I promessi sposi.

By Alessandro Manzoni

The Project Gutenberg EBook of I promessi sposi, by Alessandro Manzoni

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Title: I promessi sposi
       Opere di Alessando Manzoni, vol. 1

Author: Alessandro Manzoni

Release Date: April 6, 2014 [EBook #45334]

Language: Italian


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NOTE DEL TRASCRITTORE

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 -Sono stati corretti gli ovii errori tipografici.

 -L'indice è stato diviso in due parti all'inizio rispettivamente del
   saggio e del romanzo; la prima parte è mancante nell'originale.

 -L'accentazione delle parole francesi e spagnole è stata mantenuta
   conforme all'originala, ancorché diversa dalla ortografia moderna.
   conforme all'originale, ancorché diversa dalla ortografia moderna.




                      OPERE DI ALESSANDRO MANZONI

                           _EDIZIONE HOEPLI_

                                Vol. I.




                                   I
                            PROMESSI SPOSI

                    STORIA MILANESE DEL SECOLO XVII

                          SCOPERTA E RIFATTA

                                  DA

                          ALESSANDRO MANZONI

        _Illustrati con 40 tavole tratte da disegni originali_
                          di GAETANO PREVIATI

                       E PRECEDUTI DA UNO STUDIO

             SU GLI ANNI DI NOVIZIATO POETICO DEL MANZONI

                                  DI

                           MICHELE SCHERILLO

                    MILANO--ULRICO HOEPLI--EDITORE




                           I PROMESSI SPOSI


[Illustrazione: ALESSANDRO MANZONI.]





                                   I
                            PROMESSI SPOSI

                    STORIA MILANESE DEL SECOLO XVII

                          SCOPERTA E RIFATTA

                                  DA

                          ALESSANDRO MANZONI

        _Illustrati con 40 tavole tratte da disegni originali_
                          di GAETANO PREVIATI

                       E PRECEDUTI DA UNO STUDIO

             SU GLI ANNI DI NOVIZIATO POETICO DEL MANZONI

                                  DI

                           MICHELE SCHERILLO

                             ULRICO HOEPLI

                    EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA

                                MILANO

                                 1905

                        _PROPRIETÀ LETTERARIA_

          Tipografia Umberto Allegretti--Milano, via Orti, 2.




                          MICHELE SCHERRILLO

                     GLI ANNI DI NOVIZIATO POETICO

                                  DI

                          ALESSANDRO MANZONI




                    INDICE DEI CAPITOLI DEL SAGGIO


  I           Pag.     VII
  II           »        IX
  III          »       XII
  IV           »      XVII
  V            »      XXIV
  VI           »       XXX
  VII          »     XXXIV
  VIII         »   XXXVIII
  IX           »      XLIV
  X            »      XLIX




                                  I.


Chiudendo il Discorso che prepose alla ristampa, per la Biblioteca
Italiana del Le Monnier, dei Versi e delle Prose del Parini (1846),
Giuseppe Giusti scriveva: «Così la Lombardia perdè il suo poeta; e non
poteva cadere in mente, ai cittadini che lo piangevano, di consolarsene
col caro aspetto d'un fanciullo di tredici anni che era allora in
Milano, e che di lì a poco fu quell'uomo che tutti sanno. Dico di te,
Alessandro mio; nè mi sarà imputato a vanità se ti rendo l'onore che
t'è dovuto, con quella amorosa dimestichezza che volesti concedermi,
della quale mi sento nell'animo un'alta compiacenza, temperata di
rispetto e di gratitudine».

Nato a Milano, sul Naviglio di San Damiano--dalle parti dell'antico
corso di Porta Orientale--, il 7 marzo 1785, da Pietro Manzoni, di
nobile famiglia originaria di Barzio nella Valsassina in territorio
di Lecco, e da Giulia, la giovane figliuola primogenita di Cesare
Beccaria, il bambino Alessandro era stato mandato a respirare le prime
aure vitali in un casolare a poca distanza dalla villa paterna del
Caleotto, a Castello sopra Lecco. Il magnifico, vario, tenero paesaggio
della mirabile costiera orientale di quell'ultima parte del «ramo
del lago di Como che volge a mezzogiorno»; lo spettacolo superbo di
quei «monti sorgenti dall'acque ed elevati al cielo», di quelle «cime
inuguali», di quelle «ville sparse e biancheggianti sul pendio, come
branchi di pecore pascenti»; l'armonia soave dell'Adda e dei torrenti
scroscianti: riempirono l'occhio e l'orecchio di quel bambino, che
lì appunto, in quell'angolo remoto e quasi segregato dal resto del
mondo, avrebbe, nella balda virilità, immaginata la scena del Romanzo
immortale. Anche lui, brianzuolo d'adozione, avrà allora imparato, in
quei vergini anni, a distinguere di quei torrenti «lo scroscio, come il
suono delle voci domestiche»; e le cime di quei monti si saranno allora
impresse pur nella sua mente, «non meno che l'aspetto dei suoi più
familiari».

Come non ripensare al Parini, e ai «colli beati e placidi» che cingono
il vago Eupili, un po' più là, verso occidente, dietro i Corni di Canzo,

              Alta di monti schiena,
              Cui sormontar non vale
              Borea con rigid'ale,

quando, nel Romanzo, ascoltiamo l'inno di nostalgia traboccante
dall'anima dello scrittore; che sente battere all'unisono il suo col
cuore della cara contadina d'Acquate, fiorente di «quella bellezza
molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo»; che
divide con Renzo la tenera commozione del riudire di tra il fogliame
delle alte macchie di pruni, di quercioli, di marruche, la materna voce
dell'Adda? «Oh beato terreno», «colli ameni», «clima innocente», aura

              Rotta e purgata sempre
              Da venti fuggitivi
              E da limpidi rivi!

Oh «beata gente, vegeta e robusta»,

              E i baldanzosi fianchi
              De le ardite villane;
              E il bel volto giocondo
              Fra il bruno e il rubicondo!

Oh l'inebriante profumo del timo, del croco, della menta selvaggia!
Il solenne spettacolo del lago, giacente, nella notte senza vento,
liscio e piano, così che parrebbe immobile «se non fosse il tremolare
e l'ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchia di mezzo al
cielo»; e il sordo rumore del «fiotto morto e lento» che si frange
sulle ghiaie del lido, e «il gorgoglío più lontano dell'acqua rotta
tra le pile del ponte!».... E lo spettacolo, egualmente solenne, dei
monti e del «paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grandi
ombre», dove l'occhio esercitato sa distinguere i villaggi, le case,
le capanne!... «Quanto è tristo il passo di chi», cresciuto fra tali
incanti di natura, in tanta pace d'idillio, «se ne allontana!... Quanto
più s'avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco,
da quell'ampiezza uniforme; l'aria gli par gravosa e morta; s'inoltra
mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le
strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro».




                                  II.


Di sei anni, Alessandro fu affidato ai padri Somaschi del collegio di
Morate: un ridente paese anche questo, in collina, a poca distanza
dall'Adda; ma vi manca il lago, e i monti son lontani. Nell'aprile del
1796 mutò collegio, e fu rinchiuso in quel di Lugano; dove insegnava
il padre Soave, un instancabile imbastitore di libri scolastici
d'ogni genere e novellatore a tempo perso. Il Manzoni non lo ebbe
effettivamente a maestro che un giorno solo, in luogo del professore
di matematica, infermo; pure, da vecchio narrava: «Io volevo bene al
padre Soave, e mi pareva di vedergli intorno al capo un'aureola di
gloria[1]». Agli altri _padri_ però non gli riusciva davvero di voler
bene: eran tutti un po' maneschi, screanzati, ignoranti, venali. Che
noia e che stizza vedersi costretto a quella educazione collegialesca e
fratesca; a quegli studi tutto meccanici, arretrati, insipidi! Ed egli
s'atteggiava a ribelle.

          ...............Nodrito
          In sozzo ovil di mercenario armento,
          Gli aridi bronchi fastidendo, e il pasto
          De l'insipida stoppia, il viso torsi
          Da la fetente mangiatoia; e franco
          M'addussi al sorso de l'Ascrea fontana.

Si sente aria di temporale; e si capisce che anche nel collegio di
Merate e in quel di Lugano era penetrato di contrabbando qualche
volumetto del Rousseau o qualche volume dell'Alfieri. A buon conto,
quel giovanotto era nipote di Cesare Beccaria, e pel grande nonno aveva
imparato dalla madre ad avere una venerazione oltre che filiale. Non
lo aveva visto che una volta sola: la signora Giulia lo aveva condotto
nella casa di via Brera, prima di metterlo in collegio. E il marchese,
che non avrà certo indovinato in quel bambino il più insigne scrittore
del secolo prossimo a cominciare, s'era accostato a un armadio, per
prendere dei cioccolatini e donarglieli. Non ricordava se non questo
solo aneddoto, il Manzoni, ma si sentiva fiero del cognome materno. Da
giovanotto, nelle lettere agli amici o già compagni di collegio, si
compiaceva di aggiungerlo al paterno.

[1] CRISTOFORO FABRIS, _Memorie Manzoniane_; Milano, Cogliati, 1901; p.
95.

Anzichè, dunque, mortificar il suo spirito in quegli esercizi
facchineschi di memoria, il giovanetto si chiudeva, quando nessuno
avrebbe potuto impedirglielo, in una stanza remota, e lì leggeva i
suoi poeti o invocava per suo conto la Musa. Per buona fortuna, un di
quei Padri, più umano cultore delle lettere umane, «invece di darmi
le busse come i Prefetti»--narrava il Manzoni,--«vedendo questa mia
facilità a compor versi, mi dava le chicche». Un giorno, soggiungeva,
«sento bussare all'uscio dai miei compagni, che mi dicono: Apri,
camerata; vieni fuori, che abbiamo stabilito di tagliarci le code. Io
dapprima risposi: Lasciatemi star quieto. Ma poi ho ceduto, ho aperto,
e mi sono lasciato tagliare il codino. È stato un gran delitto, perchè
era segno d'idee liberali; e molti anni dopo, morto mio padre, tra le
sue lettere ne ho trovata una del Padre rettore del mio Collegio, la
quale diceva: «Questa volta la camerata dei mezzanelli me ne ha fatta
una di grossa: si son tagliate le code! E quello che più mi dispiace
si è di doverle dire, signor Manzoni, che suo figlio è stato uno dei
caporioni[2]».--Un altro giorno, dell'agosto (1799), mentre usciva
dal solitario ripostiglio, dove era stato a quattr'occhi con la Musa
e le aveva recitata a voce alta _La caduta_ pariniana, s'incontrò in
un compagno che gli diede la notizia, giunta fresca fresca da Milano,
che il Parini era morto. Ne ebbi, ricordava da vecchio il poeta, «una
delle più forti e dolorose impressioni della mia vita[3]».

[2] FABRIS, op. cit., 94-5.

[3] FABRIS, op. cit., 85-86.

Il Parini, l'abate, il professor Parini: oh questi sì ch'era «scola
e palestra di virtù»! Peccato non averlo potuto neanche una volta
veder di persona, l'austero vate della cara Brianza, degno, per le sue
virtù cittadine e l'alto ideale dell'arte, di stare accanto al fiero
Allobrogo,

          ......che ne le reggie primo
          L'orma stampò de l'italo coturno;
          E l'aureo manto lacerato ai grandi,
          Mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili!

E invece, uscito dalle mani di quei Somaschi luganesi, il piccolo
ribelle era cascato, alla fine dello stesso anno, in quelle, che
non pare sapessero star meglio a posto, dei Barnabiti, che allora
tenevano, qui in Milano, il collegio _dei Nobili_, poi detto Longone,
sul Naviglio di Porta Nuova (a pochi passi da quella piazza di San
Marco e da quel ponte Marcellino, che aveva traversato, in mezzo alla
desolazione della peste, il povero Renzo). Vedendosi «discepolo di
tale» cui gli sarebbe parso vergogna esser maestro, egli si volse «ai
prischi sommi»;

          ........o ne fui preso
          Di tanto amor, che mi parea vederli
          Veracemente, e ragionar con loro.

E, insieme coi _prischi_, i sommi moderni, che ad essi s'erano
ispirati, e ne continuavano l'opera magnanima col «chiaro esemplo»
e con le «veraci carte». Quale e quanto «sdegno», invece, per quei
«mille» che usurpavano «il nome che più dura e più onora», portando «in
Pindo l'immondizia del trivio, e l'arroganza, e i vizii lor!»




                                 III.


Il Parini era morto, e l'Alfieri «errava muto ov'Arno è più deserto»,
avendo «sul volto il pallor della morte e la speranza». Rimaneva il
Monti; la cui _Basvilliana_ era stata, per mano del boia e per la
boriosa insania dei demagoghi, bruciata nella piazza del Duomo. Il
giovanotto Manzoni, come farà qualche anno dopo il giovanetto Leopardi,
prese a venerarlo.

Il Monti frequentava, con Pietro Verri ed altri egregi, la casa di don
Pietro Manzoni; e dicono che un giorno il poeta già celebre andasse a
visitare, nel collegio milanese, il novizio che moveva i primi passi.
Ad ogni modo, la benevolenza dimostratagli in quei primi passi, rese
poi sempre assai indulgente il caposcuola dei romantici italiani verso
l'ultimo paladino del classicismo. Riconosceva, sì, con l'usato acume,
come al poeta ferrarese mancasse l'arte di sottintendere incitando così
la fantasia dei lettori: «aveva bisogno di dir tutto», osservava. Ne
ricordava la senile vanità d'infliggere ai visitatori della sua casa la
recitazione dei «versi che aveva composti nel giorno», aspettando che
glieli lodassero. Ma, povero vecchio, gli voleva bene! Una volta gli
manifestò l'intenzione di voler dedicare alla Giulia--la primogenita
del Manzoni: «une Juliette», scriveva questi al Fauriel nell'estate
del 1819, «dont vous verrez que tout le sérieux se trouve dans le
portrait»--la _Feroniade_. «Oh povera Giulia!», esclamò il Manzoni;
«lasciala nella sua oscurità!»--E a proposito della volubilità del
pensiero politico dell'autore dei poemetti rivoluzionarii, di quelli
napoleonici, e del _Ritorno d'Astrea_, il Manzoni narrava ai suoi
intimi quest'aneddoto. Il Monti «aveva fatto un'istanza all'imperatore
Francesco, perchè gli continuasse la pensione che gli aveva assegnata
Napoleone; ma di lì a qualche mese se la vide tornar indietro, ed a
tergo era scritto, di proprio carattere dell'imperatore: Si rimanda
inesaudita la presente istanza, perchè, dalle informazioni prese,
questo individuo disse sempre bene di tutti i governi che vi furono
nel suo paese». Il povero Monti ingoiò amaro. «E quando, sul finire
della sua vita, io andai a trovarlo a Monza, dove allora soggiornava
infermiccio, egli mi parlò della sua speranza nella misericordia di
Dio; e io gli dissi: Senti, Monti; quello che a te deve aprire le
porte del Cielo, è lo smettere quell'odio che porti all'imperatore
Francesco[4]».

[4] FABRIS, op. cit., 83-84.

[Illustrazione: Alessandro Manzoni a 17 anni.--Disegno del pittore
Bordiga.]

Ma a quindici anni, quando non si è ancora abbastanza esperti
«del mondo e degli vizii umani e del valore» e si pretende invece
d'insegnare agli altri, non si peritava, nelle note al poemetto in
terzine Il _trionfo della Libertà_, di chiamarlo «il più gran poeta
dei nostri tempi». È vero che più tardi s'affrettò a correggere:
«un gran poeta dei nostri tempi»; ma non corresse, in quelle note
medesime, l'altra espressione: «il grande emulatore» di Dante. E non lo
avrebbe, anche volendo, potuto; giacchè nel testo del poemetto stesso
aveva affermato che non solo l'emulo raggiungeva l'atleta, ma talora
l'avanzava! Si capisce che fin d'allora la mente del Manzoni--che,
in fatto di giudizi letterarii, ebbe sempre i suoi capricci--veniva
cedendo alle seduzioni di quel bizzarro ravvicinamento del poeta
cuor di leone col rimatore cuor di coniglio, che lo trascinò poi a
quell'infelice e ingiustificabile epigramma che tutti ricordano, di
parecchi anni dopo[5].

[5] Mi pare opera vana l'arrabattarsi che altri fa per dare a
quell'epigramma un'interpretazione meno ripugnante. Notò con l'usata
ponderazione Cesare Balbo, non certo sospetto di poca stima pel grande
lombardo: «Il Monti fu più ingegno che animo dantesco; e le mutazioni
di lui furono più d'arrendevolezza che d'ira. Quindi l'imitazione più
esterna: nella forma sola e nelle immagini».

Quel poemetto--che ha bensì titolo e metro, e qua e là, immaginazioni
petrarchesche, ma si chiarisce subito esemplato sulla _Basvilliana_ e
sulla _Mascheroniana_, ricordate pur nelle note--si chiude anzi con un
inno baldo e generoso al cigno di Ferrara.

      O Pïeride Dea,.................

      Tu l'ali impenni al Ferrarese ingegno,
         Tu co' tuoi divi carmi il vizio fiedi,
         E volgi l'alme a glorïoso segno.

      Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi
         Fai de' tuoi carmi, e trapassando pungi
         La vil ciurmaglia che ti striscia ai piedi.

      _Tu il gran cantor di Beätrice aggiungi,
         E l'avanzi talor_; d'invidia piene
         Ti rimiran le felle alme da lungi,

      Che non bagnar le labbia in Ippocrene,
         Ma le tuffar ne le Stinfalie fogne,
         Onde tal puzzo da' lor carmi viene.

      Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne
         De l'arte sacra! Augei palustri e bassi;
         Cigni non già, ma corvi da carogne.

      Ma tu l'invida turba addietro lassi,
         E le robuste penne ergendo come
         Aquila altera, li compiangi e passi.

      Invano atro velen sopra il tuo nome
         Sparge l'Invidia, al proprio danno industre,
         Da le inquiete sibilanti chiome.

      Ed io puranco, ed io Vate trilustre,
         Io ti seguo da lungo, e il tuo gran lume
         A me fo scorta no l'arringo illustre.

      E te veggendo su l'erto cacume
         Ascender di Parnaso, alma spedita,
         Già sento al volo mio crescer le piume.

Meno enfatici, di fattura più schiettamente neoclassica, sono gli altri
versi che tre anni dopo, il 15 settembre 1803, il poeta diciottenne
dirigeva al tanto ammirato «canoro spirto». Parla l'Adda, «diva di
fonte umil», e invita l'illustre «nato a le grandi de l'Eridano sponde»
a venire per qualche giorno agli «ameni cheti recessi» e alle «tacite
ombre» della villa del Galeotto. Essa non può vantare «pompa d'infinito
flutto o di abitati pin»;

      Ma verdi colli e biancheggianti ville
      E lieti colti in mio cammin vagheggio,
      E tenaci boscaglie a cui commisi,
      Contro i villani d'Aquilone insulti,
      Servar la pace del mio picciol regno,
      E con Febo alternar l'ombre salubri.

È mite e amabile, l'Adda; e non si diletta di «rapir l'ostello e i
lavorati campi» agl'industri villani,

                      nè udir le preci
      Inesaudite e gl'imprecanti voti
      De le madri che seguono da lungo
      Con l'umid'occhio o con le strida il caro
      Fan destinato a la lame de' figli,
      E la sacra dimora e il dolce letto.
      Sol talor godo con l'innocua mano
      Piegar l'erbe cedenti, e da le rive
      Sveller fioretti per ornarmi il seno
      E le trecce stillanti.

Umile sì; pure, «con l'irta alga natía» le splende in fronte il lauro.

          ................Salve,
          Vocal colle Eupilino: a te mai sempre
          Rida Bacco vermiglio o Cerer bionda;
          Salve, onor di mia riva! A te sovente
          Scendean Febo e le Muse eliconìadi,
          Scordato il rezzo de l'Ascrea fontana.
          Quivi sovente il buon cantor vid'io
          Venir trattando con la man secura
          Il plettro di Venosa e il suo flagello;
          O, traendo l'inerte fianco a stento,
          Invocar la salute e la ritrosa
          Erato bella; che di lui temea
          L'irato ciglio e il satiresco ghigno,
          Ma alfin seguìalo e su le tempie antiche
          Fea di sua mano rinverdire il mirto.
          Qui spesso udíilo rammentar piangendo,
          Come si fa di cosa amata e tolta,
          Il dolce tempo de la prima etade,
          O de' potenti maledir l'orgoglio,
          Come il genio natio movèalo al canto
          E l'indomata gioventù de l'alma.
          Or tace il plettro arguto; e ne' miei boschi
          È silenzio ed orror!

Chi non ricorda il leggiadro episodio della _Mascheroniana_ (1801;
canto IV), in cui l'ombra di Pietro Verri, alla vista dei «placidi
colli felici»,

          Che con dolce pendio cingon le liete
          Dell'Eupili lagune irrigataci,

esclama:

                                   Salvete,
         Piagge diletto al Ciel, che al mio Parini
         Foste cortesi di vostr'ombre quete,
      Quando ei, fabbro di numeri divini,
         L'acre bile fe' dolce, e la vestia
         Di tebani concenti e venosini?

Invano il futuro narratore dei _Promessi sposi_ cercava, in quei cari
luoghi, di risentire la cara voce del poeta eupilino: «le commosse
reliquie sotto la terra argute sibilar»; il «plettro arguto» taceva, e
negli amati boschi fiancheggianti l'Adda era «silenzio ed orror».Venga
dunque lui, il Ferrarese, «a risvegliar, col canto, novo romor Cirreo»:

          ............A te concesse
          Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi
          E le immagini e l'estro e il furor sacro
          E l'estasi soavi e l'auree voci
          Già di sua man rinchiuse.




                                  IV.


Anche a lui adolescente Euterpe aveva fatto qualche carezza:

          Me dalla palla spesso e dalle noci
          Chiamava Euterpe al pollice percosso
          Undici volte.

E appunto, in uno di quei momenti in cui si sentì infiammato dal «furor
sacro» o «furor santo» che quella Musa suol destare nel seno de' suoi
devoti, il Manzoni scrisse il poemetto, di titolo e forma petrarchesca,
_Il trionfo della Libertà_.Il 20 piovoso, o, per parlare un linguaggio
meno repubblicano, il 9 febbraio 1801, era stata firmata la pace di
Luneville. Insieme con tutto il mondo liberale, applaudì anche il
quindicenne Manzoni, scrivendo quel poemetto. V'inneggia all'aurora
d'un'êra novella: son finite le guerre, la Superstizione è stata
finalmente sbandita dal mondo, la Libertà procede trionfatrice.

       Coronata, di rose e di vïole,
          Scendea di Giano a rinserrar le porte
          La bella Pace pel cammin del Sole;

       E le spade stringea d'aspre ritorte,
          E cancellava con l'orme divine
          I luridi vestigi de la Morte;

       E la canizie de le pigre brine
          Scotean dal dorso, e de le verdi chiome
          Si rivestian le valli e le colline....

Son mosse e colori montiani. Il novizio cerca la sua forma, ma
per ora non sa che calcar le orme altrui. Il modello prossimo è
la _Mascheroniana_; ma ogni tanto spunta il ricordo pur della
_Basvilliana_ o degli altri poemetti del fecondo e facondo Ferrarese.
La dea Libertà v'è raffigurata

             Umilemente altera, ed il decenne
             Berretto il crine affrena;

com'è appunto nel _Pericolo_:

             E di Bruto l'insegna è il suo cappello.

E oltre alla forma in generale, e ai tanti particolari d'invenzione
e di stile, è montiana perfino l'idea prima, di celebrare in versi
quella pace, e di celebrarla a guisa d'un Trionfo. Non so che altri
ci abbia pensato; e, per esempio, il Petrocchi non ha rammentato, su
quell'avvenimento, se non una lirica del Ceroni. Altro che Ceroni!
Quella pace fu cantata dal Monti in persona, in un'ode a strofi
saffiche (il metro della pariniana _Alla Musa_), che ha ispirazione
moderna e gusto classico. Di sotto alla patina caduca del frasario
mitologico e alle incrostazioni parassitarie della rettorica giacobina,
quanta freschezza di sentimento in quest'ode, che fa non a caso
ripensare ai Cori manzoniani e a taluna delle più belle poesie del
Carducci!

            Voi che dell'armi al suono impaurite
               Pace invocaste su le patrie arene,
               Tenere madri, ardenti spose, uscite:
                              La dea già viene.

            De' suoi bianchi corsieri odo il nitrito,
               Sotto l'asse tremar sento la riva.
               Fuori uscite: ogni pianto è già finito:
                              Ecco la diva.

            Lungi il loto, o fanciulle, ed il narciso,
               Ch'ella non ama delle Parche i fiori:
               Date rose e mortelle, e al fiordaliso
                              Misti gli allori....

Alate strofette; che fan meglio comprendere il paterno compiacimento
del provetto poeta, quando, nel lodare i primi tentativi dell'amato
novizio, gli scriveva: «I versi che m'hai mandati son belli: io li
trovo respiranti quel _molle atque facetum_ virgiliano, che a pochi
dettano gaudentes _rure camoenae_.....; e se al bello e vigoroso
colorito che già possiedi, mischierai un po' più di virgiliana
mollezza, parmi che il tuo stile acquisterà tutti i caratteri
originali».

Quanto a sentimento e impeto patriottico, il figliuolo della Giulia
Beccarla non aveva certo bisogno che altri venisse ad insegnarglieli:
le idee nuove ed innovatrici, e le dottrine umanitarie e sociali che
avevano scosso e scotevano l'antico assetto, eran roba di casa. Il
fiero imberbe dubita persino che l'uomo abbia un'anima (c. I):

          ........s'egli è ver che in noi s'annidi
          Parte miglior che de le membra è donna;

e ha sobbalzi e scatti d'un paganesimo così vivace, da fare al libire
l'autore degl'_Inni_ e della _Morale cattolica_ (c. II):

          Che il celibe Levita ti governa
             Con le venali chiavi, ond'ei si vanta
             Chiuder la porta e disserrar superna.

          E i Druidi porporati: oh casta, oh santa
             Turba di Lupi mansueti in mostra,
             Che de la spoglia de l'agnel s'ammanta!

          E il popol reverente a lor si prostra
             In vile atto sommesso, e quasi Dii
             Gli adora e cole: oh sua vergogna e nostra!

          ....................

          Questi i diletti de l'Eterno sono?
             Questi i ministri del divin volere?
             E questi è un Dio di pace e di perdono?

          ....................

          O degenere figlia di Quirino,
             Che i tuoi prodi oblïando, al Galileo
             Cedesti i fasci del valor latino!

[Illustrazione: Dichiarazione premessa al manoscritto del «Trionfo della
Libertà».]

Codeste note antipapali e peggio avevano nutrita e infiammata la
letteratura transalpina e cisalpina di prima e dopo la Rivoluzione,
dal Voltaire all'Alfieri, dal Montesquieu al Monti. E con quella
letteratura il Manzoni era più che affiatato. Il Foscolo, che lo
conobbe di quegli anni appunto, lo proclamava «nato alle lettere e
caldo d'amor patrio».Ma certi bollori tra giacobini e tribunizii,
gorgoglianti qua e colà nel poemetto, tradiscono un fuoco che non
è nativo. Sta bene che, negli anni più maturi, il Manzoni dichiari
d'avere scritto quei versi «nell'anno quindicesimo» dell'età sua, «non
senza compiacenza e presunzione di nome di poeta», e di rifiutarli
perchè troppo primaticci; «ma», soggiungeva, «veggendo non menzogna,
non laude vile, non cosa di me indegna esservi alcuna, i sentimenti
riconosco per miei». Ripudiava i versi, «come follia di giovanile
ingegno»; legittimava i sentimenti, «come dote di puro e virile animo».
Oh, non tutti i sentimenti! Questo, per esempio, che ha suggerito di
raffigurare la Libertà con le mani tutte e due ingombre: la destra dal
brando, la sinistra dalla scure che troncò il capo di re Luigi (c. I):

          Stringe la manca la fatal bipenne,
             E l'altra il brando scotitor de' troni....

(imitazione un po' goffa della figurazione montiana, dei due Cherubini
sospesi su le penne, ai fianchi del trono dell'Eterno: «Quegli d'olivo
un ramoscel tenea, Questi un brando rovente»; nella _Mascheroniana_,
c. II). O quest'altro, che ha consigliato di rappresentar così la
Giustizia:

          Quinci è Colei, che del comun diritto
             Vindice, a l'ima plebe i grandi agguaglia,
             Sol disuguai per merto o per delitto;

          E se vede che un capo in alto saglia,
             E sdegni assoggettarsi a la sua libra,
             Alza la scure adeguatrice, e taglia.

Giustizia da Marat, codesta, non da un nipote di Cesare Beccaria!

Tuttavia, la maggior parte del poemetto è tale che s'intende come fin
l'autore del Romanzo non potesse che compiacersene. E l'apostrofe
alla regione nativa, nel canto IV, pur con tutti gli spunti e
pariniani e alfieriani e montiani che vi si potrebbero additare, è già
schiettamente manzoniana. Chi non lo sa? La bella utopia repubblicana,
classicamente drappeggiata, che era valsa a commuovere, negli anni
più propensi all'entusiasmo, poeti e pensatori, dal Montesquieu
all'Alfieri, e per un momento anche l'austero cantore del _Giorno_,
non aveva, tradotta dal regno dei sogni in quello della realtà,
nulla mantenuto delle sue rosee promesse. A una tirannia decrepita e
slombata, se n'era sostituita un'altra, incomposta, intraprendente,
procacciante, audace, volgare, perchè d'una moltitudine impreparata,
inesperta, incapace, e avida di saziarsi e d'inebriarsi di quei vizi
medesimi dei quali era stata fin allora spettatrice e biasimatrice
invidiosa. Il Parini n'era morto corrucciato; e Vittorio Alfieri
faceva, in quegli ultimi inoperosi anni della sua vita già tanto
agitata, «dolce l'ira sua nel suo segreto», preparando agl'Italiani,
nel _Misogallo_, il suo testamento politico.

Il Manzoni insorge, legittimo erede dell'onesto brianzuolo e
dell'allobrogo feroce (c. IV).

          Ma tu, misera Insubria, d'un tiranno
             Scotesti il giogo, ma t'opprimon mille.
             Ahi che d'uno passasti in altro affanno!

          Gentili masnadieri in le tue ville
             Succedettero ai fieri, e a genti estrane
             Son le tue voglie e le tue forze ancille.

          Langue il popol per fame, e grida: Pane!
             E in gozzoviglia stansi o in esultanza
             Le Frini e i Duci[6]; turba che di vane

          Larve di fasto gonfia e di burbanza,
             Spregia il volgo onde nacque e a cui comanda,
             A piena bocca sclamando: Eguaglianza!

          Il volgo, che i delitti e la nefanda
             Vita vedendo, le prime catene
             Sospira, e 'l suo tiranno al ciel domanda.

          De l'inope e del ricco entro le vene
             Succhian l'adipe e 'l sangue; onde Parigi
             Tanto s'ingrassa, e le midolle ha piene.

          E i tuoi figli? I tuoi figli abbietti e ligi
             Strisciangli intorno in atto umile e chino.
             ................

          Tal pasce il volgo di sonanti fole;
             Vile! e di patrio amor par tutto accenso,
             E liberai non è che di parole....

          Vedi quei che sua gloria nei concinni
             Capei ripone. Oh generosi spirti,
             Degni del giogo estranio e de' cachinni!

          Odimi, Insubria. I dormigliosi spirti
             Risveglia alfine, e da l'olente chioma
             Getta sdegnosa gli Acidalii mirti.

          Ve' come t'hanno sottomessa e doma
             Prima il Tedesco e Roman giogo, e poi
             La Tirannia che Libertà si noma.

          Mira le membra illividite, e i tuoi
             Antichi lacci; l'armi appresta,
             Sorgi, ed emula in campo i Franchi eroi.

          E a l'elmo antico la dimessa cresta
             Rimetti, e accendi i neghittosi cori,
             E stringi l'asta ai regnator funesta.

          Come destrier, che fra l'erbette e i fiori
             Placido, in diuturno ozio recuba
             Sol meditando vergognosi amori,

          Scote nitrendo la nitente giuba
             Se il torpido a ferirlo orecchio giugno
             Cupo clangor di bellicosa tuba,

          E stimol fiero di gloria lo pugne,
             Drizza il capo, e l'orecchio al suono inchina,
             E l'indegno terren scalpe con l'ugne;

          Contra i Tiranni sol la cittadina
             Rabbia rivolgi, e tienti in mente fiso
             Che fosti serva ed or sarai reina.

[6] Cfr. _Mascheroniana_, c. II:

          Vôta il popol per fame avea la vena;
             E il viver suo vedea fuso e distrutto
             Da' suoi pieni tiranni in una cena.

          Squallido, macro il buon soldato, e brutto
             Di polve, di sudor, di cicatrici,
             Chiedea plorando del suo sangue il frutto;

          Ma l'inghiottono l'arche voratrici
             Di onnipossenti duci, e gl'ingordi alvi
             Di questori, prefetti e meretrici.

I Tiranni! L'odio tirannicida era di legato alfieriano. Oh perchè tarda
a sorgere un novello Bruto, il quale liberi il mondo dalla turpe e
feroce Austriaca, tigre regale, che trucidò, al cospetto del divino
golfo di Napoli, l'ammiraglio Caracciolo, Mario Pagano, Domenico
Cirillo, Ettore Carafa!

          Ahi di Tiranni ria semenza iniqua,
             De gli uomini nimica e di natura,
             Or hai pur spenta l'empia sete antiqua!

          Gonfia di sangue la corrente e impura
             Portò l'umil Sebeto, e de la cruda
             Novella Tebe flagellò le mura.

          Tigre inumana di pietade ignuda,
             Tu sopravvivi a' tuoi delitti? Un Bruto
             Dov'è? Chi il ferro a trucidarti snuda?

Muoia, perdio, «l'empia tiranna»!

          E disperata mora, e a' suoi singulti
             Non sia che cor s'intenerisca o pieghi,
             E agli strazii perdoni ed agli insulti,

          O dal ciel pace a l'empia spoglia preghi;
             Ma l'universo al suo morir tripudi,
             E poca polve a l'ossa infami neghi.

Ricalcati su modelli alfieriani sono altresì i due sonetti del 1801:
quello dove il Manzoni ritrae sè stesso; e l'altro, _A Francesco
Lomonaco_, che si chiude con le famose terzine:

          Tal premii, Italia, i tuoi migliori, e poi
             Che prò se piangi e 'l cener freddo adori,
             E al nome voto onor divini fai?

          Sì da' barbari oppressa, opprimi i tuoi,
             E ognor tuoi danni e tue colpe deplori,
             Pentita sempre e non cangiata mai.

Quest'ultimo sonetto fu il primo componimento che dal Manzoni fosse
pubblicato.

[Illustrazione: Manoscritto del Manzoni]




                                  V.


Tuttavia, il poetino

          Giovin d'anni e di senno, non audace,
          Duro di modi ma di cor gentile,

s'avvide, o credette d'avvedersi, che Euterpe non era sincera con lui,
e la piantò in asso. In cose d'amore, diceva da vecchio, _sont staa
semper un imbrojàa_! E si lasciò sedurre dal «sospiro» di Erato.

Par proprio di quel tempo l'Ode, squillante di armonie pariniane,
che comincia _Qual su le cinzie cime_. Al poeta giovinetto fu
forse ispirata dall'«angelica» fanciulla, della quale confessava
d'essersi invaghito «con fortissima e purissima passione» nel 1801, e
soggiungeva d'aver rivista a Genova sei anni dopo[7]. Non ancora, vi
dichiara, gli occhi suoi erano «dolci»--«dotti», corresse in un'altra
copia--«d'amorose lagrime»; e gli occhi di lei, «vincendo di splendor
l'emule Vergini», gli si rivolsero «dolcemente gravi». E come «soave»
era quella voce!--Non so se anche il «parlar» di costei, «eletto e
nitido», cadesse

                          come di limpide
              Acque lungo il pendio lene rumor;

ma chi non risente la grata fragranza catulliana delle odi _Il
pericolo_ e _Il messaggio_, in queste alate strofette, leggiadramente
intessute di settenari e d'endecasillabi, e rese più agili dagli
sdruccioli non frenati da rime?

          Da gl'innocenti sguardi
             Che ancor lor possa e gli altrui danni ignorano,
             Escono accesi dardi,
             Non certi men nè di più leve incendio
             Se dal fronte scendendo il crine avaro
             Dolce fa lor riparo:

          Non altrimenti in cielo
             Febo sorgendo, di dorate nuvole
             A' suoi splender fa velo,
             Che vincitor superbi indi sfavillano,
             E la terra soggetta in suo viaggio
             Tinge di dubbio raggio.

          Oh qual tutta di nove
             Fatali grazie ride allor che l'invido
             Crin col dito rimove,
             E doppio appresta di beltà spettacolo
             Sul picciol fronte trascorrendo lieve
             Con la destra di neve!

Il poeta è stato assalito dal «fanciulletto Idalio», mentre

                         per le fiorenti
           Ascree piagge scorrea, lungo le Aonie
           Secrete acque;

e non gli valsero a difesa «gli aspri precetti di Zenon».

          Nè vuol ch'io canti, rossa
             Di sangue, Italia; onde ancor pochi godono;
             Nè di plebe commossa
             Le feroci vendette, ed i terribili
             Brevi furori, e i rovesciati scanni
             De' tremanti Tiranni.

Celebrerà dunque Venere, traente «da' gorghi del paterno Oceano Le
rugiadose chiome»,

          E il Zeffiro lascivo
             Che ne le zone de le incaute vergini
             Scherzar gode furtivo,
             Onde audaci i pastor maligni ridono,
             E a lor la guancia bella e vergognosa
             Tinge virginea rosa.

[7] Cfr. BONGHI, _Opere inedite o rare di A. M._, I, 101.

Ma il pudico poeta non ne fece poi più nulla. E si lasciò invescare
dall'«amaro ghigno» di quella Musa, che aveva pur allora perduto il
principale suo «sacerdote» nel Parini: da Talia.

Nell'ottobre del 1803, in compagnia d'un suo zio paterno e di due altre
famiglie milanesi, i Draghi e i Tordarò, era andato a Venezia; dove
rimase circa un anno. Che grata impressione ricevette da «quei palazzi
così stupendamente variati», da quel dialetto, che è, diceva, «un così
felice miscuglio di tronchi, piani e sdruccioli»! (_Cara invidia_
per chi, negli _Inni_ e nell'_Ode_, avrebbe poi adottati i metri
pariniani!). Lo zio e gli altri due, fautori e impiegati dell'Austria,
vi erano mal visti; «e siccome Tordarò era brutto bene, i Veneziani
fecero quel verso: _Due di bestie hanno il nome, un la figura_». Ma,
soggiungeva, «quanto a me, che fui conosciuto subito per avverso al
dominio straniero, si diceva: In presenza di lui si può parlare, perchè
non è dei loro». Vi conobbe molti senatori e molte gentildonne: il doge
Manin, che «in quell'inverno si lasciò rubare per ben quattro volte
il tabarro per via»: Francesco Pesaro, ancor dolente «d'essere stato
fischiato allorquando aveva proposto in Senato di armarsi e di unirsi
all'Austria contro i Francesi»; e quel Camillo Gritti, in onor del
quale il Parini aveva scritto _La magistratura_. «Io lo trovai una
sera», narrò poi il Manzoni, «in una conversazione; e, accostatomi a
lui, gli dissi pieno d'entusiasmo: C'è un'ode del Parini fatta per Lei!
Ed egli mi rispose che non se ne ricordava bene!» Ritornando, volle
soffermarsi un giorno nella «gentil Vicenza»; ma anche qui gli occorse
un caso strano. «Entrai», raccontava, «in una bottega da caffè, e uno
dei signori che vi erano seduti, s'alzò e venne a me, a chiedermi se
io ero nobile, perchè quello era il Caffè dei nobili. Io gli risposi
che nel mio paese non c'erano più queste distinzioni; e che se fossi
stato nobile prima, non lo sapevo, perchè mi pareva cosa di tanto poca
importanza da non curarsene affatto»[8]. (In verità, i Manzoni erano
nobili del contado, e possedettero un tempo il feudo onorifico di
Moncucco nel Novarese; e quando don Pietro e il fratello canonico don
Paolo vennero a stabilirsi a Milano, avevan chiesto d'essere ammessi
al patriziato, ma la domanda non era stata accolta, perchè la loro
famiglia non era vissuta per oltre cento anni nella città).

[8] FABRIS, op. cit., 89-93.

Nel soggiorno veneziano, nell'arguta oltre che bella città che fu
patria dell'ammirato Goldoni (il Manzoni, da vecchio, esclamava: «E
il Goldoni! che ingegno comico! Molière fa ridere, ma talvolta fa
odiare i suoi personaggi: Goldoni fa sorridere, e li fa amare[9]») e di
Gaspare Gozzi, si sentì dunque nelle grazie di Talia, e snocciolò l'uno
dopo l'altro tre _Sermoni_, che mandava via via agli amici milanesi.
Persuaso d'esser nato a far versi, preferiva oramai «notar la plebe con
sermon pedestre» al celebrare con «numeri sonanti» le memorande, ma
fin troppo memorate, «opre antiche d'eroi» (_Serm._ III). Non già per
«consiglio di maligno petto»; ma

                          Fatti e costumi
          Altri da quei ch'io veggio, a me ritrosa
          Nega esprimer Talia. Che se propongo
          Dir Penelope fida, e il letto intatto
          De l'aspettato Ulisse, ecco a la mente
          Lidia m'occorre, che di frutti estrani
          Feconda l'orto del marito; cui
          Non Ilio pertinace o il vento avverso,
          Ma il prego mattutino o l'affrettata
          Visita de l'amico o il diligente
          Mercurio tiene ad ingrassare il censo
          De l'erede non suo. L'imprese appena
          Tento di Cincinnato e il glorïoso
          Ferro alternato alla callosa destra,
          O i Legati di Pirro innanzi al duro
          Mangiator del magnanimo legume;
          Tosto Fulvio rammento, il qual pur jeri
          Villano, oggi pretor, poco si stima
          Minor di Giove, e spaventar mi crede
          Con la forzata maestà del guardo.

[9] FABRIS, op. cit., 90.

Difficile arte però quella del poeta, e non da sfaccendato o da
distratto in altre cure. E lo sapeva bene il Parini, il «divo Parini»!
(_Serm._ II).

          Quando sull'orme dell'immenso Flacco
          Con italico piè correr volevi,
          E dei potenti maledir l'orgoglio,
          Divo Parin, fama è che spesso a l'ugne,
          Al crin mentito ed a la calva nuca
          Facessi oltraggio[10]. Indi è che, dopo cento
          E cento lustri, il postero fanciullo,
          Con balda cantilena, al pedagogo
          Reciterà: _Torna a fiorir la rosa_.

[10] Qui è un'allusione al sonetto pariniano _Rapì de' versi miei....._
(nella mia edizione delle _Poesie_; Milano, Hoepli, 1900, p. 97); dove
da Amore si fa dire a Citerea:

.....O madre, a te sia il dono accetto, Ben che non molta in questi
carmi ho fede, Se non mentisce del cantor l'aspetto E l'usurpata chioma
e il debil piede.


E anche l'Alfieri lo sapeva, «primo signor de l'Italo coturno»! Ma ora,
quanta e quale profluvie di «versi inetti», degna forma di «maldigesta
dottrina»! Manca (mancava allora, s'intende!) il gusto della buona
poesia; e invece tutti ne voglion giudicare: «o sii tu servo, O duro
fabbro, o venda in su i quadrivi Castagne al volgo».

          Che dirò dei teatri? . . . . .
          Mentre Emon si spolmona e il crudo padre
          Alto minaccia, e la viril sua fiamma
          Ad Antigone svela, o con l'armata
          Destra l'infame reggia e il ciclo accenna,
          Odi sclamar dai palchi:--Oh duri versi!
          Oh duro amante! Dal tuo fero labbro
          Un _ben mio!_ non s'ascolta. Oh quanto meglio
          Megagle ad Aristea, Clelia ad Orazio!--

L'Alfieri è venuto in uggia per la sua austerità ed asprezza. Il dramma
che ora piace è quello novissimo--di Francesco Albergati, di Camillo e
Carlo Federici, di Giuseppe Foppa, di Giovanni de Gamerra, di Giuseppe
Zanoia, di S. A. Sografi, di Giovan Gherardo de Rossi, di Giovanni
Greppi, di F. A. Avelloni, di Andrea Willi--che mescola e confonde
il riso colle lagrime: un mirabile mostro, il piè destro calzato di
coturno, il sinistro di socco, e sul volto una maschera informe,
atteggiata a un comico ghigno ma solcata da lagrime e da sangue.

          Che ti val l'alto ingegno e l'aspra lima,
          Primo signor de l'italo coturno?
          Te, ad imparar come si faccia il verso,
          De gl'itali Aristarchi il popol manda.
          Mirabil mostro in su le ausonie scene
          Or giganteggia. Al destro pie' si calza
          L'alto coturno e l'umil socco al manco;
          Quindi va zoppicando; informe al volto
          Maschera mal s'adatta, ove sul ghigno
          Grondan lagrime e sangue.

Che insano entusiasmo, allora, in quel principio di secolo, per simili
sconcezze (ogni tempo ha le sue!)...

                            Allor che al denso
          Spettatore ei si mostra, alzarsi ascolti
          Di voci e palme un suon, che per le cave
          Volte rumoreggiando, i lati fianchi
          Scote al teatro e fa sostar per via
          Maravigliato il passaggier notturno.

Il poeta, nauseato d'un simile schiamazzo, si chiude coi suoi pensieri
e coi suoi libri, e medita.

          Io, perchè de la plebe il grido insano
          Non mi fieda l'orecchio, in questa cella
          Mi chiudo, e meco i miei pensieri, e libri
          Quanti coll'occhio annoverar tu possa.

[Illustrazione: Alessandro Manzoni a 20 anni.]




                                  VI.


Sennonchè, van bene Parini, Alfieri, Monti; van bene i sorrisi, un po'
fuggitivi e civettuoli, di Euterpe e d'Erato, e il ghigno di Talia; ma
a buon conto il novizio era quasi in sul limitare del quinto lustro, e
non ancora poteva dire d'aver infilata la sua via. E quando l'ombra di
Carlo Imbonati impreca contro i poetastri contemporanei:

          Ma voi, gran tempo ai mal lordati fogli
          Sopravvissuti, oscura e disonesta
          Canizie attende!

ei si fa animo, e le chiede:

                                Deh vogli
          La via segnarmi, onde toccar la cima
          Io possa, o far che, s'io cadrò su l'erta,
          Dicasi almen: Su l'orma propria ei giace.

E l'Imbonati--che il poeta giovanotto avea sentito largamente lodare

          Di retto acuto senno, d'incolpato
          Costume, e d'alte voglie, ugual, sincero,
          Non vantator di probità, ma probo;

l'Imbonati, ammiratore fervente di Vittorio Alfieri, e discepolo prima
e amico poi di Giuseppe Parini, il quale per lui appunto, si badi,
aveva scritto _L'educazione_--gli traccia un magnifico programma di
vita e d'arte. Una vita nuova, che avesse per meta la virtù e fosse per
ciò stesso una dura milizia «contra i perversi affratellati e molti»:

      Tu, cui non piacque su la via più trita
      La folla urtar che dietro al piacer corre
      E a l'onor vano e al lucro; e de le sale
      Al gracchiar voto e del censito volgo
      Al petulante cinguettio, d'amici
      Ceto preponi intemerati e pochi,
      E la pacata compagnia di quelli
      Che, spenti, al mondo anco son pregio e norma:
      Segui tua strada; e dal viril proposto
      Non ti partir, se sai.

E un'arte nuova, che sia la sincera e schietta espressione di quella
nuova vita:

          Sentir, riprese, e meditar: di poco
          Esser contento: da la meta mai
          Non torcer gli occhi, conservar la mano
          Pura e la mente: de le umane cose
          Tanto sperimentar quanto ti basti
          Per non curarle: non ti far mai servo:
          Non far tregua coi vili: il santo Vero
          Mai non tradir, nè proferir mai verbo
          Che plauda al vizio o la virtù derida.

Al Manzoni, dunque, si schiudeva finalmente la vera sua strada! Più
tardi, nel 1823, volendo esporre, nella _Lettera_ a Cesare d'Azeglio
sul _Romanticismo in Italia_, il suo parere circa «il principio
generale a cui si possano ridurre tutti i sentimenti particolari
sul positivo romantico», proclamerà nettamente «che la poesia, o la
letteratura in genere, debba proporsi l'utile per iscopo, il vero per
soggetto e l'interessante per mezzo». E il poeta--il quale aveva già
composti gl'_Inni sacri_ e le due tragedie, e da due anni attendeva al
Romanzo--determinerà che la poesia «debba per conseguenza scegliere
gli argomenti pei quali la massa dei lettori ha o avrà, a misura che
diverrà più colta, una disposizione di curiosità e di affezione, nata
da rapporti reali, a preferenza degli argomenti pei quali una classe
sola di lettori ha una affezione nata da abitudini scolastiche, e
la moltitudine una riverenza non sentita nè ragionata, ma ricevuta
ciecamente. E che in ogni argomento debba cercare di scuoprire e di
esprimere il vero storico e il vero morale, non solo come fine, ma
come più ampia e perpetua sorgente del bello, giacchè, e nell'uno e
nell'altro ordine di cose, il falso può bensì dilettare, ma questo
diletto, questo interesse è distrutto dalla cognizione del vero; è
quindi temporario e accidentale. Il diletto mentale non è prodotto
che dall'assentimento ad una idea; l'interesse, dalla speranza di
trovare in quella idea, contemplandola, altri punti di assentimento e
di riposo. Ora, quando un nuovo e vivo lume ci fa scuoprire in quella
idea il falso, e quindi l'impossibilità che la mente vi riposi, vi si
compiaccia, vi faccia scoperte, il diletto e l'interesse spariscono.
Ma il vero storico e il vero morale generano pure un diletto, e questo
diletto è tanto più vivo e tanto più stabile, quanto più la mente che
lo gusta è avanzata nella cognizione del vero: questo diletto adunque
debbe la poesia e la letteratura proporsi di far nascere».

La nuova scuola, propugnata e seguìta, con iscritture teoriche
insigni e con capolavori d'arte quali da un pezzo non s'eran più
visti in Italia, dal Manzoni; quella scuola che anche presso di noi
si disse Romantica, «emancipando la letteratura dalle tradizioni
tecniche, disobbligandola, per così dire, da una morale voluttuosa,
superba, feroce, circoscritta al tempo e improvvida anche in questa
sfera, antisociale dove è patriottica, ed egoistica quando cessa
d'essere ostile», tendeva certamente, e nessuno oserebbe affermare
che non conseguisse il suo nobile fine, «a render meno difficile
l'introdurre nella letteratura le idee e i sentimenti che dovrebbero
informare ogni discorso. E dall'altra parte, proponendo, anche in
termini generalissimi, il vero, l'utile, il buono, il ragionevole,
concorre se non altro con le parole, che non è poco, allo scopo della
religione: non la contradice almeno nei termini. Per quanto una tale
azione d'un sistema letterario possa essere indiretta», non «la
giudicherà indifferente» chi abbia «osservato quanto influiscano sui
sentimenti religiosi i diversi modi di trattare le scienze morali, che
tutte alla fine appartengono alla religione, quantunque distinzioni
e classificazioni arbitrarie possano separanele in apparenza e
in parole»; chi abbia «osservato come senza parere di toccare la
religione, senza neppur nominarla, una scienza morale prenda una
direzione opposta ad essa, pervenga a risultati che sono inconciliabili
logicamente con gl'insegnamenti di essa; e come talvolta poi, avanzando
o dirigendosi meglio nelle scoperte, essa stessa convinca d'errore
quei risultati, e venga così a ravvicinarsi alla religione senza
pur nominarla, direi quasi senza avvedersene». Della letteratura,
riconsacrata col sistema romantico, doveva avvenire, ed avvenne, come
d'altre scienze morali od economiche. I più recenti cultori di queste
ultime, mercè «un più attento e più esteso esame dei fatti, e un
ragionato cangiamento di principii», hanno scoperta «la falsità e il
fanatismo» di canoni puramente filosofici e di «dottrine opposte al
Vangelo»; e «sul celibato, sul lusso, su la prosperità fondata nella
ruina altrui, sur altri punti pure importantissimi, hanno stabilite
dottrine conformi ai precetti ed allo spirito del Vangelo». «S'io non
m'inganno», concludeva il Manzoni, «quanto più quelle scienze divengono
ponderate e filosofiche, tanto più esse diventano cristiane; e più
ch'io considero, più mi pare che il sistema romantico tenda a produrre
e abbia cominciato a produrre, nelle idee letterarie, un cangiamento
dello stesso genere».

Il Manzoni s'era dunque messo baldanzosamente per la via segnatagli
dall'Imbonati, e, avendo oramai quasi superata l'erta, già già toccava
la cima. Sul bel cacume del dilettoso monte--paradiso terrestre della
letteratura nuova d'Italia--verdeggiano di sempiterna primavera _I
promessi sposi_.




                                 VII.


Occorre tuttavia spendere qualche altra parola intorno al noviziato
poetico del Manzoni, e soprattutto intorno a quel Carme dov'ei tracciò
così nettamente il programma della vita e dell'arte sua.

Rifacciamoci un po' dall'alto. Il 12 settembre 1782 era rogata, in
Milano, la scritta nuziale tra la Giulia Beccaria, giovanetta sui venti
anni (era nata il 1762), e il nobile Pietro Manzoni, di quarantasei
anni (era nato a Castello sopra Lecco, il 1736); e il 20 ottobre il
matrimonio era benedetto, nell'oratorio di casa Beccaria, in via Brera.
Alla non piccola differenza dell'età, s'aggiungeva qualche altra
ragione che non lasciava augurar bene di quelle nozze. La Giulia era
stata varii anni rinchiusa in collegio; intanto che suo padre, rimasto
vedovo nell'aprile del 1774, aveva avuto gran fretta di riammogliarsi.
Alla giovanetta, vivace di carattere, non poteva garbare la dipendenza
dalla matrigna; e le parve dunque d'acciuffar la fortuna quando, mercè
la «lodevole destrezza e mediazione» nientemeno che di Pietro Verri,
potè divenire la signora Manzoni.

A giudicarne dai ritratti, non si direbbe bellissima; ma tutti che la
conobbero, e lasciaron ricordo di lei in lettere non destinate certo
alla pubblicità, attestano che essa conquistava l'altrui ammirazione
e simpatia col pronto ingegno, la varia coltura, la conversazione
amabilissima, l'eloquenza appassionata. Del resto, non so quale altra
donna potrebbe presentare alla posterità un passaporto con connotati
che equivalgano a quelli, che essa invano sperò il figliuolo lasciasse
incidere sul suo sepolcro: «A Giulia, figlia di Cesare Beccaria, madre
di Alessandro Manzoni». È vero; ma qualche nobile donna potrebbe non
invidiare, anzi compiangere, chi, pur desiderando di perpetuare la
memoria del suo orgoglio filiale e materno, non trovò una sola parola
da dedicare a un orgoglio meno fortuito. Essa, a buon conto, non potè
vantare d'aver provato pur «le gioie infinite e inesprimibili di un
altro sentimento, meglio completo, che investe ed abbraccia tutte
le qualità della mente e del cuore, perchè esso è insieme passione,
orgoglio, ammirazione»[11].

[11] Son parole d'una donna gentile.

Don Pietro Manzoni non valeva certo, per ingegno e dottrina, nè il
suocero nè il figlio; ma un brav'uomo pare che fosse anche lui. Un
letterato non era; ma aveva care le lettere e le arti belle, e apriva
volentieri la sua casa ai cultori di esse. Suo fratello, che viveva con
lui, era monsignore del Duomo, e un brav'uomo egli pure.

I Manzoni eran meglio che agiati; e la Giulia non portava in dote se
non 5000 scudi e mille di corredo: uno zio materno le aveva fatto dono
di altri mille scudi. Don Pietro aveva meglio mirato alle doti dello
spirito e al nome glorioso. L'amore sarebbe dovuto nascer dopo, dalla
convivenza. Sennonchè il fanciullo alato, ma cieco, non ritrovò mai
la via di San Damiano e la casa al n.º 20, dove quella coppia rimase
ad abitare; e dove, due anni e mezzo dopo le nozze, un bambino, punto
cieco anzi «divin raggio di mente», apriva gli occhi alla luce. Non
aveva attaccate agli omeri alucce apparenti, ma nel piccolo cranio
aveva accartocciate ali ben altrimenti poderose. Don Pietro gl'impose
il nome di suo padre, Alessandro; e spessissimo andava a Lecco, per
sorvegliarne l'allevamento.

Tra quei che frequentavano la casa Manzoni, fu altresì quel figliuolo
del conte Giuseppe Maria Imbonati e di donna Francesca Bicetti, che
aveva avuto per precettore il Parini; e che, per aver superato--egli,
il nipote del dottor Bicetti a cui il poeta aveva diretta l'ode
sull'_Innesto del vaiuolo_--il terribile morbo, meritò la magnifica
ode _Torna a fiorir la rosa_. Giovan Carlo era nato (il 1753; contava
dunque circa nove anni più della Giulia) tra le carezze della fortuna
e i sorrisi dell'arte. Erede di due case, gl'Imbonati e i Bicetti, per
diversa ragione illustri, Pietro Verri ne aveva da Vienna salutato
l'avvento con un'ode anacreontica, ricca di lieti presagi se non
di pregi poetici. Dalla madre, poi, rimasta vedova quand'egli si
trovava sui quindici anni, era stato mandato in un collegio di Roma.
E tornatone, qui a Milano conquistò subito fama di virtuoso e di
filosofo, la mente e il cuore aperti alle più sane e liberali idee
moderne.

A buon conto, per una giovane signora, ch'era avvezza a sentirsi
considerata, e a considerar sè medesima, quale un gentile ed olezzante
fiore sbocciato in un'aiuola donde e l'_Enciclopedia_ e i libri del
Rousseau, del Voltaire, dell'Helvetius, del Montesquieu, del Genovesi,
del Filangieri avevano spazzata la nebbia dei pregiudizii sociali
e religiosi; per una donna, ch'era conscia ed orgogliosa del gran
nome paterno, risonante glorioso per tutta Europa, e che risentiva
fortemente in sè stessa i fremiti di quel burrascoso rinnovamento
sociale che s'annunziava all'orizzonte con lampi e bagliori sanguigni:
per una tal donna, quel giovane Imbonati, immune dei vizii nobileschi
flagellati nel _Giorno_, la fronte redimita degli allori pariniani,
ansioso anch'egli del trionfo delle nuove idee, o come non doveva parer
l'uomo ideale, quasi il leggendario cavaliere sognato e vagheggiato
nella impaziente fantasia? E per lui, pel cavaliere filosofo, la Giulia
Beccaria o come non doveva rassomigliare, negli atti e nelle parole,
alla donna sognata?

          Tutta al volto, ai costumi, alla favella
          Pari alla donna che il rapito amante
          Vagheggiare ed amar confuso estima?

Il 23 febbraio 1792, poco più che nove anni dopo ch'era stato
giurato, «si ruppe lo comun rincalzo»; e fu pronunziata la sentenza
di separazione. Don Pietro pare mettesse tutto il suo miglior volere
perchè non avvenissero scandali; e restituì alla Giulia tutta la sua
dote, aggiungendovi qualche dono. Tuttavia uno scandalo fu lì lì per
iscoppiare, a proposito della dote materna, che la Giulia pretese il
padre le consegnasse subito ed intera. (Eran lire 45,000). Il marchese
non volle acconsentire; e alla imprudente figliuola riuscì pur troppo
facile trovare un Azzecca-garbugli, che s'assunse l'odiosa parte di
rappresentar Cesare Beccaria quale un tiranno domestico e un demagogo.
Se lo scandalo tribunalesco non dilagò, fu solo perchè un colpo
d'apoplessia spezzò il cuore di quel povero padre, a 56 anni, il 28
novembre 1794.

La separazione dei due coniugi fu, non solo da essi, ma da tutti
coloro che li avvicinavano, considerata quale un vero e proprio
divorzio. Non era quest'antico istituto della Roma repubblicana meglio
consentaneo a quelle tali leggi di natura, a cui i contemporanei
del Rousseau si mostravan tanto devoti? Va bene, in omaggio alle
prescrizioni barbogie della legge scritta, la Giulia aveva scelto
per suo nuovo domicilio la casa d'uno zio materno; ma, compiuta
questa formalità, chi avrebbe osato di biasimare il suo affetto per
l'Imbonati? Forse che l'Alfieri e la contessa d'Albany avean cessato
d'accentrare in loro la stima, anzi la venerazione, di tutti i nobili
spiriti d'Italia, per la mancanza del visto delle autorità civili od
ecclesiastiche alla loro libera unione? «Mia cara Giulia», scriveva
alla cognata morganatica una delle sette sorelle Imbonati, «non v'è
altro bene nel mondo che due anime che s'incontrino; e le vostre son
tali. Prosiegui, mia cara, a render felice chi ti fa felice, e ricevi i
miei cordiali ringraziamenti per l'assistenza e le affettuose premure
che tieni per il mio caro Imbonati, del quale sento con tanta pena che
alle volte soffre nella sua preziosa salute»[1].

Anche don Pietro non dava poi in ismanie. Da quelle nozze si direbbe
ch'egli avesse avuto quanto meglio desiderava; e in verità il frutto
non poteva esserne nè più prezioso, nè più appetitoso. Con quella
collaboratrice valente che glielo aveva procurato, egli si mostrò
sempre largo e generoso. In casa, non è presumibile che egli o i
parenti o gli amici ne sparlassero, e neanche che esprimessero
sentimenti di rancore per l'Imbonati. Molti di quegli amici
frequentavano anche la signora Giulia. E ad ogni modo, non sembra che
al giovanetto Alessandro giungesse mai l'eco di rancori domestici;
chè, vivendo nella casa paterna, egli serbò sempre immutata la
sua devozione affettuosa verso la madre, e la stima altissima per
l'antico alunno del Parini. Pur quand'era in collegio, e vi riceveva
le visite alterne della madre e del padre, nulla par trapelasse dai
loro discorsi dell'irreparabile dissidio. Al Monti, che nel settembre
1803 gli scriveva a Lecco: «Presentate al vostro signor padre i
miei ringraziamenti e rispetti»; al Monti, di cui egli scriveva in
una lettera da Venezia del 24 marzo 1804: «Se Monti vuoi mandarmi il
_Persio_, lo faccia avere, col nome di Dio, a mio padre a Milano»; non
si peritava di scriver da Parigi, il 31 agosto 1805: «Io ho sentito
veramente il bisogno di scriverti, di comunicare a te la mia felicità,
a te che me l'avevi predetta; di dirti che l'ho trovata fra le braccia
d'una madre; di dirlo a te, che tanto mi hai parlato di lei, che tanto
la conosci. Io non cerco, o Monti, di asciugar le sue lacrime; ne verso
con lei; io divido il suo dolore profondo, ma sacro e tranquillo».

E questo dolore, s'intende, era per la morte dell'Imbonati! Del quale
il Manzoni medesimo ripiglia a dire, in fin della lettera: «Io non vivo
che per la mia Giulia, e per adorare ed imitare quell'uomo che solevi
dirmi essere la virtù stessa». E la sua Giulia, ch'era poi la madre,
aggiunge due righe al «caro Monti». «Oh voi che lo amate», scrive,
«voi che veramente lo conoscete, giacchè poteste proporgli per modello
l'adorato mio Carlo, voi misurate l'amore immenso che gli porto, da
quell'immenso ancora dolore, sacro, insanabile, che sento e provo per
Lui». E continua parlando infocatamente di lui, cioè dell'Imbonati;
il quale, a buon conto, aveva in terra usurpato il loco di don Pietro
Manzoni, che non vacava «nella presenza del figliuol di Dio», e nemmeno
avrebbe dovuto parer vacante al figliuolo di don Pietro stesso e
di lei! «Ah! voi non mi direte già di distrarmi nè di consolarmi»,
soggiungeva donna Giulia nel poscritto al Monti: «voi non potete
immaginare che si ardisca tentare di mettere una lacuna nell'eternità,
già incominciata per me perchè fissata sopra di Lui».




                                 VIII.


Nel Carme v'è un accenno oscuro a malignazioni e a calunnie[12].
Il Manzoni le disdegnò in Milano, e disdegna ora, a Parigi,
d'intrattenerne l'ombra dell'Imbonati.

[12] Notevole quest'altro accenno, in una lettera al Pagani, da Parigi,
14 settembre 1806: «Io preferisco l'indifferenza naturale dei Francesi,
che vi lasciano andare pei fatti vostri, allo zelo crudele dei nostri,
che s'impadroniscono di voi, che vogliono prendersi cura della vostra
anima, che vogliono cacciarvi in corpo la loro maniera di pensare; come
se chi ha una testa, un cuore, due gambe ed una pancia, e cammina da
sè, non potesse disporre di sè, e di tutto quello che è in lui, a suo
piacimento».

          Nè l'orecchio tuo santo io vo' del nome
          Macchiar de' vili, che oziosi sempre,
          Fuor che in mal far, contra il mio nome armaro
          L'operosa calunnia. A le lor grida
          Silenzio opposi, e a l'odio lor disprezzo.
          Qual merti l'ira mia fra lor non veggio;
          Ond'io lieve men vado a mia salita,
          Non li curando.

Chi sa? ma furon forse appunto le «grida» dei maligni, che
infastidirono, a lungo andare, anche la Giulia e l'amico suo, e
l'indussero a lasciar Milano. Giancarlo, già, pare, infermiccio,
dispose, l'ottobre del 1795, di tutta la sua sostanza: ad eccezione di
qualche speciale legato, nominava sua erede la Giulia; «e questa mia
libera e irrevocabile disposizione», dichiarava per man di notaio, «è
per un attestato, che desidero sia reso pubblico e solenne, di que'
senti menti puri e giusti, che debbo e sento per detta mia erede, per
la costante e virtuosa amicizia a me professata, dalla quale riporto
non solo una compiuta sodisfazione degli anni con lei passati, ma
un'intima persuasione di dovere alla di lei virtù e vero disinteressato
attaccamento quella tranquillità d'animo e felicità, che m'accompagnerà
fino al sepolcro». E si misero in cammino. Viaggiarono un po' qua
e un po' là per l'Europa; visitarono anch'essi--era un dovere di
moda, per gli spiriti ansiosi del rinnovamento politico: si pensi al
Montesquieu e all'Alfieri, al Voltaire e al Foscolo, alla Staël e al
Baretti!--l'Inghilterra; e finalmente si stabilirono a Parigi. Qui
il nome di Beccaria era la più valida delle commendatizie; e i due
amici furono accolti e festeggiati nei ritrovi più intellettuali, in
casa Condorcet, soprattutto, e alla villa della Maisonnette a Meulan.
L'idillio non fu spezzato che dalla morte di Giancarlo, che avvenne il
15 marzo 1805.

In quei giorni appunto si concertava di chiamare a Parigi anche
Alessandro, oramai sui venti anni. Dall'ombra dell'Imbonati il poeta si
fa dire:

                                E sai se, quando
              Il mio cor ne le membra ancor battea,
              Di te fu pieno, e quanta parte avesti
              De gli estremi suoi moti....

Ed egli di rimando:

                      Allor ch'io l'amorose e vere
          Note leggea, che a me dettasti prime,
          E novissime furo; e la dolcezza
          De l'esser teco presentia, chi detto
          M'avria che tolto m'eri! E quando in caldo
          Scritto gli affetti del mio cor t'apersi,
          Che non saria da gli occhi tuoi veduto,
          Chiusi per sempre! Or quanto, e come acerbo
          Di te nutrissi desiderio, il pensa.

A compiere quel viaggio ora fu sollecitato dalla madre desolata. Egli
corse, e da quella cara e inconsolabile donna udì narrare «sospirando,
Come si fa di cosa amata e tolta», di quale «_virtù_ fu tempio il
casto petto» dell'amico rimpianto. Il poeta si ricordò in buon punto
di Vittorio Alfieri; chè ora egli era tutto Alfieri. All'amico Pagani,
ch'era invece tutto Monti, scriveva di questi tempi (18 aprile 1806):
«Tu mi parli di Alfieri, la cui _Vita_ è una prova del suo pazzo
orgoglioso furore per l'indipendenza, secondo il tuo modo di pensare;
e secondo il mio, un modello di pura, incontaminata, _vera virtù_
di un uomo che sente la sua dignità, e che non fa un passo di cui
debba arrossire». E poichè l'Alfieri aveva consacrato all'immacolata
memoria dell'amico Francesco Gori, «ignoto ai contemporanei suoi,
perchè degni non erano di conoscerlo forse», quel magnanimo Dialogo
che intitolò appunto _La virtù sconosciuta_; su quelle orme, egli, il
Manzoni, ricalcò un nobilissimo epicedio, per celebrare la _virtù_
dell'Imbonati, anche essa non affidata ad altre opere o di mano o
d'ingegno.

Aveva disperato--troppo presto, in verità--di vedere in terra «un
raggio di _virtù_» (è la parola di moda, tra quegli scrittori
neo-classici e neo-repubblicani; ma il Manzoni aveva pur nell'orecchio
il petrarchesco: «Però che altrove _un raggio_ Non veggio _di virtù_,
che al mondo è spenta»); ed ecco la madre piangente gliene additava un
faro; ma ohimè allora allora spento! Ebbene, sarà mai possibile

                      che di tal merto pera
          Ogni memoria? E di cotanto esemplo
          Nullo conforto il giusto tragga, e nulla
          Vergogna il tristo?

La mossa è tutta alfieriana. Quando, «al fosco e muto ardere della
notturna lampada», all'Alfieri dormente appare, in «un raggiante
infuocato chiarore» e diffondendo intorno un «soavissimo odore»,
l'ombra «del già dolce suo amico del cuore e dell'animo», egli, rifatto
un po' dallo spavento, ripiglia:

 «Assai cose mi rimaneano a dirti e ad udire da te, quando (ahi lasso
 me!) per poche settimane lasciarti credendomi, senza saperlo, io
 l'ultimo abbraccio ti dava. Desolato io ed orbo mi sono da quel giorno
 funesto; nè altra scorta al ben vivere ed alle poche e deboli opere
 del mio ingegno mi rimase, se non la calda memoria di tue possenti
 parole, e di quella tua tanta _virtù_, di cui nobile ed eccelsa prova
 al mondo lasciare ti avevan tolto i nostri barbari tempi, l'umil tua
 patria, un certo tuo stesso forse ben giusto disdegno, ed infine
 l'acerba inaspettata tua morte».

Il Manzoni procede più immaginoso e colorito: oltre al Dialogo
alfieriano, egli ha presente l'episodio dantesco di Brunetto Latini
(e ora si studia d'imitar Dante, con devota e tranquilla ammirazione,
senza risentire quelle bizzarre insofferenze che lo tormentaron
poi), e altresì l'apparizione dell'ombra di Ugone a Goffredo, in
quella _Gerusalemme liberata_ (XIV, 1 ss.) che dopo si spassò molto a
canzonare (non cessando però dall'appassionarsi pel Grossi e pei suoi
_Lombardi_ e le sue novelle in versi!)[13]. E poi, l'arte e la poetica
montiana non eran davvero passate senza lasciar traccia sull'arte e
sulla sua educazione letteraria. Il Manzoni ha già, od ha ancora, il
gusto dei paragoni minuziosi, larghi, quasi d'intere scenette: quali
sono in Omero e in Dante, nel Milton e nel Parini; e quali saranno
negl'_Inni sacri_ (a ognuno cadrà in mente il _masso_ dal vertice del
_Natale_) e nelle tragedie (basterà ripensare alla _rugiada_ che pugna
col _sole_ nel coro d'Ermengarda). Laddove l'Alfieri, nelle tragedie in
ispecie, abborre da ogni maniera di paragoni; e questa dura astinenza
non contribuisce poco alla durezza e alla magrezza, che tanto i
contemporanei del Cesarotti e del Monti gli rimproveravano[14].

[13] Indicai le ragioni psicologiche ed artistiche di codesta scarsa
ammirazione pel Tasso in uno scritto d'occasione, _Nel terzo centenario
della morte del Tasso_ (pubblicato nel _Corriere della sera_ del 25
aprile 1895), che non mi pare indegno di ricordo.

[14] Mi piace di rilevare da un articolo d'occasione di quell'insigne
maestro e artefice di stile che è FRANCESCO D'OVIDIO (_Il centenario
della morte di Vittorio Alfieri_, nel _Corriere della sera_, 8 ottobre
1903) questo tocco: «Più che la durezza, al suo stile si potrebbe
veramente apporre la scarsezza di colorito, d'immagini splendide, di
paragoni efficaci, di arguzia profonda».

Così l'alfieriano Gori come il manzoniano Imbonati si mostran
nauseati di quel mondo, in mezzo a cui avevano dovuto vivere; e se
pur lo lasciarono con un senso di rammarico, ciò avvenne in grazia di
un'unica persona, cara al loro cuore. Più elegiaco e più, direi quasi,
umanitario, si mostra l'Imbonati; più tragico e più schiettamente
italiano, il Gori. La morte, questi dice, «a me dolse soltanto perchè,
senza neppur più vederti negli ultimi miei momenti, io lasciava te
immerso fra le tempeste di mille umane passioni»; tuttavia, essa «al
mio cuore e pensamento giovava, poichè da tanti sì piccioli e nauseosi
aspetti per sempre toglieami». Che vita è la nostra? «Privato ed
oscuro cittadino nacqui io di picciola e non libera cittade; e nei più
morti tempi della nostra Italia vissuto, nulla vi ho fatto nè tentato
di grande: ignoto agli altri, ignoto quasi a me stesso, per morire
io nacqui, e non vissi; e nella immensissima folla dei nati-morti
non mai vissuti, già già mi ha riposto l'oblio». Si capisce: il Gori
è un Alfieri mancato; e non era possibile all'Alfieri ritrarre un
personaggio a cui egli non prestasse parte dell'anima sua, o in cui non
riproducesse un lato almeno del suo carattere.

Ma per il Manzoni le cose andavan diversamente. Non già che nel
poeta del _Trionfo della Libertà_ fosse ora affievolito il sentimento
patriottico, anzi il feroce sentimento alfieriano dell'italianità;
ma in lui prevaleva, fin d'allora, nella rappresentazione poetica,
il rispetto geloso del vero storico. E l'Imbonati gli era sì stato
descritto come esemplare d'ogni virtù privata, ma nessuna gran prova,
se Dio vuole, aveva egli dato delle sue virtù pubbliche e del suo
patriottismo. Era pariniano; e il Parini desiderava con tutta l'anima
che i suoi concittadini divenissero sempre più «saggi e buoni», ma,
quanto alla forma del governo, non mostrò mai spiccate preferenze. Che
l'amministrazione fosse onesta e illuminata, questo a lui sembrava
dovesse bastare; nulla curando che le riforme invocate fossero attuate
da una tirannia assoluta o da una temperata, da un despota straniero o
da uno paesano. Anzi, per lui il Paese finiva al Ticino e al Po; e Roma
e Napoli erano un tantino più lontane di Parigi, e Torino e Firenze un
po' meno vicine di Vienna!

Quanto a sè, il poeta della _Libertà_, dell'_Adelchi_, del _Marzo
1821_ era e rimase sempre, circa il sentimento e il desiderio
dell'unità e indipendenza nazionale, con l'Alfieri: anche quando il suo
sentimento umanitario e religioso lo consigliò a divorziare da codesto
magnanimo, a proposito dell'odio misogallico ch'ei voleva tener vivo
negl'Italiani. In alcuni frammenti, pubblicati postumi, della _Morale
cattolica_, il Manzoni si diede a confutare «con tanto maggior forza
quanto maggiore è la riputazione del suo autore», quella «proposizione
perversa e assurda» del _Misogallo_, che proclamava soggetto d'invidia
«la barbarie degli antichi» e incalcava «l'odio sistematico contro
ventotto milioni d'uomini»: un vero «delirio» codesto, «che non può
divenir generale nè durare in un paese dove è stato annunziato il
Vangelo». Sennonchè ivi stesso, a proposito del solenne biasimo che
il nobilissimo conte infligge alle città italiane che «stoltamente
adastiandosi, fanno coi loro piccioli, inutili ed impolitici sforzi,
ridere e trionfare gli elefanteschi lor comuni oppressori», il Manzoni
s'affrettava a dichiarare: «Tolga il Cielo ch'io cerchi d'indebolire
la disapprovazione contro questi miserabili odi municipali!» Gli è
che il poeta del _Marzo 1821_ si sentiva più _cattolico_ che non il
paganizzante Alfieri, e dantescamente «cittadino del mondo» oltre che
italiano. «Ma bisogna estendere il principio», perciò soggiungeva,
«bisogna sentire e ripetere che la somiglianza che ci dà l'essere
d'uomo, è ben più forte che la diversità di nazione». E ad ogni modo,
il suo sentimento unitario era così vivo ed alfieriano, anche allora,
da suggerirgli questa caratteristica osservazione, a proposito della
pecoresca concordia e costanza di alcuni stranieri a tacciarci di vizi
che non abbiamo: «Forse il vederci riuniti nella condanna ci farà
sentire sempre più che siamo fratelli: siamo tutti posti in società di
difetti, ebbene è sempre una società; col dare a tutti gl'Italiani lo
stesso carattere, per vizioso che egli sia, ci ricordano che abbiamo
una patria»[15].

[15] Cfr. _Opere inedite o rare_, ecc.; III, pp. 365-70, 313.




                                  IX.


Il Carme del giovane Alessandro volle essere la consacrazione
coraggiosa e la balda apoteosi di quell'episodio domestico,
caratteristico d'un tempo in cui le sentimentalità ribelli di
Giangiacomo Rousseau eran reputate sicure dottrine d'una nuova
morale, e l'unione dell'Alfieri con la D'Albany un memorabile esempio
di sfranchimento da vieti pregiudizii. Quel Carme, lo spensierato
ammiratore della _Vita_ e delle _Rime_ del fiero Allobrogo volle
gettarlo come un guanto di sfida sul viso di quanti osavano sparlare,
o sorridere a mezza bocca, della virtù della «pudica sposa» di don
Pietro Manzoni così «cara» all'Imbonati. Ma che! Questi era un uomo
singolarissimo:

          Di retto acuto senno, d'incolpato
          Costume, e d'alte voglie, ugual, sincero,
          Non vantator di probità, ma probo;

un uomo, che ben mostrava d'aver fatto tesoro degli ammaestramenti del
Parini camuffato da «Centauro ingegnoso», dacchè «quel più dolce senso»
onde s'era piegato ad amare, lo aveva reso «fido amante e indomabile
amico».

Il poeta, da vero _enfant terrible_, non sospetta nemmeno d'arrecar
offesa all'altro suo parente, che viveva ancora a Milano, rassicurando
quell'intruso, allora morto, dell'imperituro amore di sua madre per lui!

          Certo so ben che il duol t'aggiunge e il pianto
          Di lei che amasti ed ami ancor, _che tutto_,
          _Te perdendo, ha perduto_.

Il volterriano ridiventa spiritualista per consolare quelle due anime
sconsolate! Se non altro il Petrarca sodisfaceva la sua interminabile
vanità, quando immaginava che l'anima di Laura, dimentica di tutti i
suoi affetti di sposa e di madre fecondissima, gli dicesse in visione:

          _Te solo aspetto_, e quel che tanto amasti
          E laggiuso è rimaso, il mio bel velo.

Ma dell'incomodo signor De Sade--il «geloso» della poesia
provenzalesca--e della numerosa e perturbatrice sua prole, era
naturale, soprattutto naturale, che all'intraprendente canonico
importasse poco. Nel caso del Manzoni invece, qualcuno avrebbe potuto
pretendere dal pudico ed onesto figliuolo un più guardingo riserbo;
almeno, un rispettoso silenzio[16].

[16] Con tutto il rispetto dovuto a un uomo così puro come fu e si
mantenne sempre il Manzoni, bisogna confessare che non si legge senza
un certo brivido di freddo la lettera sua al Fauriel, da Torino, il
30 marzo 1807. Comincia: «Je vous disais, mon cher Fauriel, dans ma
lettre de Gènes, qu'elle aurait été bientôt suivie d'une autre; ne la
recevant pas, vous avez dû croire que le motif de ce retard devait
être bien fort. Il est bien fort et bien affligeant: le jour après
que je vous avais écrit, je reçus une lettre de Milan qui m'annonçait
que mon père était très-malade et désirait me voir: je partis tout
de suite: ma bonne mère m'accompagna; mais a mon arrivée, on me dit
que je ne pouvais pas avoir la consolation de voir mon père: car
le jour même qu'on m'avertit de sa maladie fut son dernier jour.
N'ayant fait cette course que pour voir mon père, je ne m'arrêtai que
trois jours a Brusuglio» [nella casa di campagna dove la madre aveva
trasportata e composta la salma dell'Imbonati!], «à une lieue de
Milan, et nous repartîmes pour Turin, où nous resterons un mois à peu
près avec M.me Sannazari» [la sorella dell'Imbonati!]. «Ni ma mère
ni moi n'avons même mis le pied dans Milan; elle n'avait aucun motif
d'y aller: moi-même je n'en avais plus».--E in verità non riesce a
riscaldarci la lettera seguente, degli 8 aprile: «Vous aurez reçu ma
lettre, dans laquelle je vous informe de la perte de mon père. J'ai
été a Brusuglio en espérant le voir à Milan; n'étant plus à temps, je
n'ai pas mis le pied dans la ville, par crainte qu'on ne m'accusât de
l'avoir fait après sa mort, moi qui n'y allais pas de son vivant; et
parce que j'aurai moi-même éprouvé une répugnance à le faire, quoique
ce ne fut pas à cause de lui que je n'y allais pas, puisqu'au contraire
c'est à cause de lui seul que je m'en suis approché. Paix et honneur à
sa cendre». Ah sì, pace e onore davvero, pover'uomo!

Il fatto è che perfin l'Imbonati «mestamente sorride» all'ingenua
assicurazione dell'entusiasta Alessandro, e prende coraggio per
dichiarargli:

                              Se non fosse
          Ch'io t'amo tanto, io pregherei che ratto
          Quell'anima gentil fuor de le membra
          Prendesse il vol, per chiuder l'ali in grembo
          Di Quei ch'eterna ciò che a Lui somiglia;
          Chè fin ch'io non la veggo, e ch'io son certo
          Di mai più non lasciarla, esser felice
          Pienamente non posso.

Si direbbero parole d'un Paolo Malatesta, spedito al mondo di là un po'
prima dell'altrui Francesca!

Comunque, il Manzoni-Beccaria pare leggesse quel suo Carme prima
agl'illustri frequentatori della Maisonnette, che se ne saranno
felicitati con la signora Giulia; e poi, nel gennaio del 1806, lo
diede a stampare, in Parigi stessa, al Didot. Ne furon tirati soltanto
cento esemplari; e uno di essi, in pergamena, fu dal figliuolo offerto
alla madre, e da questa poi donato, quasi reliquia domestica, ai
nipoti. L'esiguo numero delle copie, scrisse un giornale del tempo, fu
«appena sufficiente a destare la pubblica curiosità»; onde il Manzoni,
e più forse la madre, procurarono che il Carme venisse ristampato
in Milano, nel «fatale giorno anniversario della morte del virtuoso
Imbonati». All'amico Pagani, cui commetteva quell'ufficio, Alessandro
soggiungeva il 12 marzo: «Mia madre dice che un tuo sospiro per _lui_
sarà a lui un omaggio, una consolazione a lei, e che in quel momento
le nostre anime saranno unite». E ancora: «Facendo l'edizione di cui
ti ho parlato», scriveva, «vorrei che tu aggiungessi al mio nome un
titolo di cui mi glorio, e che mettessi sul frontispizio: _Alessandro
Manzoni Beccaria_». Così, «degnato del secondo nome», gli enfatici
amici parigini preferivan chiamarlo; e il Le Brun--quel Ponzio Dionigi
Le Brun, del quale il Manzoni ha scritto un elogio, che il simile forse
mai non scrisse di altri[17]--, donandogli un suo componimento stampato,
vi aveva voluto assolutamente scriver sopra: _À M. Beccaria. C'est un
nom trop honorable pour ne pas saisir l'occasion de le porter. Je veux
que le nom de Le Brun choque avec celui de Beccaria._

Sennonchè il Pagani o non volle o non era più in tempo per contentarlo;
e l'opuscolo portò in fronte: _In morte di Carlo Imbonati, versi di
Alessandro Manzoni a Giulia Beccaria sua madre._ E fu bene; e anzi non
s'intende come, volendo mantenere la dedica alla madre, ch'è richiesta
dal Carme stesso, se ne potesse già spender prima il cognome. Ma fu
male che l'amico zelante aggiungesse di suo capo, nella ristampa
milanese, una rumorosa dedica a Vincenzo Monti. Gli diceva:

 «Al principe de' poeti moderni è certamente convenevole il sacrare un
 lavoro poetico di giovane ingegno, che già manda gran luce e riempie
 gli animi bramosi de' letterati di una ferma speranza che nella nostra
 Italia non verrà interrotta la solita successione dei buoni cultori
 delle muse. Nè posso credere che questi versi sieno per riuscirvi
 discari, sendochè Voi stesso, per amor delle lettere, stimolaste più
 volte l'autore a deporre quella incomoda timidezza che il tratteneva
 dal pubblicare alcune delle sue molto belle rime, studiandovi con
 magnifiche e vere lodi renderlo più giusto conoscitore di sè medesimo.
 Io li presento al pubblico con nuova edizione, giacchè le poche copie
 della prima fatta in Parigi non hanno bastato alle molte inchieste di
 coloro, che il plauso universale facea vogliosi di possederli.
 Questi voti e questi encomi pare che vestano d'un novello lume di
 verità il vostro vaticinio; che il Manzoni, il volendo, terrà uno de'
 più eminenti seggi del Parnaso italiano».

[17] «.....Ho avuto l'onore d'imprimere due baci sulle sue smunte
e scarnate guance» (nato il 1729, il Le Brun morì l'anno appresso,
il 1807); «e sono stati per me più saporiti che se gli avessi colti
sulle labbra di Venere. È un grand'uomo, per Dio! Spiacemi che le
sue odi sieno sparse, e non riunite in un sol volume, per potertele
far conoscere; il suo nome lo conoscerai certamente. Credimi che noi
Italiani siamo alquanto impertinenti, quando diciamo che non vi è
poesia francese. Io credo, e creder credo il vero, che noi non abbiamo
(all'orecchio) un lirico da contrapporre a Le Brun, per quello che si
chiama forza lirica. E perciò qui lo chiamano comunemente _Pindare Le
Brun_, e non dicono forse troppo. Per contentare la loquacità che oggi
mi domina, e per giustificare la mia opinione, ti trascriverò qualche
verso qua e là delle sue odi».....--Dalla lettera a G. B. Pagani, da
Parigi, 12 marzo 1806.

È facile intendere quanto dovesse parere inopportuno, intempestivo,
goffo, al Manzoni codesto panegirico amichevole; tanto più che allora,
stordito dalle immagini e dalle frasi solenni del Le Brun, egli non era
in un momento di vivido entusiasmo pel poeta ferrarese. E meno male
se il Pagani si fosse fermato lì! Ma egli continuava imperterrito,
parlando ora anche in nome del poeta, quasi questi fosse complice di
tutto quel po' po' di chiasso fatto intorno alle sue facoltà poetiche:

 «Accettate con animo cortese quest'omaggio che l'editore ed il poeta
 vi offeriscono con fiducia, e continuate loro la vostra benevolenza».

Il Manzoni ne rimase atterrito; e non solamente lui. Al Pagani scrive
da Parigi il 18 aprile:

 «Più mi sforzo a rileggere quella dedica, e più cresce la nostra
 meraviglia. E non soltanto noi due, ma tutti quelli che la vedono ne
 sono stranamente sorpresi. Io avevo parlato ad un Italiano di questa
 dedica: egli ne domandò conto ultimamente ad uno che l'ha avuta sotto
 gli occhi. Quando intese che la dedica era pure in nome del poeta, non
 lo voleva credere assolutamente. _È impossibile!_ questa è la prima
 parola di tutti quelli a cui ne parlo. E a voi pare una singolarità la
 nostra!»

Sembra che il maldestro Pagani, per iscusarsi, tirasse fuori--come
Monaldo Leopardi, quando voleva indurre il figliuolo a chiamarsi
_recanatese_ nella stampa delle sue opere!--l'esempio dell'Alfieri; che
il Manzoni ribatte: «Ebbene, Alfieri dedicò; ma a chi e perchè dedicò?
Dedicò a sua madre, al suo amico _del cuore_» (il Gori-Gandellini
della _Virtù sconosciuta!_), «a Washington, al popolo italiano futuro,
ecc. ecc.». E scrisse un articoletto di protesta, che mandò al Pagani,
scrivendogli: «Spero che la ragione, l'amicizia e la delicatezza ti
persuaderà di pubblicarlo; ad ogni modo è in te il farne quello che ti
pare». Che ne doveva parere al disgraziato amico? Quel che sappiamo
di sicuro è che, il 30 maggio, Alessandro gli risponde rasserenato e
carezzoso:

 «_Parco di fogli sgorbiator ben fia Che tu mi chiami;_ ma non posso
 credere che nasca in te dubbio intorno alla mia vera, calda, eterna
 amicizia per te. Del comune dispiacere non se ne parli più. Veggo che
 il rimedio sarebbe peggiore per te di quello che il male sia stato
 per me. Piacerai che tu conosca che non a torto io ebbi disgusto
 del fatto. Nè già mi piace per amore della mia opinione, o per vana
 pretensione non compatibile coll'amicizia, ma perchè questo mi
 conferma la rettitudine della tua mente. Vivi dunque sicuro che in
 nessuna occasione non ne farò mai parola in stampa.... Non so se mia
 madre, la mia amica, aggiungerà due righe a questa lettera. In ogni
 caso, ella t'ama in me e con me: ti ama dunque assai. Speriamo non
 lontano il momento, nel quale io ti riabbraccerò, ella abbraccerà
 l'amico del suo Alessandro, e per conseguenza il suo».




                                  X.


Donna Giulia aggiunse, se non proprio le «due righe», «una riga», che è
questa:

 «Caro Pagani, accettate una riga anche da me. Vorrei potervi
 persuadere che non posso nè stimare nè apprezzare persona più di voi.
 Non iscrivo leggermente, nè per modo di dire: accettate dunque questi
 miei sentimenti.

 La nostra prolungata lontananza dall'Italia cambia molte circostanze;
 ma io amerò sempre il primo e vero amico del mio Alessandro, _e mi
 dispongo a consacrare la mia vita a quella che sarà la compagna del
 mio Alessandro e la madre de' suoi figli_.

 Addio, ottimo giovane e buon amico: vi scriveremo dalla Svizzera. Se
 mai andate a Milano quando Zinamini sarà di ritorno, vogliate visitare
 quella tomba sacra: un vostro puro _vale_ sarà aggradito da _Lui_,
 sarà accetto dal mio povero cuore. Non crediate ch'io faccia ad altri
 questa preghiera».

Era dunque deciso, e autorevolmente, che Alessandro dovesse vincere
l'antica sua ripugnanza al matrimonio: antica e, a sentir lui, forte
ripugnanza; «aversion», scriveva con nuova ingenuità al Fauriel il 19
marzo 1807, «que le spectacle affreux de la corruption de mon pays
avait fait naître, et que la part que je prenais un peu (et voilà ma
honte) à cette corruption n'avait fait qu'augmenter». Ripensarono per
un momento alla fanciulla da lui conosciuta nel 1801; ma, ohimè!,
trovarono ch'era oramai maritata! Il Manzoni stesso così narra il
comico episodio, nella lettera or ricordata, del 19 marzo 1807, da
Genova, al Fauriel:

 «Je vous ai peut-être déjà conté que j'eus dans mon adolescence
 une très-forte et très-pure passion pour une jeune fille, _habitu
 et vultu adeo modesto, adeo venusto ut nihil supra_; passion qui a
 peut-être épuisé les forces de mon âme pour de semblables émotions.
 Eh bien! elle est a Gênes, et je l'ai vue. Ma mère, qui avait fondé
 l'espérance de toute sa vie sur notre union et qui ne la connaissait
 pas personnellement, l'a vue, et en a été très agitée, car elle est
 mariée! Ce qui me donne un peu de torture, c'est la pensée que c'est
 un peu de ma faute que je l'ai perdue, et qu'elle croyait que c'était
 tout-à-fait ma faute..... Ses parents avaient très-mal agi avec
 moi, jusqu'à me torcer a m'éloigner de la maison pour conserver ma
 dignité, et elle a cru que je cessais de la voir par indifférence;
 mais ma faute a été de ne pas me rapprocher d'elle quand je le pouvais
 honorablement; mais alors il ne me restali pour elle qu'une profonde
 vénération que j'aurai toujours».

[Illustrazione: Alessandro Manzoni al tempo delle nozze. Miniatura
eseguita a Parigi nel 1808.]

Il Fauriel, preoccupato delle possibili conseguenze del brutto caso,
si diede a consolare il giovane amico, se non altro per quel _peu de
torture_ che non aveva saputo nascondere; ma Alessandro lo rassicura,
nella lettera dell'8 aprile:

 «Au fond, je me trouve bon enfant; et je suis sûr de n'avoir jamais
 eu un sentiment méprisable. Il faut donc que je vous dise que toutes
 les belles consolations que vous me donnez à propos de ma passion
 sont perdues, car je ne me sens pas une forte douleur d'être éloigné
 de l'angélique Luigina. J'ai repris à son égard les sentiments de
 vénération, de dévotion, ai je puis m'exprimer comme ça; et ce
 sentiment est plutôt doux que cuisant. Je ne sais pas même s'il serait
 plus honorable de souffrir, mais je trouverais indigne de vous en
 imposer».

Rimesso così il cuore in pace, nell'autunno era più che pronto e
disposto ad ospitarvi quella quale che fosse degna compagna, che la
madre gli desiderava e ricercava. Nell'ottobre riscrive al Fauriel:

 «J'ai une confidence à vous faire: j'ai vu cette jeune personne dont
 je vous ai parlé, a Milan: je l'ai trouvée très gentille: ma mère
 qui a parlé avec elle aussi, et plus que moi, la trouve d'un coeur
 excellent; elle ne songe qu'à son ménage et au bonheur de ses parents
 qui l'adorent; enfin les sentiments de famille l'occupent toute
 entière (et je vous dis a l'oreille que c'est peut-être la seule ici).
 Il y a pour moi un autre avantage qui en est réellement un dans ce
 pays, au moins pour moi, c'est qu'elle n'est pas noble: et vous savez
 par coeur le poëme de Parini. Elle est de plus protestante. Enfin,
 c'est un trésor. Et il me parait enfin que bientôt nous serons trois à
 vous désirer. Jusqu'à présent la chose n'est pas du tout décidée, et
 elle-même n'en sait rien. Je crois que je serais en devoir de le faire
 savoir quand ce sera fait à cet homme estimable dont j'espérais avoir
 l'alliance[18]. Ainsi faites-moi le plaisir de me donner votre avis
 là-dessus. Jusqu'à présent c'est très secret.... Ma mère m'interrompt
 en me disant de vous écrire que la petite dont je vous parlais, parle
 toujours le français, qu'elle a 16 ans, et qu'elle est simple et sans
 prétentions. Vous voilà au fait de tout».

[18] Il Tracy. S'era qualche tempo prima trattato d'un matrimonio
del Manzoni con una sua figliuola. In una lettera al Fauriel del 28
settembre 1807, è detto: «Je vous prie de témoigner à M. de Tracy
mes regrets de n'avoir pas en l'honneur de le voir avant mon depart:
de l'assurer que les regrets que j'ai de n'avoir pas des droits plus
sacrés à son amitié seront aussi durables en moi, en nous, que les
sentiments d'estime que j'ai pour lui, ainsi que pour tout ce qui
l'entoure et que j'ai eu l'honneur de connaître».

La fanciulla gentile che aveva con la sua bontà e la sua modestia
saputo attrarre su di sè gli occhi amorevoli di donna Giulia, e per
essi quelli di Alessandro, era figliuola del banchiere ginevrino
Blondel, nata a Casirate l'11 luglio del 1791. Si chiamava Enrichetta
Luigia. E suo padre nel 1804 aveva comperato la casa degli Imbonati
in via Marino, sulla cui area nel 1876 poi sorse il teatro che ha
il nome del Manzoni. Le nozze avvennero, tra l'assordante ronzío di
pettegolezzi vecchi e nuovi, in Milano, il 6 febbraio 1808, benedette
dal pastore evangelico G. Gaspare Orelli.

[Illustrazione: Enrichetta Blondel al tempo delle nozze. Miniatura
eseguita a Parigi nel 1808.]

Pochi giorni prima, il 27 gennaio, così Alessandro informava il Fauriel
di quanto era per accadere:

 «Je vous dirai donc que mon épouse a seize ans, un caractère très
 doux, un sens très droit, un très grand attachement a ses parents,
 et qu'elle me paraît avoir un peu de bonté.--Pour ma mère elle a une
 tendresse si vive et mêlée de respect, qu'elle tient vraiment du
 sentiment filial; aussi ne l'appelle-t-elle jamais qu'avec le nom de
 maman.--Vous trouverez sans doute que je suis allé un peu vite, mais
 après l'avoir vraiment connue, j'ai cru tous le retards inutiles; sa
 famille est des plus respectables pour l'amitié qui y règne et pour la
 modestie, la bonté, et tous les bons sentiments.--Enfin je ne doute
 pas de faire mon bonheur et celui de ma mère, sans lequel il n'y en
 peut avoir pour moi...... Les prêtres ne veulent pas bénir mon mariage
 à cause de la différence de religion, et cela donnera encore matière à
 tant de propos, que nous supporterons jusqu'à ce qu'ils aient commencé
 a nous ennuyer. Enfin ne vous étonnez pas si nous retournons a Paris
 avec vous».

E a Parigi difatto tornarono, e vi si stabilirono. Ma colà, il 15
febbraio del 1810, nella cappella privata del conte Marescalchi,
ministro degli Affari Esteri del Regno d'Italia, l'abate Costaz,
parroco della Maddalena, riconsacrò col rito cattolico l'unione del
futuro cantore degl'_Inni sacri_ con la mite Enrichetta, di protestante
divenuta cattolica fervente. Il Manzoni--non più brancolante, nella
vita, tra l'epicureismo giacobino e volterriano e il paganesimo
alfieriano e montiano, e, nell'arte, tra il «furor santo» d'Euterpe
e «l'amaro ghigno» di Talia--ritrovava finalmente sè stesso. Oh non
l'appassionata e ribelle Giulia Beccaria, pagana ed epicurea, poteva
essere la Musa domestica di colui che avrebbe delineate le tenere e
leggiadre figure di Ermengarda, d'Antonietta Visconti, di Matilde, di
Gertrude, di Lucia! Quella Musa fu invece la donna soave, «la quale
insieme con le affezioni coniugali e con la sapienza materna potè
serbare un animo verginale». Dolce e pudica creatura, di cui a noi
pare di sorprender quasi il suon della voce, quando ascoltiamo le
tenerissime parole d'Ermengarda morente:

          ....Tu eri mio: secura
          Nel mio gaudio io tacea; nè tutta mai
          Questo labbro pudico osato avrìa
          Dirti l'ebbrezza del mio cor segreto.

          ..................

          Lascia ch'io ti rimiri, e ch'io mi segga
          Qui presso a te: son così stanca! Io voglio
          Star presso a te; voglio occultar nel tuo
          Grembo la faccia.....

Caro idillio domestico: da cui nasceranno nove fiorenti figliuoli;
e gl'_Inni_, la _Morale cattolica_, le due tragedie e il Romanzo
immortale.

  _Milano, nel giugno del 1904._




                INDICE DEI CAPITOLI DEI PROMESSI SPOSI


  Introduzione         pag.   1

  Capitolo I            »     5
      »    II           »    21
      »    III          »    33
      »    IV           »    47
      »    V            »    61
      »    VI           »    75
      »    VII          »    88
      »    VIII         »   104
      »    IX           »   123
      »    X            »   142
      »    XI           »   162
      »    XII          »   178
      »    XIII         »   191
      »    XIV          »   204
      »    XV           »   219
      »    XVI          »   233
      »    XVII         »   248
      »    XVIII        »   262
      »    XIX          »   275
      »    XX           »   288
      »    XXI          »   301
      »    XXII         »   314
      »    XXIII        »   325
      »    XXIV         »   341
      »    XXV          »   364
      »    XXVI         »   376
      »    XXVII        »   390
      »    XXVIII       »   404
      »    XXIX         »   423
      »    XXX          »   436
      »    XXXI         »   447
      »    XXXII        »   463
      »    XXIII        »   480
      »    XXXIV        »   498
      »    XXXV         »   517
      »    XXXVI        »   529
      »    XXXVII       »   547
      »    XXXVIII      »   559




                           I PROMESSI SPOSI




                             INTRODUZIONE


_L'historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il
Tempo, perchè togliendoli di mano gl'anni suoi prigionieri, anzi già
fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera
di nuovo in battaglia. Ma gl'illustri Campioni che in tal Arringo fanno
messe di Palme e d'Allori, rapiscono solo che le sole spoglie più
sfarzose e brillanti, imbalsamando co' loro inchiostri le Imprese de
Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggi, e trapuntando coll'ago
finissimo dell'ingegno i fili d'oro e di seta, che formano un perpetuo
ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito
solleuarsi a tal'argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra
Labirinti de' Politici maneggj, et il rimbombo de' bellici Oricalchi:
solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a
gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di lasciarne memoria
a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto,
ouuero sia Relatione. Nella quale si vedrà in angusto Teatro luttuose
Traggedie d'horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezzi
d'Imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi
diaboliche. E veramente, considerando che questi nostri climi sijno
sotto l'amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai
tramonta, e che, sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai
calante, risplenda l'Heroe di nobil Prosapia che_ pro tempore _ne tiene
le sue parti, e gl'Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl'altri
Spettabili Magistrati qual'erranti Pianeti spandino la luce per ogni
doue, venendo così a formare un nobilissimo Cielo, altra causale
trouar non si può del vederlo tramutato in inferno d'atti tenebrosi,
malvaggità e sevitie che dagl'huomini temerarij si vanno moltiplicando,
se non se arte e fattura diabolica, attesochè l'humana malitia per sè
sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che con occhij
d'Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici
emolumenti. Per locchè descriuendo questo Racconto auuenuto ne' tempi
di mia verde staggione, abbenchè la più parte delle persone che vi
rappresentano le loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con
rendersi tributarij delle Parche, pure per degni rispetti, si tacerà
li loro nomi, cioè la parentela, et il medemo si farà de' luochi,
solo indicando li Territorij_ generaliter. _Nè alcuno dirà questa sij
imperfettione del Racconto, e defformità di questo mio rozzo Parto,
a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della
Filosofia: che quanto agl'huomini in essa versati, ben vederanno nulla
mancare alla sostanza di detta Narratione. Imperciocchè, essendo cosa
evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi
accidenti...._»

--Ma, quando io avrò durata l'eroica fatica di trascriver questa storia
da questo dilavato e graffiato autografo, e l'avrò data, come si suol
dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla?--

Questa riflessione dubitativa, nata nel travaglio del decifrare uno
scarabocchio che veniva dopo _accidenti_, mi fece sospender la copia,
e pensar più seriamente a quello che convenisse di fare.--Ben è vero,
dicevo tra me, scartabellando il manoscritto, ben è vero che quella
grandine di concettini e di figure non continua così alla distesa per
tutta l'opera. Il buon secentista ha voluto sul principio mettere in
mostra la sua virtù; ma poi, nel corso della narrazione, e talvolta per
lunghi tratti, lo stile cammina ben più naturale e più piano. Sì; ma
com'è dozzinale! com'è sguaiato! com'è scorretto! Idiotismi lombardi a
iosa, frasi della lingua adoperate a sproposito, grammatica arbitraria,
periodi sgangherati. E poi, qualche eleganza spagnola seminata qua e
là; e poi, ch'è peggio, ne' luoghi più terribili o più pietosi della
storia, a ogni occasione d'eccitar maraviglia, o di far pensare, a
tutti que' passi insomma che richiedono bensì un po' di rettorica,
ma rettorica discreta, fine, di buon gusto, costui non manca mai di
metterci di quella sua così fatta del proemio. E allora, accozzando,
con un'abilità mirabile, le qualità più opposte, trova la maniera di
riuscir rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina, nello stesso
periodo, nello stesso vocabolo. Ecco qui: declamazioni ampollose,
composte a forza di solecismi pedestri, e da per tutto quella
goffaggine ambiziosa, ch'è il proprio carattere degli scritti di quel
secolo, in questo paese. In vero, non è cosa da presentare a lettori
d'oggigiorno: son troppo ammaliziati, troppo disgustati di questo
genere di stravaganze. Meno male, che il buon pensiero m'è venuto sul
principio di questo sciagurato lavoro: e me ne lavo le mani.--

Nell'atto però di chiudere lo scartafaccio, per riporlo, mi sapeva
male che una storia così bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta;
perchè, in quanto storia, può essere che al lettore ne paia altrimenti,
ma a me era parsa bella, come dico; molto bella.--Perchè non si
potrebbe, pensai, prender la serie de' fatti da questo manoscritto,
e rifarne la dicitura?--Non essendosi presentato alcuna obiezion
ragionevole, il partito fu subito abbracciato. Ed ecco l'origine del
presente libro, esposta con un'ingenuità pari all'importanza del libro
medesimo.

Taluni però di que' fatti, certi costumi descritti dal nostro autore,
c'eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che,
prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e
ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se
veramente il mondo camminasse allora a quel modo. Una tale indagine
dissipò tutti i nostri dubbi: a ogni passo ci abbattevamo in cose
consimili, e in cose più forti: e, quello che ci parve più decisivo,
abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi, de' quali non avendo mai
avuto notizia fuor che dal nostro manoscritto, eravamo in dubbio se
fossero realmente esistiti. E, all'occorrenza, citeremo alcuna di
quelle testimonianze, per procacciar fede alle cose, alle quali, per la
loro stranezza, il lettore sarebbe più tentato di negarla.

Ma, rifiutando come intollerabile la dicitura del nostro autore, che
dicitura vi abbiam noi sostituita? Qui sta il punto.

Chiunque, senza esser pregato, s'intromette a rifar l'opera altrui,
s'espone a rendere uno stretto conto della sua, e ne contrae in certo
modo l'obbligazione: è questa una regola di fatto e di diritto, alla
quale non pretendiam punto di sottrarci. Anzi, per conformarci ad essa
di buon grado, avevam proposto di dar qui minutamente ragione del
modo di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine, siamo andati, per
tutto il tempo del lavoro, cercando d'indovinare le critiche possibili
e contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente.
Nè in questo sarebbe stata la difficoltà; giacchè (dobbiam dirlo a
onor del vero) non ci si presentò alla mente una critica, che non le
venisse insieme una risposta trionfante, di quelle risposte che, non
dico risolvon le questioni, ma le mutano. Spesso anche, mettendo due
critiche alle mani tra loro, le facevam battere l'una dall'altra; o,
esaminandole ben a fondo, riscontrandole attentamente, riuscivamo
a scoprire e a mostrare che, così opposte in apparenza, eran però
d'uno stesso genere, nascevan tutt'e due dal non badare ai fatti e
ai princípi su cui il giudizio doveva esser fondato; e, messele, con
loro gran sorpresa, insieme, le mandavamo insieme a spasso. Non ci
sarebbe mai stato autore che provasse così ad evidenza d'aver fatto
bene. Ma che? quando siamo stati al punto di raccapezzar tutte le dette
obiezioni e risposte, per disporle con qualche ordine, misericordia!
venivano a fare un libro. Veduta la qual cosa, abbiam messo da parte il
pensiero, per due ragioni che il lettore troverà certamente buone: la
prima, che un libro impiegato a giustificarne un altro, anzi lo stile
d'un altro, potrebbe parer cosa ridicola: la seconda, che di libri
basta uno per volta, quando non è d'avanzo.




                           I PROMESSI SPOSI




                            CAPITOLO PRIMO.


Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene
non interrotte di monti, tutte a seni e a golfi, a seconda dello
sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a
ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio
a destra, e un'ampia costiera dall'altra parte; e il ponte, che ivi
congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all'occhio
questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e
l'Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive,
allontanandosi di nuovo, lascian l'acqua distendersi e rallentarsi in
nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre
grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di
san Martino, l'altro, con voce lombarda, il _Resegone_, dai molti suoi
cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talchè
non è chi, al primo vederlo, purchè sia di fronte, come per esempio
di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna
tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli
altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon
pezzo, la costa sale con un pendio lento e continuo; poi si rompe in
poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l'ossatura de'
due monti, e il lavoro dell'acque. Il lembo estremo, tagliato dalle
foci de' torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi
e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi,
che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle
terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla
riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando
questo ingrossa: un gran borgo al giorno d'oggi, e che s'incammina
a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a
raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e
aveva perciò l'onore d'alloggiare un comandante, e il vantaggio di
possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan
la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di
tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul
finir dell'estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per
diradar l'uve, e alleggerire a' contadini le fatiche della vendemmia.
Dall'una all'altra di quelle terre, dall'alture alla riva, da un poggio
all'altro, correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men
ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde,
alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche
vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui
la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e
sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno
della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte
campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo,
dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio
dell'acqua; di qua lago, chiuso all'estremità o piuttosto smarrito
in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano più
allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo,
e che l'acqua riflette capovolti, co' paesetti posti sulle rive; di
là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in
lucido serpeggiamento pur tra' monti che l'accompagnano, degradando
via via, e perdendosi quasi anch'essi nell'orizzonte. Il luogo stesso
da dove contemplate que' vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni
parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra,
d'intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a
ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v'era sembrato
prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si
rappresentava sulla costa: e l'ameno, il domestico di quelle falde
tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico
dell'altre vedute.

Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata
verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell'anno 1628, don
Abbondio, curato d'una delle terre accennate di sopra: il nome di
questa, nè il casato del personaggio, non si trovan nel manoscritto,
nè a questo luogo nè altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio,
e talvolta, tra un salmo e l'altro, chiudeva il breviario, tenendovi
dentro, per segno, l'indice della mano destra, e, messa poi questa
nell'altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a
terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano
inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli
occhi all'intorno, li fissava alla parte d'un monte, dove la luce
del sole già scomparso, scappando per i fessi del monte opposto, si
dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali
pezze di porpora. Aperto poi di nuovo il breviario, e recitato un
altro squarcio, giunse a una voltata della stradetta, dov'era solito
d'alzar sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi: e così fece
anche quel giorno. Dopo la voltata, la strada correva diritta, forse
un sessanta passi, e poi si divideva in due viottole, a foggia d'un
ipsilon: quella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura:
l'altra scendeva nella valle fino a un torrente; e da questa parte
il muro non arrivava che all'anche del passeggiero. I muri interni
delle due viottole, in vece di riunirsi ad angolo, terminavano in un
tabernacolo, sul quale eran dipinte certe figure lunghe, serpeggianti,
che finivano in punta, e che, nell'intenzion dell'artista, e agli occhi
degli abitanti del vicinato, volevan dir fiamme; e, alternate con le
fiamme, cert'altre figure da non potersi descrivere, che volevan dire
anime del purgatorio: anime e fiamme a color di mattone, sur un fondo
bigiognolo, con qualche scalcinatura qua e là. Il curato, voltata la
stradetta, e dirizzando, com'era solito, lo sguardo al tabernacolo,
vide una cosa che non s'aspettava, e che non avrebbe voluto vedere.
Due uomini stavano, l'uno dirimpetto all'altro, al confluente, per dir
così, delle due viottole: un di costoro, a cavalcioni sul muricciolo
basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e l'altro piede posato
sul terreno della strada; il compagno, in piedi, appoggiato al muro,
con le braccia incrociate sul petto. L'abito, il portamento, e
quello che, dal luogo ov'era giunto il curato, si poteva distinguer
dell'aspetto, non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione. Avevano
entrambi intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull'omero
sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla
fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una
cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol
corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un
manico di coltellaccio che spuntava fuori d'un taschino degli ampi e
gonfi calzoni, uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine
d'ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti: a prima vista si
davano a conoscere per individui della specie de' _bravi_.

Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in
Lombardia, e già molto antica. Chi non ne avesse idea, ecco alcuni
squarci autentici, che potranno darne una bastante de' suoi caratteri
principali, degli sforzi fatti per ispegnerla, e della sua dura e
rigogliosa vitalità.

Fino dall'otto aprile dell'anno 1583, l'Illustrissimo ed
Eccellentissimo signor don Carlo d'Aragon, Principe di Castelvetrano,
Duca di Terranuova, Marchese d'Avola, Conte di Burgeto, grande
Ammiraglio, e gran Contestabile di Sicilia, Governatore di Milano
e Capitan Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia, _pienamente
informato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive questa
Città di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi_, pubblica un
bando contro di essi. _Dichiara e diffinisce tutti coloro essere
compresi in questo bando, e doversi ritenere bravi e vagabondi_....
_i quali, essendo forestieri o del paese, non hanno esercizio
alcuno, od avendolo, non lo fanno_.... _ma, senza salario, o pur con
esso, s'appoggiano a qualche cavaliere o gentiluomo, officiale o
mercante_.... _per fargli spalle e favore, o veramente, come si può
presumere, per tendere insidie ad altri_.... A tutti costoro ordina
che, nel termine di giorni sei, abbiano a sgomberare il paese, intima
la galera a' renitenti, e dà a tutti gli ufiziali della giustizia
le più stranamente ampie e indefinite facoltà, per l'esecuzione
dell'ordine. Ma, nell'anno seguente, il 12 aprile, scorgendo il detto
signore, _che questa Città è tuttavia piena di detti bravi_....
_tornati a vivere come prima vivevano, non punto mutato il costume
loro, nè scemato il numero_, dà fuori un'altra grida, ancor più
vigorosa e notabile, nella quale, tra l'altre ordinazioni, prescrive:

_Che qualsivoglia persona, così di questa Città, come forestiera, che
per due testimonj consterà esser tenuto, e comunemente riputato per
bravo, et aver tal nome, ancorchè non si verifichi aver fatto delitto
alcuno.... per questa sola riputazione di bravo, senza altri indizj,
possa dai detti giudici e da ognuno di loro esser posto alla corda et
al tormento, per processo informativo.... et ancorchè non confessi
delitto alcuno, tuttavia sia mandato alla galea, per detto triennio,
per la sola opinione e nome di bravo, come di sopra_. Tutto ciò, e il
di più che si tralascia, perchè _Sua Eccellenza è risoluta di voler
essere obbedita da ognuno_.

[Illustrazione: Che i due descritti di sopra stessero ivi ad aspettar
qualcheduno, era cosa troppo evidente.... (pag. 11)]

All'udir parole d'un tanto signore, così gagliarde e sicure, e
accompagnate da tali ordini, viene una gran voglia di credere che, al
solo rimbombo di esse, tutti i bravi siano scomparsi per sempre. Ma
la testimonianza d'un signore non meno autorevole, nè meno dotato di
nomi, ci obbliga a credere tutto il contrario. È questi l'Illustrissimo
ed Eccellentissimo Signor Juan Fernandez de Velasco, Contestabile di
Castiglia, Cameriero maggiore di Sua Maestà, Duca della Città di Frias,
Conte di Haro e Castelnovo, Signore della Casa di Velasco, e di quella
delli sette Infanti di Lara, Governatore dello Stato di Milano, etc.
Il 5 giugno dell'anno 1593, pienamente informato anche lui _di quanto
danno e rovine sieno_.... _i bravi e vagabondi, e del pessimo effetto
che tal sorta di gente fa contra il ben pubblico, et in delusione
della giustizia_, intima loro di nuovo che, nel termine di giorni sei,
abbiano a sbrattare il paese, ripetendo a un dipresso le prescrizioni
e le minacce medesime del suo predecessore. Il 23 maggio poi dell'anno
1598, _informato, con non poco dispiacere dell'animo suo, che_... _ogni
dì più in questa Città e Stato va crescendo il numero di questi tali_
(bravi e vagabondi), _nè di loro, giorno e notte, altro si sente che
ferite appostatamente date, omicidii e ruberie et ogni altra qualità di
delitti, ai quali si rendono più facili, confidati essi bravi d'essere
aiutati dai capi e fautori loro_,.... prescrive di nuovo gli stessi
rimedi, accrescendo la dose, come s'usa nelle malattie ostinate.
_Ognuno dunque_, conchiude poi, _onninamente si guardi di contravvenire
in parte alcuna alla grida presente, perchè, in luogo di provare
la clemenza di Sua Eccellenza, proverà il rigore, e l'ira sua_....
_essendo risoluta e determinata che questa sia l'ultima e perentoria
monizione_.

Non fu però di questo parere l'Illustrissimo ed Eccellentissimo
Signore, il Signor Don Pietro Enriquez de Acevedo, Conte di Fuentes,
Capitano, e Governatore dello Stato di Milano; non fu di questo
parere, e per buone ragioni. _Pienamente informato della miseria in
che vive questa Città e Stato per cagione del gran numero di bravi
che in esso abbonda_.... _e risoluto di totalmente estirpare seme
tanto pernizioso_, dà fuori, il 5 decembre 1600, una nuova grida piena
anch'essa di severissime comminazioni, _con fermo proponimento che,
con ogni rigore, e senza speranza di remissione, siano onninamente
eseguite_.

Convien credere però che non ci si mettesse con tutta quella buona
voglia che sapeva impiegare nell'ordir cabale, e nel suscitar nemici al
suo gran nemico Enrico IV; giacchè, per questa parte, la storia attesta
come riuscisse ad armare contro quel re il duca di Savoia, a cui fece
perder più d'una città; come riuscisse a far congiurare il duca di
Biron, a cui fece perder la testa; ma, per ciò che riguarda quel seme
tanto pernizioso de' bravi, certo è che esso continuava a germogliare,
il 22 settembre dell'anno 1612. In quel giorno l'Illustrissimo ed
Eccellentissimo Signore, Don Giovanni de Mendozza, Marchese de la
Hynojosa, Gentiluomo, etc. Governatore, etc., pensò seriamente ad
estirparlo. A quest'effetto, spedì a Pandolfo e Marco Tullio Malatesti,
stampatori regii camerali, la solita grida, corretta ed accresciuta,
perchè la stampassero ad esterminio de' bravi. Ma questi vissero
ancora per ricevere, il 24 decembre dell'anno 1618, gli stessi e più
forti colpi dall'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor
don Gomez Suarez de Figueroa, Duca di Feria, etc. Governatore, etc.
Però, non essendo essi morti neppur di quelli, l'Illustrissimo ed
Eccellentissimo Signore, il Signor Gonzalo Fernandez di Cordova, sotto
il cui governo accadde la passeggiata di don Abbondio, s'era trovato
costretto a ricorreggere e ripubblicare la solita grida contro i bravi,
il giorno 5 ottobre del 1627, cioè un anno, un mese e due giorni prima
di quel memorabile avvenimento.

Nè fu questa l'ultima pubblicazione; ma noi delle posteriori non
crediamo dover far menzione, come di cosa che esce dal periodo della
nostra storia. Ne accenneremo soltanto una del 13 febbraio dell anno
1632, nella quale l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, _el Duque
de Feria_, per la seconda volta governatore, ci avvisa che _le maggiori
sceleraggini procedono da quelli che chiamano bravi_. Questo basta
ad assicurarci che, nel tempo di cui noi trattiamo, c'era de' bravi
tuttavia.

Che i due descritti di sopra stessero ivi ad aspettar qualcheduno, era
cosa troppo evidente; ma quel che più dispiacque a don Abbondio fu il
dover accorgersi, per certi atti, che l'aspettato era lui. Perchè, al
suo apparire, coloro s'eran guardati in viso, alzando la testa, con
un movimento dal quale si scorgeva che tutt'e due a un tratto avevan
detto: è lui; quello che stava a cavalcioni s'era alzato, tirando la
sua gamba sulla strada; l'altro s'era staccato dal muro; e tutt'e due
gli s'avviavano incontro. Egli, tenendosi sempre il breviario aperto
dinanzi, come se leggesse, spingeva lo sguardo in su, per ispiar le
mosse di coloro; e, vedendoseli venir proprio incontro, fu assalito
a un tratto da mille pensieri. Domandò subito in fretta a sè stesso,
se, tra i bravi e lui, ci fosse qualche uscita di strada, a destra
o a sinistra; e gli sovvenne subito di no. Fece un rapido esame, se
avesse peccato contro qualche potente, contro qualche vendicativo; ma,
anche in quel turbamento, il testimonio consolante della coscienza lo
rassicurava alquanto: i bravi però s'avvicinavano, guardandolo fisso.
Mise l'indice e il medio della mano sinistra nel collare, come per
raccomodarlo; e, girando le due dita intorno al collo, volgeva intanto
la faccia all'indietro, torcendo insieme la bocca, e guardando con la
coda dell'occhio, fin dove poteva, se qualcheduno arrivasse; ma non
vide nessuno. Diede un'occhiata, al di sopra del muricciolo, ne' campi:
nessuno; un'altra più modesta sulla strada dinanzi; nessuno, fuorchè
i bravi. Che fare? tornare indietro, non era a tempo: darla a gambe,
era lo stesso che dire, inseguitemi, o peggio. Non potendo schivare il
pericolo, vi corse incontro, perchè i momenti di quell'incertezza erano
allora così penosi per lui, che non desiderava altro che d'abbreviarli.
Affrettò il passo, recitò un versetto a voce più alta, compose la
faccia a tutta quella quiete e ilarità che potè, fece ogni sforzo per
preparare un sorriso; quando si trovò a fronte dei due galantuomini,
disse mentalmente: ci siamo; e si fermò su due piedi. «Signor curato,»
disse un di que' due, piantandogli gli occhi in faccia.

«Cosa comanda?» rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro,
che gli restò spalancato nelle mani, come sur un leggio.

«Lei ha intenzione,» proseguì l'altro, con l'atto minaccioso e iracondo
di chi coglie un suo inferiore sull'intraprendere una ribalderia, «lei
ha intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!»

«Cioè....» rispose, con voce tremolante, don Abbondio: «cioè. Lor
signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste
faccende. Il povero curato non c'entra: fanno i loro pasticci tra
loro, e poi.... e poi, vengon da noi, come s'anderebbe a un banco a
riscotere: e noi.... noi siamo i servitori del comune.»

«Or bene,» gli disse il bravo, all'orecchio, ma in tono solenne di
comando, «questo matrimonio non s'ha da fare, nè domani, nè mai.»

«Ma, signori miei,» replicò don Abbondio, con la voce mansueta e
gentile di chi vuoi persuadere un impaziente, «ma, signori miei, si
degnino di mettersi ne' miei panni. Se la cosa dipendesse da me,...
vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca....»

«Orsù,» interruppe il bravo, «se la cosa avesse a decidersi a ciarle,
lei ci metterebbe in sacco. Noi non ne sappiamo, nè vogliam saperne di
più. Uomo avvertito.... lei c'intende.»

«Ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli....»

«Ma,» interruppe questa volta l'altro compagnone, che non aveva parlato
fin allora, «ma il matrimonio non si farà o....» e qui una buona
bestemmia, «o chi lo farà non se ne pentirà, perchè non ne avrà tempo,
e....» un'altra bestemmia.

«Zitto, zitto,» riprese il primo oratore, «il signor curato è un uomo
che sa il viver del mondo; e noi siam galantuomini, che non vogliam
fargli del male, purchè abbia giudizio. Signor curato, l'illustrissimo
signor don Rodrigo nostro padrone la riverisce caramente.»

Questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte d'un
temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente e in
confuso gli oggetti, e accresce il terrore. Fece, come per istinto, un
grand'inchino, e disse: «se mi sapessero suggerire....»

«Oh! suggerire a lei che sa di latino!» interruppe ancora il bravo, con
un riso tra lo sguaiato e il feroce. «A lei tocca. E sopra tutto, non
si lasci uscir parola su questo avviso che le abbiam dato per suo bene;
altrimenti.... ehm.... sarebbe lo stesso che fare quel tal matrimonio.
Via, che vuoi che si dica in suo nome all'illustrissimo signor don
Rodrigo?»

«Il mio rispetto....»

«Si spieghi meglio!»

«....Disposto.... disposto sempre all'ubbidienza.» E, proferendo queste
parole, non sapeva nemmen lui se faceva una promessa, o un complimento.
I bravi le presero, o mostraron di prenderle nel significato più serio.

«Benissimo, e buona notte, messere,» disse l'un d'essi, in atto di
partir col compagno. Don Abbondio, che, pochi momenti prima, avrebbe
dato un occhio per iscansarli, allora avrebbe voluto prolungar la
conversazione e le trattative. «Signori....» cominciò, chiudendo il
libro con le due mani; ma quelli, senza più dargli udienza, presero la
strada dond'era lui venuto, e s'allontanarono, cantando una canzonaccia
che non voglio trascrivere. Il povero don Abbondio rimase un momento a
bocca aperta, come incantato; poi prese quella delle due stradette che
conduceva a casa sua, mettendo innanzi a stento una gamba dopo l'altra,
che parevano aggranchiate. Come stesse di dentro, s'intenderà meglio,
quando avrem detto qualche cosa del suo naturale, e de' tempi in cui
gli era toccato di vivere.

Don Abbondio (il lettore se n'è già avveduto) non era nato con un
cuor di leone. Ma fin da' primi suoi anni, aveva dovuto comprendere
che la peggior condizione, a que' tempi, era quella d'un animale
senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione
d'esser divorato. La forza legale non proteggeva in alcun conto
l'uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far
paura altrui. Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze
private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati,
e particolareggiati, con minuta prolissità; le pene, pazzamente
esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad
arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori; le procedure,
studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse
essergli d'impedimento a proferire una condanna: gli squarci che
abbiam riportati delle gride contro i bravi, ne sono un piccolo, ma
fedel saggio. Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò,
quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non
servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l'impotenza
de' loro autori; o, se producevan qualche effetto immediato, era
principalmente d'aggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici e
i deboli già soffrivano da' perturbatori, e d'accrescer le violenze,
e l'astuzia di questi. L'impunità era organizzata, e aveva radici che
le gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili,
tali i privilegi d'alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza
legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane
proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività
d'interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora, quest'impunità minacciata
e insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni
minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni,
per conservarsi. Così accadeva in effetto; e, all'apparire delle gride
dirette a comprimere i violenti, questi cercavano nella loro forza
reale i nuovi mezzi più opportuni, per continuare a far ciò che le
gride venivano a proibire. Potevan ben esse inceppare a ogni passo,
e molestare l'uomo bonario, che fosse senza forza propria e senza
protezione; perchè, col fine d'aver sotto la mano ogni uomo, per
prevenire o per punire ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del
privato al volere arbitrario d'esecutori d'ogni genere. Ma chi, prima
di commettere il delitto, aveva prese le sue misure per ricoverarsi
a tempo in un convento, in un palazzo, dove i birri non avrebber mai
osato metter piede; chi, senz'altre precauzioni, portava una livrea
che impegnasse a difenderlo la vanità e l'interesse d'una famiglia
potente, di tutto un ceto, era libero nelle sue operazioni, e poteva
ridersi di tutto quel fracasso delle gride. Di quegli stessi ch'eran
deputati a farle eseguire, alcuni appartenevano per nascita alla
parte privilegiata, alcuni ne dipendevano per clientela; gli uni
e gli altri, per educazione, per interesse, per consuetudine, per
imitazione, ne avevano abbracciate le massime, e si sarebbero ben
guardati dall'offenderle, per amor d'un pezzo di carta attaccato sulle
cantonate. Gli uomini poi incaricati dell'esecuzione immediata, quando
fossero stati intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e
pronti a sacrificarsi come martiri, non avrebber però potuto venirne
alla fine, inferiori com'eran di numero a quelli che si trattava di
sottomettere, e con una gran probabilità d'essere abbandonati da chi,
in astratto e, per così dire, in teoria, imponeva loro di operare. Ma,
oltre di ciò, costoro eran generalmente de' più abbietti e ribaldi
soggetti del loro tempo; l'incarico loro era tenuto a vile anche da
quelli che potevano averne terrore, e il loro titolo un improperio. Era
quindi ben naturale che costoro, in vece d'arrischiare, anzi di gettar
la vita in un'impresa disperata, vendessero la loro inazione, o anche
la loro connivenza ai potenti, e si riservassero a esercitare la loro
esecrata autorità e la forza che pure avevano, in quelle occasioni
dove non c'era pericolo; nell'opprimer cioè, e nel vessare gli uomini
pacifici e senza difesa.

L'uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d'essere offeso,
cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que' tempi,
portata al massimo punto la tendenza degl'individui a tenersi collegati
in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior
potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere
e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il
militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati
in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega,
i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie
aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l'individuo trovava
il vantaggio d'impiegar per sè, a proporzione della sua autorità e
della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan
di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi
ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali
i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene
l'impunità. Le forze però di queste varie leghe eran molto disuguali;
e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e violento, con
intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di contadini avvezzi,
per tradizione famigliare, e interessati o forzati a riguardarsi
quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un potere, a
cui difficilmente nessun'altra frazione di lega avrebbe ivi potuto
resistere.

Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s'era
dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione,
d'essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto
a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai
di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la
verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini
del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con
qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran
sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta. Ma una
classe qualunque non protegge un individuo, non lo assicura, che
fino a un certo segno: nessuna lo dispensa dal farsi un suo sistema
particolare. Don Abbondio, assorbito continuamente ne' pensieri della
propria quiete, non si curava di que' vantaggi, per ottenere i quali
facesse bisogno d'adoperarsi molto, o d'arrischiarsi un poco. Il suo
sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e
nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in
tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora
frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il
civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini,
nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si
trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti,
stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far
vedere all'altro ch'egli non gli era volontariamente nemico: pareva che
gli dicesse: ma perchè non avete saputo esser voi il più forte? ch'io
mi sarei messo dalla vostra parte. Stando alla larga da' prepotenti,
dissimulando le loro soverchierie passeggiere e capricciose,
corrispondendo con sommissioni a quelle che venissero da un' intenzione
più seria e più meditata, costringendo, a forza d'inchini e di rispetto
gioviale, anche i più burberi e sdegnosi, a fargli un sorriso, quando
gl'incontrava per la strada, il pover'uomo era riuscito a passare i
sessant'anni, senza gran burrasche.

Non è però che non avesse anche lui il suo po' di fiele in corpo; e
quel continuo esercitar la pazienza, quel dar così spesso ragione agli
altri, que' tanti bocconi amari inghiottiti in silenzio, glielo avevano
esacerbato a segno che, se non avesse, di tanto in tanto, potuto dargli
un po' di sfogo, la sua salute n'avrebbe certamente sofferto. Ma
siccome v'eran poi finalmente al mondo, e vicino a lui, persone ch'egli
conosceva ben bene per incapaci di far male, così poteva con quelle
sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso, e cavarsi
anche lui la voglia d'essere un po' fantastico, e di gridare a torto.
Era poi un rigido censore degli uomini che non si regolavan come lui,
quando però la censura potesse esercitarsi senza alcuno, anche lontano,
pericolo. Il battuto era almeno almeno un imprudente; l'ammazzato era
sempre stato un uomo torbido. A chi, messosi a sostener le sue ragioni
contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar
sempre qualche torto; cosa non difficile, perchè la ragione e il torto
non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia
soltanto dell'una o dell'altro. Sopra tutto poi, declamava contro que'
suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti d'un debole
oppresso, contro un soverchiatore potente. Questo chiamava un comprarsi
gl'impicci a contanti, un voler raddirizzar le gambe ai cani; diceva
anche severamente, ch'era un mischiarsi nelle cose profane, a danno
della dignità del sacro ministero. E contro questi predicava, sempre
però a quattrocchi, o in un piccolissimo crocchio, con tanto più di
veemenza, quanto più essi eran conosciuti per alieni dal risentirsi,
in cosa che li toccasse personalmente. Aveva poi una sua sentenza
prediletta, con la quale sigillava sempre i discorsi su queste materie:
che a un galantuomo, il qual badi a sè, e stia ne' suoi panni, non
accadon mai brutti incontri.

Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare
sull'animo del poveretto, quello che s'è raccontato. Lo spavento
di que' visacci e di quelle parolacce, la minaccia d'un signore
noto per non minacciare invano, un sistema di quieto vivere, ch'era
costato tant'anni di studio e di pazienza, sconcertato in un punto,
e un passo dal quale non si poteva veder come uscirne: tutti questi
pensieri ronzavano tumultuariamente nel capo basso di don Abbondio.--Se
Renzo si potesse mandare in pace con un bel no, via; ma vorrà delle
ragioni; e cosa ho da rispondergli, per amor del cielo? E, e, e,
anche costui è una testa: un agnello se nessun lo tocca, ma se uno
vuol contraddirgli.... ih! E poi, e poi, perduto dietro a quella
Lucia, innamorato come.... Ragazzacci, che, per non saper che fare,
s'innamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad altro; non si fanno
carico de' travagli in che mettono un povero galantuomo. Oh povero
me! vedete se quelle due figuracce dovevan proprio piantarsi sulla
mia strada, e prenderla con me! Che c'entro io? Son io che voglio
maritarmi? Perchè non son andati piuttosto a parlare.... Oh vedete un
poco: gran destino è il mio, che le cose a proposito mi vengan sempre
in mente un momento dopo l'occasione. Se avessi pensato di suggerir
loro che andassero a portar la loro ambasciata....--Ma, a questo punto,
s'accorse che il pentirsi di non essere stato consigliere e cooperatore
dell'iniquità era cosa troppo iniqua; e rivolse tutta la stizza de'
suoi pensieri contro quell'altro che veniva così a togliergli la sua
pace. Non conosceva don Rodrigo che di vista e di fama, nè aveva mai
avuto che far con lui, altro che di toccare il petto col mento, e la
terra con la punta del suo cappello, quelle poche volte che l'aveva
incontrato per la strada. Gli era occorso di difendere, in più
d'un'occasione, la riputazione di quel signore, contro coloro che, a
bassa voce, sospirando, e alzando gli occhi al cielo, maledicevano
qualche suo fatto: aveva detto cento volte ch'era un rispettabile
cavaliere. Ma, in quel momento, gli diede in cuor suo tutti que' titoli
che non aveva mai udito applicargli da altri, senza interrompere
in fretta con un oibò. Giunto, tra il tumulto di questi pensieri,
alla porta di casa sua, ch'era in fondo del paesello, mise in fretta
nella toppa la chiave, che già teneva in mano; aprì, entrò, richiuse
diligentemente; e, ansioso di trovarsi in una compagnia fidata, chiamò
subito: «Perpetua! Perpetua!», avviandosi pure verso il salotto,
dove questa doveva esser certamente ad apparecchiar la tavola per la
cena. Era Perpetua, come ognun se n'avvede, la serva di don Abbondio:
serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo
l'occasione, tollerare a tempo il brontolío e le fantasticaggini del
padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie, che divenivan di giorno
in giorno più frequenti, da che aveva passata l'età sinodale dei
quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le
si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane
che la volesse, come dicevan le sue amiche.

«Vengo,» rispose, mettendo sul tavolino, al luogo solito, il
fiaschetto del vino prediletto di don Abbondio, e si mosse lentamente;
ma non aveva ancor toccata la soglia del salotto, ch'egli v'entrò, con
un passo così legato, con uno sguardo così adombrato, con un viso così
stravolto, che non ci sarebbero nemmen bisognati gli occhi esperti di
Perpetua, per iscoprire a prima vista che gli era accaduto qualche cosa
di straordinario davvero.

«Misericordia! cos'ha, signor padrone?»

«Niente, niente,» rispose don Abbondio, lasciandosi andar tutto ansante
sul suo seggiolone.

«Come, niente? La vuol dare ad intendere a me? così brutto com'è?
Qualche gran caso è avvenuto.»

«Oh, per amor del cielo! Quando dico niente, o è niente, o è cosa che
non posso dire.»

«Che non può dir neppure a me? Chi si prenderà cura della sua salute?
Chi le darà un parere?...»

«Ohimè! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere del mio
vino.»

«E lei mi vorrà sostenere che non ha niente!» disse Perpetua, empiendo
il bicchiere, e tenendolo poi in mano, come se non volesse darlo che in
premio della confidenza che si faceva tanto aspettare.

«Date qui, date qui,» disse don Abbondio, prendendole il bicchiere, con
la mano non ben ferma, e votandolo poi in fretta, come se fosse una
medicina.

«Vuol dunque ch'io sia costretta di domandar qua e là cosa sia accaduto
al mio padrone?» disse Perpetua, ritta dinanzi a lui, con le mani
arrovesciate sui fianchi, e le gomita appuntate davanti, guardandolo
fisso, quasi volesse succhiargli dagli occhi il segreto.

«Per amor del cielo! non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi: ne
va.... ne va la vita!»

«La vita!»

«La vita.»

«Lei sa bene, che ogni volta che m'ha detto qualche cosa sinceramente,
in confidenza, io non ho mai....»

«Brava! come quando....»

Perpetua s'avvide d'aver toccato un tasto falso; onde, cambiando subito
il tono, «signor padrone,» disse, con voce commossa e da commovere,
«io le sono sempre stata affezionata; e, se ora voglio sapere, è per
premura, perchè vorrei poterla soccorrere, darle un buon parere,
sollevarle l'animo....»

Il fatto sta che don Abbondio aveva forse tanta voglia di scaricarsi
del suo doloroso segreto, quanta ne avesse Perpetua di conoscerlo:
onde, dopo aver respinti sempre più debolmente i nuovi e più incalzanti
assalti di lei, dopo averle fatto più d'una volta giurare che non
fiaterebbe, finalmente, con molte sospensioni, con molti ohimè, le
raccontò il miserabile caso. Quando si venne al nome terribile del
mandante, bisognò che Perpetua proferisse un nuovo e più solenne
giuramento; e don Abbondio, pronunziato quel nome, si rovesciò sulla
spalliera della seggiola, con un gran sospiro, alzando le mani, in atto
insieme di comando e di supplica, e dicendo: «per amor del cielo!»

«Delle sue!» esclamò Perpetua. «Oh che birbone! oh che soverchiatore!
oh che uomo senza timor di Dio!»

«Volete tacere? o volete rovinarmi del tutto?»

«Oh! siam qui soli che nessun ci sente. Ma come farà, povero signor
padrone?»

«Oh vedete,» disse don Abbondio, con voce stizzosa: «vedete che bei
pareri mi sa dar costei! Viene a domandarmi come farò, come farò; quasi
fosse lei nell'impiccio, e toccasse a me di levarnela.»

«Ma! io l'avrei bene il mio povero parere da darle; ma poi....»

«Ma poi, sentiamo.»

«Il mio parere sarebbe che, siccome tutti dicono che il nostro
arcivescovo è un sant'uomo, e un uomo di polso, e che non ha paura di
nessuno, e, quando può fare star a dovere un di questi prepotenti, per
sostenere un curato, ci gongola; io direi, e dico che lei gli scrivesse
una bella lettera, per informarlo come qualmente....»

«Volete tacere? volete tacere? Son pareri cedesti da dare a un
pover'uomo? Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena,
Dio liberi! l'arcivescovo me la leverebbe?»

«Eh! le schioppettate non si danno via come confetti: e guai se questi
cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano! E io ho sempre
veduto che a chi sa mostrare i denti, e farsi stimare, gli si porta
rispetto; e, appunto perchè lei non vuol mai dir la sua ragione, siam
ridotti a segno che tutti vengono, con licenza, a....»

«Volete tacere?»

«Io taccio subito; ma è però certo che, quando il mondo s'accorge che
uno, sempre, in ogni incontro, è pronto a calar le....»

«Volete tacere? È tempo ora di dir codeste baggianate?»

«Basta: ci penserà questa notte; ma intanto non cominci a farsi male da
sè, a rovinarsi la salute; mangi un boccone.»

«Ci penserò io,» rispose, brontolando, don Abbondio: «sicuro; io ci
penserò, io ci ho da pensare.» E s'alzò, continuando: «non voglio
prender niente; niente: ho altra voglia: lo so anch'io che tocca a
pensarci a me. Ma! la doveva accader per l'appunto a me.»

«Mandi almen giù quest'altro gocciolo,» disse Perpetua, mescendo. «Lei
sa che questo le rimette sempre lo stomaco.»

«Eh! ci vuoi altro, ci vuoi altro, ci vuoi altro.»

Così dicendo, prese il lume, e, brontolando sempre: «una piccola
bagattella! a un galantuomo par mio! e domani com'andrà?» e altre
simili lamentazioni, s'avviò per salire in camera. Giunto su la soglia,
si voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca, disse, con
tono lento e solenne: «per amor del cielo!» e disparve.




                             CAPITOLO II.


Si racconta che il principe di Condé dormi profondamente la notte
avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato;
secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie,
e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina. Don Abbondio invece
non sapeva altro ancora se non che l'indomani sarebbe giorno di
battaglia; quindi una gran parte della notte fu spesa in consulte
angosciose. Non far caso dell'intimazione ribalda, nè delle minacce,
e fare il matrimonio, era un partito, che non volle neppur mettere in
deliberazione. Confidare a Renzo l'occorrente, e cercar con lui qualche
mezzo.... Dio liberi! «Non si lasci scappar parola.... altrimenti....
_ehm!_» aveva detto un di que' bravi; e, al sentirsi rimbombar
quell'_ehm!_ nella mente, don Abbondio, non che pensare a trasgredire
una tal legge, si pentiva anche dell'aver ciarlato con Perpetua.
Fuggire? Dove? E poi! Quant'impicci, e quanti conti da rendere! A
ogni partito che rifiutava, il pover'uomo si rivoltava nel letto.
Quello che, per ogni verso, gli parve il meglio o il men male, fu di
guadagnar tempo, menando Renzo per le lunghe. Si rammentò a proposito,
che mancavan pochi giorni al tempo proibito per le nozze;--e, se posso
tenere a bada, per questi pochi giorni, quel ragazzone, ho poi due
mesi di respiro; e, in due mesi, può nascer di gran cose.--Ruminò
pretesti da metter in campo; e, benchè gli paressero un po' leggieri,
pur s'andava rassicurando col pensiero che la sua autorità gli avrebbe
fatti parer di giusto peso, e che la sua antica esperienza gli darebbe
gran vantaggio sur un giovanotto ignorante.--Vedremo,--diceva tra
sè:--egli pensa alla morosa; ma io penso alla pelle: il più interessato
son io, lasciando stare che sono il più accorto. Figliuol caro, se tu
ti senti il bruciore addosso, non so che dire; ma io non voglio andarne
di mezzo.--Fermato così un poco l'animo a una deliberazione, potè
finalmente chiuder occhio: ma che sonno! che sogni! Bravi, don Rodrigo,
Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate.

Il primo svegliarsi, dopo una sciagura, e in un impiccio, è un momento
molto amaro. La mente, appena risentita, ricorre all'idee abituali
della vita tranquilla antecedente; ma il pensiero del nuovo stato di
cose le si affaccia subito sgarbatamente; e il dispiacere ne è più vivo
in quel paragone istantaneo. Assaporato dolorosamente questo momento,
don Abbondio ricapitolò subito i suoi disegni della notte, si confermò
in essi, gli ordinò meglio, s'alzò, e stette aspettando Renzo con
timore e, ad un tempo, con impazienza.

Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo non si fece molto aspettare.
Appena gli parve ora di poter, senza indiscrezione, presentarsi al
curato, v'andò, con la lieta furia d'un uomo di vent'anni, che deve in
quel giorno sposare quella che ama. Era, fin dall'adolescenza, rimasto
privo de' parenti, ed esercitava la professione di filatore di seta,
ereditaria, per dir così, nella sua famiglia; professione, negli anni
indietro, assai lucrosa; allora già in decadenza, ma non però a segno
che un abile operaio non potesse cavarne di che vivere onestamente. Il
lavoro andava di giorno in giorno scemando; ma l'emigrazione continua
de' lavoranti, attirati negli stati vicini da promesse, da privilegi
e da grosse paghe, faceva sì che non ne mancasse ancora a quelli che
rimanevano in paese. Oltre di questo, possedeva Renzo un poderetto che
faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il filatoio stava fermo;
di modo che, per la sua condizione, poteva dirsi agiato. E quantunque
quell'annata fosse ancor più scarsa delle antecedenti, e già si
cominciasse a provare una vera carestia, pure il nostro giovine, che,
da quando aveva messi gli occhi addosso a Lucia, era divenuto massaio,
si trovava provvisto bastantemente, e non aveva a contrastar con la
fame. Comparve davanti a don Abbondio, in gran gala, con penne di vario
colore al cappello, col suo pugnale del manico bello, nel taschino de'
calzoni, con una cert'aria di festa e nello stesso tempo di bravería,
comune allora anche agli uomini più quieti. L'accoglimento incerto
e misterioso di don Abbondio fece un contrapposto singolare ai modi
gioviali e risoluti del giovinotto.

--Che abbia qualche pensiero per la testa,--argomentò Renzo tra sè, poi
disse: «son venuto, signor curato, per sapere a che ora le comoda che
ci troviamo in chiesa.»

«Di che giorno volete parlare?»

«Come, di che giorno? non si ricorda che s'è fissato per oggi?»

«Oggi?» replicò don Abbondio, come se ne sentisse parlare per la prima
volta. «Oggi, oggi.... abbiate pazienza, ma oggi non posso.»

«Oggi non può! Cos'è nato?»

«Prima di tutto, non mi sento bene, vedete.»

«Mi dispiace; ma quello che ha da fare è cosa di così poco tempo, e di
così poca fatica....»

«E poi, e poi, e poi....»

«E poi che cosa?»

«E poi c'è degli imbrogli.»

«Degl'imbrogli? Che imbrogli ci può essere?»

«Bisognerebbe trovarsi nei nostri piedi, per conoscer quanti impicci
nascono in queste materie, quanti conti s'ha da rendere. Io son
troppo dolce di cuore, non penso che a levar di mezzo gli ostacoli, a
facilitar tutto, a far le cose secondo il piacere altrui, e trascuro il
mio dovere; e poi mi toccan de' rimproveri, e peggio.»

«Ma, col nome del cielo, non mi tenga così sulla corda, e mi dica
chiaro e netto cosa c'è.»

«Sapete voi quante e quante formalità ci vogliono per fare un
matrimonio in regola?»

«Bisogna ben ch'io ne sappia qualche cosa,» disse Renzo, cominciando ad
alterarsi, «poichè me ne ha già rotta bastantemente la testa, questi
giorni addietro. Ma ora non s'è sbrigato ogni cosa? non s'è fatto tutto
ciò che s'aveva a fare?»

«Tutto, tutto, pare a voi: perchè, abbiate pazienza, la bestia son io,
che trascuro il mio dovere, per non far penare la gente. Ma ora....
basta, so quel che dico. Noi poveri curati siamo tra l'ancudine e
il martello: voi impaziente; vi compatisco, povero giovine; e i
superiori.... basta, non si può dir tutto. E noi siam quelli che ne
andiam di mezzo.»

«Ma mi spieghi una volta cos'è quest'altra formalità che s'ha a fare,
come dice; e sarà subito fatta.»

«Sapete voi quanti siano gl'impedimenti dirimenti?»

«Che vuol ch'io sappia d'impedimenti?»

«_Error_, _conditio_, _votum_, _cognatio_, _crimen_, _Cultus
disparitas_, _vis_, _ordo_, _ligamen_, _honestas_, _Si sis affinis_,...»

cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.

«Si piglia gioco di me?» interruppe il giovine. «Che vuol ch'io faccia
del suo _latinorum_?»

«Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi
le sa.»

«Orsù!...»

«Via, caro Renzo, non andate in collera, che son pronto a fare....
tutto quello che dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi
voglio bene io. Eh!... quando penso che stavate così bene; cosa vi
mancava? V'è saltato il grillo di maritarvi....»

«Che discorsi son questi, signor mio?» proruppe Renzo, con un volto tra
l'attonito e l'adirato.

«Dico per dire, abbiate pazienza, dico per dire. Vorrei vedervi
contento.»

[Illustrazione: RENZO (pag. 22)]

«In somma....»

«In somma, figliuol caro, io non ci ho colpa; la legge non l'ho fatta
io. E, prima di conchiudere un matrimonio, noi siam proprio obbligati
a far molte e molte ricerche, per assicurarci che non ci siano
impedimenti.»

«Ma via, mi dica una volta che impedimento è sopravvenuto?»

«Abbiate pazienza, non son cose da potersi decifrare così su due piedi.
Non ci sarà niente, così spero; ma, non ostante, queste ricerche noi
le dobbiam fare. Il testo è chiaro e lampante: _antequam matrimonium
denunciet_....»

«Le ho detto che non voglio latino.»

«Ma bisogna pur che vi spieghi....»

«Ma non le ha già fatte queste ricerche?»

«Non le ho fatte tutte, come avrei dovuto, vi dico.»

«Perchè non le ha fatte a tempo? perchè dirmi che tutto era finito?
perchè aspettare....»

«Ecco! mi rimproverate la mia troppa bontà. Ho facilitato ogni cosa per
servirvi più presto: ma.... ma ora mi son venute.... basta, so io.»

«E che vorrebbe ch'io facessi?»

«Che aveste pazienza per qualche giorno. Figliuol caro, qualche giorno
non è poi l'eternità: abbiate pazienza.»

«Per quanto?»

--Siamo a buon porto,--pensò tra sè don Abbondio; e, con un fare più
manieroso che mai, «via,» disse: «in quindici giorni cercherò,...
procurerò....»

«Quindici giorni! oh questa sì ch'è nuova! S'è fatto tutto ciò che
ha voluto lei; s'è fissato il giorno; il giorno arriva; e ora lei mi
viene a dire che aspetti quindici giorni! Quindici....» riprese poi,
con voce più alta e stizzosa, stendendo il braccio e battendo il pugno
nell'aria; e chi sa qual diavoleria avrebbe attaccata a quel numero, se
don Abbondio non l'avesse interrotto, prendendogli l'altra mano, con
un'amorevolezza timida e premurosa: «via, via, non v'alterate, per amor
del cielo. Vedrò, cercherò se, in una settimana....»

«E a Lucia che devo dire?»

«Ch'è stato un mio sbaglio.»

«E i discorsi del mondo?»

«Dite pure a tutti, che ho sbagliato io, per troppa furia, per troppo
buon cuore: gettate tutta la colpa addosso a me. Posso parlar meglio?
via, per una settimana.»

«E poi, non ci sarà più altri impedimenti?»

«Quando vi dico....»

«Ebbene: avrò pazienza per una settimana; ma ritenga bene che, passata
questa, non m'appagherò più di chiacchiere. Intanto la riverisco.» E
così detto, se n'andò, facendo a don Abbondio un inchino men profondo
del solito, e dandogli un'occhiata più espressiva che riverente.

Uscito poi, e camminando di mala voglia, per la prima volta, verso la
casa della sua promessa, in mezzo alla stizza, tornava con la mente su
quel colloquio; e sempre più lo trovava strano. L'accoglienza fredda
e impicciata di don Abbondio, quel suo parlare stentato insieme e
impaziente, que' due occhi grigi che, mentre parlava, eran sempre
andati scappando qua e là, come se avesser avuto paura d'incontrarsi
con le parole che gli uscivan di bocca, quel farsi quasi nuovo del
matrimonio così espressamente concertato, e sopra tutto quell'accennar
sempre qualche gran cosa, non dicendo mai nulla di chiaro; tutte queste
circostanze messe insieme facevan pensare a Renzo che ci fosse sotto un
mistero diverso da quello che don Abbondio aveva voluto far credere.
Stette il giovine in forse un momento di tornare indietro, per metterlo
alle strette, e farlo parlar più chiaro; ma, alzando gli occhi, vide
Perpetua che camminava dinanzi a lui, ed entrava in un orticello pochi
passi distante dalla casa. Le diede una voce, mentre essa apriva
l'uscio; studiò il passo, la raggiunse, la ritenne sulla soglia, e, col
disegno di scovar qualche cosa di più positivo, si fermò ad attaccar
discorso con essa.

«Buon giorno, Perpetua: io speravo che oggi si sarebbe stati allegri
insieme.»

«Ma! quel che Dio vuole, il mio povero Renzo.»

«Fatemi un piacere: quel benedett'uomo del signor curato m'ha
impastocchiate certe ragioni che non ho potuto ben capire: spiegatemi
voi meglio perchè non può o non vuole maritarci oggi.»

«Oh! vi par egli ch'io sappia i segreti del mio padrone?»

--L'ho detto io, che c'era mistero sotto,--pensò Renzo; e, per tirarlo
in luce, continuò: «via, Perpetua; siamo amici; ditemi quel che sapete,
aiutate un povero figliuolo.»

«Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo.»

«È vero,» riprese questo, sempre più confermandosi ne' suoi sospetti;
e, cercando d'accostarsi più alla questione, «è vero,» soggiunse, «ma
tocca ai preti a trattar male co' poveri?»

«Sentite, Renzo; io non posso dir niente, perchè.... non so niente; ma
quello che vi posso assicurare è che il mio padrone non vuol far torto,
nè a voi nè a nessuno; e lui non ci ha colpa.»

«Chi è dunque che ci ha colpa?» domandò Renzo, con un cert'atto
trascurato, ma col cuor sospeso, e con l'orecchio all'erta.

«Quando vi dico che non so niente.... In difesa del mio padrone, posso
parlare; perchè mi fa male sentire che gli si dia carico di voler far
dispiacere a qualcheduno. Pover'uomo! se pecca, è per troppa bontà. C'è
bene a questo mondo de' birboni, de' prepotenti, degli uomini senza
timor di Dio....»

--Prepotenti! birboni!--pensò Renzo:--questi non sono i superiori.
«Via,» disse poi, nascondendo a stento l'agitazione crescente, «via,
ditemi chi è.»

«Ah! voi vorreste farmi parlare; e io non posso parlare, perchè.... non
so niente: quando non so niente, è come se avessi giurato di tacere.
Potreste darmi la corda, che non mi cavereste nulla di bocca. Addio; è
tempo perduto per tutt'e due.» Così dicendo, entrò in fretta nell'orto,
e chiuse l'uscio. Renzo, rispostole con un saluto, tornò indietro pian
piano, per non farla accorgere del cammino che prendeva; ma, quando fu
fuor del tiro dell'orecchio della buona donna, allungò il passo; in un
momento fu all'uscio di don Abbondio; entrò, andò diviato al salotto
dove l'aveva lasciato, ve lo trovò, e corse verso lui, con un fare
ardito, e con gli occhi stralunati.

«Eh! eh! che novità è questa?» disse don Abbondio.

«Chi è quel prepotente,» disse Renzo, con la voce d'un uomo ch'è
risoluto d'ottenere una risposta precisa, «chi è quel prepotente che
non vuol ch'io sposi Lucia?»

«Che? che? che?» balbettò il povero sorpreso, con un volto fatto in
un istante bianco e floscio, come un cencio che esca del bucato. E,
pur brontolando, spiccò un salto dal suo seggiolone, per lanciarsi
all'uscio. Ma Renzo, che doveva aspettarsi quella mossa, e stava
all'erta, vi balzò prima di lui, girò la chiave, e se la mise in tasca.

«Ah! ah! parlerà ora, signor curato? Tutti sanno i fatti miei, fuori di
me. Voglio saperli, per bacco, anch'io. Come si chiama colui?»

«Renzo! Renzo! per carità, badate a quel che fate; pensate all'anima
vostra.»

«Penso che lo voglio saper subito, sul momento.» E, così dicendo, mise,
forse senza avvedersene, la mano sul manico del coltello che gli usciva
dal taschino.

«Misericordia!» esclamò con voce fioca don Abbondio.

«Lo voglio sapere.»

«Chi v'ha detto....»

«No, no; non più fandonie. Parli chiaro e subito.»

«Mi volete morto?»

«Voglio sapere ciò che ho ragion di sapere.»

«Ma se parlo, son morto. Non m'ha da premere la mia vita?»

«Dunque parli.»

Quel «dunque» fu proferito con una tale energia, l'aspetto di Renzo
divenne così minaccioso, che don Abbondio non potè più nemmen supporre
la possibilità di disubbidire.

«Mi promettete, mi giurate,» disse «di non parlarne con nessuno, di non
dir mai...?»

«Le prometto che fo uno sproposito, se lei non mi dice subito subito il
nome di colui.»

A quel nuovo scongiuro, don Abbondio, col volto, e con lo sguardo di
chi ha in bocca le tenaglie del cavadenti, proferì: «don....»

«Don?» ripetè Renzo, come per aiutare il paziente a buttar fuori il
resto; e stava curvo, con l'orecchio chino sulla bocca di lui, con le
braccia tese, e i pugni stretti all'indietro.

«Don Rodrigo!» pronunziò in fretta il forzato, precipitando quelle
poche sillabe, e strisciando le consonanti, parte per il turbamento,
parte perchè, rivolgendo pure quella poca attenzione che gli rimaneva
libera, a fare una transazione tra le due paure, pareva che volesse
sottrarre e fare scomparir la parola, nel punto stesso ch'era costretto
a metterla fuori.

«Ah cane!» urlò Renzo. «E come ha fatto? Cosa le ha detto per...?»

«Come eh? come?» rispose, con voce quasi sdegnosa, don Abbondio, il
quale, dopo un così gran sagrifizio, si sentiva in certo modo divenuto
creditore. «Come eh? Vorrei che la fosse toccata a voi, come è toccata
a me, che non c'entro per nulla; che certamente non vi sarebber rimasti
tanti grilli in capo.» E qui si fece a dipinger con colori terribili
il brutto incontro; e, nel discorrere, accorgendosi sempre più d'una
gran collera che aveva in corpo, e che fin allora era stata nascosta
e involta nella paura, e vedendo nello stesso tempo che Renzo, tra
la rabbia e la confusione, stava immobile, col capo basso, continuò
allegramente: «avete fatta una bella azione! M'avete reso un bel
servizio! Un tiro di questa sorte a un galantuomo, al vostro curato! in
casa sua! in luogo sacro! Avete fatta una bella prodezza! Per cavarmi
di bocca il mio malanno, il vostro malanno! ciò ch'io vi nascondevo per
prudenza, per vostro bene! E ora che lo sapete? Vorrei vedere che mi
faceste...! Per amor del ciclo! Non si scherza. Non si tratta di torto
o di ragione; si tratta di forza. E quando, questa mattina, vi davo un
buon parere.... eh! subito nelle furie. Io avevo giudizio per me e per
voi; ma come si fa? Aprite almeno; datemi la mia chiave.»

«Posso aver fallato,» rispose Renzo, con voce raddolcita verso don
Abbondio, ma nella quale si sentiva il furore contro il nemico
scoperto: «posso aver fallato; ma si metta la mano al petto, e pensi se
nel mio caso....»

Così dicendo, s'era levata la chiave di tasca, e andava ad aprire.
Don Abbondio gli andò dietro, e, mentre quegli girava la chiave nella
toppa, se gli accostò, e, con volto serio e ansioso, alzandogli davanti
agli occhi le tre prime dita della destra, come per aiutarlo anche lui
dal canto suo, «giurate almeno....» gli disse.

«Posso aver fallato; e mi scusi,» rispose Renzo, aprendo, e
disponendosi ad uscire.

«Giurate....» replicò don Abbondio, afferrandogli il braccio con la
mano tremante.

«Posso aver fallato,» ripetè Renzo, sprigionandosi da lui; e partì in
furia, troncando così la questione, che, al pari d'una questione di
letteratura o di filosofia o d'altro, avrebbe potuto durar dei secoli,
giacchè ognuna delle parti non faceva che replicare il suo proprio
argomento.

«Perpetua! Perpetua!» gridò don Abbondio, dopo avere invano richiamato
il fuggitivo. Perpetua non risponde: don Abbondio non sapeva più in che
mondo si fosse.

È accaduto più d'una volta a personaggi di ben più alto affare che don
Abbondio, di trovarsi in frangenti così fastidiosi, in tanta incertezza
di partiti, che parve loro un ottimo ripiego mettersi a letto con la
febbre. Questo ripiego, egli non lo dovette andare a cercare, perchè
gli si offerse da sè. La paura del giorno avanti, la veglia angosciosa
della notte, la paura avuta in quel momento, l'ansietà dell'avvenire,
fecero l'effetto. Affannato e balordo, si ripose sul suo seggiolone,
cominciò a sentirsi qualche brivido nell'ossa, si guardava le unghie
sospirando, e chiamava di tempo in tempo, con voce tremolante e
stizzosa: «Perpetua!» La venne finalmente, con un gran cavolo sotto il
braccio, e con la faccia tosta, come se nulla fosse stato. Risparmio al
lettore i lamenti, le condoglianze, le accuse, le difese, i «voi sola
potete aver parlato,» e i «non ho parlato,» tutti i pasticci insomma di
quel colloquio. Basti dire che don Abbondio ordinò a Perpetua di metter
la stanga all'uscio, di non aprir più per nessuna cagione, e, se alcun
bussasse, risponder dalla finestra che il curato era andato a letto con
la febbre. Salì poi lentamente le scale, dicendo, ogni tre scalini,
«son servito;» e si mise davvero a letto, dove lo lasceremo.

Renzo intanto camminava a passi infuriati verso casa, senza aver
determinato quel che dovesse fare, ma con una smania addosso di far
qualcosa di strano e di terribile. I provocatori, i soverchiatori,
tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei,
non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui
portano gli animi degli offesi. Renzo era un giovine pacifico e alieno
dal sangue, un giovine schietto e nemico d'ogni insidia; ma, in que'
momenti, il suo cuore non batteva che per l'omicidio, la sua mente non
era occupata che a fantasticare un tradimento. Avrebbe voluto correre
alla casa di don Rodrigo, afferrarlo per il collo, e.... ma gli veniva
in mente ch'era come una fortezza, guarnita di bravi al di dentro,
e guardata al di fuori; che i soli amici e servitori ben conosciuti
v'entravan liberamente, senza essere squadrati da capo a piedi; che
un artigianello sconosciuto non vi potrebb'entrare senza un esame,
e ch'egli sopra tutto.... egli vi sarebbe forse troppo conosciuto.
Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d'appiattarsi dietro
una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e,
internandosi, con feroce compiacenza, in quell'immaginazione, si
figurava di sentire una pedata, quella pedata, d'alzar chetamente
la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva
la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava
una maledizione, e correva sulla strada del confine a mettersi in
salvo.--E Lucia?--Appena questa parola si fu gettata a traverso di
quelle bieche fantasie, i migliori pensieri a cui era avvezza la mente
di Renzo, v'entrarono in folla. Si rammentò degli ultimi ricordi de'
suoi parenti, si rammentò di Dio, della Madonna e de' santi, pensò alla
consolazione che aveva tante volte provata di trovarsi senza delitti,
all'orrore che aveva tante volte provato al racconto d'un omicidio; e
si risvegliò da quel sogno di sangue, con ispavento, con rimorso, e
insieme con una specie di gioia di non aver fatto altro che immaginare.
Ma il pensiero di Lucia, quanti pensieri tirava seco! Tante speranze,
tante promesse, un avvenire così vagheggiato, e così tenuto sicuro,
e quel giorno così sospirato! E come, con che parole annunziarle una
tal nuova? E poi, che partito prendere? Come farla sua, a dispetto
della forza di quell'iniquo potente? E insieme a tutto questo, non un
sospetto formato, ma un'ombra tormentosa gli passava per la mente.
Quella soverchieria di don Rodrigo non poteva esser mossa che da una
brutale passione per Lucia. E Lucia? Che avesse data a colui la più
piccola occasione, la più leggiera lusinga, non era un pensiero che
potesse fermarsi un momento nella testa di Renzo. Ma n'era informata?
Poteva colui aver concepita quell'infame passione, senza che lei se
n'avvedesse? Avrebbe spinte le cose tanto in là, prima d'averla tentata
in qualche modo? E Lucia non ne aveva mai detta una parola a lui! al
suo promesso!

Dominato da questi pensieri, passò davanti a casa sua, ch'era nel mezzo
del villaggio, e, attraversatolo, s'avviò a quella di Lucia, ch'era
in fondo, anzi un po' fuori. Aveva quella casetta un piccolo cortile
dinanzi, che la separava dalla strada, ed era cinto da un murettino.
Renzo entrò nel cortile, e sentì un misto e continuo ronzío che veniva
da una stanza di sopra. S'immaginò che sarebbero amiche e comari,
venute a far corteggio a Lucia; e non si volle mostrare a quel mercato,
con quella nuova in corpo e sul volto. Una fanciulletta che si trovava
nel cortile, gli corse incontro gridando: «lo sposo! lo sposo!»

«Zitta, Bettina, zitta!» disse Renzo. «Vien qua; va su da Lucia, tirala
in disparte, e dille all'orecchio.... ma che nessun senta, nè sospetti
di nulla, ve'.... dille che ho da parlarle, che l'aspetto nella stanza
terrena, e che venga subito.» La fanciulletta salì in fretta le scale,
lieta e superba d'avere una commission segreta da eseguire.

Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre.
Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perchè si lasciasse
vedere; e lei s'andava schermendo, con quella modestia un po' guerriera
delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola
sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la
bocca s'apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra
la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro
il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli
d'argento, che si dividevano all'intorno, quasi a guisa de' raggi
d'un'aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese. Intorno
al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d'oro a
filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche
separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio
di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle,
di seta anch'esse, a ricami. Oltre a questo, ch'era l'ornamento
particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano
d'una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie
affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un
turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand'in
quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un
carattere particolare. La piccola Bettina si cacciò nel crocchio,
s'accostò a Lucia, le fece intendere accortamente che aveva qualcosa da
comunicarle, e le disse la sua parolina all'orecchio.

«Vo un momento, e torno,» disse Lucia alle donne; e scese in fretta. Al
veder la faccia mutata, e il portamento inquieto di Renzo, «cosa c'è?»
disse, non senza un presentimento di terrore.

«Lucia!» rispose Renzo, «per oggi, tutto è a monte; e Dio sa quando
potremo esser marito e moglie.»

«Che?» disse Lucia tutta smarrita. Renzo le raccontò brevemente la
storia di quella mattina: ella ascoltava con angoscia: e quando udì
il nome di don Rodrigo, «ah!» esclamò, arrossendo e tremando, «fino a
questo segno!»

[Illustrazione: LUCIA (pag. 32)]

«Dunque voi sapevate...?» disse Renzo.

«Pur troppo!» rispose Lucia; «ma a questo segno!»

«Che cosa sapevate?»

«Non mi fate ora parlare, non mi fate piangere. Corro a chiamar mia
madre, e a licenziar le donne: bisogna che siam soli.»

Mentre ella partiva, Renzo susurrò: «non m'avete mai detto niente.»

«Ah, Renzo!» rispose Lucia, rivolgendosi un momento, senza fermarsi.
Renzo intese benissimo che il suo nome pronunziato in quel momento,
con quel tono, da Lucia, voleva dire: potete voi dubitare ch'io abbia
taciuto se non per motivi giusti e puri?

Intanto la buona Agnese (così si chiamava la madre di Lucia), messa in
sospetto e in curiosità dalla parolina all'orecchio, e dallo sparir
della figlia, era discesa a veder cosa c'era di nuovo. La figlia la
lasciò con Renzo, tornò alle donne radunate, e, accomodando l'aspetto
e la voce, come potè meglio, disse: «il signor curato è ammalato; e
oggi non si fa nulla.» Ciò detto, le salutò tutte in fretta, e scese di
nuovo.

Le donne sfilarono, e si sparsero a raccontar l'accaduto. Due o tre
andaron fin all'uscio del curato, per verificar se era ammalato davvero.

«Un febbrone,» rispose Perpetua dalla finestra; e la trista parola,
riportata all'altre, troncò le congetture che già cominciavano a
brulicar ne' loro cervelli, e ad annunziarsi tronche e misteriose ne'
loro discorsi.




                             CAPITOLO III.


Lucia entrò nella stanza terrena, mentre Renzo stava angosciosamente
informando Agnese, la quale angosciosamente lo ascoltava. Tutt'e due
si volsero a chi ne sapeva più di loro, e da cui aspettavano uno
schiarimento, il quale non poteva essere che doloroso: tutt'e due,
lasciando travedere, in mezzo al dolore, e con l'amore diverso che
ognun d'essi portava a Lucia, un cruccio pur diverso perchè avesse
taciuto loro qualche cosa, e una tal cosa. Agnese, benchè ansiosa di
sentir parlare la figlia, non potè tenersi di non farle un rimprovero.
«A tua madre non dir niente d'una cosa simile!»

«Ora vi dirò tutto,» rispose Lucia, asciugandosi gli occhi col
grembiule.

«Parla, parla!--Parlate, parlate!» gridarono a un tratto la madre e lo
sposo.

«Santissima Vergine!» esclamò Lucia: «chi avrebbe creduto che le cose
potessero arrivare a questo segno!» E, con voce rotta dal pianto,
raccontò come, pochi giorni prima, mentre tornava dalla filanda, ed
era rimasta indietro dalle sue compagne, le era passato innanzi don
Rodrigo, in compagnia d'un altro signore; che il primo aveva cercato di
trattenerla con chiacchiere, com'ella diceva, non punto belle; ma essa,
senza dargli retta, aveva affrettato il passo, e raggiunte le compagne;
e intanto aveva sentito quell'altro signore rider forte, e don Rodrigo
dire: scommettiamo. Il giorno dopo, coloro s'eran trovati ancora sulla
strada; ma Lucia era nel mezzo delle compagne, con gli occhi bassi; e
l'altro signore sghignazzava, e don Rodrigo diceva: vedremo, vedremo.
«Per grazia del cielo,» continuò Lucia, «quel giorno era l'ultimo della
filanda. Io raccontai subito....»

«A chi hai raccontato?» domandò Agnese, andando incontro, non senza un
po' di sdegno, al nome del confidente preferito.

«Al padre Cristoforo, in confessione, mamma,» rispose Lucia, con un
accento soave di scusa. «Gli raccontai tutto, l'ultima volta che siamo
andate insieme alla chiesa del convento: e, se vi ricordate, quella
mattina, io andava mettendo mano ora a una cosa, ora a un'altra,
per indugiare, tanto che passasse altra gente del paese avviata a
quella volta, e far la strada in compagnia con loro; perchè, dopo
quell'incontro, le strade mi facevan tanta paura....»

Al nome riverito del padre Cristoforo, lo sdegno d'Agnese si raddolcì.
«Hai fatto bene,» disse, «ma perchè non raccontar tutto anche a tua
madre?»

Lucia aveva avute due buone ragioni: l'una, di non contristare nè
spaventare la buona donna, per cosa alla quale essa non avrebbe potuto
trovar rimedio; l'altra, di non metter a rischio di viaggiar per molte
bocche una storia che voleva essere gelosamente sepolta: tanto più che
Lucia sperava che le sue nozze avrebber troncata, sul principiare,
quell'abbominata persecuzione. Di queste due ragioni però, non allegò
che la prima.

«E a voi,» disse poi, rivolgendosi a Renzo, con quella voce che vuol
far riconoscere a un amico che ha avuto torto: «e a voi doveva io
parlar di questo? Pur troppo lo sapete ora!»

«E che t'ha detto il padre?» domandò Agnese.

«M'ha detto che cercassi d'affrettar le nozze il più che potessi, e
intanto stessi rinchiusa; che pregassi bene il Signore; e che sperava
che colui, non vedendomi, non si curerebbe più di me. E fu allora che
mi sforzai,» proseguì, rivolgendosi di nuovo a Renzo, senza alzargli
però gli occhi in viso, e arrossendo tutta, «fu allora che feci la
sfacciata, e che vi pregai io che procuraste di far presto, e di
concludere prima del tempo che s'era stabilito. Chi sa cosa avrete
pensato di me! Ma io facevo per bene, ed ero stata consigliata,
e tenevo per certo.... e questa mattina, ero tanto lontana da
pensare....» Qui le parole furon troncate da un violento scoppio di
pianto.

«Ah birbone! ah dannato! ah assassino!» gridava Renzo, correndo innanzi
e indietro per la stanza, e stringendo di tanto in tanto il manico del
suo coltello.

«Oh che imbroglio, per amor di Dio!» esclamava Agnese. Il giovine si
fermò d'improvviso davanti a Lucia che piangeva; la guardò con un atto
di tenerezza mesta e rabbiosa, e disse: «questa è l'ultima che fa
quell'assassino.»

«Ah! no, Renzo, per amor del cielo!» gridò Lucia. «No, no, per amor del
cielo! Il Signore c'è anche per i poveri; e come volete che ci aiuti,
se facciam del male?»

«No, no, per amor del cielo!» ripeteva Agnese.

«Renzo,» disse Lucia, con un'aria di speranza e di risoluzione più
tranquilla: «voi avete un mestiere, e io so lavorare: andiamo tanto
lontano, che colui non senta più parlar di noi.»

«Ah Lucia! e poi? Non siamo ancora marito e moglie! Il curato vorrà
farci la fede di stato libero? Un uomo come quello? Se fossimo
maritati, oh allora...!»

Lucia si rimise a piangere: e tutt'e tre rimasero in silenzio, e in un
abbattimento che faceva un tristo contrapposto alla pompa festiva de'
loro abiti.

«Sentite, figliuoli; date retta a me,» disse, dopo qualche momento,
Agnese. «Io son venuta al mondo prima di voi; e il mondo lo conosco un
poco. Non bisogna poi spaventarsi tanto: il diavolo non è brutto quanto
si dipinge. A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perchè
non sappiam trovarne il bandolo; ma alle volte un parere, una parolina
d'un uomo che abbia studiato.... so ben io quel che voglio dire. Fate a
mio modo, Renzo; andate a Lecco; cercate del dottor Azzecca-garbugli,
raccontategli.... Ma non lo chiamate così, per amor del cielo: è un
soprannome. Bisogna dire il signor dottor.... Come si chiama, ora?
Oh to'! non lo so il nome vero: lo chiaman tutti a quel modo. Basta,
cercate di quel dottore alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una
voglia di lampone sulla guancia.»

«Lo conosco di vista,» disse Renzo.

«Bene,» continuò Agnese: «quello è una cima d'uomo! Ho visto io più
d'uno ch'era più impicciato che un pulcin nella stoppa, e non sapeva
dove batter la testa, e, dopo essere stato un'ora a quattr'occhi col
dottor Azzecca-garbugli, (badate bene di non chiamarlo così!) l'ho
visto, dico, ridersene. Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui
dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli;
perchè non bisogna mai andar con le mani vôte da que' signori.
Raccontategli tutto l'accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di
quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno.»

Renzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia l'approvò; e
Agnese, superba d'averlo dato, levò, a una a una, le povere bestie
dalla stia, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di
fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano
a Renzo; il quale, date e ricevute parole di speranza, uscì dalla
parte dell'orto, per non esser veduto da' ragazzi, che gli correrebber
dietro, gridando: lo sposo! lo sposo! Così, attraversando i campi o,
come dicon colà, i luoghi, se n'andò per viottole, fremendo, ripensando
alla sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al dottor
Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare
in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe,
a capo all'in giù, nella mano d'un uomo il quale, agitato da tante
passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto
per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l'alzava per
disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti
i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro
teste spenzolate; le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con
l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.

Giunto al borgo, domandò dell'abitazione del dottore; gli fu indicata,
e v'andò. All'entrare, si sentì preso da quella suggezione che i
poverelli illetterati provano in vicinanza d'un signore e d'un dotto,
e dimenticò tutti i discorsi che aveva preparati; ma diede un'occhiata
ai capponi, e si rincorò. Entrato in cucina, domandò alla serva, se
si poteva parlare al signor dottore. Adocchiò essa le bestie, e, come
avvezza a somiglianti doni, mise loro le mani addosso, quantunque
Renzo andasse tirando indietro, perchè voleva che il dottore vedesse e
sapesse ch'egli portava qualche cosa. Capitò appunto mentre la donna
diceva: «date qui, e andate innanzi.» Renzo fece un grande inchino: il
dottore l'accolse umanamente, con un «venite, figliuolo,» e lo fece
entrar con sè nello studio. Era questo uno stanzone, su tre pareti
del quale eran distribuiti i ritratti de' dodici Cesari; la quarta,
coperta da un grande scaffale di libri vecchi e polverosi: nel mezzo,
una tavola gremita d'allegazioni, di suppliche, di libelli, di gride,
con tre o quattro seggiole all'intorno, e da una parte un seggiolone
a braccioli, con una spalliera alta e quadrata, terminata agli angoli
da due ornamenti di legno, che s'alzavano a foggia di corna, coperta
di vacchetta, con grosse borchie, alcune delle quali, cadute da
gran tempo, lasciavano in libertà gli angoli della copertura, che
s'accartocciava qua e là. Il dottore era in veste da camera, cioè
coperto d'una toga ormai consunta, che gli aveva servito, molt'anni
addietro, per perorare, ne' giorni d'apparato, quando andava a Milano,
per qualche causa d'importanza. Chiuse l'uscio, e fece animo al
giovine, con queste parole: «figliuolo, ditemi il vostro caso.»

«Vorrei dirle una parola in confidenza.»

«Son qui,» rispose il dottore: «parlate.» E s'accomodò sul seggiolone.
Renzo, ritto davanti alla tavola, con una mano nel cocuzzolo del
cappello, che faceva girar con l'altra, ricominciò: «vorrei sapere da
lei che ha studiato....»

«Ditemi il fatto come sta,» interruppe il dottore.

«Lei m'ha da scusare: noi altri poveri non sappiamo parlar bene. Vorrei
dunque sapere....»

«Benedetta gente! siete tutti così: in vece di raccontar il fatto,
volete interrogare, perchè avete già i vostri disegni in testa.»

«Mi scusi, signor dottore. Vorrei sapere se, a minacciare un curato,
perchè non faccia un matrimonio, c'è penale.»

--Ho capito,--disse tra sè il dottore, che in verità non aveva
capito.--Ho capito.--E subito si fece serio, ma d'una serietà mista
di compassione e di premura; strinse fortemente le labbra, facendone
uscire un suono inarticolato che accennava un sentimento, espresso
poi più chiaramente nelle sue prime parole. «Caso serio, figliuolo;
caso contemplato. Avete fatto bene a venir da me. È un caso chiaro,
contemplato in cento gride, e.... appunto, in una dell'anno scorso,
dell'attuale signor governatore. Ora vi fo vedere, e toccar con mano.»

Così dicendo, s'alzò dal suo seggiolone, e cacciò le mani in quel caos
di carte, rimescolandole dal sotto in su, come se mettesse grano in uno
staio.

«Dov'è ora? Vien fuori, vien fuori. Bisogna aver tante cose alle mani!
Ma la dev'esser qui sicuro, perchè è una grida d'importanza. Ah!
ecco, ecco.» La prese, la spiegò, guardò alla data, e, fatto un viso
ancor più serio, esclamò: «il 15 d'ottobre 1627! Sicuro; è dell'anno
passato: grida fresca; son quelle che fanno più paura. Sapete leggere,
figliuolo?»

«Un pochino, signor dottore.»

«Bene, venitemi dietro con l'occhio, e vedrete.»

E, tenendo la grida sciorinata in aria, cominciò a leggere, borbottando
a precipizio in alcuni passi, e fermandosi distintamente, con
grand'espressione, sopra alcuni altri, secondo il bisogno:

«_Se bene, per la grida pubblicata d'ordine del signor Duca di Feria ai
14 di dicembre 1620, et confirmata dall'Illustriss. et Eccellentiss.
Signore il Signor Gonzalo Fernandez de Cordova_, eccetera, _fu
con rimedii straordinarii e rigorosi provvisto alle oppressioni,
concussioni et atti tirannici che alcuni ardiscono di commettere contra
questi Vassalli tanto divoti di S. M., ad ogni modo la frequenza degli
eccessi, e la malitia_, eccetera, _è cresciuta a segno, che ha posto
in necessità l'Eccell. Sua_, eccetera. _Onde, col parere del Senato et
di una Giunta_, eccetera, _ha risoluto che si pubblichi la presente_.

«_E cominciando dagli atti tirannici, mostrando l'esperienza che molti,
così nelle Città, come nelle Ville_.... sentite? _di questo Stato, con
tirannide esercitano concussioni et opprimono i più deboli in varii
modi, come in operare che si facciano contratti violenti di compre,
d'affitti_.... eccetera: dove sei? ah! ecco; sentite: _che seguano o
non seguano matrimonii_. Eh?»

«E il mio caso,» disse Renzo.

«Sentite, sentite, c'è ben altro; e poi vedremo la pena. _Si
testifichi, o non si testifichi; che uno si parta dal luogo dove
abita_, eccetera; _che quello paghi un debito; quell'altro non lo
molesti, quello vada al suo molino_: tutto questo non ha che far con
noi. Ah ci siamo: _quel prete non faccia quello che è obbligato per
l'uficio suo, o faccia cose che non gli toccano_. Eh?»

«Pare che abbian fatta la grida apposta per me.»

«Eh? non è vero? sentite, sentite: _et altre simili violenze, quali
seguono da feudatarii, nobili, mediocri, vili, e plebei_. Non se ne
scappa: ci son tutti: è come la valle di Giosafat. Sentite ora la pena.
_Tutte queste et altre simili male attioni, benchè siano proibite,
nondimeno, convenendo metter mano a maggior rigore, S. E., per la
presente, non derogando_, eccetera, _ordina e comanda che contra li
contravventori in qualsivoglia dei suddetti capi, o altro simile,
si proceda da tutti li giudici ordinarii di questo Stato a pena
pecuniaria e corporale, ancora di relegatione o di galera, e fino alla
morte_.... una piccola bagattella! _all'arbitrio dell'Eccellenza Sua,
o del Senato, secondo la qualità dei casi, persone e circostanze. E
questo ir-re-mis-si-bil-men-te e con ogni rigore_, eccetera. Ce n'è
della roba, eh? E vedete qui le sottoscrizioni: _Gonzalo Fernandez de
Cordova_; e più in giù: _Platonus_; e qui ancora: _Vidit Ferrer_: non
ci manca niente.»

Mentre il dottore leggeva, Renzo gli andava dietro lentamente con
l'occhio, cercando di cavar il costrutto chiaro, e di mirar proprio
quelle sacrosante parole, che gli parevano dover essere il suo aiuto.
Il dottore, vedendo il nuovo cliente più attento che atterrito, si
maravigliava.--Che sia matricolato costui,--pensava tra sè. «Ah! ah!»
gli disse poi: «vi siete però fatto tagliare il ciuffo. Avete avuto
prudenza: però, volendo mettervi nelle mie mani, non faceva bisogno. Il
caso è serio; ma voi non sapete quel che mi basti l'animo di fare, in
un'occasione.»

Per intender quest'uscita del dottore, bisogna sapere, o rammentarsi
che, a quel tempo, i bravi di mestiere; i facinorosi d'ogni genere,
usavan portare un lungo ciuffo, che si tiravan poi sul volto, come una
visiera, all'atto d'affrontar qualcheduno, ne' casi in cui stimasser
necessario di travisarsi, e l'impresa fosse di quelle, che richiedevano
nello stesso tempo forza e prudenza. Le gride non erano state in
silenzio su questa moda. _Comanda Sua Eccellenza_ (il marchese de la
Hynojosa) _che chi porterà i capelli di tal lunghezza che coprano il
fronte fino alli cigli esclusivamente, ovvero porterà la trezza, o
avanti o dopo le orecchie, incorra la pena di trecento scudi; et in
caso d'inhabilità, di tre anni di galera, per la prima volta, e per la
seconda, oltre la suddetta, maggiore ancora, pecuniaria et corporale,
all'arbitrio di Sua Eccellenza._

_Permette però che, per occasione di trovarsi alcuno calvo, o per altra
ragionevole causa di segnale o ferita, possano quelli tali, per maggior
decoro e sanità loro, portare i capelli tanto lunghi, quanto sia
bisogno per coprire simili mancamenti e niente di più; avvertendo bene
a non eccedere il dovere epura necessità, per_ (non) _incorrere nella
pena agli altri contraffacienti imposta._

_E parimente comanda a' barbieri, sotto pena di cento scudi o di tre
tratti di corda da esser dati loro in pubblico, et maggiore anco
corporale, all'arbitrio come sopra, che non lascino a quelli che
toseranno, sorte alcuna di dette trezze, zuffi, rizzi, nè capelli più
lunghi dell'ordinario, così nella fronte come dalle bande, e dopo
le orecchie, ma che siano tutti uguali, come sopra, salvo nel caso
dei calvi, o altri difettosi, come si è detto._ Il ciuffo era dunque
quasi una parte dell'armatura, e un distintivo de' bravacci e degli
scapestrati; i quali poi da ciò vennero comunemente chiamati ciuffi.
Questo termine è rimasto e vive tuttavia, con significazione più
mitigata, nel dialetto: e non ci sarà forse nessuno de' nostri lettori
milanesi, che non si rammenti d'aver sentito, nella sua fanciullezza, o
i parenti, o il maestro, o qualche amico di casa, o qualche persona di
servizio, dir di lui: è un ciuffo, è un ciuffetto.

[Illustrazione: ...«Ce n'è della roba, eh? E vedete le sottoscrizioni»...
(pag. 39)]

«In verità, da povero figliuolo,» rispose Renzo, «io non ho mai portato
ciuffo in vita mia.»

«Non facciam niente,» rispose il dottore, scotendo il capo, con un
sorriso, tra malizioso e impaziente. «Se non avete fede in me, non
facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è
uno sciocco che dirà la verità al giudice. All'avvocato bisogna
raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete
ch'io v'aiuti, bisogna dirmi tutto, dall'a fino alla zeta, col cuore
in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui
avete avuto il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo; e,
in questo caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli
dirò, vedete, ch'io sappia da voi, che v'ha mandato lui: fidatevi. Gli
dirò che vengo ad implorar la sua protezione, per un povero giovine
calunniato. E con lui prenderò i concerti opportuni, per finir l'affare
lodevolmente. Capite bene che, salvando sè, salverà anche voi. Se poi
la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri
da peggio imbrogli.... Purchè non abbiate offeso persona di riguardo,
intendiamoci, m'impegno a togliervi d'impiccio: con un po' di spesa,
intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l'offeso, come si dice: e, secondo
la condizione, la qualità e l'umore dell'amico, si vedrà se convenga
più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo
d'attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell'orecchio;
perchè, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e
nessuno è innocente. In quanto al curato, se è persona di giudizio, se
ne starà zitto; se fosse una testolina, c'è rimedio anche per quelle.
D'ogni intrigo si può uscire; ma ci vuole un uomo: e il vostro caso è
serio; serio, vi dico, serio: la grida canta chiaro; e se la cosa si
deve decider tra la giustizia e voi, così a quattr'occhi, state fresco.
Io vi parlo da amico: le scappate bisogna pagarle: se volete passarvela
liscia, danari e sincerità, fidarvi di chi vi vuoi bene, ubbidire, far
tutto quello che vi sarà suggerito.»

Mentre il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo stava
guardando con un'attenzione estatica, come un materialone sta sulla
piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata
in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro,
che non finisce mai. Quand'ebbe però capito bene cosa il dottore
volesse dire, e quale equivoco avesse preso, gli troncò il nastro in
bocca, dicendo: «oh! signor dottore, come l'ha intesa? l'è proprio
tutta al rovescio. Io non ho minacciato nessuno; io non fo di queste
cose, io; e domandi pure a tutto il mio comune, che sentirà che non ho
mai avuto che fare con la giustizia. La bricconeria l'hanno fatta a me;
e vengo da lei per sapere come ho da fare per ottener giustizia; e son
ben contento d'aver visto quella grida.»

«Diavolo!» esclamò il dottore, spalancando gli occhi. «Che pasticci mi
fate? Tant'è; siete tutti così: possibile che non sappiate dirle chiare
le cose?»

«Ma mi scusi; lei non m'ha dato tempo: ora le racconterò la cosa,
com'è. Sappia dunque ch'io dovevo sposare oggi,» e qui la voce di Renzo
si commosse, «dovevo sposare oggi una giovine, alla quale discorrevo,
fin da quest'estate; e oggi, come le dico, era il giorno stabilito col
signor curato, e s'era disposto ogni cosa. Ecco che il signor curato
comincia a cavar fuori certe scuse.... basta, per non tediarla, io l'ho
fatto parlar chiaro, com'era giusto; e lui m'ha confessato che gli era
stato proibito, pena la vita, di far questo matrimonio. Quel prepotente
di don Rodrigo....»

«Eh via!» interruppe subito il dottore, aggrottando le ciglia,
aggrinzando il naso rosso, e storcendo la bocca, «eh via! Che mi venite
a rompere il capo con queste fandonie? Fate di questi discorsi tra voi
altri, che non sapete misurar le parole; e non venite a farli con un
galantuomo che sa quanto valgono. Andate, andate; non sapete quel che
vi dite: io non m'impiccio con ragazzi; non voglio sentir discorsi di
questa sorte, discorsi in aria.»

«Le giuro....»

«Andate, vi dico: che volete ch'io faccia de' vostri giuramenti? Io non
c'entro: me ne lavo le mani.» E se le andava stropicciando, come se le
lavasse davvero. «Imparate a parlare: non si viene a sorprender così un
galantuomo.»

«Ma senta, ma senta,» ripeteva indarno Renzo: il dottore, sempre
gridando, lo spingeva con le mani verso l'uscio; e, quando ve l'ebbe
cacciato, aprì, chiamò la serva, e le disse: «restituite subito a
quest'uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio
niente.»

Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo ch'era stata in quella
casa, eseguito un ordine simile: ma era stato proferito con una
tale risoluzione, che non esitò a ubbidire. Prese le quattro povere
bestie, e le diede a Renzo, con un'occhiata di compassione sprezzante,
che pareva volesse dire: bisogna che tu l'abbia fatta bella. Renzo
voleva far cerimonie; ma il dottore fu inespugnabile; e il giovine,
più attonito e più stizzito che mai, dovette riprendersi le vittime
rifiutate, e tornar al paese, a raccontar alle donne il bel costrutto
della sua spedizione.

Le donne, nella sua assenza, dopo essersi tristamente levate il vestito
delle feste e messo quello del giorno di lavoro, si misero a consultar
di nuovo, Lucia singhiozzando e Agnese sospirando. Quando questa ebbe
ben parlato de' grandi effetti che si dovevano sperare dai consigli
del dottore, Lucia disse che bisognava veder d'aiutarsi in tutte le
maniere; che il padre Cristoforo era uomo non solo da consigliare, ma
da metter l'opera sua, quando si trattasse di sollevar poverelli; e che
sarebbe una gran bella cosa potergli far sapere ciò ch'era accaduto.
«Sicuro,» disse Agnese: e si diedero a cercare insieme la maniera;
giacchè andar esse al convento, distante di là forse due miglia, non
se ne sentivano il coraggio, in quel giorno: e certo nessun uomo di
giudizio gliene avrebbe dato il parere. Ma, nel mentre che bilanciavano
i partiti, si senti un picchietto all'uscio, e, nello stesso momento,
un sommesso ma distinto: «_Deo gratias_.» Lucia, immaginandosi chi
poteva essere, corse ad aprire; e subito, fatto un piccolo inchino
famigliare, venne avanti un laico cercatore cappuccino, con la sua
bisaccia pendente alla spalla sinistra, e tenendone l'imboccatura
attortigliata e stretta nelle due mani sul petto.

«Oh fra Galdino!» dissero le due donne.

«Il Signore sia con voi,» disse il frate. «Vengo alla cerca delle noci.»

«Va a prender le noci per i padri,» disse Agnese. Lucia s'alzò, e
s'avviò all'altra stanza, ma, prima d'entrarvi, si trattenne dietro le
spalle di fra Galdino, che rimaneva diritto nella medesima positura; e,
mettendo il dito alla bocca, diede alla madre un'occhiata che chiedeva
il segreto, con tenerezza, con supplicazione, e anche con una certa
autorità.

Il cercatore, sbirciando Agnese così da lontano, disse: «e questo
matrimonio? Si doveva pur fare oggi: ho veduto nel paese una certa
confusione, come se ci fosse una novità. Cos'è stato?»

«Il signor curato è ammalato, e bisogna differire,» rispose in
fretta la donna. Se Lucia non faceva quel segno, la risposta sarebbe
probabilmente stata diversa. «E come va la cerca?» soggiunse poi, per
mutar discorso.

«Poco bene, buona donna, poco bene. Le son tutte qui.» E, così dicendo,
si levò la bisaccia d'addosso, e la fece saltar tra le due mani. «Son
tutte qui; e, per mettere insieme questa bella abbondanza, ho dovuto
picchiare a dieci porte.»

«Ma! le annate vanno scarse, fra Galdino; e, quando s'ha a misurar il
pane, non si può allargar la mano nel resto.»

«E per far tornare il buon tempo, che rimedio c'è, la mia donna?
L'elemosina. Sapete di quel miracolo delle noci, che avvenne, molt'anni
sono, in quel nostro convento di Romagna?»

«No, in verità; raccontatemelo un poco.»

«Oh! dovete dunque sapere che, in quel convento, c'era un nostro
padre, il quale era un santo, e si chiamava il padre Macario. Un
giorno d'inverno, passando per una viottola, in un campo d'un nostro
benefattore, uomo dabbene anche lui, il padre Macario vide questo
benefattore vicino a un suo gran noce; e quattro contadini, con le
zappe in aria, che principiavano a scalzar la pianta, per metterle le
radici al sole.--Che fate voi a quella povera pianta? domandò il padre
Macario.--Eh! padre, son anni e anni che la non mi vuol far noci; e
io ne faccio legna.--Lasciatela stare, disse il padre: sappiate che,
quest'anno, la farà più noci che foglie. Il benefattore, che sapeva chi
era colui che aveva detta quella parola, ordinò subito ai lavoratori,
che gettasser di nuovo la terra sulle radici; e, chiamato il padre,
che continuava la sua strada,--padre Macario, gli disse, la metà della
raccolta sarà per il convento.--Si sparse la voce della predizione;
e tutti correvano a guardare il noce. In fatti, a primavera, fiori a
bizzeffe, e, a suo tempo, noci a bizzeffe. Il buon benefattore non
ebbe la consolazione di bacchiarle; perchè andò, prima della raccolta,
a ricevere il premio della sua carità. Ma il miracolo fu tanto più
grande, come sentirete. Quel brav'uomo aveva lasciato un figliuolo di
stampa ben diversa. Or dunque, alla raccolta, il cercatore andò per
riscotere la metà ch'era dovuta al convento; ma colui se ne fece nuovo
affatto, ed ebbe la temerità di rispondere che non aveva mai sentito
dire che i cappuccini sapessero far noci. Sapete ora cosa avvenne? Un
giorno, (sentite questa) lo scapestrato aveva invitato alcuni suoi
amici dello stesso pelo, e, gozzovigliando, raccontava la storia del
noce, e rideva de' frati. Que' giovinastri ebber voglia d'andar a
vedere quello sterminato mucchio di noci; e lui li mena su in granaio.
Ma sentite: apre l'uscio, va verso il cantuccio dov'era stato riposto
il gran mucchio, e mentre dice: guardate, guarda egli stesso e vede....
che cosa? Un bel mucchio di foglie secche di noce. Fu un esempio
questo? E il convento, in vece di scapitare, ci guadagnò; perchè, dopo
un così gran fatto, la cerca delle noci rendeva tanto, tanto, che un
benefattore, mosso a compassione del povero cercatore, fece al convento
la carità d'un asino, che aiutasse a portar le noci a casa. E si faceva
tant'olio, che ogni povero veniva a prenderne, secondo il suo bisogno;
perchè noi siam come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la
torna a distribuire a tutti i fiumi.»

Qui ricomparve Lucia, col grembiule così carico di noci, che lo
reggeva a fatica, tenendone le due cocche in alto, con le braccia
tese e allungate. Mentre fra Galdino, levatasi di nuovo la bisaccia,
la metteva giù, e ne scioglieva la bocca, per introdurvi l'abbondante
elemosina, la madre fece un volto attonito e severo a Lucia, per la
sua prodigalità; ma Lucia le diede un'occhiata, che voleva dire: mi
giustificherò. Fra Galdino proruppe in elogi, in auguri, in promesse,
in ringraziamenti, e, rimessa la bisaccia al posto, s'avviava. Ma
Lucia, richiamatolo, disse: «vorrei un servizio da voi; vorrei che
diceste al padre Cristoforo, che ho gran premura di parlargli, e che mi
faccia la carità di venir da noi poverette, subito subito; perchè non
possiamo andar noi alla chiesa.»

«Non volete altro? Non passerà un'ora che il padre Cristoforo saprà il
vostro desiderio.»

«Mi fido.»

«Non dubitate.» E così detto, se n'andò, un po' più curvo e più
contento, di quel che fosse venuto.

Al vedere che una povera ragazza mandava a chiamare, con tanta
confidenza, il padre Cristoforo, e che il cercatore accettava la
commissione, senza maraviglia e senza difficoltà, nessun si pensi che
quel Cristoforo fosse un frate di dozzina, una cosa da strapazzo. Era
anzi uomo di molta autorità, presso i suoi, e in tutto il contorno;
ma tale era la condizione de' cappuccini, che nulla pareva per loro
troppo basso, nè troppo elevato. Servir gl'infimi, ed esser servito
dai potenti, entrar ne' palazzi e ne' tuguri, con lo stesso contegno
d'umiltà e di sicurezza, esser talvolta, nella stessa casa, un soggetto
di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva
nulla, chieder l'elemosina per tutto, e farla a tutti quelli che la
chiedevano al convento, a tutto era avvezzo un cappuccino. Andando
per la strada, poteva ugualmente abbattersi in un principe che gli
baciasse riverentemente la punta del cordone, o in una brigata di
ragazzacci che, fingendo d'esser alle mani tra loro, gl'inzaccherassero
la barba di fango. La parola «frate» veniva, in que' tempi, proferita
col più gran rispetto, e col più amaro disprezzo: e i cappuccini,
forse più d'ogni altr'ordine, eran oggetto de' due opposti sentimenti,
e provavano le due opposte fortune; perchè, non possedendo nulla,
portando un abito più stranamente diverso dal comune, facendo più
aperta professione d'umiltà, s'esponevan più da vicino alla venerazione
e al vilipendio che queste cose possono attirare da' diversi umori, e
dal diverso pensare degli uomini.

Partito fra Galdino, «tutte quelle noci!» esclamò Agnese: «in
quest'anno!»

«Mamma, perdonatemi,» rispose Lucia; «ma, se avessimo fatta
un'elemosina come gli altri, fra Galdino avrebbe dovuto girare ancora,
Dio sa quanto, prima d'aver la bisaccia piena; Dio sa quando sarebbe
tornato al convento; e, con le ciarle che avrebbe fatte e sentite, Dio
sa se gli sarebbe rimasto in mente....»

«Hai pensato bene; e poi è tutta carità che porta sempre buon frutto,»
disse Agnese, la quale, co' suoi difettucci, era una gran buona donna,
e si sarebbe, come si dice, buttata nel fuoco per quell'unica figlia,
in cui aveva riposta tutta la sua compiacenza.

In questa, arrivò Renzo, ed entrando con un volto dispettoso insieme
e mortificato, gettò i capponi sur una tavola; e fu questa l'ultima
trista vicenda delle povere bestie, per quel giorno.

«Bel parere che m'avete dato!» disse ad Agnese. «M'avete mandato da un
buon galantuomo, da uno che aiuta veramente i poverelli!» E raccontò
il suo abboccamento col dottore. La donna, stupefatta di così trista
riuscita, voleva mettersi a dimostrare che il parere però era buono,
e che Renzo non doveva aver saputo far la cosa come andava fatta; ma
Lucia interruppe quella questione, annunziando che sperava d'aver
trovato un aiuto migliore. Renzo accolse anche questa speranza, come
accade a quelli che sono nella sventura e nell'impiccio. «Ma, se il
padre,» disse, «non ci trova un ripiego, lo troverò io, in un modo o
nell'altro.»

Le donne consigliaron la pace, la pazienza, la prudenza. «Domani,»
disse Lucia, «il padre Cristoforo verrà sicuramente; e vedrete che
troverà qualche rimedio, di quelli che noi poveretti non sappiam
nemmeno immaginare.»

«Lo spero;» disse Renzo; «ma, in ogni caso, saprò farmi ragione, o
farmela fare. A questo mondo c'è giustizia finalmente.»

Co' dolorosi discorsi, e con le andate e venute che si son riferite,
quel giorno era passato; e cominciava a imbrunire.

«Buona notte,» disse tristamente Lucia a Renzo, il quale non sapeva
risolversi d'andarsene.

«Buona notte,» rispose Renzo, ancor più tristamente.

«Qualche santo ci aiuterà,» replicò Lucia: «usate prudenza, e
rassegnatevi.»

La madre aggiunse altri consigli dello stesso genere; e lo sposo se
n'andò, col cuore in tempesta, ripetendo sempre quelle strane parole:
«a questo mondo c'è giustizia, finalmente!» Tant'è vero che un uomo
sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica.




                             CAPITOLO IV.


Il sole non era ancor tutto apparso sull'orizzonte, quando il padre
Cristoforo uscì dal suo convento di Pescarenico, per salire alla
casetta dov'era aspettato. È Pescarenico una terricciola, sulla riva
sinistra dell'Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte:
un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate
qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare. Il convento era
situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori, e in faccia
all'entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco conduce
a Bergamo. Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole
s'alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità de'
monti opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, giù per i
pendii, e nella valle. Un venticello d'autunno, staccando da' rami le
foglie appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante
dall'albero. A destra e a sinistra, nelle vigne, sui tralci ancor tesi,
brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra lavorata
di fresco, spiccava bruna e distinta ne' campi di stoppie biancastre
e luccicanti dalla guazza. La scena era lieta; ma ogni figura d'uomo
che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero. Ogni tanto,
s'incontravano mendichi laceri e macilenti, o invecchiati nel mestiere,
o spinti allora dalla necessità a tender la mano. Passavano zitti
accanto al padre Cristoforo, lo guardavano pietosamente, e, benchè non
avesser nulla a sperar da lui, giacchè un cappuccino non toccava mai
moneta, gli facevano un inchino di ringraziamento, per l'elemosina che
avevan ricevuta, o che andavano a cercare al convento. Lo spettacolo
de' lavoratori sparsi ne' campi, aveva qualcosa d'ancor più doloroso.
Alcuni andavan gettando le lor semente, rade, con risparmio, e a
malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme; altri
spingevan la vanga come a stento, e rovesciavano svogliatamente
la zolla. La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la
vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta,
a rubarle, per cibo della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva
insegnato che anche gli uomini potevan vivere. Questi spettacoli
accrescevano, a ogni passo, la mestizia del frate, il quale camminava
già col tristo presentimento in cuore, d'andar a sentire qualche
sciagura.

--Ma perchè si prendeva tanto pensiero di Lucia? E perchè, al primo
avviso, s'era mosso con tanta sollecitudine, come a una chiamata
del padre provinciale? E chi era questo padre Cristoforo?--Bisogna
soddisfare a tutte queste domande.

[Illustrazione: PADRE CRISTOFORO. (pag. 49)]

Il padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta che ai
cinquant'anni. Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli,
che vi girava intorno, secondo il rito cappuccinesco, s'alzava di
tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che
d'altero e d'inquieto; e subito s'abbassava, per riflessione d'umiltà.
La barba bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva
ancor più risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto,
alle quali un'astinenza, già da gran pezzo abituale, aveva assai più
aggiunto di gravità che tolto d'espressione. Due occhi incavati eran
per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità
repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere,
col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno,
di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona
tirata di morso.

Il padre Cristoforo non era sempre stato così, nè sempre era stato
Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Era figliuolo d'un
mercante di *** (questi asterischi vengon tutti dalla circospezione
del mio anonimo) che, ne' suoi ultim'anni, trovandosi assai fornito
di beni, e con quell'unico figliuolo, aveva rinunziato al traffico, e
s'era dato a viver da signore.

Nel suo nuovo ozio, cominciò a entrargli in corpo una gran vergogna
di tutto quel tempo che aveva speso a far qualcosa in questo mondo.
Predominato da una tal fantasia, studiava tutte le maniere di far
dimenticare ch'era stato mercante: avrebbe voluto poterlo dimenticare
anche lui. Ma il fondaco, le balle, il libro, il braccio, gli
comparivan sempre nella memoria, come l'ombra di Banco a Macbeth, anche
tra la pompa delle mense, e il sorriso de' parassiti. E non si potrebbe
dire la cura che dovevano aver que' poveretti, per schivare ogni parola
che potesse parere allusiva all'antica condizione del convitante. Un
giorno, per raccontarne una, un giorno, sul finir della tavola, ne'
momenti della più viva e schietta allegria, che non si sarebbe potuto
dire chi più godesse, o la brigata di sparecchiare, o il padrone d'aver
apparecchiato, andava stuzzicando, con superiorità amichevole, uno
di que' commensali, il più onesto mangiatore del mondo. Questo, per
corrispondere alla celia, senza la minima ombra di malizia, proprio col
candore d'un bambino, rispose: «eh! io fo l'orecchio del mercante.»
Egli stesso fu subito colpito dal suono della parola che gli era
uscita di bocca: guardò, con faccia incerta, alla faccia del padrone,
che s'era rannuvolata: l'uno e l'altro avrebber voluto riprender
quella di prima; ma non era possibile. Gli altri convitati pensavano,
ognun da sè, al modo di sopire il piccolo scandolo, e di fare una
diversione; ma, pensando, tacevano, e, in quel silenzio, lo scandolo
era più manifesto. Ognuno scansava d'incontrar gli occhi degli altri;
ognuno sentiva che tutti eran occupati del pensiero che tutti volevan
dissimulare. La gioia, per quel giorno, se n'andò; e l'imprudente o,
per parlar con più giustizia, lo sfortunato, non ricevette più invito.
Così il padre di Lodovico passò gli ultimi suoi anni in angustie
continue, temendo sempre d'essere schernito, e non riflettendo mai
che il vendere non è cosa più ridicola che il comprare, e che quella
professione di cui allora si vergognava, l'aveva pure esercitata per
tant'anni, in presenza del pubblico, e senza rimorso. Fece educare
il figlio nobilmente, secondo la condizione de' tempi, e per quanto
gli era concesso dalle leggi e dalle consuetudini; gli diede maestri
di lettere e d'esercizi cavallereschi; e morì, lasciandolo ricco e
giovinetto.

Lodovico aveva contratto abitudini signorili; e gli adulatori, tra i
quali era cresciuto, l'avevano avvezzato ad esser trattato con molto
rispetto. Ma, quando volle mischiarsi coi principali della sua città,
trovò un fare ben diverso da quello a cui era accostumato; e vide
che, a voler esser della lor compagnia, come avrebbe desiderato, gli
conveniva fare una nuova scuola di pazienza e di sommissione, star
sempre al di sotto, e ingozzarne una, ogni momento. Una tal maniera
di vivere non s'accordava, nè con l'educazione, nè con la natura di
Lodovico. S'allontanò da essi indispettito. Ma poi ne stava lontano
con rammarico; perchè gli pareva che questi veramente avrebber dovuto
essere i suoi compagni; soltanto gli avrebbe voluti più trattabili.
Con questo misto d'inclinazione e di rancore, non potendo frequentarli
famigliarmente, e volendo pure aver che far con loro in qualche modo,
s'era dato a competer con loro di sfoggi e di magnificenza, comprandosi
così a contanti inimicizie, invidie e ridicolo. La sua indole, onesta
insieme e violenta, l'aveva poi imbarcato per tempo in altre gare più
serie. Sentiva un orrore spontaneo e sincero per l'angherie e per i
soprusi: orrore reso ancor più vivo in lui dalla qualità delle persone
che più ne commettevano alla giornata; ch'erano appunto coloro coi
quali aveva più di quella ruggine. Per acquietare, o per esercitare
tutte queste passioni in una volta, prendeva volentieri le parti
d'un debole sopraffatto, si piccava di farci stare un soverchiatore,
s'intrometteva in una briga, se ne tirava addosso un'altra; tanto che,
a poco a poco, venne a costituirsi come un protettor degli oppressi, e
un vendicatore de' torti. L'impiego era gravoso; e non è da domandare
se il povero Lodovico avesse nemici, impegni e pensieri. Oltre la
guerra esterna, era poi tribolato continuamente da contrasti interni;
perchè, a spuntarla in un impegno (senza parlare di quelli in cui
restava al di sotto), doveva anche lui adoperar raggiri e violenze, che
la sua coscienza non poteva poi approvare. Doveva tenersi intorno un
buon numero di bravacci; e, così per la sua sicurezza, come per averne
un aiuto più vigoroso, doveva scegliere i più arrischiati, cioè i più
ribaldi; e vivere co' birboni, per amor della giustizia. Tanto che,
più d'una volta, o scoraggito, dopo una trista riuscita, o inquieto
per un pericolo imminente, annoiato del continuo guardarsi, stomacato
della sua compagnia, in pensiero dell'avvenire, per le sue sostanze che
se n'andavan, di giorno in giorno, in opere buone e in braverie, più
d'una volta gli era saltata la fantasia di farsi frate; che, a que'
tempi, era il ripiego più comune, per uscir d'impicci. Ma questa, che
sarebbe forse stata una fantasia per tutta la sua vita, divenne una
risoluzione, a causa d'un accidente, il più serio che gli fosse ancor
capitato.

Andava un giorno per una strada della sua città, seguito da due bravi,
e accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte giovine di bottega e,
dopo chiusa questa, diventato maestro di casa. Era un uomo di circa
cinquant'anni, affezionato, dalla gioventù, a Lodovico, che aveva
veduto nascere, e che, tra salario e regali, gli dava non solo da
vivere, ma di che mantenere e tirar su una numerosa famiglia. Vide
Lodovico spuntar da lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore
di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma
che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il
contraccambio: giacchè è uno de' vantaggi di questo mondo, quello di
poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi. Costui, seguito da
quattro bravi, s'avanzava diritto, con passo superbo, con la testa
alta, con la bocca composta all'alterigia e allo sprezzo. Tutt'e due
camminavan rasente al muro; ma Lodovico (notate bene) lo strisciava col
lato destro; e ciò, secondo una consuetudine, gli dava il diritto (dove
mai si va a ficcare il diritto!) di non istaccarsi dal detto muro,
per dar passo a chi si fosse; cosa della quale allora si faceva gran
caso. L'altro pretendeva, all'opposto, che quel diritto competesse a
lui, come a nobile, e che a Lodovico toccasse d'andar nel mezzo; e ciò
in forza d'un'altra consuetudine. Perocchè, in questo, come accade in
molti altri affari, erano in vigore due consuetudini contrarie, senza
che fosse deciso qual delle due fosse la buona; il che dava opportunità
di fare una guerra, ogni volta che una testa dura s'abbattesse in
un'altra della stessa tempra. Que' due si venivano incontro, ristretti
alla muraglia, come due figure di basso rilievo ambulanti. Quando si
trovarono a viso a viso, il signor tale, squadrando Lodovico, a capo
alto, col cipiglio imperioso, gli disse in un tono corrispondente di
voce: «fate luogo.»

«Fate luogo voi,» rispose Lodovico. «La diritta è mia.»

«Co' vostri pari, è sempre mia.»

«Sì, se l'arroganza de' vostri pari fosse legge per i pari miei.»

I bravi dell'uno e dell'altro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il
suo padrone, guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe, preparati
alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di là, si teneva in
distanza, a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatori
animava sempre più il puntiglio de' contendenti.

«Nel mezzo, vile meccanico; o ch'io t'insegno una volta come si tratta
co' gentiluomini.»

«Voi mentite ch'io sia vile.»

«Tu menti ch'io abbia mentito.» Questa risposta era di prammatica. «E,
se tu fossi cavaliere, come son io,» aggiunse quel signore, «ti vorrei
far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu.»

«E un buon pretesto per dispensarvi di sostener co' fatti l'insolenza
delle vostre parole.»

«Gettate nel fango questo ribaldo,» disse il gentiluomo, voltandosi a'
suoi.

«Vediamo!» disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e
mettendo mano alla spada.

«Temerario!» gridò l'altro, sfoderando la sua: «io spezzerò questa,
quando sarà macchiata del tuo vil sangue.»

Così s'avventarono l'uno all'altro; i servitori delle due parti
si slanciarono alla difesa de' loro padroni. Il combattimento era
disuguale, e per il numero, e anche perchè Lodovico mirava piuttosto a
scansare i colpi, e a disarmare il nemico, che ad ucciderlo; ma questo
voleva la morte di lui, a ogni costo. Lodovico aveva già ricevuta
al braccio sinistro una pugnalata d'un bravo, e una sgraffiatura
leggiera in una guancia, e il nemico principale gli piombava addosso
per finirlo; quando Cristoforo, vedendo il suo padrone nell'estremo
pericolo, andò col pugnale addosso al signore. Questo, rivolta tutta la
sua ira contro di lui, lo passò con la spada. A quella vista, Lodovico,
come fuor di sè, cacciò la sua nel ventre del feritore, il quale
cadde moribondo, quasi a un punto col povero Cristoforo. I bravi del
gentiluomo, visto ch'era finita, si diedero alla fuga, malconci: quelli
di Lodovico, tartassati e sfregiati anche loro, non essendovi più a chi
dare, e non volendo trovarsi impicciati nella gente, che già accorreva,
scantonarono dall'altra parte: e Lodovico si trovò solo, con que' due
funesti compagni ai piedi, in mezzo a una folla.

«Com'è andata?--È uno.--Son due.--Gli ha fatto un occhiello nel
ventre.--Chi è stato ammazzato?--Quel prepotente.--Oh santa Maria, che
sconquasso!--Chi cerca trova.--Una le paga tutte.--Ha finito anche
lui.--Che colpo!--Vuol essere una faccenda seria.--E quell'altro
disgraziato!--Misericordia! che spettacolo!--Salvatelo, salvatelo.--Sta
fresco anche lui.--Vedete com'è concio! butta sangue da tutte le
parti.--Scappi, scappi. Non si lasci prendere.»

Queste parole, che più di tutte si facevan sentire nel frastono confuso
di quella folla, esprimevano il voto comune; e, col consiglio, venne
anche l'aiuto. Il fatto era accaduto vicino a una chiesa di cappuccini,
asilo, come ognun sa, impenetrabile allora a' birri, e a tutto
quel complesso di cose e di persone, che si chiamava la giustizia.
L'uccisore ferito fu quivi condotto o portato dalla folla, quasi fuor
di sentimento; e i frati lo ricevettero dalle mani del popolo, che
glielo raccomandava, dicendo: «è un uomo dabbene che ha freddato un
birbone superbo: l'ha fatto per sua difesa: c'è stato tirato per i
capelli.»

Lodovico non aveva mai, prima d'allora, sparso sangue; e, benchè
l'omicidio fosse, a que' tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi
d'ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo,
pure l'impressione ch'egli ricevette dal veder l'uomo morto per lui,
e l'uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di
sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l'alterazione
di quel volto, che passava, in un momento, dalla minaccia e dal furore,
all'abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che
cambiò, in un punto, l'animo dell'uccisore. Strascinato al convento,
non sapeva quasi dove si fosse, nè cosa si facesse; e, quando fu
tornato in sè, si trovò in un letto dell'infermeria, nelle mani del
frate chirurgo, (i cappuccini ne avevano ordinariamente uno in ogni
convento) che accomodava faldelle e fasce sulle due ferite ch'egli
aveva ricevute nello scontro. Un padre, il cui impiego particolare
era d'assistere i moribondi, e che aveva spesso avuto a render questo
servizio sulla strada, fu chiamato subito al luogo del combattimento.
Tornato, pochi minuti dopo, entrò nell'infermeria, e, avvicinatosi al
letto dove Lodovico giaceva, «consolatevi» gli disse: «almeno è morto
bene, e m'ha incaricato di chiedere il vostro perdono, e di portarvi
il suo.» Questa parola fece rinvenire affatto il povero Lodovico, e
gli risvegliò più vivamente e più distintamente i sentimenti ch'eran
confusi e affollati nel suo animo: dolore dell'amico, sgomento e
rimorso del colpo che gli era uscito di mano, e, nello stesso tempo,
un'angosciosa compassione dell'uomo che aveva ucciso. «E l'altro?»
domandò ansiosamente al frate.

«L'altro era spirato, quand'io arrivai.»

Frattanto, gli accessi e i contorni del convento formicolavan di
popolo curioso: ma, giunta la sbirraglia, fece smaltir la folla, e
si postò a una certa distanza dalla porta, in modo però che nessuno
potesse uscirne inosservato. Un fratello del morto, due suoi cugini
e un vecchio zio, vennero pure, armati da capo a piedi, con grande
accompagnamento di bravi; e si misero a far la ronda intorno,
guardando, con aria e con atti di dispetto minaccioso, que' curiosi,
che non osavan dire: gli sta bene; ma l'avevano scritto in viso.

Appena Lodovico ebbe potuto raccogliere i suoi pensieri, chiamato un
frate confessore, lo pregò che cercasse della vedova di Cristoforo, le
chiedesse in suo nome perdono d'essere stato lui la cagione, quantunque
ben certo involontaria, di quella desolazione, e, nello stesso tempo,
l'assicurasse ch'egli prendeva la famiglia sopra di sè. Riflettendo
quindi a' casi suoi, sentì rinascere più che mai vivo e serio quel
pensiero di farsi frate, che altre volte gli era passato per la mente:
gli parve che Dio medesimo l'avesse messo sulla strada, e datogli un
segno del suo volere, facendolo capitare in un convento, in quella
congiuntura; e il partito fu preso. Fece chiamare il guardiano, e gli
manifestò il suo desiderio. N'ebbe in risposta, che bisognava guardarsi
dalle risoluzioni precipitate; ma che, se persisteva, non sarebbe
rifiutato. Allora, fatto venire un notaro, dettò una donazione di tutto
ciò che gli rimaneva (ch'era tuttavia un bel patrimonio) alla famiglia
di Cristoforo: una somma alla vedova, come se le costituisse una
contraddote, e il resto a otto figliuoli che Cristoforo aveva lasciati.

La risoluzione di Lodovico veniva molto a proposito per i suoi ospiti,
i quali, per cagion sua, erano in un bell'intrigo. Rimandarlo dal
convento, ed esporlo così alla giustizia, cioè alla vendetta de'
suoi nemici, non era partito da metter neppure in consulta. Sarebbe
stato lo stesso che rinunziare a' propri privilegi, screditare
il convento presso il popolo, attirarsi il biasimo di tutti i
cappuccini dell'universo, per aver lasciato violare il diritto di
tutti, concitarsi contro tutte l'autorità ecclesiastiche, le quali
si consideravan come tutrici di questo diritto. Dall'altra parte, la
famiglia dell'ucciso, potente assai, e per sè, e per le sue aderenze,
s'era messa al punto di voler vendetta; e dichiarava suo nemico
chiunque s'attentasse di mettervi ostacolo. La storia non dice che
a loro dolesse molto dell'ucciso, e nemmeno che una lagrima fosse
stata sparsa per lui, in tutto il parentado: dice soltanto ch'eran
tutti smaniosi d'aver nell'unghie l'uccisore, o vivo o morto. Ora
questo, vestendo l'abito di cappuccino, accomodava ogni cosa. Faceva,
in certa maniera, un'emenda, s'imponeva una penitenza, si chiamava
implicitamente in colpa, si ritirava da ogni gara; era in somma un
nemico che depon l'armi. I parenti del morto potevan poi anche, se loro
piacesse, credere e vantarsi che s'era fatto frate per disperazione,
e per terrore del loro sdegno. E, ad ogni modo, ridurre un uomo a
spropriarsi del suo, a tosarsi la testa, a camminare a piedi nudi, a
dormir sur un saccone, a viver d'elemosina, poteva parere una punizione
competente, anche all'offeso il più borioso.

Il padre guardiano si presentò, con un'umiltà disinvolta, al fratello
del morto, e, dopo mille proteste di rispetto per l'illustrissima casa,
e di desiderio di compiacere ad essa in tutto ciò che fosse fattibile,
parlò del pentimento di Lodovico, e della sua risoluzione, facendo
garbatamente sentire che la casa poteva esserne contenta, e insinuando
poi soavemente, e con maniera ancor più destra, che, piacesse o non
piacesse, la cosa doveva essere. Il fratello diede in ismanie, che il
cappuccino lasciò svaporare, dicendo di tempo in tempo: «è un troppo
giusto dolore.» Fece intendere che, in ogni caso, la sua famiglia
avrebbe saputo prendersi una soddisfazione: e il cappuccino, qualunque
cosa ne pensasse, non disse di no. Finalmente richiese, impose come
una condizione, che l'uccisor di suo fratello partirebbe subito da
quella città. Il guardiano, che aveva già deliberato che questo fosse
fatto, disse che si farebbe, lasciando che l'altro credesse, se gli
piaceva, esser questo un atto d'ubbidienza: e tutto fu concluso.
Contenta la famiglia, che ne usciva con onore; contenti i frati,
che salvavano un uomo e i loro privilegi, senza farsi alcun nemico;
contenti i dilettanti di cavalleria, che vedevano un affare terminarsi
lodevolmente; contento il popolo, che vedeva fuor d'impiccio un uomo
ben voluto, e che, nello stesso tempo, ammirava una conversione;
contento finalmente, e più di tutti, in mezzo al dolore, il nostro
Lodovico, il quale cominciava una vita d'espiazione e di servizio, che
potesse, se non riparare, pagare almeno il mal fatto, e rintuzzare il
pungolo intollerabile del rimorso. Il sospetto che la sua risoluzione
fosse attribuita alla paura, l'afflisse un momento; ma si consolò
subito, col pensiero che anche quell'ingiusto giudizio sarebbe un
gastigo per lui, e un mezzo d'espiazione. Così, a trent'anni, si
ravvolse nel sacco; e, dovendo, secondo l'uso, lasciare il suo nome, e
prenderne un altro, ne scelse uno che gli rammentasse, ogni momento,
ciò che aveva da espiare: e si chiamò fra Cristoforo.

Appena compita la cerimonia della vestizione, il guardiano gl'intimò
che sarebbe andato a fare il suo noviziato a ***, sessanta miglia
lontano, e che partirebbe all'indomani. Il novizio s'inchinò
profondamente, e chiese una grazia. «Permettetemi, padre,» disse,
«che, prima di partir da questa città, dove ho sparso il sangue d'un
uomo, dove lascio una famiglia crudelimente offesa, io la ristori
almeno dell'affronto, ch'io mostri almeno il mio rammarico di non
poter risarcire il danno, col chiedere scusa al fratello dell'ucciso,
e gli levi, se Dio benedice la mia intenzione, il rancore dall'animo.»
Al guardiano parve che un tal passo, oltre all'esser buono in sè,
servirebbe a riconciliar sempre più la famiglia col convento; e
andò diviato da quel signor fratello, ad esporgli la domanda di fra
Cristoforo. A proposta così inaspettata, colui senti, insieme con
la maraviglia, un ribollimento di sdegno, non però senza qualche
compiacenza. Dopo aver pensato un momento, «venga domani,» disse; e
assegnò l'ora. Il guardiano tornò, a portare al novizio il consenso
desiderato.

Il gentiluomo pensò subito che, quanto più quella soddisfazione fosse
solenne e clamorosa, tanto più accrescerebbe il suo credito presso
tutta la parentela, e presso il pubblico; e sarebbe (per dirla con
un'eleganza moderna) una bella pagina nella storia della famiglia. Fece
avvertire in fretta tutti i parenti che, all'indomani, a mezzogiorno,
restassero serviti (così si diceva allora) di venir da lui, a ricevere
una soddisfazione comune. A mezzogiorno, il palazzo brulicava di
signori d'ogni età e d'ogni sesso: era un girare, un rimescolarsi
di gran cappe, d'alte penne, di durlindane pendenti, un moversi
librato di gorgiere inamidate e crespe, uno strascico intralciato di
rabescate zimarre. Le anticamere, il cortile e la strada formicolavan
di servitori, di paggi, di bravi e di curiosi. Fra Cristoforo
vide quell'apparecchio, ne indovinò il motivo, e provò un leggier
turbamento; ma, dopo un istante, disse tra sè:--sta bene: l'ho ucciso
in pubblico, alla presenza di tanti suoi nemici: quello fu scandolo,
questa è riparazione.--Così, con gli occhi bassi, col padre compagno
al fianco, passò la porta di quella casa, attraversò il cortile, tra
una folla che lo squadrava con una curiosità poco cerimoniosa; salì
le scale, e, di mezzo all'altra folla signorile, che fece ala al suo
passaggio, seguito da cento sguardi, giunse alla presenza del padron
di casa; il quale, circondato da' parenti più prossimi, stava ritto
nel mezzo della sala, con lo sguardo a terra, e il mento in aria,
impugnando, con la mano sinistra, il pomo della spada, e stringendo con
la destra il bavero della cappa sul petto.

C'è talvolta, nel volto e nel contegno d'un uomo, un'espressione così
immediata, si direbbe quasi un'effusione dell'animo interno, che, in
una folla di spettatori, il giudizio sopra quell'animo sarà un solo.
Il volto e il contegno di fra Cristoforo disser chiaro agli astanti,
che non s'era fatto frate, nè veniva a quell'umiliazione per timore
umano: e questo cominciò a conciliarglieli tutti. Quando vide l'offeso,
affrettò il passo, gli si pose inginocchioni ai piedi, incrociò le
mani sul petto, e, chinando la testa rasa, disse queste parole: «io
sono l'omicida di suo fratello. Sa Iddio se vorrei restituirglielo a
costo del mio sangue; ma, non potendo altro che farle inefficaci e
tarde scuse, la supplico d'accettarle per l'amor di Dio.» Tutti gli
occhi erano immobili sul novizio, e sul personaggio a cui egli parlava;
tutti gli orecchi eran tesi. Quando fra Cristoforo tacque, s'alzò, per
tutta la sala, un mormorío di pietà e di rispetto. Il gentiluomo, che
stava in atto di degnazione forzata, e d'ira compressa, fu turbato da
quelle parole; e, chinandosi verso l'inginocchiato, «alzatevi,» disse,
con voce alterata: «l'offesa.... il fatto veramente.... ma l'abito che
portate.... non solo questo, ma anche per voi.... S'alzi, padre....
Mio fratello.... non lo posso negare.... era un cavaliere.... era
un uomo.... un po' impetuoso.... un po' vivo. Ma tutto accade per
disposizion di Dio. Non se ne parli più.... Ma, padre, lei non deve
stare in codesta positura.» E, presolo per le braccia, lo sollevò. Fra
Cristoforo, in piedi, ma col capo chino, rispose: «io posso dunque
sperare che lei m'abbia concesso il suo perdono! E se l'ottengo da lei,
da chi non devo sperarlo? Oh! s'io potessi sentire dalla sua bocca
questa parola, perdono!»

«Perdono?» disse il gentiluomo. «Lei non ne ha più bisogno. Ma pure,
poichè lo desidera, certo, certo, io le perdono di cuore, e tutti....»

«Tutti! tutti!» gridarono, a una voce, gli astanti. Il volto del frate
s'aprì a una gioia riconoscente, sotto la quale traspariva però ancora
un'umile e profonda compunzione del male a cui la remissione degli
uomini non poteva riparare. Il gentiluomo, vinto da quell'aspetto, e
trasportato dalla commozione generale, gli gettò le braccia al collo, e
gli diede e ne ricevette il bacio di pace.

Un «bravo! bene!» scoppiò da tutte le parti della sala; tutti si
mossero, e si strinsero intorno al frate. Intanto vennero servitori,
con gran copia di rinfreschi. Il gentiluomo si raccostò al nostro
Cristoforo, il quale faceva segno di volersi licenziare, e gli disse:
«padre, gradisca qualche cosa; mi dia questa prova d'amicizia.» E si
mise per servirlo prima d'ogni altro; ma egli, ritirandosi, con una
certa resistenza cordiale, «queste cose,» disse, «non fanno più per
me; ma non sarà mai ch'io rifiuti i suoi doni. Io sto per mettermi in
viaggio: si degni di farmi portare un pane, perchè io possa dire d'aver
goduto la sua carità, d'aver mangiato il suo pane, e avuto un segno del
suo perdono.» Il gentiluomo, commosso, ordinò che così si facesse; e
venne subito un cameriere, in gran gala, portando un pane sur un piatto
d'argento, e lo presentò al padre; il quale, presolo e ringraziato,
lo mise nella sporta. Chiese quindi licenza; e, abbracciato di nuovo
il padron di casa, e tutti quelli che, trovandosi più vicini a lui,
poterono impadronirsene un momento, si liberò da essi a fatica; ebbe a
combatter nell'anticamere, per isbrigarsi da' servitori, e anche da'
bravi, che gli baciavano il lembo dell'abito, il cordone, il cappuccio;
e si trovò nella strada, portato come in trionfo, e accompagnato da una
folla di popolo, fino a una porta della città; d'onde uscì, cominciando
il suo pedestre viaggio, verso il luogo del suo noviziato.

Il fratello dell'ucciso, e il parentado, che s'erano aspettati
d'assaporare in quel giorno la trista gioia dell'orgoglio, si trovarono
invece ripieni della gioia serena del perdono e della benevolenza.
La compagnia si trattenne ancor qualche tempo, con una bonarietà e
con una cordialità insolita, in ragionamenti ai quali nessuno era
preparato, andando là. Invece di soddisfazioni prese, di soprusi
vendicati, d'impegni spuntati, le lodi del novizio, la riconciliazione,
la mansuetudine furono i temi della conversazione. E taluno, che, per
la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo
padre aveva saputo, in quella famosa congiuntura, far stare a dovere
il marchese Stanislao, ch'era quel rodomonte che ognun sa, parlò
invece delle penitenze e della pazienza mirabile d'un fra Simone,
morto molt'anni prima. Partita la compagnia, il padrone, ancor tutto
commosso, riandava tra sè, con maraviglia, ciò che aveva inteso, ciò
ch'egli medesimo aveva detto; e borbottava tra i denti:--diavolo
d'un frate! (bisogna bene che noi trascriviamo le sue precise
parole)--diavolo d'un frate! se rimaneva lì in ginocchio, ancora
per qualche momento, quasi quasi gli chiedevo scusa io, che m'abbia
ammazzato il fratello.--La nostra storia nota espressamente che, da
quel giorno in poi, quel signore fu un po' men precipitoso, e un po'
più alla mano.

Il padre Cristoforo camminava, con una consolazione che non aveva mai
più provata, dopo quel giorno terribile, ad espiare il quale tutta la
sua vita doveva esser consacrata. Il silenzio ch'era imposto a' novizi,
l'osservava, senza avvedersene, assorto com'era, nel pensiero delle
fatiche, delle privazioni e dell'umiliazioni che avrebbe sofferte, per
iscontare il suo fallo. Fermandosi, all'ora della refezione, presso un
benefattore, mangiò, con una specie di voluttà, del pane del perdono:
ma ne serbò un pezzo, e lo ripose nella sporta, per tenerlo, come un
ricordo perpetuo.

Non è nostro disegno di far la storia della sua vita claustrale: diremo
soltanto che, adempiendo, sempre con gran voglia, e con gran cura,
gli ufizi che gli venivano ordinariamente assegnati, di predicare
e d'assistere i moribondi, non lasciava mai sfuggire un'occasione
d'esercitarne due altri, che s'era imposti da sè: accomodar differenze,
e proteggere oppressi. In questo genio entrava, per qualche parte,
senza ch'egli se n'avvedesse, quella sua vecchia abitudine, e un
resticciolo di spiriti guerreschi, che l'umiliazioni e le macerazioni
non avevan potuto spegner del tutto. Il suo linguaggio era abitualmente
umile e posato; ma, quando si trattasse di giustizia o di verità
combattuta, l'uomo s'animava, a un tratto, dell'impeto antico, che,
secondato e modificato da un'enfasi solenne, venutagli dall'uso del
predicare, dava a quel linguaggio un carattere singolare. Tutto il suo
contegno, come l'aspetto, annunziava una lunga guerra, tra un'indole
focosa, risentita, e una volontà opposta, abitualmente vittoriosa,
sempre all'erta, e diretta da motivi e da ispirazioni superiori. Un
suo confratello ed amico, che lo conosceva bene, l'aveva una volta
paragonato a quelle parole troppo espressive nella loro forma naturale,
che alcuni, anche ben educati, pronunziano, quando la passione
trabocca, smozzicate, con qualche lettera mutata; parole che, in quel
travisamento, fanno però ricordare della loro energia primitiva.

Se una poverella sconosciuta, nel tristo caso di Lucia, avesse chiesto
l'aiuto del padre Cristoforo, egli sarebbe corso immediatamente.
Trattandosi poi di Lucia, accorse con tanta più sollecitudine, in
quanto conosceva e ammirava l'innocenza di lei, era già in pensiero
per i suoi pericoli, e sentiva un'indegnazione santa, per la turpe
persecuzione della quale era divenuta l'oggetto. Oltre di ciò, avendola
consigliata, per il meno male, di non palesar nulla, e di starsene
quieta, temeva ora che il consiglio potesse aver prodotto qualche
tristo effetto; e alla sollecitudine di carità, ch'era in lui come
ingenita, s'aggiungeva, in questo caso, quell'angustia scrupolosa che
spesso tormenta i buoni.

Ma, intanto che noi siamo stati a raccontare i fatti del padre
Cristoforo, è arrivato, s'è affacciato all'uscio; e le donne, lasciando
il manico dell'aspo che facevan girare e stridere, si sono alzate,
dicendo, a una voce: «oh padre Cristoforo! sia benedetto!»




                              CAPITOLO V.


Il qual padre Cristoforo si fermò ritto sulla soglia, e, appena
ebbe data un'occhiata alle donne, dovette accorgersi che i suoi
presentimenti non eran falsi. Onde, con quel tono d'interrogazione
che va incontro a una trista risposta, alzando la barba con un moto
leggiero della testa all'indietro, disse: «ebbene?» Lucia rispose
con uno scoppio di pianto. La madre cominciava a far le scuse d'aver
osato.... ma il frate s'avanzò, e, messosi a sedere sur un panchetto a
tre piedi, troncò i complimenti, dicendo a Lucia: «quietatevi, povera
figliuola. E voi,» disse poi ad Agnese, «raccontatemi cosa c'è!»
Mentre la buona donna faceva alla meglio la sua dolorosa relazione, il
frate diventava di mille colori, e ora alzava gli occhi al cielo, ora
batteva i piedi. Terminata la storia, si coprì il volto con le mani,
ed esclamò: «o Dio benedetto! fino a quando...!» Ma, senza compir la
frase, voltandosi di nuovo alle donne: «poverette!» disse: «Dio vi ha
visitate. Povera Lucia!»

«Non ci abbandonerà, padre?» disse questa, singhiozzando.

«Abbandonarvi!» rispose. «E con che faccia potrei io chieder a Dio
qualcosa per me, quando v'avessi abbandonata? voi in questo stato! voi,
ch'Egli mi confida! Non vi perdete d'animo: Egli v'assisterà: Egli vede
tutto: Egli può servirsi anche d'un uomo da nulla come son io, per
confondere un.... Vediamo, pensiamo quel che si possa fare.»

Così dicendo, appoggiò il gomito sinistro sul ginocchio, chinò la
fronte nella palma, e con la destra strinse la barba e il mento,
come per tener ferme e unite tutte le potenze dell'animo. Ma la
più attenta considerazione non serviva che a fargli scorgere più
distintamente quanto il caso fosse pressante e intrigato, e quanto
scarsi, quanto incerti e pericolosi i ripieghi.--Mettere un po' di
vergogna a don Abbondio, e fargli sentire quanto manchi al suo dovere?
Vergogna e dovere sono un nulla per lui, quando ha paura. E fargli
paura? Che mezzi ho io mai di fargliene una che superi quella che ha
d'una schioppettata? Informar di tutto il cardinale arcivescovo, e
invocar la sua autorità? Ci vuol tempo: e intanto? e poi? Quand'anche
questa povera innocente fosse maritata, sarebbe questo un freno per
quell'uomo? Chi sa a qual segno possa arrivare?... E resistergli?
Come? Ah! se potessi, pensava il povero frate, se potessi tirar dalla
mia i miei frati di qui, que' di Milano! Ma! non è un affare comune;
sarei abbandonato. Costui fa l'amico del convento, si spaccia per
partigiano de' cappuccini: e i suoi bravi non son venuti più d'una
volta a ricoverarsi da noi? Sarei solo in ballo; mi buscherei anche
dell'inquieto, dell'imbroglione, dell'accattabrighe; e, quelch'è
più, potrei fors'anche, con un tentativo fuor di tempo, peggiorar la
condizione di questa poveretta.--Contrappesato il pro e il contro di
questo e di quel partito, il migliore gli parve d'affrontar don Rodrigo
stesso, tentar di smoverlo dal suo infame proposito, con le preghiere,
coi terrori dell'altra vita, anche di questa, se fosse possibile. Alla
peggio, si potrebbe almeno conoscere, per questa via, più distintamente
quanto colui fosse ostinato nel suo sporco impegno, scoprir di più le
sue intenzioni, e prender consiglio da ciò.

Mentre il frate stava così meditando, Renzo, il quale, per tutte le
ragioni che ognun può indovinare, non sapeva star lontano da quella
casa, era comparso sull'uscio; ma, visto il padre sopra pensiero, e le
donne che facevan cenno di non disturbarlo, si fermò sulla soglia, in
silenzio. Alzando la faccia, per comunicare alle donne il suo progetto,
il frate s'accorse di lui, e lo salutò in un modo ch'esprimeva
un'affezione consueta, resa più intensa dalla pietà.

«Le hanno detto..., padre?» gli domandò Renzo, con voce commossa.

«Pur troppo; e per questo son qui.»

«Che dice di quel birbone...?»

«Che vuoi ch'io dica di lui? Non è qui a sentire: che gioverebbero le
mie parole? Dico a te, il mio Renzo, che tu confidi in Dio, e che Dio
non t'abbandonerà.»

«Benedette le sue parole!» esclamò il giovine. «Lei non è di quelli che
dan sempre torto a' poveri. Ma il signor curato, e quel signor dottor
delle cause perse....»

«Non rivangare quello che non può servire ad altro che a inquietarti
inutilmente. Io sono un povero frate; ma ti ripeto quel che ho detto a
queste donne: per quel poco che posso, non v'abbandonerò.»

«Oh, lei non è come gli amici del mondo! Ciarloni! Chi avesse creduto
alle proteste che mi facevan costoro, nel buon tempo; eh eh! Eran
pronti a dare il sangue per me; m'avrebbero sostenuto contro il
diavolo. S'io avessi avuto un nemico?... bastava che mi lasciassi
intendere; avrebbe finito presto di mangiar pane. E ora, se vedesse
come si ritirano....» A questo punto, alzando gli occhi al volto del
padre, vide che s'era tutto rannuvolato, e s'accorse d'aver detto ciò
che conveniva tacere. Ma volendo raccomodarla, s'andava intrigando
e imbrogliando: «volevo dire.... non intendo dire.... cioè, volevo
dire....»

«Cosa volevi dire? E che? tu avevi dunque cominciato a guastar l'opera
mia, prima che fosse intrapresa! Buon per te che sei stato disingannato
in tempo. Che! tu andavi in cerca d'amici.... quali amici!... che
non t'avrebber potuto aiutare, neppur volendo! E cercavi di perder
Quel solo che lo può e lo vuole! Non sai tu che Dio è l'amico de'
tribolati, che confidano in Lui? Non sai tu che, a metter fuori
l'unghie, il debole non ci guadagna? E quando pure....» A questo
punto, afferrò fortemente il braccio di Renzo: il suo aspetto, senza
perder d'autorità, s'atteggiò d'una compunzione solenne, gli occhi
s'abbassarono, la voce divenne lenta e come sotterranea: «quando
pure.... è un terribile guadagno! Renzo! vuoi tu confidare in me?...
che dico in me, omiciattolo, fraticello? Vuoi tu confidare in Dio?»

«Oh sì!» rispose Renzo. «Quello è il Signore davvero.»

«Ebbene; prometti che non affronterai, che non provocherai nessuno, che
ti lascerai guidar da me.»

«Lo prometto.»

Lucia fece un gran respiro, come se le avesser levato un peso
d'addosso; e Agnese disse: «bravo figliuolo.»

«Sentite, figliuoli,» riprese fra Cristoforo: «io anderò oggi a parlare
a quell'uomo. Se Dio gli tocca il cuore, e dà forza alle mie parole,
bene: se no, Egli ci farà trovare qualche altro rimedio. Voi intanto,
statevi quieti, ritirati, scansate le ciarle, non vi fate vedere.
Stasera, o domattina al più tardi, mi rivedrete.» Detto questo, troncò
tutti i ringraziamenti e le benedizioni, e partì. S'avviò al convento,
arrivò a tempo d'andare in coro a cantar sesta, desinò, e si mise
subito in cammino, verso il covile della fiera che voleva provarsi
d'ammansare.

Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d'una
bicocca, sulla cima d'uno de' poggi ond'è sparsa e rilevata quella
costiera. A questa indicazione l'anonimo aggiunge che il luogo (avrebbe
fatto meglio a scriverne alla buona il nome) era più in su del paesello
degli sposi, discosto da questo forse tre miglia, e quattro dal
convento. Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e
verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini
di don Rodrigo; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno.
Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de' costumi
del paese. Dando un' occhiata nelle stanze terrene, dove qualche uscio
fosse aperto, si vedevano attaccati al muro schioppi, tromboni, zappe,
rastrelli, cappelli di paglia, reticelle e fiaschetti da polvere,
alla rinfusa. La gente che vi s'incontrava erano omacci tarchiati e
arcigni, con un gran ciuffo arrovesciato sul capo, e chiuso in una
reticella; vecchi che, perdute le zanne, parevan sempre pronti, chi
nulla nulla gli aizzasse, a digrignar le gengive; donne con certe facce
maschie, e con certe braccia nerborute, buone da venire in aiuto della
lingua, quando questa non bastasse: ne' sembianti e nelle mosse de'
fanciulli stessi, che giocavan per la strada, si vedeva un non so che
di petulante e di provocativo.

[Illustrazione: ....se quattro creature, due vive e due morte,
collocate in simmetria, di fuori, non avesser dato un indizio
d'abitanti. (pag. 65)]

Fra Cristoforo attraversò il villaggio, salì per una viuzza a
chiocciola, e pervenne sur una piccola spianata, davanti al palazzotto.
La porta era chiusa, segno che il padrone stava desinando, e non voleva
esser frastornato. Le rade e piccole finestre che davan sulla strada,
chiuse da imposte sconnesse e consunte dagli anni, eran però difese da
grosse inferriate, e quelle del pian terreno tant'alte che appena vi
sarebbe arrivato un uomo sulle spalle d'un altro.--Regnava quivi un
gran silenzio; e un passeggiero avrebbe potuto credere che fosse una
casa abbandonata, se quattro creature, due vive e due morte, collocate
in simmetria, di fuori, non avesser dato un indizio d'abitanti. Due
grand'avoltoi, con l'ali spalancate, e co' teschi penzoloni, l'uno
spennacchiato e mezzo roso dal tempo, l'altro ancor saldo e pennuto,
erano inchiodati, ciascuno sur un battente del portone; e due bravi,
sdraiati, ciascuno sur una delle panche poste a destra e a sinistra,
facevan la guardia, aspettando d'esser chiamati a goder gli avanzi
della tavola del signore. Il padre si fermò ritto, in atto di chi si
dispone ad aspettare; ma un de' bravi s'alzò, e gli disse: «padre,
padre, venga pure avanti: qui non si fanno aspettare i cappuccini:
noi siamo amici del convento: e io ci sono stato in certi momenti che
fuori non era troppo buon'aria per me; e se mi avesser tenuta la porta
chiusa, la sarebbe andata male.» Così dicendo, diede due picchi col
martello. A quel suono risposer subito di dentro gli urli e le strida
di mastini e di cagnolini; e, pochi momenti dopo, giunse borbottando
un vecchio servitore; ma, veduto il padre, gli fece un grand'inchino,
acquietò le bestie, con le mani e con la voce, introdusse l'ospite
in un angusto cortile, e richiuse la porta. Accompagnatolo poi in un
salotto, e guardandolo con una cert'aria di maraviglia e di rispetto,
disse: «non è lei.... il padre Cristoforo di Pescarenico?»

«Per l'appunto.»

«Lei qui?»

«Come vedete, buon uomo.»

«Sarà per far del bene. Del bene,» continuò mormorando tra i denti,
e rincamminandosi, «se ne può far per tutto.» Attraversati due o tre
altri salotti oscuri, arrivarono all'uscio della sala del convito.
Quivi un gran frastono confuso di forchette, di coltelli, di bicchieri,
di piatti, e sopra tutto di voci discordi, che cercavano a vicenda di
soverchiarsi. Il frate voleva ritirarsi, e stava contrastando dietro
l'uscio col servitore, per ottenere d'esser lasciato in qualche canto
della casa, fin che il pranzo fosse terminato; quando l'uscio s'aprì.
Un certo conte Attilio, che stava seduto in faccia (era un cugino del
padron di casa; e abbiam già fatta menzione di lui, senza nominarlo),
veduta una testa rasa e una tonaca, e accortosi dell'intenzione modesta
del buon frate, «ehi! ehi!» gridò: «non ci scappi, padre riverito:
avanti, avanti.» Don Rodrigo, senza indovinar precisamente il soggetto
di quella visita, pure, per non so qual presentimento confuso,
n'avrebbe fatto di meno. Ma, poichè lo spensierato d'Attilio aveva
fatta quella gran chiamata, non conveniva a lui di tirarsene indietro;
e disse: «venga, padre, venga.» II padre s'avanzò, inchinandosi al
padrone, e rispondendo, a due mani, ai saluti de' commensali.

L'uomo onesto in faccia al malvagio, piace generalmente (non dico a
tutti) immaginarselo con la fronte alta, con lo sguardo sicuro, col
petto rilevato, con lo scilinguagnolo bene sciolto. Nel fatto però, per
fargli prender quell'attitudine, si richiedon molte circostanze, le
quali ben di rado si riscontrano insieme. Perciò, non vi maravigliate
se fra Cristoforo, col buon testimonio della sua coscienza, col
sentimento fermissimo della giustizia della causa che veniva a
sostenere, con un sentimento misto d'orrore e di compassione per don
Rodrigo, stesse con una cert'aria di suggezione e di rispetto, alla
presenza di quello stesso don Rodrigo, ch'era lì in capo di tavola, in
casa sua, nel suo regno, circondato d'amici, d'omaggi, di tanti segni
della sua potenza, con un viso da far morire in bocca a chi si sia una
preghiera, non che un consiglio, non che una correzione, non che un
rimprovero. Alla sua destra sedeva quel conte Attilio suo cugino, e, se
fa bisogno di dirlo, suo collega di libertinaggio e di soverchieria, il
quale era venuto da Milano a villeggiare, per alcuni giorni, con lui.
A sinistra, e a un altro lato della tavola, stava, con gran rispetto,
temperato però d'una certa sicurezza, e d'una certa saccenteria, il
signor podestà, quel medesimo a cui, in teoria, sarebbe toccato a far
giustizia a Renzo Tramaglino, e a fare star a dovere don Rodrigo, come
s'è visto di sopra. In faccia al podestà, in atto d'un rispetto il più
puro, il più sviscerato, sedeva il nostro dottor Azzecca-garbugli,
in cappa nera, e col naso più rubicondo del solito: in faccia ai due
cugini, due convitati oscuri, de' quali la nostra storia dice soltanto
che non facevano altro che mangiare, chinare il capo, sorridere e
approvare ogni cosa che dicesse un commensale, e a cui un altro non
contraddicesse.

«Da sedere al padre,» disse don Rodrigo. Un servitore presentò una
sedia, sulla quale si mise il padre Cristoforo, facendo qualche scusa
al signore, d'esser venuto in ora inopportuna. «Bramerei di parlarle
da solo a solo, con suo comodo, per un affare d'importanza,» soggiunse
poi, con voce più sommessa, all'orecchio di don Rodrigo.

«Bene, bene, parleremo;» rispose questo: «ma intanto si porti da bere
al padre.»

II padre voleva schermirsi; ma don Rodrigo, alzando la voce, in mezzo
al trambusto ch'era ricominciato, gridava: «no, per bacco, non mi farà
questo torto; non sarà mai vero che un cappuccino vada via da questa
casa, senza aver gustato del mio vino, nè un creditore insolente, senza
aver assaggiate le legna de' miei boschi.» Queste parole eccitarono un
riso universale, e interruppero un momento la questione che s'agitava
caldamente tra i commensali. Un servitore, portando sur una sottocoppa
un'ampolla di vino, e un lungo bicchiere in forma di calice, lo
presentò al padre; il quale, non volendo resistere a un invito tanto
pressante dell'uomo che gli premeva tanto di farsi propizio, non esitò
a mescere, e si mise a sorbir lentamente il vino.

«L'autorità del Tasso non serve al suo assunto, signor podestà
riverito; anzi è contro di lei;» riprese a urlare il conte Attilio:
«perchè quell'uomo erudito, quell'uomo grande, che sapeva a menadito
tutte le regole della cavalleria, ha fatto che il messo d'Argante,
prima d'esporre la sfida ai cavalieri cristiani, chieda licenza al pio
Buglione....»

«Ma questo» replicava, non meno urlando, il podestà, «questo è un di
più, un mero di più, un ornamento poetico, giacchè il messaggiero è di
sua natura inviolabile, per diritto delle genti, _jure gentium_: e,
senza andar tanto a cercare, lo dice anche il proverbio: ambasciator
non porta pena. E, i proverbi, signor conte, sono la sapienza del
genere umano. E, non avendo il messaggiero detto nulla in suo proprio
nome, ma solamente presentata la sfida in iscritto....»

«Ma quando vorrà capire che quel messaggiero era un asino temerario,
che non conosceva le prime...?»

«Con buona licenza di lor signori,» interruppe don Rodrigo, il
quale non avrebbe voluto che la questione andasse troppo avanti:
«rimettiamola nel padre Cristoforo; e si stia alla sua sentenza.»

«Bene, benissimo,» disse il conte Attilio, al quale parve cosa molto
garbata il far decidere un punto di cavalleria da un cappuccino; mentre
il podestà, più infervorato di cuore nella questione, si chetava a
stento, e con un certo viso, che pareva volesse dire: ragazzate.

«Ma, da quel che mi pare d'aver capito,» disse il padre, «non son cose
di cui io mi deva intendere.»

«Solite scuse di modestia di loro padri;» disse don Rodrigo: «ma non
mi scapperà. Eh via! sappiam bene che lei non è venuta al mondo col
cappuccio in capo, e che il mondo l'ha conosciuto. Via, via: ecco la
questione.»

«Il fatto è questo,» cominciava a gridare il conte Attilio.

«Lasciate dir a me, che son neutrale, cugino,» riprese don Rodrigo.
«Ecco la storia. Un cavaliere spagnolo manda una sfida a un cavalier
milanese: il portatore, non trovando il provocato in casa, consegna il
cartello a un fratello del cavaliere; il qual fratello legge la sfida,
e in risposta dà alcune bastonate al portatore. Si tratta....»

«Ben date, ben applicate,» gridò il conte Attilio. «Fu una vera
ispirazione.»

«Del demonio,» soggiunse il podestà. «Battere un ambasciatore! persona
sacra! Anche lei, padre, mi dirà se questa è azione da cavaliere.»

«Sì, signore, da cavaliere,» gridò il conte: «e lo lasci dire a me,
che devo intendermi di ciò che conviene a un cavaliere. Oh, se fossero
stati pugni, sarebbe un'altra faccenda; ma il bastone non isporca le
mani a nessuno. Quello che non posso capire è perchè le premano tanto
le spalle d'un mascalzone.»

«Chi le ha parlato delle spalle, signor conte mio? Lei mi fa dire
spropositi che non mi son mai passati per la mente. Ho parlato del
carattere, e non di spalle, io. Parlo sopra tutto del diritto delle
genti. Mi dica un poco, di grazia, se i feciali che gli antichi Romani
mandavano a intimar le sfide agli altri popoli, chiedevan licenza
d'esporre l'ambasciata: e mi trovi un poco uno scrittore che faccia
menzione che un feciale sia mai stato bastonato.»

«Che hanno a far con noi gli ufiziali degli antichi Romani? gente che
andava alla buona, e che, in queste cose, era indietro, indietro.
Ma, secondo le leggi della cavalleria moderna, ch'è la vera, dico e
sostengo che un messo il quale ardisce di porre in mano a un cavaliere
una sfida, senza avergliene chiesta licenza, è un temerario, violabile
violabilissimo, bastonabile bastonabilissimo....»

«Risponda un poco a questo sillogismo.»

«Niente, niente, niente.»

«Ma ascolti, ma ascolti, ma ascolti. Percotere un disarmato è atto
proditorio; _atqui_ il messo _de quo_ era senz'arme; _ergo_....»

«Piano, piano, signor podestà.»

«Che piano?»

«Piano, le dico: cosa mi viene a dire? Atto proditorio è ferire uno
con la spada, per di dietro, o dargli una schioppettata nella schiena:
e, anche per questo, si possono dar certi casi.... ma stiamo nella
questione. Concedo che questo generalmente possa chiamarsi atto
proditorio; ma appoggiar quattro bastonate a un mascalzone! Sarebbe
bella che si dovesse dirgli: guarda che ti bastono: come si direbbe a
un galantuomo: mano alla spada.--E lei, signor dottor riverito, in vece
di farmi de' sogghigni, per farmi capire ch'è del mio parere, perchè
non sostiene le mie ragioni, con la sua buona tabella, per aiutarmi a
persuader questo signore?»

«Io....» rispose confusetto il dottore: «io godo di questa dotta
disputa: e ringrazio il bell'accidente che ha dato occasione a una
guerra d'ingegni così graziosa. E poi, a me non compete di dar
sentenza: sua signoria illustrissima ha già delegato un giudice.... qui
il padre....»

«È vero;» disse don Rodrigo: «ma come volete che il giudice parli,
quando i litiganti non vogliono stare zitti?»

«Ammutolisco,» disse il conte Attilio. Il podestà strinse le labbra, e
alzò la mano, come in atto di rassegnazione.

«Ah sia ringraziato il cielo! A lei, padre,» disse don Rodrigo, con una
serietà mezzo canzonatoria.

«Ho già fatte le mie scuse, col dire che non me n'intendo,» rispose fra
Cristoforo, rendendo il bicchiere a un servitore.

«Scuse magre:» gridarono i due cugini: «vogliamo la sentenza.»

«Quand'è così,» riprese il frate, «il mio debole parere sarebbe che non
vi fossero nè sfide, nè portatori, nè bastonate.»

I commensali si guardarono l'un con l'altro maravigliati.

«Oh questa è grossa!» disse il conte Attilio. «Mi perdoni, padre, ma è
grossa. Si vede che lei non conosce il mondo.»

«Lui?» disse don Rodrigo: «me lo volete far ridire: lo conosce, cugino
mio, quanto voi: non è vero, padre? Dica, dica se non ha fatta la sua
carovana?»

In vece di rispondere a quest'amorevole domanda, il padre disse una
parolina in segreto a sè medesimo:--queste vengono a te; ma ricordati,
frate, che non sei qui per te, e tutto ciò che tocca te solo, non entra
nel conto.

«Sarà,» disse il cugino: «ma il padre.... come si chiama il padre?»

«Padre Cristoforo,» rispose più d'uno.

«Ma, padre Cristoforo, padron mio colendissimo, con queste sue massime,
lei vorrebbe mandare il mondo sottosopra. Senza sfide! Senza bastonate!
Addio il punto d'onore: impunità per tutti i mascalzoni. Per buona
sorte che il supposto è impossibile.»

«Animo, dottore,» scappò fuori don Rodrigo, che voleva sempre più
divertire la disputa dai due primi contendenti, «animo, a voi, che, per
dar ragione a tutti, siete un uomo. Vediamo un poco come farete per dar
ragione in questo al padre Cristoforo.»

«In verità,» rispose il dottore, tenendo brandita in aria la forchetta,
e rivolgendosi al padre, «in verità io non so intendere come il padre
Cristoforo, il quale è insieme il perfetto religioso e l'uomo di mondo,
non abbia pensato che la sua sentenza, buona, ottima e di giusto peso
sul pulpito, non val niente, sia detto col dovuto rispetto, in una
disputa cavalleresca. Ma il padre sa, meglio di me, che ogni cosa è
buona a suo luogo; e io credo che, questa volta, abbia voluto cavarsi,
con una celia, dall'impiccio di proferire una sentenza.»

Che si poteva mai rispondere a ragionamenti dedotti da una sapienza
così antica, e sempre nuova? Niente: e così fece il nostro frate.

Ma don Rodrigo, per voler troncare quella questione, ne venne a
suscitare un'altra. «A proposito,» disse, «ho sentito che a Milano
correvan voci d'accomodamento.»

Il lettore sa che in quell'anno si combatteva per la successione al
ducato di Mantova, del quale, alla morte di Vincenzo Gonzaga, che non
aveva lasciata prole legittima, era entrato in possesso il duca di
Nevers, suo parente più prossimo. Luigi XIII, ossia il cardinale di
Richelieu, sosteneva quel principe, suo ben affetto, e naturalizzato
francese: Filippo IV, ossia il conte d'Olivares, comunemente chiamato
il conte duca, non lo voleva lì, per le stesse ragioni; e gli aveva
mosso guerra. Siccome poi quel ducato era feudo dell'impero, così le
due parti s'adoperavano, con pratiche, con istanze, con minacce, presso
l'imperator Ferdinando II, la prima perchè accordasse l'investitura al
nuovo duca; la seconda perchè gliela negasse, anzi aiutasse a cacciarlo
da quello stato.

«Non son lontano dal credere,» disse il conte Attilio, «che le cose si
possano accomodare. Ho certi indizi....»

«Non creda, signor conte, non creda,» interruppe il podestà. «Io, in
questo cantuccio, posso saperle le cose; perchè il signor castellano
spagnolo, che, per sua bontà, mi vuole un po' di bene, e per esser
figliuolo d'un creato del conte duca, è informato d'ogni cosa....»

«Le dico che a me accade ogni giorno di parlare in Milano con ben altri
personaggi; e so di buon luogo che il papa, interessatissimo, com'è,
per la pace, ha fatto proposizioni....»

«Così dev'essere; la cosa è in regola; sua santità fa il suo dovere; un
papa deve sempre metter bene tra i principi cristiani; ma il conte duca
ha la sua politica, e....»

«E, e, e; sa lei, signor mio, come la pensi l'imperatore, in questo
momento? Crede lei che non ci sia altro che Mantova a questo mondo? Le
cose a cui si deve pensare son molte, signor mio. Sa lei, per esempio,
fino a che segno l'imperatore possa ora fidarsi di quel suo principe di
Valdistano o di Vallistai, o come lo chiamano, e se....»

«Il nome legittimo in lingua alemanna,» interruppe ancora il podestà,
«è Vagliensteino, come l'ho sentito proferir più volte dal nostro
signor castellano spagnolo. Ma stia pur di buon animo, che....»

«Mi vuole insegnare...?» riprendeva il conte; ma don Rodrigo gli
diè d'occhio, per fargli intendere che, per amor suo, cessasse di
contraddire. Il conte tacque, e il podestà, come un bastimento
disimbrogliato da una secca, continuò, a vele gonfie, il corso della
sua eloquenza. «Vagliensteino mi dà poco fastidio; perchè il conte duca
ha l'occhio a tutto, e per tutto; e se Vagliensteino vorrà fare il
bell'umore, saprà ben lui farlo rigar diritto, con le buone, o con le
cattive. Ha l'occhio per tutto, dico, e le mani lunghe; e, se ha fisso
il chiodo, come l'ha fisso, e giustamente, da quel gran politico che è,
che il signor duca di Nevers non metta le radici in Mantova, il signor
duca di Nevers non ce le metterà; e il signor cardinale di Riciliù
farà un buco nell'acqua. Mi fa pur ridere quel caro signor cardinale,
a voler cozzare con un conte duca, con un Olivares. Dico il vero,
che vorrei rinascere di qui a dugent'anni, per sentir cosa diranno i
posteri, di questa bella pretensione. Ci vuol altro che invidia; testa
vuol essere: e teste come la testa d'un conte duca, ce n'è una sola al
mondo. Il conte duca, signori miei,» proseguiva il podestà, sempre col
vento in poppa, e un po' maravigliato anche lui di non incontrar mai
uno scoglio: «il conte duca è una volpe vecchia, parlando col dovuto
rispetto, che farebbe perder la traccia a chi si sia: e, quando accenna
a destra, si può esser sicuri che batterà a sinistra: ond'è che nessuno
può mai vantarsi di conoscere i suoi disegni; e quegli stessi che devon
metterli in esecuzione, quegli stessi che scrivono i dispacci, non
ne capiscon niente. Io posso parlare con qualche cognizion di causa;
perchè quel brav'uomo del signor castellano si degna di trattenersi
meco, con qualche confidenza. Il conte duca, viceversa, sa appuntino
cosa bolle in pentola di tutte l'altre corti; e tutti que' politiconi
(che ce n'è di diritti assai, non si può negare) hanno appena
immaginato un disegno, che il conte duca te l'ha già indovinato, con
quella sua testa, con quelle sue strade coperte, con que' suoi fili
tesi per tutto. Quel pover'uomo del cardinale di Riciliù tenta di qua,
fiuta di là, suda, s'ingegna: e poi? quando gli è riuscito di scavare
una mina, trova la contrammina già bell'e fatta dal conte duca....»

Sa il cielo quando il podestà avrebbe preso terra; ma don Rodrigo,
stimolato anche da' versacci che faceva il cugino, si voltò
all'improvviso, come se gli venisse un'ispirazione, a un servitore, e
gli accennò che portasse un certo fiasco. «Signor podestà, e signori
miei!» disse poi: «un brindisi al conte duca; e mi sapranno dire se il
vino sia degno del personaggio.» Il podestà rispose con un inchino,
nel quale traspariva un sentimento di riconoscenza particolare; perchè
tutto ciò che si faceva o si diceva in onore del conte duca, lo
riteneva in parte come fatto a sè.

«Viva mill'anni don Gasparo Guzman, conte d'Olivares, duca di san
Lucar, gran privato del re don Filippo il grande, nostro signore!»
esclamò, alzando il bicchiere.

Privato, chi non lo sapesse, era il termine in uso, a que' tempi, per
significare il favorito d'un principe.

«Viva mill'anni!» risposer tutti.

«Servite il padre,» disse don Rodrigo.

«Mi perdoni;» rispose il padre: «ma ho già fatto un disordine, e non
potrei....»

«Come!» disse don Rodrigo: «si tratta d'un brindisi al conte duca. Vuol
dunque far credere ch'ella tenga dai navarrini?»

Così si chiamavano allora, per ischerno, i Francesi, dai principi di
Navarra, che avevan cominciato, con Enrico IV, a regnar sopra di loro.

A tale scongiuro, convenne bere. Tutti i commensali proruppero in
esclamazioni, e in elogi del vino; fuor che il dottore, il quale, col
capo alzato, con gli occhi fissi, con le labbra strette, esprimeva
molto più che non avrebbe potuto far con parole.

«Che ne dite eh, dottore?» domandò don Rodrigo.

Tirato fuor del bicchiere un naso più vermiglio e più lucente di
quello, il dottore rispose, battendo con enfasi ogni sillaba: «dico,
proferisco, e sentenzio che questo è l'Olivares de' vini: _censui, et
in eam ivi sententiam_, che un liquor simile non si trova in tutti
i ventidue regni del re nostro signore, che Dio guardi: dichiaro e
definisco che i pranzi dell'illustrissimo signor don Rodrigo vincono le
cene d'Eliogabalo; e che la carestia è bandita e confinata in perpetuo
da questo palazzo, dove siede e regna la splendidezza.»

«Ben detto! ben definito!» gridarono, a una voce, i commensali: ma
quella parola, carestia, che il dottore aveva buttata fuori a caso,
rivolse in un punto tutte le menti a quel tristo soggetto; e tutti
parlarono della carestia. Qui andavan tutti d'accordo, almeno nel
principale; ma il fracasso era forse più grande che se ci fosse stato
disparere. Parlavan tutti insieme. «Non c'è carestia,» diceva uno:
«sono gl'incettatori....»

«E i fornai,» diceva un altro: «che nascondono il grano. Impiccarli.»

«Appunto; impiccarli, senza misericordia.»

«De' buoni processi,» gridava il podestà.

«Che processi?» gridava più forte il conte Attilio: «giustizia
sommaria. Pigliarne tre o quattro o cinque o sei, di quelli che,
per voce pubblica, son conosciuti come i più ricchi e i più cani, e
impiccarli.»

«Esempi! esempi! senza esempi non si fa nulla.»

«Impiccarli! impiccarli!; e salterà fuori grano da tutte le parti.»

Chi, passando per una fiera, s'è trovato a goder l'armonia che fa una
compagnia di cantambanchi, quando, tra una sonata e l'altra, ognuno
accorda il suo stromento, facendolo stridere quanto più può, affine di
sentirlo distintamente, in mezzo al rumore degli altri, s'immagini che
tale fosse la consonanza di quei, se si può dire, discorsi. S'andava
intanto mescendo e rimescendo di quel tal vino; e le lodi di esso
venivano, com'era giusto, frammischiate alle sentenze di giurisprudenza
economica; sicchè le parole che s'udivan più sonore e più frequenti,
erano: _ambrosia_, e _impiccarli_.

Don Rodrigo intanto dava dell'occhiate al solo che stava zitto; e lo
vedeva sempre lì fermo, senza dar segno d'impazienza nè di fretta,
senza far atto che tendesse a ricordare che stava aspettando; ma in
aria di non voler andarsene, prima d'essere stato ascoltato. L'avrebbe
mandato a spasso volentieri, e fatto di meno di quel colloquio; ma
congedare un cappuccino, senza avergli dato udienza, non era secondo le
regole della sua politica. Poichè la seccatura non si poteva scansare,
si risolvette d'affrontarla subito, e di liberarsene; s'alzò da tavola,
e seco tutta la rubiconda brigata, senza interrompere il chiasso.
Chiesta poi licenza agli ospiti, s'avvicinò, in atto contegnoso, al
frate, che s'era subito alzato con gli altri; gli disse: «eccomi a'
suoi comandi;» e lo condusse in un'altra sala.




                             CAPITOLO VI.


«In che posso ubbidirla?» disse don Rodrigo, piantandosi in piedi nel
mezzo della sala. Il suono delle parole era tale; ma il modo con cui
eran proferite, voleva dir chiaramente, bada a chi sei davanti, pesa le
parole, e sbrigati.

Per dar coraggio al nostro fra Cristoforo, non c'era mezzo più sicuro
e più spedito, che prenderlo con maniera arrogante. Egli che stava
sospeso, cercando le parole, e facendo scorrere tra le dita le ave
marie della corona che teneva a cintola, come se in qualcheduna di
quelle sperasse di trovare il suo esordio; a quel fare di don Rodrigo,
si sentì subito venir sulle labbra più parole del bisogno. Ma pensando
quanto importasse di non guastare i fatti suoi o, ciò ch'era assai più,
i fatti altrui, corresse e temperò le frasi che gli si eran presentate
alla mente, e disse, con guardinga umiltà: «vengo a proporle un atto
di giustizia, a pregarla d'una carità. Cert'uomini di mal affare hanno
messo innanzi il nome di vossignoria illustrissima, per far paura a un
povero curato, e impedirgli di compire il suo dovere, e per soverchiare
due innocenti. Lei può, con una parola, confonder coloro, restituire al
diritto la sua forza, e sollevar quelli a cui è fatta una così crudel
violenza. Lo può; e potendolo.... la coscienza, l'onore....»

«Lei mi parlerà della mia coscienza, quando verrò a confessarmi da lei.
In quanto al mio onore, ha da sapere che il custode ne son io, e io
solo; e che chiunque ardisce entrare a parte con me di questa cura, lo
riguardo come il temerario che l'offende.»

Fra Cristoforo, avvertito da queste parole che quel signore cercava
di tirare al peggio le sue, per volgere il discorso in contesa, e
non dargli luogo di venire alle strette, s'impegnò tanto più alla
sofferenza, risolvette di mandar giù qualunque cosa piacesse all'altro
di dire, e rispose subito, con un tono sommesso: «se ho detto cosa
che le dispiaccia, è stato certamente contro la mia intenzione. Mi
corregga pure, mi riprenda, se non so parlare come si conviene; ma si
degni ascoltarmi. Per amor del cielo, per quel Dio, al cui cospetto
dobbiam tutti comparire....» e, così dicendo, aveva preso tra le
dita, e metteva davanti agli occhi del suo accigliato ascoltatore il
teschietto di legno attaccato alla sua corona, «non s'ostini a negare
una giustizia così facile, e così dovuta a de' poverelli. Pensi che Dio
ha sempre gli occhi sopra di loro, e che le loro grida, i loro gemiti
sono ascoltati lassù. L'innocenza è potente al suo....»

«Eh, padre!» interruppe bruscamente don Rodrigo: «il rispetto ch'io
porto al suo abito è grande: ma se qualche cosa potesse farmelo
dimenticare, sarebbe il vederlo indosso a uno che ardisse di venire a
farmi la spia in casa.»

Questa parola fece venir le fiamme sul viso del frate: il quale però,
col sembiante di chi inghiottisce una medicina molto amara, riprese:
«lei non crede che un tal titolo mi si convenga. Lei sente in cuor suo,
che il passo ch'io fo ora qui, non è nè vile nè spregevole. M'ascolti,
signor don Rodrigo; e voglia il cielo che non venga un giorno in cui si
penta di non avermi ascoltato. Non voglia metter la sua gloria.... qual
gloria, signor don Rodrigo! qual gloria dinanzi agli uomini! E dinanzi
a Dio! Lei può molto quaggiù; ma....»

«Sa lei,» disse don Rodrigo, interrompendo, con istizza, ma non senza
qualche raccapriccio, «sa lei che, quando mi viene lo schiribizzo di
sentire una predica, so benissimo andare in chiesa, come fanno gli
altri? Ma in casa mia! Oh!» e continuò, con un sorriso forzato di
scherno: «lei mi tratta da più di quel che sono. Il predicatore in
casa! Non l'hanno che i principi.»

«E quel Dio che chiede conto ai principi della parola che fa loro
sentire, nelle loro regge; quel Dio che le usa ora un tratto di
misericordia, mandando un suo ministro, indegno e miserabile, ma un suo
ministro, a pregar per una innocente....»

«In somma, padre,» disse don Rodrigo, facendo atto d'andarsene, «io non
so quel che lei voglia dire: non capisco altro se non che ci dev'essere
qualche fanciulla che le preme molto. Vada a far le sue confidenze a
chi le piace; e non si prenda la libertà d'infastidir più a lungo un
gentiluomo.»

Al moversi di don Rodrigo, il nostro frate gli s'era messo davanti,
ma con gran rispetto; e, alzate le mani, come per supplicare e per
trattenerlo ad un punto, rispose ancora: «la mi preme, è vero, ma non
più di lei; son due anime che, l'una e l'altra, mi premon più del mio
sangue. Don Rodrigo! io non posso far altro per lei, che pregar Dio; ma
lo farò ben di cuore. Non mi dica di no: non voglia tener nell'angoscia
e nel terrore una povera innocente. Una parola di lei può far tutto.»

«Ebbene,» disse don Rodrigo, «giacchè lei crede ch'io possa far molto
per questa persona; giacchè questa persona le sta tanto a cuore....»

«Ebbene?» riprese ansiosamente il padre Cristoforo, al quale l'atto
e il contegno di don Rodrigo non permettevano d'abbandonarsi alla
speranza che parevano annunziare quelle parole.

«Ebbene, la consigli di venire a mettersi sotto la mia protezione. Non
le mancherà più nulla, e nessuno ardirà d'inquietarla, o ch'io non son
cavaliere.»

A siffatta proposta, l'indegnazione del frate, rattenuta a stento
fin allora, traboccò. Tutti que' bei proponimenti di prudenza e di
pazienza andarono in fumo: l'uomo vecchio si trovò d'accordo col nuovo;
e, in que' casi, fra Cristoforo valeva veramente per due. «La vostra
protezione!» esclamò, dando indietro due passi, postandosi fieramente
sul piede destro, mettendo la destra sull'anca, alzando la sinistra con
l'indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi
infiammati: «la vostra protezione! È meglio che abbiate parlato così,
che abbiate fatta a me una tale proposta. Avete colmata la misura; e
non vi temo più.»

«Come parli, frate?...»

«Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far
paura. La vostra protezione! Sapevo bene che quella innocente è sotto
la protezione di Dio; ma voi, voi me lo fate sentire ora, con tanta
certezza, che non ho più bisogno di riguardi a parlarvene. Lucia, dico:
vedete come io pronunzio questo nome con la fronte alta, e con gli
occhi immobili.»

«Come! in questa casa...!»

«Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa.
State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre,
e suggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta
una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi
avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato
il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito
quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve
lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch'io vi
prometto. Verrà un giorno....»

Don Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia,
attonito, non trovando parole; ma, quando sentì intonare una
predizione, s'aggiunse alla rabbia un lontano e misterioso spavento.

Afferrò rapidamente per aria quella mano minacciosa, e, alzando la
voce, per troncar quella dell'infausto profeta, gridò: «escimi di tra
piedi, villano temerario, poltrone incappucciato.»

Queste parole così chiare acquietarono in un momento il padre
Cristoforo. All'idea di strapazzo e di villania era, nella sua mente,
così bene, e da tanto tempo, associata l'idea di sofferenza e di
silenzio, che, a quel complimento, gli cadde ogni spirito d'ira e
d'entusiasmo, e non gli restò altra risoluzione che quella d'udir
tranquillamente ciò che a don Rodrigo piacesse d'aggiungere. Onde,
ritirata placidamente la mano dagli artigli del gentiluomo, abbassò
il capo, e rimase immobile, come, al cader del vento, nel forte della
burrasca, un albero agitato ricompone naturalmente i suoi rami, e
riceve la grandine come il ciel la manda.

«Villano rincivilito!» prosegui don Rodrigo: «tu tratti da par tuo. Ma
ringrazia il saio che ti copre codeste spalle di mascalzone, e ti salva
dalle carezze che si fanno a' tuoi pari, per insegnar loro a parlare.
Esci con le tue gambe, per questa volta; e la vedremo.»

Così dicendo, additò, con impero sprezzante, un uscio in faccia a
quello per cui erano entrati; il padre Cristoforo chinò il capo, e se
n'andò, lasciando don Rodrigo a misurare, a passi infuriati, il campo
di battaglia.

Quando il frate ebbe serrato l'uscio dietro a sè, vide nell'altra
stanza dove entrava, un uomo ritirarsi pian piano, strisciando il muro,
come per non esser veduto dalla stanza del colloquio; e riconobbe il
vecchio servitore ch'era venuto a riceverlo alla porta di strada. Era
costui in quella casa, forse da quarant'anni, cioè prima che nascesse
don Rodrigo; entratovi al servizio del padre, il quale era stato
tutt'un'altra cosa. Morto lui, il nuovo padrone, dando lo sfratto a
tutta la famiglia, e facendo brigata nuova, aveva però ritenuto quel
servitore, e per esser già vecchio, e perchè, sebben di massime e di
costume diverso interamente dal suo, compensava però questo difetto
con due qualità: un'alta opinione della dignità della casa, e una gran
pratica del cerimoniale, di cui conosceva, meglio d'ogni altro, le più
antiche tradizioni, e i più minuti particolari. In faccia al signore,
il povero vecchio non si sarebbe mai arrischiato d'accennare, non che
d'esprimere la sua disapprovazione di ciò che vedeva tutto il giorno:
appena ne faceva qualche esclamazione, qualche rimprovero tra i denti
a' suoi colleghi di servizio; i quali se ne ridevano, e prendevano anzi
piacere qualche volta a toccargli quel tasto, per fargli dir di più che
non avrebbe voluto, e per sentirlo ricantar le lodi dell'antico modo
di vivere in quella casa. Le sue censure non arrivavano agli orecchi
del padrone che accompagnate dal racconto delle risa che se n'eran
fatte; dimodochè riuscivano anche per lui un soggetto di scherno, senza
risentimento. Ne' giorni poi d'invito e di ricevimento, il vecchio
diventava un personaggio serio e d'importanza.

Il padre Cristoforo lo guardò, passando, lo salutò, e seguitava la sua
strada; ma il vecchio se gli accostò misteriosamente, mise il dito
alla bocca, e poi, col dito stesso, gli fece un cenno, per invitarlo
a entrar con lui in un andito buio. Quando furon lì, gli disse sotto
voce: «padre, ho sentito tutto, e ho bisogno di parlarle.»

«Dite presto, buon uomo.»

«Qui no: guai se il padrone s'avvede.... Ma io so molte cose; e vedrò
di venir domani al convento.»

«C'è qualche disegno?»

«Qualcosa per aria c'è di sicuro: già me ne son potuto accorgere. Ma
ora starò sull'intesa, e spero di scoprir tutto. Lasci fare a me. Mi
tocca a vedere e a sentir cose...! cose di fuoco! Sono in una casa...!
Ma io vorrei salvar l'anima mia.»

«II Signore vi benedica!» e, proferendo sottovoce queste parole, il
frate mise la mano sul capo del servitore, che, quantunque più vecchio
di lui, gli stava curvo dinanzi, nell'attitudine d'un figliuolo. «II
Signore vi ricompenserà,» prosegui il frate: «non mancate di venir
domani.»

«Verrò,» rispose il servitore: «ma lei vada via subito e.... per amor
del cielo.... non mi nomini.» Così dicendo, e guardando intorno,
usci, per l'altra parte dell'andito, in un salotto, che rispondeva nel
cortile; e, visto il campo libero, chiamò fuori il buon frate, il volto
del quale rispose a quell'ultima parola più chiaro che non avrebbe
potuto fare qualunque protesta. Il servitore gli additò l'uscita; e il
frate, senza dir altro, partì.

Quell'uomo era stato a sentire all'uscio del suo padrone: aveva fatto
bene? E fra Cristoforo faceva bene a lodarlo di ciò? Secondo le regole
più comuni e men contraddette, è cosa molto brutta; ma quel caso non
poteva riguardarsi come un'eccezione? E ci sono dell'eccezioni alle
regole più comuni e men contraddette? Questioni importanti; ma che il
lettore risolverà da sè, se ne ha voglia. Noi non intendiamo di dar
giudizi: ci basta d'aver dei fatti da raccontare.

Uscito fuori, e voltate le spalle a quella casaccia, fra Cristoforo
respirò più liberamente, e s'avviò in fretta per la scesa, tutto
infocato in volto, commosso e sottosopra, come ognuno può immaginarsi,
per quel che aveva sentito, e per quel che aveva detto. Ma quella così
inaspettata esibizione del vecchio era stata un gran ristorativo per
lui: gli pareva che il cielo gli avesse dato un segno visibile della
sua protezione.--Ecco un filo, pensava, un filo che la provvidenza mi
mette nelle mani. E in quella casa medesima! E senza ch'io sognassi
neppure di cercarlo!--Così ruminando, alzò gli occhi verso l'occidente,
vide il sole inclinato, che già già toccava la cima del monte, e pensò
che rimaneva ben poco del giorno. Allora, benchè sentisse le ossa gravi
e fiaccate da' vari strapazzi di quella giornata, pure studiò di più il
passo, per poter riportare un avviso, qual si fosse, a' suoi protetti,
e arrivar poi al convento, prima di notte: che era una delle leggi più
precise, e più severamente mantenute del codice cappuccinesco.

Intanto, nella casetta di Lucia, erano stati messi in campo e ventilati
disegni, de' quali ci conviene informare il lettore. Dopo la partenza
del frate, i tre rimasti erano stati qualche tempo in silenzio; Lucia
preparando tristamente il desinare; Renzo sul punto d'andarsene ogni
momento, per levarsi dalla vista di lei così accorata, e non sapendo
staccarsi; Agnese tutta intenta, in apparenza, all'aspo che faceva
girare. Ma, in realtà, stava maturando un progetto; e, quando le parve
maturo, ruppe il silenzio in questi termini:

«Sentite, figliuoli! Se volete aver cuore e destrezza, quanto bisogna,
se vi fidate di vostra madre,» a quel _vostra_ Lucia si riscosse, «io
m'impegno di cavarvi di quest'impiccio, meglio forse, e più presto del
padre Cristoforo, quantunque sia quell'uomo che è.» Lucia rimase lì, e
la guardò con un volto ch'esprimeva più maraviglia che fiducia in una
promessa tanto magnifica; e Renzo disse subitamente: «cuore? destrezza?
dite, dite pure quel che si può fare.»

[Illustrazione: «Verrà un giorno....» (pag. 78)]

«Non è vero,» proseguì Agnese, «che, se foste maritati, si sarebbe già
un pezzo avanti? E che a tutto il resto si troverebbe più facilmente
ripiego?»

«C'è dubbio?» disse Renzo: «maritati che fossimo.... tutto il mondo
è paese; e, a due passi di qui, sul bergamasco, chi lavora seta è
ricevuto a braccia aperte. Sapete quante volte Bortolo mio cugino m'ha
fatto sollecitare d'andar là a star con lui, che farei fortuna, com'ha
fatto lui: e se non gli ho mai dato retta, gli è.... che serve? perchè
il mio cuore era qui. Maritati, si va tutti insieme, si mette su casa
là, si vive in santa pace, fuor dell'unghie di questo ribaldo, lontano
dalla tentazione di fare uno sproposito. N'è vero, Lucia?»

«Sì,» disse Lucia: «ma come...?»

«Come ho detto io,» riprese la madre: «cuore e destrezza; e la cosa è
facile.»

«Facile!» dissero insieme que' due, per cui la cosa era divenuta tanto
stranamente e dolorosamente difficile.

«Facile, a saperla fare,» replicò Agnese. «Ascoltatemi bene, che vedrò
di farvela intendere. Io ho sentito dire da gente che sa, e anzi ne
ho veduto io un caso, che, per fare un matrimonio, ci vuole bensì il
curato, ma non è necessario che voglia; basta che ci sia.»

«Come sta questa faccenda?» domandò Renzo.

«Ascoltate e sentirete. Bisogna aver due testimoni ben lesti e ben
d'accordo. Si va dal curato: il punto sta di chiapparlo all'improvviso,
che non abbia tempo di scappare. L'uomo dice: signor curato, questa è
mia moglie; la donna dice: signor curato, questo è mio marito. Bisogna
che il curato senta, che i testimoni sentano; e il matrimonio è bell'e
fatto, sacrosanto come se l'avesse fatto il papa. Quando le parole son
dette, il curato può strillare, strepitare, fare il diavolo; è inutile;
siete marito e moglie.»

«Possibile?» esclamò Lucia.

«Come!» disse Agnese: «state a vedere che, in trent'anni che ho passati
in questo mondo, prima che nasceste voi altri, non avrò imparato nulla.
La cosa è tale quale ve la dico: per segno tale che una mia amica,
che voleva prender uno contro la volontà de' suoi parenti, facendo
in quella maniera, ottenne il suo intento. Il curato, che ne aveva
sospetto, stava all'erta; ma i due diavoli seppero far così bene, che
lo colsero in un punto giusto, dissero le parole, e furon marito e
moglie: benchè la poveretta se ne pentì poi, in capo a tre giorni.»

Agnese diceva il vero, e riguardo alla possibilità, e riguardo al
pericolo di non ci riuscire: chè, siccome non ricorrevano a un tale
espediente, se non persone che avesser trovato ostacolo o rifiuto nella
via ordinaria, così i parrochi mettevan gran cura a scansare quella
cooperazione forzata; e, quando un d'essi venisse pure sorpreso da
una di quelle coppie, accompagnata da testimoni, faceva di tutto per
iscapolarsene, come Proteo dalle mani di coloro che volevano farlo
vaticinare per forza.

«Se fosse vero, Lucia!» disse Renzo, guardandola con un'aria
d'aspettazione supplichevole.

«Come! se fosse vero!» disse Agnese. «Anche voi credete ch'io dica
fandonie. Io m'affanno per voi, e non son creduta: bene bene; cavatevi
d'impiccio come potete: io me ne lavo le mani.»

«Ah no! non ci abbandonate,» disse Renzo. «Parlo così, perchè la cosa
mi par troppo bella. Sono nelle vostre mani; vi considero come se foste
proprio mia madre.»

Queste parole fecero svanire il piccolo sdegno d'Agnese, e dimenticare
un proponimento che, per verità, non era stato serio.

«Ma perchè dunque, mamma,» disse Lucia, con quel suo contegno sommesso,
«perchè questa cosa non è venuta in mente al padre Cristoforo?»

«In mente?» rispose Agnese: «pensa se non gli sarà venuta in mente! Ma
non ne avrà voluto parlare.»

«Perchè?» domandarono a un tratto i due giovani.

«Perchè.... perchè, quando lo volete sapere, i religiosi dicono che
veramente è cosa che non istà bene.»

«Come può essere che non istia bene, e che sia ben fatta, quand'è
fatta?» disse Renzo.

«Che volete ch'io vi dica?» rispose Agnese. «La legge l'hanno fatta
loro, come gli è piaciuto; e noi poverelli non possiamo capir tutto.
E poi quante cose.... Ecco; è come lasciar andare un pugno a un
cristiano. Non istà bene; ma, dato che gliel abbiate, nè anche il papa
non glielo può levare.»

«Se è cosa che non istà bene,» disse Lucia, «non bisogna farla.»

«Che!» disse Agnese, «ti vorrei forse dare un parere contro il timor
di Dio? Se fosse contro la volontà de' tuoi parenti, per prendere un
rompicollo.... ma, contenta me, e per prender questo figliuolo; e chi
fa nascer tutte le difficoltà è un birbone; e il signor curato....»

«L'è chiara, che l'intenderebbe ognuno,» disse Renzo.

«Non bisogna parlarne al padre Cristoforo, prima di far la cosa,»
prosegui Agnese: «ma, fatta che sia, e ben riuscita, che pensi tu che
ti dirà il padre?--Ah figliuola! è una scappata grossa; me l'avete
fatta.--I religiosi devon parlar così. Ma credi pure che, in cuor suo,
sarà contento anche lui.»

Lucia, senza trovar che rispondere a quel ragionamento, non ne sembrava
però capacitata: ma Renzo, tutto rincorato, disse: «quand'è così, la
cosa è fatta.»

«Piano,» disse Agnese. «E i testimoni? Trovar due che vogliano, e che
intanto sappiano stare zitti! E poter cogliere il signor curato che, da
due giorni, se ne sta rintanato in casa? E farlo star lì? chè, benchè
sia pesante di sua natura, vi so dir io che, al vedervi comparire in
quella conformità, diventerà lesto come un gatto, e scapperà come il
diavolo dall'acqua santa.»

«L'ho trovato io il verso, l'ho trovato,» disse Renzo, battendo il
pugno sulla tavola, e facendo balzellare le stoviglie apparecchiate per
il desinare. E seguitò esponendo il suo pensiero, che Agnese approvò in
tutto e per tutto.

«Son imbrogli,» disse Lucia: «non son cose lisce. Finora abbiamo
operato sinceramente: tiriamo avanti con fede, e Dio ci aiuterà: il
padre Cristoforo l'ha detto. Sentiamo il suo parere.»

«Lasciati guidare da chi ne sa più di te,» disse Agnese, con volto
grave. «Che bisogno c'è di chieder pareri? Dio dice: aiutati, ch'io
t'aiuto. Al padre racconteremo tutto, a cose fatte.»

«Lucia,» disse Renzo, «volete voi mancarmi ora? Non avevamo noi fatto
tutte le cose da buon cristiani? Non dovremmo esser già marito e
moglie? Il curato non ci aveva fissato lui il giorno e l'ora? E di chi
è la colpa, se dobbiamo ora aiutarci con un po' d'ingegno? No, non mi
mancherete. Vado e torno con la risposta.» E, salutando Lucia, con
un atto di preghiera, e Agnese, con un'aria d'intelligenza, partì in
fretta.

Le tribolazioni aguzzano il cervello: e Renzo il quale, nel sentiero
retto e piano di vita percorso da lui fin allora, non s'era mai trovato
nell'occasione d'assottigliar molto il suo, ne aveva, in questo caso,
immaginata una, da far onore a un giureconsulto. Andò addirittura,
secondo che aveva disegnato, alla casetta d'un certo Tonio, ch'era
lì poco distante; e lo trovò in cucina, che, con un ginocchio sullo
scalino del focolare, e tenendo, con una mano, l'orlo d'un paiolo,
messo sulle ceneri calde, dimenava, col matterello ricurvo, una piccola
polenta bigia, di gran saraceno. La madre, un fratello, la moglie di
Tonio, erano a tavola; e tre o quattro ragazzetti, ritti accanto al
babbo, stavano aspettando, con gli occhi fissi al paiolo, che venisse
il momento di scodellare. Ma non c'era quell'allegria che la vista
del desinare suol pur dare a chi se l'è meritato con la fatica. La
mole della polenta era in ragion dell'annata, e non del numero e
della buona voglia de' commensali: e ognun d'essi, fissando, con uno
sguardo bieco d'amor rabbioso, la vivanda comune, pareva pensare alla
porzione d'appetito, che le doveva sopravvivere. Mentre Renzo barattava
i saluti con la famiglia, Tonio scodellò la polenta sulla taffería di
faggio, che stava apparecchiata a riceverla: e parve una piccola luna,
in un gran cerchio di vapori. Nondimeno le donne dissero cortesemente
a Renzo: «volete restar servito?» complimento che il contadino di
Lombardia, e chi sa di quant'altri paesi! non lascia mai di fare a chi
lo trovi a mangiare, quand'anche questo fosse un ricco epulone alzatosi
allora da tavola, e lui fosse all'ultimo boccone.

«Vi ringrazio,» rispose Renzo: «venivo solamente per dire una parolina
a Tonio; e, se vuoi, Tonio, per non disturbar le tue donne, possiamo
andar a desinare all'osteria, e lì parleremo.» La proposta fu per Tonio
tanto più gradita, quanto meno aspettata; e le donne, e anche i bimbi
(giacchè, su questa materia, principian presto a ragionare) non videro
mal volentieri che si sottraesse alla polenta un concorrente, e il più
formidabile. L'invitato non istette a domandar altro, e andò con Renzo.

Giunti all'osteria del villaggio; seduti, con tutta libertà, in una
perfetta solitudine, giacchè la miseria aveva divezzati tutti i
frequentatori di quel luogo di delizie; fatto portare quel poco che si
trovava; votato un boccale di vino; Renzo, con aria di mistero, disse a
Tonio: «se tu vuoi farmi un piccolo servizio, io te ne voglio fare uno
grande.»

«Parla, parla; comandami pure,» rispose Tonio, mescendo. «Oggi mi
butterei nel fuoco per te.»

«Tu hai un debito di venticinque lire col signor curato, per fitto del
suo campo, che lavoravi, l'anno passato.»

«Ah, Renzo, Renzo! tu mi guasti il benefizio. Con che cosa mi vieni
fuori? M'hai fatto andar via il buon umore.»

«Se ti parlo del debito,» disse Renzo, «è perchè, se tu vuoi, io
intendo di darti il mezzo di pagarlo.»

«Dici davvero?»

«Davvero. Eh? saresti contento?»

«Contento? Per diana, se sarei contento! Se non foss'altro, per non
veder più que' versacci, e que' cenni col capo, che mi fa il signor
curato, ogni volta che c'incontriamo. E poi sempre: Tonio, ricordatevi:
Tonio, quando ci vediamo, per quel negozio? A tal segno che quando, nel
predicare, mi fissa quegli occhi addosso, io sto quasi in timore che
abbia a dirmi, lì in pubblico: quelle venticinque lire! Che maledette
siano le venticinque lire! E poi, m'avrebbe a restituir la collana
d'oro di mia moglie, che la baratterei in tanta polenta. Ma....»

«Ma, ma, se tu mi vuoi fare un servizietto, le venticinque lire son
preparate.»

«Dì su.»

«Ma...!» disse Renzo, mettendo il dito alla bocca.

«Fa bisogno di queste cose? tu mi conosci.»

«Il signor curato va cavando fuori certe ragioni senza sugo, per tirare
in lungo il mio matrimonio; e io in vece vorrei spicciarmi. Mi dicon di
sicuro che, presentandosegli davanti i due sposi, con due testimoni,
e dicendo io: questa è mia moglie, e Lucia: questo è mio marito, il
matrimonio è bell'e fatto. M'hai tu inteso?»

«Tu vuoi ch'io venga per testimonio?»

«Per l'appunto.»

«E pagherai per me le venticinque lire?»

«Così l'intendo.»

«Birba chi manca.»

«Ma bisogna trovare un altro testimonio.»

«L'ho trovato. Quel sempliciotto di mio fratel Gervaso farà quello che
gli dirò io. Tu gli pagherai da bere?»

«E da mangiare,» rispose Renzo. «Lo condurremo qui a stare allegro con
noi. Ma saprà fare?»

«Gl'insegnerò io: tu sai bene ch'io ho avuta anche la sua parte di
cervello.»

«Domani....»

«Bene.»

«Verso sera....»

«Benone.»

«Ma!...» disse Renzo, mettendo di nuovo il dito alla bocca.

«Poh!...» rispose Tonio, piegando il capo sulla spalla destra, e
alzando la mano sinistra, con un viso che diceva: mi fai torto.

«Ma, se tua moglie ti domanda, come ti domanderà, senza dubbio....»

«Di bugie, sono in debito io con mia moglie, e tanto tanto, che non so
se arriverò mai a saldare il conto. Qualche pastocchia la troverò, da
metterle il cuore in pace.»

«Domattina,» disse Renzo, «discorreremo con più comodo, per intenderci
bene su tutto.»

Con questo, uscirono dall'osteria, Tonio avviandosi a casa, e studiando
la fandonia che racconterebbe alle donne, e Renzo a render conto de'
concerti presi.

In questo tempo, Agnese s'era affaticata invano a persuader la
figliuola. Questa andava opponendo a ogni ragione, ora l'una, ora
l'altra parte del suo dilemma: o la cosa è cattiva, e non bisogna
farla; o non è, e perchè non dirla al padre Cristoforo?

Renzo arrivò tutto trionfante, fece il suo rapporto, e terminò con un
ahn? interiezione che significa: sono o non sono un uomo io? si poteva
trovar di meglio? vi sarebbe venuta in mente? e cento cose simili.

Lucia tentennava mollemente il capo; ma i due infervorati le badavan
poco, come si suol fare con un fanciullo, al quale non si spera di far
intendere tutta la ragione d'una cosa, e che s'indurrà poi, con le
preghiere e con l'autorità, a ciò che si vuol da lui.

«Va bene,» disse Agnese: «va bene; ma.... non avete pensato a tutto.»

«Cosa ci manca?» rispose Renzo.

«E Perpetua? non avete pensato a Perpetua. Tonio e suo fratello, li
lascerà entrare; ma voi! voi due! pensate! avrà ordine di tenervi
lontani, più che un ragazzo da un pero che ha le frutte mature.»

«Come faremo?» disse Renzo, un po' imbrogliato.

«Ecco: ci ho pensato io. Verrò io con voi; e ho un segreto per
attirarla, e per incantarla di maniera che non s'accorga di voi altri,
e possiate entrare. La chiamerò io, e le toccherò una corda....
vedrete.»

«Benedetta voi!» esclamò Renzo: «l'ho sempre detto che siete nostro
aiuto in tutto.»

«Ma tutto questo non serve a nulla,» disse Agnese, «se non si persuade
costei, che si ostina a dire che è peccato.»

Renzo mise in campo anche lui la sua eloquenza; ma Lucia non si
lasciava smovere.

«Io non so che rispondere a queste vostre ragioni,» diceva: «ma vedo
che, per far questa cosa, come dite voi, bisogna andar avanti a furia
di sotterfugi, di bugie, di finzioni. Ah Renzo! non abbiam cominciato
così. Io voglio esser vostra moglie,» e non c'era verso che potesse
proferir quella parola, e spiegar quell'intenzione, senza fare il viso
rosso: «io voglio esser vostra moglie, ma per la strada diritta, col
timor di Dio, all'altare. Lasciamo fare a Quello lassù. Non volete
che sappia trovar Lui il bandolo d'aiutarci, meglio che non possiamo
far noi, con tutte codeste furberie? E perchè far misteri al padre
Cristoforo?

La disputa durava tuttavia, e non pareva vicina a finire, quando un
calpestío affrettato di sandali, e un rumore di tonaca sbattuta,
somigliante a quello che fanno in una vela allentata i soffi ripetuti
del vento, annunziarono il padre Cristoforo. Si chetaron tutti; e
Agnese ebbe appena tempo di susurrare all'orecchio di Lucia: «bada
bene, ve', di non dirgli nulla.»




                             CAPITOLO VII.


Il padre Cristoforo arrivava nell'attitudine d'un buon capitano che,
perduta, senza sua colpa, una battaglia importante, afflitto ma non
scoraggito, sopra pensiero ma non sbalordito, di corsa e non in fuga,
si porta dove il bisogno lo chiede, a premunire i luoghi minacciati, a
raccoglier le truppe, a dar nuovi ordini.

«La pace sia con voi,» disse, nell'entrare. «Non c'è nulla da sperare
dall'uomo: tanto più bisogna confidare in Dio: e già ho qualche pegno
della sua protezione.»

Sebbene nessuno dei tre sperasse molto nel tentativo del padre
Cristoforo, giacchè il vedere un potente ritirarsi da una soverchieria,
senza esserci costretto, e per mera condiscendenza a preghiere
disarmate, era cosa piuttosto inaudita che rara; nulladimeno la trista
certezza fu un colpo per tutti. Le donne abbassarono il capo; ma
nell'animo di Renzo, l'ira prevalse all'abbattimento. Quell'annunzio lo
trovava già amareggiato da tante sorprese dolorose, da tanti tentativi
andati a voto, da tante speranze deluse, e, per di più, esacerbato, in
quel momento, dalle ripulse di Lucia.

«Vorrei sapere,» gridò, digrignando i denti, e alzando la voce, quanto
non aveva mai fatto prima d'allora, alla presenza del padre Cristoforo;
«vorrei sapere che ragioni ha dette quel cane, per sostenere.... per
sostenere che la mia sposa non dev'essere la mia sposa.»

«Povero Renzo!» rispose il frate, con una voce grave e pietosa, e con
uno sguardo che comandava amorevolmente la pacatezza: «se il potente
che vuol commettere l'ingiustizia fosse sempre obbligato a dir le sue
ragioni, le cose non anderebbero come vanno.»

«Ha detto dunque quel cane, che non vuole, perchè non vuole?»

«Non ha detto nemmen questo, povero Renzo! Sarebbe ancora un vantaggio
se, per commetter l'iniquità, dovessero confessarla apertamente.»

«Ma qualcosa ha dovuto dire: cos'ha detto quel tizzone d'inferno?»

«Le sue parole, io l'ho sentite, e non te le saprei ripetere. Le
parole dell'iniquo che è forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi che
tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire che
quello di che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso,
schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato
e irreprensibile. Non chieder più in là. Colui non ha proferito
il nome di questa innocente, nè il tuo, non ha figurato nemmen di
conoscervi, non ha detto di pretender nulla; ma.... ma pur troppo ho
dovuto intendere ch'è irremovibile. Nondimeno, confidenza in Dio! Voi,
poverette, non vi perdete d'animo; e tu, Renzo.... oh! credi pure,
ch'io so mettermi ne' tuoi panni, ch'io sento quello che passa nel tuo
cuore. Ma, pazienza! E una magra parola, una parola amara, per chi non
crede; ma tu...! non vorrai tu concedere a Dio un giorno, due giorni,
il tempo che vorrà prendere, per far trionfare la giustizia? Il tempo
è suo; e ce n'ha promesso tanto! Lascia fare a Lui, Renzo; e sappi....
sappiate tutti ch'io ho già in mano un filo, per aiutarvi. Per ora, non
posso dirvi di più. Domani io non verrò quassù; devo stare al convento
tutto il giorno, per voi. Tu, Renzo, procura di venirci: o se, per
caso impensato, tu non potessi, mandate un uomo fidato, un garzoncello
di giudizio, per mezzo del quale io possa farvi sapere quello che
occorrerà. Si fa buio; bisogna ch'io corra al convento. Fede, coraggio;
e addio.»

Detto questo, uscì in fretta, e se n'andò, correndo, e quasi
saltelloni, giù per quella viottola storta e sassosa, per non arrivar
tardi al convento, a rischio di buscarsi una buona sgridata, o quel
che gli sarebbe pesato ancor più, una penitenza, che gl'impedisse, il
giorno dopo, di trovarsi pronto e spedito a ciò che potesse richiedere
il bisogno de' suoi protetti.

«Avete sentito cos'ha detto d'un non so che.... d'un filo che ha, per
aiutarci?» disse Lucia. «Convien fidarsi a lui; è un uomo che, quando
promette dieci....»

«Se non c'è altro...!» interruppe Agnese. «Avrebbe dovuto parlar più
chiaro, o chiamar me da una parte, e dirmi cosa sia questo....»

«Chiacchiere! la finirò io: io la finirò!» interruppe Renzo questa
volta, andando in su e in giù per la stanza, e con una voce, con un
viso, da non lasciar dubbio sul senso di quelle parole.

«Oh Renzo!» esclamò Lucia.

«Cosa volete dire?» esclamò Agnese.

«Che bisogno c'è di dire? La finirò io. Abbia pur cento, mille diavoli
nell'anima, finalmente è di carne e ossa anche lui....»

«No, no, per amor del cielo....» cominciò Lucia; ma il pianto le troncò
la voce.

«Non son discorsi da farsi, neppur per burla,» disse Agnese.

«Per burla?» gridò Renzo, fermandosi ritto in faccia ad Agnese seduta,
e piantandole in faccia due occhi stralunati. «Per burla! vedrete se
sarà burla.»

«Oh Renzo!» disse Lucia, a stento, tra i singhiozzi: «non v'ho mai
visto così.»

«Non dite queste cose, per amor del cielo,» riprese ancora in fretta
Agnese, abbassando la voce. «Non vi ricordate quante braccia ha al suo
comando colui? E quand'anche.... Dio liberi!... contro i poveri c'è
sempre giustizia.»

«La farò io, la giustizia, io! È ormai tempo. La cosa non è facile:
lo so anch'io. Si guarda bene, il cane assassino: sa come sta; ma
non importa. Risoluzione e pazienza.... e il momento arriva. Sì, la
farò io, la giustizia: lo libererò io, il paese: quanta gente mi
benedirà...! e poi in tre salti...!»

L'orrore che Lucia sentì di queste più chiare parole, le sospese il
pianto, e le diede forza di parlare. Levando dalle palme il viso
lagrimoso, disse a Renzo, con voce accorata, ma risoluta: «non
v'importa più dunque d'avermi per moglie. Io m'era promessa a un
giovine che aveva il timor di Dio; ma un uomo che avesse.... Fosse al
sicuro d'ogni giustizia e d'ogni vendetta, foss'anche il figlio del
re....»

«E bene!» gridò Renzo, con un viso più che mai stravolto: «io non
v'avrò; ma non v'avrà nè anche lui: io qui senza di voi, e lui a casa
del....»

«Ah no! per carità, non dite così, non fate quegli occhi: no, non
posso vedervi così,» esclamò Lucia, piangendo, supplicando, con le
mani giunte; mentre Agnese chiamava e richiamava il giovine per nome,
e gli palpava le spalle, le braccia, le mani, per acquietarlo. Stette
egli immobile e pensieroso, qualche tempo, a contemplar quella faccia
supplichevole di Lucia; poi, tutt'a un tratto, la guardò torvo, diede
addietro, tese il braccio e l'indice verso di essa, e gridò: «questa!
sì questa egli vuole. Ha da morire!»

«E io che male v'ho fatto, perchè mi facciate morire?» disse Lucia,
buttandosegli inginocchioni davanti.

«Voi!» rispose, con una voce ch'esprimeva un'ira ben diversa, ma un'ira
tuttavia: «voi! Che bene mi volete voi? Che prova m'avete data? Non
v'ho io pregata, e pregata, e pregata? E voi: no! no!»

«Sì sì,» rispose precipitosamente Lucia: «verrò dal curato, domani,
ora, se volete; verrò. Tornate quello di prima; verrò.»

«Me lo promettete?» disse Renzo, con una voce e con un viso divenuto,
tutt'a un tratto, più umano.

«Ve lo prometto.»

«Me l'avete promesso.»

«Signore, vi ringrazio!» esclamò Agnese, doppiamente contenta.

In mezzo a quella sua gran collera, aveva Renzo pensato di che profitto
poteva esser per lui lo spavento di Lucia? E non aveva adoperato un
po' d'artifizio a farlo crescere, per farlo fruttare? Il nostro autore
protesta di non ne saper nulla; e io credo che nemmen Renzo non lo
sapesse bene. Il fatto sta ch'era realmente infuriato contro don
Rodrigo, e che bramava ardentemente il consenso di Lucia; e quando
due forti passioni schiamazzano insieme nel cuor d'un uomo, nessuno,
neppure il paziente, può sempre distinguer chiaramente una voce
dall'altra, e dir con sicurezza qual sia quella che predomini.

«Ve l'ho promesso,» rispose Lucia, con un tono di rimprovero timido e
affettuoso: «ma anche voi avevate promesso di non fare scandoli, di
rimettervene al padre....»

«Oh via! per amor di chi vado in furia? Volete tornare indietro, ora? e
farmi fare uno sproposito?»

«No, no,» disse Lucia, cominciando a rispaventarsi. «Ho promesso, e
non mi ritiro. Ma vedete voi come mi avete fatto promettere. Dio non
voglia....»

«Perchè volete far de' cattivi auguri, Lucia? Dio sa che non facciam
male a nessuno.»

«Promettetemi almeno che questa sarà l'ultima.»

«Ve lo prometto, da povero figliuolo.»

«Ma, questa volta, mantenete poi,» disse Agnese.

Qui l'autore confessa di non sapere un'altra cosa: se Lucia fosse, in
tutto e per tutto, malcontenta d'essere stata spinta ad acconsentire.
Noi lasciamo, come lui, la cosa in dubbio.

Renzo avrebbe voluto prolungare il discorso, e fissare, a parte a
parte, quello che si doveva fare il giorno dopo; ma era già notte, e le
donne gliel'augurarono buona; non parendo loro cosa conveniente che, a
quell'ora, si trattenesse più a lungo.

La notte però fu a tutt'e tre così buona come può essere quella che
succede a un giorno pieno d'agitazioni e di guai, e che ne precede uno
destinato a un'impresa importante, e d'esito incerto. Renzo si lasciò
veder di buon'ora, e concertò con le donne, o piuttosto con Agnese,
la grand'operazione della sera, proponendo e sciogliendo a vicenda
difficoltà, antivedendo contrattempi, e ricominciando, ora l'uno ora
l' altra, a descriver la faccenda, come si racconterebbe una cosa
fatta. Lucia ascoltava; e, senza approvar con parole ciò che non poteva
approvare in cuor suo, prometteva di far meglio che saprebbe.

«Anderete voi giù al convento, per parlare al padre Cristoforo, come
v'ha detto ier sera?» domandò Agnese a Renzo.

«Le zucche!» rispose questo: «sapete che diavoli d'occhi ha il padre:
mi leggerebbe in viso, come sur un libro, che c'è qualcosa per aria;
e se cominciasse a farmi dell'interrogazioni, non potrei uscirne a
bene. E poi, io devo star qui, per accudire all'affare. Sarà meglio che
mandiate voi qualcheduno.»

«Manderò Menico.»

«Va bene,» rispose Renzo; e parti, per accudire all'affare, come aveva
detto.

Agnese andò a una casa vicina, a cercar Menico, ch'era un ragazzetto
di circa dodici anni, sveglio la sua parte, e che, per via di cugini e
di cognati, veniva a essere un po' suo nipote. Lo chiese ai parenti,
come in prestito, per tutto quel giorno, «per un certo servizio,»
diceva. Avutolo, lo condusse nella sua cucina, gli diede da colazione,
e gli disse che andasse a Pescarenico, e si facesse vedere al padre
Cristoforo, il quale lo rimanderebbe poi, con una risposta, quando
sarebbe tempo. «Il padre Cristoforo, quel bel vecchio, tu sai, con la
barba bianca, quello che chiamano il santo....»

«Ho capito,» disse Menico: «quello che ci accarezza sempre, noi altri
ragazzi, e ci dà, ogni tanto, qualche santino.»

«Appunto, Menico. E se ti dirà che tu aspetti qualche poco, lì vicino
al convento, non ti sviare: bada di non andar, con de' compagni, al
lago, a veder pescare, nè a divertirti con le reti attaccate al muro ad
asciugare, nè a far quell'altro tuo giochetto solito....»

Bisogna saper che Menico era bravissimo per fare a rimbalzello; e si
sa che tutti, grandi e piccoli, facciam volentieri le cose alle quali
abbiamo abilità: non dico quelle sole.

«Poh! zia; non son poi un ragazzo.»

«Bene, abbi giudizio; e, quando tornerai con la risposta.... guarda;
queste due belle _parpagliole_ nuove son per te.»

«Datemele ora, ch'è lo stesso.»

«No, no, tu le giocheresti. Va, e portati bene; che n'avrai anche di
più.»

Nel rimanente di quella lunga mattinata, si videro certe novità che
misero non poco in sospetto l'animo già conturbato delle donne. Un
mendico, nè rifinito nè cencioso come i suoi pari, e con un non so
che d'oscuro e di sinistro nel sembiante, entrò a chieder la carità,
dando in qua e in là cert'occhiate da spione. Gli fu dato un pezzo di
pane, che ricevette e ripose, con un'indifferenza mal dissimulata. Si
trattenne poi, con una certa sfacciataggine, e, nello stesso tempo,
con esitazione, facendo molte domande, alle quali Agnese s'affrettò di
risponder sempre il contrario di quello che era. Movendosi, come per
andar via, finse di sbagliar l'uscio, entrò in quello che metteva alla
scala, e lì diede un'altra occhiata in fretta, come potè. Gridatogli
dietro: «ehi ehi! dove andate, galantuomo? di qua! di qua!» tornò
indietro, e uscì dalla parte che gli veniva indicata, scusandosi, con
una sommissione, con un'umiltà affettata, che stentava a collocarsi nei
lineamenti duri di quella faccia. Dopo costui, continuarono a farsi
vedere, di tempo in tempo, altre strane figure. Che razza d'uomini
fossero, non si sarebbe potuto dir facilmente; ma non si poteva creder
neppure che fossero quegli onesti viandanti che volevan parere. Uno
entrava col pretesto di farsi insegnar la strada; altri, passando
davanti all'uscio, rallentavano il passo, e guardavan sott'occhio
nella stanza, a traverso il cortile, come chi vuoi vedere senza
dar sospetto. Finalmente, verso il mezzogiorno, quella fastidiosa
processione finì. Agnese s'alzava ogni tanto, attraversava il cortile,
s'affacciava all'uscio di strada, guardava a destra e a sinistra, e
tornava dicendo: «nessuno:» parola che proferiva con piacere, e che
Lucia con piacere sentiva, senza che nè l'una nè l'altra ne sapessero
ben chiaramente il perchè. Ma ne rimase a tutt'e due una non so quale
inquietudine, che levò loro, e alla figliuola principalmente, una gran
parte del coraggio che avevan messo in serbo per la sera.

Convien però che il lettore sappia qualcosa di più preciso, intorno a
que' ronzatori misteriosi: e, per informarlo di tutto, dobbiam tornare
un passo indietro, e ritrovar don Rodrigo, che abbiam lasciato ieri,
solo in una sala del suo palazzotto, al partir del padre Cristoforo.

Don Rodrigo, come abbiam detto, misurava innanzi e indietro, a passi
lunghi, quella sala, dalle pareti della quale pendevano ritratti di
famiglia, di varie generazioni. Quando si trovava col viso a una
parete, e voltava, si vedeva in faccia un suo antenato guerriero,
terrore de' nemici e de' suoi soldati, torvo nella guardatura, co'
capelli corti e ritti, co' baffi tirati e a punta, che sporgevan dalle
guance, col mento obliquo: ritto in piedi l'eroe, con le gambiere, co'
cosciali, con la corazza, co' bracciali, co' guanti, tutto di ferro;
con la destra sul fianco, e la sinistra sul pomo della spada. Don
Rodrigo lo guardava; e quando gli era arrivato sotto, e voltava, ecco
in faccia un altro antenato, magistrato, terrore de' litiganti e degli
avvocati, a sedere sur una gran seggiola coperta di velluto rosso,
ravvolto in un'ampia toga nera; tutto nero, fuorchè un collare bianco,
con due larghe facciole, e una fodera di zibellino arrovesciata (era
il distintivo de' senatori, e non lo portavan che l'inverno, ragion
per cui non si troverà mai un ritratto di senatore vestito d'estate);
macilento, con le ciglia aggrottate: teneva in mano una supplica, e
pareva che dicesse: vedremo. Di qua una matrona, terrore delle sue
cameriere; di là un abate, terrore de' suoi monaci: tutta gente in
somma che aveva fatto terrore, e lo spirava ancora dalle tele. Alla
presenza di tali memorie, don Rodrigo tanto più s'arrovellava, si
vergognava, non poteva darsi pace, che un frate avesse osato venirgli
addosso, con la prosopopea di Nathan. Formava un disegno di vendetta,
l'abbandonava, pensava come soddisfare insieme alla passione, e a ciò
che chiamava onore; e talvolta (vedete un poco!) sentendosi fischiare
ancora agli orecchi quell'esordio di profezia, si sentiva venir, come
si dice, i bordoni, e stava quasi per deporre il pensiero delle due
soddisfazioni. Finalmente, per far qualche cosa, chiamò un servitore, e
gli ordinò che lo scusasse con la compagnia, dicendo ch'era trattenuto
da un affare urgente. Quando quello tornò a riferire che que' signori
eran partiti, lasciando i loro rispetti: «e il conte Attilio?» domandò,
sempre camminando, don Rodrigo.

«È uscito con que' signori, illustrissimo.»

«Bene: sei persone di seguito, per la passeggiata: subito. La spada, la
cappa, il cappello: subito.»

Il servitore partì, rispondendo con un inchino; e, poco dopo, tornò,
portando la ricca spada, che il padrone si cinse; la cappa, che si
buttò sulle spalle; il cappello a gran penne, che mise e inchiodò,
con una manata, fieramente sul capo: segno di marina torbida. Si
mosse, e, alla porta, trovò i sei ribaldi tutti armati, i quali,
fatto ala, e inchinatolo, gli andaron dietro. Più burbero, più
superbioso, più accigliato del solito, uscì, e andò passeggiando verso
Lecco. I contadini, gli artigiani, al vederlo venire, si ritiravan
rasente al muro, e di lì facevano scappellate e inchini profondi,
ai quali non rispondeva. Come inferiori, l'inchinavano anche quelli
che da questi eran detti signori; chè, in que' contorni, non ce
n'era uno che potesse, a mille miglia, competer con lui, di nome,
di ricchezze, d'aderenze e della voglia di servirsi di tutto ciò,
per istare al di sopra degli altri. E a questi corrispondeva con una
degnazione contegnosa. Quel giorno non avvenne, ma quando avveniva
che s'incontrasse col signor castellano spagnolo, l'inchino allora
era ugualmente profondo dalle due parti; la cosa era come tra due
potentati, i quali non abbiano nulla da spartire tra loro; ma, per
convenienza, fanno onore al grado l'uno dell'altro. Per passare un
poco la mattana, e per contrapporre all'immagine del frate che gli
assediava la fantasia, immagini in tutto diverse, don Rodrigo entrò,
quel giorno, in una casa, dove andava, per il solito, molta gente, e
dove fu ricevuto con quella cordialità affaccendata e rispettosa, ch'è
riserbata agli uomini che si fanno molto amare o molto temere; e, a
notte già fatta, tornò al suo palazzotto. Il conte Attilio era anche
lui tornato in quel momento; e fu messa in tavola la cena, durante la
quale, don Rodrigo fu sempre sopra pensiero, e parlò poco.

«Cugino, quando pagate questa scommessa?» disse, con un fare di malizia
e di scherno, il conte Attilio, appena sparecchiato, e andati via i
servitori.

«San Martino non è ancor passato.»

«Tant'è che la paghiate subito; perchè passeranno tutti i santi del
lunario, prima che....»

«Questo è quel che si vedrà.»

«Cugino, voi volete fare il politico; ma io ho capito tutto, e son
tanto certo d'aver vinta la scommessa, che son pronto a farne un'altra.»

«Sentiamo.»

«Che il padre.... il padre.... che so io? quel frate in somma v'ha
convertito.»

«Eccone un'altra delle vostre.»

«Convertito, cugino; convertito, vi dico. Io per me, ne godo. Sapete
che sarà un bello spettacolo vedervi tutto compunto, e con gli occhi
bassi! E che gloria per quel padre! Come sarà tornato a casa gonfio e
pettoruto! Non son pesci che si piglino tutti i giorni, nè con tutte
le reti. Siate certo che vi porterà per esempio; e, quando anderà a
far qualche missione un po' lontano, parlerà de' fatti vostri. Mi par
di sentirlo.» E qui, parlando col naso, e accompagnando le parole con
gesti caricati, continuò, in tono di predica: «in una parte di questo
mondo, che, per degni rispetti, non nomino, viveva, uditori carissimi,
e vive tuttavia, un cavaliere scapestrato, amico più delle femmine, che
degli uomini dabbene, il quale, avvezzo a far d'ogni erba un fascio,
aveva messo gli occhi....»

«Basta, basta,» interruppe don Rodrigo, mezzo sogghignando, e mezzo
annoiato. «Se volete raddoppiar la scommessa, son pronto anch'io.»

«Diavolo! che aveste voi convertito il padre!»

«Non mi parlate di colui: e in quanto alla scommessa, san Martino
deciderà.» La curiosità del conte era stuzzicata; non gli risparmiò
interrogazioni, ma don Rodrigo le seppe eluder tutte, rimettendosi
sempre al giorno della decisione, e non volendo comunicare alla parte
avversa disegni che non erano nè incamminati, nè assolutamente fissati.

La mattina seguente, don Rodrigo si destò don Rodrigo. L'apprensione
che quel _verrà un giorno_ gli aveva messa in corpo, era svanita del
tutto, co' sogni della notte; e gli rimaneva la rabbia sola, esacerbata
anche dalla vergogna di quella debolezza passeggiera. L'immagini più
recenti della passeggiata trionfale, degl'inchini, dell'accoglienze,
e il canzonare del cugino, avevano contribuito non poco a rendergli
l'animo antico. Appena alzato, fece chiamare il Griso.--Cose
grosse,--disse tra sè il servitore a cui fu dato l'ordine; perchè
l'uomo che aveva quel soprannome, non era niente meno che il capo de'
bravi, quello a cui s'imponevano le imprese più rischiose e più inique,
il fidatissimo del padrone, l'uomo tutto suo, per gratitudine e per
interesse. Dopo aver ammazzato uno, di giorno, in piazza, era andato
ad implorar la protezione di don Rodrigo; e questo, vestendolo della
sua livrea, l'aveva messo al coperto da ogni ricerca della giustizia.
Così, impegnandosi a ogni delitto che gli venisse comandato, colui si
era assicurata l'impunità del primo. Per don Rodrigo, l'acquisto non
era stato di poca importanza; perchè il Griso, oltre all'essere, senza
paragone, il più valente della famiglia, era anche una prova di ciò che
il suo padrone aveva potuto attentar felicemente contro le leggi; di
modo che la sua potenza ne veniva ingrandita, nel fatto e nell'opinione.

«Griso!» disse don Rodrigo: «in questa congiuntura, si vedrà quel che
tu vali. Prima di domani, quella Lucia deve trovarsi in questo palazzo.»

«Non si dirà mai che il Griso si sia ritirato da un comando
dell'illustrissimo signor padrone.»

«Piglia quanti uomini ti possono bisognare, ordina e disponi, come ti
par meglio; purchè la cosa riesca a buon fine. Ma bada sopra tutto, che
non le sia fatto male.»

«Signore, un po' di spavento, perchè la non faccia troppo strepito....
non si potrà far di meno.»

«Spavento.... capisco.... è inevitabile. Ma non le si torca un capello;
e sopra tutto, le si porti rispetto in ogni maniera. Hai inteso?»

«Signore, non si può levare un fiore dalla pianta, e portarlo a
vossignoria, senza toccarlo. Ma non si farà che il puro necessario.»

«Sotto la tua sicurtà. E.... come farai?»

«Ci stavo pensando, signore. Siam fortunati che la casa è in fondo
al paese. Abbiam bisogno d'un luogo per andarci a postare: e appunto
c'è, poco distante di là, quel casolare disabitato e solo, in mezzo ai
campi, quella casa.... vossignoria non saprà niente di queste cose....
una casa che bruciò, pochi anni sono, e non hanno avuto danari da
riattarla, e l'hanno abbandonata, e ora ci vanno le streghe: ma non è
sabato, e me ne rido. Questi villani, che son pieni d'ubbie, non ci
bazzicherebbero, in nessuna notte della settimana, per tutto l'oro del
mondo: sicchè possiamo andare a fermarci là, con sicurezza che nessuno
verrà a guastare i fatti nostri.»

«Va bene! e poi?»

Qui, il Griso a proporre, don Rodrigo a discutere, finchè d'accordo
ebbero concertata la maniera di condurre a fine l'impresa, senza che
rimanesse traccia degli autori, la maniera anche di rivolgere, con
falsi indizi, i sospetti altrove, d'impor silenzio alla povera Agnese,
d'incutere a Renzo tale spavento, da fargli passare il dolore, e il
pensiero di ricorrere alla giustizia, e anche la volontà di lagnarsi;
e tutte l'altre bricconerie necessarie alla riuscita della bricconeria
principale. Noi tralasciamo di riferir que' concerti, perchè, come il
lettore vedrà, non son necessari all'intelligenza della storia; e siam
contenti anche noi di non doverlo trattener più lungamente a sentir
parlamentare que' due fastidiosi ribaldi. Basta che, mentre il Griso
se n'andava, per metter mano all'esecuzione, don Rodrigo lo richiamò,
e gli disse: «senti: se per caso, quel tanghero temerario vi desse
nell'unghie questa sera, non sarà male che gli sia dato anticipatamente
un buon ricordo sulle spalle. Così, l'ordine che gli verrà intimato
domani di stare zitto, farà più sicuramente l'effetto. Ma non l'andate
a cercare, per non guastare quello che più importa: tu m'hai inteso.»

«Lasci fare a me,» rispose il Griso, inchinandosi, con un atto
d'ossequio e di millanteria; e se n'andò. La mattina fu spesa in giri,
per riconoscere il paese. Quel falso pezzente che s'era inoltrato
a quel modo nella povera casetta, non era altro che il Griso, il
quale veniva per levarne a occhio la pianta: i falsi viandanti eran
suoi ribaldi, ai quali, per operare sotto i suoi ordini, bastava una
cognizione più superficiale del luogo. E, fatta la scoperta, non s'eran
più lasciati vedere, per non dar troppo sospetto.

Tornati che furon tutti al palazzotto, il Griso rese conto, e
fissò definitivamente il disegno dell'impresa; assegnò le parti,
diede istruzioni. Tutto ciò non si potè fare, senza che quel
vecchio servitore, il quale stava a occhi aperti, e a orecchi tesi,
s'accorgesse che qualche gran cosa si macchinava. A forza di stare
attento e di domandare; accattando una mezza notizia di qua, una
mezza di là, commentando tra sè una parola oscura, interpretando un
andare misterioso, tanto fece, che venne in chiaro di ciò che si
doveva eseguir quella notte. Ma quando ci fu riuscito, essa era già
poco lontana, e già una piccola vanguardia di bravi era andata a
imboscarsi in quel casolare diroccato. Il povero vecchio, quantunque
sentisse bene a che rischioso giuoco giocava, e avesse anche paura
di portare il soccorso di Pisa, pure non volle mancare: uscì, con la
scusa di prendere un po' d'aria, e s'incamminò in fretta in fretta al
convento, per dare al padre Cristoforo l'avviso promesso. Poco dopo, si
mossero gli altri bravi, e discesero spicciolati, per non parere una
compagnia: il Griso venne dopo; e non rimase indietro che una bussola,
la quale doveva esser portata al casolare, a sera inoltrata; come fu
fatto. Radunati che furono in quel luogo, il Griso spedì tre di coloro
all'osteria del paesetto: uno che si mettesse sull'uscio, a osservar
ciò che accadesse nella strada, e a veder quando tutti gli abitanti
fossero ritirati: gli altri due che stessero dentro a giocare e a bere,
come dilettanti; e attendessero intanto a spiare se qualche cosa da
spiare ci fosse. Egli, col grosso della truppa, rimase nell'agguato ad
aspettare.

Il povero vecchio trottava ancora; i tre esploratori arrivavano al
loro posto; il sole cadeva; quando Renzo entrò dalle donne, e disse:
«Tonio e Gervaso m'aspettan fuori: vo con loro all'osteria, a mangiare
un boccone; e, quando sonerà l'ave maria, verremo a prendervi. Su,
coraggio. Lucia! tutto dipende da un momento.» Lucia sospirò, e ripetè:
«coraggio,» con una voce che smentiva la parola.

Quando Renzo e i due compagni giunsero all'osteria, vi trovaron
quel tale già piantato in sentinella, che ingombrava mezzo il vano
della porta, appoggiato con la schiena a uno stipite, con le braccia
incrociate sul petto; e guardava e riguardava, a destra e a sinistra,
facendo lampeggiare ora il bianco, ora il nero di due occhi grifagni.
Un berretto piatto di velluto chermisi, messo storto, gli copriva
la metà del ciuffo, che, dividendosi sur una fronte fosca, girava,
da una parte e dall'altra, sotto gli orecchi, e terminava in trecce,
fermate con un pettine sulla nuca. Teneva sospeso in una mano un
grosso randello; arme propriamente, non ne portava in vista; ma, solo
a guardargli in viso, anche un fanciullo avrebbe pensato che doveva
averne sotto quante ce ne poteva stare. Quando Renzo, ch'era innanzi
agli altri, fu li per entrare, colui, senza scomodarsi, lo guardò
fisso fisso; ma il giovine, intento a schivare ogni questione, come
suole ognuno che abbia un'impresa scabrosa alle mani, non fece vista
d'accorgersene, non disse neppure: fatevi in là; e, rasentando l'altro
stipite, passò per isbieco, col fianco innanzi, per l'apertura lasciata
da quella cariatide. I due compagni dovettero far la stessa evoluzione,
se vollero entrare. Entrati, videro gli altri, de' quali avevan già
sentita la voce, cioè que' due bravacci, che seduti a un canto della
tavola, giocavano alla mora, gridando tutt'e due insieme (lì, è il
giuoco che lo richiede), e mescendosi or l'uno or l'altro da bere, con
un gran fiasco ch'era tra loro. Questi pure guardaron fisso la nuova
compagnia; e un de' due specialmente, tenendo una mano in aria, con
tre ditacci tesi e allargati, e avendo la bocca ancora aperta, per un
gran «sei» che n'era scoppiato fuori in quel momento, squadrò Renzo da
capo a piedi; poi diede d'occhio al compagno, poi a quel dell'uscio,
che rispose con un cenno del capo. Renzo insospettito e incerto
guardava ai suoi due convitati, come se volesse cercare ne' loro
aspetti un'interpretazione di tutti que' segni: ma i loro aspetti non
indicavano altro che un buon appetito. L'oste guardava in viso a lui,
come per aspettar gli ordini: egli lo fece venir con sè in una stanza
vicina, e ordinò da cena.

«Chi sono que' forestieri?» gli domandò poi a voce bassa, quando quello
tornò, con una tovaglia grossolana sotto il braccio, e un fiasco in
mano.

«Non li conosco,» rispose l'oste, spiegando la tovaglia.

«Come? nè anche uno?»

«Sapete bene,» rispose ancora colui, stirando, con tutt'e due le mani,
la tovaglia sulla tavola, «che la prima regola del nostro mestiere, è
di non domandare i fatti degli altri: tanto che, fin le nostre donne
non son curiose. Si starebbe freschi, con tanta gente che va e viene:
è sempre un porto di mare: quando le annate son ragionevoli, voglio
dire; ma stiamo allegri, che tornerà il buon tempo. A noi basta che gli
avventori siano galantuomini: chi siano poi, o chi non siano, non fa
niente. E ora vi porterò un piatto di polpette, che le simili non le
avete mai mangiate.»

«Come potete sapere...?» ripigliava Renzo; ma l'oste, già avviato alla
cucina, seguitò la sua strada. E lì, mentre prendeva il tegame delle
polpette summentovate, gli s'accostò pian piano quel bravaccio che
aveva squadrato il nostro giovine, e gli disse sottovoce: «Chi sono
que' galantuomini?»

«Buona gente qui del paese,» rispose l'oste, scodellando le polpette
nel piatto.

«Va bene; ma come si chiamano? chi sono?» insistette colui, con voce
alquanto sgarbata.

«Uno si chiama Renzo,» rispose l'oste, pur sottovoce: «un buon
giovine, assestato; filatore di seta, che sa bene il suo mestiere.
L'altro è un contadino che ha nome Tonio: buon camerata, allegro:
peccato che n'abbia pochi; che gli spenderebbe tutti qui. L'altro è
un sempliciotto, che mangia però volentieri, quando gliene danno. Con
permesso.»

E, con uno sgambetto, uscì tra il fornello e l'interrogante; e andò
a portare il piatto a chi si doveva. «Come potete sapere,» riattaccò
Renzo, quando lo vide ricomparire, «che siano galantuomini, se non li
conoscete?»

«Le azioni, caro mio: l'uomo si conosce alle azioni. Quelli che
bevono il vino senza criticarlo, che pagano il conto senza tirare,
che non metton su lite con gli altri avventori, e se hanno una
coltellata da consegnare a uno, lo vanno ad aspettar fuori, e lontano
dall'osteria, tanto che il povero oste non ne vada di mezzo, quelli
sono i galantuomini. Però, se si può conoscer la gente bene, come ci
conosciamo tra noi quattro, è meglio. E che diavolo vi vien voglia
di saper tante cose, quando siete sposo, e dovete aver tutt'altro in
testa? e con davanti quelle polpette, che farebbero resuscitare un
morto?» Così dicendo, se ne tornò in cucina.

Il nostro autore, osservando al diverso modo che teneva costui nel
soddisfare alle domande, dice ch'era un uomo così fatto, che, in
tutti i suoi discorsi, faceva professione d'esser molto amico de'
galantuomini in generale; ma, in atto pratico, usava molto maggior
compiacenza con quelli che avessero riputazione o sembianza di birboni.
Che carattere singolare! eh?

La cena non fu molto allegra. I due convitati avrebbero voluto
godersela con tutto loro comodo; ma l'invitante, preoccupato di ciò
che il lettore sa, e infastidito, e anche un po' inquieto del contegno
strano di quegli sconosciuti, non vedeva l'ora d'andarsene. Si parlava
sottovoce, per causa loro; ed eran parole tronche e svogliate.

«Che bella cosa,» scappò fuori di punto in bianco Gervaso, «che Renzo
voglia prender moglie, e abbia bisogno...!» Renzo gli fece un viso
brusco. «Vuoi stare zitto, bestia?» gli disse Tonio, accompagnando il
titolo con una gomitata. La conversazione fu sempre più fredda, fino
alla fine. Renzo, stando indietro nel mangiare, come nel bere, attese
a mescere ai due testimoni, con discrezione, in maniera di dar loro
un po' di brio, senza farli uscir di cervello. Sparecchiato, pagato
il conto da colui che aveva fatto men guasto, dovettero tutti e tre
passar novamente davanti a quelle facce, le quali tutte si voltarono a
Renzo, come quand'era entrato. Questo, fatti ch'ebbe pochi passi fuori
dell'osteria, si voltò indietro, e vide che i due che aveva lasciati
seduti in cucina, lo seguitavano: si fermò allora, co' suoi compagni,
come se dicesse: vediamo cosa voglion da me costoro. Ma i due, quando
s'accorsero d'essere osservati, si fermarono anch'essi, si parlaron
sottovoce, e tornarono indietro. Se Renzo fosse stato tanto vicino da
sentir le loro parole, gli sarebbero parse molto strane. «Sarebbe però
un bell'onore, senza contar la mancia,» diceva uno de' malandrini, «se,
tornando al palazzo, potessimo raccontare d'avergli spianate le costole
in fretta in fretta, e così da noi, senza che il signor Griso fosse qui
a regolare.»

«E guastare il negozio principale!» rispondeva l'altro. «Ecco: s'è
avvisto di qualche cosa; si ferma a guardarci. Ih! se fosse più tardi!
Torniamo indietro, per non dar sospetto. Vedi che vien gente da tutte
le parti: lasciamoli andar tutti a pollaio.»

C'era in fatti quel brulichío, quel ronzío che si sente in un
villaggio, sulla sera, e che, dopo pochi momenti, dà luogo alla quiete
solenne della notte. Le donne venivan dal campo, portandosi in collo i
bambini, e tenendo per la mano i ragazzi più grandini, ai quali facevan
dire le divozioni della sera; venivan gli uomini, con le vanghe, e con
le zappe sulle spalle. All'aprirsi degli usci, si vedevan luccicare
qua e là i fuochi accesi per le povere cene: si sentiva nella strada
barattare i saluti, e qualche parola, sulla scarsità della raccolta, e
sulla miseria dell'annata; e più delle parole, si sentivano i tocchi
misurati e sonori della campana, che annunziava il finir del giorno.
Quando Renzo vide che i due indiscreti s'eran ritirati, continuò la sua
strada nelle tenebre crescenti, dando sottovoce ora un ricordo, ora un
altro, ora all'uno, ora all'altro fratello. Arrivarono alla casetta di
Lucia, ch'era già notte.

Tra il primo pensiero d'una impresa terribile, e l'esecuzione di
essa, (ha detto un barbaro che non era privo d'ingegno) l'intervallo
è un sogno, pieno di fantasmi e di paure. Lucia era, da molte ore,
nell'angosce d'un tal sogno: e Agnese, Agnese medesima, l'autrice
del consiglio, stava sopra pensiero, e trovava a stento parole per
rincorare la figlia. Ma, al momento di destarsi, al momento cioè di dar
principio all'opera, l'animo si trova tutto trasformato. Al terrore e
al coraggio che vi contrastavano, succede un altro terrore e un altro
coraggio: l'impresa s'affaccia alla mente, come una nuova apparizione:
ciò che prima spaventava di più, sembra talvolta divenuto agevole
tutt'a un tratto: talvolta comparisce grande l'ostacolo a cui s'era
appena badato; l'immaginazione dà indietro sgomentata; le membra par
che ricusino d'ubbidire; e il cuore manca alle promesse che aveva fatte
con più sicurezza. Al picchiare sommesso di Renzo, Lucia fu assalita da
tanto terrore, che risolvette, in quel momento, di soffrire ogni cosa,
di star sempre divisa da lui, piuttosto ch'eseguire quella risoluzione;
ma quando si fu fatto vedere, ed ebbe detto: «son qui, andiamo;»
quando tutti si mostraron pronti ad avviarsi, senza esitazione, come
a cosa stabilita, irrevocabile; Lucia non ebbe tempo nè forza di far
difficoltà, e, come strascinata, prese tremando un braccio della madre,
un braccio del promesso sposo, e si mosse con la brigata avventuriera.

Zitti zitti, nelle tenebre, a passo misurato, usciron dalla casetta,
e preser la strada fuori del paese. La più corta sarebbe stata
d'attraversarlo: chè s'andava diritto alla casa di don Abbondio; ma
scelsero quella, per non esser visti. Per viottole, tra gli orti e
i campi, arrivaron vicino a quella casa, e lì si divisero. I due
promessi rimaser nascosti dietro l'angolo di essa; Agnese con loro,
ma un po' più innanzi, per accorrere in tempo a fermar Perpetua, e a
impadronirsene; Tonio, con lo scempiato di Gervaso, che non sapeva far
nulla da sè, e senza il quale non si poteva far nulla, s'affacciaron
bravamente alla porta, e picchiarono.

«Chi è, a quest'ora?» gridò una voce dalla finestra, che s'aprì in quel
momento: era la voce di Perpetua. «Ammalati non ce n'è, ch'io sappia. È
forse accaduta qualche disgrazia?»

«Son io,» rispose Tonio, «con mio fratello, che abbiam bisogno di
parlare al signor curato.»

«È ora da cristiani questa?» disse bruscamente Perpetua. «Che
discrezione? Tornate domani.»

«Sentite: tornerò o non tornerò: ho riscosso non so che danari, e
venivo a saldar quel debituccio che sapete: aveva qui venticinque belle
berlinghe nuove; ma se non si può, pazienza: questi, so come spenderli,
e tornerò quando n'abbia messi insieme degli altri.»

«Aspettate, aspettate: vo e torno. Ma perchè venire a quest'ora?»

«Gli ho ricevuti, anch'io, poco fa; e ho pensato, come vi dico, che, se
li tengo a dormir con me, non so di che parere sarò domattina. Però,
se l'ora non vi piace, non so che dire: per me, son qui; e se non mi
volete, me ne vo.»

«No, no, aspettate un momento: torno con la risposta.»

Così dicendo, richiuse la finestra. A questo punto, Agnese si staccò
dai promessi, e, detto sottovoce a Lucia: «coraggio; è un momento;
è come farsi cavar un dente,» si riunì ai due fratelli, davanti
all'uscio; e si mise a ciarlare con Tonio, in maniera che Perpetua,
venendo ad aprire, dovesse credere che si fosse abbattuta lì a caso, e
che Tonio l'avesse trattenuta un momento.




                            CAPITOLO VIII.


--Carneade! Chi era costui?--ruminava tra sè don Abbondio seduto
sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un
libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli
l'imbasciata.--Carneade questo nome mi par bene d'averlo letto o
sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo
antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?--Tanto il
pover'uomo era lontano da prevedere che burrasca gli si addensasse sul
capo!

[Illustrazione: La cena non fu molto allegra... (pag. 102)]

Bisogna sapere che don Abbondio si dilettava di leggere un pochino
ogni giorno; e un curato suo vicino, che aveva un po' di libreria, gli
prestava un libro dopo l'altro, il primo che gli veniva alle mani.
Quello su cui meditava in quel momento don Abbondio, convalescente
della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che
non volesse lasciar credere, era un panegirico in onore di san Carlo,
detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione nel duomo di
Milano, due anni prima. Il santo v'era paragonato, per l'amore allo
studio, ad Archimede; e fin qui don Abbondio non trovava inciampo;
perchè Archimede ne ha fatte di così curiose, ha fatto dir tanto di
sè, che, per saperne qualche cosa, non c'è bisogno d'un'erudizione
molto vasta. Ma, dopo Archimede, l'oratore chiamava a paragone anche
Carneade: e lì il lettore era rimasto arrenato. In quel momento entrò
Perpetua ad annunziar la visita di Tonio.

«A quest'ora?» disse anche don Abbondio, com'era naturale.

«Cosa vuole? Non hanno discrezione: ma se non lo piglia al volo....»

«Già: se non lo piglio ora, chi sa quando lo potrò pigliare! Fatelo
venire.... Ehi! ehi! siete poi ben sicura che sia proprio lui?»

«Diavolo!» rispose Perpetua, e scese; aprì l'uscio, e disse: «dove
siete?» Tonio si fece vedere; e, nello stesso tempo, venne avanti anche
Agnese, e salutò Perpetua per nome.

«Buona sera, Agnese,» disse Perpetua: «di dove si viene, a quest'ora?»

«Vengo da....» e nominò un paesetto vicino. «E se sapeste...» continuò:
«mi son fermata di più, appunto in grazia vostra.»

«Oh perchè?» domandò Perpetua; e voltandosi a' due fratelli, «entrate,»
disse, «che vengo anch'io.»

«Perchè,» rispose Agnese, «una donna di quelle che non sanno le cose,
e voglion parlare.... credereste? s'ostinava a dire che voi non vi
siete maritata con Beppe Suolavecchia, nè con Anselmo Lunghigna, perchè
non v'hanno voluta. Io sostenevo che siete stata voi che gli avete
rifiutati, l'uno e l'altro....»

«Sicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! Chi è costei?»

«Non me lo domandate, che non mi piace metter male.»

«Me lo direte, me l'avete a dire: oh la bugiarda!»

«Basta.... ma non potete credere quanto mi sia dispiaciuto di non saper
bene tutta la storia, per confonder colei.»

«Guardate se si può inventare, a questo modo!» esclamò di nuovo
Perpetua; e riprese subito: «in quanto a Beppe, tutti sanno, e hanno
potuto vedere.... Ehi, Tonio! accostate l'uscio, e salite pure, che
vengo.» Tonio, di dentro, rispose di sì; e Perpetua continuò la sua
narrazione appassionata.

In faccia all'uscio di don Abbondio, s'apriva, tra due casipole,
una stradetta, che, finito quelle, voltava in un campo. Agnese vi
s'avviò, come se volesse tirarsi alquanto in disparte, per parlar più
liberamente; e Perpetua dietro. Quand'ebbero voltato, e furono in
luogo, donde non si poteva più veder ciò che accadesse davanti alla
casa di don Abbondio, Agnese tossì forte. Era il segnale: Renzo lo
sentì, fece coraggio a Lucia, con una stretta di braccio; e tutt'e due,
in punta di piedi, vennero avanti, rasentando il muro, zitti zitti;
arrivarono all'uscio, lo spinsero adagino adagino; cheti e chinati,
entraron nell'andito, dov'erano i due fratelli, ad aspettarli. Renzo
accostò di nuovo l'uscio pian piano; e tutt'e quattro su per le scale,
non facendo rumore neppur per uno. Giunti sul pianerottolo, i due
fratelli s'avvicinarono all'uscio della stanza, ch'era di fianco alla
scala; gli sposi si strinsero al muro.

_«Deo gratias,»_ disse Tonio, a voce chiara.

«Tonio, eh? Entrate,» rispose la voce di dentro.

Il chiamato aprì l'uscio, appena quanto bastava per poter passar
lui e il fratello, a un per volta. La striscia di luce, che uscì
d'improvviso per quella apertura, e si disegnò sul pavimento oscuro
del pianerottolo, fece riscoter Lucia, come se fosse scoperta. Entrati
i fratelli, Tonio si tirò dietro l'uscio: gli sposi rimasero immobili
nelle tenebre, con l'orecchie tese, tenendo il fiato: il rumore più
forte era il martellar che faceva il povero cuore di Lucia.

Don Abbondio stava, come abbiam detto, sur una vecchia seggiola,
ravvolto in una vecchia zimarra, con in capo una vecchia papalina, che
gli faceva cornice intorno alla faccia, al lume scarso d'una piccola
lucerna. Due folte ciocche di capelli, che gli scappavano fuor della
papalina, due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo,
tutti canuti, e sparsi su quella faccia bruna e rugosa, potevano
assomigliarsi a cespugli coperti di neve, sporgenti da un dirupo, al
chiaro di luna.

«Ah! ah!» fu il suo saluto, mentre si levava gli occhiali, e li
riponeva nel libricciolo.

«Dirà il signor curato, che son venuto tardi,» disse Tonio,
inchinandosi, come pure fece, ma più goffamente, Gervaso.

«Sicuro ch'è tardi: tardi in tutte le maniere. Lo sapete, che sono
ammalato?»

«Oh! mi dispiace.»

«L'avrete sentito dire; sono ammalato, e non so quando potrò lasciarmi
vedere.... Ma perchè vi siete condotto dietro quel.... quel figliuolo?»

«Così per compagnia, signor curato.»

«Basta, vediamo.»

«Son venticinque berlinghe nuove, di quelle col sant'Ambrogio a
cavallo,» disse Tonio, levandosi un involtino di tasca.

«Vediamo,» replicò don Abbondio: e, preso l'involtino, si rimesse gli
occhiali, l'aprì, cavò le berlinghe, le contò, le voltò, le rivoltò, le
trovò senza difetto.

«Ora, signor curato, mi darà la collana della mia Tecla.»

«È giusto,» rispose don Abbondio; poi andò a un armadio, si levò una
chiave di tasca, e, guardandosi intorno, come per tener lontani gli
spettatori, aprì una parte di sportello, riempì l'apertura con la
persona, mise dentro la testa, per guardare, e un braccio, per prender
la collana; la prese, e, chiuso l'armadio, la consegnò a Tonio,
dicendo: «va bene?»

«Ora,» disse Tonio, «si contenti di mettere un po' di nero sul bianco.»

«Anche questa!» disse don Abbondio: «le sanno tutte. Ih! com'è divenuto
sospettoso il mondo! Non vi fidate di me?»

«Come, signor curato! s'io mi fido? Lei mi fa torto. Ma siccome il mio
nome è sul suo libraccio, dalla parte del debito.... dunque, giacchè ha
già avuto l'incomodo di scrivere una volta, così.... dalla vita alla
morte....»

«Bene bene,» interruppe don Abbondio, e brontolando, tirò a sè una
cassetta del tavolino, levò fuori carta, penna e calamaio, e si mise
a scrivere, ripetendo a viva voce le parole, di mano in mano che
gli uscivan dalla penna. Frattanto Tonio e, a un suo cenno, Gervaso,
si piantaron ritti davanti al tavolino, in maniera d'impedire
allo scrivente la vista dell'uscio; e, come per ozio, andavano
stropicciando, co' piedi, il pavimento, per dar segno a quei ch'erano
fuori, d'entrare, e per confondere nello stesso tempo il rumore delle
loro pedate. Don Abbondio, immerso nella sua scrittura, non badava ad
altro. Allo stropiccío de' quattro piedi, Renzo prese un braccio di
Lucia, lo strinse, per darle coraggio, e si mosse, tirandosela dietro
tutta tremante, che da sè non vi sarebbe potuta venire. Entraron
pian piano, in punta di piedi, rattenendo il respiro; e si nascosero
dietro i due fratelli. Intanto don Abbondio, finito di scrivere,
rilesse attentamente, senza alzar gli occhi dalla carta; la piegò in
quattro, dicendo: «ora, sarete contento?» e, levatosi con una mano
gli occhiali dal naso, la porse con l'altra a Tonio, alzando il viso.
Tonio, allungando la mano per prender la carta, si ritirò da una parte;
Gervaso, a un suo cenno, dall'altra; e, nel mezzo, come al dividersi
d'una scena, apparvero Renzo e Lucia. Don Abbondio, vide confusamente,
poi vide chiaro, si spaventò, si stupì, s'infuriò, pensò, prese una
risoluzione: tutto questo nel tempo che Renzo mise a proferire le
parole: «signor curato, in presenza di questi testimoni, quest'è mia
moglie.» Le sue labbra non erano ancora tornate al posto, che don
Abbondio, lasciando cader la carta, aveva già afferrata e alzata,
con la mancina, la lucerna, ghermito, con la diritta, il tappeto del
tavolino, e tiratolo a sè, con furia, buttando in terra libro, carta,
calamaio e polverino, e, balzando tra la seggiola e il tavolino, s'era
avvicinato a Lucia. La poveretta, con quella sua voce soave, e allora
tutta tremante, aveva appena potuto proferire «e questo....» che don
Abbondio le aveva buttato sgarbatamente il tappeto sulla testa e
sul viso, per impedirle di pronunziare intera la formola. E subito,
lasciata cader la lucerna che teneva nell'altra mano, s'aiutò anche con
quella a imbacuccarla col tappeto, che quasi la soffogava; e intanto
gridava quanto n'aveva in canna: «Perpetua! Perpetua! tradimento!
aiuto!» Il lucignolo, che moriva sul pavimento, mandava una luce
languida e saltellante sopra Lucia, la quale, affatto smarrita, non
tentava neppure di svolgersi, e poteva parere una statua abbozzata in
creta, sulla quale l'artefice ha gettato un umido panno. Cessata ogni
luce, don Abbondio lasciò la poveretta, e andò cercando a tastoni
l'uscio che metteva a una stanza più interna; lo trovò, entrò in
quella, si chiuse dentro, gridando tuttavia: «Perpetua! tradimento!
aiuto! fuori di questa casa! fuori di questa casa!» Nell'altra stanza,
tutto era confusione: Renzo, cercando di fermare il curato, e remando
con le mani, come se facesse a mosca cieca, era arrivato all'uscio,
e picchiava, gridando: «apra, apra; non faccia schiamazzo.» Lucia
chiamava Renzo, con voce fioca, e diceva, pregando: «andiamo, andiamo,
per l'amor di Dio.» Tonio, carpone, andava spazzando con le mani
il pavimento, per veder di raccapezzare la sua ricevuta. Gervaso,
spiritato, gridava e saltellava, cercando l'uscio di scala, per uscire
a salvamento.

In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un
momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa
altrui, che vi s'era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone
stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza d'un oppressore;
eppure, alla fin de' fatti, era l'oppresso. Don Abbondio, sorpreso,
messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a' fatti
suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un
sopruso. Così va spesso il mondo.... voglio dire, così andava nel
secolo decimo settimo.

L'assediato, vedendo che il nemico non dava segno di ritirarsi, aprì
una finestra che guardava sulla piazza della chiesa, e si diede a
gridare: «aiuto! aiuto!» Era il più bel chiaro di luna; l'ombra della
chiesa, e più in fuori l'ombra lunga ed acuta del campanile, si
stendeva bruna e spiccata sul piano erboso e lucente della piazza:
ogni oggetto si poteva distinguere, quasi come di giorno. Ma, fin dove
arrivava lo sguardo, non appariva indizio di persona vivente. Contiguo
però al muro laterale della chiesa, e appunto dal lato che rispondeva
verso la casa parrocchiale, era un piccolo abituro, un bugigattolo,
dove dormiva il sagrestano. Fu questo riscosso da quel disordinato
grido, fece un salto, scese il letto in furia, aprì l'impannata d'una
sua finestrina, mise fuori la testa, con gli occhi tra' peli, e disse:
«cosa c'è?»

«Correte, Ambrogio! aiuto! gente in casa,» gridò verso lui don
Abbondio. «Vengo subito,» rispose quello; tirò indietro la testa,
richiuse la sua impannata, e, quantunque mezzo tra 'l sonno, e più che
mezzo sbigottito, trovò su due piedi un espediente per dar più aiuto
di quello che gli si chiedeva, senza mettersi lui nel tafferuglio,
quale si fosse. Dà di piglio alle brache, che teneva sul letto; se le
caccia sotto il braccio, come un cappello di gala, e giù balzelloni per
una scaletta di legno; corre al campanile, afferra la corda della più
grossa di due campanette che c'erano, e suona a martello.

Ton, ton, ton, ton: i contadini balzano a sedere sul letto; i
giovinetti sdraiati sul fenile, tendon l'orecchio, si rizzano. «Cos'è?
Cos'è? Campana a martello! fuoco? ladri? banditi?» Molte donne
consigliano, pregano i mariti, di non moversi, di lasciar correre gli
altri: alcuni s'alzano, e vanno alla finestra: i poltroni, come se si
arrendessero alle preghiere, ritornan sotto: i più curiosi e più bravi
scendono a prender le forche e gli schioppi, per correre al rumore:
altri stanno a vedere.

Ma, prima che quelli fossero all'ordine, prima anzi che fosser
ben desti, il rumore era giunto agli orecchi d'altre persone che
vegliavano, non lontano, ritte e vestite: i bravi in un luogo, Agnese
e Perpetua in un altro. Diremo prima brevemente ciò che facesser
coloro, dal momento in cui gli abbiamo lasciati, parte nel casolare
e parte all'osteria. Questi tre, quando videro tutti gli usci chiusi
e la strada deserta, uscirono in fretta, come se si fossero avvisti
d'aver fatto tardi, e dicendo di voler andar subito a casa; diedero una
giravolta per il paese, per venire in chiaro se tutti eran ritirati;
e in fatti, non incontrarono anima vivente, nè sentirono il più
piccolo strepito. Passarono anche, pian piano, davanti alla nostra
povera casetta: la più quieta di tutte, giacchè non c'era più nessuno.
Andarono allora diviato al casolare, e fecero la loro relazione al
signor Griso. Subito, questo si mise in testa un cappellaccio, sulle
spalle un sanrocchino di tela incerata, sparso di conchiglie; prese
un bordone da pellegrino, disse: «andiamo da bravi: zitti, e attenti
agli ordini,» s'incamminò il primo, gli altri dietro; e, in un momento,
arrivarono alla casetta, per una strada opposta a quella per cui se
n'era allontanata la nostra brigatella, andando anch'essa alla sua
spedizione. Il Griso trattenne la truppa, alcuni passi lontano, andò
innanzi solo ad esplorare, e, visto tutto deserto e tranquillo di
fuori, fece venire avanti due di quei tristi, diede loro ordine di
scalar adagino il muro che chiudeva il cortiletto, e, calati dentro,
nascondersi in un angolo, dietro un folto fico, sul quale aveva messo
l'occhio, la mattina. Ciò fatto, picchiò pian piano, con intenzione di
dirsi un pellegrino smarrito, che chiedeva ricovero, fino a giorno.
Nessun risponde: ripicchia un po' più forte; nemmeno uno zitto. Allora,
va a chiamare un terzo malandrino, lo fa scendere nel cortiletto, come
gli altri due, con l'ordine di sconficcare adagio il paletto, per aver
libero l'ingresso e la ritirata. Tutto s'eseguisce con gran cautela,
e con prospero successo. Va a chiamar gli altri, li fa entrar con
sè, li manda a nascondersi accanto ai primi; accosta adagio adagio
l'uscio di strada, vi posta due sentinelle di dentro; e va diritto
all'uscio del terreno. Picchia anche lì, e aspetta: e' poteva ben
aspettare. Sconficca pian pianissimo anche quell'uscio: nessuno di
dentro dice: chi va là?; nessuno si fa sentire: meglio non può andare.
Avanti dunque: «st,» chiama quei del fico, entra con loro nella stanza
terrena, dove, la mattina, aveva scelleratamente accattato quel pezzo
di pane. Cava fuori esca, pietra, acciarino e zolfanelli, accende un
suo lanternino, entra nell'altra stanza più interna, per accertarsi che
nessun ci sia: non c'è nessuno. Torna indietro, va all'uscio di scala,
guarda, porge l'orecchio: solitudine e silenzio. Lascia due altre
sentinelle a terreno, si fa venir dietro il Grignapoco, ch'era un bravo
del contado di Bergamo, il quale solo doveva minacciare, acchetare,
comandare, essere in somma il dicitore, affinchè il suo linguaggio
potesse far credere ad Agnese che la spedizione veniva da quella
parte. Con costui al fianco, e gli altri dietro, il Griso sale adagio
adagio, bestemmiando in cuor suo ogni scalino che scricchiolasse, ogni
passo di que' mascalzoni che facesse rumore. Finalmente è in cima.
Qui giace la lepre. Spinge mollemente l'uscio che mette alla prima
stanza; l'uscio cede, si fa spiraglio: vi mette l'occhio; è buio: vi
mette l'orecchio, per sentire se qualcheduno russa, fiata, brulica là
dentro; niente. Dunque avanti: si mette la lanterna davanti al viso,
per vedere, senza esser veduto, spalanca l'uscio, vede un letto;
addosso: il letto è fatto e spianato, con la rimboccatura arrovesciata,
e composta sul capezzale. Si stringe nelle spalle, si volta alla
compagnia, accenna loro che va a vedere nell'altra stanza, e che gli
vengan dietro pian piano; entra, fa le stesse cerimonie, trova la
stessa cosa. «Che diavolo è questo?» dice allora: «che qualche cane
traditore abbia fatto la spia?» Si metton tutti, con men cautela, a
guardare, a tastare per ogni canto, buttan sottosopra la casa. Mentre
costoro sono in tali faccende, i due che fan la guardia all'uscio di
strada, sentono un calpestío di passini frettolosi, che s'avvicinano
in fretta; s'immaginano che, chiunque sia, passerà diritto; stan
quieti, e, a buon conto, si mettono all'erta. In fatti, il calpestío si
ferma appunto all'uscio. Era Menico che veniva di corsa, mandato dal
padre Cristoforo ad avvisar le due donne che, per l'amor del cielo,
scappassero subito di casa, e si rifugiassero al convento, perchè....
il perchè lo sapete. Prende la maniglia del paletto, per picchiare,
e se lo sente tentennare in mano, schiodato e sconficcato.--Che è
questo?--pensa; e spinge l'uscio con paura: quello s'apre. Menico mette
il piede dentro, in gran sospetto, e si sente a un punto acchiappar per
le braccia, e due voci sommesse, a destra e a sinistra, che dicono,
in tono minaccioso: «zitto! o sei morto.» Lui in vece caccia un urlo:
uno di que' malandrini gli mette una mano alla bocca; l'altro tira
fuori un coltellaccio, per fargli paura. Il garzoncello trema come
una foglia, e non tenta neppur di gridare; ma, tutt'a un tratto, in
vece di lui, e con ben altro tono, si fa sentir quel primo tocco di
campana così fatto, e dietro una tempesta di rintocchi in fila. Chi
è in difetto è in sospetto, dice il proverbio milanese: all'uno e
all'altro furfante parve di sentire in que' tocchi il suo nome, cognome
e soprannome: lasciano andar le braccia di Menico, ritirano le loro in
furia, spalancan la mano e la bocca, si guardano in viso, e corrono
alla casa, dov'era il grosso della compagnia. Menico, via a gambe per
la strada, alla volta del campanile, dove a buon conto qualcheduno ci
doveva essere. Agli altri furfanti che frugavan la casa, dall'alto al
basso, il terribile tocco fece la stessa impressione: si confondono, si
scompigliano, s'urtano a vicenda: ognuno cerca la strada più corta, per
arrivare all'uscio. Eppure era tutta gente provata e avvezza a mostrare
il viso: ma non poterono star saldi contro un pericolo indeterminato,
e che non s'era fatto vedere un po' da lontano, prima di venir loro
addosso. Ci volle tutta la superiorità del Griso a tenerli insieme,
tanto che fosse ritirata e non fuga. Come il cane che scorta una mandra
di porci, corre or qua or là a quei che si sbandano; ne addenta uno
per un orecchio, e lo tira in ischiera; ne spinge un altro col muso;
abbaia a un altro che esce di fila in quel momento; così il pellegrino
acciuffa un di coloro, che già toccava la soglia, e lo strappa
indietro; caccia indietro col bordone uno e un altro che s'avviavan da
quella parte: grida agli altri che corron qua e là, senza saper dove;
tanto che li raccozzò tutti nel mezzo del cortiletto. «Presto, presto!
pistole in mano, coltelli in pronto, tutti insieme; e poi anderemo:
così si va. Chi volete che ci tocchi, se stiam ben insieme, sciocconi?
Ma, se ci lasciamo acchiappare a uno a uno, anche i villani ce ne
daranno. Vergogna! Dietro a me, e uniti.» Dopo questa breve aringa, si
mise alla fronte, e uscì il primo. La casa, come abbiam detto, era in
fondo al villaggio; il Griso prese la strada che metteva fuori, e tutti
gli andaron dietro in buon ordine.

Lasciamoli andare, e torniamo un passo indietro a prendere Agnese e
Perpetua, che abbiam lasciate in una certa stradetta. Agnese aveva
procurato d'allontanar l'altra dalla casa di don Abbondio, il più che
fosse possibile; e, fino a un certo punto, la cosa era andata bene. Ma
tutt'a un tratto, la serva s'era ricordata dell'uscio rimasto aperto,
e aveva voluto tornare indietro. Non c'era che ridire: Agnese, per
non farle nascere qualche sospetto, aveva dovuto voltar con lei, e
andarle dietro, cercando però di trattenerla, ogni volta che la vedesse
riscaldata ben bene nel racconto di que' tali matrimoni andati a
monte. Mostrava di darle molta udienza, e, ogni tanto, per far vedere
che stava attenta, o per ravviare il cicalío, diceva: «sicuro: adesso
capisco: va benissimo: è chiara: e poi? e lui? e voi?» Ma intanto,
faceva un altro discorso con sè stessa.--Saranno usciti a quest'ora?
o saranno ancor dentro? Che sciocchi che siamo stati tutt'e tre, a
non concertar qualche segnale, per avvisarmi, quando la cosa fosse
riuscita! È stata proprio grossa! Ma è fatta: ora non c'è altro che
tener costei a bada, più che posso: alla peggio, sarà un po' di tempo
perduto.--Così, a corserelle e a fermatine, eran tornate poco distante
dalla casa di don Abbondio, la quale però non vedevano, per ragione
di quella cantonata: e Perpetua, trovandosi a un punto importante del
racconto, s'era lasciata fermare senza far resistenza, anzi senza
avvedersene; quando, tutt'a un tratto, si sentì venir rimbombando
dall'alto, nel vano immoto dell'aria, per l'ampio silenzio della notte,
quel primo sgangherato grido di don Abbondio: «aiuto! aiuto!»

«Misericordia! cos'è stato?» gridò Perpetua, e volle correre.

«Cosa c'è? cosa c'è?» disse Agnese, tenendola per la sottana.

«Misericordia! non avete sentito?» replicò quella, svincolandosi.

«Cosa c'è? cosa c'è?» ripetè Agnese, afferrandola per un braccio.

«Diavolo d'una donna!» esclamò Perpetua, respingendola, per mettersi
in libertà; e prese la rincorsa. Quando, più lontano, più acuto, più
istantaneo, si sente l'urlo di Menico.

«Misericordia!» grida anche Agnese; e di galoppo dietro l'altra. Avevan
quasi appena alzati i calcagni, quando scoccò la campana: un tocco, e
due, e tre, e seguita: sarebbero stati sproni, se quelle ne avessero
avuto bisogno. Perpetua arriva, un momento prima dell'altra; mentre
vuole spinger l'uscio, l'uscio si spalanca di dentro, e sulla soglia
compariscono Tonio, Gervaso, Renzo, Lucia, che, trovata la scala,
eran venuti giù saltelloni; e, sentendo poi quel terribile scampanío,
correvano in furia, a mettersi in salvo.

«Cosa c'è? cosa c'è?» domandò Perpetua ansante ai fratelli, che le
risposero con un urtone, e scantonarono. «E voi! come! che fate qui
voi?» domandò poscia all'altra coppia, quando l'ebbe raffigurata. Ma
quelli pure usciron senza rispondere. Perpetua, per accorrere dove il
bisogno era maggiore, non domandò altro, entrò in fretta nell'andito, e
corse, come poteva al buio, verso la scala.

I due sposi rimasti promessi si trovarono in faccia Agnese, che
arrivava tutt'affannata. «Ah siete qui!» disse questa, cavando fuori
la parola a stento: «com'è andata? cos'è la campana? mi par d'aver
sentito....»

«A casa, a casa,» diceva Renzo, «prima che venga gente.» E s'avviavano;
ma arriva Menico di corsa, li riconosce, li ferma, e, ancor tutto
tremante, con voce mezza fioca, dice: «dove andate? indietro, indietro!
per di qua, al convento!»

«Sei tu che...?» cominciava Agnese.

«Cosa c'è d'altro?» domandava Renzo. Lucia, tutta smarrita, taceva e
tremava.

«C'è il diavolo in casa,» riprese Menico ansante. «Gli ho visti io:
m'hanno voluto ammazzare: l'ha detto il padre Cristoforo: e anche voi,
Renzo, ha detto che veniate subito: e poi gli ho visti io: provvidenza
che vi trovo qui tutti! vi dirò poi, quando saremo fuori.»

Renzo, ch'era il più in sè di tutti, pensò che, di qua o di là,
conveniva andar subito, prima che la gente accorresse; e che la più
sicura era di far ciò che Menico consigliava, anzi comandava, con
la forza d'uno spaventato. Per istrada poi, e fuor del pericolo, si
potrebbe domandare al ragazzo una spiegazione più chiara. «Cammina
avanti,» gli disse. «Andiam con lui,» disse alle donne. Voltarono,
s'incamminarono in fretta verso la chiesa, attraversaron la piazza,
dove per grazia del cielo, non c'era ancora anima vivente; entrarono in
una stradetta che era tra la chiesa e la casa di don Abbondio; al primo
buco che videro in una siepe, dentro, e via per i campi.

Non s'eran forse allontanati un cinquanta passi, quando la gente
cominciò ad accorrere sulla piazza, e ingrossava ogni momento. Si
guardavano in viso gli uni con gli altri: ognuno aveva una domanda
da fare, nessuno una risposta da dare. I primi arrivati corsero alla
porta della chiesa: era serrata. Corsero al campanile di fuori; e uno
di quelli, messa la bocca a un finestrino, una specie di feritoia,
cacciò dentro un: «che diavolo c'è?» Quando Ambrogio sentì una voce
conosciuta, lasciò andar la corda; e assicurato dal ronzío, ch'era
accorso molto popolo, rispose: «vengo ad aprire.» Si mise in fretta
l'arnese che aveva portato sotto il braccio, venne, dalla parte di
dentro, alla porta della chiesa, e l'aprì.

«Cos'è tutto questo fracasso?--Cos'è?--Dov'è?--Chi è?»

«Come, chi è?» disse Ambrogio, tenendo con una mano un battente
della porta, e, con l'altra, il lembo di quel tale arnese, che s'era
messo così in fretta: «come! non lo sapete? gente in casa del signor
curato. Animo, figliuoli: aiuto.» Si voltan tutti a quella casa, vi
s'avvicinano in folla, guardano in su, stanno in orecchi: tutto quieto.
Altri corrono dalla parte dove c'era l'uscio: è chiuso, e non par che
sia stato toccato. Guardano in su anche loro: non c'è una finestra
aperta: non si sente uno zitto.

«Chi è là dentro?--Ohe, ohe!--Signor curato!--Signor curato!»

Don Abbondio, il quale, appena accortosi della fuga degl'invasori,
s'era ritirato dalla finestra, e l'aveva richiusa, e che in questo
momento stava a bisticciar sottovoce con Perpetua, che l'aveva lasciato
solo in quell'imbroglio, dovette, quando si sentì chiamare a voce di
popolo, venir di nuovo alla finestra; e visto quel gran soccorso, si
pentì d'averlo chiesto.

«Cos'è stato?--Che le hanno fatto?--Chi sono costoro?--Dove sono?» gli
veniva gridato da cinquanta voci a un tratto.

«Non c'è più nessuno: vi ringrazio: tornate pure a casa.»

«Ma chi è stato?--Dove sono andati?--Che è accaduto?»

«Cattiva gente, gente che gira di notte; ma sono fuggiti: tornate a
casa; non c'è più niente: un'altra volta, figliuoli: vi ringrazio del
vostro buon cuore.» E, detto questo, si ritirò, e chiuse la finestra.
Qui alcuni cominciarono a brontolare, altri a canzonare, altri a
sagrare; altri si stringevan nelle spalle, e se n'andavano: quando
arriva uno tutto trafelato, che stentava a formar le parole. Stava
costui di casa quasi dirimpetto alle nostre donne, ed essendosi, al
rumore, affacciato alla finestra, aveva veduto nel cortiletto quello
scompiglio de' bravi, quando il Griso s'affannava a raccoglierli.
Quand'ebbe ripreso fiato, gridò: «che fate qui, figliuoli? non è qui il
diavolo; è giù in fondo alla strada, alla casa d'Agnese Mondella: gente
armata; son dentro; par che vogliano ammazzare un pellegrino; chi sa
che diavolo c'è!»

«Che?--Che?--Che?» E comincia una consulta tumultuosa. «Bisogna
andare.--Bisogna vedere.--Quanti sono?--Quanti siamo?--Chi sono?--Il
console! il console!»

«Son qui,» risponde il console, di mezzo alla folla: «son qui; ma
bisogna aiutarmi, bisogna ubbidire. Presto: dov'è il sagrestano? Alla
campana, alla campana. Presto: uno che corra a Lecco a cercar soccorso:
venite qui tutti....»

Chi accorre, chi sguizza tra uomo e uomo, e se la batte; il tumulto era
grande, quando arriva un altro, che gli aveva veduti partire in fretta,
e grida: «correte, figliuoli: ladri, o banditi che scappano con un
pellegrino: son già fuori del paese: addosso! addosso!» A quest'avviso,
senza aspettar gli ordini del capitano, si movono in massa, e giù
alla rinfusa per la strada; di mano in mano che l'esercito s'avanza,
qualcheduno di quei della vanguardia rallenta il passo, si lascia
sopravanzare, e si ficca nel corpo della battaglia: gli ultimi spingono
innanzi: lo sciame confuso giunge finalmente al luogo indicato. Le
tracce dell'invasione eran fresche e manifeste: l'uscio spalancato,
la serratura sconficcata; ma gl'invasori erano spariti. S'entra nel
cortile; si va all'uscio del terreno: aperto e sconficcato anche
quello: si chiama: «Agnese! Lucia! Il pellegrino! Dov'è il pellegrino?
L'avrà sognato Stefano, il pellegrino.--No, no: l'ha visto anche
Carlandrea. Ohe, pellegrino!--Agnese! Lucia!» Nessuno risponde. «Le
hanno portate via! Le hanno portate via!» Ci fu allora di quelli che,
alzando la voce, proposero d'inseguire i rapitori: che era un'infamità;
e sarebbe una vergogna per il paese, se ogni birbone potesse a man
salva venire a portar via le donne, come il nibbio i pulcini da un'aia
deserta. Nuova consulta e più tumultuosa; ma uno (e non si seppe mai
bene chi fosse stato) gettò nella brigata una voce, che Agnese e
Lucia s'eran messe in salvo in una casa. La voce corse rapidamente,
ottenne credenza; non si parlò più di dar la caccia ai fuggitivi; e la
brigata si sparpagliò, andando ognuno a casa sua. Era un bisbiglio, uno
strepito, un picchiare e un aprir d'usci, un apparire e uno sparir di
lucerne, un interrogare di donne dalle finestre, un rispondere dalla
strada. Tornata questa deserta e silenziosa, i discorsi continuaron
nelle case, e moriron negli sbadigli, per ricominciar poi la mattina.
Fatti però, non ce ne fu altri; se non che, quella medesima mattina,
il console, stando nel suo campo, col mento in una mano, e il gomito
appoggiato sul manico della vanga mezza ficcata nel terreno, e con un
piede sul vangile; stando, dico, a speculare tra sè sui misteri della
notte passata, e sulla ragion composta di ciò che gli toccasse a fare,
e di ciò che gli convenisse fare, vide venirsi incontro due uomini
d'assai gagliarda presenza, chiomati come due re de' Franchi della
prima razza, e somigliantissimi nel resto a que' due che cinque giorni
prima avevano affrontato don Abbondio, se pur non eran que' medesimi.
Costoro, con un fare ancor men cerimonioso, intimarono al console che
guardasse bene di non far deposizione al podestà dell'accaduto, di non
rispondere il vero, caso che ne venisse interrogato, di non ciarlare,
di non fomentar le ciarle de' villani, per quanto aveva cara la
speranza di morir di malattia.

I nostri fuggiaschi camminarono un pezzo di buon trotto, in silenzio,
voltandosi, ora l'uno ora l'altro, a guardare se nessuno gl'inseguiva,
tutti in affanno per la fatica della fuga, per il batticuore e per la
sospensione in cui erano stati, per il dolore della cattiva riuscita,
per l'apprensione confusa del nuovo oscuro pericolo. E ancor più in
affanno li teneva l'incalzare continuo di que' rintocchi, i quali,
quanto per l'allontanarsi, venivan più fiochi e ottusi, tanto pareva
che prendessero un non so che di più lugubre e sinistro. Finalmente
cessarono. I fuggiaschi allora, trovandosi in un campo disabitato,
e non sentendo un alito all'intorno, rallentarono il passo; e fu la
prima Agnese che, ripreso fiato, ruppe il silenzio, domandando a
Renzo com'era andata, domandando a Menico cosa fosse quel diavolo in
casa. Renzo raccontò brevemente la sua trista storia; e tutt'e tre si
voltarono al fanciullo, il quale riferì più espressamente l'avviso
del padre, e raccontò quello ch'egli stesso aveva veduto e rischiato,
e che pur troppo confermava l'avviso. Gli ascoltatori compresero più
di quel che Menico avesse saputo dire: a quella scoperta, si sentiron
rabbrividire; si fermaron tutt'e tre a un tratto, si guardarono in
viso l'un con l'altro, spaventati; e subito, con un movimento unanime,
tutt'e tre posero una mano, chi sul capo, chi sulle spalle del ragazzo,
come per accarezzarlo, per ringraziarlo tacitamente che fosse stato
per loro un angelo tutelare, per dimostrargli la compassione che
sentivano dell'angoscia da lui sofferta, e del pericolo corso per la
loro salvezza; e quasi per chiedergliene scusa. «Ora torna a casa,
perchè i tuoi non abbiano a star più in pena per te,» gli disse Agnese;
e rammentandosi delle due parpagliole promesse, se ne levò quattro di
tasca, e gliele diede, aggiungendo: «basta; prega il Signore che ci
rivediamo presto: e allora....» Renzo gli diede una berlinga nuova,
e gli raccomandò molto di non dir nulla della commissione avuta dal
frate; Lucia l'accarezzò di nuovo, lo salutò con voce accorata; il
ragazzo li salutò tutti, intenerito; e tornò indietro. Quelli ripresero
la loro strada, tutti pensierosi; le donne innanzi, e Renzo dietro,
come per guardia. Lucia stava stretta al braccio della madre, e
scansava dolcemente, e con destrezza, l'aiuto che il giovine le offriva
ne' passi malagevoli di quel viaggio fuor di strada; vergognosa in sè,
anche in un tale turbamento, d'esser già stata tanto sola con lui, e
tanto famigliarmente, quando s'aspettava di divenir sua moglie, tra
pochi momenti. Ora, svanito così dolorosamente quel sogno, si pentiva
d'essere andata troppo avanti, e, tra tante cagioni di tremare,
tremava anche per quel pudore che non nasce dalla trista scienza del
male, per quel pudore che ignora sè stesso, somigliante alla paura del
fanciullo, che trema nelle tenebre, senza saper di che.

«E la casa?» disse a un tratto Agnese. Ma, per quanto la domanda fosse
importante, nessuno rispose, perchè nessuno poteva darle una risposta
soddisfacente. Continuarono in silenzio la loro strada, e poco dopo,
sboccarono finalmente sulla piazzetta davanti alla chiesa del convento.

Renzo s'affacciò alla porta, e la sospinse bel bello. La porta di
fatto s'aprì; e la luna, entrando per lo spiraglio, illuminò la faccia
pallida, e la barba d'argento del padre Cristoforo, che stava quivi
ritto in aspettativa. Visto che non ci mancava nessuno, «Dio sia
benedetto!» disse, e fece lor cenno ch'entrassero. Accanto a lui, stava
un altro cappuccino; ed era il laico sagrestano, ch'egli, con preghiere
e con ragioni, aveva persuaso a vegliar con lui, a lasciar socchiusa
la porta, e a starci in sentinella, per accogliere que' poveri
minacciati: e non si richiedeva meno dell'autorità del padre, e della
sua fama di santo, per ottener dal laico una condiscendenza incomoda,
pericolosa e irregolare. Entrati che furono, il padre Cristoforo
riaccostò la porta adagio adagio. Allora il sagrestano non potè più
reggere, e, chiamato il padre da una parte, gli andava susurrando
all'orecchio: «ma padre, padre! di notte.... in chiesa.... con
donne.... chiudere.... la regola.... ma padre!» E tentennava la testa.
Mentre diceva stentatamente quelle parole,--vedete un poco!--pensava
il padre Cristoforo,--se fosse un masnadiero inseguito, fra Fazio
non gli farebbe una difficoltà al mondo; e una povera innocente, che
scappa dagli artigli del lupo....--_«Omnia munda mundis,»_ disse poi,
voltandosi tutt'a un tratto a fra Fazio, e dimenticando che questo non
intendeva il latino. Ma una tale dimenticanza fu appunto quella che
fece l'effetto. Se il padre si fosse messo a questionare con ragioni,
a fra Fazio non sarebber mancate altre ragioni da opporre; e sa il
cielo quando e come la cosa sarebbe finita. Ma, al sentir quelle parole
gravide d'un senso misterioso, e proferite così risolutamente, gli
parve che in quelle dovesse contenersi la soluzione di tutti i suoi
dubbi. S'acquietò, e disse: «basta! lei ne sa più di me.»

«Fidatevi pure,» rispose il padre Cristoforo; e, all'incerto chiarore
della lampada che ardeva davanti all'altare, s'accostò ai ricoverati,
i quali stavano sospesi aspettando, e disse loro: «figliuoli!
ringraziate il Signore, che v'ha scampati da un gran pericolo. Forse
in questo momento...!» E qui si mise a spiegare ciò che aveva fatto
accennare dal piccol messo: giacchè non sospettava ch'essi ne sapesser
più di lui, e supponeva che Menico gli avesse trovati tranquilli in
casa, prima che arrivassero i malandrini. Nessuno lo disingannò,
nemmeno Lucia, la quale però sentiva un rimorso segreto d'una tale
dissimulazione, con un tal uomo; ma era la notte degl'imbrogli e de'
sotterfugi.

«Dopo di ciò,» continuò egli, «vedete bene, figliuoli, che ora questo
paese non è sicuro per voi. È il vostro; ci siete nati; non avete
fatto male a nessuno; ma Dio vuol così. È una prova, figliuoli:
sopportatela con pazienza, con fiducia, senza odio, e siate sicuri che
verrà un tempo in cui vi troverete contenti di ciò che ora accade. Io
ho pensato a trovarvi un rifugio, per questi primi momenti. Presto,
io spero, potrete ritornar sicuri a casa vostra; a ogni modo, Dio vi
provvederà, per il vostro meglio; e io certo mi studierò di non mancare
alla grazia che mi fa, scegliendomi per suo ministro, nel servizio di
voi suoi poveri cari tribolati. Voi,» continuò volgendosi alle due
donne, «potrete fermarvi a ***. Là sarete abbastanza fuori d'ogni
pericolo, e, nello stesso tempo, non troppo lontane da casa vostra.
Cercate del nostro convento, fate chiamare il padre guardiano, dategli
questa lettera: sarà per voi un altro fra Cristoforo. E anche tu, il
mio Renzo, anche tu devi metterti, per ora, in salvo dalla rabbia
degli altri, e dalla tua. Porta questa lettera al padre Bonaventura da
Lodi, nel nostro convento di Porta Orientale in Milano. Egli ti farà
da padre, ti guiderà, ti troverà del lavoro, per fin che tu non possa
tornare a viver qui tranquillamente. Andate alla riva del lago, vicino
allo sbocco del Bione.» È un torrente a pochi passi da Pescarenico.
«Lì vedrete un battello fermo; direte: barca; vi sarà domandato per
chi; rispondete: san Francesco. La barca vi riceverà, vi trasporterà
all'altra riva, dove troverete un baroccio che vi condurrà addirittura
fino a ***.»

Chi domandasse come fra Cristoforo avesse così subito a sua
disposizione que' mezzi di trasporto, per acqua e per terra, farebbe
vedere di non conoscere qual fosse il potere d'un cappuccino tenuto in
concetto di santo.

[Illustrazione: «Dio vi guardi, il suo angelo v'accompagni: andate»....
(pag. 121)]

Restava da pensare alla custodia delle case. Il padre ne ricevette
le chiavi, incaricandosi di consegnarle a quelli che Renzo e Agnese
gl'indicarono. Quest'ultima, levandosi di tasca la sua, mise un gran
sospiro, pensando che, in quel momento, la casa era aperta, che c'era
stato il diavolo, e chi sa cosa ci rimaneva da custodire!

«Prima che partiate,» disse il padre, «preghiamo tutti insieme il
Signore, perchè sia con voi, in codesto viaggio, e sempre; e sopra
tutto vi dia forza, vi dia amore di volere ciò ch'Egli ha voluto.» Così
dicendo s'inginocchiò nel mezzo della chiesa; e tutti fecer lo stesso.
Dopo ch'ebbero pregato, alcuni momenti, in silenzio, il padre, con voce
sommessa, ma distinta, articolò queste parole: «noi vi preghiamo ancora
per quel poveretto che ci ha condotti a questo passo. Noi saremmo
indegni della vostra misericordia, se non ve la chiedessimo di cuore
per lui: ne ha tanto bisogno! Noi, nella nostra tribolazione, abbiamo
questo conforto, che siamo nella strada dove ci avete messi Voi:
possiamo offrirvi i nostri guai; e diventano un guadagno. Ma lui!... è
vostro nemico. Oh disgraziato! compete con Voi! Abbiate pietà di lui,
o Signore, toccategli il cuore, rendetelo vostro amico, concedetegli
tutti i beni che noi possiamo desiderare a noi stessi.»

Alzatosi poi, come in fretta, disse: «via, figliuoli, non c'è tempo da
perdere: Dio vi guardi, il suo angelo v'accompagni: andate.» E mentre
s'avviavano, con quella commozione che non trova parole, e che si
manifesta senza di esse, il padre soggiunse, con voce alterata: «il
cuor mi dice che ci rivedremo presto.»

Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su
quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già
accaduto.

Senza aspettar risposta, fra Cristoforo, andò verso la sagrestia; i
viaggiatori usciron di chiesa; e fra Fazio chiuse la porta, dando
loro un addio, con la voce alterata anche lui. Essi s'avviarono zitti
zitti alla riva ch'era stata loro indicata; videro il battello pronto,
e data e barattata la parola, c'entrarono. Il barcaiolo, puntando un
remo alla proda, se ne staccò; afferrato poi l'altro remo, e vogando
a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia opposta. Non tirava
un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso
immobile, se non fosse stato il tremolare e l'ondeggiar leggiero
della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S'udiva soltanto
il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglío
più lontano dell'acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato
di que' due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago,
uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L'onda segata dalla
barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata,
che s'andava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, con la
testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato
dalla luna, e variato qua e là di grand'ombre. Si distinguevano i
villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la
sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del
promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una
compagnia d'addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo
vide, e rabbrividì; scese con l'occhio giù giù per la china, fino al
suo paesello, guardò fisso all'estremità, scoprì la sua casetta, scoprì
la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì
la finestra della sua camera; e, seduta, com'era, nel fondo della
barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come
per dormire, e pianse segretamente.

Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime inuguali,
note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non
meno che lo sia l'aspetto de' suoi più familiari; torrenti, de'
quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche;
ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore
pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi,
se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte
volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si
disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si
maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se
non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più s'avanza nel
piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell'ampiezza
uniforme; l'aria gli par gravosa e morta; s'inoltra mesto e disattento
nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano
nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi
ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello
del suo paese, alla casuccia a cui ha già messi gli occhi addosso, da
gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a' suoi monti.

Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio
fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell'avvenire, e
n'è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo
dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia
que' monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai
desiderato di conoscere, e non può con l'immaginazione arrivare a un
momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natía, dove, sedendo, con
un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal rumore de' passi comuni
il rumore d'un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa
ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando,
e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno
tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l'animo tornò tante
volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov'era promesso, preparato
un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente
benedetto, e l'amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi
dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de'
suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.

Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco
diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli
andava avvicinando alla riva destra dell'Adda.




                             CAPITOLO IX.


L'urtar che fece la barca contro la proda, scosse Lucia, la quale,
dopo aver asciugate in segreto le lacrime, alzò la testa, come se si
svegliasse. Renzo uscì il primo, e diede la mano ad Agnese, la quale,
uscita pure, la diede alla figlia; e tutt'e tre resero tristamente
grazie al barcaiolo. «Di che cosa?» rispose quello: «siam quaggiù per
aiutarci l'uno con l'altro,» e ritirò la mano, quasi con ribrezzo,
come se gli fosse proposto di rubare, allorchè Renzo cercò di farvi
sdrucciolare una parte de' quattrinelli che si trovava indosso, e che
aveva presi quella sera, con intenzione di regalar generosamente don
Abbondio, quando questo l'avesse, suo malgrado, servito. Il baroccio
era lì pronto; il conduttore salutò i tre aspettati, li fece salire,
diede una voce alla bestia, una frustata, e via.

Il nostro autore non descrive quel viaggio notturno, tace il nome
del paese dove fra Cristoforo aveva indirizzate le due donne; anzi
protesta espressamente di non lo voler dire. Dal progresso della storia
si rileva poi la cagione di queste reticenze. Le avventure di Lucia
in quel soggiorno, si trovano avviluppate in un intrigo tenebroso di
persona appartenente a una famiglia, come pare, molto potente, al
tempo che l'autore scriveva. Per render ragione della strana condotta
di quella persona, nel caso particolare, egli ha poi anche dovuto
raccontarne in succinto la vita antecedente; e la famiglia ci fa quella
figura che vedrà chi vorrà leggere. Ma ciò che la circospezione del
pover'uomo ci ha voluto sottrarre, le nostre diligenze ce l'hanno
fatto trovare in altra parte. Uno storico milanese[19] che ha avuto a
far menzione di quella persona medesima, non nomina, è vero, nè lei,
nè il paese; ma di questo dice ch'era un borgo antico e nobile, a cui
di città non mancava altro che il nome; dice altrove, che ci passa il
Lambro; altrove, che c'è un arciprete. Dal riscontro di questi dati noi
deduciamo che fosse Monza senz'altro. Nel vasto tesoro dell'induzioni
erudite, ce ne potrà ben essere delle più fine, ma delle più sicure,
non crederei. Potremmo anche, sopra congetture molto fondate, dire il
nome della famiglia; ma, sebbene sia estinta da un pezzo, ci par meglio
lasciarlo nella penna, per non metterci a rischio di far torto neppure
ai morti, e per lasciare ai dotti qualche soggetto di ricerca.

[19] Josephi Ripamontii, _Historiæ Patriæ_, Decadis V, Lib. VI, Cap.
III, pag. 358 et seq.

I nostri viaggiatori arrivaron dunque a Monza, poco dopo il levar del
sole: il conduttore entrò in un'osteria, e lì, come pratico del luogo,
e conoscente del padrone, fece assegnar loro una stanza, e ve gli
accompagnò. Tra i ringraziamenti, Renzo tentò pure di fargli ricevere
qualche danaro; ma quello, al pari del barcaiolo, aveva in mira
un'altra ricompensa, più lontana, ma più abbondante: ritirò le mani,
anche lui, e, come fuggendo, corse a governare la sua bestia.

Dopo una sera quale l'abbiamo descritta, e una notte quale ognuno può
immaginarsela, passata in compagnia di que' pensieri, col sospetto
incessante di qualche incontro spiacevole, al soffio d'una brezzolina
più che autunnale, e tra le continue scosse della disagiata vettura,
che ridestavano sgarbatamente chi di loro cominciasse appena a velar
l'occhio, non parve vero a tutt'e tre di sedersi sur una panca che
stava ferma, in una stanza, qualunque fosse. Fecero colazione, come
permetteva la penuria de' tempi, e i mezzi scarsi in proporzione
de' contingenti bisogni d'un avvenire incerto, e il poco appetito.
A tutt'e tre passò per la mente il banchetto che, due giorni prima,
s'aspettavan di fare; e ciascuno mise un gran sospiro. Renzo avrebbe
voluto fermarsi lì, almeno tutto quel giorno, veder le donne allogate,
render loro i primi servizi; ma il padre aveva raccomandato a queste
di mandarlo subito per la sua strada. Addussero quindi esse e quegli
ordini, e cento altre ragioni; che la gente ciarlerebbe, che la
separazione più ritardata sarebbe più dolorosa, ch'egli potrebbe venir
presto a dar nuove e a sentirne; tanto che si risolvette di partire. Si
concertaron, come poterono, sulla maniera di rivedersi, più presto che
fosse possibile. Lucia non nascose le lacrime; Renzo trattenne a stento
le sue, e, stringendo forte forte la mano a Agnese, disse con voce
soffogata: «a rivederci,» e partì.

Le donne si sarebber trovate ben impicciate, se non fosse stato
quel buon barocciaio, che aveva ordine di guidarle al convento de'
cappuccini, e di dar loro ogn'altro aiuto che potesse bisognare.
S'avviaron dunque con lui a quel convento; il quale, come ognun sa, era
pochi passi distante da Monza. Arrivati alla porta, il conduttore tirò
il campanello, fece chiamare il padre guardiano; questo venne subito, e
ricevette la lettera, sulla soglia.

«Oh! fra Cristoforo!» disse, riconoscendo il carattere. Il tono della
voce e i movimenti del volto indicavano manifestamente che proferiva il
nome d'un grand'amico. Convien poi dire che il nostro buon Cristoforo
avesse, in quella lettera, raccomandate le donne con molto calore, e
riferito il loro caso con molto sentimento, perchè il guardiano faceva,
di tanto in tanto, atti di sorpresa e d'indegnazione; e, alzando gli
occhi dal foglio, li fissava sulle donne con una certa espressione di
pietà e d'interesse. Finito ch'ebbe di leggere, stette lì alquanto
a pensare; poi disse: «non c'è che la signora: se la signora vuoi
prendersi quest' impegno....»

Tirata quindi Agnese in disparte, sulla piazza davanti al convento,
le fece alcune interrogazioni, alle quali essa soddisfece; e, tornato
verso Lucia, disse a tutt'e due: «donne mie, io tenterò; e spero di
potervi trovare un ricovero più che sicuro, più che onorato, fin che
Dio non v'abbia provvedute in miglior maniera. Volete venir con me?»

Le donne accennarono rispettosamente di sì; e il frate riprese: «bene;
io vi conduco subito al monastero della signora. State però discoste
da me alcuni passi, perchè la gente si diletta di dir male; e Dio sa
quante belle chiacchiere si farebbero, se si vedesse il padre guardiano
per la strada, con una bella giovine.... con donne voglio dire.»

Così dicendo, andò avanti. Lucia arrossì; il barocciaio sorrise,
guardando Agnese, la quale non potè tenersi di non fare altrettanto;
e tutt'e tre si mossero, quando il frate si fu avviato; e gli
andaron dietro, dieci passi discosto. Le donne allora domandarono al
barocciaio, ciò che non avevano osato al padre guardiano, chi fosse la
signora.

«La signora,» rispose quello, «è una monaca; ma non è una monaca come
l'altre. Non è che sia la badessa, nè la priora; che anzi, a quel che
dicono, è una delle più giovani: ma è della costola d'Adamo; e i suoi
del tempo antico erano gente grande, venuta di Spagna, dove son quelli
che comandano; e per questo la chiamano la signora, per dire ch'è una
gran signora; e tutto il paese la chiama con quel nome, perchè dicono
che in quel monastero non hanno avuto mai una persona simile; e i suoi
d'adesso, laggiù a Milano, contan molto, e son di quelli che hanno
sempre ragione; e in Monza anche di più, perchè suo padre, quantunque
non ci stia, è il primo del paese; onde anche lei può far alto e basso
nel monastero; e anche la gente di fuori le porta un gran rispetto; e
quando prende un impegno, le riesce anche di spuntarlo; e perciò, se
quel buon religioso lì, ottiene di mettervi nelle sue mani, e che lei
v'accetti, vi posso dire che sarete sicure come sull'altare.»

Quando fu vicino alla porta del borgo, fiancheggiata allora da un
antico torracchione mezzo rovinato e da un pezzo di castellaccio,
diroccato anch'esso, che forse dieci de' miei lettori possono ancor
rammentarsi d'aver veduto in piedi, il guardiano si fermò, e si voltò
a guardar se gli altri venivano; quindi entrò, e s'avviò al monastero;
dove arrivato, si fermò di nuovo sulla soglia, aspettando la piccola
brigata. Pregò il barocciaio che, tra un par d'ore, tornasse da lui,
a prender la risposta: questo lo promise, e si licenziò dalle donne,
che lo caricaron di ringraziamenti, e di commissioni per il padre
Cristoforo. Il guardiano fece entrare la madre e la figlia nel primo
cortile del monastero, le introdusse nelle camere della fattoressa; e
andò solo a chieder la grazia. Dopo qualche tempo, ricomparve giulivo,
a dir loro che venissero avanti con lui; ed era ora, perchè la figlia
e la madre non sapevan più come fare a distrigarsi dall'interrogazioni
pressanti della fattoressa. Attraversando un secondo cortile, diede
qualche avvertimento alle donne, sul modo di portarsi con la signora.
«È ben disposta per voi altre,» disse, «e vi può far del bene quanto
vuole. Siate umili e rispettose, rispondete con sincerità alle domande
che le piacerà di farvi, e quando non siete interrogate, lasciate
fare a me.» Entrarono in una stanza terrena, dalla quale si passava
nel parlatorio: prima di mettervi il piede, il guardiano, accennando
l'uscio, disse sottovoce alle donne: «è qui,» come per rammentar loro
tutti quegli avvertimenti. Lucia, che non aveva mai visto un monastero,
quando fu nel parlatorio, guardò in giro dove fosse la signora a cui
fare il suo inchino, e, non iscorgendo persona, stava come incantata;
quando, visto il padre e Agnese andar verso un angolo, guardò da
quella parte, e vide una finestra d'una forma singolare, con due
grosse e fitte grate di ferro, distanti l'una dall'altra un palmo; e
dietro quelle una monaca ritta. Il suo aspetto, che poteva dimostrar
venticinque anni, faceva a prima vista un'impressione di bellezza, ma
d'una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo
nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due
parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima
benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non
d'inferiore bianchezza; un'altra benda a pieghe circondava il viso,
e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto
sul petto, a coprire lo scollo d'un nero saio. Ma quella fronte si
raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due
sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi,
neri neri anch'essi, si fissavano talora in viso alle persone, con
un'investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per
cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore
avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà;
altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d'un
odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce:
quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe
immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci
il travaglio d'un pensiero nascosto, d'una preoccupazione familiare
all'animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le
gote pallidissime scendevano con un contorno delicato e grazioso,
ma alterato e reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra,
quantunque appena tinte d'un roseo sbiadito, pure, spiccavano in quel
pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi,
pieni d'espressione e di mistero. La grandezza ben formata della
persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva
sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per
una donna, non che per una monaca. Nel vestire stesso c'era qua e
là qual cosa di studiato o di negletto, che annunziava una monaca
singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e
dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli;
cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che
prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati,
nella cerimonia solenne del vestimento.

Queste cose non facevano specie alle due donne, non esercitate a
distinguer monaca da monaca: e il padre guardiano, che non vedeva la
signora per la prima volta, era già avvezzo, come tant'altri, a quel
non so che di strano, che appariva nella sua persona, come nelle sue
maniere.

Era essa, in quel momento, come abbiam detto, ritta vicino alla grata,
con una mano appoggiata languidamente a quella, e le bianchissime
dita intrecciate ne' vòti; e guardava fisso Lucia, che veniva avanti
esitando. «Reverenda madre, e signora illustrissima,» disse il
guardiano, a capo basso, e con la mano al petto: «questa è quella
povera giovine, per la quale m'ha fatto sperare la sua valida
protezione; e questa è la madre.»

[Illustrazione: Quando fu vicino alla porta del borgo..... il guardiano
si fermò.... (pag. 126)]

Le due presentate facevano grand'inchini: la signora accennò loro con
la mano, che bastava, e disse, voltandosi, al padre: «è una fortuna per
me il poter fare un piacere a' nostri buoni amici i padri cappuccini.
Ma,» continuò: «mi dica un po' più particolarmente il caso di questa
giovine, per veder meglio cosa si possa fare per lei.»

Lucia diventò rossa, e abbassò la testa.

«Deve sapere, reverenda madre....» incominciava Agnese: ma il guardiano
le troncò, con un'occhiata, le parole in bocca, e rispose: «questa
giovine, signora illustrissima, mi vien raccomandata, come le ho detto,
da un mio confratello. Essa ha dovuto partir di nascosto dal suo paese,
per sottrarsi a de' gravi pericoli; e ha bisogno, per qualche tempo,
d'un asilo nel quale possa vivere sconosciuta, e dove nessuno ardisca
venire a disturbarla, quand'anche....»

«Quali pericoli?» interruppe la signora. «Di grazia, padre guardiano,
non mi dica la cosa così in enimma. Lei sa che noi altre monache, ci
piace di sentir le storie per minuto.»

«Sono pericoli,» rispose il guardiano, «che all'orecchie purissime
della reverenda madre devon essere appena leggermente accennati....»

«Oh certamente,» disse in fretta la signora, arrossendo alquanto. Era
verecondia? Chi avesse osservata una rapida espressione di dispetto che
accompagnava quel rossore, avrebbe potuto dubitarne; e tanto più se
l'avesse paragonato con quello che di tanto in tanto si spandeva sulle
gote di Lucia.

«Basterà dire,» riprese il guardiano, «che un cavalier prepotente....
non tutti i grandi del mondo si servono dei doni di Dio a gloria sua, e
in vantaggio del prossimo, come vossignoria illustrissima: un cavalier
prepotente, dopo aver perseguitata qualche tempo questa creatura con
indegne lusinghe, vedendo ch'erano inutili, ebbe cuore di perseguitarla
apertamente con la forza, di modo che la poveretta è stata ridotta a
fuggir da casa sua.»

«Accostatevi, quella giovine,» disse la signora a Lucia, facendole
cenno col dito. «So che il padre guardiano è la bocca della verità;
ma nessuno può esser meglio informato di voi, in quest'affare.
Tocca a voi a dirci se questo cavaliere era un persecutore odioso.»
In quanto all'accostarsi, Lucia ubbidì subito; ma rispondere era
un'altra faccenda. Una domanda su quella materia, quand'anche le fosse
stata fatta da una persona sua pari, l'avrebbe imbrogliata non poco:
proferita da quella signora, e con una cert'aria di dubbio maligno, le
levò ogni coraggio a rispondere. «Signora.... madre.... reverenda....»
balbettò, e non dava segno d'aver altro a dire. Qui Agnese, come
quella che, dopo di lei, era certamente la meglio informata, si credè
autorizzata a venirle in aiuto. «Illustrissima signora,» disse, «io
posso far testimonianza che questa mia figlia aveva in odio quel
cavaliere, come il diavolo l'acqua santa: voglio dire, il diavolo era
lui; ma mi perdonerà se parlo male, perchè noi siam gente alla buona.
Il fatto sta che questa povera ragazza era promessa a un giovine nostro
pari, timorato di Dio, e ben avviato; e se il signor curato fosse
stato un po' più un uomo di quelli che m'intendo io.... so che parlo
d'un religioso, ma il padre Cristoforo, amico qui del padre guardiano,
è religioso al par di lui, e quello è un uomo pieno di carità, e, se
fosse qui, potrebbe attestare....»

«Siete ben pronta a parlare senz'essere interrogata,» interruppe la
signora, con un atto altero e iracondo, che la fece quasi parer brutta.
«State zitta voi: già lo so che i parenti hanno sempre una risposta da
dare in nome de' loro figliuoli!»

Agnese mortificata diede a Lucia un'occhiata che voleva dire: vedi
quel che mi tocca, per esser tu tanto impicciata. Anche il guardiano
accennava alla giovine, dandole d'occhio e tentennando il capo, che
quello era il momento di sgranchirsi, e di non lasciare in secco la
povera mamma.

«Reverenda signora,» disse Lucia, «quanto le ha detto mia madre è la
pura verità. Il giovine che mi discorreva,» e qui diventò rossa rossa,
«lo prendevo io di mia volontà. Mi scusi se parlo da sfacciata, ma è
per non lasciar pensar male di mia madre. E in quanto a quel signore
(Dio gli perdoni!) vorrei piuttosto morire, che cader nelle sue mani.
E se lei fa questa carità di metterci al sicuro, giacchè siam ridotte
a far questa faccia di chieder ricovero, e ad incomodare le persone
dabbene; ma sia fatta la volontà di Dio; sia certa, signora, che
nessuno potrà pregare per lei più di cuore che noi povere donne.»

«A voi credo,» disse la signora con voce raddolcita. «Ma avrò
piacere di sentirvi da solo a solo. Non che abbia bisogno d'altri
schiarimenti, nè d'altri motivi, per servire alle premure del padre
guardiano,» aggiunse subito, rivolgendosi a lui, con una compitezza
studiata. «Anzi,» continuò, «ci ho già pensato; ed ecco ciò che mi
pare di poter far di meglio, per ora. La fattoressa del monastero ha
maritata, pochi giorni sono, l'ultima sua figliuola. Queste donne
potranno occupar la camera lasciata in libertà da quella, e supplire
a' que' pochi servizi che faceva lei. Veramente....» e qui accennò
al guardiano che s'avvicinasse alla grata, e continuò sottovoce:
«veramente, attesa la scarsezza dell'annate, non si pensava di
sostituir nessuno a quella giovine; ma parlerò io alla madre badessa, e
una mia parola.... e per una premura del padre guardiano.... In somma
do la cosa per fatta.»

Il guardiano cominciava a ringraziare, ma la signora l'interruppe: «non
occorron cerimonie: anch'io, in un caso, in un bisogno, saprei far
capitale dell'assistenza de' padri cappuccini. Alla fine,» continuò,
con un sorriso, nel quale traspariva un non so che d'ironico e d'amaro,
«alla fine, non siam noi fratelli e sorelle?»

Così detto, chiamò una conversa, (due di queste erano, per una
distinzione singolare, assegnate al suo servizio privato) e le
ordinò che avvertisse di ciò la badessa, e prendesse poi i concerti
opportuni, con la fattoressa e con Agnese. Licenziò questa, accommiatò
il guardiano, e ritenne Lucia. Il guardiano accompagnò Agnese alla
porta, dandole nuove istruzioni, e se n'andò a scriver la lettera
di ragguaglio all'amico Cristoforo.--Gran cervellino che è questa
signora!--pensava tra sè, per la strada:--curiosa davvero! Ma chi la sa
prendere per il suo verso, le fa far ciò che vuole. Il mio Cristoforo
non s'aspetterà certamente ch'io l'abbia servito così presto e bene.
Quel brav'uomo! non c'è rimedio: bisogna che si prenda sempre qualche
impegno; ma lo fa per bene. Buon per lui questa volta, che ha trovato
un amico, il quale, senza tanto strepito, senza tanto apparato, senza
tante faccende, ha condotto l'affare a buon porto, in un batter
d'occhio. Sarà contento quel buon Cristoforo, e s'accorgerà che, anche
noi qui, siam buoni a qualche cosa.--

La signora, che, alla presenza d'un provetto cappuccino, aveva studiati
gli atti e le parole, rimasta poi sola con una giovine contadina
inesperta, non pensava più tanto a contenersi; e i suoi discorsi
divennero a poco a poco così strani, che, in vece di riferirli, noi
crediam più opportuno di raccontar brevemente la storia antecedente
di questa infelice; quel tanto cioè che basti a render ragione
dell'insolito e del misterioso che abbiam veduto in lei, e a far
comprendere i motivi della sua condotta, in quello che avvenne dopo.

Era essa l'ultima figlia del principe ***, gran gentiluomo milanese,
che poteva contarsi tra i più doviziosi della città. Ma l'alta opinione
che aveva del suo titolo gli faceva parer le sue sostanze appena
sufficienti, anzi scarse, a sostenerne il decoro; e tutto il suo
pensiero era di conservarle, almeno quali erano, unite in perpetuo,
per quanto dipendeva da lui. Quanti figliuoli avesse, la storia non
lo dice espressamente; fa solamente intendere che aveva destinati al
chiostro tutti i cadetti dell'uno e dell'altro sesso, per lasciare
intatta la sostanza al primogenito, destinato a conservar la famiglia,
a procrear cioè de' figliuoli, per tormentarsi a tormentarli nella
stessa maniera. La nostra infelice era ancor nascosta nel ventre della
madre, che la sua condizione era già irrevocabilmente stabilita.
Rimaneva soltanto da decidersi se sarebbe un monaco o una monaca;
decisione per la quale faceva bisogno, non il suo consenso, ma la sua
presenza. Quando venne alla luce, il principe suo padre, volendo darle
un nome che risvegliasse immediatamente l'idea del chiostro, e che
fosse stato portato da una santa d'alti natali, la chiamò Gertrude.
Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero
in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que' regali eran
sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto,
come cosa preziosa, e con quell'interrogare affermativo: «bello eh?»
Quando il principe, o la principessa o il principino, che solo de'
maschi veniva allevato in casa, volevano lodar l'aspetto prosperoso
della fanciullina, pareva che non trovasser modo d'esprimer bene la
loro idea, se non con le parole: «che madre badessa!» Nessuno però le
disse mai direttamente: tu devi farti monaca. Era un'idea sottintesa
e toccata incidentemente, in ogni discorso che riguardasse i suoi
destini futuri. Se qualche volta la Gertrudina trascorreva a qualche
atto un po' arrogante e imperioso, al che la sua indole la portava
molto facilmente, «tu sei una ragazzina,» le si diceva: «queste maniere
non ti convengono: quando sarai madre badessa, allora comanderai
a bacchetta, farai alto e basso.» Qualche altra volta il principe,
riprendendola di cert'altre maniere troppo libere e famigliari alle
quali essa trascorreva con uguale facilità, «ehi! ehi!» le diceva;
«non è questo il fare d'una par tua: se vuoi che un giorno ti si porti
il rispetto che ti sarà dovuto, impara fin d'ora a star sopra di te:
ricordati che tu devi essere, in ogni cosa, la prima del monastero;
perchè il sangue si porta per tutto dove si va.»

Tutte le parole di questo genere stampavano nel cervello della
fanciullina l'idea che già lei doveva esser monaca; ma quelle che
venivan dalla bocca del padre, facevan più effetto di tutte l'altre
insieme. Il contegno del principe era abitualmente quello d'un padrone
austero; ma quando si trattava dello stato futuro de' suoi figli, dal
suo volto e da ogni sua parola traspariva un'immobilità di risoluzione,
una ombrosa gelosia di comando, che imprimeva il sentimento d'una
necessità fatale.

A sei anni, Gertrude fu collocata, per educazione e ancor più per
istradamento alla vocazione impostale, nel monastero dove l'abbiamo
veduta: e la scelta del luogo non fu senza disegno. Il buon conduttore
delle due donne ha detto che il padre della signora era il primo in
Monza: e, accozzando questa qualsisia testimonianza con alcune altre
indicazioni che l'anonimo lascia scappare sbadatamente qua e là, noi
potremmo anche asserire che fosse il feudatario di quel paese. Comunque
sia, vi godeva d'una grandissima autorità; e pensò che lì, meglio che
altrove, la sua figlia sarebbe trattata con quelle distinzioni e con
quelle finezze che potesser più allettarla a scegliere quel monastero
per sua perpetua dimora. Nè s'ingannava: la badessa e alcune altre
monache faccendiere, che avevano, come si suol dire, il mestolo in
mano, esultarono nel vedersi offerto il pegno d'una protezione tanto
utile in ogni occorrenza, tanto gloriosa in ogni momento; accettaron la
proposta, con espressioni di riconoscenza, non esagerate, per quanto
fossero forti; e corrisposero pienamente all'intenzioni che il principe
aveva lasciate trasparire sul collocamento stabile della figliuola:
intenzioni che andavan così d'accordo con le loro. Gertrude, appena
entrata nel monastero, fu chiamata per antonomasia la signorina;
posto distinto a tavola, nel dormitorio; la sua condotta proposta
all'altre per esemplare; chicche e carezze senza fine, e condite con
quella famigliarità un po' rispettosa, che tanto adesca i fanciulli,
quando la trovano in coloro che vedon trattare gli altri fanciulli
con un contegno abituale di superiorità. Non che tutte le monache
fossero congiurate a tirar la poverina nel laccio: ce n'eran molte
delle semplici e lontane da ogni intrigo, alle quali il pensiero di
sacrificare una figlia a mire interessate avrebbe fatto ribrezzo;
ma queste, tutte attente alle loro occupazioni particolari, parte
non s'accorgevan bene di tutti que' maneggi, parte non distinguevano
quanto vi fosse di cattivo, parte s'astenevano dal farvi sopra esame,
parte stavano zitte, per non fare scandoli inutili. Qualcheduna
anche, rammentandosi d'essere stata, con simili arti, condotta a
quello di cui s'era pentita poi, sentiva compassione della povera
innocentina, e si sfogava col farle carezze tenere e malinconiche:
ma questa era ben lontana dal sospettare che ci fosse sotto mistero;
e la faccenda camminava. Sarebbe forse camminata così fino alla
fine, se Gertrude fosse stata la sola ragazza in quel monastero. Ma,
tra le sue compagne d'educazione, ce n'erano alcune che sapevano
d'esser destinate al matrimonio. Gertrudina, nudrita nelle idee della
sua superiorità, parlava magnificamente de' suoi destini futuri di
badessa, di principessa del monastero, voleva a ogni conto esser
per le altre un soggetto d'invidia; e vedeva con maraviglia e con
dispetto, che alcune di quelle non ne sentivano punto. All'immagini
maestose, ma circoscritte e fredde, che può somministrare il primato
in un monastero, contrapponevan esse le immagini varie e luccicanti di
nozze, di pranzi, di conversazioni, di festini, come dicevano allora,
di villeggiature, di vestiti, di carrozze. Queste immagini cagionarono
nel cervello di Gertrude quel movimento, quel brulichío che produrrebbe
un gran paniere di fiori appena colti, messo davanti a un alveare. I
parenti e l'educatrici avevan coltivata e accresciuta in lei la vanità
naturale, per farle piacere il chiostro; ma quando questa passione fu
stuzzicata da idee tanto più omogenee ad essa, si gettò su quelle, con
un ardore ben più vivo e più spontaneo. Per non restare al di sotto
di quelle sue compagne, e per condiscendere nello stesso tempo al suo
nuovo genio, rispondeva che, alla fin de' conti, nessuno le poteva
mettere il velo in capo senza il suo consenso, che anche lei poteva
maritarsi, abitare un palazzo, godersi il mondo, e meglio di tutte
loro; che lo poteva, pur che l'avesse voluto, che lo vorrebbe, che lo
voleva; e lo voleva in fatti. L'idea della necessità del suo consenso,
idea che, fino a quel tempo, era stata come inosservata e rannicchiata
in un angolo della sua mente, si sviluppò allora, e si manifestò, con
tutta la sua importanza. Essa la chiamava ogni momento in aiuto, per
godersi più tranquillamente l'immagini d'un avvenire gradito. Dietro
quest'idea però, ne compariva sempre infallibilmente un'altra: che
quel consenso si trattava di negarlo al principe padre, il quale lo
teneva già, o mostrava di tenerlo per dato; e, a questa idea, l'animo
della figlia era ben lontano dalla sicurezza che ostentavano le sue
parole. Si paragonava allora con le compagne, ch'erano ben altrimenti
sicure, e provava per esse dolorosamente l'invidia che, da principio,
aveva creduto di far loro provare. Invidiandole, le odiava: talvolta
l'odio s'esalava in dispetti, in isgarbatezze, in motti pungenti;
talvolta l'uniformità dell'inclinazioni e delle speranze lo sopiva, e
faceva nascere un'intrinsichezza apparente e passeggiera. Talvolta,
volendo pure godersi intanto qualche cosa di reale e di presente, si
compiaceva delle preferenze che le venivano accordate, e faceva sentire
all'altre quella sua superiorità; talvolta, non potendo più tollerar
la solitudine de' suoi timori e de' suoi desidèri, andava, tutta
buona, in cerca di quelle, quasi ad implorar benevolenza, consigli,
coraggio. Tra queste deplorabili guerricciole con sè e con gli altri,
aveva varcata la puerizia, e s'inoltrava in quell'età così critica,
nella quale par che entri nell'animo quasi una potenza misteriosa, che
solleva, adorna, rinvigorisce tutte l'inclinazioni, tutte l'idee, e
qualche volta le trasforma, o le rivolge a un corso impreveduto. Ciò
che Gertrude aveva fino allora più distintamente vagheggiato in que'
sogni dell'avvenire, era lo splendore esterno e la pompa: un non so
che di molle e d'affettuoso, che da prima v'era diffuso leggermente
e come in nebbia, cominciò allora a spiegarsi e a primeggiare nelle
sue fantasie. S'era fatto, nella parte più riposta della mente, come
uno splendido ritiro: ivi si rifugiava dagli oggetti presenti, ivi
accoglieva certi personaggi stranamente composti di confuse memorie
della puerizia, di quel poco che poteva vedere del mondo esteriore, di
ciò che aveva imparato dai discorsi delle compagne; si tratteneva con
essi, parlava loro, e si rispondeva in loro nome; ivi dava ordini, e
riceveva omaggi d'ogni genere. Di quando in quando, i pensieri della
religione venivano a disturbare quelle feste brillanti e faticose. Ma
la religione, come l'avevano insegnata alla nostra poveretta, e come
essa l'aveva ricevuta, non bandiva l'orgoglio, anzi lo santificava e
lo proponeva come un mezzo per ottenere una felicità terrena. Privata
così della sua essenza, non era più la religione, ma una larva come
l'altre. Negl'intervalli in cui questa larva prendeva il primo posto,
e grandeggiava nella fantasia di Gertrude, l'infelice, sopraffatta da
terrori confusi, e compresa da una confusa idea di doveri, s'immaginava
che la sua ripugnanza al chiostro, e la resistenza all'insinuazioni
de' suoi maggiori, nella scelta dello stato, fossero una colpa; e
prometteva in cuor suo d'espiarla, chiudendosi volontariamente nel
chiostro.

Era legge che una giovine non potesse venire accettata monaca, prima
d'essere stata esaminata da un ecclesiastico, chiamato il vicario
delle monache, o da qualche altro deputato a ciò, affinchè fosse certo
che ci andava di sua libera scelta: e questo esame non poteva aver
luogo, se non un anno dopo ch'ella avesse esposto a quel vicario il
suo desiderio, con una supplica in iscritto. Quelle monache che avevan
preso il tristo incarico di far che Gertrude s'obbligasse per sempre,
con la minor possibile cognizione di ciò che faceva, colsero un de'
momenti che abbiam detto, per farle trascrivere e sottoscrivere una
tal supplica. E a fine d'indurla più facilmente a ciò, non mancaron di
dirle e di ripeterle, che finalmente era una mera formalità, la quale
(e questo era vero) non poteva avere efficacia, se non da altri atti
posteriori, che dipenderebbero dalla sua volontà. Con tutto ciò, la
supplica non era forse ancor giunta al suo destino, che Gertrude s'era
già pentita d'averla sottoscritta. Si pentiva poi d'essersi pentita,
passando così i giorni e i mesi in un'incessante vicenda di sentimenti
contrari. Tenne lungo tempo nascosto alle compagne quel passo, ora per
timore d'esporre alle contraddizioni una buona risoluzione, ora per
vergogna di palesare uno sproposito. Vinse finalmente il desiderio
di sfogar l'animo, e d'accattar consiglio e coraggio. C'era un'altra
legge, che una giovine non fosse ammessa a quell'esame della vocazione,
se non dopo aver dimorato almeno un mese fuori del monastero dove
era stata in educazione. Era già scorso l'anno da che la supplica era
stata mandata; e Gertrude fu avvertita che tra poco verrebbe levata dal
monastero, e condotta nella casa paterna, per rimanervi quel mese, e
far tutti i passi necessari al compimento dell'opera che aveva di fatto
cominciata. Il principe e il resto della famiglia tenevano tutto ciò
per certo, come se fosse già avvenuto; ma la giovine aveva tutt'altro
in testa: in vece di far gli altri passi, pensava alla maniera di
tirare indietro il primo. In tali angustie, si risolvette d'aprirsi
con una delle sue compagne, la più franca, e pronta sempre a dar
consigli risoluti. Questa suggerì a Gertrude d'informar con una lettera
il padre della sua nuova risoluzione; giacchè non le bastava l'animo
di spiattellargli sul viso un bravo: non voglio. E perchè i pareri
gratuiti, in questo mondo, son molto rari, la consigliera fece pagar
questo a Gertrude, con tante beffe sulla sua dappocaggine. La lettera
fu concertata tra quattro o cinque confidenti, scritta di nascosto, e
fatta ricapitare per via d'artifizi molto studiati. Gertrude stava con
grand'ansietà, aspettando una risposta che non venne mai. Se non che,
alcuni giorni dopo, la badessa la fece venir nella sua cella, e, con un
contegno di mistero, di disgusto e di compassione, le diede un cenno
oscuro d'una gran collera del principe, e d'un fallo ch'ella doveva
aver commesso, lasciandole però intendere che, portandosi bene, poteva
sperare che tutto sarebbe dimenticato. La giovinetta intese, e non osò
domandar più in là.

Venne finalmente il giorno tanto temuto e bramato. Quantunque Gertrude
sapesse che andava a un combattimento, pure l'uscir di monastero,
il lasciar quelle mura nelle quali era stata ott'anni rinchiusa, lo
scorrere in carrozza per l'aperta campagna, il riveder la città, la
casa, furon sensazioni piene d'una gioia tumultuosa. In quanto al
combattimento, la poveretta, con la direzione di quelle confidenti,
aveva già prese le sue misure, e fatto, com'ora si direbbe, il suo
piano.--O mi vorranno forzare,--pensava,--e io starò dura; sarò umile,
rispettosa, ma non acconsentirò: non si tratta che di non dire un altro
sì; e non lo dirò. Ovvero mi prenderanno con le buone; e io sarò più
buona di loro; piangerò, pregherò, li moverò a compassione: finalmente
non pretendo altro che di non esser sacrificata.--Ma, come accade
spesso di simili previdenze, non avvenne nè una cosa nè l'altra.
I giorni passavano, senza che il padre nè altri le parlasse della
supplica, nè della ritrattazione, senza che le venisse fatta proposta
nessuna, nè con carezze, nè con minacce. I parenti eran seri, tristi,
burberi con lei, senza mai dirne il perchè. Si vedeva solamente che
la riguardavano come una rea, come un'indegna: un anatema misterioso
pareva che pesasse sopra di lei, e la segregasse dalla famiglia,
lasciandovela soltanto unita quanto bisognava per farle sentire la
sua suggezione. Di rado, e solo a certe ore stabilite, era ammessa
alla compagnia de' parenti e del primogenito. Tra loro tre pareva
che regnasse una gran confidenza, la quale rendeva più sensibile e
più doloroso l'abbandono in cui era lasciata Gertrude. Nessuno le
rivolgeva il discorso; e quando essa arrischiava timidamente qualche
parola, che non fosse per cosa necessaria, o non attaccava, o veniva
corrisposta con uno sguardo distratto, o sprezzante, o severo. Che
se, non potendo più soffrire una così amara e umiliante distinzione,
insisteva, e tentava di famigliarizzarsi; se implorava un po' d'amore,
si sentiva subito toccare, in maniera indiretta ma chiara, quel tasto
della scelta dello stato; le si faceva copertamente sentire che c'era
un mezzo di riacquistar l'affetto della famiglia. Allora Gertrude, che
non l'avrebbe voluto a quella condizione, era costretta di tirarsi
indietro, di rifiutar quasi i primi segni di benevolenza che aveva
tanto desiderati, di rimettersi da sè al suo posto di scomunicata; e
per di più, vi rimaneva con una certa apparenza del torto.

Tali sensazioni d'oggetti presenti facevano un contrasto doloroso con
quelle ridenti visioni delle quali Gertrude s'era già tanto occupata,
e s'occupava tuttavia, nel segreto della sua mente. Aveva sperato che,
nella splendida e frequentata casa paterna, avrebbe potuto godere
almeno qualche saggio reale delle cose immaginate; ma si trovò del
tutto ingannata. La clausura era stretta e intera, come nel monastero;
d'andare a spasso non si parlava neppure; e un coretto che, dalla casa,
guardava in una chiesa contigua, toglieva anche l'unica necessità
che ci sarebbe stata d'uscire. La compagnia era più trista, più
scarsa, meno variata che nel monastero. A ogni annunzio d'una visita,
Gertrude doveva salire all'ultimo piano, per chiudersi con alcune
vecchie donne di servizio: e lì anche desinava, quando c'era invito. I
servitori s'uniformavano, nelle maniere e ne' discorsi, all'esempio
e all'intenzioni de' padroni: e Gertrude, che, per sua inclinazione,
avrebbe voluto trattarli con una famigliarità signorile, e che, nello
stato in cui si trovava, avrebbe avuto di grazia che le facessero
qualche dimostrazione d'affetto, come a una loro pari, e scendeva anche
a mendicarne, rimaneva poi umiliata, e sempre più afflitta di vedersi
corrisposta con una noncuranza manifesta, benchè accompagnata da un
leggiero ossequio di formalità. Dovette però accorgersi che un paggio,
ben diverso da coloro, le portava un rispetto, e sentiva per lei una
compassione d'un genere particolare. Il contegno di quel ragazzotto
era ciò che Gertrude aveva fino allora visto di più somigliante a
quell'ordine di cose tanto contemplato nella sua immaginativa, al
contegno di quelle sue creature ideali. A poco a poco si scoprì un non
so che di nuovo nelle maniere della giovinetta: una tranquillità e
un'inquietudine diversa dalla solita, un fare di chi ha trovato qualche
cosa che gli preme, che vorrebbe guardare ogni momento, e non lasciar
vedere agli altri. Le furon tenuti gli occhi addosso più che mai: che è
che non è, una mattina, fu sorpresa da una di quelle cameriere, mentre
stava piegando alla sfuggita una carta, sulla quale avrebbe fatto
meglio a non iscriver nulla. Dopo un breve tira tira, la carta rimase
nelle mani della cameriera, e da queste passò in quelle del principe.

Il terrore di Gertrude, al rumor de' passi di lui, non si può
descrivere nè immaginare: era quel padre, era irritato, e lei si
sentiva colpevole. Ma quando lo vide comparire con quel cipiglio, con
quella carta in mano, avrebbe voluto esser cento braccia sotto terra,
non che in un chiostro. Le parole non furon molte, ma terribili: il
gastigo intimato subito non fu che d'esser rinchiusa in quella camera,
sotto la guardia della donna che aveva fatta la scoperta; ma questo
non era che un principio, che un ripiego del momento; si prometteva,
si lasciava vedere per aria, un altro gastigo oscuro, indeterminato, e
quindi più spaventoso.

Il paggio fu subito sfrattato, com'era naturale; e fu minacciato anche
a lui qualcosa di terribile, se, in qualunque tempo, avesse osato
fiatar nulla dell'avvenuto. Nel fargli questa intimazione, il principe
gli appoggiò due solenni schiaffi, per associare a quell'avventura un
ricordo, che togliesse al ragazzaccio ogni tentazion di vantarsene.
Un pretesto qualunque, per coonestare la licenza data a un paggio,
non era difficile a trovarsi; in quanto alla figlia, si disse ch'era
incomodata.

Rimase essa dunque col batticuore, con la vergogna, col rimorso, col
terrore dell'avvenire, e con la sola compagnia di quella donna odiata
da lei, come il testimonio della sua colpa, e la cagione della sua
disgrazia. Costei odiava poi a vicenda Gertrude, per la quale si
trovava ridotta, senza saper per quanto tempo, alla vita noiosa di
carceriera, e divenuta per sempre custode d'un segreto pericoloso.

Il primo confuso tumulto di que' sentimenti s'acquietò a poco a poco;
ma tornando essi poi a uno per volta nell'animo, vi s'ingrandivano, e
si fermavano a tormentarlo più distintamente e a bell'agio. Che poteva
mai esser quella punizione minacciata in enimma? Molte e varie e strane
se ne affacciavano alla fantasia ardente e inesperta di Gertrude.
Quella che pareva più probabile, era di venir ricondotta al monastero
di Monza, di ricomparirvi, non più come la signorina, ma in forma di
colpevole, e di starvi rinchiusa, chi sa fino a quando! chi sa con
quali trattamenti! Ciò che una tale immaginazione, tutta piena di
dolori, aveva forse di più doloroso per lei, era l'apprensione della
vergogna. Le frasi, le parole, le virgole di quel foglio sciagurato,
passavano e ripassavano nella sua memoria: le immaginava osservate,
pesate da un lettore tanto impreveduto, tanto diverso da quello a cui
eran destinate; si figurava che avesser potuto cader sotto gli occhi
anche della madre o del fratello, o di chi sa altri: e, al paragon di
ciò, tutto il rimanente le pareva quasi un nulla. L'immagine di colui
ch'era stato la prima origine di tutto lo scandolo, non lasciava di
venire spesso anch'essa ad infestar la povera rinchiusa: e pensate
che strana comparsa doveva far quel fantasma, tra quegli altri così
diversi da lui, seri, freddi, minacciosi. Ma, appunto perchè non
poteva separarlo da essi, nè tornare un momento a quelle fuggitive
compiacenze, senza che subito non le s'affacciassero i dolori presenti
che n'erano la conseguenza, cominciò a poco a poco a tornarci più di
rado, a respingerne la rimembranza, a divezzarsene. Nè più a lungo, o
più volentieri, si fermava in quelle liete e brillanti fantasie d'una
volta: eran troppo opposte alle circostanze reali, a ogni probabilità
dell'avvenire. Il solo castello nel quale Gertrude potesse immaginare
un rifugio tranquillo e onorevole, e che non fosse in aria, era
il monastero, quando si risolvesse d'entrarci per sempre. Una tal
risoluzione (non poteva dubitarne) avrebbe accomodato ogni cosa,
saldato ogni debito, e cambiata in un attimo la sua situazione. Contro
questo proposito insorgevano, è vero, i pensieri di tutta la sua vita:
ma i tempi eran mutati; e, nell'abisso in cui Gertrude era caduta, e
al paragone di ciò che poteva temere in certi momenti, la condizione
di monaca festeggiata, ossequiata, ubbidita, le pareva uno zuccherino.
Due sentimenti di ben diverso genere contribuivan pure a intervalli a
scemare quella sua antica avversione: talvolta il rimorso del fallo, e
una tenerezza fantastica di divozione; talvolta l'orgoglio amareggiato
e irritato dalle maniere della carceriera, la quale (spesso, a dire
il vero, provocata da lei) si vendicava, ora facendole paura di quel
minacciato gastigo, ora svergognandola del fallo. Quando poi voleva
mostrarsi benigna, prendeva un tono di protezione, più odioso ancora
dell'insulto. In tali diverse occasioni, il desiderio che Gertrude
sentiva d'uscir dall'unghie di colei, e di comparirle in uno stato al
di sopra della sua collera e della sua pietà, questo desiderio abituale
diveniva tanto vivo e pungente, da far parere amabile ogni cosa che
potesse condurre ad appagarlo.

In capo a quattro o cinque lunghi giorni di prigionia, una mattina,
Gertrude stuccata e invelenita all'eccesso, per un di que' dispetti
della sua guardiana, andò a cacciarsi in un angolo della camera, e lì,
con la faccia nascosta tra le mani, stette qualche tempo a divorar la
sua rabbia. Sentì allora un bisogno prepotente di vedere altri visi, di
sentire altre parole, d'esser trattata diversamente. Pensò al padre,
alla famiglia: il pensiero se ne arretrava spaventato. Ma le venne in
mente che dipendeva da lei di trovare in loro degli amici; e provò
una gioia improvvisa. Dietro questa, una confusione e un pentimento
straordinario del suo fallo, e un ugual desiderio d'espiarlo. Non già
che la sua volontà si fermasse in quel proponimento, ma giammai non
c'era entrata con tanto ardore. S'alzò di lì, andò a un tavolino,
riprese quella penna fatale, e scrisse al padre una lettera piena
d'entusiasmo e d'abbattimento, d'afflizione e di speranza, implorando
il perdono, e mostrandosi indeterminatamente pronta a tutto ciò che
potesse piacere a chi doveva accordarlo.




                              CAPITOLO X.


Vi son de' momenti in cui l'animo, particolarmente de' giovani, è
disposto in maniera che ogni poco d'istanza basta a ottenerne ogni
cosa che abbia un'apparenza di bene e di sacrifizio: come un fiore
appena sbocciato, s'abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto
a concedere le sue fragranze alla prim'aria che gli aliti punto
d'intorno. Questi momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare con
timido rispetto, son quelli appunto che l'astuzia interessata spia
attentamente e coglie di volo, per legare una volontà che non si guarda.

Al legger quella lettera, il principe *** vide subito lo spiraglio
aperto alle sue antiche e costanti mire. Mandò a dire a Gertrude che
venisse da lui; e aspettandola, si dispose a batter il ferro, mentr'era
caldo. Gertrude comparve, e, senza alzar gli occhi in viso al padre,
gli si buttò in ginocchioni davanti, ed ebbe appena fiato di dire:
«perdono!» Egli le fece cenno che s'alzasse; ma, con una voce poco
atta a rincorare, le rispose che il perdono non bastava desiderarlo
nè chiederlo; ch'era cosa troppo agevole e troppo naturale a chiunque
sia trovato in colpa, e tema la punizione; che in somma bisognava
meritarlo. Gertrude domandò, sommessamente e tremando, che cosa
dovesse fare. Il principe (non ci regge il cuore di dargli in questo
momento il titolo di padre) non rispose direttamente, ma cominciò a
parlare a lungo del fallo di Gertrude: e quelle parole frizzavano
sull'animo della poveretta, come lo scorrere d'una mano ruvida sur una
ferita. Continuò dicendo che, quand'anche.... caso mai.... che avesse
avuto prima qualche intenzione di collocarla nel secolo, lei stessa
ci aveva messo ora un ostacolo insuperabile; giacchè a un cavalier
d'onore, com'era lui, non sarebbe mai bastato l'animo di regalare a un
galantuomo una signorina che aveva dato un tal saggio di sè. La misera
ascoltatrice era annichilata: allora il principe, raddolcendo a grado a
grado la voce e le parole, proseguì dicendo che però a ogni fallo c'era
rimedio e misericordia; che il suo era di quelli per i quali il rimedio
è più chiaramente indicato; ch'essa doveva vedere, in questo tristo
accidente, come un avviso che la vita del secolo era troppo piena di
pericoli per lei....

«Ah sì!» esclamò Gertrude, scossa dal timore, preparata dalla vergogna,
e mossa in quel punto da una tenerezza istantanea.

«Ah! lo capite anche voi,» riprese incontanente il principe. «Ebbene,
non si parli più del passato: tutto è cancellato. Avete preso il solo
partito onorevole, conveniente, che vi rimanesse; ma perchè l'avete
preso di buona voglia, e con buona maniera, tocca a me a farvelo
riuscir gradito in tutto e per tutto: tocca a me a farne tornare
tutto il vantaggio e tutto il merito sopra di voi. Ne prendo io la
cura.» Così dicendo, scosse un campanello che stava sul tavolino, e al
servitore che entrò, disse: «la principessa e il principino subito.»
E seguitò poi con Gertrude: «voglio metterli subito a parte della
mia consolazione; voglio che tutti comincin subito a trattarvi come
si conviene. Avete sperimentato in parte il padre severo; ma da qui
innanzi proverete tutto il padre amoroso.»

A queste parole, Gertrude rimaneva come sbalordita. Ora ripensava come
mai quel sì che le era scappato, avesse potuto significar tanto, ora
cercava se ci fosse maniera di riprenderlo, di ristringerne il senso;
ma la persuasione del principe pareva così intera, la sua gioia così
gelosa, la benignità così condizionata, che Gertrude non osò proferire
una parola che potesse turbarle menomamente.

Dopo pochi momenti, vennero i due chiamati, e vedendo lì Gertrude, la
guardarono in viso, incerti e maravigliati. Ma il principe, con un
contegno lieto e amorevole, che ne prescriveva loro un somigliante,
«ecco,» disse, «la pecora smarrita: e sia questa l'ultima parola che
richiami triste memorie. Ecco la consolazione della famiglia. Gertrude
non ha più bisogno di consigli; ciò che noi desideravamo per suo bene,
l'ha voluto lei spontaneamente. È risoluta, m'ha fatto intendere che è
risoluta....» A questo passo, alzò essa verso il padre uno sguardo tra
atterrito e supplichevole, come per chiedergli che sospendesse, ma egli
proseguì francamente: «che è risoluta di prendere il velo.»

«Brava! bene!» esclamarono, a una voce, la madre e il figlio, e
l'uno dopo l'altra abbracciaron Gertrude; la quale ricevette queste
accoglienze con lacrime, che furono interpretate per lacrime di
consolazione. Allora il principe si diffuse a spiegar ciò che farebbe
per render lieta e splendida la sorte della figlia. Parlò delle
distinzioni di cui goderebbe nel monastero e nel paese; che, là
sarebbe come una principessa, come la rappresentante della famiglia;
che, appena l'età l'avrebbe permesso, sarebbe innalzata alla prima
dignità; e, intanto, non sarebbe soggetta che di nome. La principessa
e il principino rinnovavano, ogni momento, le congratulazioni e gli
applausi: Gertrude era come dominata da un sogno.

«Converrà poi fissare il giorno, per andare a Monza, a far la richiesta
alla badessa,» disse il principe. «Come sarà contenta! Vi so dire che
tutto il monastero saprà valutar l'onore che Gertrude gli fa. Anzi....
perchè non ci andiamo oggi? Gertrude prenderà volentieri un po' d'aria.»

«Andiamo pure,» disse la principessa.

«Vo a dar gli ordini,» disse il principino.

«Ma....» proferì sommessamente Gertrude.

«Piano, piano,» riprese il principe: «lasciam decidere a lei: forse
oggi non si sente abbastanza disposta, e le piacerebbe più aspettar
fino a domani. Dite: volete che andiamo oggi o domani?»

«Domani,» rispose, con voce fiacca, Gertrude, alla quale pareva ancora
di far qualche cosa, prendendo un po' di tempo.

«Domani,» disse solennemente il principe: «ha stabilito che si vada
domani. Intanto io vo dal vicario delle monache, a fissare un giorno
per l'esame.» Detto fatto, il principe uscì, e andò veramente (che non
fu piccola degnazione) dal detto vicario; e concertarono che verrebbe
di lì a due giorni.

In tutto il resto di quella giornata, Gertrude non ebbe un minuto di
bene. Avrebbe desiderato riposar l'animo da tante commozioni, lasciar,
per dir così, chiarire i suoi pensieri, render conto a sè stessa di
ciò che aveva fatto, di ciò che le rimaneva da fare, sapere ciò che
volesse, rallentare un momento quella macchina che, appena avviata,
andava così precipitosamente; ma non ci fu verso. L'occupazioni si
succedevano senza interruzione; s'incastravano l'una con l'altra.
Subito dopo partito il principe, fu condotta nel gabinetto della
principessa, per essere, sotto la sua direzione, pettinata e rivestita
dalla sua propria cameriera. Non era ancor terminato di dar l'ultima
mano, che furon avvertite ch'era in tavola. Gertrude passò in mezzo
agl'inchini della servitù, che accennava di congratularsi per la
guarigione, e trovò alcuni parenti più prossimi, ch'erano stati
invitati in fretta, per farle onore, e per rallegrarsi con lei de' due
felici avvenimenti, la ricuperata salute, e la spiegata vocazione.

La sposina (così si chiamavan le giovani monacande, e Gertrude, al
suo apparire, fu da tutti salutata con quel nome), la sposina ebbe
da dire e da fare a rispondere a' complimenti che le fioccavan da
tutte le parti. Sentiva bene che ognuna delle sue risposte era come
un'accettazione e una conferma; ma come rispondere diversamente? Poco
dopo alzati da tavola, venne l'ora della trottata. Gertrude entrò in
carrozza con la madre, e con due zii ch'erano stati al pranzo. Dopo
un solito giro, si riuscì alla strada Marina, che allora attraversava
lo spazio occupato ora dal giardin pubblico, ed era il luogo dove i
signori venivano in carrozza a ricrearsi delle fatiche della giornata.
Gli zii parlarono anche a Gertrude, come portava la convenienza in quel
giorno: e uno di loro, il qual pareva che, più del l'altro, conoscesse
ogni persona, ogni carrozza, ogni livrea, e aveva ogni momento qualcosa
da dire del signor tale e della signora tal altra, si voltò a lei
tutt'a un tratto, e le disse: «ah furbetta! voi date un calcio a tutte
queste corbellerie; siete una dirittona voi; piantate negl'impicci noi
poveri mondani, vi ritirate a fare una vita beata, e andate in paradiso
in carrozza.»

Sul tardi, si tornò a casa; e i servitori, scendendo in fretta con le
torce, avvertirono che molte visite stavano aspettando. La voce era
corsa; e i parenti e gli amici venivano a fare il loro dovere. S'entrò
nella sala della conversazione. La sposina ne fu l'idolo, il trastullo,
la vittima. Ognuno la voleva per sè: chi si faceva prometter dolci,
chi prometteva visite, chi parlava della madre tale sua parente, chi
della madre tal altra sua conoscente, chi lodava il cielo di Monza, chi
discorreva, con gran sapore, della gran figura ch'essa avrebbe fatta
là. Altri, che non avevan potuto ancora avvicinarsi a Gertrude così
assediata, stavano spiando l'occasione di farsi innanzi, e sentivano
un certo rimorso, fin che non avessero fatto il loro dovere. A poco
a poco, la compagnia s'andò dileguando; tutti se n'andarono senza
rimorso, e Gertrude rimase sola co' genitori e il fratello.

«Finalmente,» disse il principe, «ho avuto la consolazione di veder
mia figlia trattata da par sua. Bisogna però confessare che anche lei
s'è portata benone, e ha fatto vedere che non sarà impicciata a far la
prima figura, e a sostenere il decoro della famiglia.»

Si cenò in fretta, per ritirarsi subito, ed esser pronti presto la
mattina seguente.

Gertrude contristata, indispettita e, nello stesso tempo, un po'
gonfiata da tutti que' complimenti, si rammentò in quel punto ciò che
aveva patito dalla sua carceriera; e, vedendo il padre così disposto
a compiacerla in tutto, fuor che in una cosa, volle approfittare
dell'auge in cui si trovava, per acquietare almeno una delle passioni
che la tormentavano. Mostrò quindi una gran ripugnanza a trovarsi con
colei, lagnandosi fortemente delle sue maniere.

«Come!» disse il principe: «v'ha mancato di rispetto colei! Domani,
domani, le laverò il capo come va. Lasciate fare a me, che le farò
conoscere chi è lei, e chi siete voi. E a ogni modo, una figlia della
quale io son contento, non deve vedersi intorno una persona che le
dispiaccia.» Così detto, fece chiamare un'altra donna, e le ordinò
di servir Gertrude; la quale intanto, masticando e assaporando la
soddisfazione che aveva ricevuta, si stupiva di trovarci così poco
sugo, in paragone del desiderio che n'aveva avuto. Ciò che, anche suo
malgrado, s'impossessava di tutto il suo animo, era il sentimento de'
gran progressi che aveva fatti, in quella giornata, sulla strada del
chiostro, il pensiero che a ritirarsene ora ci vorrebbe molta più forza
e risolutezza di quella che sarebbe bastata pochi giorni prima, e che
pure non s'era sentita d'avere.

La donna che andò ad accompagnarla in camera, era una vecchia di casa,
stata già governante del principino, che aveva ricevuto appena uscito
dalle fasce, e tirato su fino all'adolescenza, e nel quale aveva
riposte tutte le sue compiacenze, le sue speranze, la sua gloria. Era
essa contenta della decisione fatta in quel giorno, come d'una sua
propria fortuna; e Gertrude, per ultimo divertimento, dovette succiarsi
le congratulazioni, le lodi, i consigli della vecchia, e sentir parlare
di certe sue zie e prozie, le quali s'eran trovate ben contente d'esser
monache, perchè, essendo di quella casa, avevan sempre goduto i primi
onori, avevan sempre saputo tenere uno zampino di fuori, e, dal loro
parlatorio, avevano ottenuto cose che le più gran dame, nelle loro
sale, non c'eran potute arrivare. Le parlò delle visite che avrebbe
ricevute: un giorno poi, verrebbe il signor principino con la sua
sposa, la quale doveva esser certamente una gran signorona; e allora,
non solo il monastero, ma tutto il paese sarebbe in moto. La vecchia
aveva parlato mentre spogliava Gertrude, quando Gertrude era a letto;
parlava ancora, che Gertrude dormiva. La giovinezza e la fatica erano
state più forti de' pensieri. Il sonno fu affannoso, torbido, pieno di
sogni penosi, ma non fu rotto che dalla voce strillante della vecchia,
che venne a svegliarla, perchè si preparasse per la gita di Monza.

«Andiamo, andiamo, signora sposina: è giorno fatto; e prima che sia
vestita e pettinata, ci vorrà un'ora almeno. La signora principessa
si sta vestendo; e l'hanno svegliata quattr'ore prima del solito.
Il signor principino è già sceso alle scuderie, poi è tornato su,
ed è all'ordine per partire quando si sia. Vispo come una lepre,
quel diavoletto: ma! è stato così fin da bambino; e io posso dirlo,
che l'ho portato in collo. Ma quand'è pronto, non bisogna farlo
aspettare, perchè, sebbene sia della miglior pasta del mondo, allora
s'impazientisce e strepita. Poveretto! bisogna compatirlo: è il suo
naturale; e poi questa volta avrebbe anche un po' di ragione, perchè
s'incomoda per lei. Guai chi lo tocca in que' momenti! non ha riguardo
per nessuno, fuorchè per il signor principe. Ma, un giorno, il signor
principe sarà lui; più tardi che sia possibile, però. Lesta, lesta,
signorina! Perchè mi guarda così incantata? A quest'ora dovrebbe esser
fuor della cuccia.»

All'immagine del principino impaziente, tutti gli altri pensieri che
s'erano affollati alla mente risvegliata di Gertrude, si levaron
subito, come uno stormo di passere all'apparire del nibbio. Ubbidì, si
vesti in fretta, si lasciò pettinare, e comparve nella sala, dove i
genitori e il fratello eran radunati. Fu fatta sedere sur una sedia a
braccioli, e le fu portata una chicchera di cioccolata: il che, a que'
tempi, era quel che già presso i Romani il dare la veste virile.

Quando vennero a avvertir ch'era attaccato, il principe tirò la figlia
in disparte, e le disse: «orsù, Gertrude, ieri vi siete fatta onore:
oggi dovete superar voi medesima. Si tratta di fare una comparsa
solenne nel monastero e nel paese dove siete destinata a far la prima
figura. V'aspettano....» È inutile dire che il principe aveva spedito
un avviso alla badessa, il giorno avanti. «V'aspettano, e tutti gli
occhi saranno sopra di voi. Dignità e disinvoltura. La badessa vi
domanderà cosa volete: è una formalità. Potete rispondere che chiedete
d'essere ammessa a vestir l'abito in quel monastero, dove siete stata
educata così amorevolmente, dove avete ricevute tante finezze: che è
la pura verità. Dite quelle poche parole, con un fare sciolto: che non
s'avesse a dire che v'hanno imboccata, e che non sapete parlare da voi.
Quelle buone madri non sanno nulla dell'accaduto: è un segreto che deve
restar sepolto nella famiglia; e perciò non fate una faccia contrita e
dubbiosa, che potesse dar qualche sospetto. Fate vedere di che sangue
uscite: manierosa, modesta; ma ricordatevi che, in quel luogo, fuor
della famiglia, non ci sarà nessuno sopra di voi.»

Senza aspettar risposta, il principe si mosse; Gertrude, la principessa
e il principino lo seguirono; scesero tutti le scale, e montarono in
carrozza. Gl'impicci e le noie del mondo, e la vita beata del chiostro,
principalmente per le giovani di sangue nobilissimo, furono il tema
della conversazione, durante il tragitto. Sul finir della strada,
il principe rinnovò l'istruzioni alla figlia, e le ripetè più volte
la formola della risposta. All'entrare in Monza, Gertrude si sentì
stringere il cuore; ma la sua attenzione fu attirata per un istante
da non so quali signori che, fatta fermar la carrozza, recitarono non
so qual complimento. Ripreso il cammino, s'andò quasi di passo al
monastero, tra gli sguardi de' curiosi che accorrevano da tutte le
parti sulla strada. Al fermarsi della carrozza, davanti a quelle mura,
davanti a quella porta, il cuore si strinse ancor più a Gertrude. Si
smontò tra due ale di popolo, che i servitori facevano stare indietro.
Tutti quegli occhi addosso alla poveretta l'obbligavano a studiar
continuamente il suo contegno: ma più di tutti quelli insieme, la
tenevano in suggezione i due del padre, a' quali essa, quantunque ne
avesse così gran paura, non poteva lasciar di rivolgere i suoi, ogni
momento. E quegli occhi governavano le sue mosse e il suo volto, come
per mezzo di redini invisibili. Attraversato il primo cortile, s'entrò
in un altro, e li si vide la porta del chiostro interno, spalancata e
tutta occupata da monache. Nella prima fila, la badessa circondata da
anziane; dietro, altre monache alla rinfusa, alcune in punta di piedi;
in ultimo le converse ritte sopra panchetti. Si vedevan pure qua e là
luccicare a mezz'aria alcuni occhietti, spuntar qualche visino tra le
tonache: eran le più destre, e le più coraggiose tra l'educande, che,
ficcandosi e penetrando tra monaca e monaca, eran riuscite a farsi un
po' di pertugio, per vedere anch'esse qualche cosa. Da quella calca
uscivano acclamazioni; si vedevan molte braccia dimenarsi, in segno
d'accoglienza e di gioia. Giunsero alla porta; Gertrude si trovò a viso
a viso con la madre badessa. Dopo i primi complimenti, questa, con una
maniera tra il giulivo e il solenne, le domandò cosa desiderasse in
quel luogo, dove non c'era chi le potesse negar nulla.

«Son qui...,» cominciò Gertrude; ma, al punto di proferir le parole
che dovevano decider quasi irrevocabilmente del suo destino, esitò
un momento, e rimase con gli occhi fissi sulla folla che le stava
davanti. Vide, in quel momento, una di quelle sue note compagne, che
la guardava con un'aria di compassione e di malizia insieme, e pareva
che dicesse: ah! la c'è cascata la brava. Quella vista, risvegliando
più vivi nell'animo suo tutti gli antichi sentimenti, le restituì
anche un po' di quel poco antico coraggio: e già stava cercando una
risposta qualunque, diversa da quella che le era stata dettata; quando,
alzato lo sguardo alla faccia del padre, quasi per esperimentar le
sue forze, scorse su quella un'inquietudine così cupa, un'impazienza
così minaccevole, che, risoluta per paura, con la stessa prontezza che
avrebbe preso la fuga dinanzi un oggetto terribile, proseguì: «son
qui a chiedere d'esser ammessa a vestir l'abito religioso, in questo
monastero, dove sono stata allevata così amorevolmente.» La badessa
rispose subito, che le dispiaceva molto, in una tale occasione, che le
regole non le permettessero di dare immediatamente una risposta, la
quale doveva venire dai voti comuni delle suore, e alla quale doveva
precedere la licenza de' superiori. Che però Gertrude, conoscendo i
sentimenti che s'avevan per lei in quel luogo, poteva preveder con
certezza qual sarebbe questa risposta; e che intanto nessuna regola
proibiva alla badessa e alle suore di manifestare la consolazione che
sentivano di quella richiesta. S'alzò allora un frastono confuso di
congratulazioni e d'acclamazioni. Vennero subito gran guantiere colme
di dolci, che furon presentati, prima alla sposina, e dopo ai parenti.
Mentre alcune monache facevano a rubarsela, e altre complimentavan
la madre, altre il principino, la badessa fece pregare il principe
che volesse venire alla grata del parlatorio, dove l'attendeva. Era
accompagnata da due anziane; e quando lo vide comparire, «signor
principe,» disse: «per ubbidire alle regole.... per adempire una
formalità indispensabile, sebbene in questo caso.... pure devo
dirle.... che, ogni volta che una figlia chiede d'essere ammessa a
vestir l'abito,... la superiora, quale io sono indegnamente,... è
obbligata d'avvertire i genitori.... che se, per caso.... forzassero la
volontà della figlia, incorrerebbero nella scomunica. Mi scuserà....»

«Benissimo, benissimo, reverenda madre. Lodo la sua esattezza: è troppo
giusto.... Ma lei non può dubitare....»

«Oh! pensi, signor principe,... ho parlato per obbligo preciso,... del
resto....»

«Certo, certo, madre badessa.»

Barattate queste poche parole, i due interlocutori s'inchinarono
vicendevolmente, e si separarono, come se a tutt'e due pesasse di
rimaner lì testa testa; e andarono a riunirsi ciascuno alla sua
compagnia, l'uno fuori, l'altra dentro la soglia claustrale.

«Oh via,» disse il principe: «Gertrude potrà presto godersi a suo
bell'agio la compagnia di queste madri. Per ora le abbiamo incomodate
abbastanza.» Così detto, fece un inchino; la famiglia si mosse con lui;
si rinnovarono i complimenti, e si partì.

Gertrude, nel tornare, non aveva troppa voglia di discorrere.
Spaventata del passo che aveva fatto, vergognosa della sua
dappocaggine, indispettita contro gli altri e contro sè stessa, faceva
tristamente il conto dell'occasioni, che le rimanevano ancora di dir
di no; e prometteva debolmente e confusamente a sè stessa che, in
questa, o in quella, o in quell'altra, sarebbe più destra e più forte.
Con tutti questi pensieri, non le era però cessato affatto il terrore
di quel cipiglio del padre; talchè, quando, con un'occhiata datagli
alla sfuggita, potè chiarirsi che sul volto di lui non c'era più alcun
vestigio di collera, quando anzi vide che si mostrava soddisfattissimo
di lei, le parve una bella cosa, e fu, per un istante, tutta contenta.

Appena arrivati, bisognò rivestirsi e rilisciarsi; poi il desinare,
poi alcune visite, poi la trottata, poi la conversazione, poi la cena.
Sulla fine di questa, il principe mise in campo un altro affare, la
scelta della madrina. Così si chiamava una dama, la quale, pregata
da' genitori, diventava custode e scorta della giovane monacanda, nel
tempo tra la richiesta e l'entratura nel monastero; tempo che veniva
speso in visitar le chiese, i palazzi pubblici, le conversazioni, le
ville, i santuari: tutte le cose insomma più notabili della città e de'
contorni; affinchè le giovani, prima di proferire un voto irrevocabile,
vedessero bene a cosa davano un calcio. «Bisognerà pensare a una
madrina,» disse il principe: «perchè domani verrà il vicario delle
monache, per la formalità dell'esame, e subito dopo, Gertrude verrà
proposta in capitolo, per esser accettata dalle madri.» Nel dir questo,
s'era voltato verso la principessa; e questa, credendo che fosse
un invito a proporre, cominciava: «ci sarebbe....» Ma il principe
interruppe: «No, no, signora principessa: la madrina deve prima di
tutto piacere alla sposina; e benchè l'uso universale dia la scelta
ai parenti, pure Gertrude ha tanto giudizio, tanta assennatezza, che
merita bene che si faccia un'eccezione per lei.» E qui, voltandosi
a Gertrude, in atto di chi annunzia una grazia singolare, continuò:
«ognuna delle dame che si son trovate questa sera alla conversazione,
ha quel che si richiede per esser madrina d'una figlia della nostra
casa; non ce n'è nessuna, crederei, che non sia per tenersi onorata
della preferenza: scegliete voi.»

Gertrude vedeva bene che far questa scelta era dare un nuovo consenso;
ma la proposta veniva fatta con tanto apparato, che il rifiuto, per
quanto fosse umile, poteva parer disprezzo, o almeno capriccio e
leziosaggine. Fece dunque anche quel passo; e nominò la dama che,
in quella sera, le era andata più a genio; quella cioè che le aveva
fatto più carezze, che l'aveva più lodata, che l'aveva trattata con
quelle maniere famigliari, affettuose e premurose, che, ne' primi
momenti d'una conoscenza, contraffanno un'antica amicizia. «Ottima
scelta,» disse il principe, che desiderava e aspettava appunto quella.
Fosse arte o caso, era avvenuto come quando il giocator di bussolotti
facendovi scorrere davanti agli occhi le carte d'un mazzo, vi dice che
ne pensiate una, e lui poi ve la indovinerà; ma le ha fatte scorrere in
maniera che ne vediate una sola. Quella dama era stata tanto intorno
a Gertrude tutta la sera, l'aveva tanto occupata di sè, che a questa
sarebbe bisognato uno sforzo di fantasia per pensarne un'altra. Tante
premure poi non eran senza motivo: la dama aveva, da molto tempo,
messo gli occhi addosso al principino, per farlo suo genero: quindi
riguardava le cose di quella casa come sue proprie; ed era ben naturale
che s'interessasse per quella cara Gertrude, niente meno de' suoi
parenti più prossimi.

Il giorno dopo, Gertrude si svegliò col pensiero dell'esaminatore
che doveva venire; e mentre stava ruminando se potesse cogliere
quell'occasione così decisiva, per tornare indietro, e in qual maniera,
il principe la fece chiamare. «Orsù, figliuola,» le disse: «finora vi
siete portata egregiamente: oggi si tratta di coronar l'opera. Tutto
quel che s'è fatto finora, s'è fatto di vostro consenso. Se in questo
tempo vi fosse nato qualche dubbio, qualche pentimentuccio, grilli
di gioventù, avreste dovuto spiegarvi; ma al punto a cui sono ora le
cose, non è più tempo di far ragazzate. Quell'uomo dabbene che deve
venire stamattina, vi farà cento domande sulla vostra vocazione: e se
vi fate monaca di vostra volontà, e il perchè e il per come, e che
so io? Se voi titubate nel rispondere, vi terrà sulla corda chi sa
quanto. Sarebbe un'uggia, un tormento per voi; ma ne potrebbe anche
venire un altro guaio più serio. Dopo tutte le dimostrazioni pubbliche
che si son fatte, ogni più piccola esitazione che si vedesse in voi,
metterebbe a repentaglio il mio onore, potrebbe far credere ch'io
avessi presa una vostra leggerezza per una ferma risoluzione, che
avessi precipitato la cosa, che avessi.... che so io? In questo caso,
mi troverei nella necessità di scegliere tra due partiti dolorosi:
o lasciar che il mondo formi un tristo concetto della mia condotta:
partito che non può stare assolutamente con ciò che devo a me stesso. O
svelare il vero motivo della vostra risoluzione e....» Ma qui, vedendo
che Gertrude era diventata scarlatta, che le si gonfiavan gli occhi, e
il viso si contraeva, come le foglie d'un fiore, nell'afa che precede
la burrasca, troncò quel discorso, e, con aria serena, riprese: «via,
via, tutto dipende da voi, dal vostro giudizio. So che n'avete molto,
e non siete ragazza da guastar sulla fine una cosa fatta bene; ma io
doveva preveder tutti i casi. Non se ne parli più; e restiam d'accordo
che voi risponderete con franchezza, in maniera di non far nascer dubbi
nella testa di quell'uomo dabbene. Così anche voi ne sarete fuori più
presto.» E qui, dopo aver suggerita qualche risposta all'interrogazioni
più probabili, entrò nel solito discorso delle dolcezze e de' godimenti
ch'eran preparati a Gertrude nel monastero; e la trattenne in quello,
fin che venne un servitore ad annunziare il vicario. Il principe
rinnovò in fretta gli avvertimenti più importanti, e lasciò la figlia
sola con lui, com'era prescritto.

L'uomo dabbene veniva con un po' d'opinione già fatta che Gertrude
avesse una gran vocazione al chiostro: perchè così gli aveva detto
il principe, quando era stato a invitarlo. È vero che il buon prete,
il quale sapeva che la diffidenza era una delle virtù più necessarie
nel suo ufizio, aveva per massima d'andar adagio nel credere a simili
proteste, e di stare in guardia contro le preoccupazioni; ma ben
di rado avviene che le parole affermative e sicure d'una persona
autorevole, in qualsivoglia genere, non tingano del loro colore la
mente di chi le ascolta.

Dopo i primi complimenti, «signorina,» le disse, «io vengo a far
la parte del diavolo; vengo a mettere in dubbio ciò che, nella sua
supplica, lei ha dato per certo; vengo a metterle davanti agli occhi le
difficoltà, e ad accertarmi se le ha ben considerate. Si contenti ch'io
le faccia qualche interrogazione.»

«Dica pure,» rispose Gertrude.

Il buon prete cominciò allora a interrogarla, nella forma prescritta
dalle regole. «Sente lei in cuor suo una libera, spontanea risoluzione
di farsi monaca? Non sono state adoperate minacce, o lusinghe? Non
s'è fatto uso di nessuna autorità, per indurla a questo? Parli senza
riguardi, e con sincerità, a un uomo il cui dovere è di conoscere la
sua vera volontà, per impedire che non le venga usata violenza in
nessun modo.»

La vera risposta a una tale domanda s'affacciò subito alla mente
di Gertrude, con un'evidenza terribile. Per dare quella risposta,
bisognava venire a una spiegazione, dire di che era stata minacciata,
raccontare una storia.... L'infelice rifuggì spaventata da questa
idea; cercò in fretta un'altra risposta; ne trovò una sola che potesse
liberarla presto e sicuramente da quel supplizio, la più contraria
al vero. «Mi fo monaca,» disse, nascondendo il suo turbamento, «mi fo
monaca, di mio genio, liberamente.»

«Da quanto tempo le è nato codesto pensiero?» domandò ancora il buon
prete.

«L'ho sempre avuto,» rispose Gertrude, divenuta, dopo quel primo passo,
più franca a mentire contro sè stessa.

«Ma quale è il motivo principale che la induce a farsi monaca?»

Il buon prete non sapeva che terribile tasto toccasse; e Gertrude si
fece una gran forza per non lasciar trasparire sul viso l'effetto che
quelle parole le producevano nell'animo. «Il motivo,» disse, «è di
servire a Dio, e di fuggire i pericoli del mondo.»

«Non sarebbe mai qualche disgusto? qualche.... mi scusi.... capriccio?
Alle volte, una cagione momentanea può fare un'impressione che par che
deva durar sempre; e quando poi la cagione cessa, e l'animo si muta,
allora....»

«No, no,» rispose precipitosamente Gertrude: «la cagione è quella che
le ho detto.»

Il vicario, più per adempire interamente il suo obbligo, che per
la persuasione che ce ne fosse bisogno, insistette con le domande;
ma Gertrude era determinata d'ingannarlo. Oltre il ribrezzo che le
cagionava il pensiero di render consapevole della sua debolezza quel
grave e dabben prete, che pareva così lontano dal sospettar tal cosa
di lei; la poveretta pensava poi anche ch'egli poteva bene impedire
che si facesse monaca; ma lì finiva la sua autorità sopra di lei,
e la sua protezione. Partito che fosse, essa rimarrebbe sola col
principe. E qualunque cosa avesse poi a patire in quella casa, il buon
prete non n'avrebbe saputo nulla, o sapendolo, con tutta la sua buona
intenzione, non avrebbe potuto far altro che aver compassione di lei,
quella compassione tranquilla e misurata, che, in generale, s'accorda,
come per cortesia, a chi abbia dato cagione o pretesto al male che gli
fanno. L'esaminatore fu prima stanco d'interrogare, che la sventurata
di mentire: e, sentendo quelle risposte sempre conformi, e non avendo
alcun motivo di dubitare della loro schiettezza, mutò finalmente
linguaggio; si rallegrò con lei, le chiese, in certo modo, scusa d'aver
tardato tanto a far questo suo dovere; aggiunse ciò che credeva più
atto a confermarla nel buon proposito; e si licenziò.

Attraversando le sale per uscire, s'abbattè nel principe, il quale
pareva che passasse di là a caso; e con lui pure si congratulò delle
buone disposizioni in cui aveva trovata la sua figliuola. Il principe
era stato fino allora in una sospensione molto penosa: a quella
notizia, respirò, e dimenticando la sua gravità consueta, andò quasi di
corsa da Gertrude, la ricolmò di lodi, di carezze e di promesse, con un
giubilo cordiale, con una tenerezza in gran parte sincera: così fatto è
questo guazzabuglio del cuore umano.

Noi non seguiremo Gertrude in quel giro continuato di spettacoli e di
divertimenti. E neppure descriveremo, in particolare e per ordine, i
sentimenti dell'animo suo in tutto quel tempo: sarebbe una storia di
dolori e di fluttuazioni, troppo monotona, e troppo somigliante alle
cose già dette. L'amenità de' luoghi, la varietà degli oggetti, quello
svago che pur trovava nello scorrere in qua e in là all'aria aperta,
le rendevan più odiosa l'idea del luogo dove alla fine si smonterebbe
per l'ultima volta, per sempre. Più pungenti ancora eran l'impressioni
che riceveva nelle conversazioni e nelle feste. La vista delle spose
alle quali si dava questo titolo nel senso più ovvio e più usitato, le
cagionava un'invidia, un rodimento intollerabile; e talvolta l'aspetto
di qualche altro personaggio le faceva parere che, nel sentirsi dare
quel titolo, dovesse trovarsi il colmo d'ogni felicità. Talvolta la
pompa de' palazzi, lo splendore degli addobbi, il brulichío e il
fracasso giulivo delle feste, le comunicavano un'ebbrezza, un ardor
tale di viver lieto, che prometteva a sè stessa di disdirsi, di
soffrir tutto, piuttosto che tornare all'ombra fredda e morta del
chiostro. Ma tutte quelle risoluzioni sfumavano alla considerazione
più riposata delle difficoltà, al solo fissar gli occhi in viso al
principe. Talvolta anche, il pensiero di dover abbandonare per sempre
que' godimenti, gliene rendeva amaro e penoso quel piccol saggio; come
l'infermo assetato guarda con rabbia, e quasi respinge con dispetto
il cucchiaio d'acqua che il medico gli concede a fatica. Intanto il
vicario delle monache ebbe rilasciata l'attestazione necessaria, e
venne la licenza di tenere il capitolo per l'accettazione di Gertrude.
Il capitolo si tenne; concorsero, com'era da aspettarsi, i due terzi
de' voti segreti ch'eran richiesti da' regolamenti; e Gertrude fu
accettata. Lei medesima, stanca di quel lungo strazio, chiese allora
d'entrar più presto che fosse possibile, nel monastero. Non c'era
sicuramente chi volesse frenare una tale impazienza. Fu dunque fatta la
sua volontà; e, condotta pomposamente al monastero, vestì l'abito. Dopo
dodici mesi di noviziato, pieni di pentimenti e di ripentimenti, si
trovò al momento della professione, al momento cioè in cui conveniva,
o dire un no più strano, più inaspettato, più scandaloso che mai, o
ripetere un sì tante volte detto; lo ripetè, e fu monaca per sempre.

È una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione
cristiana, il poter indirizzare e consolare chiunque, in qualsivoglia
congiuntura, a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se al passato
c'è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per
metterlo in opera, a qualunque costo; se non c'è, essa dà il modo di
far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessità
virtù. Insegna a continuare con sapienza ciò ch'è stato intrapreso
per leggerezza; piega l'animo ad abbracciar con propensione ciò che è
stato imposto dalla prepotenza, e dà a una scelta che fu temeraria, ma
che è irrevocabile, tutta la santità, tutta la saviezza, diciamolo pur
francamente, tutte le gioie della vocazione. È una strada così fatta
che, da qualunque laberinto, da qualunque precipizio, l'uomo capiti ad
essa, e vi faccia un passo, può d'allora in poi camminare con sicurezza
e di buona voglia, e arrivar lietamente a un lieto fine. Con questo
mezzo, Gertrude avrebbe potuto essere una monaca santa e contenta,
comunque lo fosse divenuta. Ma l'infelice si dibatteva in vece sotto il
giogo, e così ne sentiva più forte il peso e le scosse. Un rammarico
incessante della libertà perduta, l'abborrimento dello stato presente,
un vagar faticoso dietro a desidèri che non sarebbero mai soddisfatti,
tali erano le principali occupazioni dell'animo suo. Rimasticava
quell'amaro passato, ricomponeva nella memoria tutte le circostanze
per le quali si trovava lì; e disfaceva mille volte inutilmente col
pensiero ciò che aveva fatto con l'opera; accusava sè di dappocaggine,
altri di tirannia e di perfidia; e si rodeva. Idolatrava insieme e
piangeva la sua bellezza, deplorava una gioventù destinata a struggersi
in un lento martirio, e invidiava, in certi momenti, qualunque donna,
in qualunque condizione, con qualunque coscienza, potesse liberamente
godersi nel mondo que' doni.

La vista di quelle monache che avevan tenuto di mano a tirarla là
dentro, le era odiosa. Si ricordava l'arti e i raggiri che avevan
messi in opera, e le pagava con tante sgarbatezze, con tanti dispetti,
e anche con aperti rinfacciamenti. A quelle conveniva le più volte
mandar giù e tacere: perchè il principe aveva ben voluto tiranneggiar
la figlia quanto era necessario per ispingerla al chiostro; ma ottenuto
l'intento, non avrebbe così facilmente sofferto che altri pretendesse
d'aver ragione contro il suo sangue; e ogni po' di rumore che avesser
fatto, poteva esser cagione di far loro perdere quella gran protezione,
o cambiar per avventura il protettore in nemico. Pare che Gertrude
avrebbe dovuto sentire una certa propensione per l'altre suore,
che non avevano avuto parte in quegl'intrighi, e che, senza averla
desiderata per compagna, l'amavano come tale; e pie, occupate e ilari,
le mostravano col loro esempio come anche là dentro si potesse non
solo vivere, ma starci bene. Ma queste pure le erano odiose, per un
altro verso. La loro aria di pietà e di contentezza le riusciva come
un rimprovero della sua inquietudine, e della sua condotta bisbetica;
e non lasciava sfuggire occasione di deriderle dietro le spalle, come
pinzochere, o di morderle come ipocrite. Forse sarebbe stata meno
avversa ad esse, se avesse saputo o indovinato che le poche palle nere,
trovate nel bossolo che decise della sua accettazione, c'erano appunto
state messe da quelle.

Qualche consolazione le pareva talvolta di trovar nel comandare,
nell'esser corteggiata in monastero, nel ricever visite di complimento
da persone di fuori, nello spuntar qualche impegno, nello spendere la
sua protezione, nel sentirsi chiamar la signora; ma quali consolazioni!
Il cuore, trovandosene così poco appagato, avrebbe voluto di quando in
quando aggiungervi, e goder con esse le consolazioni della religione;
ma queste non vengono se non a chi trascura quell'altre: come il
naufrago, se vuole afferrar la tavola che può condurlo in salvo sulla
riva, deve pure allargare il pugno e abbandonar l'alghe, che aveva
prese, per una rabbia d'istinto.

Poco dopo la professione, Gertrude era stata fatta maestra
dell'educande; ora pensate come dovevano stare quelle giovinette,
sotto una tal disciplina. Le sue antiche confidenti eran tutte uscite;
ma lei serbava vive tutte le passioni di quel tempo; e, in un modo o
in un altro, l'allieve dovevan portarne il peso. Quando le veniva in
mente che molte di loro eran destinate a vivere in quel mondo dal quale
essa era esclusa per sempre, provava contro quelle poverine un astio,
un desiderio quasi di vendetta; e le teneva sotto, le bistrattava,
faceva loro scontare anticipatamente i piaceri che avrebber goduti un
giorno. Chi avesse sentito, in que' momenti, con che sdegno magistrale
le gridava, per ogni piccola scappatella, l'avrebbe creduta una donna
d'una spiritualità salvatica e indiscreta. In altri momenti, lo stesso
orrore per il chiostro, per la regola, per l'ubbidienza, scoppiava
in accessi d'umore tutto opposto. Allora, non solo sopportava la
svagatezza clamorosa delle sue allieve, ma l'eccitava; si mischiava
ne' loro giochi, e li rendeva più sregolati; entrava a parte de' loro
discorsi, e li spingeva più in là dell'intenzioni con le quali esse
gli avevano incominciati. Se qualcheduna diceva una parola sul cicalío
della madre badessa, la maestra lo imitava lungamente, e ne faceva una
scena di commedia; contraffaceva il volto d'una monaca, l'andatura
d'un'altra: rideva allora sgangheratamente; ma eran risa che non la
lasciavano più allegra di prima. Così era vissuta alcuni anni, non
avendo comodo, nè occasione di far di più; quando la sua disgrazia
volle che un'occasione si presentasse.

Tra l'altre distinzioni e privilegi che le erano stati concessi, per
compensarla di non poter esser badessa, c'era anche quello di stare in
un quartiere a parte. Quel lato del monastero era contiguo a una casa
abitata da un giovine, scellerato di professione, uno de' tanti, che,
in que' tempi, e co' loro sgherri, e con l'alleanze d'altri scellerati,
potevano, fino a un certo segno, ridersi della forza pubblica e delle
leggi. Il nostro manoscritto lo nomina Egidio, senza parlar del casato.
Costui, da una sua finestrina che dominava un cortiletto di quel
quartiere, avendo veduta Gertrude qualche volta passare o girandolar
lì, per ozio, allettato anzi che atterrito dai pericoli e dall'empietà
dell'impresa, un giorno osò rivolgerle il discorso. La sventurata
rispose.

In que' primi momenti, provò una contentezza, non schietta al certo,
ma viva. Nel vôto uggioso dell'animo suo s'era venuta a infondere
un'occupazione forte, continua e, direi quasi, una vita potente; ma
quella contentezza era simile alla bevanda ristorativa che la crudeltà
ingegnosa degli antichi mesceva al condannato, per dargli forza a
sostenere i tormenti. Si videro, nello stesso tempo, di gran novità
in tutta la sua condotta: divenne, tutt'a un tratto, più regolare,
più tranquilla, smesse gli scherni e il brontolío, si mostrò anzi
carezzevole e manierosa, dimodochè le suore si rallegravano a vicenda
del cambiamento felice; lontane com'erano dall'immaginarne il vero
motivo, e dal comprendere che quella nuova virtù non era altro che
ipocrisia aggiunta all'antiche magagne. Quell'apparenza però, quella,
per dir così, imbiancatura esteriore, non durò gran tempo, almeno con
quella continuità e uguaglianza: ben presto tornarono in campo i soliti
dispetti e i soliti capricci, tornarono a farsi sentire l'imprecazioni
e gli scherni contro la prigione claustrale, e talvolta espressi in
un linguaggio insolito in quel luogo, e anche in quella bocca. Però,
ad ognuna di queste scappate veniva dietro un pentimento, una gran
cura di farle dimenticare, a forza di moine e buone parole. Le suore
sopportavano alla meglio tutti questi alt'e bassi, e gli attribuivano
all'indole bisbetica e leggiera della signora.

Per qualche tempo, non parve che nessuna pensasse più in là; ma un
giorno che la signora, venuta a parole con una conversa, per non so che
pettegolezzo, si lasciò andare a maltrattarla fuor di modo, e non la
finiva più, la conversa, dopo aver sofferto, ed essersi morse le labbra
un pezzo, scappatale finalmente la pazienza, buttò là una parola, che
lei sapeva qualche cosa, e che, a tempo e luogo, avrebbe parlato. Da
quel momento in poi, la signora non ebbe più pace. Non passò però molto
tempo, che la conversa fu aspettata in vano, una mattina, a' suoi ufizi
consueti: si va a veder nella sua cella, e non si trova: è chiamata
ad alta voce; non risponde: cerca di qua, cerca di là, gira e rigira,
dalla cima al fondo; non c'è in nessun luogo. E chi sa quali congetture
si sarebber fatte, se, appunto nel cercare, non si fosse scoperta una
buca nel muro dell'orto; la qual cosa fece pensare a tutte, che fosse
sfrattata di là. Si fecero gran ricerche in Monza e ne' contorni, e
principalmente a Meda, di dov'era quella conversa; si scrisse in varie
parti: non se n'ebbe mai la più piccola notizia. Forse se ne sarebbe
potuto saper di più, se, in vece di cercar lontano, si fosse scavato
vicino. Dopo molte maraviglie, perchè nessuno l'avrebbe creduta capace
di ciò, e dopo molti discorsi, si concluse che doveva essere andata
lontano, lontano. E perchè scappò detto a una suora: «s'è rifugiata
in Olanda di sicuro,» si disse subito, e si ritenne per un pezzo, nel
monastero e fuori, che si fosse rifugiata in Olanda. Non pare però
che la signora fosse di questo parere. Non già che mostrasse di non
credere, o combattesse l'opinion comune, con sue ragioni particolari:
se ne aveva, certo, ragioni non furono mai così ben dissimulate; nè
c'era cosa da cui s'astenesse più volentieri che da rimestar quella
storia, cosa di cui si curasse meno che di toccare il fondo di quel
mistero. Ma quanto meno ne parlava, tanto più ci pensava. Quante volte
al giorno l'immagine di quella donna veniva a cacciarsi d'improvviso
nella sua mente, e si piantava lì, e non voleva moversi! Quante volte
avrebbe desiderato di vedersela dinanzi viva e reale, piuttosto che
averla sempre fissa nel pensiero, piuttosto che dover trovarsi, giorno
e notte, in compagnia di quella forma vana, terribile, impassibile!
Quante volte avrebbe voluto sentir davvero la voce di colei, qualunque
cosa avesse potuto minacciare, piuttosto che aver sempre nell'intimo
dell'orecchio mentale il susurro fantastico di quella stessa voce,
e sentirne parole ripetute con una pertinacia, con un'insistenza
infaticabile, che nessuna persona vivente non ebbe mai!

Era scorso circa un anno dopo quel fatto, quando Lucia fu presentata
alla signora, ed ebbe con lei quel colloquio al quale siam rimasti col
racconto. La signora moltiplicava le domande intorno alla persecuzione
di don Rodrigo, e entrava in certi particolari, con una intrepidezza,
che riuscì e doveva riuscire più che nuova a Lucia, la quale non
aveva mai pensato che la curiosità delle monache potesse esercitarsi
intorno a simili argomenti. I giudizi poi che quella frammischiava
all'interrogazioni, o che lasciava trasparire, non eran meno strani.
Pareva quasi che ridesse del gran ribrezzo che Lucia aveva sempre avuto
di quel signore, e domandava se era un mostro, da far tanta paura:
pareva quasi che avrebbe trovato irragionevole e sciocca la ritrosia
della giovine, se non avesse avuto per ragione la preferenza data a
Renzo. E su questo pure s'avanzava a domande, che facevano stupire e
arrossire l'interrogata. Avvedendosi poi d'aver troppo lasciata correr
la lingua dietro agli svagamenti del cervello, cercò di correggere e
d'interpretare in meglio quelle sue ciarle; ma non potè fare che a
Lucia non ne rimanesse uno stupore dispiacevole, e come un confuso
spavento. E appena potè trovarsi sola con la madre, se n'apri con lei;
ma Agnese, come più esperta, sciolse, con poche parole, tutti que'
dubbi, e spiegò tutto il mistero. «Non te ne far maraviglia,» disse:
«quando avrai conosciuto il mondo quanto me, vedrai che non son cose
da farsene maraviglia. I signori, chi più, chi meno, chi per un verso,
chi per un altro, han tutti un po' del matto. Convien lasciarli dire,
principalmente quando s'ha bisogno di loro; far vista d'ascoltarli sul
serio, come se dicessero delle cose giuste. Hai sentito come m'ha dato
sulla voce, come se avessi detto qualche gran sproposito? Io non me ne
son fatta caso punto. Son tutti così. E con tutto ciò, sia ringraziato
il cielo, che pare che questa signora t'abbia preso a ben volere, e
voglia proteggerci davvero. Del resto, se camperai, figliuola mia, e
se t'accaderà ancora d'aver che fare con de' signori, ne sentirai, ne
sentirai, ne sentirai.»

[Illustrazione: La sventurata rispose.... (pag. 158)]

Il desiderio d'obbligare il padre guardiano, la compiacenza di
proteggere, il pensiero del buon concetto che poteva fruttare la
protezione impiegata così santamente, una certa inclinazione per Lucia,
e anche un certo sollievo nel far del bene a una creatura innocente,
nel soccorrere e consolare oppressi, avevan realmente disposta la
signora a prendersi a petto la sorte delle due povere fuggitive. A sua
richiesta, e a suo riguardo, furono alloggiate nel quartiere della
fattoressa attiguo al chiostro, e trattate come se fossero addette al
servizio del monastero. La madre e la figlia si rallegravano insieme
d'aver trovato così presto un asilo sicuro e onorato. Avrebber anche
avuto molto piacere di rimanervi ignorate da ogni persona; ma la cosa
non era facile in un monastero: tanto più che c'era un uomo troppo
premuroso d'aver notizie d'una di loro, e nell'animo del quale, alla
passione e alla picca di prima s'era aggiunta anche la stizza d'essere
stato prevenuto e deluso. E noi, lasciando le donne nel loro ricovero,
torneremo al palazzotto di costui, nell'ora in cui stava attendendo
l'esito della sua scellerata spedizione.




                             CAPITOLO XI.


Come un branco di segugi, dopo aver inseguita invano una lepre, tornano
mortificati verso il padrone, co' musi bassi, e con le code ciondoloni,
così, in quella scompigliata notte, tornavano i bravi al palazzotto
di don Rodrigo. Egli camminava innanzi e indietro, al buio, per una
stanzaccia disabitata dell'ultimo piano, che rispondeva sulla spianata.
Ogni tanto si fermava, tendeva l'orecchio, guardava dalle fessure
dell'imposte intarlate, pieno d'impazienza e non privo d'inquietudine,
non solo per l'incertezza della riuscita, ma anche per le conseguenze
possibili; perchè era la più grossa e la più arrischiata a cui il
brav'uomo avesse ancor messo mano. S'andava però rassicurando col
pensiero delle precauzioni prese per distrugger gl'indizi, se non i
sospetti.--In quanto ai sospetti,--pensava--me ne rido. Vorrei un po'
sapere chi sarà quel voglioso che venga quassù a veder se c'è o non c'è
una ragazza. Venga, venga quel tanghero, che sarà ben ricevuto. Venga
il frate, venga. La vecchia? Vada a Bergamo la vecchia. La giustizia?
Poh la giustizia! Il podestà non è un ragazzo, nè un matto. E a Milano?
Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta? Chi sa che
ci siano? Son come gente perduta sulla terra; non hanno nè anche
un padrone: gente di nessuno. Via, via, niente paura. Come rimarrà
Attilio, domattina! Vedrà, vedrà s'io fo ciarle o fatti. E poi...,
se mai nascesse qualche imbroglio.... che so io? qualche nemico che
volesse cogliere quest'occasione,... anche Attilio saprà consigliarmi:
c'è impegnato l'onore di tutto il parentado.--Ma il pensiero sul quale
si fermava di più, perchè in esso trovava insieme un acquietamento de'
dubbi, e un pascolo alla passion principale, era il pensiero delle
lusinghe, delle promesse che adoprerebbe per abbonire Lucia.--Avrà
tanta paura di trovarsi qui sola, in mezzo a costoro, a queste facce,
che.... il viso più umano qui son io, per bacco.... che dovrà ricorrere
a me, toccherà a lei a pregare; e se prega....--

Mentre fa questi bei conti, sente un calpestío, va alla finestra,
apre un poco, fa capolino; son loro.--E la bussola? Diavolo! dov'è
la bussola? Tre, cinque, otto: ci son tutti; c'è anche il Griso; la
bussola non c'è: diavolo! diavolo! il Griso me ne renderà conto.--

Entrati che furono, il Griso posò in un angolo d'una stanza terrena il
suo bordone, posò il cappellaccio e il sanrocchino, e, come richiedeva
la sua carica, che in quel momento nessuno gl'invidiava, salì a render
quel conto a don Rodrigo. Questo l'aspettava in cima alla scala; e
vistolo apparire con quella goffa e sguaiata presenza del birbone
deluso, «ebbene,» gli disse, o gli gridò: «signore spaccone, signor
capitano, signor _lascifareame_?»

«L'è dura,» rispose il Griso, restando con un piede sul primo scalino,
«l'è dura di ricever de' rimproveri, dopo aver lavorato fedelmente, e
cercato di fare il proprio dovere, e arrischiata anche la pelle.»

«Com'è andata? Sentiremo, sentiremo,» disse don Rodrigo, e s'avviò
verso la sua camera, dove il Griso lo seguì, e fece subito la relazione
di ciò che aveva disposto, fatto, veduto e non veduto, sentito, temuto,
riparato; e la fece con quell'ordine e con quella confusione, con
quella dubbiezza e con quello sbalordimento, che dovevano per forza
regnare insieme nelle sue idee.

«Tu non hai torto, e ti sei portato bene,» disse don Rodrigo: e hai
fatto quello che si poteva; ma.... ma, che sotto questo tetto ci fosse
una spia! Se c'è, se lo arrivo a scoprire, e lo scopriremo se c'è,
te l'accomodo io; ti so dir io, Griso, che lo concio per il dì delle
feste.»

«Anche a me, signore,» disse il Griso, «è passato per la mente un tal
sospetto: e se fosse vero, se si venisse a scoprire un birbone di
questa sorte, il signor padrone lo deve metter nelle mie mani. Uno che
si fosse preso il divertimento di farmi passare una notte come questa!
toccherebbe a me a pagarlo. Però, da varie cose m'è parso di poter
rilevare che ci dev'essere qualche altro intrigo, che per ora non si
può capire. Domani, signore, domani se ne verrà in chiaro.»

«Non siete stati riconosciuti almeno?»

Il Griso rispose che sperava di no; e la conclusione del discorso fu
che don Rodrigo gli ordinò, per il giorno dopo, tre cose che colui
avrebbe sapute ben pensare anche da sè. Spedire la mattina presto
due uomini a fare al console quella tale intimazione, che fa poi
fatta, come abbiam veduto; due altri al casolare a far la ronda, per
tenerne lontano ogni ozioso che vi capitasse, e sottrarre a ogni
sguardo la bussola fino alla notte prossima, in cui si manderebbe a
prenderla; giacchè per allora non conveniva fare altri movimenti da dar
sospetto; andar poi lui, e mandare anche altri, de' più disinvolti e
di buona testa, a mescolarsi con la gente, per scovar qualcosa intorno
all'imbroglio di quella notte. Dati tali ordini, don Rodrigo se n'andò
a dormire, e ci lasciò andare anche il Griso, congedandolo con molte
lodi, dalle quali traspariva evidentemente l'intenzione di risarcirlo
degl'improperi precipitati coi quali lo aveva accolto.

Va a dormire, povero Griso, che tu ne devi aver bisogno. Povero Griso!
In faccende tutto il giorno, in faccende mezza la notte, senza contare
il pericolo di cader sotto l'unghie de' villani, o di buscarti una
taglia _per rapto di donna honesta_, per giunta di quelle che hai già
addosso; e poi esser ricevuto in quella maniera! Ma! così pagano spesso
gli uomini. Tu hai però potuto vedere, in questa circostanza, che
qualche volta la giustizia, se non arriva alla prima, arriva, o presto
o tardi, anche in questo mondo. Va a dormire per ora: che un giorno
avrai forse a somministrarcene un'altra prova, e più notabile di questa.

La mattina seguente, il Griso era fuori di nuovo in faccende, quando
don Rodrigo s'alzò. Questo cercò subito del conte Attilio, il quale,
vedendolo spuntare, fece un viso e un atto canzonatorio, e gli gridò:
«San Martino!»

«Non so cosa vi dire,» rispose don Rodrigo, arrivandogli accanto:
«pagherò la scommessa; ma non è questo quel che più mi scotta. Non
v'avevo detto nulla, perchè, lo confesso, pensavo di farvi rimanere
stamattina. Ma.... basta, ora vi racconterò tutto.»

«Ci ha messo uno zampino quel frate in quest'affare,» disse il cugino,
dopo aver sentito tutto, con più serietà che non si sarebbe aspettato
da un cervello così balzano. «Quel frate,» continuò, «con quel suo
fare di gatta morta, e con quelle sue proposizioni sciocche, io l'ho
per un dirittone, e per un impiccione. E voi non vi siete fidato di
me, non m'avete mai detto chiaro cosa sia venuto qui a impastocchiarvi
l'altro giorno.» Don Rodrigo riferì il dialogo. «E voi avete avuto
tanta sofferenza?» esclamò il conte Attilio: «e l'avete lasciato andare
com'era venuto?»

«Che volevate ch'io mi tirassi addosso tutti i cappuccini d'Italia?»

«Non so,» disse il conte Attilio, «se, in quel momento, mi sarei
ricordato che ci fossero al mondo altri cappuccini che quel temerario
birbante; ma via, anche nelle regole della prudenza, manca la maniera
di prendersi soddisfazione anche d'un cappuccino? Bisogna saper
raddoppiare a tempo le gentilezze a tutto il corpo, e allora si può
impunemente dare un carico di bastonate a un membro. Basta; ha scansato
la punizione che gli stava più bene; ma lo prendo io sotto la mia
protezione, e voglio aver la consolazione d'insegnargli come si parla
co' pari nostri.»

«Non mi fate peggio.»

«Fidatevi una volta, che vi servirò da parente e da amico.»

«Cosa pensate di fare?»

«Non lo so ancora; ma lo servirò io di sicuro il frate. Ci penserò,
e... il signor conte zio del Consiglio segreto è lui che mi deve fare
il servizio. Caro signor conte zio! Quanto mi diverto ogni volta che lo
posso far lavorare per me, un politicone di quel calibro! Doman l'altro
sarò a Milano, e, in una maniera o in un'altra, il frate sarà servito.»

Venne intanto la colazione, la quale non interruppe il discorso
d'un affare di quell'importanza. Il conte Attilio ne parlava con
disinvoltura; e, sebbene ci prendesse quella parte che richiedeva la
sua amicizia per il cugino, e l'onore del nome comune, secondo le idee
che aveva d'amicizia e d'onore, pure ogni tanto non poteva tenersi di
non rider sotto i baffi, di quella bella riuscita. Ma don Rodrigo,
ch'era in causa propria, e che, credendo di far quietamente un gran
colpo, gli era andato fallito con fracasso, era agitato da passioni
più gravi, e distratto da pensieri più fastidiosi. «Di belle ciarle,»
diceva, «faranno questi mascalzoni, in tutto il contorno. Ma che
m'importa? In quanto alla giustizia, me ne rido: prove non ce n'è;
quando ce ne fosse, me ne riderei ugualmente: a buon conto, ho fatto
stamattina avvertire il console che guardi bene di non far deposizione
dell'avvenuto. Non ne seguirebbe nulla; ma le ciarle, quando vanno
in lungo, mi seccano. È anche troppo ch'io sia stato burlato così
barbaramente.»

«Avete fatto benissimo,» rispondeva il conte Attilio. «Codesto
vostro podestà.... gran caparbio, gran testa vôta, gran seccatore
d'un podestà.... è poi un galantuomo, un uomo che sa il suo dovere;
e appunto quando s'ha che fare con persone tali, bisogna aver più
riguardo di non metterle in impicci. Se un mascalzone di console fa una
deposizione, il podestà, per quanto sia ben intenzionato, bisogna pure
che....»

«Ma voi,» interruppe, con un po' di stizza, don Rodrigo, «voi guastate
le mie faccende, con quel vostro contraddirgli in tutto, e dargli
sulla voce, e canzonarlo anche, all'occorrenza. Che diavolo, che un
podestà non possa esser bestia e ostinato, quando nel rimanente è un
galantuomo!»

«Sapete, cugino,» disse guardandolo, maravigliato, il conte Attilio,
«sapete, che comincio a credere che abbiate un po' di paura? Mi
prendete sul serio anche il podestà....»

«Via via, non avete detto voi stesso che bisogna tenerlo di conto?»

«L'ho detto: e quando si tratta d'un affare serio, vi farò vedere che
non sono un ragazzo. Sapete cosa mi basta l'animo di far per voi? Son
uomo da andare in persona a far visita al signor podestà. Ah! sarà
contento dell'onore? E son uomo da lasciarlo parlare per mezz'ora
del conte duca, e del nostro signor castellano spagnolo, e da dargli
ragione in tutto, anche quando ne dirà di quelle così massicce. Butterò
poi là qualche parolina sul conte zio del Consiglio segreto: e sapete
che effetto fanno quelle paroline nell'orecchio del signor podestà.
Alla fin de' conti, ha più bisogno lui della nostra protezione, che voi
della sua condiscendenza. Farò di buono, e ci anderò, e ve lo lascerò
meglio disposto che mai.»

Dopo queste e altre simili parole, il conte Attilio uscì, per andare
a caccia; e don Rodrigo stette aspettando con ansietà il ritorno del
Griso. Venne costui finalmente, sull'ora del desinare, a far la sua
relazione.

Lo scompiglio di quella notte era stato tanto clamoroso, la sparizione
di tre persone da un paesello era un tale avvenimento, che le ricerche,
e per premura e per curiosità, dovevano naturalmente esser molte e
calde e insistenti; e dall'altra parte, gl'informati di qualche cosa
eran troppi, per andar tutti d'accordo a tacer tutto. Perpetua non
poteva farsi veder sull'uscio, che non fosse tempestata da quello e da
quell'altro, perchè dicesse chi era stato a far quella gran paura al
suo padrone: e Perpetua, ripensando a tutte le circostanze del fatto,
e raccapezzandosi finalmente ch'era stata infinocchiata da Agnese,
sentiva tanta rabbia di quella perfidia, che aveva proprio bisogno d'un
po' di sfogo. Non già che andasse lamentandosi col terzo e col quarto
della maniera tenuta per infinocchiar lei: su questo non fiatava; ma
il tiro fatto al suo povero padrone non lo poteva passare affatto
sotto silenzio; e sopra tutto, che un tiro tale fosse stato concertato
e tentato da quel giovine dabbene, da quella buona vedova, da quella
madonnina infilzata. Don Abbondio poteva ben comandarle risolutamente,
e pregarla cordialmente che stesse zitta; lei poteva bene ripetergli
che non faceva bisogno di suggerirle una cosa tanto chiara e tanto
naturale; certo è che un così gran segreto stava nel cuore della povera
donna, come, in una botte vecchia e mal cerchiata, un vino molto
giovine, che grilla e gorgoglia e ribolle, e, se non manda il tappo per
aria, gli geme all'intorno, e vien fuori in ischiuma, e trapela tra
doga e doga, e gocciola di qua e di là, tanto che uno può assaggiarlo,
e dire a un di presso che vino è. Gervaso, a cui non pareva vero
d'essere una volta più informato degli altri, a cui non pareva piccola
gloria l'avere avuta una gran paura, a cui, per aver tenuto di mano a
una cosa che puzzava di criminale, pareva d'esser diventato un uomo
come gli altri, crepava di voglia di vantarsene. E quantunque Tonio,
che pensava seriamente all'inquisizioni e ai processi possibili e al
conto da rendere, gli comandasse, co' pugni sul viso, di non dir nulla
a nessuno, pure non ci fu verso di soffogargli in bocca ogni parola.
Del resto Tonio, anche lui, dopo essere stato quella notte fuor di
casa in ora insolita, tornandovi, con un passo e con un sembiante
insolito, e con un'agitazion d'animo che lo disponeva alla sincerità,
non potè dissimulare il fatto a sua moglie; la quale non era muta. Chi
parlò meno, fu Menico; perchè, appena ebbe raccontata ai genitori la
storia e il motivo della sua spedizione, parve a questi una cosa così
terribile che un loro figliuolo avesse avuto parte a buttare all'aria
un'impresa di don Rodrigo, che quasi quasi non lasciaron finire al
ragazzo il suo racconto. Gli fecero poi subito i più forti e minacciosi
comandi che guardasse bene di non far neppure un cenno di nulla: e la
mattina seguente, non parendo loro d'essersi abbastanza assicurati,
risolvettero di tenerlo chiuso in casa, per quel giorno, e per qualche
altro ancora. Ma che? essi medesimi poi, chiacchierando con la gente
del paese, e senza voler mostrar di saperne più di loro, quando si
veniva a quel punto oscuro della fuga de' nostri tre poveretti, e del
come, e del perchè, e del dove, aggiungevano, come cosa conosciuta, che
s'eran rifugiati a Pescarenico. Così anche questa circostanza entrò ne'
discorsi comuni.

Con tutti questi brani di notizie, messi poi insieme e uniti come
s'usa, e con la frangia che ci s'attacca naturalmente nel cucire,
c'era da fare una storia d'una certezza e d'una chiarezza tale, da
esserne pago ogni intelletto più critico. Ma quella invasion de'
bravi, accidente troppo grave e troppo rumoroso per esser lasciato
fuori, e del quale nessuno aveva una conoscenza un po' positiva,
quell'accidente era ciò che imbrogliava tutta la storia. Si mormorava
il nome di don Rodrigo: in questo andavan tutti d'accordo; nel resto
tutto era oscurità e congetture diverse. Si parlava molto de' due
bravacci ch'erano stati veduti nella strada, sul far della sera, e
dell'altro che stava sull'uscio dell'osteria; ma che lume si poteva
ricavare da questo fatto così asciutto? Si domandava bene all'oste
chi era stato da lui la sera avanti; ma l'oste, a dargli retta, non
si rammentava neppure se avesse veduto gente quella sera: e badava
a dire che l'osteria è un porto di mare. Sopra tutto, confondeva le
teste, e disordinava le congetture quel pellegrino veduto da Stefano e
da Carlandrea, quel pellegrino che i malandrini volevano ammazzare, e
che se n'era andato con loro, o che essi avevan portato via. Cos'era
venuto a fare? Era un'anima del purgatorio, comparsa per aiutar le
donne; era un'anima dannata d'un pellegrino birbante e impostore, che
veniva sempre di notte a unirsi con chi facesse di quelle che lui aveva
fatte vivendo; era un pellegrino vivo e vero, che coloro avevan voluto
ammazzare, per timor che gridasse, e destasse il paese; era (vedete un
po' cosa si va a pensare!) uno di quegli stessi malandrini travestito
da pellegrino; era questo, era quello, era tante cose che tutta la
sagacità e l'esperienza del Griso non sarebbe bastata a scoprire chi
fosse, se il Griso avesse dovuto rilevar questa parte della storia da'
discorsi altrui. Ma, come il lettore sa, ciò che la rendeva imbrogliata
agli altri, era appunto il più chiaro per lui: servendosene di chiave
per interpretare le altre notizie raccolte da lui immediatamente, o
col mezzo degli esploratori subordinati, potè di tutto comporne per
don Rodrigo una relazione bastantemente distinta. Si chiuse subito con
lui, e l'informò del colpo tentato dai poveri sposi, il che spiegava
naturalmente la casa trovata vôta e il sonare a martello, senza che
facesse bisogno di supporre che in casa ci fosse qualche traditore,
come dicevano que' due galantuomini. L'informò della fuga; e anche
a questa era facile trovarci le sue ragioni: il timore degli sposi
colti in fallo, o qualche avviso dell'invasione, dato loro quand'era
scoperta, e il paese tutto a soqquadro. Disse finalmente che s'eran
ricoverati a Pescarenico; più in là non andava la sua scienza. Piacque
a don Rodrigo l'esser certo che nessuno l'aveva tradito, e il vedere
che non rimanevano tracce del suo fatto; ma fu quella una rapida e
leggiera compiacenza. «Fuggiti insieme!» gridò: «insieme! E quel frate
birbante! Quel frate!» la parola gli usciva arrantolata dalla gola, e
smozzicata tra' denti, che mordevano il dito: il suo aspetto era brutto
come le sue passioni. «Quel frate me la pagherà. Griso! non son chi
sono.... voglio sapere, voglio trovare.... questa sera, voglio saper
dove sono. Non ho pace. A Pescarenico, subito, a sapere, a vedere,
a trovare.... Quattro scudi subito, e la mia protezione per sempre.
Questa sera lo voglio sapere. E quel birbone...! quel frate...!»

[Illustrazione: PESCARENICO. (pag. 169)]

Il Griso di nuovo in campo; e, la sera di quel giorno medesimo, potè
riportare al suo degno padrone la notizia desiderata: ed ecco in qual
maniera.

Una delle più gran consolazioni di questa vita è l'amicizia; e una
delle consolazioni dell'amicizia è quell'avere a cui confidare un
segreto. Ora, gli amici non sono a due a due, come gli sposi; ognuno,
generalmente parlando, ne ha più d'uno: il che forma una catena, di
cui nessuno potrebbe trovar la fine. Quando dunque un amico si procura
quella consolazione di deporre un segreto nel seno d'un altro, dà
a costui la voglia di procurarsi la stessa consolazione anche lui.
Lo prega, è vero, di non dir nulla a nessuno; e una tal condizione,
chi la prendesse nel senso rigoroso delle parole, troncherebbe
immediatamente il corso delle consolazioni. Ma la pratica generale
ha voluto che obblighi soltanto a non confidare il segreto, se non
a chi sia un amico ugualmente fidato, e imponendogli la stessa
condizione. Così, d'amico fidato in amico fidato, il segreto gira e
gira per quell'immensa catena, tanto che arriva all'orecchio di colui
o di coloro a cui il primo che ha parlato intendeva appunto di non
lasciarlo arrivar mai. Avrebbe però ordinariamente a stare un gran
pezzo in cammino, se ognuno non avesse che due amici: quello che gli
dice, e quello a cui ridice la cosa da tacersi. Ma ci son degli uomini
privilegiati che li contano a centinaia; e quando il segreto è venuto
a uno di questi uomini, i giri divengon sì rapidi e sì moltiplici, che
non è più possibile di seguirne la traccia. Il nostro autore non ha
potuto accertarsi per quante bocche fosse passato il segreto che il
Griso aveva ordine di scovare: il fatto sta che il buon uomo da cui
erano state scortate le donne a Monza, tornando, verso le ventitrè, col
suo baroccio, a Pescarenico, s'abbattè, prima d'arrivare a casa, in
un amico fidato, al quale raccontò, in gran confidenza, l'opera buona
che aveva fatta, e il rimanente; e il fatto sta che il Griso potè, due
ore dopo, correre al palazzotto, a riferire a don Rodrigo che Lucia e
sua madre s'eran ricoverate in un convento di Monza, e che Renzo aveva
seguitata la sua strada fino a Milano.

Don Rodrigo provò una scellerata allegrezza di quella separazione, e
sentì rinascere un po' di quella scellerata speranza d'arrivare al suo
intento. Pensò alla maniera, gran parte della notte; e s'alzò presto,
con due disegni, l'uno stabilito, l'altro abbozzato. Il primo era di
spedire immantinente il Griso a Monza, per aver più chiare notizie di
Lucia, e sapere se ci fosse da tentar qualche cosa. Fece dunque chiamar
subito quel suo fedele, gli mise in mano i quattro scudi, lo lodò di
nuovo dell'abilità con cui gli aveva guadagnati, e gli diede l'ordine
che aveva premeditato.

«Signore....» disse, tentennando, il Griso.

«Che? non ho io parlato chiaro?»

«Se potesse mandar qualchedun altro....»

«Come?»

«Signore illustrissimo, io son pronto a metterci la pelle per il mio
padrone: è il mio dovere; ma so anche che lei non vuole arrischiar
troppo la vita de' suoi sudditi.»

«Ebbene?»

«Vossignoria illustrissima sa bene quelle poche taglie ch'io ho
addosso: e.... Qui son sotto la sua protezione; siamo una brigata;
il signor podestà è amico di casa; i birri mi portan rispetto; e
anch'io.... è cosa che fa poco onore, ma per viver quieto.... li tratto
da amici. In Milano la livrea di vossignoria è conosciuta; ma in
Monza.... ci sono conosciuto io in vece. E sa vossignoria che, non fo
per dire, chi mi potesse consegnare alla giustizia, o presentar la mia
testa, farebbe un bel colpo? Cento scudi l'uno sull'altro, e la facoltà
di liberar due banditi.»

«Che diavolo!» disse don Rodrigo: «tu mi riesci ora un can da pagliaio
che ha cuore appena d'avventarsi alle gambe di chi passa sulla porta,
guardandosi indietro se quei di casa lo spalleggiano, e non si sente
d'allontanarsi!»

«Credo, signor padrone, d'aver date prove....»

«Dunque!»

«Dunque,» ripigliò francamente il Griso, messo così al punto, «dunque
vossignoria faccia conto ch'io non abbia parlato: cuor di leone, gamba
di lepre, e son pronto a partire.»

«E io non ho detto che tu vada solo. Piglia con te un paio de'
meglio.... lo Sfregiato, e il Tiradritto; e va di buon animo, e sii il
Griso. Che diavolo! Tre figure come le vostre, e che vanno per i fatti
loro, chi vuoi che non sia contento di lasciarle passare? Bisognerebbe
che a' birri di Monza fosse ben venuta a noia la vita, per metterla
su contro cento scudi a un gioco così rischioso. E poi, e poi, non
credo d'esser così sconosciuto da quelle parti, che la qualità di mio
servitore non ci si conti per nulla.»

Svergognato così un poco il Griso, gli diede poi più ampie e
particolari istruzioni. Il Griso prese i due compagni, e partì con
faccia allegra e baldanzosa, ma bestemmiando in cuor suo Monza e le
taglie e le donne e i capricci de' padroni; e camminava come il lupo,
che spinto dalla fame, col ventre raggrinzato, e con le costole che gli
si potrebber contare, scende da' suoi monti, dove non c'è che neve,
s'avanza sospettosamente nel piano, si ferma ogni tanto, con una zampa
sospesa, dimenando la coda spelacchiata,

 Leva il muso, odorando il vento infido.

se mai gli porti odore d'uomo o di ferro, rizza gli orecchi acuti, e
gira due occhi sanguigni, da cui traluce insieme l'ardore della preda,
e il terrore della caccia. Del rimanente, quel bel verso, chi volesse
saper donde venga, è tratto da una diavoleria inedita di crociate e di
lombardi, che presto non sarà più inedita, e farà un bel rumore; e io
l' ho preso, perchè mi veniva in taglio; e dico dove, per non farmi
bello della roba altrui: che qualcheduno non pensasse che sia una mia
astuzia per far sapere che l'autore di quella diavoleria ed io siamo
come fratelli, e ch'io frugo a piacer mio ne' suoi manoscritti.

L'altra cosa che premeva a don Rodrigo, era di trovar la maniera che
Renzo non potesse più tornar con Lucia, nè metter piede in paese; e a
questo fine, macchinava di fare sparger voci di minacce e d'insidie,
che, venendogli all'orecchio, per mezzo di qualche amico, gli facessero
passar la voglia di tornar da quelle parti. Pensava però che la più
sicura sarebbe se si potesse farlo sfrattar dallo stato: e per riuscire
in questo, vedeva che più della forza gli avrebbe potuto servir la
giustizia. Si poteva, per esempio, dare un po' di colore al tentativo
fatto nella casa parrocchiale, dipingerlo come un'aggressione, un
atto sedizioso, e, per mezzo del dottore, fare intendere al podestà
ch'era il caso di spedir contro Renzo una buona cattura. Ma pensò che
non conveniva a lui di rimestar quella brutta faccenda; e senza star
altro a lambiccarsi il cervello, si risolvette d'aprirsi col dottor
Azzecca-garbugli, quanto era necessario per fargli comprendere il suo
desiderio.--Le gride son tante!--pensava:--e il dottore non è un'oca:
qualcosa che faccia al caso mio saprà trovare, qualche garbuglio da
azzeccare a quel villanaccio: altrimenti gli muto nome.--Ma (come vanno
alle volte le cose di questo mondo!) intanto che colui pensava al
dottore, come all'uomo più abile a servirlo in questo, un altr'uomo,
l'uomo che nessuno s'immaginerebbe, Renzo medesimo, per dirla, lavorava
di cuore a servirlo, in un modo più certo e più spedito di tutti quelli
che il dottore avrebbe mai saputi trovare.

Ho visto più volte un caro fanciullo, vispo, per dire il vero, più
del bisogno, ma che, a tutti i segnali, mostra di voler riuscire un
galantuomo; l'ho visto, dico, più volte affaccendato sulla sera a
mandare al coperto un suo gregge di porcellini d'India, che aveva
lasciati scorrer liberi il giorno, in un giardinetto. Avrebbe voluto
fargli andar tutti insieme al covile; ma era fatica buttata: uno si
sbandava a destra, e mentre il piccolo pastore correva per cacciarlo
nel branco, un altro, due, tre ne uscivano a sinistra, da ogni parte.
Dimodochè, dopo essersi un po' impazientito, s'adattava al loro genio,
spingeva prima dentro quelli ch'eran più vicini all'uscio, poi andava
a prender gli altri, a uno, a due, a tre, come gli riusciva. Un gioco
simile ci convien fare co' nostri personaggi: ricoverata Lucia, siam
corsi a don Rodrigo; e ora lo dobbiamo abbandonare, per andar dietro a
Renzo, che avevam perduto di vista.

Dopo la separazione dolorosa che abbiam raccontata, camminava Renzo da
Monza verso Milano, in quello stato d'animo che ognuno può immaginarsi
facilmente. Abbandonar la casa, tralasciare il mestiere, e quel ch'era
più di tutto, allontanarsi da Lucia, trovarsi sur una strada, senza
saper dove anderebbe a posarsi; e tutto per causa di quel birbone!
Quando si tratteneva col pensiero sull'una o sull'altra di queste
cose, s'ingolfava tutto nella rabbia, e nel desiderio della vendetta;
ma gli tornava poi in mente quella preghiera che aveva recitata anche
lui col suo buon frate, nella chiesa di Pescarenico; e si ravvedeva:
gli si risvegliava ancora la stizza; ma vedendo un'immagine sul muro,
si levava il cappello, e si fermava un momento a pregar di nuovo:
tanto che, in quel viaggio, ebbe ammazzato in cuor suo don Rodrigo, e
risuscitatolo, almeno venti volte. La strada era allora tutta sepolta
tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che,
dopo una pioggia, divenivan rigagnoli; e in certe parti più basse,
s'allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. A que' passi,
un piccol sentiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri
passeggieri s'eran fatta una strada ne' campi. Renzo, salito per un di
que' valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del
duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse
in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi
guai, a contemplare anche da lontano quell'ottava maraviglia, di cui
aveva tanto sentito parlare fin da bambino. Ma dopo qualche momento,
voltandosi indietro, vide all'orizzonte quella cresta frastagliata di
montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo _Resegone_, si sentì
tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardar tristamente
da quella parte, poi tristamente si voltò, e seguitò la sua strada. A
poco a poco cominciò poi a scoprir campanili e torri e cupole e tetti;
scese allora nella strada, camminò ancora qualche tempo, e quando
s'accorse d'esser ben vicino alla città, s'accostò a un viandante, e,
inchinatolo, con tutto quel garbo che seppe, gli disse: «di grazia,
quel signore.»

«Che volete, bravo giovine?»

«Saprebbe insegnarmi la strada più corta, per andare al convento de'
cappuccini dove sta il padre Bonaventura?»

L'uomo a cui Renzo s'indirizzava, era un agiato abitante del contorno,
che, andato quella mattina a Milano, per certi suoi affari, se ne
tornava, senza aver fatto nulla, in gran fretta, chè non vedeva
l'ora di trovarsi a casa, e avrebbe fatto volentieri di meno di
quella fermata. Con tutto ciò, senza dar segno d'impazienza, rispose
molto gentilmente: «figliuol caro, de' conventi ce n'è più d'uno:
bisognerebbe che mi sapeste dir più chiaro quale è quello che voi
cercate.» Renzo allora si levò di seno la lettera del padre Cristoforo,
e la fece vedere a quel signore, il quale, lettovi: porta orientale,
gliela rendette dicendo: «siete fortunato, bravo giovine; il convento
che cercate è poco lontano di qui. Prendete per questa viottola a
mancina: è una scorciatoia: in pochi minuti arriverete a una cantonata
d'una fabbrica lunga e bassa: è il lazzeretto; costeggiate il fossato
che lo circonda, e riuscirete a porta orientale. Entrate, e, dopo tre
o quattrocento passi, vedrete una piazzetta con de' begli olmi: là
è il convento: non potete sbagliare. Dio v'assista, bravo giovine.»
E, accompagnando l'ultime parole con un gesto grazioso della mano,
se n'andò. Renzo rimase stupefatto e edificato della buona maniera
de' cittadini verso la gente di campagna; e non sapeva ch'era un
giorno fuor dell'ordinario, un giorno in cui le cappe s'inchinavano
ai farsetti. Fece la strada che gli era stata insegnata, e si trovò
a porta orientale. Non bisogna però che, a questo nome, il lettore
si lasci correre alla fantasia l'immagini che ora vi sono associate.
Quando Renzo entrò per quella porta, la strada al di fuori non andava
diritta che per tutta la lunghezza del lazzeretto; poi scorreva
serpeggiante e stretta, tra due siepi. La porta consisteva in due
pilastri, con sopra una tettoia, per riparare i battenti, e da una
parte, una casuccia per i gabellini. I bastioni scendevano in pendio
irregolare, e il terreno era una superficie aspra e inuguale di
rottami e di cocci buttati là a caso. La strada che s'apriva dinanzi a
chi entrava per quella porta, non si paragonerebbe male a quella che
ora si presenta a chi entri da porta Tosa. Un fossatello le scorreva
nel mezzo, fino a poca distanza dalla porta, e la divideva così in
due stradette tortuose, ricoperte di polvere o di fango, secondo la
stagione. Al punto dov'era, e dov'è tuttora quella viuzza chiamata di
Borghetto, il fossatello si perdeva in una fogna. Lì c'era una colonna,
con sopra una croce, detta di san Dionigi: a destra e a sinistra, erano
orti cinti di siepe e, ad intervalli, casucce, abitate per lo più da
lavandai. Renzo entra, passa; nessuno de' gabellini gli bada: cosa che
gli parve strana, giacchè, da que' pochi del suo paese che potevan
vantarsi d'essere stati a Milano, aveva sentito raccontar cose grosse
de' frugamenti e dell'interrogazioni a cui venivan sottoposti quelli
che arrivavan dalla campagna. La strada era deserta, dimodochè, se non
avesse sentito un ronzío lontano che indicava un gran movimento, gli
sarebbe parso d'entrare in una città disabitata. Andando avanti, senza
saper cosa si pensare, vide per terra certe strisce bianche e soffici,
come di neve; ma neve non poteva essere; che non viene a strisce, nè,
per il solito, in quella stagione. Si chinò sur una di quelle, guardò,
toccò, e trovò ch'era farina.--Grand'abbondanza,--disse tra sè,--ci
dev'essere in Milano, se straziano in questa maniera la grazia di
Dio. Ci davan poi ad intendere che la carestia è per tutto. Ecco come
fanno, per tener quieta la povera gente di campagna.--Ma, dopo pochi
altri passi, arrivato a fianco della colonna, vide, appiè di quella,
qualcosa di più strano; vide sugli scalini del piedestallo certe cose
sparse, che certamente non eran ciottoli, e se fossero state sul banco
d'un fornaio, non si sarebbe esitato un momento a chiamarle pani. Ma
Renzo non ardiva creder così presto a' suoi occhi; perchè, diamine! non
era luogo da pani quello.--Vediamo un po' che affare è questo,--disse
ancora tra sè; andò verso la colonna, si chinò, ne raccolse uno: era
veramente un pan tondo, bianchissimo, di quelli che Renzo non era
solito mangiarne che nelle solennità.--È pane davvero!--disse ad
alta voce; tanta era la sua maraviglia:--così lo seminano in questo
paese? in quest'anno? e non si scomodano neppure per raccoglierlo,
quando cade? Che sia il paese di cuccagna questo?--Dopo dieci miglia
di strada, all'aria fresca della mattina, quel pane, insieme con la
maraviglia, gli risvegliò l'appetito.--Lo piglio?--deliberava tra
sè:--poh! l'hanno lasciato qui alla discrezion de' cani; tant'è che ne
goda anche un cristiano. Alla fine, se comparisce il padrone, glielo
pagherò.--Così pensando, si mise in una tasca quello che aveva in
mano, ne prese un secondo, e lo mise nell'altra; un terzo, e cominciò
a mangiare; e si rincamminò, più incerto che mai, e desideroso di
chiarirsi che storia fosse quella. Appena mosso, vide spuntar gente
che veniva dall'interno della città, e guardò attentamente quelli che
apparivano i primi. Erano un uomo, una donna e, qualche passo indietro,
un ragazzotto; tutt'e tre con un carico addosso, che pareva superiore
alle loro forze, e tutt'e tre in una figura strana. I vestiti o gli
stracci infarinati; infarinati i visi, e di più stravolti e accesi; e
andavano, non solo curvi, per il peso, ma sopra doglia, come se gli
fossero state peste l'ossa. L'uomo reggeva a stento sulle spalle un
gran sacco di farina, il quale, bucato qua e là, ne seminava un poco,
a ogni intoppo, a ogni mossa disequilibrata. Ma più sconcia era la
figura della donna: un pancione smisurato, che pareva tenuto a fatica
da due braccia piegate: come una pentolaccia a due manichi; e di sotto
a quel pancione uscivan due gambe, nude fin sopra il ginocchio, che
venivano innanzi barcollando. Renzo guardò più attentamente, e vide che
quel gran corpo era la sottana che la donna teneva per il lembo, con
dentro farina quanta ce ne poteva stare, e un po' di più; dimodochè,
quasi a ogni passo, ne volava via una ventata. Il ragazzotto teneva con
tutt'e due le mani sul capo una paniera colma di pani; ma, per aver le
gambe più corte de' suoi genitori, rimaneva a poco a poco indietro,
e, allungando poi il passo ogni tanto, per raggiungerli, la paniera
perdeva l'equilibrio, e qualche pane cadeva.

«Buttane via ancor un altro, buono a niente che sei,» disse la madre,
digrignando i denti verso il ragazzo.

«Io non li butto via; cascan da sè: com'ho a fare?» rispose quello.

«Ih! buon per te, che ho le mani impicciate,» riprese la donna,
dimenando i pugni, come se desse una buona scossa al povero ragazzo; e,
con quel movimento, fece volar via più farina, di quel che ci sarebbe
voluto per farne i due pani lasciati cadere allora dal ragazzo. «Via,
via,» disse l'uomo: «torneremo indietro a raccoglierli, o qualcheduno
li raccoglierà. Si stenta da tanto tempo: ora che viene un po'
d'abbondanza, godiamola in santa pace.»

Intanto arrivava altra gente dalla porta; e uno di questi, accostatosi
alla donna, le domandò: «dove si va a prendere il pane?»

«Più avanti,» rispose quella; e quando furon lontani dieci passi,
soggiunse borbottando: «questi contadini birboni verranno a spazzar
tutti i forni e tutti i magazzini, e non resterà più niente per noi.»

«Un po' per uno, tormento che sei,» disse il marito: «abbondanza,
abbondanza.»

Da queste e da altrettali cose che vedeva e sentiva, Renzo cominciò a
raccapezzarsi ch'era arrivato in una città sollevata, e che quello era
un giorno di conquista, vale a dire che ognuno pigliava, a proporzione
della voglia e della forza, dando busse in pagamento. Per quanto noi
desideriamo di far fare buona figura al nostro povero montanaro, la
sincerità storica ci obbliga a dire che il suo primo sentimento fu di
piacere. Aveva così poco da lodarsi dell'andamento ordinario delle
cose, che si trovava inclinato ad approvare ciò che lo mutasse in
qualunque maniera. E del resto, non essendo punto un uomo superiore al
suo secolo, viveva anche lui in quell'opinione o in quella passione
comune, che la scarsezza del pane fosse cagionata dagl'incettatori
e da' fornai; ed era disposto a trovar giusto ogni modo di strappar
loro dalle mani l'alimento che essi, secondo quell'opinione, negavano
crudelmente alla fame di tutto un popolo. Pure, si propose di star
fuori del tumulto, e si rallegrò d'esser diretto a un cappuccino, che
gli troverebbe ricovero, e gli farebbe da padre. Così pensando, e
guardando intanto i nuovi conquistatori che venivano carichi di preda,
fece quella po' di strada che gli rimaneva per arrivare al convento.

Dove ora sorge quel bel palazzo, con quell'alto loggiato, c'era allora,
e c'era ancora non son molt'anni, una piazzetta, e in fondo a quella la
chiesa e il convento de' cappuccini, con quattro grand'olmi davanti.
Noi ci rallegriamo, non senza invidia, con que' nostri lettori che
non han visto le cose in quello stato: ciò vuol dire che son molto
giovani, e non hanno avuto tempo di far molte corbellerie. Renzo andò
diritto alla porta, si ripose in seno il mezzo pane che gli rimaneva,
levò fuori e tenne preparata in mano la lettera, e tirò il campanello.
S'aprì uno sportellino che aveva una grata, e vi comparve la faccia del
frate portinaio a domandar chi era.

«Uno di campagna, che porta al padre Bonaventura una lettera pressante
del padre Cristoforo.»

«Date qui,» disse il portinaio, mettendo una mano alla grata.

«No, no,» disse Renzo: «gliela devo consegnare in proprie mani.»

«Non è in convento.»

«Mi lasci entrare, che l'aspetterò.»

«Fate a mio modo,» rispose il frate: «andate a aspettare in chiesa,
che intanto potrete fare un po' di bene. In convento, per adesso, non
s'entra.» E detto questo, richiuse lo sportello. Renzo rimase lì,
con la sua lettera in mano. Fece dieci passi verso la porta della
chiesa, per seguire il consiglio del portinaio; ma poi pensò di dar
prima un'altra occhiata al tumulto. Attraversò la piazzetta, si
portò sull'orlo della strada, e si fermò, con le braccia incrociate
sul petto, a guardare a sinistra, verso l'interno della città, dove
il brulichío era più folto e più rumoroso. Il vortice attrasse lo
spettatore.--Andiamo a vedere,--disse tra sè; tirò fuori il suo mezzo
pane, e sbocconcellando, si mosse verso quella parte. Intanto che
s'incammina, noi racconteremo, più brevemente che sia possibile, le
cagioni e il principio di quello sconvolgimento.




                             CAPITOLO XII.


Era quello il second'anno di raccolta scarsa. Nell'antecedente, le
provvisioni rimaste degli anni addietro avevan supplito, fino a un
certo segno, al difetto; e la popolazione era giunta, non satolla nè
affamata, ma, certo, affatto sprovveduta, alla messe del 1628, nel
quale siamo con la nostra storia. Ora, questa messe tanto desiderata
riuscì ancor più misera della precedente, in parte per maggior
contrarietà delle stagioni (e questo non solo nel milanese, ma in un
buon tratto di paese circonvicino); in parte per colpa degli uomini.
Il guasto e lo sperperío della guerra, di quella bella guerra di cui
abbiam fatto menzione di sopra, era tale, che, nella parte dello stato
più vicina ad essa, molti poderi più dell'ordinario rimanevano incolti
e abbandonati da' contadini, i quali, in vece di procacciar col lavoro
pane per sè e per gli altri, eran costretti d'andare ad accattarlo
per carità. Ho detto: più dell'ordinario; perchè le insopportabili
gravezze, imposte con una cupidigia e con un'insensatezza del pari
sterminate, la condotta abituale, anche in piena pace, delle truppe
alloggiate ne' paesi, condotta che i dolorosi documenti di que' tempi
uguagliano a quella d'un nemico invasore, altre cagioni che non è
qui il luogo di mentovare, andavano già da qualche tempo operando
lentamente quel tristo effetto in tutto il milanese: le circostanze
particolari di cui ora parliamo, erano come una repentina esacerbazione
d'un mal cronico. E quella qualunque raccolta non era ancor finita di
riporre, che le provvisioni per l'esercito, e lo sciupinío che sempre
le accompagna, ci fecero dentro un tal vôto, che la penuria si fece
subito sentire, e con la penuria quel suo doloroso, ma salutevole come
inevitabile effetto, il rincaro.

Ma quando questo arriva a un certo segno, nasce sempre (o almeno è
sempre nata finora; e se ancora, dopo tanti scritti di valentuomini,
pensate in quel tempo!), nasce un'opinione ne' molti, che non ne sia
cagione la scarsezza. Si dimentica d'averla temuta, predetta; si
suppone tutt'a un tratto che ci sia grano abbastanza, e che il male
venga dal non vendersene abbastanza per il consumo: supposizioni che
non stanno nè in cielo, nè in terra; ma che lusingano a un tempo la
collera e la speranza. Gl'incettatori di grano, reali o immaginari,
i possessori di terre, che non lo vendevano tutto in un giorno, i
fornai che ne compravano, tutti coloro in somma che ne avessero o poco
o assai, o che avessero il nome d'averne, a questi si dava la colpa
della penuria e del rincaro, questi erano il bersaglio del lamento
universale, l'abbominio della moltitudine male e ben vestita. Si
diceva di sicuro dov'erano i magazzini, i granai, colmi, traboccanti,
appuntellati; s'indicava il numero de' sacchi, spropositato; si parlava
con certezza dell'immensa quantità di granaglie che veniva spedita
segretamente in altri paesi; ne' quali probabilmente si gridava, con
altrettanta sicurezza e con fremito uguale, che le granaglie di là
venivano a Milano. S'imploravan da' magistrati que' provvedimenti, che
alla moltitudine paion sempre, o almeno sono sempre parsi finora, così
giusti, così semplici, così atti a far saltar fuori il grano, nascosto,
murato, sepolto, come dicevano, e a far ritornar l'abbondanza. I
magistrati qualche cosa facevano: come di stabilire il prezzo massimo
d'alcune derrate, d'intimar pene a chi ricusasse di vendere, e altri
editti di quel genere. Siccome però tutti i provvedimenti di questo
mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù di diminuire il
bisogno del cibo, nè di far venir derrate fuor di stagione; e siccome
questi in ispecie non avevan certamente quella d'attirarne da dove ce
ne potesse essere di soprabbondanti; così il male durava o cresceva. La
moltitudine attribuiva un tale effetto alla scarsezza e alla debolezza
de' rimedi, e ne sollecitava ad alte grida de' più generosi e decisivi.
E per sua sventura, trovò l'uomo secondo il suo cuore.

Nell'assenza del governatore don Gonzalo Fernandez de Cordova, che
comandava l'assedio di Casale del Monferrato, faceva le sue voci in
Milano il gran cancelliere Antonio Ferrer, pure spagnolo. Costui
vide, e chi non l'avrebbe veduto? che l'essere il pane a un prezzo
giusto, è per sè una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo
sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla. Fissò la _meta_
(così chiamano qui la tariffa in materia di commestibili), fissò la
meta del pane al prezzo che sarebbe stato il giusto, se il grano si
fosse comunemente venduto trentatrè lire il moggio: e si vendeva
fino a ottanta. Fece come una donna stata giovine, che pensasse di
ringiovinire, alterando la sua fede di battesimo.

Ordini meno insensati e meno iniqui eran, più d'una volta, per la
resistenza delle cose stesse, rimasti ineseguiti; ma all'esecuzione
di questo vegliava la moltitudine, che, vedendo finalmente convertito
in legge il suo desiderio, non avrebbe sofferto che fosse per celia.
Accorse subito ai forni, a chieder pane al prezzo tassato; e lo chiese
con quel fare di risolutezza e di minaccia, che danno la passione,
la forza e la legge riunite insieme. Se i fornai strillassero, non
lo domandate. Intridere, dimenare, infornare e sfornare senza posa;
perchè il popolo, sentendo in confuso che l'era una cosa violenta,
assediava i forni di continuo, per goder quella cuccagna fin che
durava; affacchinarsi, dico, e scalmanarsi più del solito, per
iscapitarci, ognun vede che bel piacere dovesse essere. Ma, da una
parte i magistrati che intimavan pene, dall'altra il popolo che voleva
esser servito, e, punto punto che qualche fornaio indugiasse, pressava
e brontolava, con quel suo vocione, e minacciava una di quelle sue
giustizie, che sono delle peggio che si facciano in questo mondo; non
c'era redenzione, bisognava rimenare, infornare, sfornare e vendere.
Però, a farli continuare in quell'impresa, non bastava che fosse lor
comandato, nè che avessero molta paura; bisognava potere: e, un po'
più che la cosa fosse durata, non avrebbero più potuto. Facevan vedere
ai magistrati l'iniquità e l'insopportabilità del carico imposto loro,
protestavano di voler gettar la pala nel forno, e andarsene; e intanto
tiravano avanti come potevano, sperando, sperando che, una volta o
l'altra, il gran cancelliere avrebbe inteso la ragione. Ma Antonio
Ferrer, il quale era quel che ora si direbbe un uomo di carattere,
rispondeva che i fornai s'erano avvantaggiati molto e poi molto nel
passato, che s'avvantaggerebbero molto e poi molto col ritornar
dell'abbondanza; che anche si vedrebbe, si penserebbe forse a dar loro
qualche risarcimento; e che intanto tirassero ancora avanti. O fosse
veramente persuaso lui di queste ragioni che allegava agli altri, o
che, anche conoscendo dagli effetti l'impossibilità di mantener quel
suo editto, volesse lasciare agli altri l'odiosità di rivocarlo;
giacchè, chi può ora entrar nel cervello d'Antonio Ferrer? il fatto sta
che rimase fermo su ciò che aveva stabilito. Finalmente i decurioni (un
magistrato municipale composto di nobili, che durò fino al novantasei
del secolo scorso) informaron per lettera il governatore, dello stato
in cui eran le cose: trovasse lui qualche ripiego, che le facesse
andare.

Don Gonzalo, ingolfato fin sopra i capelli nelle faccende della guerra,
fece ciò che il lettore s'immagina certamente: nominò una giunta, alla
quale conferì l'autorità di stabilire al pane un prezzo che potesse
correre; una cosa da poterci campar tanto una parte che l'altra. I
deputati si radunarono, o come qui si diceva spagnolescamente nel
gergo segretariesco d'allora, si giuntarono; e dopo mille riverenze,
complimenti, preamboli, sospiri, sospensioni, proposizioni in aria,
tergiversazioni, strascinati tutti verso una deliberazione da una
necessità sentita da tutti, sapendo bene che giocavano una gran carta,
ma convinti che non c'era da far altro, conclusero di rincarare il
pane. I fornai respirarono; ma il popolo imbestialì.

La sera avanti questo giorno in cui Renzo arrivò in Milano, le strade e
le piazze brulicavano d'uomini, che trasportati da una rabbia comune,
predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano
in crocchi, senza essersi dati l'intesa, quasi senza avvedersene,
come gocciole sparse sullo stesso pendio. Ogni discorso accresceva la
persuasione e la passione degli uditori, come di colui che l'aveva
proferito. Tra tanti appassionati, c'eran pure alcuni più di sangue
freddo, i quali stavano osservando con molto piacere, che l'acqua
s'andava intorbidando; e s'ingegnavano d'intorbidarla di più, con que'
ragionamenti, e con quelle storie che i furbi sanno comporre, e che gli
animi alterati sanno credere; e si proponevano di non lasciarla posare,
quell'acqua, senza farci un po' di pesca. Migliaia d'uomini andarono
a letto col sentimento indeterminato che qualche cosa bisognava fare,
che qualche cosa si farebbe. Avanti giorno, le strade eran di nuovo
sparse di crocchi: fanciulli, donne, uomini, vecchi, operai, poveri,
si radunavano a sorte: qui era un bisbiglio confuso di molte voci; là
uno predicava, e gli altri applaudivano; questo faceva al più vicino la
stessa domanda ch'era allora stata fatta a lui; quest'altro ripeteva
l'esclamazione che s'era sentita risonare agli orecchi; per tutto
lamenti, minacce, maraviglie: un piccol numero di vocaboli era il
materiale di tanti discorsi.

Non mancava altro che un'occasione, una spinta, un avviamento
qualunque, per ridurre le parole a fatti; e non tardò molto. Uscivano,
sul far del giorno, dalle botteghe de' fornai i garzoni che, con una
gerla carica di pane, andavano a portarne alle solite case. Il primo
comparire d'uno di que' malcapitati ragazzi dov'era un crocchio di
gente, fu come il cadere d'un salterello acceso in una polveriera.
«Ecco se c'è il pane!» gridarono cento voci insieme. «Sì, per i
tiranni, che notano nell'abbondanza, e voglion far morir noi di fame,»
dice uno; s'accosta al ragazzetto, avventa la mano all'orlo della
gerla, dà una stratta, e dice: «lascia vedere.» Il ragazzetto diventa
rosso, pallido, trema, vorrebbe dire: lasciatemi andare; ma la parola
gli muore in bocca; allenta le braccia, e cerca di liberarle in
fretta dalle cigne. «Giù quella gerla,» si grida intanto. Molte mani
l'afferrano a un tempo: è in terra; si butta per aria il canovaccio che
la copre: una tepida fragranza si diffonde all'intorno. «Siam cristiani
anche noi: dobbiamo mangiar pane anche noi,» dice il primo; prende un
pan tondo, l'alza, facendolo vedere alla folla, l'addenta: mani alla
gerla, pani per aria; in men che non si dice, fu sparecchiato. Coloro
a cui non era toccato nulla, irritati alla vista del guadagno altrui,
e animati dalla facilità dell'impresa, si mossero a branchi, in cerca
d'altre gerle: quante incontrate, tante svaligiate. E non c'era neppur
bisogno di dar l'assalto ai portatori: quelli che, per loro disgrazia,
si trovavano in giro, vista la mala parata, posavano volontariamente
il carico, e via a gambe. Con tutto ciò, coloro che rimanevano a denti
secchi, erano senza paragone i più; anche i conquistatori non eran
soddisfatti di prede così piccole, e, mescolati poi con gli uni e con
gli altri, c'eran coloro che avevan fatto disegno sopra un disordine
più co' fiocchi. «Al forno! al forno!» si grida.

Nella strada chiamata la Corsia de' Servi, c'era, e c'è tuttavia un
forno, che conserva lo stesso nome; nome che in toscano viene a dire il
forno delle grucce, e in milanese è composto di parole così eteroclite,
così bisbetiche, così salvatiche, che l'alfabeto della lingua non ha
i segni per indicarne il suono[20]. A quella parte s'avventò la gente.
Quelli della bottega stavano interrogando il garzone tornato scarico,
il quale, tutto sbigottito e abbaruffato, riferiva balbettando la sua
trista avventura; quando si sente un calpestío e un urlío insieme;
cresce e s'avvicina; compariscono i forieri della masnada.

[20] El prestin di scansc.

Serra, serra; presto, presto: uno corre a chiedere aiuto al capitano di
giustizia; gli altri chiudono in fretta la bottega, e appuntellano i
battenti. La gente comincia a affollarsi di fuori, e a gridare: «pane!
pane! aprite! aprite!»

Pochi momenti dopo, arriva il capitano di giustizia, con una scorta
d'alabardieri. «Largo, largo, figliuoli: a casa, a casa; fate luogo al
capitano di giustizia,» grida lui e gli alabardieri. La gente, che non
era ancor troppo fitta, fa un po' di luogo; dimodochè quelli poterono
arrivare, e postarsi, insieme, se non in ordine, davanti alla porta
della bottega.

«Ma figliuoli,» predicava di lì il capitano, «che fate qui? A casa, a
casa. Dov'è il timor di Dio? Che dirà il re nostro signore? Non vogliam
farvi male; ma andate a casa. Da bravi! Che diamine volete far qui,
così ammontati? Niente di bene, nè per l'anima, nè per il corpo. A
casa, a casa.»

Ma quelli che vedevan la faccia del dicitore, e sentivan le sue
parole, quand'anche avessero voluto ubbidire, dite un poco in che
maniera avrebber potuto, spinti com'erano, e incalzati da quelli di
dietro, spinti anch'essi da altri, come flutti da flutti, via via fino
all'estremità della folla, che andava sempre crescendo. Al capitano,
cominciava a mancargli il respiro. «Fateli dare addietro ch'io possa
riprender fiato,» diceva agli alabardieri: «ma non fate male a nessuno.
Vediamo d'entrare in bottega: picchiate; fateli stare indietro.»

«Indietro! indietro!» gridano gli alabardieri, buttandosi tutti insieme
addosso ai primi, e respingendoli con l'aste dell'alabarde. Quelli
urlano, si tirano indietro, come possono; danno con le schiene ne'
petti, co' gomiti nelle pance, co' calcagni sulle punte de' piedi a
quelli che son dietro a loro: si fa un pigío, una calca, che quelli
che si trovavano in mezzo, avrebbero pagato qualcosa a essere altrove.
Intanto un po' di vôto s'è fatto davanti alla porta: il capitano
picchia, ripicchia, urla che gli aprano: quelli di dentro vedono dalle
finestre, scendon di corsa, aprono; il capitano entra, chiama gli
alabardieri, che si ficcan dentro anch'essi l'un dopo l'altro, gli
ultimi rattenendo la folla con l'alabarde. Quando sono entrati tutti,
si mette tanto di catenaccio, si riappuntella; il capitano sale di
corsa, e s'affaccia a una finestra. Uh, che formicolaio!

«Figliuoli,» grida: molti si voltano in su; «figliuoli, andate a casa.
Perdono generale a chi torna subito a casa.»

«Pane! pane! aprite! aprite!» eran le parole più distinte nell'urlío
orrendo, che la folla mandava in risposta.

«Giudizio, figliuoli! badate bene! siete ancora a tempo. Via, andate,
tornate a casa. Pane, ne avrete; ma non è questa la maniera. Eh!... eh!
che fate laggiù! Eh! a quella porta! Oibò oibò! Vedo, vedo: giudizio!
badate bene! è un delitto grosso. Or ora vengo io. Eh! eh! smettete con
que' ferri; giù quelle mani. Vergogna! Voi altri milanesi, che, per la
bontà, siete nominati in tutto il mondo! Sentite, sentite: siete sempre
stati buoni fi.... Ah canaglia!»

[Illustrazione: «Ah birboni! ah furfantoni! È questo il pane, che date
alla povera gente?»... (pag. 185)]

Questa rapida mutazione di stile fu cagionata da una pietra che, uscita
dalle mani d'uno di que' buoni figliuoli, venne a batter nella fronte
del capitano, sulla protuberanza sinistra della profondità metafisica.
«Canaglia! canaglia!» continuava a gridare, chiudendo presto presto la
finestra, e ritirandosi. Ma quantunque avesse gridato quanto n'aveva
in canna, le sue parole, buone e cattive, s'eran tutte dileguate e
disfatte a mezz'aria, nella tempesta delle grida che venivan di giù.
Quello poi che diceva di vedere, era un gran lavorare di pietre, di
ferri (i primi che coloro avevano potuto procacciarsi per la strada),
che si faceva alla porta, per sfondarla, e alle finestre, per svellere
l'inferriate: e già l'opera era molto avanzata.

Intanto, padroni e garzoni della bottega, ch'erano alle finestre de'
piani di sopra, con una munizione di pietre (avranno probabilmente
disselciato un cortile), urlavano e facevan versacci a quelli di giù,
perchè smettessero; facevan vedere le pietre, accennavano di volerle
buttare. Visto ch'era tempo perso, cominciarono a buttarle davvero.
Neppur una ne cadeva in fallo; giacchè la calca era tale, che un
granello di miglio, come si suol dire, non sarebbe andato in terra.

«Ah birboni! ah furfantoni! È questo il pane, che date alla povera
gente? Ahi! Ahimè! Ohi! Ora, ora!» s'urlava di giù. Più d'uno fu
conciato male; due ragazzi vi rimasero morti. Il furore accrebbe le
forze della moltitudine: la porta fu sfondata, l'inferriate, svelte; e
il torrente penetrò per tutti i varchi. Quelli di dentro, vedendo la
mala parata, scapparono in soffitta: il capitano, gli alabardieri, e
alcuni della casa stettero lì rannicchiati ne' cantucci; altri, uscendo
per gli abbaini, andavano su pe' tetti, come i gatti.

La vista della preda fece dimenticare ai vincitori i disegni di
vendette sanguinose. Si slanciano ai cassoni; il pane è messo a ruba.
Qualcheduno invece corre al banco, butta giù la serratura, agguanta
le ciotole, piglia a manate, intasca, ed esce carico di quattrini,
per tornar poi a rubar pane, se ne rimarrà. La folla si sparge ne'
magazzini. Metton mano ai sacchi, li strascicano, li rovesciano: chi
se ne caccia uno tra le gambe, gli scioglie la bocca, e, per ridurlo
a un carico da potersi portare, butta via una parte della farina:
chi, gridando: «aspetta, aspetta,» si china a parare il grembiule,
un fazzoletto, il cappello, per ricever quella grazia di Dio; uno
corre a una madia, e prende un pezzo di pasta, che s'allunga, e gli
scappa da ogni parte; un altro, che ha conquistato un burattello, lo
porta per aria: chi va, chi viene: uomini, donne, fanciulli, spinte,
rispinte, urli, e un bianco polverío che per tutto si posa, per tutto
si solleva, e tutto vela e annebbia. Di fuori, una calca composta di
due processioni opposte, che si rompono e s'intralciano a vicenda, di
chi esce con la preda, e di chi vuol entrare a farne.

Mentre quel forno veniva così messo sottosopra, nessun altro della
città era quieto e senza pericolo. Ma a nessuno la gente accorse in
numero tale da potere intraprender tutto; in alcuni, i padroni avevan
raccolto degli ausiliari, e stavan sulle difese; altrove, trovandosi
in pochi, venivano in certo modo a patti: distribuivan pane a quelli
che s'eran cominciati a affollare davanti alle botteghe, con questo
che se n'andassero. E quelli se n'andavano, non tanto perchè fosser
soddisfatti, quanto perchè gli alabardieri e la sbirraglia, stando
alla larga da quel tremendo forno delle grucce, si facevan però vedere
altrove, in forza bastante a tenere in rispetto i tristi che non
fossero una folla. Così il trambusto andava sempre crescendo a quel
primo disgraziato forno; perchè tutti coloro che gli pizzicavan le mani
di far qualche bell'impresa, correvan là, dove gli amici erano i più
forti, e l'impunità sicura.

A questo punto eran le cose, quando Renzo, avendo ormai sgranocchiato
il suo pane, veniva avanti per il borgo di porta orientale, e
s'avviava, senza saperlo, proprio al luogo centrale del tumulto.
Andava, ora lesto, ora ritardato dalla folla; e andando, guardava
e stava in orecchi, per ricavar da quel ronzío confuso di discorsi
qualche notizia più positiva dello stato delle cose. Ed ecco a un di
presso le parole che gli riuscì di rilevare in tutta la strada che fece.

«Ora è scoperta,» gridava uno, «l'impostura infame di que' birboni,
che dicevano che non c'era nè pane, nè farina, nè grano. Ora si vede
la cosa chiara e lampante; e non ce la potranno più dare ad intendere.
Viva l'abbondanza!»

«Vi dico io che tutto questo non serve a nulla,» diceva un altro: «è un
buco nell'acqua; anzi sarà peggio, se non si fa una buona giustizia. Il
pane verrà a buon mercato, ma ci metteranno il veleno, per far morir
la povera gente, come mosche. Già lo dicono che siam troppi; l'hanno
detto nella giunta; e lo so di certo, per averlo sentito dir io, con
quest'orecchi, da una mia comare, che è amica d'un parente d'uno
sguattero d'uno di que' signori.»

Parole da non ripetersi diceva, con la schiuma alla bocca, un altro,
che teneva con una mano un cencio di fazzoletto su' capelli arruffati e
insanguinati. E qualche vicino, come per consolarlo, gli faceva eco.

«Largo, largo, signori, in cortesia; lascin passare un povero padre
di famiglia, che porta da mangiare a cinque figliuoli.» Così diceva
uno che veniva barcollando sotto un gran sacco di farina; e ognuno
s'ingegnava di ritirarsi, per fargli largo.

«Io?» diceva un altro, quasi sottovoce, a un suo compagno: «io me la
batto. Son uomo di mondo, e so come vanno queste cose. Questi merlotti
che fanno ora tanto fracasso, domani o doman l'altro, se ne staranno in
casa, tutti pieni di paura. Ho già visto certi visi, certi galantuomini
che giran, facendo l'indiano, e notano chi c'è e chi non c'è: quando
poi tutto è finito, si raccolgono i conti, e a chi tocca, tocca.»

«Quello che protegge i fornai,» gridava una voce sonora, che attirò
l'attenzione di Renzo, «è il vicario di provvisione.»

«Son tutti birboni,» diceva un vicino.

«Sì; ma il capo è lui,» replicava il primo.

Il vicario di provvisione, eletto ogn'anno dal governatore tra sei
nobili proposti dal Consiglio de' decurioni, era il presidente
di questo, e del tribunale di provvisione; il quale, composto di
dodici, anche questi nobili, aveva, con altre attribuzioni, quella
principalmente dell'annona. Chi occupava un tal posto doveva
necessariamente, in tempi di fame e d'ignoranza, esser detto l'autore
de' mali: meno che non avesse fatto ciò che fece Ferrer; cosa che non
era nelle sue facoltà, se anche fosse stata nelle sue idee.

«Scellerati!» esclamava un altro: «si può far di peggio? sono arrivati
a dire che il gran cancelliere è un vecchio rimbambito, per levargli
il credito, e comandar loro soli. Bisognerebbe fare una gran stia, e
metterli dentro, a viver di vecce e di loglio, come volevano trattar
noi.»

«Pane eh?» diceva uno che cercava d'andar in fretta: «sassate di
libbra: pietre di questa fatta, che venivan giù come la grandine. E che
schiacciata di costole! Non vedo l'ora d'essere a casa mia.»

Tra questi discorsi, dai quali non saprei dire se fosse più informato
o sbalordito, e tra gli urtoni, arrivò Renzo finalmente davanti a quel
forno. La gente era già molto diradata, dimodochè potè contemplare il
brutto e recente soqquadro. Le mura scalcinate e ammaccate da sassi, da
mattoni, le finestre sgangherate, diroccata la porta.

--Questa poi non è una bella cosa,--disse Renzo tra sè:--se concian
così tutti i forni, dove voglion fare il pane? Ne' pozzi?--

Ogni tanto, usciva dalla bottega qualcheduno che portava un pezzo
di cassone, o di madia, o di frullone, la stanga d'una gramola, una
panca, una paniera, un libro di conti, qualche cosa in somma di quel
povero forno; e gridando: «largo, largo,» passava tra la gente. Tutti
questi s'incamminavano dalla stessa parte, e a un luogo convenuto, si
vedeva.--Cos'è quest'altra storia?--pensò di nuovo Renzo; e andò dietro
a uno che, fatto un fascio d'asse spezzate e di schegge, se lo mise
in ispalla, avviandosi, come gli altri, per la strada che costeggia
il fianco settentrionale del duomo, e ha preso nome dagli scalini
che c'erano, e da poco in qua non ci son più. La voglia d'osservar
gli avvenimenti non potè fare che il montanaro, quando gli si scoprì
davanti la gran mole, non si soffermasse a guardare in su, con la bocca
aperta. Studiò poi il passo, per raggiunger colui che aveva preso
come per guida; voltò il canto, diede un'occhiata anche alla facciata
del duomo, rustica allora in gran parte e ben lontana dal compimento;
e sempre dietro a colui, che andava verso il mezzo della piazza. La
gente era più fitta quanto più s'andava avanti, ma al portatore gli si
faceva largo: egli fendeva l'onda del popolo, e Renzo, standogli sempre
attaccato, arrivò con lui al centro della folla. Lì c'era uno spazio
vôto, e in mezzo, un mucchio di brace, reliquie degli attrezzi detti
di sopra. All'intorno era un batter di mani e di piedi, un frastono di
mille grida di trionfo e d'imprecazione.

L'uomo del fascio lo buttò su quel mucchio; un altro, con un mozzicone
di pala mezzo abbruciacchiato, sbracia il fuoco: il fumo cresce e
s'addensa; la fiamma si ridesta; con essa le grida sorgon più forti.
«Viva l'abbondanza! Moiano gli affamatori! Moia la carestia! Crepi la
Provvisione! Crepi la giunta! Viva il pane!»

Veramente, la distruzion de' frulloni e delle madie, la devastazion de'
forni, e lo scompiglio de' fornai, non sono i mezzi più spicci per far
vivere il pane; ma questa è una di quelle sottigliezze metafisiche, che
una moltitudine non ci arriva. Però, senza essere un gran metafisico,
un uomo ci arriva talvolta alla prima, finch'è nuovo nella questione;
e solo a forza di parlarne, e di sentirne parlare, diventerà inabile
anche a intenderle. A Renzo in fatti quel pensiero gli era venuto da
principio, e gli tornava, come abbiam visto, ogni momento. Lo tenne
per altro in sè; perchè, di tanti visi, non ce n'era uno che sembrasse
dire: fratello, se fallo, correggimi che l'avrò caro.

Già era di nuovo finita la fiamma; non si vedeva più venir nessuno con
altra materia, e la gente cominciava a annoiarsi; quando si sparse
la voce, che, al Cordusio (una piazzetta e un crocicchio non molto
distante di lì), s'era messo l'assedio a un forno. Spesso, in simili
circostanze, l'annunzio d'una cosa la fa essere. Insieme con quella
voce, si diffuse nella moltitudine una voglia di correr là: «io vo;
tu, vai? vengo; andiamo,» si sentiva per tutto: la calca si rompe, e
diventa una processione. Renzo rimaneva indietro, non movendosi quasi,
se non quanto era strascinato dal torrente; e teneva intanto consiglio
in cuor suo, se dovesse uscir dal baccano, e ritornare al convento,
in cerca del padre Bonaventura, o andare a vedere anche quest'altra.
Prevalse di nuovo la curiosità. Però risolvette di non cacciarsi nel
fitto della mischia, a farsi ammaccar l'ossa, o a risicar qualcosa di
peggio; ma di tenersi in qualche distanza, a osservare. E trovandosi
già un poco al largo, si levò di tasca il secondo pane, e attaccandoci
un morso, s'avviò alla coda dell'esercito tumultuoso.

Questo, dalla piazza, era già entrato nella strada corta e stretta
di Pescheria vecchia, e di là, per quell'arco a sbieco, nella piazza
de' Mercanti. E lì eran ben pochi quelli che, nel passar davanti alla
nicchia che taglia il mezzo della loggia dell'edifizio chiamato allora
il collegio de' dottori, non dessero un'occhiatina alla grande statua
che vi campeggiava, a quel viso serio, burbero, accipigliato, e non
dico abbastanza, di don Filippo II, che, anche dal marmo, imponeva un
non so che di rispetto, e, con quel braccio teso, pareva che fosse lì
per dire: ora vengo io, marmaglia.

Quella statua non c'è più, per un caso singolare. Circa cento
settant'anni dopo quello che stiam raccontando, un giorno le fu
cambiata la testa, le fu levato di mano lo scettro, e sostituito a
questo un pugnale; e alla statua fu messo nome Marco Bruto. Così
accomodata stette forse un par d'anni; ma, una mattina, certuni che
non avevan simpatia con Marco Bruto, anzi dovevano avere con lui una
ruggine segreta, gettarono una fune intorno alla statua, la tiraron
giù, le fecero cento angherie; e, mutilata e ridotta a un torso
informe, la strascicarono, con gli occhi in fuori, e con le lingue
fuori, per le strade, e, quando furono stracchi bene, la ruzzolarono
non so dove. Chi l'avesse detto a Andrea Biffi, quando la scolpiva!

Dalla piazza de' Mercanti, la marmaglia insaccò, per quell'altr'arco,
nella via de' _Fustagnai_, e di lì si sparpagliò nel Cordusio. Ognuno,
al primo sboccarvi, guardava subito verso il forno ch'era stato
indicato. Ma in vece della moltitudine d'amici che s'aspettavano
di trovar lì già al lavoro, videro soltanto alcuni starsene, come
esitando, a qualche distanza della bottega, la quale era chiusa, e alle
finestre gente armata, in atto di star pronti a difendersi. A quella
vista, chi si maravigliava, chi sagrava, chi rideva; chi si voltava,
per informar quelli che arrivavan via via; chi si fermava, chi voleva
tornare indietro, chi diceva: «avanti, avanti.» C'era un incalzare e
un rattenere, come un ristagno, una titubazione, un ronzío confuso di
contrasti e di consulte. In questa, scoppiò di mezzo alla folla una
maledetta voce: «c'è qui vicino la casa del vicario di provvisione:
andiamo a far giustizia, e a dare il sacco.» Parve il rammentarsi
comune d'un concerto preso, piuttosto che l'accettazione d'una
proposta. «Dal vicario! dal vicario!» è il solo grido che si possa
sentire. La turba si move, tutta insieme, verso la strada dov'era la
casa nominata in un così cattivo punto.




                            CAPITOLO XIII.


Lo sventurato vicario stava, in quel momento, facendo un chilo agro e
stentato d'un desinare biascicato senza appetito, e senza pan fresco; e
attendeva, con gran sospensione, come avesse a finire quella burrasca,
lontano però dal sospettar che dovesse cader così spaventosamente
addosso a lui. Qualche galantuomo precorse di galoppo la folla, per
avvertirlo di quel che gli sovrastava. I servitori, attirati già dal
rumore sulla porta, guardavano sgomentati lungo la strada, dalla parte
donde il rumore veniva avvicinandosi. Mentre ascoltan l'avviso, vedon
comparire la vanguardia: in fretta e in furia, si porta l'avviso al
padrone: mentre questo pensa a fuggire, e come fuggire, un altro viene
a dirgli che non è più a tempo. I servitori ne hanno appena tanto che
basti per chiuder la porta. Metton la stanga, metton puntelli, corrono
a chiuder le finestre, come quando si vede venire avanti un tempo nero,
e s'aspetta la grandine, da un momento all'altro. L'urlío crescente,
scendendo dall'alto come un tuono, rimbomba nel vôto cortile; ogni buco
della casa ne rintrona: e di mezzo al vasto e confuso strepito, si
senton forti e fitti colpi di pietre alla porta.

«Il vicario! Il tiranno! L'affamatore! Lo vogliamo! vivo o morto!»

Il meschino girava di stanza in stanza, pallido, senza fiato,
battendo palma a palma, raccomandandosi a Dio, e a' suoi servitori,
che tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo scappare. Ma
come, e di dove? Salì in soffitta; da un pertugio, guardò ansiosamente
nella strada, e la vide piena zeppa di furibondi; sentì le voci che
chiedevan la sua morte; e più smarrito che mai, si ritirò, e andò a
cercare il più sicuro e riposto nascondiglio. Lì rannicchiato, stava
attento, attento, se mai il funesto rumore s'affievolisse, se il
tumulto s'acquietasse un poco; ma sentendo in vece il muggito alzarsi
più feroce e più rumoroso, e raddoppiare i picchi, preso da un nuovo
soprassalto al cuore, si turava gli orecchi in fretta. Poi, come
fuori di sè, stringendo i denti, e raggrinzando il viso, stendeva le
braccia, e puntava i pugni, come se volesse tener ferma la porta....
Del resto, quel che facesse precisamente non si può sapere, giacchè era
solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna che c'è avvezza.

Renzo, questa volta, si trovava nel forte del tumulto, non già
portatovi dalla piena, ma cacciatovisi deliberatamente. A quella prima
proposta di sangue, aveva sentito il suo rimescolarsi tutto: in quanto
al saccheggio, non avrebbe saputo dire se fosse bene o male in quel
caso; ma l'idea dell'omicidio gli cagionò un orrore pretto e immediato.
E quantunque, per quella funesta docilità degli animi appassionati
all'affermare appassionato di molti, fosse persuasissimo che il vicario
era la cagion principale della fame, il nemico de' poveri, pure,
avendo, al primo moversi della turba, sentita a caso qualche parola
che indicava la volontà di fare ogni sforzo per salvarlo, s'era subito
proposto d'aiutare anche lui un'opera tale; e, con quest'intenzione,
s'era cacciato, quasi fino a quella porta, che veniva travagliata in
cento modi. Chi con ciottoli picchiava su' chiodi della serratura, per
isconficcarla; altri, con pali e scarpelli e martelli, cercavano di
lavorar più in regola: altri poi, con pietre, con coltelli spuntati,
con chiodi, con bastoni, con l'unghie, non avendo altro, scalcinavano
e sgretolavano il muro, e s'ingegnavano di levare i mattoni, e fare
una breccia. Quelli che non potevano aiutare, facevan coraggio con gli
urli; ma nello stesso tempo, con lo star lì a pigiare, impicciavan di
più il lavoro già impicciato dalla gara disordinata de' lavoranti:
giacchè, per grazia del cielo, accade talvolta anche nel male quella
cosa troppo frequente nel bene, che i fautori più ardenti divengano un
impedimento.

I magistrati ch'ebbero i primi l'avviso di quel che accadeva, spediron
subito a chieder soccorso al comandante del castello, che allora
si diceva di porta Giovia; il quale mandò alcuni soldati. Ma, tra
l'avviso, e l'ordine, e il radunarsi, e il mettersi in cammino, e il
cammino, essi arrivarono che la casa era già cinta di vasto assedio; e
fecero alto lontano da quella, all'estremità della folla. L'ufiziale
che li comandava, non sapeva che partito prendere. Lì non era altro che
una, lasciatemi dire, accozzaglia di gente varia d'età e di sesso, che
stava a vedere. All'intimazioni che gli venivan fatte, di sbandarsi,
e di dar luogo, rispondevano con un cupo e lungo mormorío; nessuno
si moveva. Far fuoco sopra quella ciurma, pareva all'ufiziale cosa
non solo crudele, ma piena di pericolo; cosa che, offendendo i meno
terribili, avrebbe irritato i molti violenti: e del resto, non aveva
una tale istruzione. Aprire quella prima folla, rovesciarla a destra e
a sinistra, e andare avanti a portar la guerra a chi la faceva, sarebbe
stata la meglio; ma riuscirvi, lì stava il punto. Chi sapeva se i
soldati avrebber potuto avanzarsi uniti e ordinati? Che se, in vece di
romper la folla, si fossero sparpagliati loro tra quella, si sarebber
trovati a sua discrezione, dopo averla aizzata. L'irresolutezza del
comandante e l'immobilità de' soldati parve, a diritto o a torto,
paura. La gente che si trovavan vicino a loro, si contentavano di
guardargli in viso, con un'aria, come si dice, di me n'impipo; quelli
ch'erano un po' più lontani, non se ne stavano di provocarli, con
visacci e con grida di scherno; più in là, pochi sapevano o si curavano
che ci fossero; i guastatori seguitavano a smurare, senz'altro pensiero
che di riuscir presto nell'impresa; gli spettatori non cessavano
d'animarla con gli urli.

[Illustrazione: «Ferrer! Ferrer!»... (pag. 194)]

Spiccava tra questi, ed era lui stesso spettacolo, un vecchio mal
vissuto, che, spalancando due occhi affossati e infocati, contraendo
le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le mani alzate
sopra una canizie vituperosa, agitava in aria un martello, una corda,
quattro gran chiodi, con che diceva di volere attaccare il vicario a un
battente della sua porta, ammazzato che fosse.

«Oibò! vergogna!» scappò fuori Renzo, inorridito a quelle parole, alla
vista di tant'altri visi che davan segno d'approvarle, e incoraggito
dal vederne degli altri, sui quali, benchè muti, traspariva lo stesso
orrore del quale era compreso lui. «Vergogna! Vogliam noi rubare il
mestiere al boia? assassinare un cristiano? Come volete che Dio ci dia
del pane, se facciamo di queste atrocità? Ci manderà de' fulmini, e non
del pane!»

«Ah cane! ah traditor della patria!» gridò, voltandosi a Renzo, con
un viso da indemoniato, un di coloro che avevan potuto sentire tra il
frastono quelle sante parole. «Aspetta, aspetta! È un servitore del
vicario, travestito da contadino: è una spia: dalli, dalli!» Cento
voci si spargono all'intorno. «Cos'è? dov'è? chi è? Un servitore del
vicario. Una spia. Il vicario travestito da contadino, che scappa.
Dov'è? dov'è? dalli, dalli!»

Renzo ammutolisce, diventa piccino piccino, vorrebbe sparire; alcuni
suoi vicini lo prendono in mezzo; e con alte e diverse grida cercano di
confondere quelle voci nemiche e omicide. Ma ciò che più di tutto lo
servì fu un «largo, largo,» che si sentì gridar lì vicino: «largo! è
qui l'aiuto: largo, ohe!»

Cos'era? Era una lunga scala a mano, che alcuni portavano, per
appoggiarla alla casa, e entrarci da una finestra. Ma per buona sorte,
quel mezzo, che avrebbe resa la cosa facile, non era facile esso a
mettere in opera. I portatori, all'una e all'altra cima, e di qua e di
là della macchina, urtati, scompigliati, divisi dalla calca, andavano
a onde: uno, con la testa tra due scalini, e gli staggi sulle spalle,
oppresso come sotto un giogo scosso, mugghiava; un altro veniva
staccato dal carico con una spinta; la scala abbandonata picchiava
spalle, braccia, costole: pensate cosa dovevan dire coloro de' quali
erano. Altri sollevano con le mani il peso morto, vi si caccian sotto,
se lo mettono addosso, gridando: «animo! andiamo!» La macchina fatale
s'avanza balzelloni, e serpeggiando. Arrivò a tempo a distrarre e a
disordinare i nemici di Renzo, il quale profittò della confusione
nata nella confusione; e, quatto quatto sul principio, poi giocando
di gomita a più non posso, s'allontanò da quel luogo, dove non c'era
buon'aria per lui, con l'intenzione anche d'uscire, più presto che
potesse, dal tumulto, e d'andar davvero a trovare o a aspettare il
padre Bonaventura.

Tutt'a un tratto, un movimento straordinario cominciato a un'estremità,
si propaga per la folla, una voce si sparge, viene avanti di bocca
in bocca: «Ferrer! Ferrer!» Una maraviglia, una gioia, una rabbia,
un'inclinazione, una ripugnanza, scoppiano per tutto dove arriva quel
nome; chi lo grida, chi vuol soffogarlo; chi afferma, chi nega; chi
benedice, chi bestemmia.

«È qui Ferrer!--Non è vero, non è vero!--Sì, sì; viva Ferrer!
quello che ha messo il pane a buon mercato.--No, no!--È qui, è
qui in carrozza.--Cosa importa? che c'entra lui? non vogliamo
nessuno!--Ferrer! viva Ferrer! l'amico della povera gente! viene per
condurre in prigione il vicario.--No, no: vogliamo far giustizia noi:
indietro, indietro!--Sì, sì: Ferrer! venga Ferrer! in prigione il
vicario!»

E tutti, alzandosi in punta di piedi, si voltano a guardare da quella
parte donde s'annunziava l'inaspettato arrivo. Alzandosi tutti,
vedevano nè più nè meno che se fossero stati tutti con le piante in
terra; ma tant'è, tutti s'alzavano.

In fatti, all'estremità della folla, dalla parte opposta a quella
dove stavano i soldati, era arrivato in carrozza Antonio Ferrer, il
gran cancelliere, il quale, rimordendogli probabilmente la coscienza
d'essere co' suoi spropositi e con la sua ostinazione, stato causa, o
almeno occasione di quella sommossa, veniva ora a cercar d'acquietarla,
e d'impedirne almeno il più terribile e irreparabile effetto: veniva a
spender bene una popolarità mal acquistata.

Ne' tumulti popolari c'è sempre un certo numero d'uomini che, o per
un riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per
un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro, fanno
di tutto per ispinger le cose al peggio: propongono o promovono i
più spietati consigli, soffian nel fuoco ogni volta che principia a
illanguidire: non è mai troppo per costoro: non vorrebbero che il
tumulto avesse nè fine nè misura. Ma per contrappeso, c'è sempre
anche un certo numero d'altri uomini che, con pari ardore e con
insistenza pari, s'adoprano per produr l'effetto contrario: taluni
mossi da amicizia o da parzialità per le persone minacciate; altri
senz'altro impulso che d'un pio e spontaneo orrore del sangue e de'
fatti atroci. Il cielo li benedica. In ciascuna di queste due parti
opposte, anche quando non ci siano concerti antecedenti, l'uniformità
de' voleri crea un concerto istantaneo nell'operazioni. Chi forma
poi la massa, e quasi il materiale del tumulto, è un miscuglio
accidentale d'uomini, che, più o meno, per gradazioni indefinite,
tengono dell'uno e dell'altro estremo: un po' riscaldati, un po'
furbi, un po' inclinati a una certa giustizia, come l'intendon loro,
un po' vogliosi di vederne qualcheduna grossa, pronti alla ferocia e
alla misericordia, a detestare e ad adorare, secondo che si presenti
l'occasione di provar con pienezza l'uno o l'altro sentimento; avidi
ogni momento di sapere, di credere qualche cosa grossa, bisognosi di
gridare, d'applaudire a qualcheduno, o d'urlargli dietro. Viva e moia,
son le parole che mandan fuori più volentieri; e chi è riuscito a
persuaderli che un tale non meriti d'essere squartato, non ha bisogno
di spender più parole per convincerli che sia degno d'esser portato in
trionfo: attori, spettatori, strumenti, ostacoli, secondo il vento;
pronti anche a stare zitti, quando non sentan più grida da ripetere,
a finirla, quando manchino gl'istigatori, a sbandarsi, quando molte
voci concordi e non contraddette abbiano detto: andiamo; e a tornarsene
a casa, domandandosi l'uno con l'altro: cos'è stato? Siccome però
questa massa, avendo la maggior forza, la può dare a chi vuole, così
ognuna delle due parti attive usa ogni arte per tirarla dalla sua,
per impadronirsene: sono quasi due anime nemiche, che combattono per
entrare in quel corpaccio, e farlo movere. Fanno a chi saprà sparger le
voci più atte a eccitar le passioni, a dirigere i movimenti a favore
dell'uno o dell'altro intento; a chi saprà più a proposito trovare le
nuove che riaccendano gli sdegni, o gli affievoliscano, risveglino
le speranze o i terrori; a chi saprà trovare il grido, che ripetuto
dai più e più forte, esprima, attesti e crei nello stesso tempo il
voto della pluralità, per l'una o per l'altra parte. Tutta questa
chiacchierata s'è fatta per venire a dire che, nella lotta tra le due
parti che si contendevano il voto della gente affollata alla casa del
vicario, l'apparizione d'Antonio Ferrer diede, quasi in un momento, un
gran vantaggio alla parte degli umani, la quale era manifestamente al
di sotto, e, un po' più che quel soccorso fosse tardato, non avrebbe
avuto più nè forza, nè motivo di combattere. L'uomo era gradito alla
moltitudine, per quella tariffa di sua invenzione così favorevole a'
compratori, e per quel suo eroico star duro contro ogni ragionamento in
contrario. Gli animi già propensi erano ora ancor più innamorati dalla
fiducia animosa del vecchio che, senza guardie, senza apparato, veniva
così a trovare, ad affrontare una moltitudine irritata e procellosa.
Faceva poi un effetto mirabile il sentire che veniva a condurre in
prigione il vicario: così il furore contro costui, che si sarebbe
scatenato peggio, chi l'avesse preso con le brusche, e non gli avesse
voluto conceder nulla, ora, con quella promessa di soddisfazione, con
quell'osso in bocca, s'acquietava un poco, e dava luogo agli altri
opposti sentimenti, che sorgevano in una gran parte degli animi.

I partigiani della pace, ripreso fiato, secondavano Ferrer in cento
maniere: quelli che si trovavan vicini a lui, eccitando e rieccitando
col loro il pubblico applauso, e cercando insieme di far ritirare la
gente, per aprire il passo alla carrozza; gli altri, applaudendo,
ripetendo e facendo passare le sue parole, o quelle che a loro
parevano le migliori che potesse dire, dando sulla voce ai furiosi
ostinati, e rivolgendo contro di loro la nuova passione della mobile
adunanza. «Chi è che non vuole che si dica: viva Ferrer? Tu non
vorresti eh, che il pane fosse a buon mercato? Son birboni che non
vogliono una giustizia da cristiani: e c'è di quelli che schiamazzano
più degli altri, per fare scappare il vicario. In prigione il vicario!
Viva Ferrer! Largo a Ferrer!» E crescendo sempre più quelli che
parlavan così, s'andava a proporzione abbassando la baldanza della
parte contraria; di maniera che i primi dal predicare vennero anche a
dar sulle mani a quelli che diroccavano ancora, a cacciarli indietro,
a levar loro dall'unghie gli ordigni. Questi fremevano, minacciavano
anche, cercavan di rifarsi; ma la causa del sangue era perduta: il
grido che predominava era: prigione, giustizia, Ferrer! Dopo un po' di
dibattimento, coloro furon respinti: gli altri s'impadroniron della
porta, e per tenerla difesa da nuovi assalti, e per prepararvi l'adito
a Ferrer; e alcuno di essi, mandando dentro una voce a quelli di casa
(fessure non ne mancava), gli avvisò che arrivava soccorso, e che
facessero star pronto il vicario, «per andar subito.... in prigione:
ehm, avete inteso?»

«È quel Ferrer che aiuta a far le gride?» domandò a un nuovo vicino il
nostro Renzo, che si rammentò del _vidit Ferrer_ che il dottore gli
aveva gridato all'orecchio, facendoglielo vedere in fondo di quella
tale.

«Già: il gran cancelliere» gli fu risposto.

«È un galantuomo, n'è vero?»

«Eccome se è un galantuomo! è quello che aveva messo il pane a buon
mercato; e gli altri non hanno voluto; e ora viene a condurre in
prigione il vicario, che non ha fatto le cose giuste.»

Non fa bisogno di dire che Renzo fu subito per Ferrer. Volle andargli
incontro addirittura: la cosa non era facile; ma con certe sue spinte e
gomitate da alpigiano, riuscì a farsi far largo, e a arrivare in prima
fila, proprio di fianco alla carrozza.

Era questa già un po' inoltrata nella folla; e in quel momento
stava ferma, per uno di quegl'incagli inevitabili e frequenti, in
un'andata di quella sorte. Il vecchio Ferrer presentava ora all'uno,
ora all'altro sportello, un viso tutto umile, tutto ridente, tutto
amoroso, un viso che aveva tenuto sempre in serbo per quando si
trovasse alla presenza di don Filippo IV; ma fu costretto a spenderlo
anche in quest'occasione. Parlava anche; ma il chiasso e il ronzío di
tante voci, gli evviva stessi che si facevano a lui, lasciavano ben
poco e a ben pochi sentir le sue parole. S'aiutava dunque co' gesti,
ora mettendo la punta delle mani sulle labbra, a prendere un bacio che
le mani, separandosi subito, distribuivano a destra e a sinistra in
ringraziamento alla pubblica benevolenza; ora stendendole e movendole
lentamente fuori d'uno sportello, per chiedere un po' di luogo; ora
abbassandole garbatamente, per chiedere un po' di silenzio. Quando
n'aveva ottenuto un poco, i più vicini sentivano e ripetevano le sue
parole: «pane, abbondanza: vengo a far giustizia: un po' di luogo di
grazia.» Sopraffatto poi e come soffogato dal fracasso di tante voci,
dalla vista di tanti visi fitti, di tant'occhi addosso a lui, si tirava
indietro un momento, gonfiava le gote, mandava un gran soffio, e diceva
tra sè:--_por mi vida, que de gente_!--

«Viva Ferrer! Non abbia paura. Lei è un galantuomo. Pane, pane!»

«Sì; pane, pane,» rispondeva Ferrer: «abbondanza; lo prometto io,» e
metteva la mano al petto.

«Un po' di luogo,» aggiungeva subito: «vengo per condurlo in prigione,
per dargli il giusto gastigo che si merita:» e soggiungeva sottovoce
«_si es culpable_.» Chinandosi poi innanzi verso il cocchiere, gli
diceva in fretta: «_adelante, Pedro, si puedes_.»

Il cocchiere sorrideva anche lui alla moltitudine, con una grazia
affettuosa, come se fosse stato un gran personaggio; e con un garbo
ineffabile, dimenava adagio adagio la frusta, a destra e a sinistra,
per chiedere agl'incomodi vicini che si ristringessero e si ritirassero
un poco. «Di grazia,» diceva anche lui, «signori miei, un po' di luogo,
un pochino; appena appena da poter passare.»

Intanto i benevoli più attivi s'adopravano a far fare il luogo chiesto
così gentilmente. Alcuni davanti ai cavalli facevan ritirar le persone,
con buone parole, con un metter le mani sui petti, con certe spinte
soavi: «in là, via, un po' di luogo, signori;» alcuni facevan lo stesso
dalle due parti della carrozza, perchè potesse passare senza arrotar
piedi, nè ammaccar mostacci; che, oltre il male delle persone, sarebbe
stato porre a un gran repentaglio l'auge d'Antonio Ferver.

Renzo, dopo essere stato qualche momento a vagheggiare quella decorosa
vecchiezza, conturbata un po' dall'angustia, aggravata dalla fatica, ma
animata dalla sollecitudine, abbellita, per dir così, dalla speranza
di togliere un uomo all'angosce mortali, Renzo, dico, mise da parte
ogni pensiero d'andarsene; e si risolvette d'aiutare Ferrer, e di
non abbandonarlo, fin che non fosse ottenuto l'intento. Detto fatto,
si mise con gli altri a far far largo; e non era certo de' meno
attivi. Il largo si fece; «venite pure avanti,» diceva più d'uno al
cocchiere, ritirandosi o andando a fargli un po' di strada più innanzi.
«_Adelante, presto, con juicio_,» gli disse anche il padrone; e la
carrozza si mosse. Ferrer, in mezzo ai saluti che scialacquava al
pubblico in massa, ne faceva certi particolari di ringraziamento, con
un sorriso d'intelligenza, a quelli che vedeva adoprarsi per lui: e
di questi sorrisi ne toccò più d'uno a Renzo, il quale per verità se
li meritava, e serviva in quel giorno il gran cancelliere meglio che
non avrebbe potuto fare il più bravo de' suoi segretari. Al giovane
montanaro invaghito di quella buona grazia, pareva quasi d'aver fatto
amicizia con Antonio Ferrer.

La carrozza, una volta incamminata, seguitò poi, più o meno adagio,
e non senza qualche altra fermatina. Il tragitto non era forse più
che un tiro di schioppo; ma riguardo al tempo impiegatovi, avrebbe
potuto parere un viaggetto, anche a chi non avesse avuto la santa
fretta di Ferrer. La gente si moveva, davanti e di dietro, a destra
e a sinistra della carrozza, a guisa di cavalloni intorno a una nave
che avanza nel forte della tempesta. Più acuto, più scordato, più
assordante di quello della tempesta era il frastono. Ferrer, guardando
ora da una parte, ora dall'altra; atteggiandosi e gestendo insieme,
cercava d'intender qualche cosa, per accomodar le risposte al bisogno;
voleva far alla meglio un po' di dialogo con quella brigata d'amici;
ma la cosa era difficile, la più difficile forse che gli fosse ancora
capitata, in tant'anni di gran-cancellierato. Ogni tanto però, qualche
parola, anche qualche frase, ripetuta da un crocchio nel suo passaggio,
gli si faceva sentire, come lo scoppio d'un razzo più forte si fa
sentire nell'immenso scoppiettío d'un fuoco artifiziale. E lui, ora
ingegnandosi di rispondere in modo soddisfacente a queste grida, ora
dicendo a buon conto le parole che sapeva dover essere più accette, o
che qualche necessità istantanea pareva richiedere, parlò anche lui
per tutta la strada. «Sì, signori; pane, abbondanza. Lo condurrò io in
prigione: sarà gastigato.... _si es culpable_. Sì, sì, comanderò io:
il pane a buon mercato. _Asi es_.... così è, voglio dire: il re nostro
signore non vuole che codesti fedelissimi vassalli patiscan la fame.
_Ox! ox! guardaos_: non si facciano male, signori. _Pedro, adelante con
juicio._ Abbondanza, abbondanza. Un po' di luogo, per carità. Pane,
pane. In prigione, in prigione. Cosa?» domandava poi a uno che s'era
buttato mezzo dentro lo sportello, a urlargli qualche suo consiglio o
preghiera o applauso che fosse. Ma costui, senza poter neppure ricevere
il «cosa?», era stato tirato indietro da uno che lo vedeva lì lì per
essere schiacciato da una rota. Con queste botte e risposte, tra le
incessanti acclamazioni, tra qualche fremito anche d'opposizione, che
si faceva sentire qua e là, ma era subito soffogato, ecco alla fine
Ferrer arrivato alla casa, per opera principalmente di que' buoni
ausiliari.

Gli altri che, come abbiam detto, eran già lì con le medesime buone
intenzioni, avevano intanto lavorato a fare e a rifare un po' di
piazza. Prega, esorta, minaccia; pigia, ripigia, incalza di qua e di
là, con quel raddoppiare di voglia, e con quel rinnovamento di forze
che viene dal veder vicino il fine desiderato; gli era finalmente
riuscito di divider la calca in due, e poi di spingere indietro le
due calche; tanto che, tra la porta e la carrozza, che vi si fermò
davanti, v'era un piccolo spazio vôto. Renzo, che, facendo un po' da
battistrada, un po' da scorta, era arrivato con la carrozza, potè
collocarsi in una di quelle due frontiere di benevoli, che facevano,
nello stesso tempo, ala alla carrozza e argine alle due onde prementi
di popolo. E aiutando a rattenerne una con le poderose sue spalle, si
trovò anche in un bel posto per poter vedere.

Ferrer mise un gran respiro, quando vide quella piazzetta libera, e
la porta ancor chiusa. Chiusa qui vuoi dire non aperta; del resto
i gangheri eran quasi sconficcati fuor de' pilastri: i battenti
scheggiati, ammaccati, sforzati e scombaciati nel mezzo, lasciavano
veder fuori da un largo spiraglio un pezzo di catenaccio storto,
allentato, e quasi divelto, che, se vogliam dir così, li teneva
insieme. Un galantuomo s'era affacciato a quel fesso, a gridar che
aprissero; un altro spalancò in fretta lo sportello della carrozza:
il vecchio mise fuori la testa, s'alzò, e afferrando con la destra il
braccio di quel galantuomo, uscì, e scese sul predellino.

La folla, da una parte e dall'altra, stava tutta in punta di piedi per
vedere: mille visi, mille barbe in aria: la curiosità e l'attenzione
generale creò un momento di generale silenzio. Ferrer, fermatosi quel
momento sul predellino, diede un'occhiata in giro, salutò con un
inchino la moltitudine, come da un pulpito, e messa la mano sinistra al
petto, gridò: «pane e giustizia;» e franco, diritto, togato, scese in
terra, tra l'acclamazioni che andavano alle stelle.

Intanto quelli di dentro avevano aperto, ossia avevan finito d'aprire,
tirando via il catenaccio insieme con gli anelli già mezzi sconficcati,
e allargando lo spiraglio, appena quanto bastava per fare entrare il
desideratissimo ospite. «Presto, presto,» diceva lui: «aprite bene,
ch'io possa entrare: e voi, da bravi, tenete indietro la gente, non
mi lasciate venire addosso.... per l'amor del cielo! Serbate un po'
di largo per tra poco.... Ehi! ehi! signori, un momento,» diceva poi
ancora a quelli di dentro: «adagio con quel battente, lasciatemi
passare: eh! le mie costole; vi raccomando le mie costole. Chiudete
ora: no; eh! eh! la toga! la toga!» Sarebbe infatti rimasta presa tra
i battenti, se Ferrer non n'avesse ritirato con molta disinvoltura
lo strascico, che disparve come la coda d'una serpe, che si rimbuca
inseguita.

Riaccostati i battenti, furono anche riappuntellati alla meglio. Di
fuori, quelli che s'eran costituiti guardia del corpo di Ferrer,
lavoravano di spalle, di braccia e di grida, a mantener la piazza vôta,
pregando in cuor loro il Signore che lo facesse far presto.

«Presto, presto,» diceva anche Ferrer di dentro, sotto il portico, ai
servitori, che gli si eran messi d'intorno ansanti, gridando: «sia
benedetto! ah eccellenza! oh eccellenza! uh eccellenza!»

«Presto, presto,» ripeteva Ferrer: «dov'è questo benedett'uomo?»

Il vicario scendeva le scale, mezzo strascicato e mezzo portato da
altri suoi servitori, bianco come un panno lavato. Quando vide il suo
aiuto, mise un gran respiro; gli tornò il polso, gli scorse un po' di
vita nelle gambe, un po' di colore sulle gote; e corse, come potè,
verso Ferrer, dicendo: «sono nelle mani di Dio e di vostra eccellenza.
Ma come uscir di qui? Per tutto c'è gente che mi vuoi morto.»

«_Venga usted con migo_, e si faccia coraggio: qui fuori c'è la mia
carrozza; presto, presto.» Lo prese per la mano, e lo condusse verso la
porta, facendogli coraggio tuttavia; ma diceva intanto tra sè:--_aqui
està el busilis; Dios nos valga!_--

La porta s'apre; Ferrer esce il primo; l'altro dietro, rannicchiato,
attaccato, incollato alla toga salvatrice, come un bambino alla sottana
della mamma. Quelli che avevan mantenuta la piazza vôta, fanno ora,
con un alzar di mani, di cappelli, come una rete, una nuvola, per
sottrarre alla vista pericolosa della moltitudine il vicario; il quale
entra il primo nella carrozza, e vi si rimpiatta in un angolo. Ferrer
sale dopo; lo sportello vien chiuso. La moltitudine vide in confuso,
riseppe, indovinò quel ch'era accaduto; e mandò un urlo d'applausi e
d'imprecazioni.

La parte della strada che rimaneva da farsi, poteva parer la più
difficile e la più pericolosa. Ma il voto pubblico era abbastanza
spiegato per lasciar andare in prigione il vicario; e nel tempo della
fermata, molti di quelli che avevano agevolato l'arrivo di Ferrer,
s'eran tanto ingegnati a preparare e a mantener come una corsia nel
mezzo della folla, che la carrozza potè, questa seconda volta, andare
un po' più lesta, e di seguito. Di mano in mano che s'avanzava, le due
folle rattenute dalle parti, si ricadevano addosso e si rimischiavano,
dietro a quella.

Ferrer, appena seduto, s'era chinato per avvertire il vicario, che
stesse ben rincantucciato nel fondo, e non si facesse vedere, per
l'amor del cielo; ma l'avvertimento era superfluo. Lui, in vece,
bisognava che si facesse vedere, per occupare e attirare a sè tutta
l'attenzione del pubblico. E per tutta questa gita, come nella prima,
fece al mutabile uditorio un discorso, il più continuo nel tempo,
e il più sconnesso nel senso, che fosse mai; interrompendolo però
ogni tanto con qualche parolina spagnola, che in fretta in fretta si
voltava a bisbigliar nell'orecchio del suo acquattato compagno. «Sì,
signori; pane e giustizia: in castello, in prigione, sotto la mia
guardia. Grazie, grazie, grazie tante. No, no: non iscapperà! _Por
ablandarlos_. È troppo giusto; s'esaminerà, si vedrà. Anch'io voglio
bene a lor signori. Un gastigo severo. _Esto lo digo por su bien_. Una
meta giusta, una meta onesta, e gastigo agli affamatori. Si tirin da
parte, di grazia. Sì, sì; io sono un galantuomo, amico del popolo. Sarà
gastigato: è vero, è un birbante, uno scellerato. _Perdone, usted_.
La passerà male, la passerà male.... _si es culpable_. Sì, sì, li
faremo rigar diritto i fornai. Viva il re, e i buoni milanesi, suoi
fedelissimi vassalli! Sta fresco, sta fresco. _Animo; estamos ya quasi
fuera._»

Avevano in fatti attraversata la maggior calca, e già eran vicini a
uscir al largo, del tutto. Lì Ferrer, mentre cominciava a dare un po'
di riposo a' suoi polmoni, vide il soccorso di Pisa, que' soldati
spagnoli, che però sulla fine non erano stati affatto inutili, giacchè
sostenuti e diretti da qualche cittadino, avevano cooperato a mandare
in pace un po' di gente, e a tenere il passo libero all'ultima uscita.
All'arrivar della carrozza, fecero ala, e presentaron l'arme al gran
cancelliere, il quale fece anche qui un saluto a destra, un saluto
a sinistra; e all'ufiziale, che venne più vicino a fargli il suo,
disse, accompagnando le parole con un cenno della destra: «_beso a
usted las manos_:» parole che l'ufiziale intese per quel che volevano
dir realmente, cioè: m'avete dato un bell'aiuto! In risposta, fece un
altro saluto, e si ristrinse nelle spalle. Era veramente il caso di
dire: _cedant arma togae_; ma Ferrer non aveva in quel momento la testa
a citazioni: e del resto sarebbero state parole buttate via, perchè
l'ufiziale non intendeva il latino.

A Pedro, nel passar tra quelle due file di micheletti, tra que'
moschetti così rispettosamente alzati, gli tornò in petto il cuore
antico. Si riebbe affatto dallo sbalordimento, si rammentò chi era, e
chi conduceva; e gridando: «ohe! ohe!» senz'aggiunta d'altre cerimonie,
alla gente ormai rada abbastanza per poter esser trattata così, e
sferzando i cavalli, fece loro prender la rincorsa verso il castello.

«_Levantese, levantese; estamos ya fuera_,» disse Ferrer al vicario;
il quale, rassicurato dal cessar delle grida, e dal rapido moto della
carrozza, e da quelle parole, si svolse, si sgruppò, s'alzò; e
riavutosi alquanto, cominciò a render grazie, grazie e grazie al suo
liberatore. Questo, dopo essersi condoluto con lui del pericolo, e
rallegrato della salvezza: «ah!» esclamò, battendo la mano sulla sua
zucca monda, «_que dirà de esto su excelencia_, che ha già tanto la
luna a rovescio, per quel maledetto Casale, che non vuole arrendersi?
_Que dirà el conde duque_, che piglia ombra se una foglia fa più rumore
del solito? _Que dirà el rey nuestro señor_, che pur qualche cosa
bisognerà che venga a risapere d'un fracasso così? E sarà poi finito?
_Dios lo sabe._»

«Ah! per me, non voglio più impicciarmene,» diceva il vicario: «me ne
chiamo fuori; rassegno la mia carica nelle mani di vostra eccellenza, e
vo a vivere in una grotta, sur una montagna, a far l'eremita, lontano,
lontano da questa gente bestiale.»

«_Usted_ farà quello che sarà più conveniente _por el servicio de su
magestad_,» rispose gravemente il gran cancelliere.

«Sua maestà non vorrà la mia morte,» replicava il vicario: «in una
grotta, in una grotta; lontano da costoro.»

Che avvenisse poi di questo suo proponimento non lo dice il nostro
autore, il quale, dopo avere accompagnato il pover'uomo in castello,
non fa più menzione de' fatti suoi.




                             CAPITOLO XIV.


La folla rimasta indietro cominciò a sbandarsi, a diramarsi a destra
e a sinistra, per questa e per quella strada. Chi andava a casa, a
accudire anche alle sue faccende; chi s'allontanava, per respirare un
po' al largo, dopo tante ore di stretta; chi, in cerca d'amici, per
ciarlare de' gran fatti della giornata. Lo stesso sgombero s'andava
facendo dall'altro sbocco della strada, nella quale la gente restò
abbastanza rada perchè quel drappello di spagnoli potesse, senza
trovar resistenza, avanzarsi e postarsi alla casa del vicario.
Accosto a quella stava ancor condensato il fondaccio, per dir così,
del tumulto; un branco di birboni, che malcontenti d'una fine così
fredda e così imperfetta d'un così grand'apparato, parte brontolavano,
parte bestemmiavano, parte tenevan consiglio, per veder se qualche
cosa si potesse ancora intraprendere; e, come per provare, andavano
urtacchiando e pigiando quella povera porta, ch'era stata di nuovo
appuntellata alla meglio. All'arrivar del drappello, tutti coloro,
chi diritto diritto, chi baloccandosi, e come a stento, se n'andarono
dalla parte opposta, lasciando il campo libero a' soldati, che lo
presero, e vi si postarono, a guardia della casa e della strada. Ma
tutte le strade del contorno erano seminate di crocchi: dove c'eran
due o tre persone ferme, se ne fermavano tre, quattro, venti altre:
qui qualcheduno si staccava; là tutto un crocchio si moveva insieme;
era come quella nuvolaglia che talvolta rimane sparsa, e gira per
l'azzurro del cielo, dopo una burrasca; e fa dire a chi guarda in
su: questo tempo non è rimesso bene. Pensate poi che babilonia di
discorsi. Chi raccontava con enfasi i casi particolari che aveva visti;
chi raccontava ciò che lui stesso aveva fatto; chi si rallegrava
che la cosa fosse finita bene, e lodava Ferrer, e pronosticava guai
seri per il vicario; chi, sghignazzando, diceva: «non abbiate paura,
che non l'ammazzeranno: il lupo non mangia la carne del lupo;» chi
più stizzosamente mormorava che non s'eran fatte le cose a dovere,
ch'era un inganno, e ch'era stata una pazzia il far tanto chiasso, per
lasciarsi poi canzonare in quella maniera.

Intanto il sole era andato sotto, le cose diventavan tutte d'un
colore; e molti, stanchi della giornata e annoiati di ciarlare al
buio, tornavano verso casa. Il nostro giovine, dopo aver aiutato il
passaggio della carrozza, finchè c'era stato bisogno d'aiuto, e esser
passato anche lui dietro a quella, tra le file de' soldati, come in
trionfo, si rallegrò quando la vide correr liberamente, e fuor di
pericolo; fece un po' di strada con la folla, e n'uscì, alla prima
cantonata, per respirare anche lui un po' liberamente. Fatto ch'ebbe
pochi passi al largo, in mezzo all'agitazione di tanti sentimenti, di
tante immagini, recenti e confuse, sentì un gran bisogno di mangiare e
di riposarsi; e cominciò a guardare in su, da una parte e dall'altra,
cercando un'insegna d'osteria; giacchè, per andare al convento de'
cappuccini, era troppo tardi. Camminando così con la testa per aria, si
trovò a ridosso a un crocchio; e fermatosi, sentì che vi discorrevan
di congetture, di disegni, per il giorno dopo. Stato un momento a
sentire, non potè tenersi di non dire anche lui la sua; parendogli
che potesse senza presunzione proporre qualche cosa chi aveva fatto
tanto. E persuaso, per tutto ciò che aveva visto in quel giorno, che
ormai, per mandare a effetto una cosa, bastasse farla entrare in grazia
a quelli che giravano per le strade, «signori miei!» gridò, in tono
d'esordio: «devo dire anch'io il mio debol parere? Il mio debol parere
è questo: che non è solamente nell'affare del pane che si fanno delle
bricconerie: e giacchè oggi s'è visto chiaro che, a farsi sentire,
s'ottiene quel che è giusto; bisogna andar avanti così, fin che non si
sia messo rimedio a tutte quelle altre scelleratezze, e che il mondo
vada un po' più da cristiani. Non è vero, signori miei, che c'è una
mano di tiranni, che fanno proprio al rovescio de' dieci comandamenti,
e vanno a cercar la gente quieta, che non pensa a loro, per farle ogni
male, e poi hanno sempre ragione? anzi quando n'hanno fatta una più
grossa del solito, camminano con la testa più alta, che par che gli
s'abbia a rifare il resto? Già anche in Milano ce ne dev'essere la sua
parte.»

«Pur troppo,» disse una voce.

«Lo dicevo io,» riprese Renzo: «già le storie si raccontano anche da
noi. E poi la cosa parla da sè. Mettiamo, per esempio, che qualcheduno
di costoro che voglio dir io stia un po' in campagna, un po' in Milano:
se è un diavolo là, non vorrà essere un angiolo qui; mi pare. Dunque
mi dicano un poco, signori miei, se hanno mai visto uno di questi _col
muso all'inferriata_. E quel che è peggio (e questo lo posso dir io di
sicuro), è che le gride ci sono, stampate, per gastigarli: e non già
gride senza costrutto; fatte benissimo, che noi non potremmo trovar
niente di meglio; ci son nominate le bricconerie chiare, proprio come
succedono; e a ciascheduna, il suo buon gastigo. E dice: sia chi si
sia, vili e plebei, e che so io. Ora, andate a dire ai dottori, scribi
e farisei, che vi facciano far giustizia, secondo che canta la grida:
vi danno retta come il papa ai furfanti: cose da far girare il cervello
a qualunque galantuomo. Si vede dunque chiaramente che il re, e quelli
che comandano, vorrebbero che i birboni fossero gastigati; ma non se ne
fa nulla, perchè c'è una lega. Dunque bisogna romperla; bisogna andar
domattina da Ferrer, che quello è un galantuomo, un signore alla mano;
e oggi s'è potuto vedere com'era contento di trovarsi con la povera
gente, e come cercava di sentir le ragioni che gli venivan dette, e
rispondeva con buona grazia. Bisogna andar da Ferrer, e dirgli come
stanno le cose; e io, per la parte mia, gliene posso raccontar delle
belle; che ho visto io, co' miei occhi, una grida con tanto d'arme in
cima, ed era stata fatta da tre di quelli che possono, che d'ognuno
c'era sotto il suo nome bell'e stampato, e uno di questi nomi era
Ferrer, visto da me, co' miei occhi: ora, questa grida diceva proprio
le cose giuste per me; e un dottore al quale io gli dissi che dunque mi
facesse render giustizia, com'era l'intenzione di que' tre signori, tra
i quali c'era anche Ferrer, questo signor dottore, che m'aveva fatto
veder la grida lui medesimo, che è il più bello, ah! ah! pareva che
gli dicessi delle pazzie. Son sicuro che, quando quel caro vecchione
sentirà queste belle cose; che lui non le può saper tutte, specialmente
quelle di fuori; non vorrà più che il mondo vada così, e ci metterà un
buon rimedio. E poi, anche loro, se fanno le gride, devono aver piacere
che s'ubbidisca: che è anche un disprezzo, un pitaffio col loro nome,
contarlo per nulla. E se i prepotenti non vogliono abbassar la testa,
e fanno il pazzo, siam qui noi per aiutarlo, come s'è fatto oggi. Non
dico che deva andar lui in giro, in carrozza, ad acchiappar tutti i
birboni, prepotenti e tiranni: sì; ci vorrebbe l'arca di Noè. Bisogna
che lui comandi a chi tocca, e non solamente in Milano, ma per tutto,
che faccian le cose conforme dicon le gride; e formare un buon processo
addosso a tutti quelli che hanno commesso di quelle bricconerie; e dove
dice prigione, prigione; dove dice galera, galera; e dire ai podestà
che faccian davvero; se no, mandarli a spasso, e metterne de' meglio:
e poi, come dico, ci saremo anche noi a dare una mano. E ordinare
a' dottori che stiano a sentire i poveri e parlino in difesa della
ragione. Dico bene, signori miei?»

Renzo aveva parlato tanto di cuore, che, fin dall'esordio, una gran
parte de' radunati, sospeso ogni altro discorso, s'eran rivoltati a
lui; e, a un certo punto, tutti erano divenuti suoi uditori. Un grido
confuso d'applausi, di «bravo: sicuro: ha ragione: è vero pur troppo,»
fu come la risposta dell'udienza. Non mancaron però i critici. «Eh
sì,» diceva uno: «dar retta a' montanari: son tutti avvocati;» e se
ne andava. «Ora,» mormorava un altro, «ogni scalzacane vorrà dir la
sua; e a furia di metter carne a fuoco, non s'avrà il pane a buon
mercato, che è quello per cui ci siam mossi.» Renzo però non sentì che
i complimenti; chi gli prendeva una mano, chi gli prendeva l'altra.
«A rivederci a domani.--Dove?--Sulla piazza del duomo.--Va bene.--Va
bene.--E qualcosa si farà.--E qualcosa si farà.»

«Chi è di questi bravi signori che voglia insegnarmi un'osteria, per
mangiare un boccone, e dormir da povero figliuolo?» disse Renzo.

«Son qui io a servirvi, quel bravo giovine,» disse uno, che aveva
ascoltata attentamente la predica, e non aveva detto ancor nulla.
«Conosco appunto un'osteria che farà al caso vostro: e vi raccomanderò
al padrone, che è mio amico, e galantuomo.»

«Qui vicino?» domandò Renzo. «Poco distante,» rispose colui.

La radunata si sciolse; e Renzo, dopo molte strette di mani
sconosciute, s'avviò con lo sconosciuto, ringraziandolo della sua
cortesia.

«Di che cosa?» diceva colui: «una mano lava l'altra, e tutt'e due
lavano il viso. Non siamo obbligati a far servizio al prossimo?» E
camminando, faceva a Renzo, in aria di discorso, ora una, ora un'altra
domanda. «Non per sapere i fatti vostri; ma voi mi parete molto
stracco: da che paese venite?»

«Vengo,» rispose Renzo, «fino, fino da Lecco.»

«Fin da Lecco? Di Lecco siete?»

«Di Lecco.... cioè del territorio.»

«Povero giovine! per quanto ho potuto intendere da' vostri discorsi, ve
n'hanno fatte delle grosse.»

«Eh! caro il mio galantuomo! ho dovuto parlare con un po' di politica,
per non dire in pubblico i fatti miei; ma.... basta, qualche giorno si
saprà; e allora.... Ma qui vedo un'insegna d'osteria; e, in fede mia,
non ho voglia d'andar più lontano.»

«No, no; venite dov'ho detto io, che c'è poco,» disse la guida: «qui
non istareste bene.»

«Eh, sì;» rispose il giovine: «non sono un signorino avvezzo a star
nel cotone: qualcosa alla buona da mettere in castello, e un saccone,
mi basta: quel che mi preme è di trovar presto l'uno e l'altro.
Alla provvidenza!» Ed entrò in un usciaccio, sopra il quale pendeva
l'insegna della luna piena. «Bene; vi condurrò qui, giacchè vi piace
così,» disse lo sconosciuto; e gli andò dietro.

«Non occorre che v'incomodiate di più,» rispose Renzo.

«Però, «soggiunse, «se venite a bere un bicchiere con me, mi fate
piacere.»

«Accetterò le vostre grazie,» rispose colui; e andò, come più pratico
del luogo, innanzi a Renzo, per un cortiletto; s'accostò all'uscio
che metteva in cucina, alzò il saliscendi, apri, e v'entrò col suo
compagno. Due lumi a mano, pendenti da due pertiche attaccate alla
trave del palco, vi spandevano una mezza luce. Molta gente era seduta,
non però in ozio, su due panche, di qua e di là d'una tavola stretta
e lunga, che teneva quasi tutta una parte della stanza: a intervalli,
tovaglie e piatti; a intervalli, carte voltate e rivoltate, dadi
buttati e raccolti; fiaschi e bicchieri per tutto. Si vedevano anche
correre _berlinghe_, _reali_ e _parpagliole_, che, se avessero potuto
parlare, avrebbero detto probabilmente:--noi eravamo stamattina
nella ciotola d'un fornaio, o nelle tasche di qualche spettatore del
tumulto, che tutt'intento a vedere come andassero gli affari pubblici,
si dimenticava di vigilar le sue faccendole private.--Il chiasso era
grande. Un garzone girava innanzi e indietro, in fretta e in furia, al
servizio di quella tavola insieme e tavoliere: l'oste era a sedere sur
una piccola panca, sotto la cappa del cammino, occupato, in apparenza,
in certe figure che faceva e disfaceva nella cenere, con le molle; ma
in realtà intento a tutto ciò che accadeva intorno a lui. S'alzò, al
rumore del saliscendi; e andò incontro ai soprarrivati. Vista ch'ebbe
la guida,--maledetto!--disse tra sè:--che tu m'abbia a venir sempre
tra piedi, quando meno ti vorrei!--Data poi un'occhiata in fretta a
Renzo, disse, ancora tra sè:--non ti conosco; ma venendo con un tal
cacciatore, o cane o lepre sarai: quando avrai detto due parole, ti
conoscerò.--Però, di queste riflessioni nulla trasparve sulla faccia
dell'oste, la quale stava immobile come un ritratto: una faccia
pienotta e lucente, con una barbetta folta, rossiccia, e due occhietti
chiari e fissi.

«Cosa comandan questi signori?» disse ad alta voce.

«Prima di tutto, un buon fiasco di vino sincero,» disse Renzo: «e poi
un boccone.» Così dicendo, si buttò a sedere sur una panca, verso la
cima della tavola, e mandò un «ah!» sonoro, come se volesse dire:
fa bene un po' di panca, dopo essere stato, tanto tempo, ritto e in
faccende. Ma gli venne subito in mente quella panca e quella tavola,
a cui era stato seduto l'ultima volta, con Lucia e con Agnese: e mise
un sospiro. Scosse poi la testa, come per iscacciar quel pensiero: e
vide venir l'oste col vino. Il compagno s'era messo a sedere in faccia
a Renzo. Questo gli mescè subito da bere, dicendo: «per bagnar le
labbra.» E riempito l'altro bicchiere, lo tracannò in un sorso.

«Cosa mi darete da mangiare?» disse poi all'oste.

«Ho dello stufato: vi piace?» disse questo.

«Sì, bravo; dello stufato.»

«Sarete servito,» disse l'oste a Renzo; e al garzone: «servite questo
forestiero.» E s'avviò verso il cammino. «Ma....» riprese poi, tornando
verso Renzo: «ma pane, non ce n'ho in questa giornata.»

«Al pane,» disse Renzo, ad alta voce e ridendo, «ci ha pensato la
provvidenza.» E tirato fuori il terzo e ultimo di que' pani raccolti
sotto la croce di san Dionigi, l'alzò per aria, gridando: «ecco il pane
della provvidenza!»

All'esclamazione, molti si voltarono; e vedendo quel trofeo in aria,
uno gridò: «viva il pane a buon mercato!»

«A buon mercato?» disse Renzo: «_gratis et amore._»

«Meglio, meglio.»

«Ma,» soggiunse subito Renzo: «non vorrei che lor signori pensassero
a male. Non è ch'io l'abbia, come si suol dire, sgraffignato. L'ho
trovato in terra; e se potessi trovare anche il padrone, son pronto a
pagarglielo.»

«Bravo! bravo!» gridarono, sghignazzando più forte, i compagnoni; a
nessuno dei quali passò per la mente che quelle parole fossero dette
davvero.

«Credono ch'io canzoni; ma l'è proprio così,» disse Renzo alla sua
guida; e, girando in mano quel pane, soggiunse: «vedete come l'hanno
accomodato; pare una schiacciata: ma ce n'era del prossimo! Se ci
si trovavan di quelli che han l'ossa un po' tenere, saranno stati
freschi.» E subito, divorati tre o quattro bocconi di quel pane, gli
mandò dietro un secondo bicchier di vino; e soggiunse: «da sè non vuol
andar giù questo pane. Non ho avuto mai la gola tanto secca. S'è fatto
un gran gridare!»

«Preparate un buon letto a questo bravo giovine,» disse la guida:
«perchè ha intenzione di dormir qui.»

«Volete dormir qui?» domandò l'oste a Renzo, avvicinandosi alla tavola.

«Sicuro,» rispose Renzo: «un letto alla buona; basta che i lenzoli sian
di bucato; perchè son povero figliuolo, ma avvezzo alla pulizia.»

«Oh, in quanto a questo!» disse l'oste: andò al banco, ch'era in un
angolo della cucina; e ritornò, con un calamaio e un pezzetto di carta
bianca in una mano, e una penna nell'altra.

«Cosa vuol dir questo?» esclamò Renzo, ingoiando un boccone dello
stufato che il garzone gli aveva messo davanti, e sorridendo poi con
maraviglia, soggiunse: «è il lenzolo di bucato, codesto?»

L'oste, senza rispondere, posò sulla tavola il calamaio e la carta; poi
appoggiò sulla tavola medesima il braccio sinistro e il gomito destro;
e, con la penna in aria, e il viso alzato verso Renzo, gli disse:
«fatemi il piacere di dirmi il vostro nome, cognome e patria.»

«Cosa?» disse Renzo: «cosa c'entrano codeste storie col letto?»

«Io fo il mio dovere,» disse l'oste, guardando in viso alla guida:
«noi siamo obbligati a render conto di tutte le persone che vengono a
alloggiar da noi: _nome e cognome, e di che nazione sarà, a che negozio
viene, se ha seco armi.... quanto tempo ha di fermarsi in questa
città_.... Son parole della grida.»

Prima di rispondere, Renzo votò un altro bicchiere: era il terzo; e
d'ora in poi ho paura che non li potremo più contare. Poi disse: «ah
ah! avete la grida! E io fo conto d'esser dottor di legge; e allora so
subito che caso si fa delle gride.»

«Dico davvero,» disse l'oste, sempre guardando il muto compagno di
Renzo; e, andato di nuovo al banco, ne levò dalla cassetta un gran
foglio, un proprio esemplare della grida; e venne a spiegarlo davanti
agli occhi di Renzo.

«Ah! ecco!» esclamò questo, alzando con una mano il bicchiere riempito
di nuovo, e rivotandolo subito, e stendendo poi l'altra mano, con un
dito teso, verso la grida: «ecco quel bel foglio di messale. Me ne
rallegro moltissimo. La conosco quell'arme; so cosa vuol dire quella
faccia d'ariano, con la corda al collo.» (In cima alle gride si metteva
allora l'arme del governatore; e in quella di don Gonzalo Fernandez
de Cordova, spiccava un re moro incatenato per la gola.) «Vuol dire,
quella faccia: comanda chi può, e ubbidisce chi vuole. Quando questa
faccia avrà fatto andare in galera il signor don.... basta, lo so io;
come dice in un altro foglio di messale compagno a questo; quando avrà
fatto in maniera che un giovine onesto possa sposare una giovine onesta
che è contenta di sposarlo, allora le dirò il mio nome a questa faccia;
le darò anche un bacio per di più. Posso aver delle buoni buone ragioni
per non dirlo, il mio nome. Oh bella! E se un furfantone, che avesse
al suo comando una mano d'altri furfanti: perchè se fosse solo....» e
qui finì la frase con un gesto: «se un furfantone volesse saper dov'io
sono, per farmi qualche brutto tiro, domando io se questa faccia si
moverebbe per aiutarmi. Devo dire i fatti miei! Anche questa è nuova.
Son venuto a Milano per confessarmi, supponiamo; ma voglio confessarmi
da un padre cappuccino, per modo di dire, e non da un oste.»

L'oste stava zitto, e seguitava a guardar la guida, la quale non faceva
dimostrazione di sorte veruna. Renzo, ci dispiace il dirlo, tracannò
un altro bicchiere, e proseguì: «ti porterò una ragione, il mio caro
oste, che ti capaciterà. Se le gride che parlan bene, in favore de'
buoni cristiani, non contano; tanto meno devon contare quelle che
parlan male. Dunque leva tutti quest'imbrogli, e porta in vece un altro
fiasco; perchè questo è fesso.» Così dicendo, lo percosse leggermente
con le nocca, e soggiunse: «senti, senti, oste, come crocchia.»

Anche questa volta, Renzo aveva, a poco a poco, attirata l'attenzione
di quelli che gli stavan d'intorno: e anche questa volta, fu applaudito
dal suo uditorio.

«Cosa devo fare?» disse l'oste, guardando quello sconosciuto, che non
era tale per lui.

«Via, via,» gridaron molti di que' compagnoni: «ha ragione quel
giovine: son tutte angherie, trappole, impicci: legge nuova oggi, legge
nuova.»

In mezzo a queste grida, lo sconosciuto, dando all'oste un'occhiata
di rimprovero, per quell'interrogazione troppo scoperta, disse:
«lasciatelo un po' fare a suo modo: non fate scene.»

«Ho fatto il mio dovere,» disse l'oste, forte; e poi tra sè:--ora _ho
le spalle al muro_.--E prese la carta, la penna, il calamaio, la grida,
e il fiasco vôto, per consegnarlo al garzone.

«Porta del medesimo,» disse Renzo: «che lo trovo galantuomo; e lo
metteremo a letto come l'altro, senza domandargli nome e cognome, e
di che nazione sarà, e cosa viene a fare, e se ha a stare un pezzo in
questa città.»

«Del medesimo,» disse l'oste al garzone, dandogli il fiasco; e ritornò
a sedere sotto la cappa del cammino.--Altro che lepre!--pensava,
istoriando di nuovo la cenere:--e in che mani sei capitato! Pezzo
d'asino! se vuoi affogare, affoga; ma l'oste della luna piena non deve
andarne di mezzo, per le tue pazzie.--

Renzo ringraziò la guida, e tutti quegli altri che avevan prese le
sue parti. «Bravi amici!» disse: «ora vedo proprio che i galantuomini
si danno la mano, e si sostengono.» Poi, spianando la destra per aria
sopra la tavola, e mettendosi di nuovo in attitudine di predicatore,
«gran cosa,» esclamò, «che tutti quelli che regolano il mondo, voglian
fare entrar per tutto carta, penna e calamaio! Sempre la penna per
aria! Grande smania che hanno que' signori d'adoprar la penna!»

«Ehi, quel galantuomo di campagna! volete saperne la ragione?» disse
ridendo uno di que' giocatori, che vinceva.

«Sentiamo un poco,» rispose Renzo.

«La ragione è questa,» disse colui: «che que' signori son loro che
mangian l'oche, e si trovan lì tante penne, tante penne, che qualcosa
bisogna che ne facciano.»

Tutti si misero a ridere, fuor che il compagno che perdeva.

«To'» disse Renzo: «è un poeta costui. Ce n'è anche qui de' poeti: già
ne nasce per tutto. N'ho una vena anch'io, e qualche volta ne dico
delle curiose.... ma quando le cose vanno bene.»

Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna sapere che,
presso il volgo di Milano, e del contado ancora più, poeta non
significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un
abitator di Pindo, un allievo delle Muse; vuol dire un cervello
bizzarro e un po' balzano, che, ne' discorsi e ne' fatti, abbia
più dell'arguto e del singolare che del ragionevole. Tanto quel
guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far dir
loro le cose più lontane dal loro legittimo significato! Perchè, vi
domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano?

«Ma la ragione giusta la dirò io,» soggiunse Renzo: «è perchè la
penna la tengon loro: e così, le parole che dicon loro, volan via, e
spariscono; le parole che dice un povero figliuolo, stanno attenti
bene, e presto presto le infilzan per aria, con quella penna, e te le
inchiodano sulla carta, per servirsene, a tempo e luogo. Hanno poi
anche un'altra malizia; che, quando vogliono imbrogliare un povero
figliuolo, che non abbia studiato, ma che abbia un po' di.... so io
quel che voglio dire....» e, per farsi intendere, andava picchiando,
e come arietando la fronte con la punta dell'indice; «e s'accorgono
che comincia a capir l'imbroglio, taffete, buttan dentro nel discorso
qualche parola in latino, per fargli perdere il filo, per confondergli
la testa. Basta; se ne deve smetter dell'usanze! Oggi, a buon conto,
s'è fatto tutto in volgare, e senza carta, penna e calamaio; e domani,
se la gente saprà regolarsi, se ne farà anche delle meglio: senza
torcere un capello a nessuno, però; tutto per via di giustizia.»

Intanto alcuni di que' compagnoni s'eran rimessi a giocare, altri a
mangiare, molti a gridare; alcuni se n'andavano; altra gente arrivava;
l'oste badava agli uni e agli altri: tutte cose che non hanno che
fare con la nostra storia. Anche la sconosciuta guida non vedeva
l'ora d'andarsene; non aveva, a quel che paresse, nessun affare in
quel luogo; eppure non voleva partire prima d'aver chiacchierato un
altro poco con Renzo in particolare. Si voltò a lui, riattaccò il
discorso del pane; e dopo alcune di quelle frasi che, da qualche tempo,
correvano per tutte le bocche, venne a metter fuori un suo progetto.
«Eh! se comandassi io,» disse, «lo troverei il verso di fare andar le
cose bene.»

«Come vorreste fare?» domandò Renzo, guardandolo con due occhietti
brillanti più del dovere, e storcendo un po' la bocca, come per star
più attento.

«Come vorrei fare?» disse colui: «vorrei che ci fosse pane per tutti;
tanto per i poveri, come per i ricchi.»

«Ah! così va bene,» disse Renzo.

«Ecco come farei. Una meta onesta, che tutti ci potessero campare.
E poi, distribuire il pane in ragione delle bocche: perchè c'è
degl'ingordi indiscreti, che vorrebbero tutto per loro, e fanno a ruffa
raffa, pigliano a buon conto; e poi manca il pane alla povera gente.
Dunque dividere il pane. E come si fa? Ecco: dare un bel biglietto a
ogni famiglia, in proporzion delle bocche, per andare a prendere il
pane dal fornaio. A me, per esempio, dovrebbero rilasciare un biglietto
in questa forma: Ambrogio Fusella, di professione spadaio, con moglie e
quattro figliuoli, tutti in età da mangiar pane (notate bene): gli si
dia pane tanto, e paghi soldi tanti. Ma far le cose giuste, sempre in
ragion delle bocche. A voi, per esempio, dovrebbero fare un biglietto
per.... il vostro nome?»

«Lorenzo Tramaglino,» disse il giovine; il quale, invaghito del
progetto, non fece attenzione ch'era tutto fondato su carta, penna e
calamaio; e che, per metterlo in opera, la prima cosa doveva essere di
raccogliere i nomi delle persone.

«Benissimo,» disse lo sconosciuto; «ma avete moglie e figliuoli?»

«Dovrei bene.... figliuoli no.... troppo presto.... ma la moglie.... se
il mondo andasse come dovrebbe andare.....»

«Ah siete solo! Dunque abbiate pazienza, ma una porzione più piccola.»

«È giusto; ma se presto, come spero.... e con l'aiuto di Dio.... Basta;
quando avessi moglie anch'io?»

«Allora si cambia il biglietto, e si cresce la porzione. Come v'ho
detto; sempre in ragion delle bocche,» disse lo sconosciuto, alzandosi.

«Così va bene,» gridò Renzo; e continuò, gridando e battendo il pugno
sulla tavola: «e perchè non la fanno una legge così?»

«Cosa volete che vi dica? Intanto vi do la buona notte, e me ne vo;
perchè penso che la moglie e i figliuoli m'aspetteranno da un pezzo.»

«Un altro gocciolino, un altro gocciolino,» gridava Renzo, riempiendo
in fretta il bicchiere di colui; e subito alzatosi, e acchiappatolo per
una falda del farsetto, tirava forte, per farlo seder di nuovo. «Un
altro gocciolino: non mi fate quest'affronto.»

Ma l'amico, con una stratta, si liberò, e lasciando Renzo fare un
guazzabuglio d'istanze e di rimproveri, disse di nuovo: «buona notte,»
e se n'andò. Renzo seguitava ancora a predicargli, che quello era
già in istrada; e poi ripiombò sulla panca. Fissò gli occhi su quel
bicchiere che aveva riempito; e, vedendo passar davanti alla tavola
il garzone, gli accennò di fermarsi, come se avesse qualche affare da
comunicargli; poi gli accennò il bicchiere, e con una pronunzia lenta
e solenne, spiccando le parole in un certo modo particolare, disse:
«ecco, l'avevo preparato per quel galantuomo: vedete; pieno raso,
proprio da amico; ma non l'ha voluto. Alle volte, la gente ha dell'idee
curiose. Io non ci ho colpa: il mio buon cuore l'ho fatto vedere. Ora,
giacchè la cosa è fatta, non bisogna lasciarlo andare a male.» Così
detto, lo prese, e lo votò in un sorso.

«Ho inteso,» disse il garzone, andandosene.

«Ah! avete inteso anche voi,» riprese Renzo: «dunque è vero. Quando le
ragioni son giuste...!»

Qui è necessario tutto l'amore che portiamo alla verità, per farci
proseguire fedelmente un racconto di così poco onore a un personaggio
tanto principale, si potrebbe quasi dire al primo uomo della nostra
storia. Per questa stessa ragione d'imparzialità, dobbiamo però anche
avvertire ch'era la prima volta, che a Renzo avvenisse un caso simile:
e appunto questo suo non esser uso a stravizi fu cagione in gran parte
che il primo gli riuscisse così fatale. Que' pochi bicchieri che aveva
buttati giù da principio, l'uno dietro l'altro, contro il suo solito,
parte per quell'arsione che si sentiva, parte per una certa alterazione
d'animo, che non gli lasciava far nulla con misura, gli diedero subito
alla testa: a un bevitore un po' esercitato non avrebbero fatto altro
che levargli la sete. Su questo il nostro anonimo fa una osservazione,
che noi ripeteremo: e conti quel che può contare. Le abitudini
temperate e oneste, dice, recano anche questo vantaggio, che, quanto
più sono inveterate e radicate in un uomo, tanto più facilmente, appena
appena se n'allontani, se ne risente subito; dimodochè se ne ricorda
poi per un pezzo; e anche uno sproposito gli serve di scola.

Comunque sia, quando que' primi fumi furono saliti alla testa di Renzo,
vino e parole continuarono a andare, l'uno in giù e l'altre in su,
senza misura nè regola: e, al punto a cui l'abbiam lasciato, stava già
come poteva. Si sentiva una gran voglia di parlare: ascoltatori, o
almeno uomini presenti che potesse prender per tali, non ne mancava; e,
per qualche tempo, anche le parole eran venute via senza farsi pregare,
e s'eran lasciate collocare in un certo qual ordine. Ma a poco a poco,
quella faccenda di finir le frasi cominciò a divenirgli fieramente
difficile. Il pensiero che s'era presentato vivo e risoluto alla sua
mente, s'annebbiava e svaniva tutt'a un tratto; e la parola, dopo
essersi fatta aspettare un pezzo, non era quella che fosse al caso.
In queste angustie, per uno di que' falsi istinti che, in tante cose,
rovinan gli uomini, ricorreva a quel benedetto fiasco. Ma di che aiuto
gli potesse essere il fiasco, in una tale circostanza, chi ha fior di
senno lo dica.

[Illustrazione: ....tanto che divenne lo zimbello della brigata. (pag.
218)]

Noi riferiremo soltanto alcune delle moltissime parole che mandò fuori,
in quella sciagurata sera: le molte più che tralasciamo, disdirebbero
troppo; perchè, non solo non hanno senso, ma non fanno vista d'averlo:
condizione necessaria in un libro stampato.

«Ah oste, oste!» ricominciò, accompagnandolo con l'occhio intorno alla
tavola, o sotto la cappa del cammino; talvolta fissandolo dove non era,
e parlando sempre in mezzo al chiasso della brigata: «oste che tu sei!
Non posso mandarla giù.... quel tiro del nome, cognome e negozio. A
un figliuolo par mio...! Non ti sei portato bene. Che soddisfazione,
che sugo, che gusto.... di mettere in carta un povero figliuolo?
Parlo bene, signori? Gli osti dovrebbero tenere dalla parte de' buoni
figliuoli.... Senti, senti, oste; ti voglio fare un paragone.... per la
ragione.... Ridono eh? Ho un po' di brio, sì.... ma le ragioni le dico
giuste. Dimmi un poco; chi è che ti manda avanti la bottega? I poveri
figliuoli, n'è vero? dico bene? Guarda un po' se que' signori delle
gride vengono mai da te a bere un bicchierino.»

«Tutta gente che beve acqua,» disse un vicino di Renzo.

«Vogliono stare in sè,» soggiunse un altro, «per poter dir le bugie a
dovere.»

«Ah!» gridò Renzo: «ora è il poeta che ha parlato. Dunque intendete
anche voi altri le mie ragioni. Rispondi dunque, oste: e Ferrer, che è
il meglio di tutti, è mai venuto qui a fare un brindisi, e a spendere
un becco d'un quattrino? E quel cane assassino di don...? Sto zitto,
perchè sono in cervello anche troppo. Ferrer e il padre Crrr.... so
io, son due galantuomini; ma ce n'è pochi de' galantuomini. I vecchi
peggio de' giovani; e i giovani.... peggio ancora de' vecchi. Però, son
contento che non si sia fatto sangue: oibò; barbarie, da lasciarle
fare al boia. Pane; oh questo sì. Ne ho ricevuti degli urtoni ma....
ne ho anche dati. Largo! abbondanza! viva!... Eppure, anche Ferrer....
qualche parolina in latino.... _siés baraòs trapolorum_.... Maledetto
vizio! Viva! giustizia! pane! ah, ecco le parole giuste!... Là ci
volevano que' galantuomini.... quando scappò fuori quel maledetto ton
ton ton, e poi ancora ton ton ton. Non si sarebbe fuggiti, ve', allora.
Tenerlo lì quel signor curato.... So io a chi penso!»

A questa parola, abbassò la testa, e stette qualche tempo, come assorto
in un pensiero: poi mise un gran sospiro, e alzò il viso, con due
occhi inumiditi e lustri, con un certo accoramento così svenevole,
così sguaiato, che guai se chi n'era l'oggetto avesse potuto vederlo
un momento. Ma quegli omacci che già avevan cominciato a prendersi
spasso dell'eloquenza appassionata e imbrogliata di Renzo, tanto
più se ne presero della sua aria compunta; i più vicini dicevano
agli altri: guardate; e tutti si voltavano a lui; tanto che divenne
lo zimbello della brigata. Non già che tutti fossero nel loro buon
senno, o nel loro qual si fosse senno ordinario; ma, per dire il vero,
nessuno n'era tanto uscito, quanto il povero Renzo: e per di più era
contadino. Si misero, or l'uno or l'altro a stuzzicarlo con domande
sciocche e grossolane, con cerimonie canzonatorie. Renzo, ora dava
segno d'averselo per male, ora prendeva la cosa in ischerzo, ora, senza
badare a tutte quelle voci, parlava di tutt'altro, ora rispondeva, ora
interrogava; sempre a salti, e fuor di proposito. Per buona sorte, in
quel vaneggiamento, gli era però rimasta come un'attenzione istintiva a
scansare i nomi delle persone; dimodochè anche quello che doveva esser
più altamente fitto nella sua memoria, non fu proferito: chè troppo
ci dispiacerebbe se quel nome, per il quale anche noi sentiamo un po'
d'affetto e di riverenza, fosse stato strascinato per quelle boccacce,
fosse divenuto trastullo di quelle lingue sciagurate.




                             CAPITOLO XV.


L'oste, vedendo che il gioco andava in lungo, s'era accostato a Renzo;
e pregando, con buona grazia, quegli altri che lo lasciassero stare,
l'andava scotendo per un braccio, e cercava di fargli intendere e
di persuaderlo che andasse a dormire. Ma Renzo tornava sempre da
capo col nome e cognome, e con le gride, e co' buoni figliuoli. Però
quelle parole: letto e dormire, ripetute al suo orecchio, gli entraron
finalmente in testa; gli fecero sentire un po' più distintamente il
bisogno di ciò che significavano, e produssero un momento di lucido
intervallo. Quel po' di senno che gli tornò, gli fece in certo modo
capire che il più se n'era andato: a un di presso come l'ultimo moccolo
rimasto acceso d'un'illuminazione, fa vedere gli altri spenti. Si
fece coraggio; stese le mani, e le appuntellò sulla tavola; tentò,
una e due volte, d'alzarsi; sospirò, barcollò; alla terza, sorretto
dall'oste, si rizzò. Quello, reggendolo tuttavia, lo fece uscire di tra
la tavola e la panca; e, preso con una mano un lume, con l'altra, parte
lo condusse, parte lo tirò, alla meglio, verso l'uscio di scala. Lì
Renzo, al chiasso de' saluti che coloro gli urlavan dietro, si voltò in
fretta; e se il suo sostenitore non fosse stato ben lesto a tenerlo per
un braccio, la voltata sarebbe stata un capitombolo; si voltò dunque,
e con l'altro braccio che gli rimaneva libero, andava trinciando e
iscrivendo nell'aria certi saluti, a guisa d'un nodo di Salomone.

«Andiamo a letto, a letto,» disse l'oste, strascicandolo; gli fece
imboccar l'uscio; e con più fatica ancora, lo tirò in cima di quella
scaletta, e poi nella camera che gli aveva destinata. Renzo, visto il
letto che l'aspettava, si rallegrò; guardò amorevolmente l'oste, con
due occhietti che ora scintillavan più che mai, ora s'ecclissavano,
come due lucciole; cercò d'equilibrarsi sulle gambe; e stese la mano al
viso dell'oste, per prendergli il ganascino, in segno d'amicizia e di
riconoscenza; ma non gli riuscì. «Bravo oste!» gli riuscì però di dire:
«ora vedo che sei un galantuomo: questa è un'opera buona, dare un letto
a un buon figliuolo; ma quella figura che m'hai fatta, sul nome e
cognome, quella non era da galantuomo. Per buona sorte che anch'io son
furbo la mia parte....»

L'oste, il quale non pensava che colui potesse ancor tanto connettere;
l'oste che, per lunga esperienza, sapeva quanto gli uomini, in quello
stato, sian più soggetti del solito a cambiar di parere, volle
approfittare di quel lucido intervallo, per fare un altro tentativo.
«Figliuolo caro,» disse, con una voce e con un fare tutto gentile: «non
l'ho fatto per seccarvi, nè per sapere i fatti vostri. Cosa volete? è
legge: anche noi bisogna ubbidire; altrimenti siamo i primi a portarne
la pena. È meglio contentarli, e.... Di che si tratta finalmente? Gran
cosa! dir due parole. Non per loro, ma per fare un piacere a me: via;
qui tra noi, a quattr'occhi, facciam le nostre cose; ditemi il vostro
nome, e.... e poi andate a letto col cuor quieto.»

«Ah birbone!» esclamò Renzo: «mariolo! tu mi torni ancora in campo con
quell'infamità del nome, cognome e negozio!»

«Sta zitto, buffone; va a letto,» diceva l'oste.

Ma Renzo continuava più forte: «ho inteso: sei della lega anche tu.
Aspetta, aspetta, che t'accomodo io.» E voltando la testa verso la
scaletta, cominciava a urlare più forte ancora: «amici! l'oste è
della....»

«Ho detto per celia,» gridò questo sul viso di Renzo, spingendolo verso
il letto: «per celia; non hai inteso che ho detto per celia?»

«Ah! per celia: ora parli bene. Quando hai detto per celia.... Son
proprio celie.» E cadde bocconi sul letto.

«Animo; spogliatevi; presto,» disse l'oste, e al consiglio aggiunse
l'aiuto; che ce n'era bisogno. Quando Renzo si fu levato il farsetto,
(e ce ne volle) l'oste l'agguantò subito, e corse con le mani alle
tasche, per vedere se c'era il morto. Lo trovò: e pensando che, il
giorno dopo, il suo ospite avrebbe avuto a fare i conti con tutt'altri
che con lui, e che quel morto sarebbe probabilmente caduto in mani di
dove un oste non avrebbe potuto farlo uscire; volle provarsi se almeno
gli riusciva di concluder quest'altro affare.

«Voi siete un buon figliuolo, un galantuomo; n'è v'ero?» disse.

«Buon figliuolo, galantuomo,» rispose Renzo, facendo tuttavia litigar
le dita co' bottoni de' panni che non s'era ancor potuto levare.

«Bene,» replicò l'oste: «saldate ora dunque quel poco conticino, perchè
domani io devo uscire per certi miei affari....»

«Quest'è giusto,» disse Renzo. «Son furbo, ma galantuomo.... Ma i
danari? Andare a cercare i danari ora!»

«Eccoli qui,» disse l'oste: e, mettendo in opera tutta la sua pratica,
tutta la sua pazienza, tutta la sua destrezza, gli riuscì di fare il
conto con Renzo, e di pagarsi.

«Dammi una mano, ch'io possa finir di spogliarmi, oste,» disse Renzo.
«Lo vedo anch'io, ve', che ho addosso un gran sonno.»

L'oste gli diede l'aiuto richiesto; gli stese per di più la coperta,
addosso, e gli disse sgarbatamente «buona notte,» che già quello
russava. Poi, per quella specie d'attrattiva, che alle volte ci tiene
a considerare un oggetto di stizza, al pari che un oggetto d'amore,
e che forse non è altro che il desiderio di conoscere ciò che opera
fortemente sull'animo nostro, si fermò un momento a contemplare
l'ospite così noioso per lui, alzandogli il lume sul viso, e facendovi,
con la mano stesa, ribatter sopra la luce; in quell'atto a un dipresso
che vien dipinta Psiche, quando sta a spiare furtivamente le forme del
consorte sconosciuto. «Pezzo d'asino!» disse nella sua mente al povero
addormentato: «sei andato proprio a cercartela. Domani poi, mi saprai
dire che bel gusto ci avrai. Tangheri, che volete girare il mondo,
senza saper da che parte si levi il sole; per imbrogliar voi e il
prossimo.»

Così detto o pensato, ritirò il lume, si mosse, uscì dalla camera,
e chiuse l'uscio a chiave. Sul pianerottolo della scala, chiamò
l'ostessa; alla quale disse che lasciasse i figliuoli in guardia a
una loro servetta, e scendesse in cucina, a far le sue veci. «Bisogna
ch'io vada fuori, in grazia d'un forestiero capitato qui, non so come
diavolo, per mia disgrazia,» soggiunse; e le raccontò in compendio il
noioso accidente. Poi soggiunse ancora: «occhio a tutto; e sopra tutto
prudenza, in questa maledetta giornata. Abbiamo laggiù una mano di
scapestrati che, tra il bere, e tra che di natura sono sboccati, ne
dicon di tutti i colori. Basta, se qualche temerario....»

«Oh! non sono una bambina, e so anch'io quel che va fatto. Finora, mi
pare che non si possa dire....»

«Bene, bene; e badar che paghino; e tutti que' discorsi che fanno,
sul vicario di provvisione e il governatore e Ferrer e i decurioni e
i cavalieri e Spagna e Francia e altre simili corbellerie, far vista
di non sentire; perchè, se si contraddice, la può andar male subito;
e se si dà ragione, la può andar male in avvenire: e già sai anche tu
che qualche volta quelli che le dicon più grosse.... Basta; quando
si senton certe proposizioni, girar la testa, e dire: vengo; come se
qualcheduno chiamasse da un'altra parte. Io cercherò di tornare più
presto che posso.»

Ciò detto, scese con lei in cucina, diede un'occhiata in giro, per
veder se c'era novità di rilievo; staccò da un cavicchio il cappello e
la cappa, prese un randello da un cantuccio, ricapitolò con un'altra
occhiata alla moglie, l'istruzioni che le aveva date; e uscì. Ma,
già nel far quelle operazioni, aveva ripreso, dentro di sè, il filo
dell'apostrofe cominciata al letto del povero Renzo; e la proseguiva,
camminando in istrada.

--Testardo d'un montanaro!--Chè, per quanto Renzo avesse voluto tener
nascosto l'esser suo, questa qualità si manifestava da sè, nelle
parole, nella pronunzia, nell'aspetto e negli atti.--Una giornata come
questa, a forza di politica, a forza d'aver giudizio, io n'uscivo
netto; e dovevi venir tu sulla fine, a guastarmi l'uova nel paniere.
Manca osterie in Milano, che tu dovessi proprio capitare alla mia?
Fossi almeno capitato solo; che avrei chiuso un occhio per questa
sera; e domattina t'avrei fatto intender la ragione. Ma no signore; in
compagnia ci vieni; e in compagnia d'un bargello, per far meglio!--

A ogni passo, l'oste incontrava o passeggieri scompagnati, o coppie,
o brigate di gente, che giravano susurrando. A questo punto della sua
muta allocuzione, vide venire una pattuglia di soldati; e tirandosi
da parte, per lasciarli passare, li guardò con la coda dell'occhio,
e continuò tra sè:--eccoli i gastigamatti. E tu, pezzo d'asino, per
aver visto un po' di gente in giro a far baccano, ti sei cacciato in
testa che il mondo abbia a mutarsi. E su questo bel fondamento, ti sei
rovinato te, e volevi anche rovinar me; che non è giusto. Io facevo di
tutto per salvarti; e tu, bestia, in contraccambio, c'è mancato poco
che non m'hai messo sottosopra l'osteria. Ora toccherà a te a levarti
d'impiccio: per me ci penso io. Come se io volessi sapere il tuo nome
per una mia curiosità! Cosa m'importa a me che tu ti chiami Taddeo o
Bartolommeo? Ci ho un bel gusto anch'io a prender la penna in mano! ma
non siete voi altri soli a voler le cose a modo vostro. Lo so anch'io
che ci son delle gride che non contan nulla: bella novità, da venircela
a dire un montanaro! Ma tu non sai che le gride contro gli osti
contano. E pretendi girare il mondo, e parlare; e non sai che, a voler
fare a modo suo, e impiparsi delle gride, la prima cosa è di parlarne
con gran riguardo. E per un povero oste che fosse del tuo parere, e
non domandasse il nome di chi capita a favorirlo, sai tu, bestia, cosa
c'è di bello? _Sotto pena a qual si voglia dei detti osti, tavernai
ed altri, come sopra, di trecento scudi_: sì, son lì che covano
trecento scudi; e per ispenderli così bene; _da essere applicati, per
i due terzi alla regia Camera, e l'altro all'accusatore o delatore_:
quel bel cecino! _Ed in caso di inabilità, cinque anni di galera, e
maggior pena, pecuniaria o corporale, all'arbitrio di sua eccellenza._
Obbligatissimo alle sue grazie.--

A queste parole, l'oste toccava la soglia del palazzo di giustizia.

Lì, come a tutti gli altri ufizi, c'era un gran da fare: per tutto
s'attendeva a dar gli ordini che parevan più atti a preoccupare il
giorno seguente, a levare i pretesti e l'ardire agli animi vogliosi di
nuovi tumulti, ad assicurare la forza nelle mani solite a adoprarla.
S'accrebbe la soldatesca alla casa del vicario; gli sbocchi della
strada furono sbarrati di travi, trincerati di carri. S'ordinò a tutti
i fornai che facessero pane senza intermissione; si spedirono staffette
a' paesi circonvicini, con ordini di mandar grano alla città; a ogni
forno furono deputati nobili, che vi si portassero di buon mattino,
a invigilare sulla distribuzione e a tenere a freno gl'inquieti, con
l'autorità della presenza, e con le buone parole. Ma per dar, come si
dice, un colpo al cerchio e uno alla botte, e render più efficaci i
consigli con un po' di spavento, si pensò anche a trovar la maniera di
metter le mani addosso a qualche sedizioso: e questa era principalmente
la parte del capitano di giustizia; il quale, ognuno può pensare che
sentimenti avesse per le sollevazioni e per i sollevati, con una
pezzetta d'acqua vulneraria sur uno degli organi della profondità
metafisica. I suoi bracchi erano in campo fino dal principio del
tumulto: e quel sedicente Ambrogio Fusella era, come ha detto l'oste,
un bargello travestito, mandato in giro appunto per cogliere sul fatto
qualcheduno da potersi riconoscere, e tenerlo in petto, e appostarlo,
e acchiapparlo poi, a notte affatto quieta, o il giorno dopo. Sentite
quattro parole di quella predica di Renzo, colui gli aveva fatto subito
assegnamento sopra; parendogli quello un reo buon uomo, proprio quel
che ci voleva. Trovandolo poi nuovo affatto del paese, aveva tentato il
colpo maestro di condurlo caldo caldo alle carceri, come alla locanda
più sicura della città; ma gli andò fallito, come avete visto. Potè
però portare a casa la notizia sicura del nome, cognome e patria, oltre
cent'altre belle notizie congetturali; dimodochè, quando l'oste capitò
lì, a dir ciò che sapeva intorno Renzo, ne sapevan già più di lui.
Entrò nella solita stanza, e fece la sua deposizione: come era giunto
ad alloggiar da lui un forestiero, che non aveva mai voluto manifestare
il suo nome.

«Avete fatto il vostro dovere a informar la giustizia;» disse un notaio
criminale, mettendo giù la penna, «ma già lo sapevamo.»

--Bel segreto!--pensò l'oste:--ci vuole un gran talento!--

«E sappiamo anche,» continuò il notaio, «quel riverito nome.»

--Diavolo! il nome poi, com'hanno fatto?--pensò l'oste questa volta.

«Ma voi,» riprese l'altro, con volto serio, «voi non dite tutto
sinceramente.»

«Cosa devo dire di più?»

«Ah! ah! sappiamo benissimo che colui ha portato nella vostra osteria
una quantità di pane rubato, e rubato con violenza, per via di
saccheggio e di sedizione.»

«Vien uno con un pane in tasca; so assai dov'è andato a prenderlo.
Perchè, a parlar come in punto di morte, posso dire di non avergli
visto che un pane solo.»

«Già; sempre scusare, difendere: chi sente voi altri, son tutti
galantuomini. Come potete provare che quel pane fosse di buon acquisto?»

«Cosa ho da provare io? io non c'entro: io fo l'oste.»

«Non potrete però negare che codesto vostro avventore non abbia avuta
la temerità di proferir parole ingiuriose contro le gride, e di fare
atti mali e indecenti contro l' arme di sua eccellenza.»

[Illustrazione: «Lorenzo Tramaglino!» disse Renzo Tramaglino: «cosa vuoi
dir questo?»... (pag. 226)]

«Mi faccia grazia, vossignoria: come può mai essere mio avventore, se
lo vedo per la prima volta? E il diavolo, con rispetto parlando, che
l'ha mandato a casa mia: e se lo conoscessi, vossignoria vede bene che
non avrei avuto bisogno di domandargli il suo nome.»

«Però, nella vostra osteria, alla vostra presenza, si son dette cose di
fuoco: parole temerarie, proposizioni sediziose, mormorazioni, strida,
clamori.»

«Come vuole vossignoria ch'io badi agli spropositi che posson dire
tanti urloni che parlan tutti insieme? Io devo attendere a' miei
interessi, che sono un pover'uomo. E poi vossignoria sa bene che chi
è di lingua sciolta, per il solito è anche lesto di mano, tanto più
quando sono una brigata, e....»

«Sì, sì; lasciateli fare e dire: domani, domani, vedrete se gli sarà
passato il ruzzo. Cosa credete?»

«Io non credo nulla.»

«Che la canaglia sia diventata padrona di Milano?»

«Oh giusto!»

«Vedrete, vedrete.»

«Intendo benissimo: il re sarà sempre il re; ma chi avrà riscosso, avrà
riscosso: e naturalmente un povero padre di famiglia non ha voglia di
riscotere. Lor signori hanno la forza: a lor signori tocca.»

«Avete ancora molta gente in casa?»

«Un visibilio.»

«E quel vostro avventore cosa fa? Continua a schiamazzare, a metter su
la gente, a preparar tumulti per domani?»

«Quel forestiero, vuol dire vossignoria: è andato a letto.»

«Dunque avete molta gente.... Basta; badate a non lasciarlo scappare.»

--Che devo fare il birro io?--pensò l'oste; ma non disse nè sì nè no.

«Tornate pure a casa; e abbiate giudizio,» riprese il notaio.

«Io ho sempre avuto giudizio. Vossignoria può dire se ho mai dato da
fare alla giustizia.»

«E non crediate che la giustizia abbia perduta la sua forza.»

«Io? per carità! io non credo nulla: abbado a far l'oste.»

«La solita canzone: non avete mai altro da dire.»

«Che ho da dire altro? La verità è una sola.»

«Basta; per ora riteniamo ciò che avete deposto; se verrà poi il caso,
informerete più minutamente la giustizia, intorno a ciò che vi potrà
venir domandato.»

«Cosa ho da informare? io non so nulla; appena ho la testa da attendere
ai fatti miei.»

«Badate a non lasciarlo partire.»

«Spero che l'illustrissimo signor capitano saprà che son venuto subito
a fare il mio dovere. Bacio le mani a vossignoria.»

Allo spuntar del giorno, Renzo russava da circa sett'ore, ed era
ancora, poveretto! sul più bello, quando due forti scosse alle braccia,
e una voce che dappiè del letto gridava: «Lorenzo Tramaglino!», lo
fecero riscotere. Si risentì, ritirò le braccia, aprì gli occhi a
stento; e vide ritto appiè del letto un uomo vestito di nero, e due
armati, uno di qua, uno di là del capezzale. E, tra la sorpresa, e il
non esser desto bene, e la spranghetta di quel vino che sapete, rimase
un momento come incantato; e credendo di sognare, e non piacendogli
quel sogno, si dimenava, come per isvegliarsi affatto.

«Ah! avete sentito una volta, Lorenzo Tramaglino?» disse l'uomo dalla
cappa nera, quel notaio medesimo della sera avanti. «Animo dunque;
levatevi, e venite con noi.»

«Lorenzo Tramaglino!» disse Renzo Tramaglino: «cosa vuol dir questo?
Cosa volete da me? Chi v'ha detto il mio nome?»

«Meno ciarle, e fate presto,» disse uno de' birri che gli stavano a
fianco, prendendogli di nuovo il braccio.

«Ohe! che prepotenza è questa?» gridò Renzo, ritirando il braccio.
«Oste! o l'oste!»

«Lo portiam via in camicia?» disse ancora quel birro, voltandosi al
notaio.

«Avete inteso?» disse questo a Renzo: «si farà così, se non vi levate
subito subito, per venir con noi.»

«E perchè?» domandò Renzo.

«Il perchè lo sentirete dal signor capitano di giustizia.»

«Io? Io sono un galantuomo: non ho fatto nulla; e mi maraviglio....»

«Meglio per voi, meglio per voi; così, in due parole sarete spicciato,
e potrete andarvene per i fatti vostri.»

«Mi lascino andare ora,» disse Renzo: «io non ho che far nulla con la
giustizia.»

«Orsù, finiamola!» disse un birro.

«Lo portiamo via davvero?» disse l'altro.

«Lorenzo Tramaglino!» disse il notaio.

«Come sa il mio nome, vossignoria?»

«Fate il vostro dovere,» disse il notaio a' birri; i quali misero
subito le mani addosso a Renzo, per tirarlo fuori del letto.

«Eh! non toccate la carne d'un galantuomo, che...! Mi so vestir da me.»

«Dunque vestitevi subito,» disse il notaio.

«Mi vesto,» rispose Renzo; e andava di fatti raccogliendo qua e là
i panni sparsi sul letto, come gli avanzi d'un naufragio sul lido.
E cominciando a metterseli, proseguiva tuttavia dicendo: «ma io non
ci voglio andare dal capitano di giustizia. Non ho che far nulla con
lui. Giacchè mi si fa quest'affronto ingiustamente, voglio esser
condotto da Ferrer. Quello lo conosco, so che è un galantuomo; e m'ha
dell'obbligazioni.»

«Sì, sì, figliuolo, sarete condotto da Ferrer,» rispose il notaio. In
altre circostanze, avrebbe riso, proprio di gusto, d'una richiesta
simile; ma non era momento da ridere. Già nel venire, aveva visto per
le strade un certo movimento, da non potersi ben definire se fossero
rimasugli d'una sollevazione non del tutto sedata, o princìpi d'una
nuova: uno sbucar di persone, un accozzarsi, un andare a brigate, un
far crocchi. E ora, senza farne sembiante, o cercando almeno di non
farlo, stava in orecchi, e gli pareva che il ronzío andasse crescendo.
Desiderava dunque di spicciarsi; ma avrebbe anche voluto condur via
Renzo d'amore e d'accordo; giacchè, se si fosse venuti a guerra aperta
con lui, non poteva esser certo, quando fossero in istrada, di trovarsi
tre contr'uno. Perciò dava d'occhio a' birri, che avessero pazienza, e
non inasprissero il giovine; e dalla parte sua, cercava di persuaderlo
con buone parole. Il giovine intanto, mentre si vestiva adagino
adagino, richiamandosi, come poteva, alla memoria gli avvenimenti del
giorno avanti, indovinava bene, a un di presso, che le gride e il nome
e il cognome dovevano esser la causa di tutto; ma come diamine colui lo
sapeva quel nome? E che diamine era accaduto in quella notte, perchè la
giustizia avesse preso tant'animo, da venire a colpo sicuro, a metter
le mani addosso a uno de' buoni figliuoli che, il giorno avanti, avevan
tanta voce in capitolo? e che non dovevano esser tutti addormentati,
poichè Renzo s'accorgeva anche lui d'un ronzío crescente nella strada.
Guardando poi in viso il notaio, vi scorgeva in pelle in pelle la
titubazione che costui si sforzava invano di tener nascosta. Onde, così
per venire in chiaro delle sue congetture, e scoprir paese, come per
tirare in lungo, e anche per tentare un colpo, disse: «vedo bene cos'è
l'origine di tutto questo: gli è per amor del nome e del cognome. Ier
sera veramente ero un po' allegro: questi osti alle volte hanno certi
vini traditori; e alle volte, come dico, si sa, quando il vino è giù,
è lui che parla. Ma, se non si tratta d'altro, ora son pronto a darle
ogni soddisfazione. E poi, già lei lo sa il mio nome. Chi diamine gliel
ha detto?»

«Bravo, figliuolo, bravo!» rispose il notaio, tutto manieroso: «vedo
che avete giudizio; e, credete a me che son del mestiere, voi siete più
furbo che tant'altri. È la miglior maniera d'uscirne presto e bene: con
codeste buone disposizioni, in due parole siete spicciato, e lasciato
in libertà. Ma io, vedete figliuolo, ho le mani legate, non posso
rilasciarvi qui, come vorrei. Via, fate presto, e venite pure senza
timore; che quando vedranno chi siete; e poi io dirò.... Lasciate fare
a me.... Basta; sbrigatevi, figliuolo.»

«Ah! lei non può: intendo,» disse Renzo; e continuava a vestirsi,
rispingendo con de' cenni i cenni che i birri facevano di mettergli le
mani addosso per farlo spicciare.

«Passeremo dalla piazza del duomo?» domandò poi al notaio.

«Di dove volete; per la più corta, affine di lasciarvi più presto
in libertà,» disse quello, rodendosi dentro di sè, di dover
lasciar cadere in terra quella domanda misteriosa di Renzo, che
poteva divenire un tema di cento interrogazioni.--Quando uno nasce
disgraziato!--pensava.--Ecco; mi viene alle mani uno che, si vede,
non vorrebbe altro che cantare; e, un po' di respiro che s'avesse,
così _extra formam_, accademicamente, in via di discorso amichevole,
gli si farebbe confessar, senza corda, quel che uno volesse; un uomo
da condurlo in prigione già bell'e esaminato, senza che se ne fosse
accorto: e un uomo di questa sorte mi deve per l'appunto capitare in un
momento così angustiato. Eh! non c'è scampo,--continuava a pensare,
tendendo gli orecchi, e piegando la testa all'indietro:--non c'è
rimedio; e' risica d'essere una giornata peggio di ieri.--Ciò che lo
fece pensar così, fu un rumore straordinario che si sentì nella strada;
e non potè tenersi di non aprir l'impannata, per dare un'occhiatina.
Vide ch'era un crocchio di cittadini, i quali, all'intimazione di
sbandarsi, fatta loro da una pattuglia, avevan da principio risposto
con cattive parole, e finalmente si separavan continuando a brontolare;
e quel che al notaio parve un segno mortale, i soldati eran pieni di
civiltà. Chiuse l'impannata e stette un momento in forse, se dovesse
condur l'impresa a termine, o lasciar Renzo in guardia de' due
birri, e correr dal capitano di giustizia, a render conto di ciò che
accadeva.--Ma,--pensò subito,--mi si dirà che sono un buon a nulla, un
pusillanime, e che dovevo eseguir gli ordini. Siamo in ballo; bisogna
ballare. Malannaggia la furia! Maledetto il mestiere!--

Renzo era levato; i due satelliti gli stavano a' fianchi. Il notaio
accennò a costoro che non lo sforzasser troppo, e disse a lui: «da
bravo, figliuolo; a noi, spicciatevi.»

Anche Renzo sentiva, vedeva e pensava. Era ormai tutto vestito,
salvo il farsetto, che teneva con una mano, frugando con l'altra
nelle tasche. «Ohe!» disse, guardando il notaio, con un viso molto
significante: «qui c'era de' soldi e una lettera. Signor mio!»

«Vi sarà dato ogni cosa puntualmente,» disse il notaio, «dopo adempite
quelle poche formalità. Andiamo, andiamo.»

«No, no, no,» disse Renzo, tentennando il capo: «questa non mi va:
voglio la roba mia, signor mio. Renderò conto delle mie azioni; ma
voglio la roba mia.»

«Voglio farvi vedere che mi fido di voi: tenete, e fate presto,» disse
il notaio, levandosi di seno, e consegnando, con un sospiro, a Renzo
le cose sequestrate. Questo, riponendole al loro posto, mormorava
tra' denti: «alla larga! bazzicate tanto co' ladri, che avete un poco
imparato il mestiere.» I birri non potevan più stare alle mosse; ma il
notaio li teneva a freno con gli occhi, e diceva intanto tra sè:--se tu
arrivi a metter piede dentro quella soglia, l'hai da pagar con usura,
l'hai da pagare.--

Mentre Renzo si metteva il farsetto, e prendeva il cappello, il notaio
fece cenno a un de' birri, che s'avviasse per la scala; gli mandò
dietro il prigioniero, poi l'altro amico; poi si mosse anche lui. In
cucina che furono, mentre Renzo dice: «e quest'oste benedetto dove s'è
cacciato?» il notaio fa un altro cenno a' birri; i quali afferrano,
l'uno la destra, l'altro la sinistra del giovine, e in fretta in
fretta gli legano i polsi con certi ordigni, per quell'ipocrita figura
d'eufemismo, chiamati manichini. Consistevano questi (ci dispiace
di dover discendere a particolari indegni della gravità storica; ma
la chiarezza lo richiede), consistevano in una cordicella lunga un
po' più che il giro d'un polso ordinario, la quale aveva nelle cime
due pezzetti di legno, come due piccole stanghette. La cordicella
circondava il polso del paziente; i legnetti, passati tra il medio
e l'anulare del prenditore, gli rimanevano chiusi in pugno, di modo
che, girandoli, ristringeva la legatura, a volontà; e con ciò aveva
mezzo, non solo d'assicurare la presa, ma anche di martirizzare un
ricalcitrante: e a questo fine, la cordicella era sparsa di nodi.

Renzo si divincola, grida: «che tradimento è questo? A un
galantuomo...!» Ma il notaio, che per ogni tristo fatto aveva le sue
buone parole, «abbiate pazienza,» diceva: «fanno il loro dovere. Cosa
volete? son tutte formalità; e anche noi non possiamo trattar la gente
a seconda del nostro cuore. Se non si facesse quello che ci vien
comandato, staremmo freschi noi altri, peggio di voi. Abbiate pazienza.»

Mentre parlava, i due a cui toccava a fare, diedero una girata a'
legnetti. Renzo s'acquietò, come un cavallo bizzarro che si sente il
labbro stretto tra le morse, e esclamò: «pazienza!»

«Bravo figliuolo!» disse il notaio: «questa è la vera maniera d'uscirne
a bene. Cosa volete? è una seccatura; lo vedo anch'io; ma, portandovi
bene, in un momento ne siete fuori. E giacchè vedo che siete ben
disposto, e io mi sento inclinato a aiutarvi, voglio darvi anche un
altro parere, per vostro bene. Credete a me, che son pratico di queste
cose: andate via diritto diritto, senza guardare in qua e in là, senza
farvi scorgere: così nessuno bada a voi, nessuno s'avvede di quel che
è, e voi conservate il vostro onore. Di qui a un'ora voi siete in
libertà: c'è tanto da fare, che avranno fretta anche loro di sbrigarvi:
e poi parlerò io.... Ve n'andate per i fatti vostri; e nessuno saprà
che siete stato nelle mani della giustizia. E voi altri,» continuò poi,
voltandosi a' birri, con un viso severo: «guardate bene di non fargli
male, perchè lo proteggo io: il vostro dovere bisogna che lo facciate;
ma ricordatevi che è un galantuomo, un giovine civile, il quale, di qui
a poco, sarà in libertà; e che gli deve premere il suo onore. Andate in
maniera che nessuno s'avveda di nulla: come se foste tre galantuomini
che vanno a spasso.» E, con tono imperativo, e con sopracciglio
minaccioso, concluse: «m'avete inteso.» Voltatosi poi a Renzo, col
sopracciglio spianato, e col viso divenuto a un tratto ridente, che
pareva volesse dire: oh noi sì che siamo amici!, gli bisbigliò di
nuovo: «giudizio; fate a mio modo: andate raccolto e quieto; fidatevi
di chi vi vuol bene: andiamo.» E la comitiva s'avviò.

Però, di tante belle parole Renzo, non ne credette una: nè che il
notaio volesse più bene a lui che a' birri, nè che prendesse tanto a
cuore la sua riputazione, nè che avesse intenzion d'aiutarlo: capì
benissimo che il galantuomo, temendo che si presentasse per la strada
qualche buona occasione di scappargli dalle mani, metteva innanzi que'
bei motivi, per istornar lui dallo starci attento e da approfittarne.
Dimodochè tutte quelle esortazioni non servirono ad altro che a
confermarlo nel disegno che già aveva in testa, di far tutto il
contrario.

Nessuno concluda da ciò che il notaio fosse un furbo inesperto e
novizio; perchè s'ingannerebbe. Era un furbo matricolato, dice il
nostro storico, il quale pare che fosse nel numero de' suoi amici:
ma, in quel momento, si trovava con l'animo agitato. A sangue freddo,
vi so dir io come si sarebbe fatto beffe di chi, per indurre un altro
a fare una cosa per sè sospetta, fosse andato suggerendogliela e
inculcandogliela caldamente, con quella miserabile finta di dargli
un parere disinteressato, da amico. Ma è una tendenza generale degli
uomini, quando sono agitati e angustiati, e vedono ciò che un altro
potrebbe fare per levarli d'impiccio, di chiederglielo con istanza e
ripetutamente e con ogni sorte di pretesti; e i furbi, quando sono
angustiati e agitati, cadono anche loro sotto questa legge comune.
Quindi è che, in simili circostanze, fanno per lo più una così meschina
figura. Que' ritrovati maestri, quelle belle malizie, con le quali
sono avvezzi a vincere, che son diventate per loro quasi una seconda
natura, e che, messe in opera a tempo, e condotte con la pacatezza
d'animo, con la serenità di mente necessarie, fanno il colpo così bene
e così nascostamente, e conosciute anche, dopo la riuscita, riscotono
l'applauso universale; i poverini quando sono alle strette, le adoprano
in fretta, all'impazzata, senza garbo nè grazia. Di maniera che a uno
che li veda ingegnarsi e arrabattarsi a quel modo, fanno pietà e movon
le risa, e l'uomo che pretendono allora di mettere in mezzo, quantunque
meno accorto di loro, scopre benissimo tutto il loro gioco, e da quegli
artifizi ricava lume per sè, contro di loro. Perciò non si può mai
abbastanza raccomandare a' furbi di professione di conservar sempre il
loro sangue freddo, o d'esser sempre i più forti, che è la più sicura.

Renzo adunque, appena furono in istrada, cominciò a girar gli occhi
in qua e in là, a sporgersi con la persona, a destra e a sinistra, a
tender gli orecchi. Non c'era però concorso straordinario; e benchè sul
viso di più d'un passeggiero si potesse legger facilmente un certo non
so che di sedizioso, pure ognuno andava diritto per la sua strada; e
sedizione propriamente detta, non c'era.

«Giudizio, giudizio!» gli susurrava il notaio dietro le spalle:
«il vostro onore; l'onore, figliuolo.» Ma quando Renzo, badando
attentamente a tre che venivano con visi accesi, sentì che parlavan
d'un forno, di farina nascosta, di giustizia, cominciò anche a far loro
de' cenni col viso, e a tossire in quel modo che indica tutt'altro che
un raffreddore. Quelli guardarono più attentamente la comitiva, e si
fermarono; con loro si fermarono altri che arrivavano; altri, che gli
eran passati davanti, voltatisi al bisbiglio, tornavano indietro, e
facevan coda.

«Badate a voi; giudizio, figliuolo; peggio per voi vedete; non guastate
i fatti vostri; l'onore, la riputazione,» continuava a susurrare il
notaio. Renzo faceva peggio. I birri, dopo essersi consultati con
l'occhio, pensando di far bene (ognuno è soggetto a sbagliare), gli
diedero una stretta di manichini.

«Ahi! ahi! ahi!» grida il tormentato: al grido, la gente s'affolla
intorno; n'accorre da ogni parte della strada: la comitiva si trova
incagliata. «È un malvivente,» bisbigliava il notaio a quelli che gli
erano a ridosso: «è un ladro colto sul fatto. Si ritirino, lascin
passar la giustizia.» Ma Renzo, visto il bel momento, visti i birri
diventar bianchi, o almeno pallidi,--se non m'aiuto ora, pensò, mio
danno.--E subito alzò la voce: «figliuoli! mi menano in prigione,
perchè ieri ho gridato: pane e giustizia. Non ho fatto nulla; son
galantuomo: aiutatemi, non m'abbandonate, figliuoli!»

Un mormorío favorevole, voci più chiare di protezione s'alzano in
risposta: i birri sul principio comandano, poi chiedono, poi pregano
i più vicini d'andarsene, e di far largo: la folla in vece incalza
e pigia sempre più. Quelli, vista la mala parata, lascian andare i
manichini, e non si curan più d'altro che di perdersi nella folla,
per uscirne inosservati. Il notaio desiderava ardentemente di far lo
stesso; ma c'era de' guai, per amor della cappa nera. Il pover'uomo,
pallido e sbigottito, cercava di farsi piccino piccino, s'andava
storcendo, per isgusciar fuor della folla; ma non poteva alzar gli
occhi, che non se ne vedesse venti addosso. Studiava tutte le maniere
di comparire un estraneo che, passando di lì a caso, si fosse trovato
stretto nella calca, come una pagliucola nel ghiaccio; e riscontrandosi
a viso a viso con uno che lo guardava fisso, con un cipiglio peggio
degli altri, lui, composta la bocca al sorriso, con un suo fare
sciocco, gli domandò: «cos'è stato?»

«Uh corvaccio!» rispose colui. «Corvaccio! corvaccio!» risonò
all'intorno. Alle grida s'aggiunsero gli urtoni; di maniera che, in
poco tempo, parte con le gambe proprie, parte con le gomita altrui,
ottenne ciò che più gli premeva in quel momento, d'esser fuori di quel
serra serra.




                             CAPITOLO XVI.


«Scappa, scappa, galantuomo: lì c'è un convento, ecco là una chiesa; di
qui, di là,» si grida a Renzo da ogni parte. In quanto allo scappare,
pensate se aveva bisogno di consigli. Fin dal primo momento che gli
era balenato in mente una speranza d'uscir da quell'unghie, aveva
cominciato a fare i suoi conti, e stabilito, se questo gli riusciva,
d'andare senza fermarsi, fin che non fosse fuori, non solo della
città, ma del ducato.--Perchè,--aveva pensato,--il mio nome l'hanno
su' loro libracci, in qualunque maniera l'abbiano avuto; e col nome
e cognome, mi vengono a prendere quando vogliono.--E in quanto a un
asilo, non vi si sarebbe cacciato che quando avesse avuto i birri
alle spalle.--Perchè, se posso essere uccel di bosco,--aveva anche
pensato,--non voglio diventare uccel di gabbia.--Aveva dunque disegnato
per suo rifugio quel paese nel territorio di Bergamo, dov'era accasato
quel suo cugino Bortolo, se ve ne rammentate, che più volte l'aveva
invitato a andar là. Ma trovar la strada, lì stava il male. Lasciato in
una parte sconosciuta d'una città si può dire sconosciuta, Renzo non
sapeva neppure da che porta s'uscisse per andare a Bergamo; e quando
l'avesse saputo, non sapeva poi andare alla porta. Fu lì lì per farsi
insegnar la strada da qualcheduno de' suoi liberatori; ma siccome nel
poco tempo che aveva avuto per meditare su' casi suoi, gli eran passate
per la mente certe idee su quello spadaio così obbligante, padre di
quattro figliuoli, così, a buon conto, non volle manifestare i suoi
disegni a una gran brigata, dove ce ne poteva essere qualche altro di
quel conio; e risolvette subito d'allontanarsi in fretta di lì: che
la strada se la farebbe poi insegnare, in luogo dove nessuno sapesse
chi era, nè il perchè la domandasse. Disse a' suoi liberatori: «grazie
tante, figliuoli: siate benedetti,» e, uscendo per il largo che gli fu
fatto immediatamente, prese la rincorsa, e via; dentro per un vicolo,
giù per una stradetta, galoppò un pezzo, senza saper dove. Quando gli
parve d'essersi allontanato abbastanza, rallentò il passo, per non
dar sospetto; e cominciò a guardare in qua e in là, per isceglier la
persona a cui far la sua domanda, una faccia che ispirasse confidenza.
Ma anche qui c'era dell'imbroglio. La domanda per sè era sospetta; il
tempo stringeva; i birri, appena liberati da quel piccolo intoppo,
dovevan senza dubbio essersi rimessi in traccia del loro fuggitivo; la
voce di quella fuga poteva essere arrivata fin là; e in tali strette,
Renzo dovette fare forse dieci giudizi fisionomici, prima di trovar la
figura che gli paresse a proposito. Quel grassotto, che stava ritto
sulla soglia della sua bottega, a gambe larghe, con le mani di dietro,
con la pancia in fuori, col mento in aria, dal quale pendeva una gran
pappagorgia, e che, non avendo altro che fare, andava alternativamente
sollevando sulla punta de' piedi la sua massa tremolante, e lasciandola
ricadere sui calcagni, aveva un viso di cicalone curioso, che, in vece
di dar delle risposte, avrebbe fatto delle interrogazioni. Quell'altro
che veniva innanzi, con gli occhi fissi, e col labbro in fuori, non che
insegnar presto e bene la strada a un altro, appena pareva conoscer
la sua. Quel ragazzetto, che, a dire il vero, mostrava d'esser molto
sveglio, mostrava però d'essere anche più malizioso; e probabilmente
avrebbe avuto un gusto matto a far andare un povero contadino dalla
parte opposta a quella che desiderava. Tant'è vero che all'uomo
impicciato, quasi ogni cosa è un nuovo impiccio! Visto finalmente uno
che veniva in fretta, pensò che questo, avendo probabilmente qualche
affare pressante, gli risponderebbe subito, senz'altre chiacchiere; e
sentendolo parlar da sè, giudicò che dovesse essere un uomo sincero.
Gli s'accostò, e disse: «di grazia, quel signore, da che parte si va
per andare a Bergamo?»

«Per andare a Bergamo? Da porta orientale.»

«Grazie tante; e per andare a porta orientale?»

«Prendete questa strada a mancina; vi troverete sulla piazza del duomo;
poi....»

«Basta, signore; il resto lo so. Dio gliene renda merito.» E diviato
s'incamminò dalla parte che gli era stata indicata. L'altro gli guardò
dietro un momento, e, accozzando nel suo pensiero quella maniera
di camminare con la domanda, disse tra sè:--o n'ha fatta una, o
qualcheduno la vuol fare a lui.--

Renzo arriva sulla piazza del duomo; l'attraversa, passa accanto a un
mucchio di cenere e di carboni spenti, e riconosce gli avanzi del falò
di cui era stato spettatore il giorno avanti; costeggia gli scalini
del duomo, rivede il forno delle grucce, mezzo smantellato, e guardato
da soldati; e tira diritto per la strada da cui era venuto insieme con
la folla; arriva al convento de' cappuccini; dà un'occhiata a quella
piazza e alla porta della chiesa, e dice tra sè, sospirando:--m'aveva
però dato un buon parere quel frate di ieri: che stessi in chiesa a
aspettare, e a fare un po' di bene.--

Qui, essendosi fermato un momento a guardare attentamente alla porta
per cui doveva passare, e vedendovi, così da lontano, molta gente a
guardia, e avendo la fantasia un po' riscaldata (bisogna compatirlo;
aveva i suoi motivi), provò una certa ripugnanza ad affrontare quel
passo. Si trovava così a mano un luogo d'asilo, e dove, con quella
lettera, sarebbe ben raccomandato; fu tentato fortemente d'entrarvi.
Ma, subito ripreso animo, pensò:--uccel di bosco, fin che si può.
Chi mi conosce? Di ragione, i birri non si saran fatti in pezzi, per
andarmi ad aspettare a tutte le porte.--Si voltò, per vedere se mai
venissero da quella parte: non vide nè quelli, nè altri che paressero
occuparsi di lui. Va innanzi; rallenta quelle gambe benedette, che
volevan sempre correre, mentre conveniva soltanto camminare; e adagio
adagio, fischiando in semitono, arriva alla porta.

C'era, proprio sul passo, un mucchio di gabellini, e, per rinforzo,
anche de' micheletti spagnoli; ma stavan tutti attenti verso il di
fuori, per non lasciare entrar di quelli che, alla notizia d'una
sommossa, v'accorrono, come i corvi al campo dove è stata data
battaglia; di maniera che Renzo, con un'aria indifferente, con gli
occhi bassi, e con un andare così tra il viandante e uno che vada a
spasso, uscì, senza che nessuno gli dicesse nulla; ma il cuore di
dentro faceva un gran battere. Vedendo a diritta una viottola, entrò
in quella, per evitare la strada maestra; e camminò un pezzo prima di
voltarsi neppure indietro.

Cammina, cammina; trova cascine, trova villaggi, tira innanzi senza
domandarne il nome; è certo d'allontanarsi da Milano, spera d'andar
verso Bergamo; questo gli basta per ora. Ogni tanto si voltava
indietro; ogni tanto, andava anche guardando e strofinando or l'uno
or l'altro polso, ancora un po' indolenziti, e segnati in giro d'una
striscia rosseggiante, vestigio della cordicella. I suoi pensieri
erano, come ognuno può immaginarsi, un guazzabuglio di pentimenti,
d'inquietudini, di rabbie, di tenerezze; era uno studio faticoso di
raccapezzare le cose dette e fatte la sera avanti, di scoprir la
parte segreta della sua dolorosa storia, e sopra tutto come avevan
potuto risapere il suo nome. I suoi sospetti cadevan naturalmente
sullo spadaio, al quale si rammentava bene d'averlo spiattellato. E
ripensando alla maniera con cui gliel aveva cavato di bocca, e a tutto
il fare di colui, e a tutte quell'esibizioni che riuscivan sempre a
voler saper qualcosa, il sospetto diveniva quasi certezza. Se non che
si rammentava poi anche, in confuso, d'aver, dopo la partenza dello
spadaio, continuato a cicalare; con chi, indovinala grillo; di cosa,
la memoria, per quanto venisse esaminata, non lo sapeva dire: non
sapeva dir altro che d'essersi in quel tempo trovata fuor di casa.
Il poverino si smarriva in quella ricerca: era come un uomo che ha
sottoscritti molti fogli bianchi, e gli ha affidati a uno che credeva
il fior de' galantuomini; e scoprendolo poi un imbroglione, vorrebbe
conoscere lo stato de' suoi affari; che conoscere? è un caos. Un altro
studio penoso era quello di far sull'avvenire un disegno che gli
potesse piacere: quelli che non erano in aria, eran tutti malinconici.

Ma ben presto, lo studio più penoso fu quello di trovar la strada.
Dopo aver camminato un pezzo, si può dire, alla ventura, vide che da
sè non ne poteva uscire. Provava bensì una certa ripugnanza a metter
fuori quella parola Bergamo, come se avesse un non so che di sospetto,
di sfacciato; ma non si poteva far di meno. Risolvette dunque di
rivolgersi, come aveva fatto in Milano, al primo viandante la cui
fisonomia gli andasse a genio; e così fece.

«Siete fuor di strada,» gli rispose questo; e, pensatoci un poco, parte
con parole, parte co' cenni, gl'indicò il giro che doveva fare, per
rimettersi sulla strada maestra. Renzo lo ringraziò, fece le viste
di far come gli era stato detto, prese in fatti da quella parte, con
intenzione però d'avvicinarsi bensì a quella benedetta strada maestra,
di non perderla di vista, di costeggiarla più che fosse possibile; ma
senza mettervi piede. Il disegno era più facile da concepirsi che da
eseguirsi. La conclusione fu che, andando così da destra a sinistra,
e, come si dice a zig zag, parte seguendo l'altre indicazioni che si
faceva coraggio a pescar qua e là, parte correggendole secondo i suoi
lumi, e adattandole al suo intento, parte lasciandosi guidar dalle
strade in cui si trovava incamminato, il nostro fuggitivo aveva fatte
forse dodici miglia, che non era distante da Milano più di sei; e in
quanto a Bergamo, era molto se non se n'era allontanato. Cominciò a
persuadersi che, anche in quella maniera, non se n'usciva a bene; e
pensò a trovar qualche altro ripiego. Quello che gli venne in mente,
fu di scovar, con qualche astuzia, il nome di qualche paese vicino
al confine, e al quale si potesse andare per istrade comunali: e
domandando di quello, si farebbe insegnar la strada, senza seminar qua
e là quella domanda di Bergamo, che gli pareva puzzar tanto di fuga,
di sfratto, di criminale.

Mentre cerca la maniera di pescar tutte quelle notizie, senza dar
sospetto, vede pendere una frasca da una casuccia solitaria, fuori
d'un paesello. Da qualche tempo, sentiva anche crescere il bisogno di
ristorar le sue forze; pensò che lì sarebbe il luogo di fare i due
servizi in una volta; entrò. Non c'era che una vecchia, con la rocca
al fianco, e col fuso in mano. Chiese un boccone; gli fu offerto un
po' di stracchino e del vin buono; accettò lo stracchino, del vino la
ringraziò (gli era venuto in odio, per quello scherzo che gli aveva
fatto la sera avanti); e si mise a sedere, pregando la donna che
facesse presto. Questa, in un momento, ebbe messo in tavola; e subito
dopo cominciò a tempestare il suo ospite di domande, e sul suo essere,
e sui gran fatti di Milano: chè la voce n'era arrivata fin là. Renzo,
non solo seppe schermirsi dalle domande, con molta disinvoltura; ma,
approfittandosi della difficoltà medesima, fece servire al suo intento
la curiosità della vecchia, che gli domandava dove fosse incamminato.

«Devo andare in molti luoghi,» rispose: «e, se trovo un ritaglio
di tempo, vorrei anche passare un momento da quel paese, piuttosto
grosso, sulla strada di Bergamo, vicino al confine, però nello stato di
Milano.... Come si chiama?»--Qualcheduno ce ne sarà,--pensava intanto
tra sè.

«Gorgonzola, volete dire,» rispose la vecchia.

«Gorgonzola!» ripetè Renzo, quasi per mettersi meglio in mente la
parola. «È molto lontano di qui?» riprese poi.

«Non lo so precisamente: saranno dieci, saranno dodici miglia. Se ci
fosse qualcheduno de' miei figliuoli, ve lo saprebbe dire.»

«E credete che ci si possa andare per queste belle viottole, senza
prender la strada maestra? dove c'è una polvere, una polvere! Tanto
tempo che non piove!»

«A me mi par di sì: potete domandare nel primo paese che troverete
andando a diritta.» E glielo nominò.

«Va bene;» disse Renzo; s'alzò, prese un pezzo di pane che gli era
avanzato della magra colazione, un pane ben diverso da quello che aveva
trovato, il giorno avanti, appiè della croce di san Dionigi; pagò il
conto, uscì, e prese a diritta. E, per non ve l'allungar più del
bisogno, col nome di Gorgonzola in bocca, di paese in paese, ci arrivò,
un'ora circa prima di sera.

Già cammin facendo, aveva disegnato di far lì un'altra fermatina, per
fare un pasto un po' più sostanzioso. Il corpo avrebbe anche gradito
un po' di letto; ma prima che contentarlo in questo, Renzo l'avrebbe
lasciato cader rifinito sulla strada. Il suo proposito era d'informarsi
all'osteria, della distanza dell'Adda, di cavar destramente notizia
di qualche traversa che mettesse là, e di rincamminarsi da quella
parte, subito dopo essersi rinfrescato. Nato e cresciuto alla seconda
sorgente, per dir così, di quel fiume, aveva sentito dir più volte,
che, a un certo punto, e per un certo tratto, esso faceva confine
tra lo stato milanese e il veneto: del punto e del tratto non aveva
un' idea precisa; ma, allora come allora, l'affar più urgente era di
passarlo, dovunque si fosse. Se non gli riusciva in quel giorno, era
risoluto di camminare fin che l'ora e la lena glielo permettessero: e
d'aspettar poi l'alba, in un campo, in un deserto; dove piacesse a Dio;
pur che non fosse un'osteria.

Fatti alcuni passi in Gorgonzola, vide un'insegna, entrò; e all'oste,
che gli venne incontro, chiese un boccone, e una mezzetta di vino: le
miglia di più, e il tempo gli avevan fatto passare quell'odio così
estremo e fanatico. «Vi prego di far presto,» soggiunse: «perchè ho
bisogno di rimettermi subito in istrada.» E questo lo disse perchè non
solo era vero, ma anche per paura che l'oste, immaginandosi che volesse
dormir lì, non gli uscisse fuori a domandar del nome e del cognome, e
donde veniva, e per che negozio.... Alla larga!

L'oste rispose a Renzo, che sarebbe servito; e questo si mise a sedere
in fondo della tavola, vicino all'uscio: il posto de' vergognosi.

C'erano in quella stanza alcuni sfaccendati del paese, i quali, dopo
aver discusse e commentate le gran notizie di Milano del giorno
avanti, si struggevano di sapere un poco come fosse andata anche in
quel giorno; tanto più che quelle prime eran più atte a stuzzicar
la curiosità, che a soddisfarla: una sollevazione, nè soggiogata nè
vittoriosa, sospesa più che terminata dalla notte; una cosa tronca, la
fine d'un atto piuttosto che d'un dramma. Un di coloro si staccò dalla
brigata, s'accostò al soprarrivato, e gli domandò se veniva da Milano.

«Io?» disse Renzo sorpreso, per prender tempo a rispondere.

«Voi, se la domanda è lecita.»

Renzo, tentennando il capo, stringendo le labbra, e facendone uscire un
suono inarticolato, disse: «Milano, da quel che ho sentito dire.... non
dev'essere un luogo da andarci in questi momenti, meno che per una gran
necessità.»

«Continua dunque anche oggi il fracasso?» domandò, con più istanza, il
curioso.

«Bisognerebbe esser là, per saperlo,» disse Renzo.

«Ma voi, non venite da Milano?»

«Vengo da Liscate,» rispose lesto il giovine, che intanto aveva pensata
la sua risposta. Ne veniva in fatti, a rigor di termini, perchè c'era
passato; e il nome l'aveva saputo, a un certo punto della strada, da un
viandante che gli aveva indicato quel paese come il primo che doveva
attraversare, per arrivare a Gorgonzola.

«Oh!» disse l'amico; come se volesse dire: faresti meglio a venir da
Milano, ma pazienza. «E a Liscate,» soggiunse, «non si sapeva niente di
Milano?»

«Potrebb'essere benissimo che qualcheduno là sapesse qualche cosa,»
rispose il montanaro: «ma io non ho sentito dir nulla.»

E queste parole le proferì in quella maniera particolare che par che
voglia dire: ho finito. Il curioso ritornò al suo posto; e, un momento
dopo, l'oste venne a mettere in tavola.

«Quanto c'è di qui all'Adda?» gli disse Renzo, mezzo tra' denti, con un
fare da addormentato, che gli abbiam visto qualche altra volta.

«All'Adda, per passare?» disse l'oste.

«Cioè.... sì.... all'Adda.»

«Volete passare dal ponte di Cassano, o sulla chiatta di Canonica?»

«Dove si sia.... Domando così per curiosità.»

«Eh, volevo dire, perchè quelli sono i luoghi dove passano i
galantuomini, la gente che può dar conto di sè.»

«Va bene: e quanto c'è?»

«Fate conto che, tanto a un luogo, come all'altro, poco più, poco meno,
ci sarà sei miglia.»

«Sei miglia! non credevo tanto,» disse Renzo. «E già,» riprese poi,
con un'aria d'indifferenza, portata fino all'affettazione: «e già, chi
avesse bisogno di prendere una scorciatoia, ci saranno altri luoghi da
poter passare?»

[Illustrazione: ....e subito dopo cominciò a tempestare il suo ospite
di domande.... (pag. 238)]

«Ce n'è sicuro,» rispose l'oste, ficcandogli in viso due occhi pieni
d'una curiosità maliziosa. Bastò questo per far morir tra' denti al
giovine l'altre domande che aveva preparate. Si tirò davanti il piatto;
e guardando la mezzetta che l'oste aveva posata, insieme con quello,
sulla tavola, disse: «il vino è sincero?»

«Come l'oro,» disse l'oste: «domandatene pure a tutta la gente del
paese e del contorno, che se n'intende: e poi, lo sentirete.» E così
dicendo, tornò verso la brigata.

--Maledetti gli osti!--esclamò Renzo tra sè:--più ne conosco, peggio
li trovo.--Non ostante si mise a mangiare con grand'appetito,
stando, nello stesso tempo, in orecchi, senza che paresse suo fatto,
per veder di scoprir paese, di rilevare come si pensasse colà sul
grand'avvenimento nel quale egli aveva avuta non piccola parte, e
d'osservare specialmente se, tra que' parlatori, ci fosse qualche
galantuomo, a cui un povero figliuolo potesse fidarsi di domandar la
strada, senza timore d'esser messo alle strette, e forzato a ciarlare
de' fatti suoi.

«Ma!» diceva uno: «questa volta par proprio che i milanesi abbian
voluto far davvero. Basta; domani al più tardi, si saprà qualcosa.»

«Mi pento di non esser andato a Milano stamattina,» diceva un altro.

«Se vai domani, vengo anch'io,» disse un terzo; poi un altro, poi un
altro.

«Quel che vorrei sapere,» riprese il primo, «è se que' signori di
Milano penseranno anche alla povera gente di campagna, o se faranno
far la legge buona solamente per loro. Sapete come sono eh? Cittadini
superbi, tutto per loro: gli altri, come se non ci fossero.»

«La bocca l'abbiamo anche noi, sia per mangiare, sia per dir la nostra
ragione,» disse un altro, con voce tanto più modesta, quanto più la
proposizione era avanzata: «e quando la cosa sia incamminata....» Ma
credette meglio di non finir la frase.

«Del grano nascosto, non ce n'è solamente in Milano,» cominciava un
altro, con un'aria cupa e maliziosa; quando sentono avvicinarsi un
cavallo. Corron tutti all'uscio; e, riconosciuto colui che arrivava,
gli vanno incontro. Era un mercante di Milano, che, andando più volte
l'anno a Bergamo, per i suoi traffichi, era solito passar la notte in
quell'osteria; e siccome ci trovava quasi sempre la stessa compagnia,
li conosceva tutti. Gli s'affollano intorno; uno prende la briglia, un
altro la staffa. «Ben arrivato, ben arrivato!»

«Ben trovati.»

«Avete fatto buon viaggio?»

«Benissimo; e voi altri, come state?»

«Bene, bene. Che nuove ci portate di Milano?

«Ah! ecco quelli delle novità,» disse il mercante smontando, e
lasciando il cavallo in mano d'un garzone. «E poi, e poi,» continuò,
entrando con la compagnia, «a quest'ora le saprete forse meglio di me.»

«Non sappiamo nulla, davvero,» disse più d'uno, mettendosi la mano al
petto.

«Possibile?» disse il mercante. «Dunque ne sentirete delle belle....
o delle brutte. Ehi, oste, il mio letto solito è in libertà? Bene: un
bicchier di vino, e il mio solito boccone, subito; perchè voglio andare
a letto presto, per partir presto domattina, e arrivare a Bergamo per
l'ora del desinare. E voi altri,» continuò, mettendosi a sedere, dalla
parte opposta a quella dove stava Renzo, zitto e attento, «voi altri
non sapete di tutte quelle diavolerie di ieri?»

«Di ieri sì.»

«Vedete dunque,» riprese il mercante, «se le sapete le novità. Lo
dicevo io che, stando qui sempre di guardia, per frugar quelli che
passano....»

«Ma oggi, com'è andata oggi?»

«Ah oggi. Non sapete niente d'oggi?»

«Niente affatto: non è passato nessuno.»

«Dunque lasciatemi bagnar le labbra; e poi vi dirò le cose d'oggi.
Sentirete.» Empi il bicchiere, lo prese con una mano, poi con le
prime due dita dell'altra sollevò i baffi, poi si lisciò la barba,
bevette, e riprese: «oggi, amici cari, ci mancò poco, che non fosse una
giornata brusca come ieri, o peggio. E non mi par quasi vero d'esser
qui a chiacchierar con voi altri; perchè avevo già messo da parte ogni
pensiero di viaggio, per restare a guardar la mia povera bottega.»

«Che diavolo c'era?» disse uno degli ascoltanti.

«Proprio il diavolo: sentirete.» E trinciando la pietanza che gli
era stata messa davanti, e poi mangiando, continuò il suo racconto.
I compagni, ritti di qua e di là della tavola, lo stavano a sentire,
con la bocca aperta; Renzo, al suo posto, senza che paresse suo fatto,
stava attento, forse più di tutti, masticando adagio adagio gli ultimi
suoi bocconi.

«Stamattina dunque que' birboni che ieri avevano fatto quel chiasso
orrendo, si trovarono a' posti convenuti (già c'era un'intelligenza:
tutte cose preparate); si riunirono, e ricominciarono quella bella
storia di girare di strada in strada, gridando per tirar altra gente.
Sapete che è come quando si spazza, con riverenza parlando, la casa;
il mucchio del sudiciume ingrossa quanto più va avanti. Quando parve
loro d'esser gente abbastanza, s'avviarono verso la casa del signor
vicario di provvisione; come se non bastassero le tirannie che gli
hanno fatte ieri: a un signore di quella sorte! oh che birboni! E la
roba che dicevan contro di lui! Tutte invenzioni: un signor dabbene,
puntuale; e io lo posso dire, che son tutto di casa, e lo servo di
panno per le livree della servitù. S'incamminaron dunque verso quella
casa: bisognava veder che canaglia, che facce: figuratevi che son
passati davanti alla mia bottega: facce che.... i giudei della _Via
Crucis_ non ci son per nulla. E le cose che uscivan da quelle bocche!
da turarsene gli orecchi, se non fosse stato che non tornava conto
di farsi scorgere. Andavan dunque con la buona intenzione di dare il
sacco; ma....» E qui, alzata in aria, e stesa la mano sinistra, si mise
la punta del pollice alla punta del naso.

«Ma?» dissero forse tutti gli ascoltatori.

«Ma,» continuò il mercante, «trovaron la strada chiusa con travi e con
carri, e, dietro quella barricata, una bella fila di micheletti, con
gli archibugi spianati per riceverli come si meritavano. Quando videro
questo bell'apparato.... Cosa avreste fatto voi altri?»

«Tornare indietro.»

«Sicuro; e così fecero. Ma vedete un poco se non era il demonio che li
portava. Son lì sul Cordusio, vedon lì quel forno che, fin da ieri,
avevan voluto saccheggiare; e cosa si faceva in quella bottega? si
distribuiva il pane agli avventori; c'era de' cavalieri, e fior di
cavalieri, a invigilare che tutto andasse bene; e costoro (avevano il
diavolo addosso vi dico, e poi c'era chi gli aizzava), costoro, dentro
come disperati; piglia tu, che piglio anch'io: in un batter d'occhio,
cavalieri, fornai, avventori, pani, banco, panche, madie, casse,
sacchi, frulloni, crusca, farina, pasta, tutto sottosopra.»

«E i micheletti?»

«I micheletti avevan la casa del vicario da guardare: non si può
cantare, e portar la croce. Fu in un batter d'occhio, vi dico: piglia
piglia; tutto ciò che c'era buono a qualcosa, fu preso. E poi torna in
campo quel bel ritrovato di ieri, di portare il resto sulla piazza, e
di farne una fiammata. E già cominciavano, i manigoldi, a tirar fuori
roba; quando uno più manigoldo degli altri, indovinate un po' con che
bella proposta venne fuori.»

«Con che cosa?»

«Di fare un mucchio di tutto nella bottega, e di dar fuoco al mucchio e
alla casa insieme. Detto fatto....»

«Ci han dato fuoco?»

«Aspettate. Un galantuomo del vicinato ebbe un'ispirazione dal cielo.
Corse su nelle stanze, cercò d'un Crocifisso, lo trovò, l'attaccò
all'archetto d'una finestra, prese da capo d'un letto due candele
benedette, le accese, e le mise sul davanzale, a destra e a sinistra
del Crocifisso. La gente guarda in su. In un Milano bisogna dirla,
c'è ancora del timor di Dio; tutti tornarono in sè. La più parte,
voglio dire; c'era bensì de' diavoli che, per rubare, avrebbero dato
fuoco anche al paradiso; ma visto che la gente non era del loro
parere, dovettero smettere, e star cheti. Indovinate ora chi arrivò
all'improvviso. Tutti i monsignori del duomo, in processione, a croce
alzata, in abito corale; e monsignor Mazenta, arciprete, cominciò a
predicare da una parte, e monsignor Settala, penitenziere, da un'altra,
e gli altri anche loro: ma, brava gente! ma cosa volete fare? ma è
questo l'esempio che date a' vostri figliuoli? ma tornate a casa; ma
non sapete che il pane è a buon mercato, più di prima? ma andate a
vedere, che c'è l'avviso sulle cantonate.»

«Era vero?»

«Diavolo! Volete che i monsignori del duomo venissero in cappa magna a
dir delle fandonie?»

«E la gente cosa fece?»

«A poco a poco se n'andarono; corsero alle cantonate; e, chi sapeva
leggere, la c'era proprio la meta. Indovinate un poco: un pane
d'ott'once per un soldo.»

«Che bazza!»

«La vigna è bella; pur che la duri. Sapete quanta farina hanno mandata
a male, tra ieri e stamattina? Da mantenerne il ducato per due mesi.»

«E per fuori di Milano, non s'è fatta nessuna legge buona?»

«Quel che s'è fatto per Milano, è tutto a spese della città. Non so
che vi dire: per voi altri sarà quel che Dio vorrà. A buon conto, i
fracassi son finiti. Non v'ho detto tutto; ora viene il buono.»

«Cosa c'è ancora?»

«C'è che, ier sera o stamattina che sia, ne sono stati agguantati
molti; e subito s'è saputo che i capi saranno impiccati. Appena
cominciò a spargersi questa voce, ognuno andava a casa per la più
corta, per non arrischiare d'esser nel numero. Milano, quand'io ne sono
uscito, pareva un convento di frati.»

«Gl'impiccheranno poi davvero?»

«Eccome! e presto,» rispose il mercante.

«E la gente cosa farà?» domandò ancora colui che aveva fatta l'altra
domanda.

«La gente? anderà a vedere,» disse il mercante. «Avevan tanta voglia di
veder morire un cristiano all'aria aperta, che volevano, birboni! far
la festa al signor vicario di provvisione. In vece sua, avranno quattro
tristi, serviti con tutte le formalità, accompagnati da' cappuccini, e
da' confratelli della buona morte; è gente che se l'è meritato. È una
provvidenza, vedete; era una cosa necessaria. Cominciavan già a prender
il vizio d'entrar nelle botteghe, e di servirsi, senza metter mano alla
borsa; se li lasciavan fare, dopo il pane sarebbero venuti al vino, e
così di mano in mano.... Pensate se coloro volevano smettere, di loro
spontanea volontà, una usanza così comoda. E vi so dir io che, per un
galantuomo che ha bottega aperta, era un pensier poco allegro.»

«Davvero,» disse uno degli ascoltatori. «Davvero,» ripeteron gli altri,
a una voce.

«E,» continuò il mercante, asciugandosi la barba col tovagliolo, «l'era
ordita da un pezzo; c'era una lega, sapete?»

«C'era una lega?»

«C'era una lega. Tutte cabale ordite da' navarrini, da quel cardinale
là di Francia, sapete chi voglio dire, che ha un certo nome mezzo
turco, e che ogni giorno ne pensa una, per far qualche dispetto alla
corona di Spagna. Ma sopra tutto, tende a far qualche tiro a Milano;
perchè vede bene, il furbo, che qui sta la forza del re.»

«Già.»

«Ne volete una prova? Chi ha fatto il più gran chiasso, eran
forestieri; andavano in giro facce, che in Milano non s'eran mai
vedute. Anzi mi dimenticavo di dirvene una che m'è stata data per
certa. La giustizia aveva acchiappato uno in un'osteria....» Renzo, il
quale non perdeva un ette di quel discorso, al tocco di questa corda,
si sentì venir freddo, e diede un guizzo, prima che potesse pensare a
contenersi. Nessuno però se n'avvide; e il dicitore, senza interrompere
il filo del racconto, seguitò: «uno che non si sa bene ancora da che
parte fosse venuto, da chi fosse mandato, nè che razza d'uomo si fosse;
ma certo era uno de' capi. Già ieri, nel forte del baccano, aveva fatto
il diavolo; e poi, non contento di questo, s'era messo a predicare, e
a proporre, così una galanteria, che s'ammazzassero tutti i signori.
Birbante! Chi farebbe viver la povera gente, quando i signori fossero
ammazzati? La giustizia, che l'aveva appostato, gli mise l'unghie
addosso; gli trovarono un fascio di lettere; e lo menavano in gabbia;
ma che? i suoi compagni, che facevan la ronda intorno all'osteria,
vennero in gran numero, e lo liberarono, il manigoldo.»

«E cosa n'è stato?»

«Non si sa; sarà scappato, o sarà nascosto in Milano: son gente
che non ha nè casa nè tetto, e trovan per tutto da alloggiare e da
rintanarsi: però finchè il diavolo può, e vuole aiutarli: ci dan poi
dentro quando meno se lo pensano; perchè, quando la pera è matura,
convien che caschi. Per ora si sa di sicuro che le lettere son rimaste
in mano della giustizia, e che c'è descritta tutta la cabala; e si dice
che n'anderà di mezzo molta gente. Peggio per loro; che hanno messo
a soqquadro mezzo Milano, e volevano anche far peggio. Dicono che
i fornai son birboni. Lo so anch'io; ma bisogna impiccarli per via
di giustizia. C'è del grano nascosto. Chi non lo sa? Ma tocca a chi
comanda a tener buone spie, e andarlo a disotterrare, e mandare anche
gl'incettatori a dar calci all'aria, in compagnia de' fornai. E se chi
comanda non fa nulla, tocca alla città a ricorrere; e se non danno
retta alla prima, ricorrere ancora; che a forza di ricorrere s'ottiene;
e non metter su un'usanza così scellerata d'entrar nelle botteghe e ne'
fondachi, a prender la roba a man salva.»

A Renzo quel poco mangiare era andato in tanto veleno. Gli pareva
mill'anni d'esser fuori e lontano da quell'osteria, da quel paese; e
più di dieci volte aveva detto a sè stesso; andiamo, andiamo. Ma quella
paura di dar sospetto, cresciuta allora oltremodo, e fatta tiranna di
tutti i suoi pensieri, l'aveva tenuto sempre inchiodato sulla panca.
In quella perplessità, pensò che il ciarlone doveva poi finire di
parlar di lui; e concluse tra sè, di moversi, appena sentisse attaccare
qualche altro discorso.

«E per questo,» disse uno della brigata, «io che so come vanno queste
faccende, e che ne' tumulti i galantuomini non ci stanno bene, non mi
son lasciato vincere dalla curiosità, e son rimasto a casa mia.»

«E io, mi son mosso?» disse un altro.

«Io?» soggiunse un terzo: «Se per caso mi fossi trovato in Milano,
avrei lasciato imperfetto qualunque affare, e sarei tornato subito a
casa mia. Ho moglie e figliuoli; e poi, dico la verità, i baccani non
mi piacciono.»

A questo punto, l'oste, ch'era stato anche lui a sentire, andò verso
l'altra cima della tavola, per veder cosa faceva quel forestiero. Renzo
colse l'occasione, chiamò l'oste con un cenno, gli chiese il conto, lo
saldò senza tirare, quantunque l'acque fossero molto basse; e, senza
far altri discorsi, andò diritto all'uscio, passò la soglia, e, a guida
della Provvidenza, s'incamminò dalla parte opposta a quella per cui era
venuto.




                            CAPITOLO XVII.


Basta spesso una voglia, per non lasciar ben avere un uomo; pensate poi
due alla volta, l'una in guerra coll'altra. Il povero Renzo n'aveva,
da molte ore, due tali in corpo, come sapete: la voglia di correre,
e quella di star nascosto: e le sciagurate parole del mercante gli
avevano accresciuta oltremodo l'una e l'altra a un colpo. Dunque la sua
avventura aveva fatto chiasso; dunque lo volevano a qualunque patto;
chi sa quanti birri erano in campo per dargli la caccia! quali ordini
erano stati spediti di frugar ne' paesi, nell'osterie, per le strade!
Pensava bensì che finalmente i birri che lo conoscevano, eran due
soli, e che il nome non lo portava scritto in fronte; ma gli tornavano
in mente certe storie che aveva sentite raccontare, di fuggitivi
colti e scoperti per istrane combinazioni, riconosciuti all'andare,
all'aria sospettosa, ad altri segnali impensati: tutto gli faceva
ombra. Quantunque nel momento che usciva di Gorgonzola, scoccassero le
ventiquattro, e le tenebre che venivano innanzi, diminuissero sempre
più que' pericoli, ciò non ostante prese contro voglia la strada
maestra, e si propose d'entrar nella prima viottola che gli paresse
condur dalla parte dove gli premeva di riuscire. Sul principio,
incontrava qualche viandante; ma, pieno la fantasia di quelle brutte
apprensioni, non ebbe cuore d'abbordarne nessuno, per informarsi della
strada.--Ha detto sei miglia, colui,--pensava,--se andando fuor di
strada, dovessero anche diventar otto o dieci, le gambe che hanno fatte
l'altre, faranno anche queste. Verso Milano non vo di certo; dunque vo
verso l'Adda. Cammina, cammina, o presto o tardi ci arriverò. L'Adda
ha buona voce; e, quando le sarò vicino, non ho più bisogno di chi
me l'insegni. Se qualche barca c'è, da poter passare, passo subito;
altrimenti mi fermerò fino alla mattina, in un campo, sur una pianta,
come le passere: meglio sur una pianta, che in prigione.--

[Illustrazione: ....s'accorse d'entrare in un bosco.... (pag. 251)]

Ben presto vide aprirsi una straducola a mancina; e v'entrò. A
quell'ora, se si fosse abbattuto in qualcheduno, non avrebbe più fatte
tante cerimonie per farsi insegnar la strada; ma non sentiva anima
vivente. Andava dunque dove la strada lo conduceva; e pensava:

--Io fare il diavolo! Io ammazzare tutti i signori! Un fascio di
lettere, io! I miei compagni che mi stavano a far la guardia! Pagherei
qualche cosa a trovarmi a viso a viso con quel mercante, di là
dall'Adda (ah quando l'avrò passata quest'Adda benedetta!), e fermarlo,
e domandargli con comodo dov'abbia pescate tutte quelle belle notizie.
Sappiate ora, mio caro signore, che la cosa è andata così e così, e che
il diavolo ch'io ho fatto, è stato d'aiutar Ferrer, come se fosse stato
un mio fratello; sappiate che que' birboni che, a sentir voi, erano i
miei amici, perchè in un certo momento, io dissi una parola da buon
cristiano, mi vollero fare un brutto scherzo; sappiate che, intanto che
voi stavate a guardar la vostra bottega, io mi faceva schiacciar le
costole, per salvare il vostro signor vicario di provvisione, che non
l'ho mai nè visto nè conosciuto. Aspetta che mi mova un'altra volta per
aiutar signori.... È vero che bisogna farlo per l'anima: son prossimo
anche loro. E quel gran fascio di lettere, dove c'era tutta la cabala,
e che adesso è in mano della giustizia, come voi sapete di certo;
scommettiamo che ve lo fo comparir qui, senza l'aiuto del diavolo?
Avreste curiosità di vederlo quel fascio? Eccolo qui.... Una lettera
sola?... Sì signore, una lettera sola; e questa lettera, se lo volete
sapere, l'ha scritta un religioso che vi può insegnar la dottrina,
quando si sia; un religioso che, senza farvi torto, val più un pelo
della sua barba che tutta la vostra; e è scritta, questa lettera,
come vedete, a un altro religioso, un uomo anche lui.... Vedete ora
quali sono i furfanti miei amici. E imparate a parlare un'altra volta;
principalmente quando si tratta del prossimo.--

Ma dopo qualche tempo, questi pensieri ed altri simili cessarono
affatto: le circostanze presenti occupavan tutte le facoltà del
povero pellegrino. La paura d'essere inseguito o scoperto, che aveva
tanto amareggiato il viaggio in pieno giorno, non gli dava ormai più
fastidio; ma quante cose rendevan questo molto più noioso! Le tenebre,
la solitudine, la stanchezza cresciuta, e ormai dolorosa; tirava una
brezzolina sorda, uguale, sottile, che doveva far poco servizio a
chi si trovava ancora indosso quegli stessi vestiti che s'era messi
per andare a nozze in quattro salti, e tornare subito trionfante a
casa sua; e, ciò che rendeva ogni cosa più grave, quell'andare alla
ventura, e, per dir così, al tasto, cercando un luogo di riposo e di
sicurezza.

Quando s'abbatteva a passare per qualche paese, andava adagio adagio,
guardando però se ci fosse ancora qualche uscio aperto; ma non vide mai
altro segno di gente desta, che qualche lumicino trasparente da qualche
impannata. Nella strada fuor dell'abitato, si soffermava ogni tanto;
stava in orecchi, per veder se sentiva quella benedetta voce dell'Adda;
ma invano. Altre voci non sentiva, che un mugolìo di cani, che veniva
da qualche cascina isolata, vagando per l'aria, lamentevole insieme e
minaccioso. Al suo avvicinarsi a qualcheduna di quelle, il mugolìo si
cambiava in un abbaiar frettoloso e rabbioso: nel passar davanti alla
porta, sentiva, vedeva quasi, il bestione, col muso al fessolino della
porta, raddoppiar gli urli: cosa che gli faceva andar via la tentazione
di picchiare, e di chieder ricovero. E forse, anche senza i cani, non
ci si sarebbe risolto.--Chi è là?--pensava:--cosa volete a quest'ora?
Come siete venuto qui? Fatevi conoscere. Non c'è osterie da alloggiare?
Ecco, andandomi bene, quel che mi diranno, se picchio: quand'anche non
ci dorma qualche pauroso che, a buon conto, si metta a gridare: aiuto!
al ladro! Bisogna aver subito qualcosa di chiaro da rispondere: e cosa
ho da rispondere io? Chi sente un rumore la notte, non gli viene in
testa altro che ladri, malviventi, trappole: non si pensa mai che un
galantuomo possa trovarsi in istrada di notte, se non è un cavaliere in
carrozza.--Allora serbava quel partito all'estrema necessità, e tirava
innanzi, con la speranza di scoprire almeno l'Adda, se non passarla, in
quella notte; e di non dover andarne alla cerca, di giorno chiaro.

Cammina, cammina: arrivò dove la campagna coltivata moriva in una
sodaglia sparsa di felci e di scope. Gli parve, se non indizio, almeno
un certo qual argomento di fiume vicino, e s'inoltrò per quella,
seguendo un sentiero che l'attraversava. Fatti pochi passi, si fermò
ad ascoltare; ma ancora invano. La noia del viaggio veniva accresciuta
dalla salvatichezza del luogo, da quel non veder più nè un gelso, nè
una vite, nè altri segni di coltura umana, che prima pareva quasi
che gli facessero una mezza compagnia. Ciò non ostante andò avanti;
e siccome nella sua mente cominciavano a suscitarsi certe immagini,
certe apparizioni, lasciatevi in serbo dalle novelle sentite raccontar
da bambino, così, per discacciarle, o per acquietarle, recitava,
camminando, dell'orazioni per i morti.

A poco a poco, si trovò tra macchie più alte, di pruni, di quercioli,
di marruche. Seguitando a andare avanti, e allungando il passo, con più
impazienza che voglia, cominciò a veder tra le macchie qualche albero
sparso; e andando ancora, sempre per lo stesso sentiero, s'accorse
d'entrare in un bosco. Provava un certo ribrezzo a inoltrarvisi; ma
lo vinse, e contro voglia andò avanti; ma più che s'inoltrava, più
il ribrezzo cresceva, più ogni cosa gli dava fastidio. Gli alberi
che vedeva in lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi,
mostruose; l'annoiava l'ombra delle cime leggermente agitate, che
tremolava sul sentiero illuminato qua e là dalla luna; lo stesso
scrosciar delle foglie secche che calpestava o moveva camminando,
aveva per il suo orecchio un non so che d'odioso. Le gambe provavano
come una smania, un impulso di corsa, e nello stesso tempo pareva
che durassero fatica a regger la persona. Sentiva la brezza notturna
batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva
scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e penetrar più acuta
nelle ossa rotte dalla stanchezza, e spegnervi quell'ultimo rimasuglio
di vigore. A un certo punto, quell'uggia, quell'orrore indefinito con
cui l'animo combatteva da qualche tempo, parve che a un tratto lo
soverchiasse. Era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d'ogni
altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e
gli comandò che reggesse. Così rinfrancato un momento, si fermò su due
piedi a deliberare; e risolveva d'uscir subito di lì per la strada già
fatta, d'andar diritto all'ultimo paese per cui era passato, di tornar
tra gli uomini, e di cercare un ricovero, anche all'osteria. E stando
così fermo, sospeso il fruscio de' piedi nel fogliame, tutto tacendo
d'intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorío, un mormorío
d'acqua corrente. Sta in orecchi; n'è certo; esclama: «è l'Adda!» Fu il
ritrovamento d'un amico, d'un fratello, d'un salvatore. La stanchezza
quasi scomparve, gli tornò il polso, sentì il sangue scorrer libero
e tepido per tutte le vene, sentì crescer la fiducia de' pensieri, e
svanire in gran parte quell'incertezza e gravità delle cose; e non
esitò a internarsi sempre più nel bosco, dietro all'amico rumore.

Arrivò in pochi momenti all'estremità del piano, sull'orlo d'una riva
profonda; e guardando in giù tra le macchie che tutta la rivestivano,
vide l'acqua luccicare e correre. Alzando poi lo sguardo, vide il vasto
piano dell'altra riva, sparso di paesi, e al di là i colli, e sur uno
di quelli una gran macchia biancastra, che gli parve dover essere una
città, Bergamo sicuramente. Scese un po' sul pendio, e, separando e
diramando, con le mani e con le braccia, il prunaio, guardò giù se
qualche barchetta si movesse nel fiume, ascoltò se sentisse batter
de' remi; ma non vide nè sentì nulla. Se fosse stato qualcosa di meno
dell'Adda, Renzo scendeva subito, per tentarne il guado; ma sapeva bene
che l'Adda non era fiume da trattarsi così in confidenza.

Per ciò si mise a consultar tra sè, molto a sangue freddo, sul partito
da prendere. Arrampicarsi sur una pianta, e star lì a aspettar
l'aurora, per forse sei ore che poteva ancora indugiare, con quella
brezza, con quella brina, vestito così, c'era più che non bisognasse
per intirizzir davvero. Passeggiare innanzi e indietro, tutto quel
tempo, oltre che sarebbe stato poco efficace aiuto contro il rigore
del sereno, era un richieder troppo da quelle povere gambe, che già
avevano fatto più del loro dovere. Gli venne in mente d'aver veduto, in
uno de' campi più vicini alla sodaglia, una di quelle capanne coperte
di paglia, costrutte di tronchi e di rami, intonacati poi con la mota,
dove i contadini del milanese usan, l'estate, depositar la raccolta,
e ripararsi la notte a guardarla: nell'altre stagioni, rimangono
abbandonate. La disegnò subito per suo albergo; si rimise sul sentiero,
ripassò il bosco, le macchie, la sodaglia; e andò verso la capanna.
Un usciaccio intarlato e sconnesso, era rabbattuto, senza chiave nè
catenaccio; Renzo l'aprì, entrò; vide sospeso per aria, e sostenuto
da ritorte di rami, un graticcio, a foggia d'hamac; ma non si curò di
salirvi. Vide in terra un po' di paglia; e pensò che, anche lì, una
dormitina sarebbe ben saporita.

Prima però di sdraiarsi su quel letto che la Provvidenza gli aveva
preparato, vi s'inginocchiò, a ringraziarla di quel benefizio, e
di tutta l'assistenza che aveva avuta da essa, in quella terribile
giornata. Disse poi le sue solite divozioni; e per di più, chiese
perdono a Domeneddio di non averle dette la sera avanti; anzi, per dir
le sue parole, d'essere andato a dormire come un cane, e peggio.--E
per questo,--soggiunse poi tra sè; appoggiando le mani sulla paglia,
e d'inginocchioni mettendosi a giacere:--per questo, m'è toccata,
la mattina, quella bella svegliata.--Raccolse poi tutta la paglia
che rimaneva all'intorno, e se l'accomodò addosso, facendosene, alla
meglio, una specie di coperta, per temperare il freddo, che anche là
dentro si faceva sentir molto bene; e vi si rannicchiò sotto, con
l'intenzione di dormire un bel sonno, parendogli d'averlo comprato
anche più caro del dovere.

Ma appena ebbe chiusi gli occhi, cominciò nella sua memoria o nella sua
fantasia (il luogo preciso non ve lo saprei dire), cominciò, dico, un
andare e venire di gente, così affollato, così incessante, che addio
sonno. Il mercante, il notaio, i birri, lo spadaio, l'oste, Ferrer, il
vicario, la brigata dell'osteria, tutta quella turba delle strade, poi
don Abbondio, poi don Rodrigo: tutta gente con cui Renzo aveva che dire.

Tre sole immagini gli si presentavano non accompagnate da alcuna
memoria amara, nette d'ogni sospetto, amabili in tutto; e due
principalmente, molto differenti al certo, ma strettamente legate
nel cuore del giovine: una treccia nera e una barba bianca. Ma anche
la consolazione che provava nel fermare sopra di esse il pensiero,
era tutt'altro che pretta e tranquilla. Pensando al buon frate,
sentiva più vivamente la vergogna delle proprie scappate, della turpe
intemperanza, del bel caso che aveva fatto de' paterni consigli di lui;
e contemplando l'immagine di Lucia! non ci proveremo a dire ciò che
sentisse: il lettore conosce le circostanze; se lo figuri. E quella
povera Agnese, come l'avrebbe potuta dimenticare? Quell'Agnese che
l'aveva scelto, che l'aveva già considerato come una cosa sola con la
sua unica figlia, e prima di ricever da lui il titolo di madre, n'aveva
preso il linguaggio e il cuore, e dimostrata co' fatti la premura. Ma
era un dolore di più, e non il meno pungente, quel pensiero, che, in
grazia appunto di così amorevoli intenzioni, di tanto bene che voleva
a lui, la povera donna si trovava ora snidata, quasi raminga, incerta
dell'avvenire, e raccoglieva guai e travagli da quelle cose appunto da
cui aveva sperato il riposo e la giocondità degli ultimi suoi anni.
Che notte, povero Renzo! Quella che doveva esser la quinta delle
sue nozze! Che stanza! Che letto matrimoniale! E dopo qual giornata!
E per arrivare a qual domani, a qual serie di giorni!--Quel che Dio
vuole,--rispondeva ai pensieri che gli davan più noia:--quel che Dio
vuole. Lui sa quel che fa: c'è anche per noi. Vada tutto in isconto de'
miei peccati. Lucia è tanto buona! non vorrà poi farla patire un pezzo,
un pezzo, un pezzo!--

Tra questi pensieri, o disperando ormai d'attaccar sonno, e
facendosegli il freddo sentir sempre più, a segno ch'era costretto
ogni tanto a tremare e a battere i denti, sospirava la venuta del
giorno, e misurava con impazienza il lento scorrer dell'ore. Dico
misurava, perchè, ogni mezz'ora, sentiva in quel vasto silenzio,
rimbombare i tocchi d'un orologio: m'immagino che dovesse esser quello
di Trezzo. E la prima volta che gli ferì gli orecchi quello scocco,
così inaspettato, senza che potesse avere alcuna idea del luogo donde
venisse, gli fece un senso misterioso e solenne, come d'un avvertimento
che venisse da persona non vista, con una voce sconosciuta.

Quando finalmente quel martello ebbe battuto undici tocchi, ch'era
l'ora disegnata da Renzo per levarsi, s'alzò mezzo intirizzito, si mise
inginocchioni, disse, e con più fervore del solito, le divozioni della
mattina, si rizzò, si stirò in lungo e in largo, scosse la vita e le
spalle, come per mettere insieme tutte le membra, che ognuno pareva che
facesse da sè, soffiò in una mano, poi nell'altra, se le stropicciò,
aprì l'uscio della capanna; e, per la prima cosa, diede un'occhiata in
qua e in là, per veder se c'era nessuno. E non vedendo nessuno, cercò
con l'occhio il sentiero della sera avanti; lo riconobbe subito, e
prese per quello.

Il cielo prometteva una bella giornata: la luna, in un canto, pallida e
senza raggio, pure spiccava nel campo immenso d'un bigio ceruleo, che,
giù giù verso l'oriente, s'andava sfumando leggermente in un giallo
roseo. Più giù, all'orizzonte, si stendevano, a lunghe falde ineguali,
poche nuvole, tra l'azzurro e il bruno, le più basse orlate al di
sotto d'una striscia quasi di fuoco, che di mano in mano si faceva
più viva e tagliente: da mezzogiorno, altre nuvole ravvolte insieme,
leggieri e soffici, per dir così, s'andavan lumeggiando di mille
colori senza nome: quel cielo di Lombardia, così bello quand'è bello,
così splendido, così in pace. Se Renzo si fosse trovato lì andando a
spasso, certo avrebbe guardato in su, e ammirato quell'albeggiare così
diverso da quello ch'era solito vedere ne' suoi monti; ma badava alla
sua strada, e camminava a passi lunghi, per riscaldarsi e per arrivar
presto. Passa i campi, passa la sodaglia, passa le macchie, attraversa
il bosco, guardando in qua e in là, e ridendo e vergognandosi nello
stesso tempo, del ribrezzo che vi aveva provato poche ore prima; è sul
ciglio della riva, guarda giù; e, di tra i rami, vede una barchetta
di pescatore, che veniva adagio, contr'acqua, radendo quella sponda.
Scende subito per la più corta, tra i pruni; è sulla riva; dà una voce
leggiera leggiera al pescatore; e, con l'intenzione di far come se
chiedesse un servizio di poca importanza, ma, senza avvedersene, in una
maniera mezzo supplichevole, gli accenna che approdi. Il pescatore gira
uno sguardo lungo la riva, guarda attentamente lungo l'acqua che viene,
si volta a guardare indietro, lungo l'acqua che va, e poi dirizza la
prora verso Renzo, e approda. Renzo che stava sull'orlo della riva,
quasi con un piede nell'acqua, afferra la punta del battello, ci salta
dentro, e dice: «mi fareste il servizio, col pagare, di tragittarmi
di là?» Il pescatore l'aveva indovinato, e già voltava da quella
parte. Renzo, vedendo sul fondo della barca un altro remo, si china, e
l'afferra.

«Adagio, adagio,» disse il padrone; ma nel veder poi con che garbo il
giovine aveva preso lo strumento, e si disponeva a maneggiarlo, «ah,
ah,» riprese: «siete del mestiere.»

«Un pochino,» rispose Renzo, e ci si mise con un vigore e con una
maestria, più che da dilettante. E senza mai rallentare, dava ogni
tanto un'occhiata ombrosa alla riva da cui s'allontanavano, e poi
una impaziente a quella dov'eran rivolti, e si coceva di non poterci
andar per la più corta; che la corrente era, in quel luogo, troppo
rapida, per tagliarla direttamente; e la barca, parte rompendo, parte
secondando il filo dell'acqua, doveva fare un tragitto diagonale. Come
accade in tutti gli affari un po' imbrogliati, che le difficoltà alla
prima si presentino all'ingrosso, e nell'eseguire poi, vengan fuori
per minuto, Renzo, ora che l'Adda era, si può dir, passata, gli dava
fastidio il non saper di certo se lì essa fosse confine, o se, superato
quell'ostacolo, gliene rimanesse un altro da superare. Onde, chiamato
il pescatore, e accennando col capo quella macchia biancastra che aveva
veduta la notte avanti, e che allora gli appariva ben più distinta,
disse: «è Bergamo, quel paese?»

«La città di Bergamo,» rispose il pescatore.

«E quella riva lì, è bergamasca?»

«Terra di san Marco.»

«Viva san Marco!» esclamò Renzo. Il pescatore non disse nulla.

Toccano finalmente quella riva; Renzo vi si slancia; ringrazia Dio tra
sè, e poi con la bocca il barcaiolo; mette le mani in tasca, tira fuori
una berlinga, che, attese le circostanze, non fu un piccolo sproprio,
e la porge al galantuomo, il quale, data ancora un'occhiata alla riva
milanese, e al fiume di sopra e di sotto, stese la mano, prese la
mancia, la ripose, poi strinse le labbra, e per di più ci mise il dito
in croce, accompagnando quel gesto con un' occhiata espressiva; e disse
poi: «buon viaggio,» e tornò indietro.

Perchè la così pronta e discreta cortesia di costui verso uno
sconosciuto non faccia troppo maravigliare il lettore, dobbiamo
informarlo che quell'uomo, pregato spesso d'un simile servizio da
contrabbandieri e da banditi, era avvezzo a farlo; non tanto per amore
del poco e incerto guadagno che gliene poteva venire, quanto per non
farsi de' nemici in quelle classi. Lo faceva, dico, ogni volta che
potesse esser sicuro che non lo vedessero nè gabellieri, nè birri,
nè esploratori. Così, senza voler più bene ai primi che ai secondi,
cercava di soddisfarli tutti, con quell'imparzialità, che è la dote
ordinaria di chi è obbligato a trattar con cert'uni, e soggetto a
render conto a cert'altri.

Renzo si fermò un momentino sulla riva a contemplar la riva opposta,
quella terra che poco prima scottava tanto sotto i suoi piedi.--Ah!
ne son proprio fuori!--fu il suo primo pensiero.--Sta lì, maledetto
paese,--fu il secondo, l'addio alla patria. Ma il terzo corse a chi
lasciava in quel paese. Allora incrociò le braccia sul petto, mise un
sospiro, abbassò gli occhi sull'acqua che gli scorreva a' piedi, e
pensò--è passata sotto il ponte!--Così, all'uso del suo paese, chiamava
per antonomasia, quello di Lecco.--Ah mondo birbone! Basta; quel che
Dio vuole.--

[Illustrazione: «Eh la mia donna! lo sa il padre provinciale; se lo sa
anche lui».... (pag. 270)]

Voltò le spalle a que' tristi oggetti, e s'incamminò, prendendo per
punto di mira la macchia biancastra sul pendio del monte, finchè
trovasse qualcheduno da farsi insegnar la strada giusta. E bisognava
vedere con che disinvoltura s'accostava a' viandanti, e, senza tanti
rigiri, nominava il paese dove abitava quel suo cugino. Dal primo a cui
si rivolse, seppe che gli rimanevano ancor nove miglia da fare.

Quel viaggio non fu lieto. Senza parlare de' guai che Renzo portava
con sè, il suo occhio veniva ogni momento rattristato da oggetti
dolorosi, da' quali dovette accorgersi che troverebbe nel paese in
cui s'inoltrava, la penuria che aveva lasciata nel suo. Per tutta la
strada, e più ancora nelle terre e ne' borghi, incontrava a ogni passo
poveri, che non eran poveri di mestiere, e mostravan la miseria più
nel viso che nel vestiario: contadini, montanari, artigiani, famiglie
intere; e un misto ronzío di preghiere, di lamenti e di vagiti. Quella
vista, oltre la compassione e la malinconia, lo metteva anche in
pensiero dei casi suoi.

--Chi sa,--andava meditando,--se trovo da far bene? se c'è lavoro, come
negli anni passati? Basta; Bortolo mi voleva bene, è un buon figliuolo,
ha fatto danari, m'ha invitato tante volte; non m'abbandonerà. E poi,
la Provvidenza m'ha aiutato finora; m'aiuterà anche per l'avvenire.--

Intanto l'appetito, risvegliato già da qualche tempo, andava crescendo
di miglio in miglio; e quantunque Renzo, quando cominciò a dargli
retta, sentisse di poter reggere, senza grand'incomodo, per quelle
due o tre che gli potevan rimanere; pensò, da un'altra parte, che non
sarebbe una bella cosa di presentarsi al cugino, come un pitocco, e
dirgli, per primo complimento: dammi da mangiare. Si levò di tasca
tutte le sue ricchezze, le fece scorrere sur una mano, tirò la somma.
Non era un conto che richiedesse una grande aritmetica; ma però
c'era abbondantemente da fare una mangiatina. Entrò in un'osteria a
ristorarsi lo stomaco; e in fatti, pagato che ebbe, gli rimase ancor
qualche soldo.

Nell'uscire, vide, accanto alla porta, che quasi v'inciampava,
sdraiate in terra, più che sedute, due donne, una attempata, un'altra
più giovine, con un bambino, che, dopo aver succhiata invano l'una e
l'altra mammella, piangeva, piangeva; tutti del color della morte: e
ritto, vicino a loro, un uomo, nel viso del quale e nelle membra, si
potevano ancora vedere i segni d'un'antica robustezza, domata e quasi
spenta dal lungo disagio. Tutt'e tre stesero la mano verso colui che
usciva con passo franco, e con l'aspetto rianimato: nessuno parlò; che
poteva dir di più una preghiera?

«La c'è la Provvidenza!» disse Renzo; e, cacciata subito la mano in
tasca, la votò di que' pochi soldi; li mise nella mano che si trovò più
vicina, e riprese la sua strada.

La refezione e l'opera buona (giacchè siam composti d'anima e di
corpo) avevano riconfortati e rallegrati tutti i suoi pensieri. Certo,
dall'essersi così spogliato degli ultimi danari, gli era venuto più
di confidenza per l'avvenire, che non gliene avrebbe dato il trovarne
dieci volte tanti. Perchè, se a sostenere in quel giorno que' poverini
che mancavano sulla strada, la Provvidenza aveva tenuti in serbo
proprio gli ultimi quattrini d'un estraneo, fuggitivo, incerto anche
lui del come vivrebbe; chi poteva credere che volesse poi lasciare
in secco colui del quale s'era servita a ciò, e a cui aveva dato un
sentimento così vivo di sè stessa, così efficace, così risoluto? Questo
era, a un di presso, il pensiero del giovine; però men chiaro ancora
di quello ch'io l'abbia saputo esprimere. Nel rimanente della strada,
ripensando a' casi suoi, tutto gli si spianava. La carestia doveva
poi finire: tutti gli anni si miete: intanto aveva il cugino Bortolo
e la propria abilità: aveva, per di più, a casa un po' di danaro, che
si farebbe mandar subito. Con quello, alla peggio, camperebbe, giorno
per giorno, finchè tornasse l'abbondanza.--Ecco poi tornata finalmente
l'abbondanza,--proseguiva Renzo nella sua fantasia:--rinasce la furia
de' lavori: i padroni fanno a gara per aver degli operai milanesi,
che son quelli che sanno bene il mestiere; gli operai milanesi alzan
la cresta; chi vuol gente abile, bisogna che la paghi; si guadagna
da vivere per più d'uno, e da metter qualcosa da parte; e si fa
scrivere alle donne che vengano.... E poi, perchè aspettar tanto? Non
è vero che, con quel poco che abbiamo in serbo, si sarebbe campati
là, anche quest'inverno? Così camperemo qui. De' curati ce n'è per
tutto. Vengono quelle due care donne: si mette su casa. Che piacere,
andar passeggiando su questa stessa strada tutti insieme! andar fino
all'Adda in baroccio, e far merenda sulla riva, proprio sulla riva,
e far vedere alle donne il luogo dove mi sono imbarcato, il prunaio
da cui sono sceso, quel posto dove sono stato a guardare se c'era un
battello.--

Arriva al paese del cugino; nell'entrare, anzi prima di mettervi piede,
distingue una casa alta alta, a più ordini di finestre lunghe lunghe;
riconosce un filatoio, entra, domanda ad alta voce, tra il rumore
dell'acqua cadente e delle rote, se stia lì un certo Bortolo Castagneri.

«Il signor Bortolo! Eccolo là.»

--Signore? buon segno,--pensa Renzo; vede il cugino, gli corre
incontro. Quello si volta, riconosce il giovine, che gli dice: «son
qui.» Un oh! di sorpresa, un alzar di braccia, un gettarsele al collo
scambievolmente. Dopo quelle prime accoglienze, Bortolo tira il nostro
giovine lontano dallo strepito degli ordigni, e dagli occhi de'
curiosi, in un'altra stanza, e gli dice: «ti vedo volentieri; ma sei un
benedetto figliuolo. T'avevo invitato tante volte; non sei mai voluto
venire; ora arrivi in un momento un po' critico.»

«Se te lo devo dire, non sono venuto via di mia volontà,» disse Renzo;
e, con la più gran brevità, non però senza molta commozione, gli
raccontò la dolorosa storia.

«È un altro par di maniche,» disse Bortolo. «Oh povero Renzo! Ma tu
hai fatto capitale di me; e io non t'abbandonerò. Veramente, ora non
c'è ricerca d'operai; anzi appena appena ognuno tiene i suoi, per non
perderli e disviare il negozio; ma il padrone mi vuoi bene, e ha della
roba. E, a dirtela, in gran parte la deve a me, senza vantarmi: lui
il capitale, e io quella poca abilità. Sono il primo lavorante, sai?
e poi, a dirtela, sono il _factotum._ Povera Lucia Mondella! Me ne
ricordo, come se fosse ieri: una buona ragazza! sempre la più composta
in chiesa; e quando si passava da quella sua casuccia.... Mi par di
vederla, quella casuccia, appena fuor del paese, con un bel fico che
passava il muro....»

«No, no; non ne parliamo.»

«Volevo dire che, quando si passava da quella casuccia, sempre si
sentiva quell'aspo, che girava, girava, girava. E quel don Rodrigo!
già, anche al mio tempo, era per quella strada; ma ora fa il diavolo
affatto, a quel che vedo: fin che Dio gli lascia la briglia sul collo.
Dunque, come ti dicevo, anche qui si patisce un po' la fame.... A
proposito, come stai d'appetito?»

«Ho mangiato poco fa, per viaggio.»

«E a danari, come stiamo?»

Renzo stese una mano, l'avvicinò alla bocca, e vi fece scorrer sopra un
piccol soffio.

«Non importa,» disse Bortolo: «n'ho io: e non ci pensare, che, presto
presto, cambiandosi le cose, se Dio vorrà, me li renderai, e te
n'avanzerà anche per te.»

«Ho qualcosina a casa; e me li farò mandare.»

«Va bene; e intanto fa conto di me. Dio m'ha dato del bene, perchè
faccia del bene; e se non ne fo a' parenti e agli amici, a chi ne farò?»

«L'ho detto io della Provvidenza!» esclamò Renzo, stringendo
affettuosamente la mano al buon cugino.

«Dunque,» riprese questo, «in Milano hanno fatto tutto quel chiasso.
Mi paiono un po' matti coloro. Già, n'era corsa la voce anche qui; ma
voglio che tu mi racconti poi la cosa più minutamente. Eh! n'abbiamo
delle cose da discorrere. Qui però, vedi, la va più quietamente, e si
fanno le cose con un po' più di giudizio. La città ha comprate duemila
some di grano da un mercante che sta a Venezia: grano che vien di
Turchia; ma, quando si tratta di mangiare, la non si guarda tanto per
il sottile. Ora senti un po' cosa nasce: nasce che i rettori di Verona
e di Brescia chiudono i passi, e dicono: di qui non passa grano. Che ti
fanno i bergamaschi? Spediscono a Venezia Lorenzo Torre, un dottore,
ma di quelli! È partito in fretta, s'è presentato al doge, e ha detto:
che idea è venuta a que' signori rettori? Ma un discorso! un discorso,
dicono, da dare alle stampe. Cosa vuol dire avere un uomo che sappia
parlare! Subito un ordine che si lasci passare il grano; e i rettori,
non solo lasciarlo passare, ma bisogna che lo facciano scortare; ed
è in viaggio. E s'è pensato anche al contado. Giovanbatista Biava,
nunzio di Bergamo in Venezia (un uomo anche quello!) ha fatto intendere
al senato che, anche in campagna, si pativa la fame; e il senato ha
concesso quattro mila staia di miglio. Anche questo aiuta a far pane.
E poi, lo vuoi sapere? se non ci sarà pane, mangeremo del companatico.
Il Signore m'ha dato del bene, come ti dico. Ora ti condurrò dal mio
padrone: gli ho parlato di te tante volte, e ti farà buona accoglienza.
Un buon bergamascone all'antica, un uomo di cuor largo. Veramente, ora
non t'aspettava; ma quando sentirà la storia.... E poi gli operai sa
tenerli di conto, perchè la carestia passa, e il negozio dura. Ma prima
di tutto, bisogna che t'avverta d'una cosa. Sai come ci chiamano in
questo paese, noi altri dello stato di Milano?»

«Come ci chiamano?»

«Ci chiaman baggiani.»

«Non è un bel nome.»

«Tant'è: chi è nato nel milanese, e vuol vivere nel bergamasco, bisogna
prenderselo in santa pace. Per questa gente, dar del baggiano a un
milanese, è come dar dell'illustrissimo a un cavaliere.»

«Lo diranno, m'immagino, a chi se lo vorrà lasciar dire.»

«Figliuolo mio, se tu non sei disposto a succiarti del baggiano a tutto
pasto, non far conto di poter viver qui. Bisognerebbe esser sempre col
coltello in mano: e quando, supponiamo, tu n'avessi ammazzati due,
tre, quattro, verrebbe poi quello che ammazzerebbe te: e allora, che
bel gusto di comparire al tribunal di Dio, con tre o quattro omicidi
sull'anima!»

«E un milanese che abbia un po' di....» e qui picchiò la fronte col
dito, come aveva fatto nell'osteria della luna piena. «Voglio dire, uno
che sappia bene il suo mestiere?»

«Tutt'uno: qui è un baggiano anche lui. Sai come dice il mio padrone,
quando parla di me co' suoi amici?--Quel baggiano è stato la man
di Dio, per il mio negozio; se non avessi quel baggiano, sarei ben
impicciato.--L'è usanza così.»

«L'è un'usanza sciocca. E vedendo quello che sappiam fare (chè
finalmente chi ha portata qui quest'arte, e chi la fa andare, siamo
noi), possibile che non si sian corretti?»

«Finora no: col tempo può essere; i ragazzi che vengon su; ma gli
uomini fatti, non c'è rimedio: hanno preso quel vizio, non lo smetton
più. Cos'è poi finalmente? Era ben un'altra cosa quelle galanterie
che t'hanno fatte, e il di più che ti volevan fare i nostri cari
compatriotti.»

«Già, è vero: se non c'è altro di male....»

«Ora che sei persuaso di questo, tutto anderà bene. Vieni dal padrone,
e coraggio.»

Tutto infatti andò bene, e tanto a seconda delle promesse di Bortolo,
che crediamo inutile di farne particolar relazione. E fu veramente
provvidenza; perchè la roba e i quattrini che Renzo aveva lasciati in
casa, vedremo or ora quanto fosse da farci assegnamento.




                            CAPITOLO XVIII.


Quello stesso giorno, 13 di novembre, arriva un espresso al signor
podestà di Lecco, e gli presenta un dispaccio del signor capitano
di giustizia, contenente un ordine di fare ogni possibile e più
opportuna inquisizione, per iscoprire se un certo giovine nominato
Lorenzo Tramaglino, filatore di seta, scappato dalle forze _praedicti
egregii domini capitanei,_ sia tornato, _palam vel clam,_ al suo
paese, _ignotum_ quale per l'appunto, _verum in territorio Leuci:
quod si compertum fuerit sic esse,_ cerchi il detto signor podestà,
_quanta maxima diligentia fieri poterit,_ d'averlo nelle mani; e,
legato a dovere, _videlizet_ con buone manette, attesa l'esperimentata
insufficienza de' manichini per il nominato soggetto, lo faccia
condurre nelle carceri, e lo ritenga lì, sotto buona custodia, per
farne consegna a chi sarà spedito a prenderlo; e tanto nel caso del
sì, come nel caso del no, _accedatis ad domum praedicti Laurentii
Tramaliini; et, facta debita diligentia, quidquid ad rem repertum
fuerit auferatis; et informationes de illius prava qualitate, vita, et
complicibus sumatis;_ e di tutto il detto e il fatto, il trovato e il
non trovato, il preso e il lasciato, _diligenter referatis._ Il signor
podestà, dopo essersi umanamente cerziorato che il soggetto non era
tornato in paese, fa chiamare il console del villaggio, e si fa condur
da lui alla casa indicata, con gran treno di notaio e di birri. La
casa è chiusa; chi ha le chiavi non c'è, o non si lascia trovare. Si
sfonda l'uscio; si fa la debita diligenza, vale a dire che si fa come
in una città presa d'assalto. La voce di quella spedizione si sparge
immediatamente per tutto il contorno; viene agli orecchi del padre
Cristoforo; il quale, attonito non meno che afflitto, domanda al terzo
e al quarto, per aver qualche lume intorno alla cagione d'un fatto così
inaspettato; ma non raccoglie altro che congetture in aria, e scrive
subito al padre Bonaventura, dal quale spera di poter ricevere qualche
notizia più precisa. Intanto i parenti e gli amici di Renzo vengono
citati a deporre ciò che posson sapere della sua _prava qualità_: aver
nome Tramaglino è una disgrazia, una vergogna, un delitto: il paese
è sottosopra. A poco a poco, si viene a sapere che Renzo è scappato
dalla giustizia, nel bel mezzo di Milano, e poi scomparso; corre voce
che abbia fatto qualcosa di grosso; ma la cosa poi non si sa dire, o
si racconta in cento maniere. Quanto più è grossa, tanto meno vien
creduta nel paese, dove Renzo è conosciuto per un bravo giovine: i più
presumono, e vanno susurrandosi agli orecchi l'uno con l'altro, che è
una macchina mossa da quel prepotente di don Rodrigo, per rovinare il
suo povero rivale. Tant'è vero che, a giudicar per induzione, e senza
la necessaria cognizione de' fatti, si fa alle volte gran torto anche
ai birbanti.

Ma noi, co' fatti alla mano, come si suol dire, possiamo affermare
che, se colui non aveva avuto parte nella sciagura di Renzo, se ne
compiacque però, come se fosse opera sua, e ne trionfò co' suoi
fidati, e principalmente col conte Attilio. Questo, secondo i suoi
primi disegni, avrebbe dovuto a quell'ora trovarsi già in Milano;
ma, alle prime notizie del tumulto, e della canaglia che girava per
le strade, in tutt'altra attitudine che di ricever bastonate, aveva
creduto bene di trattenersi in campagna, fino a cose quiete. Tanto più
che, avendo offeso molti, aveva qualche ragion di temere che alcuno
de' tanti, che solo per impotenza stavano cheti, non prendesse animo
dalle circostanze, e giudicasse il momento buono da far le vendette di
tutti. Questa sospensione non fu di lunga durata: l'ordine venuto da
Milano dell'esecuzione da farsi contro Renzo era già un indizio che le
cose avevan ripreso il corso ordinario; e, quasi nello stesso tempo,
se n'ebbe la certezza positiva. Il conte Attilio partì immediatamente,
animando il cugino a persister nell'impresa, a spuntar l'impegno, e
promettendogli che, dal canto suo, metterebbe subito mano a sbrigarlo
dal frate; al qual affare, il fortunato accidente dell'abietto rivale
doveva fare un gioco mirabile. Appena partito Attilio, arrivò il Griso
da Monza sano e salvo, e riferì al suo padrone ciò che aveva potuto
raccogliere: che Lucia era ricoverata nel tal monastero, sotto la
protezione della tal signora; e stava sempre nascosta, come se fosse
una monaca anche lei, non mettendo mai piede fuor della porta, e
assistendo alle funzioni di chiesa da una finestrina con la grata: cosa
che dispiaceva a molti, i quali avendo sentito motivar non so che di
sue avventure, e dir gran cose del suo viso, avrebbero voluto un poco
vedere come fosse fatto.

Questa relazione mise il diavolo addosso a don Rodrigo, o, per dir
meglio, rendè più cattivo quello che già ci stava di casa. Tante
circostanze favorevoli al suo disegno infiammavano sempre più la sua
passione, cioè quel misto di puntiglio, di rabbia e d'infame capriccio,
di cui la sua passione era composta. Renzo assente, sfrattato,
bandito, di maniera che ogni cosa diventava lecita contro di lui,
e anche la sua sposa poteva esser considerata, in certo modo, come
roba di rubello: il solo uomo al mondo che volesse e potesse prender
le sue parti, e fare un rumore da esser sentito anche lontano e da
persone alte, l'arrabbiato frate, tra poco sarebbe probabilmente
anche lui fuor del caso di nuocere. Ed ecco che un nuovo impedimento,
non che contrappesare tutti que' vantaggi, li rendeva, si può dire,
inutili. Un monastero di Monza, quand'anche non ci fosse stata una
principessa, era un osso troppo duro per i denti di don Rodrigo; e
per quanto egli ronzasse con la fantasia intorno a quel ricovero, non
sapeva immaginar nè via nè verso d'espugnarlo, nè con la forza, nè per
insidie. Fu quasi quasi per abbandonar l'impresa; fu per risolversi
d'andare a Milano, allungando anche la strada, per non passar neppure
da Monza; e a Milano, gettarsi in mezzo agli amici e ai divertimenti,
per discacciar, con pensieri affatto allegri, quel pensiero divenuto
ormai tutto tormentoso. Ma, ma, ma, gli amici; piano un poco con
questi amici. In vece d'una distrazione, poteva aspettarsi di trovar
nella loro compagnia nuovi dispiaceri: perchè Attilio certamente,
avrebbe già preso la tromba, e messo tutti in aspettativa. Da ogni
parte gli verrebbero domandate notizie della montanara: bisognava
render ragione. S'era voluto, s'era tentato; cosa s'era ottenuto?
S'era preso un impegno: un impegno un po' ignobile, a dire il vero:
ma, via, uno non può alle volte regolare i suoi capricci; il punto è
di soddisfarli; e come s'usciva da quest'impegno? Dandola vinta a un
villano e a un frate! Uh! E quando una buona sorte inaspettata, senza
fatica del buon a nulla, aveva tolto di mezzo l'uno, e un abile amico
l'altro, il buon a nulla non aveva saputo valersi della congiuntura, e
si ritirava vilmente dall'impresa. Ce n'era più del bisogno, per non
alzar mai più il viso tra i galantuomini, o avere ogni momento la spada
alle mani. E poi, come tornare, o come rimanere in quella villa, in
quel paese, dove, lasciando da parte i ricordi incessanti e pungenti
della passione, si porterebbe lo sfregio d'un colpo fallito? dove,
nello stesso tempo, sarebbe cresciuto l'odio pubblico, e scemata la
riputazion del potere? dove sul viso d'ogni mascalzone, anche in mezzo
agl'inchini, si potrebbe leggere un amaro: l'hai ingoiata, ci ho gusto?
La strada dell'iniquità, dice qui il manoscritto, è larga; ma questo
non vuol dire che sia comoda: ha i suoi buoni intoppi, i suoi passi
scabrosi; è noiosa la sua parte, e faticosa, benchè vada all'ingiù.

[Illustrazione: ....fa chiamar fra Cristoforo, gli fa vedere
l'obbedienza.... (pag. 283)]

A don Rodrigo, il quale non voleva uscirne, nè dare addietro, nè
fermarsi, e non poteva andare avanti da sè, veniva bensì in mente un
mezzo con cui potrebbe: ed era di chieder l'aiuto d'un tale, le cui
mani arrivavano spesso dove non arrivava la vista degli altri: un
uomo o un diavolo, per cui la difficoltà dell'imprese era spesso uno
stimolo a prenderle sopra di sè. Ma questo partito aveva anche i suoi
inconvenienti e i suoi rischi, tanto più gravi quanto meno si potevano
calcolar prima; giacchè nessuno avrebbe saputo prevedere fin dove
anderebbe, una volta che si fosse imbarcato con quell'uomo, potente
ausiliario certamente, ma non meno assoluto e pericoloso condottiere.

Tali pensieri tennero per più giorni don Rodrigo tra un sì e un no,
l'uno e l'altro più che noiosi. Venne intanto una lettera del cugino,
la quale diceva che la trama era ben avviata. Poco dopo il baleno,
scoppiò il tuono; vale a dire che, una bella mattina, si sentì che il
padre Cristoforo era partito dal convento di Pescarenico. Questo buon
successo così pronto, la lettera d'Attilio che faceva un gran coraggio,
e minacciava di gran canzonature, fecero inclinar sempre più don
Rodrigo al partito rischioso: ciò che gli diede l'ultima spinta, fu la
notizia inaspettata che Agnese era tornata a casa sua: un impedimento
di meno vicino a Lucia. Rendiam conto di questi due avvenimenti,
cominciando dall'ultimo.

Le due povere donne s'erano appena accomodate nel loro ricovero, che
si sparse per Monza, e per conseguenza anche nel monastero, la nuova
di quel gran fracasso di Milano; e dietro alla nuova grande, una serie
infinita di particolari, che andavano crescendo e variandosi ogni
momento. La fattoressa, che, dalla sua casa, poteva tenere un orecchio
alla strada, e uno al monastero, raccoglieva notizie di qui, notizie
di lì, e ne faceva parte all'ospiti. «Due, sei, otto, quattro, sette
ne hanno messi in prigione; gl'impiccheranno, parte davanti al forno
_delle grucce_, parte in cima alla strada dove c'è la casa del vicario
di provvisione.... Ehi, ehi, sentite questa! n'è scappato uno, che è di
Lecco, o di quelle parti. Il nome non lo so; ma verrà qualcheduno che
me lo saprà dire; per veder se lo conoscete.»

Quest'annunzio, con la circostanza d'esser Renzo appunto arrivato in
Milano nel giorno fatale, diede qualche inquietudine alle donne, e
principalmente a Lucia; ma pensate cosa fu quando la fattoressa venne
a dir loro: «è proprio del vostro paese quello che se l'è battuta, per
non essere impiccato: un filatore di seta, che si chiama Tramaglino: lo
conoscete?»

A Lucia, ch'era a sedere, orlando non so che cosa, cadde il lavoro
di mano; impallidì, si cambiò tutta, di maniera che la fattoressa se
ne sarebbe avvista certamente, se le fosse stata più vicina. Ma era
ritta sulla soglia con Agnese; la quale, conturbata anche lei, però
non tanto, potè star forte; e, per risponder qualcosa, disse che, in
un piccolo paese, tutti si conoscono, e che lo conosceva; ma che non
sapeva pensare come mai gli fosse potuta seguire una cosa simile;
perchè era un giovine posato. Domandò poi se era scappato di certo, e
dove.

«Scappato, lo dicon tutti; dove, non si sa; può essere che
l'acchiappino ancora, può essere che sia in salvo; ma se gli torna
sotto l'unghie, il vostro giovine posato....»

Qui, per buona sorte, la fattoressa fu chiamata, e se n'andò:
figuratevi come rimanessero la madre e la figlia. Più d'un giorno,
dovettero la povera donna e la desolata fanciulla stare in una tale
incertezza, a mulinare sul come, sul perchè, sulle conseguenze di quel
fatto doloroso, a commentare, ognuna tra sè, o sottovoce tra loro,
quando potevano, quelle terribili parole.

Un giovedì finalmente, capitò al monastero un uomo a cercar d'Agnese.
Era un pesciaiolo di Pescarenico, che andava a Milano, secondo
l'ordinario, a spacciarla sua mercanzia; e il buon frate Cristoforo
l'aveva pregato che, passando per Monza, facesse una scappata al
monastero, salutasse le donne da parte sua, raccontasse loro quel che
si sapeva del tristo caso di Renzo, raccomandasse loro d'aver pazienza,
e confidare in Dio; e che lui povero frate non si dimenticherebbe
certamente di loro, e spierebbe l'occasione di poterle aiutare; e
intanto non mancherebbe, ogni settimana, di far loro saper le sue
nuove, per quel mezzo, o altrimenti. Intorno a Renzo, il messo non
seppe dir altro di nuovo e di certo, se non la visita fattagli in casa,
e le ricerche per averlo nelle mani; ma insieme ch'erano andate tutte a
vôto, e si sapeva di certo che s'era messo in salvo sul bergamasco. Una
tale certezza, e non fa bisogno di dirlo, fu un gran balsamo per Lucia:
d'allora in poi le sue lacrime scorsero più facili e più dolci; provò
maggior conforto negli sfoghi segreti con la madre; e in tutte le sue
preghiere, c'era mescolato un ringraziamento.

Gertrude la faceva venire spesso in un suo parlatorio privato, e
la tratteneva talvolta lungamente, compiacendosi dell'ingenuità e
della dolcezza della poverina, e nel sentirsi ringraziare e benedire
ogni momento. Le raccontava anche, in confidenza, una parte (la
parte netta) della sua storia, di ciò che aveva patito, per andar
lì a patire; e quella prima maraviglia sospettosa di Lucia s'andava
cambiando in compassione. Trovava in quella storia ragioni più che
sufficienti a spiegar ciò che c'era d'un po' strano nelle maniere della
sua benefattrice; tanto più con l'aiuto di quella dottrina d'Agnese
su' cervelli de' signori. Per quanto però si sentisse portata a
contraccambiare la confidenza che Gertrude le dimostrava, non le passò
neppur per la testa di parlarle delle sue nuove inquietudini, della sua
nuova disgrazia, di dirle chi fosse quel filatore scappato; per non
rischiare di spargere una voce così piena di dolore e di scandolo. Si
schermiva anche, quanto poteva, dal rispondere alle domande curiose di
quella, sulla storia antecedente alla promessa; ma qui non eran ragioni
di prudenza. Era perchè alla povera innocente quella storia pareva
più spinosa, più difficile da raccontarsi, di tutte quelle che aveva
sentite, e che credesse di poter sentire dalla signora. In queste c'era
tirannia, insidie, patimenti; cose brutte e dolorose, ma che pur si
potevan nominare: nella sua c'era mescolato per tutto un sentimento,
una parola, che non le pareva possibile di proferire, parlando di sè; e
alla quale non avrebbe mai trovato da sostituire una perifrasi che non
le paresse sfacciata: l'amore!

Qualche volta, Gertrude quasi s'indispettiva di quello star così sulle
difese; ma vi traspariva tanta amorevolezza, tanto rispetto, tanta
riconoscenza, e anche tanta fiducia! Qualche volta forse, quel pudore
così delicato, così ombroso, le dispiaceva ancor più per un altro
verso; ma tutto si perdeva nella soavità d'un pensiero che le tornava
ogni momento, guardando Lucia:--a questa fo del bene.--Ed era vero;
perchè, oltre il ricovero, que' discorsi, quelle carezze famigliari
erano di non poco conforto a Lucia. Un altro ne trovava nel lavorar
di continuo; e pregava sempre che le dessero qualcosa da fare: anche
nel parlatorio, portava sempre qualche lavoro da tener le mani in
esercizio: ma, come i pensieri dolorosi si caccian per tutto! cucendo,
cucendo, ch'era un mestiere quasi nuovo per lei, le veniva ogni poco in
mente il suo aspo; e dietro all'aspo, quante cose!

Il secondo giovedì, tornò quel pesciaiolo o un altro messo, co' saluti
del padre Cristoforo, e con la conferma della fuga felice di Renzo.
Notizie più positive intorno a' suoi guai, nessuna; perchè, come
abbiam detto al lettore, il cappuccino aveva sperato d'averle dal suo
confratello di Milano, a cui l'aveva raccomandato; e questo rispose
di non aver veduto nè la persona, nè la lettera; che uno di campagna
era bensì venuto al convento, a cercar di lui; ma che, non avendocelo
trovato, era andato via, e non era più comparso.

Il terzo giovedì, non si vide nessuno; e, per le povere donne, fu
non solo una privazione d'un conforto desiderato e sperato, ma, come
accade per ogni piccola cosa a chi è afflitto e impicciato, una cagione
d'inquietudine, di cento sospetti molesti. Già prima d'allora, Agnese
aveva pensato a fare una scappata a casa; questa novità di non vedere
l'ambasciatore promesso, la fece risolvere. Per Lucia era una faccenda
seria il rimanere distaccata dalla gonnella della madre; ma la smania
di saper qualche cosa, e la sicurezza che trovava in quell'asilo così
guardato e sacro, vinsero le sue ripugnanze. E fu deciso tra loro
che Agnese anderebbe il giorno seguente ad aspettar sulla strada
il pesciaiolo che doveva passar di lì, tornando da Milano; e gli
chiederebbe in cortesia un posto sul baroccio, per farsi condurre a'
suoi monti. Lo trovò infatti, gli domandò se il padre Cristoforo non
gli aveva data qualche commissione per lei: il pesciaiolo, tutto il
giorno avanti la sua partenza era stato a pescare, e non aveva saputo
niente del padre. La donna non ebbe bisogno di pregare, per ottenere il
piacere che desiderava: prese congedo dalla signora e dalla figlia, non
senza lacrime, promettendo di mandar subito le sue nuove, e di tornar
presto; e partì.

Nel viaggio, non accadde nulla di particolare. Riposarono parte della
notte in un'osteria, secondo il solito; ripartirono innanzi giorno; e
arrivaron di buon'ora a Pescarenico. Agnese smontò sulla piazzetta del
convento, lasciò andare il suo conduttore con molti: Dio ve ne renda
merito; e giacchè era lì, volle, prima d'andare a casa, vedere il suo
buon frate benefattore. Sonò il campanello; chi venne a aprire, fu fra
Galdino, quel delle noci.

«Oh! la mia donna, che vento v'ha portata?»

«Vengo a cercare il padre Cristoforo.»

«Il padre Cristoforo? Non c'è.»

«Oh! starà molto a tornare?»

«Ma...?» disse il frate, alzando le spalle, e ritirando nel cappuccio
la testa rasa.

«Dov'è andato?»

«A Rimini.»

«A?»

«A Rimini.»

«Dov'è questo paese?»

«Eh eh eh!» rispose il frate, trinciando verticalmente l'aria con la
mano distesa, per significare una gran distanza.

«Oh povera me! Ma perchè è andato via così all'improvviso?»

«Perchè ha voluto così il padre provinciale.»

«E perchè mandarlo via? che faceva tanto bene qui? Oh Signore!»

«Se i superiori dovessero render conto degli ordini che danno, dove
sarebbe l'ubbidienza, la mia donna?»

«Sì; ma questa è la mia rovina.»

«Sapete cosa sarà? Sarà che a Rimini avranno avuto bisogno d'un buon
predicatore; (ce n'abbiamo per tutto; ma alle volte ci vuol quell'uomo
fatto apposta) il padre provinciale di là avrà scritto al padre
provinciale di qui, se aveva un soggetto così e così; e il padre
provinciale avrà detto: qui ci vuole il padre Cristoforo. Dev'esser
proprio così, vedete.»

«Oh poveri noi! Quand'è partito?»

«Jerlaltro.»

«Ecco! s'io davo retta alla mia ispirazione di venir via qualche giorno
prima! E non si sa quando possa tornare? così a un di presso?»

«Eh la mia donna! lo sa il padre provinciale; se lo sa anche lui.
Quando un nostro padre predicatore ha preso il volo, non si può
prevedere su che ramo potrà andarsi a posare. Li cercan di qua, li
cercan di là: e abbiamo conventi in tutte le quattro parti del mondo.
Supponete che, a Rimini, il padre Cristoforo faccia un gran fracasso
col suo quaresimale: perchè non predica sempre a braccio, come faceva
qui, per i pescatori e i contadini: per i pulpiti delle città, ha le
sue belle prediche scritte; e fior di roba. Si sparge la voce, da
quelle parti, di questo gran predicatore; e lo possono cercare da....
da che so io? E allora, bisogna mandarlo; perchè noi viviamo della
carità di tutto il mondo, ed è giusto che serviamo tutto il mondo.»

«Oh Signore! Signore!» esclamò di nuovo Agnese, quasi piangendo: «come
devo fare, senza quell'uomo? Era quello che ci faceva da padre! Per noi
è una rovina.»

«Sentite, buona donna; il padre Cristoforo era veramente un uomo; ma
ce n'abbiamo degli altri, sapete? pieni di carità e di talento, e che
sanno trattare ugualmente co' signori e co' poveri. Volete il padre
Atanasio? volete il padre Girolamo? volete il padre Zaccaria? È un uomo
di vaglia, vedete, il padre Zaccaria. E non istate a badare, come fanno
certi ignoranti, che sia così mingherlino, con una vocina fessa, e una
barbetta misera misera: non dico per predicare, perchè ognuno ha i suoi
doni; ma per dar pareri, è un uomo, sapete?»

«Oh per carità!» esclamò Agnese, con quel misto di gratitudine e
d'impazienza, che si prova a un'esibizione in cui si trovi più la buona
volontà altrui, che la propria convenienza: «cosa m'importa a me che
uomo sia o non sia un altro, quando quel pover'uomo che non c'è più,
era quello che sapeva le nostre cose, e aveva preparato tutto per
aiutarci?»

«Allora, bisogna aver pazienza.»

«Questo lo so,» rispose Agnese: «scusate dell'incomodo.»

«Di che cosa, la mia donna? mi dispiace per voi. E se vi risolvete di
cercar qualcheduno de' nostri padri, il convento è qui che non si move.
Ehi, mi lascerò poi veder presto, per la cerca dell'olio.»

«State bene,» disse Agnese; e s'incamminò verso il suo paesetto,
desolata, confusa, sconcertata, come il povero cieco che avesse perduto
il suo bastone.

Un po' meglio informati che fra Galdino, noi possiamo dire come andò
veramente la cosa. Attilio, appena arrivato a Milano, andò, come aveva
promesso a don Rodrigo, a far visita al loro comune zio del Consiglio
segreto. (Era una consulta, composta allora di tredici personaggi di
toga e di spada, da cui il governatore prendeva parere, e che, morendo
uno di questi, o venendo mutato, assumeva temporariamente il governo.)
Il conte zio, togato, e uno degli anziani del consiglio, vi godeva un
certo credito; ma nel farlo valere, e nel farlo rendere con gli altri,
non c'era il suo compagno. Un parlare ambiguo, un tacere significativo,
un restare a mezzo, uno stringer d'occhi che esprimeva: non posso
parlare; un lusingare senza promettere, un minacciare in cerimonia;
tutto era diretto a quel fine; e tutto, o più o meno, tornava in
pro. A segno che fino a un: io non posso niente in questo affare:
detto talvolta per la pura verità, ma detto in modo che non gli era
creduto, serviva ad accrescere il concetto, e quindi la realtà del suo
potere: come quelle scatole che si vedono ancora in qualche bottega di
speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c'è nulla; ma servono
a mantenere il credito alla bottega. Quello del conte zio, che, da gran
tempo, era sempre andato crescendo a lentissimi gradi, ultimamente
aveva fatto in una volta un passo, come si dice, di gigante, per
un'occasione straordinaria, un viaggio a Madrid, con una missione
alla corte; dove, che accoglienza gli fosse fatta, bisognava sentirlo
raccontar da lui. Per non dir altro, il conte duca l'aveva trattato
con una degnazione particolare, e ammesso alla sua confidenza, a segno
d'avergli una volta domandato, in presenza, si può dire, di mezza la
corte, come gli piacesse Madrid, e d'avergli un'altra volta detto a
quattr'occhi, nel vano d'una finestra, che il duomo di Milano era il
tempio più grande che fosse negli stati del re.

Fatti i suoi complimenti al conte zio, e presentatigli quelli del
cugino, Attilio, con un suo contegno serio, che sapeva prendere
a tempo, disse: «credo di fare il mio dovere, senza mancare alla
confidenza di Rodrigo, avvertendo il signor zio d'un affare che,
se lei non ci mette una mano, può diventar serio, e portar delle
conseguenze....»

«Qualcheduna delle sue, m'immagino.»

«Per giustizia, devo dire che il torto non è dalla parte di mio
cugino. Ma è riscaldato; e, come dico, non c'è che il signore zio, che
possa....»

«Vediamo, vediamo.»

«C'è da quelle parti un frate cappuccino che l'ha con Rodrigo; e la
cosa è arrivata a un punto, che....»

«Quante volte v'ho detto, all'uno e all'altro, che i frati bisogna
lasciarli cuocere nel loro brodo? Basta il da fare che danno a chi
deve.... a chi tocca....» E qui soffiò. «Ma voi altri che potete
scansarli....»

«Signore zio, in questo, è mio dovere di dirle che Rodrigo l'avrebbe
scansato, se avesse potuto. E il frate che l'ha con lui, che ha preso a
provocarlo in tutte le maniere....»

«Che diavolo ha codesto frate con mio nipote?»

«Prima di tutto, è una testa inquieta, conosciuto per tale, e che fa
professione di prendersela coi cavalieri. Costui protegge, dirige, che
so io? una contadinotta di là; e ha per questa creatura una carità, una
carità.... non dico pelosa, ma una carità molto gelosa, sospettosa,
permalosa.»

«Intendo,» disse il conte zio; e sur un certo fondo di goffaggine,
dipintogli in viso dalla natura, velato poi e ricoperto, a più mani,
di politica, balenò un raggio di malizia, che vi faceva un bellissimo
vedere.

«Ora, da qualche tempo,» continuò Attilio, «s'è cacciato in testa
questo frate, che Rodrigo avesse non so che disegni sopra questa....»

«S'è cacciato in testa, s'è cacciato in testa: lo conosco anch'io il
signor don Rodrigo; e ci vuoi altro avvocato che vossignoria, per
giustificarlo in queste materie.»

«Signore zio, che Rodrigo possa aver fatto qualche scherzo a quella
creatura, incontrandola per la strada, non sarei lontano dal crederlo:
è giovine, e finalmente non è cappuccino; ma queste son bazzecole da
non trattenerne il signor zio: il serio è che il frate s'è messo a
parlar di Rodrigo come si farebbe d'un mascalzone, cerca d'aizzargli
contro tutto il paese....»

«E gli altri frati?»

«Non se ne impicciano, perchè lo conoscono per una testa calda, e hanno
tutto il rispetto per Rodrigo; ma, dall'altra parte, questo frate ha un
gran credito presso i villani, perchè fa poi anche il santo, e....»

«M'immagino che non sappia che Rodrigo è mio nipote.»

«Se lo sa! Anzi questo è quel che gli mette più il diavolo addosso.»

«Come? come?»

«Perchè, e lo va dicendo lui, ci trova più gusto a farla vedere a
Rodrigo, appunto perchè questo ha un protettor naturale, di tanta
autorità come vossignoria: e che lui se la ride de' grandi e de'
politici, e che il cordone di san Francesco tien legate anche le spade,
e che....»

«Oh frate temerario! Come si chiama costui?»

«Fra Cristoforo da ***» disse Attilio; e il conte zio, preso da una
cassetta del suo tavolino, un libriccino di memorie, vi scrisse,
soffiando, soffiando, quel povero nome. Intanto Attilio seguitava: «è
sempre stato di quell'umore, costui: si sa la sua vita. Era un plebeo
che, trovandosi aver quattro soldi, voleva competere coi cavalieri del
suo paese; e, per rabbia di non poterla vincere con tutti, ne ammazzò
uno: onde, per iscansar la forca, si fece frate.»

«Ma bravo! ma bene! La vedremo, la vedremo,» diceva il conte zio,
seguitando a soffiare.

«Ora poi,» continuava Attilio, «è più arrabbiato che mai, perchè gli
è andato a monte un disegno che gli premeva molto molto: e da questo
il signore zio capirà che uomo sia. Voleva costui maritare quella sua
creatura: fosse per levarla dai pericoli del mondo, lei m'intende,
o per che altro si fosse, la voleva maritare assolutamente; e aveva
trovato il.... l'uomo: un'altra sua creatura, un soggetto, che, forse
e senza forse, anche il signore zio lo conoscerà di nome; perchè tengo
per certo che il Consiglio segreto avrà dovuto occuparsi di quel degno
soggetto.»

«Chi è costui?»

«Un filatore di seta, Lorenzo Tramaglino, quello che....»

«Lorenzo Tramaglino!» esclamò il conte zio. «Ma bene! ma bravo, padre!
Sicuro.... in fatti.... aveva una lettera per un.... Peccato che.... Ma
non importa; va bene. E perchè il signor don Rodrigo non mi dice nulla
di tutto questo? perchè lascia andar le cose tant'avanti, e non si
rivolge a chi lo può e vuole dirigere e sostenere?»

«Dirò il vero anche in questo,» proseguiva Attilio. «Da una parte,
sapendo quante brighe, quante cose ha per la testa il signore zio....»
(questo, soffiando, vi mise la mano, come per significare la gran
fatica ch'era a farcele star tutte) «s'è fatto scrupolo di darle una
briga di più. E poi, dirò tutto: da quello che ho potuto capire, è così
irritato, così fuor de' gangheri, così stucco delle villanie di quel
frate, che ha più voglia di farsi giustizia da sè, in qualche maniera
sommaria, che d'ottenerla in una maniera regolare, dalla prudenza e dal
braccio del signore zio. Io ho cercato di smorzare; ma vedendo che la
cosa andava per le brutte, ho creduto che fosse mio dovere d'avvertir
di tutto il signore zio, che alla fine è il capo e la colonna della
casa....»

«Avresti fatto meglio a parlare un poco prima.»

«È vero; ma io andavo sperando che la cosa svanirebbe da sè, o che il
frate tornerebbe finalmente in cervello, o che se n'anderebbe da quel
convento, come accade di questi frati, che ora sono qua, ora sono là; e
allora tutto sarebbe finito. Ma....»

«Ora toccherà a me a raccomodarla.»

«Così ho pensato anch'io. Ho detto tra me: il signore zio, con la sua
avvedutezza, con la sua autorità, saprà lui prevenire uno scandolo,
e insieme salvar l'onore di Rodrigo, che è poi anche il suo. Questo
frate, dicevo io, l'ha sempre col cordone di san Francesco; ma per
adoprarlo a proposito, il cordone di san Francesco, non è necessario
d'averlo intorno alla pancia. Il signore zio ha cento mezzi ch'io
non conosco: so che il padre provinciale ha, com'è giusto, una gran
deferenza per lui; e se il signore zio crede che in questo caso
il miglior ripiego sia di far cambiar aria al frate, lui con due
parole....»

«Lasci il pensiero a chi tocca, vossignoria,» disse un po' ruvidamente
il conte zio.

«Ah è vero!» esclamò Attilio, con una tentennatina di testa, e con un
sogghigno di compassione per sè stesso. «Son io l'uomo da dar pareri al
signore zio! Ma è la passione che ho della riputazione del casato che
mi fa parlare. E ho anche paura d'aver fatto un altro male,» soggiunse
con un'aria pensierosa: «ho paura d'aver fatto torto a Rodrigo nel
concetto del signore zio. Non mi darei pace, se fossi cagione di farle
pensare che Rodrigo non abbia tutta quella fede in lei, tutta quella
sommissione che deve avere. Creda, signore zio, che in questo caso è
proprio....»

«Via, via; che torto, che torto tra voi altri due? che sarete sempre
amici, finchè l'uno non metta giudizio. Scapestrati, scapestrati, che
sempre ne fate una; e a me tocca di rattopparle: che.... mi fareste
dire uno sproposito, mi date più da pensare voi altri due, che,» e qui
immaginatevi che soffio mise, «tutti questi benedetti affari di stato.»

Attilio fece ancora qualche scusa, qualche promessa, qualche
complimento; poi si licenziò, e se n'andò, accompagnato da un «e
abbiamo giudizio,» ch'era la formola di commiato del conte zio per i
suoi nipoti.




                             CAPITOLO XIX.


Chi, vedendo in un campo mal coltivato, un'erbaccia, per esempio un bel
lapazio, volesse proprio sapere se sia venuto da un seme maturato nel
campo stesso, o portatovi dal vento, o lasciatovi cader da un uccello,
per quanto ci pensasse, non ne verrebbe mai a una conclusione. Così
anche noi non sapremmo dire se dal fondo naturale del suo cervello, o
dall'insinuazione d'Attilio, venisse al conte zio la risoluzione di
servirsi del padre provinciale per troncare nella miglior maniera quel
nodo imbrogliato. Certo è che Attilio non aveva detta a caso quella
parola; e quantunque dovesse aspettarsi che, a un suggerimento così
scoperto, la boria ombrosa del conte zio avrebbe ricalcitrato, a ogni
modo volle fargli balenar dinanzi l'idea di quel ripiego, e metterlo
sulla strada, dove desiderava che andasse. Dall'altra parte, il ripiego
era talmente adattato all'umore del conte zio, talmente indicato dalle
circostanze, che, senza suggerimento di chi si sia, si può scommettere
che l'avrebbe trovato da sè. Si trattava che, in una guerra pur troppo
aperta, uno del suo nome, un suo nipote, non rimanesse al di sotto:
punto essenzialissimo alla riputazione del potere che gli stava tanto a
cuore. La soddisfazione che il nipote poteva prendersi da sè, sarebbe
stata un rimedio peggior del male, una sementa di guai; e bisognava
impedirla, in qualunque maniera, e senza perder tempo. Comandargli che
partisse in quel momento dalla sua villa; già non avrebbe ubbidito; e
quand'anche avesse, era un cedere il campo, una ritirata della casa
dinanzi a un convento. Ordini, forza legale, spauracchi di tal genere,
non valevano contro un avversario di quella condizione: il clero
regolare e secolare era affatto immune da ogni giurisdizione laicale;
non solo le persone, ma i luoghi ancora abitati da esso: come deve
sapere anche chi non avesse letta altra storia che la presente; che
starebbe fresco. Tutto quel che si poteva contro un tale avversario era
cercar d'allontanarlo, e il mezzo a ciò era il padre provinciale, in
arbitrio del quale era l'andare e lo stare di quello.

Ora, tra il padre provinciale e il conte zio passava un'antica
conoscenza: s'eran veduti di rado, ma sempre con gran dimostrazioni
d'amicizia, e con esibizioni sperticate di servizi. E alle volte, è
meglio aver che fare con uno che sia sopra a molti individui, che con
un solo di questi, il quale non vede che la sua causa, non sente che
la sua passione, non cura che il suo punto; mentre l'altro vede in un
tratto cento relazioni, cento conseguenze, cento interessi, cento cose
da scansare, cento cose da salvare; e si può quindi prendere da cento
parti.

Tutto ben ponderato, il conte zio invitò un giorno a pranzo il padre
provinciale, e gli fece trovare una corona di commensali assortiti con
un intendimento sopraffino. Qualche parente de' più titolati, di quelli
il cui solo casato era un gran titolo; e che, col solo contegno, con
una certa sicurezza nativa, con una sprezzatura signorile, parlando
di cose grandi con termini famigliari, riuscivano, anche senza farlo
apposta, a imprimere e rinfrescare, ogni momento, l'idea della
superiorità e della potenza; e alcuni clienti legati alla casa per una
dipendenza ereditaria, e al personaggio per una servitù di tutta la
vita; i quali, cominciando dalla minestra a dir di sì, con la bocca,
con gli occhi, con gli orecchi, con tutta la testa, con tutto il
corpo, con tutta l'anima, alle frutte v'avevan ridotto un uomo a non
ricordarsi più come si facesse a dir di no.

A tavola, il conte padrone fece cader ben presto il discorso sul tema
di Madrid. A Roma si va per più strade; a Madrid egli andava per
tutte. Parlò della corte, del conte duca, de' ministri, della famiglia
del governatore, delle cacce del toro, che lui poteva descriver
benissimo, perchè le aveva godute da un posto distinto dell'Escuriale,
di cui poteva render conto a un puntino, perchè un creato del conte
duca l'aveva condotto per tutti i buchi. Per qualche tempo, tutta la
compagnia stette, come un uditorio, attenta a lui solo, poi si divise
in colloqui particolari; e lui allora continuò a raccontare altre di
quelle belle cose, come in confidenza, al padre provinciale che gli era
accanto, e che lo lasciò dire, dire e dire. Ma a un certo punto, diede
una giratina al discorso, lo staccò da Madrid, e di corte in corte, di
dignità in dignità, lo tirò sul cardinal Barberini, ch'era cappuccino,
e fratello del papa allora sedente, Urbano VIII: niente meno. Il conte
zio dovette anche lui lasciar parlare un poco, e stare a sentire,
e ricordarsi che finalmente, in questo mondo, non c'era soltanto i
personaggi che facevan per lui. Poco dopo alzati da tavola, pregò il
padre provinciale di passar con lui in un'altra stanza.

Due potestà, due canizie, due esperienze consumate si trovavano a
fronte. Il magnifico signore fece sedere il padre molto reverendo,
sedette anche lui, e cominciò: «stante l'amicizia che passa tra di
noi, ho creduto di far parola a vostra paternità d'un affare di comune
interesse, da concluder tra di noi, senz'andar per altre strade, che
potrebbero.... E perciò, alla buona, col cuore in mano, le dirò di che
si tratta; e in due parole son certo che anderemo d'accordo. Mi dica:
nel loro convento di Pescarenico c'è un padre Cristoforo da ***?»

Il provinciale fece cenno di sì.

«Mi dica un poco vostra paternità, schiettamente, da buon amico....
questo soggetto.... questo padre.... Di persona io non lo conosco; e sì
che de' padri cappuccini ne conosco parecchi: uomini d'oro, zelanti,
prudenti, umili: sono stato amico dell'ordine fin da ragazzo.... Ma in
tutte le famiglie un po' numerose.... c'è sempre qualche individuo,
qualche testa.... E questo padre Cristoforo, so da certi ragguagli che
è un uomo.... un po' amico de' contrasti.... che non ha tutta quella
prudenza, tutti que' riguardi.... Scommetterei che ha dovuto dar più
d'una volta da pensare a vostra paternità.»

--Ho inteso: è un impegno,--pensava intanto il provinciale:--Colpa mia;
lo sapevo che quel benedetto Cristoforo era un soggetto da farlo girare
di pulpito in pulpito, e non lasciarlo fermare sei mesi in un luogo,
specialmente in conventi di campagna.--

«Oh!» disse poi: «mi dispiace davvero di sentire che vostra
magnificenza abbia in un tal concetto il padre Cristoforo; mentre, per
quanto ne so io, è un religioso.... esemplare in convento, e tenuto in
molta stima anche di fuori.»

«Intendo benissimo; vostra paternità deve.... Però, però, da amico
sincero, voglio avvertirla d'una cosa che le sarà utile di sapere; e
se anche ne fosse già informata, posso, senza mancare a' miei doveri,
metterle sott'occhio certe conseguenze.... possibili: non dico di più.
Questo padre Cristoforo, sappiamo che proteggeva un uomo di quelle
parti, un uomo.... vostra paternità n'avrà sentito parlare; quello che,
con tanto scandolo, scappò dalle mani della giustizia, dopo aver fatto,
in quella terribile giornata di san Martino, cose.... cose.... Lorenzo
Tramaglino!»

--Ahi!--pensò il provinciale; e disse: «questa circostanza mi riesce
nuova; ma vostra magnificenza sa bene che una parte del nostro ufizio è
appunto d'andare in cerca de' traviati, per ridurli....»

«Va bene; ma la protezione de' traviati d'una certa specie...! Son cose
spinose, affari delicati....» E qui, in vece di gonfiar le gote e di
soffiare, strinse le labbra, e tirò dentro tant'aria quanta ne soleva
mandar fuori, soffiando. E riprese: «ho creduto bene di darle un cenno
su questa circostanza, perchè se mai sua eccellenza.... Potrebbe esser
fatto qualche passo a Roma.... non so niente.... e da Roma venirle....»

«Son ben tenuto a vostra magnificenza di codesto avviso; però son certo
che, se si prenderanno informazioni su questo proposito, si troverà che
il padre Cristoforo non avrà avuto che fare con l'uomo che lei dice, se
non a fine di mettergli il cervello a partito. Il padre Cristoforo, lo
conosco.»

«Già lei sa meglio di me che soggetto fosse al secolo, le cosette che
ha fatte in gioventù.»

«È la gloria dell'abito questa, signor conte, che un uomo, il quale al
secolo ha potuto far dir di sè, con questo indosso, diventi un altro. E
da che il padre Cristoforo porta quest'abito....»

«Vorrei crederlo: lo dico di cuore: vorrei crederlo; ma alle volte,
come dice il proverbio.... l'abito non fa il monaco.»

Il proverbio non veniva in taglio esattamente; ma il conte l'aveva
sostituito in fretta a un altro che gli era venuto sulla punta della
lingua: il lupo cambia il pelo, ma non il vizio.

«Ho de' riscontri,» continuava, «ho de' contrassegni....»

«Se lei sa positivamente,» disse il provinciale, «che questo religioso
abbia commesso qualche errore (tutti si può mancare), avrò per un vero
favore l'esserne informato. Son superiore: indegnamente; ma lo sono
appunto per correggere, per rimediare.»

«Le dirò: insieme con questa circostanza dispiacevole della protezione
aperta di questo padre per chi le ho detto, c'è un'altra cosa
disgustosa, e che potrebbe.... Ma, tra di noi, accomoderemo tutto in
una volta. C'è, dico, che lo stesso padre Cristoforo ha preso a cozzare
con mio nipote, don Rodrigo ***.»

«Oh! questo mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace davvero.»

«Mio nipote è giovine, vivo, si sente quello che è, non è avvezzo a
esser provocato....»

«Sarà mio dovere di prender buone informazioni d'un fatto simile. Come
ho già detto a vostra magnificenza, e parlo con un signore che non ha
meno giustizia che pratica di mondo, tutti siamo di carne, soggetti
a sbagliare.... tanto da una parte, quanto dall'altra: e se il padre
Cristoforo avrà mancato....»

«Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di
noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo.... si fa peggio.
Lei sa cosa segue: quest'urti, queste picche, principiano talvolta da
una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti... A voler trovarne il
fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent'altri imbrogli.
Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire. Mio nipote è
giovine; il religioso, da quel che sento, ha ancora tutto lo spirito,
le.... inclinazioni d'un giovine; e tocca a noi, che abbiamo nostri
anni.... pur troppo eh, padre molto reverendo?...»

Chi fosse stato lì a vedere, in quel punto, fu come quando, nel mezzo
d'un'opera seria, s'alza, per isbaglio, uno scenario, prima del tempo,
e si vede un cantante che, non pensando, in quel momento, che ci sia un
pubblico al mondo, discorre alla buona con un suo compagno. Il viso,
l'atto, la voce del conte zio, nel dir quel _pur troppo!_, tutto fu
naturale: lì non c'era politica: era proprio vero che gli dava noia
d'avere i suoi anni. Non già che piangesse i passatempi, il brio,
l'avvenenza della gioventù: frivolezze, sciocchezze, miserie! La cagion
del suo dispiacere era ben più soda e importante: era che sperava un
certo posto più alto, quando fosse vacato; e temeva di non arrivare a
tempo. Ottenuto che l'avesse, si poteva esser certi che non si sarebbe
più curato degli anni, non avrebbe desiderato altro, e sarebbe morto
contento, come tutti quelli che desideran molto una cosa, assicurano di
voler fare, quando siano arrivati a ottenerla.

Ma per lasciarlo parlar lui, «tocca a noi,» continuò, «a aver giudizio
per i giovani, e a rassettar le loro malefatte. Per buona sorte,
siamo ancora a tempo; la cosa non ha fatto chiasso; è ancora il caso
d'un buon _principiis obsta_. Allontanare il fuoco dalla paglia. Alle
volte un soggetto che, in un luogo, non fa bene, o che può esser
causa di qualche inconveniente, riesce a maraviglia in un altro.
Vostra paternità saprà ben trovare la nicchia conveniente a questo
religioso. C'è giusto anche l'altra circostanza, che possa esser caduto
in sospetto di chi.... potrebbe desiderare che fosse rimosso: e,
collocandolo in qualche posto un po' lontanetto, facciamo un viaggio e
due servizi; tutto s'accomoda da sè, o per dir meglio, non c'è nulla di
guasto.»

Questa conclusione, il padre provinciale se l'aspettava fino dal
principio del discorso.--Eh già!--pensava tra sè:--vedo dove vuoi andar
a parare: delle solite; quando un povero frate è preso a noia da voi
altri, o da uno di voi altri, o vi dà ombra, subito, senza cercar se
abbia torto o ragione, il superiore deve farlo sgomberare.--

E quando il conte ebbe finito, e messo un lungo soffio, che equivaleva
a un punto fermo, «intendo benissimo,» disse il provinciale, «quel che
il signor conte vuol dire; ma prima di fare un passo....»

«È un passo e non è un passo, padre molto reverendo: è una cosa
naturale, una cosa ordinaria; e se non si prende questo ripiego,
e subito, prevedo un monte di disordini, un'iliade di guai. Uno
sproposito.... mio nipote non crederei.... ci son io, per questo....
Ma, al punto a cui la cosa è arrivata, se non la tronchiamo noi,
senza perder tempo, con un colpo netto, non è possibile che si fermi,
che resti segreta.... e allora non è più solamente mio nipote.... Si
stuzzica un vespaio, padre molto reverendo. Lei vede; siamo una casa,
abbiamo attinenze....»

«Cospicue.»

«Lei m'intende: tutta gente che ha sangue nelle vene, e che, a questo
mondo.... è qualche cosa. C'entra il puntiglio; diviene un affare
comune; e allora.... anche chi è amico della pace.... Sarebbe un vero
crepacuore per me, di dovere.... di trovarmi.... io che ho sempre avuta
tanta propensione per i padri cappuccini...! Loro padri, per far del
bene, come fanno con tanta edificazione del pubblico, hanno bisogno di
pace, di non aver contese, di stare in buona armonia con chi.... E poi,
hanno de' parenti al secolo.... e questi affaracci di puntiglio, per
poco che vadano in lungo, s'estendono, si ramificano, tiran dentro....
mezzo mondo. Io mi trovo in questa benedetta carica, che m'obbliga
a sostenere un certo decoro.... Sua eccellenza.... i miei signori
colleghi.... tutto diviene affar di corpo.... tanto più con quell'altra
circostanza.... Lei sa come vanno queste cose.»

«Veramente,» disse il padre provinciale, «il padre Cristoforo
è predicatore; e avevo già qualche pensiero.... Mi si richiede
appunto.... Ma in questo momento, in tali circostanze, potrebbe parere
una punizione; e una punizione prima d'aver ben messo in chiaro....»

«No punizione, no: un provvedimento prudenziale, un ripiego di comune
convenienza, per impedire i sinistri che potrebbero.... mi sono
spiegato.»

«Tra il signor conte e me, la cosa rimane in questi termini; intendo.
Ma, stando il fatto come fu riferito a vostra magnificenza, è
impossibile, mi pare, che nel paese non sia traspirato qualcosa. Per
tutto c'è degli aizzatori, de' mettimale, o almeno de' curiosi maligni
che, se posson vedere alle prese signori e religiosi, ci hanno un
gusto matto; e fiutano, interpretano, ciarlano.... Ognuno ha il suo
decoro da conservare; e io poi, come superiore (indegno), ho un dovere
espresso.... L'onor dell'abito.... non è cosa mia.... è un deposito
del quale.... Il suo signor nipote, giacchè è così alterato, come dice
vostra magnificenza, potrebbe prender la cosa come una soddisfazione
data a lui, e.... non dico vantarsene, trionfarne, ma....»

«Le pare, padre molto reverendo? Mio nipote è un cavaliere che nel
mondo è considerato.... secondo il suo grado e il dovere: ma davanti
a me è un ragazzo; e non farà nè più nè meno di quello che gli
prescriverò io. Le dirò di più: mio nipote non ne saprà nulla. Che
bisogno abbiamo noi di render conto? Son cose che facciamo tra di noi,
da buoni amici; e tra di noi hanno da rimanere. Non si dia pensiero
di ciò. Devo essere avvezzo a non parlare.» E soffiò. «In quanto ai
cicaloni,» riprese, «che vuol che dicano? Un religioso che vada a
predicare in un altro paese, è cosa così ordinaria! E poi, noi che
vediamo.... noi che prevediamo.... noi che ci tocca.... non dobbiamo
poi curarci delle ciarle.»

«Però, affine di prevenirle, sarebbe bene che, in quest'occasione, il
suo signor nipote facesse qualche dimostrazione, desse qualche segno
palese d'amicizia, di riguardo.... non per noi, ma per l'abito....»

«Sicuro, sicuro; quest'è giusto.... Però non c'è bisogno: so che i
cappuccini son sempre accolti come si deve da mio nipote. Lo fa per
inclinazione: è un genio in famiglia: e poi sa di far cosa grata a
me. Del resto, in questo caso.... qualcosa di straordinario.... è
troppo giusto. Lasci fare a me, padre molto reverendo; che comanderò a
mio nipote.... Cioè bisognerà insinuargli con prudenza, affinchè non
s'avveda di quel che è passato tra di noi. Perchè non vorrei alle volte
che mettessimo un impiastro dove non c'è ferita. E per quel che abbiamo
concluso, quanto più presto sarà, meglio. E se si trovasse qualche
nicchia un po' lontana.... per levar proprio ogni occasione....»

«Mi vien chiesto per l'appunto un predicatore da Rimini; e fors'anche,
senz'altro motivo, avrei potuto metter gli occhi....»

«Molto a proposito, molto a proposito. E quando...?»

«Giacchè la cosa si deve fare, si farà presto.»

«Presto, presto, padre molto reverendo: meglio oggi che domani. E,»
continuava poi, alzandosi da sedere, «se posso qualche cosa, tanto io,
come la mia famiglia, per i nostri buoni padri cappuccini....»

«Conosciamo per prova la bontà della casa,» disse il padre provinciale,
alzatosi anche lui, e avviandosi verso l'uscio, dietro al suo vincitore.

«Abbiamo spento una favilla,» disse questo, soffermandosi, «una
favilla, padre molto reverendo, che poteva destare un grand'incendio.
Tra buoni amici, con due parole s'accomodano di gran cose.»

Arrivato all'uscio, lo spalancò, e volle assolutamente che il padre
provinciale andasse avanti: entrarono nell'altra stanza, e si riunirono
al resto della compagnia.

Un grande studio, una grand'arte, di gran parole, metteva quel
signore nel maneggio d'un affare; ma produceva poi anche effetti
corrispondenti. Infatti, col colloquio che abbiam riferito, riuscì a
far andar fra Cristoforo a piedi da Pescarenico a Rimini, che è una
bella passeggiata.

Una sera, arriva a Pescarenico un cappuccino di Milano, con un plico
per il padre guardiano. C'è dentro l'obbedienza per fra Cristoforo,
di portarsi a Rimini, dove predicherà la quaresima. La lettera al
guardiano porta l'istruzione d'insinuare al detto frate che deponga
ogni pensiero d'affari che potesse avere avviati nel paese da cui
deve partire, e che non vi mantenga corrispondenze: il frate latore
dev'essere il compagno di viaggio. Il guardiano non dice nulla la sera;
la mattina, fa chiamar fra Cristoforo, gli fa vedere l'obbedienza, gli
dice che vada a prender la sporta, il bastone, il sudario e la cintura,
e con quel padre compagno che gli presenta, si metta poi subito in
viaggio.

Se fu un colpo per il nostro frate, lo lascio pensare a voi. Renzo,
Lucia, Agnese, gli vennero subito in mente; e esclamò, per dir così,
dentro di sè:--oh Dio! cosa faranno que' meschini, quando io non sarò
più qui!--Ma alzò gli occhi al cielo, e s'accusò d'aver mancato di
fiducia, d'essersi creduto necessario a qualche cosa. Mise le mani
in croce sul petto, in segno d'ubbidienza, e chinò la testa davanti
al padre guardiano; il quale lo tirò poi in disparte, e gli diede
quell'altro avviso, con parole di consiglio, e con significazione
di precetto. Fra Cristoforo andò alla sua cella, prese la sporta,
vi ripose il breviario, il suo quaresimale, e il pane del perdono,
s'allacciò la tonaca con la sua cintura di pelle, si licenziò da' suoi
confratelli che si trovavano in convento, andò da ultimo a prender la
benedizione del guardiano, e col compagno, prese la strada che gli era
stata prescritta.

Abbiamo detto che don Rodrigo, intestato più che mai di venire a fine
della sua bella impresa, s'era risoluto di cercare il soccorso d'un
terribile uomo. Di costui non possiam dare nè il nome, nè il cognome,
nè un titolo, e nemmeno una congettura sopra nulla di tutto ciò: cosa
tanto più strana, che del personaggio troviamo memoria in più d'un
libro (libri stampati, dico) di quel tempo. Che il personaggio sia quel
medesimo, l'identità de' fatti non lascia luogo a dubitarne; ma per
tutto un grande studio a scansarne il nome, quasi avesse dovuto bruciar
la penna, la mano dello scrittore. Francesco Rivola, nella vita del
cardinal Federigo Borromeo, dovendo parlar di quell'uomo, lo chiama «un
signore altrettanto potente per ricchezze, quanto nobile per nascita,»
e fermi lì. Giuseppe Ripamonti, che, nel quinto libro della quinta
decade della sua _Storia Patria_, ne fa più distesa menzione, lo nomina
uno, costui, colui, quest'uomo, quel personaggio. «Riferirò,» dice, nel
suo bel latino, da cui traduciamo come ci riesce, «il caso d'un tale
che, essendo de' primi tra i grandi della città, aveva stabilita la
sua dimora in una campagna, situata sul confine; e lì, assicurandosi
a forza di delitti, teneva per niente i giudizi, i giudici, ogni
magistratura, la sovranità; menava una vita affatto indipendente;
ricettatore di forusciti, foruscito un tempo anche lui; poi tornato,
come se niente fosse....» Da questo scrittore prenderemo qualche altro
passo, che ci venga in taglio per confermare e per dilucidare il
racconto del nostro anonimo; col quale tiriamo avanti.

Fare ciò ch'era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque;
esser arbitro, padrone negli affari altrui, senz'altro interesse
che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da
coloro ch'eran soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni
tempo le passioni principali di costui. Fino dall'adolescenza, allo
spettacolo e al rumore di tante prepotenze, di tante gare, alla vista
di tanti tiranni, provava un misto sentimento di sdegno e d'invidia
impaziente. Giovine, e vivendo in città, non tralasciava occasione,
anzi n'andava in cerca, d'aver che dire co' più famosi di quella
professione, d'attraversarli, per provarsi con loro, e farli stare a
dovere, o tirarli a cercare la sua amicizia. Superiore di ricchezze
e di seguito alla più parte, e forse a tutti d'ardire e di costanza,
ne ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti ne conciò male,
molti n'ebbe amici; non già amici del pari, ma, come soltanto potevan
piacere a lui, amici subordinati, che si riconoscessero suoi inferiori,
che gli stessero alla sinistra. Nel fatto però, veniva anche lui a
essere il faccendiere, lo strumento di tutti coloro: essi non mancavano
di richiedere ne' loro impegni l'opera d'un tanto ausiliario; per
lui, tirarsene indietro sarebbe stato decadere dalla sua riputazione,
mancare al suo assunto. Di maniera che, per conto suo, e per conto
d'altri, tante ne fece che, non bastando nè il nome, nè il parentado,
nè gli amici, nè la sua audacia a sostenerlo contro i bandi pubblici,
e contro tante animosità potenti, dovette dar luogo, e uscir dallo
stato. Credo che a questa circostanza si riferisca un tratto notabile
raccontato dal Ripamonti. «Una volta che costui ebbe a sgomberare il
paese, la segretezza che usò, il rispetto, la timidezza, furon tali:
attraversò la città a cavallo, con un seguito di cani, a suon di
tromba; e passando davanti al palazzo di corte, lasciò alla guardia
un'imbasciata d'impertinenze per il governatore.»

Nell'assenza, non ruppe le pratiche, nè tralasciò le corrispondenze
con que' suoi tali amici, i quali rimasero uniti con lui, per tradurre
letteralmente dal Ripamonti, «in lega occulta di consigli atroci, e di
cose funeste.» Pare anzi che allora contraesse con più alte persone,
certe nuove terribili pratiche, delle quali lo storico summentovato
parla con una brevità misteriosa. «Anche alcuni principi esteri,» dice,
«si valsero più volte dell'opera sua, per qualche importante omicidio,
e spesso gli ebbero a mandar da lontano rinforzi di gente che servisse
sotto i suoi ordini.»

Finalmente (non si sa dopo quanto tempo), o fosse levato il bando, per
qualche potente intercessione, o l'audacia di quell'uomo gli tenesse
luogo d'immunità, si risolvette di tornare a casa, e vi tornò difatti;
non però in Milano, ma in un castello confinante col territorio
bergamasco, che allora era, come ognun sa, stato Veneto. «Quella casa,»
cito ancora il Ripamonti, «era come un'officina di mandati sanguinosi:
servitori la cui testa era messa a taglia, e che avevan per mestiere di
troncar teste: nè cuoco, nè sguattero dispensati dall'omicidio: le mani
de' ragazzi insanguinate.» Oltre a questa bella famiglia domestica,
n'aveva, come afferma lo stesso storico, un'altra di soggetti simili,
dispersi e posti come a quartiere in vari luoghi de' due stati sul
lembo de' quali viveva, e pronti sempre a' suoi ordini.

Tutti i tiranni, per un bel tratto di paese all'intorno, avevan dovuto,
chi in un'occasione e chi in un'altra, scegliere tra l'amicizia e
l'inimicizia di quel tiranno straordinario. Ma i primi che avevano
voluto provar di resistergli, la gli era andata così male, che nessuno
si sentiva più di mettersi a quella prova. E neppur col badare a' fatti
suoi, con lo stare a sè, uno non poteva rimanere indipendente da lui.
Capitava un suo messo a intimargli che abbandonasse la tale impresa,
che cessasse di molestare il tal debitore, o cose simili: bisognava
rispondere sì o no. Quando una parte, con un omaggio vassallesco, era
andata a rimettere in lui un affare qualunque, l'altra parte si trovava
a quella dura scelta, o di stare alla sua sentenza, o di dichiararsi
suo nemico; il che equivaleva a esser, come si diceva altre volte,
tisico in terzo grado. Molti, avendo il torto, ricorrevano a lui per
aver ragione in effetto; molti anche, avendo ragione, per preoccupare
un così gran patrocinio, e chiuderne l'adito all'avversario: gli uni e
gli altri divenivano più specialmente suoi dipendenti. Accadde qualche
volta che un debole oppresso, vessato da un prepotente, si rivolse
a lui; e lui, prendendo le parti del debole, forzò il prepotente
a finirla, a riparare il mal fatto, a chiedere scusa; o, se stava
duro, gli mosse tal guerra, da costringerlo a sfrattar dai luoghi
che aveva tiranneggiati, o gli fece anche pagare un più pronto e più
terribile fio. E in quei casi, quel nome tanto temuto e abborrito
era stato benedetto un momento: perchè, non dirò quella giustizia,
ma quel rimedio, quel compenso qualunque, non si sarebbe potuto, in
que' tempi, aspettarlo da nessun'altra forza nè privata, nè pubblica.
Più spesso, anzi per l'ordinario, la sua era stata ed era ministra di
voleri iniqui, di soddisfazioni atroci, di capricci superbi. Ma gli
usi così diversi di quella forza producevan sempre l'effetto medesimo,
d'imprimere negli animi una grand'idea di quanto egli potesse volere
e eseguire in onta dell'equità e dell'iniquità, quelle due cose che
metton tanti ostacoli alla volontà degli uomini, e li fanno così spesso
tornare indietro. La fama de' tiranni ordinari rimaneva per lo più
ristretta in quel piccolo tratto di paese dov'erano i più ricchi e i
più forti: ogni distretto aveva i suoi; e si rassomigliavan tanto, che
non c'era ragione che la gente s'occupasse di quelli che non aveva a
ridosso. Ma la fama di questo nostro era già da gran tempo diffusa in
ogni parte del milanese: per tutto, la sua vita era un soggetto di
racconti popolari; e il suo nome significava qualcosa d'irresistibile,
di strano, di favoloso. Il sospetto che per tutto s'aveva de' suoi
collegati e de' suoi sicari, contribuiva anch'esso a tener viva per
tutto la memoria di lui. Non eran più che sospetti; giacchè chi avrebbe
confessata apertamente una tale dipendenza? ma ogni tiranno poteva
essere un suo collegato, ogni malandrino, uno de' suoi; e l'incertezza
stessa rendeva più vasta l'opinione, e più cupo il terrore della cosa.
E ogni volta che in qualche parte si vedessero comparire figure di
bravi sconosciute e più brutte dell'ordinario, a ogni fatto enorme
di cui non si sapesse alla prima indicare o indovinar l'autore, si
proferiva, si mormorava il nome di colui che noi, grazie a quella
benedetta, per non dir altro, circospezione de' nostri autori, saremo
costretti a chiamare l'innominato.

Dal castellaccio di costui al palazzotto di don Rodrigo, non c'era più
di sette miglia: e quest'ultimo, appena divenuto padrone e tiranno,
aveva dovuto vedere che, a così poca distanza da un tal personaggio,
non era possibile far quel mestiere senza venire alle prese, o andar
d'accordo con lui. Gli s'era perciò offerto e gli era divenuto amico,
al modo di tutti gli altri, s'intende; gli aveva reso più d'un servizio
(il manoscritto non dice di più); e n'aveva riportate ogni volta
promesse di contraccambio e d'aiuto, in qualunque occasione. Metteva
però molta cura a nascondere una tale amicizia, o almeno a non lasciare
scorgere quanto stretta, e di che natura fosse. Don Rodrigo voleva
bensì fare il tiranno, ma non il tiranno salvatico: la professione
era per lui un mezzo, non uno scopo: voleva dimorar liberamente in
città; godere i comodi, gli spassi, gli onori della vita civile; e
perciò bisognava che usasse certi riguardi, tenesse di conto parenti,
coltivasse l'amicizia di persone alte, avesse una mano sulle bilance
della giustizia, per farle a un bisogno traboccare dalla sua parte,
o per farle sparire, o per darle anche, in qualche occasione, sulla
testa di qualcheduno che in quel modo si potesse servir più facilmente
che con l'armi della violenza privata. Ora, l'intrinsichezza, diciam
meglio, una lega con un uomo di quella sorte, con un aperto nemico
della forza pubblica, non gli avrebbe certamente fatto buon gioco a
ciò, specialmente presso il conte zio. Però quel tanto d'una tale
amicizia che non era possibile di nascondere, poteva passare per una
relazione indispensabile con un uomo la cui inimicizia era troppo
pericolosa; e così ricevere scusa dalla necessità: giacchè chi ha
l'assunto di provvedere, e non n'ha la volontà, o non ne trova il
verso, alla lunga acconsente che altri provveda da sè, fino a un certo
segno, a' casi suoi; e se non acconsente espressamente, chiude un
occhio.

Una mattina, don Rodrigo uscì a cavallo, in treno da caccia, con una
piccola scorta di bravi a piedi; il Griso alla staffa, e quattro altri
in coda; e s'avviò al castello dell'innominato.




                             CAPITOLO XX.


Il castello dell'innominato era a cavaliere a una valle angusta e
uggiosa, sulla cima d'un poggio che sporge in fuori da un'aspra giogaia
di monti, ed è, non si saprebbe dir bene, se congiunto ad essa o
separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni di
tane e di precipizi, che si prolungano anche dalle due parti. Quella
che guarda la valle è la sola praticabile; un pendio piuttosto erto,
ma uguale e continuato; a prati in alto; nelle falde a campi, sparsi
qua e là di casucce. Il fondo è un letto di ciottoloni, dove scorre
un rigagnolo o torrentaccio, secondo la stagione: allora serviva di
confine ai due stati. I gioghi opposti, che formano, per dir così,
l'altra parete della valle, hanno anch'essi un po' di falda coltivata;
il resto è schegge e macigni, erte ripide, senza strada e nude, meno
qualche cespuglio ne' fessi e sui ciglioni.

Dall'alto del castellaccio, come l'aquila dal suo nido insanguinato,
il selvaggio signore dominava all'intorno tutto lo spazio dove piede
d'uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sè, nè
più in alto. Dando un'occhiata in giro, scorreva tutto quel recinto, i
pendii, il fondo, le strade praticate là dentro. Quella che, a gomiti e
a giravolte, saliva al terribile domicilio, si spiegava davanti a chi
guardasse di lassù, come un nastro serpeggiante: dalle finestre, dalle
feritoie, poteva il signore contare a suo bell'agio i passi di chi
veniva, e spianargli l'arme contro, cento volte. E anche d'una grossa
compagnia, avrebbe potuto, con quella guarnigione di bravi che teneva
lassù, stenderne sul sentiero, o farne ruzzolare al fondo parecchi,
prima che uno arrivasse a toccar la cima. Del resto, non che lassù, ma
neppure nella valle, e neppur di passaggio, non ardiva metter piede
nessuno che non fosse ben visto dal padrone del castello. Il birro poi
che vi si fosse lasciato vedere, sarebbe stato trattato come una spia
nemica che venga colta in un accampamento. Si raccontavano le storie
tragiche degli ultimi che avevano voluto tentar l'impresa; ma eran già
storie antiche; e nessuno de' giovani si rammentava d'aver veduto nella
valle uno di quella razza, nè vivo, nè morto.

Tale è la descrizione che l'anonimo fa del luogo: del nome, nulla;
anzi, per non metterci sulla strada di scoprirlo, non dice niente del
viaggio di don Rodrigo, e lo porta addirittura nel mezzo della valle,
appiè del poggio, all'imboccatura dell'erto e tortuoso sentiero. Lì
c'era una taverna, che si sarebbe anche potuta chiamare un corpo di
guardia. Sur una vecchia insegna che pendeva sopra l'uscio, era dipinto
da tutt'e due le parti un sole raggiante; ma la voce pubblica, che
talvolta ripete i nomi come le vengono insegnati, talvolta li rifà a
modo suo, non chiamava quella taverna che col nome della Malanotte.

Al rumore d'una cavalcatura che s'avvicinava, comparve sulla soglia
un ragazzaccio, armato come un saracino; e data un'occhiata, entrò ad
informare tre sgherri, che stavan giocando, con certe carte sudice
e piegate in forma di tegoli. Colui che pareva il capo s'alzò,
s'affacciò all'uscio, e, riconosciuto un amico del suo padrone, lo
salutò rispettosamente. Don Rodrigo, resogli con molto garbo il
saluto, domandò se il signore si trovasse al castello; e rispostogli
da quel caporalaccio, che credeva di sì, smontò da cavallo, e buttò
la briglia al Tiradritto, uno del suo seguito. Si levò lo schioppo, e
lo consegnò al Montanarolo, come per isgravarsi d'un peso inutile, e
salir più lesto; ma, in realtà, perchè sapeva bene, che su quell'erta
non era permesso d'andar con lo schioppo. Si cavò poi di tasca alcune
berlinghe, e le diede al Tanabuso, dicendogli: «voi altri state ad
aspettarmi; e intanto starete un po' allegri con questa brava gente.»
Cavò finalmente alcuni scudi d'oro, e li mise in mano al caporalaccio,
assegnandone metà a lui, e metà da dividersi tra i suoi uomini.
Finalmente, col Griso, che aveva anche lui posato lo schioppo, cominciò
a piedi la salita. Intanto i tre bravi sopraddetti, e lo Squinternotto
ch'era il quarto (oh! vedete che bei nomi, da serbarceli con tanta
cura), rimasero coi tre dell'innominato, e con quel ragazzo allevato
alle forche, a giocare, a trincare, e a raccontarsi a vicenda le loro
prodezze.

Un altro bravaccio dell'innominato, che saliva, raggiunse poco dopo
don Rodrigo; lo guardò, lo riconobbe, e s'accompagnò con lui; e gli
risparmiò così la noia di dire il suo nome, e di rendere altro conto di
sè a quant'altri avrebbe incontrati, che non lo conoscessero. Arrivato
al castello, e introdotto (lasciando però il Griso alla porta), fu
fatto passare per un andirivieni di corridoi bui, e per varie sale
tappezzate di moschetti, di sciabole e di partigiane, e in ognuna delle
quali c'era di guardia qualche bravo; e, dopo avere alquanto aspettato,
fu ammesso in quella dove si trovava l'innominato.

Questo gli andò incontro, rendendogli il saluto, e insieme guardandogli
le mani e il viso, come faceva per abitudine, e ormai quasi
involontariamente, a chiunque venisse da lui, per quanto fosse de'
più vecchi e provati amici. Era grande, bruno, calvo; bianchi i pochi
capelli che gli rimanevano; rugosa la faccia: a prima vista, gli si
sarebbe dato più de' sessant'anni che aveva; ma il contegno, le mosse,
la durezza risentita de' lineamenti, il lampeggiar sinistro, ma vivo
degli occhi, indicavano una forza di corpo e d'animo, che sarebbe stata
straordinaria in un giovine.

Don Rodrigo disse che veniva per consiglio e per aiuto; che,
trovandosi in un impegno difficile, dal quale il suo onore non gli
permetteva di ritirarsi, s'era ricordato delle promesse di quell'uomo
che non prometteva mai troppo, nè invano; e si fece ad esporre il
suo scellerato imbroglio. L'innominato che ne sapeva già qualcosa,
ma in confuso, stette a sentire con attenzione, e come curioso di
simili storie, e per essere in questa mischiato un nome a lui noto e
odiosissimo, quello di fra Cristoforo, nemico aperto de' tiranni, e in
parole e, dove poteva, in opere. Don Rodrigo, sapendo con chi parlava,
si mise poi a esagerare le difficoltà dell'impresa; la distanza del
luogo, un monastero, la signora!... A questo, l'innominato, come se
un demonio nascosto nel suo cuore gliel avesse comandato, interruppe
subitamente, dicendo che prendeva l'impresa sopra di sè. Preso
l'appunto del nome della nostra povera Lucia, e licenziò don Rodrigo,
dicendo: «tra poco avrete da me l'avviso di quel che dovrete fare.»

Se il lettore si ricorda di quello sciagurato Egidio che abitava
accanto al monastero dove la povera Lucia stava ricoverata, sappia ora
che costui era uno de' più stretti ed intimi colleghi di scelleratezze
che avesse l'innominato: perciò questo aveva lasciata correre così
prontamente e risolutamente la sua parola. Ma appena rimase solo, si
trovò, non dirò pentito, ma indispettito d'averla data. Già da qualche
tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert'uggia delle
sue scelleratezze. Quelle tante ch'erano ammontate, se non sulla sua
coscienza, almeno nella sua memoria, si risvegliavano ogni volta che
ne commettesse una di nuovo, e si presentavano all'animo brutte e
troppe: era come il crescere e crescere d'un peso già incomodo. Una
certa ripugnanza provata ne' primi delitti, e vinta poi, e scomparsa
quasi affatto, tornava ora a farsi sentire. Ma in que' primi tempi,
l'immagine d'un avvenire lungo, indeterminato, il sentimento d'una
vitalità vigorosa, riempivano l'animo d'una fiducia spensierata: ora
all'opposto, i pensieri dell'avvenire eran quelli che rendevano più
noioso il passato.--Invecchiare! morire! e poi?--E, cosa notabile!
l'immagine della morte, che, in un pericolo vicino, a fronte d'un
nemico, soleva raddoppiar gli spiriti di quell'uomo, e infondergli
un'ira piena di coraggio, quella stessa immagine, apparendogli nel
silenzio della notte, nella sicurezza del suo castello, gli metteva
addosso una costernazione repentina. Non era la morte minacciata da
un avversario mortale anche lui; non si poteva rispingerla con armi
migliori, e con un braccio più pronto; veniva sola, nasceva di dentro;
era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento; e, intanto
che la mente combatteva dolorosamente per allontanarne il pensiero,
quella s'avvicinava. Ne' primi tempi, gli esempi così frequenti, lo
spettacolo, per dir così, continuo della violenza, della vendetta,
dell'omicidio, ispirandogli un'emulazione feroce, gli avevano anche
servito come d'una specie d'autorità contro la coscienza: ora, gli
rinasceva ogni tanto nell'animo l'idea confusa, ma terribile, d'un
giudizio individuale, d'una ragione indipendente dall'esempio; ora,
l'essere uscito dalla turba volgare de' malvagi, l'essere innanzi a
tutti, gli dava talvolta il sentimento d'una solitudine tremenda. Quel
Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava
di negare nè di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci
fosse, ora, in certi momenti d'abbattimento senza motivo, di terrore
senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sè: Io sono però.
Nel primo bollor delle passioni, la legge che aveva, se non altro,
sentita annunziare in nome di Lui, non gli era parsa che odiosa: ora,
quando gli tornava d'improvviso alla mente, la mente, suo malgrado,
la concepiva come una cosa che ha il suo adempimento. Ma, non che
aprirsi con nessuno su questa sua nuova inquietudine, la copriva anzi
profondamente, e la mascherava con l'apparenze d'una più cupa ferocia;
e con questo mezzo, cercava anche di nasconderla a sè stesso, o di
soffogarla. Invidiando (giacchè non poteva annientarli nè dimenticarli)
que' tempi in cui era solito commettere l'iniquità senza rimorso,
senz'altro pensiero che della riuscita, faceva ogni sforzo per farli
tornare, per ritenere o per riafferrare quell'antica volontà, pronta,
superba, imperturbata, per convincer sè stesso ch'era ancor quello.

Così in quest'occasione, aveva subito impegnata la sua parola a don
Rodrigo, per chiudersi l'adito a ogni esitazione. Ma appena partito
costui, sentendo scemare quella fermezza che s'era comandata per
promettere, sentendo a poco a poco venirsi innanzi nella mente pensieri
che lo tentavano di mancare a quella parola, e l'avrebbero condotto
a scomparire in faccia a un amico, a un complice secondario; per
troncare a un tratto quel contrasto penoso, chiamò il Nibbio, uno de'
più destri e arditi ministri delle sue enormità, e quello di cui era
solito servirsi per la corrispondenza con Egidio. E, con aria risoluta,
gli comandò che montasse subito a cavallo, andasse diritto a Monza,
informasse Egidio dell'impegno contratto, e richiedesse il suo aiuto
per adempirlo.

Il messo ribaldo tornò più presto che il suo padrone non se
l'aspettasse, con la risposta d'Egidio: che l'impresa era facile e
sicura; gli si mandasse subito una carrozza, con due o tre bravi ben
travisati; e lui prendeva la cura di tutto il resto, e guiderebbe la
cosa. A quest'annunzio, l'innominato, comunque stesse di dentro, diede
ordine in fretta al Nibbio stesso, che disponesse tutto secondo aveva
detto Egidio, e andasse con due altri che gli nominò, alla spedizione.

Se per rendere l'orribile servizio che gli era stato chiesto,
Egidio avesse dovuto far conto de' soli suoi mezzi ordinari, non
avrebbe certamente data così subito una promessa così decisa. Ma, in
quell'asilo stesso dove pareva che tutto dovesse essere ostacolo,
l'atroce giovine aveva un mezzo noto a lui solo; e ciò che per gli
altri sarebbe stata la maggior difficoltà, era strumento per lui. Noi
abbiamo riferito come la sciagurata signora desse una volta retta alle
sue parole; e il lettore può avere inteso che quella volta non fu
l'ultima, non fu che un primo passo in una strada d'abbominazione e di
sangue. Quella stessa voce, che aveva acquistato forza, e direi quasi,
autorità dal delitto, le impose ora il sagrifizio dell'innocente che
aveva in custodia.

La proposta riuscì spaventosa a Gertrude. Perder Lucia per un caso
impreveduto, senza colpa, le sarebbe parsa una sventura, una punizione
amara: e le veniva comandato di privarsene con una scellerata perfidia,
di cambiare in un nuovo rimorso un mezzo d'espiazione. La sventurata
tentò tutte le strade per esimersi dall'orribile comando; tutte,
fuorchè la sola ch'era sicura, e che le stava pur sempre aperta
davanti. Il delitto è un padrone rigido e inflessibile, contro cui non
divien forte se non chi se ne ribella interamente. A questo Gertrude
non voleva risolversi; e ubbidì.

Era il giorno stabilito; l'ora convenuta s'avvicinava; Gertrude,
ritirata con Lucia nel suo parlatorio privato, le faceva più carezze
dell'ordinario, e Lucia le riceveva e le contraccambiava con tenerezza
crescente: come la pecora, tremolando senza timore sotto la mano del
pastore che la palpa e la strascina mollemente, si volta a leccar
quella mano; e non sa che, fuori della stalla, l'aspetta il macellaio,
a cui il pastore l'ha venduta un momento prima.

«Ho bisogno d'un gran servizio; e voi sola potete farmelo. Ho tanta
gente a' miei comandi; ma di cui mi fidi, nessuno. Per un affare
di grand'importanza, che vi dirò poi, ho bisogno di parlar subito
subito con quel padre guardiano de' cappuccini che v'ha condotta qui
da me, la mia povera Lucia; ma è anche necessario che nessuno sappia
che l'ho mandato a chiamare io. Non ho che voi per far segretamente
quest'imbasciata.»

Lucia fu atterrita d'una tale richiesta; e con quella sua suggezione,
ma senza nascondere una gran maraviglia, addusse subito, per
disimpegnarsene, le ragioni che la signora doveva intendere, che
avrebbe dovute prevedere: senza la madre, senza nessuno, per una strada
solitaria, in un paese sconosciuto.... Ma Gertrude, ammaestrata a una
scola infernale, mostrò tanta maraviglia anche lei, e tanto dispiacere
di trovare una tal ritrosia nella persona di cui credeva poter far
più conto, figurò di trovar così vane quelle scuse! di giorno chiaro,
quattro passi, una strada che Lucia aveva fatta pochi giorni prima,
e che, quand'anche non l'avesse mai veduta, a insegnargliela, non la
poteva sbagliare!... Tanto disse, che la poverina, commossa e punta a
un tempo, si lasciò sfuggir di bocca: «e bene; cosa devo fare?»

«Andate al convento de' cappuccini:» e le descrisse la strada di nuovo:
«fate chiamare il padre guardiano, ditegli, da solo a solo, che venga
da me subito subito; ma che non dica a nessuno che son io che lo mando
a chiamare.»

«Ma cosa dirò alla fattoressa, che non m'ha mai vista uscire, e mi
domanderà dove vo?»

«Cercate di passare senz'esser vista; e se non vi riesce, ditele che
andate alla chiesa tale, dove avete promesso di fare orazione.»

Nuova difficoltà per la povera giovine: dire una bugia; ma la signora
si mostrò di nuovo così afflitta delle ripulse, le fece parer così
brutta cosa l'anteporre un vano scrupolo alla riconoscenza, che Lucia,
sbalordita più che convinta, e soprattutto commossa più che mai,
rispose: «e bene; anderò. Dio m'aiuti!» E si mosse.

Quando Gertrude, che dalla grata la seguiva con l'occhio fisso e
torbido, la vide metter piede sulla soglia, come sopraffatta da un
sentimento irresistibile, aprì la bocca, e disse: «sentite, Lucia!»

Questa si voltò, e tornò verso la grata. Ma già un altro pensiero,
un pensiero avvezzo a predominare, aveva vinto di nuovo nella mente
sciagurata di Gertrude. Facendo le viste di non esser contenta
dell'istruzioni già date, spiegò di nuovo a Lucia la strada che doveva
tenere, e la licenziò dicendo: «fate ogni cosa come v'ho detto, e
tornate presto.» Lucia partì.

Passò inosservata la porta del chiostro, prese la strada, con gli
occhi bassi, rasente al muro; trovò, con l'indicazioni avute e con le
proprie rimembranze, la porta del borgo, n'uscì, andò tutta raccolta
e un po' tremante, per la strada maestra, arrivò in pochi momenti a
quella che conduceva al convento; e la riconobbe. Quella strada era,
ed è tutt'ora, affondata, a guisa d'un letto di fiume, tra due alte
rive orlate di macchie, che vi forman sopra una specie di volta. Lucia,
entrandovi, e vedendola affatto solitaria, sentì crescere la paura, e
allungava il passo; ma poco dopo si rincorò alquanto, nel vedere una
carrozza da viaggio ferma, e accanto a quella, davanti allo sportello
aperto, due viaggiatori che guardavano in qua e in là, come incerti
della strada. Andando avanti, sentì uno di que' due, che diceva:
«ecco una buona giovine che c'insegnerà la strada.» Infatti, quando
fu arrivata alla carrozza, quel medesimo, con un fare più gentile che
non fosse l'aspetto, si voltò, e disse, «quella giovine, ci sapreste
insegnar la strada di Monza?»

«Andando di lì, vanno a rovescio,» rispondeva la poverina, «Monza
è di qua....» e si voltava, per accennar col dito; quando l'altro
compagno (era il Nibbio), afferrandola d'improvviso per la vita,
l'alzò da terra. Lucia girò la testa indietro atterrita, e cacciò un
urlo; il malandrino la mise per forza nella carrozza: uno che stava a
sedere davanti, la prese e la cacciò, per quanto lei si divincolasse e
stridesse, a sedere dirimpetto a sè: un altro, mettendole un fazzoletto
alla bocca, le chiuse il grido in gola. Intanto il Nibbio entrò presto
presto anche lui nella carrozza: lo sportello si chiuse, e la carrozza
partì di carriera. L'altro che le aveva fatta quella domanda traditora,
rimasto nella strada, diede un'occhiata in qua e in là, per veder se
fosse accorso qualcheduno agli urli di Lucia: non c'era nessuno; saltò
sur una riva, attaccandosi a un albero della macchia, e disparve.
Era costui uno sgherro d'Egidio; era stato, facendo l'indiano, sulla
porta del suo padrone, per veder quando Lucia usciva dal monastero;
l'aveva osservata bene, per poterla riconoscere; ed era corso, per una
scorciatoia, ad aspettarla a posto convenuto.

Chi potrà ora descrivere il terrore, l'angoscia di costei, esprimere
ciò che passava nel suo animo? Spalancava gli occhi spaventati, per
ansietà di conoscere la sua orribile situazione, e li richiudeva
subito, per il ribrezzo e per il terrore di que' visacci: si storceva,
ma era tenuta da tutte le parti: raccoglieva tutte le sue forze, e
dava delle stratte, per buttarsi verso lo sportello; ma due braccia
nerborute la tenevano come conficcata nel fondo della carrozza; quattro
altre manacce ve l'appuntellavano. Ogni volta che aprisse la bocca
per cacciare un urlo, il fazzoletto veniva a soffogarglielo in gola.
Intanto tre bocche d'inferno, con la voce più umana che sapessero
formare, andavan ripetendo: «zitta, zitta, non abbiate paura, non
vogliamo farvi male.» Dopo qualche momento d'una lotta così angosciosa,
parve che s'acquietasse; allentò le braccia, lasciò cader la testa
all'indietro, alzò a stento le palpebre, tenendo l'occhio immobile; e
quegli orridi visacci che le stavan davanti le parvero confondersi e
ondeggiare insieme in un miscuglio mostruoso: le fuggì il colore dal
viso; un sudor freddo glielo coprì; s'abbandonò, e svenne.

«Su, su, coraggio,» diceva il Nibbio. «Coraggio, coraggio,» ripetevan
gli altri due birboni; ma lo smarrimento d'ogni senso preservava in
quel momento Lucia dal sentire i conforti di quelle orribili voci.

«Diavolo! par morta,» disse uno di coloro: «se fosse morta davvero?»

«Oh! morta!» disse l'altro: «è uno di quegli svenimenti che vengono
alle donne. Io so che, quando ho voluto mandare all'altro mondo
qualcheduno, uomo o donna che fosse, c'è voluto altro.»

«Via!» disse il Nibbio: «attenti al vostro dovere, e non andate a
cercar altro. Tirate fuori dalla cassetta i tromboni, e teneteli
pronti; chè in questo bosco dove s'entra ora, c'è sempre de' birboni
annidati. Non così in mano, diavolo! riponeteli dietro le spalle, lì
stesi: non vedete che costei è un pulcin bagnato che basisce per nulla?
Se vede armi, è capace di morir davvero. E quando sarà rinvenuta,
badate bene di non farle paura; non la toccate, se non vi fo segno; a
tenerla basto io. E zitti: lasciate parlare a me.»

[Illustrazione: ....Lucia girò la testa indietro atterrita; e cacciò un
urlo... (pag. 295)]

Intanto la carrozza, andando sempre di corsa, s'era inoltrata nel bosco.

Dopo qualche tempo, la povera Lucia cominciò a risentirsi, come da
un sonno profondo e affannoso, e aprì gli occhi. Penò alquanto a
distinguere gli spaventosi oggetti che la circondavano, a raccogliere
i suoi pensieri: alfine comprese di nuovo la sua terribile situazione.
Il primo uso che fece delle poche forze ritornatele, fu di buttarsi
ancora verso lo sportello, per slanciarsi fuori; ma fu ritenuta, e non
potè che vedere un momento la solitudine selvaggia del luogo per cui
passava. Cacciò di nuovo un urlo; ma il Nibbio, alzando la manaccia col
fazzoletto, «via,» le disse, più dolcemente che potè; «state zitta, che
sarà meglio per voi: non vogliamo farvi male; ma se non istate zitta,
vi faremo star noi.»

«Lasciatemi andare! Chi siete voi? Dove mi conducete? Perchè m'avete
presa? Lasciatemi andare, lasciatemi andare!»

«Vi dico che non abbiate paura: non siete una bambina, e dovete
capire che noi non vogliamo farvi male. Non vedete che avremmo potuto
ammazzarvi cento volte, se avessimo cattive intenzioni? Dunque state
quieta.»

«No, no, lasciatemi andare per la mia strada: io non vi conosco.»

«Vi conosciamo noi.»

«Oh santissima Vergine! come mi conoscete? Lasciatemi andare, per
carità. Chi siete voi? Perchè m'avete presa?»

«Perchè c'è stato comandato.»

«Chi? chi? chi ve lo può aver comandato?»

«Zitta!» disse con un visaccio severo il Nibbio: «a noi non si fa di
codeste domande.»

Lucia tentò un'altra volta di buttarsi d'improvviso allo sportello;
ma vedendo ch'era inutile, ricorse di nuovo alle preghiere; e con la
testa bassa, con le gote irrigate di lacrime, con la voce interrotta
dal pianto, con le mani giunte dinanzi alle labbra, «oh!» diceva: «per
l'amor di Dio, e della Vergine santissima, lasciatemi andare! Cosa v'ho
fatto di male io? Sono una povera creatura che non v'ha fatto niente.
Quello che m'avete fatto voi, ve lo perdono di cuore; e pregherò Dio
per voi. Se avete anche voi una figlia, una moglie, una madre, pensate
quello che patirebbero, se fossero in questo stato. Ricordatevi che
dobbiamo morir tutti, e che un giorno desidererete che Dio vi usi
misericordia. Lasciatemi andare, lasciatemi qui: il Signore mi farà
trovar la mia strada.»

«Non possiamo.»

«Non potete? Oh Signore! perchè non potete? Dove volete condurmi?
Perchè...?»

«Non possiamo: è inutile: non abbiate paura, che non vogliamo farvi
male: state quieta, e nessuno vi toccherà.»

Accorata, affannata, atterrita sempre più nel vedere che le sue parole
non facevano nessun colpo, Lucia si rivolse a Colui che tiene in mano
il cuore degli uomini, e può, quando voglia, intenerire i più duri. Si
strinse, il più che potè, nel canto della carrozza, mise le braccia
in croce sul petto, e pregò qualche tempo con la mente; poi, tirata
fuori la corona, cominciò a dire il rosario, con più fede e con più
affetto che non avesse ancor fatto in vita sua. Ogni tanto, sperando
d'avere impetrata la misericordia che implorava, si voltava a ripregar
coloro; ma sempre inutilmente. Poi ricadeva ancora senza sentimenti,
poi si riaveva di nuovo, per rivivere a nuove angosce. Ma ormai non ci
regge il cuore a descriverle più a lungo: una pietà troppo dolorosa
ci affretta al termine di quel viaggio, che durò più di quattr'ore; e
dopo il quale avremo altre ore angosciose da passare. Trasportiamoci al
castello dove l'infelice era aspettata.

Era aspettata dall'innominato, con un'inquietudine, con una sospension
d'animo insolita. Cosa strana! quell'uomo, che aveva disposto a sangue
freddo di tante vite, che in tanti suoi fatti non aveva contato per
nulla i dolori da lui cagionati, se non qualche volta per assaporare
in essi una selvaggia voluttà di vendetta, ora, nel metter le mani
addosso a questa sconosciuta, a questa povera contadina, sentiva come
un ribrezzo, direi quasi un terrore. Da un'alta finestra del suo
castellaccio, guardava da qualche tempo verso uno sbocco della valle;
ed ecco spuntar la carrozza, e venire innanzi lentamente: perchè quel
primo andar di carriera aveva consumata la foga, e domate le forze de'
cavalli. E benchè, dal punto dove stava a guardare, la non paresse più
che una di quelle carrozzine che si danno per balocco ai fanciulli, la
riconobbe subito, e si sentì il cuore batter più forte.

--Ci sarà?--pensò subito; e continuava tra sè:--che noia mi dà costei!
Liberiamocene.--

E voleva chiamare uno de' suoi sgherri, e spedirlo subito incontro alla
carrozza, a ordinare al Nibbio che voltasse, e conducesse colei al
palazzo di don Rodrigo. Ma un no imperioso che risonò nella sua mente,
fece svanire quel disegno. Tormentato però dal bisogno di dar qualche
ordine, riuscendogli intollerabile lo stare aspettando oziosamente
quella carrozza che veniva avanti passo passo, come un tradimento, che
so io? come un gastigo, fece chiamare una sua vecchia donna.

Era costei nata in quello stesso castello, da un antico custode di
esso, e aveva passata lì tutta la sua vita. Ciò che aveva veduto e
sentito fin dalle fasce, le aveva impresso nella mente un concetto
magnifico e terribile del potere de' suoi padroni; e la massima
principale che aveva attinta dall'istruzioni e dagli esempi, era che
bisognava ubbidirli in ogni cosa, perchè potevano far del gran male
e del gran bene. L'idea del dovere, deposta come un germe nel cuore
di tutti gli uomini, svolgendosi nel suo, insieme co' sentimenti d'un
rispetto, d'un terrore, d'una cupidigia servile, s'era associata e
adattata a quelli. Quando l'innominato, divenuto padrone, cominciò
a far quell'uso spaventevole della sua forza, costei ne provò da
principio un certo ribrezzo insieme, e un sentimento più profondo di
sommissione. Col tempo, s'era avvezzata a ciò che aveva tutto il giorno
davanti agli occhi e negli orecchi: la volontà potente e sfrenata d'un
così gran signore, era per lei come una specie di giustizia fatale.
Ragazza già fatta, aveva sposato un servitor di casa, il quale, poco
dopo, essendo andato a una spedizione rischiosa, lasciò l'ossa sur una
strada, e lei vedova nel castello. La vendetta che il signore ne fece
subito, le diede una consolazione feroce, e le accrebbe l'orgoglio di
trovarsi sotto una tal protezione. D'allora in poi, non mise piede
fuor del castello, che molto di rado; e a poco a poco non le rimase
del vivere umano quasi altre idee, salvo quelle che ne riceveva in
quel luogo. Non era addetta ad alcun servizio particolare, ma, in
quella masnada di sgherri, ora l'uno ora l'altro, le davan da fare
ogni poco; ch'era il suo rodimento. Ora aveva cenci da rattoppare, ora
da preparare in fretta da mangiare a chi tornasse da una spedizione,
ora feriti da medicare. I comandi poi di coloro, i rimproveri, i
ringraziamenti, eran conditi di beffe e d'improperi: vecchia, era il
suo appellativo usuale; gli aggiunti, che qualcheduno sempre ci se
n'attaccava, variavano secondo le circostanze e l'umore dell'amico. E
colei, disturbata nella pigrizia, e provocata nella stizza, ch'erano
due delle sue passioni predominanti, contraccambiava alle volte que'
complimenti con parole, in cui Satana avrebbe riconosciuto più del suo
ingegno, che in quelle de' provocatori.

«Tu vedi laggiù quella carrozza!» le disse il signore.

«La vedo,» rispose la vecchia, cacciando avanti il mento appuntato, e
aguzzando gli occhi infossati, come se cercasse di spingerli su gli
orli dell'occhiaie.

«Fa allestir subito una bussola, entraci, e fatti portare alla
Malanotte. Subito subito; che tu ci arrivi prima di quella carrozza:
già la viene avanti col passo della morte. In quella carrozza c'è....
ci dev'essere.... una giovine. Se c'è, dì al Nibbio, in mio nome, che
la metta nella bussola, e lui venga su subito da me. Tu starai nella
bussola, con quella.... giovine; e quando sarete quassù, la condurrai
nella tua camera. Se ti domanda dove la meni, di chi è il castello,
guarda di non....»

«Oh!» disse la vecchia.

«Ma,» continuò l'innominato, «falle coraggio.»

«Cosa le devo dire?»

«Cosa le devi dire? Falle coraggio, ti dico. Tu sei venuta a codesta
età, senza sapere come si fa coraggio a una creatura, quando si vuole!
Hai tu mai sentito affanno di cuore? Hai tu mai avuto paura? Non sai
le parole che fanno piacere in que' momenti? Dille di quelle parole:
trovale, alla malora. Va.»

E partita che fu, si fermò alquanto alla finestra, con gli occhi fissi
a quella carrozza, che già appariva più grande di molto; poi gli alzò
al sole, che in quel momento si nascondeva dietro la montagna; poi
guardò le nuvole sparse al di sopra, che di brune si fecero, quasi
a un tratto, di fuoco. Si ritirò, chiuse la finestra, e si mise a
camminare innanzi e indietro per la stanza, con un passo di viaggiatore
frettoloso.




                             CAPITOLO XXI.


La vecchia era corsa a ubbidire e a comandare, con l'autorità di quel
nome che, da chiunque fosse pronunziato in quel luogo, li faceva
spicciar tutti; perchè a nessuno veniva in testa che ci fosse uno tanto
ardito da servirsene falsamente. Si trovò infatti alla Malanotte un po'
prima che la carrozza ci arrivasse; e vistala venire, uscì di bussola,
fece segno al cocchiere che fermasse, s'avvicinò allo sportello; e al
Nibbio, che mise il capo fuori, riferì sottovoce gli ordini del padrone.

Lucia, al fermarsi della carrozza, si scosse, e rinvenne da una specie
di letargo. Si sentì da capo rimescolare il sangue, spalancò la bocca
e gli occhi, e guardò. Il Nibbio s'era tirato indietro; e la vecchia,
col mento sullo sportello, guardando Lucia, diceva: «venite, la mia
giovine; venite, poverina; venite con me, che ho ordine di trattarvi
bene e di farvi coraggio.»

Al suono d'una voce di donna, la poverina provò un conforto, un
coraggio momentaneo; ma ricadde subito in uno spavento più cupo. «Chi
siete?» disse con voce tremante, fissando lo sguardo attonito in viso
alla vecchia.

«Venite, venite, poverina,» andava questa ripetendo. Il Nibbio
e gli altri due, argomentando dalle parole e dalla voce così
straordinariamente raddolcita di colei, quali fossero l'intenzioni del
signore, cercavano di persuader con le buone l'oppressa a ubbidire.
Ma lei seguitava a guardar fuori; e benchè il luogo selvaggio e
sconosciuto, e la sicurezza de' suoi guardiani non le lasciassero
concepire speranza di soccorso, apriva non ostante la bocca per
gridare; ma vedendo il Nibbio far gli occhiacci del fazzoletto,
ritenne il grido, tremò, si storse, fu presa e messa nella bussola.
Dopo, c'entrò la vecchia; il Nibbio disse ai due altri manigoldi che
andassero dietro, e prese speditamente la salita, per accorrere ai
comandi del padrone.

«Chi siete?» domandava con ansietà Lucia al ceffo sconosciuto e
deforme: «perchè son con voi? dove sono? dove mi conducete?»

«Da chi vuol farvi del bene,» rispondeva la vecchia, «da un gran....
Fortunati quelli a cui vuol far del bene. Buon per voi, buon per voi.
Non abbiate paura, state allegra, chè m'ha comandato di farvi coraggio.
Glielo direte, eh? che v'ho fatto coraggio?»

«Chi è? perchè? che vuol da me? Io non son sua. Ditemi dove sono;
lasciatemi andare; dite a costoro che mi lascino andare, che mi portino
in qualche chiesa. Oh! voi che siete una donna, in nome di Maria
Vergine...!»

Quel nome santo e soave, già ripetuto con venerazione ne' primi anni,
e poi non più invocato per tanto tempo, nè forse sentito proferire,
faceva nella mente della sciagurata che lo sentiva in quel momento,
un'impressione confusa, strana, lenta, come la rimembranza della luce,
in un vecchione accecato da bambino.

Intanto l'innominato, ritto sulla porta del castello, guardava in
giù; e vedeva la bussola venir passo passo, come prima la carrozza,
e avanti, a una distanza che cresceva ogni momento, salir di corsa
il Nibbio. Quando questo fu in cima, il signore gli accennò che lo
seguisse; e andò con lui in una stanza del castello.

«Ebbene?» disse, fermandosi lì.

«Tutto a un puntino,» rispose, inchinandosi, il Nibbio: «l'avviso a
tempo, la donna a tempo, nessuno sul luogo, un urlo solo, nessuno
comparso, il cocchiere pronto, i cavalli bravi, nessun incontro: ma....»

«Ma che?»

«Ma.... dico il vero, che avrei avuto più piacere che l'ordine fosse
stato di darle una schioppettata nella schiena, senza sentirla parlare,
senza vederla in viso.»

«Cosa? cosa? che vuoi tu dire?»

«Voglio dire che tutto quel tempo, tutto quel tempo.... M'ha fatto
troppa compassione.»

«Compassione! Che sai tu di compassione? Cos'è la compassione?»

«Non l'ho mai capito così bene come questa volta: è una storia la
compassione un poco come la paura: se uno la lascia prender possesso,
non è più uomo.»

«Sentiamo un poco come ha fatto costei per moverti a compassione.»

«O signore illustrissimo! tanto tempo...! piangere, pregare, e far
cert'occhi, e diventar bianca bianca come morta, e poi singhiozzare, e
pregar di nuovo, e certe parole....»

--Non la voglio in casa costei,--pensava intanto l'innominato.--Sono
stato una bestia a impegnarmi; ma ho promesso, ho promesso. Quando
sarà lontana....--E alzando la testa, in atto di comando, verso il
Nibbio, «ora,» gli disse, «metti da parte la compassione: monta a
cavallo, prendi un compagno, due se vuoi; e va di corsa a casa di quel
don Rodrigo che tu sai. Digli che mandi.... ma subito subito, perchè
altrimenti....»

Ma un altro no interno più imperioso del primo gli proibì di finire.
«No,» disse con voce risoluta, quasi per esprimere a sè stesso il
comando di quella voce segreta, «no: va a riposarti; e domattina....
farai quello che ti dirò!»

--Un qualche demonio ha costei dalla sua,--pensava poi, rimasto solo,
ritto, con le braccia incrociate sul petto, e con lo sguardo immobile
sur una parte del pavimento, dove il raggio della luna, entrando da
una finestra alta, disegnava un quadrato di luce pallida, tagliata
a scacchi dalle grosse inferriate, e intagliata più minutamente dai
piccoli compartimenti delle vetriate.--Un qualche demonio, o.... un
qualche angelo che la protegge.... Compassione al Nibbio!... Domattina,
domattina di buon'ora, fuor di qui costei; al suo destino, e non se ne
parli più, e,--proseguiva tra sè, con quell'animo con cui si comanda
a un ragazzo indocile, sapendo che non ubbidirà,--e non ci si pensi
più. Quell'animale di don Rodrigo non mi venga a romper la testa con
ringraziamenti; che.... non voglio più sentir parlar di costei. L'ho
servito perchè.... perchè ho promesso: e ho promesso perchè.... è il
mio destino. Ma voglio che me lo paghi bene questo servizio, colui.
Vediamo un poco....--

E voleva almanaccare cosa avrebbe potuto richiedergli di scabroso,
per compenso, e quasi per pena; ma gli si attraversaron di nuovo alla
mente quelle parole: compassione al Nibbio!--Come può aver fatto
costei?--continuava, strascinato da quel pensiero.--Voglio vederla....
Eh! no.... Sì, voglio vederla.

E d'una stanza in un'altra, trovò una scaletta, e su a tastone, andò
alla camera della vecchia, e picchiò all'uscio con un calcio.

«Chi è?»

«Apri.»

A quella voce, la vecchia fece tre salti; e subito si sentì scorrere
il paletto negli anelli, e l'uscio si spalancò. L'innominato, dalla
soglia, diede un'occhiata in giro; e, al lume d'una lucerna che ardeva
sur un tavolino, vide Lucia rannicchiata in terra, nel canto il più
lontano dall'uscio.

«Chi t'ha detto che tu la buttassi là come un sacco di cenci,
sciagurata?» disse alla vecchia, con un cipiglio iracondo.

«S'è messa dove le è piaciuto,» rispose umilmente colei: «io ho fatto
di tutto per farle coraggio: lo può dire anche lei; ma non c'è stato
verso.»

«Alzatevi,» disse l'innominato a Lucia, andandole vicino. Ma Lucia, a
cui il picchiare, l'aprire, il comparir di quell'uomo, le sue parole,
avevan messo un nuovo spavento nell'animo spaventato, stava più che
mai raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto tra le mani, e non
movendosi, se non che tremava tutta.

«Alzatevi, chè non voglio farvi del male.... e posso farvi del bene,»
ripetè il signore.... «Alzatevi!» tonò poi quella voce, sdegnata d'aver
due volte comandato invano.

Come rinvigorita dallo spavento, l'infelicissima si rizzò subito
inginocchioni; e giungendo le mani, come avrebbe fatto davanti a
un'immagine, alzò gli occhi in viso all'innominato, e riabbassandoli
subito, disse: «son qui: m'ammazzi.»

«V'ho detto che non voglio farvi del male,» rispose, con voce mitigata,
l'innominato, fissando quel viso turbato dall'accoramento e dal terrore.

«Coraggio, coraggio,» diceva la vecchia: «se ve lo dice lui, che non
vuoi farvi del male....»

«E perchè,» riprese Lucia con una voce, in cui, col tremito della
paura, si sentiva una certa sicurezza dell'indegnazione disperata,
«perchè mi fa patire le pene dell'inferno? Cosa le ho fatto io?...»

«V'hanno forse maltrattata? Parlate.»

«Oh maltrattata! M'hanno presa a tradimento, per forza! perchè? perchè
m'hanno presa? perchè son qui? dove sono? Sono una povera creatura:
cosa le ho fatto? In nome di Dio....»

«Dio, Dio,» interruppe l'innominato: «sempre Dio: coloro che non
possono difendersi da sè, che non hanno la forza, sempre han questo Dio
da mettere in campo, come se gli avessero parlato. Cosa pretendete con
codesta vostra parola. Di farmi...?» e lasciò la frase a mezzo.

[Illustrazione: «O Vergine santissima! Voi, a cui mi sono raccomandata
tante volte».... (pag. 309)]

«Oh Signore! pretendere! Cosa posso pretendere io meschina, se non
che lei mi usi misericordia? Dio perdona tante cose, per un'opera di
misericordia! Mi lasci andare; per carità mi lasci andare! Non torna
conto a uno che un giorno deve morire di far patir tanto una povera
creatura. Oh! lei che può comandare, dica che mi lascino andare!
M'hanno portata qui per forza. Mi mandi con questa donna a ***, dov'è
mia madre. Oh Vergine santissima! mia madre! mia madre, per carità, mia
madre! Forse non è lontana di qui.... ho veduto i miei monti! Perchè
lei mi fa patire? Mi faccia condurre in una chiesa. Pregherò per lei,
tutta la mia vita. Cosa le costa dire una parola? Oh ecco! vedo che si
move a compassione: dica una parola, la dica. Dio perdona tante cose,
per un'opera di misericordia!»

--Oh perchè non è figlia d'uno di que' cani che m'hanno
bandito!--pensava l'innominato:--d'uno di que' vili che mi vorrebbero
morto! che ora godrei di questo suo strillare; e in vece....--

«Non iscacci una buona ispirazione!» proseguiva fervidamente Lucia,
rianimata dal vedere una cert'aria d'esitazione nel viso e nel contegno
del suo tiranno. «Se lei non mi fa questa carità, me la farà il
Signore: mi farà morire, e per me sarà finita; ma lei!... Forse un
giorno anche lei.... Ma no, no; pregherò sempre io il Signore che la
preservi da ogni male. Cosa le costa dire una parola? Se provasse lei a
patir queste pene...!»

«Via, fatevi coraggio,» interruppe l'innominato, con una dolcezza che
fece strasecolar la vecchia. «V'ho fatto nessun male? V'ho minacciata?»

«Oh no! Vedo che lei ha buon cuore, e che sente pietà di questa povera
creatura. Se lei volesse, potrebbe farmi paura più di tutti gli altri,
potrebbe farmi morire; e in vece mi ha.... un po' allargato il cuore.
Dio gliene renderà merito. Compisca l'opera di misericordia: mi liberi,
mi liberi.»

«Domattina....»

«Oh mi liberi ora, subito....»

«Domattina ci rivedremo, vi dico. Via, intanto fatevi coraggio.
Riposate. Dovete aver bisogno di mangiare. Ora ve ne porteranno.»

«No, no; io moio se alcuno entra qui: io moio. Mi conduca lei in
chiesa.... que' passi Dio glieli conterà.»

«Verrà una donna a portarvi da mangiare,» disse l'innominato; e
dettolo, rimase stupito anche lui che gli fosse venuto in mente un
tal ripiego, e che gli fosse nato il bisogno di cercarne uno, per
rassicurare una donnicciola.

«E tu,» riprese poi subito, voltandosi alla vecchia, «falle coraggio
che mangi; mettila a dormire in questo letto: e se ti vuole in
compagnia, bene; altrimenti, tu puoi ben dormire una notte in terra.
Falle coraggio, ti dico; tienla allegra. E che non abbia a lamentarsi
di te!»

Così detto, si mosse rapidamente verso l'uscio. Lucia s'alzò e corse
per trattenerlo, e rinnovare la sua preghiera; ma era sparito.

«Oh povera me! Chiudete, chiudete subito.» E sentito ch'ebbe accostare
i battenti e scorrere il paletto, tornò a rannicchiarsi nel suo
cantuccio. «Oh povera me!» esclamò di nuovo singhiozzando: «chi
pregherò ora? Dove sono? Ditemi voi, ditemi per carità, chi è quel
signore.... quello che m'ha parlato?»

«Chi è, eh? chi è? Volete ch'io ve lo dica. Aspetta ch'io te lo dica.
Perchè vi protegge, avete messo su superbia; e volete esser soddisfatta
voi, e farne andar di mezzo me. Domandatene a lui. S'io vi contentassi
anche in questo, non mi toccherebbe di quelle buone parole che avete
sentite voi.»--Io son vecchia, son vecchia,--continuò, mormorando tra
i denti.--Maledette le giovani, che fanno bel vedere a piangere e a
ridere, e hanno sempre ragione.--Ma sentendo Lucia singhiozzare, e
tornandole minaccioso alla mente il comando del padrone, si chinò verso
la povera rincantucciata, e, con voce raddolcita, riprese: «via, non
v'ho detto niente di male: state allegra. Non mi domandate di quelle
cose che non vi posso dire; e del resto, state di buon animo. Oh se
sapeste quanta gente sarebbe contenta di sentirlo parlare come ha
parlato a voi! State allegra, chè or ora verrà da mangiare; e io che
capisco.... nella maniera che v'ha parlato, ci sarà della roba buona.
E poi anderete a letto, e.... mi lascerete un cantuccino anche a me,
spero,» soggiunse, con una voce, suo malgrado, stizzosa.

«Non voglio mangiare, non voglio dormire. Lasciatemi stare; non
v'accostate; non partite di qui!»

«No, no, via,» disse la vecchia, ritirandosi, e mettendosi a sedere sur
una seggiolaccia, donde dava alla poverina certe occhiate di terrore
e d'astio insieme; e poi guardava il suo covo, rodendosi d'esserne
forse esclusa per tutta la notte, e brontolando contro il freddo. Ma
si rallegrava col pensiero della cena, e con la speranza che ce ne
sarebbe anche per lei. Lucia non s'avvedeva del freddo, non sentiva la
fame, e come sbalordita, non aveva de' suoi dolori, de' suoi terrori
stessi, che un sentimento confuso, simile all'immagini sognate da un
febbricitante.

Si riscosse quando senti picchiare; e, alzando la faccia atterrita,
gridò: «chi è? chi è? Non venga nessuno!»

«Nulla, nulla; buone nuove,» disse la vecchia: «è Marta che porta da
mangiare.»

«Chiudete, chiudete!» gridava Lucia.

«Ih! subito, subito,» rispondeva la vecchia; e presa una paniera dalle
mani di quella Marta, la mandò via, richiuse, e venne a posar la
paniera sur una tavola nel mezzo della camera. Invitò poi più volte
Lucia che venisse a goder di quella buona roba. Adoprava le parole più
efficaci, secondo lei, a mettere appetito alla poverina, prorompeva in
esclamazioni sulla squisitezza de' cibi: «di que' bocconi che, quando
le persone come noi possono arrivare a assaggiarne, se ne ricordan
per un pezzo! Del vino che beve il padrone co' suoi amici.... quando
capita qualcheduno di quelli...! e vogliono stare allegri! Ehm!» Ma
vedendo che tutti gl'incanti riuscivano inutili, «siete voi che non
volete,» disse. «Non istate poi a dirgli domani ch'io non v'ho fatto
coraggio. Mangerò io; e ne resterà più che abbastanza per voi, per
quando metterete giudizio, e vorrete ubbidire.» Così detto, si mise a
mangiare avidamente. Saziata che fu, s'alzò, andò verso il cantuccio,
e, chinandosi sopra Lucia, l'invitò di nuovo a mangiare, per andar poi
a letto.

«No, no, non voglio nulla,» rispose questa, con voce fiacca e come
sonnolenta. Poi, con più risolutezza, riprese: «è serrato l'uscio? è
serrato bene?» E dopo aver guardato in giro per la camera, s'alzò, e,
con le mani avanti, con passo sospettoso, andava verso quella parte.

La vecchia ci corse prima di lei, stese la mano al paletto, lo scosse,
e disse: «sentite? vedete? è serrato bene? siete contenta ora?»

«Oh contenta! contenta io qui!» disse Lucia, rimettendosi di nuovo nel
suo cantuccio. «Ma il Signore lo sa che ci sono!»

«Venite a letto: cosa volete far lì, accucciata come un cane? S'è mai
visto rifiutare i comodi, quando si possono avere?»

«No, no; lasciatemi stare.»

«Siete voi che lo volete. Ecco, io vi lascio il posto buono: mi metto
sulla sponda; starò incomoda per voi. Se volete venire a letto, sapete
come avete a fare. Ricordatevi che v'ho pregata più volte.» Così
dicendo, si cacciò sotto, vestita; e tutto tacque.

Lucia stava immobile in quel cantuccio, tutta in un gomitolo, con
le ginocchia alzate, con le mani appoggiate sulle ginocchia, e col
viso nascosto nelle mani. Non era il suo nè sonno nè veglia, ma una
rapida successione, una torbida vicenda di pensieri, d'immaginazioni,
di spaventi. Ora, più presente a sè stessa, e rammentandosi più
distintamente gli orrori veduti e sofferti in quella giornata,
s'applicava dolorosamente alle circostanze dell'oscura e formidabile
realtà in cui si trovava avviluppata; ora la mente, trasportata in
una regione ancor più oscura, si dibatteva contro i fantasmi nati
dall'incertezza e dal terrore. Stette un pezzo in quest'angoscia;
alfine, più che mai stanca e abbattuta, stese le membra intormentite,
si sdraiò, o cadde sdraiata, e rimase alquanto in uno stato più
somigliante a un sonno vero. Ma tutt'a un tratto si risentì, come a
una chiamata interna, e provò il bisogno di risentirsi interamente,
di riaver tutto il suo pensiero, di conoscere dove fosse, come,
perchè. Tese l'orecchio a un suono: era il russare lento, arrantolato
della vecchia; spalancò gli occhi, e vide un chiarore fioco apparire
e sparire a vicenda: era il lucignolo della lucerna, che, vicino a
spegnersi, scoccava una luce tremola, e subito la ritirava, per dir
così, indietro, come è il venire e l'andare dell'onda sulla riva: e
quella luce, fuggendo dagli oggetti, prima che prendessero da essa
rilievo e colore distinto, non rappresentava allo sguardo che una
successione di guazzabugli. Ma ben presto le recenti impressioni,
ricomparendo nella mente, l'aiutarono a distinguere ciò che appariva
confuso al senso. L'infelice risvegliata riconobbe la sua prigione:
tutte le memorie dell'orribil giornata trascorsa, tutti i terrori
dell'avvenire, l'assalirono in una volta: quella nuova quiete stessa
dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell'abbandono in cui
era lasciata, le facevano un nuovo terrore: e fu vinta da un tale
affanno, che desiderò di morire. Ma in quel momento, si rammentò che
poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore
come un'improvvisa speranza. Prese di nuovo la sua corona, e ricominciò
a dire il rosario; e, di mano in mano che la preghiera usciva dal suo
labbro tremante, il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata.
Tutt'a un tratto, le passò per la mente un altro pensiero: che la sua
orazione sarebbe stata più accetta e più certamente esaudita, quando,
nella sua desolazione, facesse anche qualche offerta. Si ricordò di
quello che aveva di più caro, o che di più caro aveva avuto; giacchè,
in quel momento, l'animo suo non poteva sentire altra affezione che di
spavento, nè concepire altro desiderio che della liberazione; se ne
ricordò, e risolvette subito di farne un sacrifizio. S'alzò, e si mise
in ginocchio, e tenendo giunte al petto le mani, dalle quali pendeva
la corona, alzò il viso e le pupille al cielo, e disse: «o Vergine
santissima! Voi, a cui mi sono raccomandata tante volte, e che tante
volte m'avete consolata! Voi che avete patito tanti dolori, e siete ora
tanto gloriosa, e avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati;
aiutatemi! fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con
mia madre, o Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine;
rinunzio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai d'altri che
vostra.»

Proferite queste parole, abbassò la testa, e si mise la corona intorno
al collo, quasi come un segno di consacrazione, e una salvaguardia a
un tempo, come un'armatura della nuova milizia a cui s'era ascritta.
Rimessasi a sedere in terra, sentì entrar nell'animo una certa
tranquillità, una più larga fiducia. Le venne in mente quel _domattina_
ripetuto dallo sconosciuto potente, e le parve di sentire in quella
parola una promessa di salvazione. I sensi affaticati da tanta guerra
s'assopirono a poco a poco in quell'acquietamento di pensieri; e
finalmente, già vicino a giorno, col nome della sua protettrice tronco
tra le labbra, Lucia s'addormentò d'un sonno perfetto e continuo.

Ma c'era qualchedun altro in quello stesso castello, che avrebbe voluto
fare altrettanto, e non potè mai. Partito, o quasi scappato da Lucia,
dato l'ordine per la cena di lei, fatta una consueta visita a certi
posti del castello, sempre con quell'immagine viva nella mente, e
con quelle parole risonanti all'orecchio, il signore s'era andato a
cacciare in camera, s'era chiuso dentro in fretta e in furia, come se
avesse avuto a trincerarsi contro una squadra di nemici; e spogliatosi,
pure in furia, era andato a letto. Ma quell'immagine, più che mai
presente, parve che in quel momento gli dicesse: tu non dormirai.--Che
sciocca curiosità da donnicciola,--pensava,--m'è venuta di vederla? Ha
ragione quel bestione del Nibbio; uno non è più uomo; è vero, non è più
uomo!... Io?... io non son più uomo, io? Cos'è stato? che diavolo m'è
venuto addosso? che c'è di nuovo? Non lo sapevo io prima d'ora, che le
donne strillano? Strillano anche gli uomini alle volte, quando non si
possono rivoltare. Che diavolo! non ho mai sentito belar donne?--

E qui, senza che s'affaticasse molto a rintracciare nella memoria,
la memoria da sè gli rappresentò più d'un caso in cui nè preghi nè
lamenti non l'avevano punto smosso dal compire le sue risoluzioni. Ma
la rimembranza di tali imprese, non che gli ridonasse la fermezza,
che già gli mancava, di compir questa; non che spegnesse nell'animo
quella molesta pietà; vi destava invece una specie di terrore, una non
so qual rabbia di pentimento. Di maniera che gli parve un sollievo il
tornare a quella prima immagine di Lucia, contro la quale aveva cercato
di rinfrancare il suo coraggio.--È viva costei,--pensava,--è qui;
sono a tempo; le posso dire: andate, rallegratevi; posso veder quel
viso cambiarsi, le posso anche dire: perdonatemi.... Perdonatemi? io
domandar perdono? a una donna? io...! Ah, eppure! se una parola, una
parola tale mi potesse far bene, levarmi d'addosso un po' di questa
diavoleria, la direi; eh! sento che la direi. A che cosa son ridotto!
Non son più uomo, non son più uomo!... Via!--disse poi, rivoltandosi
arrabbiatamente nel letto divenuto duro duro, sotto le coperte divenute
pesanti pesanti:--via! sono sciocchezze che mi son passate per la testa
altre volte. Passerà anche questa.--

E per farla passare, andò cercando col pensiero qualche cosa
importante, qualcheduna di quelle che solevano occuparlo fortemente,
onde applicarvelo tutto; ma non ne trovò nessuna. Tutto gli appariva
cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desidèri,
ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo
divenuto tutt'a un tratto restìo per un'ombra, non voleva più andare
avanti. Pensando all'imprese avviate e non finite, in vece d'animarsi
al compimento, in vece d'irritarsi degli ostacoli (chè l'ira in quel
momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno
spavento de' passi già fatti. Il tempo gli s'affacciò davanti vôto
d'ogni intento, d'ogni occupazione, d'ogni volere, pieno soltanto di
memorie intollerabili; tutte l'ore somiglianti a quella che gli passava
così lenta, così pesante sul capo. Si schierava nella fantasia tutti
i suoi malandrini, e non trovava da comandare a nessuno di loro una
cosa che gl'importasse; anzi l'idea di rivederli, di trovarsi tra loro,
era un nuovo peso, un'idea di schifo e d'impiccio. E se volle trovare
un'occupazione per l'indomani, un'opera fattibile, dovette pensare che
all'indomani poteva lasciare in libertà quella poverina.

--La libererò, sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le dirò:
andate, andate. La farò accompagnare.... E la promessa? e l'impegno? e
don Rodrigo?... Chi è don Rodrigo?--

A guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante
d'un superiore, l'innominato pensò subito a rispondere a questa che
s'era fatta lui stesso, o piuttosto quel nuovo lui, che cresciuto
terribilmente a un tratto, sorgeva come a giudicare l'antico. Andava
dunque cercando le ragioni per cui, prima quasi d'esser pregato, s'era
potuto risolvere a prender l'impegno di far tanto patire, senz'odio,
senza timore, un'infelice sconosciuta, per servire colui; ma, non che
riuscisse a trovar ragioni che in quel momento gli paressero buone a
scusare il fatto, non sapeva quasi spiegare a sè stesso come ci si
fosse indotto. Quel volere, piuttosto che una deliberazione, era stato
un movimento istantaneo dell'animo ubbidiente a sentimenti antichi,
abituali, una conseguenza di mille fatti antecedenti; e il tormentato
esaminator di sè stesso, per rendersi ragione d'un sol fatto, si trovò
ingolfato nell'esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d'anno
in anno, d'impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza
in scelleratezza: ognuna ricompariva all'animo consapevole e nuovo,
separata da' sentimenti che l'avevan fatta volere e commettere;
ricompariva con una mostruosità che que' sentimenti non avevano allora
lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui: l'orrore di questo
pensiero, rinascente a ognuna di quell'immagini, attaccato a tutte,
crebbe fino alla disperazione. S'alzò in furia a sedere, gettò in
furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la
staccò, e.... al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il
suo pensiero sorpreso da un terrore, da un'inquietudine, per dir così,
superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere
dopo la sua fine. S'immaginava con raccapriccio il suo cadavere
sformato, immobile, in balía del più vile sopravvissuto; la sorpresa,
la confusione nel castello, il giorno dopo: ogni cosa sottosopra; lui,
senza forza, senza voce, buttato chi sa dove. Immaginava i discorsi che
se ne sarebber fatti lì, d'intorno, lontano; la gioia de' suoi nemici.
Anche le tenebre, anche il silenzio, gli facevan veder nella morte
qualcosa di più tristo, di spaventevole; gli pareva che non avrebbe
esitato, se fosse stato di giorno, all'aperto, in faccia alla gente:
buttarsi in un fiume e sparire. E assorto in queste contemplazioni
tormentose, andava alzando e riabbassando, con una forza convulsiva
del pollice, il cane della pistola; quando gli balenò in mente un
altro pensiero.--Se quell'altra vita di cui m'hanno parlato quand'ero
ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella
vita non c'è; se è un'invenzione de' preti; che fo io? perchè morire?
cos'importa quello che ho fatto? cos'importa? è una pazzia la mia.... E
se c'è quest'altra vita....!--

[Illustrazione: FEDERIGO BORROMEO (pag. 316)]

A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione
più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la
morte. Lasciò cader l'arme, e stava con le mani ne' capelli, battendo
i denti, tremando. Tutt'a un tratto, gli tornarono in mente parole che
aveva sentite e risentite, poche ore prima:--Dio perdona tante cose,
per un'opera di misericordia!--E non gli tornavan già con quell'accento
d'umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono pieno
d'autorità, e che insieme induceva una lontana speranza. Fu quello un
momento di sollievo: levò le mani dalle tempie, e, in un'attitudine più
composta, fissò gli occhi della mente in colei da cui aveva sentite
quelle parole, e la vedeva, non come la sua prigioniera, non come
una supplichevole, ma in atto di chi dispensa grazie e consolazioni.
Aspettava ansiosamente il giorno, per correre a liberarla, a sentire
dalla bocca di lei altre parole di refrigerio e di vita; s'immaginava
di condurla lui stesso alla madre.--E poi? che farò domani, il resto
della giornata? che farò doman l'altro? che farò dopo doman l'altro? E
la notte? la notte, che tornerà tra dodici ore! Oh la notte! no, no,
la notte!--E ricaduto nel vôto penoso dell'avvenire, cercava indarno
un impiego del tempo, una maniera di passare i giorni, le notti.
Ora si proponeva d'abbandonare il castello, e d'andarsene in paesi
lontani, dove nessun lo conoscesse, neppur di nome; ma sentiva che
lui, lui sarebbe sempre con sè: ora gli rinasceva una fosca speranza
di ripigliar l'animo antico, le antiche voglie; e che quello fosse
come un delirio passeggiero; ora temeva il giorno, che doveva farlo
vedere a' suoi così miserabilmente mutato; ora lo sospirava, come
se dovesse portar la luce anche ne' suoi pensieri. Ed ecco, appunto
sull'albeggiare, pochi momenti dopo che Lucia s'era addormentata,
ecco che, stando così immoto a sedere, sentì arrivarsi all'orecchio
come un'onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva non so che
d'allegro. Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano;
e dopo qualche momento, sentì anche l'eco del monte, che ogni tanto
ripeteva languidamente il concerto, e si confondeva con esso. Di lì a
poco, sente un altro scampanío più vicino, anche quello a festa; poi
un altro.--Che allegria c'è? cos'hanno di bello tutti costoro?--Saltò
fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse a aprire
una finestra, e guardò. Le montagne eran mezze velate di nebbia; il
cielo, piuttosto che nuvoloso, era tutto una nuvola cenerognola; ma,
al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva,
nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva
dalle case, e s'avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a
destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un'alacrità
straordinaria.

--Che diavolo hanno costoro? che c'è d'allegro in questo maledetto
paese? dove va tutta quella canaglia?--E data una voce a un bravo
fidato che dormiva in una stanza accanto, gli domandò qual fosse la
cagione di quel movimento. Quello, che ne sapeva quanto lui, rispose
che anderebbe subito a informarsene. Il signore rimase appoggiato
alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo. Erano uomini,
donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi
gli era avanti, s'accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa,
s'univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un
viaggio convenuto. Gli atti indicavano manifestamente una fretta e
una gioia comune; e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle
varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la
voce di que' gesti, e il supplimento delle parole che non potevano
arrivar lassù. Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che
curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a
tanta gente diversa.




                            CAPITOLO XXII.


Poco dopo, il bravo venne a riferire che, il giorno avanti, il
cardinal Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano, era arrivato a
***, e ci starebbe tutto quel giorno; e che la nuova sparsa la sera
di quest'arrivo ne' paesi d'intorno aveva invogliati tutti d'andare a
veder quell'uomo; e si scampanava più per allegria, che per avvertir
la gente. Il signore, rimasto solo, continuò a guardar nella valle,
ancor più pensieroso.--Per un uomo! Tutti premurosi, tutti allegri,
per vedere un uomo! E però ognuno di costoro avrà il suo diavolo che
lo tormenti. Ma nessuno, nessuno n'avrà uno come il mio; nessuno avrà
passata una notte come la mia! Cos'ha quell'uomo, per render tanta
gente allegra? Qualche soldo che distribuirà così alla ventura....
Ma costoro non vanno tutti per l'elemosina. Ebbene, qualche segno
nell'aria, qualche parola.... Oh se le avesse per me le parole che
possono consolare! se....! Perchè non vado anch'io? Perchè no?....
Anderò, anderò; e gli voglio parlare: a quattr'occhi gli voglio
parlare. Cosa gli dirò? Ebbene, quello che, quello che.... Sentirò cosa
sa dir lui, quest'uomo!--

Fatta così in confuso questa risoluzione, finì in fretta di vestirsi,
mettendosi una sua casacca d'un taglio che aveva qualche cosa del
militare; prese la terzetta rimasta sul letto, e l'attaccò alla
cintura da una parte; dall'altra, un'altra che staccò da un chiodo
della parete; mise in quella stessa cintura il suo pugnale; e staccata
pur dalla parete una carabina famosa quasi al par di lui, se la mise
ad armacollo; prese il cappello, uscì di camera; e andò prima di
tutto a quella dove aveva lasciata Lucia. Posò fuori la carabina in
un cantuccio vicino all'uscio, e picchiò, facendo insieme sentir la
sua voce. La vecchia scese il letto in un salto, e corse ad aprire.
Il signore entrò, e data un'occhiata per la camera, vide Lucia
rannicchiata nel suo cantuccio e quieta.

«Dorme?» domandò sotto voce alla vecchia: «là, dorme? eran questi i
miei ordini, sciagurata?»

«Io ho fatto di tutto,» rispose quella: «ma non ha mai voluto mangiare,
non è mai voluta venire....»

«Lasciala dormire in pace; guarda di non la disturbare; e quando si
sveglierà.... Marta verrà qui nella stanza vicina; e tu manderai
a prendere qualunque cosa che costei possa chiederti. Quando si
sveglierà.... dille che io.... che il padrone è partito per poco tempo,
che tornerà, e che.... farà tutto quello che lei vorrà.»

La vecchia rimase tutta stupefatta pensando tra sè:--che sia qualche
principessa costei?--

Il signore usci, riprese la sua carabina, mandò Marta a fare
anticamera, mandò il primo bravo che incontrò a far la guardia, perchè
nessun altro che quella donna mettesse piede nella camera; e poi uscì
dal castello, e prese la scesa, di corsa.

Il manoscritto non dice quanto ci fosse dal castello al paese dov'era
il cardinale; ma dai fatti che siam per raccontare, risulta che non
doveva esser più che una lunga passeggiata. Dal solo accorrere de'
valligiani, e anche di gente più lontana, a quel paese, questo non si
potrebbe argomentare; giacchè nelle memorie di quel tempo troviamo che
da venti e più miglia veniva gente in folla, per veder Federigo.

I bravi che s'abbattevano sulla salita, si fermavano rispettosamente al
passar del signore, aspettando se mai avesse ordini da dar loro, o se
volesse prenderli seco, per qualche spedizione; e non sapevan che si
pensare della sua aria, e dell'occhiate che dava in risposta a' loro
inchini.

Quando fu nella strada pubblica, quello che faceva maravigliare i
passeggieri, era di vederlo senza seguito. Del resto, ognuno gli faceva
luogo, prendendola larga, quanto sarebbe bastato anche per il seguito,
e levandosi rispettosamente il cappello. Arrivato al paese, trovò una
gran folla; ma il suo nome passò subito di bocca in bocca; e la folla
s'apriva. S'accostò a uno, e gli domandò dove fosse il cardinale. «In
casa del curato,» rispose quello, inchinandosi, e gl'indicò dov'era.
Il signore andò là, entrò in un cortiletto dove c'eran molti preti,
che tutti lo guardarono con un'attenzione maravigliata e sospettosa.
Vide dirimpetto un uscio spalancato, che metteva in un salottino, dove
molti altri preti eran congregati. Si levò la carabina, e l'appoggiò in
un canto del cortile; poi entrò nel salottino: e anche lì, occhiate,
bisbigli, un nome ripetuto, e silenzio. Lui, voltatosi a uno di quelli,
gli domandò dove fosse il cardinale; e che voleva parlargli.

«Io son forestiero,» rispose l'interrogato, e data un'occhiata intorno,
chiamò il cappellano crocifero, che in un canto del salottino, stava
appunto dicendo sotto voce a un suo compagno: «colui? quel famoso? che
ha a far qui colui? alla larga!» Però, a quella chiamata che risonò
nel silenzio generale, dovette venire; inchinò l'innominato, stette a
sentir quel che voleva, e alzando con una curiosità inquieta gli occhi
su quel viso, e riabbassandoli subito, rimase lì un poco, poi disse
o balbettò: «non saprei se monsignore illustrissimo.... in questo
momento.... si trovi.... sia.... possa.... Basta, vado a vedere.» E
andò a malincorpo a far l'imbasciata nella stanza vicina, dove si
trovava il cardinale.

A questo punto della nostra storia, noi non possiam far a meno di
non fermarci qualche poco, come il viandante, stracco e tristo da un
lungo camminare per un terreno arido e salvatico, si trattiene e perde
un po' di tempo all'ombra d'un bell'albero, sull'erba, vicino a una
fonte d'acqua viva. Ci siamo abbattuti in un personaggio, il nome e
la memoria del quale, affacciandosi, in qualunque tempo, alla mente,
la ricreano con una placida commozione di riverenza, e con un senso
giocondo di simpatia: ora, quanto più dopo tante immagini di dolore,
dopo la contemplazione d'una moltiplice e fastidiosa perversità!
Intorno a questo personaggio bisogna assolutamente che noi spendiamo
quattro parole: chi non si curasse di sentirle, e avesse però voglia
d'andare avanti nella storia, salti addirittura al capitolo seguente.

Federigo Borromeo, nato nel 1564, fu degli uomini rari in qualunque
tempo, che abbiano impiegato un ingegno egregio, tutti i mezzi d'una
grand'opulenza, tutti i vantaggi d'una condizione privilegiata, un
intento continuo, nella ricerca e nell'esercizio del meglio. La sua
vita è come un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza
ristagnare nè intorbidarsi mai, in un lungo corso per diversi terreni,
va limpido a gettarsi nel fiume. Tra gli agi e le pompe, badò fin dalla
puerizia a quelle parole d'annegazione e d'umiltà, a quelle massime
intorno alla vanità de' piaceri, all'ingiustizia dell'orgoglio, alla
vera dignità e a' veri beni, che, sentite o non sentite ne' cuori,
vengono trasmesse da una generazione all'altra, nel più elementare
insegnamento della religione. Badò, dico, a quelle parole, a quelle
massime, le prese sul serio, le gustò, le trovò vere; vide che non
potevan dunque esser vere altre parole e altre massime opposte, che
pure si trasmettono di generazione in generazione, con la stessa
sicurezza, e talora dalle stesse labbra; e propose di prender per norma
dell'azioni e de' pensieri quelle che erano il vero. Persuaso che la
vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa
per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto,
cominciò da fanciullo a pensare come potesse render la sua utile e
santa.

Nel 1580, manifestò la risoluzione di dedicarsi al ministero
ecclesiastico, e ne prese l'abito dalle mani di quel suo cugino Carlo,
che una fama, già fin d'allora antica e universale, predicava santo.
Entrò poco dopo nel collegio fondato da questo in Pavia, e che porta
ancora il nome del loro casato; e lì, applicandosi assiduamente alle
occupazioni che trovò prescritte, due altre ne assunse di sua volontà;
e furono d'insegnar la dottrina cristiana ai più rozzi e derelitti del
popolo, e di visitare, servire, consolare e soccorrere gl'infermi.
Si valse dell'autorità che tutto gli conciliava in quel luogo, per
attirare i suoi compagni a secondarlo in tali opere; e in ogni cosa
onesta e profittevole esercitò come un primato d'esempio, un primato
che le sue doti personali sarebbero forse bastate a procacciargli,
se fosse anche stato l'infimo per condizione. I vantaggi d'un altro
genere, che la sua gli avrebbe potuto procurare, non solo non li
ricercò, ma mise ogni studio a schivarli. Volle una tavola piuttosto
povera che frugale, usò un vestiario piuttosto povero che semplice;
a conformità di questo, tutto il tenore della vita e il contegno. Nè
credette mai di doverlo mutare, per quanto alcuni congiunti gridassero
e si lamentassero che avvilisse così la dignità della casa. Un'altra
guerra ebbe a sostenere con gl'istitutori, i quali, furtivamente e
come per sorpresa, cercavano di mettergli davanti, addosso, intorno,
qualche suppellettile più signorile, qualcosa che lo facesse distinguer
dagli altri, e figurare come il principe del luogo: o credessero
di farsi alla lunga ben volere con ciò; o fossero mossi da quella
svisceratezza servile che s'invanisce e si ricrea nello splendore
altrui; o fossero di que' prudenti che s'adombrano delle virtù come de'
vizi, predicano sempre che la perfezione sta nel mezzo; e il mezzo lo
fissan giusto in quel punto dov'essi sono arrivati, e ci stanno comodi.
Federigo, non che lasciarsi vincere da que' tentativi, riprese coloro
che li facevano; e ciò tra la pubertà e la giovinezza.

Che, vivente il cardinal Carlo, maggior di lui di ventisei anni,
davanti a quella presenza grave, solenne, ch'esprimeva così al vivo
la santità, e ne rammentava le opere, e alla quale, se ce ne fosse
stato bisogno, avrebbe aggiunto autorità ogni momento l'ossequio
manifesto e spontaneo de' circostanti, quali e quanti si fossero,
Federigo fanciullo e giovinetto cercasse di conformarsi al contegno e
al pensare d'un tal superiore, non è certamente da farsene maraviglia;
ma è bensì cosa molto notabile che, dopo la morte di lui, nessuno si
sia potuto accorgere che a Federigo, allor di vent'anni, fosse mancata
una guida e un censore. La fama crescente del suo ingegno, della sua
dottrina e della sua pietà, la parentela e gl'impegni di più d'un
cardinale potente, il credito della sua famiglia, il nome stesso, a
cui Carlo aveva quasi annessa nelle menti un'idea di santità e di
preminenza, tutto ciò che deve, e tutto ciò che può condurre gli uomini
alle dignità ecclesiastiche, concorreva a pronosticargliele. Ma egli,
persuaso in cuore di ciò che nessuno il quale professi cristianesimo
può negar con la bocca, non ci esser giusta superiorità d'uomo sopra
gli uomini, se non in loro servizio, temeva le dignità, e cercava di
scansarle; non certamente perchè sfuggisse di servire altrui; chè poche
vite furono spese in questo come la sua; ma perchè non si stimava
abbastanza degno nè capace di così alto e pericoloso servizio. Perciò,
venendogli, nel 1595, proposto da Clemente VIII l'arcivescovado di
Milano, apparve fortemente turbato, e ricusò senza esitare. Cedette poi
al comando espresso del papa.

Tali dimostrazioni, e chi non lo sa? non sono nè difficili nè rare;
e l'ipocrisia non ha bisogno d'un più grande sforzo d'ingegno per
farle, che la buffoneria per deriderle a buon conto, in ogni caso. Ma
cessan forse per questo d'esser l'espressione naturale d'un sentimento
virtuoso e sapiente? La vita è il paragone delle parole: e le parole
ch'esprimono quel sentimento, fossero anche passate sulle labbra di
tutti gl'impostori e di tutti i beffardi del mondo, saranno sempre
belle, quando siano precedute e seguite da una vita di disinteresse e
di sacrifizio.

In Federigo arcivescovo apparve uno studio singolare e continuo di non
prender per sè, delle ricchezze, del tempo, delle cure, di tutto sè
stesso in somma, se non quanto fosse strettamente necessario. Diceva,
come tutti dicono, che le rendite ecclesiastiche sono patrimonio
de' poveri: come poi intendesse in fatti una tal massima, si veda
da questo. Volle che si stimasse a quanto poteva ascendere il suo
mantenimento e quello della sua servitù; e dettogli che seicento scudi
(scudo si chiamava allora quella moneta d'oro che, rimanendo sempre
dello stesso peso e titolo, fu poi detta zecchino), diede ordine
che tanti se ne contasse ogni anno dalla sua cassa particolare a
quella della mensa; non credendo che a lui ricchissimo fosse lecito
vivere di quel patrimonio. Del suo poi era così scarso e sottile
misuratore a sè stesso, che badava di non ismettere un vestito, prima
che fosse logoro affatto: unendo però, come fu notato da scrittori
contemporanei, al genio della semplicità quello d'una squisita pulizia:
due abitudini notabili infatti, in quell'età sudicia e sfarzosa.
Similmente, affinchè nulla si disperdesse degli avanzi della sua mensa
frugale, gli assegnò a un ospizio di poveri; e uno di questi, per
suo ordine, entrava ogni giorno nella sala del pranzo a raccoglier
ciò che fosse rimasto. Cure, che potrebbero forse indur concetto
d'una virtù gretta, misera, angustiosa, d'una mente impaniata nelle
minuzie, e incapace di disegni elevati; se non fosse in piedi questa
biblioteca ambrosiana, che Federigo ideo con sì animosa lautezza, ed
eresse, con tanto dispendio, da' fondamenti; per fornir la quale di
libri e di manoscritti, oltre il dono de' già raccolti con grande
studio e spesa da lui, spedi otto uomini, de' più colti ed esperti
che potè avere, a farne incetta, per l'Italia, per la Francia, per la
Spagna, per la Germania, per le Fiandre, nella Grecia, al Libano, a
Gerusalemme. Così riuscì a radunarvi circa trentamila volumi stampati,
e quattordicimila manoscritti. Alla biblioteca unì un collegio di
dottori (furon nove, e pensionati da lui fin che visse; dopo, non
bastando a quella spesa l'entrate ordinarie, furon ristretti a due);
e il loro ufizio era di coltivare vari studi, teologia, storia,
lettere, antichità ecclesiastiche, lingue orientali, con l'obbligo ad
ognuno di pubblicar qualche lavoro sulla materia assegnatagli; v'unì
un collegio da lui detto trilingue, per lo studio delle lingue greca,
latina e italiana; un collegio d'alunni, che venissero istruiti in
quelle facoltà e lingue, per insegnarle un giorno; v'unì una stamperia
di lingue orientali, dell'ebraica cioè, della caldea, dell'arabica,
della persiana, dell'armena; una galleria di quadri, una di statue,
e una scuola delle tre principali arti del disegno. Per queste, potè
trovar professori già formati; per il rimanente, abbiam visto che da
fare gli avesse dato la raccolta de' libri e de' manoscritti; certo
più difficili a trovarsi dovevano essere i tipi di quelle lingue,
allora molto men coltivate in Europa che al presente; più ancora de'
tipi, gli uomini. Basterà il dire che, di nove dottori, otto ne prese
tra i giovani alunni del seminario; e da questo si può argomentare
che giudizio facesse degli studi consumati e delle riputazioni fatte
di quel tempo: giudizio conforme a quello che par che n'abbia portato
la posterità, col mettere gli uni e le altre in dimenticanza. Nelle
regole che stabilì per l'uso e per il governo della biblioteca, si vede
un intento d'utilità perpetua, non solamente bello in sè, ma in molte
parti sapiente e gentile molto al di là dell'idee e dell'abitudini
comuni di quel tempo. Prescrisse al bibliotecario che mantenesse
commercio con gli uomini più dotti d'Europa, per aver da loro notizie
dello stato delle scienze, e avviso de' libri migliori che venissero
fuori in ogni genere, e farne acquisto; gli prescrisse d'indicare agli
studiosi i libri che non conoscessero, e potesser loro esser utili;
ordinò che a tutti, fossero cittadini o forestieri, si desse comodità
e tempo di servirsene, secondo il bisogno. Una tale intenzione deve
ora parere ad ognuno troppo naturale, e immedesimata con la fondazione
d'una biblioteca: allora non era così. E in una storia dell'ambrosiana,
scritta (col costrutto e con l'eleganze comuni del secolo) da un
Pierpaolo Bosca, che vi fu bibliotecario dopo la morte di Federigo,
vien notato espressamente, come cosa singolare, che in questa libreria,
eretta da un privato, quasi tutta a sue spese, i libri fossero esposti
alla vista del pubblico, dati a chiunque li chiedesse, e datogli anche
da sedere, e carta, penne e calamaio, per prender gli appunti che
gli potessero bisognare; mentre in qualche altra insigne biblioteca
pubblica d'Italia, i libri non erano nemmen visibili, ma chiusi in
armadi, donde non si levavano se non per gentilezza de' bibliotecari,
quando si sentivano di farli vedere un momento; di dare ai concorrenti
il comodo di studiare, non se n'aveva neppur l'idea. Dimodochè
arricchir tali biblioteche era un sottrar libri all'uso comune: una
di quelle coltivazioni, come ce n'era e ce n'è tuttavia molte, che
isteriliscono il campo.

Non domandate quali siano stati gli effetti di questa fondazione del
Borromeo sulla coltura pubblica: sarebbe facile dimostrare in due
frasi, al modo che si dimostra, che furon miracolosi, o che non furon
niente; cercare e spiegare, fino a un certo segno, quali siano stati
veramente, sarebbe cosa di molta fatica, di poco costrutto, e fuor
di tempo. Ma pensate che generoso, che giudizioso, che benevolo, che
perseverante amatore del miglioramento umano, dovess'essere colui
che volle una tal cosa, la volle in quella maniera, e l'eseguì, in
mezzo a quell'ignorantaggine, a quell'inerzia, a quell'antipatia
generale per ogni applicazione studiosa, e per conseguenza in mezzo ai
_cos'importa?_ e _c'era altro da pensare?_ e _che bell'invenzione!_
e, _mancava anche questa_, e simili; che saranno certissimamente
stati più che gli scudi spesi da lui in quell'impresa; i quali furon
centocinquemila, la più parte de' suoi.

Per chiamare un tal uomo sommamente benefico e liberale, può parer che
non ci sia bisogno di sapere se n'abbia spesi molt'altri in soccorso
immediato de' bisognosi; e ci son forse ancora di quelli che pensano
che le spese di quel genere, e sto per dire tutte le spese, siano la
migliore e la più utile elemosina. Ma Federigo teneva l'elemosina
propriamente detta per un dovere principalissimo; e qui, come nel
resto, i suoi fatti furon consentanei all'opinione. La sua vita fu
un continuo profondere ai poveri; e a proposito di questa stessa
carestia di cui ha già parlato la nostra storia, avremo tra poco
occasione di riferire alcuni tratti, dai quali si vedrà che sapienza
e che gentilezza abbia saputo mettere anche in questa liberalità. De'
molti esempi singolari che d'una tale sua virtù hanno notati i suoi
biografi, ne citeremo qui un solo. Avendo risaputo che un nobile usava
artifizi e angherie per far monaca una sua figlia, la quale desiderava
piuttosto di maritarsi, fece venire il padre; e cavatogli di bocca
che il vero motivo di quella vessazione era il non avere quattromila
scudi che, secondo lui, sarebbero stati necessari a maritar la figlia
convenevolmente, Federigo la dotò di quattromila scudi. Forse a taluno
parrà questa una larghezza eccessiva, non ben ponderata, troppo
condiscendente agli stolti capricci d'un superbo; e che quattromila
scudi potevano esser meglio impiegati in cent'altre maniere. A questo
non abbiamo nulla da rispondere, se non che sarebbe da desiderarsi
che si vedessero spesso eccessi d'una virtù così libera dall'opinioni
dominanti (ogni tempo ha le sue), così indipendente dalla tendenza
generale, come, in questo caso, fu quella che mosse un uomo a dar
quattromila scudi, perchè una giovine non fosse fatta monaca.

La carità inesausta di quest'uomo, non meno che nel dare, spiccava
in tutto il suo contegno. Di facile abbordo con tutti, credeva di
dovere specialmente a quelli che si chiamano di bassa condizione, un
viso gioviale, una cortesia affettuosa; tanto più, quanto ne trovan
meno nel mondo. E qui pure ebbe a combattere co' galantuomini del _ne
quid nimis_, i quali, in ogni cosa, avrebbero voluto farlo star ne'
limiti, cioè ne' loro limiti. Uno di costoro, una volta che, nella
visita d'un paese alpestre e salvatico, Federigo istruiva certi poveri
fanciulli, e, tra l'interrogare e l'insegnare, gli andava amorevolmente
accarezzando, l'avvertì che usasse più riguardo nel far tante carezze
a que' ragazzi, perchè eran troppo sudici e stomacosi: come se
supponesse, il buon uomo, che Federigo non avesse senso abbastanza per
fare una tale scoperta, o non abbastanza perspicacia, per trovar da
sè quel ripiego così fino. Tale è, in certe condizioni di tempi e di
cose, la sventura degli uomini costituiti in certe dignità: che mentre
così di rado si trova chi gli avvisi de' loro mancamenti, non manca poi
gente coraggiosa a riprenderli del loro far bene. Ma il buon vescovo,
non senza un certo risentimento, rispose: «sono mie anime, e forse non
vedranno mai più la mia faccia; e non volete che gli abbracci?»

Ben raro però era il risentimento in lui, ammirato per la soavità
de' suoi modi, per una pacatezza imperturbabile, che si sarebbe
attribuita a una felicità straordinaria di temperamento; ed era
l'effetto d'una disciplina costante sopra un'indole viva e risentita.
Se qualche volta si mostrò severo, anzi brusco, fu co' pastori suoi
subordinati che scoprisse rei d'avarizia o di negligenza o d'altre
tacce specialmente opposte allo spirito del loro nobile ministero.
Per tutto ciò che potesse toccare o il suo interesse, o la sua gloria
temporale, non dava mai segno di gioia, nè di rammarico, nè d'ardore,
nè d'agitazione: mirabile se questi moti non si destavano nell'animo
suo, più mirabile se vi si destavano. Non solo da' molti conclavi ai
quali assistette, riportò il concetto di non aver mai aspirato a quel
posto così desiderabile all'ambizione, e così terribile alla pietà; ma
una volta che un collega, il quale contava molto, venne a offrirgli
il suo voto e quelli della sua fazione (brutta parola, ma era quella
che usavano), Federigo rifiutò una tal proposta in modo, che quello
depose il pensiero, e si rivolse altrove. Questa stessa modestia,
quest'avversione al predominare apparivano ugualmente nell'occasioni
più comuni della vita. Attento e infaticabile a disporre e a
governare, dove riteneva che fosse suo dovere il farlo, sfuggì sempre
d'impicciarsi negli affari altrui; anzi si scusava a tutto potere
dall'ingerirvisi ricercato: discrezione e ritegno non comune, come
ognuno sa, negli uomini zelatori del bene, qual era Federigo.

Se volessimo lasciarci andare al piacere di raccogliere i tratti
notabili del suo carattere, ne risulterebbe certamente un complesso
singolare di meriti in apparenza opposti, e certo difficili a
trovarsi insieme. Però non ometteremo di notare un'altra singolarità
di quella bella vita: che, piena come fu d'attività, di governo, di
funzioni, d'insegnamento, d'udienze, di visite diocesane, di viaggi,
di contrasti, non solo lo studio c'ebbe una parte, ma ce n'ebbe tanta,
che per un letterato di professione sarebbe bastato. E infatti, con
tant'altri e diversi titoli di lode, Federigo ebbe anche, presso i suoi
contemporanei, quello d'uom dotto.

Non dobbiamo però dissimulare che tenne con ferma persuasione, e
sostenne in pratica, con lunga costanza, opinioni, che al giorno d'oggi
parrebbero a ognuno piuttosto strane che mal fondate; dico anche a
coloro che avrebbero una gran voglia di trovarle giuste. Chi lo volesse
difendere in questo, ci sarebbe quella scusa così corrente e ricevuta,
ch'erano errori del suo tempo, piuttosto che suoi: scusa che, per
certe cose, e quando risulti dall'esame particolare de' fatti, può
aver qualche valore, o anche molto; ma che applicata così nuda e alla
cieca, come si fa d'ordinario, non significa proprio nulla. E perciò,
non volendo risolvere con formole semplici questioni complicate, nè
allungar troppo un episodio, tralasceremo anche d'esporle; bastandoci
d'avere accennato così alla sfuggita che, d'un uomo così ammirabile
in complesso, noi non pretendiamo che ogni cosa lo fosse ugualmente;
perchè non paia che abbiam voluto scrivere un'orazion funebre.

Non è certamente fare ingiuria ai nostri lettori il supporre che
qualcheduno di loro domandi se di tanto ingegno e di tanto studio
quest'uomo abbia lasciato qualche monumento. Se n'ha lasciati! Circa
cento son l'opere che rimangon di lui, tra grandi e piccole, tra latine
e italiane, tra stampate e manoscritte, che si serbano nella biblioteca
da lui fondata: trattati di morale, orazioni, dissertazioni di storia,
d'antichità sacra e profana, di letteratura, d'arti e d'altro.

--E come mai, dirà codesto lettore, tante opere sono dimenticate, o
almeno così poco conosciute, così poco ricercate? Come mai, con tanto
ingegno, con tanto studio, con tanta pratica degli uomini e delle cose,
con tanto meditare, con tanta passione per il buono e per il bello,
con tanto candor d'animo, con tant'altre di quelle qualità che fanno
il grande scrittore, questo, in cento opere, non ne ha lasciata neppur
una di quelle che son riputate insigni anche da chi non le approva in
tutto, e conosciute di titolo anche da chi non le legge? Come mai,
tutte insieme, non sono bastate a procurare, almeno col numero, al suo
nome una fama letteraria presso noi posteri?--

La domanda è ragionevole senza dubbio, e la questione, molto
interessante; perchè le ragioni di questo fenomeno si troverebbero
con l'osservar molti fatti generali: e trovate, condurrebbero alla
spiegazione di più altri fenomeni simili. Ma sarebbero molte e
prolisse: e poi se non v'andassero a genio? se vi facessero arricciare
il naso? Sicchè sarà meglio che riprendiamo il filo della storia, e
che, in vece di cicalar più a lungo intorno a quest'uomo, andiamo a
vederlo in azione, con la guida del nostro autore.




                            CAPITOLO XXIII.


Il cardinal Federigo, intanto che aspettava l'ora d'andar in chiesa a
celebrar gli ufizi divini, stava studiando, com'era solito di fare in
tutti i ritagli di tempo; quando entrò il cappellano crocifero, con un
viso alterato.

«Una strana visita, strana davvero, monsignore illustrissimo!»

«Chi è?» domandò il cardinale.

«Niente meno che il signor....» riprese il cappellano; e spiccando le
sillabe con una gran significazione, proferì quel nome che noi non
possiamo scrivere ai nostri lettori. Poi soggiunse: «è qui fuori in
persona; e chiede nient'altro che d'esser introdotto da vossignoria
illustrissima.»

«Lui!» disse il cardinale, con un viso animato, chiudendo il libro, e
alzandosi da sedere: «venga! venga subito!»

«Ma....» replicò il cappellano, senza moversi: «vossignoria
illustrissima deve sapere chi è costui: quel bandito, quel famoso....»

«E non è una fortuna per un vescovo, che a un tal uomo sia nata la
volontà di venirlo a trovare?»

«Ma....» insistette il cappellano: «noi non possiamo mai parlare di
certe cose, perchè monsignore dice che le son ciance: però, quando
viene il caso, mi pare che sia un dovere.... Lo zelo fa de' nemici,
monsignore; e noi sappiamo positivamente che più d'un ribaldo ha osato
vantarsi che, un giorno o l'altro....»

«E che hanno fatto?» interruppe il cardinale.

«Dico che costui è un appaltatore di delitti, un disperato, che tiene
corrispondenza co' disperati più furiosi, e che può esser mandato....»

«Oh, che disciplina è codesta,» interruppe ancora sorridendo Federigo,
«che i soldati esortino il generale ad aver paura?» Poi, divenuto serio
e pensieroso, riprese: «san Carlo non si sarebbe trovato nel caso di
dibattere se dovesse ricevere un tal uomo: sarebbe andato a cercarlo.
Fatelo entrar subito: ha già aspettato troppo.»

Il cappellano si mosse, dicendo tra sè:--non c'è rimedio: tutti questi
santi sono ostinati.--

Aperto l'uscio, e affacciatosi alla stanza dov'era il signore e la
brigata, vide questa ristretta in una parte, a bisbigliare e a guardar
di sott'occhio quello, lasciato solo in un canto. S'avviò verso di
lui; e intanto squadrandolo, come poteva, con la coda dell'occhio,
andava pensando che diavolo d'armeria poteva esser nascosta sotto
quella casacca; e che, veramente, prima d'introdurlo, avrebbe dovuto
proporgli almeno.... ma non si seppe risolvere. Gli s'accostò, e
disse: «monsignore aspetta vossignoria. Si contenti di venir con me.»
E precedendolo in quella piccola folla, che subito fece ala, dava a
destra e a sinistra occhiate, le quali significavano: cosa volete? non
lo sapete anche voi altri, che fa sempre a modo suo?

Appena introdotto l'innominato, Federigo gli andò incontro, con un
volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona
desiderata, e fece subito cenno al cappellano che uscisse: il quale
ubbidì.

I due rimasti stettero alquanto senza parlare, e diversamente sospesi.
L'innominato, ch'era stato come portato lì per forza da una smania
inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno,
ci stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte,
quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio
al tormento interno, e dall'altra parte una stizza, una vergogna di
venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a
confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, nè
quasi ne cercava. Però, alzando gli occhi in viso a quell'uomo, si
sentiva sempre più penetrare da un sentimento di venerazione imperioso
insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto,
e senza prender l'orgoglio di fronte, l'abbatteva, e, dirò così,
gl'imponeva silenzio.

La presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una
superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente composto,
e quasi involontariamente maestoso, non incurvato nè impigrito punto
dagli anni; l'occhio grave e vivace la fronte serena e pensierosa; con
la canizie, nel pallore, tra segni dell'astinenza, della meditazione,
della fatica, una specie di floridezza verginale: tutte le forme
del volto indicavano che, in altre età, c'era stata quella che più
propriamente si chiama bellezza; l'abitudine de' pensieri solenni e
benevoli, la pace interna d'una lunga vita, l'amore degli uomini,
la gioia continua d'una speranza ineffabile, vi avevano sostituita
una, direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più in quella
magnifica semplicità della porpora.

Tenne anche lui, qualche momento, fisso nell'aspetto dell'innominato
il suo sguardo penetrante, ed esercitato da lungo tempo a ritrarre
dai sembianti i pensieri; e, sotto a quel fosco e a quel turbato,
parendogli di scoprire sempre più qualcosa di conforme alla speranza
da lui concepita al primo annunzio d'una tal visita, tutt'animato,
«oh!» disse: «che preziosa visita è questa! e quanto vi devo esser
grato d'una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po' del
rimprovero!»

«Rimprovero!» esclamò il signore maravigliato, ma raddolcito da quelle
parole e da quel fare, e contento che il cardinale avesse rotto il
ghiaccio, e avviato un discorso qualunque.

«Certo, m'è un rimprovero,» riprese questo, «ch'io mi sia lasciato
prevenir da voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto
venir da voi io.»

«Da me, voi! Sapete chi sono? V'hanno detto bene il mio nome?»

«E questa consolazione ch'io sento, e che, certo, vi si manifesta nel
mio aspetto, vi par egli ch'io dovessi provarla all'annunzio, alla
vista d'uno sconosciuto? Siete voi che me la fate provare; voi, dico,
che avrei dovuto cercare; voi che almeno ho tanto amato e pianto, per
cui ho tanto pregato; voi, de' miei figli, che pure amo tutti e di
cuore, quello che avrei più desiderato d'accogliere e d'abbracciare,
se avessi creduto di poterlo sperare. Ma Dio sa fare Egli solo le
maraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de' suoi poveri
servi.»

L'innominato stava attonito a quel dire così infiammato, a quelle
parole, che rispondevano tanto risolutamente a ciò che non aveva ancor
detto, nè era ben determinato di dire; e commosso ma sbalordito, stava
in silenzio. «E che?» riprese, ancor più affettuosamente, Federigo:
«voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?»

«Una buona nuova, io? Ho l'inferno nel cuore; e vi darò una buona
nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual è questa buona nuova che
aspettate da un par mio.»

«Che Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo,» rispose pacatamente
il cardinale.

«Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov'è questo Dio?»

«Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l'ha vicino? Non ve lo
sentite in cuore, che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare,
e nello stesso tempo v'attira, vi fa presentire una speranza di quiete,
di consolazione, d'una consolazione che sarà piena, immensa, subito che
voi lo riconosciate, lo confessiate, l'imploriate?»

«Oh, certo! ho qui qualche cosa che m'opprime, che mi rode! Ma Dio! Se
c'è questo Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?»

Queste parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con
un tono solenne, come di placida ispirazione, rispose: «cosa può far
Dio di voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua
bontà: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare.
Che il mondo gridi da tanto tempo contro di voi, che mille e mille
voci detestino le vostre opere....» (l'innominato si scosse, e rimase
stupefatto un momento nel sentir quel linguaggio così insolito, più
stupefatto ancora di non provarne sdegno, anzi quasi un sollievo);
«che gloria,» proseguiva Federigo, «ne viene a Dio? Son voci di
terrore, son voci d'interesse; voci forse anche di giustizia, ma
d'una giustizia così facile, così naturale! alcune forse, pur troppo,
d'invidia di codesta vostra sciagurata potenza, di codesta, fino ad
oggi, deplorabile sicurezza d'animo. Ma quando voi stesso sorgerete a
condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso, allora! allora Dio
sarà glorificato! E voi domandate cosa Dio possa far di voi? Chi son
io pover'uomo, che sappia dirvi fin d'ora che profitto possa ricavar
da voi un tal Signore? cosa possa fare di codesta volontà impetuosa,
di codesta imperturbata costanza, quando l'abbia animata, infiammata
d'amore, di speranza, di pentimento? Chi siete voi, pover'uomo, che vi
pensiate d'aver saputo da voi immaginare e fare cose più grandi nel
male, che Dio non possa farvene volere e operare nel bene? Cosa può Dio
far di voi? E perdonarvi? e farvi salvo? e compire in voi l'opera della
redenzione? Non son cose magnifiche e degne di Lui? Oh pensate! se io
omiciattolo, io miserabile, e pur così pieno di me stesso, io qual mi
sono, mi struggo ora tanto della vostra salute, che per essa darei con
gaudio (Egli m'è testimonio) questi pochi giorni che mi rimangono; oh
pensate! quanta, quale debba essere la carità di Colui che m'infonde
questa così imperfetta, ma così viva; come vi ami, come vi voglia
Quello che mi comanda e m'ispira un amore per voi che mi divora!»

[Illustrazione: «Monsignore aspetta vossignoria».... (pag. 326)]

A misura che queste parole uscivan dal suo labbro, il volto, lo
sguardo, ogni moto ne spirava il senso. La faccia del suo ascoltatore,
di stravolta e convulsa, si fece da principio attonita e intenta; poi
si compose a una commozione più profonda e meno angosciosa; i suoi
occhi, che dall'infanzia più non conoscevan le lacrime, si gonfiarono;
quando le parole furon cessate, si coprì il viso con le mani, e diede
in un dirotto pianto, che fu come l'ultima e più chiara risposta.

«Dio grande e buono!» esclamò Federigo, alzando gli occhi e le mani al
cielo: «che ho mai fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perchè
Voi mi chiamaste a questo convito di grazia, perchè mi faceste degno
d'assistere a un sì giocondo prodigio!» Così dicendo, stese la mano a
prender quella dell'innominato.

«No!» gridò questo, «no! lontano, lontano da me voi: non lordate quella
mano innocente e benefica. Non sapete tutto ciò che ha fatto questa che
volete stringere.»

«Lasciate,» disse Federigo, prendendola con amorevole violenza,
«lasciate ch'io stringa codesta mano che riparerà tanti torti, che
spargerà tante beneficenze, che solleverà tanti afflitti, che si
stenderà disarmata, pacifica, umile a tanti nemici.»

«È troppo!» disse, singhiozzando, l'innominato. «Lasciatemi,
monsignore; buon Federigo, lasciatemi. Un popolo affollato v'aspetta;
tant'anime buone, tant'innocenti, tanti venuti da lontano, per vedervi
una volta, per sentirvi: e voi vi trattenete.... con chi!»

«Lasciamo le novantanove pecorelle,» rispose il cardinale: «sono in
sicuro sul monte: io voglio ora stare con quella ch'era smarrita.
Quell'anime son forse ora ben più contente, che di vedere questo
povero vescovo. Forse Dio, che ha operato in voi il prodigio della
misericordia, diffonde in esse una gioia di cui non sentono ancora
la cagione. Quel popolo è forse unito a noi senza saperlo: forse lo
Spirito mette ne' loro cuori un ardore indistinto di carità, una
preghiera ch'esaudisce per voi, un rendimento di grazie di cui voi
siete l'oggetto non ancor conosciuto.» Così dicendo, stese le braccia
al collo dell'innominato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e
resistito un momento, cedette, come vinto da quell'impeto di carità,
abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull'omero di lui il suo
volto tremante e mutato. Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora
incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo stringevano
affettuosamente quelle membra, premevano quella casacca, avvezza a
portar l'armi della violenza e del tradimento.

L'innominato, sciogliendosi da quell'abbraccio, si coprì di nuovo
gli occhi con una mano, e, alzando insieme la faccia, esclamò: «Dio
veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo
chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso;
eppure....! eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale
non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita!»

«È un saggio,» disse Federigo, «che Dio vi da per cattivarvi al suo
servizio, per animarvi ad entrar risolutamente nella nuova vita in cui
avrete tanto da disfare, tanto da riparare, tanto da piangere!»

«Me sventurato!» esclamò il signore, «quante, quante.... cose, le quali
non potrò se non piangere! Ma almeno ne ho d'intraprese, d'appena
avviate, che posso, se non altro, rompere a mezzo: una ne ho, che posso
romper subito, disfare, riparare.»

Federigo si mise in attenzione; e l'innominato raccontò brevemente,
ma con parole d'esecrazione anche più forti di quelle che abbiamo
adoprato noi, la prepotenza fatta a Lucia, i terrori, i patimenti della
poverina, e come aveva implorato, e la smania che quell'implorare aveva
messa addosso a lui, e come essa era ancor nel castello....

«Ah, non perdiam tempo!» esclamò Federigo, ansante di pietà e di
sollecitudine. «Beato voi! Questo è pegno del perdono di Dio! far
che possiate diventare strumento di salvezza a chi volevate esser di
rovina. Dio vi benedica! Dio v'ha benedetto! Sapete di dove sia questa
povera nostra travagliata?»

Il signore nominò il paese di Lucia.

«Non è lontano di qui,» disse il cardinale: «lodato sia Dio; e
probabilmente....» Così dicendo, corse a un tavolino, e scosse un
campanello. E subito entrò con ansietà il cappellano crocifero,
e per la prima cosa, guardò l'innominato; e vista quella faccia
mutata, e quegli occhi rossi di pianto, guardò il cardinale; e sotto
quell'inalterabile compostezza, scorgendogli in volto come un grave
contento, e una premura quasi impaziente, era per rimanere estatico
con la bocca aperta, se il cardinale non l'avesse subito svegliato da
quella contemplazione, domandandogli se, tra i parrochi radunati lì, si
trovasse quello di ***.

«C'è, monsignore illustrissimo,» rispose il cappellano.

«Fatelo venir subito,» disse Federigo, «e con lui il parroco qui della
chiesa.»

Il cappellano uscì, e andò nella stanza dov'eran que' preti riuniti:
tutti gli occhi si rivolsero a lui. Lui, con la bocca tuttavia aperta,
col viso ancor tutto dipinto di quell'estasi, alzando le mani, e
movendole per aria, disse: «signori! signori! _haec mutatio dexterae
Excelsi_.» E stette un momento senza dir altro. Poi, ripreso il tono
e la voce della carica, soggiunse: «sua signoria illustrissima e
reverendissima vuole il signor curato della parrocchia, e il signor
curato di ***.»

Il primo chiamato venne subito avanti, e nello stesso tempo, uscì
di mezzo alla folla un: «io?» strascicato, con un'intonazione di
maraviglia.

«Non è lei il signor curato di ***?» riprese il cappellano.

«Per l'appunto; ma....»

«Sua signoria illustrissima e reverendissima vuol lei.»

«Me?» disse ancora quella voce, significando chiaramente in quel
monosillabo: come ci posso entrar io? Ma questa volta, insieme con
la voce, venne fuori l'uomo, don Abbondio in persona, con un passo
forzato, e con un viso tra l'attonito e il disgustato. Il cappellano
gli fece un cenno con la mano, che voleva dire: a noi; andiamo; ci
vuol tanto? E precedendo i due curati, andò all'uscio, l'aprì, e
gl'introdusse.

Il cardinale lasciò andar la mano dell'innominato, col quale intanto
aveva concertato quello che dovevan fare; si discostò un poco, e chiamò
con un cenno il curato della chiesa. Gli disse in succinto di che si
trattava; e se saprebbe trovar subito una buona donna che volesse
andare in una lettiga al castello, a prender Lucia: una donna di cuore
e di testa, da sapersi ben governare in una spedizione così nuova,
e usar le maniere più a proposito, trovar le parole più adattate,
a rincorare, a tranquillizzare quella poverina, a cui, dopo tante
angosce, e in tanto turbamento, la liberazione stessa poteva metter
nell'animo una nuova confusione. Pensato un momento, il curato disse
che aveva la persona a proposito, e uscì. Il cardinale chiamò con
un altro cenno il cappellano, al quale ordinò che facesse preparare
subito la lettiga e i lettighieri, e sellare due mule. Uscito anche il
cappellano, si voltò a don Abbondio.

Questo, che già gli era vicino, per tenersi lontano da quell'altro
signore, e che intanto dava un'occhiatina di sotto in su ora all'uno
ora all'altro, seguitando a almanaccar tra sè che cosa mai potesse
essere tutto quel rigirio, s'accostò di più, fece una riverenza, e
disse: «m'hanno significato che vossignoria illustrissima mi voleva me;
ma io credo che abbiano sbagliato.»

«Non hanno sbagliato,» rispose Federigo: «ho una buona nuova da darvi,
e un consolante, un soavissimo incarico. Una vostra parrocchiana, che
avrete pianta per ismarrita, Lucia Mondella, è ritrovata, è qui vicino,
in casa di questo mio caro amico; e voi anderete ora con lui, e con una
donna che il signor curato di qui è andato a cercare, anderete, dico, a
prendere quella vostra creatura, e l'accompagnerete qui.»

Don Abbondio fece di tutto per nascondere la noia, che dico? l'affanno
e l'amaritudine che gli dava una tale proposta, o comando che fosse;
e non essendo più a tempo a sciogliere e a scomporre un versaccio già
formato sulla sua faccia, lo nascose, chinando profondamente la testa,
in segno d'ubbidienza. E non l'alzò che per fare un altro profondo
inchino all'innominato, con un'occhiata pietosa che diceva: sono nelle
vostre mani: abbiate misericordia: _parcere subjectis_.

Gli domandò poi il cardinale, che parenti avesse Lucia.

«Di stretti, e con cui viva, o vivesse, non ha che la madre,» rispose
don Abbondio.

«E questa si trova al suo paese?»

«Monsignor, sì.»

«Giacchè,» riprese Federigo, «quella povera giovine non potrà esser
così presto restituita a casa sua, le sarà una gran consolazione di
veder subito la madre: quindi, se il signor curato di qui non torna
prima ch'io vada in chiesa, fatemi voi il piacere di dirgli che trovi
un baroccio o una cavalcatura e spedisca un uomo di giudizio a cercar
quella donna, per condurla qui.»

«E se andassi io?» disse don Abbondio.

«No, no, voi: v'ho già pregato d'altro,» rispose il cardinale.

«Dicevo,» replicò don Abbondio, «per disporre quella povera madre. È
una donna molto sensitiva; e ci vuole uno che la conosca, e la sappia
prendere per il suo verso, per non farle male in vece di bene.»

«E per questo, vi prego d'avvertire il signor curato che scelga un
uomo di proposito: voi siete molto più necessario altrove,» rispose il
cardinale. E avrebbe voluto dire: quella povera giovine ha molto più
bisogno di veder subito una faccia conosciuta, una persona sicura, in
quel castello, dopo tant'ore di spasimo, e in una terribile oscurità
dell'avvenire. Ma questa non era ragione da dirsi così chiaramente
davanti a quel terzo. Parve però strano al cardinale che don Abbondio
non l'avesse intesa per aria, anzi pensata da sè; e così fuor di luogo
gli parve la proposta e l'insistenza, che pensò doverci esser sotto
qualche cosa. Lo guardò in viso, e vi scoprì facilmente la paura di
viaggiare con quell'uomo tremendo, d'andare in quella casa, anche per
pochi momenti. Volendo quindi dissipare affatto quell'ombre codarde,
e non piacendogli di tirare in disparte il curato e di bisbigliar con
lui in segreto, mentre il suo nuovo amico era lì in terzo, pensò che il
mezzo più opportuno era di far ciò che avrebbe fatto anche senza questo
motivo, parlare all'innominato medesimo; e dalle sue risposte don
Abbondio intenderebbe finalmente che quello non era più uomo da averne
paura. S'avvicinò dunque all'innominato, e con quell'aria di spontanea
confidenza, che si trova in una nuova e potente affezione, come in
un'antica intrinsichezza, «non crediate,» gli disse, «ch'io mi contenti
di questa visita per oggi. Voi tornerete, n'è vero? in compagnia di
questo ecclesiastico dabbene?»

«S'io tornerò?» rispose l'innominato: «quando voi mi rifiutaste,
rimarrei ostinato alla vostra porta, come il povero. Ho bisogno di
parlarvi! ho bisogno di sentirvi, di vedervi! ho bisogno di voi!»

Federigo gli prese la mano, gliela strinse, e disse: «favorirete dunque
di restare a desinare con noi. V'aspetto. Intanto, io vo a pregare,
e a render grazie col popolo; e voi a cogliere i primi frutti della
misericordia.»

Don Abbondio, a quelle dimostrazioni, stava come un ragazzo pauroso,
che veda uno accarezzar con sicurezza un suo cagnaccio grosso,
rabbuffato, con gli occhi rossi, con un nomaccio famoso per morsi e per
ispaventi, e senta dire al padrone che il suo cane è un buon bestione,
quieto, quieto: guarda il padrone, e non contraddice nè approva; guarda
il cane e non ardisce accostarglisi, per timore che il buon bestione
non gli mostri i denti, fosse anche per fargli le feste; non ardisce
allontanarsi, per non farsi scorgere; e dice in cuor suo: oh se fossi a
casa mia!

Al cardinale, che s'era mosso per uscire, tenendo sempre per la mano e
conducendo seco l'innominato, diede di nuovo nell'occhio il pover'uomo,
che rimaneva indietro, mortificato, malcontento, facendo il muso senza
volerlo. E pensando che forse quel dispiacere gli potesse anche venire
dal parergli d'esser trascurato, e come lasciato in un canto, tanto più
in paragone d'un facinoroso così ben accolto, così accarezzato, se gli
voltò nel passare, si fermò un momento, e con un sorriso amorevole, gli
disse: «signor curato, voi siete sempre con me nella casa del nostro
buon Padre; ma questo.... questo _perierat, et inventus est_.»

«Oh quanto me ne rallegro!» disse don Abbondio, facendo una gran
riverenza a tutt'e due in comune.

L'arcivescovo andò avanti, spinse l'uscio, che fu subito spalancato
di fuori da due servitori, che stavano uno di qua e uno di là: e la
mirabile coppia apparve agli sguardi bramosi del clero raccolto nella
stanza. Si videro que' due volti sui quali era dipinta una commozione
diversa, ma ugualmente profonda; una tenerezza riconoscente, un'umile
gioia nell'aspetto venerabile di Federigo; in quello dell'innominato,
una confusione temperata di conforto, un nuovo pudore, una compunzione,
dalla quale però traspariva tuttavia il vigore di quella selvaggia
e risentita natura. E si seppe poi, che a più d'uno de' riguardanti
era allora venuto in mente quel detto d'Isaia: _il lupo e l'agnello
andranno ad un pascolo; il leone e il bue mangeranno insieme lo
strame_. Dietro veniva don Abbondio, a cui nessuno badò.

Quando furono nel mezzo della stanza, entrò dall'altra parte
l'aiutante di camera del cardinale, e gli s'accostò, per dirgli che
aveva eseguiti gli ordini comunicatigli dal cappellano; che la lettiga
e le due mule eran preparate, e s'aspettava soltanto la donna che il
curato avrebbe condotta. Il cardinale gli disse che, appena arrivato
questo, lo facesse parlar subito con don Abbondio: e tutto poi fosse
agli ordini di questo e dell'innominato; al quale strinse di nuovo la
mano, in atto di commiato, dicendo: «v'aspetto.» Si voltò a salutar don
Abbondio, e s'avviò dalla parte che conduceva alla chiesa. Il clero gli
andò dietro, tra in folla e in processione: i due compagni di viaggio
rimasero soli nella stanza.

Stava l'innominato tutto raccolto in sè, pensieroso, impaziente che
venisse il momento d'andare a levar di pene e di carcere la sua
Lucia: sua ora in un senso così diverso da quello che lo fosse il
giorno avanti: e il suo viso esprimeva un'agitazione concentrata, che
all'occhio ombroso di don Abbondio poteva facilmente parere qualcosa
di peggio. Lo sogguardava, avrebbe voluto attaccare un discorso
amichevole; ma,--cosa devo dirgli?--pensava:--devo dirgli ancora: mi
rallegro? Mi rallegro di che? che essendo stato finora un demonio, vi
siate finalmente risoluto di diventare un galantuomo come gli altri?
Bel complimento! Eh eh eh! in qualunque maniera io le rigiri, le
congratulazioni non vorrebbero dir altro che questo. E se sarà poi vero
che sia diventato galantuomo: così a un tratto! Delle dimostrazioni se
ne fanno tante a questo mondo, e per tante cagioni! Che so io, alle
volte? E intanto mi tocca a andar con lui! in quel castello! Oh che
storia! che storia! che storia! Chi me l'avesse detto stamattina! Ah,
se posso uscirne a salvamento, m'ha da sentire la signora Perpetua,
d'avermi cacciato qui per forza, quando non c'era necessità, fuor della
mia pieve: e che tutti i parrochi d'intorno accorrevano, anche più
da lontano; e che non bisognava stare indietro; e che questo, e che
quest'altro; e imbarcarmi in un affare di questa sorte! Oh povero me!
Eppure qualcosa bisognerà dirgli a costui.--E pensa e ripensa, aveva
trovato che gli avrebbe potuto dire: non mi sarei mai aspettato questa
fortuna d'incontrarmi in una così rispettabile compagnia; e stava per
aprir bocca, quando entrò l'aiutante di camera, col curato del paese,
il quale annunziò che la donna era pronta nella lettiga; e poi si voltò
a don Abbondio, per ricevere da lui l'altra commissione del cardinale.
Don Abbondio se ne sbrigò come potè, in quella confusione di mente;
e accostatosi poi all'aiutante, gli disse: «mi dia almeno una bestia
quieta; perchè, dico la verità, sono un povero cavalcatore.»

«Si figuri,» rispose l'aiutante, con un mezzo sogghigno: «è la mula del
segretario, che è un letterato.»

«Basta....» replicò don Abbondio, e continuò pensando:--il cielo me la
mandi buona.--

Il signore s'era incamminato di corsa, al primo avviso: arrivato
all'uscio, s'accorse di don Abbondio, ch'era rimasto indietro. Si fermò
ad aspettarlo; e quando questo arrivò frettoloso, in aria di chieder
perdono, l'inchinò, e lo fece passare avanti, con un atto cortese e
umile: cosa che raccomodò alquanto lo stomaco al povero tribolato. Ma
appena messo piede nel cortiletto, vide un'altra novità che gli guastò
quella poca consolazione; vide l'innominato andar verso un canto,
prender per la canna, con una mano, la sua carabina, poi per la cigna
con l'altra, e, con un movimento spedito, come se facesse l'esercizio,
mettersela ad armacollo.

--Ohi! ohi! ohi!--pensò don Abbondio:--cosa vuol farne di
quell'ordigno, costui? Bel cilizio, bella disciplina da convertito! E
se gli salta qualche grillo? Oh che spedizione! oh che spedizione!--

Se quel signore avesse potuto appena sospettare che razza di
pensieri passavano per la testa al suo compagno, non si può dire
cosa avrebbe fatto per rassicurarlo; ma era lontano le mille miglia
da un tal sospetto; e don Abbondio stava attento a non far nessun
atto che significasse chiaramente: non mi fido di vossignoria.
Arrivati all'uscio di strada, trovarono le due cavalcature in ordine:
l'innominato saltò su quella che gli fu presentata da un palafreniere.

«Vizi non ne ha?» disse all'aiutante di camera don Abbondio, rimettendo
in terra il piede, che aveva già alzato verso la staffa.

«Vada pur su di buon animo: è un agnello.» Don Abbondio, arrampicandosi
alla sella, sorretto dall'aiutante, su, su, su, è a cavallo.

La lettiga, ch'era innanzi qualche passo, portata da due mule, si
mosse, a una voce del lettighiero; e la comitiva partì.

Si doveva passar davanti alla chiesa piena zeppa di popolo, per una
piazzetta piena anch'essa d'altro popolo del paese e forestieri, che
non avevan potuto entrare in quella. Già la gran nuova era corsa; e
all'apparir della comitiva, all'apparir di quell'uomo, oggetto ancor
poche ore prima di terrore e d'esecrazione, ora di lieta maraviglia,
s'alzò nella folla un mormorío quasi d'applauso; e facendo largo, si
faceva insieme alle spinte, per vederlo da vicino. La lettiga passò,
l'innominato passò; e davanti alla porta spalancata della chiesa,
si levò il cappello, e chinò quella fronte tanto temuta, fin sulla
criniera della mula, tra il susurro di cento voci che dicevano: Dio
la benedica! Don Abbondio si levò anche lui il cappello, si chinò,
si raccomandò al cielo; ma sentendo il concerto solenne de' suoi
confratelli che cantavano a distesa, provò un'invidia, una mesta
tenerezza, un accoramento tale, che durò fatica a tener le lacrime.

Fuori poi dell'abitato, nell'aperta campagna, negli andirivieni
talvolta affatto deserti della strada, un velo più nero si stese sui
suoi pensieri. Altro oggetto non aveva su cui riposar con fiducia
lo sguardo, che il lettighiero, il quale, essendo al servizio del
cardinale, doveva essere certamente un uomo dabbene, e insieme non
aveva aria d'imbelle. Ogni tanto, comparivano viandanti, anche a
comitive, che accorrevano per vedere il cardinale; ed era un ristoro
per don Abbondio; ma passeggiare, ma s'andava verso quella valle
tremenda, dove non s'incontrerebbe che sudditi dell'amico: e che
sudditi! Con l'amico avrebbe desiderato ora più che mai d'entrare in
discorso, tanto per tastarlo sempre più, come per tenerlo in buona; ma
vedendolo così soprappensiero, gliene passava la voglia. Dovette dunque
parlar con sè stesso; ed ecco una parte di ciò che il pover'uomo si
disse in quel tragitto: chè, a scriver tutto, ci sarebbe da farne un
libro.

--È un gran dire che tanto i santi come i birboni gli abbiano a aver
l'argento vivo addosso, e non si contentino d'esser sempre in moto
loro, ma voglian tirare in ballo, se potessero, tutto il genere umano;
e che i più faccendoni mi devan proprio venire a cercar me, che non
cerco nessuno, e tirarmi per i capelli ne' loro affari: io che non
chiedo altro che d'esser lasciato vivere! Quel matto birbone di don
Rodrigo! Cosa gli mancherebbe per esser l'uomo il più felice di questo
mondo, se avesse appena un pochino di giudizio? Lui ricco, lui giovine,
lui rispettato, lui corteggiato: gli dà noia il bene stare; e bisogna
che vada accattando guai per sè e per gli altri. Potrebbe far l'arte di
Michelaccio; no, signore: vuol fare il mestiere di molestar le femmine:
il più pazzo, il più ladro, il più arrabbiato mestiere di questo mondo;
potrebbe andare in paradiso in carrozza, e vuoi andare a casa del
diavolo a piè zoppo. E costui!....--E qui lo guardava, come se avesse
sospetto che quel costui sentisse i suoi pensieri,--costui, dopo aver
messo sottosopra il mondo con le scelleratezze, ora lo mette sottosopra
con la conversione.... se sarà vero. Intanto tocca a me a farne
l'esperienza!.... È finita: quando son nati con quella smania in corpo,
bisogna che faccian sempre fracasso. Ci vuol tanto a fare il galantuomo
tutta la vita, com'ho fatt'io? No, signore: si deve squartare,
ammazzare, fare il diavolo.... oh povero me!... e poi uno scompiglio,
anche per far penitenza. La penitenza, quando s'ha buona volontà,
si può farla a casa sua, quietamente, senza tant'apparato, senza
dar tant'incomodo al prossimo. E sua signoria illustrissima, subito
subito, a braccia aperte, caro amico, amico caro; stare a tutto quel
che gli dice costui, come se l'avesse visto far miracoli; e prendere
addirittura una risoluzione, mettercisi dentro con le mani e co' piedi,
presto di qua, presto di là: a casa mia si chiama precipitazione.
E senza avere una minima caparra, dargli in mano un povero curato!
questo si chiama giocare un uomo a pari e caffo. Un vescovo santo,
com'è lui, de' curati dovrebbe esserne geloso, come della pupilla degli
occhi suoi. Un pochino di flemma, un pochino di prudenza, un pochino
di carità, mi pare che possa stare anche con la santità..... E se
fosse tutto un'apparenza? Chi può conoscer tutti i fini degli uomini?
e dico degli uomini come costui? A pensare che mi tocca a andar con
lui, a casa sua! Ci può esser sotto qualche diavolo: oh povero me! è
meglio non ci pensare. Che imbroglio è questo di Lucia? Che ci fosse
un'intesa con don Rodrigo? che gente! ma almeno la cosa sarebbe chiara.
Ma come l'ha avuta nell'unghie costui? Chi lo sa? È tutto un segreto
con monsignore: e a me che mi fanno trottare in questa maniera, non si
dice nulla. Io non mi curo di sapere i fatti degli altri; ma quando
uno ci ha a metter la pelle, ha anche ragione di sapere. Se fosse
proprio per andare a prendere quella povera creatura, pazienza! Benchè,
poteva ben condurla con sè addirittura. E poi, se è così convertito,
se è diventato un santo padre, che bisogno c'era di me? Oh che caos!
Basta; voglia il cielo che la sia così: sarà stato un incomodo grosso,
ma pazienza! Sarò contento anche per quella povera Lucia: anche lei
deve averla scampata grossa; sa il cielo cos'ha patito: la compatisco;
ma è nata per la mia rovina.... Almeno potessi vedergli proprio in
cuore a costui, come la pensa. Chi lo può conoscere? Ecco lì, ora pare
sant'Antonio nel deserto; ora pare Oloferne in persona. Oh povero me!
povero me! Basta: il cielo è in obbligo d'aiutarmi, perchè non mi ci
son messo io di mio capriccio.--

Infatti, sul volto dell'innominato si vedevano, per dir così, passare
i pensieri, come, in un'ora burrascosa, le nuvole trascorrono dinanzi
alla faccia del sole, alternando ogni momento una luce arrabbiata e
un freddo buio. L'animo, ancor tutto inebriato dalle soavi parole di
Federigo, e come rifatto e ringiovanito nella nuova vita, s'elevava a
quell'idee di misericordia, di perdono e d'amore; poi ricadeva sotto
il peso del terribile passato. Correva con ansietà a cercare quali
fossero le iniquità riparabili, cosa si potesse troncare a mezzo, quali
i rimedi più espedienti e più sicuri, come scioglier tanti nodi, che
fare di tanti complici: era uno sbalordimento a pensarci. A quella
stessa spedizione, ch'era la più facile e così vicina al termine,
andava con un'impazienza mista d'angoscia, pensando che intanto quella
creatura pativa, Dio sa quanto, e che lui, il quale pure si struggeva
di liberarla, era lui che la teneva intanto a patire. Dove c'eran due
strade, il lettighiero si voltava, per saper quale dovesse prendere:
l'innominato gliel'indicava con la mano, e insieme accennava di far
presto.

Entrano nella valle. Come stava allora il povero don Abbondio! Quella
valle famosa, della quale aveva sentito raccontar tante storie
orribili, esserci dentro: que' famosi uomini, il fiore della bravería
d'Italia, quegli uomini senza paura e senza misericordia, vederli in
carne e in ossa, incontrarne uno o due o tre a ogni voltata di strada.
Si chinavano sommessamente al signore; ma certi visi abbronzati!
certi baffi irti! certi occhiacci, che a don Abbondio pareva che
volessero dire: fargli la festa a quel prete? A segno che, in un
punto di somma costernazione, gli venne detto tra sè:--gli avessi
maritati! non mi poteva accader di peggio.--Intanto s'andava avanti
per un sentiero sassoso, lungo il torrente: al di là quel prospetto di
balze aspre, scure, disabitate; al di qua quella popolazione da far
parer desiderabile ogni deserto: Dante non istava peggio nel mezzo di
Malebolge.

Passan davanti la Malanotte; bravacci sull'uscio, inchini al signore,
occhiate al suo compagno e alla lettiga. Coloro non sapevan cosa si
pensare: già la partenza dell'innominato solo, la mattina, aveva
dello straordinario; il ritorno non lo era meno. Era una preda che
conduceva? E come l'aveva fatta da sè? E come una lettiga forestiera? E
di chi poteva esser quella livrea? Guardavano, guardavano, ma nessuno
si moveva, perchè questo era l'ordine che il padrone dava loro con
dell'occhiate.

Fanno la salita, sono in cima. I bravi che si trovan sulla spianata
e sulla porta, si ritirano di qua e di là, per lasciare il passo
libero: l'innominato fa segno che non si movan di più; sprona, e passa
davanti alla lettiga; accenna al lettighiero e a don Abbondio che lo
seguano; entra in un primo cortile, da quello in un secondo; va verso
un usciolino, fa stare indietro con un gesto un bravo che accorreva per
tenergli la staffa, e gli dice: «tu sta costì, e non venga nessuno.»
Smonta, lega in fretta la mula a un'inferriata, va alla lettiga,
s'accosta alla donna, che aveva tirata la tendina, e le dice sottovoce:
«consolatela subito; fatele subito capire che è libera, in mano
d'amici. Dio ve ne renderà merito.» Poi fa cenno al lettighiero, che
apra; poi s'avvicina a don Abbondio, e, con un sembiante così sereno
come questo non gliel aveva ancor visto, nè credeva che lo potesse
avere, con dipintavi la gioia dell'opera buona che finalmente stava
per compire, gli dice, ancora sottovoce: «signor curato, non le chiedo
scusa dell'incomodo che ha per cagion mia: lei lo fa per Uno che paga
bene, e per questa sua poverina.» Ciò detto, prende con una mano il
morso, con l'altra la staffa, per aiutar don Abbondio a scendere.

Quel volto, quelle parole, quell'atto, gli avevan dato la vita. Mise
un sospiro, che da un'ora gli s'aggirava dentro, senza mai trovar
l'uscita; si chinò verso l'innominato, rispose a voce bassa bassa:
«le pare? Ma, ma, ma, ma,...!» e sdrucciolò alla meglio dalla sua
cavalcatura. L'innominato legò anche quella, e detto al lettighiero
che stesse lì a aspettare, si levò una chiave di tasca, aprì l'uscio,
entrò, fece entrare il curato e la donna, s'avviò davanti a loro alla
scaletta; e tutt'e tre salirono in silenzio.




                            CAPITOLO XXIV.


Lucia s'era risentita da poco tempo; e di quel tempo una parte aveva
penato a svegliarsi affatto, a separar le torbide visioni del sonno
dalle memorie e dall'immagini di quella realtà troppo somigliante a
una funesta visione d'infermo inferno. La vecchia le si era subito
avvicinata, e, con quella voce forzatamente umile, le aveva detto: «ah!
avete dormito? Avreste potuto dormire in letto: ve l'ho pur detto tante
volte ier sera.» E non ricevendo risposta, aveva continuato, sempre
con un tono di supplicazione stizzosa: «mangiate una volta: abbiate
giudizio. Uh come siete brutta! Avete bisogno di mangiare. E poi se,
quando torna, la piglia con me?»

«No, no; voglio andar via, voglio andar da mia madre. Il padrone me
l'ha promesso, ha detto: domattina. Dov'è il padrone?»

«È uscito; m'ha detto che tornerà presto, e che farà tutto quel che
volete.»

«Ha detto così? ha detto così? Ebbene; io voglio andar da mia madre;
subito, subito.»

Ed ecco si sente un calpestío nella stanza vicina; poi un picchio
all'uscio. La vecchia accorre, domanda: «chi è?»

«Apri,» risponde sommessamente la nota voce. La vecchia tira il
paletto; l'innominato, spingendo leggermente i battenti, fa un po'
di spiraglio: ordina alla vecchia di venir fuori, fa entrar subito
don Abbondio con la buona donna. Socchiude poi di nuovo l'uscio, si
ferma dietro a quello, e manda la vecchia in una parte lontana del
castellaccio; come aveva già mandata via anche l'altra donna che stava
fuori, di guardia.

Tutto questo movimento, quel punto d'aspetto, il primo apparire di
persone nuove, cagionarono un soprassalto d'agitazione a Lucia, alla
quale, se lo stato presente era intollerabile, ogni cambiamento però
era motivo di sospetto e di nuovo spavento. Guardò, vide un prete, una
donna; si rincorò alquanto: guarda più attenta: è lui, o non è lui?
Riconosce don Abbondio, e rimane con gli occhi fissi, come incantata.
La donna, andatale vicino, si chinò sopra di lei, e, guardandola
pietosamente, prendendole le mani, come per accarezzarla e alzarla a un
tempo, le disse: «oh poverina! venite, venite con noi.»

«Chi siete?» le domandò Lucia; ma, senza aspettar la risposta, si voltò
ancora a don Abbondio, che s'era trattenuto discosto due passi, con un
viso, anche lui, tutto compassionevole; lo fissò di nuovo, e esclamò:
«lei! è lei? il signor curato? Dove siamo?... Oh povera me! son fuori
di sentimento!»

«No, no,» rispose don Abbondio: «son io davvero: fatevi coraggio.
Vedete? siam qui per condurvi via. Son proprio il vostro curato, venuto
qui apposta, a cavallo....»

Lucia, come riacquistate in un tratto tutte le sue forze, si rizzò
precipitosamente; poi fissò ancora lo sguardo su que' due visi, e
disse: «è dunque la Madonna che vi ha mandati.»

«Io credo di sì,» disse la buona donna.

«Ma possiamo andar via, possiamo andar via davvero?» riprese Lucia,
abbassando la voce, e con uno sguardo timido e sospettoso. «E tutta
quella gente...?» continuò, con le labbra contratte e tremanti di
spavento e d'orrore: «e quel signore...! quell'uomo...! Già, me l'aveva
promesso....»

«È qui anche lui in persona, venuto apposta con noi,» disse don
Abbondio: «è qui fuori che aspetta. Andiamo presto; non lo facciamo
aspettare, un par suo.»

Allora, quello di cui si parlava, spinse l'uscio, e si fece vedere;
Lucia, che poco prima lo desiderava, anzi, non avendo speranza in
altra cosa del mondo, non desiderava che lui, ora, dopo aver veduti
visi, e sentite voci amiche, non potè reprimere un subitaneo ribrezzo;
si riscosse, ritenne il respiro, si strinse alla buona donna, e le
nascose il viso in seno. L'innominato, alla vista di quell'aspetto sul
quale già la sera avanti non aveva potuto tener fermo lo sguardo, di
quell'aspetto reso ora più squallido, sbattuto, affannato dal patire
prolungato e dal digiuno, era rimasto lì fermo, quasi sull'uscio; nel
veder poi quell'atto di terrore, abbassò gli occhi, stette ancora un
momento immobile e muto; indi rispondendo a ciò che la poverina non
aveva detto, «è vero,» esclamò: «perdonatemi!»

«Viene a liberarvi; non è più quello; è diventato buono: sentite che vi
chiede perdono?» diceva la buona donna all'orecchio di Lucia.

«Si può dir di più? Via, su quella testa; non fate la bambina; che
possiamo andar presto,» le diceva don Abbondio. Lucia alzò la testa,
guardò l'innominato, e, vedendo bassa quella fronte, atterrato e
confuso quello sguardo, presa da un misto sentimento di conforto, di
riconoscenza e di pietà, disse: «oh, il mio signore! Dio le renda
merito della sua misericordia!»

«E a voi, cento volte, il bene che mi fanno codeste vostre parole.»

Così detto, si voltò, andò verso l'uscio, e uscì il primo. Lucia, tutta
rianimata, con la donna che le dava braccio, gli andò dietro; don
Abbondio in coda. Scesero la scala, arrivarono all'uscio che metteva
nel cortile. L'innominato lo spalancò, andò alla lettiga, aprì lo
sportello, e, con una certa gentilezza quasi timida (due cose nuove
in lui) sorreggendo il braccio di Lucia, l'aiutò ad entrarvi, poi la
buona donna. Slegò quindi la mula di don Abbondio, e l'aiutò anche lui
a montare.

«Oh che degnazione!» disse questo; e montò molto più lesto che non
avesse fatto la prima volta. La comitiva si mosse quando l'innominato
fu anche lui a cavallo. La sua fronte s'era rialzata; lo sguardo aveva
ripreso la solita espressione d'impero. I bravi che incontrava, vedevan
bene sul suo viso i segni d'un forte pensiero, d'una preoccupazione
straordinaria; ma non capivano, nè potevan capire più in là. Al
castello, non si sapeva ancor nulla della gran mutazione di quell'uomo;
e per congettura, certo, nessun di coloro vi sarebbe arrivato.

La buona donna aveva subito tirate le tendine della lettiga: prese
poi affettuosamente le mani di Lucia, s'era messa a confortarla, con
parole di pietà, di congratulazione e di tenerezza. E vedendo come,
oltre la fatica di tanto travaglio sofferto, la confusione e l'oscurità
degli avvenimenti impedivano alla poverina di sentir pienamente la
contentezza della sua liberazione, le disse quanto poteva trovar di più
atto a distrigare, a ravviare, per dir così, i suoi poveri pensieri. Le
nominò il paese dove andavano.

«Sì?» disse Lucia, la qual sapeva ch'era poco discosto da suo. «Ah
Madonna santissima, vi ringrazio! Mia madre! mia madre!»

«La manderemo a cercar subito,» disse la buona donna, la quale non
sapeva che la cosa era già fatta.

«Sì, sì; che Dio ve ne renda merito.... E voi, chi siete? Come siete
venuta....»

«M'ha mandata il nostro curato,» disse la buona donna: «perchè questo
signore, Dio gli ha toccato il cuore (sia benedetto!), ed è venuto
al nostro paese, per parlare al signor cardinale arcivescovo (che
l'abbiamo là in visita, quel sant'uomo), e s'è pentito de' suoi
peccatacci, e vuoi mutar vita; e ha detto al cardinale che aveva fatta
rubare una povera innocente, che siete voi, d'intesa con un altro senza
timor di Dio, che il curato non m'ha detto chi possa essere.»

Lucia alzò gli occhi al cielo.

«Lo saprete forse voi,» continuò la buona donna: «basta; dunque il
signor cardinale ha pensato che, trattandosi d'una giovine, ci voleva
una donna per venire in compagnia, e ha detto al curato che ne cercasse
una; e il curato, per sua bontà, è venuto da me....»

«Oh! il Signore vi ricompensi della vostra carità!»

«Che dite mai, la mia povera giovine? E m'ha detto il signor curato,
che vi facessi coraggio, e cercassi di sollevarvi subito, e farvi
intendere come il Signore v'ha salvata miracolosamente....»

«Ah sì! proprio miracolosamente; per intercession della Madonna.»

«Dunque, che stiate di buon animo, e perdonare a chi v'ha fatto del
male, e esser contenta che Dio gli abbia usata misericordia, anzi
pregare per lui; chè, oltre all'acquistarne merito, vi sentirete anche
allargare il cuore.»

Lucia rispose con uno sguardo che diceva di sì, tanto chiaro come
avrebbero potuto far le parole, e con una dolcezza che le parole non
avrebbero saputa esprimere.

«Brava giovine!» riprese la donna: «e trovandosi al nostro paese anche
il vostro curato (che ce n'è tanti tanti, di tutto il contorno, da
mettere insieme quattro ufizi generali), ha pensato il signor cardinale
di mandarlo anche lui in compagnia; ma è stato di poco aiuto. Già
l'avevo sentito dire ch'era un uomo da poco; ma in quest'occasione, ho
dovuto proprio vedere che è più impicciato che un pulcin nella stoppa.»

«E questo....» domandò Lucia, «questo che è diventato buono.... chi è?»

«Come! non lo sapete?» disse la buona donna, e lo nominò.

«Oh misericordia!» esclamò Lucia. Quel nome, quante volte l'aveva
sentito ripetere con orrore in più d'una storia, in cui figurava sempre
come in altre storie quello dell'orco! E ora, al pensiero d'essere
stata nel suo terribil potere, e d'essere sotto la sua guardia pietosa;
al pensiero d'una così orrenda sciagura, e d'una così improvvisa
redenzione; a considerare di chi era quel viso che aveva veduto
burbero, poi commosso, poi umiliato, rimaneva come estatica, dicendo
solo, ogni poco: «oh misericordia!»

«È una gran misericordia davvero!» diceva la buona donna: «dev'essere
un gran sollievo per mezzo mondo. A pensare quanta gente teneva
sottosopra; e ora, come m'ha detto il nostro curato.... e poi, solo
a guardarlo in viso, è diventato un santo! E poi si vedon subito le
opere.»

Dire che questa buona donna non provasse molta curiosità di conoscere
un po' più distintamente la grand'avventura nella quale si trovava a
fare una parte, non sarebbe la verità. Ma bisogna dire a sua gloria
che, compresa d'una pietà rispettosa per Lucia, sentendo in certo modo
la gravità e la dignità dell'incarico che le era stato affidato, non
pensò neppure a farle una domanda indiscreta, nè oziosa: tutte le sue
parole, in quel tragitto, furono di conforto e di premura per la povera
giovine.

«Dio sa quant'è che non avete mangiato!»

«Non me ne ricordo più.... Da un pezzo.»

«Poverina! Avrete bisogno di ristorarvi.»

«Sì,» rispose Lucia con voce fioca.

«A casa mia, grazie a Dio, troveremo subito qualcosa. Fatevi coraggio,
che ormai c'è poco.»

Lucia si lasciava poi cader languida sul fondo della lettiga, come
assopita; e allora la buona donna la lasciava in riposo.

Per don Abbondio questo ritorno non era certo così angoscioso come
l'andata di poco prima; ma non fu neppur esso un viaggio di piacere.
Al cessar di quella pauraccia, s'era da principio sentito tutto
scarico, ma ben presto cominciarono a spuntargli in cuore cent'altri
dispiaceri; come, quand'è stato sbarbato un grand'albero, il terreno
rimane sgombro per qualche tempo, ma poi si copre tutto d'erbacce.
Era diventato più sensibile a tutto il resto; e tanto nel presente,
quanto ne' pensieri dell'avvenire, non gli mancava pur troppo materia
di tormentarsi. Sentiva ora, molto più che nell'andare, l'incomodo di
quel modo di viaggiare, al quale non era molto avvezzo; e specialmente
sul principio, nella scesa dal castello al fondo della valle. Il
lettighiero, stimolato da' cenni dell'innominato, faceva andar di
buon passo le sue bestie; le due cavalcature andavan dietro dietro,
con lo stesso passo; onde seguiva che, a certi luoghi più ripidi,
il povero don Abbondio, come se fosse messo a leva per di dietro,
tracollava sul davanti, e, per reggersi, doveva appuntellarsi con la
mano all'arcione; e non osava però pregare che s'andasse più adagio, e
dall'altra parte avrebbe voluto esser fuori di quel paese più presto
che fosse possibile. Oltre di ciò, dove la strada era sur un rialto,
sur un ciglione, la mula, secondo l'uso de' pari suoi, pareva che
facesse per dispetto a tener sempre dalla parte di fuori, e a metter
proprio le zampe sull'orlo; e don Abbondio vedeva sotto di sè, quasi
a perpendicolo, un salto, o come pensava lui, un precipizio.--Anche
tu,--diceva tra sè alla bestia,--hai quel maledetto gusto d'andare a
cercare i pericoli, quando c'è tanto sentiero!--E tirava la briglia
dall'altra parte; ma inutilmente. Sicchè, al solito, rodendosi di
stizza e di paura, si lasciava condurre a piacere altrui. I bravi non
gli facevan più tanto spavento, ora che sapeva più di certo come la
pensava il padrone.--Ma,--rifletteva però,--se la notizia di questa
gran conversione si sparge qua dentro, intanto che ci siamo ancora,
chi sa come l'intenderanno costoro! Chi sa cosa nasce! Che s'andassero
a immaginare che sia venuto io a fare il missionario! Povero me! mi
martirizzano!--Il cipiglio dell'innominato non gli dava fastidio.--Per
tenere a segno quelle facce lì,--pensava,--non ci vuol meno di questa
qui; lo capisco anch'io; ma perchè deve toccare a me a trovarmi tra
tutti costoro!--

Basta; s'arrivò in fondo alla scesa, e s'uscì finalmente anche dalla
valle. La fronte dell'innominato s'andò spianando. Anche don Abbondio
prese una faccia più naturale, sprigionò alquanto la testa di tra
le spalle, sgranchì le braccia e le gambo, si mise a stare un po'
più sulla vita, che faceva un tutt'altro vedere, mandò più larghi
respiri, e, con animo più riposato, si mise a considerare altri lontani
pericoli.--Cosa dirà quel bestione di don Rodrigo? Rimaner con tanto
di naso a questo modo, col danno e con le beffe, figuriamoci se la gli
deve parere amara. Ora è quando fa il diavolo davvero. Sta a vedere
che se la piglia anche con me, perchè mi son trovato dentro in questa
cerimonia. Se ha avuto cuore fin d'allora di mandare que' due demòni
a farmi una figura di quella sorte sulla strada, ora poi, chi sa cosa
farà! Con sua signoria illustrissima non la può prendere, che è un
pezzo molto più grosso di lui; lì bisognerà rodere il freno. Intanto
il veleno l'avrà in corpo, e sopra qualcheduno lo vorrà sfogare. Come
finiscono queste faccende? I colpi cascano sempre all'ingiù; i cenci
vanno all'aria. Lucia, di ragione, sua signoria illustrissima penserà a
metterla in salvo: quell'altro poveraccio mal capitato è fuor del tiro,
e ha già avuto la sua: ecco che il cencio son diventato io. La sarebbe
barbara, dopo tant'incomodi, dopo tante agitazioni, e senza acquistarne
merito, che ne dovessi portar la pena io. Cosa farà ora sua signoria
illustrissima per difendermi, dopo avermi messo in ballo? Mi può
star mallevadore lui che quel dannato non mi faccia un'azione peggio
della prima? E poi, ha tanti affari per la testa! mette mano a tante
cose! Come si può badare a tutto? Lascian poi alle volte le cose più
imbrogliate di prima. Quelli che fanno il bene, lo fanno all'ingrosso:
quand'hanno provata quella soddisfazione, n'hanno abbastanza, e non
si voglion seccare a star dietro a tutte le conseguenze; ma coloro
che hanno quel gusto di fare il male, ci mettono più diligenza, ci
stanno dietro fino alla fine, non prendon mai requie, perchè hanno
quel canchero che li rode. Devo andar io a dire che son venuto qui per
comando espresso di sua signoria illustrissima, e non di mia volontà?
Parrebbe che volessi tenere dalla parte dell'iniquità. Oh santo cielo!
Dalla parte dell'iniquità io! Per gli spassi che la mi dà! Basta; il
meglio sarà raccontare a Perpetua la cosa com'è; e lascia poi fare a
Perpetua a mandarla in giro. Purchè a monsignore non venga il grillo
di far qualche pubblicità, qualche scena inutile, e mettermici dentro
anche me. A buon conto, appena siamo arrivati, se è uscito di chiesa,
vado a riverirlo in fretta in fretta; se no, lascio le mie scuse, e
me ne vo diritto diritto a casa mia. Lucia è bene appoggiata; di me
non ce n'è più bisogno; e dopo tant'incomodi, posso pretendere anch'io
d'andarmi a riposare. E poi.... che non venisse anche curiosità a
monsignore di saper tutta la storia, e mi toccasse a render conto
dell'affare del matrimonio! Non ci mancherebbe altro. E se viene in
visita anche alla mia parrocchia!.... Oh! sarà quel che sarà; non vo'
confondermi prima del tempo: n'ho abbastanza de' guai. Per ora vo a
chiudermi in casa. Fin che monsignore si trova da queste parti, don
Rodrigo non avrà faccia di far pazzie. E poi.... E poi? Ah! vedo che i
miei ultimi anni ho da passarli male!--

La comitiva arrivò che le funzioni di chiesa non erano ancor terminate;
passò per mezzo alla folla medesima non meno commossa della prima
volta; e poi si divise. I due a cavallo voltarono sur una piazzetta di
fianco, in fondo a cui era la casa del parroco; la lettiga andò avanti
verso quella della buona donna.

Don Abbondio fece quello che aveva pensato: appena smontato, fece i più
sviscerati complimenti all'innominato, e lo pregò di volerlo scusar
con monsignore; che lui doveva tornare alla parrocchia addirittura,
per affari urgenti. Andò a cercare quel che chiamava il suo cavallo,
cioè il bastone che aveva lasciato in un cantuccio del salotto, e
s'incamminò. L'innominato stette a aspettare che il cardinale tornasse
di chiesa.

La buona donna, fatta seder Lucia nel miglior luogo della sua cucina,
s'affaccendava a preparar qualcosa da ristorarla, ricusando, con una
certa rustichezza cordiale, i ringraziamenti e le scuse che questa
rinnovava ogni tanto.

Presto presto, rimettendo stipa sotto un calderotto, dove notava
un buon cappone, fece alzare il bollore al brodo, e riempitane una
scodella già guarnita di fette di pane, potè finalmente presentarla
a Lucia. E nel vedere la poverina a riaversi a ogni cucchiaiata, si
congratulava ad alta voce con sè stessa che la cosa fosse accaduta in
un giorno in cui, com'essa diceva, non c'era il gatto nel fuoco. «Tutti
s'ingegnano oggi a far qualcosina,» aggiungeva: «meno que' poveri
poveri che stentano a aver pane di vecce e polenta di saggina; però
oggi da un signore così caritatevole sperano di buscar tutti qualcosa.
Noi, grazie al cielo, non siamo in questo caso: tra il mestiere di
mio marito, e qualcosa che abbiamo al sole, si campa. Sicchè mangiate
senza pensieri intanto; chè presto il cappone sarà a tiro, e potrete
ristorarvi un po' meglio.» Così detto, ritornò ad accudire al desinare,
e ad apparecchiare.

Lucia, tornatele alquanto le forze, e acquietandosele sempre più
l'animo, andava intanto assettandosi, per un'abitudine, per un istinto
di pulizia e di verecondia: rimetteva e fermava le trecce allentate
e arruffate, raccomodava il fazzoletto sul seno, e intorno al collo.
In far questo, le sue dita s'intralciarono nella corona che ci aveva
messa, la notte avanti; lo sguardo vi corse; si fece nella mente
un tumulto istantaneo; la memoria del voto, oppressa fino allora e
soffogata da tante sensazioni presenti, vi si suscitò d'improvviso,
e vi comparve chiara e distinta. Allora tutte le potenze del suo
animo, appena riavute, furon sopraffatte di nuovo, a un tratto: e se
quell'animo non fosse stato così preparato da una vita d'innocenza, di
rassegnazione e di fiducia, la costernazione che provò in quel momento,
sarebbe stata disperazione. Dopo un ribollimento di que' pensieri che
non vengono con parole, le prime che si formarono nella sua mente
furono:--oh povera me, cos'ho fatto!--

Ma non appena l'ebbe pensate, ne risentì come uno spavento. Le
tornarono in mente tutte le circostanze del voto, l'angoscia
intollerabile, il non avere una speranza di soccorso, il fervore della
preghiera, la pienezza del sentimento con cui la promessa era stata
fatta. E dopo avere ottenuta la grazia, pentirsi della promessa, le
parve un'ingratitudine sacrilega, una perfidia verso Dio e la Madonna;
le parve che una tale infedeltà le attirerebbe nuove e più terribili
sventure, in mezzo alle quali non potrebbe più sperare neppur nella
preghiera; e s'affrettò di rinnegare quel pentimento momentaneo.
Si levò con divozione la corona dal collo, e tenendola nella mano
tremante, confermò, rinnovò il voto, chiedendo nello stesso tempo, con
una supplicazione accorata, che le fosse concessa la forza d'adempirlo,
che le fossero risparmiati i pensieri e l'occasioni le quali avrebbero
potuto, se non ismovere il suo animo, agitarlo troppo. La lontananza
di Renzo, senza nessuna probabilità di ritorno, quella lontananza che
fin allora le era stata così amara, le parve ora una disposizione della
Provvidenza, che avesse fatti andare insieme i due avvenimenti per un
fine solo; e si studiava di trovar nell'uno la ragione d'esser contenta
dell'altro. E dietro a quel pensiero, s'andava figurando ugualmente che
quella Provvidenza medesima, per compir l'opera, saprebbe trovar la
maniera di far che Renzo si rassegnasse anche lui, non pensasse più....
Ma una tale idea, appena trovata, mise sottosopra la mente ch'era
andata a cercarla. La povera Lucia, sentendo che il cuore era lì lì
per pentirsi, ritornò alla preghiera, alle conferme, al combattimento,
dal quale s'alzò, se ci si passa quest'espressione, come il vincitore
stanco e ferito, di sopra il nemico abbattuto: non dico ucciso.

Tutt'a un tratto, si sente uno scalpiccio, e un chiasso di voci
allegre. Era la famigliola che tornava di chiesa. Due bambinette e un
fanciullo entran saltando; si fermano un momento a dare un'occhiata
curiosa a Lucia, poi corrono alla mamma, e le s'aggrappano intorno:
chi domanda il nome dell'ospite sconosciuta, e il come e il perchè;
chi vuol raccontare le maraviglie vedute: la buona donna risponde a
tutto e a tutti con un «zitti, zitti.» Entra poi, con un passo più
quieto, ma con una premura cordiale dipinta in viso, il padrone di
casa. Era, se non l'abbiamo ancor detto, il sarto del villaggio, e de'
contorni; un uomo che sapeva leggere, che aveva letto in fatti più
d'una volta il Leggendario de' Santi, il Guerrin meschino e i Reali
di Francia, e passava, in quelle parti, per un uomo di talento e di
scienza: lode però che rifiutava modestamente, dicendo soltanto che
aveva sbagliato la vocazione; e che se fosse andato agli studi, in vece
di tant'altri....! Con questo, la miglior pasta del mondo. Essendosi
trovato presente quando sua moglie era stata pregata dal curato
d'intraprendere quel viaggio caritatevole, non solo ci aveva data la
sua approvazione, ma le avrebbe fatto coraggio, se ce ne fosse stato
bisogno. E ora che la funzione, la pompa, il concorso, e soprattutto
la predica del cardinale avevano, come si dice, esaltati tutti i suoi
buoni sentimenti, tornava a casa con un'aspettativa, con un desiderio
ansioso di sapere come la cosa fosse riuscita, e di trovare la povera
innocente salvata.

«Guardate un poco,» gli disse, al suo entrare, la buona donna,
accennando Lucia; la quale fece il viso rosso, s'alzò, e cominciava
a balbettar qualche scusa. Ma lui, avvicinatosele, l'interruppe
facendole una gran festa, e esclamando: «ben venuta, ben venuta! Siete
la benedizione del cielo in questa casa. Come son contento di vedervi
qui! Già ero sicuro che sareste arrivata a buon porto; perchè non ho
mai trovato che il Signore abbia cominciato un miracolo senza finirlo
bene; ma son contento di vedervi qui. Povera giovine! Ma è però una
gran cosa d'aver ricevuto un miracolo!»

Nè si creda che fosse lui il solo a qualificar così quell'avvenimento,
perchè aveva letto il Leggendario: per tutto il paese e per tutt'i
contorni non se ne parlò con altri termini, fin che ce ne rimase la
memoria. E, a dir la verità, con le frange che vi s'attaccarono, non
gli poteva convenire altro nome.

Accostatosi poi passo passo alla moglie, che staccava il calderotto
dalla catena, le disse sottovoce: «è andato bene ogni cosa?»

«Benone: ti racconterò poi tutto.»

«Sì, sì; con comodo.»

Messo poi subito in tavola, la padrona andò a prender Lucia, ve
l'accompagnò, la fece sedere; e staccata un'ala di quel cappone, gliela
mise davanti; si mise a sedere anche lei e il marito, facendo tutt'e
due coraggio all'ospite abbattuta e vergognosa, perchè mangiasse. Il
sarto cominciò, ai primi bocconi, a discorrere con grand'enfasi, in
mezzo all'interruzioni de' ragazzi, che mangiavano intorno alla tavola,
e che in verità avevano viste troppe cose straordinarie, per fare alla
lunga la sola parte d'ascoltatori. Descriveva le cerimonie solenni, poi
saltava a parlare della conversione miracolosa. Ma ciò che gli aveva
fatto più impressione, e su cui tornava più spesso, era la predica del
cardinale.

«A vederlo lì davanti all'altare,» diceva, «un signore di quella sorte,
come un curato....»

«E quella cosa d'oro che aveva in testa....» diceva una bambinetta.

«Sta zitta. A pensare, dico, che un signore di quella sorte, e un uomo
tanto sapiente, che, a quel che dicono, ha letto tutti i libri che ci
sono, cosa a cui non è mai arrivato nessun altro, nè anche in Milano;
a pensare che sappia adattarsi a dir quelle cose in maniera che tutti
intendano....»

«Ho inteso anch'io,» disse l'altra chiacchierina.

«Sta zitta! cosa vuoi avere inteso, tu?»

«Ho inteso che spiegava il Vangelo in vece del signor curato.»

«Sta zitta. Non dico chi sa qualche cosa; chè allora uno è obbligato
a intendere; ma anche i più duri di testa, i più ignoranti, andavan
dietro al filo del discorso. Andate ora a domandar loro se saprebbero
ripeter le parole che diceva: sì; non ne ripescherebbero una; ma il
sentimento lo hanno qui. E senza mai nominare quel signore, come si
capiva che voleva parlar di lui! E poi, per capire, sarebbe bastato
osservare quando aveva le lacrime agli occhi. E allora tutta la gente a
piangere....»

«È proprio vero,» scappò fuori il fanciullo: «ma perchè piangevan tutti
a quel modo, come bambini?»

«Sta zitto. E sì che c'è de' cuori duri in questo paese. E ha fatto
proprio vedere che, benchè ci sia la carestia, bisogna ringraziare
il Signore, ed esser contenti: far quel che si può, industriarsi,
aiutarsi, e poi esser contenti. Perchè la disgrazia non è il patire,
e l'esser poveri; la disgrazia è il far del male. E non son belle
parole; perchè si sa che anche lui vive da pover'uomo, e si leva il
pane di bocca per darlo agli affamati; quando potrebbe far vita scelta,
meglio di chi si sia. Ah! allora un uomo dà soddisfazione a sentirlo
discorrere; non come tant'altri, fate quello che dico, e non fate quel
che fo. E poi ha fatto proprio vedere che anche coloro che non son
signori, se hanno più del necessario, sono obbligati di farne parte a
chi patisce.»

Qui interruppe il discorso da sè, come sorpreso da un pensiero. Stette
un momento; poi mise insieme un piatto delle vivande ch'eran sulla
tavola, e aggiuntovi un pane, mise il piatto in un tovagliolo, e preso
questo per le quattro cocche, disse alla sua bambinetta maggiore:
«piglia qui.» Le diede nell'altra mano un fiaschette di vino, e
soggiunse: «va qui da Maria vedova; lasciale questa roba, e dille che
è per stare un po' allegra co' suoi bambini. Ma con buona maniera,
ve'; che non paia che tu le faccia l'elemosina. E non dir niente, se
incontri qualcheduno; e guarda di non rompere.»

Lucia fece gli occhi rossi, e sentì in cuore una tenerezza ricreatrice;
come già da' discorsi di prima aveva ricevuto un sollievo che un
discorso fatto apposta non le avrebbe potuto dare. L'animo attirato da
quelle descrizioni, da quelle fantasie di pompa, da quelle commozioni
di pietà e di maraviglia, preso dall'entusiasmo medesimo del narratore,
si staccava da' pensieri dolorosi di sè; e anche ritornandoci sopra,
si trovava più forte contro di essi. Il pensiero stesso del gran
sacrifizio, non già che avesse perduto il suo amaro, ma insiem con esso
aveva un non so che d'una gioia austera e solenne.

Poco dopo, entrò il curato del paese, e disse d'esser mandato dal
cardinale a informarsi di Lucia, ad avvertirla che monsignore voleva
vederla in quel giorno, e a ringraziare in suo nome il sarto e la
moglie. E questi e quella, commossi e confusi, non trovavan parole per
corrispondere a tali dimostrazioni d'un tal personaggio.

«E vostra madre non è ancora arrivata?» disse il curato a Lucia.

«Mia madre!» esclamò questa. Dicendole poi il curato, che l'aveva
mandata a prendere, d'ordine dell'arcivescovo, si mise il grembiule
agli occhi, e diede in un dirotto pianto, che durò un pezzo dopo che
fu andato via il curato. Quando poi gli affetti tumultuosi che le si
erano suscitati a quell'annunzio, cominciarono a dar luogo a pensieri
più posati, la poverina si ricordò che quella consolazione allora
così vicina, di riveder la madre, una consolazione così inaspettata
poche ore prima, era stata da lei espressamente implorata in quell'ore
terribili, e messa quasi come una condizione al voto. _Fatemi tornar
salva con mia madre_, aveva detto; e queste parole le ricomparvero
ora distinte nella memoria. Si confermò più che mai nel proposito di
mantener la promessa, e si fece di nuovo, e più amaramente, scrupolo di
quel _povera me!_ che le era scappato detto tra sè, nel primo momento.

Agnese infatti, quando si parlava di lei, era già poco lontana. È
facile pensare come la povera donna fosse rimasta, a quell'invito così
inaspettato, e a quella notizia, necessariamente tronca e confusa, d'un
pericolo, si poteva dir, cessato, ma spaventoso; d'un caso terribile,
che il messo non sapeva nè circostanziare nè spiegare; e lei non aveva
a che attaccarsi per ispiegarlo da sè. Dopo essersi cacciate le mani
ne' capelli, dopo aver gridato più volte: «ah Signore! ah Madonna!»,
dopo aver fatte al messo varie domande, alle quali questo non sapeva
che rispondere, era entrata in fretta e in furia nel baroccio,
continuando per la strada a esclamare e interrogare, senza profitto.
Ma, a un certo punto, aveva incontrato don Abbondio che veniva adagio
adagio, mettendo avanti, a ogni passo, il suo bastone. Dopo un «oh!» di
tutt'e due le parti, lui s'era fermato, lei aveva fatto fermare, ed era
smontata; e s'eran tirati in disparte in un castagneto che costeggiava
la strada. Don Abbondio l'aveva ragguagliata di ciò che aveva potuto
sapere e dovuto vedere. La cosa non era chiara; ma almeno Agnese fu
assicurata che Lucia era affatto in salvo; e respirò.

Dopo, don Abbondio era voluto entrare in un altro discorso, e darle
una lunga istruzione sulla maniera di regolarsi con l'arcivescovo,
se questo, com'era probabile, avesse desiderato di parlar con lei
e con la figliuola; e soprattutto che non conveniva far parola del
matrimonio.... Ma Agnese, accorgendosi che il brav'uomo non parlava che
per il suo proprio interesse, l'aveva piantato, senza promettergli,
anzi senza risolver nulla; chè aveva tutt'altro da pensare. E s'era
rimessa in istrada.

Finalmente il baroccio arriva, e si ferma alla casa del sarto. Lucia
s'alza precipitosamente; Agnese scende, e dentro di corsa: sono nelle
braccia l'una dell'altra. La moglie del sarto, ch'era la sola che si
trovava lì presente, fa coraggio a tutt'e due, le acquieta, si rallegra
con loro, e poi, sempre discreta, le lascia sole, dicendo che andava
a preparare un letto per loro; che aveva il modo, senza incomodarsi;
ma che, in ogni caso, tanto lei, come suo marito, avrebbero piuttosto
voluto dormire in terra, che lasciarle andare a cercare un ricovero
altrove.

Passato quel primo sfogo d'abbracciamenti e di singhiozzi, Agnese
volle sapere i casi di Lucia, e questa si mise affannosamente a
raccontarglieli. Ma, come il lettore sa, era una storia che nessuno
la conosceva tutta; e per Lucia stessa c'eran delle parti oscure,
inesplicabili affatto. E principalmente quella fatale combinazione
d'essersi la terribile carrozza trovata lì sulla strada, per l'appunto
quando Lucia vi passava per un caso straordinario: su di che la madre e
la figlia facevan cento congetture, senza mai dar nel segno, anzi senza
neppure andarci vicino.

In quanto all'autor principale della trama, tanto l'una che l'altra non
potevano fare a meno di non pensare che fosse don Rodrigo.

«Ah anima nera! ah tizzone d'inferno!» esclamava Agnese: «ma verrà
la sua ora anche per lui. Domeneddio lo pagherà secondo il merito; e
allora proverà anche lui....»

«No, no, mamma; no!» interruppe Lucia: «non gli augurate di patire, non
l'augurate a nessuno! Se sapeste cosa sia patire! Se aveste provato!
No, no! preghiamo piuttosto Dio e la Madonna per lui: che Dio gli
tocchi il cuore, come ha fatto a quest'altro povero signore, ch'era
peggio di lui; e ora è un santo.»

Il ribrezzo che Lucia provava nel tornare sopra memorie così recenti e
così crudeli, la fece più d'una volta restare a mezzo; più d'una volta
disse che non le bastava l'animo di continuare, e dopo molte lacrime,
riprese la parola a stento. Ma un sentimento diverso la tenne sospesa,
a un certo punto del racconto: quando fu al voto. Il timore che la
madre le desse dell'imprudente e della precipitosa; e che, come aveva
fatto nell'affare del matrimonio, mettesse in campo qualche sua regola
larga di coscienza, e volesse fargliela trovar giusta per forza; o che,
povera donna, dicesse la cosa a qualcheduno in confidenza, se non altro
per aver lume e consiglio, e la facesse così divenir pubblica, cosa che
Lucia, solamente a pensarci, si sentiva venire il viso rosso; anche
una certa vergogna della madre stessa, una ripugnanza inesplicabile
a entrare in quella materia; tutte queste cose insieme fecero che
nascose quella circostanza importante, proponendosi di farne prima la
confidenza al padre Cristoforo. Ma come rimase allorchè, domandando di
lui, si sentì rispondere che non c'era più, ch'era stato mandato in un
paese lontano lontano, in un paese che aveva un certo nome!

«E Renzo?» disse Agnese.

«È in salvo, n'è vero?» disse ansiosamente Lucia.

«Questo è sicuro, perchè tutti lo dicono; si tien per certo che si sia
ricoverato sul bergamasco; ma il luogo proprio nessuno lo sa dire: e
lui finora non ha mai fatto saper nulla. Che non abbia ancora trovata
la maniera.»

«Ah, se è in salvo, sia ringraziato il Signore!» disse Lucia; e cercava
di cambiar discorso; quando il discorso fu interrotto da una novità
inaspettata: la comparsa del cardinale arcivescovo.

Questo, tornato di chiesa, dove l'abbiam lasciato, sentito
dall'innominato che Lucia era arrivata, sana e salva, era andato a
tavola con lui, facendoselo sedere a destra, in mezzo a una corona
di preti, che non potevano saziarsi di dare occhiate a quell'aspetto
così ammansato senza debolezza, così umiliato senza abbassamento, e di
paragonarlo con l'idea che da lungo tempo s'eran fatta del personaggio.

Finito di desinare, loro due s'eran ritirati di nuovo insieme. Dopo un
colloquio che durò molto più del primo, l'innominato era partito per
il suo castello, su quella stessa mula della mattina; e il cardinale,
fatto chiamare il curato, gli aveva detto che desiderava d'esser
condotto alla casa dov'era ricoverata Lucia.

«Oh! monsignore,» aveva risposto il curato, «non s'incomodi: manderò io
subito ad avvertire che venga qui la giovine, la madre, se è arrivata,
anche gli ospiti, se monsignore li vuole, tutti quelli che desidera
vossignoria illustrissima.»

«Desidero d'andar io a trovarli,» aveva replicato Federigo.

«Vossignoria illustrissima non deve incomodarsi: manderò io subito
a chiamarli: è cosa d'un momento,» aveva insistito il curato
guastamestieri (buon uomo del resto), non intendendo che il cardinale
voleva con quella visita rendere onore alla sventura, all'innocenza,
all'ospitalità e al suo proprio ministero in un tempo. Ma, avendo
il superiore espresso di nuovo il medesimo desiderio, l'inferiore
s'inchinò e si mosse.

Quando i due personaggi furon veduti spuntar nella strada, tutta la
gente che c'era andò verso di loro; e in pochi momenti n'accorse da
ogni parte, camminando loro ai fianchi chi poteva, e gli altri dietro,
alla rinfusa. Il curato badava a dire: «via, indietro, ritiratevi;
ma! ma!» Federigo gli diceva: «lasciateli fare,» e andava avanti, ora
alzando la mano a benedir la gente, ora abbassandola ad accarezzare
i ragazzi che gli venivan tra' piedi. Così arrivarono alla casa, e
c'entrarono: la folla rimase ammontata al di fuori. Ma nella folla si
trovava anche il sarto, il quale era andato dietro come gli altri, con
gli occhi fissi e con la bocca aperta, non sapendo dove si riuscirebbe.
Quando vide quel dove inaspettato, si fece far largo, pensate con che
strepito, gridando e rigridando: «lasciate passare chi ha da passare:»
e entrò.

Agnese e Lucia sentirono un ronzío crescente nella strada; mentre
pensavano cosa potesse essere, videro l'uscio spalancarsi, e comparire
il porporato col parroco.

«È quella?» domandò il primo al secondo; e, a un cenno affermativo,
andò verso Lucia, ch'era rimasta lì con la madre, tutt'e due immobili
e mute dalla sorpresa e dalla vergogna. Ma il tono di quella voce,
l'aspetto, il contegno, e soprattutto le parole di Federigo l'ebbero
subito rianimate. «Povera giovine,» cominciò: «Dio ha permesso che
foste messa a una gran prova; ma v'ha anche fatto vedere che non aveva
levato l'occhio da voi, che non v'aveva dimenticata. V'ha rimessa in
salvo; e s'è servito di voi per una grand'opera, per fare una gran
misericordia a uno, e per sollevar molti nello stesso tempo.»

Qui comparve nella stanza la padrona, la quale, al rumore, s'era
affacciata anch'essa alla finestra, e avendo veduto chi le entrava in
casa, aveva sceso le scale, di corsa, dopo essersi raccomodata alla
meglio; e quasi nello stesso tempo, entrò il sarto da un altr'uscio.
Vedendo avviato il discorso, andarono a riunirsi in un canto, dove
rimasero con gran rispetto. Il cardinale, salutatili cortesemente,
continuò a parlar con le donne, mescolando ai conforti qualche domanda,
per veder se nelle risposte potesse trovar qualche congiuntura di far
del bene a chi aveva tanto patito.

«Bisognerebbe che tutti i preti fossero come vossignoria, che
tenessero un po' dalla parte de' poveri, e non aiutassero a metterli
in imbroglio, per cavarsene loro,» disse Agnese, animata dal contegno
così famigliare e amorevole di Federigo, e stizzita dal pensare che
il signor don Abbondio, dopo aver sempre sacrificati gli altri,
pretendesse poi anche d'impedir loro un piccolo sfogo, un lamento con
chi era al di sopra di lui, quando, per un caso raro, n'era venuta
l'occasione.

«Dite pure tutto quel che pensate,» disse il cardinale; «parlate
liberamente.»

«Voglio dire che, se il nostro signor curato avesse fatto il suo
dovere, la cosa non sarebbe andata così.»

Ma facendole il cardinale nuove istanze perchè si spiegasse meglio,
quella cominciò a trovarsi impicciata a dover raccontare una storia
nella quale aveva anch'essa una parte che non si curava di far sapere,
specialmente a un tal personaggio. Trovò però il verso d'accomodarla
con un piccolo stralcio: raccontò del matrimonio concertato, del
rifiuto di don Abbondio, non lasciò fuori il pretesto _de' superiori_
che lui aveva messo in campo (ah, Agnese!); e saltò all'attentato di
don Rodrigo, e come, essendo stati avvertiti, avevano potuto scappare.
«Ma sì,» soggiunse e concluse: «scappare per inciamparci di nuovo. Se
in vece il signor curato ci avesse detto sinceramente la cosa, e avesse
subito maritati i miei poveri giovani, noi ce n'andavamo via subito,
tutti insieme, di nascosto, lontano, in luogo che nè anche l'aria non
l'avrebbe saputo. Così s'è perduto tempo; ed è nato quel che è nato.»

«Il signor curato mi renderà conto di questo fatto,» disse il cardinale.

«No, signore, no, signore,» disse subito Agnese: «non ho parlato per
questo: non lo gridi, perchè già quel che è stato è stato; e poi non
serve a nulla: è un uomo fatto così: tornando il caso, farebbe lo
stesso.»

Ma Lucia, non contenta di quella maniera di raccontar la storia,
soggiunse: «anche noi abbiamo fatto del male: si vede che non era la
volontà del Signore che la cosa dovesse riuscire.»

«Che male avete potuto far voi, povera giovine?» disse Federigo.

Lucia, malgrado gli occhiacci che la madre cercava di farle alla
sfuggita, raccontò la storia del tentativo fatto in casa di don
Abbondio; e concluse dicendo: «abbiam fatto male: e Dio ci ha
gastigati.»

«Prendete dalla sua mano i patimenti che avete sofferti, e state di
buon animo,» disse Federigo: «perchè, chi avrà ragione di rallegrarsi e
di sperare, se non chi ha patito, e pensa ad accusar sè medesimo?»

Domandò allora dove fosse il promesso sposo, e sentendo da Agnese
(Lucia stava zitta, con la testa e gli occhi bassi) ch'era scappato dal
suo paese, ne provò e ne mostrò maraviglia e dispiacere; e volle sapere
il perchè.

Agnese raccontò alla meglio tutto quel poco che sapeva della storia di
Renzo.

«Ho sentito parlare di questo giovine,» disse il cardinale: «ma come
mai uno che si trovò involto in affari di quella sorte, poteva essere
in trattato di matrimonio con una ragazza così?»

«Era un giovine dabbene,» disse Lucia, facendo il viso rosso, ma con
voce sicura.

«Era un giovine quieto, fin troppo,» soggiunse Agnese: «e questo lo può
domandare a chi si sia, anche al signor curato. Chi sa che imbroglio
avranno fatto laggiù, che cabale? I poveri, ci vuol poco a farli
comparir birboni.»

«È vero pur troppo,» disse il cardinale: «m'informerò di lui senza
dubbio:» e fattosi dire nome e cognome del giovine, ne prese l'appunto
sur un libriccin di memorie. Aggiunse poi che contava di portarsi al
loro paese tra pochi giorni, che allora Lucia potrebbe venir là senza
timore, e che intanto penserebbe lui a provvederla d'un luogo dove
potesse esser al sicuro, fin che ogni cosa fosse accomodata per il
meglio.

Si voltò quindi ai padroni di casa, che vennero subito avanti.
Rinnovò i ringraziamenti che aveva fatti fare dal curato, e domandò
se sarebbero stati contenti di ricoverare, per que' pochi giorni, le
ospiti che Dio aveva loro mandate.

«Oh! sì signore,» rispose la donna, con un tono di voce e con un viso
ch'esprimeva molto più di quell'asciutta risposta, strozzata dalla
vergogna. Ma il marito, messo in orgasmo dalla presenza d'un tale
interrogatore, dal desiderio di farsi onore in un'occasione di tanta
importanza, studiava ansiosamente qualche bella risposta. Raggrinzò la
fronte, torse gli occhi in traverso, strinse le labbra, tese a tutta
forza l'arco dell'intelletto, cercò, frugò, sentì di dentro un cozzo
d'idee monche e di mezze parole: ma il momento stringeva; il cardinale
accennava già d'avere interpretato il silenzio: il pover'uomo aprì la
bocca, e disse: «si figuri!» Altro non gli volle venire. Cosa, di cui
non solo rimase avvilito sul momento; ma sempre poi quella rimembranza
importuna gli guastava la compiacenza del grand'onore ricevuto. E
quante volte, tornandoci sopra, e rimettendosi col pensiero in quella
circostanza, gli venivano in mente, quasi per dispetto, parole che
tutte sarebbero state meglio di quell'insulso _si figuri!_ Ma, come
dice un antico proverbio, del senno di poi ne son piene le fosse.

Il cardinale partì, dicendo: «la benedizione del Signore sia sopra
questa casa.»

Domandò poi la sera al curato come si sarebbe potuto in modo
convenevole ricompensare quell'uomo, che non doveva esser ricco,
dell'ospitalità costosa, specialmente in que' tempi. Il curato rispose
che, per verità, nè i guadagni della professione, nè le rendite di
certi campicelli, che il buon sarto aveva del suo, non sarebbero
bastate, in quell'annata, a metterlo in istato d'esser liberale con
gli altri; ma che, avendo fatto degli avanzi negli anni addietro, si
trovava de' più agiati del contorno, e poteva far qualche spesa di
più, senza dissesto, come certo faceva questa volentieri; e che, del
rimanente, non ci sarebbe stato verso di fargli accettare nessuna
ricompensa.

«Avrà probabilmente,» disse il cardinale, «crediti con gente che non
può pagare.»

«Pensi, monsignore illustrissimo: questa povera gente paga con quel che
le avanza della raccolta: l'anno scorso, non avanzò nulla; in questo,
tutti rimangono indietro del necessario.»

«Ebbene,» disse Federigo: «prendo io sopra di me tutti que' debiti;
e voi mi farete il piacere d'aver da lui la nota delle partite, e di
saldarle.»

«Sarà una somma ragionevole.»

«Tanto meglio: e avrete pur troppo di quelli ancor più bisognosi, che
non hanno debiti perchè non trovan credenza.»

«Eh, pur troppo! Si fa quel che si può, ma come arrivare a tutto, in
tempi di questa sorte?»

«Fate che lui li vesta a mio conto, e pagatelo bene. Veramente, in
quest'anno, mi par rubato tutto ciò che non va in pane; ma questo è un
caso particolare.»

Non vogliam però chiudere la storia di quella giornata, senza raccontar
brevemente come la terminasse l'innominato.

Questa volta, la nuova della sua conversione l'aveva preceduto
nella valle; vi s'era subito sparsa, e aveva messo per tutto uno
sbalordimento, un'ansietà, un cruccio, un susurro. Ai primi bravi, o
servitori (era tutt'uno) che vide, accennò che lo seguissero; e così di
mano in mano. Tutti venivan dietro, con una sospensione nuova, e con
la suggezione solita; finchè, con un seguito sempre crescente, arrivò
al castello. Accennò a quelli che si trovavan sulla porta, che gli
venissero dietro con gli altri; entrò nel primo cortile, andò verso il
mezzo, e lì, essendo ancora a cavallo, mise un suo grido tonante: era
il segno usato, al quale accorrevano tutti que' suoi che l'avessero
sentito. In un momento, quelli ch'erano sparsi per il castello, vennero
dietro alla voce, e s'univano ai già radunati, guardando tutti il
padrone.

[Illustrazione: «Andate ad aspettarmi nella sala grande», disse loro.
(pag. 361)]

«Andate ad aspettarmi nella sala grande,» disse loro; e dall'alto della
sua cavalcatura, gli stava a veder partire. Ne scese poi, la menò lui
stesso alla stalla, e andò dov'era aspettato. Al suo apparire, cessò
subito un gran bisbiglio che c'era; tutti si ristrinsero da una parte,
lasciando vôto per lui un grande spazio della sala: potevano essere una
trentina.

L'innominato alzò la mano, come per mantener quel silenzio improvviso;
alzò la testa, che passava tutte quelle della brigata, e disse:
«ascoltate tutti, e nessuno parli, se non è interrogato. Figliuoli!
la strada per la quale siamo andati finora, conduce nel fondo
dell'inferno. Non è un rimprovero ch'io voglia farvi, io che sono
avanti a tutti, il peggiore di tutti; ma sentite ciò che v'ho da dire.
Dio misericordioso m'ha chiamato a mutar vita; e io la muterò, l'ho
già mutata: così faccia con tutti voi. Sappiate dunque, e tenete per
fermo che son risoluto di prima morire che far più nulla contro la sua
santa legge. Levo a ognun di voi gli ordini scellerati che avete da
me; voi m'intendete; anzi vi comando di non far nulla di ciò che v'era
comandato. E tenete per fermo ugualmente, che nessuno, da qui avanti,
potrà far del male con la mia protezione, al mio servizio. Chi vuoi
restare a questi patti, sarà per me come un figliuolo: e mi troverei
contento alla fine di quel giorno, in cui non avessi mangiato per
satollar l'ultimo di voi, con l'ultimo pane che mi rimanesse in casa.
Chi non vuole, gli sarà dato quello che gli è dovuto di salario, e un
regalo di più: potrà andarsene; ma non metta più piede qui: quando non
fosse per mutar vita; che per questo sarà sempre ricevuto a braccia
aperte. Pensateci questa notte: domattina vi chiamerò, a uno a uno, a
darmi la risposta; e allora vi darò nuovi ordini. Per ora, ritiratevi,
ognuno al suo posto. E Dio che ha usato con me tanta misericordia, vi
mandi il buon pensiero.»

Qui finì, e tutto rimase in silenzio. Per quanto vari e tumultuosi
fossero i pensieri che ribollivano in que' cervellacci, non ne apparve
di fuori nessun segno. Erano avvezzi a prender la voce del loro
signore come la manifestazione d'una volontà con la quale non c'era da
ripetere: e quella voce, annunziando che la volontà era mutata, non
dava punto indizio che fosse indebolita. A nessuno di loro passò neppur
per la mente che, per esser lui convertito, si potesse prendergli il
sopravvento, rispondergli come a un altr'uomo. Vedevano in lui un
santo, ma un di que' santi che si dipingono con la testa alta, e con la
spada in pugno. Oltre il timore, avevano anche per lui (principalmente
quelli ch'eran nati sul suo, ed erano una gran parte) un'affezione come
d'uomini ligi; avevan poi tutti una benevolenza d'ammirazione; e alla
sua presenza sentivano una specie di quella, dirò pur così, verecondia,
che anche gli animi più zotici e più petulanti provano davanti a una
superiorità che hanno già riconosciuta. Le cose poi che allora avevan
sentite da quella bocca, erano bensì odiose a' loro orecchi, ma non
false nè affatto estranee ai loro intelletti: se mille volte se n'eran
fatti beffe, non era già perchè non le credessero, ma per prevenir con
le beffe la paura che gliene sarebbe venuta, a pensarci sul serio. E
ora, a veder l'effetto di quella paura in un animo come quello del
loro padrone, chi più, chi meno, non ce ne fu uno che non gli se
n'attaccasse, almeno per qualche tempo. S'aggiunga a tutto ciò, che
quelli tra loro che, trovandosi la mattina fuor della valle, avevan
risaputa per i primi la gran nuova, avevano insieme veduto, e avevano
anche riferito la gioia, la baldanza della popolazione, l'amore e la
venerazione per l'innominato, ch'erano entrati in luogo dell'antico
odio e dell'antico terrore. Di maniera che, nell'uomo che avevan
sempre riguardato, per dir così, di basso in alto, anche quando loro
medesimi erano in gran parte la sua forza, vedevano ora la maraviglia,
l'idolo d'una moltitudine; lo vedevano al di sopra degli altri, ben
diversamente di prima, ma non meno; sempre fuori della schiera comune,
sempre capo.

Stavano adunque sbalorditi, incerti l'uno dell'altro, e ognun di sè.
Chi si rodeva, chi faceva disegni del dove sarebbe andato a cercar
ricovero e impiego; chi s'esaminava se avrebbe potuto adattarsi a
diventar galantuomo; chi anche, tocco da quelle parole, se ne sentiva
una certa inclinazione; chi, senza risolver nulla, proponeva di
prometter tutto a buon conto, di rimanere intanto a mangiare quel pane
offerto così di buon cuore, e allora così scarso, e d'acquistar tempo:
nessuno fiatò. E quando l'innominato, alla fine delle sue parole, alzò
di nuovo quella mano imperiosa per accennar che se n'andassero, quatti
quatti, come un branco di pecore, tutti insieme se la batterono. Uscì
anche lui, dietro a loro, e, piantatosi prima nel mezzo del cortile,
stette a vedere al barlume come si sbrancassero, e ognuno s'avviasse
al suo posto. Salito poi a prendere una sua lanterna, girò di nuovo i
cortili, i corridoi, le sale, visitò tutte l'entrature, e, quando vide
ch'era tutto quieto, andò finalmente a dormire. Sì, a dormire; perchè
aveva sonno.

Affari intralciati, e insieme urgenti, per quanto ne fosse sempre
andato in cerca, non se n'era mai trovati addosso tanti, in nessuna
congiuntura, come allora; eppure aveva sonno. I rimorsi che gliel
avevan levato la notte avanti, non che essere acquietati, mandavano
anzi grida più alte, più severe, più assolute; eppure aveva sonno.
L'ordine, la specie di governo stabilito là dentro da lui in tant'anni,
con tante cure, con un tanto singolare accoppiamento d'audacia e di
perseveranza, ora l'aveva lui medesimo messo in forse, con poche
parole; la dipendenza illimitata di que' suoi, quel loro esser disposti
a tutto, quella fedeltà da masnadieri, sulla quale era avvezzo da tanto
tempo a riposare, l'aveva ora smossa lui medesimo; i suoi mezzi, gli
aveva fatti diventare un monte d'imbrogli, s'era messa la confusione e
l'incertezza in casa; eppure aveva sonno.

Andò dunque in camera, s'accostò a quel letto in cui la notte avanti
aveva trovate tante spine; e vi s'inginocchiò accanto, con l'intenzione
di pregare. Trovò infatti in un cantuccio riposto e profondo della
mente, le preghiere ch'era stato ammaestrato a recitar da bambino;
cominciò a recitarle; e quelle parole, rimaste lì tanto tempo ravvolte
insieme, venivano l'una dopo l'altra come sgomitolandosi. Provava in
questo un misto di sentimenti indefinibile; una certa dolcezza in quel
ritorno materiale all'abitudini dell'innocenza; un inasprimento di
dolore al pensiero dell'abisso che aveva messo tra quel tempo e questo;
un ardore d'arrivare, con opere di espiazione, a una coscienza nuova,
a uno stato il più vicino all'innocenza, a cui non poteva tornare; una
riconoscenza, una fiducia in quella misericordia che lo poteva condurre
a quello stato, e che gli aveva già dati tanti segni di volerlo.
Rizzatosi poi, andò a letto, e s'addormentò immediatamente.

Così terminò quella giornata, tanto celebre ancora quando scriveva il
nostro anonimo; e ora, se non era lui, non se ne saprebbe nulla, almeno
de' particolari; giacchè il Ripamonti e il Rivola, citati di sopra, non
dicono se non che quel sì segnalato tiranno, dopo un abboccamento con
Federigo, mutò mirabilmente vita, e per sempre. E quanti son quelli che
hanno letto i libri di que' due? Meno ancora di quelli che leggeranno
il nostro. E chi sa se, nella valle stessa, chi avesse voglia di
cercarla, e l'abilità di trovarla, sarà rimasta qualche stracca e
confusa tradizione del fatto? Son nate tante cose da quel tempo in poi!




                             CAPITOLO XXV.


Il giorno seguente, nel paesetto di Lucia e in tutto il territorio di
Lecco, non si parlava che di lei, dell'innominato, dell'arcivescovo
e d'un altro tale, che, quantunque gli piacesse molto d'andar per le
bocche degli uomini, n'avrebbe, in quella congiuntura, fatto volentieri
di meno: vogliam dire il signor don Rodrigo.

Non già che prima d'allora non si parlasse de' fatti suoi; ma eran
discorsi rotti, segreti: bisognava che due si conoscessero bene bene
tra di loro, per aprirsi sur un tale argomento. E anche, non ci
mettevano tutto il sentimento di che sarebbero stati capaci: perchè
gli uomini, generalmente parlando, quando l'indegnazione non si possa
sfogare senza grave pericolo, non solo dimostran meno, o tengono
affatto in sè quella che sentono, ma ne senton meno in effetto. Ma ora,
chi si sarebbe tenuto d'informarsi, e di ragionare d'un fatto così
strepitoso, in cui s'era vista la mano del cielo, e dove facevan buona
figura due personaggi tali? uno, in cui un amore della giustizia tanto
animoso andava unito a tanta autorità; l'altro, con cui pareva che la
prepotenza in persona si fosse umiliata, che la bravería fosse venuta,
per dir così, a render l'armi, e a chiedere il riposo. A tali paragoni,
il signor don Rodrigo diveniva un po' piccino. Allora si capiva
da tutti cosa fosse tormentar l'innocenza per poterla disonorare,
perseguitarla con un'insistenza così sfacciata, con sì atroce violenza,
con sì abbominevoli insidie. Si faceva, in quell'occasione, una rivista
di tant'altre prodezze di quel signore: e su tutto la dicevan come la
sentivano, incoraggiti ognuno dal trovarsi d'accordo con tutti. Era un
susurro, un fremito generale; alla larga però, per ragione di tutti
que' bravi che colui aveva d'intorno.

Una buona parte di quest'odio pubblico cadeva ancora sui suoi amici e
cortigiani. Si rosolava bene il signor podestà, sempre sordo e cieco e
muto sui fatti di quel tiranno; ma alla lontana, anche lui, perchè, se
non aveva i bravi, aveva i birri. Col dottor Azzecca-garbugli, che non
aveva se non chiacchiere e cabale, e con altri cortigianelli suoi pari,
non s'usava tanti guardi: eran mostrati a dito, e guardati con occhi
torti; di maniera che, per qualche tempo, stimaron bene di non farsi
veder per le strade.

Don Rodrigo, fulminato da quella notizia così impensata, così diversa
dall'avviso che aspettava di giorno in giorno, di momento in momento,
stette rintanato nel suo palazzotto, solo coi suoi bravi, a rodersi,
per due giorni; il terzo, partì per Milano. Se non fosse stato altro
che quel mormoracchiare della gente, forse, poichè le cose erano
andate tant'avanti, sarebbe rimasto apposta per affrontarlo, anzi
per cercar l'occasione di dare un esempio a tutti sopra qualcheduno
de' più arditi; ma chi lo cacciò, fu l'essersi saputo per certo, che
il cardinale veniva anche da quelle parti. Il conte zio, il quale
di tutta quella storia non sapeva se non quel che gli aveva detto
Attilio, avrebbe certamente preteso che, in una congiuntura simile, don
Rodrigo facesse una gran figura, e avesse in pubblico dal cardinale le
più distinte accoglienze: ora, ognun vede come ci fosse incamminato.
L'avrebbe preteso, e se ne sarebbe fatto render conto minutamente;
perchè era un'occasione importante di far vedere in che stima fosse
tenuta la famiglia da una primaria autorità. Per levarsi da un impiccio
così noioso, don Rodrigo, alzatosi una mattina prima del sole, si
mise in una carrozza, col Griso e con altri bravi, di fuori, davanti
e di dietro; e, lasciato l'ordine che il resto della servitù venisse
poi in seguito, partì come un fuggitivo, come (ci sia un po' lecito
di sollevare i nostri personaggi con qualche illustre paragone), come
Catilina da Roma, sbuffando, e giurando di tornar ben presto, in altra
comparsa, a far le sue vendette.

Intanto, il cardinale veniva visitando, a una per giorno, le parrocchie
del territorio di Lecco. Il giorno in cui doveva arrivare a quella di
Lucia, già una gran parte degli abitanti erano andati sulla strada a
incontrarlo. All'entrata del paese, proprio accanto alla casetta delle
nostre due donne, c'era un arco trionfale, costrutto di stili per il
ritto, e di pali per il traverso, rivestito di paglia e di borraccina,
e ornato di rami verdi di pugnitopo e d'agrifoglio, distinti di bacche
scarlatte; la facciata della chiesa era parata di tappezzerie; al
davanzale d'ogni finestra pendevano coperte e lenzoli distesi, fasce
di bambini disposte a guisa di pendoni; tutto quel poco necessario
che fosse atto a fare, o bene o male, figura di superfluo. Verso le
ventidue, ch'era l'ora in cui s'aspettava il cardinale, quelli ch'eran
rimasti in casa, vecchi, donne e fanciulli la più parte, s'avviarono
anche loro a incontrarlo, parte in fila, parte in truppa, preceduti da
don Abbondio, uggioso in mezzo a tanta festa, e per il fracasso che lo
sbalordiva, e per il brulicar della gente innanzi e indietro, che, come
andava ripetendo, gli faceva girar la testa, e per il rodío segreto che
le donne avesser potuto cicalare, e dovesse toccargli a render conto
del matrimonio.

Quand'ecco si vede spuntare il cardinale, o per dir meglio, la
turba in mezzo a cui si trovava nella sua lettiga, col suo seguito
d'intorno; perchè di tutto questo non si vedeva altro che un indizio
in aria, al di sopra di tutte le teste, un pezzo della croce portata
dal cappellano che cavalcava una mula. La gente che andava con don
Abbondio, s'affrettò alla rinfusa, a raggiunger quell'altra: e lui,
dopo aver detto, tre e quattro volte: «adagio; in fila; cosa fate?»
si voltò indispettito; e seguitando a borbottare: «è una babilonia, è
una babilonia,» entrò in chiesa, intanto ch'era vôta; e stette lì ad
aspettare.

Il cardinale veniva avanti, dando benedizioni con la mano, e
ricevendone dalle bocche della gente, che quelli del seguito avevano
un bel da fare a tenere un po' indietro. Per esser del paese di
Lucia, avrebbe voluto quella gente fare all'arcivescovo dimostrazioni
straordinarie; ma la cosa non era facile, perchè era uso che, per tutto
dove arrivava, tutti facevano più che potevano. Già sul principio
stesso del suo pontificato, nel primo solenne ingresso in duomo, la
calca e l'impeto della gente addosso a lui era stato tale, da far
temere della sua vita; e alcuni gentiluomini che gli eran più vicini,
avevano sfoderate le spade, per atterrire e respinger la folla. Tanto
c'era in que' costumi di scomposto e di violento, che, anche nel far
dimostrazioni di benevolenza a un vescovo in chiesa, e nel moderarle,
si dovesse andar vicino all'ammazzare. E quella difesa non sarebbe
forse bastata, se il maestro e il sottomaestro delle cerimonie, un
Clerici e un Picozzi, giovani preti che stavan bene di corpo e d'animo,
non l'avessero alzato sulle braccia, e portato di peso, dalla porta
fino all'altar maggiore. D'allora in poi, in tante visite episcopali
ch'ebbe a fare, il primo entrar nella chiesa si può senza scherzo
contarlo tra le sue pastorali fatiche, e qualche volta, tra i pericoli
passati da lui.

Entrò anche in questa come potè; andò all'altare e, dopo essere stato
alquanto in orazione, fece, secondo il suo solito, un piccol discorso
al popolo, sul suo amore per loro, sul suo desiderio della loro
salvezza, e come dovessero disporsi alle funzioni del giorno dopo.
Ritiratosi poi nella casa del parroco, tra gli altri discorsi, gli
domandò informazione di Renzo. Don Abbondio disse ch'era un giovine un
po' vivo, un po' testardo, un po' collerico. Ma, a più particolari e
precise domande, dovette rispondere ch'era un galantuomo, e che anche
lui non sapeva capire come, in Milano, avesse potuto fare tutte quelle
diavolerie che avevan detto.

«In quanto alla giovine,» riprese il cardinale, «pare anche a voi che
possa ora venir sicuramente a dimorare in casa sua?»

«Per ora,» rispose don Abbondio, «può venire e stare, come vuole:
dico, per ora; ma,» soggiunse poi con un sospiro, «bisognerebbe che
vossignoria illustrissima fosse sempre qui, o almeno vicino.»

«Il Signore è sempre vicino,» disse il cardinale: «del resto, penserò
io a metterla al sicuro.» E diede subito ordine che, il giorno dopo,
di buon'ora, si spedisse la lettiga, con una scorta, a prender le due
donne.

Don Abbondio uscì di lì tutto contento che il cardinale gli avesse
parlato de' due giovani, senza chiedergli conto del suo rifiuto di
maritarli.--Dunque non sa niente,--diceva tra sè:--Agnese è stata
zitta: miracolo! È vero che s'hanno a tornare a vedere; ma le daremo
un'altra istruzione, le daremo.--E non sapeva, il pover'uomo, che
Federigo non era entrato in quell'argomento, appunto perchè intendeva
di parlargliene a lungo, in tempo più libero; e, prima di dargli ciò
che gli era dovuto, voleva sentire anche le sue ragioni.

Ma i pensieri del buon prelato per metter Lucia al sicuro eran divenuti
inutili: dopo che l'aveva lasciata, eran nate delle cose, che dobbiamo
raccontare.

Le due donne, in que' pochi giorni ch'ebbero a passare nella casuccia
ospitale del sarto, avevan ripreso, per quanto avevan potuto, ognuna
il suo antico tenor di vita. Lucia aveva subito chiesto da lavorare;
e, come aveva fatto nel monastero, cuciva, cuciva, ritirata in una
stanzina, lontano dagli occhi della gente. Agnese andava un po' fuori,
un po' lavorava in compagnia della figlia. I loro discorsi eran
tanto più tristi, quanto più affettuosi: tutt'e due eran preparate
a una separazione; giacchè la pecora non poteva tornare a star così
vicino alla tana del lupo: e quando, quale, sarebbe il termine di
questa separazione? L'avvenire era oscuro, imbrogliato: per una di
loro principalmente. Agnese tanto ci andava facendo dentro le sue
congetture allegre: che Renzo finalmente, se non gli era accaduto nulla
di sinistro, dovrebbe presto dar le sue nuove; e se aveva trovato da
lavorare e da stabilirsi, se (e come dubitarne?) stava fermo nelle
sue promesse, perchè non si potrebbe andare a star con lui? E di tali
speranze, ne parlava e ne riparlava alla figlia, per la quale non
saprei dire se fosse maggior dolore il sentire, o pena il rispondere.
Il suo gran segreto l'aveva sempre tenuto in sè; e, inquietata bensì
dal dispiacere di fare a una madre così buona un sotterfugio, che non
era il primo; ma trattenuta, come invincibilmente, dalla vergogna e
da' vari timori che abbiam detto di sopra, andava d'oggi in domani,
senza dir nulla. I suoi disegni eran ben diversi da quelli della madre,
o, per dir meglio, non n'aveva; s'era abbandonata alla Provvidenza.
Cercava dunque di lasciar cadere, o di stornare quel discorso; o
diceva, in termini generali, di non aver più speranza, nè desiderio di
cosa di questo mondo, fuorchè di poter presto riunirsi con sua madre;
le più volte, il pianto veniva opportunamente a troncar le parole.

«Sai perchè ti par così?» diceva Agnese: «perchè hai tanto patito,
e non ti par vero che la possa voltarsi in bene. Ma lascia fare al
Signore; e se.... Lascia che si veda un barlume, appena un barlume di
speranza; e allora mi saprai dire se non pensi più a nulla.» Lucia
baciava la madre, e piangeva.

[Illustrazione: Quand'ecco si vede spuntare il cardinale..... (pag.
366)]

Del resto, tra loro e i loro ospiti era nata subito una grand'amicizia:
e dove nascerebbe, se non tra beneficati e benefattori, quando gli
uni e gli altri son buona gente? Agnese specialmente faceva di gran
chiacchiere con la padrona. Il sarto poi dava loro un po' di svago con
delle storie, e con de' discorsi morali: e, a desinare soprattutto,
aveva sempre qualche bella cosa da raccontare, di Bovo d'Antona o de'
Padri del deserto.

Poco distante da quel paesetto, villeggiava una coppia d'alto affare;
don Ferrante e donna Prassede: il casato, al solito, nella penna
dell'anonimo. Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto
inclinata a far del bene: mestiere certamente il più degno che l'uomo
possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli
altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d'ogni altra
cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per
mezzo de' nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso
stanno come possono. Con l'idee donna Prassede si regolava come dicono
che si deve far con gli amici: n'aveva poche; ma a quelle poche era
molto affezionata. Tra le poche, ce n'era per disgrazia molte delle
storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi,
o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi,
cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di
crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per una certa
supposizione in confuso, che chi fa più del suo dovere possa far più
di quel che avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò
che c'era di reale, o di vederci ciò che non c'era; e molte altre cose
simili, che possono accadere, e che accadono a tutti, senza eccettuarne
i migliori; ma a donna Prassede, troppo spesso e, non di rado, tutte in
una volta.

Al sentire il gran caso di Lucia, e tutto ciò che, in quell'occasione,
si diceva della giovine, le venne la curiosità di vederla; e mandò una
carrozza, con un vecchio bracciere, a prender la madre e la figlia.
Questa si ristringeva nelle spalle, e pregava il sarto, il quale aveva
fatta loro l'imbasciata, che trovasse maniera di scusarla. Finchè s'era
trattato di gente alla buona che cercava di conoscer la giovine del
miracolo, il sarto le aveva reso volentieri un tal servizio; ma in
questo caso, il rifiuto gli pareva una specie di ribellione. Fece tanti
versi, tant'esclamazioni, disse tante cose: e che non si faceva così,
e ch'era una casa grande, e che ai signori non si dice di no, e che
poteva esser la loro fortuna, e che la signora donna Prassede, oltre il
resto, era anche una santa; tante cose insomma, che Lucia si dovette
arrendere: molto più che Agnese confermava tutte quelle ragioni con
altrettanti «sicuro, sicuro.»

Arrivate davanti alla signora, essa fece loro grand'accoglienza, e
molte congratulazioni; interrogò, consigliò: il tutto con una certa
superiorità quasi innata, ma corretta da tante espressioni umili,
temperata da tanta premura, condita di tanta spiritualità, che, Agnese
quasi subito, Lucia poco dopo, cominciarono a sentirsi sollevate
dal rispetto opprimente che da principio aveva loro incusso quella
signorile presenza; anzi ci trovarono una certa attrattiva. E per
venire alle corte, donna Prassede, sentendo che il cardinale s'era
incaricato di trovare a Lucia un ricovero, punta dal desiderio di
secondare e di prevenire a un tratto quella buona intenzione, s'esibì
di prender la giovine in casa, dove, senz'essere addetta ad alcun
servizio particolare, potrebbe, a piacer suo, aiutar l'altre donne ne'
loro lavori. E soggiunse che penserebbe lei a darne parte a monsignore.

Oltre il bene chiaro e immediato che c'era in un'opera tale, donna
Prassede ce ne vedeva, e se ne proponeva un altro, forse più
considerabile, secondo lei; di raddirizzare un cervello, di metter
sulla buona strada chi n'aveva gran bisogno. Perchè, fin da quando
aveva sentito la prima volta parlar di Lucia, s'era subito persuasa
che una giovine la quale aveva potuto promettersi a un poco di buono,
a un sedizioso, a uno scampaforca, in somma, qualche magagna, qualche
pecca nascosta la doveva avere. Dimmi chi pratichi, e ti dirò chi
sei. La visita di Lucia aveva confermata quella persuasione. Non che,
in fondo, come si dice, non le paresse una buona giovine; ma c'era
molto da ridire. Quella testina bassa, col mento inchiodato sulla
fontanella della gola, quel non rispondere, o risponder secco secco,
come per forza, potevano indicar verecondia; ma denotavano sicuramente
molta caparbietà: non ci voleva molto a indovinare che quella testina
aveva le sue idee. E quell'arrossire ogni momento, e quel rattenere i
sospiri.... Due occhioni poi, che a donna Prassede non piacevan punto.
Teneva essa per certo, come se lo sapesse, di buon luogo, che tutte le
sciagure di Lucia erano una punizione del cielo per la sua amicizia con
quel poco di buono, e un avviso per far che se ne staccasse affatto; e
stante questo, si proponeva di cooperare a un così buon fine. Giacchè,
come diceva spesso agli altri e a sè stessa, tutto il suo studio era
di secondare i voleri del cielo; ma faceva spesso uno sbaglio grosso,
ch'era di prender per cielo il suo cervello. Però, della seconda
intenzione che abbiam detto, si guardò bene di darne il minimo indizio.
Era una delle sue massime questa, che, per riuscire a far del bene alla
gente, la prima cosa, nella maggior parte de' casi, è di non metterli a
parte del disegno.

La madre e la figlia si guardarono in viso. Nella dolorosa necessità di
dividersi, l'esibizione parve a tutt'e due da accettarsi, se non altro
per esser quella villa così vicina al loro paesetto: per cui, alla
peggio de' peggi, si ravvicinerebbero e potrebbero trovarsi insieme,
alla prossima villeggiatura. Visto, l'una negli occhi dell'altra, il
consenso, si voltaron tutt'e due a donna Prassede con quel ringraziare
che accetta. Essa rinnovò le gentilezze e le promesse, e disse che
manderebbe subito una lettera da presentare a monsignore.

Partite le donne, la lettera se la fece distendere da don Ferrante, di
cui, per esser letterato, come diremo più in particolare, si serviva
per segretario, nell'occasioni d'importanza. Trattandosi d'una di
questa sorte, don Ferrante ci mise tutto il suo sapere, e, consegnando
la minuta da copiare alla consorte, le raccomandò caldamente
l'ortografia; ch'era una delle molte cose che aveva studiate, e delle
poche sulle quali avesse lui il comando in casa. Donna Prassede copiò
diligentissimamente, e spedì la lettera alla casa del sarto. Questo
fu due o tre giorni prima che il cardinale mandasse la lettiga per
ricondur le donne al loro paese.

Arrivate, smontarono alla casa parrocchiale, dove si trovava il
cardinale. C'era ordine d'introdurle subito: il cappellano, che fu il
primo a vederle, l'eseguì, trattenendole solo quant'era necessario per
dar loro, in fretta in fretta, un po' d'istruzione sul cerimoniale da
usarsi con monsignore, e sui titoli da dargli; cosa che soleva fare,
ogni volta che lo potesse di nascosto a lui. Era per il pover'uomo
un tormento continuo il vedere il poco ordine che regnava intorno al
cardinale, su quel particolare: «tutto,» diceva con gli altri della
famiglia, «per la troppa bontà di quel benedett'uomo; per quella gran
famigliarità.» E raccontava d'aver perfino sentito più d'una volta co'
suoi orecchi, rispondergli: messer sì, e messer no.

Stava in quel momento il cardinale discorrendo con don Abbondio, sugli
affari della parrocchia: dimodochè questo non ebbe campo di dare anche
lui, come avrebbe desiderato, le sue istruzioni alle donne. Solo,
nel passar loro accanto, mentre usciva, e quelle venivano avanti,
potè dar loro d'occhio, per accennare ch'era contento di loro, e che
continuassero, da brave, a non dir nulla.

Dopo le prime accoglienze da una parte, e i primi inchini dall'altra,
Agnese si cavò di seno la lettera, e la presentò al cardinale, dicendo:
«è della signora donna Prassede, la quale dice che conosce molto
vossignoria illustrissima, monsignore; come naturalmente, tra loro
signori grandi, si devon conoscer tutti. Quand'avrà letto, vedrà.»

«Bene,» disse Federigo, letto che ebbe, e ricavato il sugo del senso
da' fiori di don Ferrante. Conosceva quella casa quanto bastasse per
esser certo che Lucia c'era invitata con buona intenzione, e che lì
sarebbe sicura dall'insidie e dalla violenza del suo persecutore. Che
concetto avesse della testa di donna Prassede, non n'abbiam notizia
positiva. Probabilmente, non era quella la persona che avrebbe scelta
a un tal intento; ma come abbiam detto o fatto intendere altrove, non
era suo costume di disfar le cose che non toccavano a lui, per rifarle
meglio.

«Prendete in pace anche questa separazione, e l'incertezza in cui vi
trovate,» soggiunse poi: «confidate che sia per finir presto, e che il
Signore voglia guidar le cose a quel termine a cui pare che le avesse
indirizzate; ma tenete per certo che quello che vorrà Lui, sarà il
meglio per voi.» Diede a Lucia in particolare qualche altro ricordo
amorevole; qualche altro conforto a tutt'e due; le benedisse, e le
lasciò andare. Appena fuori, si trovarono addosso uno sciame d'amici
e d'amiche, tutto il comune, si può dire, che le aspettava, e le
condusse a casa, come in trionfo. Era tra tutte quelle donne una gara
di congratularsi, di compiangere, di domandare; e tutte esclamavano
dal dispiacere, sentendo che Lucia se n'anderebbe il giorno dopo. Gli
uomini gareggiavano nell'offrir servizi; ognuno voleva star quella
notte a far la guardia alla casetta. Sul qual atto, il nostro anonimo
credè bene di formare un proverbio: volete aver molti in aiuto? cercate
di non averne bisogno.

Tante accoglienze confondevano e sbalordivano Lucia: Agnese non
s'imbrogliava così per poco. Ma in sostanza fecero bene anche a Lucia,
distraendola alquanto da' pensieri e dalle rimembranze che, pur troppo,
anche in mezzo al frastono, le si risvegliavano, su quell'uscio, in
quelle stanzucce, alla vista d'ogni oggetto.

Al tocco della campana che annunziava vicino il cominciar delle
funzioni, tutti si mossero verso la chiesa, e fu per le nostre donne
un'altra passeggiata trionfale.

Terminate le funzioni, don Abbondio, ch'era corso a vedere se Perpetua
aveva ben disposto ogni cosa per il desinare, fu chiamato dal
cardinale. Andò subito dal grand'ospite, il quale, lasciatolo venir
vicino, «signor curato,» cominciò; e quelle parole furon dette in
maniera, da dover capire, ch'erano il principio d'un discorso lungo e
serio: «signor curato; perchè non avete voi unita in matrimonio quella
povera Lucia col suo promesso sposo?»

--Hanno votato il sacco stamattina coloro,--pensò don Abbondio; e
rispose borbottando: «monsignore illustrissimo avrà ben sentito parlare
degli scompigli che son nati in quell'affare: è stata una confusione
tale, da non poter, neppure al giorno d'oggi, vederci chiaro: come
anche vossignoria illustrissima può argomentare da questo, che la
giovine è qui, dopo tanti accidenti, come per miracolo; e il giovine,
dopo altri accidenti, non si sa dove sia.»

«Domando,» riprese il cardinale, «se è vero che, prima di tutti codesti
casi, abbiate rifiutato di celebrare il matrimonio, quando n'eravate
richiesto, nel giorno fissato; e il perchè.»

«Veramente.... se vossignoria illustrissima sapesse.... che
intimazioni.... che comandi terribili ho avuti di non parlare....» E
restò lì, senza concludere, in un cert'atto, da far rispettosamente
intendere che sarebbe indiscrezione il voler saperne di più.

«Ma!» disse il cardinale, con voce e con aria grave fuor del consueto:
«è il vostro vescovo che, per suo dovere e per vostra giustificazione,
vuol saper da voi il perchè non abbiate tatto ciò che, nella via
regolare, era obbligo vostro di fare.»

«Monsignore,» disse don Abbondio, facendosi piccino piccino, «non ho
già voluto dire.... Ma m'è parso che, essendo cose intralciate, cose
vecchie e senza rimedio, fosse inutile di rimestare.... Però, però,
dico.... so che vossignoria illustrissima non vuol tradire un suo
povero parroco. Perchè vede bene, monsignore; vossignoria illustrissima
non può esser per tutto; e io resto qui esposto.... Però, quando Lei me
lo comanda, dirò, dirò tutto.»

«Dite: io non vorrei altro che trovarvi senza colpa.»

Allora don Abbondio si mise a raccontare la dolorosa storia; ma tacque
il nome principale, e vi sostituì: un gran signore; dando così alla
prudenza tutto quel poco che si poteva, in una tale stretta.

«E non avete avuto altro motivo?» domandò il cardinale, quando don
Abbondio ebbe finito.

«Ma forse non mi sono spiegato abbastanza,» rispose questo: «sotto pena
della vita, m'hanno intimato di non far quel matrimonio.»

«E vi par codesta una ragion bastante, per lasciar d'adempire un dovere
preciso?»

«Io ho sempre cercato di farlo, il mio dovere, anche con mio grave
incomodo, ma quando si tratta della vita....»

«E quando vi siete presentato alla Chiesa,» disse, con accento ancor
più grave, Federigo, «per addossarvi codesto ministero, v'ha essa
fatto sicurtà della vita? V'ha detto che i doveri annessi al ministero
fossero liberi da ogni ostacolo, immuni da ogni pericolo? O v'ha detto
forse che dove cominciasse, il pericolo, ivi cesserebbe il dovere? O
non v'ha espressamente detto il contrario? Non v'ha avvertito che vi
mandava come un agnello tra i lupi? Non sapevate voi che c'eran de'
violenti, a cui potrebbe dispiacere ciò che a voi sarebbe comandato?
Quello da Cui abbiam la dottrina e l'esempio, ad imitazione di Cui
ci lasciam nominare e ci nominiamo pastori, venendo in terra a
esercitarne l'ufizio, mise forse per condizione d'aver salva la vita?
E per salvarla, per conservarla, dico, qualche giorno di più sulla
terra, a spese della carità e del dovere, c'era bisogno dell'unzione
santa, dell'imposizion delle mani, della grazia del sacerdozio? Basta
il mondo a dar questa virtù, a insegnar questa dottrina. Che dico?
oh vergogna! il mondo stesso la rifiuta: il mondo fa anch'esso le
sue leggi, che prescrivono il male come il bene; ha il suo vangelo
anch'esso, un vangelo di superbia e d'odio; e non vuol che si dica che
l'amore della vita sia una ragione per trasgredirne i comandamenti.
Non lo vuole; ed è ubbidito. E noi! noi figli e annunziatori della
promessa! Che sarebbe la Chiesa, se codesto vostro linguaggio fosse
quello di tutti i vostri confratelli? Dove sarebbe, se fosse comparsa
nel mondo con codeste dottrine?»

Don Abbondio stava a capo basso: il suo spirito si trovava tra quegli
argomenti, come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono
sollevato in una regione sconosciuta, in un'aria che non ha mai
respirata. Vedendo che qualcosa bisognava rispondere, disse, con una
certa sommissione forzata: «monsignore illustrissimo, avrò torto.
Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire. Ma quando s'ha
che fare con certa gente, con gente che ha la forza, e che non vuol
sentir ragioni, anche a voler fare il bravo, non saprei cosa ci si
potesse guadagnare. È un signore quello, con cui non si può nè vincerla
nè impattarla.»

«E non sapete voi che il soffrire per la giustizia è il nostro vincere?
E se non sapete questo, che cosa predicate? di che siete maestro? qual
è la _buona nuova_ che annunziate a' poveri? Chi pretende da voi che
vinciate la forza con la forza? Certo non vi sarà domandato, un giorno,
se abbiate saputo fare stare a dovere i potenti; che a questo non vi fu
dato nè missione, nè modo. Ma vi sarà ben domandato se avrete adoprati
i mezzi ch'erano in vostra mano per far ciò che v'era prescritto, anche
quando avessero la temerità di proibirvelo.»

--Anche questi santi son curiosi,--pensava intanto don Abbondio:--in
sostanza, a spremerne il sugo, gli stanno più a cuore gli amori di due
giovani, che la vita d'un povero sacerdote.--E, in quant'a lui, si
sarebbe volentieri contentato che il discorso finisse lì; ma vedeva il
cardinale, a ogni pausa, restare in atto di chi aspetti una risposta:
una confessione, o un'apologia, qualcosa insomma.

«Torno a dire, monsignore,» rispose dunque, «che avrò torto io.... Il
coraggio, uno non se lo può dare.»

«E perchè dunque, potrei dirvi, vi siete voi impegnato in un ministero
che v'impone di stare in guerra con le passioni del secolo? Ma come,
vi dirò piuttosto, come non pensate che, se in codesto ministero,
comunque vi ci siate messo, v'è necessario il coraggio, per adempir
le vostre obbligazioni, c'è Chi ve lo darà infallibilmente, quando
glielo chiediate? Credete voi che tutti que' milioni di martiri
avessero naturalmente coraggio? che non facessero naturalmente nessun
conto della vita? tanti giovinetti che cominciavano a gustarla, tanti
vecchi avvezzi a rammaricarsi che fosse già vicina a finire, tante
donzelle, tante spose, tante madri? Tutti hanno avuto coraggio; perchè
il coraggio era necessario, ed essi confidavano. Conoscendo la vostra
debolezza e i vostri doveri, avete voi pensato a prepararvi ai passi
difficili a cui potevate trovarvi, a cui vi siete trovato in effetto?
Ah! se per tant'anni d'ufizio pastorale, avete (e come non avreste?)
amato il vostro gregge, se avete riposto in esso il vostro cuore, le
vostre cure, le vostre delizie, il coraggio non doveva mancarvi al
bisogno: l'amore è intrepido. Ebbene, se voi gli amavate, quelli che
sono affidati alle vostre cure spirituali, quelli che voi chiamate
figliuoli; quando vedeste due di loro minacciati insieme con voi, ah
certo! come la debolezza della carne v'ha fatto tremar per voi, così la
carità v'avrà fatto tremar per loro. Vi sarete umiliato di quel primo
timore, perchè era un effetto della vostra miseria; avrete implorato
la forza per vincerlo, per discacciarlo, perchè era una tentazione:
ma il timor santo e nobile per gli altri, per i vostri figliuoli,
quello l'avrete ascoltato, quello non v'avrà dato pace, quello v'avrà
eccitato, costretto, a pensare, a fare ciò che si potesse, per riparare
al pericolo che lor sovrastava.... Cosa v'ha ispirato il timore,
l'amore? Cosa avete fatto per loro? Cosa avete pensato?»

E tacque in atto di chi aspetta.




                            CAPITOLO XXVI.


A una siffatta domanda, don Abbondio, che pur s'era ingegnato di
risponder qualcosa a delle meno precise, restò lì senza articolar
parola. E, per dir la verità, anche noi, con questo manoscritto
davanti, con una penna in mano, non avendo da contrastare che con le
frasi, nè altro da temere che le critiche de' nostri lettori; anche
noi, dico, sentiamo una certa ripugnanza a proseguire: troviamo un non
so che di strano in questo mettere in campo, con così poca fatica,
tanti bei precetti di fortezza e di carità, di premura operosa per gli
altri, di sacrifizio illimitato di sè. Ma pensando che quelle cose
erano dette da uno che poi le faceva, tiriamo avanti con coraggio.

«Voi non rispondete?» riprese il cardinale. «Ah, se aveste fatto, dalla
parte vostra, ciò che la carità, ciò che il dovere richiedeva; in
qualunque maniera poi le cose fossero andate, non vi mancherebbe ora
una risposta. Vedete dunque voi stesso cosa avete fatto. Avete ubbidito
all'iniquità, non curando ciò che il dovere vi prescriveva. L'avete
ubbidita puntualmente: s'era fatta vedere a voi, per intimarvi il suo
desiderio; ma voleva rimanere occulta a chi avrebbe potuto ripararsi da
essa, e mettersi in guardia; non voleva che si facesse rumore, voleva
il segreto, per maturare a suo bell'agio i suoi disegni d'insidie
o di forza; vi comandò la trasgressione e il silenzio: voi avete
trasgredito, e non parlavate. Domando ora a voi se non avete fatto di
più; voi mi direte se è vero che abbiate mendicati de' pretesti al
vostro rifiuto, per non rivelarne il motivo.» E stette lì alquanto,
aspettando di nuovo una risposta.

--Anche questa gli hanno rapportata le chiacchierone,--pensava don
Abbondio; ma non dava segno d'aver nulla da dire; onde il cardinale
riprese: «se è vero, che abbiate detto a que' poverini ciò che non
era, per tenerli nell'ignoranza, nell'oscurità, in cui l'iniquità li
voleva.... Dunque lo devo credere; dunque non mi resta che d'arrossirne
con voi, e di sperare che voi ne piangerete con me. Vedete a che v'ha
condotto (Dio buono! e pur ora voi la adducevate per iscusa) quella
premura per la vita che deve finire. V'ha condotto.... ribattete
liberamente queste parole, se vi paiono ingiuste, prendetele in
umiliazione salutare, se non lo sono.... v'ha condotto a ingannare i
deboli, a mentire ai vostri figliuoli.»

--Ecco come vanno le cose,--diceva ancora tra sè don Abbondio:--a quel
satanasso,--e pensava all'innominato,--le braccia al collo; e con
me, per una mezza bugia, detta a solo fine di salvar la pelle, tanto
chiasso. Ma sono superiori; hanno sempre ragione. È il mio pianeta,
che tutti m'abbiano a dare addosso; anche i santi.--E ad alta voce,
disse: «ho mancato; capisco che ho mancato; ma cosa dovevo fare in un
frangente di quella sorte?»

«E ancor lo domandate? E non ve l'ho detto? E dovevo dirvelo? Amare,
figliuolo; amare e pregare. Allora avreste sentito che l'iniquità
può aver bensì delle minacce da fare, de' colpi da dare, ma non de'
comandi; avreste unito, secondo la legge di Dio, ciò che l'uomo voleva
separare; avreste prestato a quegl'innocenti infelici il ministero che
avevan ragione di richieder da voi: delle conseguenze sarebbe restato
mallevadore Iddio, perchè si sarebbe andati per la sua strada: avendone
presa un'altra, ne restate mallevadore voi; e di quali conseguenze!
Ma forse che tutti i ripari umani vi mancavano? forse che non era
aperta alcuna via di scampo, quand'aveste voluto guardarvi d'intorno,
pensarci, cercare? Ora voi potete sapere che que' vostri poverini,
quando fossero stati maritati, avrebbero pensato da sè al loro
scampo, eran disposti a fuggire dalla faccia del potente, s'eran già
disegnato il luogo di rifugio. Ma anche senza questo, non vi venne in
mente che alla fine avevate un superiore? Il quale, come mai avrebbe
quest'autorità di riprendervi d'aver mancato al vostro ufizio, se
non avesse anche l'obbligo d'aiutarvi ad adempirlo? Perchè non avete
pensato a informare il vostro vescovo dell'impedimento che un'infame
violenza metteva all'esercizio del vostro ministero?»

--I pareri di Perpetua!--pensava stizzosamente don Abbondio, a cui,
in mezzo a que' discorsi, ciò che stava più vivamente davanti, era
l'immagine di que' bravi, e il pensiero che don Rodrigo era vivo e
sano, e, un giorno o l'altro, tornerebbe glorioso e trionfante, e
arrabbiato. E benchè quella dignità presente, quell'aspetto e quel
linguaggio, lo facessero star confuso, e gl'incutessero un certo
timore, era però un timore che non lo soggiogava affatto, nè impediva
al pensiero di ricalcitrare: perchè c'era in quel pensiero, che, alla
fin delle fini, il cardinale non adoprava nè schioppo, nè spada, nè
bravi.

«Come non avete pensato,» proseguiva questo, «che, se a quegl'innocenti
insidiati non fosse stato aperto altro rifugio, c'ero io, per
accoglierli, per metterli in salvo quando voi me gli aveste
indirizzati, indirizzati dei derelitti a un vescovo, come cosa sua,
come parte preziosa, non dico del suo carico, ma delle sue ricchezze? E
in quanto a voi, io, sarei divenuto inquieto per voi; io, avrei dovuto
non dormire, fin che non fossi sicuro che non vi sarebbe torto un
capello. Ch'io non avessi come, dove, mettere in sicuro la vostra vita?
Ma quell'uomo che fu tanto ardito, credete voi che non gli si sarebbe
scemato punto l'ardire, quando avesse saputo che le sue trame eran
note fuor di qui, note a me, ch'io vegliavo, ed ero risoluto d'usare
in vostra difesa tutti i mezzi che fossero in mia mano? Non sapevate
che, se l'uomo promette troppo spesso più che non sia per mantenere,
minaccia anche non di rado, più che non s'attenti poi di commettere?
Non sapevate che l'iniquità non si fonda soltanto sulle sue forze, ma
anche sulla credulità e sullo spavento altrui?»

--Proprio le ragioni di Perpetua,--pensò anche qui don Abbondio, senza
riflettere che quel trovarsi d'accordo la sua serva e Federigo Borromeo
su ciò che si sarebbe potuto e dovuto fare, voleva dir molto contro di
lui.

«Ma voi,» proseguì e concluse il cardinale, «non avete visto, non avete
voluto veder altro che il vostro pericolo temporale; qual maraviglia
che vi sia parso tale, da trascurar per esso ogni altra cosa?»

«Gli è perchè le ho viste io quelle facce,» scappò detto a don
Abbondio; «le ho sentite io quelle parole. Vossignoria illustrissima
parla bene; ma bisognerebbe esser ne' panni d'un povero prete, e
essersi trovato al punto.»

Appena ebbe proferite queste parole, si morse la lingua; s'accorse
d'essersi lasciato troppo vincere dalla stizza, e disse tra sè:--ora
vien la grandine.--Ma alzando dubbiosamente lo sguardo, fu tutto
maravigliato, nel veder l'aspetto di quell'uomo, che non gli riusciva
mai d'indovinare nè di capire, nel vederlo, dico, passare, da quella
gravità autorevole e correttrice, a una gravità compunta e pensierosa.

«Pur troppo!» disse Federigo, «tale è la misera e terribile nostra
condizione. Dobbiamo esigere rigorosamente dagli altri quello che
Dio sa se noi saremmo pronti a dare: dobbiamo giudicare, correggere,
riprendere; e Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso, quel
che abbiam fatto in casi somiglianti! Ma guai s'io dovessi prender
la mia debolezza per misura del dovere altrui, per norma del mio
insegnamento! Eppure è certo che, insieme con le dottrine, io devo
dare agli altri l'esempio, non rendermi simile al dottor della legge,
che carica gli altri di pesi che non posson portare, e che lui non
toccherebbe con un dito. Ebbene, figliuolo e fratello; poichè gli
errori di quelli che presiedono, sono spesso più noti agli altri che
a loro; se voi sapete ch'io abbia, per pusillanimità, per qualunque
rispetto, trascurato qualche mio obbligo, ditemelo francamente, fatemi
ravvedere; affinchè, dov'è mancato l'esempio, supplisca almeno la
confessione. Rimproveratemi liberamente le mie debolezze; e allora le
parole acquisteranno più valore nella mia bocca, perchè sentirete più
vivamente, che non son mie, ma di Chi può dare a voi e a me la forza
necessaria per far ciò che prescrivono.»

--Oh che sant'uomo! ma che tormento!--pensava don Abbondio:--anche
sopra di sè: purchè frughi, rimesti, critichi, inquisisca; anche sopra
di sè.--Disse poi ad alta voce: «oh monsignore! che mi fa celia?
Chi non conosce il petto forte, lo zelo imperterrito di vossignoria
illustrissima?» E tra sè soggiunse:--anche troppo.--

«Io non vi chiedevo una lode, che mi fa tremare,» disse Federigo,
«perchè Dio conosce i miei mancamenti, e quello che ne conosco anch'io,
basta a confondermi. Ma avrei voluto, vorrei che ci confondessimo
insieme davanti a Lui, per confidare insieme. Vorrei, per amor vostro,
che intendeste quanto la vostra condotta sia stata opposta, quanto sia
opposto il vostro linguaggio alla legge che pur predicate, e secondo la
quale sarete giudicato.»

«Tutto casca addosso a me,» disse don Abbondio: «ma queste persone che
son venute a rapportare, non le hanno poi detto d'essersi introdotte
in casa mia, a tradimento, per sorprendermi, e per fare un matrimonio
contro le regole.»

«Me l'hanno detto, figliuolo: ma questo m'accora, questo m'atterra,
che voi desideriate ancora di scusarvi; che pensiate di scusarvi,
accusando; che prendiate materia d'accusa da ciò che dovrebb'esser
parte della vostra confessione. Chi gli ha messi, non dico nella
necessità, ma nella tentazione di far ciò che hanno fatto? Avrebbero
essi cercata quella via irregolare, se la legittima non fosse loro
stata chiusa? pensato a insidiare il pastore, se fossero stati accolti
nelle sue braccia, aiutati, consigliati da lui? a sorprenderlo, se non
si fosse nascosto? E a questi voi date carico? e vi sdegnate perchè,
dopo tante sventure, che dico? nel mezzo della sventura, abbian
detto una parola di sfogo al loro, al vostro pastore? Che il ricorso
dell'oppresso, la querela dell'afflitto siano odiosi al mondo, il
mondo è tale; ma noi! E che pro sarebbe stato per voi, se avessero
taciuto? Vi tornava conto che la loro causa andasse intera al giudizio
di Dio? Non è per voi una nuova ragione d'amar queste persone (e già
tante ragioni n'avete), che v'abbian dato occasione di sentir la voce
sincera del vostro vescovo, che v'abbian dato un mezzo di conoscer
meglio, e di scontare in parte il gran debito che avete con loro? Ah!
se v'avessero provocato, offeso, tormentato, vi direi (e dovrei io
dirvelo?) d'amarli, appunto per questo. Amateli perchè hanno patito,
perchè patiscono, perchè son vostri, perchè son deboli, perchè avete
bisogno d'un perdono, a ottenervi il quale, pensate di qual forza possa
essere la loro preghiera.»

Don Abbondio stava zitto; ma non era più quel silenzio forzato e
impaziente: stava zitto come chi ha più cose da pensare che da dire. Le
parole che sentiva, eran conseguenze inaspettate, applicazioni nuove,
ma d'una dottrina antica però nella sua mente, e non contrastata.
Il male degli altri, dalla considerazion del quale l'aveva sempre
distratto la paura del proprio, gli faceva ora un'impressione nuova.
E se non sentiva tutto il rimorso che la predica voleva produrre (chè
quella stessa paura era sempre lì a far l'ufizio di difensore), ne
sentiva però; sentiva un certo dispiacere di sè, una compassione per
gli altri, un misto di tenerezza e di confusione. Era, se ci si lascia
passare questo paragone, come lo stoppino umido e ammaccato d'una
candela, che presentato alla fiamma d'una gran torcia, da principio
fuma, schizza, scoppietta, non ne vuol saper nulla; ma alla fine
s'accende e, bene o male, brucia. Si sarebbe apertamente accusato,
avrebbe pianto, se non fosse stato il pensiero di don Rodrigo; ma
tuttavia si mostrava abbastanza commosso, perchè il cardinale dovesse
accorgersi che le sue parole non erano state senza effetto.

«Ora,» prosegui questo, «uno fuggitivo da casa sua, l'altra in procinto
d'abbandonarla, tutt'e due con troppo forti motivi di starne lontani,
senza probabilità di riunirsi mai qui, e contenti di sperare che Dio
li riunisca altrove; ora, pur troppo, non hanno bisogno di voi; pur
troppo, voi non avete occasione di far loro del bene; nè il corto
nostro prevedere può scoprirne alcuna nell'avvenire. Ma chi sa se
Dio misericordioso non ve ne prepara? Ah non le lasciate sfuggire!
cercatele, state alle velette, pregatelo che le faccia nascere.»

«Non mancherò, monsignore, non mancherò, davvero,» rispose don
Abbondio, con una voce che, in quel momento, veniva proprio dal cuore.

«Ah sì, figliuolo, sì!» esclamò Federigo; e con una dignità piena
d'affetto, concluse: «lo sa il cielo se avrei desiderato di tener
con voi tutt'altri discorsi. Tutt'e due abbiamo già vissuto molto:
lo sa il cielo se m'è stato duro di dover contristar con rimproveri
codesta vostra canizie, e quanto sarei stato più contento di consolarci
insieme delle nostre cure comuni, de' nostri guai, parlando della beata
speranza, alla quale siamo arrivati così vicino. Piaccia a Dio che le
parole le quali ho pur dovuto usar con voi, servano a voi e a me. Non
fate che m'abbia a chieder conto, in quel giorno, d'avervi mantenuto in
un ufizio, al quale avete così infelicemente mancato. Ricompriamo il
tempo: la mezzanotte è vicina; lo Sposo non può tardare; teniamo accese
le nostre lampade. Presentiamo a Dio i nostri cuori miseri, vôti,
perchè Gli piaccia riempirli di quella carità, che ripara al passato,
che assicura l'avvenire, che teme e confida, piange e si rallegra, con
sapienza; che diventa in ogni caso la virtù di cui abbiamo bisogno.»

Così detto, si mosse; e don Abbondio gli andò dietro.

Qui l'anonimo ci avvisa che non fu questo il solo abboccamento di que'
due personaggi, nè Lucia il solo argomento de' loro abboccamenti; ma
che lui s'è ristretto a questo, per non andar lontano dal soggetto
principale del racconto. E che, per lo stesso motivo, non farà menzione
d'altre cose notabili, dette da Federigo in tutto il corso della
visita, nè delle sue liberalità, nè delle discordie sedate, degli odi
antichi tra persone, famiglie, terre intere, spenti o (cosa ch'era pur
troppo più frequente) sopiti, nè di qualche bravaccio o tirannello
ammansato, o per tutta la vita, o per qualche tempo; cose tutte delle
quali ce n'era sempre più o meno, in ogni luogo della diocesi dove
quell'uomo eccellente facesse qualche soggiorno.

Dice poi, che, la mattina seguente, venne donna Prassede, secondo il
fissato, a prender Lucia, e a complimentare il cardinale, il quale
gliela lodò, e raccomandò caldamente. Lucia si staccò dalla madre,
potete pensar con che pianti; e uscì dalla sua casetta; disse per la
seconda volta addio al paese, con quel senso di doppia amarezza, che si
prova lasciando un luogo che fu unicamente, caro, e che non può esserlo
più. Ma i congedi con la madre non eran gli ultimi; perchè donna
Prassede aveva detto che si starebbe ancor qualche giorno in quella
sua villa, a quale non era molto lontana; e Agnese promise alla figlia
d'andar là a trovarla, a dare e a ricevere un più doloroso addio.

Il cardinale era anche lui sulle mosse per continuar la sua visita,
quando arrivò, e chiese di parlargli il curato della parrocchia, in cui
era il castello dell'innominato. Introdotto, gli presentò un gruppo e
una lettera di quel signore, la quale lo pregava di far accettare alla
madre di Lucia cento scudi d'oro ch'eran nel gruppo, per servir di dote
alla giovine, o per quell'uso che ad esse sarebbe parso migliore; lo
pregava insieme di dir loro, che, se mai, in qualunque tempo, avessero
creduto che potesse render loro qualche servizio, la povera giovine
sapeva pur troppo dove stesse; e per lui, quella sarebbe una delle
fortune più desiderate. Il cardinale fece subito chiamare Agnese, le
riferì la commissione, che fu sentita con altrettanta soddisfazione
che maraviglia; e le presentò il rotolo, ch'essa prese, senza far gran
complimenti. «Dio gliene renda merito, a quel signore,» disse: «e
vossignoria illustrissima lo ringrazi tanto tanto. E non dica nulla a
nessuno, perchè questo è un certo paese.... Mi scusi, veda; so bene che
un par suo non va a chiacchierare di queste cose; ma.... lei m'intende.»

Andò a casa, zitta, zitta; si chiuse in camera, svoltò il rotolo, e
quantunque preparata, vide con ammirazione, tutti in un mucchietto e
suoi, tanti di que' ruspi, de' quali non aveva forse mai visto più
d'uno per volta, e anche di rado; li contò, penò alquanto a metterli
di nuovo per taglio, e a tenerli lì tutti, che ogni momento facevan
pancia, e sgusciavano dalle sue dita inesperte; ricomposto finalmente
un rotolo alla meglio, lo mise in un cencio, ne fece un involto, un
batuffoletto, e legatolo bene in giro con della cordellina, l'andò
a ficcare in un cantuccio del suo saccone. Il resto di quel giorno,
non fece altro che mulinare, far disegni sull'avvenire, e sospirar
l'indomani. Andata a letto, stette desta un pezzo, col pensiero in
compagnia di que' cento che aveva sotto: addormentata, li vide in
sogno. All'alba, s'alzò e s'incamminò subito verso la villa, dov'era
Lucia.

Questa, dal canto suo, quantunque non le fosse diminuita quella gran
ripugnanza a parlar del voto, pure era risoluta di farsi forza, e
d'aprirsene con la madre in quell'abboccamento, che per lungo tempo
doveva chiamarsi l'ultimo.

Appena poterono esser sole, Agnese, con una faccia tutta animata, e
insieme a voce bassa, come se ci fosse stato presente qualcheduno a cui
non volesse farsi sentire, cominciò: «ho da dirti una gran cosa;» e le
raccontò l'inaspettata fortuna.

«Iddio lo benedica, quel signore,» disse Lucia: «così avrete da star
bene voi, e potrete anche far del bene a qualchedun altro.»

«Come?» rispose Agnese: «non vedi quante cose possiamo fare, con tanti
danari? Senti; io non ho altro che te, che voi due, posso dire; perchè
Renzo, da che cominciò a discorrerti, l'ho sempre riguardato come un
mio figliuolo. Tutto sta che non gli sia accaduta qualche disgrazia, a
vedere che non ha mai fatto saper nulla: ma eh! deve andar tutto male?
Speriamo di no, speriamo. Per me, avrei avuto caro di lasciar l'ossa
nel mio paese; ma ora che tu non ci puoi stare, in grazia di quel
birbone, e anche solamente a pensare d'averlo vicino colui, m'è venuto
in odio il mio paese: e con voi altri io sto per tutto. Ero disposta,
fin d'allora, a venir con voi altri, anche in capo al mondo; e son
sempre stata di quel parere; ma senza danari come si fa? Intendi ora?
Que' quattro, che quel poverino aveva messi da parte, con tanto stento
e con tanto risparmio, è venuta la giustizia, e ha spazzato ogni cosa;
ma, per ricompensa, il Signore ha mandato la fortuna a noi. Dunque,
quando avrà trovato il bandolo di far sapere se è vivo, e dov'è, e che
intenzioni ha, ti vengo a prender io a Milano; io ti vengo a prendere.
Altre volte mi sarebbe parso un gran che; ma le disgrazie fanno
diventar disinvolti; fino a Monza ci sono andata, e so cos'è viaggiare.
Prendo con me un uomo di proposito, un parente, come sarebbe a dire
Alessio di Maggianico: chè, a voler dir proprio in paese, un uomo di
proposito non c'è: vengo con lui: già la spesa la facciamo noi, e....
intendi?»

[Illustrazione: ....si chiuse in camera, svoltò il rotolo... (pag.
383)]

Ma vedendo che, in vece d'animarsi, Lucia s'andava accorando, e non
dimostrava che una tenerezza senz'allegria, lasciò il discorso a mezzo,
e disse: «ma cos'hai? non ti pare?»

«Povera mamma!» esclamò Lucia, gettandole un braccio al collo, e
nascondendo il viso nel seno di lei.

«Cosa c'è?» domandò di nuovo ansiosamente la madre.

«Avrei dovuto dirvelo prima,» rispose Lucia, alzando il viso, e
asciugandosi le lacrime; «ma non ho mai avuto cuore: compatitemi.»

«Ma dì su, dunque.»

«Io non posso più esser moglie di quel poverino!»

«Come? come?»

Lucia, col capo basso, col petto ansante, lacrimando senza piangere,
come chi racconta una cosa che, quand'anche dispiacesse, non si può
cambiare, rivelò il voto; e insieme, giungendo le mani, chiese di nuovo
perdono alla madre, di non aver parlato fin allora; la pregò di non
ridir la cosa ad anima vivente, e d'aiutarla ad adempire ciò che aveva
promesso.

Agnese era rimasta stupefatta e costernata. Voleva sdegnarsi del
silenzio tenuto con lei; ma i gravi pensieri del caso soffogavano quel
dispiacere suo proprio; voleva dirle: cos'hai fatto? ma le pareva
che sarebbe un prendersela col cielo: tanto più che Lucia tornava a
dipinger co' più vivi colori quella notte, la desolazione così nera,
e la liberazione così impreveduta, tra le quali la promessa era stata
fatta, così espressa, così solenne. E intanto, ad Agnese veniva anche
in mente questo e quell'esempio, che aveva sentito raccontar più volte,
che lei stessa aveva raccontato alla figlia, di gastighi strani e
tenibili, venuti per la violazione di qualche voto. Dopo esser rimasta
un poco come incantata, disse: «e ora cosa farai?»

«Ora,» rispose Lucia, «tocca al Signore a pensarci; al Signore e alla
Madonna. Mi son messa nelle lor mani: non m'hanno abbandonata finora;
non m'abbandoneranno ora che.... La grazia che chiedo per me al
Signore, la sola grazia, dopo la salvazion dell'anima, è che mi faccia
tornar con voi: e me la concederà, sì, me la concederà. Quel giorno....
in quella carrozza.... ah Vergine santissima!... quegli uomini!...
chi m'avrebbe detto che mi menavano da colui che mi doveva menare a
trovarmi con voi, il giorno dopo?»

«Ma non parlarne subito a tua madre!» disse Agnese con una certa
stizzetta temperata d'amorevolezza e di pietà.

«Compatitemi; non avevo cuore.... e che sarebbe giovato d'affliggervi
qualche tempo prima?»

«E Renzo?» disse Agnese, tentennando il capo.

«Ah!» esclamò Lucia, riscotendosi, «io non ci devo pensar più a quel
poverino. Già si vede che non era destinato.... Vedete come pare che il
Signore ci abbia voluti proprio tener separati. E chi sa...? ma no, no:
l'avrà preservato Lui da' pericoli, e lo farà esser fortunato anche di
più, senza di me.»

«Ma intanto,» riprese la madre, «se non fosse che tu ti sei legata per
sempre, a tutto il resto, quando a Renzo non gli sia accaduta qualche
disgrazia, con que' danari io ci avevo trovato rimedio.»

«Ma que' danari,» replicò Lucia, «ci sarebbero venuti, s'io non avessi
passata quella notte? È il Signore che ha voluto che tutto andasse
così: sia fatta la sua volontà.» E la parola morì nel pianto.

A quell'argomento inaspettato, Agnese rimase lì pensierosa. Dopo
qualche momento, Lucia, rattenendo i singhiozzi, riprese: «ora che la
cosa è fatta, bisogna adattarsi di buon animo; e voi, povera mamma,
voi mi potete aiutare, prima, pregando il Signore per la vostra povera
figlia, e poi.... bisogna bene che quel poverino lo sappia. Pensateci
voi, fatemi anche questa carità: che voi ci potete pensare. Quando
saprete dov'è, fategli scrivere, trovate un uomo.... appunto vostro
cugino Alessio, che è un uomo prudente e caritatevole, e ci ha sempre
voluto bene, e non ciarlerà: fategli scriver da lui la cosa com'è
andata, dove mi son trovata, come ho patito, e che Dio ha voluto
così, e che metta il cuore in pace, e ch'io non posso mai mai esser
di nessuno. E fargli capir la cosa con buona grazia, spiegargli che
ho promesso, che ho proprio fatto voto. Quando saprà che ho promesso
alla Madonna.... ha sempre avuto il timor di Dio. E voi, la prima volta
che avrete le sue nuove, fatemi scrivere, fatemi saper che è sano; e
poi.... non mi fate più saper nulla.»

Agnese, tutta intenerita, assicurò la figlia che ogni cosa si farebbe
come desiderava.

«Vorrei dirvi un'altra cosa,» riprese questa: «quel poverino, se non
avesse avuto la disgrazia di pensare a me, non gli sarebbe accaduto
ciò che gli è accaduto. È per il mondo; gli hanno troncato il suo
avviamento, gli hanno portato via la sua roba, que' risparmi che aveva
fatti, poverino, sapete perchè.... E noi abbiamo tanti danari! Oh
mamma! giacchè il Signore ci ha mandato tanto bene, e quel poverino, è
proprio vero che lo riguardavate come vostro.... sì, come un figliuolo,
oh! fate mezzo per uno; chè, sicuro, Iddio non ci mancherà. Cercate
un'occasione fidata, e mandateglieli, chè sa il cielo come n'ha
bisogno!»

«Ebbene, cosa credi?» rispose Agnese: «glieli manderò davvero. Povero
giovine! Perchè pensi tu ch'io fossi così contenta di que' danari?
Ma...! io era proprio venuta qui tutta contenta. Basta, io glieli
manderò, povero Renzo! ma anche lui... so quel che dico; certo che i
danari fanno piacere a chi n'ha bisogno; ma questi non saranno quelli
che lo faranno ingrassare.»

Lucia ringraziò la madre di quella pronta e liberale condiscendenza,
con una gratitudine, con un affetto, da far capire a chi l'avesse
osservata, che il suo cuore faceva ancora a mezzo con Renzo, forse più
che lei medesima non lo credesse.

«E senza di te, che farò io povera donna?» disse Agnese, piangendo
anch'essa.

«E io senza di voi, povera mamma? e in casa di forestieri? e laggiù
in quel Milano...! Ma il Signore sarà con tutt'e due; e poi ci farà
tornare insieme. Tra otto o nove mesi ci rivedremo; e di qui allora,
e anche prima, spero, avrà accomodate le cose Lui, per riunirci.
Lasciamo fare a Lui. La chiederò sempre sempre alla Madonna questa
grazia. Se avessi qualche altra cosa da offrirle, lo farei; ma è tanto
misericordiosa, che me l'otterrà per niente.»

Con queste ed altre simili, e più volte ripetute parole di lamento e di
conforto, di rammarico e di rassegnazione, con molte raccomandazioni e
promesse di non dir nulla, con molte lacrime, dopo lunghi e rinnovati
abbracciamenti, le donne si separarono, promettendosi a vicenda di
rivedersi il prossimo autunno, al più tardi; come se il mantenere
dipendesse da loro, e come però si fa sempre in casi simili.

Intanto cominciò a passar molto tempo senza che Agnese potesse
saper nulla di Renzo. Nè lettere nè imbasciate da parte di lui, non
ne veniva: di tutti quelli del paese, o del contorno, a cui potè
domandare, nessuno ne sapeva più di lei.

E non era la sola che facesse invano una tal ricerca: il cardinal
Federigo, che non aveva detto per cerimonia alle povere donne, di
voler prendere informazioni del povero giovine, aveva infatti scritto
subito per averne. Tornato poi dalla visita a Milano, aveva ricevuto
la risposta in cui gli si diceva che non s'era potuto trovar recapito
dell'indicato soggetto; che veramente era stato qualche tempo in casa
d'un suo parente, nel tal paese, dove non aveva fatto dir di sè; ma,
una mattina, era scomparso all'improvviso, e quel suo parente stesso
non sapeva cosa ne fosse stato, e non poteva che ripetere certe voci
in aria e contraddittorie che correvano, essersi il giovine arrolato
per il Levante, esser passato in Germania, perito nel guadare un
fiume: che non si mancherebbe di stare alle velette, se mai si potesse
saper qualcosa di più positivo, per farne subito parte a sua signoria
illustrissima e reverendissima.

Più tardi, quelle ed altre voci si sparsero anche nel territorio di
Lecco, e vennero per conseguenza agli orecchi d'Agnese. La povera donna
faceva di tutto per venire in chiaro qual fosse la vera, per arrivare
alla fonte di questa e di quella, ma non riusciva mai a trovar di più
di quel dicono, che, anche al giorno d'oggi, basta da sè ad attestar
tante cose. Talora, appena glien'era stata raccontata una, veniva uno e
le diceva che non era vero nulla; ma per dargliene in cambio un'altra,
ugualmente strana o sinistra. Tutte ciarle: ecco il fatto.

Il governatore di Milano e capitano generale in Italia, don Gonzalo
Fernandez di Cordova, aveva fatto un gran fracasso col signor
residente di Venezia in Milano, perchè un malandrino, un ladrone
pubblico, un promotore di saccheggio e d'omicidio, il famoso Lorenzo
Tramaglino, che, nelle mani stesse della giustizia, aveva eccitato
sommossa per farsi liberare, fosse accolto e ricettato nel territorio
bergamasco. Il residente avea risposto che la cosa gli riusciva nuova,
e che scriverebbe a Venezia, per poter dare a sua eccellenza quella
spiegazione che il caso avesse portato.

A Venezia avevan per massima di secondare e di coltivare l'inclinazione
degli operai di seta milanesi a trasportarsi nel territorio
bergamasco, e quindi di far che ci trovassero molti vantaggi e,
soprattutto quello senza di cui ogni altro è nulla, la sicurezza.
Siccome però, tra due grossi litiganti, qualche cosa, per poco che
sia, bisogna sempre che il terzo goda; così Bortolo fu avvisato in
confidenza, non si sa da chi, che Renzo non istava bene in quel paese,
e che farebbe meglio a entrare in qualche altra fabbrica, cambiando
anche nome per qualche tempo. Bortolo intese per aria, non domandò
altro, corse a dir la cosa al cugino, lo prese con sè in un calessino,
lo condusse a un altro filatoio, discosto da quello forse quindici
miglia, e lo presentò, sotto il nome d'Antonio Rivolta, al padrone,
ch'era nativo anche lui dello stato di Milano, e suo antico conoscente.
Questo, quantunque l'annata fosse scarsa, non si fece pregare a
ricevere un operaio che gli era raccomandato come onesto e abile, da un
galantuomo che se n'intendeva. Alla prova poi, non ebbe che a lodarsi
dell'acquisto; meno che, sul principio, gli era parso che il giovine
dovesse essere un po' stordito, perchè, quando si chiamava: Antonio! le
più volte non rispondeva.

Poco dopo, venne un ordine da Venezia, in istile pacato, al capitano
di Bergamo, che prendesse e desse informazione, se nella sua
giurisdizione, e segnatamente nel tal paese, si trovasse il tal
soggetto. Il capitano, fatte le sue diligenze, come aveva capito che
si volevano, trasmise la risposta negativa, la quale fu trasmessa al
residente in Milano, che la trasmettesse a don Gonzalo Fernandez di
Cordova.

Non mancavan poi curiosi, che volessero saper da Bortolo il perchè
quel giovine non c'era più, e dove fosse andato. Alla prima domanda
Bortolo rispondeva: «ma! è scomparso.» Per mandar poi in pace i più
insistenti, senza dar loro sospetto di quel che n'era davvero, aveva
creduto bene di regalar loro, a chi l'una, a chi l'altra delle notizie
da noi riferite di sopra: però, come cose incerte, che aveva sentite
dire anche lui, senza averne un riscontro positivo.

Ma quando la domanda gli venne fatta per commission del cardinale,
senza nominarlo, e con un certo apparato d'importanza e di mistero,
lasciando capire ch'era in nome d'un gran personaggio, tanto più
Bortolo s'insospettì, e credè necessario di risponder secondo il
solito; anzi, trattandosi d'un gran personaggio, diede in una volta
tutte le notizie che aveva stampate a una a una, in quelle diverse
occorrenze.

Non si creda però che don Gonzalo, un signore di quella sorte, l'avesse
proprio davvero col povero filatore di montagna; che informato forse
del poco rispetto usato, e delle cattive parole dette da colui al
suo re moro incatenato per la gola, volesse fargliela pagare; o che
lo credesse un soggetto tanto pericoloso, da perseguitarlo anche
fuggitivo, da non lasciarlo vivere anche lontano, come il senato romano
con Annibale. Don Gonzalo aveva troppe e troppo gran cose in testa, per
darsi tanto pensiero de' fatti di Renzo; e se parve che se ne desse,
nacque da un concorso singolare di circostanze, per cui il poveraccio,
senza volerlo, e senza saperlo nè allora nè mai, si trovò, con un
sottilissimo e invisibile filo, attaccato, a quelle troppe e troppo
gran cose.




                            CAPITOLO XXVII.


Già più d'una volta c'è occorso di far menzione della guerra che allora
bolliva, per la successione agli stati del duca Vincenzo Gonzaga,
secondo di quel nome; ma c'è occorso sempre in momenti di gran fretta:
sicchè non abbiam mai potuto darne più che un cenno alla sfuggita.
Ora però, all'intelligenza del nostro racconto si richiede proprio
d'averne qualche notizia più particolare. Son cose che chi conosce la
storia le deve sapere; ma siccome, per un giusto sentimento di noi
medesimi, dobbiam supporre che quest'opera non possa esser letta se non
da ignoranti, così non sarà male che ne diciamo qui quanto basti per
infarinarne chi n'avesse bisogno.

Abbiam detto che, alla morte di quel duca, il primo chiamato, in linea
di successione, Carlo Gonzaga, capo d'un ramo cadetto trapiantato in
Francia, dove possedeva i ducati di Nevers e di Rhétel, era entrato al
possesso di Mantova; e ora aggiungiamo, del Monferrato: che la fretta
appunto ce l'aveva fatto lasciar nella penna. La corte di Madrid, che
voleva a ogni patto (abbiam detto anche questo) escludere da que' due
feudi il nuovo principe, e per escluderlo aveva bisogno d'una ragione
(perchè le guerre fatte senza una ragione sarebbero ingiuste), s'era
dichiarata sostenitrice di quella che pretendevano avere, su Mantova
un altro Gonzaga, Ferrante, principe di Guastalla; sul Monferrato Carlo
Emanuele I, duca di Savoia, e Margherita Gonzaga, duchessa vedova di
Lorena. Don Gonzalo, ch'era della casa del gran capitano, e ne portava
il nome, e che aveva già fatto la guerra in Fiandra, voglioso oltremodo
di condurne una in Italia, era forse quello che faceva più fuoco,
perchè questa si dichiarasse; e intanto, interpretando l'intenzioni e
precorrendo gli ordini della corte suddetta, aveva concluso col duca di
Savoia un trattato d'invasione e di divisione del Monferrato; e n'aveva
poi ottenuta facilmente la ratificazione dal conte duca, facendogli
creder molto agevole l'acquisto di Casale, ch'era il punto più difeso
della parte pattuita al re di Spagna. Protestava però, in nome di
questo, di non volere occupar paese, se non a titolo di deposito, fino
alla sentenza dell'imperatore; il quale, in parte per gli ufizi altrui,
in parte per suoi propri motivi, aveva intanto negata l'investitura al
nuovo duca, e intimatogli che rilasciasse a lui in sequestro gli stati
controversi: lui poi, sentite le parti, li rimetterebbe a chi fosse di
dovere. Cosa alla quale il Nevers non s'era voluto piegare.

Aveva anche lui amici d'importanza: il cardinale di Richelieu, i
signori veneziani, e il papa, ch'era, come abbiam detto, Urbano VIII.
Ma il primo, impegnato allora nell'assedio della Roccella e in una
guerra con l'Inghilterra, attraversato dal partito della regina madre,
Maria de' Medici, contraria, per certi suoi motivi, alla casa di
Nevers, non poteva dare che delle speranze. I veneziani non volevan
moversi, e nemmeno dichiararsi, se prima un esercito francese non fosse
calato in Italia; e, aiutando il duca sotto mano, come potevano, con la
corte di Madrid e col governatore di Milano, stavano sulle proteste,
sulle proposte, sull'esortazioni, placide o minacciose, secondo i
momenti. Il papa raccomandava il Nevers agli amici, intercedeva in suo
favore presso gli avversari, faceva progetti d'accomodamento; di metter
gente in campo non ne voleva saper nulla.

Così i due alleati alle offese poterono, tanto più sicuramente,
cominciar l'impresa concertata. Il duca di Savoia era entrato, dalla
sua parte, nel Monferrato; don Gonzalo aveva messo, con gran voglia,
l'assedio a Casale; ma non ci trovava tutta quella soddisfazione che
s'era immaginato: che non credeste che nella guerra sia tutto rose. La
corte non l'aiutava a seconda de' suoi desidèri, anzi gli lasciava
mancare i mezzi più necessari; l'alleato l'aiutava troppo: voglio dire
che, dopo aver presa la sua porzione, andava spilluzzicando quella
assegnata al re di Spagna. Don Gonzalo se ne rodeva quanto mai si
possa dire; ma temendo, se faceva appena un po' di rumore, che quel
Carlo Emanuele, così attivo ne' maneggi e mobile ne' trattati, come
prode nell'armi, si voltasse alla Francia, doveva chiudere un occhio,
mandarla giù, e stare zitto. L'assedio poi andava male, in lungo,
ogni tanto all'indietro, e per il contegno saldo, vigilante, risoluto
degli assediati, e per aver lui poca gente, e, al dire di qualche
storico, per i molti spropositi che faceva. Su questo noi lasciamo la
verità a suo luogo, disposti anche, quando la cosa fosse realmente
così, a trovarla bellissima, se fu cagione che in quell'impresa sia
restato morto, smozzicato, storpiato qualche uomo di meno, e, _ceteris
paribus_, anche soltanto un po' meno danneggiati i tegoli di Casale.
In questi frangenti ricevette la nuova della sedizione di Milano, e ci
accorse in persona.

Qui, nel ragguaglio che gli si diede, fu fatta anche menzione della
fuga ribelle e clamorosa di Renzo, de' fatti veri e supposti ch'erano
stati cagione del suo arresto; e gli si seppe anche dire che questo
tale s'era rifugiato sul territorio di Bergamo. Questa circostanza
fermò l'attenzione di don Gonzalo. Era informato da tutt'altra parte,
che a Venezia avevano alzata la cresta, per la sommossa di Milano; che
da principio avevan creduto che sarebbe costretto a levar l'assedio da
Casale, e pensavan tuttavia che ne fosse ancora sbalordito, e in gran
pensiero: tanto più che, subito dopo quell'avvenimento, era arrivata
la notizia, sospirata da que' signori e temuta da lui, della resa
della Roccella. E scottandogli molto, e come uomo e come politico,
che que' signori avessero un tal concetto de' fatti suoi, spiava ogni
occasione di persuaderli, per via d'induzione, che non aveva perso
nulla dell'antica sicurezza; giacchè il dire espressamente: non ho
paura, è come non dir nulla. Un buon mezzo è di fare il disgustato,
di querelarsi, di reclamare: e perciò, essendo venuto il residente di
Venezia a fargli un complimento, e ad esplorare insieme, nella sua
faccia e nel suo contegno, come stesse dentro di sè (notate tutto;
chè questa è politica di quella vecchia fine), don Gonzalo, dopo aver
parlato del tumulto, leggermente e da uomo che ha già messo riparo a
tutto; fece quel fracasso che sapete a proposito di Renzo; come sapete
anche quel che ne venne in conseguenza. Dopo, non s'occupò più d'un
affare così minuto e, in quanto a lui, terminato; e quando poi, che fu
un pezzo dopo, gli arrivò la risposta, al campo sopra Casale, dov'era
tornato, e dove aveva tutt'altri pensieri, alzò e dimenò la testa, come
un baco da seta che cerchi la foglia; stette lì un momento, per farsi
tornar vivo nella memoria quel fatto, di cui non ci rimaneva più che
un'ombra; si rammentò della cosa, ebbe un'idea fugace e confusa del
personaggio; passò ad altro, e non ci pensò più.

Ma Renzo, il quale, da quel poco che gli s'era fatto veder per aria,
doveva supporre tutt'altro che una così benigna noncuranza, stette
un pezzo senz'altro pensiero o, per dir meglio, senz'altro studio,
che di viver nascosto. Pensate se si struggeva di mandar le sue nuove
alle donne, e d'aver le loro; ma c'eran due gran difficoltà. Una,
che avrebbe dovuto anche lui confidarsi a un segretario, perchè il
poverino non sapeva scrivere, e neppur leggere, nel senso esteso della
parola; e se, interrogato di ciò, come forse vi ricorderete, dal dottor
Azzecca-garbugli, aveva risposto di sì, non fu un vanto, una sparata,
come si dice; ma era la verità che lo stampato lo sapeva leggere,
mettendoci il suo tempo: lo scritto è un altro par di maniche. Era
dunque costretto a mettere un terzo a parte de' suoi interessi, d'un
segreto così geloso: e un uomo che sapesse tener la penna in mano, e di
cui uno si potesse fidare, a que' tempi non si trovava così facilmente;
tanto più in un paese dove non s'avesse nessuna antica conoscenza.
L'altra difficoltà era d'avere anche un corriere; un uomo che andasse
appunto da quelle parti, che volesse incaricarsi della lettera, e darsi
davvero il pensiero di recapitarla; tutte cose, anche queste, difficili
a trovarsi in un uomo solo.

Finalmente, cerca e ricerca, trovò chi scrivesse per lui. Ma, non
sapendo se le donne fossero ancora a Monza, o dove, credè bene di fare
accluder la lettera per Agnese in un'altra diretta al padre Cristoforo.
Lo scrivano prese anche l'incarico di far recapitare il plico; lo
consegnò a uno che doveva passare non lontano da Pescarenico; costui lo
lasciò, con molte raccomandazioni, in un'osteria sulla strada, al punto
più vicino; trattandosi che il plico era indirizzato a un convento,
ci arrivò; ma cosa n'avvenisse dopo, non s'è mai saputo. Renzo, non
vedendo comparir risposta, fece stendere un'altra lettera, a un di
presso come la prima, e accluderla in un'altra a un suo amico di Lecco,
o parente che fosse. Si cercò un altro latore, si trovò; questa volta
la lettera arrivò a chi era diretta. Agnese trottò a Maggianico, se la
fece leggere e spiegare da quell'Alessio suo cugino: concertò con lui
una risposta, che questo mise in carta; si trovò il mezzo di mandarla
ad Antonio Rivolta nel luogo del suo domicilio: tutto questo però non
così presto come noi lo raccontiamo. Renzo ebbe la risposta, e fece
riscrivere. In somma, s'avviò tra le due parti un carteggio, nè rapido
nè regolare, ma pure, a balzi e ad intervalli, continuato.

Ma per avere un'idea di quel carteggio, bisogna sapere un poco come
andassero allora tali cose, anzi come vadano; perchè, in questo
particolare, credo che ci sia poco o nulla di cambiato.

Il contadino che non sa scrivere, e che avrebbe bisogno di scrivere, si
rivolge a uno che conosca quell'arte, scegliendolo, per quanto può, tra
quelli della sua condizione, perchè degli altri si perita, o si fida
poco; l'informa, con più o meno ordine e chiarezza, degli antecedenti:
e gli espone, nella stessa maniera, la cosa da mettere in carta. Il
letterato, parte intende, parte frantende, dà qualche consiglio,
propone qualche cambiamento, dice: lasciate fare a me; piglia la penna,
mette come può in forma letteraria i pensieri dell'altro, li corregge,
li migliora, carica la mano, oppure smorza, lascia anche fuori, secondo
gli pare che torni meglio alla cosa: perchè, non c'è rimedio, chi ne
sa più degli altri non vuol essere strumento materiale nelle loro
mani; e quando entra negli affari altrui, vuoi anche fargli andare un
po' a modo suo. Con tutto ciò, al letterato suddetto non gli riesce
sempre di dire tutto quel che vorrebbe; qualche volta gli accade di
dire tutt'altro: accade anche a noi altri, che scriviamo per la stampa.
Quando la lettera così composta arriva alle mani del corrispondente,
che anche lui non abbia pratica dell'abbiccì, la porta a un altro
dotto di quel calibro, il quale gliela legge e gliela spiega. Nascono
delle questioni sul modo d'intendere; perchè l'interessato, fondandosi
sulla cognizione de' fatti antecedenti, pretende che certe parole
voglian dire una cosa; il lettore, stando alla pratica che ha della
composizione, pretende che ne vogliano dire un'altra. Finalmente
bisogna che chi non sa si metta nelle mani di chi sa, e dia a lui
l'incarico della risposta: la quale, fatta sul gusto della proposta,
va poi soggetta a un'interpretazione simile. Che se, per di più, il
soggetto della corrispondenza è un po' geloso; se c'entrano affari
segreti, che non si vorrebbero lasciar capire a un terzo, caso mai che
la lettera andasse persa; se, per questo riguardo, c'è stata anche
l'intenzione positiva di non dir le cose affatto chiare; allora, per
poco che la corrispondenza duri, le parti finiscono a intendersi tra
di loro come altre volte due scolastici che da quattr'ore disputassero
sull'entelechia: per non prendere una similitudine da cose vive; che ci
avesse poi a toccare qualche scappellotto.

Ora, il caso de' nostri due corrispondenti era appunto quello che
abbiam detto. La prima lettera scritta in nome di Renzo conteneva molte
materie. Da principio, oltre un racconto della fuga, molto più conciso,
ma anche più arruffato di quello che avete letto, un ragguaglio
delle sue circostanze attuali; dal quale, tanto Agnese quanto il
suo turcimanno furono ben lontani di ricavare un costrutto chiaro e
intero: avviso segreto, cambiamento di nome, esser sicuro, ma dovere
star nascosto; cose per sè non troppo famigliari a' loro intelletti,
e nella lettera dette anche un po' in cifra. C'era poi delle domande
affannose, appassionate, su' casi di Lucia, con de' cenni oscuri e
dolenti, intorno alle voci che n'erano arrivate fino a Renzo. C'erano
finalmente speranze incerte, e lontane, disegni lanciati nell'avvenire,
e intanto promesse e preghiere di mantener la fede data, di non perder
la pazienza nè il coraggio, d'aspettar migliori circostanze.

Dopo un po' di tempo, Agnese trovò un mezzo fidato di far pervenire
nelle mani di Renzo una risposta, co' cinquanta scudi assegnatigli
da Lucia. Al veder tant'oro, Renzo non sapeva cosa si pensare; e
con l'animo agitato da una maraviglia e da una sospensione che non
davan luogo a contentezza, corse in cerca del segretario, per farsi
interpretar la lettera, e aver la chiave d'un così strano mistero.

Nella lettera, il segretario d'Agnese, dopo qualche lamento sulla poca
chiarezza della proposta, passava a descrivere, con chiarezza a un di
presso uguale, la tremenda storia di quella persona (così diceva); e
qui rendeva ragione de' cinquanta scudi; poi veniva a parlar del voto,
ma per via di perifrasi, aggiungendo, con parole più dirette e aperte,
il consiglio di mettere il cuore in pace, e di non pensarci più.

Renzo, poco mancò che non se la prendesse col lettore interprete:
tremava, inorridiva, s'infuriava, di quel che aveva capito, e di quel
che non aveva potuto capire. Tre o quattro volte si fece rileggere il
terribile scritto, ora parendogli d'intender meglio, ora divenendogli
buio ciò che prima gli era parso chiaro. E in quella febbre di
passioni, volle che il segretario mettesse subito mano alla penna, e
rispondesse. Dopo l'espressioni più forti che si possano immaginare
di pietà e di terrore per i casi di Lucia, «scrivete,» proseguiva
dettando, «che io il cuore in pace non lo voglio mettere, e non lo
metterò mai; e che non son pareri da darsi a un figliuolo par mio; e
che i danari non li toccherò; che li ripongo, e li tengo in deposito,
per la dote della giovine; che già la giovine dev'esser mia; che io
non so di promessa; e che ho ben sempre sentito dire che la Madonna
c'entra per aiutare i tribolati, e per ottener delle grazie, ma per far
dispetto e per mancar di parola, non l'ho sentito mai; e che codesto
non può stare; e che, con questi danari, abbiamo a metter su casa qui;
e che, se ora sono un po' imbrogliato, l'è una burrasca che passerà
presto;» e cose simili.

Agnese ricevè poi quella lettera, e fece riscrivere; e il carteggio
continuò, nella maniera che abbiam detto.

Lucia, quando la madre ebbe potuto, non so per qual mezzo, farle sapere
che quel tale era vivo e in salvo e avvertito, sentì un gran sollievo,
e non desiderava più altro, se non che si dimenticasse di lei; o,
per dir la cosa proprio a un puntino, che pensasse a dimenticarla.
Dal canto suo, faceva cento volte al giorno una risoluzione simile
riguardo a lui; e adoprava anche ogni mezzo, per mandarla ad effetto.
Stava assidua al lavoro, cercava d'occuparsi tutta in quello: quando
l'immagine di Renzo le si presentava, e lei a dire o a cantare orazioni
a mente. Ma quell'immagine, proprio come se avesse avuto malizia, non
veniva per lo più, così alla scoperta; s'introduceva di soppiatto
dietro all'altre, in modo che la mente non s'accorgesse d'averla
ricevuta, se non dopo qualche tempo che la c'era. Il pensiero di Lucia
stava spesso con la madre: come non ci sarebbe stato? e il Renzo ideale
veniva pian piano a mettersi in terzo, come il reale aveva fatto tante
volte. Così con tutte le persone, in tutti i luoghi, in tutte le
memorie del passato, colui si veniva a ficcare. E se la poverina si
lasciava andar qualche volta a fantasticar sul suo avvenire, anche lì
compariva colui, per dire, se non altro: io a buon conto non ci sarò.
Però, se il non pensare a lui era impresa disperata, a pensarci meno, e
meno intensamente che il cuore avrebbe voluto, Lucia ci riusciva fino a
un certo segno: ci sarebbe anche riuscita meglio, se fosse stata sola a
volerlo. Ma c'era donna Prassede, la quale, tutta impegnata dal canto
suo a levarle dall'animo colui, non aveva trovato miglior espediente
che di parlargliene spesso. «Ebbene?» le diceva: «non ci pensiam più a
colui?»

«Io non penso a nessuno,» rispondeva Lucia.

Donna Prassede non s'appagava d'una risposta simile; replicava che ci
volevan fatti e non parole; si diffondeva a parlare sul costume delle
giovani, le quali, diceva, «quando hanno nel cuore uno scapestrato (ed
è lì che inclinano sempre), non se lo staccan più. Un partito onesto,
ragionevole, d'un galantuomo, d'un uomo assestato, che, per qualche
accidente, vada a monte, son subito rassegnate; ma un rompicollo,
è piaga incurabile.» E allora principiava il panegirico del povero
assente, del birbante venuto a Milano, per rubare e scannare; e voleva
far confessare a Lucia le bricconate che colui doveva aver fatte, anche
al suo paese.

Lucia, con la voce tremante di vergogna, di dolore, e di quello sdegno
che poteva aver luogo nel suo animo dolce e nella sua umile fortuna,
assicurava e attestava, che, al suo paese, quel poveretto non aveva
mai fatto parlar di sè, altro che in bene; avrebbe voluto, diceva,
che fosse presente qualcheduno di là, per fargli far testimonianza.
Anche sull'avventure di Milano, delle quali non era ben informata,
lo difendeva, appunto con la cognizione che aveva di lui e de' suoi
portamenti fino dalla fanciullezza. Lo difendeva o si proponeva di
difenderlo, per puro dovere di carità, per amore del vero, e, a dir
proprio la parola con la quale spiegava a sè stessa il suo sentimento,
come prossimo. Ma da queste apologie donna Prassede ricavava nuovi
argomenti per convincer Lucia, che il suo cuore era ancora perso dietro
a colui. E per verità, in que' momenti, non saprei ben dire come la
cosa stesse. L'indegno ritratto che la vecchia faceva del poverino,
risvegliava, per opposizione, più viva e più distinta che mai, nella
mente della giovine l'idea che vi s'era formata in una così lunga
consuetudine; le rimembranze compresse a forza, si svolgevano in folla;
l'avversione e il disprezzo richiamavano tanti antichi motivi di stima;
l'odio cieco e violento faceva sorger più forte la pietà: e con questi
affetti, chi sa quanto ci potesse essere o non essere di quell'altro
che dietro ad essi s'introduce così facilmente negli animi; figuriamoci
cosa farà in quelli, donde si tratti di scacciarlo per forza. Sia come
si sia, il discorso, per la parte di Lucia, non sarebbe mai andato
molto in lungo; che le parole finivan presto in pianto.

Se donna Prassede fosse stata spinta a trattarla in quella maniera da
qualche odio inveterato contro di lei, forse quelle lacrime l'avrebbero
tocca, e fatta smettere; ma parlando a fin di bene, tirava avanti,
senza lasciarsi smovere: come i gemiti, i gridi supplichevoli, potranno
ben trattenere l'arme d'un nemico, ma non il ferro d'un chirurgo. Fatto
però bene il suo dovere per quella volta, dalle stoccate e da' rabbuffi
veniva all'esortazioni, ai consigli, conditi anche di qualche lode, per
temperar così l'agro col dolce, e ottener meglio l'effetto, operando
sull'animo in tutti i versi. Certo, di quelle baruffe (che avevan
sempre a un di presso lo stesso principio, mezzo e fine), non rimaneva
alla buona Lucia propriamente astio contro l'acerba predicatrice, la
quale poi nel resto la trattava con gran dolcezza; e anche in questo,
si vedeva una buona intenzione. Le rimaneva bensì un ribollimento, una
sollevazione di pensieri e d'affetti tale, che ci voleva molto tempo e
molta fatica per tornare a quella qualunque calma di prima.

Buon per lei, che non era la sola a cui donna Prassede avesse a far
del bene; sicchè le baruffe non potevano esser così frequenti. Oltre
il resto della servitù, tutti cervelli che avevan bisogno, più o
meno, d'esser raddirizzati e guidati; oltre tutte l'altre occasioni
di prestar lo stesso ufizio, per buon cuore, a molti con cui non era
obbligata a niente: occasioni che cercava, se non s'offrivan da sè;
aveva anche cinque figlie; nessuna in casa, ma che le davan più da
pensare, che se ci fossero state. Tre eran monache, due maritate;
e donna Prassede si trovava naturalmente aver tre monasteri e due
case a cui soprintendere: impresa vasta e complicata, e tanto più
faticosa, che due mariti, spalleggiati da padri, da madri, da fratelli,
e tre badesse, fiancheggiate da altre dignità e da molte monache,
non volevano accettare la sua soprintendenza. Era una guerra, anzi
cinque guerre, coperte, gentili, fino a un certo segno, ma vive e
senza tregua: era in tutti que' luoghi un'attenzione continua a
scansare la sua premura, a chiuder l'adito a' suoi pareri, a eludere
le sue richieste, a far che fosse al buio, più che si poteva, d'ogni
affare. Non parlo de' contrasti, delle difficoltà che incontrava nel
maneggio d'altri affari anche più estranei: si sa che agli uomini il
bene bisogna, le più volte, farlo per forza. Dove il suo zelo poteva
esercitarsi liberamente, era in casa: lì ogni persona era soggetta, in
tutto e per tutto, alla sua autorità, fuorchè don Ferrante, col quale
le cose andavano in un modo affatto particolare.

Uomo di studio, non gli piaceva nè di comandare nè d'ubbidire. Che,
in tutte le cose di casa, la signora moglie fosse la padrona, alla
buon'ora; ma lui servo, no. E se, pregato, le prestava a un'occorrenza
l'ufizio della penna, era perchè ci aveva il suo genio; del rimanente,
anche in questo sapeva dir di no, quando non fosse persuaso di ciò
che lei voleva fargli scrivere. «La s'ingegni,» diceva in que' casi;
«faccia da sè, giacchè la cosa le par tanto chiara.» Donna Prassede,
dopo aver tentato per qualche tempo, e inutilmente, di tirarlo dal
lasciar fare al fare, s'era ristretta a brontolare spesso contro di
lui, a nominarlo uno schivafatiche, un uomo fisso nelle sue idee, un
letterato; titolo nel quale, insieme con la stizza, c'entrava anche un
po' di compiacenza.

Don Ferrante passava di grand'ore nel suo studio, dove aveva una
raccolta di libri considerabile, poco meno di trecento volumi: tutta
roba scelta, tutte opere delle più riputate, in varie materie; in
ognuna delle quali era più o meno versato. Nell'astrologia, era
tenuto, e con ragione, per più che un dilettante; perchè non ne
possedeva soltanto quelle nozioni generiche, e quel vocabolario comune,
d'influssi, d'aspetti, di congiunzioni; ma sapeva parlare a proposito,
e come dalla cattedra, delle dodici case del cielo, de' circoli
massimi, de' gradi lucidi e tenebrosi, d'esaltazione e di deiezione,
di transiti e di rivoluzioni, de' principi in somma più certi e più
reconditi della scienza. Ed eran forse vent'anni che, in dispute
frequenti e lunghe, sosteneva la domificazione del Cardano contro un
altro dotto attaccato ferocemente a quella dell'Alcabizio, per mera
ostinazione, diceva don Ferrante; il quale, riconoscendo volentieri la
superiorità degli antichi, non poteva però soffrire quel non voler dar
ragione a' moderni, anche dove l'hanno chiara che la vedrebbe ognuno.
Conosceva anche, più che mediocremente, la storia della scienza; sapeva
a un bisogno citare le più celebri predizioni avverate, e ragionar
sottilmente ed eruditamente sopra altre celebri predizioni andate a
vôto, per dimostrar che la colpa non era della scienza, ma di chi non
l'aveva saputa adoprar bene.

Della filosofia antica aveva imparato quanto poteva bastare, e n'andava
di continuo imparando di più, dalla lettura di Diogene Laerzio. Siccome
però que' sistemi, per quanto sian belli, non si può adottarli tutti;
e, a voler esser filosofo, bisogna scegliere un autore, così don
Ferrante aveva scelto Aristotile, il quale, come diceva lui, non è nè
antico nè moderno; è il filosofo. Aveva anche varie opere de' più savi
e sottili seguaci di lui, tra i moderni: quelle de' suoi impugnatori
non aveva mai voluto leggerle, per non buttar via il tempo, diceva; nè
comprarle, per non buttar via i danari. Per eccezione però, dava luogo
nella sua libreria a que' celebri ventidue libri _De subtilitate_,
e a qualche altr'opera antiperipatetica del Cardano, in grazia del
suo valore in astrologia; dicendo che chi aveva potuto scrivere il
trattato _De restitutione temporum et motuum cælestium_, e il libro
_Duodecim geniturarum_, meritava d'essere ascoltato, anche quando
spropositava; e che il gran difetto di quell'uomo era stato d'aver
troppo ingegno; e che nessuno si può immaginare dove sarebbe arrivato,
anche in filosofia, se fosse stato sempre nella strada retta. Del
rimanente, quantunque, nel giudizio de' dotti, don Ferrante passasse
per un peripatetico consumato, non ostante a lui non pareva di saperne
abbastanza; e più d'una volta disse, con gran modestia, che l'essenza,
gli universali, l'anima del mondo, e la natura delle cose non eran cose
tanto chiare, quanto si potrebbe credere.

[Illustrazione: Don Ferrante passava di grand'ore nel suo studio....
pag. 399]

Della filosofia naturale s'era fatto più un passatempo che uno studio;
l'opere stesse d'Aristotile su questa materia, e quelle di Plinio le
aveva piuttosto lette che studiate: non di meno, con questa lettura,
con le notizie raccolte incidentemente da' trattati di filosofia
generale, con qualche scorsa data alla _Magia naturale_ del Porta,
alle tre storie _lapidum_, _animalium_, _plantarum_, del Cardano, al
Trattato dell'erbe, delle piante, degli animali, d'Alberto Magno,
a qualche altr'opera di minor conto, sapeva a tempo trattenere una
conversazione ragionando delle virtù più mirabili e delle curiosità
più singolari di molti semplici; descrivendo esattamente le forme
e l'abitudini delle sirene e dell'unica fenice; spiegando come la
salamandra stia nel fuoco senza bruciare; come la remora, quel
pesciolino, abbia la forza e l'abilità di fermare di punto in bianco,
in alto mare, qualunque gran nave; come le gocciole della rugiada
diventin perle in seno delle conchiglie; come il camaleonte si cibi
d'aria; come dal ghiaccio lentamente indurato, con l'andar de' secoli,
si formi il cristallo; e altri de' più maravigliosi segreti della
natura.

In quelli della magia e della stregoneria s'era internato di più,
trattandosi, dice il nostro anonimo, di scienza molto più in voga e più
necessaria, e nella quale i fatti sono di molto maggiore importanza,
e più a mano, da poterli verificare. Non c'è bisogno di dire che, in
un tale studio, non aveva mai avuta altra mira che d'istruirsi e di
conoscere a fondo le pessime arti de' maliardi, per potersene guardare,
e difendere. E, con la scorta principalmente del gran Martino Delrio
(l'uomo della scienza), era in grado di discorrere _ex professo_ del
maleficio amatorio, del maleficio sonnifero, del maleficio ostile, e
dell'infinite specie che, pur troppo, dice ancora l'anonimo, si vedono
in pratica alla giornata, di questi tre generi capitali di malíe, con
effetti così dolorosi. Ugualmente vaste e fondate eran le cognizioni di
don Ferrante in fatto di storia, specialmente universale: nella quale i
suoi autori erano il Tarcagnota, il Dolce, il Bugatti, il Campana, il
Guazzo, i più riputati in somma.

Ma cos'è mai la storia, diceva spesso don Ferrante, senza la politica?
Una guida che cammina, cammina, con nessuno dietro che impari la
strada, e per conseguenza butta via i suoi passi; come la politica
senza la storia è uno che cammina senza guida. C'era dunque ne' suoi
scaffali un palchetto assegnato agli statisti; dove, tra molti
di piccola mole, e di fama secondaria, spiccavano il Bodino, il
Cavalcanti, il Sansovino, il Parata, il Boccalini. Due però erano i
libri che don Ferrante anteponeva a tutti, e di gran lunga, in questa
materia; due che, fino a un certo tempo, fu solito di chiamare i primi,
senza mai potersi risolvere a qual de' due convenisse unicamente quel
grado: l'uno, il _Principe_ e i _Discorsi_ del celebre segretario
fiorentino; mariolo sì, diceva don Ferrante, ma profondo: l'altro,
la _Ragion di Stato_ del non men celebre Giovanni Botero; galantuomo
sì, diceva pure, ma acuto. Ma, poco prima del tempo nel quale è
circoscritta la nostra storia, era venuto fuori il libro che terminò
la questione del primato, passando avanti anche all'opere di que' due
_matadori_, diceva don Ferrante; il libro in cui si trovan racchiuse
e come stillate tutte le malizie, per poterle conoscere, e tutte le
virtù, per poterle praticare; quel libro piccino, ma tutto d'oro; in
una parola, lo _Statista Regnante_ di don Valeriano Castiglione, di
quell'uomo celeberrimo, di cui si può dire, che i più gran letterati
lo esaltavano a gara, e i più gran personaggi facevano a rubarselo; di
quell'uomo, che il papa Urbano VIII onorò, come è noto, di magnifiche
lodi; che il cardinal Borghese e il vicerè di Napoli, don Pietro di
Toledo, sollecitarono a descrivere, il primo i fatti di papa Paolo V,
l'altro le guerre del re cattolico in Italia, l'uno e l'altro invano;
di quell'uomo, che Luigi XIII, re di Francia, per suggerimento del
cardinal di Richelieu, nominò suo istoriografo; a cui il duca Carlo
Emanuele di Savoia conferì la stessa carica; in lode di cui, per
tralasciare altre gloriose testimonianze, la duchessa Cristina, figlia
del cristianissimo re Enrico IV, potè in un diploma, con molti altri
titoli, annoverare «la certezza della fama ch'egli ottiene in Italia,
di primo scrittore de' nostri tempi.»

Ma se, in tutte le scienze suddette, don Ferrante poteva dirsi
addottrinato, una ce n'era in cui meritava e godeva il titolo di
professore: la scienza cavalleresca. Non solo ne ragionava con vero
possesso, ma pregato frequentemente d'intervenire in affari d'onore,
dava sempre qualche decisione. Aveva nella sua libreria, e si può
dire in testa, le opere degli scrittori più riputati in tal materia:
Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, l'Urrea, il Muzio, il Romei,
l'Albergato, il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso,
di cui aveva anche in pronto, e a un bisogno sapeva citare a memoria
tutti i passi della Gerusalemme Liberata, come della Conquistata, che
possono far testo in materia di cavalleria. L'autore però degli autori,
nel suo concetto, era il nostro celebre Francesco Birago, con cui si
trovò anche, più d'una volta, a dar giudizio sopra casi d'onore; e
il quale, dal canto suo, parlava di don Ferrante in termini di stima
particolare. E fin da quando venner fuori i _Discorsi Cavallereschi_
di quell'insigne scrittore, don Ferrante pronosticò, senza esitazione,
che quest'opera avrebbe rovinata l'autorità dell'Olevano, e sarebbe
rimasta, insieme con l'altre sue nobili sorelle, come codice di
primaria autorità presso ai posteri: profezia, dice l'anonimo, che
ognun può vedere come si sia avverata.

Da questo passa poi alle lettere amene; ma noi cominciamo a dubitare
se veramente il lettore abbia una gran voglia d'andar avanti con lui
in questa rassegna, anzi a temere di non aver già buscato il titolo
di copiator servile per noi, e quello di seccatore da dividersi con
l'anonimo sullodato, per averlo bonariamente seguito fin qui, in
cosa estranea al racconto principale, e nella quale probabilmente
non s'è tanto disteso, che per isfoggiar dottrina, e far vedere che
non era indietro del suo secolo. Però, lasciando scritto quel che è
scritto, per non perder la nostra fatica, ometteremo il rimanente,
per rimetterci in istrada: tanto più che ne abbiamo un bel pezzo da
percorrere, senza incontrare alcun de' nostri personaggi, e uno più
lungo ancora, prima di trovar quelli ai fatti de' quali certamente il
lettore s'interessa di più, se a qualche cosa s'interessa in tutto
questo.

Fino all'autunno del seguente anno 1629, rimasero tutti, chi per
volontà, chi per forza, nello stato a un di presso in cui gli abbiam
lasciati, senza che ad alcuno accadesse, nè che alcun altro potesse far
cosa degna d'esser riferita. Venne l'autunno, in cui Agnese e Lucia
avevan fatto conto di ritrovarsi insieme: ma un grande avvenimento
pubblico mandò quel conto all'aria: e fu questo certamente uno de'
suoi più piccoli effetti. Seguiron poi altri grandi avvenimenti,
che però non portarono nessun cambiamento notabile nella sorte de'
nostri personaggi. Finalmente nuovi casi, più generali, più forti,
più estremi, arrivarono anche fino a loro, fino agli infimi di
loro, secondo la scala del mondo: come un turbine vasto, incalzante,
vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi, arruffando tetti, scoprendo
campanili, abbattendo muraglie, e sbattendone qua e là i rottami,
solleva anche i fuscelli nascosti tra l'erba, va a cercare negli angoli
le foglie passe e leggieri, che un minor vento vi aveva confinate, e le
porta in giro involte nella sua rapina.

Ora, perchè i fatti privati che ci rimangon da raccontare, riescan
chiari, dobbiamo assolutamente premettere un racconto alla meglio di
quei pubblici, prendendola anche un po' da lontano.




                           CAPITOLO XXVIII.


Dopo quella sedizione del giorno di san Martino e del seguente, parve
che l'abbondanza fosse tornata in Milano, come per miracolo. Pane in
quantità da tutti i fornai; il prezzo, come nell'annate migliori; le
farine a proporzione. Coloro che, in que' due giorni, s'erano addati
a urlare o a far anche qualcosa di più, avevano ora (meno alcuni
pochi stati presi) di che lodarsi: e non crediate che se ne stessero,
appena cessato quel primo spavento delle catture. Sulle piazze, sulle
cantonate, nelle bettole, era un tripudio palese, un congratularsi e
un vantarsi tra' denti d'aver trovata la maniera di far rinviliare
il pane. In mezzo però alla festa e alla baldanza, c'era (e come non
ci sarebbe stata?) un'inquietudine, un presentimento che la cosa non
avesse a durare. Assediavano i fornai e i farinaioli, come già avevan
fatto in quell'altra fattizia e passeggiera abbondanza prodotta dalla
prima tariffa d'Antonio Ferrer; tutti consumavano senza risparmio; chi
aveva qualche quattrino da parte, l'investiva in pane e in farine;
facevan magazzino delle casse, delle botticine, delle caldaie. Così,
facendo a gara a goder del buon mercato presente, ne rendevano, non
dico impossibile la lunga durata, che già lo era per sè, ma sempre più
difficile anche la continuazione momentanea. Ed ecco che, il 15 di
novembre, Antonio Ferrer, _De orden de Su Excelencia_, pubblicò una
grida, con la quale, a chiunque avesse granaglie o farine in casa,
veniva proibito di comprarne nè punto nè poco, e ad ognuno di comprar
pane, per più che il bisogno di due giorni, _sotto pene pecuniarie e
corporali, all'arbitrio di Sua Eccellenza_; intimazione a chi toccava
per ufizio, e a ogni persona, di denunziare i trasgressori; ordine a'
giudici, di far ricerche nelle case che potessero venir loro indicate;
insieme però, nuovo comando a' fornai di tener le botteghe ben fornite
di pane, _sotto pena, in caso di mancamento, di cinque anni di galera,
et maggiore, all'arbitrio di S. E._ Chi sa immaginarsi una grida tale
eseguita, deve avere una bella immaginazione; e certo, se tutte quelle
che si pubblicavano in quel tempo erano eseguite, il ducato di Milano
doveva avere almeno tanta gente in mare, quanta ne possa avere ora la
gran Bretagna.

Sia com'esser si voglia, ordinando ai fornai di far tanto pane,
bisognava anche fare in modo che la materia del pane non mancasse
loro. S'era immaginato (come sempre in tempo di carestia rinasce uno
studio di ridurre in pane de' prodotti che d'ordinario si consumano
sott'altra forma), s'era, dico, immaginato di far entrare il riso nel
composto del pane detto _di mistura_. Il 23 di novembre, grida che
sequestra, agli ordini del vicario e de' dodici di provvisione, la metà
del riso vestito (_risone_ lo dicevano qui, e lo dicon tuttora) che
ognuno possegga; pena a chiunque ne disponga senza il permesso di que'
signori, la perdita della derrata, e una multa di tre scudi per moggio.
È, come ognun vede, la più onesta.

Ma questo riso bisognava pagarlo, e un prezzo troppo sproporzionato
da quello del pane. Il carico di supplire all'enorme differenza era
stato imposto alla città; ma il Consiglio de' decurioni, che l'aveva
assunto per essa, deliberò, lo stesso giorno 23 di novembre, di
rappresentare al governatore l'impossibilità di sostenerlo più a lungo.
E il governatore, con grida del 7 di dicembre, fissò il prezzo del riso
suddetto a lire dodici il moggio: a chi ne chiedesse di più, come a
chi ricusasse di vendere, intimò la perdita della derrata e una multa
d'altrettanto valore, _et maggior pena pecuniaria et ancora corporale
sino alla galera, all'arbitrio di S. E., secondo la qualità de' casi et
delle persone_.

Al riso brillato era già stato fissato il prezzo prima della sommossa;
come probabilmente la tariffa o, per usare quella denominazione
celeberrima negli annali moderni, il _maximum_ del grano e dell'altre
granaglie più ordinarie sarà stato fissato con altre gride, che non c'è
avvenuto di vedere.

Mantenuto così il pane e la farina a buon mercato in Milano, ne veniva
di conseguenza che dalla campagna accorresse gente a processione
a comprarne. Don Gonzalo, per riparare a questo, come dice lui,
inconveniente, proibì, con un'altra grida del 15 di dicembre, di
portar fuori della città pane, per più del valore di venti soldi; pena
la perdita del pane medesimo, e venticinque scudi, _et in caso di
inhabilità, di due tratti di corda in publico, et maggior pena ancora_,
secondo il solito, _all'arbitrio di S. E._ Il 22 dello stesso mese (e
non si vede perchè così tardi), pubblicò un ordine somigliante per le
farine e per i grani.

La moltitudine aveva voluto far nascere l'abbondanza col saccheggio e
con l'incendio; il governo voleva mantenerla con la galera e con la
corda. I mezzi erano convenienti tra loro; ma cosa avessero a fare col
fine, il lettore lo vede: come valessero in fatto ad ottenerlo, lo
vedrà a momenti. È poi facile anche vedere, e non inutile l'osservare
come tra quegli strani provvedimenti ci sia però una connessione
necessaria: ognuno era una conseguenza inevitabile dell'antecedente,
e tutti del primo, che fissava al pane un prezzo così lontano dal
prezzo reale, da quello cioè che sarebbe risultato naturalmente dalla
proporzione tra il bisogno e la quantità. Alla moltitudine un tale
espediente è sempre parso, e ha sempre dovuto parere, quanto conforme
all'equità, altrettanto semplice e agevole a mettersi in esecuzione: è
quindi cosa naturale che, nell'angustie e ne' patimenti della carestia,
essa lo desidèri, l'implori e, se può, l'imponga. Di mano in mano poi
che le conseguenze si fanno sentire, conviene che coloro a cui tocca,
vadano al riparo di ciascheduna, con una legge la quale proibisca
agli uomini di far quello a che eran portati dall'antecedente. Ci si
permetta d'osservar qui di passaggio una combinazione singolare. In
un paese e in un'epoca vicina, nell'epoca la più clamorosa e la più
notabile della storia moderna, si ricorse, in circostanze simili, a
simili espedienti (i medesimi, si potrebbe quasi dire, nella sostanza,
con la sola differenza di proporzione, e a un di presso nel medesimo
ordine) ad onta de' tempi tanto cambiati, e delle cognizioni cresciute
in Europa, e in quel paese forse più che altrove; e ciò principalmente
perchè la gran massa popolare, alla quale quelle cognizioni non erano
arrivate, potè far prevalere a lungo il suo giudizio, e forzare, come
colà si dice, la mano a quelli che facevan la legge.

Così, tornando a noi, due erano stati, alla fin de' conti, i frutti
principali della sommossa: guasto e perdita effettiva di viveri,
nella sommossa medesima; consumo, fin che durò la tariffa, largo,
spensierato, senza misura, a spese di quel poco grano, che pur doveva
bastare fino alla nuova raccolta. A questi effetti generali s'aggiunga
quattro disgraziati, impiccati come capi del tumulto: due davanti
al forno delle grucce, due in cima della strada dov'era la casa del
vicario di provvisione.

Del resto, le relazioni storiche di que' tempi son fatte così a caso,
che non ci si trova neppur la notizia del come e del quando cessasse
quella tariffa violenta. Se, in mancanza di notizie positive, è
lecito propor congetture, noi incliniamo a credere che sia stata
abolita poco prima o poco dopo il 24 di dicembre, che fu il giorno di
quell'esecuzione. E in quanto alle gride, dopo l'ultima che abbiam
citata del 22 dello stesso mese, non ne troviamo altre in materia
di grasce; sian esse perite, o siano sfuggite alle nostre ricerche,
o sia finalmente che il governo, disanimato, se non ammaestrato
dall'inefficacia di que' suoi rimedi, e sopraffatto dalle cose, le
abbia abbandonate al loro corso. Troviamo bensì nelle relazioni di più
d'uno storico (inclinati, com'erano, più a descriver grand'avvenimenti,
che a notarne le cagioni e il progresso) il ritratto del paese, e della
città principalmente, nell'inverno avanzato e nella primavera, quando
la cagion del male, la sproporzione cioè tra i viveri e il bisogno, non
distrutta, anzi accresciuta da' rimedi che ne sospesero temporariamente
gli effetti, e neppure da un'introduzione sufficiente di granaglie
estere, alla quale ostavano l'insufficienza de' mezzi pubblici e
privati, la penuria de' paesi circonvicini, la scarsezza, la lentezza
e i vincoli del commercio, e le leggi stesse tendenti a produrre e
mantenere il prezzo basso, quando, dico, la cagion vera della carestia,
o per dir meglio, la carestia stessa operava senza ritegno, e con tutta
la sua forza. Ed ecco la copia di quel ritratto doloroso.

A ogni passo, botteghe chiuse; le fabbriche in gran parte deserte; le
strade, un indicibile spettacolo, un corso incessante di miserie, un
soggiorno perpetuo di patimenti. Gli accattoni di mestiere, diventati
ora il minor numero, confusi e perduti in una nuova moltitudine,
ridotti a litigar l'elemosina con quelli talvolta da cui in altri
giorni l'avevan ricevuta. Garzoni e giovani licenziati da padroni
di bottega, che, scemato o mancato affatto il guadagno giornaliero,
vivevano stentatamente degli avanzi e del capitale; de' padroni stessi,
per cui il cessar delle faccende era stato fallimento e rovina;
operai, e anche maestri d'ogni manifattura e d'ogn'arte, delle più
comuni come delle più raffinate, delle più necessarie come di quelle
di lusso, vaganti di porta in porta, di strada in istrada, appoggiati
alle cantonate, accovacciati sulle lastre, lungo le case e le chiese,
chiedendo pietosamente l'elemosina, o esitanti tra il bisogno e una
vergogna non ancor domata, smunti, spossati, rabbrividiti dal freddo e
dalla fame ne' panni logori e scarsi, ma che in molti serbavano ancora
i segni d'un'antica agiatezza; come nell'inerzia e nell'avvilimento,
compariva non so quale indizio d'abitudini operose e franche. Mescolati
tra la deplorabile turba, e non piccola parte di essa, servitori
licenziati da padroni caduti allora dalla mediocrità nella strettezza,
o che quantunque facoltosissimi si trovavano inabili, in una tale
annata, a mantenere quella solita pompa di seguito. E a tutti questi
diversi indigenti s'aggiunga un numero d'altri, avvezzi in parte a
vivere del guadagno di essi: bambini, donne, vecchi, aggruppati co'
loro antichi sostenitori, o dispersi in altre parti all'accatto.

C'eran pure, e si distinguevano ai ciuffi arruffati, ai cenci sfarzosi,
o anche a un certo non so che nel portamento e nel gesto, a quel
marchio che le consuetudini stampano su' visi, tanto più rilevato
e chiaro, quanto più sono strane, molti di quella genía de' bravi
che, perduto, per la condizion comune, quel loro pane scellerato, ne
andavan chiedendo per carità. Domati dalla fame, non gareggiando con
gli altri che di preghiere, spauriti, incantati, si strascicavan per
le strade che avevano per tanto tempo passeggiate a testa alta, con
isguardo sospettoso e feroce, vestiti di livree ricche e bizzarre,
con gran penne, guarniti di ricche armi, attillati, profumati; e
paravano umilmente la mano, che tante volte avevano alzata insolente a
minacciare, o traditrice a ferire.

[Illustrazione: A gli affamati dispensavano minestre, ova, pane,
vino..... (pag. 410)]

Ma forse il più brutto e insieme il più compassionevole spettacolo
erano i contadini, scompagnati, a coppie, a famiglie intere; mariti,
mogli, con bambini in collo, o attaccati dietro le spalle, con ragazzi
per la mano, con vecchi dietro. Alcuni che, invase e spogliate le
loro case dalla soldatesca, alloggiata lì o di passaggio, n'eran
fuggiti disperatamente; e tra questi ce n'era di quelli che, per far
più compassione, e come per distinzione di miseria, facevan vedere
i lividi e le margini de' colpi ricevuti nel difendere quelle loro
poche ultime provvisioni, o scappando da una sfrenatezza cieca e
brutale. Altri, andati esenti da quel flagello particolare, ma spinti
da que' due da cui nessun angolo era stato immune, la sterilità e le
gravezze, più esorbitanti che mai per soddisfare a ciò che si chiamava
i bisogni della guerra, eran venuti, venivano alla città, come a sede
antica e ad ultimo asilo di ricchezza e di pia munificenza. Si potevan
distinguere gli arrivati di fresco, più ancora che all'andare incerto
e all'aria nuova, a un fare maravigliato e indispettito di trovare
una tal piena, una tale rivalità di miseria, al termine dove avevan
creduto di comparire oggetti singolari di compassione, e d'attirare a
sè gli sguardi e i soccorsi. Gli altri che da più o men tempo giravano
e abitavano le strade della città, tenendosi ritti co' sussidi ottenuti
o toccati come in sorte, in una tanta sproporzione tra i mezzi e il
bisogno, avevan dipinta ne' volti e negli atti una più cupa e stanca
costernazione. Vestiti diversamente, quelli che ancora si potevano dir
vestiti; e diversi anche nell'aspetto: facce dilavate del basso paese,
abbronzate del pian di mezzo e delle colline, sanguigne di montanari;
ma tutte affilate e stravolte, tutte con occhi incavati, con isguardi
fissi, tra il torvo e l'insensato; arruffati i capelli, lunghe e
irsute le barbe: corpi cresciuti e indurati alla fatica, esausti ora
dal disagio; raggrinzata la pelle sulle braccia aduste e sugli stinchi
e sui petti scarniti, che si vedevan di mezzo ai cenci scomposti.
E diversamente, ma non meno doloroso di questo aspetto di vigore
abbattuto, l'aspetto d'una natura più presto vinta, d'un languore e
d'uno sfinimento più abbandonato, nel sesso e nell'età più deboli.

Qua e là per le strade, rasente ai muri delle case, qualche po' di
paglia pesta, trita e mista d'immondo ciarpume. E una tal porcheria
era però un dono e uno studio della carità; eran covili apprestati
a qualcheduno di que' meschini, per posarci il capo la notte. Ogni
tanto, ci si vedeva, anche di giorno, giacere o sdraiarsi taluno a cui
la stanchezza o il digiuno aveva levate le forze e tronche le gambe:
qualche volta quel tristo letto portava un cadavere: qualche volta si
vedeva uno cader come un cencio all'improvviso, e rimaner cadavere sul
selciato.

Accanto a qualcheduno di que' covili, si vedeva pure chinato qualche
passeggiero o vicino, attirato da una compassion subitanea. In qualche
luogo appariva un soccorso ordinato con più lontana previdenza, mosso
da una mano ricca di mezzi, e avvezza a beneficare in grande; ed era
la mano del buon Federigo. Aveva scelto sei preti ne' quali una carità
viva e perseverante fosse accompagnata e servita da una complessione
robusta; gli aveva divisi in coppie, e ad ognuna assegnata una terza
parte della città da percorrere, con dietro facchini carichi di vari
cibi, d'altri più sottili e più pronti ristorativi, e di vesti. Ogni
mattina, le tre coppie si mettevano in istrada da diverse parti,
s'avvicinavano a quelli che vedevano abbandonati per terra, e davano
a ciascheduno aiuto secondo il bisogno. Taluno già agonizzante e non
più in caso di ricevere alimento, riceveva gli ultimi soccorsi e le
consolazioni della religione. Agli affamati dispensavano minestra,
ova, pane, vino; ad altri, estenuati da più antico digiuno, porgevano
consumati, stillati, vino più generoso, riavendoli prima, se faceva di
bisogno, con cose spiritose. Insieme, distribuivano vesti alle nudità
più sconce e più dolorose.

Nè qui finiva la loro assistenza: il buon pastore aveva voluto che,
almeno dov'essa poteva arrivare, recasse un sollievo efficace e non
momentaneo. Ai poverini a cui quel primo ristoro avesse rese forze
bastanti per reggersi e per camminare, davano un po' di danaro,
affinchè il bisogno rinascente e la mancanza d'altro soccorso non
li rimettesse ben presto nello stato di prima; agli altri cercavano
ricovero e mantenimento, in qualche casa delle più vicine. In
quelle de' benestanti, erano per lo più ricevuti per carità, e
come raccomandati dal cardinale; in altre, dove alla buona volontà
mancassero i mezzi, chiedevan que' preti che il poverino fosse ricevuto
a dozzina, fissavano il prezzo, e ne sborsavan subito una parte a
conto. Davano poi, di questi ricoverati, la nota ai parrochi, acciocchè
li visitassero; e tornavano essi medesimi a visitarli.

Non c'è bisogno di dire che Federigo non ristringeva le sue cure a
questa estremità di patimenti, nè l'aveva aspettata per commoversi.
Quella carità ardente e versatile doveva tutto sentire, in tutto
adoprarsi, accorrere dove non aveva potuto prevenire, prender, per dir
così, tante forme, in quante variava il bisogno. Infatti, radunando
tutti i suoi mezzi, rendendo più rigoroso il risparmio, mettendo mano
a risparmi destinati ad altre liberalità, divenute ora d'un'importanza
troppo secondaria, aveva cercato ogni maniera di far danari, per
impiegarli tutti in soccorso degli affamati. Aveva fatte gran compre
di granaglie, e speditane una buona parte ai luoghi della diocesi,
che n'eran più scarsi; ed essendo il soccorso troppo inferiore al
bisogno, mandò anche del sale, «con cui,» dice, raccontando la cosa,
il Ripamonti[21], «l'erbe del prato e le cortecce degli alberi si
convertono in cibo.» Granaglie pure e danari aveva distribuiti ai
parrochi della città; lui stesso la visitava, quartiere per quartiere,
dispensando elemosine; soccorreva in segreto molte famiglie povere;
nel palazzo arcivescovile, come attesta uno scrittore contemporaneo,
il medico Alessandro Tadino, in un suo _Ragguaglio_ che avremo spesso
occasion di citare andando avanti, si distribuivano ogni mattina due
mila scodelle di minestra di riso[22].

[21] Historiæ Patriæ, Decadis V, Lib. VI, pag. 386.

[22] Ragguaglio dell'origine et giornali successi della gran peste
contagiosa, venefica et malefica, seguita nella città di Milano etc.
Milano, 1648, pag. 10.

Ma questi effetti di carità, che possiamo certamente chiamar grandiosi,
quando si consideri che venivano da un sol uomo e dai soli suoi mezzi
(giacchè Federigo ricusava, per sistema, di farsi dispensatore delle
liberalità altrui), questi, insieme con le liberalità d'altre mani
private, se non così feconde, pur numerose; insieme con le sovvenzioni
che il Consiglio de' decurioni aveva decretate, dando al tribunal di
provvisione l'incombenza di distribuirle; erano ancor poca cosa in
paragone del bisogno. Mentre ad alcuni montanari vicini a morir di
fame, veniva, per la carità del cardinale, prolungata la vita, altri
arrivavano a quell'estremo; i primi, finito quel misurato soccorso,
ci ricadevano; in altre parti, non dimenticate, ma posposte, come
meno angustiate, da una carità costretta a scegliere, l'angustie
divenivan mortali; per tutto si periva, da ogni parte s'accorreva alla
città. Qui, due migliaia, mettiamo, d'affamati più robusti ed esperti
a superar la concorrenza e a farsi largo, avevano acquistata una
minestra, tanto da non morire in quel giorno; ma più altre migliaia
rimanevano indietro, invidiando quei, diremo noi, più fortunati,
quando, tra i rimasti indietro, c'erano spesso le mogli, i figli, i
padri loro? E mentre in alcune parti della città, alcuni di quei più
abbandonati e ridotti all'estremo venivan levati di terra, rianimati,
ricoverati e provveduti per qualche tempo; in cent'altre parti, altri
cadevano, languivano o anche spiravano, senza aiuto, senza refrigerio.

Tutto il giorno, si sentiva per le strade un ronzío confuso di voci
supplichevoli; la notte, un susurro di gemiti, rotto di quando in
quando da alti lamenti scoppiati all'improvviso, da urli, da accenti
profondi d'invocazione, che terminavano in istrida acute.

È cosa notabile che, in un tanto eccesso di stenti, in una tanta
varietà di querele, non si vedesse mai un tentativo, non incappasse
mai un grido di sommossa: almeno non se ne trova il minimo cenno.
Eppure, tra coloro che vivevano e morivano in quella maniera, c'era
un buon numero d'uomini educati a tutt'altro che a tollerare; c'erano
a centinaia, di que' medesimi che, il giorno di san Martino, s'erano
tanto fatti sentire. Nè si può pensare che l'esempio de' quattro
disgraziati che n'avevan portata la pena per tutti, fosse quello che
ora li tenesse tutti a freno: qual forza poteva avere, non la presenza,
ma la memoria de' supplizi sugli animi d'una moltitudine vagabonda e
riunita, che si vedeva come condannata a un lento supplizio, che già
lo pativa? Ma noi uomini siam in generale fatti così: ci rivoltiamo
sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio
sotto gli estremi; sopportiamo, non rassegnati ma stupidi, il colmo di
ciò che da principio avevamo chiamato insopportabile.

Il vôto che la mortalità faceva ogni giorno in quella deplorabile
moltitudine, veniva ogni giorno più che riempito: era un concorso
continuo, prima da' paesi circonvicini, poi da tutto il contado,
poi dalle città dello stato, alla fine anche da altre. E intanto,
anche da questa partivano ogni giorno antichi abitatori; alcuni per
sottrarsi alla vista di tante piaghe; altri, vedendosi, per dir così,
preso il posto da' nuovi concorrenti d'accatto, uscivano a un'ultima
disperata prova di chieder soccorso altrove, dove si fosse, dove almeno
non fosse così fitta e così incalzante la folla e la rivalità del
chiedere. S'incontravano nell'opposto viaggio questi e que' pellegrini,
spettacolo di ribrezzo gli uni agli altri, e saggio doloroso, augurio
sinistro del termine a cui gli uni e gli altri erano incamminati. Ma
seguitavano ognuno la sua strada, se non più per la speranza di mutar
sorte, almeno per non tornare sotto un cielo divenuto odioso, per non
rivedere i luoghi dove avevan disperato. Se non che taluno, mancandogli
affatto le forze, cadeva per la strada, e rimaneva lì morto: spettacolo
ancor più funesto ai suoi compagni di miseria, oggetto d'orrore, forse
di rimprovero agli altri passeggieri. «Vidi io,» scrive il Ripamonti,
«nella strada che gira le mura, il cadavere d'una donna.... Le usciva
di bocca dell'erba mezza rosicchiata, e le labbra facevano ancora
quasi un atto di sforzo rabbioso.... Aveva un fagottino in ispalla,
e attaccato con le fasce al petto un bambino, che piangendo chiedeva
la poppa.... Ed erano sopraggiunte persone compassionevoli, le quali,
raccolto il meschinello di terra, lo portavan via, adempiendo così
intanto il primo ufizio materno.»

Quel contrapposto di gale e di cenci, di superfluità e di miseria,
spettacolo ordinario de' tempi ordinari, era allora affatto cessato. I
cenci e la miseria eran quasi per tutto; e ciò che se ne distingueva,
era appena un'apparenza di parca mediocrità. Si vedevano i nobili
camminare in abito semplice e dimesso, o anche logoro e gretto; alcuni,
perchè le cagioni comuni della miseria avevan mutata a quel segno anche
la loro fortuna, o dato il tracollo a patrimoni già sconcertati: gli
altri, o che temessero di provocare col fasto la pubblica disperazione,
o che si vergognassero d'insultare alla pubblica calamità. Que'
prepotenti odiati e rispettati, soliti a andare in giro con uno
strascico di bravi, andavano ora quasi soli, a capo basso, con visi che
parevano offrire e chieder pace. Altri che, anche nella prosperità,
erano stati di pensieri più umani, e di portamenti più modesti,
parevano anch'essi confusi, costernati, e come sopraffatti dalla vista
continua d'una miseria che sorpassava, non solo la possibilità del
soccorso, ma direi quasi, le forze della compassione. Chi aveva il
modo di far qualche elemosina, doveva però fare una trista scelta
tra fame e fame, tra urgenze e urgenze. E appena si vedeva una mano
pietosa avvicinarsi alla mano d'un infelice, nasceva all'intorno una
gara d'altri infelici; coloro a cui rimaneva più vigore, si facevano
avanti a chieder con più istanza; gli estenuati, i vecchi, i fanciulli,
alzavano le mani scarne; le madri alzavano e facevan veder da lontano i
bambini piangenti, mal rinvoltati nelle fasce cenciose, e ripiegati per
languore nelle loro mani.

Così passò l'inverno e la primavera: e già da qualche tempo il
tribunale della sanità andava rappresentando a quello della provvisione
il pericolo del contagio, che sovrastava alla città, per tanta miseria
ammontata in ogni parte di essa; e proponeva che gli accattoni
venissero raccolti in diversi ospizi. Mentre si discute questa
proposta, mentre s'approva, mentre si pensa ai mezzi, ai modi, ai
luoghi, per mandarla ad effetto, i cadaveri crescono nelle strade ogni
giorno più; a proporzion di questo, cresce tutto l'altro ammasso di
miserie. Nel tribunale di provvisione vien proposto, come più facile e
più speditivo, un altro ripiego, di radunar tutti gli accattoni, sani
e infermi, in un sol luogo, nel lazzeretto, dove fosser mantenuti e
curati a spese del pubblico; e così vien risoluto, contro il parere
della Sanità, la quale opponeva che, in una così gran riunione, sarebbe
cresciuto il pericolo a cui si voleva metter riparo.

Il lazzeretto di Milano (se, per caso, questa storia capitasse
nelle mani di qualcheduno che non lo conoscesse, nè di vista nè per
descrizione) è un recinto quadrilatero e quasi quadrato, fuori della
città, a sinistra della porta detta orientale, distante dalle mura lo
spazio della fossa, d'una strada di circonvallazione, e d'una gora che
gira il recinto medesimo. I due lati maggiori son lunghi a un di presso
cinquecento passi; gli altri due, forse quindici meno; tutti, dalla
parte esterna, son divisi in piccole stanze d'un piano solo; di dentro
gira intorno a tre di essi un portico continuo a volta, sostenuto da
piccole e magre colonne.

Le stanzine eran dugent'ottantotto, o giù di lì: a' nostri giorni,
una grande apertura fatta nel mezzo, e una piccola, in un canto della
facciata del lato che costeggia la strada maestra, ne hanno portate
via non so quante. Al tempo della nostra storia, non c'eran che due
entrature; una nel mezzo del lato che guarda le mura della città,
l'altra di rimpetto, nell'opposto. Nel centro dello spazio interno,
c'era, e c'è tuttora, una piccola chiesa ottangolare.

La prima destinazione di tutto l'edifizio, cominciato nell'anno 1489,
co' danari d'un lascito privato, continuato poi con quelli del pubblico
e d'altri testatori e donatori, fu, come l'accenna il nome stesso,
di ricoverarvi, all'occorrenza, gli ammalati di peste; la quale, già
molto prima di quell'epoca, era solita, e lo fa per molto tempo dopo,
a comparire quelle due, quattro, sei, otto volte per secolo, ora in
questo, ora in quel paese d'Europa, prendendone talvolta una gran
parte, o anche scorrendola tutta, per il lungo e per il largo. Nel
momento di cui parliamo, il lazzeretto non serviva che per deposito
delle mercanzie soggette a contumacia.

Ora, per metterlo in libertà, non si stette al rigor delle leggi
sanitarie, e fatte in fretta in fretta le purghe e gli esperimenti
prescritti, si rilasciaron tutte le mercanzie a un tratto. Si fece
stender della paglia in tutte le stanze, si fecero provvisioni di
viveri, della qualità e nella quantità che si potè; e s'invitarono, con
pubblico editto, tutti gli accattoni a ricoverarsi lì.

Molti vi concorsero volontariamente; tutti quelli che giacevano
infermi per le strade e per le piazze, ci vennero trasportati; in
pochi giorni, ce ne fu, tra gli uni e gli altri, più di tre mila.
Ma molti più furon quelli che restaron fuori. O che ognun di loro
aspettasse di veder gli altri andarsene, e di rimanere in pochi a
goder l'elemosine della città, o fosse quella natural ripugnanza alla
clausura, o quella diffidenza de' poveri per tutto ciò che vien loro
proposto da chi possiede le ricchezze e il potere (diffidenza sempre
proporzionata all'ignoranza comune di chi la sente e di chi l'ispira,
al numero de' poveri, e al poco giudizio delle leggi), o il saper di
fatto quale fosse in realtà il benefizio offerto, o fosse tutto questo
insieme, o che altro, il fatto sta che la più parte, non facendo conto
dell'invito, continuavano a strascicarsi stentando per le strade. Visto
ciò, si credè bene di passar dall'invito alla forza. Si mandarono in
ronda birri che cacciassero gli accattoni al lazzeretto, e vi menassero
legati quelli che resistevano; per ognun de' quali fu assegnato
a coloro il premio di dieci soldi: ecco se, anche nelle maggiori
strettezze, i danari del pubblico si trovan sempre, per impiegarli
a sproposito. E quantunque, com'era stata congettura, anzi intento
espresso della Provvisione, un certo numero d'accattoni sfrattasse
dalla città, per andare a vivere o a morire altrove, in libertà almeno;
pure la caccia fu tale che, in poco tempo, il numero de' ricoverati,
tra ospiti e prigionieri, s'accostò a dieci mila.

Le donne e i bambini, si vuol supporre che saranno stati messi in
quartieri separati, benchè le memorie del tempo non ne dican nulla.
Regole poi e provvedimenti per il buon ordine, non ne saranno
certamente mancati; ma si figuri ognuno qual ordine potesse essere
stabilito e mantenuto, in que' tempi specialmente e in quelle
circostanze, in una così vasta e varia riunione, dove coi volontari si
trovavano i forzati; con quelli per cui l'accatto era una necessità,
un dolore, una vergogna, coloro di cui era il mestiere; con molti
cresciuti nell'onesta attività de' campi e dell'officine, molti altri
educati nelle piazze, nelle taverne, ne' palazzi de' prepotenti,
all'ozio, alla truffa, allo scherno, alla violenza.

Come stessero poi tutti insieme d'alloggio e di vitto, si potrebbe
tristamente congetturarlo, quando non n'avessimo notizie positive; ma
le abbiamo. Dormivano ammontati a venti, a trenta per ognuna di quelle
cellette, o accovacciati sotto i portici, sur un po' di paglia putrida
e fetente, o sulla nuda terra: perchè, s'era bensì ordinato che la
paglia fosse fresca e a sufficienza, e cambiata spesso; ma in effetto
era stata cattiva, scarsa, e non si cambiava. S'era ugualmente ordinato
che il pane fosse di buona qualità: giacchè, quale amministratore ha
mai detto che si faccia e si dispensi roba cattiva? ma ciò che non si
sarebbe ottenuto nelle circostanze solite, anche per un più ristretto
servizio, come ottenerlo in quel caso, e per quella moltitudine. Si
disse allora, come troviamo nelle memorie, che il pane del lazzeretto
fosse alterato con sostanze pesanti e non nutrienti: ed è pur troppo
credibile che non fosse uno di que' lamenti in aria. D'acqua perfino
c'era scarsità; d'acqua, voglio dire, viva e salubre: il pozzo comune,
doveva esser la gora che gira le mura del recinto, bassa, lenta, dove
anche motosa, e divenuta poi quale poteva renderla l'uso e la vicinanza
d'una tanta e tal moltitudine.

A tutte queste cagioni di mortalità, tanto più attive, che operavano
sopra corpi ammalati o ammalazzati, s'aggiunga una gran perversità
della stagione: piogge ostinate, seguite da una siccità ancor più
ostinata, e con essa un caldo anticipato e violento. Ai mali s'aggiunga
il sentimento de' mali, la noia e la smania della prigionia, la
rimembranza dell'antiche abitudini, il dolore di cari perduti,
la memoria inquieta di cari assenti, il tormento e il ribrezzo
vicendevole, tant'altre passioni d'abbattimento o di rabbia, portate o
nate là dentro; l'apprensione poi e lo spettacolo continuo della morte
resa frequente da tante cagioni, e divenuta essa medesima una nuova
e potente cagione. E non farà stupore che la mortalità crescesse e
regnasse in quel recinto a segno di prendere aspetto e, presso molti,
nome di pestilenza: sia che la riunione e l'aumento di tutte quelle
cause non facesse che aumentare l'attività d'un'influenza puramente
epidemica; sia (come par che avvenga nelle carestie anche men gravi
e men prolungate di quella) che vi avesse luogo un certo contagio,
il quale ne' corpi affetti e preparati dal disagio e dalla cattiva
qualità degli alimenti, dall'intemperie, dal sudiciume, dal travaglio
e dall'avvilimento trovi la tempera, per dir così, e la stagione sua
propria, le condizioni necessarie in somma per nascere, nutrirsi e
moltiplicare (se a un ignorante è lecito buttar là queste parole,
dietro l'ipotesi proposta da alcuni fisici e riproposta da ultimo,
con molte ragioni e con molta riserva, da uno, diligente quanto
ingegnoso[23]): sia poi che il contagio scoppiasse da principio nel
lazzeretto medesimo, come, da un'oscura e inesatta relazione, par che
pensassero i medici della Sanità; sia che vivesse e andasse covando
prima d'allora (ciò che par forse più verisimile, chi pensi come il
disagio era già antico e generale, e la mortalità già frequente), e
che portato in quella folla permanente, vi si propagasse con nuova e
terribile rapidità. Qualunque di queste congetture sia la vera, il
numero giornaliero de' morti nel lazzeretto oltrepassò in poco tempo il
centinaio.

[23] Del morbo petecchiale... e degli altri contagi in generale, opera
del dott. F. Enrico Acerbi, Cap. III, § 1.

Mentre in quel luogo tutto il resto era languore, angoscia, spavento,
rammarichío, fremito, nella Provvisione era vergogna, stordimento,
incertezza. Si discusse, si sentì il parere della Sanità; non si trovò
altro che di disfare ciò che s'era fatto con tanto apparato, con tanta
spesa, con tante vessazioni. S'aprì il lazzeretto, si licenziaron tutti
i poveri non ammalati che ci rimanevano, e che scapparon fuori con
una gioia furibonda. La città tornò a risonare dell'antico lamento,
ma più debole e interrotto; rivide quella turba più rada e più
compassionevole, dice il Ripamonti, per il pensiero del come fosse di
tanto scemata. Gl'infermi furon trasportati a Santa Maria della Stella,
allora ospizio di poveri; dove la più parte perirono.

Intanto però cominciavano que' benedetti campi a imbiondire. Gli
accattoni venuti dal contado se n'andarono, ognuno dalla sua parte, a
quella tanto sospirata segatura. Il buon Federigo gli accomiatò con un
ultimo sforzo, e con un nuovo ritrovato di carità: a ogni contadino che
si presentasse all'arcivescovado, fece dare un giulio, e una falce da
mietere.

Con la messe finalmente cessò la carestia: la mortalità, epidemica
o contagiosa, scemando di giorno in giorno, si prolungò però fin
nell'autunno. Era sul finire, quand'ecco un nuovo flagello.

Molte cose importanti, di quelle a cui più specialmente si dà titolo di
storiche, erano accadute in questo frattempo. Il cardinal di Richelieu,
presa, come s'è detto, la Roccella, abborracciata alla meglio una
pace col re d'Inghilterra, aveva proposto e persuaso con la sua
potente parola, nel Consiglio di quello di Francia, che si soccorresse
efficacemente il duca di Nevers; e aveva insieme determinato il re
medesimo a condurre in persona la spedizione. Mentre si facevan gli
apparecchi, il conte di Nassau, commissario imperiale, intimava in
Mantova al nuovo duca, che desse gli stati in mano a Ferdinando,
o questo manderebbe un esercito ad occuparli. Il duca che, in più
disperate circostanze, s'era schermito d'accettare una condizione
così dura e così sospetta, incoraggito ora dal vicino soccorso di
Francia, tanto più se ne schermiva; però con termini in cui il no fosse
rigirato e allungato, quanto si poteva, e con proposte di sommissione,
anche più apparente, ma meno costosa. Il commissario se n'era andato,
protestandogli che si verrebbe alla forza. In marzo, il cardinal di
Richelieu era poi calato infatti col re, alla testa d'un esercito;
aveva chiesto il passo al duca di Savoia; s'era trattato; non s'era
concluso; dopo uno scontro, col vantaggio de' Francesi, s'era trattato
di nuovo, e concluso un accordo, nel quale il duca, tra l'altre
cose, aveva stipulato che il Cordova leverebbe l'assedio da Casale;
obbligandosi, se questo ricusasse, a unirsi co' Francesi, per invadere
il ducato di Milano. Don Gonzalo, parendogli anche d'uscirne con poco,
aveva levato l'assedio da Casale, dov'era subito entrato un corpo di
Francesi, a rinforzar la guarnigione.

Fu in questa occasione che l'Achillini scrisse al re Luigi quel suo
famoso sonetto:

               Sudate, o fochi, a preparar metalli:

e un altro, con cui l'esortava a portarsi subito alla liberazione
di Terra santa. Ma è un destino che i pareri de' poeti non siano
ascoltati: e se nella storia trovate de' fatti conformi a qualche
loro suggerimento, dite pur francamente ch'eran cose risolute prima.
Il cardinal di Richelieu aveva invece stabilito di ritornare in
Francia, per affari che a lui parevano più urgenti. Girolamo Soranzo,
inviato de' Veneziani, potè bene addurre ragioni per combattere quella
risoluzione; che il re e il cardinale, dando retta alla sua prosa come
ai versi dell'Achillini, se ne ritornarono col grosso dell'esercito,
lasciando soltanto sei mila uomini in Susa, per mantenere il passo, e
per caparra del trattato.

Mentre quell'esercito se n'andava da una parte, quello di Ferdinando
s'avvicinava dall'altra; aveva invaso il paese de' Grigioni e la
Valtellina; si disponeva a calar nel milanese. Oltre tutti i danni
che si potevan temere da un tal passaggio, eran venuti espressi
avvisi al tribunale della sanità, che in quell'esercito covasse la
peste, della quale allora nelle truppe alemanne c'era sempre qualche
sprazzo, come dice il Varchi, parlando di quella che, un secolo avanti,
avevan portata in Firenze. Alessandro Tadino, uno de' conservatori
della Sanità (eran sei, oltre il presidente: quattro magistrati e due
medici), fu incaricato dal tribunale, come racconta lui stesso, in
quel suo ragguaglio già citato[24], di rappresentare al governatore
lo spaventoso pericolo che sovrastava al paese, se quella gente ci
passava, per andare all'assedio di Mantova, come s'era sparsa la voce.
Da tutti i portamenti di don Gonzalo, pare che avesse una gran smania
d'acquistarsi un posto nella storia, la quale infatti non potè non
occuparsi di lui; ma (come spesso le accade) non conobbe, o non si
curò di registrare l'atto di lui più degno di memoria, la risposta che
diede al Tadino in quella circostanza. Rispose che non sapeva cosa
farci; che i motivi d'interesse e di riputazione, per i quali s'era
mosso quell'esercito, pesavan più che il pericolo rappresentato; che
con tutto ciò si cercasse di riparare alla meglio, e si sperasse nella
Provvidenza.

[24] Pag. 16.

Per riparar dunque alla meglio, i due medici della Sanità (il Tadino
suddetto e Senatore Settala, figlio del celebre Lodovico) proposero in
quel tribunale che si proibisse sotto severissime pene di comprar roba
di nessuna sorte da' soldati ch'eran per passare; ma non fu possibile
far intendere la necessità d'un tal ordine al presidente, «uomo,» dice
il Tadino, «di molta bontà, che non poteva credere dovesse succedere
incontri di morte di tante migliaia di persone, per il comercio di
questa gente, et loro robbe.» Citiamo questo tratto per uno de'
singolari di quel tempo: chè di certo, da che ci son tribunali di
sanità, non accadde mai a un altro presidente d'un tal corpo, di fare
un ragionamento simile; se ragionamento si può chiamare.

In quanto a Don Gonzalo, poco dopo quella risposta, se n'andò da
Milano; e la partenza fu trista per lui, come lo era la cagione. Veniva
rimosso per i cattivi successi della guerra, della quale era stato il
promotore e il capitano; e il popolo lo incolpava della fame sofferta
sotto il suo governo. (Quello che aveva fatto per la peste, o non si
sapeva, o certo nessuno se n'inquietava, come vedremo più avanti,
fuorchè il tribunale della sanità, e i due medici specialmente.)
All'uscir dunque, in carrozza da viaggio, dal palazzo di corte,
in mezzo a una guardia d'alabardieri, con due trombetti a cavallo
davanti, e con altre carrozze di nobili che gli facevan seguito, fu
accolto con gran fischiate da ragazzi ch'eran radunati sulla piazza
del duomo, e che gli andaron dietro alla rinfusa. Entrata la comitiva
nella strada che conduce a porta ticinese, di dove si doveva uscire,
cominciò a trovarsi in mezzo a una folla di gente che, parte era lì
ad aspettare, parte accorreva; tanto più che i trombetti, uomini di
formalità, non cessaron di sonare, dal palazzo di corte, fino alla
porta. E nel processo che si fece poi su quei tumulto, uno di costoro,
ripreso che, con quel suo trombettare, fosse stato cagione di farlo
crescere, risponde: «caro signore, questa è la nostra professione; et
se S. E. non hauesse hauuto a caro che noi hauessimo sonato, doveva
comandarne che tacessimo.» Ma don Gonzalo, o per ripugnanza a far cosa
che mostrasse timore, o per timore di render con questo più ardita la
moltitudine, o perchè fosse in effetto un po' sbalordito, non dava
nessun ordine. La moltitudine, che le guardie avevan tentato in vano
di respingere, precedeva, circondava, seguiva le carrozze, gridando:
«la va via la carestia, va via il sangue de' poveri,» e peggio. Quando
furon vicini alla porta, cominciarono anche a tirar sassi, mattoni,
torsoli, bucce d'ogni sorte, la munizione solita in somma di quelle
spedizioni; una parte corse sulle mura, e di là fecero un'ultima
scarica sulle carrozze che uscivano. Subito dopo si sbandarono.

In luogo di don Gonzalo, fu mandato il marchese Ambrogio Spinola,
il cui nome aveva già acquistata, nelle guerre di Fiandra, quella
celebrità militare che ancor gli rimane.

Intanto l'esercito alemanno, sotto il comando supremo del conte
Rambaldo di Collalto, altro condottiere italiano, di minore, ma
non d'ultima fama, aveva ricevuto l'ordine definitivo di portarsi
all'impresa di Mantova; e nel mese di settembre, entrò nel ducato di
Milano.

La milizia, a que' tempi, era ancor composta in gran parte di soldati
di ventura arrolati da condottieri di mestiere, per commissione di
questo o di quel principe, qualche volta anche per loro proprio conto,
e per vendersi poi insieme con essi. Più che dalle paghe, erano gli
uomini attirati a quel mestiere dalle speranze del saccheggio e da
tutti gli allettamenti della licenza. Disciplina stabile e generale
non ce n'era; nè avrebbe potuto accordarsi così facilmente con
l'autorità in parte indipendente de' vari condottieri. Questi poi in
particolare, nè erano molto raffinatori in fatto di disciplina, nè,
anche volendo, si vede come avrebbero potuto riuscire a stabilirla e
a mantenerla; chè soldati di quella razza, o si sarebbero rivoltati
contro un condottiere novatore che si fosse messo in testa d'abolire
il saccheggio; o per lo meno, l'avrebbero lasciato solo a guardar le
bandiere. Oltre di ciò, siccome i principi, nel prendere, per dir così,
ad affitto quelle bande, guardavan più ad aver gente in quantità, per
assicurar l'imprese, che a proporzionare il numero alla loro facoltà di
pagare, per il solito molto scarsa; così le paghe venivano per lo più
tarde, a conto, a spizzico; e le spoglie de' paesi a cui la toccava, ne
divenivano come un supplimento tacitamente convenuto. È celebre, poco
meno del nome di Wallenstein, quella sua sentenza: esser più facile
mantenere un esercito di cento mila uomini, che uno di dodici mila.
E questo di cui parliamo era in gran parte composto della gente che,
sotto il suo comando, aveva desolata la Germania, in quella guerra
celebre tra le guerre, e per sè e per i suoi effetti, che ricevette
poi il nome da' trent'anni della sua durata: e allora ne correva
l'undecimo. C'era anzi, condotto da un suo luogotenente, il suo proprio
reggimento; degli altri condottieri, la più parte avevan comandato
sotto di lui, e ci si trovava più d'uno di quelli che, quattr'anni
dopo, dovevano aiutare a fargli far quella cattiva fine che ognun sa.

Eran vent'otto mila fanti, e sette mila cavalli; e, scendendo dalla
Valtellina per portarsi nel mantovano, dovevan seguire tutto il
corso che fa l'Adda per due rami di lago, e poi di nuovo come fiume
fino al suo sbocco in Po, e dopo avevano un buon tratto di questo da
costeggiare: in tutto otto giornate nel ducato di Milano.

Una gran parte degli abitanti si rifugiavano su per i monti, portandovi
quel che avevan di meglio, e cacciandosi innanzi le bestie; altri
rimanevano, o per non abbandonar qualche ammalato, o per preservar
la casa dall'incendio, o per tener d'occhio cose preziose nascoste,
sotterrate; altri perchè non avean nulla da perdere, o anche facevan
conto d'acquistare. Quando la prima squadra arrivava al paese della
fermata, si spandeva subito per quello e per i circonvicini, e li
metteva a sacco addirittura: ciò che c'era da godere o da portar via,
spariva; il rimanente, lo distruggevano o lo rovinavano; i mobili
diventavan legna, le case, stalle: senza parlar delle busse, delle
ferite, degli stupri. Tutti i ritrovati, tutte l'astuzie per salvar
la roba, riuscivano per lo più inutili, qualche volta portavano danni
maggiori. I soldati, gente ben più pratica degli stratagemmi anche
di questa guerra, frugavano per tutti i buchi delle case, smuravano,
diroccavano; conoscevan facilmente negli orti la terra smossa di
fresco; andarono fino su per i monti a rubare il bestiame; andarono
nelle grotte, guidati da qualche birbante del paese, in cerca di
qualche ricco che vi si fosse rimpiattato; lo strascinavano alla sua
casa, e con tortura di minacce e di percosse, lo costringevano a
indicare il tesoro nascosto.

Finalmente se n'andavano; erano andati; si sentiva da lontano morire
il suono de' tamburi o delle trombe; succedevano alcune ore d'una
quiete spaventata; e poi un nuovo maledetto batter di cassa, un nuovo
maledetto suon di trombe, annunziava un'altra squadra. Questi, non
trovando più da far preda, con tanto più furore facevano sperpero del
resto, bruciavan le botti votate da quelli, gli usci delle stanze dove
non c'era più nulla, davan fuoco anche alle case; e con tanta più
rabbia, s'intende, maltrattavan le persone; e così di peggio in peggio,
per venti giorni: chè in tante squadre era diviso l'esercito.

Colico fu la prima terra del ducato, che invasero que' demòni; si
gettarono poi sopra Bellano; di là entrarono e si sparsero nella
Valsassina, da dove sboccarono nel territorio di Lecco.




                            CAPITOLO XXIX.


Qui, tra i poveri spaventati troviamo persone di nostra conoscenza.

Chi non ha visto don Abbondio, il giorno che si sparsero tutte in una
volta le notizie della calata dell'esercito, del suo avvicinarsi,
e de' suoi portamenti, non sa bene cosa sia impiccio e spavento.
Vengono; son trenta, son quaranta, son cinquanta mila; son diavoli,
sono ariani, sono anticristi; hanno saccheggiato Cortenuova; han dato
fuoco a Primaluna: devastano Introbbio, Pasturo, Barsio; sono arrivati
a Balabbio; domani son qui: tali eran le voci che passavan di bocca
in bocca; e insieme un correre, un fermarsi a vicenda, un consultare
tumultuoso, un'esitazione tra il fuggire e il restare, un radunarsi
di donne, un metter le mani ne' capelli. Don Abbondio, risoluto di
ruggire, risoluto prima di tutti e più di tutti, vedeva però, in ogni
strada da prendere, in ogni luogo da ricoverarsi, ostacoli insuperabili
e pericoli spaventosi. «Come fare?» esclamava: «dove andare?» I monti,
lasciando da parte la difficoltà del cammino, non eran sicuri: già
s'era saputo che i lanzichenecchi vi s'arrampicavano come gatti, dove
appena avessero indizio o speranza di far preda. Il lago era grosso;
tirava un gran vento: oltre di questo, la più parte de' barcaioli,
temendo d'esser forzati a tragittar soldati o bagagli, s'eran
rifugiati, con le loro barche, all'altra riva: alcune poche rimaste,
eran poi partite stracariche di gente; e, travagliate dal peso e dalla
burrasca, si diceva che pericolassero ogni momento. Per portarsi
lontano e fuori della strada che l'esercito aveva a percorrere, non era
possibile trovar nè un calesse, nè un cavallo, nè alcun altro mezzo:
a piedi, don Abbondio non avrebbe potuto far troppo cammino, e temeva
d'esser raggiunto per istrada. Il territorio bergamasco non era tanto
distante, che le sue gambe non ce lo potessero portare in una tirata;
ma si sapeva ch'era stato spedito in fretta da Bergamo uno squadrone
di _cappelletti_, il qual doveva costeggiare il confine, per tenere in
suggezione i lanzichenecchi; e quelli eran diavoli in carne, nè più
nè meno di questi, e facevan dalla parte loro il peggio che potevano.
Il pover'uomo correva, stralunato e mezzo fuor di sè, per la casa;
andava dietro a Perpetua, per concertare una risoluzione con lei; ma
Perpetua, affaccendata a raccogliere il meglio di casa, e a nasconderlo
in soffitta, o per i bugigattoli, passava di corsa, affannata,
preoccupata, con le mani o con le braccia piene, e rispondeva: «or ora
finisco di metter questa roba al sicuro, e poi faremo anche noi come
fanno gli altri.» Don Abbondio voleva trattenerla, e discuter con lei
i vari partiti; ma lei, tra il da fare, e la fretta, e lo spavento che
aveva anch'essa in corpo, e la rabbia che le faceva quello del padrone,
era, in tal congiuntura, meno trattabile di quel che fosse stata mai.
«S'ingegnano gli altri: c'ingegneremo anche noi. Mi scusi, ma non
è capace che d'impedire. Crede lei che anche gli altri non abbiano
una pelle da salvare? Che vengono per far la guerra a lei i soldati?
Potrebbe anche dare una mano, in questi momenti, in vece di venir tra'
piedi a piangere e a impicciare.» Con queste e simili risposte si
sbrigava da lui, avendo già stabilito, finita che fosse alla meglio
quella tumultuaria operazione, di prenderlo per un braccio, come un
ragazzo, e di strascinarlo su per una montagna. Lasciato così solo,
s'affacciava alla finestra, guardava, tendeva gli orecchi; e vedendo
passar qualcheduno, gridava con una voce mezza di pianto e mezza di
rimprovero: «fate questa carità al vostro povero curato di cercargli
qualche cavallo, qualche mulo, qualche asino. Possibile che nessuno
mi voglia aiutare! Oh che gente! Aspettatemi almeno, che possa venire
anch'io con voi; aspettate d'esser quindici o venti, da condurmi via
insieme, ch'io non sia abbandonato. Volete lasciarmi in man de' cani?
Non sapete che sono luterani la più parte, che ammazzare un sacerdote
l'hanno per opera meritoria? Volete lasciarmi qui a ricevere il
martirio? Oh che gente! Oh che gente!»

[Illustrazione: Presero per i campi, zitti zitti.... (pag. 427)]

Ma a chi diceva queste cose? Ad uomini che passavano curvi sotto il
peso della loro povera roba, pensando a quella che lasciavano in
casa, spingendo le loro vaccherelle, conducendosi dietro i figli,
carichi anch'essi quanto potevano, e le donne con in collo quelli
che non potevan camminare. Alcuni tiravan di lungo, senza rispondere
nè guardare in su; qualcheduno diceva: «eh messere! faccia anche lei
come può; fortunato lei che non ha da pensare alla famiglia; s'aiuti,
s'ingegni.»

«Oh povero me!» esclamava don Abbondio: «oh che gente! che cuori! Non
c'è carità: ognun pensa a sè; e a me nessuno vuol pensare. E tornava in
cerca di Perpetua.

«Oh appunto!» gli disse questa: «e i danari?»

«Come faremo?»

«Li dia a me, che anderò a sotterrarli qui nell'orto di casa, insieme
con le posate.»

«Ma....»

«Ma, ma; dia qui; tenga qualche soldo, per quel che può occorrere; e
poi lasci fare a me.»

Don Abbondio ubbidì, andò allo scrigno, cavò il suo tesoretto, e lo
consegnò a Perpetua; la quale disse: «vo a sotterrarli nell'orlo, appiè
del fico;» e andò. Ricomparve poco dopo, con un paniere dove c'era
della munizione da bocca, e con una piccola gerla vôta; e si mise in
fretta a collocarvi nel fondo un po' di biancheria sua e del padrone,
dicendo intanto: «il breviario almeno lo porterà lei.»

«Ma dove andiamo?»

«Dove vanno tutti gli altri? Prima di tutto, anderemo in istrada; e là
sentiremo, e vedremo cosa convenga di fare.»

In quel momento entrò Agnese con una gerletta sulle spalle, e in aria
di chi viene a fare una proposta importante.

Agnese, risoluta anche lei di non aspettare ospiti di quella
sorte, sola in casa, com'era, e con ancora un po' di quell'oro
dell'innominato, era stata qualche tempo in forse del luogo dove
ritirarsi. Il residuo appunto di quegli scudi, che ne' mesi della fame
le avevan fatto tanto pro, era la cagion principale della sua angustia
e della irresoluzione, per aver essa sentito che, ne' paesi già invasi,
quelli che avevan danari, s'eran trovati a più terribil condizione,
esposti insieme alla violenza degli stranieri, e all'insidie de'
paesani. Era vero che, del bene piovutole, come si dice, dal cielo, non
aveva fatta la confidenza a nessuno, fuorchè a don Abbondio; dal quale
andava, volta per volta, a farsi spicciolare uno scudo, lasciandogli
sempre qualcosa da dare a qualcheduno più povero di lei. Ma i danari
nascosti, specialmente chi non è avvezzo a maneggiarne molti, tengono
il possessore in un sospetto continuo del sospetto altrui. Ora, mentre
andava anch'essa rimpiattando qua e là alla meglio ciò che non poteva
portar con sè, e pensava agli scudi, che teneva cuciti nel busto, si
rammentò che, insieme con essi, l'innominato, le aveva mandate le
più larghe offerte di servizi; si rammentò le cose che aveva sentito
raccontare di quel suo castello posto in luogo così sicuro, e dove, a
dispetto del padrone, non potevano arrivar se non gli uccelli; e si
risolvette d'andare a chiedere un asilo lassù. Pensò come potrebbe
farsi conoscere da quel signore, e le venne subito in mente don
Abbondio; il quale, dopo quel colloquio così fatto con l'arcivescovo,
le aveva sempre fatto festa, e tanto più di cuore, che lo poteva senza
compromettersi con nessuno, e che, essendo lontani i due giovani, era
anche lontano il caso che a lui venisse fatta una richiesta, la quale
avrebbe messa quella benevolenza a un gran cimento. Suppose che, in un
tal parapiglia, il pover'uomo doveva esser ancor più impicciato e più
sbigottito di lei, e che il partito potrebbe parer molto buono anche
a lui; e glielo veniva a proporre. Trovatolo con Perpetua, fece la
proposta a tutt'e due.

«Che ne dite, Perpetua?» domandò don Abbondio.

«Dico che è un'ispirazione del cielo, e che non bisogna perder tempo, e
mettersi la strada tra le gambe.»

«E poi....»

«E poi, e poi, quando saremo là, ci troveremo ben contenti. Quel
signore, ora si sa che non vorrebbe altro che far servizi al prossimo;
e sarà ben contento anche lui di ricoverarci. Là, sul confine, e così
per aria, soldati non ne verrà certamente. E poi e poi, ci troveremo
anche da mangiare; chè, su per i monti, finita questa poca grazia di
Dio,» e così dicendo, l'accomodava nella gerla, sopra la biancheria,
«ci saremmo trovati a mal partito.»

«Convertito, è convertito davvero, eh?»

«Che c'è da dubitarne ancora, dopo tutto quello che si sa, dopo quello
che anche lei ha veduto?»

«E se andassimo a metterci in gabbia?»

«Che gabbia? Con tutti codesti suoi casi, mi scusi, non si verrebbe mai
a una conclusione. Brava Agnese! v'è proprio venuto un buon pensiero.»
E messa la gerla sur un tavolino, passò le braccia nelle cigne, e la
prese sulle spalle.

«Non si potrebbe,» disse don Abbondio, «trovar qualche uomo che venisse
con noi, per far la scorta al suo curato? Se incontrassimo qualche
birbone, che pur troppo ce n'è in giro parecchi, che aiuto m'avete a
dar voi altre?»

«Un'altra, per perder tempo!» esclamò Perpetua. «Andarlo a cercar ora
l'uomo, che ognuno ha da pensare a' fatti suoi. Animo! vada a prendere
il breviario e il cappello; e andiamo.»

Don Abbondio andò, tornò, di lì a un momento, col breviario sotto il
braccio, col cappello in capo, e col suo bordone in mano; e uscirono
tutt'e tre per un usciolino che metteva sulla piazzetta. Perpetua
richiuse, più per non trascurare una formalità, che per fede che avesse
in quella toppa e in que' battenti, e mise la chiave in tasca. Don
Abbondio diede, nel passare, un'occhiata alla chiesa, e disse tra i
denti: «al popolo tocca a custodirla, che serve a lui. Se hanno un po'
di cuore per la loro chiesa, ci penseranno; se poi non hanno cuore, tal
sia di loro.»

Presero per i campi, zitti, zitti, pensando ognuno a' casi suoi, e
guardandosi intorno, specialmente don Abbondio, se apparisse qualche
figura sospetta, qualcosa di straordinario. Non s'incontrava nessuno:
la gente era, o nelle case a guardarle, a far fagotto, a nascondere, o
per le strade che conducevan direttamente all'alture.

Dopo aver sospirato e risospirato, e poi lasciato scappar qualche
interiezione, don Abbondio cominciò a brontolare più di seguito. Se
la prendeva col duca di Nevers, che avrebbe potuto stare in Francia
a godersela, a fare il principe, e voleva esser duca di Mantova a
dispetto del mondo; con l'imperatore, che avrebbe dovuto aver giudizio
per gli altri, lasciar correr l'acqua all'ingiù, non istar su tutti
i puntigli: chè finalmente, lui sarebbe sempre stato l'imperatore,
fosse duca di Mantova Tizio o Sempronio. L'aveva principalmente col
governatore, a cui sarebbe toccato a far di tutto, per tener lontani i
flagelli dal paese, ed era lui che ce gli attirava: tutto per il gusto
di far la guerra. «Bisognerebbe,» diceva, «che fossero qui que' signori
a vedere, a provare, che gusto è. Hanno da rendere un bel conto! Ma
intanto, ne va di mezzo chi non ci ha colpa.»

«Lasci un po' star codesta gente; che già non son quelli che ci
verranno a aiutare,» diceva Perpetua. «Codeste, mi scusi, sono di
quelle sue solite chiacchiere che non concludon nulla. Piuttosto, quel
che mi dà noia....»

«Cosa c'è?»

Perpetua, la quale, in quel pezzo di strada, aveva pensato con
comodo al nascondimento fatto in furia, cominciò a lamentarsi d'aver
dimenticata la tal cosa, d'aver mal riposta la tal altra; qui, d'aver
lasciata una traccia che poteva guidare i ladroni, là...

«Brava!» disse don Abbondio, ormai sicuro della vita, quanto bastava
per poter angustiarsi della roba: «brava! così avete fatto! Dove
avevate la testa?»

«Come!» esclamò Perpetua, fermandosi un momento su due piedi, e
mettendo i pugni su' fianchi, in quella maniera che la gerla glielo
permetteva: «come! verrà ora a farmi codesti rimproveri, quand'era
lei che me la faceva andar via, la testa, in vece d'aiutarmi e farmi
coraggio! Ho pensato forse più alla roba di casa che alla mia; non ho
avuto chi mi desse una mano; ho dovuto far da Marta e Maddalena; se
qualcosa anderà a male, non so cosa mi dire: ho fatto anche più del mio
dovere.»

Agnese interrompeva questi contrasti, entrando anche lei a parlare de'
suoi guai: e non si rammaricava tanto dell'incomodo e del danno, quanto
di vedere svanita la speranza di riabbracciar presto la sua Lucia;
chè, se vi rammentate, appunto era quell'autunno sul quale avevan
fatto assegnamento: nè era da supporre che donna Prassede volesse
venire a villeggiare da quelle parti, in tali circostanze: piuttosto ne
sarebbe partita, se ci si fosse trovata, come facevan tutti gli altri
villeggianti.

La vista de' luoghi rendeva ancor più vivi que' pensieri d'Agnese,
e più pungente il suo dispiacere. Usciti da' sentieri, avevan presa
la strada pubblica, quella medesima per cui la povera donna era
venuta riconducendo, per così poco tempo, a casa la figlia, dopo aver
soggiornato con lei, in casa del sarto. E già si vedeva il paese.

«Anderemo bene a salutar quella brava gente,» disse Agnese.

«E anche a riposare un pochino: chè di questa gerla io comincio ad
averne abbastanza; e poi per mangiare un boccone,» disse Perpetua.

«Con patto di non perder tempo; chè non siamo in viaggio per
divertimento,» concluse don Abbondio.

Furono ricevuti a braccia aperte, e veduti con gran piacere:
rammentavano una buona azione. Fate del bene a quanti più potete, dice
qui il nostro autore; e vi seguirà tanto più spesso d'incontrar de'
visi che vi mettano allegria.

Agnese, nell'abbracciar la buona donna, diede in un dirotto pianto, che
le fu d'un gran sollievo; e rispondeva con singhiozzi alle domande che
quella e il marito le facevan di Lucia.

«Sta meglio di noi,» disse don Abbondio: «è a Milano, fuor de'
pericoli, lontana da queste diavolerie.»

«Scappano, eh? il signor curato e la compagnia,» disse il sarto.

«Sicuro,» risposero a una voce il padrone e la serva.

«Li compatisco.»

«Siamo incamminati,» disse don Abbondio; «al castello di ***.»

«L'hanno pensata bene: sicuri come in chiesa.»

«E qui, non hanno paura?» disse don Abbondio.

«Dirò, signor curato: propriamente in _ospitazione_, come lei sa che
si dice, a parlar bene, qui non dovrebbero venire coloro: siam troppo
fuori della loro strada, grazie al cielo. Al più al più, qualche
scappata, che Dio non voglia: ma in ogni caso c'è tempo; s'hanno a
sentir prima altre notizie da' poveri paesi dove anderanno a fermarsi.»

Si concluse di star lì un poco a prender fiato; e, siccome era l'ora
del desinare, «signori,» disse il sarto: «devono onorare la mia povera
tavola: alla buona: ci sarà un piatto di buon viso.»

Perpetua disse d'aver con sè qualcosa da rompere il digiuno. Dopo
un po' di cerimonie da una parte e dall'altra, si venne a patti
d'accozzar, come si dice, il pentolino, e di desinare in compagnia.

I ragazzi s'eran messi con gran festa intorno ad Agnese loro amica
vecchia. Presto, presto; il sarto ordinò a una bambina (quella che
aveva portato quel boccone a Maria vedova: chi sa se ve ne rammentate
più!), che andasse a diricciar quattro castagne primaticce ch'eran
riposte in un cantuccio: e le mettesse a arrostire.

«E tu,» disse a un ragazzo, «va nell'orto, a dare una scossa al pesco,
da farne cader quattro, e portale qui: tutte, ve'. E tu,» disse a
un altro, «va sul fico, a coglierne quattro de' più maturi. Già lo
conoscete anche troppo quel mestiere.» Lui andò a spillare una sua
botticina; la donna a prendere un po' di biancheria da tavola. Perpetua
cavò fuori le provvisioni; s'apparecchiò: un tovagliolo e un piatto
di maiolica al posto d'onore, per don Abbondio, con una posata che
Perpetua aveva nella gerla. Si misero a tavola, e desinarono, se non
con grand'allegria, almeno con molta più che nessuno de' commensali si
fosse aspettato d'averne in quella giornata.

«Cosa ne dice, signor curato, d'uno scombussolamento di questa sorte?»
disse il sarto: «mi par di leggere la storia de' mori in Francia.»

«Cosa devo dire? Mi doveva cascare addosso anche questa!»

«Però, hanno scelto un buon ricovero,» riprese quello: «chi diavolo ha
a andar lassù per forza? E troveranno compagnia: chè già s'è sentito
che ci sia rifugiata molta gente, e che ce n'arrivi tuttora.»

«Voglio sperare,» disse don Abbondio, «che saremo ben accolti. Lo
conosco quel bravo signore; e quando ho avuto un'altra volta l'onore di
trovarmi con lui, fu così compito!»

«E a me,» disse Agnese, «m'ha fatto dire dal signor monsignor
illustrissimo, che, quando avessi bisogno di qualcosa, bastava che
andassi da lui.»

«Gran bella conversione!» riprese don Abbondio; «e si mantiene, n'è
vero? si mantiene.»

Il sarto si mise a parlare alla distesa della santa vita
dell'innominato, e come, dall'essere il flagello de' contorni, n'era
divenuto l'esempio e il benefattore.

«E quella gente che teneva con sè?... tutta quella servitù?...» riprese
don Abbondio, il quale n'aveva più d'una volta sentito dir qualcosa, ma
non era mai quieto abbastanza.

«Sfrattati la più parte,» rispose il sarto: «e quelli che son rimasti,
han mutato sistema, ma come! In somma è diventato quel castello una
Tebaide: lei le sa queste cose.»

Entrò poi a parlar con Agnese della visita del cardinale. «Grand'uomo!»
diceva; «grand'uomo! Peccato che sia passato di qui così in furia, che
non ho nè anche potuto fargli un po' d'onore. Quanto sarei contento di
potergli parlare un'altra volta, un po' più con comodo!»

Alzati poi da tavola, le fece osservare una stampa rappresentante il
cardinale, che teneva attaccata a un battente d'uscio, in venerazione
del personaggio, e anche per poter dire a chiunque capitasse, che non
era somigliante; giacchè lui aveva potuto esaminar da vicino e con
comodo il cardinale in persona, in quella medesima stanza.

«L'hanno voluto far lui, con questa cosa qui?» disse Agnese. «Nel
vestito gli somiglia; ma...»

«N'è vero che non somiglia?» disse il sarto: «lo dico sempre anch'io:
noi, non c'ingannano, eh? ma, se non altro, c'è sotto il suo nome: è
una memoria.»

Don Abbondio faceva fretta; il sarto s'impegnò di trovare un baroccio
che li conducesse appiè della salita; n'andò subito in cerca, e poco
dopo, tornò a dire che arrivava. Si voltò poi a don Abbondio, e gli
disse: «signor curato, se mai desiderasse di portar lassù qualche
libro, per passare il tempo, da pover'uomo posso servirla: chè anch'io
mi diverto un po' a leggere. Cose non da par suo, libri in volgare; ma
però...»

«Grazie, grazie,» rispose don Abbondio: «son circostanze, che si ha
appena testa d'occuparsi di quel che è di precetto.»

Mentre si fanno e si ricusano ringraziamenti, e si barattano saluti
e buoni auguri, inviti e promesse d'un'altra fermata al ritorno, il
baroccio è arrivato davanti all'uscio di strada. Ci metton le gerle,
salgon su, e principiano, con un po' più d'agio e di tranquillità
d'animo, la seconda metà del viaggio.

Il sarto aveva detto la verità a don Abbondio, intorno all'innominato.
Questo, dal giorno che l'abbiam lasciato, aveva sempre continuato a far
ciò che allora s'era proposto, compensar danni, chieder pace, soccorrer
poveri, sempre del bene in somma, secondo l'occasione. Quel coraggio
che altre volte aveva mostrato nell'offendere e nel difendersi, ora lo
mostrava nel non fare nè l'una cosa nè l'altra. Andava sempre solo e
senz'armi, disposto a tutto quello che gli potesse accadere dopo tante
violenze commesse, e persuaso che sarebbe commetterne una nuova l'usar
la forza in difesa di chi era debitore di tanto e a tanti; persuaso
che ogni male che gli venisse fatto, sarebbe un'ingiuria riguardo a
Dio, ma riguardo a lui una giusta retribuzione; e che dell'ingiuria,
lui meno d'ogni altro, aveva diritto di farsi punitore. Con tutto
ciò, era rimasto non meno inviolato di quando teneva armate, per la
sua sicurezza, tante braccia e il suo. La rimembranza dell'antica
ferocia, e la vista della mansuetudine presente, una, che doveva
aver lasciati tanti desidèri di vendetta, l'altra, che la rendeva
tanto agevole, cospiravano in vece a procacciargli e a mantenergli
un'ammirazione, che gli serviva principalmente di salvaguardia. Era
quell'uomo che nessuno aveva potuto umiliare, e che s'era umiliato da
sè. I rancori, irritati altre volte dal suo disprezzo e dalla paura
degli altri, si dileguavano ora davanti a quella nuova umiltà: gli
offesi avevano ottenuta, contro ogni aspettativa, e senza pericolo, una
soddisfazione che non avrebbero potuta promettersi dalla più fortunata
vendetta, la soddisfazione di vedere un tal uomo pentito de' suoi
torti, e partecipe, per dir così, della loro indegnazione. Molti, il
cui dispiacere più amaro e più intenso era stato per molt'anni, di non
veder probabilità di trovarsi in nessun caso più forti di colui, per
ricattarsi di qualche gran torto; incontrandolo poi solo, disarmato,
e in atto di chi non farebbe resistenza, non s'eran sentiti altro
impulso che di fargli dimostrazioni d'onore. In quell'abbassamento
volontario, la sua presenza e il suo contegno avevano acquistato, senza
che lui lo sapesse, un non so che di più alto e di più nobile; perchè
ci si vedeva, ancor meglio di prima, la noncuranza d'ogni pericolo.
Gli odi, anche i più rozzi e rabbiosi, si sentivano come legati e
tenuti in rispetto dalla venerazione pubblica per l'uomo penitente e
benefico. Questa era tale, che spesso quell'uomo si trovava impicciato
a schermirsi dalle dimostrazioni che gliene venivan fatte, e doveva
star attento a non lasciar troppo trasparire nel volto e negli atti
il sentimento interno di compunzione, a non abbassarsi troppo, per
non esser troppo esaltato. S'era scelto nella chiesa l'ultimo luogo;
e non c'era pericolo che nessuno glielo prendesse: sarebbe stato come
usurpare un posto d'onore. Offender poi quell'uomo, o anche trattarlo
con poco riguardo, poteva parere non tanto un'insolenza e una viltà,
quanto un sacrilegio: e quelli stessi a cui questo sentimento degli
altri poteva servir di ritegno, ne partecipavano anche loro, più o meno.

Queste medesime ed altre cagioni, allontanavano pure da lui le vendette
della forza pubblica, e gli procuravano, anche da questa parte, la
sicurezza della quale non si dava pensiero. Il grado e le parentele,
che in ogni tempo gli erano state di qualche difesa, tanto più valevano
per lui, ora che a quel nome già illustre e infame, andava aggiunta
la lode d'una condotta esemplare, la gloria della conversione. I
magistrati e i grandi s'eran rallegrati di questa, pubblicamente come
il popolo; e sarebbe parso strano l'infierire contro chi era stato
soggetto di tante congratulazioni. Oltre di ciò, un potere occupato
in una guerra perpetua, e spesso infelice, contro ribellioni vive e
rinascenti, poteva trovarsi abbastanza contento d'esser liberato dalla
più indomabile e molesta, per non andare a cercar altro: tanto più,
che quella conversione produceva riparazioni che non era avvezzo ad
ottenere, e nemmeno a richiedere. Tormentare un santo, non pareva un
buon mezzo di cancellar la vergogna di non aver saputo fare stare a
dovere un facinoroso: e l'esempio che si fosse dato col punirlo, non
avrebbe potuto aver altro effetto, che di stornare i suoi simili dal
divenire inoffensivi. Probabilmente anche la parte che il cardinal
Federigo aveva avuta nella conversione, e il suo nome associato a
quello del convertito, servivano a questo come d'uno scudo sacro.
E in quello stato di cose e d'idee, in quelle singolari relazioni
dell'autorità spirituale e del poter civile, ch'eran così spesso alle
prese tra loro, senza mirar mai a distruggersi, anzi mischiando sempre
alle ostilità atti di riconoscimento e proteste di deferenza, e che,
spesso pure, andavan di conserva a un fine comune, senza far mai pace,
potè parere, in certa maniera, che la riconciliazione della prima
portasse con sè l'oblivione, se non l'assoluzione del secondo, quando
quella s'era sola adoprata a produrre un effetto voluto da tutt'e due.

Così quell'uomo sul quale, se fosse caduto, sarebbero corsi a gara
grandi e piccoli a calpestarlo; messosi volontariamente a terra, veniva
risparmiato da tutti, e inchinato da molti.

È vero ch'eran anche molti a cui quella strepitosa mutazione dovette
far tutt'altro che piacere: tanti esecutori stipendiati di delitti,
tanti compagni nel delitto, che perdevano una così gran forza sulla
quale erano avvezzi a fare assegnamento, che anche si trovavano a un
tratto rotti i fili di trame ordite da un pezzo, nel momento forse
che aspettavano la nuova dell'esecuzione. Ma già abbiam veduto quali
diversi sentimenti quella conversione facesse nascere negli sgherri
che si trovavano allora con lui, e che la sentirono annunziare dalla
sua bocca: stupore, dolore, abbattimento, stizza; un po' di tutto,
fuorchè disprezzo nè odio. Lo stesso accadde agli altri che teneva
sparsi in diversi posti, lo stesso a' complici di più alto affare,
quando riseppero la terribile nuova, e a tutti per le cagioni medesime.
Molt'odio, come trovo nel luogo, altrove citato, del Ripamonti, ne
venne piuttosto al cardinal Federigo. Riguardavan questo come uno che
s'era mischiato ne' loro affari, per guastarli; l'innominato aveva
voluto salvar l'anima sua: nessuno aveva ragion di lagnarsene.

Di mano in mano poi, la più parte degli sgherri di casa, non potendo
accomodarsi alla nuova disciplina, nè vedendo probabilità che
s'avesse a mutare, se n'erano andati. Chi avrà cercato altro padrone,
e fors'anche tra gli antichi amici di quello che lasciava; chi si
sarà arrolato in qualche terzo, come allora dicevano, di Spagna o di
Mantova, o di qualche altra parte belligerante; chi si sarà messo alla
strada, per far la guerra a minuto, e per conto suo; chi si sarà anche
contentato d'andar birboneggiando in libertà. E il simile avranno fatto
quegli altri che stavano prima a' suoi ordini, in diversi paesi. Di
quelli poi che s'eran potuti avvezzare al nuovo tenor di vita, o che lo
avevano abbracciato volentieri, i più, nativi della valle, eran tornati
ai campi, o ai mestieri imparati nella prima età, e poi abbandonati;
i forestieri eran rimasti nel castello, come servitori: gli uni e gli
altri, quasi ribenedetti nello stesso tempo che il loro padrone, se
la passavano, al par di lui, senza fare nè ricever torti, inermi e
rispettati.

Ma quando, al calar delle bande alemanne, alcuni fuggiaschi di paesi
invasi o minacciati capitarono su al castello a chieder ricovero,
l'innominato, tutto contento che quelle sue mura fossero cercate come
asilo da' deboli, che per tanto tempo le avevan guardate da lontano
come un enorme spauracchio, accolse quegli sbandati, con espressioni
piuttosto di riconoscenza che di cortesia; fece sparger la voce, che
la sua casa sarebbe aperta a chiunque ci si volesse rifugiare, e pensò
subito a mettere, non solo questa, ma anche la valle, in istato di
difesa, se mai lanzichenecchi o cappelletti volessero provarsi di
venirci a far delle loro. Radunò i servitori che gli eran rimasti,
pochi e valenti, come i versi di Torti; fece loro una parlata sulla
buona occasione che Dio dava a loro e a lui, d'impiegarsi una volta in
aiuto del prossimo, che avevan tanto oppresso e spaventato; e, con quel
tono naturale di comando, ch'esprimeva la certezza dell'ubbidienza,
annunzio loro in generale ciò che intendeva che facessero, e
soprattutto prescrisse come dovessero contenersi, perchè la gente che
veniva a ricoverarsi lassù, non vedesse in loro che amici e difensori.
Fece poi portar giù da una stanza a tetto l'armi da fuoco, da taglio,
in asta, che da un pezzo stavan lì ammucchiate, e gliele distribuì;
fece dire a' suoi contadini e affittuari della valle, che chiunque si
sentiva, venisse con armi al castello; a chi non n'aveva, ne diede;
scelse alcuni, che fossero come ufiziali, e avessero altri sotto il
loro comando; assegnò i posti all'entrature e in altri luoghi della
valle, sulla salita, alle porte del castello; stabilì l'ore e i modi
di dar la muta, come in un campo, o come già s'era costumato in quel
castello medesimo, ne' tempi della sua vita disperata.

In un canto di quella stanza a tetto, c'erano in disparte l'armi che
lui solo aveva portate; quella sua famosa carabina, moschetti, spade,
spadoni, pistole, coltellacci, pugnali, per terra, o appoggiati al
muro. Nessuno de' servitori le toccò; ma concertarono di domandare al
padrone quali voleva che gli fossero portate. «Nessuna,» rispose; e,
fosse voto, fosse proposito, restò sempre disarmato, alla testa di
quella specie di guarnigione.

Nello stesso tempo, aveva messo in moto altr'uomini e donne di
servizio, o suoi dipendenti, a preparar nel castello alloggio a quante
più persone fosse possibile, a rizzar letti, a disporre sacconi e
strapunti nelle stanze, nelle sale, che diventavan dormitôri. E aveva
dato ordine di far venire provvisioni abbondanti, per ispesare gli
ospiti che Dio gli manderebbe, e i quali infatti andavan crescendo di
giorno in giorno. Lui intanto non istava mai fermo; dentro e fuori del
castello, su e giù per la salita, in giro per la valle, a stabilire,
a rinforzare, a visitar posti, a vedere, a farsi vedere, a mettere e
a tenere in regola, con le parole, con gli occhi, con la presenza.
In casa, per la strada, faceva accoglienza a quelli che arrivavano;
e tutti, o lo avessero già visto, o lo vedessero per la prima volta,
lo guardavano estatici, dimenticando un momento i guai e i timori che
gli avevano spinti lassù; e si voltavano ancora a guardarlo, quando,
staccatosi da loro, seguitava la sua strada.




                             CAPITOLO XXX.


Quantunque il concorso maggiore non fosse dalla parte per cui i
nostri tre fuggitivi s'avvicinavano alla valle, ma all'imboccatura
opposta, con tutto ciò, cominciarono a trovar compagni di viaggio e
di sventura, che da traverse e viottole erano sboccati o sboccavano
nella strada. In circostanze simili, tutti quelli che s'incontrano, è
come se si conoscessero. Ogni volta che il baroccio aveva raggiunto
qualche pedone, si barattavan domande e risposte. Chi era scappato,
come i nostri, senza aspettar l'arrivo de' soldati; chi aveva sentiti
i tamburi o le trombe; chi gli aveva visti coloro, e li dipingeva come
gli spaventati soglion dipingere.

«Siamo ancora fortunati,» dicevan le due donne: «ringraziamo il cielo.
Vada la roba; ma almeno siamo in salvo.»

Ma don Abbondio non trovava che ci fosse tanto da rallegrarsi; anzi
quel concorso, e più ancora il maggiore che sentiva esserci dall'altra
parte, cominciava a dargli ombra. «Oh che storia!» borbottava alle
donne, in un momento che non c'era nessuno d'intorno: «oh che storia!
Non capite, che radunarsi tanta gente in un luogo è lo stesso che
volerci tirare i soldati per forza? Tutti nascondono, tutti portan via;
nelle case non resta nulla; crederanno che lassù ci siano tesori. Ci
vengono sicuro. Oh povero me! dove mi sono imbarcato!»

«Oh! voglion far altro che venir lassù,» diceva Perpetua: «anche loro
devono andar per la loro strada. E poi, io ho sempre sentito dire che,
ne' pericoli, è meglio essere in molti.»

«In molti? in molti?» replicava don Abbondio: «povera donna! Non sapete
che ogni lanzichenecco ne mangia cento di costoro? E poi, se volessero
far delle pazzie, sarebbe un bel gusto, eh? di trovarsi in una
battaglia. Oh povero me! Era meno male andar su per i monti. Che abbian
tutti a voler cacciarsi in un luogo!... Seccatori!» borbottava poi, a
voce più bassa: «tutti qui: e via, e via, e via; l'uno dietro l'altro,
come pecore senza ragione.»

«A questo modo,» disse Agnese, «anche loro potrebbero dir lo stesso di
noi.»

«Chetatevi un po',» disse don Abbondio: «che già le chiacchiere non
servono a nulla. Quel ch'è fatto è fatto: ci siamo, bisogna starci.
Sarà quel che vorrà la Provvidenza: il cielo ce la mandi buona.»

Ma fu ben peggio, quando, all'entrata della valle, vide un buon posto
d'armati, parte sull'uscio d'una casa, e parte nelle stanze terrene:
pareva una caserma. Li guardò con la coda dell'occhio: non eran quelle
facce che gli era toccato a vedere nell'altra dolorosa sua gita, o se
ce n'era di quelle, erano ben cambiate; ma con tutto ciò, non si può
dire che noia gli desse quella vista.--Oh povero me!--pensava:--ecco
se le fanno le pazzie. Già non poteva essere altrimenti: me lo sarei
dovuto aspettare da un uomo di quella qualità. Ma cosa vuol fare? vuol
far la guerra? vuol fare il re, lui? Oh povero me! In circostanze che
si vorrebbe potersi nasconder sotto terra, e costui cerca ogni maniera
di farsi scorgere, di dar nell'occhio; par che li voglia invitare!--

«Vede ora, signor padrone,» gli disse Perpetua, «se c'è della brava
gente qui, che ci saprà difendere. Vengano ora i soldati: qui non sono
come que' nostri spauriti, che non son buoni che a menar le gambe.»

«Zitta!» rispose, con voce bassa ma iraconda, don Abbondio: «zitta!
che non sapete quel che vi dite. Pregate il cielo che abbian fretta i
soldati, o che non vengano a sapere le cose che si fanno qui, e che
si mette all'ordine questo luogo come una fortezza. Non sapete che i
soldati è il loro mestiere di prender le fortezze? Non cercan altro;
per loro, dare un assalto è come andare a nozze; perchè tutto quel che
trovano è per loro, e passano la gente a fil di spada. Oh povero me!
Basta, vedrò se ci sarà maniera di mettersi in salvo su per queste
balze. In una battaglia non mi ci colgono: oh! in una battaglia non mi
ci colgono.»

«Se ha poi paura anche d'esser difeso e aiutato....» ricominciava
Perpetua; ma don Abbondio l'interruppe aspramente, sempre però a
voce bassa: «zitta! E badate bene di non riportare questi discorsi.
Ricordatevi che qui bisogna far sempre viso ridente, e approvare tutto
quello che si vede.»

Alla Malanotte, trovarono un altro picchetto d'armati, ai quali don
Abbondio fece una scappellata, dicendo intanto tra sè:--ohimè, ohimè:
son proprio venuto in un accampamento!--Qui il baroccio si fermò;
ne scesero; don Abbondio pagò in fretta, e licenziò il condottiere;
e s'incamminò con le due compagne per la salita, senza far parola.
La vista di que' luoghi gli andava risvegliando nella fantasia, e
mescolando all'angosce presenti, la rimembranza di quelle che vi aveva
sofferte l'altra volta. E Agnese, la quale non gli aveva mai visti que'
luoghi, e se n'era fatta in mente una pittura fantastica che le si
rappresentava ogni volta che pensava al viaggio spaventoso di Lucia,
vedendoli ora quali eran davvero, provava come un nuovo e più vivo
sentimento di quelle crudeli memorie. «Oh signor curato!» esclamò: «a
pensare che la mia povera Lucia è passata per questa strada!»

«Volete stare zitta? donna senza giudizio!» le gridò in un orecchio
don Abbondio: «son discorsi codesti da farsi qui? Non sapete che siamo
in casa sua? Fortuna che ora nessun vi sente; ma se parlate in questa
maniera....»

«Oh!» disse Agnese: «ora che è santo...!»

«State zitta,» le replicò don Abbondio: «credete voi che ai santi si
possa dire, senza riguardo, tutto ciò che passa per la mente? Pensate
piuttosto a ringraziarlo del bene che v'ha fatto.»

«Oh! per questo, ci avevo già pensato: che crede che non le sappia un
pochino le creanze?»

«La creanza è di non dir le cose che posson dispiacere, specialmente
a chi non è avvezzo a sentirne. E intendetela bene tutt'e due, che
qui non è luogo da far pettegolezzi, e da dir tutto quello che vi può
venire in testa. È casa d'un gran signore, già lo sapete: vedete che
compagnia c'è d'intorno: ci vien gente di tutte le sorte; sicchè,
giudizio, se potete: pesar le parole, e soprattutto dirne poche, e solo
quando c'è necessità: chè a stare zitti non si sbaglia mai.»

«Fa peggio lei con tutte cedeste sue....» riprendeva Perpetua.

Ma: «zitta!» gridò sottovoce don Abbondio, e insieme si levò il
cappello in fretta, e fece un profondo inchino: chè, guardando in su,
aveva visto l'innominato scender verso di loro. Anche questo aveva
visto e riconosciuto don Abbondio; e affrettava il passo per andargli
incontro.

«Signor curato,» disse, quando gli fu vicino, «avrei voluto offrirle
la mia casa in miglior occasione; ma, a ogni modo, son ben contento di
poterle esser utile in qualche cosa.»

«Confidato nella gran bontà di vossignoria illustrissima,» rispose
don Abbondio, «mi son preso l'ardire di venire, in queste triste
circostanze, a incomodarla: e, come vede vossignoria illustrissima,
mi son preso anche la libertà di menar compagnia. Questa è la mia
governante....»

«Benvenuta,» disse l'innominato.

«E questa,» continuò don Abbondio, «è una donna a cui vossignoria ha
già fatto del bene: la madre di quella... di quella....»

«Di Lucia,» disse Agnese.

«Di Lucia!» esclamò l'innominato, voltandosi, con la testa bassa, ad
Agnese. «Del bene, io! Dio immortale! Voi, mi fate del bene, a venir
qui.... da me.... in questa casa. Siate la benvenuta. Voi ci portate la
benedizione.»

«Oh giusto!» disse Agnese: «vengo a incomodarla. Anzi,» continuò,
avvicinandosegli all'orecchio, «ho anche a ringraziarla....»

L'innominato troncò quelle parole, domandando premurosamente le nuove
di Lucia; e sapute che l'ebbe, si voltò per accompagnare al castello
i nuovi ospiti, come fece, malgrado la loro resistenza cerimoniosa.
Agnese diede al curato un'occhiata che voleva dire: veda un poco se c'è
bisogno che lei entri di mezzo tra noi due a dar pareri.

«Sono arrivati alla sua parrocchia?» gli domandò l'innominato.

«No, signore, che non gli ho voluti aspettare que' diavoli,» rispose
don Abbondio. «Sa il cielo se avrei potuto uscir vivo dalle loro mani,
e venire a incomodare vossignoria illustrissima.»

«Bene, si faccia coraggio,» riprese l'innominato: «chè ora è in
sicuro. Quassù non verranno; e se si volessero provare, siam pronti a
riceverli.»

«Speriamo che non vengano,» disse don Abbondio. «E sento,» soggiunse,
accennando col dito i monti che chiudevano la valle di rimpetto, «sento
che, anche da quella parte, giri un'altra masnada di gente, ma....
ma....»

«È vero,» rispose l'innominato: «ma non dubiti, che siam pronti anche
per loro.»

--Tra due fuochi,--diceva tra sè don Abbondio:--proprio tra due fuochi.
Dove mi son lasciato tirare! e da due pettegole! E costui par proprio
che ci sguazzi dentro! Oh che gente c'è a questo mondo!--

Entrati nel castello, il signore fece condurre Agnese e Perpetua in
una stanza del quartiere assegnato alle donne, che occupava tre lati
del secondo cortile, nella parte posteriore dell'edifizio situata sur
un masso sporgente e isolato, a cavaliere a un precipizio. Gli uomini
alloggiavano ne' lati dell'altro cortile a destra e a sinistra, e in
quello che rispondeva sulla spianata. Il corpo di mezzo, che separava
i due cortili, e dava passaggio dall'uno all'altro, per un vasto
andito di rimpetto alla porta principale, era in parte occupato dalle
provvisioni, e in parte doveva servir di deposito per la roba che i
rifugiati volessero mettere in salvo lassù. Nel quartiere degli uomini,
c'erano alcune camere destinate agli ecclesiastici, che potessero
capitare. L'innominato v'accompagnò in persona don Abbondio, che fu il
primo a prenderne il possesso.

Ventitrè o ventiquattro giorni stettero i nostri fuggitivi nel
castello, in mezzo a un movimento continuo, in una gran compagnia, e
che, ne' primi tempi, andò sempre crescendo; ma senza che accadesse
nulla di straordinario. Non passò forse giorno, che non si desse
all'armi. Vengon lanzichenecchi di qua; si son veduti cappelletti di
là. A ogni avviso, l'innominato mandava uomini a esplorare; e, se
faceva bisogno, prendeva con sè della gente che teneva sempre pronta a
ciò, e andava con essa fuor della valle, dalla parte dov'era indicato
il pericolo. Ed era cosa singolare, vedere una schiera d'uomini armati
da capo a piedi, e schierati come una truppa, condotti da un uomo
senz'armi. Le più volte non erano che foraggieri e saccheggiatori
sbandati, che se n'andavano prima d'esser sorpresi. Ma una volta,
cacciando alcuni di costoro, per insegnar loro a non venir più da
quelle parti, l'innominato ricevette avviso che un paesetto vicino
era invaso e messo a sacco. Erano lanzichenecchi di vari corpi che,
rimasti indietro per rubare, s'eran riuniti, e andavano a gettarsi
all'improvviso sulle terre vicine a quelle dove alloggiava l'esercito;
spogliavano gli abitanti, e gliene facevan di tutte le sorte.
L'innominato fece un breve discorso a' suoi uomini, e li condusse al
paesetto.

Arrivarono inaspettati. I ribaldi che avevan creduto di non andar
che alla preda, vedendosi venire addosso gente schierata e pronta
a combattere, lasciarono il saccheggio a mezzo, e se n'andarono in
fretta, senz'aspettarsi l'uno con l'altro, dalla parte dond'eran
venuti. L'innominato gl'inseguì per un pezzo di strada; poi, fatto far
alto, stette qualche tempo aspettando, se vedesse qualche novità; e
finalmente se ne ritornò. E ripassando nel paesetto salvato, non si
potrebbe dire con quali applausi e benedizioni fosse accompagnato il
drappello liberatore e il condottiero.

Nel castello, tra quella moltitudine, formata a caso, di persone,
varie di condizione, di costumi, di sesso e d'età, non nacque mai
alcun disordine d'importanza. L'innominato aveva messe guardie in
diversi luoghi, le quali tutte invigilavano che non seguisse nessun
inconveniente, con quella premura che ognuno metteva nelle cose di cui
s'avesse a rendergli conto.

Aveva poi pregati gli ecclesiastici, e gli uomini più autorevoli che si
trovavan tra i ricoverati, d'andare in giro e d'invigilare anche loro.
E più spesso che poteva, girava anche lui, e si faceva veder per tutto;
ma, anche in sua assenza, il ricordarsi di chi s'era in casa, serviva
di freno a chi ne potesse aver bisogno. E, del resto, era tutta gente
scappata, e quindi inclinata in generale alla quiete: i pensieri della
casa e della roba, per alcuni anche di congiunti o d'amici rimasti
nel pericolo, le nuove che venivan di fuori, abbattendo gli animi,
mantenevano e accrescevano sempre più quella disposizione.

C'era però anche de' capi scarichi, degli uomini d'una tempra più
salda e d'un coraggio più verde, che cercavano di passar que' giorni
in allegria. Avevano abbandonate le loro case, per non esser forti
abbastanza da difenderle; ma non trovavan gusto a piangere e a
sospirare sur una cosa che non c'era rimedio, nè a figurarsi e a
contemplar con la fantasia il guasto che vedrebbero pur troppo co' loro
occhi. Famiglie amiche erano andate di conserva, o s'eran ritrovate
lassù, s'eran fatte amicizie nuove; e la folla s'era divisa in crocchi,
secondo gli umori e l'abitudini. Chi aveva danari e discrezione, andava
a desinare giù nella valle, dove in quella circostanza, s'eran rizzate
in fretta osterie: in alcune, i bocconi erano alternati co' sospiri,
e non era lecito parlar d'altro che di sciagure: in altre, non si
rammentavan le sciagure, se non per dire che non bisognava pensarci. A
chi non poteva o non voleva farsi le spese, si distribuiva nel castello
pane, minestra e vino: oltre alcune tavole ch'eran servite ogni giorno,
per quelli che il padrone vi aveva espressamente invitati; e i nostri
eran di questo numero.

Agnese e Perpetua, per non mangiare il pane a ufo, avevan voluto essere
impiegate ne' servizi che richiedeva una così grande ospitalità; e
in questo spendevano una buona parte della giornata; il resto nel
chiacchierare con certe amiche che s'eran fatte, o col povero don
Abbondio. Questo non aveva nulla da fare, ma non s'annoiava però; la
paura gli teneva compagnia. La paura proprio d'un assalto, credo che la
gli fosse passata, o se pur gliene rimaneva, era quella che gli dava
meno fastidio; perchè, pensandoci appena appena, doveva capire quanto
poco fosse fondata. Ma l'immagine del paese circonvicino inondato, da
una parte e dall'altra, da soldatacci, le armi e gli armati che vedeva
sempre in giro, un castello, quel castello, il pensiero di tante cose
che potevan nascere ogni momento in tali circostanze, tutto gli teneva
addosso uno spavento indistinto, generale, continuo; lasciando stare
il rodío che gli dava il pensare alla sua povera casa. In tutto il
tempo che stette in quell'asilo, non se ne discostò mai quanto un tiro
di schioppo, nè mai mise piede sulla discesa: l'unica sua passeggiata
era d'uscire sulla spianata, e d'andare, quando da una parte e quando
dall'altra del castello, a guardar giù per le balze e per i burroni,
per istudiare se ci fosse qualche passo un po' praticabile, qualche po'
di sentiero, per dove andar cercando un nascondiglio in caso d'un serra
serra. A tutti i suoi compagni di rifugio faceva gran riverenze o gran
saluti, ma bazzicava con pochissimi: la sua conversazione più frequente
era con le due donne, come abbiam detto; con loro andava a fare i suoi
sfoghi, a rischio che talvolta gli fosse dato sulla voce da Perpetua,
e che lo svergognasse anche Agnese. A tavola poi, dove stava poco e
parlava pochissimo, sentiva le nuove del terribile passaggio, le quali
arrivavano ogni giorno, o di paese in paese e di bocca in bocca, o
portate lassù da qualcheduno, che da principio aveva voluto restarsene
a casa, e scappava in ultimo, senza aver potuto salvar nulla, e
a un bisogno anche malconcio: e ogni giorno c'era qualche nuova
storia di sciagura. Alcuni, novellisti di professione, raccoglievan
diligentemente tutte le voci, abburattavan tutte le relazioni, e ne
davan poi il fiore agli altri. Si disputava quali fossero i reggimenti
più indiavolati, se fosse peggio la fanteria o la cavalleria; si
ripetevano, il meglio che si poteva, certi nomi di condottieri;
d'alcuni si raccontavan l'imprese passate, si specificavano le stazioni
e le marce: quel giorno, il tale reggimento si spandeva ne' tali paesi,
domani anderebbe addosso ai tali altri, dove intanto il tal altro
faceva il diavolo e peggio. Sopra tutto si cercava d'aver informazione
e si teneva il conto de' reggimenti che passavan di mano in mano il
ponte di Lecco, perchè quelli si potevano considerar come andati, e
fuori veramente del paese. Passano i cavalli di Wallenstein, passano
i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di
Brandeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari;
passa Altringer, passa Furstenberg, passa Colloredo; passano i Croati,
passa Torquato Conti, passano altri e altri; quando piacque al cielo,
passò anche Galasso, che fu l'ultimo. Lo squadron volante de' veneziani
finì d'allontanarsi, e tutto il paese, a destra e a sinistra, si trovò
libero anch'esso. Già quelli delle terre invase e sgombrate le prime,
eran partiti dal castello; e ogni giorno ne partiva: come, dopo un
temporale d'autunno, si vede dai palchi fronzuti d'un grand'albero
uscire da ogni parte gli uccelli che ci s'erano riparati. Credo che i
nostri tre fossero gli ultimi ad andarsene; e ciò per volere di don
Abbondio, il quale temeva, se si tornasse subito a casa, di trovare
ancora in giro lanzichenecchi rimasti indietro sbrancati, in coda
all'esercito. Perpetua ebbe un bel dire che, quanto più s'indugiava,
tanto più si dava agio ai birboni del paese d'entrare in casa a portar
via il resto; quando si trattava d'assicurar la pelle, era sempre don
Abbondio che la vinceva; meno che l'imminenza del pericolo non gli
avesse fatto perdere affatto la testa.

Il giorno fissato per la partenza, l'innominato fece trovar pronta
alla Malanotte una carrozza, nella quale aveva già fatto mettere un
corredo di biancheria per Agnese. E tiratala in disparte, le fece anche
accettare un gruppetto di scudi, per riparare al guasto che troverebbe
in casa; quantunque, battendo la mano sul petto, essa andasse ripetendo
che ne aveva lì ancora de' vecchi.

«Quando vedrete quella vostra buona, povera Lucia....» le disse in
ultimo: «già son certo che prega per me, poichè le ho fatto tanto
male: ditele adunque ch'io la ringrazio, e confido in Dio, che la sua
preghiera tornerà anche in tanta benedizione per lei.»

Volle poi accompagnar tutti e tre gli ospiti, fino alla carrozza. I
ringraziamenti umili e sviscerati di don Abbondio e i complimenti di
Perpetua, se gl'immagini il lettore. Partirono; fecero, secondo il
fissato, una fermatina, ma senza neppur mettersi a sedere, nella casa
del sarto, dove sentirono raccontar cento cose del passaggio; la solita
storia di ruberie, di percosse, di sperpero, di sporchizie: ma lì, per
buona sorte, non s'eran visti lanzichenecchi.

«Ah signor curato!» disse il sarto, dandogli di braccio a rimontare
in carrozza: «s'ha da far de' libri in istampa, sopra un fracasso di
questa sorte.»

Dopo un'altra po' di strada, cominciarono i nostri viaggiatori a
veder co' loro occhi qualche cosa di quello che avevan tanto sentito
descrivere: vigne spogliate, non come dalla vendemmia, ma come dalla
grandine e dalla bufera che fossero venute in compagnia: tralci a
terra, sfrondati e scompigliati; strappati i pali, calpestato il
terreno, e sparso di schegge, di foglie, di sterpi; schiantati,
scapezzati gli alberi; sforacchiate le siepi; i cancelli portati via.
Ne' paesi poi, usci sfondati, impannate lacere, rottami d'ogni sorte,
cenci a mucchi, o seminati per le strade; un'aria pesante, zaffate di
puzzo più forte che uscivan dalle case; la gente, chi a buttar fuori
porcherie, chi a raccomodar le imposte alla meglio, chi in crocchio a
lamentarsi insieme; e, al passar della carrozza, mani di qua e di là
tese agli sportelli, per chieder l'elemosina.

Con queste immagini, ora davanti agli occhi, ora nella mente, e con
l'aspettativa di trovare altrettanto a casa loro, ci arrivarono; e
trovarono infatti quello che s'aspettavano.

Agnese fece posare i fagotti in un canto del cortiletto, ch'era rimasto
il luogo più pulito della casa; si mise poi a spazzarla, a raccogliere
e a rigovernare quella poca roba che le avevan lasciata; fece venire un
legnaiolo e un fabbro, per riparare i guasti più grossi, e guardando
poi, capo per capo, la biancheria regalata, e contando que' nuovi
ruspi, diceva tra sè:--son caduta in piedi; sia ringraziato Iddio e
la Madonna e quel buon signore: posso proprio dire d'esser caduta in
piedi.--

Don Abbondio e Perpetua entrano in casa, senza aiuto di chiavi; ogni
passo che fanno nell'andito, senton crescere un tanfo, un veleno, una
peste, che li respinge indietro; con la mano al naso, vanno all'uscio
di cucina; entrano in punta di piedi, studiando dove metterli, per
iscansar più che possono la porcheria che copre il pavimento; e danno
un'occhiata in giro. Non c'era nulla d'intero; ma avanzi e frammenti
di quel che c'era stato, lì e altrove, se ne vedeva in ogni canto:
piume e penne delle galline di Perpetua, pezzi di biancheria, fogli
de' calendari di don Abbondio, cocci di pentole e di piatti; tutto
insieme o sparpagliato. Solo nel focolare si potevan vedere i segni
d'un vasto saccheggio accozzati insieme, come molte idee sottintese,
in un periodo steso da un uomo di garbo. C'era, dico, un rimasuglio di
tizzi e tizzoni spenti, i quali mostravano d'essere stati, un bracciolo
di seggiola, un piede di tavola, uno sportello d'armadio, una panca di
letto, una doga della botticina, dove ci stava il vino che rimetteva
lo stomaco a don Abbondio. Il resto era cenere e carboni; e con que'
carboni stessi, i guastatori, per ristoro, avevano scarabocchiati i
muri di figuracce, ingegnandosi, con certe berrettine o con certe
cheriche, e con certe larghe facciole, di farne de' preti, e mettendo
studio a farli orribili e ridicoli: intento che, per verità, non poteva
andar fallito a tali artisti.

«Ah porci!» esclamò Perpetua. «Ah baroni!» esclamò don Abbondio; e,
come scappando, andaron fuori, per un altr'uscio che metteva nell'orto.
Respirarono; andaron diviato al fico; ma già prima d'arrivarci, videro
la terra smossa, e misero un grido tutt'e due insieme; arrivati,
trovarono effettivamente, in vece del morto, la buca aperta. Qui
nacquero de' guai: don Abbondio cominciò a prendersela con Perpetua,
che non avesse nascosto bene: pensate se questa rimase zitta: dopo
ch'ebbero ben gridato, tutt'e due col braccio teso, e con l'indice
appuntato verso la buca, se ne tornarono insieme, brontolando. E fate
conto che per tutto trovarono a un di presso la medesima cosa. Penarono
non so quanto, a far ripulire e smorbare la casa, tanto più che, in
que' giorni, era difficile trovar aiuto; e non so quanto dovettero
stare come accampati, accomodandosi alla meglio, o alla peggio, e
rifacendo a poco a poco usci, mobili, utensili, con danari prestati da
Agnese.

Per giunta poi, quel disastro fu una semenza d'altre questioni molto
noiose; perchè Perpetua, a forza di chiedere e domandare, di spiare e
fiutare, venne a saper di certo che alcune masserizie del suo padrone,
credute preda o strazio de' soldati, erano in vece sane e salve in casa
di gente del paese; e tempestava il padrone che si facesse sentire,
e richiedesse il suo. Tasto più odioso non si poteva toccare per don
Abbondio; giacchè la sua roba era in mano di birboni, cioè di quella
specie di persone con cui gli premeva più di stare in pace.

«Ma se non ne voglio saper nulla di queste cose,» diceva. «Quante volte
ve lo devo ripetere, che quel che è andato è andato? Ho da esser messo
anche in croce, perchè m'è stata spogliata la casa?»

«Se lo dico,» rispondeva Perpetua, «che lei si lascerebbe cavar gli
occhi di testa. Rubare agli altri è peccato, ma a lei, è peccato non
rubare.»

«Ma vedete se codesti sono spropositi da dirsi!» replicava don
Abbondio: «ma volete stare zitta?»

Perpetua si chetava, ma non subito subito; e prendeva pretesto da
tutto per riprincipiare. Tanto che il pover'uomo s'era ridotto a non
lamentarsi più, quando trovava mancante qualche cosa, nel momento che
ne avrebbe avuto bisogno; perchè, più d'una volta, gli era toccato a
sentirsi dire: «vada a chiederlo al tale che l'ha, e non l'avrebbe
tenuto fino a quest'ora, se non avesse che fare con un buon uomo.»

Un'altra e più viva inquietudine gli dava il sentire che giornalmente
continuavano a passar soldati alla spicciolata, come aveva troppo
bene congetturato; onde stava sempre in sospetto di vedersene capitar
qualcheduno o anche una compagnia sull'uscio, che aveva fatto
raccomodare in fretta per la prima cosa, e che teneva chiuso con gran
cura; ma, per grazia del cielo, ciò non avvenne mai. Nè però questi
terrori erano ancora cessati, che un nuovo ne sopraggiunse.

Ma qui lasceremo da parte il pover'uomo: si tratta ben d'altro che di
sue apprensioni private, che de' guai d'alcuni paesi, che d'un disastro
passeggiero.




                            CAPITOLO XXXI.


La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar
con le bande alemanne nel milanese, c'era entrata davvero, come è
noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò
una buona parte d'Italia. Condotti dal filo della nostra storia, noi
passiamo a raccontar gli avvenimenti principali di quella calamità; nel
milanese, s'intende, anzi in Milano quasi esclusivamente: chè della
città quasi esclusivamente trattano le memorie del tempo, come a un di
presso accade sempre e per tutto, per buone e per cattive ragioni. E
in questo racconto, il nostro fine non è, per dir la verità, soltanto
di rappresentar lo stato delle cose nel quale verranno a trovarsi i
nostri personaggi; ma di far conoscere insieme, per quanto si può in
ristretto, e per quanto si può da noi, un tratto di storia patria più
famoso che conosciuto.

Delle molte relazioni contemporanee, non ce n'è alcuna che basti da
sè a darne un'idea un po' distinta e ordinata; come non ce n'è alcuna
che non possa aiutare a formarla. In ognuna di queste relazioni,
senza eccettuarne quella del Ripamonti[25], la quale le supera
tutte, per la quantità e per la scelta de' fatti, e ancor più per il
modo d'osservarli, in ognuna sono omessi fatti essenziali, che son
registrati in altre; in ognuna ci sono errori materiali, che si posson
riconoscere e rettificare con l'aiuto di qualche altra, o di que' pochi
atti della pubblica autorità, editi e inediti, che rimangono; spesso
in una si vengono a trovar le cagioni di cui nell'altra s'eran visti,
come in aria, gli effetti. In tutte poi regna una strana confusione
di tempi e di cose; è un continuo andare e venire, come alla ventura,
senza disegno generale, senza disegno ne' particolari: carattere, del
resto, de' più comuni e de' più apparenti ne' libri di quel tempo,
principalmente in quelli scritti in lingua volgare, almeno in Italia;
se anche nel resto d'Europa, i dotti lo sapranno, noi lo sospettiamo.
Nessuno scrittore d'epoca posteriore s'è proposto d'esaminare e
di confrontare quelle memorie, per ritrarne una serie concatenata
degli avvenimenti, una storia di quella peste; sicchè l'idea che se
ne ha generalmente, dev'essere, di necessità, molto incerta, e un
po' confusa: un'idea indeterminata di gran mali e di grand'errori
(e per verità ci fu dell'uno e dell'altro, al di là di quel che si
possa immaginare), un'idea composta più di giudizi che di fatti,
alcuni fatti dispersi, non di rado scompagnati dalle circostanze più
caratteristiche, senza distinzion di tempo, cioè senza intelligenza
di causa e d'effetto, di corso, di progressione. Noi, esaminando e
confrontando, con molta diligenza se non altro, tutte le relazioni
stampate, più d'una inedita, molti (in ragione del poco che ne rimane)
documenti, come dicono, ufiziali, abbiam cercato di farne non già quel
che si vorrebbe, ma qualche cosa che non è stato ancor fatto. Non
intendiamo di riferire tutti gli atti pubblici, e nemmeno tutti gli
avvenimenti degni, in qualche modo, di memoria. Molto meno pretendiamo
di rendere inutile a chi voglia farsi un'idea più compita della cosa,
la lettura delle relazioni originali: sentiamo troppo che forza viva,
propria e, per dir così, incomunicabile, ci sia sempre nell'opere di
quel genere, comunque concepite e condotte. Solamente abbiam tentato
di distinguere e di verificare i fatti più generali e più importanti,
di disporli nell'ordine reale della loro successione, per quanto lo
comporti la ragione e la natura d'essi, d'osservare la loro efficienza
reciproca, e di dar così, per ora e finchè qualchedun altro non faccia
meglio, una notizia succinta, ma sincera e continuata, di quel disastro.

[25] Josephi Ripamontii canonici scalensis chronistæ urbis Mediolani,
De peste quæ fuit anno 1630. Libri V. Mediolani, 1640, apud Malatestas.

[Illustrazione: ....giornalmente continuavano a passar soldati alla
spicciolata.... (pag. 447)]

Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall'esercito,
s'era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada.
Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi,
a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni
sconosciuti alla più parte de' viventi. C'era soltanto alcuni a cui
non riuscissero nuovi: que' pochi che potessero ricordarsi della peste
che, cinquantatrè anni avanti, aveva desolata pure una buona parte
d'Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora,
la peste di san Carlo. Tanto è forte la carità! Tra le memorie così
varie e così solenni d'un infortunio generale, può essa far primeggiare
quella d'un uomo, perchè a quest'uomo ha ispirato sentimenti e azioni
più memorabili ancora de' mali; stamparlo nelle menti, come un sunto
di tutti que' guai, perchè in tutti l'ha spinto e intromesso, guida,
soccorso, esempio, vittima volontaria; d'una calamità per tutti, far
per quest'uomo come un'impresa; nominarla da lui, come una conquista, o
una scoperta.

Il protofisico Lodovico Settala, che, non solo aveva veduta quella
peste, ma n'era stato uno de' più attivi e intrepidi, e, quantunque
allor giovinissimo, de' più riputati curatori; e che ora, in gran
sospetto di questa, stava all'erta e sull'informazioni, riferì, il 20
d'ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso
(l'ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era
scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna
risoluzione, come si ha dal Ragguaglio del Tadino[26].

[26] Pag. 24.

Ed ecco sopraggiungere avvisi somiglianti da Lecco e da Bellano. Il
tribunale allora si risolvette e si contentò di spedire un commissario
che, strada facendo, prendesse un medico a Como, e si portasse con lui
a visitare i luoghi indicati. Tutt'e due, «o per ignoranza o per altro,
si lasciorno persuadere da un vecchio et ignorante barbiere di Bellano,
che quella sorte de mali non era Peste;[27]» ma, in alcuni luoghi,
effetto consueto dell'emanazioni autunnali delle paludi, e negli altri,
effetto de' disagi e degli strapazzi sofferti, nel passaggio degli
alemanni. Una tale assicurazione fu riportata al tribunale, il quale
pare che ne mettesse il cuore in pace.

[27] Tadino, ivi.

Ma arrivando senza posa altre e altre notizie di morte da diverse
parti, furono spediti due delegati a vedere e a provvedere: il Tadino
suddetto, e un auditore del tribunale. Quando questi giunsero, il
male s'era già tanto dilatato, che le prove si offrivano, senza che
bisognasse andarne in cerca. Scorsero il territorio di Lecco, la
Valsassina, le coste del lago di Como, i distretti denominati il Monte
di Brianza, e la Gera d'Adda; e per tutto trovarono paesi chiusi da
cancelli all'entrature, altri quasi deserti, e gli abitanti scappati e
attendati alla campagna, o dispersi; «et ci parevano,» dice il Tadino,
«tante creature seluatiche, portando in mano chi l'herba menta, chi
la ruta, chi il rosmarino et chi una ampolla d'aceto.» S'informarono
del numero de' morti: era spaventevole; visitarono infermi e cadaveri,
e per tutto trovarono le brutte e terribili marche della pestilenza.
Diedero subito, per lettere, quelle sinistre nuove al tribunale
della sanità, il quale, al riceverle, che fu il 30 d'ottobre, «si
dispose,» dice il medesimo Tadino, a prescriver le bullette, per
chiuder fuori dalla Città le persone provenienti da' paesi dove il
contagio s'era manifestato; «et mentre si compilaua la grida,» ne diede
anticipatamente qualche ordine sommario a' gabellieri.

Intanto i delegati presero in fretta e in furia quelle misure che
parver loro migliori; e se ne tornarono, con la trista persuasione
che non sarebbero bastate a rimediare e a fermare un male già tanto
avanzato e diffuso.

Arrivati il 14 di novembre, dato ragguaglio, a voce e di nuovo in
iscritto, al tribunale, ebbero da questo commissione di presentarsi
al governatore, e d'esporgli lo stato delle cose. V'andarono, e
riportarono: aver lui di tali nuove provato molto dispiacere,
mostratone un gran sentimento; ma i pensieri della guerra esser più
pressanti: _sed belli graviores esse curas_. Così il Ripamonti,
il quale aveva spogliati i registri della Sanità, e conferito col
Tadino, incaricato specialmente della missione: era la seconda, se
il lettore se ne ricorda, per quella causa, e con quell'esito. Due o
tre giorni dopo, il 18 di novembre, emanò il governatore una grida,
in cui ordinava pubbliche feste, per la nascita del principe Carlo,
primogenito del re Filippo IV, senza sospettare o senza curare il
pericolo d'un gran concorso, in tali circostanze: tutto come in tempi
ordinari, come se non gli fosse stato parlato di nulla.

Era quest'uomo, come già s'è detto, il celebre Ambrogio Spinola,
mandato per raddirizzar quella guerra e riparare agli errori di don
Gonzalo, e incidentemente, a governare; e noi pure possiamo qui
incidentemente rammentar che morì dopo pochi mesi, in quella stessa
guerra che gli stava tanto a cuore; e morì, non già di ferite sul
campo, ma in letto, d'affanno e di struggimento, per rimproveri, torti,
disgusti d'ogni specie ricevuti da quelli a cui serviva. La storia ha
deplorata la sua sorte, e biasimata l'altrui sconoscenza; ha descritte
con molta diligenza le sue imprese militari e politiche, lodata la sua
previdenza, l'attività, la costanza: poteva anche cercare cos'abbia
fatto di tutte queste qualità, quando la peste minacciava, invadeva una
popolazione datagli in cura, o piuttosto in balía.

Ma ciò che, lasciando intero il biasimo, scema la maraviglia di quella
sua condotta, ciò che fa nascere un'altra e più forte maraviglia, è la
condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non
tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo. All'arrivo di
quelle nuove de' paesi che n'erano così malamente imbrattati, di paesi
che formano intorno alla città quasi un semicircolo, in alcuni punti
distante da essa non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe
che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni
bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Eppure, se in
qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d'accordo, è nell'attestare
che non ne fu nulla. La penuria dell'anno antecedente, le angherie
della soldatesca, le afflizioni d'animo, parvero più che bastanti a
render ragione della mortalità sulle piazze, nelle botteghe, nelle
case, chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste,
veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo. La medesima
miscredenza, la medesima, per dir meglio, cecità e fissazione prevaleva
nel senato, nel Consiglio de' decurioni, in ogni magistrato.

Trovo che il cardinal Federigo, appena si riseppero i primi casi di
mal contagioso, prescrisse, con lettera pastorale a' parrochi, tra le
altre cose, che ammonissero più e più volte i popoli dell'importanza e
dell'obbligo stretto di rivelare ogni simile accidente, e di consegnar
le robe infette o sospette[28]: e anche questa può essere contata tra le
sue lodevoli singolarità.

[28] Vita di Federigo Borromeo, compilata da Francesco Rivola. Milano,
1666, pag. 582.

Il tribunale della sanità chiedeva, implorava cooperazione, ma otteneva
poco o niente. E nel tribunale stesso, la premura era ben lontana da
uguagliare l'urgenza: erano, come afferma più volte il Tadino, e come
appare ancor meglio da tutto il contesto della sua relazione, i due
fisici che, persuasi della gravità e dell'imminenza del pericolo,
stimolavan quel corpo, il quale aveva poi a stimolare gli altri.

Abbiam già veduto come, al primo annunzio della peste, andasse freddo
nell'operare, anzi nell'informarsi: ecco ora un altro fatto di lentezza
non men portentosa, se però non era forzata, per ostacoli frapposti
da magistrati superiori. Quella grida per le bullette, risoluta il
30 d'ottobre, non fu stesa che il dì 23 del mese seguente, non fu
pubblicata che il 29. La peste era già entrata in Milano.

Il Tadino e il Ripamonti vollero notare il nome di chi ce la
portò il primo, e altre circostanze della persona e del caso: e
infatti, nell'osservare i princípi d'una vasta mortalità, in cui
le vittime, non che esser distinte per nome, appena si potranno
indicare all'incirca, per il numero delle migliaia, nasce una non so
quale curiosità di conoscere que' primi e pochi nomi che poterono
essere notati e conservati: questa specie di distinzione, la
precedenza nell'esterminio, par che faccian trovare in essi, e nelle
particolarità, per altro più indifferenti, qualche cosa di fatale e di
memorabile.

L'uno e l'altro storico dicono che fu un soldato italiano al servizio
di Spagna; nel resto non sono ben d'accordo, neppur sul nome. Fu,
secondo il Tadino, un Pietro Antonio Lovato, di quartiere nel
territorio di Lecco; secondo il Ripamonti, un Pier Paolo Locati, di
quartiere a Chiavenna. Differiscono anche nel giorno della sua entrata
in Milano: il primo la mette al 22 d'ottobre, il secondo ad altrettanti
del mese seguente: e non si può stare nè all'uno nè all'altro. Tutt'e
due l'epoche sono in contraddizione con altre ben più verificate.
Eppure il Ripamonti, scrivendo per ordine del Consiglio generale
de' decurioni, doveva avere al suo comando molti mezzi di prender
l'informazioni necessarie; e il Tadino, per ragione del suo impiego,
poteva, meglio d'ogn'altro, essere informato d'un fatto di questo
genere. Del resto, dal riscontro d'altre date che ci paiono, come
abbiam detto, più esatte, risulta che fu, prima della pubblicazione
della grida sulle bullette; e, se ne mettesse conto, si potrebbe anche
provare o quasi provare, che dovette essere ai primi di quel mese; ma
certo, il lettore ce ne dispensa.

Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura,
con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò
a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale,
vicino ai cappuccini; appena arrivato, s'ammalò; fu portato allo
spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un'ascella, mise chi
lo curava in sospetto di ciò ch'era infatti; il quarto giorno morì.

Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la
di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo
spedale, furon bruciati. Due serventi che l'avevano avuto in cura, e
un buon frate che l'aveva assistito, caddero anch'essi ammalati in
pochi giorni, tutt'e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s'era
avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in
conseguenza, fecero sì che il contagio non vi si propagasse di più.

Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminío che non tardò a
germogliare. Il primo a cui s'attaccò, fu il padrone della casa dove
quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora
tutti i pigionali di quella casa furono, d'ordine della Sanità,
condotti al lazzeretto, dove la più parte s'ammalarono; alcuni
morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio.

Nella città, quello che già c'era stato disseminato da costoro, da'
loro panni, da' loro mobili trafugati da parenti, da pigionali, da
persone di servizio, alle ricerche e al fuoco prescritto dal tribunale,
e di più quello che c'entrava di nuovo, per l'imperfezion degli editti,
per la trascuranza nell'eseguirli, e per la destrezza nell'eluderli,
andò covando e serpendo lentamente, tutto il restante dell'anno, e ne'
primi mesi del susseguente 1630. Di quando in quando, ora in questo,
ora in quel quartiere, a qualcheduno s'attaccava, qualcheduno ne
moriva: e la radezza stessa de' casi allontanava il sospetto della
verità, confermava sempre più il pubblico in quella stupida e micidiale
fiducia che non ci fosse peste, nè ci fosse stata neppure un momento.
Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche
in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augúri sinistri, gli
avvertimenti minacciosi de' pochi; e avevan pronti nomi di malattie
comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a
curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso.

Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanità, ci
pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia
e del lazzeretto aguzzava tutti gl'ingegni: non si denunziavan
gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti;
da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i
cadaveri, s'ebbero, con danari, falsi attestati.

Siccome però, a ogni scoperta che gli riuscisse fare, il tribunale
ordinava di bruciar robe, metteva in sequestro case, mandava famiglie
al lazzeretto, così è facile argomentare quanta dovesse essere contro
di esso l'ira e la mormorazione del pubblico, «della Nobiltà, delli
Mercanti et della plebe,» dice il Tadino; persuasi, com'eran tutti, che
fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto. L'odio principale
cadeva sui due medici; il suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio
del protofisico: a tal segno, che ormai non potevano attraversar le
piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi. E
certo fu singolare, e merita che ne sia fatta memoria, la condizione
in cui, per qualche mese, si trovaron quegli uomini, di veder venire
avanti un orribile flagello, d'affaticarsi in ogni maniera a stornarlo,
d'incontrare ostacoli dove cercavano aiuti, volontà, e d'essere insieme
bersaglio delle grida, avere il nome di nemici della patria: _pro
patriæ hostibus_, dice il Ripamonti.

Di quell'odio ne toccava una parte anche agli altri medici che,
convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni,
cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più
discreti li tacciavano di credulità e d'ostinazione: per tutti gli
altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul
pubblico spavento.

Il protofisico Lodovico Settala, allora poco men che ottuagenario,
stato professore di medicina all'università di Pavia, poi di filosofia
morale a Milano, autore di molte opere riputatissime allora, chiaro
per inviti a cattedre d'altre università, Ingolstadt, Pisa, Bologna,
Padova, e per il rifiuto di tutti questi inviti, era certamente
uno degli uomini più autorevoli del suo tempo. Alla riputazione
della scienza s'aggiungeva quella della vita, e all'ammirazione la
benevolenza, per la sua gran carità nel curare e nel beneficare i
poveri. E, una cosa che in noi turba e contrista il sentimento di
stima ispirato da questi meriti, ma che allora doveva renderlo più
generale e più forte, il pover'uomo partecipava de' pregiudizi più
comuni e più funesti de' suoi contemporanei: era più avanti di loro,
ma senza allontanarsi dalla schiera, che è quello che attira i guai, e
fa molte volte perdere l'autorità acquistata in altre maniere. Eppure
quella grandissima che godeva, non solo non bastò a vincere, in questo
caso, l'opinion di quello che i poeti chiamavan volgo profano, e i
capocomici, rispettabile pubblico; ma non potè salvarlo dall'animosità
e dagl'insulti di quella parte di esso, che corre più facilmente da'
giudizi alle dimostrazioni e ai fatti.

Un giorno che andava in bussola a visitare i suoi ammalati, principiò
a radunarglisi intorno gente, gridando esser lui il capo di coloro che
volevano per forza che ci fosse la peste; lui che metteva in ispavento
la città, con quel suo cipiglio, con quella sua barbaccia: tutto per
dar da fare ai medici. La folla e il furore andavan crescendo: i
portantini, vedendo la mala parata, ricoverarono il padrone in una casa
d'amici, che per sorte era vicina. Questo gli toccò per aver veduto
chiaro, detto ciò che era, e voluto salvar dalla peste molte migliaia
di persone: quando, con un suo deplorabile consulto, cooperò a far
torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice
sventurata, perchè il suo padrone pativa dolori strani di stomaco, e
un altro padrone di prima era stato fortemente innamorato di lei[29],
allora ne avrà avuta presso il pubblico nuova lode di sapiente e, ciò
che è intollerabile a pensare, nuovo titolo di benemerito.

[29] Storia di Milano del Conte Pietro Verri. Milano 1825, Tom. 4, p.
155.

Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta
orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le
malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni,
di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di
bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine,
senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti alla
opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso,
e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta
troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di
febbri maligne, di febbri pestilenti; miserabile transazione, anzi
trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perchè, figurando di
riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che
più importava di credere, di vedere, che il male s'attaccava per mezzo
del contatto. I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno,
principiarono a dare un po' più orecchio agli avvisi, alle proposte
della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le
quarantene prescritte da quel tribunale. Chiedeva esso di continuo
anche danari per supplire alle spese giornaliere, crescenti, del
lazzeretto, di tanti altri servizi; e li chiedeva ai decurioni, intanto
che fosse deciso (che non fu, credo, mai, se non col fatto) se tali
spese toccassero alla città, o all'erario regio. Ai decurioni faceva
pure istanza il gran cancelliere, per ordine anche del governatore,
ch'era andato di nuovo a metter l'assedio a quel povero Casale; faceva
istanza il senato, perchè pensassero alla maniera di vettovagliar
la città, prima che, dilatandovisi per isventura il contagio, le
venisse negato pratica dagli altri paesi; perchè trovassero il mezzo
di mantenere una gran parte della popolazione, a cui eran mancati i
lavori. I decurioni cercavano di far danari per via d'imprestiti,
d'imposte; e di quel che ne raccoglievano, ne davano un po' alla
Sanità, un po' a' poveri; un po' di grano compravano: supplivano a una
parte del bisogno. E le grandi angosce non erano ancor venute.

[Illustrazione: I portantini, vedendo la mala parata, ricoverarono il
padrone in una casa d'amici.... (pag. 455)]

Nel lazzeretto, dove la popolazione, quantunque decimata ogni
giorno, andava ogni giorno crescendo, era un'altra ardua impresa
quella d'assicurare il servizio e la subordinazione, di conservar le
separazioni prescritte, di mantenervi in somma o, per dir meglio,
di stabilirvi il governo ordinato dal tribunale della sanità: chè,
fin da' primi momenti, c'era stata ogni cosa in confusione, per
la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la
connivenza de' serventi. Il tribunale e i decurioni, non sapendo dove
battere il capo, pensaron di rivolgersi ai cappuccini, e supplicarono
il padre commissario della provincia, il quale faceva le veci del
provinciale, morto poco prima, acciò volesse dar loro de' soggetti
abili a governare quel regno desolato. Il commissario propose loro,
per principale, un padre Felice Casati, uomo d'età matura, il quale
godeva una gran fama di carità, d'attività, di mansuetudine insieme e
di fortezza d'animo, a quel che il seguito fece vedere, ben meritata;
e per compagno e come ministro di lui, un padre Michele Pozzobonelli,
ancor giovine, ma grave e severo, di pensieri come d'aspetto. Furono
accettati con gran piacere; e il 30 di marzo, entrarono nel lazzeretto.
Il presidente della Sanità li condusse in giro, come per prenderne
il possesso; e, convocati i serventi e gl'impiegati d'ogni grado,
dichiarò, davanti a loro, presidente di quel luogo il padre Felice,
con primaria e piena autorità. Di mano in mano poi che la miserabile
radunanza andò crescendo, v'accorsero altri cappuccini; e furono in
quel luogo soprintendenti, confessori, amministratori, infermieri,
cucinieri, guardarobi, lavandai, tutto ciò che occorresse. Il padre
Felice, sempre affaticato e sempre sollecito, girava di giorno, girava
di notte, per i portici, per le stanze, per quel vasto spazio interno,
talvolta portando un'asta, talvolta non armato che di cilizio; animava
e regolava ogni cosa; sedava i tumulti, faceva ragione alle querele,
minacciava, puniva, riprendeva, confortava, asciugava e spargeva
lacrime. Prese, sul principio, la peste; ne guarì, e si rimise, con
nuova lena, alle cure di prima. I suoi confratelli ci lasciarono la più
parte la vita, e tutti con allegrezza.

Certo, una tale dittatura era uno strano ripiego; strano come la
calamità, come i tempi; e quando non ne sapessimo altro, basterebbe per
argomento, anzi per saggio d'una società molto rozza e mal regolata,
il veder che quelli a cui toccava un così importante governo, non
sapesser più farne altro che cederlo, nè trovassero a chi cederlo, che
uomini, per istituto, il più alieni da ciò. Ma è insieme un saggio non
ignobile della forza e dell'abilità che la carità può dare in ogni
tempo, e in qualunque ordin di cose, il veder quest'uomini sostenere
un tal carico così bravamente. E fu bello lo stesso averlo accettato,
senz'altra ragione che il non esserci chi lo volesse, senz'altro fine
che di servire, senz'altra speranza in questo mondo, che d'una morte
molto più invidiabile che invidiata; fu bello lo stesso esser loro
offerto, solo perchè era difficile e pericoloso, e si supponeva che il
vigore e il sangue freddo, così necessario e raro in que' momenti, essi
lo dovevano avere. E perciò l'opera e il cuore di que' frati meritano
che se ne faccia memoria, con ammirazione, con tenerezza, con quella
specie di gratitudine che è dovuta, come in solido, per i gran servizi
resi da uomini a uomini, e più dovuta a quelli che non se la propongono
per ricompensa. «Che se questi Padri iui non si ritrouauano,» dice
il Tadino, «al sicuro tutta la Città annichilata si trouaua; puoichè
fu cosa miracolosa l'hauer questi Padri fatto in così puoco spatio
di tempo tante cose per benefitio publico, che non hauendo hauuto
agiutto, o almeno puoco dalla Città, con la sua industria et prudenza
haueuano mantenuto nel Lazeretto tante migliaia de poueri.» Le persone
ricoverate in quel luogo, durante i sette mesi che il padre Felice
n'ebbe il governo, furono circa cinquantamila, secondo il Ripamonti; il
quale dice con ragione, che d'un uomo tale avrebbe dovuto ugualmente
parlare, se in vece di descriver le miserie d'una città, avesse dovuto
raccontar le cose che posson farle onore.

Anche nel pubblico, quella caparbietà di negar la peste, andava
naturalmente cedendo e perdendosi, di mano in mano che il morbo si
diffondeva, e si diffondeva per via del contatto e della pratica; e
tanto più quando, dopo esser qualche tempo rimasto solamente tra'
poveri, cominciò a toccar persone più conosciute. E tra queste, come
allora fu il più notato, così merita anche adesso un'espressa menzione
il protofisico Settala. Avranno almen confessato che il povero vecchio
aveva ragione? Chi lo sa? Caddero infermi di peste, lui, la moglie, due
figliuoli, sette persone di servizio. Lui e uno de' figliuoli n'usciron
salvi; il resto morì. «Questi casi,» dice il Tadino, «occorsi nella
Città in case Nobili, disposero la Nobiltà, et la plebe a pensare,
et gli increduli Medici, et la plebe ignorante et temeraria cominciò
stringere le labra, chiudere li denti, et inarcare le ciglia.»

Ma l'uscite, i ripieghi, le vendette, per dir così, della caparbietà
convinta, sono alle volte tali da far desiderare che fosse rimasta
ferma e invitta, fino all'ultimo, contro la ragione e l'evidenza: e
questa fu bene una di quelle volte. Coloro i quali avevano impugnato
così risolutamente, e così a lungo, che ci fosse vicino a loro, tra
loro, un germe di male, che poteva, per mezzi naturali, propagarsi e
fare una strage; non potendo ormai negare il propagamento di esso, e
non volendo attribuirlo a que' mezzi (che sarebbe stato confessare a un
tempo un grand'inganno e una gran colpa), erano tanto più disposti a
trovarci qualche altra causa, a menar buona qualunque ne venisse messa
in campo. Per disgrazia, ce n'era una in pronto nelle idee e nelle
tradizioni comuni allora, non qui soltanto, ma in ogni parte d'Europa:
arti venefiche, operazioni diaboliche, gente congiurata a sparger la
peste, per mezzo di veleni contagiosi, di malíe. Già cose tali, o
somiglianti, erano state supposte e credute in molte altre pestilenze,
e qui segnatamente, in quella di mezzo secolo innanzi. S'aggiunga che,
fin dall'anno antecedente, era venuto un dispaccio, sottoscritto dal
re Filippo IV, al governatore, per avvertirlo ch'erano scappati da
Madrid quattro francesi, ricercati come sospetti di spargere unguenti
velenosi, pestiferi: stesse all'erta, se mai coloro fossero capitati
a Milano. Il governatore aveva comunicato il dispaccio al senato e al
tribunale della sanità; nè, per allora, pare che ci si badasse più che
tanto. Però scoppiata e riconosciuta la peste, il tornar nelle menti
quell'avviso potè servir di conferma al sospetto indeterminato d'una
frode scellerata; potè anche essere la prima occasione di farlo nascere.

Ma due fatti, l'una di cieca e indisciplinata paura, l'altro di non
so quale cattività, furon quelli che convertirono quel sospetto
indeterminato d'un attentato possibile, in sospetto, e per molti in
certezza, d'un attentato positivo, e d'una trama reale. Alcuni, ai
quali era parso di vedere, la sera del 17 di maggio, persone in duomo
andare ungendo un assito, che serviva a dividere gli spazi assegnati
a' due sessi, fecero, nella notte, portar fuori della chiesa l'assito
e una quantità di panche rinchiuse in quello; quantunque il presidente
della Sanità, accorso a far la visita, con quattro persone dell'ufizio,
avendo visitato l'assito, le panche, le pile dell'acqua benedetta,
senza trovar nulla che potesse confermare l'ignorante sospetto d'un
attentato venefico, avesse, per compiacere all'immaginazioni altrui,
e _più tosto per abbondare in cautela, che per bisogno_, avesse,
dico, deciso che bastava dar una lavata all'assito. Quel volume di
roba accatastata produsse una grand'impressione di spavento nella
moltitudine, per cui un oggetto diventa così facilmente un argomento.
Si disse e si credette generalmente che fossero state unte in duomo
tutte le panche, le pareti, e fin le corde delle campane. Nè si disse
soltanto allora: tutte le memorie de' contemporanei che parlano di quel
fatto (alcune scritte molt'anni dopo), ne parlano con ugual sicurezza:
e la storia sincera di esso, bisognerebbe indovinarla, se non si
trovasse in una lettera del tribunale della sanità al governatore, che
si conserva nell'archivio detto di san Fedele; dalla quale l'abbiamo
cavata, e della quale sono le parole che abbiam messe in corsivo.

La mattina seguente, un nuovo e più strano, più significante spettacolo
colpì gli occhi e le menti de' cittadini. In ogni parte della città,
si videro le porte delle case e le muraglie, per lunghissimi tratti,
intrise di non so che sudiceria, giallognola, biancastra, sparsavi
come con delle spugne. O sia stato un gusto sciocco di far nascere
uno spavento più rumoroso e più generale, o sia stato un più reo
disegno d'accrescer la pubblica confusione, o non saprei che altro;
la cosa è attestata di maniera, che ci parrebbe men ragionevole
l'attribuirla a un sogno di molti, che al fatto d'alcuni: fatto, del
resto, che non sarebbe stato, nè il primo nè l'ultimo di tal genere.
Il Ripamonti, che spesso, su questo particolare dell'unzioni, deride,
e più spesso deplora la credulità popolare, qui afferma d'aver veduto
quell'impiastramento e lo descrive[30]. Nella lettera sopraccitata, i
signori della Sanità raccontan la cosa ne' medesimi termini; parlan di
visite, d'esperimenti fatti con quella materia sopra de' cani, e senza
cattivo effetto: aggiungono, esser loro opinione, _che cotale temerità
sia più tosto proceduta da insolenza, che da fine scelerato_: pensiero
che indica in loro, fino a quel tempo, pacatezza d'animo bastante per
non vedere ciò che non ci fosse stato. L'altre memorie contemporanee,
raccontando la cosa, accennano anche, essere stata, sulle prime,
opinion di molti, che fosse fatta per burla, per bizzarria; nessuna
parla di nessuno che la negasse; e n'avrebbero parlato certamente, se
ce ne fosse stati; se non altro, per chiamarli stravaganti. Ho creduto
che non fosse fuor di proposito il riferire e il mettere insieme questi
particolari, in parte poco noti, in parte affatto ignorati, d'un
celebre delirio; perchè, negli errori e massime negli errori di molti,
ciò che è più interessante e più utile a osservarsi, mi pare che sia
appunto la strada che hanno fatta, l'apparenze, i modi con cui hanno
potuto entrar nelle menti, e dominarle.

[30] .... et nos quoque ivimus visere. Maculæ erant sparsim
inæqualiterque manantes, veluti si quis haustam spongia saniem
adspersisset, impressissetive parieti: et ianuæ passim, ostiaque ædium
eadem adspergine contaminata cernebantur. Pag. 75.

La città già agitata ne fa sottosopra: i padroni delle case, con paglia
accesa, abbruciacchiavano gli spazi unti; i passeggieri si fermavano,
guardavano, inorridivano, fremevano. I forestieri, sospetti per questo
solo, e che allora si conoscevan facilmente al vestiario, venivano
arrestati nelle strade dal popolo, e condotti alla giustizia. Si
fecero interrogatòri, esami d'arrestati, d'arrestatori, di testimoni;
non si trovò reo nessuno: le menti erano ancor capaci di dubitare,
d'esaminare, d'intendere. Il tribunale della sanità pubblicò una
grida, con la quale prometteva premio e impunità a chi mettesse in
chiaro l'autore o gli autori del fatto. _Ad ogni modo non parendoci
conueniente_, dicono que' signori nella citata lettera, che porta la
data del 21 di maggio, ma che fu evidentemente scritta il 19, giorno
segnato nella grida stampata, _che questo delitto in qualsiuoglia modo
resti impunito, massime in tempo tanto pericoloso e sospettoso, per
consolatone e quiete di questo Popolo, e per cauare indicio del fatto,
habbiamo oggi publicata grida, etc._ Nella grida stessa però, nessun
cenno, almen chiaro, di quella ragionevole e acquietante congettura,
che partecipavano al governatore: silenzio che accusa a un tempo una
preoccupazione furiosa nel popolo, e in loro una condiscendenza, tanto
più biasimevole, quanto più poteva esser perniciosa.

Mentre il tribunale cercava, molti nel pubblico, come accade, avevan
già trovato. Coloro che credevano esser quella un'unzione velenosa,
chi voleva che la fosse una vendetta di don Gonzalo Fernandez de
Cordova, per gl'insulti ricevuti nella sua partenza, chi un ritrovato
del cardinal di Richelieu, per spopolar Milano, e impadronirsene senza
fatica; altri, e non si sa per quali ragioni, ne volevano autore
il conte di Collalto, Wallenstein, questo, quell'altro gentiluomo
milanese. Non mancavan, come abbiam detto, di quelli che non vedevano
in quel fatto altro che uno sciocco scherzo, e l'attribuivano a
scolari, a signori, a ufiziali che s'annoiassero all'assedio di Casale.
Il non veder poi, come si sarà temuto, che ne seguisse addirittura un
infettamento, un eccidio universale, fu probabilmente cagione che quel
primo spavento s'andasse per allora acquietando, e la cosa fosse o
paresse messa in oblio.

C'era, del resto, un certo numero di persone non ancora persuase che
questa peste ci fosse. E perchè, tanto nel lazzeretto, come per la
città, alcuni pur ne guarivano, «si diceua,» (gli ultimi argomenti
d'una opinione battuta dall'evidenza son sempre curiosi a sapersi)
«si diceua dalla plebe, et ancora da molti medici partiali, non
essere vera peste, perchè tutti sarebbero morti[31].» Per levare ogni
dubbio, trovò il tribunale della sanità un espediente proporzionato
al bisogno, un modo di parlare agli occhi, quale i tempi potevano
richiederlo o suggerirlo. In una delle feste della Pentecoste, usavano
i cittadini di concorrere al cimitero di san Gregorio, fuori di Porta
Orientale, a pregar per i morti dell'altro contagio, ch'eran sepolti
là; e, prendendo dalla divozione opportunità di divertimento e di
spettacolo, ci andavano, ognuno più in gala che potesse. Era in quel
giorno morta di peste, tra gli altri, un'intera famiglia. Nell'ora del
maggior concorso, in mezzo alle carrozze, alla gente a cavallo, e a
piedi, i cadaveri di quella famiglia furono, d'ordine della Sanità,
condotti al cimitero suddetto, sur un carro, ignudi, affinchè la
folla potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza.
Un grido di ribrezzo, di terrore, s'alzava per tutto dove passava il
carro; un lungo mormorío regnava dove era passato; un altro mormorío lo
precorreva. La peste fu più creduta: ma del resto andava acquistandosi
fede da sè, ogni giorno più; e quella riunione medesima non dovè
servir poco a propagarla.

[31] Tadino, pag. 93.

In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto:
proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali:
l'idea s'ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste;
vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una
cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste
senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s'è attaccata un'altra idea,
l'idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l'idea
espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.

Non è, credo, necessario d'esser molto versato nella storia dell'idee
e delle parole, per vedere che molte hanno fatto un simil corso. Per
grazia del cielo, che non sono molte quelle d'una tal sorte, e d'una
tale importanza, e che conquistino la loro evidenza a un tal prezzo, e
alle quali si possano attaccare accessôri d'un tal genere. Si potrebbe
però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran
parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo
proposto da tanto tempo, d'osservare, ascoltare, paragonare, pensare,
prima di parlare.

Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte
quell'altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo
un po' da compatire.




                            CAPITOLO XXXII.


Divenendo sempre più difficile il supplire all'esigenze dolorose
della circostanza, era stato, il 4 di maggio, deciso nel consiglio
de' decurioni, di ricorrer per aiuto al governatore. E, il 22, furono
spediti al campo due di quel corpo, che gli rappresentassero i guai e
le strettezze della città: le spese enormi, le casse vôte, le rendite
degli anni avvenire impegnate, le imposte correnti non pagate, per la
miseria generale, prodotta da tante cause, e dal guasto militare in
ispecie; gli mettessero in considerazione che, per leggi e consuetudini
non interrotte, e per decreto speciale di Carlo V, le spese della
peste dovevan essere a carico del fisco: in quella del 1576, avere
il governatore, marchese d'Ayamonte, non solo sospese tutte le
imposizioni camerali, ma data alla città una sovvenzione di quaranta
mila scudi della stessa Camera; chiedessero finalmente quattro cose:
che l'imposizioni fossero sospese, come allora s'era fatto; la Camera
desse danari; il governatore informasse il re, delle miserie della
città e della provincia; dispensasse da nuovi alloggiamenti militari
il paese già rovinato dai passati. Il governatore scrisse in risposta
condoglianze, e nuove esortazioni: dispiacergli di non poter trovarsi
nella città, per impiegare ogni sua cura in sollievo di quella; ma
sperare che a tutto avrebbe supplito lo zelo di que' signori: questo
essere il tempo di spendere senza risparmio, d'ingegnarsi in ogni
maniera. In quanto alle richieste espresse, _proueeré en el mejor
modo que el tiempo y necesidades presentes permitieren_. E sotto,
un girigogolo, che voleva dire Ambrogio Spinola, chiaro come le sue
promesse. Il gran cancelliere Ferrer gli scrisse che quella risposta
era stata letta dai decurioni, _con gran desconsuelo_; ci furono altre
andate e venute, domande e risposte; ma non trovo che se ne venisse a
più strette conclusioni. Qualche tempo dopo, nel colmo della peste, il
governatore trasferì, con lettere patenti, la sua autorità a Ferrer
medesimo, avendo lui, come scrisse, da pensare alla guerra. La quale,
sia detto qui incidentemente, dopo aver portato via, senza parlar de'
soldati, un milion di persone, a dir poco, per mezzo del contagio,
tra la Lombardia, il Veneziano, il Piemonte, la Toscana, e una parte
della Romagna; dopo aver desolati, come s'è visto di sopra, i luoghi
per cui passò, e figuratevi quelli dove fu fatta; dopo la presa e il
sacco atroce di Mantova; finì con riconoscerne tutti il nuovo duca, per
escludere il quale la guerra era stata intrapresa. Bisogna però dire
che fu obbligato a cedere al duca di Savoia un pezzo del Monferrato,
della rendita di quindici mila scudi, e a Ferrante duca di Guastalla
altre terre, della rendita di sei mila; e che ci fu un altro trattato
a parte e segretissimo, col quale il duca di Savoia suddetto cedè
Pinerolo alla Francia: trattato eseguito qualche tempo dopo, sott'altri
pretesti, e a furia di furberie.

Insieme con quella risoluzione, i decurioni ne avevan presa un'altra:
di chiedere al cardinale arcivescovo, che si facesse una processione
solenne, portando per la città il corpo di san Carlo.

Il buon prelato rifiutò, per molte ragioni. Gli dispiaceva quella
fiducia in un mezzo arbitrario, e temeva che, se l'effetto non avesse
corrisposto, come pure temeva, la fiducia si cambiasse in iscandolo[32].
Temeva di più, che, _se pur c'era di questi untori_, la processione
fosse un'occasion troppo comoda al delitto: _se non ce n'era_, il
radunarsi tanta gente non poteva che spander sempre più il contagio:
_pericolo ben più reale_[33]. Chè il sospetto sopito dell'unzioni s'era
intanto ridestato, più generale e più furioso di prima.

[32] Memoria delle cose notabili successe in Milano intorno al mal
contaggioso l'anno 1630, ec. raccolte da D. Pio la Croce, Milano, 1730.
È tratta evidentemente da scritto inedito d'autore vissuto al tempo
della pestilenza: se pure non è una semplice edizione, piuttosto che
una nuova compilazione.

[33] Si unguenta scelerata et unctores in urbe essent... Si non
essent... Certiusque adeo malum. Ripamonti, pag. 185.

S'era visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte
muraglie, porte d'edifizi pubblici, usci di case, martelli. Le nuove
di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade più che
mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l'effetto del
vedere. Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de' mali,
irritati dall'insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri
quella credenza: chè la collera aspira a punire: e, come osservò
acutamente, a questo stesso proposito, un uomo d'ingegno[34], le piace
più d'attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far
le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non
ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo,
penetrantissimo, eran parole più che bastanti a spiegar la violenza,
e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva
composto, quel veleno, di rospi, di serpenti, di bava e di materia
d'appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie
sapessero trovar di sozzo e d'atroce. Vi s'aggiunsero poi le malíe,
per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva
la forza, si scioglieva ogni difficoltà. Se gli effetti non s'eran
veduti subito dopo quella prima unzione, se ne capiva il perchè; era
stato un tentativo sbagliato di venefici ancor novizi: ora l'arte era
perfezionata, e le volontà più accanite nell'infernale proposito. Ormai
chi avesse sostenuto ancora ch'era stata una burla, chi avesse negata
l'esistenza d'una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non
cadeva in sospetto d'uomo interessato a stornar dal vero l'attenzion
del pubblico, di complice, d'_untore_: il vocabolo fu ben presto
comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero
untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi
stavano all'erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva
facilmente certezza, la certezza furore.

[34] P. Verri. Osservazioni sulla tortura: Scrittori italiani
d'economia politica; parte moderna, tom. 17, pag. 203.

Due fatti ne adduce in prova il Ripamonti, avvertendo d'averli scelti,
non come i più atroci tra quelli che seguivano giornalmente, ma perchè
dell'uno e dell'altro era stato pur troppo testimonio.

Nella chiesa di sant'Antonio, un giorno di non so quale solennità, un
vecchio più che ottuagenario dopo aver pregato alquanto inginocchioni,
volle mettersi a sedere; e prima, con la cappa, spolverò la panca.
«Quel vecchio unge le panche!» gridarono a una voce alcune donne che
vider l'atto. La gente che si trovava in chiesa (in chiesa!), fu
addosso al vecchio; lo prendon per i capelli, bianchi com'erano; lo
carican di pugni e di calci; parte lo tirano, parte lo spingon fuori;
se non lo finirono, fu per istrascinarlo, così semivivo, alla prigione,
ai giudici, alle torture. «Io lo vidi mentre lo strascinavan così,»
dice il Ripamonti: «e non ne seppi più altro: credo bene che non abbia
potuto sopravvivere più di qualche momento.»

L'altro caso (e seguì il giorno dopo) fu ugualmente strano, ma non
ugualmente funesto. Tre giovani compagni francesi, un letterato, un
pittore, un meccanico, venuti per veder l'Italia, per istudiarvi le
antichità, e per cercarvi occasion di guadagno, s'erano accostati
a non so qual parte esterna del duomo, e stavan lì guardando
attentamente. Uno che passava, li vede e si ferma; gli accenna a un
altro, ad altri che arrivano: si formò un crocchio, a guardare, a
tener d'occhio coloro, che il vestiario, la capigliatura, le bisacce,
accusavano di stranieri e, quel ch'era peggio, di francesi. Come per
accertarsi ch'era marmo, stesero essi la mano a toccare. Bastò. Furono
circondati, afferrati, malmenati, spinti, a furia di percosse, alle
carceri. Per buona sorte, il palazzo di giustizia è poco lontano dal
duomo; e, per una sorte ancor più felice, furon trovati innocenti, e
rilasciati.

Nè tali cose accadevan soltanto in città: la frenesia s'era propagata
come il contagio. Il viandante che fosse incontrato da de' contadini,
fuor della strada maestra, o che in quella si dondolasse a guardar in
qua e in là, o si buttasse giù per riposarsi; lo sconosciuto a cui si
trovasse qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel vestito, erano
untori: al primo avviso di chi si fosse, al grido d'un ragazzo, si
sonava a martello, s'accorreva; gl'infelici eran tempestati di pietre,
o, presi, venivan menati, a furia di popolo, in prigione. Così il
Ripamonti medesimo. E la prigione, fino a un certo tempo, era un porto
di salvamento.

Ma i decurioni, non disanimati dal rifiuto del savio prelato,
andavan replicando le loro istanze, che il voto pubblico secondava
rumorosamente. Federigo resistette ancor qualche tempo, cercò di
convincerli; questo è quello che potè il senno d'un uomo, contro la
forza de' tempi, e l'insistenza di molti. In quello stato d'opinioni,
con l'idea del pericolo, confusa com'era allora, contrastata, ben
lontana dall'evidenza che ci si trova ora non è difficile a capire come
le sue buone ragioni potessero, anche nella sua mente, esser soggiogate
dalle cattive degli altri. Se poi, nel ceder che fece, avesse o non
avesse parte un po' di debolezza della volontà, sono misteri del
cuore umano. Certo, se in alcun caso par che si possa dare in tutto
l'errore all'intelletto, e scusarne la coscienza, è quando si tratti
di que' pochi (e questo fu ben del numero), nella vita intera de'
quali apparisca un ubbidir risoluto alla coscienza, senza riguardo a
interessi temporali di nessun genere. Al replicar dell'istanze, cedette
egli dunque, acconsentì che si facesse la processione, acconsentì
di più al desiderio, alla premura generale, che la cassa dov'eran
rinchiuse le reliquie di san Carlo, rimanesse dopo esposta, per otto
giorni, sull'altar maggiore del duomo.

Non trovo che il tribunale della sanità, nè altri, facessero
rimostranza nè opposizione di sorte alcuna. Soltanto, il tribunale
suddetto ordinò alcune precauzioni che, senza riparare al pericolo,
ne indicavano il timore. Prescrisse più strette regole per l'entrata
delle persone in città; e, per assicurarne l'esecuzione, fece star
chiuse le porte: come pure, a fine d'escludere, per quanto fosse
possibile, dalla radunanza gli infetti e i sospetti, fece inchiodar
gli usci delle case sequestrate: le quali, per quanto può valere, in
un fatto di questa sorte, la semplice affermazione d'uno scrittore, e
d'uno scrittore di quel tempo, eran circa cinquecento[35].

[35] Alleggiamento dello Stato di Milano, etc. di G. C. Cavatio della
Somaglia. Milano, 1653, pag. 482.

Tre giorni furono spesi in preparativi: l'undici di giugno, ch'era il
giorno stabilito, la processione uscì, sull'alba, dal duomo. Andava
dinanzi una lunga schiera di popolo, donne la più parte, coperte il
volto d'ampi zendali, molte scalze, e vestite di sacco. Venivan poi
l'arti, precedute da' loro gonfaloni, le confraternite, in abiti
vari di forme e di colori; poi le fraterie, poi il clero secolare,
ognuno con l'insegne del grado, e con una candela o un torcetto in
mano. Nel mezzo, tra il chiarore di più fitti lumi, tra un rumor
più alto di canti, sotto un ricco baldacchino, s'avanzava la cassa,
portata da quattro canonici, parati in gran pompa, che si cambiavano
ogni tanto. Dai cristalli traspariva il venerato cadavere, vestito
di splendidi abiti pontificali, e mitrato il teschio; e nelle forme
mutilate e scomposte, si poteva ancora distinguere qualche vestigio
dell'antico sembiante, quale lo rappresentano l'immagini, quale alcuni
si ricordavan d'averlo visto e onorato in vita. Dietro la spoglia del
morto pastore (dice il Ripamonti, da cui principalmente prendiamo
questa descrizione), e vicino a lui, come di meriti e di sangue e di
dignità, così ora anche di persona, veniva l'arcivescovo Federigo.
Seguiva l'altra parte del clero; poi i magistrati, con gli abiti di
maggior cerimonia; poi i nobili, quali vestiti sfarzosamente, come
a dimostrazione solenne di culto, quali, in segno di penitenza,
abbrunati, o scalzi e incappati, con la buffa sul viso; tutti con
torcetti. Finalmente una coda d'altro popolo misto.

Tutta la strada era parata a festa; i ricchi avevan cavate fuori le
suppellettili più preziose; le facciate delle case povere erano state
ornate da de' vicini benestanti, o a pubbliche spese; dove in luogo di
parati, dove sopra i parati, c'eran de' rami fronzuti; da ogni parte
pendevano quadri, iscrizioni, imprese; su' davanzali delle finestre
stavano in mostra vasi, anticaglie, rarità diverse; per tutto lumi. A
molte di quelle finestre, infermi sequestrati guardavan la processione,
e l'accompagnavano con le loro preci. L'altre strade, mute, deserte;
se non che alcuni, pur dalle finestre, tendevan l'orecchio al ronzío
vagabondo; altri, e tra questi si videro fin delle monache, eran
saliti sui tetti, se di lì potessero veder da lontano quella cassa, il
corteggio, qualche cosa.

La processione passò per tutti i quartieri della città: a ognuno di
que' crocicchi, o piazzette, dove le strade principali sboccan ne'
borghi, e che allora serbavano l'antico nome di _carrobi_, ora rimasto
a uno solo, si faceva una fermata, posando la cassa accanto alla croce
che in ognuno era stata eretta da san Carlo, nella peste antecedente, e
delle quali alcune sono tuttavia in piedi: di maniera che si tornò in
duomo un pezzo dopo il mezzogiorno.

Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella
presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la
processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni
classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così
subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l'occasione,
nella processione medesima. Ma, oh forze mirabili e dolorose d'un
pregiudizio generale! non già al trovarsi insieme tante persone, e per
tanto tempo, non all'infinita moltiplicazione de' contatti fortuiti,
attribuivano i più quell'effetto; l'attribuivano alla facilità che
gli untori ci avessero trovata d'eseguire in grande il loro empio
disegno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col
loro unguento quanti più avevan potuto. Ma siccome questo non pareva
un mezzo bastante, nè appropriato a una mortalità così vasta, e così
diffusa in ogni classe di persone; siccome, a quel che pare, non era
stato possibile all'occhio così attento, e pur così travedente, del
sospetto, di scorgere untumi, macchie di nessuna sorte, su' muri, nè
altrove; così si ricorse, per la spiegazion del fatto, a quell'altro
ritrovato, già vecchio, e ricevuto allora nella scienza comune
d'Europa, delle polveri venefiche e malefiche; si disse che polveri
tali, sparse lungo la strada, e specialmente ai luoghi delle fermate,
si fossero attaccate agli strascichi de' vestiti, e tanto più ai
piedi, che in gran numero erano quel giorno andati in giro scalzi.
«Vide pertanto,» dice uno scrittore contemporaneo[36], «l'istesso giorno
della processione, la pietà cozzar con l'empietà, la perfidia con la
sincerità, la perdita con l'acquisto.» Ed era in vece il povero senno
umano che cozzava co' fantasmi creati da sè.

[36] Agostino Lampugnano. La pestilenza seguita in Milano, l'anno 1630.
Milano, 1634, pag. 44.

Da quel giorno, la furia del contagio andò sempre crescendo: in poco
tempo, non ci fu quasi più casa che non fosse toccata: in poco tempo la
popolazione del lazzeretto, al dir del Somaglia citato di sopra, montò
da duemila a dodici mila: più tardi, al dir di quasi tutti, arrivò
fino a sedici mila. Il 4 di luglio, come trovo in un'altra lettera de'
conservatori della sanità al governatore, la mortalità giornaliera
oltrepassava i cinquecento. Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo
il calcolo più comune, a mille dugento, mille cinquecento; e a più
di tremila cinquecento, se vogliam credere al Tadino. Il quale anche
afferma che, «per le diligenze fatte,» dopo la peste, si trovò la
popolazion di Milano ridotta a poco più di sessantaquattro mila anime,
e che prima passava le dugento cinquanta mila. Secondo il Ripamonti,
era di sole dugento mila: de' morti, dice che ne risulta cento quaranta
mila da' registri civici, oltre quelli di cui non si potè tener conto.
Altri dicon più o meno, ma ancor più a caso.

Si pensi ora in che angustie dovessero trovarsi i decurioni, addosso ai
quali era rimasto il peso di provvedere alle pubbliche necessità, di
riparare a ciò che c'era di riparabile in un tal disastro. Bisognava
ogni giorno sostituire, ogni giorno aumentare serventi pubblici di
varie specie: _monatti_, _apparitori_, commissari. I primi erano
addetti ai servizi più penosi e pericolosi della pestilenza: levar
dalle case, dalle strade, dal lazzeretto, i cadaveri; condurli sui
carri alle fosse, e sotterrarli; portare o guidare al lazzeretto
gl'infermi, e governarli; bruciare, purgare la roba infetta e sospetta.
Il nome, vuole il Ripamonti che venga dal greco _monos_; Gaspare
Bugatti (in una descrizion della peste antecedente), dal latino
_monere_; ma insieme dubita, con più ragione, che sia parola tedesca,
per esser quegli uomini arrolati la più parte nella Svizzera e ne'
Grigioni. Nè sarebbe infatti assurdo il crederlo una troncatura del
vocabolo _monathlich_ (mensuale); giacchè, nell'incertezza di quanto
potesse durare il bisogno, è probabile che gli accordi non fossero che
di mese in mese. L'impiego speciale degli apparitori era di precedere
i carri, avvertendo, col suono d'un campanello, i passeggieri, che si
ritirassero. I commissari regolavano gli uni e gli altri, sotto gli
ordini immediati del tribunale della sanità. Bisognava tener fornito
il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di
tutti gli attrezzi d'infermeria; bisognava trovare e preparar nuovo
alloggio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno. Si fecero
a quest'effetto costruire in fretta capanne di legno e di paglia nello
spazio interno del lazzeretto; se ne piantò un nuovo, tutto di capanne,
cinto da un semplice assito, e capace di contener quattromila persone.
E non bastando, ne furon decretati due altri; ci si mise anche mano;
ma, per mancanza di mezzi d'ogni genere, rimasero in tronco. I mezzi,
le persone, il coraggio, diminuivano di mano in mano che il bisogno
cresceva.

E non solo l'esecuzione rimaneva sempre addietro de' progetti e degli
ordini; non solo, a molte necessità, pur troppo riconosciute, si
provvedeva scarsamente, anche in parole; s'arrivò a quest'eccesso
d'impotenza e di disperazione, che a molte, e delle più pietose, come
delle più urgenti, non si provvedeva in nessuna maniera. Moriva, per
esempio, d'abbandono una gran quantità di bambini, ai quali eran morte
le madri di peste: la Sanità propose che s'instituisse un ricovero
per questi e per le partorienti bisognose, che qualcosa si facesse
per loro; e non potè ottener nulla. «Si doueua non di meno,» dice il
Tadino, «compatire ancora alli Decurioni della Città, li quali si
trouauano afflitti, mesti et lacerati dalla Soldadesca senza regola,
et rispetto alcuno; come molto meno nell'infelice Ducato, atteso che
aggiutto alcuno, nè prouisione si poteua hauere dal Gouernatore, se
non che si trouaua tempo di guerra, et bisognaua trattar bene li
Soldati»[37]. Tanto importava il prender Casale! Tanto par bella la lode
del vincere, indipendentemente dalla cagione, dallo scopo per cui si
combatta!

[37] Pag. 117.

Così pure, trovandosi colma di cadaveri un'ampia, ma unica fossa,
ch'era stata scavata vicino al lazzeretto; e rimanendo, non solo in
quello, ma in ogni parte della città, insepolti i nuovi cadaveri,
che ogni giorno eran di più, i magistrati, dopo avere invano cercato
braccia per il tristo lavoro, s'eran ridotti a dire di non saper più
che partito prendere. Nè si vede come sarebbe andata a finire, se non
veniva un soccorso straordinario. Il presidente della Sanità ricorse,
per disperato, con le lacrime agli occhi, a que' due bravi frati che
soprintendevano al lazzeretto; e il padre Michele s'impegnò a dargli,
in capo a quattro giorni, sgombra la città di cadaveri; in capo a
otto, aperte fosse sufficienti, non solo al bisogno presente, ma a
quello che si potesse preveder di peggio nell'avvenire. Con un frate
compagno, e con persone del tribunale, dategli dal presidente, andò
fuor della città, in cerca di contadini; e, parte con l'autorità del
tribunale, parte con quella dell'abito e delle sue parole, ne raccolse
circa dugento, ai quali fece scavar tre grandissime fosse; spedi poi
dal lazzeretto monatti a raccogliere i morti; tanto che, il giorno
prefisso, la sua promessa si trovò adempita.

Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse
paghe e d'onori, a fatica e non subito, se ne potè avere; ma molto
men del bisogno. Fu spesso lì lì per mancare affatto di viveri, a
segno di temere che ci s'avesse a morire anche di fame; e più d'una
volta, mentre non si sapeva più dove batter la testa per trovare il
bisognevole, vennero a tempo abbondanti sussidi, per inaspettato dono
di misericordia privata: chè, in mezzo allo stordimento generale,
ali'indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sè, ci
furono degli animi sempre desti alla carità, ce ne furon degli altri
in cui la carità nacque al cessare d'ogni allegrezza terrena; come,
nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e
di provvedere, ce ne furono alcuni, sani sempre di corpo, e saldi di
coraggio al loro posto: ci furon pure altri che, spinti dalla pietà,
assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati
per impiego.

Dove spiccò una più generale e più pronta e costante fedeltà ai
doveri difficili della circostanza, fu negli ecclesiastici. Ai
lazzeretti, nella città, non mancò mai la loro assistenza: dove si
pativa, ce n'era; sempre si videro mescolati, confusi co' languenti,
co' moribondi, languenti e moribondi qualche volta loro medesimi; ai
soccorsi spirituali aggiungevano, per quanto potessero, i temporali;
prestavano ogni servizio che richiedessero le circostanze. Più di
sessanta parrochi, della città solamente, moriron di contagio: gli otto
noni, all'incirca.

[Illustrazione: Da quel giorno, la furia del contagio andò sempre
crescendo.... (pag. 470)]

Federigo dava a tutti, com'era da aspettarsi da lui, incitamento ed
esempio. Mortagli intorno quasi tutta la famiglia arcivescovile, e
facendogli istanza parenti, alti magistrati, principi circonvicini,
che s'allontanasse dal pericolo, ritirandosi in qualche villa, rigettò
un tal consiglio, e resistette all'istanze, con quell'animo, con
cui scriveva ai parrochi: «siate disposti ad abbandonar questa vita
mortale, piuttosto che questa famiglia, questa figliolanza nostra:
andate con amore incontro alla peste, come a un premio, come a una
vita, quando ci sia da guadagnare un'anima a Cristo[38].» Non trascurò
quelle cautele che non gl'impedissero di fare il suo dovere (sulla
qual cosa diede anche istruzioni e regole al clero); e insieme non
curò il pericolo, nè parve che se n'avvedesse, quando, per far del
bene, bisognava passar per quello. Senza parlare degli ecclesiastici,
coi quali era sempre per lodare e regolare il loro zelo, per eccitare
chiunque di loro andasse freddo nel lavoro, per mandarli ai posti
dove altri eran morti, volle che fosse aperto l'adito a chiunque
avesse bisogno di lui. Visitava i lazzeretti, per dar consolazione
agl'infermi, e per animare i serventi; scorreva la città, portando
soccorsi ai poveri sequestrati nelle case, fermandosi agli usci, sotto
le finestre, ad ascoltare i loro lamenti, a dare in cambio parole di
consolazione e di coraggio. Si cacciò insomma e visse nel mezzo della
pestilenza, maravigliato anche lui alla fine, d'esserne uscito illeso.

[38] Ripamonti, pag. 164.

Così, ne' pubblici infortuni, e nelle lunghe perturbazioni di quel qual
si sia ordine consueto, si vede sempre un aumento, una sublimazione di
virtù; ma, pur troppo, non manca mai insieme un aumento, e d'ordinario
ben più generale, di perversità. E questo pure fu segnalato. I birboni
che la peste risparmiava e non atterriva, trovarono nella confusion
comune, nel rilasciamento d'ogni forza pubblica, una nuova occasione
d'attività, e una nuova sicurezza d'impunità a un tempo. Che anzi,
l'uso della forza pubblica stessa venne a trovarsi in gran parte nelle
mani de' peggiori tra loro. All'impiego di monatti e d'apparitori non
s'adattavano generalmente che uomini sui quali l'attrattiva delle
rapine e della licenza potesse più che il terror del contagio, che ogni
naturale ribrezzo. Erano a costoro prescritte strettissime regole,
intimate severissime pene, assegnati posti, dati per superiori de'
commissari; sopra questi e quelli eran delegati, come abbiam detto,
in ogni quartiere, magistrati e nobili, con l'autorità di provveder
sommariamente a ogni occorrenza di buon governo. Un tal ordin di cose
camminò, e fece effetto, fino a un certo tempo; ma, crescendo, ogni
giorno, il numero di quelli che morivano, di quelli che andavan via,
di quelli che perdevan la testa, venner coloro a non aver quasi più
nessuno che li tenesse a freno; si fecero, i monatti principalmente,
arbitri d'ogni cosa. Entravano da padroni, da nemici nelle case, e,
senza parlar de' rubamenti, e come trattavano gl'infelici ridotti
dalla peste a passar per tali mani, le mettevano, quelle mani infette
e scellerate, sui sani, figliuoli, parenti, mogli, mariti, minacciando
di strascinarli al lazzeretto, se non si riscattavano, o non venivano
riscattati con danari. Altre volte, mettevano a prezzo i loro servizi,
ricusando di portar via i cadaveri già putrefatti, a meno di tanti
scudi. Si disse (e tra la leggerezza degli uni e la malvagità degli
altri, è ugualmente malsicuro il credere e il non credere), si disse,
e l'afferma anche il Tadino[39], che monatti e apparitori lasciassero
cadere apposta dai carri robe infette, per propagare e mantenere la
pestilenza, divenuta per essi un'entrata, un regno, una festa. Altri
sciagurati, fingendosi monatti, portando un campanello attaccato a
un piede, com'era prescritto a quelli, per distintivo e per avviso
del loro avvicinarsi, s'introducevano nelle case a farne di tutte le
sorte. In alcune, aperte e vôte d'abitanti, o abitate soltanto da
qualche languente, da qualche moribondo, entravan ladri, a man salva,
a saccheggiare: altre venivan sorprese, invase da birri che facevan
lo stesso, e anche cose peggiori. Del pari con la perversità, crebbe
la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo
sbalordimento, e dall'agitazione delle menti, una forza straordinaria,
produssero effetti più rapidi e più vasti. E tutti servirono a
rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell'unzioni, la quale,
ne' suoi effetti, ne' suoi sfoghi, era spesso, come abbiam veduto,
un'altra perversità. L'immagine di quel supposto pericolo assediava e
martirizzava gli animi, molto più che il pericolo reale e presente.
«E mentre,» dice il Ripamonti, «i cadaveri sparsi, o i mucchi di
cadaveri, sempre davanti agli occhi, sempre tra' piedi, facevano della
città tutta come un solo mortorio, c'era qualcosa di più brutto, di
più funesto, in quell'accanimento vicendevole, in quella sfrenatezza e
mostruosità di sospetti... Non del vicino soltanto si prendeva ombra,
dell'amico, dell'ospite; ma que' nomi, que' vincoli dell'umana carità,
marito e moglie, padre e figlio, fratello e fratello, eran di terrore:
e, cosa orribile e indegna a dirsi! la mensa domestica, il letto
nuziale, si temevano, come agguati, come nascondigli di venefizio.»

[39] Pag. 102.

La vastità immaginata, la stranezza della trama turbavan tutti i
giudizi, alteravan tutte le ragioni della fiducia reciproca. Da
principio, si credeva soltanto che quei supposti untori fosser mossi
dall'ambizione e dalla cupidigia; andando avanti, si sognò, si credette
che ci fosse una non so quale voluttà diabolica in quell'ungere,
un'attrattiva che dominasse le volontà. I vaneggiamenti degl'infermi
che accusavan sè stessi di ciò che avevan temuto dagli altri,
parevano rivelazioni, e rendevano ogni cosa, per dir così, credibile
d'ognuno. E più delle parole, dovevan far colpo le dimostrazioni, se
accadeva che appestati in delirio andasser facendo di quegli atti che
s'erano figurati che dovessero fare gli untori: cosa insieme molto
probabile, e atta a dar miglior ragione della persuasion generale e
dell'affermazioni di molti scrittori. Così, nel lungo e tristo periodo
de' processi per stregoneria, le confessioni, non sempre estorte,
degl'imputati, non serviron poco a promovere e a mantener l'opinione
che regnava intorno ad essa: che, quando un'opinione regna per lungo
tempo, e in una buona parte del mondo, finisce a esprimersi in tutte
le maniere, a tentar tutte l'uscite, a scorrer per tutti i gradi della
persuasione; ed è difficile che tutti o moltissimi credano a lungo che
una cosa strana si faccia, senza che venga alcuno il quale creda di
farla.

Tra le storie che quel delirio dell'unzioni fece immaginare, una
merita che se ne faccia menzione, per il credito che acquistò, e per
il giro che fece. Si raccontava, non da tutti nell'istessa maniera
(che sarebbe un troppo singolar privilegio delle favole), ma a un di
presso, che un tale, il tal giorno, aveva visto arrivar sulla piazza
del duomo un tiro a sei, e dentro, con altri, un gran personaggio, con
una faccia fosca e infocata, con gli occhi accesi, coi capelli ritti,
e il labbro atteggiato di minaccia. Mentre quel tale stava intento a
guardare, la carrozza s'era fermata; e il cocchiere l'aveva invitato a
salirvi; e lui non aveva saputo dir di no. Dopo diversi rigiri, erano
smontati alla porta d'un tal palazzo, dove entrato anche lui, con la
compagnia, aveva trovato amenità e orrori, deserti e giardini, caverne
e sale; e in esse, fantasime sedute a consiglio. Finalmente, gli erano
state fatte vedere gran casse di danaro, e detto che ne prendesse
quanto gli fosse piaciuto, con questo però, che accettasse un vasetto
d'unguento, e andasse con esso ungendo per la città. Ma non avendo
voluto acconsentire, s'era trovato, in un batter d'occhio, nel medesimo
luogo dove era stato preso. Questa storia, creduta qui generalmente dal
popolo, e, al dir del Ripamonti, non abbastanza derisa da qualche uomo
di peso[40], girò per tutta Italia e fuori. In Germania se ne fece una
stampa: l'elettore arcivescovo di Magonza scrisse al cardinal Federigo,
per domandargli cosa si dovesse credere de' fatti maravigliosi che si
raccontavan di Milano; e n'ebbe in risposta ch'eran sogni.

[40] Apud prudentium plerosque, non sicuti debuerat irrisa. De peste
etc., pag. 77.

D'ugual valore, se non in tutto d'ugual natura, erano i sogni de'
dotti; come disastrosi del pari n'eran gli effetti. Vedevano, la più
parte di loro, l'annunzio e la ragione insieme de' guai in una cometa
apparsa l'anno 1628, e in una congiunzione di Saturno con Giove,
«inclinando,» scrive il Tadino, «la congiontione sodetta sopra questo
anno 1630, tanto chiara, che ciascun la poteua intendere. _Mortales
parat morbos, miranda videntur._» Questa predizione, cavata, dicevano,
da un libro intitolato _Specchio degli almanacchi perfetti_, stampato
in Torino, nel 1623, correva per le bocche di tutti. Un'altra cometa,
apparsa nel giugno dell'anno stesso della peste, si prese per un nuovo
avviso; anzi per una prova manifesta dell'unzioni. Pescavan ne' libri,
e pur troppo ne trovavano in quantità, esempi di peste, come dicevano,
manufatta: citavano Livio, Tacito, Dione, che dico? Omero e Ovidio, i
molti altri antichi che hanno raccontati o accennati fatti somiglianti:
di moderni ne avevano ancor più in abbondanza. Citavano cent'altri
autori che hanno trattato dottrinalmente, o parlato incidentemente di
veleni, di malíe, d'unti, di polveri: il Cesalpino, il Cardano, il
Grevino, il Salio, il Pareo, lo Schenchio, lo Zachia e, per finirla,
quel funesto Delrio, il quale, se la rinomanza degli autori fosse in
ragione del bene e del male prodotto dalle loro opere, dovrebb'essere
uno de' più famosi; quel Delrio, le cui veglie costaron la vita a più
uomini che l'imprese di qualche conquistatore: quel Delrio, le cui
_Disquisizioni Magiche_, (il ristretto di tutto ciò che gli uomini
avevano, fino a' suoi tempi, sognato in quella materia) divenute il
testo più autorevole, più irrefragabile, furono, per più d'un secolo,
norma e impulso potente di legali, orribili, non interrotte carnificine.

Da' trovati del volgo, la gente istruita prendeva ciò che si poteva
accomodar con le sue idee; da' trovati della gente istruita, il volgo
prendeva ciò che ne poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si
formava una massa enorme e confusa di pubblica follia.

Ma ciò che reca maggior maraviglia, è il vedere i medici, dico i medici
che fin da principio avevan creduta la peste, dico in ispecie il
Tadino, il quale l'aveva pronosticata, vista entrare, tenuta d'occhio,
per dir così, nel suo progresso, il quale aveva detto e predicato che
l'era peste, e s'attaccava col contatto, che non mettendovi riparo,
ne sarebbe infettato tutto il paese, vederlo poi, da questi effetti
medesimi cavare argomento certo dell'unzioni venefiche e malefiche;
lui che in quel Carlo Colonna, il secondo che morì di peste in Milano,
aveva notato il delirio come un accidente della malattia, vederlo poi
addurre in prova dell'unzioni e della congiura diabolica, un fatto di
questa sorte: che due testimoni deponevano d'aver sentito raccontare
da un loro amico infermo, come, una notte, gli eran venute persone in
camera, a esibirgli la guarigione e danari, se avesse voluto unger le
case del contorno; e come, al suo rifiuto, quelli se n'erano andati, e
in loro vece, era rimasto un lupo sotto il letto, e tre gattoni sopra,
«che sino al far del giorno vi dimororno[41].»

[41] Pag. 123, 124.

Se fosse stato uno solo che connettesse così, si dovrebbe dire
che aveva una testa curiosa; o piuttosto non ci sarebbe ragion di
parlarne; ma siccome eran molti, anzi quasi tutti, così la storia dello
spirito umano, e da occasion d'osservare quanto una serie ordinata e
ragionevole d'idee possa essere scompigliata da un'altra serie d'idee,
che ci si getti a traverso. Del resto, quel Tadino era qui uno degli
uomini più riputati del suo tempo.

Due illustri e benemeriti scrittori hanno affermato che il cardinal
Federigo dubitasse del fatto dell'unzioni[42]. Noi vorremmo poter
dare a quell'inclita e amabile memoria una lode ancor più intera, e
rappresentare il buon prelato, in questo, come in tant'altre cose,
superiore alla più parte de' suoi contemporanei, ma siamo in vece
costretti di notar di nuovo in lui un esempio della forza d'un'opinione
comune anche sulle menti più nobili. S'è visto, almeno da quel che
ne dice il Ripamonti, come da principio, veramente stesse in dubbio:
ritenne poi sempre che in quell'opinione avesse gran parte la
credulità, l'ignoranza, la paura, il desiderio di scusarsi d'aver così
tardi riconosciuto il contagio, e pensato a mettervi riparo; che molto
ci fosse d'esagerato, ma insieme, che qualche cosa ci fosse di vero.
Nella biblioteca ambrosiana si conserva un'operetta scritta di sua mano
intorno a quella peste; e questo sentimento c'è accennato spesso, anzi
una volta enunciato espressamente. «Era opinion comune,» dice a un di
presso, «che di questi unguenti se ne componesse in vari luoghi, e che
molte fossero l'arti di metterlo in opera: delle quali alcune ci paion
vere, altre inventate.» Ecco le sue parole: _Unguenta vero hæc aiebant
componi conficique multifariam, fraudisque vias fuisse complures;
quorum sane fraudum, et artium, aliis quidem assentimur, alias vero
fictas fuisse commentitiasque arbitramur_[43].

[42] Muratori: Del governo della peste; Modena, 1714, pag. 117.--P.
Verri; opuscolo citato, pag. 261.

[43] De Pestilentia, quæ Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit.

Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che
vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro,
chè nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento
così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo
deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d'alcuni,
un errore che non s'attentava di venire a disputa palese, ma che pur
viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione.
«Ho trovato gente savia in Milano,» dice il buon Muratori, nel luogo
sopraccitato, «che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era
molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi.» Si
vede ch'era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica:
il buon senso c'era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso
comune.

I magistrati, scemati ogni giorno, e sempre più smarriti e confusi,
tutta, per dir così, quella poca risoluzione di cui eran capaci,
l'impiegarono a cercar di questi untori. Tra le carte del tempo
della peste, che si conservano nell'archivio nominato di sopra, c'è
una lettera (senza alcun altro documento relativo) in cui il gran
cancelliere informa, sul serio e con gran premura, il governatore
d'aver ricevuto un avviso che, in una casa di campagna de' fratelli
Girolamo e Giulio Monti, gentiluomini milanesi, si componeva veleno in
tanta quantità, che quaranta uomini erano occupati _en este exercicio_,
con l'assistenza di quattro cavalieri bresciani, i quali facevano venir
materiali dal veneziano, _para la fábrica del veneno_. Soggiunge che
lui aveva preso, in gran segreto, i concerti necessari per mandar là
il podestà di Milano e l'auditore della Sanità, con trenta soldati di
cavalleria; che pur troppo uno de' fratelli era stato avvertito a tempo
per poter trafugare gl'indizi del delitto, e probabilmente dall'auditor
medesimo, suo amico; e che questo trovava delle scuse per non partire;
ma che non ostante, il podestà co' soldati era andato _a reconocer la
casa, y a ver si hallará algunos vestigios_, e prendere informazioni, e
arrestar tutti quelli che fossero incolpati.

La cosa dovè finire in nulla, giacchè gli scritti del tempo che parlano
de' sospetti che c'eran su que' gentiluomini, non citano alcun fatto.
Ma pur troppo, in un'altra occasione, si credè d'aver trovato.

I processi che ne vennero in conseguenza, non eran certamente i primi
d'un tal genere: e non si può neppur considerarli come una rarità nella
storia della giurisprudenza. Chè, per tacere dell'antichità, e accennar
solo qualcosa de' tempi più vicini a quello di cui trattiamo, in
Palermo, del 1526; in Ginevra, del 1530, poi del 1545, poi ancora del
1574; in Casal Monferrato, del 1536; in Padova, del 1555; in Torino,
del 1599, e di nuovo, in quel medesim'anno 1630, furon processati e
condannati a supplizi, per lo più atrocissimi, dove qualcheduno, dove
molti infelici, come rei d'aver propagata la peste, con polveri, o con
unguenti, o con malíe, o con tutto ciò insieme. Ma l'affare delle così
dette unzioni di Milano, come fu il più celebre, così è fors'anche il
più osservabile; o, almeno, c'è più campo di farci sopra osservazione,
per esserne rimasti documenti più circostanziati e più autentici. E
quantunque uno scrittore lodato poco sopra se ne sia occupato, pure,
essendosi lui proposto, non tanto di farne propriamente la storia,
quanto di cavarne sussidio di ragioni, per un assunto di maggiore, o
certo di più immediata importanza, c'è parso che la storia potesse
esser materia d'un nuovo lavoro. Ma non è cosa da uscirne con poche
parole; e non è qui il luogo di trattarla con l'estensione che merita.
E oltre di ciò, dopo essersi fermato su que' casi, il lettore non
si curerebbe più certamente di conoscere ciò che rimane del nostro
racconto. Serbando però a un altro scritto la storia e l'esame di
quelli, torneremo finalmente a' nostri personaggi, per non lasciarli
più, fino alla fine.




                           CAPITOLO XXXIII.


Una notte, verso la fine d'agosto, proprio nel colmo della peste,
tornava don Rodrigo a casa sua, in Milano, accompagnato dal fedel
Griso, l'uno de' tre o quattro che, di tutta la famiglia, gli eran
rimasti vivi. Tornava da un ridotto d'amici soliti a straviziare
insieme, per passar la malinconia di quel tempo: e ogni volta ce n'eran
de' nuovi, e ne mancava de' vecchi. Quel giorno, don Rodrigo era stato
uno de' più allegri; e tra l'altre cose, aveva fatto rider tanto la
compagnia, con una specie d'elogio funebre del conte Attilio, portato
via dalla peste, due giorni prima.

[Illustrazione: ...gli pareva che qualcheduno di loro, con le gomita o
con altro, lo pigiasse a sinistra.... (pag. 482)]

Camminando però, sentiva un mal essere, un abbattimento, una fiacchezza
di gambe, una gravezza di respiro, un'arsione interna, che avrebbe
voluto attribuir solamente al vino, alla veglia, alla stagione. Non
aprì bocca, per tutta la strada; e la prima parola, arrivati a casa, fu
d'ordinare al Griso che gli facesse lume per andare in camera. Quando
ci furono, il Griso osservò il viso del padrone, stravolto, acceso, con
gli occhi in fuori, e lustri lustri; e gli stava alla lontana: perchè,
in quelle circostanze, ogni mascalzone aveva dovuto acquistar, come si
dice, l'occhio medico.

«Sto bene, ve',» disse don Rodrigo, che lesse nel fare del Griso il
pensiero che gli passava per la mente. «Sto benone; ma ho bevuto, ho
bevuto forse un po' troppo. C'era una vernaccia!... Ma, con una buona
dormita, tutto se ne va. Ho un gran sonno... Levami un po' quel lume
dinanzi, che m'accieca... mi dà una noia...!»

«Scherzi della vernaccia,» disse il Griso, tenendosi sempre alla larga.
«Ma vada a letto subito, chè il dormire le farà bene.»

«Hai ragione: se posso dormire... Del resto, sto bene. Metti qui
vicino, a buon conto, quel campanello, se per caso, stanotte avessi
bisogno di qualche cosa: e sta attento, ve', se mai senti sonare. Ma
non avrò bisogno di nulla... Porta via presto quel maledetto lume,»
riprese poi, intanto che il Griso eseguiva l'ordine, avvicinandosi meno
che poteva. «Diavolo! che m'abbia a dar tanto fastidio!»

Il Griso prese il lume, e, augurata la buona notte al padrone, se
n'andò in fretta, mentre quello si cacciava sotto.

Ma le coperte gli parvero una montagna. Le buttò via, e si rannicchiò,
per dormire; chè infatti moriva dal sonno. Ma, appena velato l'occhio,
si svegliava con un riscossone, come se uno, per dispetto, fosse venuto
a dargli una tentennata; e sentiva cresciuto il caldo, cresciuta
la smania. Ricorreva col pensiero all'agosto, alla vernaccia, al
disordine; avrebbe voluto poter dar loro tutta la colpa; ma a queste
idee si sostituiva sempre da sè quella che allora era associata con
tutte, ch'entrava, per dir così, da tutti i sensi, che s'era ficcata
in tutti i discorsi dello stravizio, giacchè era ancor più facile
prenderla in ischerzo, che passarla sotto silenzio: la peste.

Dopo un lungo rivoltarsi, finalmente s'addormentò, e cominciò a
fare i più brutti e arruffati sogni del mondo. E d'uno in un altro,
gli parve di trovarsi in una gran chiesa, in su, in su, in mezzo a
una folla; di trovarcisi, che non sapeva come ci fosse andato, come
gliene fosse venuto il pensiero, in quel tempo specialmente; e n'era
arrabbiato. Guardava i circostanti; eran tutti visi gialli, distrutti,
con cert'occhi incantati, abbacinati, con le labbra spenzolate; tutta
gente con certi vestiti che cascavano a pezzi; e da' rotti si vedevano
macchie e bubboni. «Largo canaglia!» gli pareva di gridare, guardando
alla porta, ch'era lontana lontana, e accompagnando il grido con un
viso minaccioso, senza però moversi, anzi ristringendosi, per non
toccar que' sozzi corpi, che già lo toccavano anche troppo da ogni
parte. Ma nessuno di quegl'insensati dava segno di volersi scostare,
e nemmeno d'avere inteso; anzi gli stavan più addosso: e sopra tutto
gli pareva che qualcheduno di loro, con le gomita o con altro, lo
pigiasse a sinistra, tra il cuore e l'ascella, dove sentiva una puntura
dolorosa, e come pesante. E se si storceva, per veder di liberarsene,
subito un nuovo non so che veniva a puntarglisi al luogo medesimo.
Infuriato, volle metter mano alla spada; e appunto gli parve che, per
la calca, gli fosse andata in su, e fosse il pomo di quella che lo
premesse in quel luogo; ma, mettendoci la mano, non ci trovò la spada,
e senti invece una trafitta più forte. Strepitava, era tutt'affannato,
e voleva gridar più forte; quando gli parve che tutti que' visi si
rivolgessero a una parte. Guardò anche lui; vide un pulpito, e dal
parapetto di quello spuntar su un non so che di convesso, liscio e
luccicante; poi alzarsi e comparir distinta una testa pelata, poi
due occhi, un viso, una barba lunga e bianca, un frate ritto, fuor
del parapetto fino alla cintola, fra Cristoforo. Il quale, fulminato
uno sguardo in giro su tutto l'uditorio, parve a don Rodrigo che lo
fermasse in viso a lui, alzando insieme la mano, nell'attitudine
appunto che aveva presa in quella sala a terreno del suo palazzotto.
Allora alzò anche lui la mano in furia, fece uno sforzo, come per
islanciarsi ad acchiappar quel braccio teso per aria; una voce che gli
andava brontolando sordamente nella gola, scoppiò in un grand'urlo;
e si destò. Lasciò cadere il braccio che aveva alzato davvero; stentò
alquanto a ritrovarsi, ad aprir ben gli occhi; chè la luce del giorno
già inoltrato gli dava noia, quanto quella della candela, la sera
avanti; riconobbe il suo letto, la sua camera; si raccapezzò che tutto
era stato un sogno: la chiesa, il popolo, il frate, tutto era sparito;
tutto fuorchè una cosa, quel dolore dalla parte sinistra. Insieme si
sentiva al cuore una palpitazion violenta, affannosa, negli orecchi un
ronzío, un fischio continuo, un fuoco di dentro, una gravezza in tutte
le membra, peggio di quando era andato a letto. Esitò qualche momento,
prima di guardar la parte dove aveva il dolore; finalmente la scoprì,
ci diede un'occhiata paurosa; e vide un sozzo bubbone d'un livido
paonazzo.

L'uomo si vide perduto: il terror della morte l'invase, e, con un senso
per avventura più forte, il terrore di diventar preda de' monatti,
d'esser portato, buttato al lazzeretto. E cercando la maniera d'evitare
quest'orribile sorte, sentiva i suoi pensieri confondersi e oscurarsi,
sentiva avvicinarsi il momento che non avrebbe più testa, se non
quanto bastasse per darsi alla disperazione. Afferrò il campanello,
e lo scosse con violenza. Comparve subito il Griso, il quale stava
all'erta. Si fermò a una certa distanza dal letto; guardò attentamente
il padrone, e s'accertò di quello che, la sera, aveva congetturato.

«Griso!» disse don Rodrigo, rizzandosi stentatamente a sedere: «tu sei
sempre stato il mio fido.»

«Sì, signore.»

«T'ho sempre fatto del bene.»

«Per sua bontà.»

«Di te mi posso fidare...!»

«Diavolo!»

«Sto male, Griso.»

«Me n'ero accorto.»

«Se guarisco, ti farò del bene ancor più di quello che te n'ho fatto
per il passato.»

Il Griso non rispose nulla, e stette aspettando dove andassero a parare
questi preamboli.

«Non voglio fidarmi d'altri che di te,» riprese don Rodrigo: «fammi un
piacere, Griso.»

«Comandi,» disse questo, rispondendo con la formola solita a
quell'insolita.

«Sai dove sta di casa il Chiodo chirurgo?»

«Lo so benissimo.»

«È un galantuomo, che, chi lo paga bene, tien segreti gli ammalati. Va
a chiamarlo: digli che gli darò quattro, sei scudi per visita, di più,
se di più ne chiede; ma che venga qui subito; e fa la cosa bene, che
nessun se n'avveda.»

«Ben pensato,» disse il Griso: «vo e torno subito.»

«Senti, Griso: dammi prima un po' d'acqua. Mi sento un'arsione, che non
ne posso più.»

«No, signore,» rispose il Griso: «niente senza il parere del medico.
Son mali bisbetici: non c'è tempo da perdere. Stia quieto: in tre salti
son qui col Chiodo.»

Così detto, uscì, raccostando l'uscio.

Don Rodrigo, tornato sotto, l'accompagnava con l'immaginazione alla
casa del Chiodo, contava i passi, calcolava il tempo. Ogni tanto
ritornava a guardare il suo bubbone; ma voltava subito la testa
dall'altra parte, con ribrezzo. Dopo qualche tempo, cominciò a stare
in orecchi, per sentire se il chirurgo arrivava: e quello sforzo
d'attenzione sospendeva il sentimento del male, e teneva in sesto i
suoi pensieri. Tutt'a un tratto, sente uno squillo lontano, ma che gli
par che venga dalle stanze, non dalla strada. Sta attento; lo sente
più forte, più ripetuto, e insieme uno stropiccío di piedi: un orrendo
sospetto gli passa per la mente. Si rizza a sedere, e si mette ancor
più attento; sente un rumor cupo nella stanza vicina, come d'un peso
che venga messo giù con riguardo; butta le gambe fuor del letto, come
per alzarsi, guarda all'uscio, lo vede aprirsi, vede presentarsi e
venire avanti due logori e sudici vestiti rossi, due facce scomunicate,
due monatti, in una parola; vede mezza la faccia del Griso che,
nascosto dietro un battente socchiuso, riman lì a spiare.

«Ah traditore infame!... Via, canaglia! Biondino! Carlotto! aiuto! son
assassinato!» grida don Rodrigo; caccia una mano sotto il capezzale,
per cercare una pistola; l'afferra, la tira fuori; ma al primo suo
grido, i monatti avevan preso la rincorsa verso il letto; il più pronto
gli è addosso, prima che lui possa far nulla; gli strappa la pistola
di mano, la getta lontano, lo butta a giacere, e lo tien li, gridando,
con un versaccio di rabbia insieme e di scherno: «ah birbone! contro
i monatti! contro i ministri del tribunale! contro quelli che fanno
l'opere di misericordia!»

«Tienlo bene, fin che lo portiam via,» disse il compagno, andando
verso uno scrigno. E in quella il Griso entrò, e si mise con colui a
scassinar la serratura.

«Scellerato!» urlò don Rodrigo, guardandolo per di sotto all'altro che
lo teneva, e divincolandosi tra quelle braccia forzute. «Lasciatemi
ammazzar quell'infame,» diceva quindi ai monatti, «e poi fate di me
quel che volete.» Poi ritornava a chiamar, con quanta voce aveva, gli
altri suoi servitori; ma era inutile, perchè l'abbominevole Griso gli
aveva mandati lontano, con finti ordini del padrone stesso, prima
d'andare a fare ai monatti la proposta di venire a quella spedizione, e
divider le spoglie.

«Sta buono, sta buono,» diceva allo sventurato Rodrigo l'aguzzino che
lo teneva appuntellato sul letto. E voltando poi il viso ai due che
facevan bottino, gridava: «fate le cose da galantuomini!»

«Tu! tu!» mugghiava don Rodrigo verso il Griso, che vedeva
affaccendarsi a spezzare, a cavar fuori danaro, roba, a far le parti.
«Tu! dopo...! Ah diavolo dell'inferno! Posso ancora guarire! posso
guarire!» Il Griso non fiatava, e neppure, per quanto poteva, si
voltava dalla parte di dove venivan quelle parole.

«Tienlo forte,» diceva l'altro monatto: «è fuor di sè.»

Ed era ormai vero. Dopo un grand'urlo, dopo un ultimo e più violento
sforzo per mettersi in libertà, cadde tutt'a un tratto rifinito
e stupido: guardava però ancora, come incantato, e ogni tanto si
riscoteva, o si lamentava.

I monatti lo presero, uno per i piedi, e l'altro per le spalle, e
andarono a posarlo sur una barella che avevan lasciata nella stanza
accanto; poi uno tornò a prender la preda; quindi, alzato il miserabil
peso, lo portaron via.

Il Griso rimase a scegliere in fretta quel di più che potesse far per
lui; fece di tutto un fagotto, e se n'andò. Aveva bensì avuto cura
di non toccar mai i monatti, di non lasciarsi toccar da loro; ma, in
quell'ultima furia del frugare, aveva poi presi, vicino al letto, i
panni del padrone, e gli aveva scossi, senza pensare ad altro, per
veder se ci fosse danaro. C'ebbe però a pensare il giorno dopo, che,
mentre stava gozzovigliando in una bettola, gli vennero a un tratto de'
brividi, gli s'abbagliaron gli occhi, gli mancaron le forze, e cascò.
Abbandonato da' compagni, andò in mano de' monatti, che, spogliatolo
di quanto aveva indosso di buono, lo buttarono sur un carro; sul quale
spirò, prima d'arrivare al lazzeretto, dov'era stato portato il suo
padrone.

Lasciando ora questo nel soggiorno de' guai, dobbiamo andare in cerca
d'un altro, la cui storia non sarebbe mai stata intralciata con la sua,
se lui non l'avesse voluto per forza; anzi si può dir di certo che non
avrebbero avuto storia nè l'uno nè l'altro: Renzo, voglio dire, che
abbiam lasciato al nuovo filatoio, sotto il nome d'Antonio Rivolta.

C'era stato cinque o sei mesi, salvo il vero; dopo i quali, dichiarata
l'inimicizia tra la repubblica e il re di Spagna, e cessato quindi ogni
timore di ricerche e d'impegni dalla parte di qui, Bortolo s'era dato
premura d'andarlo a prendere, e di tenerlo ancora con sè, e perchè
gli voleva bene, e perchè Renzo, come giovine di talento, e abile nel
mestiere, era, in una fabbrica, di grande aiuto al _factotum_, senza
poter mai aspirare a divenirlo lui, per quella benedetta disgrazia di
non saper tener la penna in mano. Siccome anche questa ragione c'era
entrata per qualche cosa, così abbiam dovuto accennarla. Forse voi
vorreste un Bortolo più ideale: non so che dire: fabbricatevelo. Quello
era così.

Renzo era poi sempre rimasto a lavorare presso di lui. Più d'una
volta, e specialmente dopo aver ricevuta qualcheduna di quelle
benedette lettere da parte d'Agnese, gli era saltato il grillo di
farsi soldato, e finirla: e l'occasioni non mancavano; chè, appunto in
quell'intervallo di tempo, la repubblica aveva avuto bisogno di far
gente. La tentazione era qualche volta stata per Renzo tanto più forte,
che s'era anche parlato d'invadere il milanese; e naturalmente a lui
pareva che sarebbe stata una bella cosa, tornare in figura di vincitore
a casa sua, riveder Lucia, e spiegarsi una volta con lei. Ma Bortolo,
con buona maniera, aveva sempre saputo smontarlo da quella risoluzione.

«Se ci hanno da andare,» gli diceva, «ci anderanno anche senza di te,
e tu potrai andarci dopo, con tuo comodo; se tornano col capo rotto,
non sarà meglio essere stato a casa tua? Disperati che vadano a far la
strada, non ne mancherà. E, prima che ci possan mettere i piedi...! Per
me, sono eretico: costoro abbaiano; ma sì; lo stato di Milano non è un
boccone da ingoiarsi così facilmente. Si tratta della Spagna, figliuolo
mio: sai che affare è la Spagna? San Marco è forte a casa sua; ma ci
vuoi altro. Abbi pazienza: non istai bene qui?.... Vedo cosa vuoi dire;
ma, se è destinato lassù che la cosa riesca, sta sicuro che, a non far
pazzie, riuscirà anche meglio. Qualche santo t'aiuterà. Credi pure che
non è mestiere per te. Ti par che convenga lasciare d'incannar seta,
per andare a ammazzare? Cosa vuoi fare con quella razza di gente? Ci
vuol degli uomini fatti apposta.»

Altre volte Renzo si risolveva d'andar di nascosto, travestito, e con
un nome finto. Ma anche da questo, Bortolo seppe svolgerlo ogni volta,
con ragioni troppo facili a indovinarsi.

Scoppiata poi la peste nel milanese, e appunto, come abbiam detto,
sul confine del bergamasco, non tardò molto a passarlo; e.... non vi
sgomentate, ch'io non vi voglio raccontar la storia anche di questa:
chi la volesse, la c'è, scritta per ordine pubblico da un certo Lorenzo
Ghirardelli: libro raro però e sconosciuto, quantunque contenga forse
più roba che tutte insieme le descrizioni più celebri di pestilenze:
da tante cose dipende la celebrità de' libri! Quel ch'io volevo dire è
che Renzo prese anche lui la peste, si curò da sè, cioè non fece nulla;
ne fu in fin di morte, ma la sua buona complessione vinse la forza del
male: in pochi giorni, si trovò fuor di pericolo. Col tornar della
vita, risorsero più che mai rigogliose nell'animo suo le memorie, i
desidèri, le speranze, i disegni della vita; val a dire che pensò più
che mai a Lucia. Cosa ne sarebbe di lei, in quel tempo, che il vivere
era come un'eccezione? E, a così poca distanza, non poterne saper
nulla? E rimaner, Dio sa quanto, in una tale incertezza! E quand'anche
questa si fosse poi dissipata, quando, cessato ogni pericolo, venisse
a risaper che Lucia fosse in vita; c'era sempre quell'altro mistero,
quell'imbroglio del voto.--Anderò io, anderò a sincerarmi di tutto in
una volta,--disse tra sè, e lo disse prima d'essere ancora in caso di
reggersi.--Purchè sia viva!--Trovarla, la troverò io; sentirò una volta
da lei proprio, cosa sia questa promessa, le farò conoscere che non
può stare, e la conduco via con me, lei e quella povera Agnese, se è
viva! che m'ha sempre voluto bene, e son sicuro che me ne vuole ancora.
La cattura? eh! adesso hanno altro da pensare, quelli che son vivi.
Giran sicuri, anche qui, certa gente, che n'hann'addosso.... Ci ha a
esser salvocondotto solamente per i birboni? E a Milano, dicono tutti
che l'è una confusione peggio. Se lascio scappare una occasion così
bella,--(La peste! Vedete un poco come ci fa qualche volta adoprar le
parole quel benedetto istinto di riferire e di subordinar tutto a noi
medesimi!)--non ne ritorna più una simile!--

Giova sperare, caro il mio Renzo.

Appena potè strascicarsi, andò in cerca di Bortolo, il quale, fino
allora, aveva potuto scansar la peste, e stava riguardato. Non gli
entrò in casa, ma, datogli una voce dalla strada, lo fece affacciare
alla finestra.

«Ah ah!» disse Bortolo: «l'hai scampata, tu. Buon per te!»

«Sto ancora un po' male in gambe, come vedi, ma, in quanto al pericolo,
ne son fuori.»

«Eh! vorrei esser io ne' tuoi piedi. A dire: sto bene, le altre volte,
pareva di dir tutto; ma ora conta poco. Chi può arrivare a dire: sto
meglio; quella sì è una bella parola!»

Renzo, fatto al cugino qualche buon augurio, gli comunicò la sua
risoluzione.

«Va, questa volta, che il cielo ti benedica,» rispose quello: «cerca di
schivar la giustizia, com'io cercherò di schivare il contagio; e, se
Dio vuole che la ci vada bene a tutt'e due, ci rivedremo.»

«Oh! torno sicuro: e se potessi non tornar solo! Basta; spero.»

«Torna pure accompagnato; che, se Dio vuole, ci sarà da lavorar per
tutti, e ci faremo buona compagnia. Purchè tu mi ritrovi, e che sia
finito questo diavolo d'influsso!»

«Ci rivedremo, ci rivedremo; ci dobbiam rivedere!»

«Torno a dire: Dio voglia!»

Per alquanti giorni, Renzo si tenne in esercizio, per esperimentar le
sue forze, e accrescerle; e appena gli parve di poter far la strada,
si dispose a partire. Si mise sotto panni una cintura, con dentro que'
cinquanta scudi, che non aveva mai intaccati, e de' quali non aveva mai
fatto parola, neppur con Bortolo; prese alcuni altri pochi quattrini,
che aveva messi da parte giorno per giorno, risparmiando su tutto;
prese sotto il braccio un fagottino di panni; si mise in tasca un
benservito, che s'era fatto fare a buon conto, dal secondo padrone,
sotto il nome d'Antonio Rivolta; in un taschino de' calzoni si mise un
coltellaccio, ch'era il meno che un galantuomo potesse portare a que'
tempi; e s'avviò, agli ultimi d'agosto, tre giorni dopo che don Rodrigo
era stato portato al lazzeretto. Prese verso Lecco, volendo, per non
andar così alla cieca a Milano, passar dal suo paese, dove sperava di
trovare Agnese viva, e di cominciare a saper da lei qualcheduna delle
tante cose che si struggeva di sapere.

I pochi guariti dalla peste erano, in mezzo al resto della popolazione,
veramente come una classe privilegiata. Una gran parte dell'altra gente
languiva o moriva; e quelli ch'erano stati fin allora illesi dal morbo,
ne vivevano in continuo timore; andavan riservati, guardinghi, con
passi misurati, con visi sospettosi, con fretta ed esitazione insieme:
chè tutto poteva esser contro di loro arme di ferita mortale. Quegli
altri all'opposto, sicuri a un di presso del fatto loro (giacchè aver
due volte la peste era caso piuttosto prodigioso che raro), giravano
per mezzo al contagio franchi e risoluti; come i cavalieri d'un'epoca
del medio evo, ferrati fin dove ferro ci poteva stare, e sopra
palafreni accomodati anch'essi, per quanto era fattibile, in quella
maniera, andavano a zonzo (donde quella loro gloriosa denominazione
d'erranti), a zonzo e alla ventura, in mezzo a una povera marmaglia
pedestre di cittadini e di villani, che, per ribattere e ammortire
i colpi, non avevano indosso altro che cenci. Bello, savio ed utile
mestiere! mestiere, proprio, da far la prima figura in un trattato
d'economia politica.

Con una tale sicurezza, temperata però dall'inquietudini che il lettore
sa, e contristata dallo spettacolo frequente, dal pensiero incessante
della calamità comune, andava Renzo verso casa sua, sotto un bel
cielo e per un bel paese, ma non incontrando, dopo lunghi tratti di
tristissima solitudine, se non qualche ombra vagante piuttosto che
persona viva, o cadaveri portati alla fossa, senza onor d'esequie,
senza canto, senza accompagnamento. A mezzo circa della giornata, si
fermò in un boschetto, a mangiare un po' di pane e di companatico
che aveva portato con sè. Frutte, n'aveva a sua disposizione, lungo
la strada, anche più del bisogno: fichi, pesche, susine, mele,
quante n'avesse volute; bastava ch'entrasse ne' campi a coglierne,
o a raccattarle sotto gli alberi, dove ce n'era come se fosse
grandinate; giacchè l'anno era straordinariamente abbondante, di frutte
specialmente; e non c'era quasi chi se ne prendesse pensiero: anche
l'uve nascondevano, per dir così, i pampani, ed eran lasciate in balía
del primo occupante.

Verso sera, scoprì il suo paese. A quella vista, quantunque ci dovesse
esser preparato, si sentì dare come una stretta al cuore: fu assalito
in un punto da una folla di rimembranze dolorose, e di dolorosi
presentimenti: gli pareva d'aver negli orecchi que' sinistri tocchi a
martello che l'avevan come accompagnato, inseguito, quand'era fuggito
da que' luoghi; e insieme sentiva, per dir così, un silenzio di morte
che ci regnava attualmente. Un turbamento ancor più forte provò
allo sboccare sulla piazzetta davanti alla chiesa; e ancora peggio
s'aspettava al termine del cammino: chè dove aveva disegnato d'andare a
fermarsi, era a quella casa ch'era stato solito altre volte di chiamar
la casa di Lucia. Ora non poteva essere, tutt'al più, che quella
d'Agnese; e la sola grazia, che sperava dal cielo, era di trovarcela in
vita e in salute. E in quella casa si proponeva di chiedere alloggio,
congetturando bene che la sua non dovesse esser più abitazione che da
topi e da faine.

Non volendo farsi vedere, prese per una viottola di fuori, quella
stessa per cui era venuto in buona compagnia, quella notte così fatta,
per sorprendere il curato. A mezzo circa, c'era da una parte la vigna,
e dall'altra la casetta di Renzo; sicchè, passando, potrebbe entrare un
momento nell'una e nell'altra, a vedere un poco come stesse il fatto
suo.

Andando, guardava innanzi, ansioso insieme e timoroso di veder
qualcheduno; e, dopo pochi passi, vide infatti un uomo in camicia,
seduto in terra, con le spalle appoggiate a una siepe di gelsomini, in
un'attitudine d'insensato: e, a questa, e poi anche alla fisonomia, gli
parve di raffigurar quel povero mezzo scemo di Gervaso ch'era venuto
per secondo testimonio alla sciagurata spedizione. Ma essendosegli
avvicinato, dovette accertarsi ch'era invece quel Tonio così sveglio
che ce l'aveva condotto. La peste, togliendogli il vigore del corpo
insieme e della mente, gli aveva svolto in faccia e in ogni suo atto
un piccolo e velato germe di somiglianza che aveva con l'incantato
fratello.

«Oh Tonio!» gli disse Renzo, fermandosegli davanti: «sei tu?» Tonio
alzò gli occhi, senza mover la testa.

«Tonio! non mi riconosci?»

«A chi la tocca, la tocca,» rispose Tonio, rimanendo poi con la bocca
aperta.

«L'hai addosso eh? povero Tonio; ma non mi riconosci più?»

«A chi la tocca, la tocca,» replicò quello, con un certo sorriso
sciocco. Renzo, vedendo che non ne caverebbe altro, seguitò la sua
strada, più contristato. Ed ecco spuntar da una cantonata, e venire
avanti una cosa nera, che riconobbe subito per don Abbondio. Camminava
adagio adagio, portando il bastone come chi n'è portato a vicenda; e
di mano in mano che s'avvicinava, sempre più si poteva conoscere nel
suo volto pallido e smunto, e in ogni atto, che anche lui doveva aver
passata la sua burrasca. Guardava anche lui; gli pareva e non gli
pareva: vedeva qualcosa di forestiero nel vestiario; ma era appunto
forestiero di quel di Bergamo.

--È lui senz'altro!--disse tra sè, e alzò le mani al cielo, con un
movimento di maraviglia scontenta, restandogli sospeso in aria il
bastone che teneva nella destra; e si vedevano quelle povere braccia
ballar nelle maniche, dove altre volte stavano appena per l'appunto.
Renzo gli andò incontro, allungando il passo, e gli fece una riverenza;
che, sebbene si fossero lasciati come sapete, era però sempre il suo
curato.

«Siete qui, voi?» esclamò don Abbondio.

«Son qui, come lei vede. Si sa niente di Lucia?»

«Che volete che se ne sappia? Non se ne sa niente. È a Milano, se pure
è ancora in questo mondo. Ma voi....»

«E Agnese, è viva?»

«Può essere; ma chi volete che lo sappia? non è qui. Ma...»

«Dov'è?»

«È andata a starsene nella Valsassina, da que' suoi parenti, a Pasturo,
sapete bene; chè là dicono che la peste non faccia il diavolo come qui.
Ma voi, dico....»

«Questa la mi dispiace. E il padre Cristoforo....?»

«È andato via che è un pezzo. Ma...»

«Lo sapevo; me l'hanno fatto scrivere: domandavo se per caso fosse
tornato da queste parti.»

«Oh giusto! non se n'è più sentito parlare. Ma voi....»

«La mi dispiace anche questa.»

«Ma voi, dico, cosa venite a far da queste parti, per l'amor del cielo!
Non sapete che bagattella di cattura...?»

«Cosa m'importa? Hanno altro da pensare. Ho voluto venire anch'io una
volta a vedere i fatti miei. E non si sa proprio....?»

«Cosa volete vedere? che or ora non c'è più nessuno, non c'è più
niente. E dico, con quella bagattella di cattura, venir qui, proprio
in paese, in bocca al lupo, c'è giudizio? Fate a modo d'un vecchio che
è obbligato ad averne più di voi, e che vi parla per l'amore che vi
porta; legatevi le scarpe bene, e, prima che nessuno vi veda, tornate
di dove siete venuto; e se siete stato visto, tanto più tornatevene di
corsa. Vi pare che sia aria per voi, questa? Non sapete che sono venuti
a cercarvi, che hanno frugato, frugato, buttato sottosopra...»

«Lo so pur troppo, birboni!»

«Ma dunque...!»

«Ma se le dico che non ci penso. E colui, è vivo ancora? è qui?»

«Vi dico che non c'è nessuno; vi dico che non pensiate alle cose di
qui; vi dico che....»

«Domando se è qui, colui.»

«Oh santo cielo! Parlate meglio. Possibile che abbiate ancora addosso
tutto quel fuoco, dopo tante cose!»

«C'è, o non c'è?»

«Non c'è, via. Ma, e la peste, figliuolo, la peste! Chi è che vada in
giro, in questi tempi?»

«Se non ci fosse altro che la peste in questo mondo.... dico per me:
l'ho avuta, e son franco.»

«Ma dunque! ma dunque! non sono avvisi questi? Quando se n'è scampata
una di questa sorte, mi pare che si dovrebbe ringraziare il cielo,
e....»

«Lo ringrazio bene.»

«E non andarne a cercar dell'altre, dico. Fate a modo mio....»

«L'ha avuta anche lei, signor curato, se non m'inganno.»

«Se l'ho avuta! Perfida e infame è stata: son qui per miracolo: basta
dire che m'ha conciato in questa maniera che vedete. Ora avevo proprio
bisogno d'un po' di quiete, per rimettermi in tono: via, cominciavo
a stare un po' meglio.... In nome del cielo, cosa venite a far qui?
Tornate....»

«Sempre l'ha con questo tornare, lei. Per tornare, tanto n'avevo a non
movermi. Dice: cosa venite? cosa venite? Oh bella! vengo, anch'io, a
casa mia.»

«Casa vostra....»

«Mi dica; ne son morti molti qui?...»

«Eh eh!» esclamò don Abbondio; e, cominciando da Perpetua, nominò una
filastrocca di persone e di famiglie intere. Renzo s'aspettava pur
troppo qualcosa di simile; ma al sentir tanti nomi di persone che
conosceva, d'amici, di parenti, stava addolorato, col capo basso,
esclamando ogni momento: «poverino! poverina! poverini!»

«Vedete!» continuò don Abbondio: «e non è finita. Se quelli che restano
non metton giudizio questa volta, e scacciar tutti i grilli dalla
testa, non c'è più altro che la fine del mondo.»

«Non dubiti; che già non fo conto di fermarmi qui.»

«Ah! sia ringraziato il cielo, che la v'è entrata! E, già s'intende,
fate ben conto di ritornar sul bergamasco.»

«Di questo non si prenda pensiero.»

«Che! non vorreste già farmi qualche sproposito peggio di questo?»

«Lei non ci pensi, dico; tocca a me: non son più un bambino: ho l'uso
della ragione. Spero che, a buon conto, non dirà a nessuno d'avermi
visto. È sacerdote; sono una sua pecora: non mi vorrà tradire.»

«Ho inteso,» disse don Abbondio, sospirando stizzosamente: «ho inteso.
Volete rovinarvi voi, e rovinarmi me. Non vi basta di quelle che avete
passate voi; non vi basta di quelle che ho passate io. Ho inteso, ho
inteso.» E, continuando a borbottar tra i denti quest'ultime parole,
riprese per la sua strada.

Renzo rimase lì tristo e scontento, a pensar dove anderebbe a fermarsi.
In quella enumerazion di morti fattagli da don Abbondio, c'era una
famiglia di contadini portata via tutta dal contagio, salvo un
giovinetto, dell'età di Renzo a un di presso, e suo compagno fin da
piccino; la casa era pochi passi fuori del paese. Pensò d'andar lì.

E andando, passò davanti alla sua vigna; e già dal di fuori potè subito
argomentare in che stato la fosse. Una vetticciola, una fronda d'albero
di quelli che ci aveva lasciati, non si vedeva passare il muro; se
qualcosa si vedeva, era tutta roba venuta in sua assenza. S'affacciò
all'apertura (del cancello non c'eran più neppure i gangheri); diede
un'occhiata in giro: povera vigna! Per due inverni di seguito, la gente
del paese era andata a far legna «nel luogo di quel poverino,» come
dicevano. Viti, gelsi, frutti d'ogni sorte, tutto era stato strappato
alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi
dell'antica coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure
segnavano la traccia de' filari desolati; qua e là, rimessiticci o
getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di susini; ma anche
questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta
generazione, nata e cresciuta senza l'aiuto della man dell'uomo. Era
una marmaglia d'ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli,
d'avene salvatiche, d'amaranti verdi, di radicchielle, d'acetoselle,
di panicastrelle e d'altrettali piante; di quelle, voglio dire, di
cui il contadino d'ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo,
denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di
steli, che facevano a soverchiarsi l'uno con l'altro nell'aria, o a
passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto
per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento
colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette,
ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri. Tra questa
marmaglia di piante ce n'era alcune di più rilevate e vistose, non però
migliori, almeno la più parte: l'uva turca, più alta di tutte, co' suoi
rami allargati, rosseggianti, co' suoi pomposi foglioni verdecupi,
alcuni già orlati di porpora, co' suoi grappoli ripiegati, guarniti
di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in
cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran
foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all'aria, e le lunghe spighe
sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne' rami,
nelle foglie, ne' calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi o
porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli
argentei e leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e
avvoltati a' nuovi rampolli d'un gelso, gli avevan tutti ricoperti
delle lor foglie ciondoloni, e spenzolavano dalla cima di quelli le lor
campanelle candide e molli: là una zucca salvatica, co' suoi chicchi
vermigli, s'era avviticchiata ai nuovi tralci d'una vite; la quale,
cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi
viticci a quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie
poco diverse, si tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai
deboli che si prendon l'uno con l'altro per appoggio. Il rovo era per
tutto; andava da una pianta all'altra, saliva, scendeva, ripiegava i
rami o gli stendeva, secondo gli riuscisse; e, attraversato davanti al
limitare stesso, pareva che fosse lì per contrastare il passo, anche al
padrone.

Ma questo non si curava d'entrare in una tal vigna; e forse non istette
tanto a guardarla, quanto noi a farne questo po' di schizzo. Tirò di
lungo: poco lontano c'era la sua casa; attraversò l'orto, camminando
fino a mezza gamba tra l'erbacce di cui era popolato, coperto, come
la vigna. Mise piede sulla soglia d'una delle due stanze che c'era a
terreno: al rumore de' suoi passi, al suo affacciarsi, uno scompiglio,
uno scappare incrocicchiato di topacci, un cacciarsi dentro il
sudiciume che copriva tutto il pavimento: era ancora il letto de'
lanzichenecchi. Diede un'occhiata alle pareti: scrostate, imbrattate,
affumicate. Alzò gli occhi al palco: un parato di ragnateli. Non c'era
altro. Se n'andò anche di là, mettendosi le mani ne' capelli; tornò
indietro, rifacendo il sentiero che aveva aperto lui, un momento
prima; dopo pochi passi, prese un'altra straducola a mancina, che
metteva ne' campi; e senza veder nè sentire anima vivente, arrivò
vicino alla casetta dove aveva pensato di fermarsi. Già principiava
a farsi buio. L'amico era sull'uscio, a sedere sur un panchetto di
legno, con le braccia incrociate, con gli occhi fissi al cielo, come
un uomo sbalordito dalle disgrazie, e insalvatichito dalla solitudine.
Sentendo un calpestío, si voltò a guardar chi fosse, e, a quel che gli
parve di vedere così al barlume, tra i rami e le fronde, disse, ad
alta voce, rizzandosi e alzando le mani: «non ci son che io? non ne ho
fatto abbastanza ieri? Lasciatemi un po' stare, che sarà anche questa
un'opera di misericordia.»

Renzo, non sapendo cosa volesse dir questo, gli rispose chiamandolo per
nome.

«Renzo!....» disse quello, esclamando insieme e interrogando.

«Proprio,» disse Renzo; e si corsero incontro.

«Sei proprio tu!» disse l'amico, quando furon vicini: «oh che gusto ho
di vederti! Chi l'avrebbe pensato? T'avevo preso per Paolin de' morti,
che vien sempre a tormentarmi, perchè vada a sotterrare. Sai che son
rimasto solo? solo! solo, come un romito!»

«Lo so pur troppo,» disse Renzo. E così, barattando e mescolando in
fretta saluti, domande e risposte, entrarono insieme nella casuccia. E
lì, senza sospendere i discorsi, l'amico si mise in faccende per fare
un po' d'onore a Renzo, come si poteva così all'improvviso e in quel
tempo. Mise l'acqua al fuoco, e cominciò a far la polenta; ma cedè poi
il matterello a Renzo, perchè la dimenasse; e se n'andò dicendo: «son
rimasto solo; ma! son rimasto solo!»

Tornò con un piccol secchio di latte, con un po' di carne secca, con un
paio di raveggioli, con fichi e pesche; e posato il tutto, scodellata
la polenta sulla taffería, si misero insieme a tavola, ringraziandosi
scambievolmente, l'uno della visita, l'altro del ricevimento. E, dopo
un'assenza di forse due anni, si trovarono a un tratto molto più amici
di quello che avesser mai saputo d'essere nel tempo che si vedevano
quasi ogni giorno; perchè all'uno e all'altro, dice qui il manoscritto,
eran toccate di quelle cose che fanno conoscere che balsamo sia
all'animo la benevolenza; tanto quella che si sente, quanto quella che
si trova negli altri.

Certo, nessuno poteva tenere presso di Renzo il luogo d'Agnese,
nè consolarlo della di lei assenza, non solo per quell'antica e
speciale affezione, ma anche perchè, tra le cose che a lui premeva di
decifrare, ce n'era una di cui essa sola aveva la chiave. Stette un
momento tra due, se dovesse continuare il suo viaggio, o andar prima
in cerca d'Agnese, giacchè n'era così poco lontano; ma, considerato
che della salute di Lucia, Agnese non ne saprebbe nulla, restò nel
primo proposito d'andare addirittura a levarsi questo dubbio, a aver
la sua sentenza, e di portar poi lui le nuove alla madre. Però, anche
dall'amico seppe molte cose che ignorava, e di molte venne in chiaro
che non sapeva bene, sui casi di Lucia, e sulle persecuzioni che gli
avevan fatte a lui, e come don Rodrigo se n'era andato con la coda tra
le gambe, e non s'era più veduto da quelle parti; insomma su tutto
quell'intreccio di cose. Seppe anche (e non era per Renzo cognizione
di poca importanza) come fosse proprio il casato di don Ferrante: chè
Agnese gliel aveva bensì fatto scrivere dal suo segretario; ma sa il
cielo com'era stato scritto; e l'interprete bergamasco, nel leggergli
la lettera, n'aveva fatta una parola tale, che, se Renzo fosse andato
con essa a cercar ricapito di quella casa in Milano, probabilmente non
avrebbe trovato persona che indovinasse di chi voleva parlare. Eppure
quello era l'unico filo che avesse, per andar in cerca di Lucia. In
quanto alla giustizia, potè confermarsi sempre più ch'era un pericolo
abbastanza lontano, per non darsene gran pensiero: il signor podestà
era morto di peste: chi sa quando se ne manderebbe un altro; anche la
sbirraglia se n'era andata la più parte; quelli che rimanevano, avevan
tutt'altro da pensare che alle cose vecchie.

Raccontò anche lui all'amico le sue vicende, e n'ebbe in contraccambio
cento storie, del passaggio dell'esercito, della peste, d'untori, di
prodigi. «Son cose brutte,» disse l'amico, accompagnando Renzo in una
camera che il contagio aveva resa disabitata; «cose che non si sarebbe
mai creduto di vedere; cose da levarvi l'allegria per tutta la vita; ma
però, a parlarne tra amici, è un sollievo.»

Allo spuntar del giorno, eran tutt'e due in cucina; Renzo in arnese
da viaggio, con la sua cintura nascosta sotto il farsetto, e il
coltellaccio nel taschino de' calzoni: il fagottino, per andar più
lesto, lo lasciò in deposito presso all'ospite. «Se la mi va bene,» gli
disse, «se la trovo in vita, se..... basta.... ripasso di qui; corro a
Pasturo, a dar la buona nuova a quella povera Agnese, e poi, e poi....
Ma se, per disgrazia, per disgrazia che Dio non voglia..... allora,
non so quel che farò, non so dov'anderò: certo, da queste parti non mi
vedete più.» E così parlando, ritto sulla soglia dell'uscio, con la
testa per aria, guardava, con un misto di tenerezza e d'accoramento,
l'aurora del suo paese, che non aveva più veduta da tanto tempo.
L'amico gli disse, come s'usa, di sperar bene; volle che prendesse con
sè qualcosa da mangiare; l'accompagnò per un pezzetto di strada, e lo
lasciò con nuovi augúri.

Renzo, s'incamminò con la sua pace, bastandogli d'arrivar vicino
a Milano in quel giorno, per entrarci il seguente, di buon'ora, e
cominciar subito la sua ricerca. Il viaggio fu senza accidenti e senza
nulla che potesse distrar Renzo da' suoi pensieri, fuorchè le solite
miserie e malinconie. Come aveva fatto il giorno avanti, si fermò a
suo tempo, in un boschetto a mangiare un boccone, e a riposarsi.
Passando per Monza, davanti a una bottega aperta, dove c'era de' pani
in mostra, ne chiese due, per non rimanere sprovvisto, in ogni caso.
Il fornaio gl'intimò di non entrare, e gli porse sur una piccola pala
una scodelletta, con dentro acqua e aceto, dicendogli che buttasse lì i
danari; e fatto questo, con certe molle, gli porse, l'uno dopo l'altro,
i due pani, che Renzo si mise uno per tasca.

Verso sera, arriva a Greco, senza però saperne il nome; ma, tra un po'
di memoria de' luoghi, che gli era rimasta dell'altro viaggio, e il
calcolo del cammino fatto da Monza in poi, congetturando che doveva
esser poco lontano dalla città, uscì dalla strada maestra, per andar
ne' campi in cerca di qualche cascinotto, e lì passar la notte; chè con
osterie non si voleva impicciare. Trovò meglio di quel che cercava:
vide un'apertura in una siepe che cingeva il cortile d'una cascina;
entrò a buon conto. Non c'era nessuno: vide da un canto, un gran
portico, con sotto del fieno ammontato, e a quello appoggiata una scala
a mano; diede un'occhiata in giro, e poi salì alla ventura; s'accomodò
per dormire, e infatti s'addormentò subito, per non destarsi che
all'alba. Allora, andò carpon carponi verso l'orlo di quel gran letto;
mise la testa fuori, e non vedendo nessuno, scese di dov'era salito,
uscì di dov'era entrato, s'incamminò per viottole, prendendo per sua
stella polare il duomo; e dopo un brevissimo cammino, venne a sbucar
sotto le mura di Milano, tra porta Orientale e porta Nuova, e molto
vicino a questa.




                            CAPITOLO XXXIV.


In quanto alla maniera di penetrare in città, Renzo aveva sentito,
così all'ingrosso, che c'eran ordini severissimi di non lasciar
entrar nessuno, senza bulletta di sanità; ma che in vece ci s'entrava
benissimo, chi appena sapesse un po' aiutarsi e cogliere il momento.
Era infatti così; e lasciando anche da parte le cause generali, per
cui in que' tempi ogni ordine era poco eseguito; lasciando da parte
le speciali, che rendevano così malagevole la rigorosa esecuzione di
questo; Milano si trovava ormai in tale stato, da non veder cosa
giovasse guardarlo, e da cosa; e chiunque ci venisse, poteva parer
piuttosto noncurante della propria salute, che pericoloso a quella de'
cittadini.

Su queste notizie, il disegno di Renzo era di tentare d'entrar dalla
prima porta a cui si fosse abbattuto; se ci fosse qualche intoppo,
riprender le mura di fuori, finchè ne trovasse un'altra di più facile
accesso. E sa il cielo quante porte s'immaginava che Milano dovesse
avere. Arrivato dunque sotto le mura, si fermò a guardar d'intorno,
come fa chi, non sapendo da che parte gli convenga di prendere, par che
n'aspetti, e ne chieda qualche indizio da ogni cosa. Ma, a destra e a
sinistra, non vedeva che due pezzi d'una strada storta; dirimpetto, un
tratto di mura; da nessuna parte, nessun segno d'uomini viventi: se non
che, da un certo punto del terrapieno, s'alzava una colonna d'un fumo
oscuro e denso, che salendo s'allargava e s'avvolgeva in ampi globi,
perdendosi poi nell'aria immobile e bigia. Eran vestiti, letti e altre
masserizie infette che si bruciavano: e di tali triste fiammate se ne
faceva di continuo, non lì soltanto, ma in varie parti delle mura.

Il tempo era chiuso, l'aria pesante, il cielo velato per tutto da una
nuvola o da un nebbione uguale, inerte, che pareva negare il sole,
senza prometter la pioggia; la campagna d'intorno, parte incolta,
e tutta arida; ogni verzura scolorita, e neppure una gocciola di
rugiada sulle foglie passe e cascanti. Per di più, quella solitudine,
quel silenzio, così vicino a una gran città, aggiungevano una nuova
costernazione all'inquietudine di Renzo, e rendevan più tetri tutti i
suoi pensieri.

Stato lì alquanto, prese la diritta, alla ventura, andando, senza
saperlo, verso porta Nuova, della quale, quantunque vicina, non poteva
accorgersi, a cagione d'un baluardo, dietro cui era allora nascosta.
Dopo pochi passi, principiò a sentire un tintinnío di campanelli, che
cessava e ricominciava ogni tanto, e poi qualche voce d'uomo. Andò
avanti e, passato il canto del baluardo, vide per la prima cosa, un
casotto di legno, e sull'uscio, una guardia appoggiata al moschetto,
con una cert'aria stracca e trascurata: dietro c'era uno stecconato,
e dietro quello, la porta, cioè due alacce di muro, con una tettoia
sopra, per riparare i battenti; i quali erano spalancati, come pure il
cancello dello stecconato. Però, davanti appunto all'apertura, c'era
in terra un tristo impedimento: una barella, sulla quale due monatti
accomodavano un poverino, per portarlo via. Era il capo de' gabellieri,
a cui, poco prima, s'era scoperta la peste. Renzo si fermò, aspettando
la fine: partito il convoglio, e non venendo nessuno a richiudere il
cancello, gli parve tempo, e ci s'avviò in fretta; ma la guardia, con
una manieraccia, gli gridò: «olà!» Renzo si fermò di nuovo su due
piedi, e, datogli d'occhio, tirò fuori un mezzo ducatone, e glielo
fece vedere. Colui, o che avesse già avuta la peste, o che la temesse
meno di quel che amava i mezzi ducatoni, accennò a Renzo che glielo
buttasse; e vistoselo volar subito a' piedi, susurrò: «va innanzi
presto.» Renzo non se lo fece dir due volte; passò lo stecconato, passò
la porta, andò avanti, senza che nessuno s'accorgesse di lui, o gli
badasse; se non che, quando ebbe fatti forse quaranta passi, sentì un
altro «olà» che un gabelliere gli gridava dietro. Questa volta, fece
le viste di non sentire, e, senza voltarsi nemmeno, allungò il passo.
«Olà!» gridò di nuovo il gabelliere, con una voce però che indicava più
impazienza che risoluzione di farsi ubbidire; e non essendo ubbidito,
alzò le spalle, e tornò nella sua casaccia, come persona a cui premesse
più di non accostarsi troppo ai passeggieri, che d'informarsi de' fatti
loro.

La strada che Renzo aveva presa, andava allora, come adesso, diritta
fino al canale detto il _Naviglio_: i lati erano siepi o muri d'orti,
chiese e conventi, e poche case. In cima a questa strada, e nel mezzo
di quella che costeggia il canale, c'era una colonna, con una croce
detta la croce di sant'Eusebio. E per quanto Renzo guardasse innanzi,
non vedeva altro che quella croce. Arrivato al crocicchio che divide la
strada circa alla metà, e guardando dalle due parti, vide a diritta, in
quella strada che si chiama lo stradone di santa Teresa, un cittadino
che veniva appunto verso di lui.--Un cristiano, finalmente!--disse tra
sè; e si voltò subito da quella parte, pensando di farsi insegnar la
strada da lui. Questo pure aveva visto il forestiero che s'avanzava;
e andava squadrandolo da lontano, con uno sguardo sospettoso; e tanto
più, quando s'accorse che, in vece d'andarsene per i fatti suoi, gli
veniva incontro. Renzo, quando fu poco distante, si levò il cappello,
da quel montanaro rispettoso che era; e tenendolo con la sinistra,
mise l'altra mano nel cocuzzolo, e andò più direttamente verso lo
sconosciuto. Ma questo, stralunando gli occhi affatto, fece un passo
addietro, alzò un noderoso bastone e voltata la punta, ch'era di ferro,
alla vita di Renzo, gridò: «via! via! via!»

«Oh oh!» gridò il giovine anche lui; rimise il cappello in testa,
e, avendo tutt'altra voglia, come diceva poi, quando raccontava la
cosa, che di metter su lite in quel momento, voltò le spalle a quello
stravagante, e continuò la sua strada, o, per meglio dire, quella in
cui si trovava avviato.

L'altro tirò avanti anche lui per la sua, tutto fremente, e voltandosi,
ogni momento, indietro. E arrivato a casa, raccontò che gli s'era
accostato un untore, con un'aria umile, mansueta, con un viso d'infame
impostore, con lo scatolino dell'unto, o l'involtino della polvere
(non era ben certo qual de' due) in mano, nel cocuzzolo del cappello,
per fargli il tiro, se lui non l'avesse saputo tener lontano. «Se mi
s'accostava un passo di più,» soggiunse, «l'infilavo addirittura,
prima che avesse tempo d'accomodarmi me, il birbone. La disgrazia fu
ch'eravamo in un luogo così solitario, che se era in mezzo Milano,
chiamavo gente, e mi facevo aiutare a acchiapparlo. Sicuro che gli si
trovava quella scellerata porcheria nel cappello. Ma lì da solo a solo,
mi son dovuto contentare di fargli paura, senza risicare di cercarmi
un malanno; perchè un po' di polvere è subito buttata; e coloro hanno
una destrezza particolare; e poi hanno il diavolo dalla loro. Ora sarà
in giro per Milano: chi sa che strage fa!» E fin che visse, che fu per
molt'anni, ogni volta che si parlasse d'untori, ripeteva la sua storia,
e soggiungeva: «quelli che sostengono ancora che non era vero, non lo
vengano a dire a me; perchè le cose bisogna averle viste.»

Renzo, lontano dall'immaginarsi come l'avesse scampata bella, e
agitato più dalla rabbia che dalla paura, pensava, camminando,
a quell'accoglienza, e indovinava bene a un di presso ciò che
lo sconosciuto aveva pensato di lui; ma la cosa gli pareva così
irragionevole, che concluse tra sè che colui doveva essere un qualche
mezzo matto.--La principia male,--pensava però:--par che ci sia un
pianeta per me, in questo Milano. Per entrare, tutto mi va a seconda;
e poi, quando ci son dentro, trovo i dispiaceri lì apparecchiati.
Basta.... coll'aiuto di Dio.... se trovo.... se ci riesco a
trovare.... eh! tutto sarà stato niente.--

Arrivato al ponte, voltò, senza esitare, a sinistra, nella strada di
san Marco, parendogli, a ragione, che dovesse condurre verso l'interno
della città. E andando avanti, guardava in qua e in là, per veder se
poteva scoprire qualche creatura umana; ma non ne vide altra che uno
sformato cadavere nel piccol fosso che corre tra quelle poche case (che
allora erano anche meno), e un pezzo della strada. Passato quel pezzo,
sentì gridare: «o quell'uomo!» e guardando da quella parte, vide poco
lontano, a un terrazzino d'una casuccia isolata, una povera donna, con
una nidiata di bambini intorno; la quale, seguitandolo a chiamare, gli
fece cenno anche con la mano. Ci andò di corsa; e quando fu vicino, «o
quel giovine,» disse quella donna: «per i vostri poveri morti, fate la
carità d'andare a avvertire il commissario che siamo qui dimenticati.
Ci hanno chiusi in casa come sospetti, perchè il mio povero marito è
morto; ci hanno inchiodato l'uscio, come vedete; e da ier mattina,
nessuno è venuto a portarci da mangiare. In tante ore che siam qui, non
m'è mai capitato un cristiano che me la facesse questa carità: e questi
poveri innocenti moion di fame.»

«Di fame!» esclamò Renzo; e, cacciate le mani nelle tasche, «ecco,
ecco,» disse, tirando fuori i due pani: «calatemi giù qualcosa da
metterli dentro.»

«Dio ve ne renda merito; aspettate un momento,» disse quella donna; e
andò a cercare un paniere, e una fune da calarlo, come fece. A Renzo
intanto gli vennero in mente que' pani che aveva trovati vicino alla
croce, nell'altra sua entrata in Milano, e pensava:--ecco: è una
restituzione, e forse meglio che se gli avessi restituiti al proprio
padrone; perchè qui è veramente un'opera di misericordia.--

«In quanto al commissario che dite, la mia donna,» disse poi, mettendo
i pani nel paniere, «io non vi posso servire in nulla; perchè, per
dirvi la verità, son forestiero, e non son niente pratico di questo
paese. Però, se incontro qualche uomo un po' domestico e umano, da
potergli parlare, lo dirò a lui.»

La donna lo pregò che facesse così, e gli disse il nome della strada,
onde lui sapesse indicarla.

«Anche voi,» riprese Renzo, «credo che potrete farmi un piacere, una
vera carità, senza vostro incomodo. Una casa di cavalieri, di gran
signoroni, qui di Milano, casa ***, sapreste insegnarmi dove sia?»

«So che la c'è questa casa,» rispose la donna: «ma dove sia, non lo
so davvero. Andando avanti di qua, qualcheduno che ve la insegni, lo
troverete. E ricordatevi di dirgli anche di noi.»

«Non dubitate,» disse Renzo, e andò avanti.

A ogni passo, sentiva crescere e avvicinarsi un rumore che già aveva
cominciato a sentire mentre era lì fermo a discorrere: un rumor di
ruote e di cavalli, con un tintinnío di campanelli, e ogni tanto
un chioccar di fruste, con un accompagnamento d'urli. Guardava
innanzi, ma non vedeva nulla. Arrivato allo sbocco di quella strada,
scoprendosegli davanti la piazza di san Marco, la prima cosa che gli
diede nell'occhio, furon due travi ritte, con una corda, e con certe
carrucole; e non tardò a riconoscere (ch'era cosa famigliare in quel
tempo) l'abbominevole macchina della tortura. Era rizzata in quel
luogo, e non in quello soltanto, ma in tutte le piazze e nelle strade
più spaziose, affinchè i deputati d'ogni quartiere, muniti a questo
d'ogni facoltà più arbitraria, potessero farci applicare immediatamente
chiunque par esse loro meritevole di pena: o sequestrati che uscissero
di casa, o subalterni che non facessero il loro dovere, o chiunque
altro. Era uno di que' rimedi eccessivi e inefficaci de' quali, a quel
tempo, e in que' momenti specialmente, si faceva tanto scialacquío.

Ora, mentre Renzo guarda quello strumento, pensando perchè possa essere
alzato in quel luogo, sente avvicinarsi sempre più il rumore, e vede
spuntar dalla cantonata della chiesa un uomo che scoteva un campanello:
era un apparitore; e dietro a lui due cavalli che, allungando il collo,
e puntando le zampe, venivano avanti a fatica; e strascinato da quelli,
un carro di morti, e dopo quello un altro, e poi un altro e un altro;
e di qua e di là, monatti alle costole de' cavalli, spingendoli, a
frustate, a punzoni, a bestemmie. Eran que' cadaveri, la più parte
ignudi, alcuni mal involtati in qualche cencio, ammonticchiati,
intrecciati insieme, come un gruppo di serpi che lentamente si svolgano
al tepore della primavera; che, a ogni intoppo, a ogni scossa, si
vedevan que' mucchi funesti tremolare e scompaginarsi bruttamente,
e ciondolar teste, e chiome verginali arrovesciarsi, e braccia
svincolarsi, e batter sulle rote, mostrando all'occhio già inorridito
come un tale spettacolo poteva divenire più doloroso e più sconcio.

Il giovine s'era fermato sulla cantonata della piazza, vicino alla
sbarra del canale, e pregava intanto per que' morti sconosciuti. Un
atroce pensiero gli balenò in mente:--forse là, là insieme, là sotto...
Oh, Signore! fate che non sia vero! fate ch'io non ci pensi!--

Passato il convoglio funebre, Renzo si mosse, attraversò la piazza,
prendendo lungo il canale a mancina, senz'altra ragione della scelta,
se non che il convoglio era andato dall'altra parte. Fatti que'
quattro passi tra il fianco della chiesa e il canale, vide a destra il
ponte Marcellino; prese di lì, e riuscì in Borgo Nuovo. E guardando
innanzi, sempre con quella mira di trovar qualcheduno da farsi
insegnar la strada, vide in fondo a quella un prete in farsetto, con
un bastoncino in mano, ritto vicino a un uscio socchiuso, col capo
chinato, e l'orecchio allo spiraglio; e poco dopo lo vide alzar la
mano e benedire. Congetturò quello ch'era di fatto, cioè che finisse
di confessar qualcheduno; e disse tra sè:--questo è l'uomo che fa per
me. Se un prete, in funzion di prete, non ha un po' di carità, un po'
d'amore e di buona grazia, bisogna dire che non ce ne sia più in questo
mondo.--

Intanto il prete, staccatosi dall'uscio, veniva dalla parte di Renzo,
tenendosi, con gran riguardo, nel mezzo della strada. Renzo, quando gli
fu vicino, si levò il cappello, e gli accennò che desiderava parlargli,
fermandosi nello stesso tempo, in maniera da fargli intendere che non
si sarebbe accostato di più. Quello pure si fermò, in atto di stare a
sentire, puntando però in terra il suo bastoncino davanti a sè, come
per farsene un baluardo. Renzo espose la sua domanda, alla quale il
prete soddisfece, non solo con dirgli il nome della strada dove la
casa era situata, ma dandogli anche, come vide che il poverino n'aveva
bisogno, un po' d'itinerario; indicandogli, cioè, a forza di diritte
e di mancine, di chiese e di croci, quell'altre sei o otto strade che
aveva da passare per arrivarci.

«Dio la mantenga sano, in questi tempi, e sempre,» disse Renzo: e
mentre quello si moveva per andarsene, «un'altra carità,» soggiunse;
e gli disse della povera donna dimenticata. Il buon prete ringraziò
lui d'avergli dato occasione di fare una carità così necessaria; e,
dicendo che andava ad avvertire chi bisognava, tirò avanti. Renzo
si mosse anche lui, e, camminando, cercava di fare a sè stesso una
ripetizione dell'itinerario, per non esser da capo a dover domandare
a ogni cantonata. Ma non potreste immaginarvi come quell'operazione
gli riuscisse penosa, e non tanto per la difficoltà della cosa in
sè, quanto per un nuovo turbamento che gli era nato nell'animo. Quel
nome della strada, quella traccia del cammino l'avevan messo così
sottosopra. Era l'indizio che aveva desiderato e domandato, e del
quale non poteva far di meno; nè gli era stato detto nient'altro,
da che potesse ricavare nessun augurio sinistro; ma che volete?
quell'idea un po' più distinta d'un termine vicino, dove uscirebbe
d'una grand'incertezza, dove potrebbe sentirsi dire: è viva, o sentirsi
dire: è morta; quell'idea l'aveva così colpito, che, in quel momento,
gli sarebbe piaciuto più di trovarsi ancora al buio di tutto, d'essere
al principio del viaggio, di cui ormai toccava la fine. Raccolse però
le sue forze, e disse a sè stesso:--ehi! se principiamo ora a fare il
ragazzo, com'anderà?--Così rinfrancato alla meglio, seguitò la sua
strada, inoltrandosi nella città.

Quale città! e cos'era mai, al paragone, quello ch'era stata l'anno
avanti, per cagion della fame!

Renzo s'abbatteva appunto a passare per una delle parti più squallide e
più desolate: quella crociata di strade che si chiamava il _carrobio_
di porta Nuova. (C'era allora una croce nel mezzo, e, dirimpetto ad
essa, accanto a dove ora è san Francesco di Paola, una vecchia chiesa
col titolo di sant'Anastasia.) Tanta era stata in quel vicinato la
furia del contagio, e il fetor de' cadaveri lasciati lì, che i pochi
rimasti vivi erano stati costretti a sgomberare: sicchè, alla mestizia
che dava al passeggiero quell'aspetto di solitudine e d'abbandono,
s'aggiungeva l'orrore e lo schifo delle tracce e degli avanzi della
recente abitazione. Renzo affrettò il passo, facendosi coraggio col
pensare che la meta non doveva essere così vicina, e sperando che,
prima d'arrivarci, troverebbe mutata, almeno in parte, la scena; e
infatti, di lì a non molto riuscì in un luogo che poteva pur dirsi
città di viventi; ma quale città ancora, e quali viventi! Serrati,
per sospetto e per terrore, tutti gli usci di strada, salvo quelli
che fossero spalancati per esser le case disabitate, o invase; altri
inchiodati e sigillati, per esser nelle case morta o ammalata gente
di peste; altri segnati d'una croce fatta col carbone, per indizio ai
monatti, che c'eran de' morti da portar via: il tutto più alla ventura
che altro, secondo che si fosse trovato piuttosto qua che là un qualche
commissario della Sanità o altro impiegato, che avesse voluto eseguir
gli ordini, o fare un'angheria. Per tutto cenci e, più ributtanti
de' cenci, fasce marciose, strame ammorbato, o lenzoli buttati dalle
finestre; talvolta corpi, o di persone morte all'improvviso, nella
strada, e lasciati lì fin che passasse un carro da portarli via, o
cascati da' carri medesimi, o buttati anch'essi dalle finestre: tanto
l'insistere e l'imperversar del disastro aveva insalvatichiti gli
animi, e fatto dimenticare ogni cura di pietà, ogni riguardo sociale!
Cessato per tutto ogni rumor di botteghe, ogni strepito di carrozze,
ogni grido di venditori, ogni chiacchierío di passeggieri, era ben
raro che quel silenzio di morte fosse rotto da altro che da rumor di
carri funebri, da lamenti di poveri, da rammarichío d'infermi, da urli
di frenetici, da grida di monatti. All'alba, a mezzogiorno, a sera,
una campana del duomo dava il segno di recitar certe preci assegnate
dall'arcivescovo: a quel tocco rispondevan le campane dell'altre
chiese; e allora avreste veduto persone affacciarsi alle finestre, a
pregare in comune; avreste sentito un bisbiglio di voci e di gemiti,
che spirava una tristezza mista pure di qualche conforto.

Morti a quell'ora forse i due terzi de' cittadini, andati via o
ammalati una buona parte del resto, ridotto quasi a nulla il concorso
della gente di fuori, de' pochi che andavan per le strade, non se ne
sarebbe per avventura, in un lungo giro, incontrato uno solo in cui
non si vedesse qualcosa di strano, e che dava indizio d'una funesta
mutazione di cose. Si vedevano gli uomini più qualificati, senza
cappa nè mantello, parte allora essenzialissima del vestiario civile;
senza sottana i preti, e anche de' religiosi in farsetto; dismessa
in somma ogni sorte di vestito che potesse con gli svolazzi toccar
qualche cosa, o dare (ciò che si temeva più di tutto il resto) agio
agli untori. E fuor di questa cura d'andar succinti e ristretti il
più che fosse possibile, negletta e trasandata ogni persona; lunghe
le barbe di quelli che usavan portarle, cresciute a quelli che prima
costumavan di raderle; lunghe pure e arruffate le capigliature, non
solo per quella trascuranza che nasce da un invecchiato abbattimento,
ma per esser divenuti sospetti i barbieri, da che era stato preso e
condannato, come untor famoso, uno di loro, Giangiacomo Mora: nome
che, per un pezzo, conservò una celebrità municipale d'infamia, e ne
meriterebbe una ben più diffusa e perenne di pietà. I più tenevano
da una mano un bastone, alcuni anche una pistola, per avvertimento
minaccioso a chi avesse voluto avvicinarsi troppo; dall'altra pasticche
odorose, o palle di metallo o di legno traforate, con dentro spugne
inzuppate d'aceti medicati; e se le andavano ogni tanto mettendo al
naso, o ce le tenevano di continuo. Portavano alcuni attaccata al collo
una boccetta con dentro un po' d'argento vivo, persuasi che avesse
la virtù d'assorbire e di ritenere ogni esalazione pestilenziale; e
avevan poi cura di l'innovarlo ogni tanti giorni. I gentiluomini, non
solo uscivano senza il solito seguito, ma si vedevano, con una sporta
in braccio, andare a comprar le cose necessarie al vitto. Gli amici,
quando pur due s'incontrassero per la strada, si salutavan da lontano,
con cenni taciti e frettolosi. Ognuno, camminando, aveva molto da fare,
per iscansare gli schifosi e mortiferi inciampi di cui il terreno era
sparso e, in qualche luogo, anche affatto ingombro: ognuno cercava di
stare in mezzo alla strada, per timore d'altro sudiciume, o d'altro
più funesto peso che potesse venir giù dalle finestre; per timore
delle polveri venefiche che si diceva essere spesso buttate da quelle
su' passeggieri; per timore delle muraglie, che potevan esser unte.
Così l'ignoranza, coraggiosa e guardinga alla rovescia, aggiungeva
ora angustie all'angustie, e dava falsi terrori, in compenso de'
ragionevoli e salutari che aveva levati da principio.

Tal era ciò che di meno deforme e di men compassionevole si faceva
vedere intorno, i sani, gli agiati: chè, dopo tante immagini di
miseria, e pensando a quella ancor più grave, per mezzo alla quale
dovrem condurre il lettore, non ci fermeremo ora a dir qual fosse
lo spettacolo degli appestati che si strascicavano o giacevano per
le strade, de' poveri, de' fanciulli, delle donne. Era tale, che il
riguardante poteva trovar quasi un disperato conforto in ciò che ai
lontani e ai posteri fa la più forte e dolorosa impressione; nel
pensare, dico, nel vedere quanto que' viventi fossero ridotti a pochi.

In mezzo a questa desolazione aveva Renzo fatto già una buona parte del
suo cammino, quando, distante ancor molti passi da una strada in cui
doveva voltare, sentì venir da quella un vario frastono, nel quale si
faceva distinguere quel solito orribile tintinnío.

Arrivato alla cantonata della strada, ch'era una delle più larghe, vide
quattro carri fermi nel mezzo; e come, in un mercato di granaglie, si
vede un andare e venire di gente, un caricare e un rovesciar di sacchi,
tale era il movimento in quel luogo: monatti ch'entravan nelle case,
monatti che n'uscivano con un peso su le spalle, e lo mettevano su
l'uno o l'altro carro: alcuni con la divisa rossa, altri senza quel
distintivo, molti con uno ancor più odioso, pennacchi e fiocchi di vari
colori, che quegli sciagurati portavano come per segno d'allegria, in
tanto pubblico lutto. Ora da una, ora da un'altra finestra, veniva una
voce lugubre: «qua, monatti!» E con suono ancor più sinistro, da quel
tristo brulichío usciva qualche vociaccia che rispondeva: «ora, ora.»
Ovvero eran pigionali che brontolavano, e dicevano di far presto: ai
quali i monatti rispondevano con bestemmie.

Entrato nella strada, Renzo allungò il passo, cercando di non guardar
quegl'ingombri, se non quanto era necessario per iscansarli; quando il
suo sguardo s'incontrò in un oggetto singolare di pietà, d'una pietà
che invogliava l'animo a contemplarlo; di maniera che si fermò, quasi
senza volerlo.

Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci, e veniva verso il
convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza
avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e
offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor
mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel
sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli
occhi non davan lacrime, ma portavan segno d'averne sparse tante; c'era
in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava
un'anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo
suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente
alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e
ammortito ne' cuori. Portava essa in collo una bambina di forse
nov'anni morta; ma tutta ben accomodata, co' capelli divisi sulla
fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l'avessero
adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Nè
la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto
appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina
bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata
gravezza, e il capo posava sull'omero della madre, con un abbandono più
forte del sonno: della madre, chè, se anche la somiglianza de' volti
non n'avesse fatto fede, l'avrebbe detto chiaramente quello de' due
ch'esprimeva ancora un sentimento.

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una
specie però d'insolito rispetto, con un'esitazione involontaria. Ma
quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno nè disprezzo,
«no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel
carro: prendete.» Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa,
e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò:
«promettetemi di non levarle un filo d'intorno, nè di lasciar che altri
ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.»

Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi
ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che
per l'inaspettata ricompensa, s'affaccendò a far un po' di posto sul
carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte,
la mise lì come sur un letto, ce l'accomodò, le stese sopra un panno
bianco, e disse l'ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace!
Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per
noi; ch'io pregherò per te e per gli altri.» Poi voltatasi di nuovo al
monatto, «voi,» disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere
anche me, e non me sola.»

Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s'affacciò alla
finestra, tenendo in collo un'altra bambina più piccola, viva, ma coi
segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne
esequie della prima, finchè il carro non si mosse, finchè lo potè
vedere; poi disparve. E che altro potè fare, se non posar sul letto
l'unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come
il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora
in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l'erbe del prato.

«O Signore!» esclamò Renzo: «esauditela! tiratela a voi, lei e la sua
creaturina: hanno patito abbastanza! hanno patito abbastanza!»

Riavuto da quella commozione straordinaria, e mentre cerca di tirarsi
in mente l'itinerario per trovare se alla prima strada deve voltare,
e se a diritta o a mancina, sente anche da questa venire un altro
e diverso strepito, un suono confuso di grida imperiose, di fiochi
lamenti, un pianger di donne, un mugolío di fanciulli.

Andò avanti, con in cuore quella solita trista e oscura aspettativa.
Arrivato al crocicchio, vide da una parte una moltitudine confusa che
s'avanzava, e si fermò lì, per lasciarla passare. Erano ammalati che
venivan condotti al lazzeretto; alcuni, spinti a forza, resistevano
in vano, in vano gridavano che volevan morire sul loro letto, e
rispondevano con inutili imprecazioni alle bestemmie e ai comandi de'
monatti che li guidavano; altri camminavano in silenzio, senza mostrar
dolore, nè alcun altro sentimento, come insensati; donne co' bambini in
collo; fanciulli spaventati dalle grida, da quegli ordini, da quella
compagnia, più che dal pensiero confuso della morte, i quali ad alte
strida imploravano la madre e le sue braccia fidate, e la casa loro.
Ahi! e forse la madre, che credevano d'aver lasciata addormentata
sul suo letto, ci s'era buttata, sorpresa tutt'a un tratto dalla
peste; e stava lì senza sentimento, per esser portata sur un carro
al lazzeretto, o alla fossa, se il carro veniva più tardi. Forse, o
sciagura degna di lacrime ancor più amare! la madre, tutta occupata
de' suoi patimenti, aveva dimenticato ogni cosa, anche i figli, e
non aveva più che un pensiero: di morire in pace. Pure, in tanta
confusione, si vedeva ancora qualche esempio di fermezza e di pietà:
padri, madri, fratelli, figli, consorti, che sostenevano i cari loro,
e gli accompagnavano con parole di conforto: nè adulti soltanto, ma
ragazzetti, ma fanciulline che guidavano i fratellini più teneri, e,
con giudizio e con compassione da grandi, raccomandavano loro d'essere
ubbidienti, gli assicuravano che s'andava in un luogo dove c'era chi
avrebbe cura di loro per farli guarire.

In mezzo alla malinconia e alla tenerezza di tali viste, una cosa
toccava più sul vivo, e teneva in agitazione il nostro viaggiatore.
La casa doveva esser lì vicina, e chi sa se tra quella gente....
Ma passata tutta la comitiva, e cessato quel dubbio, si voltò a un
monatto che veniva dietro, e gli domandò della strada e della casa di
don Ferrante. «In malora, tanghero,» fu la risposta che n'ebbe. Nè si
curò di dare a colui quella che si meritava; ma, visto, a due passi,
un commissario che veniva in coda al convoglio, e aveva un viso un po'
più di cristiano, fece a lui la stessa domanda. Questo, accennando con
un bastone la parte donde veniva, disse: «la prima strada a diritta,
l'ultima casa grande a sinistra.»

Con una nuova e più forte ansietà in cuore, il giovine prende da quella
parte. È nella strada; distingue subito la casa tra l'altre, più basse
e meschine; s'accosta al portone che è chiuso, mette la mano sul
martello, e ce la tien sospesa, come in un'urna, prima di tirar su la
polizza dove fosse scritta la sua vita, o la sua morte. Finalmente alza
il martello, e dà un picchio risoluto.

Dopo qualche momento, s'apre un poco una finestra; una donna fa
capolino, guardando chi era, con un viso ombroso che par che dica:
monatti? vagabondi? commissari? untori? diavoli?

«Quella signora,» disse Renzo guardando in su, e con voce non troppo
sicura: «ci sta qui a servire una giovine di campagna, che ha nome
Lucia?»

«La non c'è più; andate,» rispose quella donna, facendo atto di
chiudere.

«Un momento, per carità! La non c'è più? Dov'è?»

«Al lazzeretto;» e di nuovo voleva chiudere.

«Ma un momento, per l'amor del cielo! Con la peste?»

«Già. Cosa nuova, eh? Andate.»

«Oh povero me! Aspetti: era ammalata molto? Quanto tempo è....?»

Ma intanto la finestra fu chiusa davvero.

«Quella signora! quella signora! una parola, per carità! per i suoi
poveri morti! Non le chiedo niente del suo: ohe!» Ma era come dire al
muro.

Afflitto della nuova, e arrabbiato della maniera, Renzo afferrò ancora
il martello, e, così appoggiato alla porta, andava stringendolo e
storcendolo, l'alzava per picchiar di nuovo alla disperata, poi lo
teneva sospeso. In quest'agitazione, si voltò per vedere se mai ci
fosse d'intorno qualche vicino, da cui potesse forse aver qualche
informazione più precisa, qualche indizio, qualche lume. Ma la prima,
l'unica persona che vide, fu un'altra donna, distante forse un venti
passi; la quale, con un viso ch'esprimeva terrore, odio, impazienza e
malizia, con cert'occhi stravolti che volevano insieme guardar lui,
e guardar lontano, spalancando la bocca come in atto di gridare a
più non posso, ma rattenendo anche il respiro, alzando due braccia
scarne, allungando e ritirando due mani grinzose e piegate a guisa
d'artigli, come se cercasse d'acchiappar qualcosa, si vedeva che
voleva chiamar gente, in modo che qualcheduno non se n'accorgesse.
Quando s'incontrarono a guardarsi, colei, fattasi ancor più brutta, si
riscosse come persona sorpresa.

«Che diamine....?» cominciava Renzo, alzando anche lui le mani verso
la donna; ma questa, perduta la speranza di poterlo far cogliere
all'improvviso, lasciò scappare il grido che aveva rattenuto fin
allora: «l'untore! dagli! dagli! dagli all'untore!»

«Chi? io! ah strega bugiarda! sta zitta,» gridò Renzo; e fece un salto
verso lei, per impaurirla e farla chetare. Ma s'avvide subito, che
aveva bisogno piuttosto di pensare ai casi suoi. Allo strillar della
vecchia, accorreva gente di qua e di là; non la folla che, in un caso
simile, sarebbe stata, tre mesi prima; ma più che abbastanza per poter
fare d'un uomo solo quel che volessero. Nello stesso tempo, s'aprì di
nuovo la finestra, e quella medesima sgarbata di prima ci s'affacciò
questa volta, e gridava anche lei: «pigliatelo, pigliatelo; che
dev'essere uno di que' birboni che vanno in giro a unger le porte de'
galantuomini.»

Renzo non istette lì a pensare: gli parve subito miglior partito
sbrigarsi da coloro, che rimanere a dir le sue ragioni: diede
un'occhiata a destra e a sinistra, da che parte ci fosse men gente, e
svignò di là. Rispinse con un urtone uno che gli parava la strada; con
un gran punzone nel petto, fece dare indietro otto o dieci passi un
altro che gli correva incontro; e via di galoppo, col pugno in aria,
stretto, nocchiuto, pronto per qualunque altro gli fosse venuto tra'
piedi. La strada davanti era sempre libera; ma dietro le spalle sentiva
il calpestío e, più forti del calpestío, quelle grida amare: «dagli!
dagli! all'untore!» Non sapeva quando fossero per fermarsi; non vedeva
dove si potrebbe mettere in salvo. L'ira divenne rabbia, l'angoscia
si cangiò in disperazione; e, perso il lume degli occhi, mise mano al
suo coltellaccio, lo sfoderò, si fermò su due piedi, voltò indietro
il viso più torvo e più cagnesco che avesse fatto a' suoi giorni; e,
col braccio teso, brandendo in aria la lama luccicante, gridò: «chi ha
cuore, venga avanti, canaglia! che l'ungerò io davvero con questo.»

[Illustrazione: Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci...... (pag.
508)]

Ma, con maraviglia, e con un sentimento confuso di consolazione, vide
che i suoi persecutori s'eran già fermati, e stavan lì come titubanti,
e che, seguitando a urlare, facevan, con le mani per aria, certi cenni
da spiritati, come a gente che venisse di lontano dietro a lui. Si
voltò di nuovo, e vide (chè il gran turbamento non gliel aveva lasciato
vedere un momento prima) un carro che s'avanzava, anzi una fila di
que' soliti carri funebri, col solito accompagnamento; e dietro, a
qualche distanza, un altro mucchietto di gente che avrebbero voluto
anche loro dare addosso all'untore, e prenderlo in mezzo; ma eran
trattenuti dall'impedimento medesimo. Vistosi così tra due fuochi, gli
venne in mente che ciò che era di terrore a coloro, poteva essere a lui
di salvezza; pensò che non era tempo di far lo schizzinoso; rimise il
coltellaccio nel fodero, si tirò da una parte; prese la rincorsa verso
i carri, passò il primo, e adocchiò nel secondo un buono spazio vôto.
Prende la mira, spicca un salto; è su, piantato sul piede destro, col
sinistro in aria, e con le braccia alzate.

«Bravo! bravo!» esclamarono, a una voce, i monatti, alcuni de' quali
seguivano il convoglio a piedi, altri eran seduti sui carri, altri, per
dire l'orribil cosa com'era, sui cadaveri, trincando da un gran fiasco
che andava in giro. «Bravo! bel colpo!»

«Sei venuto a metterti sotto la protezione de' monatti; fa conto
d'essere in chiesa,» gli disse uno de' due che stavano sul carro
dov'era montato.

I nemici, all'avvicinarsi del treno, avevano, i più, voltate le
spalle, e se n'andavano, non lasciando di gridare: «dagli! dagli!
all'untore!» Qualcheduno si ritirava più adagio, fermandosi ogni tanto,
e voltandosi, con versacci e con gesti di minaccia, a Renzo; il quale,
dal carro, rispondeva loro dibattendo i pugni in aria.

«Lascia fare a me,» gli disse un monatto; e strappato d'addosso a un
cadavere un laido cencio, l'annodò in fretta, e, presolo per una delle
cocche, l'alzò come una fionda verso quegli ostinati, e fece le viste
di buttarglielo, gridando: «aspetta, canaglia!» A quell'atto, fuggiron
tutti, inorriditi; e Renzo non vide più che schiene di nemici, e
calcagni che ballavano rapidamente per aria, a guisa di gualchiere.

Tra i monatti s'alzò un urlo di trionfo, uno scroscio procelloso di
risa, un «uh!» prolungato, come per accompagnar quella fuga.

«Ah ah! vedi se noi sappiamo proteggere i galantuomini?» disse a Renzo
quel monatto: «vai più uno di noi che cento di que' poltroni.»

«Certo, posso dire che vi devo la vita,» rispose Renzo: «e vi ringrazio
con tutto il cuore.»

«Di che cosa?» disse il monatto: «tu lo meriti: si vede che sei un
bravo giovine. Fai bene a ungere questa canaglia: ungili, estirpali
costoro, che non vaglion qualcosa, se non quando son morti; che, per
ricompensa della vita che facciamo, ci maledicono, e vanno dicendo che,
finita la moría, ci voglion fare impiccar tutti. Hanno a finir prima
loro che la moría; e i monatti hanno a restar soli, a cantar vittoria,
e a sguazzar per Milano.»

«Viva la moría, e moia la marmaglia!» esclamò l'altro; e, con questo
bel brindisi, si mise il fiasco alla bocca, e, tenendolo con tutt'e due
le mani, tra le scosse del carro, diede una buona bevuta, poi lo porse
a Renzo, dicendo: «bevi alla nostra salute.»

«Ve l'auguro a tutti, con tutto il cuore,» disse Renzo: «ma non ho
sete; non ho proprio voglia di bere in questo momento.»

«Tu hai avuto una bella paura, a quel che mi pare,» disse il monatto:
«m'hai aria d'un pover'uomo; ci vuoi altri visi a far l'untore.»

«Ognuno s'ingegna come può,» disse l'altro.

«Dammelo qui a me,» disse uno di quelli che venivano a piedi accanto
al carro, «chè ne voglio bere anch'io un altro sorso, alla salute del
suo padrone, che si trova qui in questa bella compagnia.... lì, lì,
appunto, mi pare, in quella bella carrozzata.»

E, con un suo atroce e maledetto ghigno, accennava il carro davanti a
quello su cui stava il povero Renzo. Poi, composto il viso a un atto
di serietà ancor più bieco e fellonesco, fece una riverenza da quella
parte, e riprese: «si contenta, padron mio, che un povero monattuccio
assaggi di quello della sua cantina? Vede bene: si fa certe vite: siam
quelli che l'abbiam messo in carrozza, per condurlo in villeggiatura. E
poi, già a loro signori il vino fa subito male: i poveri monatti han lo
stomaco buono.»

E tra le risate de' compagni, prese il fiasco, e l'alzò; ma, prima di
bere, si voltò a Renzo, gli fissò gli occhi in viso, e gli disse, con
una cert'aria di compassione sprezzante: «bisogna che il diavolo col
quale hai fatto il patto, sia ben giovine; chè se non eravamo lì noi a
salvarti, lui ti dava un bell'aiuto.» E tra un nuovo scroscio di risa,
s'attaccò il fiasco alle labbra.

«E noi? eh! e noi?» gridaron più voci dal carro ch'era avanti. Il
birbone, tracannato quanto ne volle, porse, con tutt'e due le mani, il
gran fiasco a quegli altri suoi simili, i quali se lo passaron dall'uno
all'altro, fino a uno che, votatolo, lo prese per il collo, gli fece
fare il mulinello, e lo scagliò a fracassarsi sulle lastre, gridando:
«viva la moría!» Dietro a queste parole, intonò una loro canzonaccia; e
subito alla sua voce s'accompagnaron tutte l'altre di quel turpe coro.
La cantilena infernale, mista al tintinnío de' campanelli, al cigolío
de' carri, al calpestío de' cavalli, risonava nel vôto silenzioso delle
strade, e, rimbombando nelle case, stringeva amaramente il cuore de'
pochi che ancor le abitavano.

Ma cosa non può alle volte venire in acconcio? cosa non può far piacere
in qualche caso? Il pericolo d'un momento prima aveva resa più che
tollerabile a Renzo la compagnia di que' morti e di que' vivi; e ora fu
a' suoi orecchi una musica, sto per dire, gradita, quella che lo levava
dall'impiccio d'una tale conversazione. Ancor mezzo affannato, e tutto
sottosopra, ringraziava intanto alla meglio in cuor suo la Provvidenza,
d'essere uscito d'un tal frangente, senza ricever male nè farne; la
pregava che l'aiutasse ora a liberarsi anche da' suoi liberatori; e
dal canto suo, stava all'erta, guardava quelli, guardava la strada,
per cogliere il tempo di sdrucciolar giù quatto quatto, senza dar loro
occasione di far qualche rumore, qualche scenata, che mettesse in
malizia i passeggieri.

Tutt'a un tratto, a una cantonata, gli parve di riconoscere il luogo:
guardò più attentamente, e ne fu sicuro. Sapete dov'era? Sul corso
di porta orientale, in quella strada per cui era venuto adagio, e
tornato via in fretta, circa venti mesi prima. Gli venne subito in
mente che di lì s'andava diritto al lazzeretto; e questo trovarsi sulla
strada giusta, senza studiare, senza domandare, l'ebbe per un tratto
speciale della Provvidenza, e per buon augurio del rimanente. In quel
punto, veniva incontro ai carri un commissario, gridando a' monatti di
fermare, e non so che altro: il fatto è che il convoglio si fermò, e la
musica si cambiò in un diverbio rumoroso. Uno de' monatti ch'eran sul
carro di Renzo, saltò giù: Renzo disse all'altro: «vi ringrazio della
vostra carità: Dio ve ne renda merito;» e giù anche lui, dall'altra
parte.

«Va, va, povero untorello,» rispose colui: «non sarai tu quello che
spianti Milano.»

Per fortuna, non c'era chi potesse sentire. Il convoglio era fermato
sulla sinistra del corso: Renzo prende in fretta dall'altra parte, e,
rasentando il muro, trotta innanzi verso il ponte; lo passa, continua
per la strada del borgo, riconosce il convento de' cappuccini, è vicino
alla porta, vede spuntar l'angolo del lazzeretto, passa il cancello, e
gli si spiega davanti la scena esteriore di quel recinto: un indizio
appena e un saggio, e già una vasta, diversa, indescrivibile scena.

Lungo i due lati che si presentano a chi guardi da quel punto, era
tutto un brulichío; erano ammalati che andavano, in compagnie, al
lazzeretto; altri che sedevano o giacevano sulle sponde del fossato che
lo costeggia; sia che le forze non fosser loro bastate per condursi
fin dentro al ricovero, sia che, usciti di là per disperazione, le
forze fosser loro ugualmente mancate per andar più avanti. Altri
meschini erravano sbandati, come stupidi, e non pochi fuor di sè
affatto; uno stava tutto infervorato a raccontar le sue immaginazioni
a un disgraziato che giaceva oppresso dal male; un altro dava nelle
smanie; un altro guardava in qua e in là con un visino ridente, come
se assistesse a un lieto spettacolo. Ma la specie più strana e più
rumorosa d'una tal trista allegrezza, era un cantare alto e continuo,
il quale pareva che non venisse fuori da quella miserabile folla,
e pure si faceva sentire più che tutte l'altre voci: una canzone
contadinesca d'amore gaio e scherzevole, di quelle che chiamavan
villanelle; e andando con lo sguardo dietro al suono, per iscoprire chi
mai potesse esser contento, in quel tempo, in quel luogo, si vedeva un
meschino che, seduto tranquillamente in fondo al fossato, cantava a più
non posso, con la testa per aria.

Renzo aveva appena fatti alcuni passi lungo il lato meridionale
dell'edifizio, che si sentì in quella moltitudine un rumore
straordinario, e di lontano voci che gridavano: guarda! piglia! S'alza
in punta di piedi, e vede un cavallaccio che andava di carriera, spinto
da un più strano cavaliere: era un frenetico che, vista quella bestia
sciolta e non guardata, accanto a un carro, c'era montato in fretta a
bisdosso, e, martellandole il collo co' pugni, e facendo sproni de'
calcagni, la cacciava in furia; e monatti dietro, urlando; e tutto si
ravvolse in un nuvolo di polvere, che volava lontano.

Così, già sbalordito e stanco di veder miserie, il giovine arrivò
alla porta di quel luogo dove ce n'erano adunate forse più che non
ce ne fosse di sparse in tutto lo spazio che gli era già toccato di
percorrere. S'affaccia a quella porta, entra sotto la vôlta, e rimane
un momento immobile a mezzo del portico.




                            CAPITOLO XXXV.


S'immagini il lettore il recinto del lazzeretto, popolato di sedici
mila appestati; quello spazio tutt'ingombro, dove di capanne e di
baracche, dove di carri, dove di gente; quelle due interminate fughe
di portici, a destra e a sinistra, piene, gremite di languenti o di
cadaveri confusi, sopra sacconi, o sulla paglia; e su tutto quel quasi
immenso covile, un brulichío, come un ondeggiamento; e qua e là, un
andare e venire, un fermarsi, un correre, un chinarsi, un alzarsi, di
convalescenti, di frenetici, di serventi. Tale fu lo spettacolo che
riempì a un tratto la vista di Renzo, e lo tenne lì, sopraffatto e
compreso. Questo spettacolo, noi non ci proponiam certo di descriverlo
a parte a parte, nè il lettore lo desidera; solo, seguendo il nostro
giovine nel suo penoso giro, ci fermeremo alle sue fermate, e di ciò
che gli toccò di vedere diremo quanto sia necessario a raccontar ciò
che fece, e ciò che gli seguì.

Dalla porta dove s'era fermato, fino alla cappella del mezzo, e di là
all'altra porta in faccia, c'era come un viale sgombro di capanne e
d'ogni altro impedimento stabile; e alla seconda occhiata, Renzo vide
in quello un tramenío di carri, un portar via roba, per far luogo;
vide cappuccini e secolari che dirigevano quell'operazione, e insieme
mandavan via chi non ci avesse che fare. E temendo d'essere anche lui
messo fuori in quella maniera, si cacciò addirittura tra le capanne,
dalla parte a cui si trovava casualmente voltato, alla diritta.

Andava avanti, secondo che vedeva posto da poter mettere il piede, da
capanna a capanna, facendo capolino in ognuna, e osservando i letti
ch'eran fuori allo scoperto, esaminando volti abbattuti dal patimento,
o contratti dallo spasimo, o immobili nella morte, se mai gli venisse
fatto di trovar quello che pur temeva di trovare. Ma aveva già fatto
un bel pezzetto di cammino, e ripetuto più e più volte quel doloroso
esame, senza veder mai nessuna donna: onde s'immaginò che dovessero
essere in un luogo separato. E indovinava; ma dove fosse, non n'aveva
indizio, nè poteva argomentarlo. Incontrava ogni tanto ministri, tanto
diversi d'aspetto e di maniere e d'abito, quanto diverso e opposto
era il principio che dava agli uni e agli altri una forza uguale di
vivere in tali servizi: negli uni l'estinzione d'ogni senso di pietà,
negli altri una pietà sovrumana. Ma nè agli uni nè agli altri si
sentiva di far domande, per non procacciarsi alle volte un inciampo; e
deliberò d'andare, andare, fin che arrivasse a trovar donne. E andando
non lasciava di spiare intorno; ma di tempo in tempo era costretto a
ritirare lo sguardo contristato, e come abbagliato da tante piaghe. Ma
dove rivolgerlo, dove riposarlo, che sopra altre piaghe?

L'aria stessa e il cielo accrescevano, se qualche cosa poteva
accrescerlo, l'orrore di quelle viste. La nebbia s'era a poco a poco
addensata e accavallata in nuvoloni che, rabbuiandosi sempre più,
davano idea d'un annottar tempestoso; se non che, verso il mezzo di
quel cielo cupo e abbassato, traspariva, come da un fitto velo, la
spera del sole, pallida, che spargeva intorno a sè un barlume fioco e
sfumato, e pioveva un calore morto e pesante. Ogni tanto, tra mezzo al
ronzío continuo di quella confusa moltitudine, si sentiva un borbottar
di tuoni, profondo, come tronco, irresoluto; nè, tendendo l'orecchio,
avreste saputo distinguere da che parte venisse; o avreste potuto
crederlo un correr lontano di carri, che si fermassero improvvisamente.
Non si vedeva, nelle campagne d'intorno, moversi un ramo d'albero,
nè un uccello andarvisi a posare, o staccarsene: solo la rondine,
comparendo subitamente di sopra il tetto del recinto, sdrucciolava
in giù con l'ali tese, come per rasentare il terreno del campo; ma
sbigottita da quel brulichío, risaliva rapidamente, e fuggiva. Era
uno di que' tempi, in cui, tra una compagnia di viandanti non c'è
nessuno che rompa il silenzio; e il cacciatore cammina pensieroso,
con lo sguardo a terra; e la villana, zappando nel campo, smette di
cantare, senza avvedersene; di que' tempi forieri della burrasca, in
cui la natura, come immota al di fuori, e agitata da un travaglio
interno, par che opprima ogni vivente, e aggiunga non so quale gravezza
a ogni operazione, all'ozio, all'esistenza stessa. Ma in quel luogo
destinato per sè al patire e al morire, si vedeva l'uomo già alle prese
col male soccombere alla nuova oppressione; si vedevan centinaia e
centinaia peggiorar precipitosamente; e insieme, l'ultima lotta era più
affannosa, e nell'aumento de' dolori, i gemiti più soffogati: nè forse
su quel luogo di miserie era ancor passata un'ora crudele al par di
questa.

Già aveva il giovine girato un bel pezzo, e senza frutto, per
quell'andirivieni di capanne, quando, nella varietà de' lamenti e nella
confusione del mormorío, cominciò a distinguere un misto singolare di
vagiti e di belati; fin che arrivò a un assito scheggiato e sconnesso,
di dentro il quale veniva quel suono straordinario. Mise un occhio a
un largo spiraglio, tra due asse, e vide un recinto con dentro capanne
sparse, e, così in quelle, come nel piccol campo, non la solita
infermeria, ma bambinelli a giacere sopra materassine, o guanciali,
o lenzoli distesi, o topponi; e balie e altre donne in faccende; e,
ciò che più di tutto attraeva e fermava lo sguardo, capre mescolate
con quelle, e fatte loro aiutanti: uno spedale d'innocenti, quale
il luogo e il tempo potevan darlo. Era, dico, una cosa singolare a
vedere alcune di quelle bestie, ritte e quiete sopra questo e quel
bambino, dargli la poppa; e qualche altra accorrere a un vagito, come
con senso materno, e fermarsi presso il piccolo allievo, e procurar
d'accomodarcisi sopra, e belare, e dimenarsi, quasi chiamando chi
venisse in aiuto a tutt'e due.

Qua e là eran sedute balie con bambini al petto; alcune in tal atto
d'amore, da far nascer dubbio nel riguardante, se fossero state
attirate in quel luogo dalla paga, o da quella carità spontanea che
va in cerca de' bisogni e de' dolori. Una di esse, tutta accorata,
staccava dal suo petto esausto un meschinello piangente, e andava
tristamente cercando la bestia, che potesse far le sue veci. Un'altra
guardava con occhio di compiacenza quello che le si era addormentato
alla poppa, e baciatolo mollemente, andava in una capanna a posarlo
sur una materassina. Ma una terza, abbandonando il suo petto al
lattante straniero, con una cert'aria però non di trascuranza, ma
di preoccupazione, guardava fisso il cielo: a che pensava essa, in
quell'atto, con quello sguardo, se non a un nato dalle sue viscere,
che, forse poco prima, aveva succhiato quel petto, che forse c'era
spirato sopra? Altre donne più attempate attendevano ad altri servizi.
Una accorreva alle grida d'un bambino affamato, lo prendeva, e lo
portava vicino a una capra che pascolava a un mucchio d'erba fresca,
e glielo presentava alle poppe, gridando l'inesperto animale e
accarezzandolo insieme, affinchè si prestasse dolcemente all'ufizio.
Questa correva a prendere un poverino, che una capra tutt'intenta a
allattarne un altro, pestava con una zampa: quella portava in qua e
in là il suo, ninnandolo, cercando, ora d'addormentarlo col canto,
ora d'acquietarlo con dolci parole, chiamandolo con un nome ch'essa
medesima gli aveva messo. Arrivò in quel punto un cappuccino con la
barba bianchissima, portando due bambini strillanti, uno per braccio,
raccolti allora vicino alle madri spirate; e una donna corse a
riceverli, e andava guardando tra la brigata e nel gregge, per trovar
subito chi tenesse lor luogo di madre.

Più d'una volta il giovine, spinto da quello ch'era il primo, e il più
forte de' suoi pensieri, s'era staccato dallo spiraglio per andarsene;
e poi ci aveva rimesso l'occhio, per guardare ancora un momento.

Levatosi di lì finalmente, andò costeggiando l'assito, fin che un
mucchietto di capanne appoggiate a quello, lo costrinse a voltare. Andò
allora lungo le capanne, con la mira di riguadagnar l'assito, d'andar
fino alla fine di quello, e scoprir paese nuovo. Ora, mentre guardava
innanzi, per studiar la strada, un'apparizione repentina, passeggiera,
istantanea, gli ferì lo sguardo, e gli mise l'animo sottosopra. Vide, a
un cento passi di distanza, passare e perdersi subito tra le baracche
un cappuccino, un cappuccino che, anche così da lontano e così di
fuga, aveva tutto l'andare, tutto il fare, tutta la forma del padre
Cristoforo. Con la smania che potete pensare, corse verso quella parte;
e lì, a girare, a cercare, innanzi, indietro, dentro e fuori, per
quegli andirivieni, tanto che rivide, con altrettanta gioia, quella
forma, quel frate medesimo; lo vide poco lontano, che, scostandosi da
una caldaia, andava, con una scodella in mano, verso una capanna; poi
lo vide sedersi sull'uscio di quella, fare un segno di croce sulla
scodella che teneva dinanzi; e, guardando intorno, come uno che stia
sempre all'erta, mettersi a mangiare. Era proprio il padre Cristoforo.

La storia del quale, dal punto che l'abbiam perduto di vista, fino a
quest'incontro, sarà raccontata in due parole. Non s'era mai mosso da
Rimini, nè aveva pensato a moversene, se non quando la peste scoppiata
in Milano gli offrì occasione di ciò che aveva sempre tanto desiderato,
di dar la sua vita per il prossimo. Pregò, con grand'istanza, d'esserci
richiamato, per assistere e servire gli appestati. Il conte zio era
morto; e del resto c'era più bisogno d'infermieri che di politici:
sicchè fu esaudito senza difficoltà. Venne subito a Milano; entrò nel
lazzeretto; e c'era da circa tre mesi.

Ma la consolazione di Renzo nel ritrovare il suo buon frate, non fu
intera neppure un momento: nell'atto stesso d'accertarsi ch'era lui,
dovette vedere quant'era mutato. Il portamento curvo e stentato; il
viso scarno e smorto; e in tutto si vedeva una natura esausta, una
carne rotta e cadente, che s'aiutava e si sorreggeva, ogni momento, con
uno sforzo dell'animo.

Andava anche lui fissando lo sguardo nel giovine che veniva verso
di lui, e che, col gesto, non osando con la voce, cercava di farsi
distinguere e riconoscere. «Oh padre Cristoforo!» disse poi, quando gli
fu vicino da poter esser sentito senza alzar la voce.

«Tu qui!» disse il frate, posando in terra la scodella, e alzandosi da
sedere.

«Come sta, padre? come sta?»

«Meglio di tanti poverini che tu vedi qui,» rispose il frate: e la sua
voce era fioca, cupa, mutata come tutto il resto. L'occhio soltanto
era quello di prima, e un non so che più vivo e più splendido; quasi
la carità, sublimata nell'estremo dell'opera, ed esultante di sentirsi
vicina al suo principio, ci rimettesse un fuoco più ardente e più puro
di quello che l'infermità ci andava a poco a poco spegnendo.

«Ma tu,» proseguiva, «come sei qui? perchè vieni così ad affrontar la
peste?»

«L'ho avuta, grazie al ciclo. Vengo... a cercar di... Lucia.»

«Lucia! è qui Lucia?»

«È qui: almeno spero in Dio che ci sia ancora.»

«È tua moglie?»

«Oh caro padre! no che non è mia moglie. Non sa nulla di tutto quello
che è accaduto?»

«No, figliuolo: da che Dio m'ha allontanato da voi altri, io non n'ho
saputo più nulla; ma ora ch'Egli mi ti manda, dico la verità che
desidero molto di saperne. Ma... e il bando?»

«Le sa dunque, le cose che m'hanno fatto?»

«Ma tu, che avevi fatto?»

«Senta; se volessi dire d'aver avuto giudizio, quel giorno in Milano,
direi una bugia; ma cattive azioni non n'ho fatte punto.»

«Te lo credo, e lo credevo anche prima.»

«Ora dunque le potrò dir tutto.»

«Aspetta,» disse il frate; e andato alcuni passi fuor della capanna,
chiamò: «padre Vittore!» Dopo qualche momento, comparve un giovine
cappuccino, al quale disse: «fatemi la carità, padre Vittore, di
guardare anche per me, a questi nostri poverini, intanto ch'io me
ne sto ritirato; e se alcuno però mi volesse, chiamatemi. Quel tale
principalmente! se mai desse il più piccolo segno di tornare in sè,
avvisatemi subito, per carità.»

«Non dubitate,» rispose il giovine; e il vecchio, tornato verso Renzo,
«entriamo qui,» gli disse. Ma...» soggiunse subito, fermandosi, «tu mi
pari ben rifinito: devi aver bisogno di mangiare.»

«È vero,» disse Renzo: «ora che lei mi ci fa pensare, mi ricordo che
sono ancora digiuno.»

«Aspetta,» disse il frate; e, presa un'altra scodella, l'andò a empire
alla caldaia: tornato, la diede, con un cucchiaio, a Renzo; lo fece
sedere sur un saccone che gli serviva di letto; poi andò a una botte
ch'era in un canto, e ne spillò un bicchier di vino, che mise sur un
tavolino, davanti al suo convitato; riprese quindi la sua scodella, e
si mise a sedere accanto a lui.

«Oh padre Cristoforo» disse Renzo: «tocca a lei a far codeste cose? Ma
già lei è sempre quel medesimo. La ringrazio proprio di cuore.»

«Non ringraziar me,» disse il frate: «è roba de' poveri; ma anche tu
sei un povero, in questo momento. Ora dimmi quello che non so, dimmi di
quella nostra poverina; e cerca di spicciarti; chè c'è poco tempo, e
molto da fare, come tu vedi.»

Renzo principiò, tra una cucchiaiata e l'altra, la storia di Lucia:
com'era stata ricoverata nel monastero di Monza, come rapita...
All'immagine di tali patimenti e di tali pericoli, al pensiero d'essere
stato lui quello che aveva indirizzata in quel luogo la povera
innocente, il buon frate rimase senza fiato; ma lo riprese subito,
sentendo com'era stata mirabilmente liberata, resa alla madre, e
allogata da questa presso a donna Prassede.

«Ora le racconterò di me,» prosegui Renzo; e raccontò in succinto la
giornata di Milano, la fuga; e come era sempre stato lontano da casa,
e ora, essendo ogni cosa sottosopra, s'era arrischiato d'andarci; come
non ci aveva trovato Agnese; come in Milano aveva saputo che Lucia era
al lazzeretto. «E son qui,» concluse, «son qui a cercarla, a veder se è
viva, e se... mi vuole ancora... perchè... alle volte...»

«Ma,» domandò il frate, «hai qualche indizio dove sia stata messa,
quando ci sia venuta?»

«Niente, caro padre; niente se non che è qui, se pur la c'è che Dio
voglia!»

«Oh poverino! ma che ricerche hai tu finora fatte qui?»

«Ho girato e rigirato; ma, tra l'altre cose, non ho mai visto quasi
altro che uomini. Ho ben pensato che le donne devono essere in un luogo
a parte, ma non ci sono mai potuto arrivare: se è così, ora lei me
l'insegnerà.»

«Non sai, figliuolo, che è proibito d'entrarci agli uomini che non ci
abbiano qualche incombenza?»

«Ebbene, cosa mi può accadere?»

«La regola è giusta e santa, figliuolo caro; e se la quantità e la
gravezza de' guai non lascia che si possa farla osservar con tutto il
rigore, è una ragione questa perchè un galantuomo la trasgredisca?»

«Ma, padre Cristoforo!» disse Renzo: «Lucia doveva esser mia moglie;
lei sa come siamo stati separati; son venti mesi che patisco, e ho
pazienza; son venuto fin qui, a rischio di tante cose, l'una peggio
dell'altra, e ora...»

«Non so cosa dire,» riprese il frate, rispondendo piuttosto a' suoi
pensieri che alle parole del giovine: «tu vai con buona intenzione;
e piacesse a Dio che tutti quelli che hanno libero l'accesso in quel
luogo, ci si comportassero come posso fidarmi che farai tu. Dio, il
quale certamente benedice questa tua perseveranza d'affetto, questa tua
fedeltà in volere e in cercare colei ch'Egli t'aveva data; Dio, che
è più rigoroso degli uomini, ma più indulgente, non vorrà guardare a
quel che ci possa essere d'irregolare in codesto tuo modo di cercarla.
Ricordati solo, che, della tua condotta in quel luogo, avremo a render
conto tutt'e due; agli uomini facilmente no, ma a Dio senza dubbio.
Vien qui.» In così dire, s'alzò, e nel medesimo tempo anche Renzo;
il quale, non lasciando di dar retta alle sue parole, s'era intanto
consigliato tra sè di non parlare, come s'era proposto prima, di quella
tal promessa di Lucia.--Se sente anche questo,--aveva pensato,--mi fa
dell'altre difficoltà sicuro. O la trovo; e saremo sempre a tempo a
discorrerne; o... e allora! che serve?--

Tiratolo sull'uscio della capanna, ch'era a settentrione, il frate
riprese: «Senti; il nostro padre Felice, che è il presidente qui del
lazzeretto, conduce oggi a far la quarantina altrove i pochi guariti
che ci sono. Tu vedi quella chiesa lì nel mezzo....» e, alzando la mano
scarna e tremolante, indicava a sinistra nell'aria torbida la cupola
della cappella, che torreggiava sopra le miserabili tende; e proseguì:
«là intorno si vanno ora radunando, per uscire in processione dalla
porta per la quale tu devi essere entrato.»

«Ah! era per questo dunque, che lavoravano a sbrattare la strada.»

«Per l'appunto: e tu devi anche aver sentito qualche tocco di quella
campana.»

«N'ho sentito uno.»

«Era il secondo: al terzo saran tutti radunati: il padre Felice farà
loro un piccolo discorso; e poi s'avvierà con loro. Tu, a quel tocco,
portati là; cerca di metterti dietro quella gente, da una parte della
strada, dove, senza disturbare, nè dar nell'occhio, tu possa vederli
passare; e vedi... vedi... se la ci fosse. Se Dio non ha voluto
che la ci sia; quella parte,» e alzò di nuovo la mano, accennando
il lato dell'edifizio che avevan dirimpetto: «quella parte della
fabbrica, e una parte del terreno che è lì davanti, è assegnata alle
donne. Vedrai uno stecconato che divide questo da quel quartiere,
ma in certi luoghi interrotto, in altri aperto, sicchè non troverai
difficoltà per entrare. Dentro poi, non facendo tu nulla che dia
ombra a nessuno, nessuno probabilmente non dirà nulla a te. Se però
ti si facesse qualche ostacolo, dì che il padre Cristoforo da *** ti
conosce, e renderà conto di te. Cercala lì; cercala con fiducia e...
con rassegnazione. Perchè, ricordati che non è poco ciò che tu sei
venuto a cercar qui: tu chiedi una persona viva al lazzeretto! Sai tu
quante volte io ho veduto rinnovarsi questo mio povero popolo! quanti
ne ho veduti portar via! quanti pochi uscire!... Va preparato a fare un
sacrifizio...»

«Già; intendo anch'io,» interruppe Renzo stravolgendo gli occhi, e
cambiandosi tutto in viso; «intendo! Vo: guarderò, cercherò, in un
luogo, nell'altro, e poi ancora, per tutto il lazzeretto, in lungo e in
largo... e se non la trovo!...»

«Se non la trovi?» disse il frate, con un'aria di serietà e
d'aspettativa, e con uno sguardo che ammoniva.

Ma Renzo, a cui la rabbia riaccesa dall'idea di quel dubbio aveva fatto
perdere il lume degli occhi, ripetè e seguitò: «se non la trovo, vedrò
di trovare qualchedun altro. O in Milano, o nel suo scellerato palazzo,
o in capo al mondo, o a casa del diavolo, lo troverò quel furfante che
ci ha separati; quel birbone che, se non fosse stato lui, Lucia sarebbe
mia, da venti mesi; e se eravamo destinati a morire, almeno saremmo
morti insieme. Se c'è ancora colui, lo troverò....»

«Renzo!» disse il frate, afferrandolo per un braccio, e guardandolo
ancor più severamente.

«E se lo trovo,» continuò Renzo, cieco affatto dalla collera,
«se la peste non ha già fatto giustizia..... Non è più il tempo
che un poltrone, co' suoi bravi d'intorno, possa metter la gente
alla disperazione, e ridersene: è venuto un tempo che gli uomini
s'incontrino a viso a viso: e.... la farò io la giustizia!»

«Sciagurato!» gridò il padre Cristoforo, con una voce che aveva ripresa
tutta l'antica pienezza e sonorità: «sciagurato!» e la sua testa
cadente sul petto s'era sollevata; le gote si colorivano dell'antica
vita; e il fuoco degli occhi aveva un non so che di terribile.
«Guarda, sciagurato!» E mentre con una mano stringeva e scoteva forte
il braccio di Renzo, girava l'altra davanti a sè, accennando quanto
più poteva della dolorosa scena all'intorno. «Guarda chi è Colui che
gastiga! Colui che giudica, e non è giudicato! Colui che flagella e che
perdona! Ma tu, verme della terra, tu vuoi far giustizia! Tu lo sai,
tu, quale sia la giustizia! Va, sciagurato, vattene! Io, speravo....
si, ho sperato che, prima della mia morte, Dio m'avrebbe data questa
consolazione di sentir che la mia povera Lucia fosse viva, forse di
vederla, e di sentirmi prometter da lei che rivolgerebbe una preghiera
là verso quella fossa dov'io sarò. Va, tu m'hai levata la mia speranza.
Dio non l'ha lasciata in terra per te; e tu, certo, non hai l'ardire di
crederti degno che Dio pensi a consolarti. Avrà pensato a lei, perchè
lei è una di quell'anime a cui son riservate le consolazioni eterne.
Va! non ho più tempo di darti retta.»

E così dicendo, rigettò da sè il braccio di Renzo, e si mosse verso una
capanna d'infermi.

«Ah padre!» disse Renzo, andandogli dietro in atto supplichevole: «mi
vuol mandar via in questa maniera?»

«Come!» riprese, con voce non meno severa, il cappuccino. «Ardiresti
tu di pretendere ch'io rubassi il tempo a questi afflitti, i quali
aspettano ch'io parli loro del perdono di Dio, per ascoltar le tue voci
di rabbia, i tuoi proponimenti di vendetta? T'ho ascoltato quando tu
chiedevi consolazione e aiuto; ho lasciata la carità per la carità;
ma ora tu hai la tua vendetta in cuore: che vuoi da me? vattene. Ne
ho visti morire qui degli offesi che perdonavano; degli offensori che
gemevano di non potersi umiliare davanti all'offeso: ho pianto con gli
uni e con gli altri; ma con te che ho da fare?»

«Ah gli perdono! gli perdono davvero, gli perdono per sempre!» esclamò
il giovine.

«Renzo!» disse, con una serietà più tranquilla, il frate: «pensaci; e
dimmi un poco quante volte gli hai perdonato.»

E, stato alquanto senza ricever risposta, tutt'a un tratto abbassò
il capo, e, con voce cupa e lenta, riprese: «tu sai perchè io porto
quest'abito.»

Renzo esitava.

«Tu lo sai!» riprese il vecchio.

«Lo so,» rispose Renzo.

«Ho odiato anch'io: io, che t'ho ripreso per un pensiero, per una
parola, l'uomo ch'io odiavo cordialmente, che odiavo da gran tempo, io
l'ho ucciso.»

«Sì, ma un prepotente, uno di quelli....»

«Zitto!» interruppe il frate: «credi tu che, se ci fosse una buona
ragione, io non l'avrei trovata in trent'anni? Ah! s'io potessi ora
metterti in cuore il sentimento che dopo ho avuto sempre, e che ho
ancora, per l'uomo ch'io odiavo! S'io potessi! io? ma Dio lo può: Egli
lo faccia!.... Senti, Renzo: Egli ti vuol più bene di quel che te ne
vuoi tu: tu hai potuto macchinar la vendetta; ma Egli ha abbastanza
forza e abbastanza misericordia per impedirtela: ti fa una grazia di
cui qualchedun altro era troppo indegno. Tu sai, tu l'hai detto tante
volte, ch'Egli può fermar la mano d'un prepotente; ma sappi che può
anche fermar quella d'un vendicativo. E perchè sei povero, perchè sei
offeso, credi tu ch'Egli non possa difendere contro di te un uomo che
ha creato a sua immagine? Credi tu ch'Egli ti lascerebbe fare tutto
quello che vuoi? No! ma sai tu cosa puoi fare? Puoi odiare, e perderti;
puoi, con un tuo sentimento, allontanar da te ogni benedizione. Perchè,
in qualunque maniera t'andassero le cose, qualunque fortuna tu avessi,
tien per certo che tutto sarà gastigo, finchè tu non abbia perdonato in
maniera da non poter mai più dire: io gli perdono.»

«Sì, sì,» disse Renzo, tutto commosso, e tutto confuso: «capisco che
non gli avevo mai perdonato davvero; capisco che ho parlato da bestia,
e non da cristiano: e ora, con la grazia del Signore, sì, gli perdono
proprio di cuore.»

«E se tu lo vedessi?»

«Pregherei il Signore di dar pazienza a me, e di toccare il cuore a
lui.»

«Ti ricorderesti che il Signore non ci ha detto di perdonare a' nostri
nemici, ci ha detto d'amarli? Ti ricorderesti ch'Egli lo ha amato a
segno di morir per lui?»

«Sì, col suo aiuto.»

«Ebbene, vieni con me. Hai detto: lo troverò; lo troverai. Vieni, e
vedrai con chi tu potevi tener odio, a chi potevi desiderar del male,
volergliene fare, sopra che vita tu volevi far da padrone.»

E, presa la mano di Renzo, e strettala come avrebbe potuto fare un
giovine sano, si mosse. Quello, senza osar di domandar altro, gli andò
dietro.

Dopo pochi passi, il frate si fermò vicino all'apertura d'una capanna,
fissò gli occhi in viso a Renzo, con un misto di gravità e di
tenerezza; e lo condusse dentro.

La prima cosa che si vedeva, nell'entrare, era un infermo seduto sulla
paglia nel fondo; un infermo però non aggravato, e che anzi poteva
parer vicino alla convalescenza; il quale, visto il padre, tentennò
la testa, come accennando di no: il padre abbassò la sua, con un atto
di tristezza e di rassegnazione. Renzo intanto, girando, con una
curiosità inquieta, lo sguardo sugli altri oggetti, vide tre o quattro
infermi, ne distinse uno da una parte sur una materassa, involtato in
un lenzolo, con una cappa signorile indosso, a guisa di coperta: lo
fissò, riconobbe don Rodrigo, e fece un passo indietro; ma il frate,
facendogli di nuovo sentir fortemente la mano con cui lo teneva, lo
tirò appiè del covile, e, stesavi sopra l'altra mano, accennava col
dito l'uomo che vi giaceva.

Stava l'infelice, immoto; spalancati gli occhi, ma senza sguardo;
pallido il viso e sparso di macchie nere; nere ed enfiate le labbra:
l'avreste detto il viso d'un cadavere, se una contrazione violenta
non avesse reso testimonio d'una vita tenace. Il petto si sollevava
di quando in quando, con un respiro affannoso; la destra, fuor della
cappa, lo premeva vicino al cuore, con uno stringere adunco delle dita,
livide tutte, e sulla punta nere.

«Tu vedi!» disse il frate, con voce bassa e grave. «Può esser
gastigo, può esser misericordia. Il sentimento che tu proverai ora
per quest'uomo che t'ha offeso, sì; lo stesso sentimento, il Dio, che
tu pure hai offeso, avrà per te in quel giorno. Benedicilo, e sei
benedetto. Da quattro giorni è qui come tu lo vedi, senza dar segno
di sentimento. Forse il Signore è pronto a concedergli un'ora di
ravvedimento; ma voleva esserne pregato da te: forse vuole che tu ne
lo preghi con quella innocente; forse serba la grazia alla tua sola
preghiera, alla preghiera d'un cuore afflitto e rassegnato. Forse la
salvezza di quest'uomo e la tua dipende ora da te, da un tuo sentimento
di perdono, di compassione... d'amore!»

[Illustrazione: Stava l'infelice, immoto; spalancati gli occhi, ma senza
sguardo.... (pag. 528)]

Tacque; e, giunte le mani, chinò il viso sopra di esse, e pregò: Renzo
fece lo stesso.

Erano da pochi momenti in quella positura, quando scoccò la campana.
Si mossero tutt'e due, come di concerto; e uscirono. Nè l'uno fece
domande, nè l'altro proteste: i loro visi parlavano.

«Va ora,» riprese il frate, «va preparato, sia a ricevere una grazia,
sia a fare un sacrifizio; a lodar Dio, qualunque sia l'esito delle tue
ricerche. E qualunque sia, vieni a darmene notizia; noi lo loderemo
insieme.»

Qui, senza dir altro, si separarono; uno tornò dond'era venuto; l'altro
s'avviò alla cappella, che non era lontana più d'un cento passi.




                            CAPITOLO XXXVI.


Chi avrebbe mai detto a Renzo, qualche ora prima, che, nel forte d'una
tal ricerca, al cominciar de' momenti più dubbiosi e più decisivi,
il suo cuore sarebbe stato diviso tra Lucia e don Rodrigo? Eppure
era così: quella figura veniva a mischiarsi con tutte l'immagini
care o terribili che la speranza o il timore gli mettevan davanti a
vicenda, in quel tragitto; le parole sentite appiè di quel covile, si
cacciavano tra i sì e i no, ond'era combattuta la sua mente; e non
poteva terminare una preghiera per l'esito felice del gran cimento,
senza attaccarci quella che aveva principiata là, e che lo scocco della
campana aveva troncata.

La cappella ottangolare che sorge, elevata d'alcuni scalini, nel
mezzo del lazzeretto, era, nella sua costruzione primitiva, aperta da
tutti i lati, senz'altro sostegno che di pilastri e di colonne, una
fabbrica, per dir così, traforata: in ogni facciata un arco tra due
intercolunni; dentro girava un portico intorno a quella che si direbbe
più propriamente chiesa, non composta che d'otto archi, rispondenti a
quelli delle facciate, con sopra una cupola; di maniera che l'altare
eretto nel centro, poteva esser veduto da ogni finestra delle stanze
del recinto, e quasi da ogni punto del campo. Ora, convertito
l'edifizio a tutt'altr'uso, i vani delle facciate son murati; ma
l'antica ossatura, rimasta intatta, indica chiaramente l'antico stato,
e l'antica destinazione di quello.

Renzo s'era appena avviato, che vide il padre Felice comparire nel
portico della cappella, e affacciarsi sull'arco di mezzo del lato che
guarda verso la città; davanti al quale era radunata la comitiva, al
piano, nella strada di mezzo; e subito dal suo contegno s'accorse che
aveva cominciata la predica.

Girò per quelle viottole, per arrivare alla coda dell'uditorio, come
gli era stato suggerito. Arrivatoci, si fermò cheto cheto, lo scorse
tutto con lo sguardo; ma non vedeva di là altro che un folto, direi
quasi un selciato di teste. Nel mezzo, ce n'era un certo numero coperte
di fazzoletti, o di veli: in quella parte ficcò più attentamente gli
occhi; ma, non arrivando a scoprirci dentro nulla di più, gli alzò
anche lui dove tutti tenevan fissi i loro. Rimase tocco e compunto
dalla venerabil figura del predicatore; e, con quel che gli poteva
restar d'attenzione in un tal momento d'aspettativa, sentì questa parte
del solenne ragionamento.

«Diamo un pensiero ai mille e mille che sono usciti di là;» e, col
dito alzato sopra la spalla, accennava dietro sè la porta che mette
al cimitero detto di san Gregorio, il quale allora era tutto, si può
dire, una gran fossa: «diamo intorno un'occhiata ai mille e mille che
rimangon qui, troppo incerti di dove sian per uscire; diamo un'occhiata
a noi, così pochi, che n'usciamo a salvamento. Benedetto il Signore!
Benedetto nella giustizia, benedetto nella misericordia! benedetto
nella morte, benedetto nella salute! benedetto in questa scelta che
ha voluto far di noi! Oh! perchè l'ha voluto, figliuoli, se non per
serbarsi un piccol popolo corretto dall'afflizione, e infervorato dalla
gratitudine? se non a fine che, sentendo ora più vivamente, che la vita
è un suo dono, ne facciamo quella stima che merita una cosa data da
Lui, l'impieghiamo nell'opere che si possono offrire a Lui? se non a
fine che la memoria de' nostri patimenti ci renda compassionevoli e
soccorrevoli ai nostri prossimi? Questi intanto, in compagnia de' quali
abbiamo penato, sperato, temuto; tra i quali lasciamo degli amici,
de' congiunti; e che tutti son poi finalmente nostri fratelli; quelli
tra questi, che ci vedranno passare in mezzo a loro, mentre forse
riceveranno qualche sollievo nel pensare che qualcheduno esce pur salvo
di qui, ricevano edificazione dal nostro contegno. Dio non voglia che
possano vedere in noi una gioia rumorosa, una gioia mondana d'avere
scansata quella morte, con la quale essi stanno ancor dibattendosi.
Vedano che partiamo ringraziando per noi, e pregando per loro; e possan
dire: anche fuor di qui, questi si ricorderanno di noi, continueranno a
pregare per noi meschini. Cominciamo da questo viaggio, da' primi passi
che siam per fare, una vita tutta di carità. Quelli che sono tornati
nell'antico vigore, diano un braccio fraterno ai fiacchi; giovani,
sostenete i vecchi; voi che siete rimasti senza figliuoli, vedete,
intorno a voi, quanti figliuoli rimasti senza padre! siatelo per loro!
E questa carità, ricoprendo i vostri peccati, raddolcirà anche i vostri
dolori.»

Qui un sordo mormorío di gemiti, un singhiozzío che andava crescendo
nell'adunanza, fu sospeso a un tratto, nel vedere il predicatore
mettersi una corda al collo, e buttarsi in ginocchio: e si stava in
gran silenzio, aspettando quel che fosse per dire.

«Per me,» disse, «e per tutti i miei compagni, che, senza alcun nostro
merito, siamo stati scelti all'alto privilegio di servir Cristo in voi;
io vi chiedo umilmente perdono se non abbiamo degnamente adempito un sì
gran ministero. Se la pigrizia, se l'indocilità della carne ci ha resi
meno attenti alle vostre necessità, men pronti alle vostre chiamate; se
un'ingiusta impazienza, se un colpevol tedio ci ha fatti qualche volta
comparirvi davanti con un volto annoiato e severo; se qualche volta
il miserabile pensiero che voi aveste bisogno di noi, ci ha portati a
non trattarvi con tutta quell'umiltà che si conveniva, se la nostra
fragilità ci ha fatti trascorrere a qualche azione che vi sia stata di
scandolo; perdonateci! Così Dio rimetta a voi ogni vostro debito, e vi
benedica.» E, fatto sull'udienza un gran segno di croce, s'alzò.

Noi abbiam potuto riferire, se non le precise parole, il senso almeno,
il tema di quelle che proferì davvero; ma la maniera con cui furon
dette non è cosa da potersi descrivere. Era la maniera d'un uomo che
chiamava privilegio quello di servir gli appestati, perchè lo teneva
per tale; che confessava di non averci degnamente corrisposto, perchè
sentiva di non averci corrisposto degnamente; che chiedeva perdono,
perchè era persuaso d'averne bisogno. Ma la gente che s'era veduti
d'intorno que' cappuccini non occupati d'altro che di servirla, e
tanti n'aveva veduti morire, e quello che parlava per tutti, sempre
il primo alla fatica, come nell'autorità, se non quando s'era trovato
anche lui in fin di morte; pensate con che singhiozzi, con che lacrime
rispose a tali parole. Il mirabil frate prese poi una gran croce ch'era
appoggiata a un pilastro, se la inalberò davanti, lasciò sull'orlo del
portico esteriore i sandali, scese gli scalini, e, tra la folla che gli
fece rispettosamente largo, s'avviò per mettersi alla testa di essa.

Renzo, tutto lacrimoso, nè più nè meno che se fosse stato uno di quelli
a cui era chiesto quel singolare perdono, si ritirò anche lui, e andò
a mettersi di fianco a una capanna; e stette lì aspettando, mezzo
nascosto, con la persona indietro e la testa avanti, con gli occhi
spalancati, con una gran palpitazion di cuore, ma insieme con una certa
nuova e particolare fiducia, nata, cred'io, dalla tenerezza che gli
aveva ispirata la predica, e lo spettacolo della tenerezza generale.

Ed ecco arrivare il padre Felice, scalzo, con quella corda al collo,
con quella lunga e pesante croce alzata; pallido e scarno il viso, un
viso che spirava compunzione insieme e coraggio; a passo lento, ma
risoluto, come di chi pensa soltanto a risparmiare l'altrui debolezza;
e in tutto come un uomo a cui un di più di fatiche e di disagi desse
la forza di sostenere i tanti necessari e inseparabili da quel suo
incarico. Subito dopo lui, venivano i fanciulli più grandini, scalzi
una gran parte, ben pochi interamente vestiti, chi affatto in camicia.
Venivan poi le donne, tenendo quasi tutte per la mano una bambina, e
cantando alternativamente il _Miserere_; e il suono fiacco di quelle
voci, il pallore e la languidezza di que' visi eran cose da occupar
tutto di compassione l'animo di chiunque si fosse trovato lì come
semplice spettatore. Ma Renzo guardava, esaminava, di fila in fila,
di viso in viso, senza passarne uno; chè la processione andava tanto
adagio, da dargliene tutto il comodo. Passa e passa; guarda e guarda;
sempre inutilmente: dava qualche occhiata di corsa alle file che
rimanevano ancora indietro: sono ormai poche; siamo all'ultima; son
passate tutte; furon tutti visi sconosciuti. Con le braccia ciondoloni,
e con la testa piegata sur una spalla, accompagnò con l'occhio quella
schiera, mentre gli passava davanti quella degli uomini. Una nuova
attenzione, una nuova speranza gli nacque nel veder, dopo questi,
comparire alcuni carri, su cui erano i convalescenti che non erano
ancora in istato di camminare. Lì le donne venivan l'ultime; e il treno
andava così adagio, che Renzo potè ugualmente esaminarle tutte, senza
che gliene sfuggisse una. Ma che? esamina il primo carro, il secondo,
il terzo, e via discorrendo, sempre con la stessa riuscita, fino a uno,
dietro al quale non veniva più che un altro cappuccino, con un aspetto
serio, e con un bastone in mano, come regolatore della comitiva. Era
quel padre Michele che abbiam detto essere stato dato per compagno nel
governo al padre Felice.

Così svanì affatto quella cara speranza; e, andandosene, non solo
portò via il conforto che aveva recato, ma, come accade le più volte,
lasciò l'uomo in peggiore stato di prima. Ormai quel che ci poteva
esser di meglio, era di trovar Lucia ammalata. Pure, all'ardore
d'una speranza presente sottentrando quello del timore cresciuto,
il poverino s'attaccò con tutte le forze dell'animo a quel tristo e
debole filo; entrò nella corsia, e s'incamminò da quella parte di
dove era venuta la processione. Quando fu appiè della cappella, andò
a inginocchiarsi sull'ultimo scalino; e lì fece a Dio una preghiera,
o, per dir meglio, una confusione di parole arruffate, di frasi
interrotte, d'esclamazioni, d'istanze, di lamenti, di promesse: uno di
que' discorsi che non si fanno agli uomini, perchè non hanno abbastanza
penetrazione per intenderli, nè pazienza per ascoltarli; non son grandi
abbastanza per sentirne compassione senza disprezzo.

S'alzò alquanto più rincorato; girò intorno alla cappella; si trovò
nell'altra corsia che non aveva ancora veduta, e che riusciva all'altra
porta; dopo pochi passi, vide lo stecconato di cui gli aveva parlato
il frate, ma interrotto qua e là, appunto come questo aveva detto;
entrò per una di quelle aperture, e si trovò nel quartiere delle donne.
Quasi al primo passo che fece, vide in terra un campanello, di quelli
che i monatti portavano a un piede; gli venne in mente che un tale
strumento avrebbe potuto servirgli come di passaporto là dentro; lo
prese, guardò se nessuno lo guardava, e se lo legò come usavan quelli.
E si mise subito alla ricerca, a quella ricerca, che, per la quantità
sola degli oggetti sarebbe stata fieramente gravosa, quand'anche gli
oggetti fossero stati tutt'altri; cominciò a scorrer con l'occhio, anzi
a contemplar nuove miserie, così simili in parte alle già vedute, in
parte così diverse: chè, sotto la stessa calamità, era qui un altro
patire, per dir così, un altro languire, un altro lamentarsi, un altro
sopportare, un altro compatirsi e soccorrersi a vicenda; era, in chi
guardasse, un'altra pietà e un altro ribrezzo.

Aveva già fatto non so quanta strada, senza frutto e senza accidenti;
quando si sentì dietro le spalle un «oh!» una chiamata, che pareva
diretta a lui. Si voltò e vide, a una certa distanza, un commissario,
che alzò una mano, accennando proprio a lui, e gridando: «là nelle
stanze, chè c'è bisogno d'aiuto: qui s'è finito ora di sbrattare.»

Renzo s'avvide subito per chi veniva preso, e che il campanello era la
cagione dell'equivoco; si diede della bestia d'aver pensato solamente
agl'impicci che quell'insegna gli poteva scansare, e non a quelli che
gli poteva tirare addosso; ma pensò nello stesso tempo alla maniera di
sbrigarsi subito da colui. Gli fece replicatamente e in fretta un cenno
col capo, come per dire che aveva inteso, e che ubbidiva; e si levò
dalla sua vista, cacciandosi da una parte tra le capanne.

Quando gli parve d'essere abbastanza lontano, pensò anche a liberarsi
dalla causa dello scandolo; e, per far quell'operazione senz'essere
osservato, andò a mettersi in un piccolo spazio tra due capanne che si
voltavan, per dir così, la schiena. Si china per levarsi il campanello,
e stando così col capo appoggiato alla parete di paglia d'una delle
capanne, gli vien da quella all'orecchio una voce... Oh cielo! è
possibile? Tutta la sua anima è in quell'orecchio: la respirazione è
sospesa... Sì! sì! è quella voce... «Paura di che?» diceva quella voce
soave: «abbiam passato ben altro che un temporale. Chi ci ha custodite
finora, ci custodirà anche adesso.»

Se Renzo non cacciò un urlo, non fu per timore di farsi scorgere, fu
perchè non n'ebbe il fiato. Gli mancaron le ginocchia, gli s'appannò
la vista; ma fu un primo momento; al secondo, era ritto, più desto, più
vigoroso di prima; in tre salti girò la capanna, fu sull'uscio, vide
colei che aveva parlato, la vide levata, chinata sopra un lettuccio. Si
volta essa al rumore; guarda, crede di travedere, di sognare; guarda
più attenta, e grida: «oh Signor benedetto!»

«Lucia! v'ho trovata! vi trovo! siete proprio voi! siete viva!» esclamò
Renzo, avanzandosi, tutto tremante.

«Oh Signor benedetto!» replicò, ancor più tremante, Lucia: «voi? che
cosa è questa! in che maniera? perchè? La peste!»

«L'ho avuta. E voi...?»

«Ah!.... anch'io. E di mia madre...?»

«Non l'ho vista, perchè è a Pasturo; credo però che stia bene. Ma
voi.... come siete ancora pallida! come parete debole! Guarita però,
siete guarita?»

«Il Signore m'ha voluto lasciare ancora quaggiù. Ah Renzo! perchè siete
voi qui?»

«Perchè?» disse Renzo avvicinandosele sempre più: «mi domandate perchè?
Perchè ci dovevo venire? Avete bisogno che ve lo dica? Chi ho io a cui
pensi? Non mi chiamo più Renzo, io? Non siete più Lucia, voi?»

«Ah cosa dite! cosa dite! Ma non v'ha fatto scrivere mia madre...?»

«Sì: pur troppo m'ha fatto scrivere. Belle cose da fare scrivere a un
povero disgraziato, tribolato, ramingo, a un giovine che, dispetti
almeno, non ve n'aveva mai fatti!»

«Ma, Renzo! Renzo! giacchè sapevate... perchè venire? perchè?»

«Perchè venire? Oh Lucia! perchè venire, mi dite? Dopo tante promesse!
Non siam più noi? Non vi ricordate più? Che cosa ci mancava?»

«Oh Signore!» esclamò dolorosamente Lucia, giungendo le mani, e alzando
gli occhi al cielo: «perchè non m'avete fatta la grazia di tirarmi
a Voi...! Oh Renzo! cos'avete mai fatto? Ecco; cominciavo a sperare
che... col tempo... mi sarei dimenticata...»

«Bella speranza! belle cose da dirmele proprio sul viso!»

«Ah, cos'avete fatto! E in questo luogo! tra queste miserie, tra questi
spettacoli! qui dove non si fa altro che morire, avete potuto...!»

«Quelli che moiono, bisogna pregare Iddio per loro, e sperare che
anderanno in un buon luogo; ma non è giusto, nè anche per questo, che
quelli che vivono abbiano a viver disperati....»

«Ma, Renzo! Renzo! voi non pensate a quel che dite. Una promessa alla
Madonna!... Un voto!»

«E io vi dico che son promesse che non contan nulla.»

«Oh Signore! Cosa dite? Dove siete stato in questo tempo? Con chi avete
trattato? Come parlate?»

«Parlo da buon cristiano; e della Madonna penso meglio io che voi;
perchè credo che non vuol promesse in danno del prossimo. Se la Madonna
avesse parlato, oh, allora! Ma cos'è stato? una vostra idea. Sapete
cosa dovete promettere alla Madonna? Promettetele che la prima figlia
che avremo, le metteremo nome Maria: chè questo son qui anch'io a
prometterlo: queste son cose che fanno ben più onore alla Madonna:
queste son divozioni che hanno più costrutto, e non portan danno a
nessuno.»

«No no; non dite così: non sapete quello che vi dite: non lo sapete voi
cosa sia fare un voto: non ci siete stato voi in quel caso: non avete
provato. Andate, andate, per amor del cielo!»

E si scostò impetuosamente da lui, tornando verso il lettuccio.

«Lucia!» disse Renzo, senza moversi: «ditemi almeno, ditemi: se non
fosse questa ragione.... sareste la stessa per me?»

«Uomo senza cuore!» rispose Lucia, voltandosi, e rattenendo a stento
le lacrime: «quando m'aveste fatte dir delle parole inutili, delle
parole che mi farebbero male, delle parole che sarebbero forse peccati,
sareste contento? Andate, oh andate! dimenticatevi di me: si vede che
non eravamo destinati! Ci rivedremo lassù: già non ci si deve star
molto in questo mondo. Andate; cercate di far sapere a mia madre che
son guarita, che anche qui Dio m'ha sempre assistita, che ho trovato
un'anima buona, questa brava donna, che mi fa da madre; ditele che
spero che lei sarà preservata da questo male, e che ci rivedremo quando
Dio vorrà, e come vorrà.... Andate, per amor del cielo, e non pensate a
me.... se non quando pregherete il Signore.»

E, come chi non ha più altro da dire, nè vuol sentir altro, come chi
vuol sottrarsi a un pericolo, si ritirò ancor più vicino al lettuccio,
dov'era la donna di cui aveva parlato.

«Sentite, Lucia, sentite!» disse Renzo, senza però accostarsele di più.

«No, no; andate per carità!»

«Sentite: il padre Cristoforo....»

«Che?»

«È qui.»

«Qui? dove? Come lo sapete?»

«Gli ho parlato poco fa; sono stato un pezzo con lui; e un religioso
della sua qualità, mi pare....»

«È qui! per assistere i poveri appestati, sicuro. Ma lui? l'ha avuta la
peste?»

«Ah Lucia! ho paura, ho paura pur troppo...» e mentre Renzo esitava
così a proferir la parola dolorosa per lui, e che doveva esserlo tanto
a Lucia, questa s'era staccata di nuovo dal lettuccio, e si ravvicinava
a lui: «ho paura che l'abbia adesso!»

«Oh povero sant'uomo! Ma cosa dico, pover'uomo? Poveri noi! Com'è? è a
letto? è assistito?»

«È levato, gira, assiste gli altri; ma se lo vedeste, che colore che
ha, come si regge! Se n'è visti tanti e tanti, che pur troppo... non si
sbaglia!»

«Oh poveri noi! E è proprio qui!»

«Qui, e poco lontano; poco più che da casa vostra a casa mia.... se vi
ricordate....!»

«Oh Vergine santissima!»

«Bene, poco più. E pensate se abbiam parlato di voi! M'ha detto delle
cose... E se sapeste cosa m'ha fatto vedere! Sentirete; ma ora voglio
cominciare a dirvi quel che m'ha detto prima, lui, con la sua propria
bocca. M'ha detto che facevo bene a venirvi a cercare, e che al Signore
gli piace che un giovine tratti così, e m'avrebbe aiutato a far che vi
trovassi; come è proprio stato la verità: ma già è un santo. Sicchè,
vedete!»

«Ma, se ha parlato così, è perchè lui non sa....»

«Che volete che sappia lui delle cose che avete fatte voi di vostra
testa, senza regola e senza il parere di nessuno? Un brav'uomo, un
uomo di giudizio, come è lui, non va a pensar cose di questa sorte. Ma
quel che m'ha fatto vedere!» E qui raccontò la visita fatta a quella
capanna: Lucia, quantunque i suoi sensi e il suo animo, avessero, in
quel soggiorno, dovuto avvezzarsi alle più forti impressioni, stava
tutta compresa d'orrore e di compassione.

«E anche lì,» proseguì Renzo, «ha parlato da santo: ha detto che il
Signore forse ha destinato di far la grazia a quel meschino.... (ora
non potrei proprio dargli un altro nome)... che aspetta di prenderlo in
un buon punto; ma vuole che noi preghiamo insieme per lui.... Insieme!
avete inteso?»

«Sì, sì; lo pregheremo, ognuno dove il Signore ci terrà: le orazioni le
sa mettere insieme Lui.»

«Ma se vi dico le sue parole....!»

«Ma Renzo, lui non sa...»

«Ma non capite che, quando è un santo che parla, è il Signore che lo fa
parlare? e che non avrebbe parlato così, se non dovesse esser proprio
così.... E l'anima di quel poverino? Io ho bensì pregato, e pregherò
per lui: di cuore ho pregato, proprio come se fosse stato per un mio
fratello. Ma come volete che stia nel mondo di là, il poverino, se di
qua non s'accomoda questa cosa, se non è disfatto il male che ha fatto
lui? Che se voi intendete la ragione, allora tutto è come prima: quel
che è stato è stato: lui ha fatto la sua penitenza di qua....»

«No, Renzo, no. Il Signore non vuole che facciamo del male, per far Lui
misericordia. Lasciate fare a Lui, per questo: noi, il nostro dovere
è di pregarlo. S'io fossi morta quella notte, non gli avrebbe dunque
potuto perdonare? E se non son morta, se sono stata liberata...»

«E vostra madre, quella povera Agnese, che m'ha sempre voluto tanto
bene, e che si struggeva tanto di vederci marito e moglie, non ve l'ha
detto anche lei che l'è un'idea storta? Lei, che v'ha fatto intender la
ragione anche dell'altre volte, perchè, in certe cose, pensa più giusto
di voi....»

«Mia madre! volete che mia madre mi desse il parere di mancare a un
voto! Ma, Renzo! non siete in voi.»

«Oh! volete che ve la dica? Voi altre donne, queste cose non le
potete sapere. Il padre Cristoforo m'ha detto che tornassi da lui a
raccontargli se v'avevo trovata. Vo: lo sentiremo: quel che dirà lui...»

«Sì, sì; andate da quel sant'uomo; ditegli che prego per lui, e che
preghi per me, che n'ho bisogno tanto tanto! Ma, per amor del cielo,
per l'anima vostra, per l'anima mia, non venite più qui, a farmi del
male, a... tentarmi. Il padre Cristoforo, lui saprà spiegarvi le cose,
e farvi tornare in voi; lui vi farà mettere il cuore in pace.»

«Il cuore in pace! Oh! questo, levatevelo dalla testa. Già me l'avete
fatta scrivere questa parolaccia; e so io quel che m'ha fatto patire;
e ora avete anche il cuore di dirmela. E io in vece vi dico chiaro e
tondo che il cuore in pace non lo metterò mai. Voi volete dimenticarvi
di me; e io non voglio dimenticarmi di voi. E vi prometto, vedete,
che, se mi fate perdere il giudizio, non lo racquisto più. Al diavolo
il mestiere, al diavolo la buona condotta! Volete condannarmi a essere
arrabbiato per tutta la vita; e da arrabbiato viverò.... E quel
disgraziato! Lo sa il Signore se gli ho perdonato di cuore; ma voi...
Volete dunque farmi pensare per tutta la vita che se non era lui...?
Lucia! avete detto ch'io vi dimentichi: ch'io vi dimentichi! Come devo
fare? A chi credete ch'io pensassi in tutto questo tempo?... E dopo
tante cose! dopo tante promesse! Cosa v'ho fatto io, dopo che ci siamo
lasciati? Perchè ho patito, mi trattate così? perchè ho avuto delle
disgrazie? perchè la gente del mondo m'ha perseguitato? perchè ho
passato tanto tempo fuori di casa, tristo, lontano da voi? perchè, al
primo momento che ho potuto, son venuto a cercarvi?»

Lucia, quando il pianto le permise di formar parole, esclamò, giungendo
di nuovo le mani, e alzando al cielo gli occhi pregni di lacrime: «o
Vergine santissima, aiutatemi voi! Voi sapete che, dopo quella notte,
un momento come questo non l'ho mai passato. M'avete soccorsa allora;
soccorretemi anche adesso!»

«Sì, Lucia; fate bene d'invocar la Madonna; ma perchè volete credere
che Lei che è tanto buona, la madre delle misericordie, possa aver
piacere di farci patire.... me almeno.... per una parola scappata in
un momento che non sapevate quello che vi dicevate? Volete credere
che v'abbia aiutata allora, per lasciarci imbrogliati dopo?... Se
poi questa fosse una scusa; se è ch'io vi sia venuto in odio....
ditemelo.... parlate chiaro.»

«Per carità, Renzo, per carità, per i vostri poveri morti, finitela,
finitela; non mi fate morire... Non sarebbe un buon momento. Andate
dal padre Cristoforo, raccomandatemi a lui, non tornate più qui, non
tornate più qui.»

«Vo; ma pensate se non voglio tornare! Tornerei se fosse in capo al
mondo, tornerei.» E disparve.

Lucia andò a sedere, o piuttosto si lasciò cadere in terra, accanto
al lettuccio; e, appoggiata a quello la testa, continuò a piangere
dirottamente. La donna, che fin allora era stata a occhi e orecchi
aperti, senza fiatare, domandò cosa fosse quell'apparizione, quella
contesa, questo pianto. Ma forse il lettore domanda dal canto suo chi
fosse costei; e, per soddisfarlo, non ci vorranno, nè anche qui, troppe
parole.

Era un'agiata mercantessa, di forse trent'anni. Nello spazio di pochi
giorni, s'era visto morire in casa il marito e tutti i figliuoli:
di lì a poco, venutale la peste anche a lei, era stata trasportata
al lazzeretto, e messa in quella capannuccia, nel tempo che Lucia,
dopo aver superata, senza avvedersene, la furia del male, e cambiate,
ugualmente senza avvedersene, più compagne, cominciava a riaversi, e
a tornare in sè; chè, fin dal principio della malattia, trovandosi
ancora in casa di don Ferrante, era rimasta come insensata. La capanna
non poteva contenere che due persone: e tra queste due, afflitte,
derelitte, sbigottite, sole in tanta moltitudine, era presto nata
un'intrinsichezza, un'affezione, che appena sarebbe potuta venire
da un lungo vivere insieme. In poco tempo, Lucia era stata in grado
di potere aiutar l'altra, che s'era trovata aggravatissima. Ora che
questa pure era fuori di pericolo, si facevano compagnia e coraggio
e guardia a vicenda; s'eran promesse di non uscir dal lazzeretto, se
non insieme; e avevan presi altri concerti per non separarsi neppur
dopo. La mercantessa che, avendo lasciata in custodia d'un suo fratello
commissario della sanità, la casa e il fondaco e la cassa, tutto ben
fornito, era per trovarsi sola e trista padrona di molto più di quel
che le bisognasse per viver comodamente, voleva tener Lucia con sè,
come una figliuola o una sorella. Lucia aveva aderito, pensate con che
gratitudine per lei, e per la Provvidenza; ma soltanto fin che potesse
aver nuove di sua madre, e sapere, come sperava, la volontà di essa.
Del resto, riservata com'era, nè della promessa dello sposalizio,
nè dell'altre sue avventure straordinarie, non aveva mai detta una
parola. Ma ora, in un così gran ribollimento d'affetti, aveva almen
tanto bisogno di sfogarsi, quanto l'altra desiderio di sentire. E,
stretta con tutt'e due le mani la destra di lei, si mise subito a
soddisfare alla domanda, senz'altro ritegno, che quello che le facevano
i singhiozzi.

Renzo intanto trottava verso il quartiere del buon frate. Con un po'
di studio, e non senza dover rifare qualche pezzette di strada, gli
riuscì finalmente d'arrivarci. Trovò la capanna; lui non ce lo trovò;
ma, ronzando e cercando nel contorno, lo vide in una baracca, che,
piegato a terra, e quasi bocconi, stava confortando un moribondo. Si
fermò lì, aspettando in silenzio. Poco dopo, lo vide chiuder gli occhi
a quel poverino, poi mettersi in ginocchio, far orazione un momento, e
alzarsi. Allora si mosse, e gli andò incontro.

«Oh!» disse il frate, vistolo venire; «ebbene?»

«La c'è: l'ho trovata!»

«In che stato?»

«Guarita, o almeno levata.»

«Sia ringraziato il Signore!»

«Ma....» disse Renzo, quando gli fu vicino da poter parlar sottovoce:
«c'è un altro imbroglio.»

«Cosa c'è?»

«Voglio dire che... Già lei lo sa come è buona quella povera giovine;
ma alle volte è un po' fissa nelle sue idee. Dopo tante promesse, dopo
tutto quello che sa anche lei, ora dice che non mi può sposare, perchè
dice, che so io? che, quella notte della paura, s'è scaldata la testa,
e s'è, come a dire, votata alla Madonna. Cose senza costrutto, n'è
vero? Cose buone, chi ha la scienza e il fondamento da farle, ma per
noi gente ordinaria, che non sappiamo bene come si devon fare.... n'è
vero che son cose che non valgono?»

«Dimmi: è molto lontana di qui?»

«Oh no: pochi passi di là dalla chiesa.»

«Aspettami qui un momento,» disse il frate: «e poi ci anderemo insieme.»

«Vuoi dire che lei le farà intendere....»

«Non so nulla, figliuolo; bisogna ch'io senta lei.»

«Capisco,» disse Renzo, e stette con gli occhi fissi a terra, e con le
braccia incrociate sul petto, a masticarsi la sua incertezza, rimasta
intera. Il frate andò di nuovo in cerca di quel padre Vittore, lo
pregò di supplire ancora per lui, entrò nella sua capanna, n'uscì con
la sporta in braccio, tornò da Renzo, gli disse: «andiamo;» e andò
innanzi, avviandosi a quella tal capanna, dove, qualche tempo prima,
erano entrati insieme. Questa volta, entrò solo, e dopo un momento
ricomparve, e disse: «niente! Preghiamo; preghiamo.» Poi riprese: «ora,
conducimi tu.»

E senza dir altro, s'avviarono.

Il tempo s'era andato sempre più rabbuiando, e annunziava ormai certa
e poco lontana la burrasca. De' lampi fitti rompevano l'oscurità
cresciuta, e lumeggiavano d'un chiarore istantaneo i lunghissimi tetti
e gli archi de' portici, la cupola della cappella, i bassi comignoli
delle capanne; e i tuoni scoppiati con istrepito repentino, scorrevano
rumoreggiando dall'una all'altra regione del cielo. Andava innanzi il
giovine, attento alla strada, con una grand'impazienza d'arrivare, e
rallentando però il passo, per misurarlo alle forze del compagno; il
quale, stanco dalle fatiche, aggravato dal male, oppresso dall'afa,
camminava stentatamente, alzando ogni tanto al cielo la faccia smunta,
come per cercare un respiro più libero.

Renzo, quando vide la capanna, si fermò, si voltò indietro, disse con
voce tremante: «è qui.»

Entrano.... «Eccoli!» grida la donna del lettuccio. Lucia si volta,
s'alza precipitosamente, va incontro al vecchio, gridando: «oh chi
vedo! O padre Cristoforo!»

«Ebbene, Lucia! da quante angustie v'ha liberata il Signore! Dovete
esser ben contenta d'aver sempre sperato in Lui.»

«Oh sì! Ma lei, padre? Povera me, come è cambiato! Come sta? dica: come
sta?»

«Come Dio vuole, e come, per sua grazia, voglio anch'io,» rispose, con
volto sereno, il frate. E, tiratala in un canto, soggiunse: «sentite:
io non posso rimaner qui che pochi momenti. Siete voi disposta a
confidarvi in me, come altre volte?»

«Oh! non è lei sempre il mio padre?»

«Figliuola, dunque; cos'è codesto voto che m'ha detto Renzo?»

«È un voto che ho fatto alla Madonna.... oh! in una gran
tribolazione!.... di non maritarmi.»

«Poverina! Ma avete pensato allora, ch'eravate legata da una promessa?»

«Trattandosi del Signore e della Madonna!... non ci ho pensato.»

«Il Signore, figliuola, gradisce i sagrifizi, l'offerte, quando le
tacciamo del nostro. È il cuore che vuole, è la volontà: ma voi non
potevate offrirgli la volontà d'un altro, al quale v'eravate già
obbligata.»

«Ho fatto male?»

«No, poverina, non pensate a questo: io credo anzi che la Vergine santa
avrà gradita l'intenzione del vostro cuore afflitto, e l'avrà offerta
a Dio per voi. Ma ditemi; non vi siete mai consigliata con nessuno su
questa cosa?»

«Io non pensavo che fosse male, da dovermene confessare: e quel poco
bene che si può fare, si sa che non bisogna raccontarlo.»

«Non avete nessun altro motivo che vi trattenga dal mantener la
promessa che avete fatta a Renzo?»

«In quanto a questo.... per me.... che motivo...? Non potrei proprio
dire...» rispose Lucia, con un'esitazione che indicava tutt'altro
che un'incertezza del pensiero; e il suo viso ancora scolorito dalla
malattia, fiorì tutt'a un tratto del più vivo rossore.

«Credete voi,» riprese il vecchio, abbassando gli occhi, «che Dio ha
data alla sua Chiesa l'autorità di rimettere e di ritenere, secondo che
torni in maggior bene, i debiti e gli obblighi che gli uomini possono
aver contratti con Lui?»

«Sì, che lo credo.»

«Ora sappiate che noi, deputati alla cura dell'anime in questo luogo,
abbiamo, per tutti quelli che ricorrono a noi, le più ampie facoltà
della Chiesa; e che per conseguenza, io posso, quando voi lo chiediate,
sciogliervi dall'obbligo, qualunque sia, che possiate aver contratto a
cagion di codesto voto.»

«Ma non è peccato tornare indietro, pentirsi d'una promessa fatta
alla Madonna? Io allora l'ho fatta proprio di cuore....» disse Lucia,
violentemente agitata dall'assalto d'una tale inaspettata, bisogna pur
dire speranza, e dall'insorgere opposto d'un terrore fortificato da
tutti i pensieri che, da tanto tempo, eran la principale occupazione
dell'animo suo.

«Peccato, figliuola?» disse il padre: «peccato il ricorrere alla
Chiesa, e chiedere al suo ministro che faccia uso dell'autorità che
ha ricevuto da essa, e che essa ha ricevuta da Dio? Io ho veduto in
che maniera voi due siete stati condotti ad unirvi; e, certo, se mai
m'è parso che due fossero uniti da Dio, voi altri eravate quelli:
ora non vedo perchè Dio v'abbia a voler separati. E lo benedico che
m'abbia dato, indegno come sono, il potere di parlare in suo nome, e
di rendervi la vostra parola. E se voi mi chiedete ch'io vi dichiari
sciolta da codesto voto, io non esiterò a farlo; e desidero anzi che me
lo chiediate.»

«Allora...! allora...! lo chiedo;» disse Lucia, con un volto non
turbato più che di pudore.

Il frate chiamò con un cenno il giovine, il quale se ne stava nel
cantuccio il più lontano, guardando (giacchè non poteva far altro)
fisso fisso al dialogo in cui era tanto interessato; e, quando quello
fu lì, disse, a voce più alta, a Lucia: «con l'autorità che ho dalla
Chiesa, vi dichiaro sciolta dal voto di verginità, annullando ciò che
ci potè essere d'inconsiderato, e liberandovi da ogni obbligazione che
poteste averne contratta.»

Pensi il lettore che suono facessero all'orecchio di Renzo tali parole.
Ringraziò vivamente con gli occhi colui che le aveva proferite; e cercò
subito, ma invano, quelli di Lucia.

«Tornate, con sicurezza e con pace, ai pensieri d'una volta,» seguì
a dirle il cappuccino: «chiedete di nuovo al Signore le grazie che
Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le
concederà più abbondanti, dopo tanti guai. E tu,» disse, voltandosi
a Renzo, «ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa
compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e
mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura
d'alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento
di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt'e due sulla strada della
consolazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di viaggio, con
questo pensiero d'avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi
per sempre. Ringraziate il cielo che v'ha condotti a questo stato, non
per mezzo dell'allegrezze turbolente e passeggiere, ma co' travagli e
tra le miserie, per disporvi a un'allegrezza raccolta e tranquilla.
Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d'allevarli per Lui,
d'istillar loro l'amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li
guiderete bene in tutto il resto. Lucia! v'ha detto,» e accennava
Renzo, «chi ha visto qui?»

«Oh padre, me l'ha detto!»

[Illustrazione: C'era un movimento straordinario.... per ripararsi dalla
burrasca imminente. (pag. 546)]

«Voi pregherete per lui! Non ve ne stancate. E anche per me
pregherete!... Figliuoli! voglio che abbiate un ricordo del povero
frate.» E qui levò dalla sporta una scatola d'un legno ordinario, ma
tornita e lustrata con una certa finitezza cappuccinesca; e proseguì:
«qui dentro c'è il resto di quel pane... il primo che ho chiesto per
carità; quel pane, di cui avete sentito parlare! Lo lascio a voi altri:
serbatelo; fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo
mondo, e in tristi tempi, in mezzo a' superbi e a' provocatori: dite
loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto! e che preghino, anche
loro, per il povero frate!»

E porse la scatola a Lucia, che la prese con rispetto, come si farebbe
d'una reliquia. Poi, con voce più tranquilla, riprese: «ora ditemi; che
appoggi avete qui in Milano? Dove pensate d'andare a alloggiare, appena
uscita di qui? E chi vi condurrà da vostra madre, che Dio voglia aver
conservata in salute?»

«Questa buona signora mi fa lei intanto da madre: noi due usciremo di
qui insieme, e poi essa penserà a tutto.»

«Dio la benedica,» disse il frate, accostandosi al lettuccio.

«La ringrazio anch'io,» disse la vedova, «della consolazione che ha
data a queste povere creature; sebbene io avessi fatto conto di tenerla
sempre con me, questa cara Lucia. Ma la terrò intanto; l'accompagnerò
io al suo paese, la consegnerò a sua madre; e,» soggiunse poi
sottovoce, «voglio farle io il corredo. N'ho troppa della roba; e di
quelli che dovevan goderla con me, non ho più nessuno!»

«Così,» rispose il frate, «lei può fare un gran sacrifizio al Signore,
e del bene al prossimo. Non le raccomando questa giovine: già vedo che
è come sua: non c'è che da lodare il Signore, il quale sa mostrarsi
padre anche ne' flagelli, e che, col farle trovare insieme, ha dato
un così chiaro segno d'amore all'una e all'altra. Orsù,» riprese poi,
voltandosi a Renzo, e prendendolo per una mano: «noi due non abbiam più
nulla da far qui: e ci siamo stati anche troppo. Andiamo.»

«Oh padre!» disse Lucia: «la vedrò ancora? Io sono guarita, io che non
fo nulla di bene a questo mondo; e lei...!»

«È già molto tempo,» rispose con tono serio e dolce il vecchio, «che
chiedo al Signore una grazia, e ben grande: di finire i miei giorni in
servizio del prossimo. Se me la volesse ora concedere, ho bisogno che
tutti quelli che hanno carità per me, m'aiutino a ringraziarlo. Via;
date a Renzo le vostre commissioni per vostra madre.»

«Raccontatele quel che avete veduto,» disse Lucia al promesso sposo:
«che ho trovata qui un'altra madre, che verrò con questa più presto che
potrò, e che spero, spero di trovarla sana.»

«Se avete bisogno di danari,» disse Renzo, «ho qui tutti quelli che
m'avete mandati, e...»

«No, no,» interruppe la vedova: «ne ho io anche troppi.»

«Andiamo,» replicò il frate.

«A rivederci, Lucia...! e anche lei, dunque, quella buona signora,»
disse Renzo, non trovando parole che significassero quello che sentiva.

«Chi sa che il Signore ci faccia la grazia di rivederci ancora tutti!»
esclamò Lucia.

«Sia Egli sempre con voi, e vi benedica,» disse alle due compagne fra
Cristoforo; e uscì con Renzo dalla capanna.

Mancava poco alla sera, e il tempo pareva sempre più vicino a
risolversi. Il cappuccino esibì di nuovo al giovine di ricoverarlo per
quella notte nella sua baracca. «Compagnia, non te ne potrò fare,»
soggiunse: «ma avrai da stare al coperto.»

Renzo però si sentiva una smania d'andare; e non si curava di rimaner
più a lungo in un luogo simile, quando non poteva profittarne per veder
Lucia, e non avrebbe neppur potuto starsene un po' col buon frate.
In quanto all'ora e al tempo, si può dire che notte e giorno, sole e
pioggia, zeffiro e tramontano, eran tutt'uno per lui in quel momento.
Ringraziò dunque il frate, dicendo che voleva andar più presto che
fosse possibile in cerca d'Agnese.

Quando furono nella strada di mezzo, il frate gli strinse la mano, e
disse: «se la trovi, che Dio voglia! quella buona Agnese, salutala
anche in mio nome; e a lei, e a tutti quelli che rimangono, e si
ricordano di fra Cristoforo, dì che preghin per lui. Dio t'accompagni,
e ti benedica per sempre.»

«Oh caro padre...! ci rivedremo? ci rivedremo?»

«Lassù, spero.» E con queste parole, si staccò da Renzo; il quale,
stato lì a guardarlo fin che non l'ebbe perso di vista, prese in fretta
verso la porta, dando a destra e a sinistra l'ultime occhiate di
compassione a quel luogo di dolori. C'era un movimento straordinario,
un correr di monatti, un trasportar di roba, un accomodar le tende
delle baracche, uno strascicarsi di convalescenti a queste e ai
portici, per ripararsi dalla burrasca imminente.




                           CAPITOLO XXXVII.


Appena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzeretto, e preso a
diritta, per ritrovar la viottola di dov'era sboccato la mattina sotto
le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi,
che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un
minuto polverío; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse
alla viottola, la veniva giù a secchie. Renzo, in vece d'inquietarsene,
ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel
susurrío, in quel brulichío dell'erbe e delle foglie, tremolanti,
gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e
pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente
e più vivamente quello che s'era fatto nel suo destino.

Ma quanto più schietto e intero sarebbe stato questo sentimento, se
Renzo avesse potuto indovinare quel che si vide pochi giorni dopo: che
quell'acqua portava via il contagio; che, dopo quella, il lazzeretto,
se non era per restituire ai viventi tutti i viventi che conteneva,
almeno non n'avrebbe più ingoiati altri; che, tra una settimana, si
vedrebbero riaperti usci e botteghe, non si parlerebbe quasi più che di
quarantina; e della peste non rimarrebbe se non qualche resticciolo qua
e là; quello strascico che un tal flagello lasciava sempre dietro a sè
per qualche tempo!

Andava dunque il nostro viaggiatore allegramente, senza aver disegnato
nè dove, nè come, nè quando, nè se avesse da fermarsi la notte,
premuroso soltanto di portarsi avanti, d'arrivar presto al suo paese,
di trovar con chi parlare, a chi raccontare, soprattutto di poter
presto rimettersi in cammino per Pasturo, in cerca d'Agnese. Andava,
con la mente tutta sottosopra dalle cose di quel giorno; ma di sotto le
miserie, gli orrori, i pericoli, veniva sempre a galla un pensierino:
l'ho trovata; è guarita; è mia! E allora faceva uno sgambetto, e
con ciò dava un'annaffiata all'intorno, come un can barbone uscito
dall'acqua; qualche volta si contentava d'una fregatina di mani; e
avanti, con più ardore di prima. Guardando per la strada, raccattava,
per dir così, i pensieri, che ci aveva lasciati la mattina e il giorno
avanti, nel venire; e con più piacere quelli appunto che allora aveva
più cercato di scacciare, i dubbi, le difficoltà, trovarla, trovarla
viva, tra tanti morti e moribondi!--E l'ho trovata viva!--concludeva.
Si rimetteva col pensiero nelle circostanze più terribili di quella
giornata; si figurava con quel martello in mano: ci sarà o non ci
sarà? e una risposta così poco allegra; e non aver nemmeno il tempo
di masticarla, che addosso quella furia di matti birboni; e quel
lazzeretto, quel mare! lì ti volevo a trovarla! E averla trovata!
Ritornava su quel momento quando fu finita di passare la processione
de' convalescenti: che momento! che crepacore non trovarcela! e ora non
gliene importava più nulla. E quel quartiere delle donne! E là dietro
a quella capanna, quando meno se l'aspettava, quella voce, quella voce
proprio! E vederla, vederla levata! Ma che? c'era ancora quel nodo
del voto, e più stretto che mai. Sciolto anche questo. E quell'odio
contro don Rodrigo, quel rodío continuo che esacerbava tutti i guai, e
avvelenava tutte le consolazioni, scomparso anche quello. Talmentechè
non saprei immaginare una contentezza più viva, se non fosse stata
l'incertezza intorno ad Agnese, il tristo presentimento intorno al
padre Cristoforo, e quel trovarsi ancora in mezzo a una peste.

Arrivò a Sesto, sulla sera; nè pareva che l'acqua volesse cessare. Ma,
sentendosi più in gambe che mai, e con tante difficoltà di trovar dove
alloggiare, e così inzuppato, non ci pensò neppure. La sola cosa che
l'incomodasse, era un grand'appetito; chè una consolazione come quella
gli avrebbe fatto smaltire altro che la poca minestra del cappuccino.
Guardò se trovasse anche qui una bottega di fornaio; ne vide una; ebbe
due pani con le molle, e con quell'altre cerimonie. Uno in tasca e
l'altro alla bocca, e avanti.

Quando passò per Monza, era notte fatta: nonostante, gli riuscì di
trovar la porta che metteva sulla strada giusta. Ma meno questo,
che, per dir la verità, era un gran merito, potete immaginarvi come
fosse quella strada, e come andasse facendosi di momento in momento.
Affondata (com'eran tutte; e dobbiamo averlo detto altrove) tra due
rive, quasi un letto di fiume, si sarebbe a quell'ora potuta dire,
se non un fiume, una gora davvero; e ogni tanto pozze, da volerci
del buono e del bello a levarne i piedi, non che le scarpe. Ma Renzo
n'usciva come poteva, senz'atti d'impazienza, senza parolacce, senza
pentimenti; pensando che ogni passo, per quanto costasse, lo conduceva
avanti, e che l'acqua cesserebbe quando a Dio piacesse, e che, a suo
tempo, spunterebbe il giorno, e che la strada che faceva intanto,
allora sarebbe fatta.

E dirò anche che non ci pensava se non proprio quando non poteva far
di meno. Eran distrazioni queste; il gran lavoro della sua mente era
di riandare la storia di que' tristi anni passati: tant'imbrogli,
tante traversíe, tanti momenti in cui era stato per perdere anche la
speranza, e fare andata ogni cosa; e di contrapporci l'immaginazioni
d'un avvenire così diverso: e l'arrivar di Lucia, e le nozze, e il
metter su casa e il raccontarsi le vicende passate, e tutta la vita.

Come la facesse quando trovava due strade; se quella poca pratica, con
quel poco barlume, fossero quelli che l'aiutassero a trovar sempre la
buona, o se l'indovinasse sempre alla ventura, non ve lo saprei dire;
chè lui medesimo, il quale soleva raccontar la sua storia molto per
minuto, lunghettamente anzi che no (e tutto conduce a credere che il
nostro anonimo l'avesse sentita da lui più d'una volta), lui medesimo,
a questo punto, diceva che, di quella notte, non se ne rammentava che
come se l'avesse passata in letto a sognare. Il fatto sta che, sul
finir di essa, si trovò alla riva dell'Adda.

Non era mai spiovuto; ma, a un certo tempo, da diluvio era diventata
pioggia, e poi un'acquerugiola fine fine, cheta cheta, ugual uguale:
i nuvoli alti e radi stendevano un velo non interrotto, ma leggiero
e diafano; e il lume del crepuscolo fece vedere a Renzo il paese
d'intorno. C'era dentro il suo; e quel che sentì, a quella vista,
non si saprebbe spiegare. Altro non vi so dire, se non che que'
monti, quel _Resegone_ vicino, il territorio di Lecco, era diventato
tutto come roba sua. Diede un'occhiata anche a sè, e si trovò un po'
strano, quale, per dir la verità, da quel che si sentiva, s'immaginava
già di dover parere: sciupata e attaccata addosso ogni cosa: dalla
testa alla vita, tutto un fradiciume, una grondaia; dalla vita alla
punta de' piedi, melletta e mota: le parti dove non ce ne fosse si
sarebbero potute chiamare esse zacchere e schizzi. E se si fosse
visto tutt'intero in uno specchio, con la tesa del cappello floscia
e cascante, e i capelli stesi e incollati sul viso, si sarebbe fatto
ancor più specie. In quanto a stanco, lo poteva essere, ma non ne
sapeva nulla: e il frescolino dell'alba aggiunto a quello della notte e
di quel poco bagno, non gli dava altro che una fierezza, una voglia di
camminar più presto.

È a Pescate; costeggia quell'ultimo tratto dell'Adda, dando però
un'occhiata malinconica a Pescarenico; passa il ponte; per istrade e
campi, arriva in un momento alla casa dell'ospite amico. Questo, che
s'era levato allora, e stava sull'uscio, a guardare il tempo, alzò gli
occhi a quella figura così inzuppata, così infangata, diciam pure così
lercia, e insieme così viva e disinvolta: a' suoi giorni non aveva
visto un uomo peggio conciato e più contento.

«Ohe!» disse: «già qui? e con questo tempo? Com'è andata?»

«La c'è,» disse Renzo: «la c'è: la c'è.»

«Sana?»

«Guarita, che è meglio. Devo ringraziare il Signore e la Madonna fin
che campo. Ma cose grandi, cose di fuoco: ti racconterò poi tutto.»

«Ma come sei conciato!»

«Son bello eh?»

«A dir la verità, potresti adoprare il da tanto in su, per lavare il da
tanto in giù. Ma, aspetta, aspetta; che ti faccia un buon fuoco.»

«Non dico di no. Sai dove la m'ha preso? proprio alla porta del
lazzeretto. Ma niente! il tempo il suo mestiere, e io il mio.»

L'amico andò e tornò con due bracciate di stipa: ne mise una in terra,
l'altra sul focolare, e, con un po' di brace rimasta della sera
avanti, fece presto una bella fiammata. Renzo intanto s'era levato il
cappello, e, dopo averlo scosso due o tre volte, l'aveva buttato in
terra; e, non così facilmente, s'era tirato via anche il farsetto. Levò
poi dal taschino de' calzoni il coltello, col fodero tutto fradicio,
che pareva stato in molle; lo mise su un panchetto, e disse: «anche
costui è accomodato a dovere; ma l'è acqua! l'è acqua! sia ringraziato
il Signore.... Sono stato lì lì....! Ti dirò poi.» E si fregava le
mani. «Ora fammi un altro piacere,» soggiunse: «quel fagottino che ho
lasciato su in camera, va a prendermelo, chè prima che s'asciughi
questa roba che ho addosso....!»

Tornato col fagotto, l'amico disse: «penso che avrai anche appetito:
capisco che da bere, per la strada, non te ne sarà mancato; ma da
mangiare....»

«Ho trovato da comprar due pani, ieri sul tardi; ma, per dir la verità,
non m'hanno toccato un dente.»

«Lascia fare,» disse l'amico; mise l'acqua in un paiolo, che attaccò
poi alla catena; e soggiunse: «vado a mungere: quando tornerò col
latte, l'acqua sarà all'ordine; e si fa una buona polenta. Tu intanto
fa il tuo comodo.»

Renzo, rimasto solo, si levò, non senza fatica, il resto de' panni,
che gli s'eran come appiccicati addosso; s'asciugò, si rivestì da capo
a piedi. L'amico tornò, e andò al suo paiolo: Renzo intanto si mise a
sedere, aspettando.

«Ora sento che sono stanco,» disse: «ma è una bella tirata! Però questo
è nulla. Ne ho da raccontartene per tutta la giornata. Com'è conciato
Milano! Le cose che bisogna vedere! Le cose che bisogna toccare! Cose
da farsi poi schifo a sè medesimo. Sto per dire che non ci voleva meno
di quel bucatino che ho avuto. E quel che m'hanno voluto fare que'
signori di laggiù! Sentirai. Ma se tu vedessi il lazzeretto! C'è da
perdersi nelle miserie. Basta; ti racconterò tutto.... E la c'è, e la
verrà qui, e sarà mia moglie; e tu devi far da testimonio, e, peste o
non peste, almeno qualche ora, voglio che stiamo allegri.»

Del resto mantenne ciò che aveva detto all'amico, di voler
raccontargliene per tutta la giornata; tanto più, che, avendo sempre
continuato a piovigginare, questo la passò tutta in casa, parte seduto
accanto all'amico, parte in faccende intorno a un suo piccolo tino, e a
una botticina, e ad altri lavori, in preparazione della vendemmia; ne'
quali Renzo non lasciò di dargli una mano; chè, come soleva dire, era
di quelli che si stancano più a star senza far nulla, che a lavorare.
Non potè però tenersi di non fare una scappatina alla casa d'Agnese,
per rivedere una certa finestra, e per dare anche lì una fregatina di
mani. Tornò senza essere stato visto da nessuno; e andò subito a letto.
S'alzò prima che facesse giorno; e, vedendo cessata l'acqua, se non
ritornato il sereno, si mise in cammino per Pasturo.

Era ancor presto quando ci arrivò: chè non aveva meno fretta e voglia
di finire, di quel che possa averne il lettore. Cercò d'Agnese; sentì
che stava bene, e gli fu insegnata una casuccia isolata dove abitava.
Ci andò; la chiamò dalla strada: a una tal voce, essa s'affacciò di
corsa alla finestra; e, mentre stava a bocca aperta per mandar fuori
non so che parola, non so che suono, Renzo la prevenne dicendo: «Lucia
è guarita: l'ho veduta ierlaltro; vi saluta; verrà presto. E poi ne ho,
ne ho delle cose da dirvi.»

Tra la sorpresa dell'apparizione, e la contentezza della notizia, e la
smania di saperne di più, Agnese cominciava ora un'esclamazione, ora
una domanda, senza finir nulla: poi, dimenticando le precauzioni ch'era
solita a prendere da molto tempo, disse: «vengo ad aprirvi.»

«Aspettate: e la peste?» disse Renzo: «voi non l'avete avuta, credo.»

«Io no: e voi?»

«Io sì; ma voi dunque dovete aver giudizio. Vengo da Milano; e,
sentirete, sono proprio stato nel contagio fino agli occhi. È vero
che mi son mutato tutto da capo a piedi; ma l'è una porcheria che
s'attacca alle volte come un malefizio. E giacchè il Signore v'ha
preservata finora, voglio che stiate riguardata fin che non è finito
quest'influsso; perchè siete la nostra mamma: e voglio che campiamo
insieme un bel pezzo allegramente, a conto del gran patire che abbiam
fatto, almeno io.»

«Ma....» cominciava Agnese.

«Eh!» interruppe Renzo: «non c'è ma che tenga. So quel che volete dire;
ma sentirete, sentirete, che de' ma non ce n'è più. Andiamo in qualche
luogo all'aperto, dove si possa parlar con comodo, senza pericolo; e
sentirete.»

Agnese gl'indicò un orto ch'era dietro alla casa; e soggiunse: «entrate
lì, e vedrete che c'è due panche, l'una in faccia all'altra, che paion
messe apposta. Io vengo subito.»

[Illustrazione: ....passa il ponte.... (pag. 550)]

Renzo andò a mettersi a sedere sur una: un momento dopo, Agnese
si trovò lì sull'altra: e son certo che se il lettore, informato
come è delle cose antecedenti, avesse potuto trovarsi lì in terzo,
a veder con gli occhi quella conversazione così animata, a sentir
con gli orecchi que' racconti, quelle domande, quelle spiegazioni,
quell'esclamare, quel condolersi, quel rallegrarsi, e don Rodrigo, e il
padre Cristoforo, e tutto il resto, e quelle descrizioni dell'avvenire,
chiare e positive come quelle del passato, son certo, dico, che ci
avrebbe preso gusto, e sarebbe stato l'ultimo a venir via. Ma d'averla
sulla carta tutta quella conversazione, con parole mute, fatte
d'inchiostro, e senza trovarci un solo fatto nuovo, son di parere che
non se ne curi molto, e che gli piaccia più d'indovinarla da sè. La
conclusione fu che s'anderebbe a metter su casa tutti insieme in quel
paese del bergamasco dove Renzo aveva già un buon avviamento: in quanto
al tempo, non si poteva decider nulla, perchè dipendeva dalla peste,
e da altre circostanze: appena cessato il pericolo, Agnese tornerebbe
a casa, ad aspettarvi Lucia, o Lucia ve l'aspetterebbe: intanto Renzo
farebbe spesso qualche altra corsa a Pasturo, a veder la sua mamma, e a
tenerla informata di quel che potesse accadere.

Prima di partire, offrì anche a lei danari, dicendo: «gli ho qui tutti,
vedete, que' tali: avevo fatto voto anch'io di non toccarli, fin che la
cosa non fosse venuta in chiaro. Ora, se n'avete bisogno, portate qui
una scodella d'acqua e aceto; vi butto dentro i cinquanta scudi belli e
lampanti.»

«No, no,» disse Agnese: «ne ho ancora più del bisogno per me: i vostri,
serbateli, che saran buoni per metter su casa.»

Renzo tornò al paese con questa consolazione di più d'aver trovata sana
e salva una persona tanto cara. Stette il rimanente di quella giornata,
e la notte, in casa dell'amico; il giorno dopo, in viaggio di nuovo, ma
da un'altra parte, cioè verso il paese adottivo.

Trovò Bortolo, in buona salute anche lui, e in minor timore di
perderla; chè, in que' pochi giorni, le cose, anche là, avevan preso
rapidamente una bonissima piega. Pochi eran quelli che s'ammalavano;
e il male non era più quello; non più que' lividi mortali, nè quella
violenza di sintomi; ma febbriciattole, intermittenti la maggior
parte, con al più qualche piccol bubbone scolorito, che si curava come
un fignolo ordinario. Già l'aspetto del paese compariva mutato; i
rimasti vivi cominciavano a uscir fuori, a contarsi tra loro, a farsi
a vicenda condoglianze e congratulazioni. Si parlava già di ravviare i
lavori: i padroni pensavano già a cercare e a caparrare operai, e in
quell'arti principalmente dove il numero n'era stato scarso anche prima
del contagio, com'era quella della seta. Renzo, senza fare il lezioso,
promise (salve però le debite approvazioni) al cugino di rimettersi al
lavoro, quando verrebbe accompagnato, a stabilirsi in paese. S'occupò
intanto de' preparativi più necessari: trovò una casa più grande; cosa
divenuta pur troppo facile e poco costosa; e la fornì di mobili e
d'attrezzi, intaccando questa volta il tesoro, ma senza farci un gran
buco, chè tutto era a buon mercato, essendoci molta più roba che gente
che la comprassero.

Dopo non so quanti giorni, ritornò al paese nativo, che trovò ancor più
notabilmente cambiato in bene. Trottò subito a Pasturo; trovò Agnese
rincoraggita affatto, e disposta a ritornare a casa quando si fosse;
di maniera che ce la condusse lui: nè diremo quali fossero i loro
sentimenti, quali le parole, al rivedere insieme que' luoghi.

Agnese trovò ogni cosa come l'aveva lasciata. Sicchè non potè far a
meno di non dire che, questa volta, trattandosi d'una povera vedova e
d'una povera fanciulla, avevan fatto la guardia gli angioli. «E l'altra
volta,» soggiungeva, «che si sarebbe creduto che il Signore guardasse
altrove, e non pensasse a noi, giacchè lasciava portar via il povero
fatto nostro; ecco che ha fatto vedere il contrario, perchè m'ha
mandato da un'altra parte di bei danari, con cui ho potuto rimettere
ogni cosa. Dico ogni cosa, e non dico bene; perchè il corredo di
Lucia che coloro avevan portato via bell'e nuovo, insieme col resto,
quello mancava ancora; ma ecco che ora ci viene da un'altra parte. Chi
m'avesse detto, quando io m'arrapinavo tanto a allestir quell'altro: tu
credi di lavorar per Lucia: eh povera donna! lavori per chi non sai: sa
il cielo, questa tela, questi panni, a che sorte di creature anderanno
indosso: quelli per Lucia, il corredo davvero che ha da servire per
lei, ci penserà un'anima buona, la quale tu non sai nè anche che la sia
in questo mondo.»

Il primo pensiero d'Agnese fu quello di preparare nella sua povera
casuccia l'alloggio il più decente che potesse, a quell'anima buona:
poi andò in cerca di seta da annaspare; e lavorando ingannava il tempo.

Renzo, dal canto suo, non passò in ozio que' giorni già tanto lunghi
per sè: sapeva far due mestieri per buona sorte; si rimise a quello
del contadino. Parte aiutava il suo ospite, per il quale era una
gran fortuna l'avere in tal tempo spesso al suo comando un'opera, e
un'opera di quell'abilità; parte coltivava, anzi dissodava l'orticello
d'Agnese, trasandato affatto nell'assenza di lei. In quanto al suo
proprio podere, non se n'occupava punto, dicendo ch'era una parrucca
troppo arruffata, e che ci voleva altro che due braccia a ravviarla. E
non ci metteva neppure i piedi; come nè anche in casa: chè gli avrebbe
fatto male a vedere quella desolazione; e aveva già preso il partito
di disfarsi d'ogni cosa, a qualunque prezzo, e d'impiegar nella nuova
patria quel tanto che ne potrebbe ricavare.

Se i rimasti vivi erano, l'uno per l'altro, come morti resuscitati,
Renzo, per quelli del suo paese, lo era, come a dire, due volte:
ognuno gli faceva accoglienze e congratulazioni, ognuno voleva sentir
da lui la sua storia. Direte forse: come andava col bando? L'andava
benone: lui non ci pensava quasi più, supponendo che quelli i quali
avrebbero potuto eseguirlo, non ci pensassero più nè anche loro: e non
s'ingannava. E questo non nasceva solo dalla peste che aveva fatto
monte di tante cose; ma era, come s'è potuto vedere anche in vari
luoghi di questa storia, cosa comune a que' tempi, che i decreti, tanto
generali quanto speciali, contro le persone, se non c'era qualche
animosità privata e potente che li tenesse vivi, e li facesse valere,
rimanevano spesso senza effetto, quando non l'avessero avuto sul primo
momento; come palle di schioppo, che, se non fanno colpo, restano in
terra, dove non danno fastidio a nessuno. Conseguenza necessaria della
gran facilità con cui li seminavano que' decreti. L'attività dell'uomo
è limitata; e tutto il di più che c'era nel comandare, doveva tornare
in tanto meno nell'eseguire. Quel che va nelle maniche, non può andar
ne' gheroni.

Chi volesse anche sapere come Renzo se la passasse con don Abbondio, in
quel tempo d'aspetto, dirò che stavano alla larga l'uno dall'altro: don
Abbondio, per timore di sentire intonar qualcosa di matrimonio: e, al
solo pensarci, si vedeva davanti agli occhi don Rodrigo da una parte,
co' suoi bravi, il cardinale dall'altra, co' suoi argomenti: Renzo,
perchè aveva fissato di non parlargliene che al momento di concludere,
non volendo risicare di farlo inalberar prima del tempo, di suscitar,
chi sa mai? qualche difficoltà, e d'imbrogliar le cose con chiacchiere
inutili. Le sue chiacchiere, le faceva con Agnese. «Credete voi che
verrà presto?» domandava l'uno. «Io spero di sì,» rispondeva l'altro: e
spesso quello che aveva data la risposta, faceva poco dopo la domanda
medesima. E con queste e con simili furberie, s'ingegnavano a far
passare il tempo, che pareva loro più lungo, di mano in mano che n'era
più passato.

Al lettore noi lo faremo passare in un momento tutto quel tempo,
dicendo in compendio che, qualche giorno dopo la visita di Renzo al
lazzeretto, Lucia n'uscì con la buona vedova; che, essendo stata
ordinata una quarantina generale, la fecero insieme, rinchiuse nella
casa di quest'ultima; che una parte del tempo fu spesa in allestire
il corredo di Lucia, al quale, dopo aver fatto un po' di cerimonie,
dovette lavorare anche lei; e che, terminata che fu la quarantina, la
vedova lasciò in consegna il fondaco e la casa a quel suo fratello
commissario; e si fecero i preparativi per il viaggio. Potremmo anche
soggiunger subito: partirono, arrivarono, e quel che segue; ma, con
tutta la volontà che abbiamo di secondar la fretta del lettore, ci son
tre cose appartenenti a quell'intervallo di tempo, che non vorremmo
passar sotto silenzio; e, per due almeno, crediamo che il lettore
stesso dirà che avremmo fatto male.

La prima, che, quando Lucia tornò a parlare alla vedova delle sue
avventure, più in particolare, e più ordinatamente di quel che avesse
potuto in quell'agitazione della prima confidenza, e fece menzione più
espressa della signora che l'aveva ricoverata nel monastero di Monza,
venne a sapere di costei cose che, dandole la chiave di molti misteri,
le riempiron l'animo d'una dolorosa e paurosa maraviglia. Seppe dalla
vedova che la sciagurata, caduta in sospetto d'atrocissimi fatti, era
stata, per ordine del cardinale, trasportata in un monastero di Milano;
che lì, dopo molto infuriare e dibattersi, s'era ravveduta, s'era
accusata; e che la sua vita attuale era supplizio volontario tale, che
nessuno, a meno di non togliergliela, ne avrebbe potuto trovare un più
severo. Chi volesse conoscere un po' più in particolare questa trista
storia, la troverà nel libro e al luogo che abbiam citato altrove, a
proposito della stessa persona[44].

[44] Ripam. Hist. Pat., Dec. V, Lib. VI, Cap. III.

L'altra cosa è che Lucia, domandando del padre Cristoforo a tutti i
cappuccini che potè vedere nel lazzeretto, sentì, con più dolore che
maraviglia, ch'era morto di peste.

Finalmente, prima di partire, avrebbe anche desiderato di saper
qualcosa de' suoi antichi padroni, e di fare, come diceva, un atto del
suo dovere, se alcuno ne rimaneva. La vedova l'accompagnò alla casa,
dove seppero che l'uno e l'altra erano andati tra que' più. Di donna
Prassede, quando si dice ch'era morta, è detto tutto; ma intorno a
don Ferrante, trattandosi ch'era stato dotto, l'anonimo ha creduto
d'estendersi un po' più; e noi, a nostro rischio, trascriveremo a un di
presso quello che ne lasciò scritto.

Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante
fu uno de' più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino
all'ultimo, quell'opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma
con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la
concatenazione.

«_In rerum natura_,» diceva, «non ci son che due generi di cose:
sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser nè
l'uno nè l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son
qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia
sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere;
sicchè è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o
composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in
quattro parole. Non è sostanza aerea; perchè, se fosse tale, in vece
di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla sua sfera.
Non è acquea; perchè bagnerebbe, e verrebbe asciugata da' venti. Non
è ignea; perchè brucerebbe. Non è terrea; perchè sarebbe visibile.
Sostanza composta, neppure; perchè a ogni modo dovrebbe esser sensibile
all'occhio o al tatto; e questo contagio, chi l'ha veduto? chi l'ha
toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio.
Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro;
chè questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante
prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a
essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non
essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di
questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro. Che
se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente
prodotto, danno in Cariddi: perchè, se è prodotto, dunque non si
comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princípi,
cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, d'esantemi, d'antraci...?»

«Tutte corbellerie,» scappò fuori una volta un tale.

«No, no,» riprese don Ferrante: «non dico questo: la scienza è scienza;
solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi,
bubboni violacei, foruncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili,
che hanno il loro significato bell'e buono; ma dico che non han che
fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose,
anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano.»

Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva
che dare addosso all'opinion del contagio, trovava per tutto orecchi
attenti e ben disposti: perchè non si può spiegare quanto sia grande
l'autorità d'un dotto di professione, allorchè vuol dimostrare agli
altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva a distinguere,
e a voler dimostrare che l'errore di que' medici non consisteva
già nell'affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma
nell'assegnarne la cagione; allora (parlo de' primi tempi, in cui non
si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d'orecchi,
trovava lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a distesa
era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a
pezzi e bocconi.

«La c'è pur troppo la vera cagione,» diceva; «e son costretti a
riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell'altra così in
aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione
di Saturno con Giove. E quando mai s'è sentito dire che l'influenze
si propaghino...? E lor signori mi vorranno negar l'influenze? Mi
negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian
lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un
guancialino?... Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori
medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna,
e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate
là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de'
corpi terreni, potesse impedir l'effetto virtuale de' corpi celesti! E
tanto affannarsi a bruciar de' cenci! Povera gente! brucerete Giove?
brucerete Saturno?»

_His fretus_, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna
precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire,
come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle.

E quella sua famosa libreria? È forse ancora dispersa su per i
muriccioli.




                           CAPITOLO XXXVIII.


Una sera, Agnese sente fermarsi un legno all'uscio.--È lei, di
certo!--Era proprio lei, con la buona vedova. L'accoglienze vicendevoli
se le immagini il lettore.

La mattina seguente, di buon'ora, capita Renzo che non sa nulla, e
vien solamente per isfogarsi un po' con Agnese su quel gran tardare
di Lucia. Gli atti che fece, e le cose che disse, al trovarsela
davanti, si rimettono anche quelli all'immaginazion del lettore. Le
dimostrazioni di Lucia in vece furon tali, che non ci vuol molto a
descriverle. «Vi saluto: come state?» disse, a occhi bassi, e senza
scomporsi. E non crediate che Renzo trovasse quel fare troppo asciutto,
e se l'avesse per male. Prese benissimo la cosa per il suo verso; e,
come, tra gente educata, si sa far la tara ai complimenti, così lui
intendeva bene che quelle parole non esprimevan tutto ciò che passava
nel cuore di Lucia. Del resto, era facile accorgersi che aveva due
maniere di pronunziarle: una per Renzo, e un'altra per tutta la gente
che potesse conoscere.

«Sto bene quando vi vedo,» rispose il giovine, con una frase vecchia,
ma che avrebbe inventata lui, in quel momento.

«Il nostro povero padre Cristoforo...!» disse Lucia: «pregate per
l'anima sua: benchè si può esser quasi sicuri che a quest'ora prega lui
per noi lassù.»

«Me l'aspettavo, pur troppo,» disse Renzo. E non fu questa la sola
trista corda che si toccasse in quel colloquio. Ma che? di qualunque
cosa si parlasse, il colloquio gli riusciva sempre delizioso. Come
que' cavalli bisbetici che s'impuntano, e si piantan lì, e alzano una
zampa e poi un'altra, e le ripiantano al medesimo posto, e fanno mille
cerimonie, prima di fare un passo, e poi tutto a un tratto prendon
l'andare, e via, come se il vento li portasse, così era divenuto il
tempo per lui: prima i minuti gli parevan ore; poi l'ore gli parevan
minuti.

La vedova, non solo non guastava la compagnia, ma ci faceva dentro
molto bene; e certamente, Renzo, quando la vide in quel lettuccio, non
se la sarebbe potuta immaginare d'un umore così socievole e gioviale.
Ma il lazzeretto e la campagna, la morte e le nozze, non son tutt'uno.
Con Agnese essa aveva già fatto amicizia; con Lucia poi era un
piacere a vederla, tenera insieme e scherzevole, e come la stuzzicava
garbatamente, e senza spinger troppo, appena quanto ci voleva per
obbligarla a dimostrar tutta l'allegria che aveva in cuore.

Renzo disse finalmente che andava da don Abbondio, a prendere i
concerti per lo sposalizio. Ci andò, e, con un certo fare tra burlevole
e rispettoso, «signor curato,» gli disse: «le è poi passato quel dolor
di capo, per cui mi diceva di non poterci maritare? Ora siamo a tempo;
la sposa c'è: e son qui per sentire quando le sia di comodo: ma questa
volta, sarei a pregarla di far presto.» Don Abbondio non disse di no;
ma cominciò a tentennare, a trovar cert'altre scuse, a far cert'altre
insinuazioni: e perchè mettersi in piazza, e far gridare il suo nome,
con quella cattura addosso? e che la cosa potrebbe farsi ugualmente
altrove; e questo e quest'altro.

«Ho inteso,» disse Renzo: «lei ha ancora un po' di quel mal di capo.
Ma senta, senta.» E cominciò a descrivere in che stato aveva visto
quel povero don Rodrigo; e che già a quell'ora doveva sicuramente
essere andato. «Speriamo,» concluse, «che il Signore gli avrà usato
misericordia.»

«Questo non ci ha che fare,» disse don Abbondio: «v'ho forse detto di
no? Io non dico di no; parlo... parlo per delle buone ragioni. Del
resto, vedete, fin che c'è fiato... Guardatemi me: sono una conca
fessa; sono stato anch'io, più di là che di qua: e son qui; e... se non
mi vengono addosso de' guai... basta... posso sperare di starci ancora
un pochino. Figuratevi poi certi temperamenti. Ma, come dico, questo
non ci ha che far nulla.»

Dopo qualche altra botta e risposta, nè più nè meno concludenti, Renzo
strisciò una bella riverenza, se ne tornò alla sua compagnia, fece la
sua relazione, e finì con dire: «son venuto via, che n'ero pieno, e per
non risicar di perdere la pazienza, e di levargli il rispetto. In certi
momenti, pareva proprio quello dell'altra volta; proprio quella mutria,
quelle ragioni: son sicuro che, se la durava ancora un poco, mi tornava
in campo con qualche parola in latino. Vedo che vuol essere un'altra
lungagnata: è meglio fare addirittura come dice lui, andare a maritarsi
dove andiamo a stare.»

«Sapete cosa faremo?» disse la vedova: «voglio che andiamo noi altre
donne a fare un'altra prova, e vedere se ci riesce meglio. Così avrò
anch'io il gusto di conoscerlo quest'uomo, se è proprio come dite. Dopo
desinare voglio che andiamo; per non tornare a dargli addosso subito.
Ora, signore sposo, menateci un po' a spasso noi altre due, intanto che
Agnese è in faccende: chè a Lucia farò io da mamma: e ho proprio voglia
di vedere un po' meglio queste montagne, questo lago, di cui ho sentito
tanto parlare; e il poco che n'ho già visto, mi pare una gran bella
cosa.»

Renzo le condusse prima di tutto alla casa del suo ospite dove fu
un'altra festa: e gli fecero promettere che, non solo quel giorno, ma
tutti i giorni, se potesse, verrebbe a desinare con loro.

Passeggiato, desinato, Renzo se n'andò, senza dir dove. Le donne
rimasero un pezzette a discorrere, a concertarsi sulla maniera di
prender don Abbondio; e finalmente andarono all'assalto.

--Son qui loro,--disse questo tra sè; ma fece faccia tosta: gran
congratulazioni a Lucia, saluti ad Agnese, complimenti alla forestiera.
Le fece mettere a sedere, e poi entrò subito a parlar della peste:
volle sentir da Lucia come l'aveva passata in que' guai: il lazzeretto
diede opportunità di far parlare anche quella che l'era stata compagna;
poi, com'era giusto, don Abbondio parlò anche della sua burrasca;
poi de' gran mirallegri anche a Agnese, che l'aveva passata liscia.
La cosa andava in lungo: già fin dal primo momento, le due anziane
stavano alle velette, se mai venisse l'occasione d'entrar nel discorso
essenziale: finalmente non so quale delle due ruppe il ghiaccio. Ma
cosa volete? Don Abbondio era sordo da quell'orecchio. Non che dicesse
di no; ma eccolo di nuovo a quel suo serpeggiare, volteggiare e saltar
di palo in frasca. «Bisognerebbe,» diceva, «poter far levare quella
catturaccia. Lei, signora, che è di Milano, conoscerà più o meno il
filo delle cose, avrà delle buone protezioni, qualche cavaliere di
peso: chè con questi mezzi si sana ogni piaga. Se poi si volesse andar
per la più corta, senza imbarcarsi in tante storie; giacchè codesti
giovani, e qui la nostra Agnese, hanno già intenzione di spatriarsi
(e io non saprei cosa dire: la patria è dove si sta bene), mi pare
che si potrebbe far tutto là, dove non c'è cattura che tenga. Non
vedo proprio l'ora di saperlo concluso questo parentado, ma lo vorrei
concluso bene, tranquillamente. Dico la verità: qui, con quella cattura
viva, spiattellar dall'altare quel nome di Lorenzo Tramaglino, non lo
farei col cuor quieto: gli voglio troppo bene; avrei paura di fargli un
cattivo servizio. Veda lei; vedete voi altre.»

Qui, parte Agnese, parte la vedova, a ribatter quelle ragioni; don
Abbondio a rimetterle in campo, sott'altra forma: s'era sempre da capo;
quando entra Renzo, con un passo risoluto, e con una notizia in viso; e
dice: «è arrivato il signor marchese ***.»

«Cosa vuol dir questo? arrivato dove?» domanda don Abbondio, alzandosi.

«E arrivato nel suo palazzo, ch'era quello di don Rodrigo; perchè
questo signor marchese è l'erede per fidecommisso, come dicono; sicchè
non c'è più dubbio. Per me, ne sarei contento, se potessi sapere che
quel pover'uomo fosse morto bene. A buon conto, finora ho detto per lui
de' paternostri, adesso gli dirò de' _De profundis_. E questo signor
marchese è un bravissim'uomo.»

«Sicuro,» disse don Abbondio: «l'ho sentito nominar più d'una volta per
un bravo signore davvero, per un uomo della stampa antica. Ma che sia
proprio vero....?»

«Al sagrestano gli crede?»

«Perchè?»

«Perchè lui l'ha veduto co' suoi occhi. Io sono stato solamente lì
ne' contorni, e, per dir la verità, ci sono andato appunto perchè ho
pensato: qualcosa là si dovrebbe sapere. E più d'uno m'ha detto lo
stesso. Ho poi incontrato Ambrogio che veniva proprio di lassù, e che
l'ha veduto, come dico, far da padrone. Lo vuol sentire, Ambrogio?
L'ho fatto aspettar qui fuori apposta.»

«Sentiamo,» disse don Abbondio. Renzo andò a chiamare il sagrestano.
Questo confermò la cosa in tutto e per tutto, ci aggiunse altre
circostanze, sciolse tutti i dubbi; e poi se n'andò.

«Ah! è morto dunque! è proprio andato!» esclamò don Abbondio. «Vedete,
figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente. Sapete che
l'è una gran cosa! un gran respiro per questo povero paese! chè non ci
si poteva vivere con colui. È stata un gran flagello questa peste; ma è
anche stata _una scopa_; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli
miei, non ce ne liberavamo più: verdi, freschi, prosperosi: bisognava
dire che chi era destinato a far loro l'esequie, era ancora in
seminario, a fare i latinucci. E in un batter d'occhio, sono spariti, a
cento per volta. Non lo vedremo più andare in giro con quegli sgherri
dietro, con quell'albagia, con quell'aria, con quel palo in corpo, con
quel guardar la gente, che pareva che si stesse tutti al mondo per sua
degnazione. Intanto, lui non c'è più, e noi ci siamo. Non manderà più
di quell'imbasciate ai galantuomini. Ci ha dato un gran fastidio a
tutti, vedete: chè adesso lo possiamo dire.»

«Io gli ho perdonato di cuore,» disse Renzo.

«E fai il tuo dovere,» rispose don Abbondio: «ma si può anche
ringraziare il cielo, che ce n'abbia liberati. Ora, tornando a noi,
vi ripeto: fate voi altri quel che credete. Se volete che vi mariti
io, son qui; se vi torna più comodo in altra maniera, fate voi altri.
In quanto alla cattura, vedo anch'io che, non essendoci ora più
nessuno che vi tenga di mira, e voglia farvi del male, non è cosa da
prendersene gran pensiero: tanto più, che c'è stato di mezzo quel
decreto grazioso, per la nascita del serenissimo infante. E poi la
peste! la peste! ha dato di bianco a di gran cose la peste! Sicchè, se
volete.... oggi è giovedì.... domenica vi dico in chiesa; perchè quel
che s'è fatto l'altra volta, non conta più niente, dopo tanto tempo; e
poi ho la consolazione di maritarvi io.»

«Lei sa bene ch'eravamo venuti appunto per questo,» disse Renzo.

«Benissimo; e io vi servirò: e voglio darne parte subito a sua
eminenza.»

«Chi è sua eminenza?» domandò Agnese.

«Sua eminenza,» rispose don Abbondio, «è il nostro cardinale
arcivescovo, che Dio conservi.»

«Oh! in quanto a questo mi scusi,» replicò Agnese: «chè, sebbene io
sia una povera ignorante, le posso accertare che non gli si dice così;
perchè, quando siamo state la seconda volta per parlargli, come parlo
a lei, uno di que' signori preti mi tirò da parte, e m'insegnò come si
doveva trattare con quel signore, e che gli si doveva dire vossignoria
illustrissima, e monsignore.

«E ora, se vi dovesse tornare a insegnare, vi direbbe che gli va dato
dell'eminenza: avete inteso? Perchè il Papa, che Dio lo conservi anche
lui, ha prescritto, fin dal mese di giugno, che ai cardinali si dia
questo titolo. E sapete perchè sarà venuto a questa risoluzione? Perchè
l'illustrissimo, ch'era riservato a loro e a certi principi, ora,
vedete anche voi altri, cos'è diventato, a quanti si dà: e come se lo
succiano volentieri! E cosa doveva fare, il papa? Levarlo a tutti?
Lamenti, ricorsi, dispiaceri, guai; e per di più, continuar come prima.
Dunque ha trovato un bonissimo ripiego. A poco a poco poi, si comincerà
a dar dell'eminenza ai vescovi; poi lo vorranno gli abati, poi i
proposti: perchè gli uomini son fatti così; sempre voglion salire,
sempre salire; poi i canonici....»

«Poi i curati,» disse la vedova.

«No, no,» riprese don Abbondio: «i curati a tirar la carretta: non
abbiate paura che gli avvezzin male, i curati: del reverendo, fino alla
fin del mondo. Piuttosto, non mi maraviglierei punto che i cavalieri, i
quali sono avvezzi a sentirsi dar dell'illustrissimo, a esser trattati
come i cardinali, un giorno volessero dell'eminenza anche loro. E se
la vogliono, vedete, troveranno chi gliene darà. E allora, il papa
che ci sarà allora, troverà qualche altra cosa per i cardinali. Orsù,
ritorniamo alle nostre cose: domenica vi dirò in chiesa; e intanto,
sapete cos'ho pensato per servirvi meglio? Intanto chiederemo la
dispensa per l'altre due denunzie. Hanno a avere un bel da fare laggiù
in curia, a dar dispense, se la va per tutto come qui. Per domenica
ne ho già.... uno.... due.... tre; senza contarvi voi altri: e ne
può capitare ancora. E poi vedrete, andando avanti, che affare vuol
essere: non ne deve rimanere uno scompagnato. Ha proprio fatto uno
sproposito Perpetua a morire ora; chè questo era il momento che trovava
l'avventore anche lei: E a Milano, signora, mi figuro che sarà lo
stesso.»

«Eccome! si figuri che, solamente nella mia cura, domenica passata,
cinquanta denunzie.»

«Se lo dico; il mondo non vuol finire. E lei, signora, non hanno
principiato a ronzarle intorno de' mosconi?»

«No, no; io non ci penso, nè ci voglio pensare.»

«Sì, sì, che vorrà esser lei sola. Anche Agnese, veda; anche Agnese....»

«Uh! ha voglia di scherzare, lei,» disse questa.

«Sicuro che ho voglia di scherzare: e mi pare che sia ora finalmente.
Ne abbiam passate delle brutte, n'è vero, i miei giovani? delle brutte
n'abbiam passate: questi quattro giorni che dobbiamo stare in questo
mondo, si può sperare che vogliano essere un po' meglio. Ma! fortunati
voi altri, che, non succedendo disgrazie, avete ancora un pezzo da
parlare de' guai passati: io in vece, sono alle ventitrè e tre quarti,
e.... i birboni posson morire; della peste si può guarire; ma agli anni
non c'è rimedio: e, come dice, _senectus ipsa est morbus._»

«Ora,» disse Renzo: «parli pur latino quanto vuole; che non me
n'importa nulla.»

«Tu l'hai ancora col latino, tu: bene bene, t'accomoderò io: quando mi
verrai davanti, con questa creatura, per sentirvi dire appunto certe
paroline in latino, ti dirò: latino tu non ne vuoi: vattene in pace. Ti
piacerà?»

«Eh! so io quel che dice,» riprese Renzo; «non è quel latino lì che
mi fa paura: quello è un latino sincero, sacrosanto, come quel della
messa: anche loro, lì, bisogna che leggano quel che c'è sul libro.
Parlo di quel latino birbone, fuor di chiesa, che viene addosso a
tradimento, nel buono d'un discorso. Per esempio, ora che siam qui,
che tutto è finito; quel latino che andava cavando fuori, lì proprio,
in quel canto, per darmi ad intendere che non poteva, e che ci voleva
dell'altre cose, e che so io? me lo volti un po' in volgare ora.»

«Sta zitto, buffone, sta zitto: non rimestar queste cose; chè, se
dovessimo ora fare i conti, non so chi avanzerebbe. Io ho perdonato
tutto: non ne parliam più: ma me n'avete fatti de' tiri. Di te non
mi fa specie, che sei un malandrinaccio; ma dico quest'acqua cheta,
questa santerella, questa madonnina infilzata, che si sarebbe creduto
far peccato a guardarsene. Ma già, lo so io chi l'aveva ammaestrata,
lo so io, lo so io.» Così dicendo, accennava Agnese col dito, che
prima aveva tenuto rivolto a Lucia: e non si potrebbe spiegare con che
bonarietà, con che piacevolezza facesse que' rimproveri. Quella notizia
gli aveva dato una disinvoltura, una parlantina, insolita da gran
tempo; e saremmo ancor ben lontani dalla fine, se volessimo riferir
tutto il rimanente di que' discorsi, che lui tirò in lungo, ritenendo
più d'una volta la compagnia che voleva andarsene, e fermandola poi
ancora un pochino sull'uscio di strada, sempre a parlar di bubbole.

Il giorno seguente, gli capitò una visita, quanto meno aspettata tanto
più gradita: il signor marchese del quale s'era parlato: un uomo tra la
virilità e la vecchiezza, il cui aspetto era come un attestato di ciò
che la fama diceva di lui: aperto, cortese, placido, umile, dignitoso,
e qualcosa che indicava una mestizia rassegnata.

«Vengo,» disse, «a portarle i saluti del cardinale arcivescovo.»

«Oh che degnazione di tutt'e due!»

«Quando fui a prender congedo da quest'uomo incomparabile, che m'onora
della sua amicizia, mi parlò di due giovani di codesta cura, ch'eran
promessi sposi, e che hanno avuto de' guai, per causa di quel povero
don Rodrigo. Monsignore desidera d'averne notizia. Son vivi? E le loro
cose sono accomodate?»

«Accomodato ogni cosa. Anzi, io m'era proposto di scriverne a sua
eminenza; ma ora che ho l'onore....»

«Si trovan qui?»

«Qui; e, più presto che si potrà, saranno marito e moglie.»

«E io la prego di volermi dire se si possa far loro del bene, e anche
d'insegnarmi la maniera più conveniente. In questa calamità, ho perduto
i due soli figli che avevo, e la madre loro, e ho avute tre eredità
considerabili. Del superfluo, n'avevo anche prima: sicchè lei vede che
il darmi una occasione d'impiegarne, e tanto più una come questa, è
farmi veramente un servizio.»

«Il cielo la benedica! Perchè non sono tutti come lei i...? Basta;
la ringrazio anch'io di cuore per questi miei figliuoli. E giacchè
vossignoria illustrissima mi dà tanto coraggio, sì signore, che ho un
espediente da suggerirle, il quale forse non le dispiacerà. Sappia
dunque che questa buona gente son risoluti d'andare a metter su casa
altrove, e di vender quel poco che hanno al sole qui: una vignetta
il giovine, di nove o dieci pertiche, salvo il vero, ma trasandata
affatto: bisogna far conto del terreno, nient'altro; di più una
casuccia lui, e un'altra la sposa: due topaie, veda. Un signore come
vossignoria non può sapere come la vada per i poveri, quando voglion
disfarsi del loro. Finisce sempre a andare in bocca di qualche furbo,
che forse sarà già un pezzo che fa all'amore a quelle quattro braccia
di terra, e quando sa che l'altro ha bisogno di vendere, si ritira, fa
lo svogliato; bisogna corrergli dietro, e dargliele per un pezzo di
pane: specialmente poi in circostanze come queste. Il signor marchese
ha già veduto dove vada a parare il mio discorso. La carità più fiorita
che vossignoria illustrissima possa fare a questa gente, è di cavarli
da quest'impiccio, comprando quel poco fatto loro. Io, per dir la
verità, do un parere interessato, perchè verrei ad acquistare nella mia
cura un compadrone come il signor marchese; ma vossignoria deciderà
secondo che le parrà meglio: io ho parlato per ubbidienza.»

Il marchese lodò molto il suggerimento; ringraziò don Abbondio, e lo
pregò di voler esser arbitro del prezzo, e di fissarlo alto bene; e lo
fece poi restar di sasso, col proporgli che s'andasse subito insieme a
casa della sposa, dove sarebbe probabilmente anche lo sposo.

Per la strada, don Abbondio, tutto gongolante, come vi potete
immaginare, ne pensò e ne disse un'altra. «Giacchè vossignoria
illustrissima è tanto inclinato a far del bene a questa gente, ci
sarebbe un altro servizio da render loro. Il giovine ha addosso una
cattura, una specie di bando, per qualche scappatuccia che ha fatta
in Milano, due anni sono, quel giorno del gran fracasso, dove s'è
trovato impicciato, senza malizia, da ignorante, come un topo nella
trappola: nulla di serio, veda: ragazzate, scapataggini: di far del
male veramente, non è capace: e io posso dirlo, che l'ho battezzato,
e l'ho veduto venir su: e poi, se vossignoria vuoi prendersi il
divertimento di sentir questa povera gente ragionar su alla carlona,
potrà fargli raccontar la storia a lui, e sentirà. Ora, trattandosi di
cose vecchie, nessuno gli dà fastidio; e, come le ho detto, lui pensa
d'andarsene fuor di stato; ma, col tempo, o tornando qui, o altro, non
si sa mai, lei m'insegna che è sempre meglio non esser su que' libri.
Il signor marchese, in Milano, conta, come è giusto, e per quel gran
cavaliere, e per quel grand'uomo che è.... No, no, mi lasci dire; chè
la verità vuole avere il suo luogo. Una raccomandazione, una parolina
d'un par suo, è più del bisogno per ottenere una buona assolutoria.»

«Non c'è impegni forti contro codesto giovine?»

«No, no; non crederei. Gli hanno fatto fuoco addosso nel primo momento;
ma ora credo che non ci sia più altro che la semplice formalità.»

«Essendo così, la cosa sarà facile; e la prendo volentieri sopra di me.»

«E poi non vorrà che si dica che è un grand'uomo. Lo dico, e lo voglio
dire; a suo dispetto, lo voglio dire. E anche se io stessi zitto, già
non servirebbe a nulla, perchè parlan tutti; e _vox populi, vox Dei._»

Trovarono appunto le tre donne e Renzo. Come questi rimanessero, lo
lascio considerare a voi: io credo che anche quelle nude e ruvide
pareti, e l'impannate, e i panchetti, e le stoviglie si maravigliassero
di ricever tra loro una visita così straordinaria. Avviò lui la
conversazione, parlando del cardinale e dell'altre cose, con aperta
cordialità, e insieme con delicati riguardi. Passò poi a far la
proposta per cui era venuto. Don Abbondio, pregato da lui di fissare
il prezzo, si fece avanti; e, dopo un po' di cerimonie e di scuse, e
che non era sua farina, e che non potrebbe altro che andare a tastoni,
e che parlava per ubbidienza, e che si rimetteva, proferì, a parer
suo, uno sproposito. Il compratore disse che, per la parte sua, era
contentissimo, e, come se avesse franteso, ripetè il doppio; non volle
sentir rettificazioni, e troncò e concluse ogni discorso invitando la
compagnia a desinare per il giorno dopo le nozze, al suo palazzo, dove
si farebbe l'istrumento in regola.

--Ah!--diceva poi tra sè don Abbondio, tornato a casa:--se la peste
facesse sempre e per tutto le cose in questa maniera, sarebbe
proprio peccato il dirne male: quasi quasi ce ne vorrebbe una, ogni
generazione; e si potrebbe stare a patti d'averla; ma guarire, ve'.--

[Illustrazione: ...se non che Renzo era un po' incomodato del peso de'
quattrini che portava via. (pag. 569)]

Venne la dispensa, venne l'assolutoria, venne quel benedetto giorno:
i due promessi andarono, con sicurezza trionfale, proprio a quella
chiesa, dove, proprio per bocca di don Abbondio, furono sposi. Un
altro trionfo, e ben più singolare, fu l'andare a quel palazzotto; e
vi lascio pensare che cose dovessero passar loro per la mente, in far
quella salita, all'entrare in quella porta; e che discorsi dovessero
fare, ognuno secondo il suo naturale. Accennerò soltanto che, in mezzo
all'allegria, ora l'uno, ora l'altro motivò più d'una volta, che, per
compir la festa, ci mancava il povero padre Cristoforo. «Ma per lui,»
dicevan poi, «sta meglio di noi sicuramente.»

Il marchese fece loro una gran festa, li condusse in un bel tinello,
mise a tavola gli sposi, con Agnese e con la mercantessa; e prima di
ritirarsi a pranzare altrove con don Abbondio, volle star lì un poco a
far compagnia agl'invitati, e aiutò anzi a servirli. A nessuno verrà,
spero, in testa di dire che sarebbe stata cosa più semplice fare
addirittura una tavola sola. Ve l'ho dato per un brav'uomo, ma non per
un originale, come si direbbe ora; v'ho detto ch'era umile, non già che
fosse un portento d'umiltà. N'aveva quanta ne bisognava per mettersi al
di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari.

Dopo i due pranzi, fu steso il contratto per mano d'un dottore, il
quale non fu l'Azzecca-garbugli. Questo, voglio dire la sua spoglia,
era ed è tuttavia a Canterelli. E per chi non è di quelle parti,
capisco anch'io che qui ci vuole una spiegazione.

Sopra Lecco forse un mezzo miglio, e quasi sul fianco dell'altro paese
chiamato Castello, c'è un luogo detto Canterelli, dove s'incrocian
due strade; e da una parte del crocicchio, si vede un rialto, come un
poggetto artificiale, con una croce in cima; il quale non è altro che
un gran mucchio di morti in quel contagio. La tradizione, per dir la
verità, dice semplicemente i morti del contagio; ma dev'esser quello
senz'altro, che fu l'ultimo, e il più micidiale di cui rimanga memoria.
E sapete che le tradizioni, chi non le aiuta, da sè dicon sempre troppo
poco.

Nel ritorno non ci fu altro inconveniente, se non che Renzo era un po'
incomodato dal peso de' quattrini che portava via. Ma l'uomo, come
sapete, aveva fatto ben altre vite. Non parlo del lavoro della mente,
che non era piccolo, a pensare alla miglior maniera di farli fruttare.
A vedere i progetti che passavan per quella mente, le riflessioni,
l'immaginazioni; a sentire i pro e i contro, per l'agricoltura e per
l'industria, era come se ci si fossero incontrate due accademie del
secolo passato. E per lui l'impiccio era ben più reale; perchè, essendo
un uomo solo, non gli si poteva dire: che bisogno c'è di scegliere?
l'uno e l'altro, alla buon'ora; chè i mezzi, in sostanza, sono i
medesimi; e son due cose come le gambe, che due vanno meglio d'una sola.

Non si pensò più che a fare i fagotti, e a mettersi in viaggio: casa
Tramaglino per la nuova patria, e la vedova per Milano. Le lacrime,
i ringraziamenti, le promesse d'andarsi a trovare furon molte. Non
meno tenera, eccettuate le lacrime, fu la separazione di Renzo e della
famiglia dall'ospite amico: e non crediate che con don Abbondio le cose
passassero freddamente. Quelle buone creature avevan sempre conservato
un certo attaccamento rispettoso per il loro curato; e questo, in
fondo, aveva sempre voluto bene a loro. Son que' benedetti affari, che
imbroglian gli affetti.

Chi domandasse se non ci fu anche del dolore in distaccarsi dal paese
nativo, da quelle montagne; ce ne fu sicuro: chè del dolore, ce n'è,
sto per dire, un po' per tutto. Bisogna però che non fosse molto
forte, giacchè avrebbero potuto risparmiarselo, stando a casa loro,
ora che i due grand'inciampi, don Rodrigo e il bando, eran levati.
Ma, già da qualche tempo, erano avvezzi tutt'e tre a riguardar come
loro il paese dove andavano. Renzo l'aveva fatto entrare in grazia
alle donne, raccontando l'agevolezze che ci trovavano gli operai, e
cento cose della bella vita che si faceva là. Del resto, avevan tutti
passato de' momenti ben amari in quello a cui voltavan le spalle; e
le memorie triste, alla lunga guastan sempre nella mente i luoghi che
le richiamano. E se que' luoghi son quelli dove siam nati, c'è forse
in tali memorie qualcosa di più aspro e pungente. Anche il bambino,
dice il manoscritto, riposa volentieri sul seno della balia, cerca con
avidità e con fiducia la poppa che l'ha dolcemente alimentato fino
allora; ma se la balia, per divezzarlo, la bagna d'assenzio, il bambino
ritira la bocca, poi torna a provare, ma finalmente se ne stacca;
piangendo sì, ma se ne stacca.

Cosa direte ora, sentendo che, appena arrivati e accomodati nel nuovo
paese, Renzo ci trovò de' disgusti bell'e preparati? Miserie; ma ci
vuol così poco a disturbare uno stato felice! Ecco, in poche parole, la
cosa.

Il parlare che, in quel paese, s'era fatto di Lucia, molto tempo prima
che la ci arrivasse; il saper che Renzo aveva avuto a patir tanto per
lei, e sempre fermo, sempre fedele; forse qualche parola di qualche
amico parziale per lui e per tutte le cose sue, avevan fatto nascere
una certa curiosità di veder la giovine, e una certa aspettativa della
sua bellezza. Ora sapete come è l'aspettativa: immaginosa, credula,
sicura; alla prova poi, difficile, schizzinosa: non trova mai tanto
che le basti, perchè, in sostanza, non sapeva quello che si volesse; e
fa scontare senza pietà il dolce che aveva dato senza ragione. Quando
comparve questa Lucia, molti i quali credevan forse che dovesse avere
i capelli proprio d'oro, e le gote proprio di rosa, e due occhi l'uno
più bello dell'altro, e che so io? cominciarono a alzar le spalle,
ad arricciare il naso, e a dire: «eh! l'è questa? Dopo tanto tempo,
dopo tanti discorsi, s'aspettava qualcosa di meglio. Cos'è poi? Una
contadina come tant'altre. Eh! di queste e delle meglio, ce n'è per
tutto.» Venendo poi a esaminarla in particolare, notavan chi un
difetto, chi un altro: e ci furon fin di quelli che la trovavan brutta
affatto.

Siccome però nessuno le andava a dir sul viso a Renzo, queste cose;
così non c'era gran male fin lì. Chi lo fece il male, furon certi tali
che gliele rapportarono: e Renzo, che volete? ne fu tocco sul vivo.
Cominciò a ruminarci sopra, a farne di gran lamenti, e con chi gliene
parlava, e più a lungo tra sè.--E cosa v'importa a voi altri? E chi
v'ha detto d'aspettare? Son mai venuto io a parlarvene? a dirvi che
la fosse bella? E quando me lo dicevate voi altri, v'ho mai risposto
altro, se non che era una buona giovine? È una contadina! V'ho detto
mai che v'avrei menato qui una principessa? Non vi piace? Non la
guardate. N'avete delle belle donne: guardate quelle.--

E vedete un poco come alle volte una corbelleria basta a decidere dello
stato d'un uomo per tutta la vita. Se Renzo avesse dovuto passar la
sua in quel paese, secondo il suo primo disegno, sarebbe stata una
vita poco allegra. A forza d'esser disgustato, era ormai diventato
disgustoso. Era sgarbato con tutti, perchè ognuno poteva essere uno de'
critici di Lucia. Non già che trattasse proprio contro il galateo; ma
sapete quante belle cose si posson fare senza offender le regole della
buona creanza: fino sbudellarsi. Aveva un non so che di sardonico in
ogni sua parola; in tutto trovava anche lui da criticare, a segno che,
se faceva cattivo tempo due giorni di seguito, subito diceva: «eh già,
in questo paese!» Vi dico che non eran pochi quelli che l'avevan già
preso a noia, e anche persone che prima gli volevan bene; e col tempo,
d'una cosa nell'altra, si sarebbe trovato, per dir così, in guerra con
quasi tutta la popolazione, senza poter forse nè anche lui conoscer la
prima cagione d'un così gran male.

Ma si direbbe che la peste avesse preso l'impegno di raccomodar tutte
le malefatte di costui. Aveva essa portato via il padrone d'un altro
filatoio, situato quasi sulle porte di Bergamo; e l'erede, giovine
scapestrato, che in tutto quell'edifizio non trovava che ci fosse nulla
di divertente, era deliberato, anzi smanioso di vendere, anche a mezzo
prezzo; ma voleva i danari l'uno sopra l'altro, per poterli impiegar
subito in consumazioni improduttive. Venuta la cosa agli orecchi di
Bortolo, corse a vedere; trattò: patti più grassi non si sarebbero
potuti sperare; ma quella condizione de' pronti contanti guastava
tutto, perchè quelli che aveva messi da parte, a poco a poco, a forza
di risparmi, erano ancor lontani da arrivare alla somma. Tenne l'amico
in mezza parola, tornò indietro in fretta, comunicò l'affare al cugino,
e gli propose di farlo a mezzo. Una così bella proposta troncò i dubbi
economici di Renzo, che si risolvette subito per l'industria, e disse
di sì. Andarono insieme, e si strinse il contratto. Quando poi i nuovi
padroni vennero a stare sul loro, Lucia, che lì non era aspettata per
nulla, non solo non andò soggetta a critiche, ma si può dire che non
dispiacque; e Renzo venne a risapere che s'era detto da più d'uno:
«avete veduto quella bella baggiana che c'è venuta?» L'epiteto faceva
passare il sostantivo.

E anche del dispiacere che aveva provato nell'altro paese, gli restò
un utile ammaestramento. Prima d'allora era stato un po' lesto nel
sentenziare, e si lasciava andar volentieri a criticar la donna
d'altri, e ogni cosa. Allora s'accorse che le parole fanno un effetto
in bocca, e un altro negli orecchi; e prese un po' più d'abitudine
d'ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle.

Non crediate però che non ci fosse qualche fastidiuccio anche lì.
L'uomo (dice il nostro anonimo: e già sapete per prova che aveva un
gusto un po' strano in fatto di similitudini; ma passategli anche
questa, che avrebbe a esser l'ultima), l'uomo, fin che sta in questo
mondo, è un infermo che si trova sur un letto scomodo più o meno,
e vede intorno a sè altri letti, ben rifatti al di fuori, piani, a
livello: e si figura che ci si deve star benone. Ma se gli riesce
di cambiare, appena s'è accomodato nel nuovo, comincia, pigiando, a
sentire, qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme:
siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo,
soggiunge l'anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star
bene: e così si finirebbe anche a star meglio. È tirata un po' con gli
argani, e proprio da secentista; ma in fondo ha ragione. Per altro,
prosegue, dolori e imbrogli della qualità e della forza di quelli che
abbiam raccontati, non ce ne furon più per la nostra buona gente: fu,
da quel punto in poi, una vita delle più tranquille, delle più felici,
delle più invidiabili; di maniera che, se ve l'avessi a raccontare, vi
seccherebbe a morte.

Gli affari andavan d'incanto: sul principio ci fu un po' d'incaglio
per la scarsezza de' lavoranti e per lo sviamento e le pretensioni
de' pochi ch'eran rimasti. Furon pubblicati editti che limitavano le
paghe degli operai; malgrado quest'aiuto, le cose si rincamminarono,
perchè alla fine bisogna che si rincamminino. Arrivò da Venezia un
altro editto, un po' più ragionevole: esenzione, per dieci anni, da
ogni carico reale e personale ai forestieri che venissero a abitare in
quello stato. Per i nostri fu una nuova cuccagna.

Prima che finisse l'anno del matrimonio, venne alla luce una bella
creatura; e, come se fosse fatto apposta per dar subito opportunità
a Renzo d'adempire quella sua magnanima promessa, fu una bambina; e
potete credere che le fu messo nome Maria. Ne vennero poi col tempo non
so quant'altri, dell'uno e dell'altro sesso: e Agnese affaccendata a
portarli in qua e in là, l'uno dopo l'altro, chiamandoci cattivacci,
e stampando loro in viso de' bacioni, che ci lasciavano il bianco
per qualche tempo. E furon tutti ben inclinati; e Renzo volle che
imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacchè la c'era
questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro.

Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre
col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio
in avvenire. «Ho imparato,» diceva, «a non mettermi ne' tumulti: ho
imparato a non predicare in piazza: ho imparato a non alzar troppo
il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte,
quando c'è lì d'intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non
attaccarmi un campanello al piede, prima d'aver pensato quel che ne
possa nascere.» E cent'altre cose.

Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sè, ma non n'era
soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A
forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni
volta, «e io,» disse un giorno al suo moralista, «cosa volete che
abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono
venuti a cercar me. Quando non voleste dire,» aggiunse, soavemente
sorridendo, «che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e
di promettermi a voi.»

Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare
insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perchè ci si è
dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a
tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la
fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore.
Questa conclusione, benchè trovata da povera gente, c'è parsa così
giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la
storia.

La quale, se non v'è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l'ha
scritta, e anche un pochino a chi l'ha raccomodata. Ma se invece
fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s'è fatto apposta.

                                 FINE.




                      OPERE DI ALESSANDRO MANZONI

                       =edite da ULRICO HOEPLI=


_Volumi pubblicati:_

=I Promessi Sposi=, illustrati con 40 tavole tratte da disegni
originali di GAETANO PREVIATI, e preceduti da uno Studio su _Gli anni
di noviziato poetico del Manzoni_ di MICHELE SCHERILLO           L. 5,--

=Brani inediti dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni=, per cura di
GIOVANNI SFORZA.                                                 L. 5,--

_Volumi in preparazione:_

=Poemetti, Odi, Tragedie= (_Il Trionfo della Libertà_, il _Carme in
morte dell'Imbonati_, l'_Urania_, il _Cinque Maggio_, il _Proclama di
Rimini_, il _Marzo 1821_; _Il Conte di Carmagnola_, l'_Adelchi_, con
le relative Notizie storiche e i Discorsi critici, editi o inediti;
frammenti ecc.), con introduzione storica e critica di MICHELE
SCHERILLO.

=Gl'Inni sacri e la Morale cattolica= (la parte edita e l'inedita, e
le varie appendici), con introduzione storica e critica di MICHELE
SCHERILLO.

=Carteggio Manzoniano edito e inedito=--Lettere di Lui e a Lui, per
cura di GIOVANNI SFORZA. (_In 3 volumi_).

=Varietà Manzoniane inedite=, per cura di GIOVANNI SFORZA.

_Dirigere Commissioni e Vaglia all'Editore_ =Ulrico Hoepli=--=Milano.=





End of the Project Gutenberg EBook of I promessi sposi, by Alessandro Manzoni

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number is 64-6221541.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at 809
North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887.  Email
contact links and up to date contact information can be found at the
Foundation's web site and official page at www.gutenberg.org/contact

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     [email protected]

Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States.  Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements.  We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance.  To
SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
particular state visit www.gutenberg.org/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States.  U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses.  Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations.
To donate, please visit:  www.gutenberg.org/donate


Section 5.  General Information About Project Gutenberg-tm electronic
works.

Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg-tm
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone.  For forty years, he produced and distributed Project
Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
unless a copyright notice is included.  Thus, we do not necessarily
keep eBooks in compliance with any particular paper edition.

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