalla Maffei e dal Manzoni che nel vederlo gli disse: “Così giovane, e
già così celebre!„ Difatti, egli era allora poco più che ventenne.
Il poeta Vittorio Betteloni (figlio di Cesare), l’autore d’_In
primavera_ e d’altri versi pieni di freschezza (versi che non cantano
ma parlano) appariva nel salotto Maffei nelle placide ore di prima sera
nelle quali continuavano a raccogliersi i più fidi amici della contessa.
Il marchese Luigi Capranica, romano, gentiluomo affabile, dell’antica
razza, entrava nel salotto con quel suo dondolìo tutto particolare,
sorridendo fra la fulva barba. Per difendere un giorno a Roma la
moglie d’un suo amico dalle maldicenze d’un nobilastro, provocò
quest’ultimo a un duello alla spada; e il ferro dell’avversario lo
colpì trapassandogli il polmone. Durante tre anni, Luigi Capranica,
scampato per miracolo da morte, giacque infermo presso il cognato
marchese Guiccioli a Venezia, sotto il cui cielo risanò a poco a poco.
A Venezia, egli presiedeva il Comitato nazionale segreto, provocando
i sospetti della polizia che una bella mattina lo pregò di lasciare
le lagune. Sono popolari i suoi romanzi _Giovanni delle Bande nere_,
_Sisto V_ ed altri, caldi d’amore per l’Italia, caldi d’odio pei
pontefici. Nel salotto Maffei, egli condusse la bella e gentil contessa
Marya Obniska, sua moglie.
Un altro Romano, Fabio Nannarelli, già precettore di casa Ruspoli,
protetto dal Mamiani, e cantore delle cascate del Velino, frequentò
per qualche tempo casa Maffei; così un altro poeta di sapor classico:
Corrado Gargiolli di Fivizzano, fanatico per Giambattista Niccolini,
di cui sapeva a memoria tutti i versi editi e inediti. Il pover’uomo
lo recitava un po’ troppo il suo Niccolini!... Ma chi frenava allora
qualche sorriso canzonatorio nell’ascoltarlo paziente, non prevedeva
certo la tragica fine dell’infelice. In un triste giorno del 1885,
ei si affogò a Pisa nell’Arno, dopo d’aver declamato squarci del suo
Niccolini a un carabiniere stupefatto.
Augusto Vera, di Amelia, filosofo hegeliano; Pietro Rotondi, traduttore
di Longfellow, e il grecista Virgilio Inama contano fra i più stimati
amici di casa Maffei. Un filologo fra i primissimi del mondo, il
goriziano Graziadio Ascoli, apparisce di tratto in tratto, anche nelle
più affollate e più festose sere di domenica colla figlia: e quella
sua testa di profeta, di pensoso sapiente, spicca e contrasta fra le
signore e i giovanotti alla moda. Due suoi allievi arrivano quasi ogni
sera insieme, Carlo Giussani, e Pio Rajna, fortunato scopritore delle
fonti dell’_Orlando furioso_.
Appena la _Storia d’una capinera_ ed _Eva_, fanno conoscere il nome di
Giovanni Verga, questi è presentato nel salotto. Clara Maffei apprezza
sopratutto i _Malavoglia_, e ogni altro forte lavoro del giovane
siciliano, che con mano ferma e poderosa coglie bruscamente il vero
e svela le miserande condizioni de’ lavoratori della sua isola dei
solfi, de’ fiori, e degli spasimi, facendone presentire l’imminente
rivolta. I due Luigi: Capuana e Gualdo appartengono anch’essi al gruppo
de’ giovani romanzieri. Il nobile Gualdo è il milanese più parigino
che sia mai apparso all’ombra del Duomo: parigino nell’abbigliamento
accurato sino allo scrupolo, nei gusti artistici, nell’accento con cui
parla il francese e nelle frasi che usa nello scrivere romanzi ne’
quali (come nel _Mariage Excentrique_) egli si sforza di analizzare
le sensazioni. Il pubblicista Eugenio Torelli-Viollier visita qualche
volta la contessa. Il commediografo Stefano Interdonato, ed altri
giovani scrittori non mancano mai alle riunioni, obbedendo volentieri
alle raccomandazioni della signora, che suol dir loro colla sua grazia:
“Ricordatevi! Siatemi fedeli!„
Tutte le volte che il conte Guglielmo Capitelli, poeta affettuoso,
filantropo, figlio d’un insigne patriota, passa per Milano, fa
visita alla Maffei, cui reca notizie della sua Napoli, delle sue
peregrinazioni e de’ suoi studii geniali. Così, giungendo a Milano,
la contessa Caterina Percoto non tralascia di venir nel salotto,
accompagnata dal suo ammiratore Carlo Tenca, il quale giustamente loda
in lei la coscienziosa pittrice de’ costumi popolari del Friùli, la
novellista fine, che mai passa la misura, la donna semplice, quasi
ingenua di modi, e di principii liberali.
Ingegno virile, ardito, è _Emma_ (Emilia Ferretti nata Viola) cui
abbiamo già accennato altra volta: è una delle scrittrici più lette
della _Nuova Antologia_, autrice di studii su Zola, su Goethe, su
Flaubert, e di romanzi. Ella è salutata fra le bellezze femminili
del salotto. Maria Torriani (_La marchesa Colombi_) e Sofia Albini,
orgoglio di Giovanni Rizzi, di cui è la migliore allieva, vengono esse
pure annoverate presto fra le amiche della Maffei, la quale è felice
quando scorge balenare sull’orizzonte della letteratura qualche lampo
di nuove promesse.
Nel leggere il grazioso _Regno della donna_, la contessa Clara
Maffei, che ne conosce e ne apprezza assai l’autrice, ripete un detto
espressivo: “l’ingegno cerca e il cuore trova.„ Questo motto di Giorgio
Sand, secondo la contessa, potrebb’essere l’epigrafe de’ libri di
_Cordelia_ o della signora Virginia Treves-Tedeschi, che, com’è noto,
è la stessa persona. _Cordelia_ fu presentata alla Maffei nell’ultimo
periodo del salotto, insieme col marito Giuseppe Treves.
Matilde Serao vi fece una momentanea apparizione qualche sera
nell’estate dell’81, l’anno clamoroso dell’Esposizione nazionale:
vestita tutto di bianco, parlatrice fervida, allegra.
Si discorreva d’un’altra animosa scrittrice, dell’americana miss
Anna Lynck, di Nova York, moglie a quel Vincenzo Botta, che abbiamo
incontrato altra volta, e che dall’America, dove avea riparato
dalle tempeste politiche, ritornava di tratto in tratto in Italia
e non ometteva di visitare la Maffei e gli amici del salotto. La
signora Botta-Lynck era nota a Nova York per un salotto simile a
quelli d’Europa. Le due signore non si conoscevano, ma si mandavano,
attraverso l’Oceano, affettuosi saluti: la Maffei in prosa, la
Botta-Lynck in poesia. La poetessa americana amava sinceramente
l’Italia; ne cantò i dolori, la risurrezione, le glorie.
Nel marzo del ’76, entrò nel salotto un giovane snello e bruno come
un tunisino, elegante come un parigino autentico, qual è veramente:
Francesco Coppée. Venendo a Milano, l’autore del _Passant_ volle
riverire l’amica di tanti poeti; la quale riportò di lui l’impressione
più gradita. “Egli ha tutte le buone qualità dei francesi, e non ne ha
i difetti,„ ci disse la contessa di quel mite e fine romantico, la cui
modestia, rara nei poeti, rarissima nei francesi, incantava davvero.
Una sera, i cesellati versi del Coppée vennero declamati da una celebre
attrice parigina, madame Doche, la stessa che rappresentò a Parigi per
la prima volta la _Dame aux camélias_.
La contessa Maffei avea raccolto, per festeggiare la nuova sua
ospite di passaggio, molte sue amiche e i suoi amici. Le sale erano
affollatissime: fu una serata di gala e di dolci emozioni. Madama
Doche, pallida, bruna, un po’ pingue, vestita d’un abito di seta
bianco, recitò con soavità d’inflessioni e con sentimento penetrante
pagine poetiche del Coppée, inni d’affetto patriotico, che, se non
erro, l’esimia attrice scelse a bella posta affine di risvegliare
un moto di simpatia per la Francia, appena uscita dalla sanguinosa
tragedia del ’70. Tutti le erano d’intorno, rapiti alla doppia musica
del verso e della interpretazione.
In una serata somigliante, un’altra attrice, avea recitato pure
applauditissima; un’appassionata attrice italiana dai pronti intuiti e
vera signora nelle parti di signora: Adelaide Tessero. Una ballata di
Francesco Dall’Ongaro, _La Croce del Verbano_, declamata con fuoco da
colei che infondea tanta vita negl’idillii di Leopoldo Marenco e nelle
commedie di Achille Torelli, commosse l’uditorio.
Impossibile ricordare le infinite cantanti che deliziarono delle loro
voci il salotto. Ne venivano dai più remoti lidi; alcune meravigliose
per la bellezza con strascichi di velluto interminabili, vere stelle
comete; brillavano e ben presto sparivano dal firmamento di casa Maffei
e d’Italia, per ignota destinazione. Fra le cantanti celebri, noto la
Pantaleoni, interprete delle opere del povero Ponchielli, e Teresa
Stolz, interprete delle opere Verdiane. Quando la Stolz si decideva
a cantare, era una festa. Ella lanciava sulla folla elegante le sue
note vibrate come squilli. Nel “Pace, o gran Dio!„ della _Forza del
Destino_, commoveva persino i matematici.
Nell’ultimo periodo del salotto, si eseguì molta musica eccellente.
Carlo Andreoli sedeva al pianoforte spiegando il suo magistero di
musicista serio e profondo. Alfredo Catalani, cereo, sparuto, coi
segni della morte vicina sul volto inspirato, suonava al piano sue
delicatissime composizioni, aneliti vaghi a sfere lontane, a velati
paradisi d’amore. Egli ci ricordava un altro giovane d’ingegno
portentoso, il povero Adolfo Fumagalli, rapito a soli ventisette anni!
Antonio Bazzini, uno de’ più antichi amici del salotto, raggiava di
giusto orgoglio paterno quando udiva suonare Alfredo Catalani, il quale
fu senza dubbio il suo più eminente allievo. Franco Faccio e il suo
sostituto nella direzione dell’orchestra alla Scala, Gaetano Coronaro
di Vicenza; Ugo Bassani di Venezia, amico di Liszt; qualche tedesco,
chiomato come un re merovingio, ed altri si notavano nel novero de’
migliori musicisti nel quale una sera, modesto, e inchinevole come
un salice, comparve anche Massenet. Nella schiera delle pianiste
emergevano una delle signorine Garavaglia, la signorina Fumagalli, e
donna Vittoria Cima, amica affezionatissima della Chiarina, una fra le
più colte signore della società milanese.
Tutte le novità musicali piovevano sul pianoforte del salotto, come
tutte le novità letterarie piovevano sul tavolino da lavoro della
contessa. Ogni estate, prima di partire per la villeggiatura di
Clusone, la Maffei radunava gli amici e le amiche per offrir loro
una serata musicale. Fra gl’invitati, si vedevano giovani avvocati
ed economisti, che anelavano un seggio nel Parlamento, ignari di ciò
che il Tenca andava dicendo _ex corde_ alla Maffei: “Nulla più della
politica dà la sfiducia e il disgusto di questa povera vita umana.„
Giovani spose formavano, a parte, gruppi degni delle _Grazie_ del
Canova e degl’inni del Foscolo, il grande poeta della suprema bellezza
femminea, del quale la contessa Maffei teneva, in un posto speciale
del salotto, un ritrattino prezioso. E fino a mezzanotte, al profumo
de’ fiori, sparsi dappertutto — que’ fiori ne’ quali la contessa
scorgeva un sorriso di Dio — si protraevano le musiche, i canti, le
conversazioni vivaci.
Ma la serata _classica_ di casa Maffei era l’ultima d’ogni anno.
Alla mezzanotte del 31 dicembre, la contessa volea vedersi intorno
tutti quanti gli amici in quello ch’ella definiva il suo “salottino
cosmopolita„.
Era allora il momento più animato e più espansivo. Grande l’affluenza
delle signore, d’uomini politici, di letterati e d’artisti. Quel
salotto s’affollava in modo ch’era impossibile movervi un passo. E
nuovi visitatori continuavano sempre a venire, in cravatta bianca e
in guanti bianchi che infilavano per le scale; ma per qualche minuto
dovevano rimanere pazienti ad aspettare che fosse possibile un varco
nella folla. L’adito era arduo nella stessa anticamera ove le signore,
davanti agli specchi, davano l’ultimo tocco sapiente alle loro
acconciature.
Anche coloro che, a quell’ora tradizionale, venivano chiamati intorno a
una patriarcale tovaglia, non mancavano d’accorrere a salutare, fosse
pure con una sola stretta di mano, la gentil padrona di casa che aveva
l’occhio a tutto e volea salutar tutti.
I reduci dal teatro alla Scala, dai circoli, o dagli uffici de’
giornali, portavano le ultime notizie, le _recentissime_; ma non si
faceano commenti: la riunione era consacrata agli augurii, che allo
scoccar preciso della mezzanotte nell’orologio del salotto, diventavano
generali, in mezzo al susurro crescente delle voci allegre, allo
sfruscìo degli abiti delle signore e dei fogli di carta di musica che
si stava per eseguire.
La contessa non perdeva d’occhio neppur uno degl’intervenuti.
Quell’esile, aristocratica personcina, vestita, secondo il solito,
di nero, con signorile semplicità, penetrava in tutti i crocchi.
Su quel volto dai finissimi lineamenti, subitamente acceso da una
febbre di contentezza, illuminato da un sorriso — quel mite sorriso
tutto suo — ogni visitatrice, ogni amico leggeva un augurio. Ella
rivolgeva a ciascuno una parola: una domanda premurosa; e, appena il
primo dei dodici rintocchi solenni della mezzanotte scoccava, ella
stringeva giubilante la mano a uno a uno; e non so come mai quell’esile
corpicciuolo che, per dirla con una frase victorhughiana, pareva un
pretesto preso dal Creatore per far vibrare un’anima, non si spezzasse
in quel movimento incessante, in quella veglia faticosa.
Dopo gli augurii, si eseguiva ottima musica, in mezzo al silenzio
improvviso che la contessa, scherzando, intimava con un colpo secco
di ventaglio sul pianoforte. Un maestro di bel nome sedeva al piano e
accompagnava qualche cantante di grido o qualche stella sorgente della
scena lirica, che avea desiderato penetrare nel celebre salotto dove
potea farsi conoscere in un momento da critici famosi e da maestri
ragguardevoli.
Dopo la musica, veniva il thè, il consueto thè, al quale la contessa
attendeva da così lungo ordine d’anni, con speciale premura e che
distribuiva agli amici, aiutata da alcune graziose signorine. E poi
musica ancora, e augurii ancora. Quella dama cortese non finiva di
ringraziare per quella visita di fin d’anno, a cui teneva come a patto
d’amicizia. Ella che, indulgentissima, non ammetteva schiavitù nel suo
circolo e lasciava venire e andare gli amici a loro piacimento per
tutte le altre sere dell’anno, non tollerava scuse posticcie per quella
serata a lei sopratutte carissima; e se qualcuno, il giorno dopo,
visitandola, mendicava tutto contrito qualche giustificazione, ella era
capace di tenergli il broncio.... per un minuto secondo.
Nei ricevimenti della mezzanotte del 31 dicembre, venivano persino i
più anziani, come il conte Medin e l’avvocato Bartolommeo Benvenuti,
due patrioti veneti, che avevano figurato in prima schiera nel Governo
provvisorio del ’48 a Venezia: il primo dalla parola recisa come taglio
di spada; il secondo tranquillo, acuto, limpidissimo ingegno, lustro
del Foro italiano. Una volta, in uno dei più affollati ricevimenti,
venne anche il glorioso generale Carini, conosciuto dalla contessa nel
1867. Innumerevoli poi le lettere d’augurio d’illustri lontani d’Italia
e di Francia. Tutti si ricordavano di lei; ella si ricordava di tutti.
CAPITOLO XX.
PENSIERI DI CLARA MAFFEI.
Cultura della Contessa. — La sua carità. — I suoi scolari di
Clusone e i suoi poverelli. — Suo concetto della famiglia, della
società, della vita. — Suoi sentimenti religiosi. — Suoi consigli
ai giovani. — Suo spirito d’indipendenza.
Teofilo Gautier diceva che madame de Girardin non era punto una
_bas bleu_. Con più ragione si deve dirlo della contessa Maffei. La
sua istruzione, attinta specialmente alla _Revue des Deux Mondes_,
come quella di parecchie fra le nostre signore, veniva allargata e
alimentata ogni giorno, ogni ora, dalla conversazione di persone
coltissime, dotte, nonchè dai libri che gli autori le offrivano
in omaggio e da altri che gli amici le procuravano di continuo,
specialmente quando villeggiava nel suo Clusone, asilo di pace e di
meditazioni serene.
Clusone era sempre il suo più gradito soggiorno. Ivi ella rivelava le
parti migliori del suo spirito. “Quanto ho ragione (scriveva) d’amare
questi monti: m’inspirano pace e coraggio; e nella loro contemplazione,
come pérdono d’importanza le piccinerie terrene, e quelle sociali, che
sono le più misere, impasto di vanità e di convenzione!„
A Clusone non voleva rumori mondani:
“Io andrò a Clusone verso la metà di luglio, per istarvi
tranquillamente, se Dio me lo concede, fino a novembre. Godo della
ferrovia in parte già compita; ma temo sarà turbata la quiete, la
semplicità di quei monti. Lunedì, il console d’Austria e quello
di Francia verranno a Clusone per cercarvi alloggio. A quello
d’Austria, ch’io conosco, ho dato delle lettere. — Venite, gli ho
detto, a patto però di non portarmi dell’eleganza, del frou-frou:
ne ho abbastanza di quello di Milano. — Tu, quando sarai vecchio
(scriveva al nipote) saprai quanto stanca....„
Tutte le volte che lasciava la campagna per il suo, pur tanto caro
salotto di Milano, la contessa soffriva. Carlo Tenca trovava le giuste
ragioni di quel rammarico e le spiegava così:
“Capisco che vi deva dispiacere di lasciare il vostro Clusone.
Passare da codesto luogo così ameno e tranquillo in quest’aria
greve e agitata della città è sempre cosa che stringe l’animo. Qui
in Milano siete compensata da affetti più vivi, da più antiche
consuetudini, e da una maggior soddisfazione dello spirito; ma
coll’inoltrarsi negli anni diventa più accetta la semplicità, e
fin anche la rozzezza del costume piace se non è scompagnata dalla
bontà. Che cosa diventa questo nostro ciarlìo cittadino a fronte di
codesta serena e semplice vita della campagna?„
Un’eletta amica di Clara Maffei, la contessa Barbara Grismondi di
Bergamo, mi dipinge in una bella lettera la vita d’illuminata carità
che Clara Maffei conduceva in villa: “Era l’angelo dei poverelli;
visitava gli ammalati, i suoi prediletti poveri vecchi, portando a
tutti quel conforto che rialza l’animo e ravviva la fede.„ E la stessa
Maffei a un amico di Milano:
“La vita che qui conduco è proprio deliziosa. La passo fra il sole
ed i fiori: m’occupo della casa che m’è tanto simpatica; dei miei
lavori, della lettura, de’ miei scolari, amici, conoscenti; de’
miei poverelli che mi dànno gioja immensa e mi fanno assai più bene
ch’io non possa farne ad essi. Dichiaro che nessuna visita mi fa
tanto bene quanto quella a’ miei poverelli. Queste mi riposano, le
altre spesso mi stancano. Sono un originale forse; ma sento così.„
Una bella scena di quella vita in campagna è resa in un’altra lettera
della Maffei:
“Andrò anch’io nei quartieri d’inverno (si era sulla fine d’un
ottobre), vi andrò lasciando con mestizia e profonda gratitudine
questi luoghi che amo sempre più. Fra le tante mie simpatiche
occupazioni, mi sono presa a insegnar a leggere il francese. Ho due
scolari tanto assidui e intelligenti; una maestrina di diciott’anni
e un giovinetto di dodici che l’anno scorso a caccia perdette
la mano destra. Sono due buone e care creature. Facciamo anche
delle letture italiane; ed or ora il ragazzo leggeva la visita di
Renzo al Lazzaretto. La commozione lo costrinse a fermarsi.... e
piangevamo tutti e tre, e anche di compiacenza. Era un semplice
ma sincero omaggio a quel libro, vero Vangelo pel cuore e per
l’intelletto.„
Anche a Clusone, alla sera, la contessa riceveva; ma per lo più persone
dei luoghi. Non vi mancavano comiche macchiette, che divertivano quel
fino canzonatore del Tenca.
Una giovinetta gentile, Velleda Ferretti, figlia della scrittrice
Emilia Ferretti-Viola, teneva affettuosa compagnia alla contessa.
“Velleda è la mia orgogliosa gioja,„ diceva la Maffei; e da lei si
faceva leggere le riviste e i libri. Il più bel libro per lei era però
sempre lo spettacolo della Natura.
“Il più bel libro è lo spettacolo della Natura nella sua
contemplazione. L’anima vi sente proprio la celeste sua origine;
perciò si innalza sempre più. Il soggiorno di Clusone mi fa sempre
tanto bene allo spirito: poi, sola, posso darmi più esclusivamente
a quelle occupazioni che soddisfanno e vi lasciano qualche cosa di
buono nel vostro intimo.„
Nella calma campestre, allo spettacolo degli affetti domestici di tante
povere famigliuole che soccorreva, Clara Maffei sentiva più che mai
l’acuto rimpianto di non possedere una famiglia propria. L’amicizia è
luce delle anime, ma la famiglia è l’aria necessaria in cui respirano.
“Non illudetevi sull’isolamento degli affetti legittimi e domestici;
nulla li sostituisce (scriveva la contessa a un giovane solitario).
Nulla li sostituisce; ve lo dico io, che fui e sono circondata di tanta
società, di non pochi veri amici, che tanto intensamente amai e trovai
forti e forse eccezionali affezioni! Mi chiamano madre, sorella; ma,
pur troppo, vi è sempre qualche cosa che vi avverte non essere che
amorosi inganni e illusioni quei dolci nomi. L’amicizia è molto, ma non
è tutto.„
Ella poi insisteva sulla necessità dell’indulgenza, e la raccomandava
sempre, a voce e in iscritto; raccomandava l’amabilità, questa preziosa
cartella di rendita che costa poco e rende assai; e dimostrava la
necessità di occuparsi anche delle piccole difficoltà, delle minuzie
della vita per renderla più agevole.
“.... Ella (allude a una signora del suo salotto) non conosce i
modi di alleviare le piccole difficoltà: è sempre stata una delle
cause de’ suoi dispiaceri. Il suo spirito superiore rifugge a certe
transazioni ed occupazioni: eppure, la vera superiorità sta, parmi,
nel saper tutto accettare; e il render facile e serena la vita è un
dono divino, per ottenere il quale ci vogliono sforzi di volontà,
la fede, e la coscienza che si deve farlo.„
In altre sue lettere, tutte quante elevate, si leggono questi pensieri
su varii argomenti:
.... Come pochi bastano a gettare l’onta su molti! È perchè i molti
sono buoni; ma buoni a nulla. La terribile verità è questa: manca
quel tale coraggio civile di cui tutti parlano.
.... Se ognuno fosse francamente quello che è, molti ci
guadagnerebbero; per lo meno i migliori. E per gli altri, forse,
vi sarebbe più probabilità di ricondurli sulla retta via, perchè
si scorgerebbero più chiaramente le loro tendenze, e non c’è anima
che non ne abbia di buone. Alle volte, queste sono sopite anzichè
sviluppate; e da ciò viene il male.
.... Nella vera e forte capacità di sentire, sta, io credo, in noi
donne, tutta la nostra possibilità di fare e d’essere qualche cosa
di bene per tutta la vita; o si è assolte nell’affetto, o si trova
la generosità del perdono e della devozione; ma sempre coll’amore:
da ciò deriva ogni nostra superiorità. Chi adempie a’ suoi doveri,
per retta coscienza se si vuole, ma con una certa aridità, potrà
non meritare mai rimproveri, essere fors’anche stimabile, ma
esercitare qualche buona influenza giammai. Far l’elemosina, ma
esercitare quella carità che ci lega d’amore a quelli che possiamo
aver la fortuna d’alleviare.
.... La mia vita, grazie al Cielo, ha poche varietà, perchè ormai
pochissimi sono i suoi scopi: godere nella dolcezza degli affetti
e delle meste memorie, desiderare il bene sotto ogni aspetto, e
trovare la pace nella moderazione dei desiderii, ed in fatto di
felicità saper godere di quella degli altri.
.... Io non leggo libri di filosofia, ma sono a modo mio filosofa,
tentando sempre di sopportare le sventure che Dio vuol darmi, e
vincendo colla ragione tutte quelle che vorrebbe alle volte creare
l’inquieta fantasia. In fatto di ideale, cerco d’avere il bene e
non ciò che può contristarmi: cerco le dolci memorie, la dolcissima
speranza a qualche aspirazione e la fede che Dio assecondi ed ajuti
i buoni fermi propositi.
.... Il bene! Ecco una fonte di care gioje e di quelle che non
svaniscono perchè ne è dolce anche il ricordo.
.... Il vivere del solo pensiero del mio benessere mi è
insopportabile più assai che il soffrire; e diventerei odiosa a me
stessa, s’io non sentissi la pietà, lo sgomento di perdere i miei
cari e di non poter alleviare i loro patimenti.
.... Ebbi tali e sì lunghi sfinimenti da qualche tempo in qua, che
proprio potevo scrivere poco. E poi sapete che allora mi prendono
tutte le malinconie, e io mi sono prefissa di pensare il meno
possibile sugli altri, e chiudere in me stessa lagrime e lamenti
quando l’animo ne è pieno.
.... Scrivete, miei giovani: ve lo ripeto, scrivete. Ogni anno
abbia i suoi studii, ogni giorno la sua occupazione, ogni pensiero
la sua meta. Se per voi venissero i giorni dello sconforto e del
dolore, come vi sarà dolce ricordare quei passati anni!
.... Quanti dolori in questa lunga vita umana! Misero colui che non
l’accetta quale prova per un’altra, serena, e tutta pace ed amore!
.... Chi sa alzare il pensiero al disopra di questa povera terra,
trova coraggio per ogni dura prova.
Al nipote Cesare Olmo mandava suggerimenti e consigli, sui quali altri
giovani dovrebbero meditare:
.... Profitta dell’alacrità della giovinezza per prendere delle
buone abitudini. S’io sono un tantino attiva come tu cortesemente
mi dici, è perchè, figlia unica adorata ed adorando la mia Mamma,
volevo sempre fare quanto ella faceva, e quell’intelligente,
eletta Creatura era sempre occupata: si riposava nel baciarmi,
nell’abbigliarmi, nel rendermi il meno mesta possibile, povera
Mamma! Sia benedetta la santa sua memoria! Più le occupazioni
sono serie, per necessità, positive, quasi aride, e più bisogna
sollevare lo spirito ad altre sfere; altrimenti, Cesare, non avrai
che delle materiali e però molto meschine soddisfazioni, e nelle
lotte inevitabili della vita, non avrai nessuna di quelle forze
che vengono dalla vera superiorità dell’animo: difficilmente
trionferai, e la vittoria sarà lontana dall’appagarti come credevi.
Tu dirai che sono una vecchia idealista. Non lo nego: lo sono, e ne
benedico il Cielo, perchè così trovai sempre il coraggio e la pace.
Sai però, anche, aver io dato la sua parte alle necessità positive:
vi deve sempre essere equilibrio nelle proprie facoltà.
.... Làsciati sempre dominare dalla responsabilità del tuo
animo. Moralmente, siamo quello che vogliamo essere. Non bisogna
abbandonarsi al caso, ma tener la via retta e illuminata.
.... Stare coi buoni, ma non iscacciare i tristi quando possiamo
credere d’essere loro d’ajuto a correggersi, e non aver mai lo
scrupolo d’averli collo sdegnoso nostro abbandono precipitati nel
male.
La contessa rimaneva a Clusone sino alla fine dell’autunno. I
suoi amici più intimi andavano a visitarla anche là, e alcuni vi
s’intrattenevano più settimane, Carlo Tenca vi soggiornava a lungo.
Non mancò di andarvi ogni anno sino all’ultimo della sua vita, ben
superiori, egli e l’amica, alle misere ciarle del mondo.
“Io volli almeno acquistare la completa indipendenza delle mie
azioni e del mio vivere, e potermi dire: _io appartengo a me
medesima_, e _solo_ io _voglio essere giudice del mio operare_.
E vinsi, almeno, la schiavitù delle cose convenzionali. È a duro
prezzo ch’io acquistai tale libertà; pure è qualche cosa anch’essa
quando non si vuole usarla che pel bene.„
Così sentiva, così pensava questa donna, che resse il più celebre
salotto italiano e fu una delle gentildonne più ossequiate e più
geniali di questo secolo.
CAPITOLO XXI.
ULTIMI GIORNI DEL SALOTTO.
Fine di Andrea Maffei. — Suoi ultimi versi improvvisati. — Amici
scomparsi. — Addio di Giuseppe Verdi alla contessa. — Disposizioni
testamentarie e funerali di Clara Maffei. — Il suo monumento. —
Epigrafi di Ruggero Bonghi.
Il salotto decade.
“La mia società va languendo e direi spegnendosi. Io lascio scorrere
l’acqua per la sua china. Bisogna ricevere senza orgoglio e neppur
senza troppa umiltà,„ aveva scritto, alcuni anni prima la Maffei a
un’intima amica sua, alla signorina Maria Carcano, degna figlia di
Giulio Carcano e di Giulia Fontana, anime gentili, unite in un sol nodo
d’affetto, care alla contessa. — Ella si sente stanca, rifinita più
che mai. Le perdite dolorose d’amiche e d’amici carissimi le riempiono
il cuore di lagrime; e un velo di tristezza scende nel salotto, che
crolla, non ostante cerchino di ravvivarlo alcune giovani briose, fiori
delle rovine.
Muore una delle più intrinseche e affezionate compagne d’ideali di
Clara, una delle anime più delicate: la contessa Gina Della Somaglia
Greppi. Il 4 settembre dell’83, dopo lunga malattia, muore a Milano
Carlo Tenca; e la contessa, senza lagrime, ma trangosciata, pallida
come una larva, ne accompagna la salma al cimitero. L’anno dopo,
a Lesa, sul lago Maggiore, muore Giulio Carcano, e il 27 novembre
dell’85, a Milano, nell’albergo della _Bella Venezia_, dopo non lunga
malattia, spira Andrea Maffei.
Appena Carlo Tenca cadde malato, la contessa sospese le serate
musicali, consacrandosi alla cura dell’infermo, il quale dinanzi a
una serie di sventure onde era stato negli ultimi anni colpito avea
serbato stoica serenità, e, anche prossimo a morire, mostrava la
calma imperturbabile d’un savio antico. Avea sortito vera tempra di
filosofo, egli che, a proposito di certi indegni attacchi diceva a
Clara: “Non sento offesa se non quando mi viene dalla mia coscienza:
di quel che altri possa dire o pensare di me non mi curo affatto.„
Lavorò assiduo sempre, infaticabile, e senza chiasso. “Voi sapete,
soggiungeva all’amica sua, ch’io amo l’operare modesto e produttivo,
e aborro da tutto ciò che sa di spettacolo.„ Non si facea schiavo di
rispetti umani: e il rispetto umano, che cos’è difatti, molte volte, se
non una mancanza di rispetto verso noi stessi? — Nutrito del cibo degli
Enciclopedisti, ei non era fra i _tementi dell’ira ventura_; ma al pari
del Littré e d’altri sapienti increduli, rispettava la fede religiosa
delle anime. “So che la fede religiosa è un gran balsamo (scriveva alla
contessa credente). È un gran balsamo, lo so, e nessuno più di me la
rispetta in quelli che ne hanno bisogno per alleviare i mali della vita
e per tollerare le ingiustizie sociali.„
La contessa si recava ogni giorno in casa del Tenca (in quella casa,
al N. 12 di via Andegari dov’egli vivea da tanti anni solo con una
vecchia domestica) per prodigare all’infermo le sue cure affettuose,
raccogliendo all’uopo tutto il coraggio di cui, dopo lunghe afflizioni,
era ancora capace. Un riflesso di que’ giorni di pena ineffabile è
rimasto in una lettera della contessa al nipote Cesare Olmo:
“Ora non ricevo che intimamente. Non ho lena morale per fare
gli onori a delle brillanti _soirées_, e poi mi stancano molto
e voglio tenere tutta la mia forza per conservarmi al caro mio
sofferente. È un modello di virtù oggi, come è stato in ogni ora
dell’operosa e tanto provata sua vita. Quando esco per andare da
lui, quasi le gambe mi mancano; e mi sento turbata, timorosa al suo
aspetto sempre calmo e quasi sereno. L’animo mio pure s’inspira
al coraggio, a quelle speranze che Dio infonde in chi tutto tenta
accettare, con terribili schianti ma con ferma rassegnazione.
Pure sono assai misteriosi i suoi decreti! Un uomo così altamente
buono soffrire tanto ed aver dovuto lottare tutta la vita! È
molto considerato, è vero; e resterà d’onore ed esempio al paese
e ad ognuno che lo conobbe intimamente. E questo non è un piccolo
conforto per chi sente l’orgoglio dell’affetto!„
Andrea Maffei resse anch’egli con coraggio sino all’ultimo. Ricordo
che, qualche settimana avanti d’ammalarsi a morte, venne a leggermi,
colla sua voce piana e grave, dalle pause frequenti, una sua nuova
poesia per una giovane e abilissima arpista dalle chiome innanellate,
ch’egli avea condotto in casa della moglie. Si vedea che soffriva:
la sua alta, elegante persona s’incurvava ancor più sotto un tetro
pensiero; tuttavia egli non n’era turbato e si preparava ad abbandonare
con serenità la vita che non gli era stata avara di sorrisi. Egli
presentiva la fine, e non la celava agli intimi. Pochi giorni prima di
morire, andò a visitare un suo vecchio amico, il dottor Andrea Verga, e
si congedò da lui improvvisando questi versi:
Quando la Morte si farà vicina
Del letto alla cortina,
Tu ciò che il mondo ignora
Deridi, e t’addormenta
Nelle tenèbre che non hanno aurora.
Recitati questi versi, di scatto il vegliardo si alzò, disse al Verga
_addio_, e scomparve. Alla sera, si recò al Teatro Fiando, allo
spettacolo delle marionette, per trovarvi Ernesto Rossi, che gli avea
dato ivi appuntamento. Poi si pose a letto dal quale non dovea levarsi
mai più. Soffriva atrocemente, e al Verga andava dicendo con fioca
voce: Finiscimi!
Morì nella bassa cameretta dove alloggiava da più anni, su un modesto
lettuccio di ferro. La moglie non avea fatto a tempo di venire da
Clusone per assistere gli ultimi momenti del marito. Pochi amici intimi
stavano intorno a quel morente, che, d’un tratto, gettò indietro con
forza la testa pallidissima, e spirò.
Gli furono celebrate esequie solenni. Al Cimitero monumentale, Gaetano
Negri parlò dell’opera del traduttore celebrato, dinanzi a gran folla,
che ben conosceva il nome di quel poeta e l’onda belliniana de’ suoi
versi. La bara venne trasportata da Milano a Riva di Trento e, per cura
della famiglia Lutti, fu sepolta in quel lembo d’Italia per il quale il
Maffei avea un giorno composto un sonetto _irredentista_, non isfuggito
al plauso di Benedetto Cairoli che volle il poeta fra i senatori del
Regno d’Italia:
Italo non sarà questo ridente
Suol che perpetua primavera abbella?
L’onda di questo lido è differente
Dall’itala di Sirmio onda sorella?
Itali non saranno il cor, la mente
D’ogni nostro garzon, d’ogni donzella?
Nè suona forse a chi parlar ci sente
La melodia dell’itala favella?
E noi fratelli della madre istessa,
D’un amor, d’un accento e d’un desìo,
Noi dal suo grembo scompagnar si vuole?
No! fin che l’orma del tuo genio impressa
Stampi, Italia, in noi pure, e fin che Dio
A noi pur riconduca il tuo bel sole[11].
Agli ultimi di giugno dell’86, di sera, nel salotto regna uno
squallore quasi sepolcrale. Pochi vengono a stringere la mano della
contessa, immota nella sua poltrona e quasi annientata. I suoi occhi
d’una profonda espressione di tristezza, girano qua e là in cerca di
qualcuno. Il balconcino del salotto nereggia coperto dalle frondi di
edera; sul pianoforte chiuso, fiammeggiano le ultime rose; e dalla
via Manzoni salgono, intanto, i fragori delle carrozze e della gente,
contrasto a quel cupo silenzio. Dei pochi amici intervenuti, nessuno
parla; nessuno ha il coraggio di offendere con un tentativo di dialogo
la quiete piena d’angoscia. Si comprende che mille visioni dolorose
passano davanti agli occhi della donna che non si vede più d’intorno
tanti amici carissimi, strappati alle sue conversazioni dalla morte.
Forse ella ricorda le parole a lei dirette un giorno da Carlo Tenca:
“È doloroso lo scomparire di coloro con cui si hanno avuti comuni
pensieri, speranze, opere, vita! Quale solitudine ci si fa intorno!„ E
forse rammenta quest’altre, pure di lui: “Le perdite che facciamo non
ci toccano solamente negli affetti più cari; lasciano un vuoto nella
società che non si riempie o si riempie male. La vecchia generazione
porta con sè virtù e caratteri che vanno sempre più illanguidendo in
quelle che le succedono; e chi è vissuto in altri tempi ed è rimasto
fedele alle buone tradizioni che lo hanno educato si trova a disagio in
questo ambiente sociale che ora ne circonda e nel quale diventa sempre
più rara la nobiltà del sentire e dell’operare.„
La sera dopo, la contessa non occupa più il suo antico posto....
Colpita da meningite, giace in uno stato lagrimevole; non può più
levarsi dal letto, e la malattia inesorabile di giorno in giorno
s’aggrava. Alla porta di casa Maffei vengono a prendere notizie
numerose persone, e lasciano la loro firma: da Paolo Ferrari,
all’Ascoli, ad Arrigo Boito, ai primarii magistrati della città, pure
frequentatori del salotto. Giuseppe Verdi vuol essere informato a
ogni momento della malattia dell’amica amatissima; e, appena apprende
che ormai non v’ha più alcuna speranza di salvezza, lascia affannoso
Montecatini, dove s’era recato per la solita cura estiva, e arriva a
Milano prima dell’alba; e a quell’ora fa aprire il portone della casa,
sale precipitoso, e giunge appena a salutare per l’ultima volta colei
che per tanti anni gli fu sorella. Nella stanza, avvolta nelle tristi
penombre, si muovevano alcune figure di signore, intime amiche della
contessa, che non l’aveano lasciata un istante. La poveretta non era
ancora spirata. Si avvide ella della presenza di Verdi?... Qual gioja
sarebbe stata per lei l’accorgersi che, nel momento supremo, era venuto
Giuseppe Verdi, colui, del quale solea dire: “Egli ha santo il cuore,
quanto altissima la mente!...„
Il 13 luglio 1886 fu l’ultimo della povera contessa.
Nel testamento, la Maffei ricordandosi dei poverelli del suo Clusone,
lasciò ventimila lire per istituirvi e mantenere un asilo di carità per
l’infanzia; e aggiunse: “Lascio alla maestra che custodirà l’asilo a
Clusone la preghiera d’amare quelle povere creaturine e crescerle nella
fede in Dio, nell’amore del bene.„
I suoi funerali furono semplici, quali ella li avea desiderati. Non
molto numeroso corteo d’amici accompagnò la bara al tempio e all’ultima
dimora nel Cimitero monumentale. Parecchi erano ai bagni, ai monti, ai
laghi, in villeggiatura, e rimasero mortificati di non poter rendere un
tributo d’onore alla salma della gentildonna carissima.
Il sole cadeva dietro ai cipressi, quando il feretro fu calato nella
fossa “in piena terra„ com’ella avea prescritto nel testamento. A noi
pareva che una parte della nostra vita disparisse con quella creatura,
la quale, indovinando spesso gli altrui dolori, li consolava con parole
profonde; e che tanto avea amato la patria e onorati i forti caratteri
e i forti ingegni, facendo rifiorire nelle sue affollate adunanze
l’antica ospitalità e gentilezza italiana; primo suo merito codesto,
sua splendida corona. Tramontava con lei una cara luce. Ma il ricordo
della sua bontà dura tuttavia, come il profumo d’un lento, ricco
convoglio di fiori che sia appena passato.
La sera del 1.º luglio 1888, pochi amici si raccoglievano di nuovo
nel Cimitero monumentale di Milano, davanti a un piccolo monumento.
Il sole discendeva dietro una fila di cippi, di statue, di lapidi, e
pareva donare il suo bacio a quel mesto segno di riverenza e d’affetto
che si stava per inaugurare in memoria di Clara Maffei. Gli eredi,
gli amici, gli estimatori della signora avevano riunito il loro obolo
per erigere quel marmo, perenne omaggio all’estinta. È un monumento
grazioso, scolpito da un giovane artista meridionale, Salvatore
Pisani, che interpretò felicemente il comune pensiero. Consta d’una
croce, e d’un angelo che accanto alla croce sparge fiori sulla tomba:
la croce, simbolo della Fede da cui tanta forza la poveretta avea
attinto ne’ suoi dolori; l’angelo, simbolo della bontà di lei. Uno
degli amici, Emilio Bignami Sormani, quale segretario d’un’eletta di
signore promotrici del monumento, pronunciò poche parole d’elogio
della sepolta. Nessun altro discorso. Parlava abbastanza la mestizia
dei volti delle signore, di tutti; parlavano abbastanza le epigrafi di
Ruggero Bonghi scolpite sul sepolcro:
_Sulla fronte:_
A
CLARA MAFFEI
CHE NATA AD AMARE A COMPATIRE A PERDONARE
PURE TROVÒ NELLA SUA DEVOZIONE ALLA PATRIA
L’ENERGIA DELLO SDEGNO L’ARDIRE DELLA LOTTA
E TUTTA ACCESA NEL DESIDERIO DEL BENE
CUSTODÌ FINO ALL’ULTIMO IMMUTATI
GLI ENTUSIASMI DELLA FEDE DELL’AMICIZIA DELLA PIETÀ
LE AMICHE GLI AMICI LA EREDE
CON MEMORE AFFETTO QUESTO RICORDO
POSERO.
_Sul fianco:_
UNA SERENA PACE
DIFFUSE INTORNO A SÈ MENTRE VISSE
IN UNA PACE ETERNA L’HA RACCOLTA IDDIO
——
NATA A BERGAMO CONTESSA CARRARA-SPINELLI
A DÌ 13 MARZO 1814
ANDÒ SPOSA AL POETA ANDREA MAFFEI NELL’ANNO 1832
MORÌ A MILANO IL 13 LUGLIO 1886.
La contessa aveva lasciato nel testamento che “sulla croce in
camposanto„ fossero scritte solo queste parole: _Implorate misericordia
e pace all’anima di Clara Carrara Spinelli-Maffei_; ma gli amici
credettero che un elogio era a lei ben dovuto. Si sparsero rose sulla
tomba; si guardò ancora quel sepolcro, il quale chiudeva chi si vide
intorno il fiore di due generazioni; e si disse l’ultimo addio. Il sole
era scomparso: le tenebre della notte scendevano come veli funerei,
come ombre d’oblìo sulla città dei morti; ma nei cuori restava una
folla di luminose e incancellabili memorie.
CAPITOLO XXII.
CONCLUSIONE.
Le fonti di questo libro. — La _signora_ nella società moderna.
— Ricordi storici. — Lettera inedita di Cesare Correnti. — Versi
inediti d’Ippolito Nievo.
È finito questo libro?... Nol credo; non già pei numerosi documenti che
reputo utile lasciare inediti e che senza arricchirlo, ingrosserebbero
solo il volume, ma per le comunicazioni che altri forse mi faranno, e
che attendo ed invoco a complemento del lavoro.
Nei dieci anni consecutivi ne’ quali frequentai il salotto Maffei, ebbi
l’onore di conoscervi tutti i principali patriotti del periodo più
memorando: dalla cortesia squisita dell’erede della contessa, dottor
Cesare Olmo, che pubblicamente ringrazio, ebbi tutte le lettere, tutt’i
documenti della rimpianta gentildonna, venuti in suo possesso; numerose
altre carte da altri amici mi furono generosamente affidate: elette
dame vennero pure gentilissime in mio ajuto colle loro comunicazioni,
le quali illuminavano qualche momento della vita del salotto: giornali
e libri autorevoli furono da me consultati, non senza però che io
non sentissi il dovere di verificarne a uno a uno i dati coi ricordi
vivi di persone vive, veri _documenti umani_: non risparmiai indagini
e fatiche, per ordire coscienzioso una tela istoriata che si svolge
mostrando a mano a mano le varie fasi per le quali il salotto Maffei è
passato durante mezzo secolo: eppure, ciò non ostante, m’accorgo che
forse e senza forse qualche cos’altro si deve aggiungere per compiere
la tela, per dipingere il quadro in ogni punto.
L’interesse di questo libro non dovrebb’essere puramente regionale. Il
salotto Maffei, si è visto, non fu lombardo, ma italiano; si fregia di
nomi che come quelli del Manzoni, Verdi, Liszt, Balzac, sono celebri
non solo in Italia e in Francia, ma in tutta Europa, in tutto il mondo.
La sua storia non dev’essere obliata, mi sembra, in quella così vasta
e agitata del risorgimento, nè in quella della vita sociale moderna,
la quale accenna a cambiare carattere se pure non lo ha cambiato da
qualche anno.
Nascerà mai più un salotto Maffei?... Il regno dei salotti è passato
come il regno delle signore. La donna, la _signora_, che nel secolo
scorso e in buona parte di questo, stese il suo scettro, e che nelle
cospirazioni patriotiche spiegò le sue ostinate energie e i suoi
fascini per affrettare il conseguimento dello scopo supremo, è oggimai
rientrata nella penombra. Oggi ella non brilla più coll’uomo negli
splendidi apostolati; e nessuno può ripetere: _Au bout de toute grande
chose il y a une femme_; manca la donna, e manca la “grande cosa.„
La donna è un fiore ch’esala il suo profumo all’ombra: è vero; ma
v’hanno epoche nella storia, in cui si combatte per un ideale, che
il suo spirito creato per gl’ideali è ausilio prezioso, è l’ala che
solleva, è l’iride che abbellisce la tempesta. Oggi, quasi ogni ideale
è frantumato. Questa seconda metà del secolo (fu detto giustamente) è
perciò l’opposto della prima. La consacrazione pura e disinteressata
di tante anime grandi per il trionfo delle idee liberali; l’olocausto
quasi allegro di vite fiorenti in nome d’una patria ch’esisteva solo
nei sogni di solitarii pensatori e poeti, oggi sembra una bella favola
d’un’epoca leggendaria: si combatte, sì, ancora, ma per altri principii
e per altri istinti; non per l’idea poetica ma per la vivanda, non
per il cuore ma per la borsa, non più con amore ma con odio. Certo le
diseguaglianze sociali, talvolta tanto crudeli, specie nelle classi le
quali gemono nella miseria vestita di penoso decoro, e che tacciono (le
sole forse che tacciono!) meritano alfine giustizia; ma pure in mezzo
alle gare di carità che fervono dappertutto, sentiamo qualche cosa che
stride, che irrita, che divide gli uni dagli altri, che divide una
classe dall’altra: non è più l’affettuosa fratellanza de’ giorni del
pericolo, è il disaccordo; non è più la coesione, ma la disgregazione.
Il teatro e la letteratura sono torbidi specchi di torbida vita. La
Musa lasciava passare un giorno tutte le impurità per raccogliere le
sole purezze; oggi è il contrario. Sono questi, ormai, fatti storici,
caratteri del secolo che muore; — che muore con molta scienza; ma
non è sublime, no; ed è fosco. Fra le cose belle che vanno travolte
si notano appunto le consuetudini eleganti, di quell’eleganza, non
puramente esteriore, da parata, da _turf_, ma l’eleganza intellettiva,
spirituale, quasi innata che illeggiadrì la vita anche in Italia, in
questa “dolce terra latina„ per ripetere la filiale carezza di Dante.
La socievolezza fine e colta della generazione passata non è apprezzata
più, non è più capita dalla generazione presente, la quale va,
corre, assordata da troppo fragore d’impetuosi movimenti per porgere
l’orecchio a voci delicate e gentili. Si è tutti spinti, in verità,
da una veemente forza centrifuga, che ci fa obbliare i santuarii
tranquilli della ragione interiore, i nidi accoglienti, gli asili del
pensiero più nobile e la grazia.
Forse questo libro farà ridestare con qualche palpito patriotico
sopito, il desiderio di una vita più intellettualmente ornata e più
alta?...
L’eleganza di buon genere accompagnò in tutte le fasi il salotto
Maffei. L’abbiamo veduto sorgere coi poeti, coi musicisti, coi pittori
di nobilissimi soggetti, in un’epoca in cui la patria scaldava il
cuore di pochi. L’Italia allora si librava nella musica; ma ben presto
altra musica, quella della mitraglia, la scosse. E allora vedemmo i
frequentatori e gli amici del salotto correre alle barricate e ai
campi di battaglia frammisti al popolo eroico, colla serenità e alcuni
persino collo stesso abbigliamento col quale sarebbero volati a una
festa. Come gli amabili Greci, di cui racconta Erodoto, i quali si
profumavano i capelli prima di scagliarsi sul nemico; come que’ prodi
di cui inneggia il Leopardi:
Parea ch’a danza e non a morte andasse
Ciascun de’ vostri o a splendido convito;
così que’ valorosi correano lieti ed eleganti incontro ai cannoni. Mi
narra un degno patriota, il quale nell’ultima delle Cinque Giornate,
venendo dalla campagna, si cacciò, in mezzo al fuoco nemico, sino a
Porta Tosa, che quando, fugato quello, questa si spalancò d’improvviso,
gli comparve in cima a una barricata, tra la folla dei combattenti,
fiera e superba visione, uno degli amici più gloriosi di casa Maffei,
Luciano Manara, che colla sciabola in alto gridava _vittoria_; ed era
vestito del panciotto bianco, cravatta bianca, calzoni neri, giubba
nera, scarpini lucidi.... insomma da ballo! Su quella fronte creata
per l’alloro, ardeva ancora la febbre del cimento disperato; in quella
voce, che per più ore avea lanciati miracolosi comandi, fremeva il
trionfo. Era l’uomo elegante e l’eroe.
Da quell’epoca di riscossa e di valore un nuovo elemento di vita
si diffuse nella società, il sentimento patriotico: nelle vene dei
nostri giovani corse un brivido nuovo. Ed è curioso il vedere da quali
incanti essi furono attratti, dopo che l’Italia, prostrata a Novara, si
trascinava, spasimando, quasi come un ferito sul campo di battaglia. Da
un lato Mazzini, il più potente incantatore della fantasia; dall’altro,
Camillo Cavour il più potente incantatore della ragione; e qui a
Milano, o meglio, qui nel salotto Maffei, a poco a poco il primo perde
il suo prestigio e l’altro lo accresce: il genio del primo è troppo
assorto fra i bagliori dell’ideale per compiere l’azione; il genio
dell’altro infrangibile, tagliente e limpido come il diamante, percorre
la sua via e arriva alla meta. E in mezzo a queste due potenze, ne
vediamo spuntare un’altra, ben diversa, inviataci da oltr’Alpi per
sedurci: un principe di Absburgo, Massimiliano, agitato dalla vertigine
d’un inane sogno d’impero. Ma i nostri non lo seguono: la libertà
ch’egli promette sarebbe la parodia di quella cui si aspira.
Eppure Cavour temeva tanto il prestigio dell’arciduca che raccomandando
agli amici del salotto Maffei la resistenza ad ogni costo, arrivò sino
al punto da scriver loro queste testuali parole: “Ma fate metter Milano
in istato d’assedio!...„
La signora del salotto Maffei, d’umore sempre eguale (virtù rara che
le signore dei salotti devono possedere per reggerli) nei giorni
aspri della lotta s’accende, opera e fa oprare. “L’amour de la patrie
Italienne est sa vie entière;... (scriveva nella _Revue des Deux
Mondes_ del ’60 Edgar Saveney.) Suivant le cours des évènements, elle
brille d’un éclat fièvreux ou s’affaisse. Sa voix douce et sympathique
vibre quand elle parle de l’Italie. Elle a une eloquence qui va au
cœur.„ E così le altre signore del salotto: signore patriotiche (si
noti bene) non politicanti. Quest’ultime sono la più antipatica
degenerazione di quelle: vino diventato aceto. — Le signore di casa
Maffei ebbero il merito di bandire una moda singolare nel bel mondo;
la moda più nobile che sia stata mai ideata: quella del patriottismo,
della lotta; così le altre signore erano costrette ad adottarla se
non volevano essere tacciate di _cattivo gusto_. Nelle cospirazioni,
a quale disciplina si sottoponeano volentieri e allegre; disciplina,
schiavitù d’idee, di sentimenti, di parole, che dovevano essere
_quelle_ e non altre. Volontaria schiavitù per la libertà!
Risorta l’Italia, la contessa Maffei ebbe l’orgoglio di vedere i suoi
cospiratori più tenaci, i più eletti amici suoi toccare i fastigii
del potere. Ma non tutti: qualcuno, come succede nelle mischie,
venne trabalzato e confuso nelle file e lasciato a terra mentre
gli altri capitani volavano innanzi. Dimenticato dalla gloria fu
il povero Ferdinando De Lugo, uno dei più attivi preparatori delle
Cinque Giornate, il quale finì negletto a Parigi; e chi oggi più lo
ricorda?... Cesare Correnti ne scriveva un giorno all’afflitta contessa
tristi parole: “Avevo in animo di far una corsa quest’autunno a Parigi,
e speravo abbracciare il vecchio amico che mi fu, in momenti ardui,
fido e sapiente consigliere, e per cui non ho potuto far nulla. Quanto
ingegno, quanta nobiltà d’animo, e che fine umile e dolorosa! Sento
dir qui che Lugo da più d’un anno non viveva, ma agonizzava, e lo
credo. Lontano dagli amici, lontano da ogni cosa più diletta, lontano
dalla patria risorta a vita novella, gli mancò prima della vita le
consolazioni della vita. Rimpianti inutili, e quasi rimorsi. Avrei
dovuto scrivergli spesso, sempre; ma mi pareva che sarebbe venuta
un’occasione presto. Ecco ora la bella occasione! Noi siamo fatti così:
aspettiamo qualche cosa, che ci ravvii a far quel che si dovrebbe. E
viene la morte.
“Perdonate. Ho detto _noi_, e dovevo dir _io_.„
Ma sono le vittime inevitabili, pur troppo: la via del trionfo de’
popoli, come la via Appia, è seminata di tombe.
Incorruttibile come il mare in cui trovò tomba, poeta-umorista d’un
riso che fa piangere, garibaldino che alle battaglie dell’indipendenza
d’Italia si lanciò come al fulgor d’un ballo, Ippolito Nievo fu tra
i molti che il salotto Maffei pianse estinti innanzi tempo, colui
che avea sortito l’ingegno più elevato. Tanto ei s’accalorò per il
_Crepuscolo_ di Carlo Tenca che volle intitolare _Crepuscolo_ una sua
concitatissima ode inedita la quale comincia:
Tenebre e luce, secoli
Di secoli ed istanti,
Vizii e virtù, delirii
Di gioja e angosce e pianti,
Ecco la via. Se un aspide
Ti fiede, o Madre, il piè,
Se minaccioso un turbine
Si spiega incontro a te,
Osa! — tra nembi e folgori
Sorgi su l’alta via,
E le mortali invidïe
Schiaccia immortale o oblia!
Al vero, al bello, al giusto
Drizza tua meta e va:
Lambi coll’ala i culmini,
E incedi, o Umanità!
Nelle effusioni del canto, il poeta scordavasi la lima, che il Leopardi
diceva già smarrita a’ suoi tempi; ma egli spazia securo per gli ampii
orizzonti ai quali era nato. In _Crepuscolo_, segue l’umanità nella
storia e finisce coll’impeto di chi muove a un assalto:
Avanti, avanti! — Tenebre?...
Scïenza mai non muore.
Vizii?... Lor germe il saggio
Si strapperà dal cuore.
Sventura?... In loro affinasi
Ciò ch’è sublime e grande
Tempo?... Il destin degli uomini
Oltre ogni età si espande.
Osa, o gran Madre! — L’ultimo
Verbo di quel destino
Sulla ragion riverbera
Uno splendor divino:
“Un sol voler nell’anima
Com’una è la virtù!
In terra un solo popolo
Come un sol Dio lassù!„
Infamia al pusillanime,
Infamia a chi non crede!
Feconda di miracoli
L’Umanità che incede.
A lei splendete, o Genii,
Che nel pensier gigante
Torreggiate sul retore
Pigmeo sillogizzante!
Casa Maffei era il vero tempio dell’amicizia, di quest’amore senz’ali.
La contessa viveva della medesima vita de’ suoi amici; e il lettore
se ne sarà accorto da questo libro dal quale, si spera, la figura di
lei esce nitida abbastanza per essere amata. La sua grazia “la grâce
plus belle encore que la beauté„ per dirla con un maestro di grazia,
il La Fontaine, risplende tuttora nella memoria dei più. Così potesse
ella suscitare una gara d’emulatrici e far rifiorire il regno dei
forti propositi e delle eleganti consuetudini, il cui strappo offende
gli spiriti raffinati che ne deplorano la sparizione come d’una corda
infranta alla lira umana.
FINE.
INDICE.
CAPITOLO I.
=La famiglia della Contessa.=
Carattere e influenza del salotto Maffei. — Nascita
della Contessa. — Il conte poeta e pedagogista
Giambattista Carrara-Spinelli. — In casa Litta. — I
parenti della contessa Ottavia Carrara-Spinelli. —
Poeti, poetesse, cardinali. — Un conte che spezza la
sua corona. — Rivoluzionarii e ribelli in casa
Gàmbara. — Un racconto di Balzac _Pag._ 1
CAPITOLO II.
=I fondatori del salotto.=
La prima amica. — Nozze della contessina Clara con
Andrea Maffei. — A un ballo in casa Scotti. — Lutto. —
Principii del salotto Maffei. — Tommaso Grossi e
Massimo d’Azeglio. — Una poesia inedita del
Grossi. — Francesco Hayez, i suoi racconti e i
suoi quadri. — Chi gli forniva i soggetti? — Un
Epigramma inedito di Andrea Maffei all’Hayez. —
Relazioni degli artisti coi patrizii. — Giulio Carcano 10
CAPITOLO III.
=Uno sguardo agli altri salotti.=
Salotti italiani nel secolo XVI. — La contessa
Gallerana-Bergamini. — Significato dei salotti francesi.
— Salotti italiani nel Settecento. — Salotti politici
a Milano. — Salotti letterarii e mondani a Venezia,
a Milano, a Verona, a Bologna. — Salotti di
Berlino e di Bruxelles. — Il teatro alla Scala e
Stendhal. — Varie fasi del salotto Maffei. — Aurore
patriottiche 22
CAPITOLO IV.
=Balzac.=
La contessa Fanny Sanseverino Porcìa. — Sue lettere,
suo brio. — La contessa Bolognini nata Vimercati
e la sua bambina Eugenia. — Balzac alla Scala:
un ameno _qui pro quo_. — La poetessa dai riccioli
d’oro. — Opuscoli milanesi in offesa e in difesa di
Balzac. — Visita di Balzac ad Alessandro Manzoni. —
Balzac e gli scultori Pompeo Marchesi e Puttinati. —
Lavori di Balzac scritti o meditati a Milano. — Lettere
di Balzac alla Maffei. — Confessione
di Balzac alla signorina ***. — Dediche di Balzac 40
CAPITOLO V.
=Liszt.=
Francesco Liszt e Daniele Stern nel salotto. — Un salotto
di madama D’Agoult. — I guanti gialli di
Liszt. — Scritti di Liszt e di Daniele Stern sull’album
della contessa Maffei. — Un romanzo d’amore. — Allegrie
della Sand e di Liszt. — Una conversione. — Orazio
Vernet. — Lettera di Filippo
Filippi alla Maffei su Liszt. — Thalberg 63
CAPITOLO VI.
=Milano prima del 1848.=
Idee di Francesco I e idee di Metternich. — Un giudizio
di Massimo d’Azeglio. — Incoronazione di Ferdinando
I. — L’improvvisatore Bindocci. — La Ristori. — Un
brindisi dell’Imperatore e un altro di
Andrea Maffei. — Il pittore Molteni. — Musicisti
della società elegante. — Rossini. — Mercadante. — Poesia
patriottica del Rajberti. — La contessa Samoyloff
e le sue eccentricità. — L’ispiratrice della
_Sonnambula_. — Luciano Manara 73
CAPITOLO VII.
=Verdi.=
Lettera di Giuseppe Verdi. — Giuseppe Verdi e Giulio
Carcano. — Loro discussioni su Shakespeare. — Pensieri
di Giuseppe Verdi sul vero e sul fantastico. — Nella
pace di Clusone. — Un’anima 90
CAPITOLO VIII.
=G. Prati — Niccolini — Giusti.=
Giovanni Prati e le sue ammiratrici. — Giovanni
Torti. — Storia dell’ispiratrice di _Edmenegarda_. — Il
cardinale conte Gaysruck. — Giuseppe Revere. — Il
marchese Giuseppe Arconati Visconti. — Il tipo
del _Marchese Colombi_ di Paolo Ferrari. — Giambattista
Niccolini, la contessa Maffei e donna Rosa
Poldi-Pezzoli nata Trivulzio. — Giuseppe Giusti
in casa Manzoni, nel salotto Maffei e sul lago di
Como. — Suoi terrori. — Una pagina della polizia
segreta. — Carlo Cattaneo. — Enrico Cernuschi. — Abati
galanti. — Felice Romani ed altri letterati 99
CAPITOLO IX.
=La separazione.=
Carlo Tenca. — Il conte Alessandro Porro. — La _Rivista
Europea_. — Dove si preparò la rivoluzione
del ’48. — La letteratura civile. — Andrea Maffei e
Paride Zajotti. — Un grande amore. — Sonetto (inedito)
di Carlo Tenca a Clara Maffei. — Giuseppe
Ferrari. — Ultimi momenti d’un lombardo a Parigi. —
Separazione di Clara e di Andrea Maffei. — Memorie
della contessa. — La contessa Papadopoli
nata Mosconi. — Vita nuova, salotto nuovo 125
CAPITOLO X.
=Nel Quarantotto.=
Le dame milanesi in casa Borromeo. — L’alta società
austriaca a Milano. — La Essler. — Nel salotto
Maffei cominciano due correnti di idee in conflitto. — Il
marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga e il conte Cesare
Giulini della Porta. — Cesare Correnti. — Agostino
Bertani. — Eroi eleganti ed eroi
religiosi. — Ancora Cernuschi. — Manara, Morosini,
Carlo De Cristoforis e i due Dandolo. — La principessa
Cristina Belgiojoso. — Clara Maffei e Mazzini 142
CAPITOLO XI.
=La lotta dei dieci anni.=
La parola d’ordine e il _Crepuscolo_. — Risoluzione di
Mazzini. — Napoleone III e il conte Arese. — Visita
di Tullo Massarani a Mazzini. — Decisione antimazziniana.
— Emilio Visconti-Venosta e Camillo
Cavour. — Arresto di Antonio Lazzati. — Un programma
borgiano. — Il 6 febbrajo. — Fuga di
Carlo De Cristoforis. — Processi di Mantova. — Un
salvamento. — Giuseppe Finzi. — La contessa Maffei
e la polizia 160
CAPITOLO XII.
=La lotta dei dieci anni.=
Primizie della politica di Camillo Cavour nel salotto. — La
nuova politica di Vienna. — L’arciduca
Massimiliano e la società milanese. — Duelli
fra cittadini e ufficiali. — La contessa Maffei e
altre dame nella lotta patriotica. — Vita gaja. — Il
salotto si ravviva; nuovi frequentatori. — Scherzi
satirici 191
CAPITOLO XIII.
=Al campo!=
I primi giorni del ’59. — Tumulti al Teatro alla Scala. —
Tutti al campo! — Augusto Verga e altri giovanotti
della società elegante. — Gaetano Negri. — La
contessa Maffei e gli emigrati. — Morte e funerali
di Emilio Dandolo. — Comico salvamento
del conte Bargnani. — Giovanni ed Emilio Visconti-Venosta 212
CAPITOLO XIV.
=Milano libera.=
Le famiglie milanesi e i feriti di Magenta. — Ingresso
di Vittorio Emanuele e di Napoleone III. — Scene
grandiose. — Ufficiali francesi nel salotto Maffei. —
Amici morti in battaglia. — I garibaldini nel salotto
Maffei. — Ippolito Nievo. — Teleki. — Il ricevimento
più memorabile della contessa Chiarina. — Giannina
Milli e le sue improvvisazioni patriotiche 230
CAPITOLO XV.
=Il salotto nel ’59.=
Il primo carnevalone di Milano libera. — Ballo a
Corte con Vittorio Emanuele e Camillo Cavour. — L’Olimpo
femminile. — Feste in casa Beretta e
in casa Trotti. — Nuovi visitatori del salotto
Maffei. — Luisa Colet. — Ritorna Massimo d’Azeglio. —
Pacifico Valussi e la _Perseveranza_. — Esortazioni
di Cesare Correnti alla contessa Maffei. — Milano
nuova 242
CAPITOLO XVI.
=Dopo il ’59.=
Nuovo carattere del salotto Maffei. — Ancora d’Ippolito
Nievo. — Teobaldo Ciconi. — Aleardo Aleardi
e la Maria de’ suoi canti. — Il maestro Gomes. — Arrigo
Boito, Franco Faccio, Emilio Praga. — Mezzo
secolo festeggiato. — La guerra nazionale del ’66. — Il
cuore di Luigi Calamatta. — Nuovi eroismi. — Venezia
libera. — Enrico Martin ed Ernesto Legouvé 250
CAPITOLO XVII.
=Manzoni e Verdi.=
Pensieri del Manzoni sulle donne innamorate, sui
grandi poeti, sulla Religione, sulla Chiesa. — Ricordi
di Enrichetta Blondel. — Sentimenti del
Manzoni sulla propria casa paterna. — Donde trasse
il tipo di don Abbondio e del dottor Azzeccagarbugli. —
Incontro di Giuseppe Verdi con Alessandro
Manzoni. — Emilio Broglio 267
CAPITOLO XVIII.
=La riconciliazione.=
Incontro curioso di Andrea Maffei colla moglie. — Storia
d’un sonetto del Manzoni. — Andrea Maffei
in pericolo di vita. — La contessa va a Firenze. — Nuove
conoscenze: Paolo Mantegazza, Atto Vannucci,
Francesco Dall’Ongaro. — Bianca Rebizzo:
il suo salotto, i suoi casi, la sua carità. — Alessandro
Manzoni visita la contessa Maffei. — Riconciliazione
di Andrea Maffei colla moglie 284
CAPITOLO XIX.
=Nuovo periodo letterario e musicale.=
I. U. Tarchetti. — Achille Torelli. — Vittorio Betteloni. —
L. Capranica. — Graziadio Ascoli e altri sapienti. —
Giovanni Verga. — Scrittrici alla moda. — Una
poetessa americana e il suo salotto. — Francesco
Coppée e i suoi versi declamati da madame
Doche. — Adelaide Tessero. — Teresa Stolz. — Antonio
Bazzini e altri musicisti. — Serate musicali 298
CAPITOLO XX.
=Pensieri di Clara Maffei.=
Cultura della Contessa. — La sua carità. — I suoi
scolari di Clusone e i suoi poverelli. — Suo concetto
della famiglia, della società, della vita. — Suoi
sentimenti religiosi. — Suoi consigli ai giovani. — Suo
spirito d’indipendenza 311
CAPITOLO XXI.
=Ultimi giorni del salotto.=
Fine di Andrea Maffei. — Suoi ultimi versi improvvisati. —
Amici scomparsi. — Addio di Giuseppe Verdi alla contessa.
— Disposizioni testamentarie e funerali di Clara Maffei.
— Il suo monumento. — Epigrafi di Ruggero Bonghi 321
CAPITOLO XXII.
=Conclusione.=
Le fonti di questo libro. — La _signora_ nella
società moderna. — Ricordi storici. — Lettera inedita
di Cesare Correnti. — Versi inediti d’Ippolito Nievo 332
NOTE:
[1] Su quel suo bocchino così bello e così grazioso, la lingua
meneghina è color di rosa: ha un certo fare.... che so io? Non saprei
neanche dirlo. — Scaldato in quest’idea, via! ho detto: facciamoci
onore: scriviamo in milanese schietto, che è tutto sapore, un vero
linguaggio di maliarde, pieno di fattucchierìe. — E ho scritto, ma sì:
cuccù!... Questa lingua del mercato non mi par più quella che parlava
Lei: è divenuta slavata e floscia; è tutt’altra cosa. — Però, vuol lei
accomodarla? Presto fatto, signora Chiarina: basta soltanto passarla
per quel suo caro bocchino, furbetto senza farne mostra, che pare
una fragola. E a un tratto, la mi diventa monella, maliziosa, vispa,
smagliante come una bella ragazza. Bella?... Non basta punto: la mi
diventa _Lei_.
[2] Resisto pertinace.
[3] Nel 1787.
[4] Sa lei, signor Rossini, che cosa devo dirle?... Che questa povera
donna malmenata, serva pezzente che perde gli sbrendoli, dopo che ne ha
partorito una quantità, adesso d’omenoni ne fa proprio pochi; ma quei
pochi, per la Madonna! sono ancora i figli della padrona!
[5] Il Serio bagna Clusone.
[6] Signora Chiarina, quando lei è lì seduta dentro la sua poltroncina,
così accoccolata, con quella sua aria di stanca e rassegnata, come
una che cova un profondo accoramento; non so, io penso a un’anima
caduta per isbaglio giù dal cielo in questo mondo birbone, a qualche
angioletto smarrito, fuori di strada, che sente il cruccio della sua
carcere. Lei è un angioletto, so bene, bello, grazioso anche quando lei
ride; non c’è alcuno che non lo dica. Ma via! quando ella è lì, smorta
e senza voce, cogli occhi che cercano in alto, mi pare che proprio, in
quel guardare, tutto cuore, pietoso, ci sia qualche cosa che disveli il
paradiso. — (_Questo sonetto reca la data dell’autunno 1844_).
[7] Morì a Vienna nel 1884.
[8] V. le sue _Memorie_, pubblicate dall’imperatore Francesco Giuseppe
nel 1867.
[9] Tristezza che fa nodo alla gola.
[10] Parole che lo stesso ingegnere Scola riferì al cavaliere Francesco
Clerici, consigliere di Corte d’Appello di Milano, alla cui gentilezza
devo queste notizie e la riconferma di altre, pure inedite, che qui
seguono sul sommo scrittore.
[11] V. _Liriche_ di ANDREA MAFFEI (Firenze, Succ. Le Monnier), da cui
furono riportati anche i sonetti alle pagine 15 e 121.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL SALOTTO DELLA CONTESSA MAFFEI E LA SOCIETÀ MILANESE ***
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